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Testata iscritta presso il Tribunale di Firenze il 12/3/2009, reg. n. 5707

Magazine Indipendente Gratuito #07 ottobre 2010

Fatto in casa Piccole autoproduzioni crescono

#07 - Ottobre 2010

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Editoriale

SOMMARIO

Noi e l'altra faccia della medaglia In questo numero di Riot Van non si parla né di politica, né di stretta attualità, e nemmeno dei tanti disastri che coinvolgono il mondo, dalla fame in Africa alla squola itagliana in via di pensionamento. Sarebbero tante le cose da denunciare e da riferire a chi il diritto di essere informato detiene, cioè Voi. E nemmeno noi vorremmo mai privarci del diritto corrispondente, cioè quello di informare in maniera libera e consapevole. Ma in questa uscita vorremmo mettere da parte le brutalità che il presente ci consegna e che il nostro Governo in Stato di criminalità ci propina, per parlare di un qualcosa che a suo modo è ugualmente importante: Noi. La domanda vien da sé: noi chi? Noi quelli di Riot Van? Alla faccia dell'autoreferenzialità. Comunque no, state tranquilli, questo numero non parla di Riot Van, anche se una caratteristica comune a ogni prodotto editoriale è quella di comunicare se stesso mentre informa di qualcosa d'altro. Ma allora Noi chi? Noi, semplicemente la gente che si organizza e si autoproduce, che si pone fuori da logiche di stretto mercato, e che è disposta a rischiare molto pur di affermare le proprie idee, realizzare i propri sogni, far valere la sua creatività. Va da sé, che se esiste un Noi, esiste anche un Voi. Il Voi, in questo caso, è l'altra faccia della medaglia, il lato girato del re di denari, il Festival Sfarzo di Venezia rispetto all'Amore Liquido di uno “sconosciuto” regista. Vorremmo raccontarvi anche questa contrapposizione, che si staglia fra due modi distinti di fare e di intendere le cose nel mondo. Non necessariamente contro il Voi in questione, ma di sicuro dalla parte di chi con poche risorse ma tanto ingegno cerca di trasformare il suo piccolo ritaglio di mondo. Ed ecco allora che in questo numero ci sei anche tu, tu che realizzi il tuo piccolo corto in mono con una digitale, che ti costruisci da solo gli amplificatori, che hai trovato vicino casa una saletta di registrazione e “vola tutto si fa i'disco”. A tutti voi e a tutti i nostri lettori, senza limare il principio di informazione libera e consapevole di cui all'inizio si parlava, è dedicato questo numero di RV che parla di un mondo, quello dell'autoproduzione, del quale anche noi come redazione – per modalità di lavoro e spirito – ci sentiamo parte appieno. Buona lettura. Andrea Lattanzi

Speciale Venezia................pg4 Un festival molto italiano di Seccafieno

The invisible trash art society di Morellato

Underground stuff.............pg16

La massa si decifra, la nicchia chissà di Lattanzi

Cycle Polo di Macca Critical Mass di Seccafieno

Cinema..................................pg8

Cultura...................................pg18

Attualità................................pg6

Pornodipendenza nella postmodernità di Lattanzi e Morellato

Musica...................................pg10 Jah Station: costruire le giuste vibrazioni di Giuseppe Di Marzo Diy or die di Macca Rein, alcuni diritti riservati di Guerri

Rubriche................................pg20

The Trash World.................pg12 Riciclo in via di sviluppo di Aiazzi Be dump: intervista ai No Dump di Andreani

La citè: la forza della cultura di Miraglia Il collettivomensa non vi farà uscire vivi dall'undergroud di Pasquini

Tutto quello che mi fa girare gli ingranaggi di Bastiano Il cerchio delle bestie di Bugiardo

Il Cruciverba.........................pg22 di Filiman

Dimmelo tu...........................pg23

Direttore responsabile: Michele Manzotti Direttore esecutivo: Niccolò Seccafieno Responsabili organizzativi ed editoriali Jacopo Aiazzi, Mauro Andreani, Tiziano Berti, Giuseppe Di Marzo, Andrea Lattanzi, Michele Santella, Mattia Vegni, Caterina Bianchini Redattori Caterina Bianchini, Francesco Guerri, Stefano Lascialfari, Daniele Pasquini, Giuditta Poggi Bastiano, Giovanni Macca, Lapo Manni, Martino Miraglia, Chiara Morellato, Emanuele Capoano, Giulio Schoen, Fabio Ferri Collaborano con il sito Debora Chioccioli, Elena Panchetti Grafica e Impaginazione Tiziano Berti, Michele Santella, Mattia Vegni Supporto web e broadcasting Francesco Guerri, Giovanni Così e-mail: redazione@riotvan.net Sito web: www.riotvan.net Stampato presso: Polistampa

redazione@riotvan.net www.riotvan.net Facebook: Redazione Riot Van #07 - Ottobre 2010

Tiratura: 3.000 copie in carta ecologica Numero finanziato da ARDSU Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario Sono stati fatti tutti gli sforzi per segnalare e allocare correttamente i crediti fotografici. Ricordiamo che il diritto dell’immagine fotografica resta dell’autore.

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Attualità

Venezia 67

Un festival molto italiano RV a Venezia: a colpi di machete tra file interminabili e informazioni fuorvianti

Grafica Riot Van

S­ i veste di rosso Venezia, per accogliere vip, giornalisti, cultori del cinema, cacciatori di autografi e fan scatenati. Porta il colore della passione, di un machete insanguinato, del tappeto dove sfilano le grandi star. Prima di raccontarvi la nostra esperienza con il festival vorremmo denunciare il pessimo grado di organizzazione nella gestione delle sale e del sistema accrediti. Biglietterie miste tra la stampa, che doveva solo ritirare dei biglietti predefiniti, ed il pubblico, che si faceva spiegare funzionamento e, talvolta, la trama del film. Nessuno dello staff sapeva un beneamato c**zo e chi pensava di saper qualcosa si è poi dimostrato fallace. La citazione di Stanis La Rochelle del titolo rende bene l'idea. Ma torniamo ai motivi per cui il grafico/fotografo/assaggiatore di cocktail Mattia Vegni ed io siamo venuti qui, ovvero il cinema e le sue sfumature. La prima volta alla mostra del

cinema di Venezia è un'esperienza formativa di vita giornalistica. Un tour de force fatto di file, orari da far combaciare, disinformazioni, pasti frugali e mal di piedi. Il tutto sempre stando allerta per non farsi scappare il vip dietro l'angolo. File infinite, dove la sorte ti assegna casualmente compagni di sventura. Durante la prima serata, mentre facevamo la lunghissima e vana (siamo rimasti fuori) fila per Machete, incontriamo una "delegazione" della John Snellinberg Film, giunta in quel del lido sia per gustarsi il festival che per promuovere il loro cavallo di battaglia La banda del brasiliano, “polizziottesco” che parla di precariato girato a bassissimo costo,

capace però di altissima qualità. Il giorno seguente riusciamo finalmente a vedere l'ultimo film di Rodriguez. Poi sarà che, maledetti da qualche rivista a cui rubiamo lettori, ci capitano in sorte ed in rapida successione svariati film soporiferi, tra i quali: Norwegian wood, Promises written in the water e Silent Souls (premio Osella per la miglior fotografia), pellicola russa come la vodka, che narra le tradizioni della comunità dei Merja, tra le quali vale la pena di ricordare quella di appendere dei fili ai peli pubici della promes-

Machete di Robert Rodriguez, 105'

I pesanti problemi audio della proiezione non ci hanno impedito di gustarci questa chicca, confermando le nostre aspettative. Non è un caso che Tarantino e Rodriguez siano amici: il loro cinema è cultura pop all'ennesima potenza. Stavolta però, il regista ci mette anche un po' di impegno sociale, zoommando sui macabri particolari dell'immigrazione clandestina dal messico verso gli USA. Rivoluzione, razzismo e politica si mischiano con budella, crocifissioni e macchine pimpate, che come tori si impennano nella battaglia finale, quella tra gli ispanici ed i vigilantes texani. Si gusta per il semplice fatto che il personaggio di machete è cucito addosso all'attore Danny Trejo, latin idol con un passato da galeotto. Anche il resto del cast fa parte dell'entourage di Rodriguez, con qualche new entry, del calibro di De Niro e Steven Segal. Scene clou: lo scontro tra Machete ed il boss del narcotraffico Torrez (Segal); il prete armato di due fucili a pompa; Lindsay Lohan nei panni della suora vendicatrice; le affilate armi che Machete si crea, come il mazzafrusto con i bisturi, il tosaerba machetato e la moto con anessa mitraglia. Insomma, semplicemente epico.

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Attualità

sa sposa, che verranno poi appesi ad un albero di un frutto particolare la prima notte di nozze. Insomma, se la notte non prendete sonno, guardateveli e non scomodate le pecore.

