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Ripensandoci...

salotto di cultura e attualità Anno I, n. 1 giugno 2008

Anno I n. 1 giugno 2008 Registrazione presso il Tribunale di Lecce n. 991 del 28/05/2008

Gualberta Alaide Beccari e «La Donna» Coraggiosa pioniera del giornalismo. Il protagonismo delle donne nell'800 «La Donna», rivista femminile che ha visto la luce il 12 aprile del 1868. Sulle scene avanguardiste per circa vent’anni. Colei che ha promosso e diretto questo esemplare di lotta ed emancipazione femminile fu Gualberta Alaide Beccari, nata a Padova nel 1842. (a pag. 18)

Nessun interesse ad andare in paradiso Piccolo excursus letterario nel rifiuto femminile dello stereotipo della donna angelo (a pag. 37)

Editoriale La cittadinanza attiva: era, è... e sarà possibile! Le donne da sempre sanno riappropriarsi della progettualità della propria vita e del Paese. L'ultima grande avventura dell'associazione femminile UDI (http://www.udinazionale.org) è la proposta di legge 50e50 ...ovunque si decide (a pag. 4)

Tamara de Lempicka una pittrice tra XIX e XX secolo Un viaggio tra corpo e costume per descrivere l'anima della società Gelide, dalle forme opulente, età sfuggente e linea sinuosa. Sono le donne di Tamara Gorska, conosciuta dopo il suo matrimonio come Tamara de Lempicka, pittrice di origine polacca vissuta a cavallo tra due secoli. (a pag. 32

«Lei vede l’amore dappertutto vero?» «È la forza che genera il mondo!» Sabina Spielrein applica la psichiatria all'educazione dei bambini Un intenso omaggio al sentimento della passione e alla potenza dell’amore quali uniche pulsioni motrici dell’universo stesso. (a pag. 26)

Direttore responsabile: G. Greco Direttore editoriale: R. Bufano Progetto grafico: R. Bufano, L. Leone, C. Rizzelli In redazione: S. Barbante, L. Bitonti, S. Costa, S. Foti Sciavaliere, L. Longo, C. Rizzelli Hanno collaborato: F. Aralla, P. Bisconti, M. Caroppo, V. Carriero, L. Castelluzzo, A. Conte, L. Cotardo, L. De Cristofaro, F. De Luca Andrioli, L. Di Lecce, S. Erroi, M. Fiorino, C. Greco, S. Molendini, F. Pascali, L. Rastelli, A. Rizzo, S. Stefanelli redazione: redazione@ripensandoci.com


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Editoriale La cittadinanza attiva: era, è... e sarà possibile! di Rossella Bufano

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Società politica economia La shoa al femminile: devastazione fisica e morale e violazione del pudore di Rossella Bufano

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vite straordinarie Gabriella e Miranda di Anna Conte Ilaria Alpi. Una storia da raccontare di Laura Longo

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pensiero e azione politica delle donne Schiavitù e condizione femminile nell’800 di Rossella Bufano Eleonora Pimentel ha introdotto l'editoriale di Paola Bisconti Gualberta Alaide Beccari e «La Donna» di Laura De Cristofaro Anna Kuliscioff e il monopolio dell'uomo di Anna Conte

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satira e ironia Le donne al Parlamento di Viviana Carriero

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Arte e cultura cinema «Lei vede l’amore dappertutto vero?» «È la forza che genera il mondo!» di Stefania Erroi

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musica Omaggi canori femminili di Viviana Carriero

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arte L'ultimo viaggio di Pippa Bacca di Laura Longo Tamara de Lempicka una pittrice tra XIX e XX secolo di Fabrizia Aralla

teatro

Casa di bambola di Stefania Stefanelli

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Anno I, n. 1 giugno 2008

Leggi con noi Nessun interesse ad andare in paradiso di Sabrina Barbante Moro e Berlinguer. Il resto è silenzio di Angelo Annè La montagna incantata di Massimo Fiorino L'arte della felicità di Eliana De Giorgio "D'amore e d'ombra" di Eliana De Giorgio "Una vita sottile" di Eliana De Giorgio

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La cittadinanza attiva: era, è... e sarà possibile! Le donne da sempre sanno riappropriarsi della progettualità della propria vita e del Paese di Rossella Bufano

edito

riale

Livello informativo dell'UDI

L’ultima grande avventura dell'associazione femminile UDI (http://www.udinazio nale.org) è la proposta di legge 50e50 ...ovunque si decide (http://www.50e50.it). L’associazione nasce nel 1944, quando l’Italia non era ancora del tutto liberata, dall’unione tra i Gruppi di difesa della donna e il comitato dell’UDI costituitosi a Roma. Da allora si batte per la conquista dei diritti civili e politici delle donne. L’acronimo sta per Unione Donne Italiane, poi trasformato in Unione Donne in Italia, a testimonianza della sensibilità e della capacità di seguire e condurre i grandi cambiamenti del nostro Paese. In cosa consiste questa campagna 50e50? Va rilevato che nel 2007 occorre ancora unirsi in rete e scendere in piazza per conquistare la democrazia. E se da un lato è meraviglioso vedere che le donne, anche in una società e in un'epoca così spiccatamente

dell’UDI, con una scelta precisa e consapevole. La finalità di tale proposta recita proprio in questo modo: «In attuazione dell’art. 51 della Costituzione Italiana, la presente legge detta norme di democrazia paritaria per l’accesso di cittadini e cittadine alle Assemblee elettive in condizioni di uguaglianza». Si chiede, cioè, che in tutte le liste elettorali i candidati siano in egual numero donne e uomini. E per l’ennesima volta, le ennesime donne devono “ricordare” al mondo, soprattutto quello politico, che nel momento in cui si richiedono i diritti delle donne, in realtà si richiede l’applicazione di norme democratiche. Lo ha fatto, a esempio la giornalista Harriet Martineau che, nel 1837, faceva notare l’incongruenza esistente tra i principi costituzionali americani e la loro

indvidualista sanno fare rete, d’altro canto è triste riconoscere che i diritti civili e politici ancora non sono pienamente raggiunti. L’UDI parte proprio dall'analisi della Costituzione italiana per dare una risposta alla scarsa presenza delle donne in politica. A lungo si è discusso di quote rosa per garantire e in qualche modo abituare/educare le donne alla politica attiva. Ma le donne dell’UDI si sono opposte a una nuova forma di ghettizzazione e hanno deciso di rendere attuativo l’articolo 51 della Costituzione che, come scrivono sul loro sito, «inizia con questa frase: Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. È l’unico articolo, tra quelli riguardanti i rapporti politici, che dopo la locuzione tutti i cittadini aggiunge dell’uno o dell’altro sesso». Tale principio democratico informa la Proposta di legge di iniziativa popolare

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applicazione. Si affermava che gli uomini erano nati liberi e uguali ma si praticava lo schiavismo. Si dichiarava che il governo traeva legittimità dai governati ma venivano imposte leggi alle donne, senza chiederne il consenso. Esattamente come oggi, si parla di accesso paritario, ma spesso le donne vengono usate per “fare numero” nelle liste elettorali. La campagna 50e50 si conclude con la consegna delle firme al Senato il 29 novembre 2007. Ha visto la mobilitazione di donne su tutto il territorio italiano, di donne impegnate e con famiglia, di giovani ragazze, di professioniste, di casalinghe. A dispetto di una società e una comunicazione di massa che trasmette un forte bisogno di prevaricazione e di competizione all’ultimo sangue, le donne continuano a insegnare la forza della tenacia e della cooperazione. Ancora una volta progettano per sé, per gli uomini, per i figli,


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Ripensandoci... per la comunità. E ancora una volta la sensibilità e la solidarietà femminile sono quel valore aggiunto di cui ha tanto bisogno una realtà sociale alla deriva. Una società in cui il rapporto con la morte (omicidi, bullismo), con il corpo (alcolismo, sesso, video di sesso e violenza lanciati in rete) sta investendo come un tir a tutta velocità i più giovani e le donne stesse. Nel XXI secolo, si può essere in grado di raggiungere la luna, ma l’evoluzione sembra riguardare più la tecnologia che la cultura umana, nel senso di umanità d’animo. La violenza, in tutte le sue forme, sembra essere diventata una pura e semplice forma di comunicazione. La violenza come espressione dell’insoddisfazione, della sofferenza, della noia, del bisogno di notorietà... In Europa la prima causa di morte delle donne tra i 15 e i 60 anni è'e8 la violenza per mano maschile. L’Istat a febbraio 2007 calcolava in 6.743.000 le donne italiane che tra i 15 e i 60 anni sono state oggetto di violenza fisica o sessuale nella loro vita, oltre 7 milioni quelle che hanno subito una violenza psicologica. Nella maggior parte dei casi la violenza arriva dal partner o dall’ex. Le legge in merito, più avanzata, è quella spagnola che ha considerato la violenza sulle donne non un problema privato, ma sociale, una questione di democrazia. È stato istituito un osservatorio per

Anno I, n. 1 giugno 2008 che lottano contro la violenza di genere. Per la violenza sulle donne vedere anche il sito http://www.consparit alecce.it/discriminazi oni.asp Perché dunque dedicare un numero

monitorare le leggi contro la violenza di genere. In Italia il ministro per le Pari opportunità, Barbara Pollastrini, ha ottenuto dalla finanziaria lo stanziamento per un osservatorio sul tema

Raccolta firme dell'UDI intero alle e ha donne e richiesto andare a pratiche più veloci e rispolverare vecchie maggiore attenzione figure femminili? I da parte della giustizia loro contributi dati per il reato di stalking nei campi più (persecuzione e diversi? Perché la minacce). cittadinanza attiva Il 25 novembre è è sempre esistita e la giornata sempre esisterà. Ma internazionale sono fondamentali due contro la violenza cose: conoscere il sulle donne. nostro passato e Numerose le seguire con iniziative su tutto il partecipazione emotiva territorio nazionale. o attiva il nostro A Lecce è stato presente. Se sappiamo organizzato un sit-in (perché di questo si in Piazzetta De Pace, tratta: a scuola di dalle ore 18,00, con queste donne non ci ha esposizione delle mai parlato nessuno) mostre sulle lotte delle che di donne che donne e sulla violenza hanno operato e contro di esse; cambiato le cose ce proiezione di video sul ne sono un’infinità tema e lettura di brani nella storia (dalla più attinenti alla tematica. remota alla più L'iniziativa è stata recente), diventano un promossa da un esempio importante, a gruppo di Associazioni cui guardare. (NAeMI-Forum donne Diventano una Native e Migranti; mamma a cui ci si FLC-CGIL Lecce; rivolge per un Spazio Sociale ZEIconsiglio, per una Circolo Arci; LILA; guida. UDU; Comitato Pari Al contempo è Opportunità importante sapere Università di Lecce; che donne di oggi, Progetto 'Libera'; come quelle ArciLesbicaSalento) e dell’UDI (Pina da tante altre donne

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Nuzzo, Milena Carone, Enza Miceli e tante altre), si stanno battendo anche per noi. Perché possiamo scendere in piazza con loro e se non possiamo farlo dobbiamo ricordare che ognuno di noi può fare la sua parte anche nel proprio contesto di vita, nel proprio lavoro, nella propria famiglia, con gli amici... La cittadinanza attiva è “anche” stilare una proposta di legge, ma non solo. La cittadinanza attiva è anche formare i ragazzi a scuola o i propri figli educandoli ai principi democratici e umanitari, è combattere l’informazione del “tutto va bene” e dell’edonismo e del materialismo con una controinformazione, è fare la raccolta differenziata a casa propria. La cittadinanza attiva è veramente tante cose... e ognuno di noi può dare un contributo importante (come mi ha detto Paola Martino quando le ho consegnato un foglio di raccolta firme incompleto). Da qualche parte ho letto una storia in cui si narra di un incendio in una foresta e di un uccellino che prende acqua dal mare col proprio becco e lo getta sugli alberi. Un elefante lo ferma e gli chiede come pensa di riuscire a spegnere l’incendio della foresta con poche gocce d’acqua. E l’uccellino gli risponde: «se tutti portassero una goccia d’acqua l’'92incendio cesserebbe. Io devo fare la mia parte».


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La shoa al femminile: devastazione fisica e morale e violazione del pudore Esperienza singolare ancheper la forza e la solidarietà di Rossella Bufano

società politica economia

Donne deportate

mestruazioni. La «Considerate se brutalità tanto più questa è una sconvolgente perché donna/ senza esercitata da persone capelli e senza del proprio sesso. Ma nome/ Senza più le narratrici riescono forza di ricordare/ anche a conservare Vuoti gli occhi e ricordi positivi: la freddo il grembo/ capacità di Come una rana relazione e di d'inverno» (Primo solidarietà, di Levi, “Se questo è un resistenza psichica e uomo”). fisica innescate dalla Poco si parla degli orrori vissuti nel lager Complessivamente dalle donne. Le malattie e morte stesse protagoniste colpiscono uomini hanno taciuto a lungo per e donne in proporzioni dimenticare e per simili, tuttavia non essere la deportazione femminile giudicate. Ma, a ha le sue peculiarità. partire dagli anni Ottanta e Novanta, A cominciare proprio alcune hanno dall’impossibilità trovato la forza di di conservare il pudore raccontare la loro del proprio corpo tragica esperienza. Tra queste: Liliana Segre, Goti Bauer, presenza di una o più Giuliana Tedeschi e donne solidali, il Luciana Nissim. legame fra madri e Testimonianze figlie e fra sorelle accomunate da una all’interno del campo. ferita insanabile, Per decenni la inferta dal lager di memorialistica Auschwitz-Birkenau maschile ha nella sezione rappresentato l’unica femminile, dove anche opera letteraria sul le sorveglianti e parte tema. Primo Levi delle SS sono donne. descrive così le Tutte ricordano deportazioni l’umiliazione del femminili: «la loro corpo, il pudore condizione era assai rubato, la rasatura, peggiore di quella la perdita delle

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degli uomini, e ciò per vari motivi: la minore resistenza fisica di fronte ai lavori più pesanti e umilianti di quelli inflitti agli uomini; il tormento degli affetti familiari, la presenza ossessiva dei crematori, le cui ciminiere, situate nel bel mezzo del campo femminile non eludibili, non negabili, corrompono col fumo empio i giorni e le notti, i momenti di tregua e di illusione, i sogni e le timide speranze». Complessivamente malattie e morte colpiscono uomini e donne in proporzioni simili, tuttavia la deportazione femminile ha le sue peculiarità. A cominciare proprio dall’impossibilità di conservare il pudore del proprio corpo. La tragedia di dover affrontare la maternità in condizioni subumane o di dover assistere, impotenti, all’uccisione dei propri figli. Nei lager i prigionieri di ambo i sessi vengono disumanizzati, trasformati in schiavi, ma per le donne il

lavoro è più massacrante. Sono estenuanti gli appelli, debilitanti la mancanza di sonno, la fame, la sporcizia e le malattie. Ma le donne sono sopravvissute con una percentuale più alta, soprattutto quelle di origini modeste, abituate alle privazioni, ai lavori più pesanti, alla cura dei numerosi figli. Riescono a essere più forti degli uomini. Dai racconti si scopre che resistono alla spersonalizzazione allenando la memoria. Descrivono le ricette e le tecniche culinarie. Il ricordo della vita precedente infonde coraggio, le lunghe conversazioni fanno passare il tempo più in fretta e riaffermano il valore della comunità. Al contempo si alimenta la speranza di uscire, un giorno o l’altro, da quell’inferno con la promessa di preparare alle compagne i piatti tipici della propria terra. Le donne che hanno conosciuto la maternità si danno forza raccontando aneddoti sui propri figli. Le francesi si


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Ripensandoci... spalmano la margarina sul contorno degli occhi per ritardare le rughe. La difesa della

Mentre l’uomo tendenzialmente si isola, le donne si raccontano le cose più insignificanti, si aggrappano le une alle altre per sopravvivere femminilità, dunque, diventa un altro strumento di resistenza. Nonostante siano diffuse vicende di violenza di donne su donne, sono altrettanto frequenti

Anno I, n. 1 giugno 2008 Secondo Liliana Segre le donne nel lager hanno fatto ricorso a delle riserve interiori diverse da quelle degli uomini, pur essendo sottoposte a un’umiliazione maggiore. Anche per Giuliana Tedeschi hanno vissuto questa esperienza in modo, in un certo senso, più ricca. Mentre l’uomo tendenzialmente si isola, le donne si raccontano le cose più insignificanti, si aggrappano le une alle altre per sopravvivere. Secondo Goti Bauer, invece, non esiste una differenza di genere dell’esperienza, ma di

le situazioni in cui si sostengono vicendevolmente. Anche con atti di sabotaggio nei confronti dei nazisti, come fanno le deportate medico. Luciana Nissim, insieme all’amica Bianca, falsifica le cartelle mediche per far riposare ulteriormente le compagne ancora deboli. Le confinate ripuliscono la testa delle compagne dalle pulci per non essere mandate nelle camere a gas.

