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Ripensandoci...

salotto di cultura e attualitĂ 

Specialissimo Natale

2008

a d i ! r i u c g o u d n A a s n e p Ri

Tradizioni e leggende della ricorrenza piĂš attesa dell'anno


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salotto di cultura e attualitĂ  Anno I, Specialissimo Natale, dicembre 2008

Il Natale nel Salento tra rito e tradizione di Lucia Buccarello

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La Stella di Natale di Sergio D'Amico

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Viva, viva, la Befana! Storie e leggende sulla vecchina che vola sulla scopa di Emanuela Boccassini

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Chanukah, la festivitĂ  ebraica nata per commemorare la libertĂ  del popolo semita dalla monarchia siriana di Laura Longo

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Il Natale ortodosso inizia il 25 dicembre per finire il 6 gennaio: giorno della benedizione di tutte le acque di S. F. S.

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Consuetudini natalizie: dagli usi pagani alla tradizione cristiana di Sara Foti Scaiavaliere

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La redazione di "Ripensandoci" augura Buone Feste! di Dora Foti Scaiavaliere

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Illustrazione in copertina di Dora Foti Sciavaliere

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Il Natale nel Salento tra rito e tradizione Consuetudini e usanze gastronomiche del mondo contadino di Lucia Buccarello

Presepe allestito nell'anfieatro romano di Lecce

Puntuale come ogni Immacolata, e anno giunge dicembre terminava il 6 gennaio con il più ricco e antico con l’arrivo dei Magi che calendario di festività. omaggiavano il Anche per le Bambinello. feste di Natale, Dalla ricorrenza Oggi sembra oggi, si respira dell'Immacolata, che il tempo passando per si sia dilatato. un'aria diversa. quella di S.Lucia, Basta Segno della naturale dal 25 dicembre percorrere le evoluzione dei fino al 6 gennaio, strade del costumi sociali, centro per la tradizione del tempo che rendersi pugliese passa e delle festività conto che già inesorabilmente metà natalizie affonda a apporta dei novembre la le sue radici cambiamenti. città è vestita nella semplicità a festa. Luci Si è del tutto e nelle antiche e addobbi rarefatta, nel credenze corso degli anni, natalizi fanno quella atmosfera degli ambienti capolino già fiabesca che dalle vetrine rurali avvolgeva il e nelle piazze. lungo ponte Per fortuna delle festività natalizie. non mancano i richiami Sembra perduto, infatti, alla tradizione. quello stupore che ci Numerosi sono a accompagnava quando Lecce e nel Sud ancora non Salento i presepi che conoscevamo il vero vengono allestiti senso profondo del riproducendo alla Natale né il moderno perfezione personaggi e consumismo sfrenato e ambientazioni del vivevamo la festa con “tempo che fu”. più semplicità. Resiste ancora, grazie Tradizionalmente il alle nostre nonne, la periodo natalizio tradizione culinaria del cominciava l’8 Natale. Fatta di cose dicembre, giorno semplici e legata al dedicato alla lavoro comune della Madonna componente femminile

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delle famiglie. Massaie in grado di interpretare un antico copione che si ripete intatto da anni. Già dalla festa dell’Immacolata si preparano le “pittule”. Tradizione vuole che le si impasti allo scoccare della mezzanotte tra il 7 e l’8 dicembre. Le pittule sono ottenute con pasta lievitata a lungo, che si lascia cadere nell’olio bollente dalla mano chiusa a pugno. La crosticina croccante che si forma deve racchiudere un impasto spugnoso ottenuto rispettando i tempi di lievitazione. Leggenda vuole, infatti, che le pittule siano state per la prima volta cucinate da Santa Elisabetta, la quale aveva preparato l’impasto per il pane poco prima della visita della Madonna. Il discorso fra le due fu così lungo che il pane impastato dalla Santa andò in malora. Alla versione rustica delle pittule si può affiancare quella dolce, che si ottiene immergendole nel miele.


