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1.inquadramento storico

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L’ex colonia Varese a Milano Marittima, mutilata nel 1944 del suggestivo sistema di rampe dalle truppe tedesche in fuga e ridotta da un quarantennio d'incuria, rappresenta senz'altro un episodio monumentale nel panorama di diffuso degrado che si rivela ad una pur sommaria ricognizione dell'insieme di colonie marine. Calata in un quadro ambientale perfettamente consentaneo alle esigenze di un'architettura in pieno spazio, la "Varese" risolve il tema, caro alla poetica razionalista, dell'oggetto edilizio "autonomo'' in un efficace contrappunto tra lo sviluppo nastriforme dei corpi di fabbrica distesi sull'arenile e il deciso innalzarsi del blocco contenente i collegamenti che sovrasta, in secondo piano, l'affaccio principale dell'organismo. L'architettura di Loreti era un caso simbolo nel contesto dell'architettura balneare

cerviese, con la sua nitida stereometria, contrapposta fino ad allora da moduli compositivi dal corpo basso, con decorazioni accostabili alle attuali del Grand Hotel e delle villette circostanti del tempo che ancora si possono vedere nell'area. Il complesso fu approvato e assunse un ruolo chiave nella politica del fascismo, diventando una tra le piÚ importanti colonie del movimento, assolvendo un ruolo primario nell'educazione dei giovani balilla alle regole del regime. Anche per questo le frequenti visite ufficiali davano ancora piÚ risalto alla magnificenza del posto. Per un analisi approfondita dell’assetto funzionale interno della colonia occorre precisare che questo edificio è concepito in modo di rispecchiare le direttive in materia di igene edilizia del primo Convegno nazionale di Rimini nel 1935. 3


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l lotto di pertinenza della colonia attualmente ha un inserimento tra la pineta e la spiaggia in un’area che si estende per più di sei ettari. I 4350 metri quadri di superficie totale coperta sopportavano 62176 metri cubi di costruito, presentando una configurazione planimetrica imposta su archi di cerchi concentrici. Dal punto di vista distributivo il complesso si colloca simmetricamente lungo l’asse longitudinale favorendo così la separazione, di diverso sesso e gruppo, sia dei bambini che del personale. L’accesso principale, demarcato da quattro file di pilastri in calcestruzzo armato di cui solo le interne a sezione circolare, si pone al centro della prima “stecca” a due piani che forma il fronte della edificio studiato. Nella parte destra dell’ingresso troviamo un corpo scale, il parlatoio, gli uffici della direzione, i servizi ed un’ambiente

diviso a metà dedicato a lavanderia e guardaroba. A sinistra invece figurano, oltre a una scala di servizio, l’alloggio del vicedirettore, quello del custode e le camere del personale. Salendo un piano del blocco sono poste le infermierie, le quali affacciano su balconi descritti da brise-soleil in cemento, i servizi ed altri alloggi per il personale. L’entrata, coperta da un controsoffitto, ci introduce ad un magnifico cortile trapezioidale descritto su tre lati da corpi di fabbrica a due piani lungo cui si sviluppa una pensilina in calcestruzzo a vista. Al centro del cortile ecco che rinfresca un bacino d’acqua rettangolare col bordo più lontano dall’ingresso a contatto del basamento su cui si poggiava, sull’incrocio fra due assi principali della pianta, una statua del duce.

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Nel fianco destro del cortile trovano posto al piano terra le docce e al primo i refettori del personale; mentre sul lato opposto contiene i magazzini, il forno, ecc...allacciati per mezzo di un montacarichi del piano superiore. Le rampe, inquadrate al centro del corpo posteriore, rendono autonomi fra loro le estremità della colonia allo stesso piano, creando così una suddivisione dei bambini di diverso sesso limitando i rischi di eventuali epidemie; esse sono realizzate in calcestruzzo armato con due pilastri accoppiati e le loro relative travi, le rampe, perfettamente simmetriche, si evolvono in altezza per sei piani formando così una diaframma che nega la percezione dei volumi che si trovano dietro che ad esse si congiungono. Le camerate estese lateralmente verso il mare alloggiavano ciascuna due gruppi di 39 fanciulli per un totale

di 156 bambini per piano, per cui la capacità complessiva di posti letto della colonia risultava 624. Ogni "gruppo" era sorvegliato da una vigilatrice e una assistente, il che spiega la presenza di due stanze per le prime e due per le seconde. Un ultima parte dell’edificio di due piani, con affaccio verso il mare e servito dalle rampe, costruito al centro dei due blocchi delle camerate alloggiava al piano rialzato la sala di ricreazione e al primo piano il refettorio. Il complesso, che da circa trent’anni è di passato al demanio regionale senza che ciò abbia creato occasioni di iniziative di recupero o di una tutela anche se parziale, rappresenta ormai l’unico lotto di verde in un contesto artificiale causato dall’eccessiva edificazione del dopoguerra.