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sensibilità individuale. La solidarietà delle donne, comunque, rappresenta una delle sconfitte morali dell’ideologia nazista che aveva scommesso sulla divisione e inimicizia degli schiavi. Approfondimenti Elenco memorialistica femminile (http://www.deportat i.it/static/upl/bi/bibli ografia_donne.pdf) D. Padoan, “Come una rana d’inverno. Conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz”, Bompiani, 2004.


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Gabriella e Miranda Quando Tina Anselmi e Rossana Rossanda lottavano per la Resistenza di Anna Conte

società politica economia vite straordin arie

Fig. 1 Staffette partigiane

stata esponente della gruppo di giovanissimi Democrazia partigiani a Bassano cristiana, e l’altra del Grappa. Rossana un’estremista del ne ha diciannove Partito quando esce comunista dal chiuso italiano. della Ciò che biblioteca importa è che dell’università in quella di Milano e, piazza e in dopo una notte quella notte insonne due giovani passata sui donne testi cardine abbiano del deciso di comunismo, si prendere dirige dal suo parte alla professore e gli Fig. 2 Tina Anselmi ricostruzione chiede come dei valori democratici possa rendersi utile, in Italia. Due donne dando l’addio al sobrio poco più che e tiepido futuro che adolescenti l’attendeva e rinunciavano ai loro all’innocenza. Non nomi e divenivano importa chi siano oggi rispettivamente Tina Anselmi (fig.2) e Gabriella e Miranda, Rossana Rossanda messaggere di pace (fig.3). e dei diritti delle Non importa che la donne. Anselmi sia stata la In quei giorni in prima donna tante si riconobbero ministro in Italia, simili e quella unione che abbia fu la loro forza e la loro combattuto per la bellezza. Nonostante legge sul divorzio o apparentemente le loro per far chiarezza vite continuassero sui sulla P2 di Licio banchi di scuola o nelle Gelli, né che la aule universitarie, Rossanda sia stata Gabriella e Miranda dirigente del Pci o non restarono fondatrice del spettatrici degli orrori quotidiano «Il nazifascisti. Nel loro Manifesto». Non animo covavano il importa neanche quale segreto della lotta, la sia stato il loro passato paura di essere politico, che l’una sia

e il rispetto dei propri Poco ancora si sa di diritti. quanto le donne In quegli anni abbiano contribuito difficili in tante si con la loro presenza a arruolarono come liberare l’Italia nel staffette partigiane lasso di tempo che (fig.1). Aiutando i va dal settembre loro 1943 fino al compagni a giorno della trasportare Liberazione: il «Credo 25 aprile che la presenza armi, medicinali e 1945. cibo, Resistenza numerosa sfidarono le è stato un delle donne impervietà momento abbia segnato del tempo in tragico, ma profondamente sella a una pieno di bicicletta per speranza. lo spirito trasportare L’armistizio con gli alleati della Resistenza messaggi da non poteva ammorbiden- un paese e, a ancora dola nei suoi all’altro volte, aprirono significare la eccessi, le loro case ai fine della guerra. Era riconducendola partigiani per nasconderli crollata a una dalla furia l’identità vendicativa dei fascista, ma dimensione nazisti. Non fu l’occupazione familiare» difficile tedesca aveva (Tina Anselmi) avvicinarsi alla preso il suo Resistenza. posto. Così la Nessuna di loro aveva Resistenza costituì di certo sognato una per molti italiani vita avventurosa, ma una presa di le scelte obbligate ti coscienza, senza sorprendono quando rinvii possibili, una meno te lo aspetti, sia fuga dai silenzi e dalle in un piccolo paese del opacità degli anni Veneto, che in una passati. Per molte biblioteca donne parteciparvi dell’università. E così significò sfidare il fu per due di loro. ruolo di madreTina ha diciassette casalinga imposto dal anni quando assiste regime fascista, alla fucilazione di un riacquistare la dignità

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Ripensandoci... scoperte durante una delle tante missioni, la delusione del tradimento da parte di un’amica o di un vicino di casa, il sollievo per un compito portato a termine, la consapevolezza che poteva capitare anche di uccidere pur di proteggere gli ideali della Resistenza. Tina Anselmi descrive la presenza delle donne all’interno della fitta rete partigiana come una partecipazione numerosa, che ha segnato lo spirito della Resistenza, ammorbidendola nei suoi eccessi e riconducendola a una dimensione familiare. In 20.000, tra cui molte ragazzine, passarono direttamente dalla vita in famiglia alla lotta armata. Prima che combattenti, quindi, erano figlie e madri e commoventi sono le lettere delle condannate a morte della Resistenza. Una di queste esprime pienamente quei valori che diedero un carattere femminile al movimento di liberazione: «Questa lettera ti sarà consegnata quando sarai grande, adesso sei troppo piccola per conoscere la tragedia che la mamma sta vivendo. Allora leggendola,

Anno I, n. 1 giugno 2008 potrai capire che ho fatto la partigiana perché ti amo, perché voglio la tua libertà».

civile ricordando anche le donne che in quegli anni davano inizio alla loro emancipazione.

Il 25 aprile del 1945 quel capitolo della storia italiana terminava. Gabriella e

«Essere donna non era l’essenziale, o se lo era, non restava che fare come se non lo fosse, ridurre il danno. Ne scrivo solo perché allora, ma per molte già dall’inizio del secolo, l’emancipazione fu questo». Così la Rossanda scrive nella sua splendida autobiografia. È, se non altro, per rispetto a ciò che siamo oggi che dobbiamo ricordarle, e per gli ideali che hanno inseguito con tanta caparbietà.

Fig. 3 Rossana Rossanda

Approfondimenti

Miranda tornavano ad essere Tina e Rossana. Queste donne dal coraggio incredibile, insieme alle loro coetanee, avevano sfidato la morte e non per un mero desiderio di vendetta, ma per conquistare la libertà. È per tali valori che ogni anno viene reso omaggio a questa data, troppo spesso senza citare le donne che aiutarono gli italiani a raggiungere quel fatidico giorno. Penso sia necessario preservare il nostro patrimonio morale e

direzione del dicastero del Lavoro. In seguito, è stata per due volte ministro della Sanità. E’ stata presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 e della Commissione nazionale sulle conseguenze delle leggi razziali sulla comunità ebraica. Rossana Rossanda Nasce a Pola nel 1924. Allieva di Banfi, antifascista, partecipa giovanissima alla Resistenza. Dirige il Pci dal quale viene radiata in quanto esponente della sinistra critica del partito. Ha fondato il quotidiano «Il Manifesto», dove tuttora scrive.

Tina Anselmi Nasce a Castelfranco Veneto nel 1927 da una famiglia cattolica antifascista. Ha dimostrato il suo impegno civile e politico durante la Resistenza e, dopo la fine della guerra, nel sindacato e nella Democrazia cristiana. Nel 1968 è eletta per la prima volta alla Camera dei deputati. Nel 1976 diviene la prima donna ministro in Italia assumendo la

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Bibliografia Per chiunque voglia avvicinarsi ai valori femminili della Resistenza si consigliano: - Tina Anselmi Anna Vinci, Storia di una passione politica, Sperling & Kupfer Editori, 2006. - Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi, 2005.


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Ilaria Alpi. Una storia da raccontare Il misterioso omicidio che costò la vita a due giornalisti di Laura Longo

vite straor dinarie Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

20 marzo 1994. L’Italia è scossa da avvenimento di cronaca nera: la giornalista del TG3 Ilaria Alpi e l'operatore Miran Hrovatin vengono uccisi a Mogadiscio, in Somalia. I primi “lanci” Ansa parlano di un agguato in piena regola. Un commando di 7 persone armate a bordo di una Land Rover ha inseguito e bloccato l’auto con a bordo i due giornalisti italiani entrambi freddati da due colpi sparati a distanza ravvicinata al capo. In quel periodo era previsto il ritorno in Italia del contingente italiano impegnato nella missione di pace “Restore Hope” in Somalia. Da lì a pochi giorni anche la Alpi e Hrovatin avrebbero lasciato la Somalia. Un omicidio ancora irrisolto. Tuttavia le indagini e di ricerche di questi anni hanno dimostrato che l’assassinio Alpi/Hrovatin maturò in uno scenario sinistro. Qualcuno temeva una fuga di notizie sui traffici di armi e di rifiuti tossici tra l’Italia e la Somalia e si voleva

proprio edificanti del contingente militare italiano in Somalia.

impedire che l’opinione pubblica italiana ne venisse a conoscenza.

Le false piste

L’agguato

Le “stranezze” cominciano subito dopo l’omicidio. Il 22 marzo

Questa la ricostruzione dei fatti. Un’aggressione mirata perché non esistono prove di furti o altro che sottendessero azioni criminali. Si tratta di un’esecuzione in piena regola perché c’è stata un’accuratezza nella scelta dei tempi dell’agguato. Ma come tutti i fatti di cronaca nera, la vicenda del duplice omicidio è destinata a essere inquinata dalle solite “stranezze” made in Italy, compresi i soliti tentativi di depistaggio, silenzi, errori e omissioni. Si arriverà alle ipotesi più disparate: tentativo di rapimento o di rapina finito in tragedia; atto di ostilità anti-italiano (o meglio, anti occidentale) da parte di fondamentalisti islamici fino ad arrivare all’“ipotesi Aloi”. Dichiarazioni che fecero solo luce sulle azioni non

vengono consegnati ai genitori gli effetti personali della figlia, ma la borsa e la valigia della giornalista non presentano tracce di sigilli, come avrebbe dovuto essere. I sospetti di un eventuale sabotaggio si materializzano non appena si scopre che dei 5 block-notes stilati dalla Alpi, 3 non vi è traccia, così comescompaiono nel nulla 2 fogli in cui la giornalista aveva annotato numeri telefonici, il referto medico e pure la macchina

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fotografica. Alcuni di questi documenti non verranno mai rintracciati; altri verranno consegnati ai coniugi Alpi con mesi e mesi di ritardo, a volte presentando scuse poco credibili. È il caso dei due fogli contenenti i numeri telefonici, che vennero trattenuti da un noto ambasciatore e restituiti all’allora Presidente della RAI Demattè accompagnati da una lettera del ministro degli Esteri, Antonio Martino, che spiegava che per “motivi umanitari” si era deciso di trattenere momentaneamente quei documenti. Ma le indagini porteranno ad altre “stranezze”. La storia della “pallottola impazzita, un leitmotiv tipico dei migliori romanzi gialli è una delle tante ipotesi che porterà a dire di un unico colpo vagante che avrebbe ucciso entrambi i corrispondenti. Teoria che cozzava con una ricostruzione dei fatti che, per una volta, già nell'immediatezza dell'evento era apparsa chiara.


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Ripensandoci... Un’esecuzione verso un bersaglio preciso e non una tragica fatalità. Magari le motivazioni non erano ancora del tutto chiare, di certo l’omicidio eraper le sue modalità era stato pianificato e ideato con una freddezza allucinante. Eppure la teoria della pallottola escludeva la presenza di colpi a bruciapelo e si contraddiceva con l’esame dei corpi che parlavano chiaramente di due pallottole distinte, una al capo della Alpi

Anno I, n. 1 giugno 2008 indagini effettuate poco dopo accaduto. Sul momento, infatti, venne presa la singolare decisione di non disporre l’autopsia sul corpo della giornalista. L’autopsia sarà disposta solo due anni dopo, quando il pm Giuseppe Pititto subentrerà nell’inchiesta. Ci sarebbero anche delle immagini riprese sulla scena del delitto che potrebbero, dovrebbero sciogliere i dubbi, portandone però

e l’altra quello di Hrovatin. Ma i dubbi sulla

dinamica dei colpi che uccisero i due inviati nascono proprio dalla superficialità delle

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altri più inquietanti. Immagini girate da un operatore dell'americana ABC e da uno della svizzera italiana. “Caso vuole” però che il primo sia stato ucciso qualche mese dopo in Afghanistan, il secondo invece è rimasto vittima di un incidente stradale qualche anno più tardi.


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Schiavitù e condizione femminile nell’800 Per Martineau sono espressione di una democrazia incompiuta di Rossella Bufano

pensie politica rdoe e azione lle donne

Harriet Martineau

schiavitù. La risposta Harriet è negativa su tutti i Martineau, analizza fronti. Si diffonde il la schiavitù e la malcostume. L’uomo condizione bianco ha relazioni con femminile alla luce delle teorie democratiche e del Vi è incongruenza concetto di tra i princìpi costituzionali cittadinanza, e la loro applicazione. dimostrando le Si afferma che gli uomini incongruenze e le sono nati liberi e uguali incompiutezze della democrazia ma si pratica lo schiavismo. del tempo. Dopo Si dichiara che il governo un viaggio in trae legittimità America, dai governati ma vengano pubblica nel 1837 “Society in imposte leggi alle donne senza chiederne il consenso America”. In quest’opera emerge la sua donne di colore anche lucida riflessione. La per tutta la vita, schiavitù, per la contemporaneamente giornalista, è al matrimonio con una incompatibile con i donna bianca. La diritti naturali e i perdita della libertà diritti dell’uomo e, personale comporta il soprattutto, con una disamore per il lavoro società in cui - che, pertanto, viene «[...] i cittadini, una eseguito nel peggior volta l’anno modo possibile - e dichiaravano forme di lassismo. formalmente, la mano Mentre l’abolizione sul cuore, che tutti gli della schiavitù, a suo uomini sono nati avviso, farebbe liberi ed uguali, e che aumentare la i governanti detengono produzione. i loro giusti poteri dal L’ingiustizia, inoltre, consenso dei riproduce una serie di governati». false moralità che si Considerando la ripercuotono anche morale e la politica nelle relazioni tra i strettamente correlate, sessi. Le donne la scrittrice si vengono escluse da interroga sulle virtù qualsiasi discussione sociali e sull’utilità seria e importante. economica di un Martineau si rende sistema basato sulla

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conto che le persone di colore in America, anche dove non esiste la schiavitù, vengono ritenute inferiori ed escluse dalle professioni liberali, dalle associazioni scientifiche e letterarie, dagli studi universitari. La giornalista si sofferma sul concetto di cittadinanza che descrive l’identità dell’individuo, i suoi doveri, i suoi diritti e le modalità della sua partecipazione politica. E ai diritti civili collega la questione dell’assenza di cittadinanza femminile. Per Martineau il problema va individuato nel divario esistente tra i princìpi costituzionali e la loro concreta applicazione. La dichiarazione d’indipendenza sancisce che il governo deriva il suo potere dal consenso dei governati, ma il governo impone alle donne di ubbidire a leggi per le quali non ha mai richiesto il consenso. «Considererei qualsiasi pena mi verrebbe inflitta per infrazione alle leggi

consenso ingiustizia gratuita poiché a queste leggi non ho mai, né di fatto, né nelle intenzioni, dato il mio assenso. [...] Solo il principio dell’uguaglianza dei diritti delle due metà della razza umana deve qui essere esaminato: è il vero principio democratico [...] non potrà essere eluso per molto tempo». La critica alla condizione femminile va oltre la considerazione delle disuguaglianze nel rapporto uomodonna, poiché per la Martineau non è un problema di genere, ma di democrazia incompiuta. La richiesta della cittadinanza politica prescinde dalla dimostrazione delle capacità delle donne, della loro uguaglianza o differenza rispetto agli uomini, ma viene avanzata perché è insita nei princìpi democratici. Per la scrittrice le persone di colore e le donne sono cittadini e devono essere trattati come tali.


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Anno I, n. 1 giugno 2008

Eleonora Pimentel ha introdotto l’editoriale Tra le pagine del «Monitore Napoletano» risaliamo a colei che ha combattuto per la patria attraverso il giornalismo di Paola Bisconti

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Eleonora Fonseca Pimentel

Alcune persone hanno lottato per la patria, ma non si tratta di soldati.

