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n.10 | maggio | 2008

Tu

la tua e trib첫


na persona su quattro soffre di un disturbo psicologico, come schizofrenia, panico, ossessioni. Una persona su due ha una nevrosi minore, come ansia, depressione o qualche fobia. Un maschio su cinque soffre di eiaculazione precoce, e a due su cinque non gli risponde sempre alla chiamata alle armi. Il 60% delle coppie sposate divorzia entro un paio d’anni. Ne rimango pochi buoni per l’accoppiamento. Ma in tal caso hanno una possibilità su tre di essere gay. Quindi, se non sei gay, sei probabilmente impotente, e se non sei impotente, sei probabilmente depresso, e se non sei depresso, allora tua moglie ti avrà lasciato perchè non riusciva a gestire il senso di colpa proveniente da certe esperienze maturate durante il suo ultimo viaggio in Jamaica con le amiche. E quindi sei depresso. Ma niente paura, c’è la spiegazione a tutto ciò, e quando c’è una spiegazione, c’è anche, almeno in teoria, una soluzione. Il problema è la nostra ossessione per il profitto e per il successo. Il profitto, come l’idea di avere successo nella vita, in realtà, e un invenzione abbastanza moderna nella storia dell’umanità. Facciamo un passo indietro. Erich Fromm, nel suo libro ‘Fuga dalla Liberta’ spiega che ‘nel sistema medioevale il capitale era al servizio dell’uomo, ma nel sistema moderno ne è diventato il padrone. Nel mondo medioevale le attività economiche erano solo mezzi per ottenere un fine; il fine era la vita stessa o – come interpretava la chiesa cattolica – la salvezza spirituale dell’uomo. Le attività economiche sono necessarie, anche la ricchezza può servire i disegni di Dio, ma tutta l’attività esterna ha significato e dignità solo nella misura in cui promuove gli scopi della vita...’ ‘Nel capitalismo l’attività economica, il successo, i guadagni materiali diventano fine in se stessi. Diventa destino dell’uomo contribuire allo sviluppo del sistema economico, accumulare il capitale non per la

propria felicità o salvezza, ma come fine in se... L’uomo ha costruito il suo mondo; ha costruito fabbriche e case, produce automobili e vestiti, cresce grano e frutta. Ma si è estraniato dal prodotto delle sue mani, non è più davvero il padrone del mondo che ha costruito; al contrario, questo mondo fatto dall’uomo è diventato il suo padrone, davanti a cui egli si inchina... L’opera delle sue mani è diventato il suo Dio. Sembra spinto dall’interesse personale, ma in realtà la sua personalità totale, con tutte le sue concrete possibilità è diventata strumento degli scopi della stessa macchina che le sue mani hanno costruito. Egli mantiene l’illusione di essere il centro del 5 mondo, e tuttavia è pervaso da un acuto senso di irrilevanza e impotenza.’ Il Risultato: la follia. O l’autoritarismo degli stati fascisti, come nella Germania, la Spagna e l’Italia degli anni in cui scriveva Fromm, oppure il conformismo ossessivo degli individui nelle democrazie occidentali come gli Stati Uniti. Negli stati autoritari, le persone sacrificano la loro libertà in cambio delle certezze nazionalistiche che solo un Fuhrer può dare, mentre nelle democrazie capitalistiche, gli individui scambiano la libertà per la libertà di acquisire sempre più oggetti di consumo che gli danno l’illusione di valere qualcosa. In entrambi i casi, non c’e una gestione sana della propria vita e del vivere insieme. Bene, adesso alla soluzione. Fromm sembra indicare all’amore come unica via d’uscita – sai, l’amore per se stessi, per gli altri, per il partner, per un albero... e poi si accinge a scrivere un altro libro intitolato ‘L’Arte di Amare’ per farci capire esattamente come si fa. Francamente, Cupido me ne ha dati di colpi bassi, quindi tenderei ad escludere l’amore e basta come la soluzione, così come escluderei anche fare yoga, diventare ambientalisti, e il suicidio. Anche se l’ultima di queste la consiglierei volentieri a parecchie mie ex. Sono convinto che la soluzione, invece, si trovi nel senso di comunità, di gruppo, di


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spirito di squadra e di identità che si trova nelle cosiddette neo-tribù. Le neo-tribù sono un concetto proposto da un certo sociologo di nome Michel Maffesoli. Queste simpatiche entità, frutto del epoca post-moderna in cui ci troviamo, sono composte da più o meno piccoli gruppi, che si aggregano attorno a delle pratiche, spesso di tipo artistico-culturali, come la musica, oppure il movimento per la libertà di un popolo, oppure la frequentazione di un associazione culturale, come il Rising... ma il principio base di tutte queste neo-tribù, è uno: il movente e il collante della loro esistenza, non è il profitto, o il successo del singolo, ma la

promozione del punto focale del loro interesse collettivo. Ognuno fa parte di un gruppo, ma il gruppo non lo soverchia, perchè egli partecipa, ed è cosciente della propria partecipazione. Non è alienato dal frutto del suo lavoro, ne va fiero, gli dona dignità. Di conseguenza, si elimina quel malsano attaccamento al profitto e al successo che tende ad alienare l’individuo in un baratro di ansia e solitudine, rimpiazzando il vuoto con una fitta rete sociale creata di persone con la quale egli condivide l’esistenza.

