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Volume III, NumeroIII

E D I TA

Scripta manent A cura di ANDREA FIORUCCI

Grecia e Salento Speciale numero:

Reportage Grecia

Culture legate da antichi lignaggi. Il Viaggio di istruzione in Grecia istituito dalla cattedra di Storia dell’arte moderna della facoltà di Scienze della Formazione e coordinato dai professori Damianaki e Romano risulta essere una manifestazione culturale che offre agli studenti la possibilità di interagire in prima persona con uno dei luoghi storicamente e artisticamente

più affascinanti del bacino mediterraneo: la Grecia. In particolare la conferenza internazionale- attività centrale dell’intera manifestazione culturale- che si terrà a Kalamata (Gr) il 22 maggio dal titolo “Roca vecchia del Salento: un importante scalo marittimo dell’Italia meridionale nell’età del Bronzo” rappresenta per un’ingente quantità di studenti e studiosi un momento formativo in cui sarà possibile consegnare un nuovo volto a tutta la tradizione della cultura Salentina. La manifestazione, infatti, oltre a contribuire alla

condivisione di un'esperienza profondamente culturale si presenterà come un'importante opportunità/chance di confronto e di interazione con la cultura greca, cultura a cui indissolubilmente siamo legati da antichi lignaggi. All’interno del viaggio studio saranno effettuate escursioni e momenti di confronto culturale. Lo spettacolo “Griko, Pizzica e Salento” rappresenta uno di questi momenti. Andrea Fiorucci

Griko, Pizzica e Salento Uno spettacolo di teatro-danza Con "Griko, Pizzica e Salento" si realizza un originale documentospettacolo interamente calato nella storia della tradizione popolare salentina, di cui si sceglie di raccontare, attraverso la varietà dei dialetti che la caratterizzano, non soltanto gli aspetti più folkloristici, ma soprattutto la complessa trama psicologica dei lavoratori nei campi, votati a trascorrevi l'intera vita senza possibilità alcuna di riscatto sociale. In tale cornice s'inserisce

il ritmo battente della pizzica, che libera le energie frustrate e represse delle "fimmine" intente alla raccolta del tabacco, traducendosi ora in canto corale, che denuncia il sacrificio e la fatica, alleggerendo, al contempo, la giornata lavorativa, ora in schizofrenica danza tarantata, che non sfoga l'effetto del morso di un ragno venefico, ma il dramma interiore di una donna negata nella sua stessa femminilità da una consuetudine sociale che la vuole instancabile "signora dei campi" e compagna fedele ad un uomo che,

spesso, è costretta a sposare senza amore. Superandosi nella sua funzione terapeutica, la pizzica diventa tra l'altro mezzo di rinascita, che fa da sfondo alle relazioni "proibite" che si consumano tra padroni e contadine, protagonisti di amori "pizzicati" che stravolgono i sensi e rompono ogni equilibrio, ma risanano le ferite di solitudini interiori finalmente cancellate. Andrea Fiorucci


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S c r i p t a

m a n e n t

Viaggiare uguale a socializzare Gli studenti riflettono sui rapporti interpersonali nati dall’esperienza

Conferenza Internazionale dedicata agli scavi di Roca Vecchia.

Viaggiare uguale a socializzare. Non è una semplice rima baciata, né parte di uno slogan pubblicitario, è ciò che è successo a un gruppo di studenti dell'università del Salento. Dei ragazzi sconosciuti presi e catapultati in una situazione nuova, in un paese magico che ha contribuito a far nascere tra loro

qualcosa di speciale. Le sedi universitarie sono dei luoghi di raccolta, un aggrovigliarsi continuo di anime immerse nei loro pensieri, che spesso non si vedono, a volte si respingono o addirittura si ignorano, ciò non avviene quando una comunità di circa trenta persone condivide: gli stessi posti, gli stessi orari, le stesse passioni. Sembra così lontana ormai quella prima sera, quando sui volti degli studenti si leggeva, oltre alla stanchezza, un po' di paura e tanto imbarazzo, espressioni che erano inesistenti già dal secondo giorno, quando era già tutto un crescendo. La voglia di stare insieme, di condividere, di conoscersi era sempre più forte. Tutti erano impegnati a dire qual-

cosa di loro e a carpire il più possibile degli altri. La figura che automaticamente si veniva a creare quando si era insieme, era il cerchio, emblema di uguaglianza, dove ognuno poteva guardare tutti gli altri negli occhi, dove ognuno con quello sguardo trasmetteva la gioia di quel momento. Una nuova affettività stava nascendo. Per gli studenti non è stata una semplice vacanza, né un normalissimo viaggio culturale che li ha immersi nella storia, è stata soprattutto una bellissima occasione di conoscere nuova gente e creare nuovi rapporti che anche dopo il rientro, continuano a coltivare e a far crescere Andrea Fiorucci