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2.stato di fatto

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“Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l'intelligenza di saperle distinguere.� Tommaso Moro

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Sopra: pianta piano terra e piano primo e assonometria dell’edificio (1939-44). Originariamente la Colonia era caratterizzata dal corpo centrale più alto con aperture verticali che facevano intravedere il sistema di scale incrociate interno che dovevano, alternate, portare maschi e femmine separati nei propri dormitori o refettori senza mai avere contatto reciproco. La volontà dell’ingegnere Loreti era quello di lasciar intravedere anche a distanza delle “parate” di bambini che percorrevano l’edificio, dall’ingresso fino all’ultimo piano. Era presente anche al primo piano, sul lato ovest, aggrappato al corpo centrale, un ballatoio coperto che doveva collegare i due bracci della porzione bassa dove si trovavano gli uffici direzionali, i laboratori e gli ambulatori. Le demolizioni del ‘44 sottraggono alla Colonia la sua parte più caratterizzante, rampe e ballatoio, lasciando praticamente due corpi di fabbrica separati tra di loro, uno basso e uno alto. 22


Sotto: pianta piano terra e piano primo e assonometria edificio (anni ’50). La ricostruzione prevedeva di innalzare un nuovo corpo sostanzialmente occupando la sede della preesistenza: segno distintivo della nuova morfologia è la doppia serie concentrica di piastri in linea con l’arco compositivo originale all’interno della quale si sviluppa un nuovo disegno di rampe che però non rispetta il significato di quelle del ’39. L’intervento è rimasto incompiuto e costruito con tecniche e probabilmente materiali di scarsa quelità. Ne risulta oggi uno schele-

tro di calcestruzzo che negli anni di uncuria ha lasciato scoprirsi i ferri del’armatura, quasi nella loro totalità e presenta dei gravi problemi di equilibrio strutturale. Da aggiungere a questo scelerato intervento ci sono gli innumerevoli crolli, sparsi per tutto l’edificio, di varia entità, che interessano i solai come le chiusure verticali. Oggi l’ex colonia si presenta devastata si nelle sue caratteristiche proprie che dalla vegetazione che ne ha preso possesso da decenni. L’incuria così grave e prolungata ne ha fatto un’enorme scheletro che si staglia dal verde spontaneo, un corpo architettonico pericolante e spettrale.

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Durante il corso della storia si sono presentati casi di architetture imponenti, maestose, andate spegnendosi velocemente, quasi non riferendo o avendo cura di se stesse per un periodo che andasse oltre ai vent'anni. Di sostanze che si sono susseguite come l'acqua sotto quei ponti (spesso hanno resistito di pi첫 quei ponti stessi) di polistirolo, le nostre campagne sono contaminate fino a non riuscire pi첫 a farci caso. Forse sono le grandi architetture che solamente per un tempo limitato hanno trovato apprezzamento importante quelle che adesso devono rifugiarsi nelle campagne abbandonate, nella natura incontaminata, nelle spiagge deserte e sottovalutate. 25


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La cementificazione ha schiacciato le periferie, distruggendo patrimoni storici, un tempo astioso nemico, figli di un passato da dimenticare (se non si prendono in considerazione le architetture dei grandi maestri), mutandole in artefatti moderni, artificiosi e esenti da ogni rapporto con quella che un tempo era l'arte di fare Architettura. Gli artefatti moderni stessi spesso lasciano interdetta la natura, levandole spazio, respiro, vita. Alle volte bisogna perdersi per andare a trovare ciò che è nascosto. E anche se si cerca non lo si trova. Come recita un detto zen, se continui a cercarlo, non lo troverai mai. Infatti bisogna trovarlo per trovarlo. Non ci sono vie intermedie. L'incontro con la creazione di un nuovo organismo che entri in contatto con una realtà passata e la rinnovi non è una scoperta. 28


È una conquista. Era già dentro all'edificio. E forse era anche già nato. Era nat nel suo subconscio. Il compito dell'architetto è quello di far partorire all'edificio stesso il suo rinnovamento. Far creare il nuovo direttamente dall'esistente. Senza essere intrusivo, ma contaminando con un virus non malato la vecchia costruzione. Così che si rinnovi, ma non artificiosamente causandole un cancro, nato da una mano superiore. Il rinnovamento deve essere partorito dall'edificio stesso, e l'architetto nella socratica maieutica diventa scopritore di una realtà già preesistente dell'edificio, ma che faceva fatica a venir fuori. Di parassitismo alcuni famosi esempi passati hanno fatto capire che ben poco si può parlare. Teoricamente verso l'ambiente ogni comportamento dell'umano è definibile parassitismo, nel momento

in cui ci si confronta con la riproducibilità di ogni sistema antropomorfizzato di riproduzione seriale: una foglia non è assimilabile ad una casa, eccentrica e squilibrata, abusiva e insufficiente, esteriore e interna, partecipe e distaccata. Il comportamento non è univoco. L'umano trova, o cerca di trovare sempre una scappatoia. Alla fine si parla di parassitismo, quindi, anche quando riferito all’intera rete della città diffusa per come si è sviluppata nell’epoca dell’industrializzazione sino ai fenomeni più devastanti della globalizzazione.

