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Con te

storie di aiuto del Salento

silvia cazzato leda cesari fotografie

salvatore bello

l’acquerello in copertina è di marco bernardini

la poesia Continenti a pagina cinque è di stefania portaccio le immagini del preambolo sono di francesca speranza

l’immagine scattata al microscopio elettronico di pagina centottantatre è di teresa pellegrino progetto grafico e impaginazione laboratorio pubblicitario www.studiop.biz si ringrazia

realizzato grazie a

finito di stampare nel mese di novembre 2008

edita via g. argento 5 - Lecce tel./fax 0832 304445 info@editando.it www.editando.it


Continenti. Noi. La spada dei monti che ci taglia e ferma le nubi a quell’ora sempre e nello stesso punto il ghiacciaio che nutre le vallate sovrabbondanza e giù nel sud miseria di pietraie e mai che si riesca ma speriamo che ci venga un’idea. Una novità Sbarcare lungo la pelle lucida d’un fiume inoltrarsi per stelle e congetture mappe d’ipotesi e di odori Sbarchi in me da lontano e arrivi incognito io approdo con barche colme e non so niente anni di esplorazioni inganni estasi Così ci conosciamo veniamo uno nell'altro violandoci lasciandoci deludere cambiamo


La poesia della pagina precedente, Continenti, è di Stefania Portaccio.

Nata a Lecce nel 1957, vive a Roma. Ha vinto nel 1986 il Premio Montale per la sezione inediti. Sue poesie e racconti sono apparsi su diverse riviste. Ha pubblicato Contraria Pentecoste, nel 1996, e Continenti, nel 2007.


preambolo


Siedo, per stilare la premessa di questo lavoro, davanti ad un bicchiere di vino rosso. È un bicchiere di vetro spesso, perché il vino è salentino, fatto artigianalmente. Cerco sempre di accordare il bicchiere con ciò che vado a bere. :-) Vane sovrastrutture culturali che talvolta ci capita di assecondare, quando non siamo schiacciati da più seri problemi di sopravvivenza. :-)

Questo vino mi è stato regalato da un collega di lavoro, Sebastiano, persona eccezionale, quando sono andata a trovarlo nella sua casa di campagna. Lo produce lui. Per hobby. Ma il vino è buonissimo. Meglio, molto meglio di tanto altro messo in commercio. Sarà che non vado da molto in case di campagna, dove il tempo scorre lento, dove il fare segue il ritmo della natura. Si sa com’è, in campagna. Tutto è più naturale.


Anche se più di qualcuno, oggi, riesce persino a stressarsi per tanta natura, se preferisce vivere il “come è bella la città, come è grande la città”. Sarà che non vado più molto spesso dagli amici che vivono nel Capo, per cui era da tanto che non ricevevo in dono, al momento del commiato, i genuini frutti della terra. Ricordo, da piccola, quando con la mia famiglia andavamo a trovare le persone in campagna. Accadeva sempre che lasciando quei luoghi, pianura, mare o montagna che fosse, ricevessimo frutta, o vino, o pesce, o olio, o funghi, o qualsiasi bene alimentare prodotto dal luogo che quelle ospitali persone abitavano con armoniosa serenità.

Accadeva anche che i frutti, ad esempio, venissero raccolti mentre noi eravamo là in visita. I migliori frutti, venivano scelti. Con calma, sempre con estrema calma. E con tutta la cura del mondo. Mi ricordo che da piccola questa cosa accadeva di frequente, e che il loro offrire, a fronte di tanta nostra insistenza per non prendere, lasciava sempre nel cuore un’eco duratura di gratitudine e appagamento. Ancora oggi, ora, mentre ne scrivo, riecheggia in me quella piacevole sensazione. A guardare in modo un po’ più approfondito, con l’occhio attuale dei quaranta anni trascorsi,


direi che quel gesto generava in me la gioia che dà l’essere accuditi, abbracciati, coccolati. Era una condivisione, oltretutto, che mi dava un senso di sicurezza; la sicurezza che dunque, in questo mondo, c’era qualcun altro disposto ad aiutarmi, alla bisogna. Ecco, direi che quel dono mi faceva sentire, a dispetto del mio congenito percepirmi sola sul cuor della terra, in compagnia. Non si era soli, dunque, come in fondo io sentivo di essere. Perché così, senza aver dato nulla in cambio, per il solo fatto di esistere e di essere apparsa in visita all’altrui orizzonte, ero stata amorevolmente accolta. Oltretutto era stato condiviso con me un bene materiale, un bene che chi offriva avrebbe potuto invece tenere per sé, egoisticamente. Si trattava dunque di un segno tangibile di amore gratuito. Non credo fossero bruscolini. Tutti questi episodi di ospitalità altruista accadevano, durante la mia infanzia, nel Salento, quando venivo in villeggiatura, e in Piemonte, con la gente semplice che abitava la collina o la montagna. Assai di più in montagna che in collina, in effetti. L’altitudine sembrava proporzionale alla generosità. Perché forse, vivendo in zone più impervie, nelle quali il sopravvivere è più difficoltoso, aiutarsi diventava più naturale. Forse, ho pensato. Parallelamente, invece, la vita nella mia città natale, Torino, mi avrebbe fornito esempi di segno opposto. A Torino, nell’algida Torino, ricordo una vicina di

casa alla quale, verso l’ora di pranzo, trillò il citofono. Era la sorella, che normalmente abitava a molti chilometri di distanza, capitata in città in maniera imprevista; questa sorella aveva pensato di attendere dalla mia vicina le cinque ore che la separavano da un treno successivo. Una sorella che la mia vicina non vedeva da quasi un anno, peraltro. - Chi è? - Sono Anna. Dopo un lungo, secondo me eterno, attimo di esitazione, la vicina di casa, invece di un “Anna, che sorpresa!”, invece di un “Anna, sali!”, invece di un “Anna, che gioia che tu sia qui!”, proferisce un incerto: - Anna… Anna… sei qui? Perché non mi hai avvisata che venivi? Non ho preparato nulla per pranzo… La risposta di Anna, d’altro canto, allineata con la calorosa accoglienza, è stata: - No, no, Laura, non ti preoccupare. Sono solo di passaggio, ho già mangiato in stazione. Sono passata solo per salutarti e poi riparto alle sei. - Ah… Ma sali, dài! Lascio all’immaginazione del lettore la scelta dei toni. Io ne rimasi strabiliata. Sempre a Torino, in quella Torino snob che mai ho sentito mia, mio padre, che era costruttore edile, un bel giorno, facendo un giro in alcuni stabili, notò che una vecchina viveva in un monolocale senza porta. Da anni. Nessuno l’aveva mai aiutata. Da anni, senza porta. Da restare nuovamente esterrefatti. Papà, zitto zitto, nell’anonimato, mandò gli operai a metterle una porta. Giunse così, in quel palazzo

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di ghiaccio, una ventata di calore umano. Sbalorditivo. Certamente, ripercorrendo la propria storia, ciascuno può pescare esempi diversi, di gente che ha dato e di gente che non ha dato. E ciascuno, guardando in sé stesso, può leggere le ragioni che si dà per giustificare un proprio dare o un proprio non dare. Sempre mi chiedo, non riesco proprio a fermarmi in superficie, quali siano le ragioni profonde del nostro agire, quali le matrici di pensiero, comuni a tutti noi esseri umani, che si compongono, come in magici caleidoscopi, e danno vita al nostro essere unici. E nel chiedermi come ciò accade intravedo correnti, flussi energetici, forze centrifughe e centripete che impastano il nostro vivere, composti come siamo da granelli multicolori di esperienze di vita, di impulsi viscerali, di modelli interiorizzati, di cattivi maestri rifiutati, di principi ancestrali, di male e di bene. Oscillano, il mio pensiero e il mio sentire, tra la superba tendenza a cercare di voler capire le cose e l’umile capacità di accettarne il mistero. Oscillano e si fermano, come sospesi fuori dallo spazio e dal tempo, dinanzi al fatto che tutto è, non v’è dubbio, anche indipendentemente dal mio occhio. Tutto è, malgrado me, in pratica. E purtuttavia anche io sono, non v’è dubbio. Anche io sono, io “sento” di essere, al di là delle contingenze, malgrado si tenti costantemente di metterlo in dubbio relegando la percezione del sé a qualcosa di meramente materiale e finito, scomparso il quale scomparirà anche l’illusione dell’esistere e dell’essere esistiti. In realtà, ben lo sappiamo, chi mai su questa terra