“Roca vecchia del Salento: un importante scalo marittimo dell’Italia meridionale L’Università del Salento organizza a Kalamata (Gr) una conferenza Internazionale

A Kalamata, nel Peloponneso (Grecia) il 22 maggio c’è stata la Conferenza Internazionale dedicata agli scavi di Roca Vecchia. L’importante simposio scientifico italogreco nasce su iniziativa della cattedra di storia dell’arte

moderna, Università del Salento. Quest’anno sono stati oltre cinquanta, tra docenti e studenti, a recarsi in Grecia per partecipare alla conferenza internazionale che intendeva richiamare su basi storiche ed archeologiche l’antico legame del Salento con la terra ellenica. Roca Vecchia fu uno dei più importanti scali marittimi dell’Italia meridionale nell’Età del Bronzo. I materiali di tipo minoico e miceneo, riportati alla luce nel corso degli scavi condotti nell’ultimo decennio dagli archeologi Cosimo Pagliara e Riccardo Guglielmino, hanno gettato nuova luce sulle relazio-

ni economiche e culturali che i Minoici ed i Micenei intrattennero con le popolazioni locali. Un sito archeologico di fondamentale importanza. Rocavecchia, sulla costa adriatica della Puglia, è stata città più volte distrutta e ricostruita, in grado di restituire interessanti reperti risalenti all’età del Bronzo medio e del Bronzo finale (XV-XI secolo a.C.). Gli archeologi dell’Univer-sità del Salento hanno illustrato i risultati più recenti delle ricerche su Rocavecchia, nei pressi di Melendugno, nel cuore del Salento: un sito particolare per l’incanto dei luoghi che si incontrano con


V o l u m e

I I I ,

N u m e r o I I I

il fascino della storia. Dal 1984 sono iniziati scavi archeologici di notevole importanza, che hanno evidenziato dei resti di una grande città con un imponente sistema di fortificazione, costituito da mura spesse. “Dalle scoperte – ha affermato Guglielmino - si ritiene che intorno al XV sec. a.C. la città sia stata assediata e incendiata. Anche le successive mura, ricostruite nell’XI secolo a.C., presentano tracce di incendio. La città fu più volte distrutta e più volte ricostruita anche se si ignora chi fossero i popoli fondatori. Il sito fu comunque frequentato per tutta l’età del ferro, mentre decisamente più numerose sono le tracce relative all’età messapica (IV-III secolo a.C.): una cinta muraria che tuttavia non fu completata, un monumento funerario, diverse tombe e alcune fornaci”. Il sito, ha spiegato Pagliara, fu successivamente abbandonato. “Non sono state rinvenute tracce del periodo romano, mentre fu frequentato nell’alto medioevo da anacoreti, provenienti perlopiù dall’Impero Romano d’Oriente, che col tempo

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costituirono una comunità, abitando in una serie di grotte scavate nel calcare”. Dagli scavi sono emersi esempi di modelli minoici ed egei, come ad esempio 200 vasi di diversa grandezza, ricostruibili quasi per intero, numerosi oggetti di uso comune, come pugnali, oggetti di avorio, strumenti per la lavorazione della porpora, attingitoi usati per i banchetti, giare di argilla, coperchi, pezzi semilavorati di avorio. Fra i reperti anche parti di ossa con carne di animali, sacrificati prima di edificare le capanne, impronte di elementi vegetali, come foglie di alloro e corde usate per legare le ossa animali, sette scheletri di due individui adulti e cinque individui di età minore, ancora sottoposti ad analisi, che si presume potessero comporre una famiglia. «È emersa – ha concluso Guglielmino - una tipologia diversa delle abitazioni: si è notata infatti una gerarchia degli edifici a seconda dei destinatari, che venivano sovrappopolati anche da genti lontane nei periodi di guerra e di pericolo. Si presume che Rocavecchia sia stato un importante centro di

estrazione e lavorazione della porpora, anche grazie alla grande quantità di acqua potabile che garantiva la vita nella città, proveniente da un fiume sotterraneo e da numerosi pozzi”. Nonostante le difficoltà ambientali affrontate nel corso degli anni, la ricostruzione della storia di Rocavecchia si pensa determinante per delineare la fisionomia dell’aria periferia del mondo miceneo.