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Si può partire dal caso più letterale in cui un organismo (al quale si possono riconoscere dei primordiali caratteri architettonici) entra in contatto, s’innesta all’interno o all’esterno, di un preesistente corpo architettonico, e, sottraendo energia a quest’ultimo, si mantiene in vita, funzionando con una relazione passiva e/o autonoma rispetto all’organo ospitante.

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Ma questo concetto viene tutt'oggi travisato senza cognizioni di causa. La ragione sta in una lettura malata di una evoluzione architettonica che ha portato alla creazione di corpi asettici sputati fuori da quelli più vecchi, senza una conoscenza approfondita di ciò che poteva essere realmente la ragione primaria dell'edificio. Arrogantemente ci si invischia in una ricerca malata di una supremazia strutturale che non dialoga. Non dialoga con chi vivrà l'edificio, né tanto meno con l'edificio che va a contaminare. Dal primo caso si può passare a un grado interpretativo più metaforico ovvero alla situazione in cui non si verifica la sottrazione di un valore fisiologico, come appunto l’energia vitale, ma piuttosto si considera come fenomeno parassitario il caso in cui un innesto architettonico su una preesistenza interviene con un valore

identitario antagonista: nel senso che negando i caratteri compositivi, tipologici del corpo ospitante (e utilizzando solo quelli tecnologici) inibisce e deforma a proprio uso il valore espressivo-comunicativo originario dell’organismo ospitante, per fare emergere la sua valenza innovativa.

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Si apre quindi uno scenario opposto, ma molto più affascinante. Ricercare la valenza dell'oggetto nella nascita del nuovo. Risvegliandone non solo le forme, ma il valore intrinseco di un tempo. Rianimandone quelli che erano gli intenti primordiali dell'edificio. La scocca del quale si compone e nel quale si nasconde lo spirito diventa fondina di un'arma nuova, di

cui la società si fa baluardo e non si sente corrotta. Uno degli aspetti fondamentali che si deve tener conto nell'intervento in una realtà già urbanizzata, comunque nascosta alla vista di tutti, è quello della necessaria mutabilità che dovrà avere la delineazione degli spazi all'interno e la ricorrenza degli archetipi formali non strutturati, ma in continuo assestamento, anche

all'esterno. Come si diceva in precedenza anche in una realtà urbanizzata la sterminata sommatoria degli interni del nuovo corpo (in mutazione) dovrà essere <<[…] un insieme di scene pronte per continui riallestimenti, per una miriade di piccole metamorfosi, di breve durata», come ha scritto Mirko Zardini.

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“L'architettura è vuoto, tocca a te definirlo.” Luigi Snozzi, in Pierre-Alain Croset, Luigi Snozzi, Progetti e architetture 1957-1984, 1984 40


“Una pianta procede da dentro a fuori, poiché la casa o il palazzo sono un organismo simile ad ogni essere vivente.” Le corbusier “Questo è quel che accade: identità equivale a immunità, l’una si identifica con l’altra. Abbassare l’una è abbassare l’altra. L’estraneità e l’essere estraneo diventano comuni e quotidiani. Questo si traduce in una costante esteriorizzazione di me: è necessario misurarmi, controllarmi, testarmi. Ci vengono fatte mille raccomandazioni riguardo al mondo esterno (le follie i negozi , le piscine, i bambini, i malati). Ma i nemici più pericolosi sono all’interno: i vecchi virus da sempre nascosti nell’ombra dell’immunità, gli intrusi di sempre, perché ce ne sono sempre stati.” Jean-Luc Nancy Le posizioni di mediazione tra l’oggetto e il liberarsi si riflettono nella

evoluzione della metafora del corpo stesso. Ogni epoca attribuisce e costruisce secondo un’estensione del proprio essere. La lettura e la riproposizione di tali espressioni (spesso architetture) sono cicliche: divino ed umano si contrappongono in passato, accostate dalle presenti estro e introflessioni costruttive. Si cerca sempre di trovare una mediazione tra la misura del corpo in se per se e la librazione di esso ad alti livelli, per il raggiungimento di una forza sovrumana. In questo pendolo di Foucault ondeggiano da sempre le tendenze dell’uomo nella modellazione del nuovo, soprattutto nei cospetti dell’esistente. Il rapporto con quello che è stato è una sfida non banale, nella quale i temi accennati in precedenza prendono fortemente piede. La triade vitruviana resta regina del passato e del futuro, riferimento inscindibile del passato e del futuro, e della re41