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potrà dirci tutto ciò? Chi mai potrà sorgere, di umano, da un anteriore passato o da un futuro remoto, a chiarirci una volta per tutte come stanno veramente le cose? Chi potrà mai possedere, di umano, così tanta consapevolezza da darci soluzioni, da acquietare il travagliato dilemma esistenziale che ci portiamo dentro? Chi potrà essere costui? Non è forse più verosimile che frammenti di verità, di comprensione, affiorino qua e là, in esseri umani, stavolta sì, sparsi nei luoghi e nei secoli, come fugaci barlumi che ci indicano la strada? Non sta, magari, accadendo a noi tutti proprio qualcosa del genere? E poi in definitiva, tra l’altro, a che ci serve voler sapere tutto ciò, se tanto la partita di cui sopra scorre comunque incessantemente e ci pone giorno per giorno interrogativi concreti, dimensioni da esperire materialmente, verità da afferrare col cuore, prima che con la ragione? Si può piuttosto, questo sì sembra aver maggior senso fare, lavorare al raggiungimento di un’armonia, di un’elevazione dell’individuo, di un luogo ideale dove l’amore diventa una nuova regola del gioco. Si può, siamo liberi come l’aria. Si può, siamo noi che facciam la storia. Cantava, a un certo punto, in un certo luogo, un certo Giorgio Gaber. Siamo chiamati, io come tutti, a giocare dunque questa benedetta partita della vita, a muovere un alfiere piuttosto che una torre, a scegliere un arrocco invece di voler dare scacco. Liberi, siamo. Siamo sempre lasciati liberi di decidere il da farsi.


E questo vorrà pur dire qualcosa, penso. Ricordo che, un giorno, una persona mai conosciuta mi ha scritto che viveva per “realizzare la volontà”. Una riflessione sul senso che dava alla propria esistenza che mi colpì molto, in relazione anche alla persona che era, o che mi è sembrato che fosse. Perché, in effetti, a ben pensarci, questa è la principale regola del gioco, non v’è dubbio. Su come il gioco possa venir giocato, poi, su quello proprio si può aprire il dibattito.

Uno sceglie. Uno è sempre libero di diventare Amma Amritanandamayi oppure Hitler. Uno può diventare sant’Ignazio da Loyola o Richard Kuklinski. Questa possibilità di essere chi si vuole è data a tutti. Ma forse una cosa bisogna ammettere: che, non volendo dar credito allo Scialpi che ci rammentava (grazie comunque) di essere isole nell’oceano della solitudine, il creare una rete tra le persone, il darsi una mano, il “fare sistema”, come si ama dire oggi, è una mossa assai intelligente, per degli esseri umani che non si credano delle divinità.

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L’aiutare, l’aiutarsi, diventa un sistema per far circolare il meglio di cui siamo composti. Aiutarsi significa andare in una direzione benefica, positiva, arricchente, per sé e per gli altri. Aiutarsi potrebbe, dico potrebbe, se visto in quest’ottica, tradurre addirittura parte consistente del senso del nostro esistere. Converrete. Ma, magari, aiutarsi in maniera ampia, estesa, universale. Aiutare la propria famiglia, i propri simili, forse ci viene più naturale. Ma aiutare anche “altri”, questa è un’altra delle sfide percorribili. Io non posso credere che si aiuti in base a una consanguineità. Non posso pensare che solo se qualcuno è mio parente sia affar mio, e degli estranei chisseneimporta. Ma come? Non ci si aiuta in relazione al bisogno? Non è, il bisogno, un buon metro per regolare il flusso del soccorso? Non ci balzano agli occhi le necessità di un essere umano in sofferenza estrema, indipendentemente da dove si trovi o dal nostro grado di parentela con lui? Gli occhi contornati di mosche di un bimbo africano denutrito, dunque, davvero ci lasciano indifferenti, in quanto non si tratta di un nostro parente? Davvero? Quando, una mattina, mi è balenata in mente l’idea di innescare un dibattito sul tema del dare, partendo da questo libro, ma continuando con incontri, confronti, conversazioni, mi sono posta il problema del come realizzare concretamente tutto ciò. Bisognava trovare una persona che ci desse una mano, dunque. E ho scritto una lettera al dottor Pa-


ride De Masi, non tanto per la notorietà oggettiva del marchio Italgest, quanto perché mi era stato indicato come una persona con la sensibilità giusta per condividere il mio ragionamento sul dare. Per aderire al principio di base sul quale questo libro prende forma, bisogna avere una mentalità particolare, credere nella squadra, credere nel valore dell’aiuto, credere che il progresso del singolo contribuisca al progresso di tutti. E viceversa. La risposta di Italgest è stata immediata. Un sì. E i singoli passaggi, come il devolvere parte dell’incasso delle vendite del volume a un centro per bambini abusati e maltrattati, come il creare momenti di dibattito nelle diverse realtà che operano in termini di aiuto al prossimo, come il cercare il confronto con le persone in un dialogo che fosse più intenso e profondo di quello che si intraprende di solito nelle pause della frenesia quotidiana, sono stati condivisi e promossi da Italgest, come coerente espressione di un agire aziendale che si muove, che sceglie di muoversi sui difficili binari dell’agire etico. Sui binari in fondo molto semplici, ma chissà perché al contempo tanto difficili, del dare una mano. Non sto sviolinando lo sponsor, non è nelle mie corde. Sto parlando di come ci si aiuta concretamente tra esseri umani. Questo libro è il primo faro, acceso grazie a Italgest, sull’argomento. Questo dibattito, poi, continuerà anche all’interno dell’Università, perché il professor Carlo Alberto Augieri, di Teoria della Letterautra, ha deciso di partire da ciò che si dice in questo libro per avviare un seminario sul tema del dare. E così via, verso altre occasioni di dialogo che vi comunicheremo volta per volta.

Vorrei però, prima di lasciarvi alle narrazioni che seguiranno, dire due parole sul perché si devolve il ricavato delle vendite del libro al Centro per Bambini Abusati e Maltrattati della Comunità Emmanuel, “L’Aurora”. È estremamente semplice. Un adulto, una persona che già oggi è adulta, può decidere di aiutare o di non farlo. L’abbiamo già detto. Ma quando decide di non farlo, perché ciò accade? Come mai, questa persona, non dà, a fronte di tanti benefici per il suo spirito che trarrebbe se decidesse di agire diversamente? Forse perché non riesce. Forse non riesce perché è in credito. In credito di qualcosa. Forse è in credito di amore. Forse, persino, qualcosa gli sarà stato proprio tolto, magari nella prima infanzia, forse anche dopo. Chissà. Ognuno sa il fatto proprio, logicamente. Quello che si può immaginare, però, quello che si può magari anche sapere sulla base dell’attenzione che altri uomini hanno posto alle dinamiche di vita di chi ha sofferto, è che chi subisce violenza da bambino, se non viene tempestivamente aiutato (e direi, possibilmente, anche amato), da adulto potrebbe scegliere il male. Come rivalsa, come modo per dar sfogo a una sofferenza inaudita, come meccanismo per gridare al mondo un dolore troppo intenso da reggere per un bambino che si è appena affacciato alla vita. Sembra impossibile, io sul serio a tratti non mi capacito, che degli esseri umani possano infliggere simili sofferenze ai cuccioli della propria specie. Sembra davvero impossibile. Invece l’infanzia spezzata esiste,