In seguito a una perquisizione, la polizia scopre nella casa di Eleonora delle copie dell’Encyclopédie. Costretta per tre mesi al carcere, alla sua liberazione partecipa attivamente alla proclamazione della Repubblica Napoletana nel 1799, durante la quale recita l’Inno alla libertà, una dichiarazione di odio ai re Una di queste è una donna, una giornalista, un’eroina. Il suo nome è Eleonora Pimentel Fonseca. In seguito alle elezioni tanto discusse avvenute nel mese di aprile 2006 è ritornato alla ribalta un tema scottante. A far scalpore è stato il così detto

matrimonio tra Ferdinando II e Maria Carolina compone il suo primo sonetto. Diventata una donna di straordinario carisma intellettuale, conosce Voltaire e si appassiona alla più grande opera di tutti i tempi: l’Encyclopédie di Diderot. Mentre si entusiasma alla vita

giornalismo di parte. Tuttavia, in apparente democrazia e in uno stato repubblicano nessuno dei direttori delle testate nazionali ha rischiato la morte. Eppure, se diamo uno sguardo al passato, verremo a conoscenza di storie di coraggio. Nata da genitori di origine portoghese, la Pimentel trascorre tutta la sua vita in Italia. La città di Napoli e le corti frequentate da intellettuali dell’epoca le permettono di coltivare un’intelligenza acuta e sensibile. Già all’età di diciotto anni, infatti, intrattiene un carteggio di poesie con Metastasio. Erano gli anni della monarchia borbonica e, quando ancora i fermenti della rivoluzione francese non avevano coinvolto gli ardori italiani, Eleonora viene conosciuta e apprezzata anche dai regnanti. In occasione del

Pimentel al patibolo

politica, la sua sfera privata è caratterizzata da momenti infelici. Il marito, nonché capitano, Pasquale Tria De Salis è un

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uomo violento, tanto da percuoterla e provocarle un aborto. Il dolore di Eleonora è immenso in seguito anche alla perdita di un altro figlio morto otto mesi dopo la nascita. Da vera donna, coraggiosa e sicura di sé, riesce a separarsi dal marito nel 1786. L’onore più grande da attribuire a Eleonora non consiste solo nel suo coraggio nel diffondere gli ideali di giustizia, ma nel fatto che l’intero mondo giornalistico si ispira a lei. In seguito a una perquisizione da parte della polizia si scoprono nella casa della giornalista delle copie dell’Encyclopédie. Costretta per tre mesi al carcere, alla sua liberazione partecipa attivamente alla proclamazione della Repubblica Napoletana nel 1799. Lo stesso Benedetto Croce ci descrive una scena densa di significato patriottico, durante la quale Eleonora recita un


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Ripensandoci... Inno alla libertà da lei composto, che il popolo ripeterà in coro tra gli applausi. In seguito il governo provvisorio la incaricò di dirigere il primo periodico politico di Napoli: il «Monitore Napoletano». Attraverso editoriali appassionati Eleonora denuncia le ruberie francesi e diffonde gli ideali della rivoluzione e della neonata repubblica. La vita del giornale dura trentacinque numeri. Si tratta di un bisettimanale spesso corredato da supplementi aggiuntivi. Tuttavia il periodo di gloria termina quando giunge a Napoli il Cardinale Ruffo ed Eleonora viene condannata a

Anno I, n. 1 giugno 2008 resto di niente di Enzo Striano, come anche la pellicola, tratta dall’omonimo romanzo e uscita nelle sale cinematografiche il 25 marzo 2005, con la regia di Antonietta de Lillo. Eleonora Pimentel Fonseca può essere definita come uno dei personaggi del femminismo vero e autentico. Anche se occorrerebbe andare oltre ad un concetto che potrebbe stare stretto a chi ha contribuito alla storia italiana, alla sua politica e al suo giornalismo. Quello vero e non corrotto!

morte, accusata di aver scritto contro il re. Persino la morte è affrontata con estrema dignità.

Sul patibolo, infatti, citerà Virgilio con le parole «forsan et haec olim meminisse iuvabit» (forse un giorno gioverà ricordare tutto questo). Alla Pimentel sono stati dedicati libri, quali il romanzo Il

Approfondimenti Eleonora Pimentel Fonseca Nasce a Roma il 13

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gennaio 1752, ma cresce a Napoli. Scrittrice e patriota italiana, acquista presto un'ottima fama letteraria, soprattutto per i suoi sonetti e i suoi componimenti drammatici. A partire dagli anni ’90 si dedica con passione agli studi di giurisprudenza ed economia, avvicinandosi agli ambienti massoni. Viene accusata di giacobinismo e arrestata nel 1798. Liberata all'arrivo dei francesi, durante i cinque mesi di Repubblica Partenopea dirige, scrivendolo quasi per intero, il «Monitore Napoletano», con cui tenta, ma senza successo, di avvicinare i ceti popolari al regime rivoluzionario. Con il ritorno dei Borboni viene condannata alla pena capitale e giustiziata il 20 agosto 1799.


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Eleonora Fonseca Pimentel

«Monitore Napoletano» Supplemento al Num. 2. Istruzioni generali del Governo Provvisorio della Repubblica Napoletana ai Patrioti. I Patrioti, cioè gli amici della libertà, della eguaglianza, della umanità, oppressi da lungo tempo da un odioso Dispotismo, non attendevano che il giorno felice, che ha veduto fondare la Repubblica Napoletana. La Repubblica Napoletana, creata sotto gli auspicj della gran Repubblica Francese, ha avuto la felicità di esser formata lungi da’ turbini e dalle tempeste, e nel seno della pace interna, senza quasi alcuna effusione di sangue, sotto la protezione di un’armata vittoriosa e liberatrice. Il punto centrale dell’Impero ha data la commozione elettrica, che deve trasmettersi a tutt’i punti più lontani. Napoli ha veduto piantare nelle sue mura l’albero felice della libertà, presagio de’ suoi destini. Lo stesso Vesuvio si è mostrato sensibile a questa gran rivoluzione politica, che da l’esistenza ad un popolo, lungo tempo addormentato nel seno della tomba, ed i fuochi del Vulcano, che non erano comparsi da molti anni, han sembrato di volere aggiungere il loro splendore alla illuminazione di questa vasta Capitale. Il governo provvisorio è stato organizzato dal Generale in Capo dell’armata Francese, ed è in piena attività. Egli si occupa a preparare il glorioso avvenire, che è promesso al Popolo Napoletano, a fondare la Repubblica su basi durevoli, a imprimere un moto uniforme a tutt’i membri della machina politica. Il voto più ardente, ed il più dolce da formarsi dal governo provvisorio, è quello di riunire prontamente tutte le parti della Repubblica Napoletana a’ beneficj della rivoluzione senza alcuna scossa, e conciliandosi, per quanto sia possibile, tutti gli spiriti, e tutt’i cuori, per prevenire le tempeste,le azioni, e le reazioni rivoluzionarie, le fazioni, le dissenzioni, e le vendette. Rendere la rivoluzione amabile, per farla amare; renderla utile al popolo, ed alla classe abbattuta e sventurata de’ Cittadini, per far godere questa classe rispettabile delle dolcezze di un governo libero; ecco lo scopo degli sforzi costanti de’ Repubblicani. L’Uguaglianza, e la Libertà sono le basi della nuova Repubblica. L’Uguaglianza consiste nel fare, che la legge sia uguale per tutti, e protegga l’innocente povero contro l’oppressore ricco e potente, e nel punto istesso, che gl’impieghi non siano più il premio del favore, o dell’intrigo, ma de’ talenti, e della virtù. La legge dell’uguaglianza non permette di riconoscere alcuno de’ titoli vani e fastosi, che l’antica tirannia prodigava. Ella non conosce che quella di Cittadino. La libertà consiste in ciò, che ogni Cittadino possa fare ciò che non gli è vietato dalla legge, e che non nuoccia ad un altro. I primi anelli della catena sociale debbono stringere tra tutt’i figli della Repubblica i legami della unione, e della fraternità. Questi sono i principj, che i Patrioti di tutte le parti della Repubblica Napoletana sono invitati a propagare ed a spandere. Essi non debbono aspettare gli ordini del Governo, per far piantare nelle loro Comunità rispettive gli alberi della libertà, mettere la coccarda tricolore, ed organizzare le Municipalità, che sono le prime Magistrature popolari.

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I Sacerdoti veramente penetrati dalle massime del Vangelo, che raccomanda l’uguaglianza, e la fraternità tra gli uomini, debbono altresì concorrere ai voti del Governo, e rendere utile la di loro influenza, per far apprender ai Napoletani i benefici della libertà riacquistata, e lo scopo della rivoluzione. Tutti i Cittadini sono invitati a sviluppare gli elementi del nuovo sistema, ed a far comprendere alla Nazione, che ella avrà de’ Magistrati,che sceglierà ella stessa, i quali in vece di dilapidare il tesoro pubblico, e di abusare del di loro potere, per opprimere, animati da un nobile sentimento di orgoglio non si occuperanno che a ravvivare l’agricoltura, a rilevare il commercio, a ristabilire la marina, ed a far fiorire tutte le parti dell’amministrazione politica. Un suolo felice favorito dalla Natura, ed un governo saggio sapranno ben presto riparare, e fare obbliare alcune sventure particolari, ed alcuni sacrificj necessitati dalle circostanze, o risultato inevitabile della guerra, e della rivoluzione, soprattutto in un paese che un Re fuggitivo e spergiuro à vilmente spogliato, e rovinato senza rispetto né per le proprietà particolari, né per quelle della Nazione, ed ha seco trasportato sui mari i tesori di quelli, che egli chiamava con impudenza suoi sudditi, e de’ quali egli si diceva il Padre, e si credeva il Sovrano. D’oggi innanzi il popolo solo è sovrano: la legge emanata dai suoi rappresentanti non sarà che espressione della sua volontà, e non avrà che la sua felicità per oggetto. Repubblicani, voi tutti abitatori di qualsiasi parte degli Stati Napoletani, di cui il cuore batte per la libertà, fatene conoscere al Popolo gl’inapprezzabili vantaggi. Riunitevi gli uni agli altri. Non temete più il ferro del Tiranno. Andate, parlate. Formate delle assemblee generali di vasti concittadini, e soprattutto di quei che voi conoscete per amici della libertà. Pronunciate de’ discorsi al popolo: leggetegli i proclami del Generale in Capo dell’armata Francese, e quelli del governo provvisorio della Repubblica napoletana. Gli alberi della Libertà saranno piantati; la coccarda rossa, gialla, e blò sarà posta: gl’inni repubblicani saranno cantati; delle feste solenni riuniranno i nuovi figli della Libertà, che celebreranno i suoi beneficj. Voi organizzerete delle Municipalità, che saranno composte da un Presidente, da un Secretario, e da sette membri, o di quindici nelle comunità al disopra di 10mila anime; e voi non ammetterete in queste magistrature popolari che de’ partigiani conosciuti, e pieni di zelo per la causa del Popolo, e della uguaglianza. Voi nominerete altresì Giudici di pace, per mantenere l’unione tra le famiglie, e tra i Cittadini; e voi non darete i vostri suffragi che a degli uomini onesti e virtuosi. Queste Municipalità, ed i Giudici di pace saranno scelti alla presenza de’ Repubblicani da tutt’i cittadini, che avranno voluto riunirsi, e sarà spedito in seguito un processo verbale della loro elezione al Governo. Organizzate altresì delle guardie Nazionali nelle differenti Comunità, affinché tutt’i buoni Cittadini siano all’ordine per mantenere i loro dritti, e che prendendo l’attitudine, che conviene a degli uomini liberi, possano vegliare sugli artegiani torbidi, ed i fautori della Tirannia, che vorranno opporre i loro sordi intrighi, e la loro influenza personale al corso rapido, ed irresistibile della rivoluzione repubblicana; ed opprimerli. Patrioti, queste istruzioni generali ci bastano. Il governo fida sul vostro zelo; egli ordinerà la menzione favorevole di tutte le Comunità, e de’ Cittadini in particolare, che con gli atti patriotici qui sopra indicati come regola di condotta de’ Repubblicani, avranno prevenuto le intenzioni del Governo, e lo invio de’ Commissari, che saranno destinati ne’ differenti dipartimenti o provincie della Repubblica Napoletana, per organizzarvi tutte le autorità costituite, e consolidare la rivoluzione. Gli uomini generosi, che avranno preceduto i loro concittadini nella carriera gloriosa della Libertà, saranno i primi chiamati a sostenere i dritti del popolo, ed a servire la patria nella rappresentazione, e ne’ tribunali, negl’Impieghi civili, e militari; dovendo la Repubblica esser riconoscente verso i Repubblicani, e questi dovendo essere tutti consegrati con inviolabile fedeltà alla Repubblica. Laubert Presidente

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[…] Siccome il dritto di petizione è nella Democrazia comune ad ogn’individuo, ed ogni individuo deve allo stato il tributo delle sue idee, quando queste possono inchiuder un qualche oggetto di pubblica utilità, vi priego far presente quanto segue al Governo Provvisorio. Lo stemma di una Repubblica giova, che per quanto si può, sia come un geroglifico, il quale con pronto e breve sillogismo ricordi a’ Cittadini i loro doveri, agli Esteri i pricipj su’ quali è costituita, e le massime fondamentali della Repubblica medesima. Poiché dunque la nostra fa d’uopo, che sorga attiva, operosa, e piena di virili generosi spiriti; e ogni cittadino per intrinseca destinazione di natura, e per intrinseco officio ed obbligo di società nasce coltivator insiem e difensore del Terreno che occupa e della sua patria; questa altronde colla giustizia deve assicurar a lui i frutti de’ suoi sudori, e bilanciar le occasioni nelle quali armarlo alla propria, ed alla comune difesa; e sono poi la fatica e la sobrietà i fonti fisici e morali delle civiche virtù credo tutte queste necessarissime verità comprese nello stemma, che propongo. Un uomo robusto in piedi, e nella età confine fra la gioventù e la virilità; nudo nel resto, e coperto semplicemente dalla toga gabinia; o sia toga romana, appuntata soltanto sugli omeri, col lembo destro raccorciato e ravvolto al fianco sinistro, come di uomo in procintu, che si accinge cioè ad azione, o ch’è sempre pronto ad agire; da sotto la toga o manto comparisca il cingolo militare col fodero; coi piede destro calchi in atto sprezzante tutti gli emblemi della morbidezza e della ricchezza, appoggiandosi colla sinistra ad una vanga, e colla destra tenendo per l’impugnatura una spada nuda colla punta rivolta verso terra. In alto dal alto destro, un Genio colle bilance della giustizia; sparsi pel campo strumenti rustici, e bellici; intorno il motto Aratro, gladio, justitia, stat Civitas et crescit. […] Eleonora Fonseca Pimentel

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Gualberta Alaide Beccari e «La Donna» Coraggiosa pioniera del giornalismo. Il protagonismo delle donne nell'800 di Laura De Cristofaro

pensie politica rdoe e azione lle donne Gualberta Alaide Beccari

spesso si affrontavano questi argomenti, in cui l’ispirazione mazziniana dava forma agli scritti, scegliendo come modello l’epistola, la corrispondenza: la Beccari rispondeva a ogni mittente, analizzando il problema proposto, dandone una visione d’insieme e rifacendosi all’insegnamento mazziniano, secondo il quale ognuno nella società ha dei diritti e dei doveri che non sono a sé stanti, ma si coniugano formando un uomo giusto e un onesto cittadino, che lavora e si sacrifica per i propri principi e ideali. Un altro riferimento della Beccari al Mazzini, che si scorgeva nelle sue pagine costellate di grandi valori, fu la visione mistica e religiosa della vita: una religiosità laica, basata su uno spirito di servizio mosso da un’azione tenace e proficua, che spesso si concretizzò in petizioni e raccolte fondi a favore della lotta. Questa rivista diede modo di crescere professionalmente e

Voce dotta, pensieri rivoluzionarie puri, fieri, ardenti «La contribuirono a Donna». scrivere un nuovo «La Donna», rivista capitolo della storia, femminile che ha visto dovettero rischiare, la luce il 12 aprile del azzardare, in una 1868. Sulle scene lotta d’avanguardia, avanguardiste per nuova, circa vent’anni. Colei prorompente, che ha promosso e dimostrando grande diretto questo coraggio, a volte anche spirito di esemplare di lotta abnegazione e ed emancipazione profonde capacità femminile fu professionali nel Gualberta Alaide promuovere il loro Beccari, nata a impegno. Padova nel 1842, in Gualberta si una famiglia di circondò di molte mazziniani repubblicani. L’insegnamento La Beccari si rifà repubblicano ricevuto all’insegnamento dal padre fu un aspetto fondamentale di Mazzini, secondo per la crescita e la il quale ogni uomo formazione di Gualberta, perché nella società ha uguali basato sull’istruzione diritti e doveri che si e l’educazione. Fu proprio con compenetrano, sono finalità un tutt’uno pedagogiche e di collaboratrici, le prime formazione delle giornaliste, e con esse giovani, che venne affrontò temi tra i più ideata e realizzata forti, tra i più questa rivista, “scomodi”, che organo di lotta spaziavano dai democratica che intese diritti della donna il rinnovamento ai valori come morale delle donne l’uguaglianza come una necessità universale e prioritaria per il l’umana redenzione, rinnovamento del e poi ancora il giovane Regno d’Italia. divorzio e la Per i tempi in cui prostituzione. Molto queste donne

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di formarsi nel campo delle lettere a molte giovani, che iniziarono a pubblicare le loro timide opere poetiche e le loro prime pagine di letteratura. Cosa che prima era solo appannaggio degli uomini, ai quali diedero prova di non essere da meno, di essere altrettanto capaci di lasciare sulla carta la loro fantasia, i sentimenti, la loro condizione, i loro valori, la vita, amalgamando magistralmente il tutto con il loro vissuto storico. Alaide osò entrare come protagonista nella società, sfidando gli uomini, occupandosi dei principali fatti politici della sua epoca, in cui si poteva già assaporare quel nuovo, deciso gusto unitario nazionale. Argomento principale di questo genere di articoli fu un’ampia condanna della politica di stampo imperialista di Francesco Crispi, ex mazziniano che, convertitosi alla monarchia, aveva infranto la fiducia di una fervente mazziniana.