lazione tra di essi. Nasce per contrapposizione la figura di parassita, che rimanda inevitabilmente alla figura dell’homeless, l’altro, che vive alle spalle del sistema. Questa tensione che attraversa la città e i territori viene letta con il termine di autarchia: la trasformazione che ha preso corpo nella città è determinata da necessità e mitologie individuali, l’autocostruzione diviene occasione per costruire architetture che nascono in altre, che rimandano al carattere cinico del termine. Anche il territorio, con i suoi limiti amministrative viene vissuto e ridisegnato seguendo logiche utilitaristiche. I principi del moderno che sancivano il controllo dell’oggetto architettonico in tutti i suoi elementi finiti e la negazione dello spazio privato aperto vengono contraddetti e contrastati da questi processi in corso. Invenzioni per il quotidiano e scar42

ti di grandi ambizioni delineano le tensioni che conducono alla prassi parassitaria come modalità e possibilità del singolo di istituire relazioni concrete con il contingente. La problematica del rifiuto, messa in ombra da quello che è detto oggi il protagonismo dell’opera, evidenzia il dualismo che si ha nel confronto con lo storico, spesso rigettato e non valorizzato nel confronto con il progetto. Nella definizione di scarto si trovano quei concetti che fanno parte della definizione di “edificio parassita”: il trovarsi nei pressi (para), vicini alle cibarie (sitos), la condizione di oggetto estraneo, che vive di un’altra logica rispetto all’edificio (organismo) preesistente. Ma, come afferma Friedman: <<La parte dei componenti utili è estremamente ridotta rispetto alla totalità dei componenti che l’ambiente mette a disposizione delle nostre organizzazioni; nostri or-


ganismi o organizzazioni rifiutano quindi una quantitĂ  di componenti assai piĂš grande di quella utilizzata. Ovvero un insieme vivente è una fabbrica di rifiuti.>> Si necessita quindi di una revisione delle strategie di dinamica della crescita in corso, secondo Friedman. Nel pensiero e nella produzione architettonica si incontrano molteplici interpretazioni del concetto di stratificazione. Le condizioni di dipendenza del nuovo livello immesso derivano dal suo carattere relazionale; il progetto assume quindi senso strategico e spaziale nel rapporto con lâ&#x20AC;&#x2122;esistente.

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3.lâ&#x20AC;&#x2122;intervento

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MAGG

“Professione fantasia”

Può il gioco diventare professione? Ricercando la risposta nasce il progetto del Museo Accademico del Gioco e del Giocattolo che promuove una scuola specialistica multidisciplinare al servizio di tutte le università di architettura, design, grafica e informatica sul territorio europeo. Il nuovo museo è quindi in continua crescita e trasformazione al servizio dell’accademia che lo utilizza come vetrina dei prodotti e delle ricerche realizzati dagli allievi durante i seminari, creando un ponte fantasioso tra storia del giocattolo fino alla realtà virtuale. Milano Marittima diventa un polo formativo e museale vivo, bacino di utenza di giovani allievi universitari e di visitatori che potranno essere protagonisti dell’altra faccia “giocosa” (invernale) della cittadina.

Nell’ottica dell’inserimento di un apparato museale all’interno della Colonia si sono dovute affrontare diverse tematiche di varia natura. Prima di tutto si è reso necessario considerare la mastodontica dimensione dell’edificio: così come si presentano i corpi con i loro piani interni ci viene offerta una superficie calpestabile spropositata e una volumetria monumentale. La loro stessa collocazione è fonte di altri spunti di riflessione: il sito è sostanzialmente un prolungamento della pineta marittima che si spinge fino alla spiaggia ad incontrare delle dune perenni, immersa nel quale vive la colonia. Il lotto è oltretutto lasciato a sé 47


stante da decenni e la natura della boscaglia ha sommerso il costruito invadendo gli spazi a disposizione e crescendo fin sulle coperture delle strutture più basse. Il verde arriva oggi ad accostarsi e fondersi con la sabbia definendo tutt’altro paesaggio rispetto a quello originario in qui l’enorme fronte mare si affacciava in tutta la sua interezza direttamente al mare abbracciando i venti che ne provenivano. Va approfondito anche poi l’aspetto prettamente estivo del litorale e di Milano Marittima che quindi si caratterizza di un turismo del “divertimento” della villeggiatura nei mesi caldi dell’anno e di visite “straordinarie” dovute alla attrazioni notturne dei locali, quali le discoteche, della riviera. Il quadro che ci si prospetta è 48