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e forse andrebbe aiutata proprio per prima, per interrompere il meccanismo malefico che si potrebbe generare e che creerebbe adulti non più capaci di dare, ma solo, e con violenza, di togliere. Bene, siamo forse scesi troppo in fondo, sento. Risaliamo sul pelo dell’acqua per una boccata d’aria leggera. Il bicchiere di vino di Sebastiano, intanto, è finito e qui concludo questo preambolo, lasciandovi a osservare ciò che segue, insieme a queste due rilassate signore immerse in un bagno termale a Budapest. Volendo insistere sulle metafore, potrei dirvi che questo libro è proprio come un bordo-piscina, sul

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quale si potrebbe comodamente sostare limitandosi a osservare, o piuttosto partire al salvataggio di qualche incerto nuotatore. Potrei. Ma quanto sono odiosi quelli che danno i suggerimenti. Nemmeno io li sopporto. :-) Buona lettura a tutti. A presto. Silvia Cazzato


leda cesari

sezione prima


Leda Cesari Nata a Lecce nel 1966. Giornalista professionista, ama gli animali (soprattutto Ninni), le pietre (anche non preziose), la Grecia e il mondo classico (in testa Memorie di Adriano), i Rolling Stones, il firmamento (astronomico e astrologico). Frase-chiave, infatti, di Oscar Wilde, scrittore preferito: “Siamo tutti immersi nel fango, ma alcuni guardano le stelle�.


Se è vero che l’altruismo è la forma più raffinata di egoismo, beh, allora i signori di cui si parla nel capitolo seguente sono molto, molto egoisti. Nel senso che hanno intrapreso da tempo una strada impervia e accidentata, la strada della solidarietà (come ci hanno fatto odiare questa parola, la politica e la burocrazia), facendone ragione e impegno preciso di vita. Impegno tanto più autentico in quanto profuso in silenzio, al netto di grancasse mediatiche e fanfare televisive. Impegno tanto più vero in quanto tutti i protagonisti degli articoli che seguono hanno chiesto espressamente di non personalizzare eccessivamente a loro favore le short stories, di dare rilevanza all’attività del centro, della struttura e del team da cui dipendono, dando ampio merito a superiori e collaboratori. I cui nomi sono stati spesso omessi nel corso dell’intervista, ma per esclusiva colpa dell’autrice degli articoli, che ha dovuto sintetizzare e sfrondare il contenuto dei colloqui.

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mani sorelle

Qualcuno non usa mezzi termini: Infernet, la chiama sfottente, per significare la sua attitudine a dare spazio a tutto ciò che di torbido esiste nell’animo umano. Nulla di più errato: perché il mezzo è neutro rispetto all’uso che se ne fa, e infatti lei, la Rete, può anche essere formidabile mezzo di condivisione e di lotta alla solitudine: quella che contrassegna ad esempio chi soffre di anoressia, malattia ad alto tasso di isolamento. Anche Internet, insomma, può servire a dare qualcosa. Già, l’anoressia, la bulimia. In fondo anche Ildegarda di Bingen infliggeva al proprio corpo il martirio supremo della fame e della scarnificazione, no? La differenza tra la mistica tedesca e quelle che Mauro Marino definisce “le eroine del nostro tempo” sta forse nel fine, che comunque – Machiavelli o no – non sempre giustifica i mezzi, neppure se i mezzi sono quelli praticati dalle “spose di Cristo”. In soldoni, e per uscire dai giri di parole: è sempre un opporsi a qualcosa che non si condivide, l’anoressia, un modo per dire: “Non sono d’accordo con te”; un’attitudine a sacrificarsi perché un progetto, una speranza, un’idea vadano in porto. Non è insomma soltanto il desiderio eterno di sentirsi in linea con il modello estetico dominante, che può essere uno degli obiettivi da perseguire astenendosi dal cibo, non certo l’unico. Anoressia e bulimia, infatti, sono sempre la spia di un disagio più grande,

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contro cui fino a qualche tempo fa anche medici e psicologi potevano essere disarmati: certi tragici bilanci familiari sono lì a testimoniarlo. Ma a volte bisogna fare i conti col potere terapeutico della scrittura. E comincia l’avventura di Mani sorelle – anzi, per essere precisi, lemanisorelle.blogspot.com – “blog di disagi e sorrisi del laboratorio di scrittura del Centro per la cura e la ricerca sui disturbi del comportamento alimentare dell’Asl di Lecce”. Luogo virtuale dove i pazienti del suddetto centro trovano pane per i loro denti. Non sarà una metafora felice, visto che di disturbi alimentari si parla, ma è proprio così: “La scrittura è uno degli elementi alleati di una terapia”, spiega Mauro Marino, intellettuale e artista salentino che ha scelto di fare qualcosa a beneficio del famoso “Prossimo”, del fantomatico “Altro da sé”, collaborando con il Centro diretto dalla dottoressa Caterina Renna. “Mezzo di autocoscienza del disagio”, la scrittura. Niente a che vedere con i famigerati Pro-Ana e Pro-Mia, siti Internet che magnificano la bellezza di pesare 35 chili vestiti compresi o, al contrario, la piacevolezza di abbuffarsi per poi scappare in bagno e restituire alla terra quello che se n’è avuto, giusto mettendosi due dita in gola. “No, il nostro blog è un esperimento terapeutico, un modo per provare a intercettare il disagio che sfugge ai servizi pubblici. Queste persone, da noi, possono avere uno scambio di idee e tanto sostegno”. E una patente d’eroismo, insiste Marino: “Anoressia e bulimia, alla fine, sono solo un meccanismo che cerca di dare risposte, atti eroici che si contrappongono alla presa di posizione dell’Altro: ‘Tu non capisci il mio punto di vista’. Così resistere al cibo – vita e

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dannazione insieme – diventa una forma di rappresentazione del disagio’ Perché alla fine questo è, l’anoressia: una malattia ‘politica’, un volersi opporre, un rifiutarsi di scendere a patti con qualcosa che non si condivide. Oppure si decide di lasciarsi travolgere, come nel caso della bulimia, dove la sofferenza è anche maggiore perché ha le forme di una tensione drammatica che avvolge chi nega e poi cede”. Pazienti, abbiamo detto, e non è un dettaglio. Perché l’anoressia, contrariamente ai luoghi comuni del caso, non è un disturbo tutto femminile: “Ultimamente abbiamo in cura anche molti ragazzi, peraltro giovanissimi – perché l’età media del disturbo si è abbassata – e anche bambini. Sì, prima causa di malessere è il modello estetico imposto, che nei ragazzi si traduce anche in abuso di anabolizzanti. Però è solo una delle cause, e alla fine, nel caso dei disturbi da bulimia, può essere anche un alleato della terapia”. Come il blog, luogo di sorellanza che supera i confini provinciali: contributi e commenti arrivano da Lecce, Brindisi e Taranto. Non male per un’esperienza nata per caso, grazie a un gruppo di pazienti particolarmente creativi, e subito divenuta strumento che, linkato per caso su Internet, può essere l’anticamera per il Centro e le sue terapie: “On line agganciamo persone che vivono il disturbo in perfetta solitudine. Così lemanisorelle diventa un luogo in cui parlare della malattia e capire che la propria storia è molto simile a tante altre, un posto in cui costruire una coscienza che permetta di attivare strategie di uscite dalla malattia”. Un luogo da cui gestire anche le ricadute: “Non sono disturbi da ricchi, anoressia e bulimia,


come si potrebbe pensare, bensì patologie trasversali e interclassiste che diventano ossessione: affamarsi e, al contrario, abbuffarsi diventano l’unico pensiero”. Una delle cure, appunto, la scrittura, tramite il blog che Mauro Marino continua pervicacemente a coltivare nonostante le difficoltà: i rapporti con il pubblico, of course, che rende ovviamente tutto abbastanza difficile per chi lavora con contratti di collaborazione esterna. Ma se hai deciso di spenderti per una causa che merita attenzione, non c’è Burosauro che tenga. Anche perché la presa in carico delle sorti di un

Altro si traduce immancabilmente in beneficio per il tuo, di disagio: “Dal confronto con l’altrui sentire arrivano le risposte: se si è molto felici difficilmente si decide di mettersi in gioco. Ecco perché dico che l’inquietudine non è sempre un fatto negativo. Ecco perché a volte trovi la tua personale via d’uscita facendo qualcosa per altre persone: grazie al blog ho scoperto persone di grande talento che adesso scrivono di professione, oppure cantano. E sapere di aver contribuito a questo ti nutre molto, moltissimo”. E non c’è anoressia che tenga.