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Ripensandoci... Questa giovane dalla vita intensa, che ha dato forma, contenuto e splendore ai suoi principi grazie alla rivista, stendardo facinoroso di uno spirito che ha il nome di donna, ha dovuto combattere contro avversari e accusatori annidati nelle fila dei reazionari conservatori e cattolico-clericali. Questi ultimi fermi nella convinzione che tutto ciò nasceva con lo scopo di traviare e corrompere dal proprio ruolo naturale le donne, dedite alla famiglia e alla casa, alla cura dei figli e dei mariti. Nel 1890, la rivista «La Donna» di Gualberta Alaide Beccari cessa di esistere a causa del declino psico-fisico

Anno I, n. 1 giugno 2008 del “gentil sesso”, promuovendo il sapere e la cultura per le donne, lei stessa segno vivente che quando si possiede una buona ricchezza morale, culturale e si conosce il sacrificio, chiunque può agire bene e con i migliori risultati, che si può arrivare ovunque si desideri con fermezza e coraggio. Ha La rivista diretta da Adelaide Beccari dimostrato con la sua esperienza che forse “l’inferiorità” Si spegne così, nel risiedeva nel fatto di 1906 a Bologna, la vita non averci provato di una donna saggia e prima. laboriosa, che ha cercato sempre di dare lustro alla condizione della giornalista, che presto morì.

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Approfondimenti Contesto storico Lo scenario è quello dell’Italia che cambia, di un paese che diventa liberale e industriale. È il tempo del Risorgimento culturale e artistico, unito al cammino dell’emancipazione e affermazione dell’universo femminile. I movimenti politici socialisti, attivi ormai in tutta Europa fin dalla seconda metà del XIX secolo, capirono che le donne avevano bisogno di essere politicamente educate e combatterono ben presto al loro fianco.


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Anna Kuliscioff e il monopolio dell’uomo Analisi della condizione delle donne: dall’origine della disuguaglianza alla lotta per il suffragio femminile di Anna Conte

pensie politica rdoe e azione lle donne Anna Kuliscioff

Il monopolio dell’uomo costituisce il testo cardine dell’attività politica e sociale di Anna Kuliscioff. Socialista russa nata nel 1853, ha trascorso gran parte della sua esistenza in Italia, prodigandosi per il riconoscimento dei diritti di donne e lavoratrici. Già da giovanissima, nella sua terra natale, la Kuliscioff si avvicina ai movimenti politici di ispirazione rivoluzionaria, predicando libertà e giustizia nei villaggi e lavorando al fianco dei contadini per comprendere il loro stato di miseria. Condizione ancora più gravosa per lei che proviene da una famiglia di ricchi commercianti ebrei e che quindi rinuncia al suo benessere per abbracciare l’utopia rivoluzionaria. Sono questi sentimenti a caratterizzare l’attività di Anna, che dopo una breve permanenza a Parigi, si trasferisce in pianta stabile nel nostro Paese, dove si lega ad Andrea Costa, fondatore de

l’«Avanti» e primo deputato socialista in Italia. La profonda divergenza di vedute tra i due, però, porta all’inevitabile separazione anche in ambito politico. La Kuliscioff non riesce infatti a tollerare le ideologie tradizionaliste e maschiliste del Costa e, forte del suo retaggio nichilista che anela all’uguaglianza tra i sessi, gli rimprovera di cercare in lei solo una compagna tra le mura domestiche. Anna inizia quindi a concedere grande attenzione alla condizione femminile, conseguendo una seconda laurea – dopo quella in Filosofia – in Ginecologia e divenendo la “dottora dei poveri”, come la soprannominano le milanesi. Grazie alla sua ricerca sull’origine batterica delle febbri puerperali, infatti, salva molte donne dalla morte post partum, e assiste ogni giorno nella sua casa di Milano, in qualità di medico, le donne vittime dei più gravi e penosi abusi. Ma l’evento che dà una svolta alla sua

esistenza è l’incontro con il socialista Filippo Turati, con il quale si schiera dalla parte dei lavoratori per ottenere il riconoscimento di alcuni diritti basilari, come un giusto salario, il rispetto delle ore lavorative e un’adeguata protezione del lavoro minorile e femminile. È proprio su questa ultima questione che Anna concentra le attenzioni di una vita. Su «Critica Sociale», la rivista fondata da Turati, scrive a favore dei diritti delle donne, soprattutto lavoratrici,

«In questa lotta lunga, continua e faticosa, col progredire e coll’evolvere della società è germogliato un sentimento, che si fa sempre più coscienza – il sentimento della giustizia sociale – della civile uguaglianza degli esseri umani» 20

rivolgendosi in modo particolare alle sarte di corso Magenta, delle quali si occupa anche in qualità di medico. È in questo clima che la Kuliscioff concepisce Il monopolio dell’uomo, pubblicato nel 1890. Il testo costituisce un’analisi della condizione sociale femminile, a partire dall’origine dell’inferiorità e della disuguaglianza tra i sessi. La donna viene considerata come la vittima più colpita nei rapporti sociali moderni, mentre l’uomo come il destinatario di una serie di vantaggi e privilegi assolutamente ingiusti e privi di fondamento. Ma ciò che la Kuliscioff tende maggiormente a sottolineare è che la protesta femminile non aspira a una condanna dell’altro sesso, bensì a ottenere una cooperazione cosciente e attiva. Il “monopolio dell’uomo” è troppo vasto per poterne trattare ogni manifestazione, ma Anna riesce comunque ad analizzare quelle afferenti le attività e


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Ripensandoci... le funzioni sociali. «Chi occupa un gradino inferiore nella scala della convivenza sociale, per rendersi accettabile, non deve mai assalire di fronte i nemici potenti, ma al più domandar loro modestamente, qualche piccola concessione, a guisa di favore e di buona grazia, difendersi dagli eventuali attacchi, e non far mai uso dell’arme spietata della critica; deve insomma modulare la voce in chiave d’umiltà, se pur gli preme di farsi ascoltare». Con il passare degli anni questo mite atteggiamento della Kuliscioff assume forme diverse, ma ne Il monopolio dell’uomo, è sempre la lotta, continua e faticosa, a essere protagonista indiscussa. Anna concentra ogni sua riflessione sulla questione del lavoro, che ritiene centrale all’interno di quella femminile, attaccando in particolar modo quelle donne che si occupano esclusivamente di frivolezze e che vivono alle spalle dei loro uomini come “parassiti”, favorendo un parassitismo anche morale, poiché dettato dalla sottomissione e dal servilismo. Nel far l’eco all’uomo, la donna vede completamente annientata la propria personalità, e l’unica

Anno I, n. 1 giugno 2008 diviene portavoce dei diritti delle donne all’interno del Partito socialista italiano e fonda il Comitato Socialista per il suffragio femminile. La propaganda per l’estensione del voto è lunga e dolorosa: più volte soggetta alle derisioni dei suoi compagni di partito e alle prese con donne per lo più analfabete. Ma Anna è convinta che «il voto è la difesa del lavoro e il lavoro non ha sesso» e, non perdendosi mai d’animo, trasforma la sua casa nella redazione della rivista «La difesa delle lavoratrici». Persino con lo stesso Turati iniziano i primi dissapori. Egli sostiene che:

arma diviene, come appena citato, l’umiltà. Ma a detta di Anna «Il carattere non si allea mai con il servilismo», e avere un temperamento indipendente può apparire come indice di ribellione. L’unica soluzione a questo stato di cose diviene il lavoro equamente retribuito, o retribuito almeno al pari dell’uomo. Solo lavorando la donna può conquistare l’indipendenza e sconfiggere il parassitismo morale. «Le donne, quindi, cooperando a titolo eguale degli uomini al lavoro sociale sotto qualsiasi aspetto, renderanno impossibili le leggi attuali, che le mettono in condizioni d’inferiorità fra i minorenni e fra gli incapaci per imbecillità o pazzia quanto ai diritti politici, e assegnano loro un posto così inferiore in famiglia quanto ai diritti civili. Certo è che, finché la donna non potrà bastare a se stessa e per vivere dovrà dipendere dall’uomo, la legge, che la considera come proprietà del marito […], rimarrà in tutto il suo vigore».

«Fin quando il movimento femminile per il suffragio resti limitato ad una specie di sport signorile, e non sia volto a suscitare nelle masse lavoratrici femminili la coscienza dell’interesse […] tale movimento apparirà condannato alla sterilità più assoluta». Ma la proposta di legge per l’estensione del diritto di voto alle donne viene respinta dal Governo Giolitti e, con l’arrivo al potere di Mussolini, lo scenario diviene ancora più desolante. La Kuliscioff muore nel 1925 a Milano dopo aver dedicato tutta la vita alle donne.

Solo dopo la pubblicazione de Il monopolio dell’uomo, l’impegno femminista della Kuliscioff assume toni più accesi. Alla fine dell’Ottocento, ella

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Approfondimenti Anna Kuliscioff Nasce in Russia nel 1853 e muore a Milano nel 1925. Dopo aver abbracciato l’esperienza rivoluzionaria nel suo paese d’origine, si trasferisce in Francia prima, e in Italia poi. Compagna di due grandi personalità della scena politica italiana, Andrea Costa e Filippo Turati, nel 1890 pubblica Il monopolio dell’uomo. In seguito si impegna a favore dell’estensione del voto alle donne, divenendo portavoce dei loro diritti all’interno del Partito socialista italiano.

Bibliografia - Anna Kuliscioff, Il monopolio dell’uomo, Libreria editrice Galli, 1890. Sitografia È possibile effettuare il download gratuito del volume della Kuliscioff sul sito della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: www.feltrinelli.it/Fond azione/donwload/testoritrovato-kuliscioffmono.htm


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Anna Kuliscioff

Il monopolio dell’uomo Signore e Signori, voglio innanzitutto confessarvi che, pensando intorno alla inferiorità della condizione sociale della donna, una domanda mi si affacciò alla mente, che mi tenne per un momento perplessa e indecisa. Come mai – mi dissi – isolare la questione della donna da tanti problemi sociali, che hanno tutti origine dall’ingiustizia, che hanno tutti per base il privilegio d’un sesso o d’una classe? Potrebbe, teoricamente, sembrare che, poiché al giorno d’oggi il privilegio di qualsiasi natura – cardine essenziale di tutti gli istituti sociali, dei diritti civili e politici, dei rapporti fra le varie classi e fra l’uomo e la donna – viene discusso, combattuto e perde terreno dovunque – potrebbe sembrare, dicevo, che da ciò venir dovesse anche un po’ di giustizia per la donna, la vittima più colpita nei rapporti sociali moderni. Ma l’esperienza di altre e molte donne che si attentarono a deviare dal binario tradizionale della vita femminile in genere, e soprattutto l’esperienza mia propria, mi insegnarono che, se per la soluzione di molteplici e complessi problemi sociali si affaticano molti uomini generosi, pensatori e scienziati, anche delle classi privilegiate, non è così quanto al problema del privilegio dell’uomo di fronte alla donna. Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, per una infinità di ragioni poco lusinghiere per un sesso che passa per forte, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, chiesa, scienza, etica e le leggi vigenti, che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un sesso dominante. […] Ma non per questo la soggezione della donna è meno crudele che per lo passato. Anche perché la donna d’oggi non è più quell’essere impersonale, senza individualità e senza cultura, che una volta fu. Siamo ben lungi dai tempi che la donna si considerava come un animale domestico, da potersi maltrattare, scacciare od uccidere a capriccio del suo padrone; […] oramai, quasi in tutta Europa e meglio ancora in America, non vi ha ramo dell’industria, nel quale le donne non prendano parte; […] non è loro negato l’accesso all’istruzione superiore; non si vietano loro i titoli necessari ad esercitare tutte le professioni che finora furono, e sono tuttavia, il monopolio dell’uomo. […] Sembrerebbe quindi che, una volta la donna ha conquistato tutti i requisiti necessari ad esercitare certe professioni, certe arti e mestieri, non vi avrebbe ad essere alcuna sufficiente ragione di negargliene poi direttamente od indirettamente l’esercizio oppure di ammettervela solo in condizioni molto inferiori a quelle dell’uomo. Eppure, per quanto ciò sia assurdo ed ingiusto vi è una desolante contraddizione fra la logica e la realtà delle cose. […] Ho prescelto la questione del lavoro della donna, perché credo questa il nocciolo di tutta la questione femminile, convinta come sono di questa grande verità fondamentale dell’etica moderna, che vale per l’uomo come per la donna: che, cioè, il solo lavoro, di qualunque natura esso sia, diviso e retribuito con equità, è la sorgente vera del perfezionamento della specie umana. […] Mi pare quindi, che solo col lavoro equamente retribuito, o retribuito almeno al pari dell’uomo, la donna farà il primo passo avanti ed il più, importante, perché soltanto col diventare economicamente indipendente, essa si sottrarrà al parassitismo morale, e potrà conquistare la sua libertà, la sua dignità ed il vero rispetto dell’altro sesso. […] E qui, finalmente, ho terminato. E la morale della favola? – È breve. Mi auguro, per il trionfo della causa del mio sesso, solo un po’ meno di intolleranza dagli uomini ed un po’ più di solidarietà fra le donne. Allora forse si avvererà la profezia del più grande poeta del nostro secolo – Victor Hugo – che presagì alla donna quello che Gladstone presagì all’operaio: che cioè «Il secolo XIX sarebbe il secolo della donna».

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Le donne al Parlamento Una commedia di Aristofane di Viviana Carriero

satira e ir onia

Le donne al Parlamento, Aristofane (scena)

In questa commedia, scritta nel primo decennio del IV secolo a.C., Aristofane affronta il tema della vita politica greca. Il contesto storico risale a dopo la sconfitta di Atene nella guerra contro Sparta col crollo dell’impero ateniese. I tempi della disperazione gli suggeriscono un paradosso estremo da indicare come via di salvezza: ribaltare il rapporto di potere da sempre stabilito tra i due sessi. Le donne al Parlamento è stata rappresentata nelle Lenee del 392 sotto l’arcontato di Demostrato. Qui Aristofane sviluppa l’ipotesi di un potere nelle mani delle donne, che si realizzerebbe nell’abolizione della proprietà privata e, soprattutto, sessuale. Il poeta avverte il tramonto del suo mondo politico e sociale e stenta ad arrendersi alla nuova realtà; forse nelle donne vede l’ultima garanzia di conservatorismo.

invenzione aristofanea, alla cui base possono trovarsi alcune elaborazioni platoniche (Platone, nella sua città ideale,

La trama dell’opera è semplice ed efficace. Le donne, rendendosi conto che gli uomini non sono in grado di risolvere i problemi della città, decidono di travestirsi con abiti maschili, occupando la maggioranza dei posti nell'assemblea popolare. Si decide di votare un decreto che assegni loro la gestione della cosa pubblica. Conquistato così il potere, esse instaurano una forma di governo che prevede la comunanza dei beni, da loro gestiti secondo le necessità di ciascuno. Lo stato diventerà così una sola grande famiglia in cui tutte le donne e tutti i figli apparterranno a tutti. L'utopia, così instaurata, viene messa alla prova alla fine della commedia, dando luogo a una serie di scene da “vaudeville”. L’azione si conclude con un grande pranzo a cui sono tutti invitati. Già da questa breve descrizione si può capire la portata filosofica di questa

Donna greca

prevedeva la comunanza dei beni e delle donne per la classe dei guerrieri). Anche se l'impostazione generale è decisamente comica, non mancano, come si vede, spunti di riflessione e di grande attualità (il

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ruolo delle donne nella politica, la soluzione dei problemi sociali, il “comunismo”), che, proprio come si proponeva Aristofane, possono fare scaturire, dal divertimento degli spettatori, un serio e profondo dibattito. Risulta molto interessante il realismo con cui prende corpo la commedia. Ne è esempio la confusione di cui inizialmente sono vittime le donne che tendono a essere se stesse, dimenticando le parvenze virili da assumere o i termini maschili da usare durante la conversazione. È Praxagora a riportare le compagne alla finzione di un modo di comportarsi androgino, tramite i suoi rimproveri. Il lato comico viene fuori quando Blepiro si vede costretto a indossare alcuni indumenti della moglie Praxagora. La commedia è ancora molto rappresentata nei teatri italiani. In conclusione ci si chiede: le donne, per ottenere le quote


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Ripensandoci... rosa in Parlamento, dovrebbero comportarsi allo stesso di Praxagora? Le donne al potere come una prova generale per affrontare con grinta la battaglia della vita.