Tra un film e l'altro, riesco a stringere la mano a Quentin Tarantino, il mio idolo nonchè il miglior regista vivente. Avrei forse potuto dirgli qualcosa, fargli vedere l'intervista che abbiamo fatto a Dick Dale, informarlo che il primo numero di Riot Van titolava Pulp, ma nulla: le mie labbra sono chiuse in un sorriso beato e beota, neanche avessi visto il creatore dell'universo. Meglio invece la chiaccherata con Marzullo, che quasi mi sgrida per non avergli inviato prima il nostro portfolio (un bijou fatto apposta per l'occasione), e anche quella con Tati Sanguineti, che però non si sbottona sullo spot del Chiambretti night, quello con il padre di Tarantino che tenta una carrambata vecchio stile. La seconda sera riusciamo ad imbucarci ad un party "esclusivo" organizzato da Violante Placido, con la quale ci presentiamo a fine serata. Occhi blu come zaffiri, una bellezza unica e non convenzionale, non ci meraviglia che nel suo ultimo film giri scene passionali con George Clooney. Assetati di spritz, entriamo nel grande ed elegante bar riservato alla stampa, e lo troviamo disabitato, camerieri compresi: sarà l'atmosfera che emana cinema da ogni tappeto (rosso), sarà la nostra mente offuscata da cotanti film tutti insieme, ma ci sentiamo per un attimo all'Overlook Hotel (quello di Shining). Il tempo di impossessarci goliardicamente di

tempi, anche Gesù può essere sostituito"; L'amore buio, di Capoano, che mostra uno spaccato della gioventù napoletana in maniera verace e poetica; Gorbaciof, film incentrato sul bravissimo Tony Servillo, con una trama molto simile a Le conseguenze dell'amore e con una mitica scena alla Pulp Fiction; Meek's Cutoff, con Jen (Michelle Williams) di Dawson's Creek, che utilizza un vecchio formato cinematografico per catapultarci negli USA a metà ottocento, con carovane intente ad attraversare il continente in cerca di ventura e pellerossa usati a scopo rabdomantico. Sensazioni magiche: lapo Elkhan che esce alle 2.30 dalla prima di Machete e, passandoci accanto, tira su con il naso; Giovanni Rana, Buddha sorridente, signore indiscusso del red carpet; un vecchio ben vestito ed il suo paggetto coi baffi che, in barba a noi comuni mortali in fila da ore, si fanno stampare 2 biglietti extra per Machete; la nostra coinquilina che ci rivela di votare Berlusconi perché "è simpatico"; Naomi Campbell che quasi ci sfiora scendendo le scale della sala grande. Machete ritratto di Mattia Vegni

una bottiglietta d'acqua e ci defiliamo, scossi e profondamente turbati.Fortunatamente, ci toccano in sorte anche dei film degni di una mostra internazionale: La passione, di Mazzancurati, che regala perle di saggezza che dipingono magistralmente l'Italia dei giorni nostri, e l'epica frase: «di questi

Somewhere, il film che si è portato a casa il Leone d'oro, non l'abbiamo visto. La fila era troppa a tutte le proiezioni e la nostra pazienza era esaurita da tempo. Tirando le somme, è stata un'esperienza al contempo magica e stressante. D'altronde, era la nostra prima volta... Niccolò SeccafienoA

Noruwei no mori (Norwegian wood), di Tran Anh Hung, 133'

Tratto dall'omonimo romanzo best seller in Giappone, e girato dal regista de Il profumo della papaya verde, premiato miglior opera prima a cannes nel '93, e di Cyclo, Leone d'oro nel 1995. Il romanzo, edito in Italia con il titolo Tokyo Blues, narra la crescita di Watanabe, studente giapponese negli anni 60', tra amori, lutti e rivolte sociali (a cui però non prende parte). Purtroppo il film si focalizza su un punto marginale del romanzo, ovvero la secchezza vaginale di Naoko, co-protagonista. Il miglior amico di Watanabe, scialbo protagonista ed io narrante, si uccide perché impossibilitato a cogliere la bella pulzella. Dopo un ora e mezzo di film, la storia si ripete: lei si uccide perché non riesce a copulare con Watanabe. Potrebbe finire qui, dovrebbe finire qui e invece no: il regista, non prima di averci deliziato con l'interminabile scena del protagonista che piange e sbava di dolore su una scogliera, tira avanti quasi un'altra ora. Peccato, perché gli attori fanno bene il loro lavoro, la fotografia e le location, ottime, ci ricordano che il regista non è il primo venuto. Però qua ha veramente colmato la misura: il dolore, ostantatissimo leitmotiv del film, non coinvolge e quasi infastidisce. I dialoghi sembrano quelli ripetitivi di un hentai. Se avete comunque intenzione di vederlo, non siate sprovveduti e portatevi un cuscino, ne avrete bisogno.

Essential Killing di Jerzy Skolimowski 83' (Premio speciale) l film ha una trama semplice quanto efficace. Mohammed, terrorista catturato dalla CIA e trasportato dal caldo Afghanistan al freddo nord Europa si ritrova, per cause accidentali, fuggiasco braccato nella neve. Da quel momento, i dialoghi spariscono e lasciano parlare una fotografia suggestiva, merito anche della selvaggia foresta innevata. Uccidere o essere uccisi, questo è il film. L'attore protagonista, il bello e dannato Vincent Gallo, si è meritato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile. L'attore concorreva al leone d'oro anche con il pessimo film Promises written in the water, di cui era autore/attore protagonista/regista/fautore della colonna sonora. Talmente pessimo che gli spettatori in sala si sono abbandonati ad un crescendo di risate e offese di vario genere. Il signor Gallo non ha avuto la faccia tosta di ritirare il premio di persona. Di sicuro, Vincent ha una predisposizione naturale nell'evitare linciaggi. Immagini tratte dai film: da sinistra Machete, Norwegian wood, Essential killing #07 - Ottobre 2010

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Attualità

La massa si decifra la nicchia chissà Resoconto minimo dell'economia di nicchia nell'era di Internet

Grafica Riot Van

Immaginate di essere nel supermercato che avete vicino casa. Non importa se la sua insegna raffiguri una grande e avvolgente “esse”, né se essa somigli a una nota scritta cirillica rossa, vagamente ricordante la sigla dell'Unione Sovietica “cccp”. Con il vostro carrello ondeggiate fra reparto e reparto, alla ricerca di ciò che vi serve e al servizio di chi vuole essere ricercato. Nei supermercati nulla o quasi è casuale. La sibili, massimizzando l'eterogeneità dell'offerdisposizione dei prodotti, le differenti intensi- ta d'acquisto (vedremo fino a che punto ciò tà della luce, gli abiti di chi vi lavora. È la storia sia vero). del secondo dopoguerra a dircelo: il super- Ne facciamo esperienza ogniqualvolta nolegmercato è uno tra i migliori progetti di inge- giamo un film da Blockbuster o compriamo un disco distribuito da Universal. La sua forza gneria sociale mai concepiti. Afferrate i vostri frutti preferiti, libri, verdure in commerciale si regge sulle fondamenta del scatola, anticoncezionali con ricchi punti fra- credito bancario, delle legislazioni internagola e, se siete massaie palinsestizzate, il best zionali, della pubblicità. Insomma, del Potere con la P maiuscola. Impossibile da scalfire, si seller di Benedetta Parodi Cotto e mangiato. potrebbe dire. Eppure, c'è qualcuno Poggiate accuratamente il tutto nel vano metallico a quattro ruote che in Internet che non la pensa così. Chris Anderson, giornalista e saggista statunitengergo chiamate carrello. Attorno a voi, a Tokio, a Isernia, in Ala- ha svelato se, direttore della rivista Wired, nel 2004 scrisse un articolo dal titolo The ska, centinaia di migliaia di altri esseri umani stanno compiendo le medesi- le nicchie origins of the Long Tail, gettando le basi di quello che due anni dopo same azioni. Tutti concentrati nel rito quotidiano della spesa, ultimo atto sacro di un rebbe diventato il suo best seller, il libro La coda lunga, ormai un classico della letteratumondo che di sacro ha ormai solo il profano. Mentre respirate a tempo con i vostri simili, ra della Rete. Anderson affronta il tema delle vi imbattete in prodotti di ogni genere e spe- nuove dinamiche dei mercati cie. Nelle grandi catene di distribuzione la re- consentite dalle nuove gola è sempre la stessa: tutti comprano tutto tecnologie, che hanno e ogni cosa pretende di essere guardata da creato una serie enorchiunque. Si sta parlando, per farla breve, del me di nicchie impossimercato di massa. Convogliato da pubblicità bili da gestire nell’ecotelevisive e radiofoniche, esso cerca di rag- nomia tradizionale. La giungere il maggior numero di acquirenti pos- nicchia è ciò che non è

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compreso nel paniere del mercato di massa e che ottiene commercializzazioni più ristrette, in virtù del fatto che i suo prodotti vengono schiacciati da ciò che l’autore chiama la tirannia dello scaffale. Lo spazio per poter esporre merci, infatti, non è infinito e soprattutto non gratuito. La distribuzione moderna, perciò, deve escludere a priori una grande quantità di prodotti e di varianti. Questi ultimi hanno un mercato atteso troppo piccolo per poter soddisfare le esigenze del pubblico generalista. Occupando spazio per pochi, pellicole e dischi autoprodotti, hanno veramente poche possibilità di giungere nei nostri carrelli o nei nostri lettori dvd. Ma il Web, con buona pazienza dei magnati della grande distribuzione, obbedisce a leggi fisiche differenti rispetto al mondo reale. Nell'universo .html un inventario di musica o di libri può essere quasi illimitato, visto e considerato che l'immagazzinamento e lo stoccaggio di questi prodotti prevede l'occupazione di spazi potenzialmente infiniti: i bit. Il bit ha costi di gestione molto bassi, ed è per

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Attualità

questo motivo che con Internet la varietà ri- modelli di sviluppo, nei quali l'utente finatorna al potere, poiché essa può essere pro- le può rinvenire i prodotti più adatti alle sue posta a una vasta clientela senza dover esse- necessità con un minimo sforzo di ricerca. Se re fisicamente incastrata in qualche scaffale. inoltre essi si aggregano fra di loro, cioè fanno rete, allora la loro forza aumenta, Rappresentando il mercato complessivo con un grafico che com- La rete è un in quanto possono sviluppare un numero di connessioni verso il bini l'intera offerta di prodotti con le loro relative vendite, si ottiene magazzino gra- mondo esterno molto maggiore. I vantaggi per mercati alternativi, qualcosa di simile alla figura. La parte in bianco della curva rappre- tuito e illimitato come quello dell'autoproduzione, si palesano da soli. E si palesano senta il mercato di massa: pochi prodotti sono distribuiti capillarmente e de- non solo per tutto ciò che è digitalizzabile, tengono un elevato numero di vendite. La par- come musica o video, ma anche per tutti quei te nera, invece, contiene quelle che abbiamo prodotti che le piccole realtà propongono e definito come nicchie. Tanti prodotti eteroge- che possono essere commercializzati più facilnei tra loro che hanno vendite molto limitate, mente se inseriti in una rete comune, in grado che si abbassano all'aumentare del numero di rendere disponibile all'utente interessato dei prodotti. I migliaia di oggetti con mercati un vasto panorama di prodotti di nicchia, dai di nicchia, se sommati, generano valori eco- generi alimentari all'abbigliamento, passando nomici talmente importanti da poter supera- per sistemi di amplificazione e arredamento. re, secondo Anderson, i volumi economici del La traslazione dal mondo virtuale al territorio mercato di massa. La Rete sta accelerando e è qui sottintesa e non da vedersi come fratturendendo possibile questo fenomeno, poi- ra tra due realtà distinte ma, semmai, come ché al suo interno i vincoli spazio-temporali necessaria continuità. Ma la teoria di Anderdella tradizionale distribuzione commerciale son, c'è da dire, è pretenziosa. E non lo è pernon hanno più importanza. Giganti del Web ché ipotizza un mondo migliore, più creativo come Amazon o Netflix rappresentano tali e più pulito, maggiormente vicino alle esigen-