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il mantello di san martino

No che non è proprio normale – nel senso di istintivo – mettersi accanto a un malato di cancro e accompagnarlo nel difficile viaggio verso il trapasso: è una cosa che fa a pugni con l’istinto di sopravvivenza, con la nostra illusione di essere immortali, con la nostra voglia di rimuovere ciò che non è rimovibile, così si può fare al limite per un parente, non per uno sconosciuto. Eppure c’è chi questo coraggio ce l’ha, pur sapendo che un giorno arriverà e troverà quel letto vuoto perché la malattia l’ha avuta finalmente vinta. E spesso il coraggio nasce dall’esperienza, dall’aver provato sulla propria pelle di figlio, marito, genitore di un malato terminale cosa significhi assistere una persona che sta morendo di cancro. Un nome e un cognome terribili, per una morte. Non abbastanza, però, per stroncare certi meccanismi. Per abbattere la voglia di fare qualcosa che porti in attivo le voci “dare-avere”. Per questo un anno fa è nata “Il mantello di San Martino”, denominazione non casualmente simbolica di un sodalizio fatto di gente che quell’esperienza l’ha conosciuta. E Walter Tornese, che nella vita “fuori” fa il cancelliere presso il Tribunale penale di Lecce, “dentro” – nell’Hospice per malati terminali presso l’ospedale di San Cesario – è appunto questo: il volontario di un’associazione che si occupa di condannati a morte certa e imminente, i malati terminali: “siamo tutti parenti di

persone decedute per cancro, dunque gente che conosce bene quella realtà e sa come affrontarla. Eppure, pensi, nonostante questo siamo una struttura sconosciuta ai più, spesso anche ai medici. O ci scambiano per un ospizio, visto il nome, con tutti i pregiudizi che ne conseguono”. Una struttura che prende in carico persone con neoplasie talmente aggressive da non lasciare scampo. “Casi in cui il paziente non è neppure stazionario, e allora l’Hospice è la soluzione ideale, con i suoi dieci miniappartamenti che consentono anche la presenza di un assistente fisso”. Letto per degente e ospite, bagno completo, climatizzazione, impianto televisivo, “una struttura quasi texana”, spiega ancora Tornese. “Saremmo a cavallo se tutte le strutture fossero come questa, luoghi in cui il malato può usufruire di assistenza continua, giorno e notte, e di cure palliative”. Ovvero somministrazione di farmaci che bloccano il dolore: “Mio padre è stato lì per un mese e mezzo, e mai un lamento, fino alla morte. Questo per la professionalità del responsabile del centro, il dottor Enzo Caroprese – un medico vero – e dei suoi infermieri, persone splendide, che io chiamo angeli. Quello che ci vuole, pazienza e tanto amore, per persone destinate a non guarire”. I cui parenti, spesso, non hanno neanche i mezzi economici per prenotare il secondo letto, nonostante il prezzo irrisorio (otto euro a notte). Ma certe esperienze segnano per sempre, “e così, grazie alla recente donazione dei parenti e degli amici di una defunta”, racconta Walter Tornese, “compreremo alcune poltrone-letto per chi non può permettersi neppure quella spesa”. Questo per ora: ché per il futuro Il mantello di San Martino ha progetti assai più ambiziosi,

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tipo formare assistenti competenti e preparati. Perché tutto è, tranne che facile, assistere un malato terminale. Così l’associazione, che fornisce peraltro anche emergenza domiciliare nonostante la scarsità di volontari (una quindicina in tutto, allo stato), spera di farsi conoscere quanto prima: “Uno dei nostri obiettivi è la divulgazione della nostra attività, perché ci rendiamo conto di esserci andati a cercare un segmento molto impegnativo, che comprende tanto la sofferenza di chi sta per affrontare l’ultimo passo della sua vita, quanto il dolore di chi non è pronto a accettare che un familiare se ne stia andando. Affrontando al contempo il pregiudizio tutto meridionale che affidare un parente a una struttura del genere equivalga ad abbandonarlo”. L’assistenza, in questo caso, è anche psicologica, e serve anche dopo, “per la metabolizzazione del lutto”, spiega ancora Tornese, “mentre non riusciamo sempre a garantire quella spirituale, i sacerdoti sono sempre così impegnati…. Ma proprio per questo è bello,

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quello che facciamo, è una sfida: non ci limitiamo a raccogliere soldi per questa o quella causa, siamo in ballo direttamente e torniamo ogni volta a casa felici per quanto fatto, e contemporaneamente frustrati perché avremmo voluto fare di più”. Ma anche più forti dentro: “Vorrei che anche gli altri malati terminali avessero la fortuna toccata a mio padre, che è morto tra le mie braccia l’anno scorso, a mezzanotte di Capodanno. Infatti penso che il mio impegno con l’associazione sia un modo personalissimo di elaborare il lutto, che non vuol dire dimenticare, ma soltanto fare i conti con una nuova realtà. Sono lì con gli altri per dare qualcosa, insomma, senza farmi vedere, senza riflettori: mi piace lavorare nell’ombra, per me cinque persone sono già una folla…”, conclude Tornese. “Ciò detto, per collaborare con noi del Mantello di San Martino ci vuole poco. E le cose da fare, invece, sono tante”. Aspiranti volontari avvisati.


esmeraldas

Tu puoi fare tutti i programmi che vuoi, convincerti di avere la tua vita nelle tue mani, pensare di poterla modellare secondo le tue esigenze e i tuoi desideri. Ma quando la Voce chiama, non puoi tentennare. Non puoi dibatterti, non puoi sottrarti: puoi obbedire di buon grado e basta: “fino a un attimo prima hai avuto la certezza di aver avuto dalla vita tutto ciò che desideravi. Poi il senso di vuoto ti sommerge comunque, e parti alla ricerca di qualcosa di più grande. Che per noi si chiama Gesù, e la scelta di metterlo al primo posto della nostra vita”. È stato così che la leccese Stefania Gualtieri e il napoletano Luigi d’Avolio, marito e moglie da otto anni, si sono ritrovati in missione, neanche tanto supersegreta, in Ecuador, un oceano tra la casa di lamiera in cui vivono da cinque anni a questa parte, ad Esmeraldas, e il luogo da cui sono partiti, Comunità Emmanuel, Lecce. Per fare in fondo quello che Gesù aveva chiesto ai suoi: andate per il mondo e date il buon esempio. Anche adesso che alla squadra si è aggiunto il piccolo Salvatore Emanuele, frutto del loro amore nato a maggio di quest’anno, durante un segmento leccese della loro vita, e pronto a prendere il prossimo aereo per l’America Latina insieme a mamma e papà: il tassello che mancava, a ben vedere, al mosaico che Stefania e Luigi costruiscono ogni giorno tra le casette del quartiere povero in cui sono stati inviati dal ve-