Approfondimenti Aristofane: la vita Aristofane nasce nel demo attico di Citadene intorno al 445 a.C.. Le poche notizie sulla sua vita ci provengono direttamente dalle sue commedie. Secondo quanto lui stesso afferma, negli Acarnesi, sembra che abbia avuto possedimenti nell’isola di Egina. Questa notizia e un’altra mai accertata, relativa a un processo intentatogli da Cleone per usurpazione del titolo di cittadino, crearono dubbi sul suo luogo di nascita. Ebbe

Anno I, n. 1 giugno 2008 argomenti (politica, educazione, cultura). Tra le opere più

sicuramente una cultura vasta e raffinata. Nonostante la passione politica, che traspare dalle commedie, il poeta non prese mai parte attiva alla vita politica ateniese. Nel tempo in cui l’autore greco scriveva, i poeti comici godevano della più assoluta libertà di parola. In seguito egli, probabilmente, subì un processo dal quale fu assolto e capì che i tempi stavano cambiando. Da allora più che di singole persone, Aristofane parla di tutta la situazione politica e culturale, prendendo di mira soprattutto i sofisti (con Socrate confuso per uno di loro) ed Euripide. Aristofane morì verso il 384 a.C. Egli scrisse moltissime commedie che affrontavano vari

Aristofane

importanti citiamo: La Festa delle donne (Tesmoforiazuse), Lisistrata, Le donne al Parlamento (Ecclesiazuse), Le Vespe, La Pace, Gli Uccelli, Le Rane. Nel 411 sono rappresentate due sue commedie, entrambe con protagoniste le donne: La Lisistrata (forse scritta nel 412) è

Aristofane

l’ultima grande commedia sulla pace e la maggiore testimonianza riguardante il problema del riscatto femminile. Le donne, nella Grecia distrutta e logorata dalla guerra del Peloponneso, ricattano gli uomini, attuando lo sciopero delle prestazioni sessuali, per ottenere la fine delle ostilità. Anche ne La festa delle donne (Tesmoforiazuse), rappresentata nelle grandi Dionisie del 411, Aristofane conferma il proprio interesse per i problemi riguardanti l’emancipazione femminile. Come in altre occasioni, il poeta tragico Euripide è preso di mira, accusato di misoginia, perchè spesso metteva in scena l’aspetto peggiore delle donne.

cercando, al buio, di trovare scarpe e mantello! Ma sì, brancola brancola, non l'ho mica trovato! E Don Merdonio picchia e ripicchia all'uscio! Allora piglio la mantellina di mia moglie, infilo le scarpette spartane... (Guardandosi intorno) Oh dove farla, salvando la decenza? Già, di notte, si salva dappertutto! E chi mi vede? (S'accoccola: divagando) O poveretto me, che ho preso moglie da vecchio! Me ne merito, mazzate! Ché non è certo uscita per far nulla di buono! Basta, ora bisogna farla!

Le donne al Parlamento (Dal Prologo) PRAXAGORA: Dunque, affidiamo, o cittadini, ad esse la città, senza fare tante chiacchiere, senza chieder che cosa abbiano in mente; ma lasciamo senz'altro che governino, sol riflettendo a ciò, che, in primo luogo, essendo madri, si daran pensiero di salvare i soldati. E la provianda chi sarà mai più spiccio d'una madre a procacciarla? E mille vie le donne hanno, di far quattrini. E se staranno al governo, chi mai può raggirarle? Son troppo avvezze a raggirare loro! Non dico più. Se mi darete retta, passerete la vita in festa e giubilo.

(Scena finale) CORO: Su le gambe, ohè, viva! A banchetto, ohè, viva! Viva, nostra è la vittoria! Viva, viva, viva, viva! (Escono tutti giubilando)

(Dalla scena II) SBIRCIAPAPPA: (Il marito di Praxagora esce vestito da donna): Che affare è questo? Dov'è mai sparita mia moglie? È l'alba, e non la trovo più! E io da un pezzo me la faccio sotto,

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«Lei vede l’amore dappertutto vero?» «È la forza che genera il mondo!» Sabina Spielrein applica la psichiatria all'educazione dei bambini di Stefania Erroi

arte e cultura cinema

SCHEDA TECNICA Titolo: Prendimi l’anima Regia: Roberto Faenza Sceneggiatura: Roberto Faenza Fotografia: Maurizio Calvesi Scenografia: Giantito Burchiellaro Musiche: Andrea Guerra Costumi: Francesca Sartori Montaggio: Massimo Fiocchi Origine: Italia Anno: 2003 Durata: 102’ Distribuzione cinematografica: Medusa

Zurigo, 1904 Questi il luogo e l’anno in cui si svolge la vicenda e si delinea il ritratto di una donna unica. Sabina Spielrein, giovane ebrea di origine russa, nasce a Rostov sul Don nel 1885 da una ricca famiglia ai tempi del dispotico zar Nicola II. A 19 anni, dopo essere stata colpita da frequenti crisi depressive, i genitori la portano nel famoso ospedale psichiatrico Burgholzli di Zurigo. Sabina è stata non solo la prima paziente, l’amante e la confidente più intima del dottor Jung – allievo e pupillo di Sigmund Freud – ma anche e soprattutto una validissima ricercatrice, che ha apportato un contributo decisivo e fondamentale alla scienza della psicanalisi.

PERSONAGGI E INTERPRETI Sabina Spielrein: Emilia Fox Carl Jung: Iain Glen Richard Fraser: Craig Ferguson Marie: Caroline Ducey Emma Jung: Jane Alexander Raappresenta un intenso omaggio al sentimento della passione e alla potenza dell’amore quali uniche pulsioni motrici dell’universo stesso. Jung: «Lei vede l’amore dappertutto vero?». Sabina: «È la forza che genera il mondo!». Perché è solo grazie a un coinvolgimento estremo, intellettuale ed emotivo che la giovane Sabina Spielrein riesce a trasformare la sua

Nel 1977 viene infatti ritrovata negli scantinati dell'istituto svizzero di Psicologia

gravissima sindrome isterica in una profonda ragione di vita e di umanità. In un arco evocativo di 40 anni, il regista ha voluto incorporare il tema della ricerca, instaurando un parallelo tra la storia dei due studiosi odierni e i frammenti della biografia di Sabina che essi riescono a ricostruire.

la corrispondenza originale tra i protagonisti della vicenda, nonché il

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diario personale della ragazza. Lo scottante scambio epistolare tra Freud, Jung e Sabina Spielrein ha portato alla luce nuovi elementi sulla vita privata dei fondatori della psicanalisi. Affetta da violente manifestazioni isteriche con tendenze anoressiche suicidali, la giovane Sabina ha personificato il primo caso clinico trattato e curato dal dottor Jung con il metodo freudiano.


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Ripensandoci... Metodo che sostituiva ai sistemi costrittivi – quali docce fredde, camicie di forza e catene ai letti – la terapia della parola, della libera associazione di idee e dello scambio emozionale. Ma Sabina ha rappresentato per il giovane medico molto

Dalla guarigione all’ impegno nello studio. Proprio a partire dalla sua personale e dolorosa vicenda, Sabina decide di dedicarsi allo studio dell’essere umano attraverso una laurea in medicina prima e una specializzazione in psichiatria e in psicologia infantile poi, e attraverso la diffusione del metodo psicanalitico anche in Russia più che un successo terapeutico. Gli ha infatti permesso di misurarsi con le difficoltà di una relazione analitica, coinvolgendo i suoi sentimenti più profondi e instaurando con lui un amore passionale, ma allo

Anno I, n. 1 giugno 2008 stesso tempo fortemente consapevole. Tutto ciò le ha dato la possibilità di conoscere se stessa in profondità e di guarire così dalla malattia. Il regista Roberto Faenza traduce, quindi, in immagini i lunghi anni di ricerche che lo hanno condotto di fronte all’incombente necessità di delineare questa straordinaria personalità, a lungo offuscata dall’oblio della Guerra fredda e dagli echi di una relazione sentimentale, che invece ha costituito solo un episodio della sua esistenza. Ha voluto tratteggiare il coraggio di una donna che ha vissuto tra Zurigo e Berlino, Berlino e Ginevra per poi tornare nuovamente a Mosca,

con il desiderio di superare la propria sofferenza e di creare un’alternativa più accettabile. Estremamente

dopo aver affrontato numerosi problemi, un’estenuante solitudine e preoccupanti difficoltà finanziarie, ma sempre

ferma intenzione di sperimentare “un’altra educazione” per creare “altri” bambini. Con le sue stesse parole: «Pare sia la

convinta dell’importanza di insegnare la libertà di pensiero e l’educazione sessuale anche ai bambini più piccoli, fonda a Mosca il primo laboratorio di Solidarietà Internazionale noto come Asilo Bianco (cosiddetto per il colore con il quale erano dipinti i suoi interni), con la

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prima volta che una psicoanalista viene messa a dirigere un asilo infantile. Ciò che vorrei dimostrare è che se si insegna la libertà a un bambino fin dall’inizio, forse diventerà un uomo veramente libero... ci metterò tutta la mia passione». Sarà poi la storia, con la morte di Lenin, la dittatura di Stalin e l’arrivo delle truppe naziste, a deciderne il destino: verrà infatti uccisa nel 1942, a soli 57 anni, presso la sinagoga di Rostov insieme alla sua bambina. Prendimi l’anima ha sicuramente il merito di restituire voce e dignità a una donna che voleva vivere d’amore, una donna estremamente intelligente e dotata di un preziosissimo intuito emozionale e intellettivo. Una donna che non solo è guarita e si è evoluta, ma che ha sempre continuato a combattere in nome di un sogno, di un’utopia, di un desiderio. Una donna capace di nutrire quelle speranze e quelle illusioni che sono assolutamente necessarie per contrastare il grigiore e la violenza del mondo.


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Omaggi canori femminili Donne celebri, donne che parlano di sé attraverso la loro umanità e la loro femminilità: protagoniste di songs famose e non di Viviana Carriero

musica

Billy Holiday

Donne descritte attraverso una canzone. Per ricordare la loro fama e che hanno fatto parlare di sé. Oppure, per sottolineare la loro umanità e il loro essere donna. In Giovanna D'Arco (1974), De André descrive la pulzella d’Orléans nel momento fatale, quando si concede – come dice il critico Alfredo Franchini – all’estasi del fuoco. Il terz’ultimo verso del brano dice «ho visto la gloria nel suo sguardo raggiante». Donna Lombarda di Gualtieri (2003) di De Gregori presenta un delitto che la protagonista sta per compiere. Essa avvelena il vino che offre poi al marito nel tentativo di assassinarlo, ma il bambino di pochi mesi che si trova nella culla distrae l’attenzione, piangendo. L'uomo intuisce l’inganno e costringe la moglie a bere. Il verso «Bevilo tu o Donna Lombarda tu lo berrai e poi

morirai» ricorda un po’ la vicenda storica della figlia del re longobardo Alboino, Rosmunda, avvelenata dallo scudiere, l’amato Elmichi. Si tratta di un’antichissima canzone popolare italiana, tramandata da Giovanna Daffini. Di questa cantante folk è bene ricordare Saluteremo il signor padrone (1967). Il testo vede protagoniste le mondine che, dopo l’estenuante lavoro nelle risaie per pochi soldi, salutano con un piede sulla staffa e quell’altro sul vagone il padrone sfruttatore. «Macchinista macchinista faccia sporca, metti l'olio nei stantuffi, di risaia siamo stufi a casa nostra vogliamo andar» recitano alcuni versi. Il pezzo è stato anche interpretato nel 1975 dal cantautore Eugenio Finardi nel

suo primo album dal titolo Non gettate alcun oggetto dai finestrini.

Marilyn Monroe

Ci ha pensato Francesco Guccini (Canzone per Silvia, 1994) a ricordare la vicenda di Silvia Baraldini, arrestata ingiustamente in America («Silvia non ha ucciso mai nessuno e non ha mai rubato niente») e sottoposta a un trattamento molto

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severo («anni amari»). Il testo mostra molta indignazione e rabbia, come si nota dalla triplice ripetizione del verso finale «che sempre l’ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte». Anche le donne che hanno fatto storia nel mondo dello spettacolo vengono omaggiate con una canzone. Sia Riccardo Cocciante (1985) che Alberto Fortis (1981) hanno dedicato un brano a Marilyn Monroe. Il primo ricorda con malinconia le classiche pose dell’attrice, rimproverandole l’atto di essersi suicidata («Marilyn non dovevi farlo, cara»). La canzone di Fortis, invece, è piuttosto ironica, centrata sulla relazione che l’attrice americana ebbe con il presidente Kennedy. Nel 1989 Pino Daniele dedica ad Anna Magnani, una


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Ripensandoci... delle stelle più luminose del nostro cinema, Anna verrà, ricordando l’attrice romana per il «suo modo di guardarci dentro» e «sorridere per questa libertà». Nel mondo musicale anche Billie Holiday e Mia Martini sono state ricordate attraverso canzoni. Il gruppo inglese Shakatak ha infatti dedicato nel 1984 Lady a Billie Holiday, una delle più grandi jazz singer americane. I versi di questo brano dicono tutto: «I hear from a voice out of history,/that lived the sound of despair./It sings again in the memory,/of the white flower in her hair». (Io sento una voce fuori dalla storia/che visse il suono della disperazione./Canta di nuovo nella memoria/del fiore bianco tra i suoi capelli). Loredana Bertè ha reso omaggio alla sorella Mimì con due brani molto struggenti, Luna (1997) e Mufida (2005). Quest’ultimo pezzo presenta chiaramente una denuncia nei confronti di coloro che hanno parlato male di Mia Martini, conducendola al gesto del suicidio («Mufida che il pubblico pagante /ha consacrato grande/resterai quell'esempio/come Gesù nel tempio»). Anche Renato Zero ha

Anno I, n. 1 giugno 2008 voluto rendere memoria all’amica scomparsa con un suo brano. La grande assente (1998) fa

Palestina. Antonello fu ispirato a scrivere questa canzone sul problema palestinese, in seguito alla visita di

rivivere la cantante attraverso i suoi «enormi cappelli», il «suo piano», il «suo canto/perfetto richiamo». E poi ci sono le canzoni che hanno un valore sociale, umanitario. Esterina (1986) di Antonello Venditti racconta di una ragazza ebrea che vive a Roma e che sogna la

Giovanni Paolo II («O Paolo amico/questo è un giorno santo/per te che porti il mondo/dentro gli occhi tuoi») alla sinagoga di Roma nel 1986. Nel suo ultimo album, Diario di bordo (2006), Ivana Spagna ha dedicato un brano, Greta, a una ragazza disabile, invitandola a sognare e a ricordare,

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perché lì «vive una Greta che corre e che balla». Jezebel (1985) di Sade parla di una ragazza che non disprezza le sue origini povere («She probably had less than every one of us», Lei probabilmente aveva meno di ognuno di noi; «Won’t try to deny where she came from», Non proverà a negare da dove è venuta). Jezebel ha sofferto molto («Every winter was a war», ogni inverno era una guerra), ma lei vuole lottare per ottenere ciò che è suo («I want to get what’s mine», Desidero ottenere che cosa è mio). Per chiudere l’articolo e ricordare l’emancipazione femminile, citiamo Siamo donne, brano cantato al Festival di Sanremo 1991 da Sabrina Salerno e Jo Squillo. Nel testo, apparentemente disimpegnato, non mancano alcune provocazioni femministe, come dice uno dei versi cult della canzone, «Siamo donne, oltre le gambe c’è di più». Jo Squillo, autrice del testo, spiega che bisogna «guardare a un’etica, essere libere di mettere una mini shirt, una gonna o un paio di pantaloni, essere giudicate per quello che vali, per quello che fai e per quello che pensi».


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L'ultimo tragico viaggio di Pippa Bacca Un progetto artistico basato su un messaggio d'amore e di fratellanza di Laura Longo arte Pippa Bacca durante la sua performance "Spose in viaggio"

Pippa Bacca alias Giuseppina Pasqualino di Marineo. Un’artista a 360° della tecnica performativa, nipote di Piero Manzoni autore della nota provocazione “merda d’artista”. È scomparsa tragicamente durante una delle sue performance. È stata violentata e strangolata prima di essere seppellita alla bell’e meglio dal suo assassino, reo confesso, che l’aveva caricata mentre faceva l’autostop. L'ultima performance La sua ultima performance denominata “Spose in Viaggio” si proponeva di attraversare in autostop 11 paesi teatro di conflitti armati vestendo un abito da sposa per promuovere la pace e la fiducia nel prossimo. Il viaggio, intrapreso insieme a un’altra artista, Silvia Moro, era iniziato da Milano l’8 marzo di quest’anno e aveva come meta finale Gerusalemme.

viaggio, però, dopo essersi separata a Istanbul dalla compagna con cui prevedeva di rincontrarsi pochi giorni dopo a Beirut, Pippa Bacca fu violentata e uccisa a Gebze da un balordo che le aveva dato un passaggio. Il responsabile del suo assassinio, il trentottenne Murat Karatash, venne individuato per aver fatto uso del cellulare della vittima. L'assassinio di Pippa Bacca ha scosso l'opinione pubblica italiana, ma ancor di

L'arrivo in Turchia e l'omicidio

Dopo aver attraversato Slovenia, Croazia, Bosnia e Bulgaria, Pippa e la sua compagna arrivarono in Turchia il 20 marzo. Secondo il programma, le due avrebbero poi dovuto continuare attraverso Siria, Libano, Pippa Bacca, "Angelo sognatore" Giordania, Israele e più quella turca. Il Palestina, con arrivo tragico avvenimento previsto verso metà infatti ha riaperto il aprile. dibattito sulla violenza Nel corso di questo

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contro le donne e sulle spietate tradizioni ancestrali. La sua arte Il filo conduttore della sua arte è la trasformazione degli oggetti in altri oggetti: nelle opere della Bacca vi è in sostanziale ribaltamento concettuale delle leggi della percezione e della forma. La sua dissacrante, seppur sempre sottile, spinta ironica, nasce da un contrasto dialettico che gioca con i luoghi comuni dell’iconosfera contemporanea, con i pregiudizi e i riflessi condizionati dei comportamenti sociali. L’uso dell’uncinetto, a esempio, tradizionalmente femminile e simbolo di un universo domestico di virtù, pazienza e sottomissione, diviene invece uno strumento di potente rottura iconoclasta attraverso la creazione di patchworks esplicitamente ammiccanti alla sfera sessuale. In questa prospettiva, il tema


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Ripensandoci... dell’essenza femminile è la sua principale voce di espressione.