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Oltre alle pittule vanno ricordate: le “ncarteddhrate”, i “purceddhruzzi” e la pasta di mandorle. Del tutto scomparso e sostituito dai più commerciali panettoni, invece, il pane di Natale, un ciambellone ripieno di uva passa, fichi, noci, mandorle e miele, che si gustava accompagnandolo con un liquore zuccheroso fatto in casa, “lu rosoliu”. La comunità contadina non ha mai avuto dimestichezza con le date riportate sui calendari ufficiali ritenendole poco funzionali ai cicli stagionali. Per questo il calendario rurale per facilità di memorizzazione veniva associato a santi e festività liturgiche. Ecco perché il Natale per i contadini aveva una durata diversa rispetto a quella ufficiale. Cominciava dalla quarta domenica precedente il 25 dicembre, con l’Avvento che dalla comunità rurale veniva associato all’arrivo dell’inverno. Coincidente, dunque, con i lavori da effettuare in campagna prima dell’arrivo del freddo. Il 6 dicembre a Bari e in altri 13 comuni si festeggia S. Nicola di Myra protettore dei bambini e delle donne in età da marito. Una particolare devozione rimane nella comunità salentina per la Madonna Immacolata. Oltre ai rituali religiosi consolidati quali novena e processione si rispetta anche il digiuno della vigilia. Questa pratica è intesa dalla Chiesa come una forma di sacrificio e purificazione del corpo e dello spirito. In origine il digiuno aveva inizio al mattino e si protraeva fino

all’avemaria (verso le 19), oggi il periodo di sacrificio termina a mezzogiorno

Le "pittule"

Natale (il 24 dicembre). In passato si osservava un giorno di assoluto digiuno che terminava con il classico cenone durante il quale si consumava tra nove e tredici pietanze. Anticamente sulle tavole imbandite facevano la loro comparsa : le “pittule”, le “rape caule lesse e ‘nfucate” (affogate), gli spaghetti alla pizzaiola, il baccalà, le verdure fresche, la frutta secca, l’anguilla o il capitone arrostito o fritto, i “purceddhruzzi” e le “ncarteddhrate”. Tutto doveva essere abbondante perfino l’olio nelle lucerne e il fuoco nel camino. Al cenone dovevano partecipare tutti i

quando è concesso mangiare la “puccia”. Un piccolo pane soffice, preparato con un impasto più diluito rispetto al pane tradizionale, infornato solo per qualche minuto. Da qui la definizione di “puccia alla vampa” (puccia cotta appena alla fiamma). Assolutamente vietato rimane il consumo della carne. Il 13 dicembre si festeggia Santa Lucia e a Lecce inizia la tradizionale fiera dei pastori e del presepe che segna il vero inizio delle Presepe in cartapesta, lavorazione tipica del Salento festività natalizie. Protagoniste assolute della rassegna le statuine familiari un po’ per in creta che riproducono rinsaldare i legami i più svariati momenti di parentali un po’ per svago e di lavoro. rinnovare la credenza Il giorno, però, in cui si secondo la quale concentrano i riti e i mangiare insieme aveva momenti tradizionalmente valore sacrale. Numerosi più affascinanti è senza sono i proverbi legati a dubbio la vigilia di questa tradizione uno su

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tutti: “Natale cu lli toi, fuoco doveva rimanere popolo pugliese” (1930), Pasca cu cci uei o a ddu acceso tutta la notte i contadini usavano uei o a ddu te ttreui” perché secondo la invitare la vigilia di Natale (Natale con i tuoi, Pasqua leggenda la Madonna lo nelle loro case i poveri, con chi vuoi o dove gli orfanelli e vuoi o dove ti tutti coloro che trovi). per vari motivi Il cenone doveva erano lontani da essere casa. Tutto consumato entro questo avrebbe la mezzanotte reso felice Gesù quando i rintocchi Bambino, che delle campane ospite in una annunciavano grotta, avrebbe l’inizio della messa visto con gioia di Natale a cui tutti che nessuno, il dovevano giorno della sua partecipare. La nascita, restava tavola rimaneva da solo. imbandita Piccoli gesti di nonostante umana carità l’assenza dei che dovremmo commensali perché fare ogni giorno, si credeva che la ma che nel notte di Natale Dio La casa del vasaio - presepe artistico di Salice Salentino periodo di Natale concedesse ai assumono un parenti defunti di significato tornare sulla terra per utilizzava per scaldare i sicuramente più profondo. poter partecipare alla panni del Bambino. festa. Al più piccolo dei Approfondimenti Prima di recarsi in chiesa presenti toccava il capofamiglia poneva nel compiere il rito della Bibliografia e camino un ceppo, meglio deposizione del sitografia se di quercia, dopo averlo Bambinello nel presepe spruzzato con acqua mentre tutti gli altri con Saverio La Sorsa, “Usi, benedetta. La cenere delle candeline in mano costumi e feste del popolo prodotta da questo legno intonavano “Tu scendi pugliese”, Dante Alighieri, veniva poi raccolta e dalle stelle”. 1930. utilizzata per allontanare Come ci racconta Saverio www.mondimedievali.it le calamità naturali e per La Sorsa, nel suo libro www.bbp.it/apulia curare alcune malattie. Il “Usi, costumi e feste del