scovo di Esmeraldas, “un religioso davvero dalla parte dei poveri e dei diseredati”. Un luogo benedetto da Dio in fatto di natura, “pianti un seme in terra e nasce l’impossibile”, ma degradato dal punto di vista umano. Un posto in cui l’aggettivo “povero” non rappresenta soltanto la definizione frettolosa di una persona che non ha mezzi di sussistenza: in America Latina, infatti, “la povertà è un dato che ha connotazioni anche e soprattutto morali”, spiegano i due coniugi in pausa maternità all’ex camping di Solicara, sulla via per Torre Chianca. Ovvero: famiglie sbriciolate, grande promiscuità sessuale, condizioni igieniche allarmanti, precarietà professionale. Ancora: bambine che fanno figli a dodici anni (per poi lasciarli crescere per strada), che non li allattano per non sciuparsi il seno, che a vent’anni si fanno cucire le tube come metodo anticoncezionale. Genitori che, pur di garantire la festa dei diciott’anni alle proprie figlie, si indebitano fino all’osso: “per sfuggire alla miseria, diventano ancora più poveri”, è la testimonianza di Stefania e Luigi. Che entrano in azione proprio a questo punto: “noi proponiamo un’alternativa a tutto questo. Come? Con il nostro esempio”. Sicché la casetta col tetto di lamiera nel letto del fiume, più che un’abitazione privata, è concepita per rappresentare un luogo d’incontro; sicché l’ufficio di Stefania e Luigi, mandati ad Esmeraldas dalla Comunità Emmanuel a fondare una comunità cristiana di base, diventa solo ed esclusivamente la strada. E sono chilometri, tutti i giorni, fino a sera, per espletare al meglio le funzioni di cui sono stati incaricati: anche Gesù, alla fine, non se ne stava a predicare nel tempio ma macinava

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strade, paesi, regioni. Qualcuno potrebbe definirle pubbliche relazioni, e il paragone, in fondo, non è azzardato, perché è proprio questo che fanno i due coniugi partiti da Lecce cinque anni fa, pur avendo in principio immaginato altri percorsi esistenziali (lei il Ciad, lui il Sudamerica con i Comboniani): incontrano la gente di Esmeraldas, tentando di spiegare che un modo di vivere diverso è possibile. “Che la fedeltà coniugale non è una iattura, che uscire dalla precarietà si può”. Praticamente: aiutando un gruppo di donne con i mariti alcolizzati a dare vita a un laboratorio di taglio e cucito, per esempio. Insegnando ai bambini che i bisticci non vanno risolti a pietrate. Dimostrando ai genitori che i figli non si educano con la frusta. Oppure mettendo in moto le istituzioni locali perché si mettano a disposizione di chi vuole uscire dalla miseria. Oppure, ancora, formando volontari che si facciano carico delle sorti

del quartiere, oppure dichiarando guerra alla corruzione: “siamo stati anche minacciati di morte, per questo, e non nascondiamo che adesso, col piccolo al seguito, le difficoltà aumenteranno. Ci toccherà preservarlo dai pericoli in cui siamo abituati ad aggirarci: non andremo più a occupare la sede ministeriale, ad esempio. Ma questo non ci spaventa più di tanto: la gente del quartiere comincia a reagire positivamente ai nostri sforzi. Non ci chiede più soldi ma, in compenso, sta imparando a condividere la miseria, il piatto di riso, con chi è più povero. E nostro figlio sarà anche lui un piccolo missionario, incaricato di testimoniare la gioia di una famiglia regolare, di una vita disciplinata. E Gesù si prenderà cura di lui come si prende cura della nostra salvezza. Che bambino fortunato sarà, il nostro: avrà l’opportunità di fare un’esperienza umana eccezionale, e al contempo potrà imparare lo spagnolo assieme all’italiano”.


arteterapia

Si è propensi a fare qualcosa per gli altri perché nella vita privata va tutto bene, dunque si ha la serenità necessaria per distogliere lo sguardo da sé? O, al contrario, il privato è felice (per quanto questa parola identifichi uno stato d’animo precario e fuggevole) perché la vita ti ricompensa per quello che sai dare agli altri? Saranno vere entrambe le cose, alla fine: hai una vita privata soddisfacente perché la tua propensione all’Altro ti gratifica e rasserena, e – viceversa – il senso di gratitudine per l’avere un bilancio esistenziale decisamente in attivo ti mette in condizione di sentirti ricco, di capire che puoi rinunciare a qualcosa per dare qualcosa al prossimo. Così la dottoressa Rossella Vigilante, mamma di splendide figlie, nonna di splendide bambine e pedagogista con tesi sul “Significato del disagio infantile nella scuola moderna”, ha scelto il segmento della schizofrenia grave per provare l’assunto che l’arte e la pittura possono essere decisivi per estrinsecare appieno il disagio, neutralizzandolo almeno in parte. Una novità, per lei? “In realtà sono sempre stata incline a occuparmi degli altri, a difendere il soggetto debole della situazione”, replica l’interessata. “Anche quando facevo la professoressa di filosofia, riuscivo a ottenere la fiducia dei ragazzi, che venivano a raccontarmi anche le cose più intime, sebbene fossi solo una supplente annuale. E i miei colleghi si chiedevano: ma perché

non si confidano con noi? Non avevo una risposta, probabilmente era un fatto naturale. Le persone si trovano sempre a proprio agio con me”. Capita, insomma. E così qualche anno fa è la compagnia “Il mercato dei sogni”, progetto realizzato in tandem con l’associazione “Nuove speranze”. Un percorso lungo, perché arrivasse a questo Rossella, partita come insegnante di Filosofia e arrivata a Bari per formarsi e convergere sul primo progetto-obiettivo per i centri diurni. “Abbandonando le supplenze, con un pizzico di incoscienza”, racconta ancora Rossella, “ma questo mi ha consentito di crescere imparando certe cose grazie al contatto diretto con il paziente… Perché i libri sono altro, e le persone di cui mi occupo io non hanno il tumore, non soffrono di una malattia riscontrabile grazie agli esami clinici”. Pazienti che vivono in famiglia, e che il Csm invia ai centri di cui sopra per un inserimento graduale, e sempre più radicato, nel tessuto sociale cosiddetto “normale”. E Rossella, operatore di collegamento tra i centri di Lequile e Campi, dà ogni giorno nuovo significato a questa parola, “inserimento”, grazie all’arte-terapia: cabaret, teatro, mostre, laboratori di espressione corporea per chi soffre di schizofrenia grave, appunto. Finanziati dall’Europa, anche, oppure dalle Asl. Il che significa ovviamente anche tante occasioni di socializzazione: la pizzeria, la gita, la giornata al mare. E i risultati si vedono tutti, s’intende: “spesso, quando arrivano al centro, i nostri pazienti sono ad autonomia zero: totalmente non-autosufficienti. Pensi, una volta c’era un ragazzo che non sapeva neppure cosa fossero i soldi. Non era mai uscito da casa, se non per andare in campagna”. Il

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centro come luogo di ri-apprendimento insomma delle regole del gruppo, di riappropriazione degli strumenti per affrontare la quotidianità. E non solo: grazie ai laboratori di espressione corporea, infatti, i pazienti possono riacquistare consapevolezza di sé e del proprio corpo, nozioni in qualche modo “disturbate” dalla malattia. Perché schizofrenici si diventa, “non si nasce: a volte basta un trauma per determinare l’insorgenza del disagio. Forse si deve essere predisposti, sì, però abbiamo casi di studenti universitari e di persone che lavorano normalmente e che a un certo punto si sono

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ammalate”. Per fortuna, grazie all’arte e alla creatività, i progressi sono grandi, rassicura la dottoressa Vigilante. E avvengono anche in virtù della collaborazione delle famiglie, che non si nascondono dietro il velo dell’ipocrisia: “si mettono in discussione, sono orgogliose dei propri ragazzi e dei loro sforzi. E quando li vedono recitare sul palcoscenico dei Teatini, o alla Notte Bianca, si commuovono”. Perché a questo serve “Il mercato dei sogni”, progetto-compagnia che cura gli schizofrenici gravi: “è un modo per dare un sogno a chi i sogni non ce l’ha…”.