Anno I, n. 1 giugno 2008 così la ricerca del femmineo, generatore di vita. Proprio come inno alla vita la Bacca, durante il viaggio, ha realizzato la "Lavanda dei piedi" alle ostetriche del posto, come simbolo di riconoscenza e gratitudine verso queste donne che

terra, con le persone

Il significato di “Spose in Viaggio” progetto artistico Pippa Bacca e Silvia Moro, infatti, da semplici viaggiatrici si sono trasformate per l’occasione in giovani spose per realizzare un matrimonio con la

I funerali di Pippa Bacca

incontrate nei luoghi esplorati, sviluppando

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permettono alla vita di nascere in luoghi in cui la guerra troppo spesso non ne ha rispetto. Silvia Moro, invece ha utilizzato l’antichissima arte del ricamo, chiedendo alle donne che ha incontrato in ogni paese, di realizzare ricami sul suo abito che testimoniano la rete di relazioni possibili tra i popoli come dissolvimento dei limiti territoriali, delle barriere culturali e linguistiche che dividono le nazioni.


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Tamara de Lempicka una pittrice tra XIX e XX secolo Un viaggio tra corpo e costume per descrivere l'anima della società di Fabrizia Aralla arte Portrait of a Young Girl in a Green Dress, 1929

compiuta. Sono Gelide, dalle plastiche emanazioni forme opulente, età di una vita mondana sfuggente e linea che Tamara, grazie sinuosa. Sono le alla sua benestante donne di Tamara condizione, conosce Gorska, conosciuta bene. dopo il suo matrimonio Sono come queste Tamara de Tamara dipinge figure a far Lempicka, donne pittrice di ottenere dagli sguardi origine alla pittrice polacca lungo asfittici, imperlati per vissuta a tempo, fino di un tremito cavallo tra al declino, i due secoli. plausi vitreo, le luci Tamara di un panorama attoniti dipinge della donne dagli di ricchezze e agi, critica. In sguardi tutte le di abitudini asfittici, sue opere, imperlati di viziose senza mai un tremito tracciare i vitreo, caratteri aggettanti dagli sfarzi dell’aberrazione, cromatici. Sono le Tamara accenna, in donne del primo un’esplosione di forme dopoguerra, mutuate dal cubismo, il disastro interiore decorate dallo che gli eccessi sviluppo economico producono; il livore che declinerà che aleggia sulle vertiginosamente nel sagome delle sue 1929 con il crollo di figure echeggia il Wall Street. Sono le logorio luci di un panorama di inestinguibile della ricchezze e agi, di noia. Le sue dame abitudini viziose in atteggiano il viso a uno seno a una società di slancio di orgoglio lussi. Sono i motivi di una nuova Belle deperito, facendone un époque, e i parametri vezzo appassito. La di un nuovo modo di femminilità non è fare arte: l’Art Dèco, segno di armonia e di cui la de Lempicka bellezza, ma il rappresenta prodotto di un l’immagine più costume.

Lo scoppio della Rivoluzione russa del 1917 costringe la pittrice a un terribile travaglio psicologico: il marito, avvocato,

orientale costringono Tamara a spostarsi verso il cuore dello spazio intellettuale esteso in occidente: l’Italia, già

visitata in Tadeusz de Dormeuse, 1934 giovane età in Lempicki viene occasione di un viaggio arrestato a causa dei in compagnia della suoi legami con gli nonna, e la Francia, in ambienti filozaristi. particolare Parigi, Grazie all’impegno di dove il suo bisogno di un diplomatico con cui riappropriarsi di uno Sono queste figure status sociale ormai perduto non può che a far ottenere trovare la giusta alla pittrice per soddisfazione. I primi lungo tempo, fino anni venti sono la culla al declino, i plausi del suo prossimo artistico. Sono attoniti della critica successo rispettivamente del 1922 e del 1923 le opere Nu assis e Nu aveva intrattenuto una couché in cui evidente breve e intensa è l’apporto del relazione, la de gigantismo Lempicka riesce a volumetrico di Picasso liberare il consorte. Gli e Lèger, nonché sconvolgimenti in l’impianto della atto nell’Europa

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Ripensandoci... rappresentazione ingresiana. È

Anno I, n. 1 giugno 2008 compositiva si fa più complessa e meno immediata. Emerge una visione illusionistica e proto-barocca dello scorcio sottinsù del Veronese, insieme con allungamenti anatomici riconducibili al Parmigianino su corpi ritorti e scarni come nei quadri del Pontormo. Emblematico a questo proposito è Groupe de quatre nus, chiaramente ispirato al Bagno turco di Ingres. Nel 1927 arrivano i primi riconoscimenti ufficiali della critica: Tamara vince il primo premio all’Exposition Internationale des Beaux Arts di

medievalizzante. Questo gruppo vanta legami

Bathing Women, 1929

soprattutto in seguito a una permanenza prolungata in Italia, concentrata intorno ai tre poli artistici fondamentali Roma, Firenze e Venezia, che Tamara viene in contatto con l’enfasi anatomica delle sculture paleolitiche, le Veneri, il cui ritrovamento massiccio era avvenuto pochi anni prima sul suolo italiano. Sebbene l’opera di Tamara de Lempicka abbia attraversato stagioni tra loro molto diverse, il riferimento immancabile, primario nella costruzione dell’opera, resta quello alla deformazione formale di Andre Lothe, uno dei suoi maestri. Lothe l’accompagna dal principio alla maturità e le ispira un deciso rifiuto della rappresentazione fotografica della realtà che si concretizza nel tipico tessuto frammentato dell’immagine. Tra le simpatie di Tamara vi è anche Denis, membro del gruppo esoterico dei Nabis, i quali propugnano un ritorno al cattolicesimo originario in una prospettiva quasi

Groupe de quatre nus, 1925

altolocati con l’Action Française, associazione monarchico-nazionalista, il cui leader Mourras è torbidamente implicato nell’affare Dreyfus scoppiato in quegli anni. Dalle ceneri del Dadaismo sorge il Surrealismo di Andrè Breton incarnato dalle visionarie incursioni di Salvador Dalì e dalle sagome magrittiane. È in questo grembo che il pennello di Tamara de Lempicka dà sfogo agli afflati neoclassicisti che scuotono l’immaginario della pittrice. Costruita su basi cromatiche ridottissime, la nuova iconografia lempickiana attinge a Pontormo e Bronzino. Così sono realizzati il famosissimo Portrait de la duchesse de la salle e Irene et sa soeur. Lo stile si arricchisce di nuovi riferimenti alla tradizione e la struttura

Adam et Eve, 1932

Boleaux per Kizette au balcon e nel 1929 si classifica terza all’Exposition Internationale de Poznon per Kizette communiande. Nel 1932 Tamara realizza l’unico nudo maschile di tutta la sua produzione. L’opera è Adam et Eve, ove agli schemi geometrici ingresiani si sovrappongono nuovi apporti della metafisica di De Chirico e l’evocazione dell’antico (la presenza della mela) convive con la citazione del moderno (i grattacieli sullo sfondo).

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Dopo la fortuna maturata nell’arco degli anni Venti comincia per la de Lempicka, alla fine degli anni Trenta, un inesorabile declino. Verso il 1935 Tamara comincia a ispirarsi ossessivamente a modelli agiografici. Del Bernini considera la scultura Estasi di Santa Teresa e la prende a modello per la realizzazione di un dipinto, Sainte Therèse. In questa fase finale, in cui parallelamente alla comparsa del motivo religioso si verifica uno svilimento del carattere della sua pittura, Tamara de Lempicka si muove secondo le linee di un Verismo esasperato e di un altrettanto esacerbato perfezionismo formale. L’impronta inequivocabile di muta e soave arroganza sbiadisce. Il significato generale dell’opera si ammorbidisce, diviene più coerente, più snello e meno scioccante. La critica si accorge dell’indebolimento della mano della pittrice. Numerosi insuccessi la persuadono a trasferirsi a Houston dalla figlia Kizette e ad abbandonare quindi il vecchio continente. Anche in America la de Lempicka continua a dipingere. Confeziona opere che affidano il loro contenuto ai simbolismi desueti di Dalì e giustifica ogni sua composizione con la chiarezza magistrale di Vittore Carpaccio, pittore veneziano che aveva costituito uno dei suoi modelli di riferimento. Nel 1957 tenta di riconquistare, senza riuscirci, il pubblico di Roma e nel 1962 fa lo stesso con un’esposizione a Parigi. La delusione la spinge a ritirarsi a vita privata, finché la morte non la sorprenderà nel sonno nel 1980.


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Anno I, n. 1 giugno 2008

Casa di bambola Una donna del presente vissuta in un passato senza tempo di Stefania Stefanelli

teatro Henrik Ibsen

In occasione del centenario della morte di Henrik Ibsen ecco un’opera straordinariamente attuale, sugli uomini e sulle donne. Casa di Bambola è la storia di una casa borghese, di una tranquilla vigilia di Natale. È la storia di Nora, giovane madre e moglie felice del rispettabile avvocato Helmer. Gli elementi di una tranquilla e serena famiglia ci sono tutti... in apparenza. La commedia inizia con un’atmosfera quasi idilliaca. C’è Nora che prepara l’albero di Natale in compagnia dell’amato. Ma l’arrivo di una vecchia amica, Kristine Linde, lascia trapelare una verità fino ad allora accuratamente nascosta. Helmer è stato gravemente malato e si è reso necessario un viaggio in Italia per curarlo. Per affrontare questo enorme disagio, Nora ha dovuto contrarre illegalmente un debito dall’avvocato Krogstad. Dopo aver superato la malattia, Helmer, con tenacia, diventa

Krogstad scopre che Kristine Linde, la donna che lo aveva abbandonato per sposare un altro, lo ama ancora. E così decide di non ricattare più Nora. Ma Helmer, nel frattempo, scopre la verità e un terribile litigio scoppia tra i due. Il marito affettuoso che Nora conosceva si trasforma in un giudice implacabile e la ripudia. Non solo! Le toglie la sua unica, vera ricchezza, i suoi figli, e le vieta di educarli! La madre e compagna perfetta diventa la donna colpevole di un grave reato. Imperdonabile. Un reato che mette a repentaglio la carriera di un uomo che – ironia della sorte – è riuscito a ottenere la rispettabilità che tanto ostenta, grazie al sacrificio di Nora! La tensione si ridimensiona quando Krogstad consegna a Helmer il documento col quale ricatta Nora e che compromette la sua reputazione. Immediatamente la calma apparente ritorna. Helmer è pronto a perdonare la

direttore di banca. E Krogstad, in difficoltà, chiede a Nora di intercedere per lui presso il marito, perché questi non lo licenzi. Helmer, ignaro del legame che unisce i due, si rifiuta di assecondare le richieste, a dir poco incomprensibili, della moglie. Krogstad a quel punto inizia a ricattare Nora. È qui che la commedia si trasforma in un dramma. Gli eventi si intrecciano al punto in cui sembra inevitabile che Helmer venga a conoscenza di tutto! Nora, dall’alto della sua ingenuità, ha grande fiducia. Lei è convinta che le bugie che ha dovuto raccontare e che hanno salvato il marito, le saranno perdonate. In fondo si è trattato di un atto d’amore... ma questa è solo una sua convinzione. L’atmosfera si surriscalda, i sospetti aumentano, la tensione rende gli animi insensibili. All’improvviso, un colpo di scena smorza i toni.

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moglie... quasi fosse una vittima inconsapevole. Ma Nora ha scoperto, a sua volta, una triste verità: l’amore smisurato e incondizionato che provava per il marito è rimasto schiacciato

Con il personaggio di Nora siamo a un momento aurorale del femminismo. Casa di bambola è una pungente critica ai tradizionali ruoli dell'uomo e della donna nell'ambito del matrimonio durante l'epoca vittoriana dalle convenzioni borghesi e ipocrite. Le sue aspettative di donna, di madre, di moglie sono state disattese completamente da un uomo che l’ha sempre, solo, considerata una bambola pronta ad


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Ripensandoci... assecondare i suoi desideri. Nulla di più. Non un essere umano senziente, ma solo una bambola. Ed è proprio questa sconvolgente realtà che scatena la reazione inaspettata di Nora. Abbandona bambini e marito alla ricerca della propria identità di donna. Rinuncia a se stessa per cercare quella parte di sé che lei stessa non conosce. Compie una scelta opinabile ma è l’unica che le restituisce una dignità che non le è mai appartenuta. Nora rappresenta una moderna eroina femminista. È un personaggio complesso e Ibsen riesce a scandagliare la sua anima e a far affiorare in superficie le contraddizioni di una società senza tempo. Tante luci, tante ombre, tante maschere e alla fine, con grande dolore, la ricerca dell’autoaffermazio ne di se stessa come persona e come donna. Nessuno vince

Anno I, n. 1 giugno 2008 svariati ambienti, che spesso sono solo un miraggio, ma della conquista di un ruolo sociale dignitoso. L’uomo e la donna non saranno mai uguali, ma uguali potranno essere, forse, un giorno i loro diritti.

e nessuno perde. Come lo stesso Ibsen scrive nei sui primi appunti per la commedia: «ci sono due tipi di leggi morali, due tipi di coscienze, una in un

Approfondimenti Henrik Ibsen Ibsen nasce nel 1828 in Norvegia. Trascorre una giovinezza difficile poiché i genitori, dei commercianti, cadono in disgrazia. Nel 1851 viene nominato poeta e direttore artistico del National Theater di Bergen. Dal 1864 al 1868 Ibsen è in Italia dove scrive due dei suoi capolavori: Braand e Peer Gynt. Le sue prime opere risentono dell’influenza delle idee risorgimentali e patriottiche, fino ad approdare in epoca più matura al naturalismo. Casa di bambola del 1879 risale a quest’ultimo filone. Ibsen, dopo aver vissuto tra Roma e Monaco, torna in Norvegia nel 1891 e vi muore nel 1906.

uomo e un'altra completamente differente in una donna. L'una non può comprenderne l'altra; ma nelle questioni pratiche della vita, la donna è giudicata dalle leggi degli uomini, come se non fosse una donna, ma un uomo». È una lotta che ancora oggi ogni donna combatte, prima di tutto con se stessa e poi col resto del mondo. Non si tratta solo di pari opportunità nei più

Realismo e prospettiva critica della società

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Ibsen debutta con drammi storici (tra cui Catilina, 1850), nei quali emergono i temi della vocazione individuale e delle contraddizioni tra ambizioni e forze antagonistiche del destino. Nelle opere successive la trama è legata all’attualità. È un imperativo dei rappresentanti della letteratura realistica immergersi nel proprio tempo e lasciarsene influenzare. I componimenti storici nello stile nazionalromantico sono passati di moda: gli antichi dei ed eroi, gli imperatori romani e i re potenti vengono abbandonati e sostituiti da persone comuni. Nei suoi drammi Ibsen cerca senza pietà di mettere in luce gli aspetti negativi della società come l’ipocrisia e l’inganno, l’uso del potere, la manipolazione e rivendica tenacemente la verità e la libertà. Dunque, conflitti sociali, dissidi familiari, condizione della donna nella società, sono i temi dominanti. Verità, emancipazione, autorealizzazione e libertà personale sono le parole chiave.


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Henrik Ibsen

Casa di bambola Nora

Fattorino Nora Helmer Nora

«Helene, mi raccomando: nascondi l’albero di Natale. I bambini non devono vederlo prima di stasera; devo prepararlo». (Al fattorino, prendendo il borsellino) «Quanto le devo?». «Cinquanta centesimi». «Ecco una corona. Tenga il resto». (Il fattorino saluta ed esce. Nora chiude la porta. Continua a sorridere, mentre si toglie cappello e soprabito. Prende dalla tasca dell’abito un pacchetto di amaretti. Ne mangia due o tre, poi si avvicina in punta di piedi ad ascoltare alla porta dello studio di suo marito) «Sì! È in casa». (Riprende a canticchiare dirigendosi al tavolino di destra)

Helmer

(dalla sua camera) «Chi è che gorgheggia così? La mia lodoletta?».

Nora

«Sì».

Helmer

«Quando è tornato a casa il mio scoiattolino?».

Nora

«In questo momento». (Rimette in tasca il pacchetto dei dolci e si pulisce le labbra) «Torvald, vieni a vedere cosa ho comprato».

Helmer

«Ho da fare. Non disturbarmi». (Poco dopo apre la porta. Ha la penna in mano e lancia una occhiata nella stanza) «Comprato, hai detto? E cosa hai comprato? La mia lodoletta ha di nuovo trovato il modo di spendere tanti soldi?».

Nora

«Ma sì, Torvald, quest’anno possiamo permetterci il lusso di fare qualche spesa in più. È il primo Natale che non siamo costretti a fare economie».