Erich Pinchas Fromm 23 marzo 1900 | 18 marzo 1980 Psicoanalista e sociologo tedesco


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redo che capiti a tutti di tanto in tanto, leggere un post-it sul frigo di una casa, il dorso di un vecchio libro, sentire spezzoni di discorsi di due che non conosci e non capisci neppure bene di che stanno parlando, così per puro caso, cose che manco stavi cercando, ma ti cadono semplicemente addosso. Se hai culo ci trovi qualche cosa dentro. Un indizio, un messaggio, una domanda, una direzione. Qualcosa, comunque. E magari alla fine si rivela una lente per guardare il mondo da nuove prospettive. Sembra irrazionale, lo so. Infatti lo è. Gesù Cristo era dei Pesci sebbene fosse nato a Febbraio. In seguito i concili ecumenici ritennero necessaria una lieve postdatazione

della sua nascita, con finalità un po’ politiche per la verità: bisognava debellare definitivamente (sostituendola) una antica festa pagana che creava problemi di dissidenza. Festa che tra l’altro resiste tutt’oggi e continua ad andare per la maggiore, solo che invece di chiamarsi festa pagana la chiamano Natale per l’appunto. Gesù Cristo mi interessa perché è un simbolo che ha segnato il tempo. Dal momento della sua nascita l’umanità ha iniziato a calendarizzare gli anni da un nuovo zero. Una cesura storica senza precedenti. Ma soprattutto il suo paradigma umano. Un uomo compassionevole, che ha patito sofferenze ingiuste senza reagire, di buon grado, come un innamorato che si lascia pestare a sangue dal suo amore, mentre aliena dal suo pensare ogni forma di vendetta


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o violenza. Questa figura straordinaria ha influenzato nel bene o nel male tutti gli uomini che sono venuti dopo di lui per duemila anni di storia. E la sua influenza, benché si allontani, è ancora percepibile. A proposito di Cristo e Natale, non ricordo se il ventitrè o la vigilia camminavo per Toledo quando a un tratto vedo un negozio di telefonini. E rimango basito. C’era una tale quantità di cristiani in entrata e uscita dal piccolo ingresso, che avevano formato due file ordinate e congiunte. Da una parte si entrava e dall’altra si usciva. Quelli fermi in fila per entrare parlavano con quelli in fila per uscire. Alcuni si facevano persino mostrare gli oggetti acquistati. Non si sa mai qualche buona idea a buon prezzo. Allora non pensai niente di particolarmente interessante, qualcosa tipo ma guarda tu la gente che arriva a fare. Adesso invece mi sento tanto sagace da arguire che c’è un gran bisogno di comunicare in questa società. Non è solo il discorso dei telefonini ovviamente, che, lo capisco, fanno status (ma

nemmeno più: ce l’hanno tutti) e costano poco (mah!); in realtà mi riferisco a un trend generalizzato che si può riscontrare nella motivazione fondante dell’umanità di questo tempo. Questa umanità vuole interfacciare tutto con tutto. Ogni cosa messa a sistema con le altre; le conoscenze, le scienze, le religioni, le storie, le culture, le emozioni, le persone. Questo è il paradigma fondante del nostro tempo, l’interrelazione. E’ rintracciabile a vari livelli questa tendenza delle branche dello scibile umano a convogliarsi dentro strutture comuni. La parola globalizzazione, benché logora ormai, trasporta egregiamente questo significato nella sua complessità. Ma altre parole si prestano ugualmente a spiegarlo. Internet, per esempio. Internet, reteattraverso. Si potrebbe tradurre anche rete che fa da tramite. Ciò che serve a collegare, a far congiungere. Verso un unico corpo e un’unica mente. La fratellanza universale è un obiettivo di questa umanità. Che gli uomini abbandonino il