terapia d’amore

Sono Quelli Che Non Guardano Mai L’Orologio. A dispetto del daffare, che a volte rende invisibile anche la vecchietta abbandonata in un letto d’ospedale, implorante un sorso d’acqua nell’indifferenza generale. Compresa quella di un inserviente che, dinanzi alla protesta di un medico, risponde serafico: “se mi metto a distribuire bicchieri d’acqua, al mio lavoro chi ci pensa?”. Normale amministrazione in una corsia d’ospedale, probabilmente, ma capita anche che, una volta su cento, quell’atto di insensibilità sia il fertilizzante di un terreno predisposto a dare molti frutti. Fu così che, trent’anni fa, nacque a Milano l’Avo, Associazione volontari ospedalieri: perché il professor Erminio Longhini, assistendo a quella scena, si convinse assieme a sua moglie della necessità di radunare uomini e donne di buona volontà e di mandarli per ospedali, a lenire sconforto e sofferenze là dove ci sia da lenirne. “Ed è esattamente quel che facciamo”, racconta la signora Titti Formoso, vicepresidente regionale dell’Avo Salento e presidente dell’Avo Lecce, in forza presso l’ospedale “Fazzi”. Non che le due cariche la inorgogliscano più di tanto: “gerarchie stabilite solo perché la Puglia è lunga, e una suddivisione territoriale delle competenze era necessaria”, spiega. E poi, capirai, finché ci fosse da distribuire onori e prebende. “Ti arricchisci sì, ma solo della straordinaria esperienza umana che dare qualcosa agli altri

rappresenta. Per il resto lavoriamo e basta, autofinanziandoci. A volte combattendo anche contro la diffidenza di chi pensa che tu voglia sostituirti a lui. Rubargli il lavoro”. Perché anche far credere di voler fare qualcosa per il prossimo senza nulla chiedere in cambio è difficile, di questi tempi strani. E, come spesso capita, la molla che fa scattare il desiderio di uscire da sé e dalle proprie incombenze personali, per attenuare anche solo per due ore oceani di solitudine e sofferenza, è un lutto grave: “fu una mia amica a convincermi, dopo la morte di mio padre, insistendo che avevo la sensibilità giusta per fare volontariato. Sono sempre stata così. Per carità, non migliore degli altri, si intende: c’è chi fa di più e meglio di quel che facciamo noi dell’Avo. Ma l’importante è avere qualcosa da dare al prossimo. Comunque”. Propensione a volte assente proprio in chi degli altri deve occuparsi per lavoro, capita di notare. Ma è un problema di compiti gravosi e di tempo mancante, taglia corto la signora Formoso: “purtroppo il personale sanitario scarseggia sempre di più e, per converso, ha sempre più incombenze. Anche in fatto di documenti da compilare”. Umanizzazione della Medicina, si chiama la nuova battaglia intrapresa dall’Avo oltre a quella, quotidiana, a favore di chi giace in un letto d’ospedale: quasi un controsenso, perché come definire Medicina quella che non ha come missione principale la cura fisica e psicologica delle sofferenze? Basta una parola di conforto, oppure un sorriso: vogliamo parlare del potere terapeutico di un sorriso? “Il problema è che il personale sanitario, oltre a essere gravato di mille cose da fare, è a contatto

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quotidiano con il dolore, che a lungo andare diventa routine”. Quelle due ore settimanali di presenza garantita dai volontari Avo diventano allora per gli ammalati manna dal cielo: “a volte all’inizio hanno paura, non riescono ad aprirsi con noi. Poi, però, cominciano ad aspettarci. Ed è un’attesa che non possiamo deludere, anche se cerchiamo di evitare di instaurare rapporti affettivi troppo stretti, perché poi si devono interrompere e allora sono guai”. Perché a volte l’ammalato è solo, pur in mezzo a una pletora di parenti e amici: “capita infatti che un paziente riesca a comunicare le proprie insicurezze e le proprie paure più a noi che a un familiare, per evitare di rattristarlo”. Formazione puntuale e completa in tutte le materie sanitarie, grande predisposizione all’ascolto: “facciamo il turno in due, per non lasciare mai l’ammalato scoperto, e non guardiamo mai l’orologio, altrimenti è finita, hai perso la sua fiducia. Per il resto facciamo di tutto, pur senza mai sostituirci agli infermieri: laviamo il paziente, lo pettiniamo, lo sbarbiamo, lo rincuoriamo. E se per esempio non è cosciente gli parliamo, sperando che senta. È una comunione di anime”, e funziona: eccome. “Una volta mi è capitato di assistere un ragazzo di Nardò ricoverato per un incidente in rianimazione. Stava benino, ma era terrorizzato: si guardava intorno, vedeva gli altri pazienti in coma, era sicuro di dover morire. Fu uno sforzo non da ridere convincerlo che presto sarebbe tornato a casa”. Grande pazienza, grande umanità: impegno non indifferente, ma ne vale la pena: “cambia la tua visione della vita, davanti a certe cose. Cominci a pensare che i tuoi problemi siano nulla, a con-


fronto di certe tragedie”. Anche i problemi di sostentamento di un’associazione che sopravvive grazie alle quote annuali versate dai soci: “i sacrifici sono tanti, ma poi stare accanto agli ammalati ti ripaga di tutto. Ti fa superare anche i momenti di difficoltà personale: cominci a capire i meccanismi

per uscire dal tuo guscio. E alla fine è un impegno accettabile: due ore alla settimana e non di più, perché è giusto avere la propria vita e i propri interessi. Dobbiamo andare a dare forza al paziente, a infondergli energia e ottimismo”, avverte la signora Formoso, “altrimenti che senso ha?”.

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salvatore bello

sezione seconda


Salvatore Bello Nato a Presicce (Le) nel 1965. Dopo gli esordi in uno studio fotografico si specializza in fotografia di reportage, culminata con l’esperienza degli sbarchi di migranti sulle coste salentine, dalla quale ha realizzato mostre a tema. Ha lavorato e lavora per L’Impaziente, Il Manifesto, Nuovo Quotidiano di Puglia, Qui Salento. Ha realizzato mostre fotografiche sull’immigrazione e la mostra Salento Fuori Orario. Fotografo di scena per film e casting per spot pubblicitari. È iscritto all’Ordine dei Giornalisti di Puglia.


DĂ , un bambino, gioia, sorrisi, carezze. Genera tenerezza infinita, cieli di stelline, contagiosi stupori. Lancia, un bambino, sguardi colorati verso piccole casette dai tetti di marzapane. Fa, un bambino, mille faccine buffe per la prima, incredibile, assoluta volta. Ăˆ la prima volta che indossa un corpo, un bambino. Vola, dunque, un bambino, farfallina impalpabile, tra i molti venti della terra. Prego, prego forte forte forte, che tutti i bambini mai esistiti tra i fiori trovino riparo.

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passa in ciascun volto la vita a dire cose a chi decide di ascoltare

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con sudore mano respiro interrotto

per poco per niente per almeno dire pane per il sollievo del cuscino morbido

lavorerai

a prendere in giro la vita fingendo che il gioco sia serio

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mamma - mamma - parte - bello - dove lungo - lungo ferma - parte - ferma - parte - ferma stanco - lungo - voci verde - pieno - sento lungo sonno - gente basta - mare - noia dico - nulla lungo - naso - piede stop

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fisso nella mente un ricordo senza bordi

l’istante di quell’aver sentito

un raggio di energia che trapassa la materia e di lei si serve per segnare sull’anima una sensazione di infinito

solo un mare grande può sciogliere la durezza delle scorze creare assonanze con l’anima usando il codice di chi non ha codici

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Piegata la terra a servizio dell’uomo.

Ingegno. Congegno. Meraviglia. Stupore. Sublime. Eccelso. Sommo. Mirabile. Grandioso. Maestoso. Sontuoso. Solenne. Eccellente. Divino. Celestiale. Sovrumano.

Quattro atomi messi in croce.

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Sempre triste il clown mi è sembrato metafora struggente del disincanto che non si rassegna.

Sempre triste. Fino a che non gli ho parlato. Solo il conoscerlo me lo ha rivelato.

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Raggiungo. Raggiungo l’altro vicino a una fontana vicino ad un muretto vicino ad un sentiero. Raggiungo.