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La Stella di Natale Non si tratterebbe di un evento soprannaturale, bensì di un fenomeno astronomico. Suggestivo, ma raro

di Sergio D'Amico

I tre Re magi

Un elemento immancabile dei nostri presepi è la “stella cometa”. L’astro miracoloso che, secondo la tradizione, guidò i Re Magi fino alla stalla dove era nato il Redentore. Ma una recente ipotesi scientifica sembra indicare che si trattò di un fenomeno assolutamente naturale, anche se inconsueto: una tripla congiunzione fra i pianeti Giove e Saturno. Astri e prodigi Fin dall’antichità, gli eventi astronomici erano collegati con l’esistenza e le volontà delle divinità. In particolare, le apparizioni di comete e di “stelle novae” (cioè di astri molto luminosi, comparsi improvvisamente, e rimasti visibili per un certo tempo) erano ritenuti altrettanti annunci di eventi importantissimi per l’Umanità. Erano presagi sia di eventi negativi (guerre, pestilenze, carestie) che positivi

(nascita di grandi attorno al Sole, questi sovrani). Di corpi celesti appaiono conseguenza, prospetticamente vicini, sembrerebbe logico se visti da Terra. In attribuire a simili particolare, può fenomeni la reale natura accadere, piuttosto della stella - citata nel raramente, che due Vangelo di Matteo e in pianeti possano apparire alcuni Vangeli apocrifi successivamente in che avrebbe guidato i congiunzione due o tre Magi fino al luogo dove volte nel corso dello era nato stesso anno. Gesù. Per mezzo di La stella simulazioni al prodigiosa che ha computer, Due guidato pianeti tre l’astronomo i Magi fino volte vicini britannico David alla grotta Huges ha di Betlemme è stabilito che A dispetto dovuta del nome, i Giove e Saturno Re Magi non si trovarono in a una triplice erano dei congiunzione congiunzione sovrani, per tre volte planetaria bensì nell’anno 7 a.C. verificatasi astrologi: nell’anno 7 a.C. Pertanto, ha studiosi in suggerito che i grado di Magi avessero comprendere e interpretato questo interpretare fenomeno come l’importanza dei l’annuncio della fenomeni celesti, al fine nascita di un di trarre spiegazioni e personaggio che previsioni per gli eventi avrebbe influito della loro epoca. fortemente sul corso Fra questi fenomeni, futuro della storia. La rivestivano peculiare data non deve stupire: importanza le infatti, l’effettiva data congiunzioni planetarie. della nascita di Cristo Esse si verificano va situata fra l’8 e il 4 quando, nel corso del a.C., secondo il raffronto loro moto di rotazione fra il contenuto dei

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Vangeli e le cronache degli storici pagani. D’altra parte, gli astronomi dell’epoca

siano stati gli unici a interpretare correttamente un evento visibile da tutti e che, per

Approfondimenti Bibliografia - AA. VV., “La Sacra Bibbia”, Selezione del Reader’s Digest Italia, 1973. - Craveri Marcello (a cura di), “I Vangeli Apocrifi”, Einaudi, 2005. - Lamberti Corrado, “La stella dei Magi, realtà o fantasia?”, in “L’Astronomia”, n. 83, dicembre 1988. - Zusi Luigi, “La stella dei Magi, fede e astrologia”, in “L’Astronomia”, n. 83, dicembre 1988.

erano perfettamente in grado di eseguire i calcoli necessari a prevedere le posizioni future dei corpi celesti. Ciò spiegherebbe anche il fatto che i Magi

quanto spettacolare, non poteva essere considerato da tutti come prodigioso – come appunto l’apparizione di una cometa.

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La stella prodigiosa che ha guidato i Magi fino alla grotta di Betlemme è dovuta a una triplice congiunzione planetaria verificatasi nell’anno 7 a.C.