Traiettorie non razionali

proprio individualismo, lungamente coltivato, per ritrovarsi uniti nella più ampia categoria di un’umanità affratellata, uguagliata e liberata. Forse in questo senso gli ideali della rivoluzione francese erano già un segnale di questo cambiamento. Anche se poi nessuno ci crede (o pochi), anche se l’umanità è tuttora scossa da guerre e violenze di vario genere ed entità, la tendenza che potrà invertire questo status quo è già visibile nella storia degli ultimi cinquanta anni. L’avvento dei diritti umani, l’evoluzione di sistemi normativi al livello internazionale, le organizzazioni non governative, sono tutte impronte, per quanto lievi e trasparenti allo stato attuale. O almeno potrebbero esserlo. Perché ovviamente non è detto che sia così. Anzi mi si potrebbe obiettare che soltanto un cretino può vedere in argomenti così vaghi e male annotati un cambiamento del mondo. Posto che da un certo punto di vista sono d’accordo, tuttavia trovo che escluderlo a priori significa essere cretini due volte. Ed in fondo è questo il lato più oscuro della nuova umanità. La pretesa che tutte le cose di causa-effetto da noi rintracciabili e ricostruibili, ma soprattutto universalmente validi. Basta guardare alla scienza per capire di cosa parlo. La scienza è l’ortodossia del terzo millennio, che non ha niente da invidiare alle altre religioni sul piano dell’influenza della coscienza di massa. Chi osa opporsi alla scienza? Chi oggi metta anche solo parzialmente in discussione il metodo scientifico-razionale affronta le stesse barriere che in altri tempi affrontarono coloro che lottavano contro i dogmi fideistici. La cieca razionalità rischia di diventare il dogma di questo tempo. Capace di spingere gli uomini a vedere la tecnica come un fine piuttosto che un mezzo. La tecnica al fine della tecnica. Suona abbastanza brutale, ma nella realtà può essere anche peggio. Presente 1984 di Orwell? Era solo un romanzo. Ho scoperto da poco che la Terra è entrata nell’Era dell’Acquario, lasciando quella dei Pesci che ebbe inizio nel 153 AC. Sul piano astronomico questo fenomeno affascinante

trova spiegazione nel moto di precessione terrestre. In effetti la Terra, oltre a ruotare intorno al Sole e su se stessa, descrive uno terzo movimento per cui l’asse ruota nel tempo formando un cono ideale, proprio come una trottola a fine corsa. Per compiere questo moto la Terra impiega una quantità di tempo così grande, che la singola vita umana quasi perde significato al confronto. 25920 anni, il grande anno siderale. Fa impallidire, vero? La precessione sposta l’asse terrestre di circa un grado ogni 72 anni ed è qui che viene il bello. Perché i punti equinoziali (dove il piano dell’equatore incontra la traiettoria della Terra intorno al Sole, 21 Marzo e Settembre) 9 lentamente, anno dopo anno si trovano retrogadati rispetto alla volta celeste. Non è un fenomeno temporale, gli equinozi cadono sempre a Marzo e Settembre: il problema è la posizione della Terra rispetto alla volta celeste, che cambia inesorabilmente. In questo modo ogni costellazione dello zodiaco viene attraversata in un tempo di 2160 anni. Tale periodo viene definito Era astrologica. Molti pensano che questo fenomeno sia una sciocchezza priva di ogni veridicità e rilevanza. Personalmente non capisco come si possa pensarlo. E adesso fatti guardare bene in faccia uomo del terzo millennio. Sei diventato piuttosto bravo con i tuoi marchingegni, aggeggi volanti, rotaie, provette e cazzi vari. Hai attraversato le rapide mostrando a tutti come un trofeo l’unicità dei tuoi valori contrapposti al passato, alla tradizione e a ogni forma di oscurantismo. Guardi in faccia quelli con appena qualche millennio meno di te e non li riconosci. Per te sono degli estranei o dei selvaggi. Ora ti accingi a transitare nell’era del progresso e basta questo per percepire il cambiamento. Sei tu la prova vivente del tempo che va cambiando con di nuovo dipinta in faccia la convinzione dell’unicità del proprio essere, che la storia demolirà in qualche millennio. Dirai allora che i tempi stanno cambiando. O più correttamente che siamo il momento in cui viviamo.