Helmer

«Sì... ma non dobbiamo far follie».

Nora

«Via Torvald, un pochino direi di sì, non è vero? Adesso hai un ottimo posto... guadagnerai tanti soldini...».

Helmer

«Sì, dal primo gennaio, però. Dobbiamo aspettare la fine del trimestre».

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salotto di cultura e attualità Anno I, n. 1 giugno 2008

Nessun interesse ad andare in paradiso Piccolo excursus letterario nel rifiuto femminile dello stereotipo della donna angelo

leggi con noi

di Sabrina Barbante

Donna angelo, di Moreno Bondi

I classici della letteratura ci hanno sempre offerto esempi di emancipazione e forza femminile. Fiumi di inchiostro vengono ad esempio spesi sulla shakespeariana Giulietta, e sulle eroine di stessa paternità quali Portia (I Mercanti di Venezia) e lady Macbeth (Macbeth). E altrettante giuste parole vengono spese nei manuali di letteratura sulle figure caratteriali della Pamela di Richardson e Moll Flanders di Defoe. Minore fortuna letteraria trovano personaggi di donne, dipinti da donne, come quelli ritratti dalle sorelle Brönte o da Jane Austen. Tuttavia queste ultime sono quanto meno citate nei manuali scolastici o conosciute grazie al cinema. Altre autrici sono quasi del tutto dimenticate dalla scuole, dai critici e dagli editori. Soffermandoci sull’importanza

insita fragilità, solo nella sua posizione di vittima, circondata dalla santa aura del martirio. Possiamo comprendere le motivazioni di Cathy e il suo modo di affrontare le difficoltà, nel punto in cui essa dichiara apertamente alla nutrice di non poter e non veler essere l’angelo che gli altri si aspettano di trovare in lei.

letteraria dei ritratti di donne fatti da donne stesse, nel panorama della letteratura inglese è interessante notare come alcune scrittrici hanno fatto un primo passo verso un tipo particolare di emancipazione, se così possiamo definirla, rinunciando alla parvenza angelica e all’idea della virtù forzata con la quale il mondo maschile ha etichettato la donna nel corso dei secoli. Leggendo Cime Tempestose di Emily Brönte si resta facilmente stupiti dal modo in cui la protagonista Catherine, si libera non solo da quello che è il “giusto comportamento” bensì anche dai nobili sentimenti che gli altri si aspettano lei provi , rivendicando il suo “diritto ad essere cattiva”. Nell’atmosfera cupa e gotica del romanzo, Emily Brönte ritrae un personaggio tanto ambiguo quanto vulnerabile. In breve, umano. Cathy non si pone al lettore, pur nella sua

Cathy ammette di essere “cattiva” quanto l’uomo che ama, Heathclif. Non ama il principe azzurro che sta per sposare e non si sente in colpa per questo. L’importante tematica di questa storia è proprio l’ambiguità che l’autrice indaga tra cosa sia davvero buono o cattivo.

«[…] Ho sognato che, una volta lì in cielo […] non mi sentivo a casa; e piangevo sino a spaccarmi il cuore perché ritratto di Emily Brönte volevo tornare Certamente meno sulla terra; e gli Angeli nota di E. Brönte è erano tanto arrabbiati l’autrice seicentesca con me che mi Aphra Behn. cacciarono via […] e mi svegliai piangendo di «[…] Oh cursed gioia. Questo spiega il Honour! thou who first mio segreto. Non ho didst damn,A Woman più interessi a sposare to the Sin of shame; Edgar Linton di quanti Honour! that rob’st non ne abbia ad us of our Gust […], andare in paradiso».

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Ripensandoci... Honour! that put’st our words that should be free Into a set Formality. Thou base Debaucher of the generous heart, That teaches all our Looks and Actions Art […]».

Anno I, n. 1 giugno 2008 credo, mio capitano, che una bella donna abbia da approfittarne quando ancora ha un bel viso, perché codesto è il tempo per noi del raccolto dei nuovi amici; se dovessi, nel tempo della mia gioventù, iniziare a seguire una sciocca costanza, sarebbe la mia fine! Preferisco bighellonare alla luce del sole in questo mio viaggio. Allora io dichiaro che vi concederò solo un anno d’amore, un anno d’indifferenza e un anno d’odio. Dopo di ché, potrete andare al diavolo: perché io mi dichiaro allegra, dolce, incostante!». (traduzione S. Barbante)

tratta affatto di un caso. Il libertino, importato dalle corti di Francia, diventa nel 600 inglese il simbolo del libero pensiero, di un nuovo stile di vita anti-puritano. Hellena, tuttavia, non è la semplice ombra del suo uomo.

«[…] Maledetto Onore che tu sia dannato! Per primo tu la donna alla vergogna hai condannato; Onore! Che ci privi dei nostri piaceri[…], Onore, che il nostro mondo, votato alla libertà, metti in stato di In un’altra formalità. Pietra tombale di Aphra Behn, Londra. commedia The Tu,del L’incisione riporta la frase: cuore sincero, «Qui giace la prova che l’intelligenza non può essere feigned Courtisans, una difesa sufficiente contro la morale». (Le finte cortigiane) le infimo due protagoniste, detrattore Marcella e Cornelia, che fingono di essere Ella si prende gioco di istruisce d’arte lo cortigiane per lui, lo rende geloso sguardo e l'agire […]». fuggire dalle dimostrandosi molto (Traduzione S. costrizioni familiari più libera di quanto lo Barbante) che impongono stesso libertino possa matrimoni forzati. sopportare. Questo lei scrisse in In questo caso Lo sconvolge The Golden Age, l’essere cortigiane dichiarando la sua attuando una delle sue diviene emblema natura anti-angelica. dure e ironiche critiche della libertà nel al suo tempo. gestire i propri affari. «I am as inconstant Nella storia del teatro All’inizio dell'atto IV as you, for I have inglese, che annovera scena 1, Marcella, considered, captain, quasi esclusivamente fingendo di essere una that a handsome autori maschili, la cortigiana, rifiuta la woman has a great deal personalità di questa corte dell'uomo da lei to do whilst her face is donna è stata avvolta da amato nel momento in good, for then is our un ingiusto silenzio. cui lui le chiede di esser harvest-time to gather Nella sua fitta virtuosa come l’angelo friends; and should, in produzione teatrale che ha sognato. Nel these days of my youth, incontriamo dunque rifiuto di Marcella di catch a fit for foolish personaggi come seguire i proposti canoni constancy, I were Hellena, una delle di vera virtù possiamo undone; ’tis loitering by due protagoniste leggere la visione daylight in our great femminili di The dell'autrice circa le journey. Therefore, I Rover (Il pretese di quell’universo declare, I’ll allow but Vagabondo).Trattasi di maschile. one year of love, one una nobil donna La schiavitù non è year of indifference, and destinata al convento solo quella delle a year of hate; and then per scelta della sua costrizioni familiari go and hang yourself: famiglia. Sin dalle prime bensì anche quella for I profess myself the righe capiamo quanto insita nelle gay, the kind, the ella non sia adatta alla aspettative degli inconstant». vita monastica. uomini che esse Hellena è amano e della «Sono incostante innamorata del società intera. almeno quanto voi, e “libertino”, e non si

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La cortigiana è un baluardo della libertà di pensiero, come il libertino. Il valore di Aphra Behn nella storia letteraria e nella storia della consapevolezza femminista fu tra l’altro sottolineato da Virginia Woolf, la quale, in A room for one’s self, scrisse: «All women together ought to let fall up on the tomb of Aphra Behn, which is, most scandalously but rather appropriately in Westminster abbey, for it was she who earned then the right to speak their minds. It is she, shady and amorous as she was, who makes it not private fantasie for me to say to you tonight: earn 5.000 a year by your wits». «Tutte le donne dovrebbero lasciar cadere un fiore sulla tomba di Aphra Behn, situata in maniera tanto blasfema quanto appropriata nell’Abbazia di Westminster, poiché ella fu la prima a guadagnare il diritto a farci dire la nostra. È lei, ombrosa e sentimentale, che ha fatto sì che oggi per me non sia delirio potervi dire: guadagnate 5.000 sterline l’anno col frutto della vostra mente!». Non dobbiamo sottovalutare l’importanza di leggere opere scritte da donne, anche oggi; siamo forse ancora troppo legati al modo in cui gli uomini hanno dipinto quello che non a caso viene definito il gentil sesso, facendone un quadro sicuramente bellissimo, ma raramente oggettivo.


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Moro e Berlinguer. Il resto è silenzio Tutto pronto per il compromesso storico: perché ciò non avvenne? di Angelo Annè

Il libro di Giorgio Galli, Il decennio Moro-Berlinguer (Baldini Castoldi Dalai editore, 2006) è uno studio che si concentra sugli anni che vanno dal referendum sul divorzio del maggio del 1974 alla morte del segretario del Pci, avvenuta 10 anni dopo. Questo fu il periodo in cui, secondo Galli, vi sono state le maggiori occasioni per un’evoluzione positiva del sistema politico italiano. Negli anni tra il ’74 e l’85 il Pci aveva raggiunto il suo massimo storico, il 36% dei voti, contribuendo alla formazione di due gruppi equivalenti, entrambi col 46% dei consensi. Nulla quindi avrebbe impedito la formazione di un governo tra democristiani e comunisti con un’intesa programmatica condivisa. Tuttavia ciò non avvenne. Come dimostra il libro, né gli Stati Uniti, né la Cia, né la Confindustria ostacolarono l’ingresso dei comunisti nella

potevano tollerare contrasti netti e rotture specifiche. Il motivo principale che spinse i comunisti a non candidarsi direttamente alla guida del governo costituisce un filo rosso in tutta la storia repubblicana: la costante sopravvalutazione della forza dei cattolici in Italia. Questa sopravvalutazione del ruolo politico dei cattolici fu determinante in Berlinguer e nella gran parte della classe dirigente di sinistra.

maggioranza. Gli americani erano contrari alla presenza dei comunisti al governo, ma non al fatto che il Pci entrasse nella maggioranza sulla base di un programma concordato. Solo la tenace resistenza della Dc impedì un simile progetto. Moro non considerò mai l’ipotesi che potesse esistere e operare in Italia una vera opposizione, un’alternativa concreta al potere. Ogni volta che si è profilata all’orizzonte questa ipotesi, Moro ha fatto quanto era in suo potere per “ammollirla” e infine associarla al potere. L’essenza della sua filosofia politica non risiedeva nell’obiettivo di offrire al suo partito i vantaggi del potere. Questo era solo l’aspetto marginale. La vera sostanza del suo pensiero stava nel giudizio radicalmente pessimista sulla società e sullo Stato italiano che, per la loro insicurezza, non

Riguardo ai referendum sull’aborto e sul divorzio, l’elettorato fece una chiara scelta di laicità. In questi anni però la situazione è cambiata. Oggi la presenza laica è piuttosto flebile, mentre quella della Chiesa si è rinvigorita notevolmente. I referendum, che sono stati un elemento importante nel decennio ’74 -’84, sono venuti poi declinando, perché se ne è voluto fare un uso

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anomalo. Gli istituti referendari, che nella nostra Costituzione sono solo abrogativi, si sono voluti modificare in uno strumento di procedura legislativa.

Un decennio di spinte sociali progressiste interrotto dalla morte improvvisa di Berlinguer. Sarebbero andate diversamente le cose se Moro non fosse stato ucciso? Nel libro viene dedicata un’ampia parte al progetto di ricostituzione di un partito di ispirazione cattolica. Il pontificato autorevole e prestigioso di Giovanni Paolo II e il contemporaneo indebolimento del fronte laico hanno favorito una maggiore incisività della Chiesa cattolica. In questo contesto è possibile riproporre il progetto di un


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Anno I, n. 1 giugno 2008 Approfondimenti

partito cattolico, ma ci si deve chiedere come esso si potrà integrare con l’esistenza di Forza Italia, che possiede una connotazione e un insieme di valori mediaticoconsumistici, molto diversi dai veri valori cattolici.

Giorgio Galli Giorgio Galli, noto politologo italiano, ha insegnato Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli studi di Milano. Ha studiato, tra l’altro, il rapporto tra dottrine storicopolitiche e culture considerate prerazionali e irrazionali.

Giorgio Galli

Il decennio Moro-Berlinguer Il decennio tra il maggio 1974 e il giugno 1984, tra il referendum sul divorzio e la morte di Enrico Berlinguer, è stato quello nel quale furono maggiori le occasioni per una evoluzione positiva del sistema politico italiano. Maggiori che in ogni altro periodo dal dopoguerra a oggi. Maggiori rispetto anche alla travagliata fase di passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, tra l’inchiesta di «Mani Pulite» – partita nel febbraio 1992, alla vigilia delle elezioni di quell’anno – e la vittoria del centro-destra nelle elezioni del maggio 2001. Dal punto di vista della storia dei sistemi politici di democrazia rappresentativa occidentale, il nostro problema, di allora e di oggi, è la costruzione di un assetto bipolare, fondato su due schieramenti relativamente omogenei che possano periodicamente alternarsi al governo e all’opposizione. […] In Italia un simile assetto non riusciva a trovare applicazione proprio perché «anti-sistema» veniva definito il Partito comunista, anti-sistema per la sua ideologia (il marxismo-leninismo, ostile alla democrazia rappresentativa) e per la sua collocazione internazionale (allineata all’Urss). Pur con queste due caratteristiche, il Pci si stava però evolvendo, acquistando in misura sempre maggiore i connotati propri della social-democrazia europea. Questa evoluzione, nel citato decennio 1974-1984, poteva ritenersi tanto avanzata da rendere, appunto, possibile l’avvio ad un meccanismo bipolare di schieramenti che si alternassero periodicamente al governo e all’opposizione. all’anomalia, rispetto al modello indicato, di un primo partito per numero di voti (la Dc) permanentemente al governo e di un secondo partito, tale per numero di voti (il Pci), permanentemente all’opposizione. Questo non è accaduto. Alla conclusione del decennio 1974-1984 il ruolo dei due partiti era rimasto immutato e tale avrebbe continuato ad essere per quasi un altro decennio […].

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La montagna incantata La malattia come ansia di conoscenza

di Massimo Fiorino

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Thomas Mann

Uno dei romanzi più rappresentativi del XX secolo, La montagna incantata, impegnò Thomas Mann per un periodo lungo, circa dodici anni, in una lunga gestazione dovuta anche alla particolare congiuntura politica che lo obbligò, a più riprese, ad abbandonare la stesura del romanzo. Nel 1924, anno di pubblicazione del manoscritto, la Prima guerra mondiale aveva lasciato strascichi di devastazione e sofferenze, ma il ricordo costituiva ancora una ferita aperta nelle menti, ma soprattutto nei corpi di quanti erano stati testimoni dell’orrore generato dalla follia umana. Il risultato fu un monumentale sfoggio di erudizione da parte di un autore che, muovendosi a proprio agio tra le più disparate branche del sapere quali la botanica, la

vissuta in prima persona. Egli, infatti, trascorse tre settimane in un sanatorio svizzero, dove sua moglie rimase in cura per sei mesi. Anche Hans Castorp, il protagonista del romanzo, inizialmente è intenzionato a trascorrere solo tre settimane nel sanatorio, per far visita a suo cugino, malato di tisi. Ma il giovane ingegnere Castorp, per delle complicazioni alle vie polmonari, finirà per rimanervi ben sette anni. Qui, avrà modo di fare la conoscenza del letterato Settembrini, carducciano, massone e razionalista, e del gesuita Naphta, un conservatore e adulatore del terrore. Castorp oscillerà tra i due poli, tra l’evasione dell’arte e lo spirito

biologia, l’astronomia, l’occultismo, la teologia, la musica e la psicologia, mette a dura prova il lettore, acuendone il senso di inadeguatezza, anche per la molteplicità dei temi trattati e per la polivalenza dei simboli. Thomas Mann definì La montagna incantata «un romanzo del tempo in due sensi»; in primo luogo sul piano storico, in quanto cerca di delineare l’immagine interiore di un’epoca, quella dell’anteguerra europeo; in secondo luogo perché riveste un ruolo centrale il tempo puro, non riconducibile esclusivamente all’esperienza del protagonista. La montagna incantata si potrebbe definire un romanzo autobiografico, dal momento che l’autore trasse ispirazione per la trama del romanzo da un’esperienza

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religioso, tra l’impegno pratico e il riconoscimento della decadenza dei valori, tra la critica all’oscurantismo della Chiesa e l’idea della Chiesa sopra il potere temporale, tra rivoluzione e conservazione. Le numerose tematiche affrontate nel

Thomas Mann

romanzo sono analizzate in maniera dialettica, tenendo conto di tutti i punti di vista e di tutte le possibili implicazioni; per farlo, l’autore “ascolta” e interpreta le opinioni di tutti i personaggi


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Ripensandoci... principali, ognuno dei quali rappresenta un particolare punto di vista. All’interno di questo cerchio di personaggi, il protagonista funge da punto focale, dai quali si dipartono e in cui si riassumono tutti gli altri. Il giovane Castorp, che riveste il ruolo dell’iniziato in un processo di formazione, è in realtà un personaggio d’eccezione, che lega gli uni agli altri tutti i personaggi. Hans, a più riprese, viene definito un uomo comune, mediocre, a tratti banale, che però ha saputo vivere una storia importante, una vicenda spirituale degna d’essere narrata. Ciò lo rende, agli occhi del lettore, un personaggio interessante, carico di tensione emotiva, cui fa da controfigura il cugino Joachim, così ligio al dovere militare, con il suo arrossire di fronte alle intimità messe a nudo, con il suo normale desiderio di guarire. Altro punto importante del romanzo è il rapporto stretto tra voglia di conoscere e malattia. Se da un lato, come pensa Settembrini, la malattia è disumana perché umilia l’uomo, dall’altro, per Castorp, è occasione per approfondire determinati argomenti, che nella civiltà frenetica della

Anno I, n. 1 giugno 2008 stupito della cecità umana. Secondo Lukacs, Mann è uno scrittore rappresentativo del suo popolo: egli, cioè, coglie precisamente lo spirito della borghesia tedesca alla quale appartiene saldamente e alla quale, tuttavia, si oppone, combattendone i germi negativi. Nell’introduzione al romanzo, Mann ha scritto:

pianura non avrebbe mai affrontato. L’opera di Mann affronta ripetutamente il tema della crisi dei valori e di identità, che la borghesia europea vive all’inizio del nuovo secolo, tanto che la guerra viene inizialmente ed erroneamente indicata come un’opportuna difesa della cultura

«La storia di cui si parla ne La montagna incantata è molto più vecchia dei suoi anni; è un’età che “non si può misurare in giorni né in lune; in una parola, essa non deve veramente la sua maggiore o minore antichità al tempo[…] e la sua estrema antichità è data dal fatto che essa avviene prima del limitare di un certo abisso che ha interrotto la vita e la coscienza dell’umanità…» (Thomas Mann, La montagna incantata).