quindi disseminato di sfaccettature tra le quali si deve inserire il rapporto tra il nuovo museo e la città che lo ospita, un rapporto che deve essere necessariamente biunivoco, di reciproco supporto. Tra gli aspetti negativi della località vi è oltretutto la scarsa raggiungibilità, quindi di una logistica sfortunata, e difficilmente risolvibile se non con interventi infrastrutturali su larga scala che dovrebbero investire una intera regione. Da qui la necessità di inventare un museo “ibrido”, un luogo che sia strumento della città per stimolare l’interesse di essere vissuta anche nei periodi invernali e che al contempo possa sfruttare le attività ludiche già presenti a Milano Marittima e nei centri limitrofi. La riflessione parte dalla consi-


derazione di fattori che rendono attiva la società, come pure l’economia, di molte città italiane che, senza, sarebbero spenti. In effetti Ferrara stessa è tenuta effettivamente in vita dalle Università e dai bacini studenteschi che esse attraggono che non solo rimangono chiusi nelle sedi dei diversi dipartimenti, ma rendono attive le giornate culturali della città. E non tra lasciamo l’importante fonte economica di cui Ferrara, nella fattispecie, attinge: pensiamo agli affitti, ai locali pubblici, ai teatri, ai concerti, ai trasporti pubblici e agli infiniti servizi che sono stimolati dalla loro presenza, senza la quale sarebbero soffocati perché non necessari e senza “target”. Nasce da questo assunto l’idea di accostare al museo l’attività didattica che conviva con esso e che trascini con sé ondate di 49


studenti che si possano stanziare, durante i tempi dei corsi o seminari, a Milano Marittima. In un intervento che quindi si prepone non solo l’inserimento di un museo all’interno di un edificio abbandonato da recuperare ma anche di rivalutare tutta l’area urbana, non può mancare uno sguardo ai dintorni dell’oggetto sotto osservazione. Nell’idea di ospitare quindi gli studenti in città nasce l’idea di indicare il recupero anche della vicina Colona Ex Montecatini, Monopolio di stato con la collocazione di abitazioni e alloggi dei ragazzi e del corpo docenza e attività commerciali al loro supporto. Ecco che da semplice operazione architettonica di riprogettazione di un vecchio mostro spiaggiato diventa un intervento su scala urbana e sociale che si propone di ridare vita non solo a 50

luoghi abbandonati e “mangiati” dallo scorrere del tempo ma anche ad un periodo dell’anno in cui la città soffre di desertificazione patologica. L’idea del “MAGG”, quindi di una accademia universitaria, ha molteplici radici. Il ruolo storico della colonia. La vocazione del luogo in cui sorge. La volontà del contrappasso. Nasce dal ricordo e dalle fotografie storiche dei bambini ospitati nelle colonie marine lo spunto per concepire il museo del giocattolo dove poter racchiudere una collezione di giochi reali, storici e moderni, e dove vivere sia il ricordo che la proiezione delle abitudini ludiche dell’uomo, sia giovane che vecchio. Il gioco è un argomento sempre in evoluzione sia in termini del suo “utilizzo” sia per quel che riguarda il suo studio e l’approc-


“La fantasia è la facoltà più libera delle altre, essa infatti può anche non tener conto della realizzabilità o del funzionamento di ciò che ha pensato. È libera di pensare qualunque cosa, anche la più assurda, incredibile, impossibile. (…) L’immaginazione è il mezzo per visualizzare, per rendere visibile ciò che la fantasia, l’invenzione e la creatività, pensano. L’immaginazione in certi individui è molto tenue, in altri è fervida, pronta, in altri va oltre il pensato.(…)” Bruno Munari 51


cio scientifico-filosofico di chi se ne occupa. I retroscena delle abitudini al ludo delle diverse generazioni, popolazioni, epoche, tecnologie, sono oggetto da anni di studi antropologici e sociali e danno vita non solo e dissertazioni sulle educazioni e sulle abitudini primordiali dei bambini, ma sono diventate duranti gli ultimi venti-trent’anni spunto per strategie economiche e finanziarie. Non solo: esistono infatti, negli ultimi tempi, giochi e giocattoli “tattili” nati dalla collaborazione con staff medici per il supporto alla cura di diverse patologie. L’ideazione quindi, in sede accademica, di strumenti per il gioco, per la stimolazione della immaginazione, e per scopi terapeutici, diventa una questione “seria”. Vanno affrontate materie di carattere scientifico e al con52

tempo di osservazione psicologica: ecco che il design si fonde con la chimica, con la filosofia, con la medicina e si fa paladino di uno dei più importanti aspetti della crescita dell’individuo: giocare. È con questo stato d’animo che ho affrontato la conoscenza dell’edificio e dell’ambiente che lo circonda, dal quale non si può, a mio parere, prescindere. La vegetazione è padrona totale dell’area, padrona anche del fabbricato che va conquistato. La situazione attuale rende difficile il raggiungimento della colonia e il percorso, più sentiero che percorso, si delinea spontaneamente scansando di volta in volta i tronchi dei pini marittimi che interrompono il cammino e la vista. La suggestione primaria è questa selva di tronchi in cui si è