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Email dal Tibet non mandata per motivi di paranoia politica


Email dal Tibet non mandata per motivi di paranoia politica

I Tibetani Che il Tibet fosse stato invaso e occupato, si sapeva, che la situazione sarebbe stata dura da digerire, lo sapevamo, e un po’ c’eravamo anche preparati. Ma la cosa che non potevamo mai immaginare era la sconfinata gentilezza e limpidezza del carattere Tibetano, caratteristica resa ancora più evidente in relazione allo sprezzante orgoglio dei coloni cinesi. Devo ammettere di non aver mai incontrato, o per questo nemmeno immaginato, un popolo così interamente pacifico, così ospitale, di una generosità disarmante. Non credo di aver incrociato la strada di nessun Tibetano senza che questo abbia modificato il suo percorso per potermi salutare, o dare la mano, o tirarmi l’indumenti, prendermi in giro e generalmente non nascondere la sua bonaria curiosità. Qui sono tutti pellegrini. Uomini e donne hanno lunghe trecce colorate, giacconi di lana, di yak e seta, orecchini d’osso giganti, pietre di turchese attaccate a qualsiasi parte del corpo che si può bucare. Passano mormorando sottovoce formule antiche. Quando ci vedono si staccano dal loro gruppo solo per camminare un po’ in compagnia dello straniero, senza dire niente, solo sorridendo e camminando. Si può immaginare come doveva essere la vita nel nostro medio-evo, con le sue certezze religiose, la gerarchia feudale, l’economia di sussistenza, ma qui è tutto in chiave Buddista. Che non è poco, anzi, significa cancellare da quell’immagine storica qualsiasi traccia di violenza e miseria.

Reincarnazioni I monasteri sono un perfetto esempio di come doveva essere la vita 1000 anni fa; insomma, gente che coltiva orticelli, altri che tagliano la legna, altri a pulire, altri a non far niente. Ma una buona parte anche a contare i soldi che i tanti pellegrini portano in abbondanza, ed è forse questo l’aspetto più interessante. Una grossa fetta delle popolazione Tibetana vive nei monasteri; questi monasteri, sia maschili

che femminili svolgono un infinita serie di mansioni, fungono da scuola per i bambini, come ospedale per i malati, orfanotrofio, fanno persino consulenza per questioni di lavoro o d’affetto. Queste attività vanno sovvenzionate dai stessi fedeli con le ondate di banconote da 1 o 2 Mao messe nelle grate attorno a varie statue dorate di questa o quella rappresentazione del Budda. Un tale miscuglio di funzione pubblica e fede produce dei fenomeni che non mi sarei mai aspettato di incontrare nel 2007. Per esempio, in una sorta di McDonald cinese che faceva hamburger di pollo, abbiamo conosciuto un ragazzo di 22 danni che ci raccontava tranquillamente di 11 essere la reincarnazioni di un tale, e quindi di aver ereditato il suo monastero, con 500 monaci al suo servizio, svariati templi, terre, villaggi interi di contadini e via dicendo, tutto a 5 anni, quando hanno ‘riconosciuto’ la sua anima. Da che era un bambino come tanti, è diventato, in poche parole, il signore della sua terra, venerato e rispettato. Adesso va in giro per il mondo ad aprire nuovi centri buddisti, cena con il Dalai Lama, e fa da ‘consulente’ spirituale a vari buddisti-glamour, come Richard Gear o Steven Segal. Quest’ultimo gli ha pagato 3 milioni di dollari per avere un certificato di reincarnazione come il suo. Non era difficile notare il suo abito elegante, le sue tre carte di credito gold, e il suo monaco/ segretario/guardia del corpo che lo controllava da qualche metro di distanza.

La Maledizione Il potere trova sempre il modo di esprimersi, e forse tutto sommato è anche più piacevole incontrarlo nei reincarnati che non nel modo in cui lo abbiamo visto qualche giorno dopo sotto il palazzo del Potala (ex palazzo del Dalai Lama divenuto destinazione turistica) dove un gruppo di donne Tibetane, belle, sorridenti, ornate come sempre di turchesi, argento e coralli, ci avvicinarono per vendere un po’ di cianfrusaglie, quando delle guardie rosse, quelle con le divise troppo larghe per


Email dal tibet non mandata per motivi di paranoia politica

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Email dal tibet non mandata per motivi di paranoia politica

i loro corpicini cinesi, presumibilmente per proteggere il commercio delle botteghe cinesi che stavano la attorno, ne identificarono una che stava parlando con noi, la puntarono, e la alzarono di peso per portarla Dio solo sa dove. Lei picchia come una pazza e gli vengono in soccorso le altre donne ambulanti, forse anche una ventina. Quel che segue è un violento tira e molla tra donne ambulanti con facce nere dal misto di sole e sporcizia, e le facce pallide, malaticce ed urlanti delle guardie cinesi. Appena le guardie incominciarono ad avere la meglio, le donne intonarono un canto antico e disperato, un ululato simile a quello degli Indiani del Nord-America attorno ad un fuoco. Come un branco di lupi facevano qualcosa di sopranaturale con le corde vocali che non riuscivo a capire; ma poi, mentre la nostra jeep si allontanava, capii che quel canto doveva essere la più potente delle maledizioni, e che quei bastardi avevano i giorni contati.