Thomas Mann

tedesca, contro il dilagare del progresso di massa, del relativismo dei valori morali e del benessere materiale. L’ambientazione del romanzo nel sanatorio circoscrive la vicenda a un luogo chiuso e rarefatto, dove la malattia segna tutti i rapporti, spogliandoli di ogni condizionamento materiale. Per meglio evidenziare la particolarità di questa condizione di isolamento, di fronte alla brutalità della realtà storica, Mann fa concludere il romanzo con la morte in guerra del protagonista, quasi

Pochi anni separarono la pubblicazione del romanzo dalla fine della Grande Guerra, eppure troppe cose erano cambiate nella Germania sconfitta e, soprattutto, in quanti attribuivano una parte della colpa di tale amara sconfitta all’atteggiamento profondamente apolitico dei tedeschi, che può renderli, storicamente, vittime e carnefici in eguale misura.

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Approfondime nti Thomas Mann Nasce il 6 giugno 1975 a Lubecca e lì frequenta il ginnasio, ma con modesti risultati. Della città anseatica è forse il più illustre cittadino nella storia. Nel 1894 si trasferisce a Monaco dove si iscrive all’università. Nel 1905 sposa Katia Pringsheim, figlia di uno degli uomini più ricchi della capitale del regno della Baviera; Katia ha quattro fratelli, di cui uno gemello e gli altri di poco maggiori di lei. Thomas incontra la moglie a un ricevimento della famiglia Pringsheim. Nel febbraio del 1904, riconosce Katia nel tram con cui sta andando all’università. Rimane colpito da una risposta impertinente che la ragazza dà al bigliettaio quando questi vuole impedirle di scendere. Thomas riporta in seguito l’episodio in Altezza reale, il suo secondo romanzo. A Zurigo, Katia si rivolge a un ginecologo, che le suggerisce di non avere bambini nei primi anni di matrimonio, vista la sua delicata costituzione. Ma dopo nove mesi esatti nasce Erika (1905). Un anno dopo nasce Klaus (1906), successivamente Golo e Monica (1909). Nel1918 nasce Elisabeth e per ultimo Michael (1919).


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Ripensandoci... In questo frangente di tempo, l’attività letteraria di Thomas è sempre più frenetica. Il suo primo grande romanzo è I Buddenbrook, pubblicato nel 1901, a cui fa seguito una raccolta di sei novelle, fra cui anche Tonio Kröger (1903). Del 1909 è Altezza reale. Nel 1912 esce La morte a Venezia, suscitando grande scalpore: Gustav Von Aschenbach, celebre poeta in vacanza, viene attratto dal bellissimo Tadzio e per lui resta nella città colta da un’epidemia di colera, per lui si avvia alla morte. Nel 1914, con il saggio Pensieri di guerra, Mann sostiene la causa tedesca in aperto contrasto con il fratello Heinrich, pacifista convinto. Alla fine della guerra, escono le Considerazioni di un apolitico. Nel 1924 viene pubblicata La montagna

Anno I, n. 1 giugno 2008 incerto fanno da sfondo alle vicende del giovane Hans Castorp. L’Europa, già da diversi anni, era divisa politicamente in due blocchi che, per le rispettive forze militari, si equivalevano. Da una parte, la Triplice Allenza formata da Germania, Austria, Ungheria e Italia; dall’altra, Francia, Russia e Inghilterra avevano dato origine alla Triplice Intesa. Il carattere della prima, stipulata per la prima volta nel 1882 e rinnovata nel 1891, nel 1902 e nel 1912, aveva carattere prettamente difensivo. La seconda, invece, si riservava l’opzione di un attacco “preventivo”, nel caso di una provocazione diretta da parte di una o più potenze, atta a minacciare l’onore e la sicurezza. Era dal 1871, da circa quarant’anni, che la guerra gravitava fatalmente sull’Europa. La Francia anelava per riavere l’Alsazia e la Lorena; la Germania premeva per far trionfare la sua grande potenza industriale;

incantata. Nel 1933 inizia il suo esilio: dapprima in Svizzera, poi negli Stati Uniti, dove accetterà l’incarico di docente all’Università di Princeton. Nel 1936 prende ufficialmente posizione contro il nazifascismo. In Germania, intanto, gli viene tolta la cittadinanza tedesca e i suoi beni confiscati. Negli anni seguenti lo scrittore è sconvolto da una serie di disgrazie: nel 1949 il figlio Klaus si suicida; l’anno seguente muore il fratello minore Viktor; nel 1950 scompare anche l’altro fratello Heinrich. Nel 1951 esce il romanzo L’eletto e Mann si stabilisce definitivamente a Kilchberg, sul lago di Zurigo, dove continua a lavorare fino alla morte per collasso, avvenuta il 12 agosto 1955. Contesto storico Un clima politico sempre più arroventato e un contesto geopolitico sempre più

l’Inghilterra era ansiosa d’arrestare l’espansionismo tedesco; mentre la Russia era alle prese con più di un problema, dopo la fallimentare guerra con il Giappone, la rivoluzione civile, a Pietroburgo, con i tanti errori compiuti dallo zar Nicola II e una figura ingombrante come quella di Lenin. Proprio a causa di questi problemi sul fronte interno, lo zar rivolse nuovamente l’attenzione allo scenario occidentale, ai dissapori e ai contrasti mai sopiti con gli Asburgo e i Prussiani. In un clima così teso, l’unico interrogativo era quando sarebbero iniziate le ostilità. Ma era solo questione di tempo. Bibliografia - Annamaria Fabiano, Viaggio nel mondo di Thomas Mann, www.italialibri.net/do ssier/mann/tm2.html ;

- Susan Sontag, Pellegrinaggio, Archinto, 2004

Thomas Mann

La montagna incantata Era già la terza volta in così breve giro d’anni, in così giovane età, che la morte colpiva la mente e i sensi – in modo particolare i sensi – del piccolo Hans; la scena e l’impressione non erano nuove per lui, ma piuttosto molto familiari, e come già le prime due volte si era mantenuto calmo e ragionevole, sia pure con naturale afflizione, così fece ora, e in misura ancor maggiore. Ignaro dell’importanza pratica che quegli avvenimenti potevano avere per la vita o anche indifferente, data la sua età, con la fiducia che in un modo o nell’altro il mondo avrebbe provveduto per lui, aveva mostrato davanti ai feretri una certa freddezza, anch’essa puerile, e un’attenzione obiettiva, cui la terza volta, col sentimento e con l’espressione di una competente esperienza, si aggiunse una particolare sfumatura di saccenteria… Senza dire dell’ovvia reazione costituita dalle frequenti lacrime derivanti dalla commozione e dal contagio altrui. Nei due o tre mesi dopo la perdita del babbo, aveva dimenticato la morte; ora se ne rammentò, e tutte le impressioni di allora risorsero esattamente come allora, tutte insieme e penetranti, nella loro incomparabile peculiarità. Analizzate ed espresse con parole, si sarebbero presentate press’a poco come segue. La morte era una faccenda pia, sensata e tristemente bella, cioè spirituale, e nello stesso tempo ben diversa, anzi contraria, molto corporea, molto materiale, che a rigore non si poteva definire né bella, né sensata, né pia, e nemmeno triste. Il lato spirituale e solenne si esprimeva attraverso la pomposa composizione della salma, la magnificenza dei fiori e le foglie di palma, che, com’è noto, significano la pace celeste; oltre a ciò e ancora più eloquentemente, attraverso la croce posta tra le morte dita di quello che era stato il nonno, il Redentore benedicente di Thorwaldsen, ritto sulla testa del feretro, e i candelabri che si ergevano ai due lati e per l’occasione avevano preso anch’essi un’aria di chiesa.

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Anno I, n. 1 giugno 2008

L'arte della felicità Una donna del presente vissuta in un passato senza tempo di Eliana De Giorgio

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"L'arte della felicità"

aveva conosciuto per la prima volta il Dalai Lama a Dharamsala, in India, nel 1982 e da allora aveva iniziato a studiare il buddismo tibetano, per poi riincontrarlo in Arizona nel 1993 in occasione di un ciclo di conferenze.

tanto diffusi oggigiorno, questo libro è soprattutto un invito a riflettere sulle proprie convinzioni e a considerare un altro punto di Accettare vista, quello l’interdipendenza buddista, per fare tra gli esseri umani poi una propria sintesi e tradurla è il primo passo in un nuova pratica di vita. per orientare dialettica la propria vita all’apertura Questa impregna tutto il verso l'altro e alla libro e caratterizza anche la sua forma condivisione, Non un e quindi alla felicità narrativa. saggio bensì una forma a metà strada tra la narrativa e il saggio, intuizioni illuminanti attraverso cui il sul modo di spendere neuropsichiatra la nostra esistenza. americano Howard Tra i temi affrontati Cutler riporta i infatti vi sono quelli colloqui avuti con il cruciali della vita di Dalai Lama in ogni individuo: lo Arizona e in India, scopo della vita, la alternando il punto di felicità, il piacere, la vista della filosofia fiducia in sé, le buddista a quello della relazioni con gli psicologia occidentale, altri, la sofferenza, il che emerge attraverso cambiamento. i suoi commenti e le sue osservazioni in La forma prima persona. La narrativa e la narrazione è dialettica interna al arricchita, inoltre, da libro brani tratti dalle conferenze tenute Lungi dal fornire dal Dalai Lama in rigide regole di Arizona e da aneddoti comportamento da personali e storie seguire, sullo stile dei cliniche. Cutler infatti manuali semplicistici L’arte della felicità scritto dal Dalai Lama e da Howard Cutler è un libro prezioso che, nella sua semplicità e scorrevolezza, offre

La compassione Il concetto chiave che ritorna costantemente nel libro è quello buddista di compassione, la qualità umana per eccellenza che si basa sull’intimità, sull’empatia e sulla condivisione dei sentimenti fra gli esseri umani. Come afferma lo stesso Dalai Lama “Chi prova vera compassione non parte tanto dalla premessa emotiva che una certa persona gli sia cara, quanto dalla premessa razionale che tutti gli altri esseri umani abbiano, al pari di lui, il desiderio innato di essere felici e di sconfiggere la sofferenza... Se riconosciamo questa uguaglianza e questa caratteristica comune,

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ci sentiremo solidali e intimi col prossimo.” Alla base della felicità umana vi sono dunque le relazioni con gli altri, pensare di perseguire la felicità prescindendo da queste ultime e mantenendo la propria autonomia è una pura illusione – sembra suggerire il libro. Accettare l’interdipendenza tra gli esseri umani è il primo passo per orientare la propria vita all’apertura verso l'altro e alla condivisione, e quindi alla felicità.


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Anno I, n. 1 giugno 2008

"D'amore e d'ombra" I protagonisti scoprono un sentimento ma anche le efferatezze del regime

di Eliana De Giorgio

ridicolo con i suoi poteri un ufficiale delle forze armate, la ragazzina scompare misteriosamente, dando avvio così alla ricerca da parte di Irene e Francisco, i quali si mettono sulle sue tracce. La loro indagine li condurrà a fare molte scoperte, fra cui la violenza della dittatura, l’ingiustizia (che per la prima volta si rivela ad Irene, vissuta fino ad allora in un ambiente ovattato e protettivo) e infine l’amore tra i

ricchezze quali miniere e mezzi di produzione ecc.) che andavano a discapito delle classi più abbienti; pertanto la sua esperienza di governo venne bruscamente interrotta dal Le indagini di Irene colpo di stato e Francisco porteranno militare, che diede avvio ad una alla scoperta dittatura durata 15 anni. della violenza e

"D’amore e ombra" è un romanzo di Isabel Allende uscito nel 1984. E’ ambientato in Cile negli anni precedenti e

delle ingiustizie della dittatura.

immediatamente successivi al 1973, data in cui ha inizio nel paese la dittatura del generale Pinochet. Il contesto storico Come già in altri romanzi dell’Allende anche qui il contesto storico-sociale è fortemente presente, tanto da suscitare nel lettore la sensazione di avere una conoscenza ravvicinata degli avvenimenti di cui si parla. Il governo del Presidente socialista Salvador Allende, a partire dal 1971, stava realizzando importanti cambiamenti nella società cilena (riduzione del latifondo, una più equa distribuzione delle

Il giallo e la storia d’amore In d’amore e ombra l’autrice descrive gli orrori della dittatura, che a poco a poco si svelano agli occhi dei protagonisti (e del lettore) impegnati nella risoluzione di un giallo: la scomparsa di una giovane ragazza, Evangelina Ranquileo, dotata di poteri sovrannaturali. I due protagonisti sono infatti due giornalisti, Irene Beltràn e Francisco Leal, i quali iniziano ad indagare sul caso di Evangelina al fine di ottenere un buon servizio per il giornale per cui lavorano. In seguito ad un episodio durante il quale Evangelina mette in

La locandina del film tratto dal romanzo

due, che nasce e si consolida nel corso

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della vicenda. Nel libro si sovrappongono immagini dure e violente a momenti intensi vissuti tra i due protagonisti, in una narrazione sempre vivida e avvincente.


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Anno I, n. 1 giugno 2008

"Un vita sottile" Un romanzo che affronta un tema delicato come quello dell'anoressia di Eliana De Giorgio

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"Una vita sottile" è che sono ora, loro, che il primo romanzo di forse saranno le uniche Chiara Gamberale, a leggersi, loro, che pubblicato nel 1999, hanno permesso che il quando l’autrice aveva nostro incrocio di poco più di vent’anni. esistenze non fosse Il libro è ispirato ad fugace”. Così nel una vicenda romanzo si autobiografica ed susseguono è stato seguito da Nel romanzo capitoli un film per la l’autrice decide dedicati televisione. ad di raccontarsi ciascuno Chiara una Gamberale è una persona, il attraverso scrittrice, cui ritratto gli altri, conduttrice è spesso le persone radiofonica e solo televisiva che accennato “senza attualmente i le quali sarei attraverso collabora con dialoghi e le alcuni giornali situazioni. la metà (La stampa, Il Il di quella Riformista, linguaggio è che sono ora" semplice e Vanity Fair), oltre a immediato continuare la sua e forse attività proprio per letteraria. questo il romanzo appare più La malattia e gli altri L’anoressia è il motivo centrale del libro, ma viene raccontata sempre con delicatezza, tra le righe, senza indugiarci troppo. Eppure con una sincerità disarmante e commuovente. Infatti nel romanzo l’autrice decide di raccontarsi vero e coinvolgente per attraverso gli altri, le chi lo legge: non tanto persone “senza le quali frutto di sarei la metà di quella immaginazione quanto

trasposizione di un’esperienza di vita. La funzione salvifica della scrittura Dalla prima all’ultima pagina del romanzo appare evidente il ruolo centrale che la scrittura ha nella vita dell’autrice. Così lei esordisce “ho sempre pensato di scrivere molto meglio di come vivo e in quegli anni di dolore invece di riempire giornate riempivo fogli magari intensi, magari mistici, di una profondità abissale, ma comunque malati”. E ancora, parlando dei suoi amici più cari, afferma “scrivere è la mia vita e il mio unico modo per celebrare un evento, un

pensiero o una persona e renderli eterni”. Del resto, solo questo può giustificare una scelta

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così coraggiosa come quella di svelare se stessa attraverso un libro: la necessità di salvarsi attraverso la scrittura e di celebrare un evento di grande importanza, il ritorno alla vita.

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