immersi, è la chioma quasi continua che accompagna il visitatore fino alla colonia, visita che si fa naturalmente una vera e propria avventura ispirando già la sensazione giocosa della conquista del traguardo. La sensazione che gli alberi, nei loro segni verticali, puliti, nitidi, siano entrati in possesso dello spazio e del tempo è forte. Raggiunto

l’edificio il verde ci accompagna anche nel cortile interno, dopo l’ingresso e cresce anche all’interno degli spazi. L’impatto desolante e catastrofico con l’architettura ti ammutolisce. Resta uno scheletro dove spoglio e decadente, pericolante, instabile, un pieno svuotato che implode in se stesso e si sgretola. La sensazione che

pervade è quella di una vecchia scatola dove tutto l’interno è diventato arido e sabbioso. Le tamponature delle finestre, i muri fessurati, i crolli in ogni dove, la celatura di quelle che erano le vere forme e il vero respiro d’un tempo, sono tutti segni della stanchezza di un manufatto che ha perduto il suo ruolo e si sente, per l’appunto, vuoto.

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4. i riferimenti

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Il gasometro di Oberhausen, il cilindro d’acciaio di 117 metri di altezza e 68 di diametro, costruito negli anni ‘20 e dismesso nel 1988, dal '94 è diventato uno spettacolare luogo espositivo. Una sede del genere non richiede che interventi site specific, del tutto congeniali e adatti alla pratica artistica di Christo, il quale ha concepito, sin dal 2010, un’enorme installazione ad hoc. L’opera si intitola “Big Air Package” ed è una sorta di ‘gigantesco impacchettamento d’aria’, una grande bolla di tessuto gonfia57


ta all’interno del gasometro: la più grande scultura d’aria mai realizzata, è in effetti la maggiore struttura che sia mai stata creata in plastica e aria, priva di uno scheletro metallico; è il più grande oggetto gonfiabile mai installato in un interno. Il “Big Air Package” è alto 90 metri e ha un diametro di 50 metri; la sua superficie conta più di 20000 metri quadri di poliestere semitrasparente, retto da 4500 metri di corda. Dei ventilatori generano una pressione tale che l’Air Package si sostenga in verticale. Questa enorme bolla copre quasi del tutto la distanza da un lato all’altro del gasometro, lasciando solo un piccolo passaggio per camminare lungo il perimetro esterno della scultura. Ma perché camminare intorno all’opera, quando vi si può entrare all’interno? 58


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Proprio da questa questione naha genesi il progetto del nuovo museo all’interno della Colonia. Il vecchio ogetto architettonico viene svuotato delle sue articolazioni spaziali interne più che fatiscenti lasciando vivere ae svilupparsi in autonomia un

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nuovo organismo interno che risulta staccato e indipendente dalla struttura originaria e che la va a riempire. Così come Christo non interviene sulla realtà preesistente ma erge al suo interno una nuova forma, così il museo prende vita


in indipendenza dall’edificato imponendosi come nuova entità, con un suo carattere e una sua morfologia. L’organismo ex novo si distacca dalle paretri perimetrali e dal piano terra si lascia guardare in tutta la sua altezza mentre nei livelli superiori l’ospite del museo vive al suo interno mantenendo però la visibilità del vecchio involucro della colonia che assume ora un ruolo di scatola contenitore di una nuova architettura che si districa al suo interno quasi spontaneamente.

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E’ dalla suggestione delle peculiarità della vegetazione circostanteche nasce la forma della pelle del nuovo corpo architettonico. La pineta intorno ha preso posseso degli spazi invadendo totalmente la disposizione planimetrica dei percorsi così da costringere a ritagliarsi nuovi tragiti. Ci si trova così immersi nei tronchi, spogli fino ad una certa altezza, degli alberi e sovrastati da una chioma, presochè unica e continua, che lascia trasparire la luce del sole attraverso sprazzi di dimensioni molto diversi tra loro, intrecciando una trama di pieni e di vuoti, di luce ed ombra. 65


Alzando lo sguardo si viene avvolti da una texture vegetale di rami e fogliame che formano una maglia non certa, non matematica, ma spontanea e discontinua che fa tornare alla fantasia la stessa visione dello stare all’interno di una casa sull’albero. Nasce così quindi non solo la morfologia dela nuovo museo ma anche un motivo, un disegno, della pelle dell’organismo nato all’interno della vecchia colonia. Tutta la struttura è infatti caratterizzata da grosse colonne di sezione circolare, sostanzialmente i tronchi, sulle quali si innestano i solai, le case sugli alberi, e da una pelle che abbraccia, agganciata alle teste dei pavimenti, tutta la vollumetria. La texture di questa è frutto di una sintesi grafica delal chioma della pineta ma per questioni di semplicità e fattibilità costruttiva sono stati creati 4 moduli, o meglio 66