Treno Lhasa – Xi’an Il treno che collega il Tibet alla Cina è proibito ai Tibetani. Si vedono e si sentono solo cinesi che mangiano di continuo. E lo fanno nella maniera più rumorosa possibile; è come se fosse una competizione tra commensali per chi schizza, sputa e rutta più fragorosamente. Stamattina nel vagone letto del treno mi sono svegliato con l’aroma di zampe di maiale bollito sul riscaldamento del compartimento, ma è stato il suono dei tendini che si strappavano dalle ossa che mi ha fatto uscire velocemente dal letto. Schivando una zampa di gallina offertami dal mio vicino, esco dalla cabina, cercando di sforzarmi per capire le differenze culturali, ma il mio pensiero torna sempre al sostanziale fatto che non c’e nessun motivo pratico per cui bisogna fare tutto questo rumore mangiando. Se viaggiare serve per aprire gli occhi alla realtà del mondo, allora questo viaggio ha raggiunto il suo scopo più di qualsiasi altro viaggio che abbia mai fatto. Se mi ero permesso di custodire nel mio intimo una

visione romantica del Tibet e della Cina, allora questa visione è stata violentemente sostituita da una realtà, certamente agghiacciante, ma cosi ricca di dettagli e sfumature che in confronto la versione che avevo alla partenza semplicemente impallidisce.

Lezioni di Storia Lasciando il Tibet mi vengono in mente le lezioni di storia sui sfortunati fatti della colonizzazione europea del continente Americano. E’ un peccato che troppo di rado l’uomo impara dagli errori della storia. Ancora una volta, si rischia di perdere l’incedibile 15 ricchezza spirituale e culturale di un popolo. I Tibetani, appollaiati a 5000 metri d’altitudine, con scarso ossigeno e temperature simili a quelle su Uranio, hanno accumulato negli ultimi millenni una sorta di saggezza che semplicemente non esiste ad altitudini minori. Saggezza che adesso è oggetto di sterminio. Nonostante, forse stavolta le cose potrebbero andare diversamente. Senza offendere gli Indiani d’America, si può osservare che i Tibetani godono di una serie di istituzioni culturali e religiose che potrebbero fare la differenza nel grande e spietato gioco della storia. Per esempio, i tibetani hanno una lingua scritta, una struttura chierico-feudale molto complessa ed elaborata, e un patrimonio religioso che non sono così facili da sradicare. Infatti, la cultura tibetana ha gia dimostrato una grande capacità di adattamento nelle tante regioni dove i Tibetani sono immigrati per sopravvivere all’invasione cinese, come il Nepal e l’India, per non parlare di Dharmasala, città sede del governo del Dalai Lama in esilio. In più, la cultura tibetana, o più precisamente il suo stile di buddismo naturale e diretto, ha gia dimostrato d’avere un grande carisma sulla mente di tanti studiosi occidentali, e sull’anima degli occidentali in genere, un popolo, quest’ultimo afflitto da un evidente crisi di riferimenti spirituali. Forse non é tanto, ma é il modo in cui vanno le cose.


Dying in Nepal Nicholas Albrecht e Andrea Di Raimondo Nepal | Febbraio - Aprile 2007


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I Sadhu:

Santoni barboni ed erranti

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Gli induisti considerano che l’obiettivo della vita sia la liberazione dall’illusione del mondo materiale, il mâyâ. Ma come si può immaginare, tale obiettivo è raggiunto raramente nel corso della vita presente. Il sâdhu, che in sanscrito significa buon uomo, sceglie, per accelerare questo processo e realizzarlo in questa vita, di vivere una vita ai margini della società, in modo di poter concentrarsi sulla sua evoluzione spirituale. Essi troncano ogni legame con la loro famiglia e la loro vita precedente, si vestono solo con una tunica e talvolta con qualche collana, non possiedono nulla, e passano la loro vita a spostarsi sulle strade dell’India e del Nepal, nutrendosi dei doni dei devoti. Un sâdhu rinuncia ad i primi tre obbiettivi della vita per un Hindu: il kama, piacere, l’artha, gli obbiettivi pratici, e persino il dharma, cioè i doveri religiosi di un Hindu, per dedicarsi completamente al moksha, la liberazione attraverso la meditazione e la contemplazione del Divino. In molti casi, anche attraverso l’uso del hashish, che aiuterebbe a strappare il velo del mâyâ, l’illusione. Un sâdhu è un uomo morto per se e per lo stato, infatti, viene richiesto ad un iniziato di attendere al proprio funerale prima di intraprendere la nuova vita fatta di rinuncia e sacrificio; alcuni non si alzano dallo stesso marciapiede per venti anni, mentre altri si fanno centinaia di chilometri su un piede solo. Per il Nepalese comune, sono il simbolo vivente della Divinità, l’immagine di quello che la vita dovrebbe veramente essere: liberazione dal ciclo della vita e della morte. E come ciò, gli viene attribuito un ruolo di rispetto nella società Nepalese, che li dovrebbe sostenere attraverso donazioni, non sempre abbastanza per evitare la fame e la povertà. Ma forse è proprio quello il punto.