Grecia... tra storia, mito e leggenda Il cobalto della distesa enorme, ormai, avvolgeva quel che sembrava un tenero fuscello: la nave, da poppa, ci consegnava i resti della costa italica, sempre più estranea. Il sogno era appena cominciato; il cuore, tumultuoso, scandiva il ritmo lento della traversata; il sogno era appena cominciato: la Grecia. Il mito, la leggenda e la fantasia di un viaggio fantastico cominciavano a stemperarsi nell’acquerello blu

del mare e nella distaccata leggerezza del cielo di confine. Il buio, la notte e l’emozione ammantavano d’ignoto quel viaggio, poi, d’improvviso, il materno seno della terra del mito, da lontano, ci appare: la Grecia. Ogni angolo, anche il più ordinario, ci sussurrava, a mezz’aria, come canto di sirene, striduli suoni e melodiose canzoni: la Grecia. Corinto, stretto corridoio d’acqua

“Il sogno era appena cominciato: la Grecia”

Andrea Fiorucci

tra dure pareti di roccia intagliata; Micene, “ricca d’oro”, stretta fra due cime elevate e scoscese, nel seno d’Argo nutrice di cavalli, cornice della città fortificata, cinta dai grandi blocchi di pietra attraverso la Porta dei Leoni, acropoli granitica, aspra ma dal fascino evidente della storia dei secoli; la tomba di Agamennone, “tesoro di Atreo”, fuori l’acropoli, imponente ed impressionante costruzione, opera realizzata dall’architettura micenea, ci danno il senso immanente della storia e… del mito. Mistrà, a poca distanza da Sparta, silente città in rovina della


origini, ci immergono nella fede di una benedizione ortodossa, sotto la benevola ala protettrice di una Sacra Icona miracolosa della Vergine.

terra laconica ci accoglie tra le chiese bizantine, i palazzi, le mura, le case dei signori e la fortezza sulla cima; tutto rimasto quasi immune dalle ingiurie del tempo; in religioso silenzio, rispettosi del posto e della sua storia, attraverso i luoghi di culto, dipanati tra i vicoli della storia ci inerpichiamo tra i ruderi informi, ultimi testimoni di un passato glorioso. I pittoreschi villaggi, le mistiche cappelle ci accompagnano verso il capoluogo della Messenia: Kalamata, nel seno del golfo Messenico, nella fecon-

da piana bagnata dal fiume Neda e da qui, verso sud a Petalidi, luogo dove sorgeva l’antica Korone, simbolo e fascino di un tempo scandito dal ritmo graduale della vita. Coroni, all’estremità più meridionale del golfo messenico, costruita su una roccia con la sua fortezza, oggi in rovina, ci convince che il tempo, a volte, scorre in modo più lento, in certi posti: piccole case remote e colorate, strette viuzze inerpicate tra mare e cielo, l’azzurro intenso dell’acqua, olio immobile delle nostre

Olimpia: tra mille bellezze La parte occidentale del Peloponneso e la regione che da Patrasso si estende fino al Santuario di Olimpia, è disseminata di rovine di città antiche, chiese bizantine e castelli medievali di grande importanza archeologica. Sulla punta della vallata dove scorrono i fiumi Alfeo e Cladeo, ai piedi della verdeggiante collina di Cronion, si sviluppò uno dei più importanti santuari del mondo antico, Olimpia. Qui il vigore fisico e lo spirito furono adorati come mai altrove, culla della filosofia Mens sana in corpore sano, la quintessenza dello spirito olimpico. Olimpia vuol dire Sacro Altis

(Bosco) dove si realizzò, in un superbo divenire, l'opera eccelsa del Santuario di cui oggi non restano che rovine, e oggetti conservati al Museo Archeologico della città. Edifici monumentali absidati, con fondazioni di pietra, vengono innalzati accanto a sepolcri sin dal 2300/2100 a.C. e, nel tempo, organizzati in un complesso cultuale sempre più esteso. Intorno all'VIII secolo a.C. il santuario era circondato da un muro che separava gli edifici sacri da quelli profani. Il Tempio di Zeus aveva una posizione di rilievo e al suo interno si trovava la statua crisoelefantina di