pannelli, che combinati tra loro in serie conferiscono la continuità visiva. A,B,C,D si affiancano legando i bordi l’uno con l’altro in modo che sia ai lati che sopra e sotto possano donare al rivestimento un ddisegno continuo, un po’ come un gioco a puzzle Il materiale è acciaio corten con uno spessore di 3 mm e ogni pannello ha una cornice di 25m che permette l’ancoraggio con perni che sono immersi nella teste di ogni solaio saldati all’armatura. Ad ogni punto di attacco si incontrano così i vertici dei quattro moduli affiancati. Diventa una barriera traspirante che circonda il perimetro del museo creando una intercapedine con le murature perimetrali della colonia all’interno della quale si sviluppano le relazioni tra i vari livelli, quali gli elevatori e le scale. 67


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5.il progetto

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Sono queste due le principali suggestioni che iniziano a mescolarsi e a creare una idea del progetto. I tronchi e il vuoto. I tronchi che occupano lo svuotato. Una nuova architettura, organica, che nasce, vive e si sviluppa negli spazi e nei volumi lasciati liberi alla proliferazione di nuove entità. Sin dall’ingresso principale, dal marciapiede innanzi alla pineta, il visitatore è stimolato a trovare un proprio percorso. L’accesso infatti è composto semplicemente da due lastre orizzontali distanziate da pilastri, semplici colonnine di cemento che vanno affrontate districandosi e giocando con gli spazi, i vuoti , i sentieri. Appena usciti da questa 71


piccola trama ci si ritrova in una passerella lignea che consente di raggiungere il museo: una passerella spezzata nella sua andatura e che subisce delle pendenze, dolci, in salita che portano, senza sforzi, a raggiungere la quota di 1,20 m, il calpestio del piano terra dell’edificio. Il percorso è forato dagli alberi che lo sostengono. La conformazione della vegetazione rimane quindi tale e quale è ora, se non per interventi di pulizia e sistemazione del sottobosco e degli arbusti spinosi. Di tanto in tanto si è affiancati da piastre, dedicate a installazioni momentanee, da eventuali lezioni all’aperto o piccole manifestazioni. Una volta conquistata l’ex colonia gli studenti trovano subito l’ingresso all’accademia che troverà sede nel corpo ad ovest comprese le due piccole ali che delimitano il giardino interno. Il visitatore del museo invece prosegue fino ad entrare diret72


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tamente nel corpo centrale, accolto in un grande atrio dove potrà trovare tutti i servizi di cui necessita, da quelli di accoglienza agli shops e al guardaroba. Appena intrapreso il percorso , che prosegue districandosi tra i “nuovi alberi, che sono ora colonne all’interno dell’edificio, il visitatore si accorge che la vecchia colonia ora è rimasta niente altro che pelle, che scatola vuota, senza più i solai, ripulita da tutto ciò che o è già crollato o che avrebbe raggiunto lo stesso destino. Al piano terra lo spazio è sgombro, libero per le intallazioni museali e le vetrine, di sezione rotonda, e offre uno sguardo a tutta altezza , dei quattro piani, all’interno dei quali ora trova vita e forma il nuovo organismo sede reale del museo. Sui pilastri che al piano terra appaiono liberi infatti si intersecano i solai dei piani superiori che non raggiungono mai l’involucro ma rimangono indipen74


denti, lasciando sempre una intercapedine. Le scale di risalita è qui che trovano la loro collocazione, tra il nuovo e il vecchio. Al secondo livello si trovano una aula magna per conferenze e convegni e il servizio ristoro. Lo spazio prima occupata dalle rampe di risalita ora diventa, recuperato, un ampio e luminoso spazio espositivo in asse nord-sud, così da poter godere della vista da un lato del mare e dall’altro della pineta marittima. Le sezioni del museo sono molteplici: sale dedicati ai nuovi giochi tecnologici interattivi, spazi per un percorso sulla storia del giocattolo fino ad al piano del “serious play” che interessa sia i giochi di ruolo e di strategia che il loro lato intellettuale e di interesse nelle applicazioni nel buisness e nell’economia. L’ultimo piano del museo è dedicato alle produzioni dell’accademia stessa. 75