2 - Sei gradi di separazione - teoria formulata dal sociologo Stanley Milgram nel 1967, in relazione ad alcuni esperimenti che egli condusse sulla popolazione americana. Fino al 1999 essa è rimasta solamente una particolare e curiosa teoria sociologica priva di qualsiasi supporto fra le docenze di ogni paese. La cosa veramente incredibile, però, è che come il principio di Pareto, anche il fenomeno del piccolo mondo non è limitato ad un unico ambito. Esso è presente nelle reti elettriche, nelle catene alimentari, nelle citazioni degli articoli scientifici e persino nelle reti neurali di molti organismi fra cui, con tutta probabilità, l'uomo. 3 - Hub e leggi di potenza - un matematico ungherese di nome

Albert-László Barabási, pochi anni dopo, ha approfondito tali studi, dimostrando che dietro a molti fenomeni ricollegabili al piccolo mondo, vige proprio la legge di potenza. Si spiega con essa, ad esempio, il fatto che nel Web circa il 30% delle pagine attragga l'80% dei link. I vari Google, Yahoo, Amazon, Youtube, etc, sono questi ricchissimi nodi che controllano le quote di maggioranza del traffico dati complessivo. Essi sono importantissimi, poiché stanno alla base della struttura di piccolo mondo del Web. È grazie a loro, infatti, che due pagine lontanissime da un punto di vista logico e fisico, si trovano in realtà molto vicine, proprio perché inter-

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connesse da tali grandi hub. Se ne deduce che il Web, è quanto di meno democratico concepibile in natura. Un pastone di link intrecciati tra loro come un vassoio enorme di spaghetti arrotolati, che fanno capo a pochi e selezionati link. Questa è la legge di potenza. Eventi rari e molto grandi coesistono con milioni di piccoli eventi, le nicchie di Anderson.

4 - Confini quantistici - nel 2001, la ricercatrice italiana Ginestra Bianconi, dimostra che gli hub nelle reti crescono e si aggregano secondo le stesse leggi fisiche che stanno alla base del condensato di Bose Einstein. The New Marketplace Long Tail

Popolarità

1- Un po' di storia - Nata circa dieci anni fa dalla confluenza di sociologia, matematica, fisica ed economia, la Scienza delle Reti è saltata alle cronache degli ambienti accademici per aver dato un fondamento scientifico al fenomeno del “piccolo mondo”. Esso è descrivibile come quella misteriosa struttura per cui, malgrado sul pianeta Terra gli uomini siano circa sei miliardi, aggregati in gruppi sociali molto coesi tra di loro, non sono necessarie che più di cinque/sei strette di mano per collegarne due presi in maniera completamente casuale. Pare incredibile, ma è realmente così.

ze individuali e libero dai grandi interessi che il mercato di massa si trascina dietro forzatamente. Ma lo è perché si scontra frontalmente con un'importante conquista matematica, ovvero con il cosiddetto principio di Pareto, o legge dell'80/20. Secondo questa distribuzione, l'80% degli effetti è determinato dal 20% delle cause. Il 20% dei baccelli danno l'80% dei piselli, il 20% della popolazione mondiale guadagna l'80% del denaro totale e, prendiamola con filosofia, l'80 per cento dei risultati che raggiungiamo nelle nostre attività dipende da un misero 20% dei nostri sforzi. La teoria della coda lunga si premette di superare questo principio in campo economico, cercando di scardinarne la validità empirica. Ma ciò non è affatto semplice. Malgrado infatti i primi successi dell'ipotesi della coda lunga, documentati validamente da svariate equipe di accademici mondiali, molti restano i dubbi sulla sua effettiva validità, altrettanto ben argomentati (su Internet si trovano decine di pagine in proposito). Inoltre, la neonata Scienza delle reti (vedi box) ha avuto modo di spiegarci che il Web è una rete a invarianza di scala, ovvero un insieme di nodi e collegamenti in cui, quale che sia la sca-

Mercato di massa

Mercato di nicchia

Prodotti

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Attualità

la d'osservazione, le leggi di distribuzione fra nodi (siti) e link non cambiano. La regola del Web è semplice: più link un nodo gestisce, più potente è. Prendete mille siti o prendetene centomila. Il rapporto sarà sempre lo stesso e vedrà in tutti e due i casi pochi siti attirare un elevatissimo numero di collegamenti. Il Web, in pratica, segue una legge di potenza – come la distribuzione di Pareto – e da qualsiasi punto di vista lo si osservi, dal singolo Social Network alla totalità delle pagine pubblicate, un piccolo numero di nodi gestisce la quasi totalità dei link. Più precisamente, il 30% delle pagine attrae l'80% dei collegamenti. Sfruttare un sistema di questo tipo, gerarchico e non paritario, per affermare proprio la validità delle nicchie, dei prodotti “dal basso” che non hanno dietro alcuna major internazionale, non è sicuramente uno scherzo. Si deve

poi considerare un altro punto. Per avere vi- scienze naturali come quelle sociali, la tecnosibilità, le nicchie si rivolgono spesso a potenti logia e la mentalità di molte persone, stanno concentratori di collegamenti non gestiti di- cambiando i loro paradigmi, cioè le loro fonrettamente da loro in maniera consociata, ma damenta. Lavorare assieme, partecipare e relazionarsi agli altri sono le necesin mano a potenti gruppi internazionali. In questo senso, il risultato del- Qualcosa sta sarie condizioni di questo modello di crescita. Capire però l'importanza la coda lunga si tramuterebbe in un gioco a somma zero, in cui i più pic- cambiando del diverso e mettere da parte le differenze di superficie, rimane l'impocoli avrebbero sì una maggiore visibilità, ma al prezzo di dover comunque sot- nente scoglio da superare per iniziare ad ottetostare alle volontà di un qualcuno di più nere qualcosa di concreto. grande e potente, il quale non tarderebbe a E adesso, che stiate dalla parte di chi ruba nei esercitare la sua forza al momento opportuno. supermercati o di chi li ha costruiti, potete torMalgrado tutto questo, gli entusiasmi per una nare col carrello a gironzolare per i ben forninuova rivoluzione umana non possono e non ti scaffali, non scordandovi, però, che là fuori devono essere placati. Dopo gli anni Novanta qualcosa sta cambiando e che prima o poi, nel del Novecento, probabilmente niente sarà più bene o nel male, ne sentirete le conseguenze. lo stesso, perché la spinta verso un nuovo orizAndrea LattanziA zonte globale è tutt'altro che arrestabile. Le

Marco Luca Cattaneo

pornodipendenza nella postmodernità

L’ in t er

v is ta

Intervista al regista di Amore Liquido Marco Luca Cattaneo, trentatré anni, regista. Come molti altri artisti coltiva un sogno, quello di fare cinema e poter mostrare a tutti le proprie idee. Proprio come tanti altri si trova però a dover fare i conti con gli ostacoli e le difficoltà del settore. In questo numero di RV dedicato al mondo delle autoproduzioni, abbiamo deciso di volgere uno sguardo al suo lungometraggio, Amore Liquido. Presentato a Roma al Nuovo Cinema Aquila ad agosto, è risultato vincitore del premio come miglior lungometraggio al Roma Indipendent Film Festival 2010 e del premio Zenith d'Or Première Ouvre alla 34° edizione del World Film Festival di Montreal. Un film denso, carico di silenziose sfumature che segnano la vita del suo protagonista, disorientato cittadino di una società stanca e malata, dove la rete e le sue trappole rischiano di sostituirsi alle reali dinamiche sociali. Sentiamo il suo regista cosa ha da dirci in proposito.

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tutti noi maschi di oggi, in quanto il linguaggio della pornografia riguarda tutti, nessuno escluso. La pornografia come linguaggio è ovunque e sarebbe ingenuo pensare che esso non ci influenzi direttamente. Nel film si vuole demistificare un linguaggio che tende erroneamente a far coincidere pornografia e sessualità; la pornografia è solo una visione della sessualità. Nello specifico, una visione consumistica e maschilista, profondamente degradante per la donna ma anche per l'uomo» Il finale si presenta come emblematico di una società in cui l'individuo isolato è condannato a rimanere solo con se stesso. Non c'è via sia via d'uscita nella società liquida? «Il finale è negativo ma non pessimistico. Una via d'uscita c'è sempre, nello specifico passa attraverso la presa di coscienza di Mario: è questo il vero aspetto positivo del film, un finale alternativo, un happy end, sarebbe stato banale e nullo rispetto al progresso del personaggio» Veniamo al finanziamento del film. L'auto#07-Ottobre 2010