Verso nord, Pylos con il palazzo di Nestore, che partecipò alla guerra di Troia, con le bellezze, appena abbozzate, ma ben visibili: la sala del trono, la vasca da bagno della regina, grandi ambienti di una civiltà solenne. A poca distanza, il museo Antonopoulos di Pylos, composto da due grandi sale con le testimonianze, attraverso i reperti ritrovati, delle genti insediate nelle zone circostanti. Pyrgos Diroù: le grotte che nascono da un mondo sotterraneo, fiabesco, fatto di stalattiti e stalagmiti che quasi si toccano e che ci divorano nel loro ventre suggestivo, sconvolgendoci per la loro naturale bellezza, attraverso il liquido amniotico della storia. La terra del mito e della leggenda ci ha stregato con i suoi tesori, le sue bellezze, le sue crude asperità togliendoci il fiato e aprendoci i cuori… Arrivederci terra di sogni, fortezza inespugnata della ragione. Andrea Fiorucci


Zeus seduto sul trono, opera di Fidia. Una delle metope meglio conservate del tempio di Zeus raffigura Atlante che offre i pomi delle Esperidi mentre Eracle, mitico fondatore dei Giochi Olimpici, sostiene la volta celeste con l'aiuto di Atena. Il Tempio di Era (600 a.C.) rappresenta uno dei più antichi esempi di architettura templare monumentale della Grecia. Oltre a questi, Il Metroon (tempio della Dea Madre), il Pritaneion degli Elei e il Filippeion – splendido edificio circolare in marmo dedicato alla vittoria di Cheronea (338 a.C.) di Filippo di Macedonia. Ai piedi della collina di Cronion c'erano i Tesori, piccoli edifici che costituivano le offerte votive della città, il celebre Stadio, il più grande dell'epoca, la Palestra (III se. a.C.) con il Ginnasio costruito più tardi nel II sec. a.C., e ancora il Laboratorio di Fidia, trasformato in basilica paleocristiana del V secolo e il Theokoleon, casa dei sacerdoti e amministratori del Santuario, il Bouleuterion, la Casa e l'Arco di Nerone e il Leonidaion il più grande edificio di

Olimpia che serviva come alloggio per i visitatori. Il Museo Archeologico di Olimpia custodisce i reperti rinvenuti nel corso degli scavi. Tra i capolavori, due frontoni del Tempio di Zeus, tra i più splendidi esempi dell'antica arte scultorea greca, con le metope che raffigurano le Dodici Fatiche di Ercole. Altri reperti di grande valore, la statua della Nike di Peonio (421 a.C.), il gruppo fittile di Zeus con Ganimede, la splendida statua di Ermes, con Dioniso bambino, opera originale di Prassitele, esposta in una sala particolare del museo. Andrea Fiorucci

Messapi, Sallentini e Cretesi (com)presenze minoichee messapiche nel Salento

Il Salento, a picco nel Mediterraneo, è stata da sempre meta abituale di genti marinare, avventuriere e fuggiasche che, oltre a transitarvi, spesso vi si insediavano stabilmente, introducendo gli usi ed i costumi delle loro terre. Il nome Salento sfugge ad ogni esaustiva spiegazione etimologica e rimane per molti versi avvolto in un alone di mistero, un po’, come del resto, le stesse vicende del suo origi-

nario popolamento. Stando a quanto riferisce lo storico greco Strabone (63 a. C. - 24 d. C.), il Salento, che nell’antichità fu anche chiamato Iapygia e Messapia dal nome di antichi suoi abitatori provenienti dalle coste illiriche, derivò il nome dai Salentini, coloni cretesi che si stabilirono nel territorio. Questa ipotesi, in tempi meno remoti, fu supportata da alcune precisazioni sostenute da altri storiografi: le de-

nominazioni Salento e Salentini sarebbero, secondo costoro, derivati da Salenzia, la città di origine dei suddetti coloni cretesi (Salenti), oppure dal nome del loro leggendario capitano, Salento per alcuni, Sale per altri. Lo storico romano Varrone sostiene che i Salentini furono il risultato di una mescolanza di tre gruppi etnici: Cretesi, capeggiati dal principe Idomeneo di Liczio, Illirici e Locresi, che si stabilirono sul territorio del Salento dopo aver stretto alleanza “in salo”, ossia in mare, da dove provenivano. I termini Salento e Salentini, quindi, evocherebbero il mare con il fascino dei suoi suggestivi misteri e le ataviche migrazioni da sempre caratterizzanti questo ponte naturale nel Mediterraneo, crocevia di popoli, la cui originale posizione geografica sembra aver da sempre sostenuto una vocazione quasi naturale a vivere il rapporto tra culture diverse in termini di sintesi di civiltà, relativizzando e rimo-