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Viva, viva, la Befana! Storie e leggende sulla vecchina che vola con la scopa Riti e tradizioni popolari in attesa della ricorrenza di Emanuela Boccassini

La Befana

Nella notte tra il 5 e il una vecchina brutta e 6 Gennaio, in “groppa” gobba, dal naso aquilino a una scopa, schiacciata che indossa un dal peso di un sacco gonnellone scuro e pieno di giocattoli, ampio, un grembiule cioccolatini, caramelle e con le tasche, uno carbone, una vecchietta scialle, un fazzoletto o volteggia tra le stelle nel un cappello in testa, un manto blu. Si ferma sui paio di pantofole tetti e si cala dai camini sciupate, il tutto per riempire le calze rallegrato da numerose appese dai piccini. Ai toppe colorate. “buoni” lascia caramelle Nel Medioevo si e dolcetti, a quelli dava importanza al “monelli”, invece, pezzi periodo, di dodici di carbone. notti, I bambini, La Befana è un compreso tra secondo un personaggio del il Natale e il 6 costume in folklore dell'Italia gennaio. Era voga nei un momento centrale tempi andati, molto delicato e appeninica. preparavano critico in quanto Nell'immaginario era il tempo per la collettivo è vecchietta, successivo dipinta come una alla semina, un piatto con vecchia brutta pieno di un mandarino o che porta i doni ai speranze e di un’arancia e aspettative per il bimbi buoni. un bicchiere Le sue origni sono raccolto futuro, di vino. Il forse legate ai Re da cui dipendeva mattino l’intero anno. In Magi successivo, quelle dodici insieme con notti, il popolo regali e dolciumi, contadino credeva trovavano il pasto che, sopra i campi consumato e l’impronta appena seminati, della mano della Befana volasse Diana, la quale sulla cenere sparsa nel rendeva le campagne piatto. feconde. Nell’antica L’iconografia classica Roma la dea Diana era raffigura la Befana come la divinità della caccia e

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della fertilità e nelle credenze popolari medioevali continuava a essere onorata. La Chiesa condannava gli antichi numi in quanto pagani e Diana divenne una divinità infernale, dando successivamente origine ai racconti sulle streghe. Il nome “befana” è la versione popolaresca del termine greco “epifaneia” che significa “manifestazione”, “illuminazione”. Si riferisce al “primo manifestarsi dell’umanità e divinità di Gesù Cristo” ai Re Magi, dieci giorni dopo la sua nascita. La leggenda riguardante la Befana racconta che i tre personaggi biblici, i quali doveva andare dal Bambinello per offrirgli oro, incenso e mirra, si fermarono dalla vecchietta per chiederle indicazioni per Betlemme. L’anziana indicò loro il cammino, ma, nonostante le insistenze non si unì a loro a causa delle numerose mansioni che


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doveva svolgere. Dopo che i Re Magi furono andati via, capì di aver

sbagliato rifiutando il loro invito e decise di raggiungerli. A questo punto la leggenda propone due versioni leggermente differenti. Secondo la prima la vecchietta non riuscì a trovarli e bussò a tutte le porte, lasciando un dono a ogni bimbo, nella speranza che uno di loro fosse Gesù. Da allora, per millenni, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio lo cerca, invano. In base alla seconda versione, la Befana, il mattino successivo, provvista di

doni, andò nella grotta per cercare Gesù e rendergli omaggio, ma, quando giunse, non trovò nessuno. Da quel giorno, vaga senza tregua, tutti gli anni, per visitare i bambini del mondo nel tentativo di trovare il figlio di Maria e Giuseppe. L’Epifania, una delle principali feste religiose dell’anno della Chiesa cattolica, è una tradizione tipicamente italiana, non ancora sostituita dalla figura importata di Babbo Natale, ed era, inizialmente, l’occasione per integrare lo scarno budget familiare di molti.

Una fiaba di don Giampaolo Perugini

“La ‘vera' storia della Befana”

«In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti. Però aveva un pessimo carattere. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato – dopo averla conosciuta meglio – si ritirava immediatamente. Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”. Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno. Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta. Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del 6 gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena. Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso

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entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no. Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa. Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio. Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione. Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza. Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica. Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare. Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota... una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona. Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi. Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista... altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”. E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù. Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini... ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni. È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare».