Grafica Riot Van

Detto in poche parole, perché hai deciso di gi- valore fondante della relazione a discapito rare un film sulla porno-dipendenza? della stabilità. La virtualizzazione delle relazio«L'idea di girare un film sulla porno-dipenden- ni attuata con la rete rientra perfettamente in za è nata quasi per caso; in libreria ho visto un questa logica, poiché de-realizzando l'altro che volume dal titolo curioso, Porno Potere. E' un incontriamo su Internet, possiamo permettersaggio di una giornalista americana, Pame- ci di eliminarlo dal nostro network di amicizie, la Paul, che ha condotto una ricerca sulla di- e dunque dalla nostra vita, con un semplice pendenza dalla pornografia on-line negli Stati click del mouse. Leggendo il libro sulla pornoUniti. Leggendo il libro, corredato da dipendenza mi sono reso conto che interviste e dati analitici, sono rima- un paese anche questa problematica aveva a sto esterrefatto scoprendo un monche fare con le difficoltà relazionali do di cui non sospettavo neppure morto in descritte da Bauman, e la dipendenl'esistenza» za dalla pornografia on-line mi offriva Il titolo si richiama però al libro Amo- tutti i sensi un pretesto per raccontare la situare liquido di Zygmunt Bauman. Quali zione paradossale dell'essere umaaspetti del film vi sono ricollegabili? no contemporaneo, sempre più globalmente «Avevo incontrato e intervistato Zigmunt connesso ma sempre più intimamente solo e Bauman, affascinato dalla sua teoria della "li- richiuso nelle sue paure» quidità", dall'idea cioè che in una società che E quanto Marco Luca Cattaneo c'è nel proconsuma tutto velocemente anche le relazio- tagonista Mario? Esiste tra voi un nesso ni tra gli essere umani tendono a rientrare in autobiografico? logiche consumistiche, nelle quali la ricerca «Il legame autobiografico con questo persocontinua della novità e "dell'altro" diventa il naggio esiste per me come credo esista per


Cinema

produzione è stata una scelta per così dire politica, o piuttosto una necessità? «È stata una scelta obbligata. Completata la sceneggiatura mi sono messo alla ricerca di un produttore e ho provato a mandare il progetto via mail a tutte le case di produzione senza ricevere mai alcuna risposta, anche fosse solo un "grazie non ci interessa". Dopo sei mesi persi ho deciso di realizzare da solo la mia opera. Ho trovato un piccolo finanziatore privato e convinto una ventina di persone tra troupe e cast a lavorare in quota partecipativa al progetto. Se guardo adesso indietro mi sembra una follia perché è stato faticosissimo. Ma è il lavoro a cui sto dedicando ogni giorno della mia vita da circa tre anni, facendo mille mestieri, di cui quello del regista è solo una minima parte» E la distribuzione di un film autoprodotto, quali ostacoli può comportare? «Se produrre indipendentemente un film è impresa ardua, distribuirlo è quasi impossibile. Nonostante sia stato fatto con 15.000 euro in 3 settimane, credo sia una buona opera prima, con tutti i difetti del caso, ma comunque dignitosa. Una volta ultimato, abbiamo cominciato a cercare contatti con le distribuzioni: con le grandi catene era impossibile, le medie tergiversavano, mentre le piccole chiedevano almeno 30.000 euro per

distribuire il film in una logica fuori da qualsiasi regola di mercato. Per fortuna esistono i festival. Ad Aprile, dopo solo tre mesi dal fine riprese, siamo stati selezionati in concorso al Roma Independent Film Festival e con grande meraviglia di molti abbiamo vinto. Da lì è iniziata la vita del nostro film. Diciamo che i problemi economici e di commercializzazione sono all'ordine del giorno nel cinema made in Italy. Cosa pensi di questa situazione? «Non bisogna lamentarsi e piangersi addosso; così come per la produzione anche per la distribuzione noi abbiamo deciso di fare da soli. Certo non è facile lavorare in questo modo, il cinema indipendente e d'autore in Italia rischia di scomparire. Tuttavia credo che noi tutti abbiamo il dovere morale non solo di protestare per i tagli alla cultura ma anche di opporre resistenza attiva cercando modi alternativi per fare, e provare così tutti insieme a cambiare lo stato attuale della situazione culturale del nostro paese» Il nostro progetto editoriale vede nella forza delle Rete uno strumento per potersi affermare e rigenerare» Bauman è sostanzialmente un cri-

tico della Rete. E tu? «Internet è solo uno strumento, dipende come lo usi. Io credo moltissimo nelle potenzialità della rete per veicolare e rigenerare il cinema e la cultura in generale. Per la pubblicità del film noi abbiamo usato solo la rete e i risultati che stiamo ottenendo vengono da un lavoro capillare fatto in rete da oltre un anno. Purtroppo il nostro paese in questo è arretrato e anche gli operatori del settore non capiscono le potenzialità aperte in questo periodo storico, sono vecchi, mentalmente e culturalmente. Ma un paese che non rischia e che non investe nei giovani è un paese morto. Del resto anche l'ultima mostra del cinema di Venezia ci dimostra quanto ormai anche culturalmente, almeno per la cultura ufficiale, il nostro paese sia pressoché ininfluente» Ti ritieni soddisfatto per questo lavoro e per il riscontro che esso può aver avuto sul pubblico? Quali progetti hai per il futuro? «Certo, siamo soddisfatti, anche se ancora rimaniamo ai margini del sistema, almeno qui in Italia. All'estero, come ha dimostrato il festival di Montreal, anche un film sconosciuto e piccolo come il nostro, se ritenuto valido, viene premiato e lodato. Noi siamo fuori dal sistema e da ogni schema, ma dimostriamo comunque che le cose si possono fare e pure bene. Adesso stiamo preparando un film sulle ronde, più in generale su quella che per me è un'altra grande ossessione della nostra società, la sicurezza. Staremo a vedere» Andrea Lattanzi Chiara MorellatoA

Scheda del film

Trama: Mario (Stefano Fregni) è un operatore ecologico quarantenne, affetto da pornodipendenza. Vive a Bologna con la madre costretta sulla sedia a rotelle e la badante Olga, che si prende cura di lei quando lui è al lavoro. I suoi giorni passano lenti: lavoro, cura della mamma e scariche di film porno davanti al computer. Durante un agosto passato in una Bologna calda e deserta, conosce Agatha (Sara Sartini), barista e ragazza madre della piccola Viola (Martina Capannini). Questo incontro risveglia in lui affetti e sentimenti con i quali dovrà necessariamente fare i conti. Premi e riconoscimenti: Il film ha vinto il concorso come miglior opera prima al World Film Festival di Montrèal. In più è stato selezionato in prestigiosi festival quali Maremetraggio di Trieste, l'Est Film Festival, il Festival del Molise Cinema, il Salento International Film festival. Stefano Fregni è stato poi candidato come miglior attore protagonista al Milano International Film Festival (dove Amore liquido è l’unica produzione italiana in concorso). Marco Luca Cattaneo è nato a Carrara il 16 dicembre 1977 e vive a Bologna. Si è laureato al D.A.M.S. indirizzo Cinema di Bologna e successivamente ha conseguito il Master in Ideazione e Produzione di Audiovisivi all’Università Cattolica di Milano. Come regista, e al tempo stesso sceneggiatore, ha realizzato diversi cortometraggi e documentari. Fra questi Deionos, Uomini di Marmo, Rue 486 e Principessa. Amore liquido è il suo primo lungometraggio. #07 - Ottobre 2010

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Locandina del film Amore Liquido


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JAh STATION

Happyning

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Grafica Riot Van

Completamente autoprodotto, il sound system di Jah Station è il risultato di un duro lavoro di falegnameria, elettronica ed acustica. Dal taglio del legno, alla smaltatura, arrivando fino al collegamento elettrico e ai componenti elettronici, tutto l'impianto è stato creato ad arte. Avvicinandomi incuriosito a Lapo, intento a smaltare i chiodi impiantati nel legno della cassa, ho chiesto quanti soldi avessero speso per avere quel muro di casse, la ri3 sposta è stata un secco “ 5 anni di vita “. L'impianto è un vero e proprio muro di casse alto più o meno 3 metri e largo almeno 4, per capirsi: se volessi comprare un impianto del genere dovrei sborsare Le influenze Come dicevo all'inizio le vibes minimo 15-20.000 euro. Con una potenza che supera i 15000 w questo sound fa vibrare tutto ciò che in- che vengono fuori dal muro acucontra sulla propria onda. Testimoni affermano che in una delle tante serate di stico di jah station sono princi1 Jah Station, l'intonaco dei muri si sgretolasse a ogni colpo di basso. Un sound palmente improntate sul reggae L'idea che ti avvolge nelle sue vibes, che rompe il fiato nei polmoni, che blocca il roots. Un genere che oggi la magJah Station nasce nel di- sangue nelle vene, perché come ci ha spiegato Lapo la loro musica non deve gior parte dei sound system ignocembre del 2007 dalla men- essere ascoltata ma deve essere sentita: ra, lasciando spazio più al genere te di Lapo “natty”, un ragazzo “Basta mettersi davanti alla cassa per avvertire qualcosa di fisico, e sen- dancehall targato Mavado o Vibez fiorentino che ha deciso di Kartel, che cantano le loro vite da tire invece che ascoltare la musica è un'esperienza molto profonda, fondare un sound system. quasi mistica. Avvertire la fisicità della musica addosso è un'emozione gangstar fatte di gyal (ragazze ndr) L'idea è di portare nella città incomparabile.” e pallottole. È un genere questo di Firenze le vibes dure e roz- Il trucco per un effetto così esplosivo sta tutto nella costruzione attenta che ha influenzato molto la Jamaize del roots jamaicano anni 70 ca di oggi e il suo modo di pensare e di ogni singola cassa e c'è un metodo preciso per ottenere l'effetto che e il ritmo delle produzioni degli di agire, l'esempio lampante di tutto si desidera: “É un suono che non esiste commercialmente - ha conanni d'oro della musica reggae, tinuato Lapo- praticamente noi costruiamo un sub con un singolo ciò lo abbiamo avuto nei mesi scorsi ska e dub. cono nello spazio in cui le grandi aziende ne inseriscono due. Cosa vedendo le immagini della guerriglia Dopo aver collaborato con Jah urbana per prendere il narcotraffisuccede? Due coni, offrono una maggiore percezione del suono Lion per qualche anno, Lapo decante Dudu "Coke" nel quartiere di ovviamente, ma a noi interessa dare corpo al suono e la cosa viecise di continuare un percorso da Tivoli Garden a Kingston. ne meglio con un cono solo inserito in una cassa da 100 kili piutsolo, per realizzare il suo sogno: La terra dei rude boy, dei ragazzi cattitosto che nei mini impianti made in china.” un sound system completamente vi, di quelli con una pistola in una mano auto realizzato che sia all'alteze la bibbia nell'altra, una realtà difficile za di suonare un genere che però non è sempre stata così. come il roots dub. E il sound di Jah Station vuoUno stile musicale le rappresentare quelintenso, con linee di la Jamaica di un tempo, basso molto profondove le dancehall erano de che richiedono un poche e i concerti molti, impianto molto sofistidove prevaleva il roots alle cato per poter essere ascoltate dancehall, dove si cantava l'amonella loro forma più pura e più originale. re, la fratellanza e la pace piuttosto che L'obiettivo però non è raggiungibile senil denaro, la violenza e la corruzione. za una collaborazione fidata, da solo non Il roots è tutto questo, è un occhio su quel può compiere il grande passo per rivolutempo andato, su quel paradiso perduto. zionare la scena reggae fiorentina e così, Una fusione di roots e dub che rendono dopo aver incontrato Lorenzo e Grana, Jah Station un sound genuino, dal saLapo Natty può concretamente dar sfopore antico, distante dal mondo comgo alla sua passione. merciale, che comunica quel senso Dal subwoofer al mixer, il sound di libertà e di autonomia che poè frutto di un lavoro continuo chi oggi possono vantare. È un che va avanti da alcuni anni, con sound che sa quello che offre e passione e caparbietà, volontà e sa come proporlo nel migliore sacrificio, per portare quel mesdei modi. La risposta del pubblico saggio che è alla base del rastafanon si fa attendere: basta andare rianesimo: ribellarsi contro la sociead una loro serata per capire tuttà occidentale capitalista, la tanto to questo e per notare gli sguardi disprezzata babilon, liberando i neri felici e sorpresi delle persone che dallo stato di oppressione imposto vengono travolte da questo suono dalla società occidentale. avvolgente.