Dying in Nepal

KATHMANDU VALLEY, PASHUPATINATH 2007 La tua via và bene per te, ma non per me. La mia via và bene per me, ma non per te. Svami Vivikananda foto | Nicholas Albrecht

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Ashram:

La fine di un viaggio

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Un ashram è un luogo di eremitaggio dove la gente può vivere in pace e tranquillità. In Sanscrito, ashram significa protezione, e nella tradizione Hindu, gli ashram sono delle strutture dove vivono comunità isolate, solitamente dedite alla meditazione e all’ascetismo – ma anche dove una persona anziana può andare per aspettare, senza fretta, la morte. Gli ashram, quando vicino ad una città sovrappopolata ed in espansione come Katmandhu, si ritrovano a servire più il secondo scopo, reclutando anziani senza famiglia e senza dimora, in comunità di vecchi, che senza far niente tutto il giorno si lasciano accudire da giovani volontari. Per questo, per molti, quando si entra in un ashram, non ci se esce più. Che dimensione prende il tempo in un ashram, dove le persone prendono le sembianze delle stesse pietre su cui si bivaccano, dove le rughe sono antiche come le crepe nelle campane di bronzo che hanno più di mille anni? Che significato ha un’altra alba, un altro tramonto nelle mura di un ashram, una piantina che cresce, dei giovani che vengono a far visita? Che significato hanno due fotografi occidentali che scrutano, aspettano e scattano?


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KATHMANDU VALLEY, BRIDDASHRAM 2007. L’uomo teme il sonno? Prepara il letto per dormire bene. Il sonno è una morte temporanea. La morte è un sonno più lungo. Sri Ramana Maharshi foto | Andrea Di Raimondo


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LANGTANG REGION 2007 Una persona non è un’altra persona. Chi è allora? E’ un essere unico.. Svami Vivikananda foto | Nicholas Albrecht

KATHMANDU VALLEY, PASHUPATINATH 2007 Liberarsi dal conosciuto significa morire, e allora si vive. Krishnamurti foto | Nicholas Albrecht


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KATHMANDU VALLEY, BRIDDASHRAM 2007 La libertà è uno stato della mente - non libertà “da” qualcosa. Krishnamurti foto | Andrea Di Raimondo


Sabato 26 Aprile 24

Ralph Alessi & This against That featuring Ravi Coltrane RALPH ALESSI | tromba ANDY MILNE | piano DREW GRESS | contrabbasso MARK FERBER | batteria RAVI COLTRANE | sax tenore

Ralph Alessi è da diversi anni uno dei più preparati e competenti trombettisti attivi sulla scena jazz internazionale. Originario della West Coast, musicista di solido impianto tecnico e teorico, Alessi risiede dal 1991 a New York, dove ha avuto modo di collaborare stabilmente con musicisti come Steve Coleman, Uri Caine, Fred Hersch, rivelandosi solista di grande intensità e intelligenza, dotato della tecnica strumentale e improvvisativa e della visione necessarie per affermarsi come uno dei trombettisti di punta della nuova scena jazz di New York. Attivo alla testa di proprie formazioni con le quali ha inciso numerosi cd di sue composizioni che hanno riscosso ampi consensi da parte della critica internazionale, Alessi si presenta in questo tour alla testa di un quintetto comprendente musicisti di grosso calibro con i quali è solito collaborare da diversi anni, a partire da Ravi Coltrane al sax, uno dei più forti sassofonisti della sua generazione, che oltre a guidare proprie formazioni ha collaborato tra gli altri con Steve Coleman, Jack DeJohnette, Kenny Barron e Joanne Brackeen, dal pianista Andy Milne, già collaboratore di Steve Coleman, Cassandra Wilson e Greg Osby, dal solido contrabbassista Drew Gress, che ha suonato tra gli altri con Tim Berne, Uri Caine, Marc Copland e Tony Malaby, e dal batterista Mark Ferber, già accanto a Lee Konitz, David Liebman, Don Byron, Norah Jones e Kenny Werner.