Manciate di secondi la mia vita.

Se lascio il vuoto intorno il vuoto dentro me straripa.

Raggiungo. Preferisco.

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silvia cazzato

sezione terza


Silvia Cazzato Nata a Torino nel 1968. Giornalista, capo ufficio stampa dell’Università del Salento, scrittrice, esperta di comunicazione, madre. Volontaria in diverse realtà, ha intrapreso il percorso di studi per diventare psicoterapeuta.


Megafoni, per non correre il rischio di premature agiografie. Le interviste che seguono sono solo un mezzo per amplificare voci di persone dal pensiero denso e dall’agire deciso. Una disamina priva di griglie prestabilite, ma fluida, come fluido è lo scorrere/trascorrere delle esistenze, delle ragioni profonde per cui si dà o si riceve. Ogni persona incontrata rivela il mondo unico e irripetibile che la connota. Basterà ascoltare. E si disegneranno nel cielo di chi legge le trame sottili che collegano il loro benefico fare. Si potrebbe scoprire che esistono radici comuni in chi opera del bene verso gli altri. Si potrebbe scoprire, ancora più interessante, che cosa c’è dentro noi stessi, e in che cosa noi convergiamo o divergiamo rispetto al metterci in connessione con gli altri. Si potrebbe. Le foto che accompagnano la sezione sono particolari dell’Istituto di Salute e Medicina Spirituale “Le Sorgenti”, che si trova sulla strada statale LecceNovoli. Un luogo nel quale si svolgono attività di ricerca e formazione socio-culturale, formazione spirituale e ricerca vocazionale, incontri, seminari,

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convegni, approfondimenti su medicina e terapie naturali. Di quel luogo sottolineerei due caratteristiche. Una è l’apertura verso chiunque. Una delle prime stanze che accoglie il visitatore è la stanza del “punto interrogativo”, di chi si pone in ricerca. Di chi decide, invece di galleggiare sulla vita, di andare più a fondo. In questa prima stanza, circolare, non c’è nulla. Solo dei punti interrogativi sulle appliques della luce. Solo chi decide di entrare in quella stanza avrà poi motivo di entrare nelle altre. Una metafora efficace di un radicale cambio di rotta. Seguono a questa stanza corridoi, altre stanze, icone e immagini simboliche che spingono alla riflessione sul senso dell’esistere, sul differenziarsi delle religioni, sulla dimensione spirituale dell’uomo come elemento di coesione culturale, capace di far entrare in dialogo ciascun portatore di differenze. L’altra caratteristica è la semplicità dei luoghi. Pochi oggetti, nessun orpello. Perché la bellezza sta nel togliere, non nell’aggiungere, come spiega il gesuita Mario Marafioti, ideatore del centro. Un ambiente spoglio, ma che trasmette calore a chi vi transita, energia a chi vi sosta. E c’è una caratteristica che riguarda i blocchi di pietra leccese di cui sono fatte le pareti, prive di intonaco: sono stati tagliati non dal cuore della cava, ma quando la cava è appena inaugurata. Per cui non sono gialli in modo uniforme, ma striati, con venature rossastre e marroncine. La conseguenza è che ogni pezzo è unico. Come unico è ogni uomo. Buon viaggio a tutti.

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genuario belmonte

Zoologo. Etologo. Comportamentista. Laureato in Scienze Biologiche e in Scienze Naturali. Professore di Zoologia all’Università del Salento. Responsabile del laboratorio di Zoogeografia e Faunistica dell’ateneo. Maree di articoli e volumi scientifici. Speleobiologo subacqueo. Ecoturista. E ci fermiamo qui, per non dilungarci. Ma la cosa principale è che ha una fantastica calligrafia. E che colleziona cucchiai di legno intagliati a mano. Il tema centrale del libro è il dare. L’altruismo, latu sensu. Uno studioso quale tu sei potrebbe forse dirci se si tratta di una prerogativa solo umana. Posso dirti che studiando altre situazioni non nostre, ma simili alle nostre, capiamo di non essere soli in questi atteggiamenti. D’altronde studiare la natura, lo dico sempre ai miei studenti, significa avere occasione di elaborare delle riflessioni. C’è un entomologo, una specie di geniaccio della biologia recente, forse poco conosciuto nei salotti, che si chiama Edward O. Wilson: questo è uno di quelli che fa il filosofo, essendo un naturalista, ed è quello che ha tirato fuori la teoria della sociobiologia. Questa teoria afferma che la società, cioè il vivere insieme, sia il massimo livello di evoluzione che una specie si può dare. Lui studia le formiche, studia insetti sociali. E ci spiega che ci sono alcuni fenomeni molto trasversali tra gli esseri viventi. Non

siamo noi umani a presentare, in pratica, le cose più singolari, più spinte o più strane. Anzi. Nelle colonie dove gli organismi sono uno dentro l’altro, e quindi non si sa se l’individuo è l’uno o il complessivo, esiste addirittura l’annullamento della personalità. Anche nelle società degli insetti l’individuo ha poca importanza a favore del gruppo. C’è poi uno studio fatto da grandi entomologi degli anni Settanta, lo studio del fenomeno del cosiddetto “altruismo in natura”, anche se non è da intendersi come il concetto di altruismo coniato per descrivere un atteggiamento umano (lo chiarisco perché l’esistenza dell’altruismo è sempre stata una critica all’evoluzione). Per dirla in breve: l’ape operaia, sterile, rinuncia alla propria discendenza a favore della discendenza dell’ape regina. E quindi, se l’ape operaia è altruista, ha cioè il gene dell’altruismo (perché poi alla fine se parliamo di evoluzione parliamo di genetica) e non ha una discendenza, ma si conserva solo la discendenza della regina che si riproduce, come mai allora ricompare dopo un altruista, se nessuno gli ha trasmesso ereditariamente questa caratteristica? Come mai? In realtà si vide, e qui salta fuori un’altra riflessione di un altro naturalista che diventa filosofo, Dobson, la teoria del gene egoista. Il principio secondo il quale noi non siamo individui, ma è il nostro patrimonio genetico che ci determina. Nel caso delle api assistiamo a un fenomeno, ad esempio, che se una persona non fa lo zoologo, il naturalista, non può nemmeno immaginare: i maschi sono aploidi, perché le femmine per partenogenesi, quindi senza fecondazione, riescono a dare al

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mondo dei figli maschi. Da noi sarebbe un miracolo, lo stesso su cui si fonda tutta la cristianità, per le api è la norma. Accade dunque che le femmine delle api non fecondate fanno nascere un maschio aploide, che non ha i cromosomi del padre e della madre, ma solo quelli della madre; per cui, quando questo maschio produrrà i suoi gameti per fecondare le uova, fornirà a tutti un gamente identico, perché non farà ricombinazione. Cioè, in un aploide non accade la meiosi, ma semplicemente la mitosi, cioè una clonazione, una riproduzione asessuata delle cellule. Non c’è ricombinazione, per cui tutte le cellule sono uguali, tutti i gameti sono uguali. Non è come nel caso dell’uomo, in cui avremo almeno metà di gameti in cui c’è la x e metà di gameti in cui c’è la y. Lì son tutti uguali. È la madre invece, o meglio, la moglie di questo maschio che metterà a disposizione delle uova in cui è avvenuta la meiosi, dunque la ricombinazione. Cosa accade a questo punto? Che le femmine che nascono dalle uova fecondate (da cui nascono sempre e solo femmine, se non sono fecondate nascono maschi), hanno un patrimonio cromosomico, tra sorelle, molto più condiviso che non con le proprie figlie, se ne avessero. La cosa terribile di tutto questo discorso è che l’ape che rinuncia alla propria discendenza non rinuncia a nulla. Chi si sacrifica, geneticamente parlando, è la regina, perché l’ape aiuta una propria sorella con la quale condivide, come minimo, il cinquanta per cento del patrimonio, che è quello del padre perché è uguale per tutte, più il cinquanta per cento della madre che è quello che può variare; nel caso ci sia tutto è dal cento al cinquanta per cento. Quindi, mediamente, è del set-