Musica

Grafica Riot Van

I

DIY OR d ie

La parola DIY è l’acronimo per Do It Yourself, che tradotto letteralmente dall’inglese significa “fai da te”. La filosofia DIY, adottata nella cultura musicale associata al punk e al rock, prevede che l’artista registri, produca e distribuisca la sua musica in modo indipendente e autonomo, e senza affidarsi ad etichette o distribuzioni di massa.

Quando ho saputo che RV stava preparando un numero sul mondo delle autoproduzioni e sulla cultura DIY, non potevo capitare in un posto migliore. La 43esima strada si trova nel vecchio quartiere di West Philadelphia, il terreno più fertile della città per artisti, musicisti e band indipendenti. Le sue centinaia di villette a schiera le avevano costruite i ricchi della città in età vittoriana come residenze estive: a partire dagli anni 70, i tantissimi ragazzi e ragazze della città hanno iniziato ad occuparle, le hanno rinnovate con poche centinaia di dollari e ci si sono stabiliti. Al numero 409 della 43esima strada si trova la Haus 409, un collettivo di giovani musicisti che sfrutta i 400 metri quadrati della villetta come sala prove, locale per concerti, studio di registrazione, studio di costruzione di biciclette ed abitazione. Un piccolo centro sociale senza punkabbestia, e un paradiso del DIY. Matt Garfield ha 27 anni e due lauree, una in ingegneria elettronica e una in fisica, ma da anni il suo

vero progetto a tempo pieno è portare la propria musica, interamente DIY, al grande pubblico. Matt assembla personalmente le tastiere e gli amplificatori che suona, costruisce con le proprie mani microfoni ed effetti, organizza tour dal suo telefono cellulare. Cura da solo tutti gli aspetti della vita del suo progetto, senza passare per produttori, promoter o terze persone di alcun genere. Registra tutti quanti gli strumenti da solo in casa sua, e “ingaggia” musicisti sempre diversi per suonare dal vivo. Ma l’aspetto forse più interessante del lavoro di Matt – in arte Mose Giganticus – è l’assenza di un impatto sull’ambiente. Oltre a riciclare tutti i materiali elettronici, e a stampare le locandine su carta riutilizzata, Matt porta avanti tour da migliaia di chilometri non usando un solo litro di benzina. Nel 2005, in collaborazione con la ditta Greasecar, ha realizzato un furgone interamente alimentato ad olio vegetale usato (sì, quello delle patatine del McDonald’s): con un paio di taniche di olio vegetale, ottenute gratis in un fastfood qualsiasi, Matt

ed i suoi musicisti riescono a viaggiare per più di 20 ore consecutive, non emettendo neanche un decimo del carbonio prodotto da un’automobile. Senza spendere un centesimo. Da allora ha percorso più di 15.000 chilometri, arrivando dall’Alaska alla Florida, e suonando più di 200 concerti per tutti gli Stati Uniti, tutto quanto rigorosamente DIY. Matt rappresenta, col suo lavoro, un esempio scintillante di DIY “di successo”: risparmiando sulla benzina, è riuscito a mettere da parte i fondi per registrare un album in un ottimo studio, attirando l’interesse della Relapse Records, una importante etichetta discografica americana. Il nuovo disco di Mose Giganticus, “Gift Horse”, ha già venduto migliaia di copie, e il furgone di Matt partirà per due nuovi tour tra il 2010 e il 2011. Dopo Fugazi, Refused e Arctic Monkeys il mondo del rock DIY potrebbe aver trovato la sua nuova stella. Giovanni MaccaA

REIN, “ALCUNI DIRITTI RISERVATI” La condivisione e distribuzione globale di arte e musica tramite Creative Commons Alla fine degli anni '90 il mondo della produzione artistico-culturale ha servati): l’autore di un'opera può decidere quali diritti riservarsi e quali dovuto fare i conti con l'avvento di una nuova forma di distribuzione: concedere liberamente. la tecnologia digitale di massa e l'interconnessione telematica globale. Nel caso dell'album “Est!”, la licenza permette che altri copino, distriQuesto fatto tocca molto da vicino la musica e molte etichette disco- buiscano, mostrino ed eseguano soltanto copie identiche dell'opera grafiche e gruppi musicali, si sono dovuti innovare e hanno dovuto fare solo per scopi non commerciali; non sono ammesse modifiche basate i conti con la realtà, aprendosi a questo nuovo mercato. C'è chi non si sull'opera. rassegna, e fa la guerra alle Creative Commons (CC), e chi invece convi- Questa scelta gli garantisce il sostegno di un vasto pubblico, nonché sull'attenzione dei Media e sulla collaborazione di numerosi artisti. Inve con questa condivisione artistica. Un esempio del nuovo percorso creativo possibile con queste nuove dipendenti da qualsiasi etichetta discografica, pur non servendosi di licenze sono, i REIN, più un collettivo artistico che un gruppo musica- un sistema di distribuzione classico, vendono migliaia di copie grazie le. Cresciuti insieme a Roma, nel '99 sperimentano un nuovo modo al passaparola. Scavalcando la linea che divide l'artista dal pubblico, di produrre e promuovere la musica, ispirati dal principio fondamen- può capitare di vederli suonare per le strade di mezza Italia, sui tram tale della condivisione della cultura. Dopo una breve esperienza con di Roma o nel retro di un vecchio furgone, in una piazza piena di gente durante il carnevale. Sono figli della nuova era un etichetta indipendente, decidono di gestire e che stiamo andando ad affrontare. Indipendenti e distribuire in altro modo i propri lavori. Grazie alla liberi da ogni etichetta, credono nel loro progetto collaborazione con Free Hardware Foundation, e sono considerati una delle realtà più interessanti esce l'EP Est!, con licenza Creative Commons Non della scena indipendente. Parole ricercate e testi Commerciale – No Derivate. Le licenze CC si ispiin italiano, per un gruppo che porta nelle loro esirano al modello copyleft, diffuso precedentemenbizioni ogni contaminazione di genere musicale. te in ambito informatico, e possono essere appliAspettiamo la metà di ottobre per assaporare l'ucate a tutti i tipi di opere dell'ingegno. Una via di scita del nuovo album dal nome “E' finita” (per mezzo tra full-copyright e public domain: da una scaricarlo gratuitamente andate su www.rein99. parte la protezione totale realizata dal modello All it), per poi buttarci nell'essenza del concerto live, Rights Reserved (Tutti i Diritti Riservati) e dall'altra quando finalmente partirà il tour italiano. l'assenza totale di diritti. La filosofia su cui si fonda lo strumento giuridico delle licenze CC si basa copertina dell'album Occidente Francesco GuerriA sul motto Some Rights Reserved (Alcuni Diritti Ri#07 - Ottobre 2010

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Attualità

Riciclo in via di sviluppo Tutto quello che potrebbero fare una decina di studenti di architettura e design industriale per cambiare la concezione di riciclaggio loro lo stanno facendo. ro, netto e scritto su ogni “mascherina”; tanto per dissipare ogni possibile dubbio. “No Dump avvisa I gentili viaggiatori che in caso di mancanza di aria pulita è consigliabile indossare le mascherine di emergenza!” Non solo arte e contestazione giovanile ma anche un nuovo aspetto dell’arredamento: oggetti che chiunque non prenderebbe in considerazione, se messi nelle loro mani, possono diventare di grande interesse. L’essere un gruppo composto da molteplici elementi, di età compresa tra i 20 e 30 anni, insieme alla possibilità di dare libero sfogo alla fantasia individuale, sono elementi che rendono questo gruppo estremamente versatile nelle loro creazioni. Contestatori della “ecosostenibilità di tendenza” non creano per vendere ma per sensibilizzare. Cercano di far capire che anche un semplice cartone del latte potrebbe diventare un gioco per bambini. Un tuffo nel passato, volendo. Dove se prima il riciclo era dovuto alla povertà, oggi dovrebbe essere un effetto prodotto dalla consapevolezza. Dei MacGyver agli esordi che ti concedono un nuovo punto di vista in merito al riutilizzo.

BE DUMP!!!