Domenica 27 Aprile

Fabrizio Bosso & Irio De Paula

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Consolidato, timbricamente insolito, geograficamente una scommessa. Il duo formato da Irio De Paula, chitarra, e Fabrizio Bosso, tromba, colpisce per inventiva, logica strutturale, sentimento, lirismo, capacità di raccogliere tutto ciò che la storia e lo studio hanno messo a loro disposizione. I due si sono incontrati casualmente, dando vita ad un album, “Once I Loved” (Philology 2003) che restituisce la magia del jazz: prima non si conoscevano, dopo si sono amati. “Un vero talento anche dal punto di vista umano”. Irio De Paula adora Bosso. E dal vivo, ancor più che in studio, lo sostiene, armonicamente e ritmicamente, con quel piglio tutto brasiliano. Nell’alternarsi continuo tra cadenze popolari – di matrice brasiliana - ed approccio jazz, il duo sviluppa una ricerca musicale sofisticata, senza cadere nella trappola dell’eccesso di manierismo che sovente accompagna chi si prodiga al di fuori dei propri confini di genere. Il repertorio si risolve tra riletture obbligatoriamente originali di standard, musica popolare brasiliana di Antonio Carlos Jobim, Marcos Valle e molto spazio,

naturalmente, all’improvvisazione e all’interpretazione istantanea. Irio e Fabrizio hanno registrato anche un altro disco, “Four For Jazz”, realizzato in quartetto con Moriconi e Manzi. Irio De Paula: Stabilitosi in Italia negli ani ‘70, al termine di una tournée con la cantante brasiliana Elza Soares, Irio De Paula ha sempre mantenuto un forte legame culturale con il suo paese d’origine, il Brasile. E’ nato a Rio De Janeiro e si è avvicinato alla chitarra molto presto, legandosi a personaggi della musica popolare brasiliana come Paulo Moura, Baden Powell, Rauzinho, Dijalma Ferreira, Eumir Deodato, Juarez ed esibendosi spesso al fianco di Astrud Gilberto e Chico Buarque con i quali ha esplorato la samba, la bossa nova e il folclore del suo paese. In ambito jazz vanta una cospicua discografia come leader ed ha partecipato ad incisioni di Sal Nistico, Steve Grossman, Dannie Richmond, Archie Shepp, Don Pullen e Ray Mantilla tra gli altri. Suona in acustico e in elettrico, spesso si dedica all’uso di percussioni e al cavaquinho, la piccola chitarra brasiliana.


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Venerdì 9 Maggio

The Niro folk.rock.alternativo

Torna al Rising Mutiny, dopo la performance di dicembre passato che ha preceduto un avvincente tour di presentazione del suo primo album. The Niro, alias Davide Combusti, nasce a Roma 29 anni fa. Inizia a suonare la batteria a sei anni, la chitarra e il basso a 14 anni. Polistrumentista, dopo aver militato in diverse formazioni capitoline in qualità di batterista, D.C. decide di intraprendere un percorso più personale. Nel febbraio 2002 fonda i The Niro, in cui è autore di testi e musiche... dopo un paio d’anni decide di proseguire il discorso da solo... e così The Niro diventa un cantautore. Appena tornato da una trasferta statunitense TN viene chiamato a partecipare ad un evento singolare: aprire chitarra e voce la data romana del tour dei Deep Purple in programma la sera stessa. Lui accetta, e con sole due ore di preavviso si presenta al Palaghiaccio di Marino munito della sola chitarra classica elettrificata. Il giorno dopo il critico del Messaggero Alfredo Gasponi parla di un’esibizione poetica di The Niro, il quale “...è riuscito incredibilmente solo voce e chitarra a tenere a bada 8.000 leoni pronti a sbranarlo”. Nel frattempo The Niro viene avvicinato da diversi produttori. TN inizia a registrare il suo primo album, continuando a suonare tutti gli strumenti. Album che vedrà la luce il prossimo inverno. Verso la fine del 2006 The Niro viene contattato da Chris Hufford, manager dei Radiohead, per partecipare a un progetto da lui prodotto , insieme a Ned Bigham, chiamato Anti Atlas. Il songwriter scrive il testo e riarrangia parte del brano strumentale “Coro”, e ne nasce “The Travellers”, che comparirà nel disco in uscita il prossimo giugno per l’etichetta One little Indian...