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Chanukah, la festività ebraica nata per commemorare la libertà del popolo semita dalla monarchia siriana Una ricorrenza religiosa e civile che celebra tra novembre e dicembre il trionfo della luce sulle tenebre di Laura Longo

Simboli della festa di Chanukah

Chanukah è per altre divinità conosciuta anche con greche. il nome di “Festa I dissidenti, guidati da delle Luci”. Il termine, Mattatia, un anziano in ebraico, significa sacerdote e in seguito “dedica”, si riferisce alla da suo figlio Giuda, riconsacrazione del soprannominato il Tempio di Gerusalemme Maccabeo (in ebraico nel 165 a.C. La significa “il Martello”), leggenda, narrata nel organizzarono Talmud, celebra un immediatamente una fatto storico rivolta armata. Il avvenuto nel II conflitto durò per tre secolo a. C., quando i anni, ma alla fine i sovrani Maccabei seleucidi, la riuscirono ad Le candele stirpe che degli otto giorni avere la succedette ad meglio. Nel di Chanukah Alessandro il 165 a.C. il ricordano Grande e che la vittoria sul giogo Tempio di si stabilì in siriano che tentò Gerusalemme Siria, venne di costringere cercarono di riconquistato e gli Ebrei obbligare gli riconsacrato. E a rinnegare ebrei ad in memoria il proprio Dio adottare dell’evento e le proprie Leggi ogni anno alcune pratiche viene contrarie alla Legge. istituita la festa di Il sovrano del tempo, Chanukah. il re greco Antioco Il capo dei rivoltosi, Giuda Epifane, ordinò ai suoi ordinò che fosse ripulito sudditi di rinunciare al e che le luci del candelabro loro Dio, alla loro del Tempio venissero religione e ai loro riaccese. Secondo il costumi, onorando rituale, per riconsacrarlo, solamente gli dei greci. doveva bruciare per otto In base a queste giorni dell’olio oliva disposizioni, i templi purificato. Quando i giudaici furono Maccabei cercarono l’olio, distrutti e utilizzati scoprirono che era

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rimasto un piccolo fiasco, sufficiente per una sola giornata. Miracolosamente, quel poco olio continuò a illuminare il tempio per tutto il tempo necessario a purificarlo. Per questo motivo la festa perdura per 8 giorni e inizia il 25 del mese di Kislev che corrisponde al periodo tra novembre e dicembre. Gli ebrei infatti accendono per ogni giorno della festa una candela in più rispetto al giorno precedente. La Festa delle Luci oltre a commemorare la vittoria ebrea sull’esercito siriano, vuole celebrare il trionfo “della luce contro le tenebre”. Nei tempi moderni, il Chanukah è divenuto simbolo della lotta degli Ebrei contro i loro nemici a livello religioso e nazionale. Presso alcune comunità italiane avviene, in una piazza cittadina, l’accensione pubblica della prima luce. All’accensione viene recitata una breve benedizione, seguita dai canti tipici della festività. Un’altra consuetudine del Chanukah è quella


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unire le uova allo zucchero, aggiungete il succo di limone e la vanillina. Scaduti i 30 minuti aggiungere il composto precedentemente lavorato. Al nuovo impasto aggiungere il resto della farina, la margarina ammorbidita e lavorare con cura fino a formare una palla Approfondimenti omogenea che viene lasciata nuovamente a Per saperne di più lievitare finché non abbia raddoppiato il suo I sufganiot, il dolce volume. Stendere tradizionale della festa l’impasto e formare dei di Chanukah - che cerchi col bordo del quest’anno cade il 22 bicchiere. Deporre al dicembre - sono simili centro un po’ di ai donuts (le ciambelle marmellata e coprire americane). Fritte con un altro cerchio nell’olio, hanno il ripieno schiacciando bene i di marmellata e una bordi per evitare che la bella spolverata di marmellata esca zucchero a velo. Zalman Kleinman, "Lighting the Chanukah Menorah" durante la cottura. Friggere immergendo Ingredienti: bene nell’olio finché 20 gr. lievito di birra saranno dorati. Lasciare ¾ bicchiere di acqua Unire l’acqua alla farina raffreddare e spruzzate lo tiepida ottenendo una pastella zucchero a velo sulle 1 cucchiaino di zucchero liquida. Sciogliere il lievito ciambelle. 2 ½ bicchieri di farina in un po’ d’acqua tiepida 125 gr di margarina e unire all’impasto. vanillina Lasciare lievitare per circa scorza grattugiata e mezz’ora. Nel frattempo succo di 1 limone

di mangiare cibi particolari come le ciambelline ripiene alla marmellata (“sufganiot”) e le frittelle di patate (“latkes”). Sono dolci fritti che tradizionalmente ricordano quell’olio che tenne in vita la luce del Tempio.

marmellata (a piacere) 2 uova 2 cucchiai di zucchero a velo

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Il Natale ortodosso inizia il 25 dicembre per finire il 6 gennaio: giorno della benedizione di tutte le acque La figura di Babbo Natale è associata a San Basilio che si festeggia il 1° gennaio di S. F. S.