Una passione che sperano si trasformi presto in lavoro. Le loro difficoltà sono quindi simili a quelle di ogni realtà indipendente nonchè emergente : mancanza di uno spazio fisso, soldi, materiali e forse più importante, una risposta da parte del pubblico. Noi di Riot Van comprendiamo appieno queste necessità; in particolare quella di avere una sede, un laboratorio, uno spazio fisso per creare. Già di per sè promuovere un prodotto innovativo, diverso, richiede una buona dose di fantasia; senza un luogo fisso, la fantasia diventa un elemento imprescindibile. Sicuri che riusciranno ad interessare una grande quantità di persone, aspettiamo, incuriositi di vedere i loro prossimi lavori. Jacopo AiazziA

L’ in t er

v is ta

Seduti su un divano reclinabile realizzato al 100% con materiale di recupero, abbiamo incontrato alcuni dei ragazzi di No Dump, che ci hanno raccontato un po'il loro lavoro e i loro progetti, tra design e riciclaggio.

Il messaggio che volete inviare sembra chiaro, ma come mai avete deciso di adottare questa idea di architettura e di design rivolta interamente al riciclaggio? «Tutto è nato con la nostra partecipazione al festival “Rigenerazione” di Massaciuccoli. Un'iniziativa centrata sulle arti di recupero, dove abbiamo ricreato in un acquario gigantesco con dei pezzi di computer, dei cartoni e dei sacchetti della spazzatura. Due settimane passate a smontare computer, schede madri, tubi catodici e quant'altro. Una volta divisi tutti i pezzettini si è trattato di realizzare questo mondo sottomarino. È stato un vero e proprio gioco: quella è stata l'occasione per il gruppo di avvicinarsi all'arte di recupero, e da lì... Alla base c'è anche una coscienza generale. Il

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Foto: No Dump

E’ facile imbattersi in una lampada tutta ornata, dove per capire che è stata fatta con materiali riciclati è necessario affidarsi all’apposito cartellino informativo. Parlare di No Dump è parlare di un’altra cosa, un altro aspetto del riciclaggio. Nei loro lavori i materiali utilizzati non vengono occultati ma enfatizzati, rendendo il risultato maggiormente interessante. Molti durante Happyning avranno scambiato quello scheletro di divano contornato da camere d’aria di biciclette per un oggetto d’arredo, un elemendo di mobilia. Una punto di vista del tutto comprensibile. A Massaciuccoli, armati di tanta fantasia e di una grande quantità di pezzi di computer, sono riusciti a trasformare una stanza in un cyber acquario con polpi giganti, pesci, coralli e una balena quasi a grandezza naturale. Non si limitano a fare installazioni artistiche, l'essere impegnati è un altro aspetto che li contraddistingue. Una delle installazioni che ha riscosso maggior successo, sono senza dubbio le mascherine di ossigeno appese alle pensiline dell’autobus. Semplici fondi di bottiglie di plastica, dipinti di giallo e legati a sacchetti di plastica trasparenti che hanno incuriosito, e magari fatto pensare per alcuni giorni più di un fiorentino. Il messaggio è chia-

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Attualità

messaggio è evidente: spendere il meno possibile e ingegnarci il più possibile, con quello che abbiamo, anche perché come designer e come architetti non possiamo pensare di continuare a distruggere e ricostruire, ma dovremo abituarci ad riutilizzare quello che abbiamo a disposizione. Un esempio è qui sotto di noi: per fare questo divano abbiamo recuperato lo scheletro di un divano letto reclinabile trovato presso i cassonetti. Abbiamo applicato il principio delle sedie da mare con gli elastici, utilizzando le camere d'aria delle biciclette. A volte sembra quasi che il riciclo e l'ecosostenibilità siano solo una moda come le altre, perlopiù superficiale e transitoria, una di quelle cose che fanno tendenza. «DI sicuro da qualche anno a questa parte, a volte sembra che il riciclo sia diventato una moda. Bisogna stare attenti quando si parla di tendenze. È chiaro che ora la sostenibilità e il riciclo siano “di tendenza”, basti guardare alle pubblicità delle automobili: da un anno le case automobilistiche sembrano essere diventate paladine dell'eco-sostenibilità. Nel nostro lavoro caso, la sostenibilità nasce da un esigenza. Vogliamo mostrare che i materiali che troviamo in strada possono essere usati in mille altri modi. Non ci interessa l'oggetto, non realizziamo oggetti con materiali poveri per poi venderli a prezzi esorbitanti. Ci concentriamo sull'approccio, sul voler creare qualcosa con ciò che ci circonda.» La partecipazione sembra essere la particolarità del vostro modus operandi: mostrare alle persone il processo di realizzazione dell'oggetto. «É proprio così: vogliamo mostrare come la cosa viene costruita, sottolineando il fatto di come sia semplice prendere questi materiali poveri come cartone, iuta, segatura, gomma piuma, letti, pezzi di computer. Tutti materiali che si trovano facilmente, che normalmente vengono etichettati come “spazzatura”. Altrettanto facilmente, unendo idee e forze e dedicando un pomeriggio, viene sempre fuori qualcosa. In sostanza l'interrogativo pesante è se la vita utile di un oggetto che ci hanno insegnato a considerare in un certo modo è davvero quella oppure no. Uno schermo rotto di un computer, se ci ragioni cinque minuti, può sempre diventare un acquario.

Anche le nostre iniziative più politiche, come le mascherine di ossigeno appese alle fermate degli autobus, sono realizzate in maniera semplice: culi di bottiglie di plastica ridipinti e sacchetti trasparenti “rubati” al supermercato. » "Furti" di sacchetti al supermercato e raid notturni alle fermate degli autobus da una parte, e dall'altra cura e precisione nella progettazione, nella lavorazione e nella realizzazione. Ma il vostro è un hobby o un vero e proprio lavoro? «Per adesso è un hobby, ognuno si ritaglia il tempo e ci mette passione, nella speranza che possa diventare qualcosa di concreto. Non è semplice, le iniziative per strada portano via soldi, senza contare le menate. Però è stato un metodo efficace, che ripeteremo, visto l'ottimo feedback. Spendere soldi per qualche materiale è inevitabile ma fa parte della gavetta: il gruppo si rafforza e si migliora costantemente, cogliendo tutte le occasioni che si presentano. L'obiettivo è sempre quello di arrivare alle persone con il nostro messaggio, attraverso il materiale e attraverso il concetto. La forza dell'idea è dare la possibilità di interagire con noi. Non importa tanto realizzare l'oggetto in sé, che può essere fatto anche in casa. Spesso le persone hanno bisogno di vedere

istallazione No Dump

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qualcuno che sta li con le mani in pasta per trovare il coraggio di avvicinarsi e partecipare. La forza della performance sta nel rendere partecipi gli spettatori. Il sogno sarebbe avere a disposizione un sacco di lego per darlo in mano alle persone e vedere cosa viene fuori. Oggi si sta perdendo il gusto di sporcarsi le mani, di trafficare. Da architetti e designer usiamo il computer in ogni momento e forse è proprio per questo che abbiamo riscoperto la passione e il gusto di lavorare con le mani. Dopo esserti sbattuto per reuperare il materiale, la realizzazione diventa creazione col sapore inconfondibile del gioco.» Prima parlavate dei soldi necessari per organizzare iniziative in piazza. E per i materiali? Dove andate a recuperarli? «Anche quella è una caccia al tesoro. Devi trovare il negozio che usa imballaggi più grandi o cartoni meno rovinati. Spesso giriamo con la macchina intorno alle zone industriali per vedere cosa spunta dai cassonetti. Il materiale è povero, ma cercarlo richiede tempo. Oltretutto dobbiamo fare i conti con il business dei rifiuti.» Non avete delle convenzioni con qualche ente o istituzione? «Molte aziende sono convenzionate con ditte di riciclo o di smaltimento, e non possono cederti nulla, soprattutto per quanto riguarda l'indifferenziato. Quello che si trova facilmente è il cartone, ma ha dei limiti tecnici insuperabili. I materiali più interessanti sono quelli particolari come la gomma o le camere d'aria. Ogni tanto siamo dovuti ricorrere a dei raid notturni. E le figuracce non mancano mai. La cosa positiva è che se siete in dieci a rovistare in un cassonetto, ti senti meno strano a farlo.» Quindi non avete un vero e proprio rapporto con le istituzioni. Volete cogliere l'occasine per fare qualche richiesta, esporre lamentele, insomma, aprire un dialogo con il "palazzo"? «Di sicuro avremmo bisogno di aiuto per risolvere i problemi che incontriamo nella realizzazione dei progetti di strada. Se qualcosa ci è proibito dalla burocrazia, noi cerchiamo un escamotage creativo che permetta di rispettare la regola commentandola. Servirebbe forse un po' più di apertura mentale, chi è fiorentino lo sa. C'è un atmosfera asfittica: poche occasioni e pochi spazi, come il centro di arte contemporanea che do-