vendo le ragioni dello scontro, nonostante le vicende sanguinose di cui questa terra è stata frequentemente cruento teatro. E’ il Mediterraneo, infatti, a essere la via regia attraverso cui i primi greci (i cretesi) stabilirono i primi contatti con le popolazioni autoctone del Salento. Tale scambio più che essere di natura culturale aveva una matrice espansionistica legata al dominio del commercio navale e dell’intero Mediterraneo. I Cretesi furono i primi, tra i popoli del Mediterraneo, a commerciare con gli indigeni salentini, stringendo con essi rapporti culturali e sociali. Successivamente, anche i Micenei giunsero nel Salento, così come racconta Dionigi di Alicarnasso, e fondarono Hiria, che secondo i più sarebbe Oria (Brindisi) e secondo altri si sarebbe trattato di una cittadina nei pressi di Patù (Lecce). L’etnogenesi dei Salentini come popolo distinto dai Japigi-Messapi è un percorso storico-mitico ricco di informazioni, di punti di vista convergenti e divergenti, di antichi studiosi che con i loro scritti ci aprono distinti varchi da cui sembra possibile osservare una diversa verità storica. La tradizione storica-mitica ci consegna l’etnogenesi salentina come un’arena culturale in cui remoti lignaggi si ergono a fondamento di civiltà distinte in cerca di una propria identità. In tal senso le presenze greche nel Salento possono essere in tre presenze distinte: Minoica (Civiltà cre-

con Dedalo antico avversario di Minosse. Iapyx, infatti, figlio di Dedalo sarebbe stato il capo del gruppo dei cretesi che avrebbe dato il nome alla Japigia.

tese sub-minoica dalla quale sarebbero nati i messapi), Idomeneica (Civiltà cretese Idomeneica dalla quale sarebbero nati i sallentini) e Micenea. Per quanto concerne la presenza minoica già Erodoto ricorda i salentini come una popolazione compatta etnicamente e culturalmente; in un passo della sua opera, i Messapi sono definiti discendenti dei Cretesi, che si spinsero sulle coste del Salento, si mescolarono alle popolazioni già presenti, fondando così le prime città e portando usi e costumi che distinsero i Salentini dalle altre popolazioni. Lo storico greco antico collocava l’arrivo dei cretesi in area Japigia in un’età sub-minoica preachea: i cretesi giunti in quell’area erano partiti alla volta della Sicilia per vendicare la morte di Minosse. Non riuscendo a espugnare la città siciliana (Camico) ripresero il mare e in preda ad una tempesta arrivarono nella Japigia dove si trasformarono in messapi. Secondo lo stesso Erodoto, furono i Cretesi, di ritorno dalla sfortunata campagna in terra siceliota, a fondare alcuni siti protourbani del versante occidentale messapico, tra i quali Hyria (Oria), Hyretum (contrada Vereto). Per Strabone invece nell’etnogenesi dei salentini vi è una componente antiminoica: gli japigi vengono identificati

Per quanto concerne la seconda tradizione cretese nel Salento la storia dei tempi vuole che Idomenéo, sovrano greco, scacciato dai suoi stessi sudditi dopo la guerra di Troia, sarebbe approdato, dall'isola di Creta, sulle rive della penisola salentina, e, dopo aver combattuto vittoriosamente contro la popolazione del luogo, avrebbe sposato una figlia di Malennio, uno dei re salentini fondatore della città di Lecce, e in seguito avrebbe fondato altre città. Sembra innegabile a questo punto registrare in Puglia due ondate cretesi una legata direttamente al mito di Minosse la seconda legata al mito di Idomeneo. Queste ondate sembrano non essere direttamente consecutive e cronologicamente distanti ma appartengono a una visione storicamitica ancora aperta. Al di là di un’innegabile presenza storica di elementi egei-micenei del II sec. a.c. supportati da reperti archeologici rinvenuti nel Salento, le derivazioni culturali cretesi non presentano ancora una definizione univoca. In tal senso lo studioso partenopeo Eduardo Federico cerca di mettere in relazione la tradizione Japigiamessapica che si definisce discendente della civiltà cretese minoica (appunto per questo sub-minoica) con la tradizione dell’isola di Creta.Gli ambienti cretesi, persino quelli più conservatori, sembravano conoscere le tradizioni relative alla morte di Minosse in Sicilia e tutti gli eventi succedutisi. Per quanto concerne il re Idomeno, invece, non si hanno prove evidenti della conoscenza da parte degli ambienti cretesi circa il suo viaggio che tocca diversi punti decisivi come l’Illiria, Locri e, infine, il Salento. Il valore che poi viene dato al re Idomeneo, a differenza del re Minosse, cambia in virtù della tradizioni della città. E-