PINETA: l’attuale disposizione dei pini marittimi, che è risultato del’incuria degli ultimi sessant’anni, rimane tale. Il verde in cui si trova immersa la colonia, gli alberi che hanno preso il possesso sia della corte interna che del fronte di rimpetto al mare, è lasciato, seppur in sicurezza, a sè, così da essere elemento della fantasia libera che sta alla base della genesi di ogni gioco. Tutti gli spazi subiscono la presenza della vegetazione e tutte le attività ne rimangono influenzate. Trovare un sentiero tra i tronchi, riuscire a raggiungere l’edificio, i molteplici percorsi possibili, i segni verticali dei rami e l’unione delle chiome che chiudono il cielo sopra le teste dei visitatori, sono le suggestioni che danno genesi all’idea progettuale. Nascono così “spontaneamente” le colonne all’interno del corpo più alto che simulano lo sviluppo della pineta anche alll’interno dell’edificio e sostengono l’organismo del museo che si svilupa su quattro piani, trapassati dai “tronchi” ACCADEMIA: il corpo basso a ovest ospita gli uffici di direzione del museo e le aule e i laboratori dell’accademia. Gli studenti avranno il loro ingresso infatti separato da quello museale e al piano primo sarà collocata una ludoteca-biblioteca dove potranno trascorrere il tempo anche giocando. Dopo i crolli con il conseguente distacco tra il blocco alto e quello basso della colonia ci saranno due piccoli ponti a collegare il museo alla scuola e quindi ad acconsentire il transito degli studenti. Elemento di uso comune sarà l’aula magna-sala conferenze collocata l primo piano del museo.

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EX COLONIA: il corpo che si affacciava al mare diventa la sede espositiva del museo. L’involucro della colonia rimane nella sua interezza e vengono sostituiti solo gli infissi e riaperte tutte le forature murate: i solai interni, in condizioni, nella maggior parte dei casi, irrecuperabili vengono abbattuti per lasciare tutta l’altezza dei paramenti esterni libera di contenere il nuovo organismo architettonico che non tocca mai la vecchia struttura che però ne mantiene i livelli per sfruttare la luce che penetra dalle finestrature. Il corpo centrale dove erano collocate le rampe viene abatutto totalmente lasciando che il nuovo edificio nato al suo interno si esplichi caratterizzandone la rinnovata facciata, sia nel lato ovest che est. Si sfrutta così tutto lo spazio lasciato per creare delle vere e proprie sale espositive, luoghi che prima erano destinati nella loro interezza alla distribuzione in altezza. PASSERELLA: il collegamento tra la strada e l’edificio immerso nella pineta è garantito da una passerella lignea che porta, in una dolce camminata, il visitatore dal livello del terreno a quello del piano di calpestio dell’ex colonia a 1,20 m. L’ingresso vero e proprio saranno due solai sottili, uno di camminamento e uno di copertura distanziati da ravicinate colonne di piccolo diametro: è un’invito al gioco che obbliga il visitatore a “districarsi” per entrare. In tutto il percorso la passerella è trapassata dai tronchi dei pini marittimi e di tanto in tanto si incontra con delle piastre che affiancano la passerella dove si potranno effettuare lezioni, manifestazioni o installazzioni museali temporane all’aperto


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Si delineano quindi due corpi distinti, uno basso dell’accademia e uno monumentale sede reale del museo. Il primo caratterizzato da un recupero nella maggior parte degli elementi architettonici, compresa la pavimentazione rosata “veneziana” , e l’altro invece completamente scavato al suo interno dove è cresciuto un organismo del tutto nuovo che vive di vita propria delimitato, rispetto alla scatola, da una maglia metallica strutturale in corten forata, con disegni che ricordano le chiome degli alberi, che nel frattempo conferisce rigidità a tutto il corpo. Queste due distinte entità, divise tra loro da molteplici crolli, rimangono separate ma collegate da due ponti che permettono il passaggio dal primo piano dell’accademia direttamente all’interno del museo per consentire il trasferimento senza dover tornare al piano terra 78


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e uscire dell’immobile per poi rientrare. Tutta l’esperienza museale è quindi sottilmente giocosa dove l’impressione di partecipare alla nascita e vita del nuovo edificio è forte e dove si ha l’impressione, inerpicandosi tra i piani di essere in una casa sull’albero dove si conservano gli oggetti del giocare e dove ciò che sta fuori lo si intravede ma al contempo ci si sente al chiuso, protetti dall’altezza e del fogliame dell’albero. Completata la visita si potrà scegliere se uscire e avvicinarsi al mare oltrepassando l'ultima porzione di pineta e sbucando sulle dune di sabbia, oppure ritornare all’ingresso principale.

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“io sono invece alla ricerca di un’architettura che coinvolga tutti perché è coinvolta con tutto, in ogni sua articolazione di radice e di ramo, ed esprima questo suo coinvolgimento con linguaggi molteplici: stratificati, duttili, aderenti, riconoscibili per risonanza con la tradizione, sorprendenti per energia innovativa. Dove ciascuno possa entrare al suo proprio livello di percezione e rappresentazione. Voglio dire: cerco un’architettura che tutti, in modo diverso, possano comprendere e usare, che torni ad essere primo riferimento concreto del consistere umano nello spazio fisico e sociale; un’architettura che non può ignorare, al punto che ciascuno deve finire col progettare, che nessuno può far a meno di progettare” Giancarlo De Carlo 91


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