Icona di San Basilio

I Greci sono per la piccoli visitatori, maggior parte di ricompensandoli con religione ortodossa e frutta o dei pasticcini tutti saldi nella propria confezionati fede. appositamente per Nelle festività natalizie, Natale: le due sono le date “kourabiédes”, una importanti: sorta di biscotti il 25 ricoperti di In Grecia, dicembre zucchero in predominanza candito. che celebra ortodossa, si la nascita Il 25 dicembre vivono le festività la tradizione di Gesù e il natalizie secondo vuole che ci si 6 gennaio in cui si svegli di antiche ricorda il buon’ora tradizioni: suo l’albero di Natale prima dell’alba battesimo. - per andare a è sostituito Durante la messa. In da barchette vigilia i la di legno decorate seguito bambini si famiglia si e lo scambio dei riunisce per un alzano presto e con doni si effettua pasto comune il 1° gennaio una sacca e nel quale si un bastone servono tutte le passano di specialità casa in casa, cantando tradizionali, come la le “calandas” (brevi “galopoula” (tacchino poesie e cantici sulla farcito con castagne, storia di Natale) e uvetta di Corinzio e noci agitando la loro o mandorle) “trigona” (piccolo accompagnata da triangolo in acciaio sul patate al forno, il quale battono con una “gourounopoulo psito” bacchettina dello stesso (un porcellino arrosto, metallo). Tutti simile a quello sardo) e apprezzano la il “melomacarona” conservazione di queste (dolce a base di noci e antiche consuetudini e sciroppo di miele). la gente nelle case In Grecia non c’è riceve calorosamente i l’usanza dell’albero di

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Natale. Al suo posto sono usati degli splendidi modellini di barche a vela in legno, riccamente decorati con tondini scintillanti che evocano il mare, elemento onnipresente in questa terra. Il giorno di Natale non ci si riunisce per scartare i regali, perché non si riconosce alcuna relazione tra Babbo Natale e la nascita di Gesù. Perciò i più piccini attendono il 1° gennaio, primo giorno dell’anno, la festa di San Basilio. È lui il Babbo Natale della Grecia che porta i regali ai bambini. In questo giorno, il pranzo familiare termina con una “vassilopita” (la torta di San Basilio), un pane dolce augurale per l’anno nuovo. All’interno si nasconde un “nomisma”, una monetina. Chi la trova avrà un anno fortunato e prospero. La credenza che vuole questa giornata legata alla fortuna trova riscontro anche nel fatto che il primo gennaio


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è il giorno prediletto dai greci per scommettere e per sfidare la sorte. Questo periodo di festeggiamenti termina il 6 gennaio con il

Nell’iconografia ortodossa non esiste la rappresentazione del presepe. La nascita di Gesù viene considerata un fatto talmente sacro da non poter essere rappresentato attraverso una mediazione umana, quale può essere appunto quella del presepe introdotta da San Francesco d’Assisi. La natività nella tradizione ortodossa viene raffigurata attraverso la luce e la luminosità, indice di purezza.

i "Kourabiédes", biscotti natalizi ricoperti di zucchero candito

battesimo di Gesù. È una delle più sentite e belle feste ortodosse, chiamata “ta fota”. La celebrazione simboleggia lo sgorgare della luce. Durante la liturgia il prete purifica l’acqua, scacciando i “Kallikantzaroile”, degli spiriti malefici. Benedice anche il mare e il fiume che si trova nelle vicinanze, gettando un crocifisso. Alcuni giovani che non temono l’acqua gelida si tuffano nel tentativo di recuperarlo. Il ragazzo che riesce nella sfida riceve la benedizione del prete e di tutta l’assemblea.