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Sabato 10 Maggio

Peppe Voltarelli funk.rock.alternativo

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Peppe Voltarelli nasce a Cosenza nel 1969. Vivente. Cantante e autore di canzoni nel 1988 si trasferisce a Bologna dove si laurea al Dams con una tesi sul rap italiano. Fondatore e frontman, per quindici anni, del gruppo “Il Parto delle Nuvole Pesanti” con cui realizza sette dischi . Collabora con musicisti come Teresa De Sio, Claudio Lolli, Davide Van De Sfroos, Roy Paci, Carlo Muratori, Ettore Castagna, Antonello Ricci, Amy Denio e Giancarlo Onorato. Artista poliedrico e versatile con incursioni nel cinema e nel teatro, Voltarelli, fonda a Bologna “Emir” (ente musicisti italiani rilassati), organo indipendente di autori e agitatori culturali. Realizza un recital sulla vita di Domenico Modugno dal titolo “Voleva fare l’artista”. Collabora con Giancarlo e Fulvio Cauteruccio della compagnia teatrale Krypton per la quale cura le musiche dell’opera “Roccu u Stortu” e con Giuseppe Gagliardi nel cinema con il quale realizza “Doichlanda”, documentario sugli italiani in germania. Con Francesco Suriano e Giampaolo Spinato collabora nellla letteratura teatrale e partecipa ad importanti rassegne come il Premio Tenco, il Premio Ciampi, il Premio Salvo Randone e il Primo Maggio in piazza San Giovanni a Roma. All’attivo ha tanti viaggi/tour tra cui Irak, Repubblica Ceca, Austria, Usa, Spagna, Svizzera e Germania. Cittadino onorario di Castiglione Cosentino (CS) riceve riconoscimenti per l’impegno pacifista nella musica. A gennaio del 2006 esce dal gruppo e inizia la sua carriera da solista collaborando con: Marco Messina, Alessandro “Finaz” Finazzo, Cristian Lisi, Raffaele Brancati, Gennaro De Rosa, Pasquale Morgante, Mustafa, Les Anarchistes, Raul Colosimo e Franco Cristaldi.


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Sabato 17 Maggio

Simone Cristicchi folk.d’autore 30

Simone Nasce a Roma, il 5 febbraio 1977. Fin da ragazzo si appassiona ai fumetti, imparando l’arte del disegno a china con Jacovitti e presta servizio da volontario in un centro d’igiene mentale, esperienza che lo segnerà per tutta la vita. A 17 anni trova una chitarra in soffitta e inizia a strimpellarla formando un gruppo heavy metal stile Nirvana. È nel 1997, all’età di 20 anni, che scopre la canzone d’autore. Nel 1998 vince il concorso nazionale Cantautori, conquistando il Premio SIAE per il miglior brano “L’uomo dei Bottoni”. Nel 1999 suona assieme a Morgan dei Bluvertigo e Cristina Donà nella serata tributo a Jeff Buckley. Nel 2000 apre i concerti di Max Gazzè e Niccolò Fabi e, grazie al manager Francesco Migliacci, firma un contratto con l’etichetta Carosello Records che pubblica il suo primo singolo “Elettroshock”, brano di discreto successo radiofonico. Nel 2002 partecipa al programma Destinazione Sanremo presentato da Pippo Baudo e Claudio Cecchetto con il brano “Leggere Attentamente le Istruzioni” che viene eliminato sbarrandogli la strada al Festival di Sanremo. Nel 2003 presenta un nuovo brano alla giuria del Festival, “Studentessa universitaria”, che viene bocciato da Tony Renis. Vince il Festival di Crotone “Una casa per Rino”, dedicato al cantautore Rino Gaetano conquistando il Cilindro d’argento. Apre i concerti della band Ciaorino, la più famosa cover-band di Rino Gaetano.

La grande svolta arriva nel 2005 grazie al tormentone “Vorrei cantare come Biagio”. Il 12 aprile canta il brano nel concerto di Biagio Antonacci davanti a 10.000 persone, coronando il sogno raccontato nella canzone. Alla fine dello stesso anno esce il primo album “Fabbricante di Canzoni” trainato dal secondo singolo di successo “Studentessa Universitaria”. L’album conquista il Premio della critica. Ancora nel 2005 esce il singolo “Prete”, canzone critica contro la religione cattolica. A febbraio 2006 partecipa al 56° Festival di Sanremo nella categoria Giovani. Si classifica al secondo posto col brano “Che Bella Gente “ (scritta in collaborazione con la cantautrice Momo), che riscuote un buon successo radiofonico. Dopo il Festival viene pubblicata la ristampa dell’album. Nell’estate del 2006 esce il singolo “Ombrelloni “ parodia dei classici tormentoni estivi e dei vari luoghi comuni legati all’estate, il pezzo viene boicottato dalle radio e dalle varie emittenti televisive (ha fatto la comparsa solo una volta in un servizio di Studio Aperto), per via del suo testo diretto e farcito di parolacce. A febbraio 2007 partecipa nuovamente al Festival della Canzone Italiana di Sanremo, e si classifica vincitore con la canzone “Ti regalerò una rosa”, il cui toccante testo è ispirato alla sua esperienza di volontario nel centro di igiene mentale di Roma.


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