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Happyning

Attualità

vevano fare sotto il Poggetto che è sempre lì, fermo ed inutilizzato. Potrebbero essere dati in gestione a tanti ragazzi con passione ed idee che saprebbero come sfruttarli.» Coordinare un gruppo di dieci persone non deve essere facile, e noi di RV lo sappiamo benissimo. Eppure sembrate molto affiatati, operate sulla stessa lunghezza d'onda. Come dividete il lavoro tra di voi? magari ci date qualche dritta su come risolvere anche i nostri di problemi organizzativi... «La caratteristica generale è l'essere tutti molto abili con le mani. La nostra forza è il rispetto delle forme di lavoro. Ognuno di noi sa stare al suo posto. Ovviamente qualcuno è più abile nello studiare l'oggetto, qualcuno ha più manualità, magari dovuta anche alla maggior esperienza. Comunque sia le cose vengono viste e valutate insieme. Si decide in modo collegiale: uno porta l'idea e il gruppo la elabora, la amplia, la modifica. Non si finisce mai di imparare. Certo la mancanza di uno luogo fisso dove poter realizzare un magazzino laboratorio non ci aiuta. Se avessimo dove tenerli potremmo utilizzare strumenti adatti a lavorare alcuni materiali più particolari, realizzando lavori più interessanti. Ma trovare i soldi per affittarlo non è uno scherzo. A meno che non arrivi qualche sceicco illuminato, qualche mecenate. Noi ci crediamo e un po' alla volta, arriveremo anche a quello.» E per il futuro. Progetti in ballo, occasioni sottomano? Dai dai dai, fateci fare un bello scoop, un esclusiva, qualcosa... «Di sicuro ad ottobre organizzeremo qualcosa durante il festival della creatività, pur non parte-

cipando in maniera ufficiale, abbiamo intenzione di riappropriarci delle piazze e degli spazi cittadini, rientrando nel l'ambito delle nostre materie.» Cosa pensate di iniziative come happyning e come vi è sembrata questa prima esperienza? «L'impressione è assolutamente positiva. Tutto può migliorare, ma l'atmosfera è stata davvero eccezionale: erano anni che a Firenze non si vedeva qualcosa del genere. Entri e trovi di

tutto: fotografia, musica arte, design. E non è il festival della creatività, che comunque per via dei soldi che ci girano dietro e dei vari sponsor, sta perdendo parte dello slancio creativo e innovativo che aveva all'inizio. Le potenzialità di progetti davvero liberi come happyning sono enormi.» Ma oltre a voi, ci sono altri progetti simili, in Italia o all'estero, con cui avete collaborato o preso contatto? «In Europa ce ne sono parecchi, alcuni veramente potenti, che si occupano di istallazioni e comunicazione attraverso produzione di oggetti d'uso. Data la nostra giovane età (da ottobre 2009 ad ora è poco più di un anno ndr) non siamo ancora riusciti a prendere contatti e fare conoscenze.» Il vostro progetto sembra costituire per voi e per il vostro pubblico un'occasione di arricchimento. C'è qualcosa in particolare che vi ha insegnato il "no dumping style"? «Abbiamo scoperto a nostre spese quanto possa essere difficile rompere una scheda madre. Come dicevamo, non si finisce mai di imparare.» Dopo avervi soverchiati di domande, non ci resta che salutarvi, augurandovi tutto il meglio per il vostro lavoro, paziente, appassionato ed originale. Stay Riot. «Grazie a voi ragazzi, ed in bocca al lupo per Riot Van. Be Dump.» Mauro AndreaniA

Foto: Riot Van

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Attualità

The visible trash art society

Foto: opere degli artisti

Dopo l'incontro con i No Dump ci siamo divertiti a cercare proposte simili in Europa e dintorni e, soprattutto da un punto di vista artistico, abbiamo trovato personaggi, idee e progetti che non passano certo inosservati. Capaci di imporsi all’attenzione del pubblico mondiale, queste opere sono installazioni originali e pungenti, tutte naturalmente all’insegna del riciclo e della creatività, riuscendo a sintetizzare assieme il difficile tema della salvaguardia dell’ambiente a all’inarrestabile flusso inventivo di menti giovani. Il progresso dell’uomo non ha soltanto provocato inquinamento e danni all’ambiente, ma ha permesso anche lo sviluppo di nuove tecnologie ed innovazioni che possono porre rimedio a tali errori. Dalle case Eco-tech di Tomislav Radovanovic, costruite con bottiglie e contenitori di plastica, alla Eat art di Daniel Spoerri, dove dei qua-

dri-trappola vengono confezionati appendendo al muro tavole sulle quali incollare piatti, posate e ciò che di commestibile era rimasto dopo cena. Artisti, insomma, capaci di dar forma ad un loro mondo fatto di bottoni, sacchetti, rifiuti portati a riva dalla corrente ed altri tesori inimmaginabili. Noi di RV abbiamo deciso di farvene conoscere alcuni… stravaganti, progressisti e sperimentali più che mai!

Arman

Claudia Borgna Il suo lavoro parte da un’indagine di ciò che lei chiama "evoluzione del paesaggio", un processo avviato e influenzato dai moderni stili di vita sempre più caratterizzati dai ritmi frenetici di un consumismo dilagante. Le sue installazioni sono la concretizzazione di queste riflessioni, in cui il binomio ecosistema naturale e plastica stridono disturbando l’osservatore. Lavora principalmente con sacchetti riciclati, oramai suoi fedeli compagni di viaggio.

Artista molto celebre e quotato scomparso recentemente, era solito inserire nelle sue tele oggetti abbandonati. Nelle sue “accumulazioni” si poteva trovare di tutto, scarpe, monete, orologi, pennelli, tubetti di colore, ogni volta con l’intento di aprire gli occhi, i suoi ed i nostri, sulla natura moderna, industriale e urbana: un nuovo sguardo sul mondo tradotto nel linguaggio semplice e diretto del consumatore. Il suo ammucchiare materiali di scarto vuole imporsi di colpo come l'enunciazione di un principio fondamentale, come trasposizione su tela degli ingranaggi propri del consumismo.

Rolando Politi Conosciuto artista del riciclaggio ed estimatore appassionato di quei materiali scartati dalle persone che per lui possono essere trasformati in vere e proprie opere d’arte. Con The End of The Waste World, esibizione esemplare in questo caso, la sua arte può essere raccontata in due parole: recycle and pray, espressione chiara e calzante per la sua vera e propria “fede”artistica, Trash worship, movimento che considera, in maniera forse un po’estrema, i materiali di scarto alla stregua di oggetti sacri…tappi di sughero, oggetti di latta, giocattoli, lattine e bottiglie che sotto il rimaneggiamento dell’artista si trasformano in magici oggetti di design.

Questa artista comincia il suo percorso a contatto con le profonde acque degli oceani, Costarica, California, Hawaii, alle quali “ruba”, sempre all’interno di un criticismo ambientalista, pettini che hanno perso i loro denti, giochi sbatacchiati che sembrano ossa consumate, infradito abbandonate e spazzolini da denti dilaniati: tutti frammenti di vite arrabbiate. Soddisfatta delle sue borse di stoffa piene di detriti, Pam ha iniziato a catturare i suoi luoghi attraverso fotografie, con lo scopo di creare arte con ciò che ha trovato strada facendo. #07 - Ottobre 2010

Pam Longobardi

Daniel Spoerri Per concludere, riallacciandoci nella maniera migliore all’intervista con i ragazzi No Dump, riportiamo una breve frase dell’artista italo americano Rolando Politi: «È un mix di arte e di vita vissuta quella che rappresento con le mie opere[…] ho sempre avuto il desiderio di creare le mie opere per la strada perché voglio mostrarle a coloro che gettano la spazzatura e non pensano a come rendere invece il rifiuto qualcosa di costruttivo». Chiara Morellato

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CYCLE POLO

Foto dal sito guardian.co.uk

Nel 1890, Richard Mercredy era un ciclista irlandese fresco di ritiro, con una passione per il polo. Alle soglie del 1900 il polo andava forte in Gran Bretagna, e da lì a una decina d’anni sarebbe diventato anche sport olimpico. Forse nessuno lo confermerà ufficialmente, ma si dice che Mercredy non avesse mai potuto partecipare ad una partita: secondo la leggenda infatti, Mercredy era mancino, e le regole ufficiali del polo prevedono che le partite possano essere giocate solo da giocatori destrorsi. Forse fu proprio questo handicap, unito al carattere selettivo ed elitario del polo, ad indurre Mercredy a concepirne una variante, libera e aperta a tutti. Il suo nuovo sport si sarebbe giocato con le stesse mazze del polo, impugnate con la destra o con la sinistra indifferentemente, su un campo simile a quello del polo, ma senza i cavalli: al loro posto, Mercredy decise di utilizzare le biciclette. In uno slancio di inventiva, l’ex ciclista scelse anche il nome per il suo nuovo sport – il Cycle Polo. Dopo aver pubblicato nel 1891 le regole della nuova disciplina, Mercredy iniziò a reclutare giocatori, e nel 1895 in Inghilterra c’erano già i primi cinque club di Cycle Polo col loro campionato.

Bike Polo, Firenze. Foto Riot Van

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Dopo un’apparizione alle Olimpiadi del 1908, il nuovo sport si sparse dall’Inghilterra alle colonie, Pakistan, India e Stati Uniti, e nel 1920 si iniziò a giocare anche in Francia. Con la nascita delle federazioni nazionali, iniziarono i primi tornei tra squadre nazionali e, mentre il polo a cavallo spopolava, anche la sua controparte “urbana” prendeva sempre più piede. Era nato un nuovo sport. A Cycle Polo si gioca in quattro contro quattro, su un campo in genere di 150 per 100 metri, e le regole sono facili: ogni goal vale un punto, non si possono appoggiare i piedi a terra, e non si può segnare spingendo la palla in rete ma solo colpendola con la mazza. Le regole per i contatti accettati sono quelle, nobilissime ma “maschie”, del polo: corpo contro corpo, mazza contro mazza, ruote contro ruote. Così funziona il Cycle Polo, la risposta underground alla puzza sotto al naso del polo britannico. I puristi dell’epoca hanno storto il naso, ovviamente, ma poco importa. Anzi, è quello il bello. La vena alternative del Cycle Polo in Canada, Stati Uniti e Francia lo ha portato a svilupparsi dopo il 1990 in parallelo con la scena do it yourself, e spesso anche con la corrente musicale hardcore punk. Da qui nasce la versione più “punk” e spontanea del Cycle Polo, quella giocata in strada con mazze fatte da materiali di recupero e biciclette modificate a mano (le Fixie, biciclette a rapporti fissi e senza freni). Ed è questa versione “urbana” quella prediletta in Italia, dalle diverse squadre di Bike Polo - come

viene chiamato qui il Cycle Polo - che nei fine settimana si sfidano sul cemento di Bologna, Lucca, Catania, Fano, Roma e moltissime altre città. Le dimensioni del campo non contano e nemmeno il numero di giocatori: si gioca in tre o in cinque per squadra e le regole di gioco possono variare di città in città. Dopo, spesso e volentieri, si beve insieme qualche birra attorno al perimetro di gioco, e poi si fa un’altra partita. Una tradizione nobile vissuta con vero piglio di strada, senza troppo agonismo e con un clima da skate park, il Cycle Polo è forse il primo sport underground, ed oggi una grande idea alternativa destinata – lo speriamo – a rafforzare le sue radici anche nel cemento delle città Italiane. Giovanni MaccaA