Approfondimenti Per saperne di più La Natività nell’iconografia ortodossa

San Basilio

vita monacale. Quando nel 370 viene eletto vescovo di Cesarea, Basilio deve affrontare il pericolo dell’eresia ariana. Dedica quindi la sua vita a difendere la religione ortodossa, fermo nelle sue posizioni e guidato da una profonda fede. Il primo gennaio, giorno in cui Basilio morì, nel 379, è il giorno in cui si commemorano le sue gesta e la sua grandezza. La festa di San Basilio è, innanzitutto, una festa religiosa, ma col tempo ha assunto anche i contorni di festa popolare, poichè il Santo, in Grecia, è un po’ identificato con Babbo Natale, e come tale è lui che distribuisce doni ai bambini. Questa tradizione deriva probabilmente dal fatto che in vita San Basilio decise di rinunciare ai suoi

San Basilio è stato vescovo, teologo e dottore della Chiesa. Nato nel 329 a Cesarea, in Cappadocia (l’attuale Turchia), da una famiglia devota, compì i suoi studi a Costantinopoli e Atene. A Cesarea per un breve periodo insegnò retorica, ma presto Basilio cominciò a desiderare una vita votata completamente a Dio. Si converte e riceve il "Vassilopita" o torta di San Basilio, dolce sacramento del tipico del 1° gennaio battesimo, per poi intraprendere un viaggio spirituale. averi per donarli ai più Scrive la “Grande Regola” poveri e bisognosi, in e la “Piccola Regola”, particolare ai bambini. considerati i capisaldi della

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Consuetudini natalizie: dagli usi pagani alla tradizione cristiana L’albero di Natale, nato dalle feste germaniche del solstizio d’inverno, diventa per i credenti simbolo di Cristo e della vita di Sara Foti Sciavaliere

Icona di San Basilio

Nell’immaginario collettivo italiano il Natale significa per i credenti cristiani il presepe con la grotta sormontata da angeli e la stella cometa e il bue e l’asinello chini sulla mangiatoia del Bambino Gesù. Per i più piccoli è l’attesa di Babbo Natale e dei regali impacchettati con carte colorate e fiocchi rossi sotto l’albero luccicante di luci multicolori. Per i più grandi è un pranzo opulento in compagnia di tutti gli amici e i parenti più cari. Ma ogni cultura nel corso della storia ha elaborato una propria tradizione legata ai festeggiamenti del Natale, soprattutto relativamente a certe piante. Alcune fanno da collante tra gli usi pagani e quelli cristiani. C’è una leggenda sull’albero di Natale, per esempio, che cerca proprio di coniugare la tradizione pagana con la festa cristiana. Si narra che nell’VIII secolo, in Germania, il vescovo Winfried – che diventerà poi santo con

il nome di Bonifacio – cattedrale di Strasburgo vide intorno a una condannasse gli eccessi quercia alcune persone orgiastici di quella notte che stavano sacrificando passata intorno un ragazzino agli dei. all’abete. Di fatto, nei Riuscì a salvargli la vita paesi latini l’abete e abbattere l’albero, al natalizio, forse posto del quale pose un introdotto in epoca giovane abete. Il barbarica dalle vescovo allora spiegò popolazioni germaniche, che era una pianta ad scomparve con la alto fusto sempreverde, cristianizzazione. I con la punta che racconti vogliono che svettava verso il cielo, solo nel 1840 fosse simbolo della introdotto Leggende vita e di nuovamente Cristo. dalla principessa e credenze Ma esiste popolari fanno Elena di un’altra risalire l’albero Mecklenburg, credenza. suscitando non di Natale Era uso dei poco scalpore a tradizioni paesi nella corte medievali scandinavi e francese. Tuttavia germanici, dei popoli pagani. fu così che poco Solo nel per volta l’uso di l’interpretazione decorare l’abete Medioevo, cristiana poco prima si diffuse anche di questa usanza nei paesi di lingua delle feste solstiziali romanza. ha permesso recarsi nel la sua diffusione Simboleggiava bosco a nei paesi latini Cristo come tagliare un “albero di vita”. abete che, portato a Anche gli addobbi casa, veniva decorato vengono interpretati con ghirlande, uova cristianamente: i lumini dipinte e dolciumi. simboleggiano la “luce” Intorno all’albero si che Cristo dispensa trascorreva la notte all’umanità, i frutti allegramente. Pare però dorati con i regalini e che nel XV secolo un i dolciumi appesi ai predicatore nella suoi rami o raccolti ai