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tantacinque per cento. Se avesse dei propri figli potrebbe dare loro soltanto, al massimo, il cinquanta del proprio patrimonio. Questa cosa fa molto riflettere, perché ci dice che non si tratta di un discorso di volontà, ma c’è un meccanismo biochimico a monte che governa anche il comportamento favorendo una cosa piuttosto che un’altra. Diciamo che darebbe da pensare, il principio a monte di tutto questo. Sì, perché questo discorso, filosoficamente parlando, va verso quello che può essere considerato “il gene egoista”; cioè è il gene, è il dna che tende a conservare sé stesso e usa tutti noi perché il suo obiettivo è quello. Il gene è eterno, perché passa attraverso le generazioni, ma resta sempre quello. Se riesce a tramandarsi alle generazioni successive, lui è eterno. È questo l’aspetto filosofico di questo dettaglio che invece è il dettaglio reale, naturalistico. E il nostro libero arbitrio? Per carità, un minimo di arbitrio noi ce lo vogliamo consentire, perché se no saremmo perduti. Ma seguendo questo ragionamento in maniera stringente sembrerebbe che il modo migliore per gabbare la natura, per gabbare i nostri geni, sarebbe, lo dico come paradosso, il suicidio. Perché in realtà se uno sopravvive, se uno si riproduce, è stato per tutta la vita governato dalla propria genetica, che lo spinge, ad esempio, a fare anche questa intervista qui piuttosto che un’altra cosa. Tutto, voglio dire, è funzionale al trasferimento del gene che duplica sé stesso, non è una cosa nostra, è lui che ha noi. Cioè noi apparteniamo ai geni. Questa


è la teoria filosofica che si sviluppa a partire da queste conoscenze.

coppia si chiederà: ma come mai questo figlio nostro mangia tanto? Perché è un altro animale!

Quindi, dell’altruismo nemmeno l’ombra. Io dico sempre ai miei studenti che l’altruismo vero non esiste. Lo si deduce studiando anche le società di scimpanzé, quelli a noi più vicini, o le società delle api, delle formiche o delle termiti. Negli scimpanzé il vero altruismo non esiste perché è sempre funzionale a un ritorno di qualcosa. Nel mondo animale si può constatare che l’altruista è colui che ad esempio si aspetta un ringraziamento dall’amico a cui ha rivolto le proprie attenzioni. Ciò accade anche tra gli uccelli: l’altruista è in genere un giovane che si mantiene attorno a una coppia, aiutandola ad allevarne i pulcini, perché poi quella coppia, più anziana, gli lascerà il nido. In qualche modo quindi questo uccello, così facendo, aiuta in realtà la propria discendenza.

Egoista, ’sto cuculo. Diciamo così. Ma in quel caso c’è un’evoluzione in parallelo. Come diceva qualche buontempone, ogni mattina la gazzella si sveglia nella savana perché deve correre più veloce sennò quel giorno potrebbe morire e allo stesso modo ogni giorno il leone che si sveglia deve correre più veloce se no quel giorno potrebbe non mangiare. C’è come una generale corsa agli armamenti. Noi sappiamo che le uova degli uccelli non sono uguali, ma diversamente colorate, picchiettate, macchiettate: il cuculo riesce a fare l’uovo del colore della specie che deve affliggere (e gli uccelli cambiano continuamente il colore delle uova perché così le riconoscono). È, potremmo dire, una corsa al perfezionamento della strategia di frode e della strategia di difesa.

Che delusione, anche gli uccelli hanno un secondo fine. Sì, il loro non è un agire incondizionato. Esiste anche, per esempio, un caso che riguarda specie diverse di uccelli: la specie che alleva le uova del cuculo potrebbe essere definita altruista, in qualche modo. Ma in realtà il cuculo è un ingannatore, quindi si tratta in quel caso di un altruismo estorto, di una frode. Il cuculo mette il suo uovo nel nido di un altro uccello e quando il piccolo nasce (nasce sempre prima degli altri) butta giù le uova dal nido e si fa nutrire lui solo dalla coppia di genitori adottivi. Oltretutto la coppia non sa di allevare un mostro, perché poi il cuculo è più grande del passerotto e quindi ha bisogno di quantità enormi di cibo. La

Insomma, quest’altruismo in natura sembrerebbe proprio non esistere. In realtà noi non conosciamo la psicologia degli animali. Non sappiamo nulla del funzionamento della loro mente per ciò che attiene la sfera in cui noi esseri umani collochiamo la nostra libertà e il distacco dalla naturalità. L’altruismo potrebbe essere dunque, come dicevo prima con la mia affermazione paradossale, l’apoteosi del distacco dalla nostra condizione naturale. Una condizione naturale, se vogliamo, è anche la condizione cosiddetta diabolica: il demonio è natura mentre l’ascesi è spiritualità e santità. Il demonio è carnalità, è vizio, è istinto. Il dio dei boschi,

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leningrado all blacks

È accaduto che ad un certo punto, in un certo luogo, uomini e donne di diversa provenienza si siano riuniti per un’occasione speciale. Nel centro di recupero femminile della Comunità Emmanuel, annualmente, viene realizzato uno spettacolo dalle ragazze ospiti. Uno di questi spettacoli ha visto la partecipazione di un gruppo di salentini che hanno collaborato alla riuscita dello show contribuendo alla messa in scena di “Angels”, spettacolo interamente ideato dalle ragazze del centro. Questa compagnia di amici, dunque, con semplicità ed allegria, ha dato una mano preparando costumi, recitando, suonando, realizzando il trucco di scena, selezionando ed elaborando la colonna sonora. Hanno inoltre partecipato all’esibizione, dieci di loro, trasformandosi nei Leningrado All Blacks, un improbabile gruppo di colore venuto qui dagli anni Venti per cantare e ballare a ritmo di blues. Con tanto di cerone marrone, capelli neri ricci, guanti bianchi, divisa nera d’ordinanza. Mica così come si trovavano, per dire…

Il senso di tutto questo, ad uno sguardo frettoloso e superficiale, potrebbe forse sfuggire. Il senso di tutto questo, in definitiva, rivela il magico meccanismo del dare e ricevere. E del volersi bene, dell’aiutarsi, del condividere. Qualcosa che, probabilmente, potrebbe dare significato all’esistenza di ciascuno più di ogni altra cosa. Certamente darebbe più significato di quello che deriva da una fama effimera. Più di quello che proviene dall’accumulo di denaro. Più di quello che permea la quiete di una vita passata a vegetare in uno sterile e mortifero individualismo. Non abbiamo intervistato i Leningrado perché ci sarebbe voluto un altro libro. Ma le poche immagini che seguono potranno essere ugualmente eloquenti.

Il senso di tutto questo risiede nelle pieghe più profonde dell’animo di ciascun partecipante all’evento.

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I Leningrado All Blacks (2008) sono: Ciccio Albano – Maurizio Buccarella – Anna Colaci – Tobia De Luca – Carlo Greco – Ilenia Mazzotta – Gaetano Montinaro – Evelina Pascariello – Terri Pedone – Sofia Quarta – Hiber Scardino – Rosanna Scardino – Giancarlo Stefanelli – Antonio Terzi – Carlo Tricarico


indice preambolo

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sezione prima mani sorelle il mantello di san martino esmeraldas arteterapia terapia d’amore

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sezione terza

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sezione seconda genuario belmonte madre superiora loredana greco prem mahapath antonio fiore mario marafioti roberto tanisi paride de masi maria lanzillotto raffaele mucciato mario prontera arcangela rana famiglia cacciatore francesca sgobio alessandra petrucci pancrazio campagna matilde poso teresa pellegrino leningrado all blacks

55 59 67 73 77 85 89 95 101 109 117 125 129 137 155 161 167 173 179 185


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"Con te"