non ha nessun riscontro nel quadro mitico-culturale di Creta. In altri termini questo territorio era intensamente abitato già molto prima della colonizzazione greca e la popolazione indigena. I Messapi dimostrarono di avere una loro individualità culturale anche se in stretto rapporto con la civiltà greca.

roicizzato a Cnosso ed esiliato a Litto e Gortina. In considerazione di queste due tradizioni sembra si delinei per il Salento una situazione paradossale che vedrebbe scontrarsi a livello mitico Cretesi contro Cretesi, entrambi rivendicanti la loro discendenza da Minosse: da una parte i discendenti dei compagni di Minosse approdati nel Salento all’epoca dell’inseguimento di Dedalo, dall’altra i Cretesi misti con elementi illirici e locresi, al seguito del re Idomeneo. Quello che appare peculiare della vicenda in Japigia è proprio il fatto che la tradizione locale che vede un’opposizione tra “Cretesi di Minosse” con “Cretesi di Idomeneo”

Nei secoli IX - VIII -VII a.c. la Messapia, in particolare, assorbì elementi etnici e culturali nuovi, che provenivano non solo dalle terre illiriche che si estendevano sull'altra sponda del mare adriatico, fino al promontorio acrocerauno, ma anche da insediamenti del versante greco-epirota. Altri autori parlano di approdi micenei in varie parti della costa salentina ed altri ancora di successive ondate migratorie provenienti prevalentemente da Creta, da Rodi e da altre isole egee che mutarono alquanto le caratteristiche culturali dei precedenti invasori. La tripartizione della stessa penisola salentina in tre distinte etnie territoriali (i Messapi a nord-ovest, delimitati a sud dall'antica fiumara dell'Arneo; i Calabri disposti lungo l'estrema fascia della costa adriatica e i Sallentini lungo quella jonica) é indice del fatto che molteplici furono le sovrapposizioni di razze e tribù durante i secoli precedenti. E' certo, comunque, che in un'epoca più prettamente storica, nel V sec. a.C., i vari gruppi etnici, pur diversi fra loro, si erano ormai amalgamati e presentavano un’identità culturale piuttosto unitaria. I villaggi, in breve tempo, erano cresciuti, divenendo sempre più popolati e ricchi.

come raccontata da Varrone, che voleva i Sallentini discendenti del re cretese Idomeneo si sia formata, a cura degli ambienti salentini proprio in concomitanza con i processi che vedono questa tribù assumere decisamente un ruolo autonomo e autorevole nei confronti delle genti messapiche. La vicenda mitica dell’etnogenesi dei Salentini, tutta incentrata sulla figura e i viaggi del re cretese Idomeneo, rivela perciò interessanti aspetti politici e ideologici legati alla tribù japigia. L’etnogenesi dei Salentini si viene a porre, così, come un abile e complesso tentativo di propaganda a livello mitico il quale, se da un lato doveva servire a rivendicare un passato illustre nel segno della grecità (quale passato poteva esse più illustre di quello minoico-cretese?), dall’altro doveva trovare i termini per distaccarsi completamente da una cultura messapica che non solo era etnicamente legata ai Salentini (erano entrambe popolazioni Japigie) ma che pur rivendicava origini cretesi, addirittura minoiche. Secondo un’antica leggenda, riportata da Erodoto e confermata da Tucidite, furono proprio Cretesi e Micenei, stanziatisi nella Puglia meridionale, a dare vita ai Messapi Japigi. Messapi significa “popolo tra i due mari”. Altre fonti, invece, fanno risalire i Messapi ad una mescolanza tra Cretesi ed Illiri, un popolo, quest’ultimo, proveniente dal Nord dell’Albania. Il dibattito scientifico appare ancora aperto lasciando un silenzio nella storia. Il “vuoto” storico, la sospensione dal giudizio oggettivo viene però riempito dall’enfasi del mito e dal colore della tradizione locale.

In considerazione di quanto detto crediamo che la tradizione, cosi

Grazie per averci accompagnato in questo viaggio nella storia…

Andrea Fiorucci


III Numero Scripta Manent