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suoi piedi sono il simbolo della “vita spirituale e dell’amore che Egli ci offre”. Radunarsi, la notte di Natale, intorno all’albero significa essere illuminati dalla sua luce e pervasi dal suo amore. Mentre l’usanza dell’abete solstiziale era scomparsa dalle tradizioni italiane con la cristianizzazione delle popolazioni germaniche, per rifare la sua comparsa all’inizio del XX secolo. Si diffuse nel Dopoguerra sulla scia della colonizzazione americana con la tradizione del ceppo – oggi tuttavia molto rara poiché ristretta a poche comunità. Il ceppo, o “ciocco, natalizio” era un sostituto dell’abete. Si diceva che il ciocco servisse per “scaldare il Bambin Gesù”: doveva

bruciare fino all’alba, ma non consumarsi del tutto perché lo si doveva riaccendere ogni notte, sino all’Epifania, affinché portasse fortuna. Questa antichissima usanza

Il vischio

venne interpretata in senso cristiano. Il ceppo era simbolo di Colui che si era sacrificato per salvare l’umanità, del “sole di giustizia” il cui calore doveva nutrire i dodici mesi dell’anno.

Approfondimenti Per saperne di più Il vischio Per le feste natalizie si usa appendere rametti di vischio agli usci delle case o di portarne al collo un rametto perché lo considera un amuleto contro gli influssi negativi. Secondo una consuetudine, se si passa in compagnia sotto un cespo di

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vischio ci si deve baciare, e una ragazza che non riceve questo bacio rituale non si sposerà nell’anno successivo. In qualche regione dell’Inghilterra, per scongiurare il pericolo di rimanere zitelle, nella notte del 6 gennaio se ne deve bruciare il mazzo che ha addobbato la casa durante le feste natalizie. Queste usanze ci giungono dai Celti che consideravano il vischio una pianticella misteriosa, donata dagli dei. Favoleggiavano che nascesse laddove era caduta la folgore, simbolo di una discesa della divinità e dunque di immortalità e rigenerazione. Le strenne della fortuna L’idea di scambiarsi doni in occasione di una festa risale alla fondazione di Roma. Al re Romolo gli amici donarono un fascio di rami verdi tagliati nel bosco dedicato a Strenia, la dea della fortuna. In seguito l’usanza si diffuse tra i cittadini, che il primo giorno di gennaio si scambiavano ramoscelli, fichi, mele. Il nome “strenia” si trasformò in strenna e con l’avvento del cristianesimo divenne un’usanza nel giorno della nascita di Gesù.


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La leggenda del vischio C’era una volta, in un paese tra i monti, un vecchio mercante. L’uomo viveva solo, non si era mai sposato e non aveva più nessun amico. Per tutta la vita era stato avido e avaro, aveva sempre anteposto il guadagno all’amicizia e ai rapporti umani. L’andamento dei suoi affari era l’unica cosa che gli importava. Di notte dormiva pochissimo, spesso si alzava e andava a contare il denaro che teneva in casa, nascosto in una cassapanca. Per avere sempre più soldi, a volte si comportava in modo disonesto e approfittava della ingenuità di alcune persone. Ma tanto a lui non importava, perché non andava mai oltre le apparenze. Non voleva conoscere quelli con i quali faceva affari. Non gli interessavano le loro storie e i loro problemi. E per questo motivo nessuno gli voleva bene. Una notte di dicembre, ormai vicino a Natale, il vecchio mercante non riusciva a dormire e dopo aver fatto i conti dei guadagni, decise di uscire a fare una passeggiata. Cominciò a sentire delle voci e delle risate, urla gioiose di bambini e canti. Pensò che di notte era strano sentire tanto chiasso in paese. Si incuriosì perchè non aveva ancora incontrato nessuno, nonostante voci e rumori sembrassero molto vicini. A un certo punto cominciò a sentire qualcuno che pronunciava il suo nome, chiedeva aiuto e lo chiamava fratello. L’uomo non aveva fratelli o sorelle e si stupì. Per tutta la notte, ascoltò le voci che raccontavano storie tristi e allegre, vicende familiari e d’amore. Venne a sapere che alcuni vicini erano molto poveri e che sfamavano a fatica i figli; che altre persone soffrivano la solitudine oppure che non avevano mai dimenticato un amore di gioventù. Pentito per non aver mai capito che cosa si nascondeva dietro alle persone che vedeva tutti i giorni, l’uomo cominciò a piangere. Pianse così tanto che le sue lacrime si sparsero sul cespuglio al quale si era appoggiato. E le lacrime non sparirono al mattino, ma continuarono a splendere come perle. Era nato il vischio. (da www.augurinatale.it)

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La redazione di “Ripensandoci” augura Buone Feste!

di Dora Foti Sciavaliere

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