#07-Ottobre 2010


Seccabuco

Tizz’2010

Grafica Riot Van

Il concetto di massa critica è semplice quanto affascinante: esso indica in generale una soglia quantitativa minima oltre la quale si ottiene un mutamento qualitativo (Wikipedia). L'applicazione di questo concetto alla bicicletta nasce dall'osservazione del traffico cinese, dove le biciclette ed i motorini aspettano di raggiungere un numero sufficiente per poter attraversare la strada senza essere travolti dalle auto. C'è crisi ed il prezzo del petrolio è alle stelle. Il li. Quello che emerge da questo breve excursus clima del pianeta sta impazzendo, la fascia tro- è che usare la bicicletta è un modo di pensare, picale sta salendo ed investe l'Italia con ondate è uno status mentale, è un modus vivendi. È di caldo torrido. Nelle grandi città la situazione è una scelta: tra l'essere e l'apparire, tra il sostenial limite del ridicolo: una persona per macchina, bile e l'insostenibile. tutte incolonnate nel traffico, aria condizionata La critical mass è una celebrazione, un evento a palla, nuvole di smog che si levano in aria. Ma felice, in cui si dimostra il proprio amore per un aspetta! C'è qualcuno che sfreccia tra le lamiere mezzo tanto semplice quanto fantastico. Essene le zaffate di caldo dagli scarichi! É un ciclista. do un evento auto-organizzato, ognuno dei partecipanti la vive e vi partecipa nel modo É sudato, ma sembra avere un sorriso beffardo in volto e mi pare di riuscire a Ma usare in cui crede migliore: chi ci va per fare un giro in compagnia, chi per poter sfreccialeggergli nel pensiero: “io respirerò il vostro traffico, soffrirò il caldo, ma con un la bici? re libero in strade normalmente mortali per le bici, chi per rompere il cazzo alle mezzo da pochi euro che non consuma altro che la mia energia, arriverò prima di voi a auto, chi per manifestare contro il sistema consumistico, ecc ecc. Negli USA (il movimento è destinazione. E mi divertirò anche...” Una breve panoramica sulla situazione ciclabile: nato a San Francisco nel 1992) è spesso radicale nel Sud Italia, dove l'uso della bicicletta è tra i più e violenta, ed infatti viene repressa dalla polizia. bassi del paese (ampiamente sotto il 10% della In Europa ha assunto una connotazione più fepopolazione tra i 14 e gli 80 anni), il ciclista è vi- staiola, anche perché non è solamente manifesto come uno sfigato che non può permettersi stando che si cambiano le cose: il vero cambiaun mezzo migliore, anche se fortunatamente mento si ha aggregandosi e facendo richieste questa tendenza sta scemando. Nell'Italia (e pressioni) sulle istituzioni, come ad esempio centro settentroniale la situazione non fa “Firenze in bici”. L'organizzazione di una criè così grave, ma gli utilizzatori abituali tical mass è il tratto caratteristico che la rende di bici, che sono intorno ad una me- un movimento unico nel suo genere. Non ci dia del 25%, sono comunque relegati sono leader, non ci sono ordini impartiti. É il buonsenso a guidare la massa: si in piccoli spazi viabili, e devono sottostare alle logiche della mobilità a misura di automobile. Salendo fino al nord d'Europa, in Olanda, dove la bicicletta regna suprema ed incontrastata, godendo di una rete viabile impeccabile. Le piste ciclabili sono dotate di segnaletica a terra (stop, precedenze ecc) e di semafori propri. Potreste dire che hanno più spazio, e questo è vero, però la maggior parte delle larghe strade olandesi ha una sola corsia per le auto, le altre sono corsie preferenziali e piste ciclabi-

devono bloccare le strade laterali, tenere un andamento compatto (non è facile come sembra), evitare che idioti in motorino facciano del male a qualcuno o a se stessi tentando di superare la massa. Ma è qui, nel concetto di superamento del blocco, che la critical si discosta dal significato spesso attribuitogli dalle persone: la massa non è un blocco del traffico, la massa è il traffico. Un traffico che non raggiunge punte di 50km/h, ma che viaggia ad una velocità constante, esente da code, non richiede carburante ne l'uso del casco, e fa anche bene alla salute. It's not too late to reinvent the bycicle, cantavano i System of a Down con Innervision. Questo non significa che la bici debba o possa sostituire l'auto in maniera totale. In bici non puoi trasportare cose ingombranti o pesanti, non puoi raggiungere mete lontane, o meglio, puoi ma devi essere un buon atleta e non aver fretta, e non tutti hanno una resistenza fisica così alta. Un ciclista non vi chiede di buttare l'auto, vi chiede di non usarla per andare al cesso. Quindi, prima di salire sulla vostra auto e di infilarvi nell'ennesimo ingorgo, pensate se davvero non potete farne a meno, o se forse non sia il caso di usare la bici. Se i Queen cantavano giulivi “I want to ride my bycicle, i want to ride it where I like” ci sarà un motivo! Se volete pedalare e divertirvi insieme a tanta altra gente, a Firenze l'appuntamento è ogni ultimo giovedì del mese in piazza Santissima Annunziata. Ritrovo alle 18.30, partenza verso le 19. Alla critical di settembre eravamo circa 150 e abbiamo “trafficato” tutti i viali! Ride daily, celebrate monthly. P.S. Chi ha scrtto questo articolo guida un fuoristrada del '99, grossa cilindrata, alimentato a gpl. Potreste dire, guarda che ipocrita, predica bene e razzola male... nossignori, questo articolo vuole dimostrare proprio questo. Non c'è bisogno di diventare ecologisti convinti, non si tratta di bruciare la vostra auto. Si tratta di usarla solo quando necessario. Per tutto il resto, c'è la bicicletta. Niccolò SeccafienoA

Links Critical Mass Firenze: criticalmassfirenze.blogspot.com/ Aggiungi "Critical Mass Firenze" su facebook per avere informazioni sulle prossime masse critiche. www.firenzeinbici.net

Foto da: Facebook/Critical Mass firenze #07 - Ottobre 2010

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Cultura

Happyning

LA CITÉ: LA FORZA DELLA CULTURA TRA VECCHIE E NUOVE DIFFICOLTÀ

La Cité

Partiamo da lontano. Circa un secolo e mezzo fa. Siamo a metà del 1800, periodo di grande fermento e sviluppo per una società in cui la maggioranza dei cittadini è occupata in attività agricole o è impegnata a lavorare nelle fiorenti industrie, perno motore della crescita economica e sociale. Questo secolo non è segnato soltanto da un grande sviluppo industriale ma si caratterizza anche per una frenetica attività intellettuale in cui i salotti letterari e le librerie diventano luoghi privilegiati di scambio culturale tra gli appartenenti alle classi più elevate della società. Potremo dire che La Cité , famoso café-libreria fiorentino, eredita alcune caratteristiche dagli antichi salotti letterari cercando di configurarsi come particolare luogo d’incontro e di produzione culturale. Il pubblico non è più ristretto ad élite intellettuali ma il café diventa un luogo di socializzazione in cui prendono parte attiva persone di ogni età, sesso e origine. Per

molti diventa un luogo di riferimento, “quasi una seconda casa”, anche grazie alla variegata programmazione quotidiana in cui si inseriscono performance live di gruppi jazz, rappresentazioni teatrali e continue presentazioni di libri. La Cité nasce grazie alla volontà e all’esperienza dei sei soci fondatori: Sara, Natalie, Elvira, Alberto, Federico e Andrea. Dopo aver condiviso esperienze lavorative, come la gestione della libreria dell’Ambasciata di marte, decidono di fondare una cooperativa per dare vita al café-libreria. Le difficoltà sono tantissime. Le istituzioni, soprattutto la Provincia con le sue promesse “da marinaio”, non sono in grado di dare sostegno all’attività che ,in quanto cooperativa, non percepisce neanche le agevolazioni dirette alle organizzazioni culturali. Per quanto riguarda il rapporto con le istituzioni, Sara ci rivela che “il café-libreria è aperto grazie alla legge sulle attività non prevalenti, la quale prevede che La Cité sia registrata come libreria ma che possa lo stesso svolgere attività di somministrazione, quindi tenere un bar al suo interno”. Come Sara ci conferma, “questa legge ha in realtà permesso che si aprissero molti bar senza che quest’ultimi investissero sull’aspetto culturale, situazione che stà dilagando nell’ambiente fiorentino”. A proposito di quest’ultimo, continuando la nostra chiaccherata con Sara, le prospettive non sono delle migliori. Nonostante un fervore che coinvolge moltissime persone e organizzazioni culturali, la città nel suo complesso non investe molto sulla cultura “continuando ancora a viversi addosso”, non permettendo così ai più volenterosi, impegnati e creativi di rendersi visibili ad un vasto pubblico. In questa situazione molte persone e attività continuano a rimanere nell’ombra seguite unicamente da chi conosce bene l’ambiente. Proprio per contrastare questa corrente negativa, La Cité ha preso parte, insieme a molte altre organizzazioni culturali, all’evento Happyning in cui tra incontri, aperitivi e conferenze si cercano di unire attività e proposte delle più varie e volenterose organizzazioni fiorentine. Nonostante le varie difficoltà del percorso, La Cité rimane una realtà molto importante nell’ambiente culturale fiorentino rendendosi costantemente attiva e partecipe nell’azione di rivalutazione e sviluppo di quest’ultimo. Martino MiragliaA

IL COLLETTIVOMENSA VI FARÀ USCIRE VIVI DALL’UNDERGROUND

Collettivomensa si scrive Collettivomensa. Collettivomensa non è un collettivo universitario. Collettivomensa non è un collettivo politico. Collettivomensa non è una mensa. Collettivomensa è anche una libera rivista di letteratura e fumetti che si aggira in impermeabile tra il kitsch e l'underground. Incontro Sacha Biazzo, Fabio Biagio Salerno e Antonio Sileo, gli ideatori della rivista Collettivomensa. Tutti e tre vengono da Potenza, tutti e tre studiano a Firenze. Fabio Biagio mi apre la porta. Antonio, uscito dal bagno, si mette vicino alla finestra e disegna quella che diventerà l’illustrazione di questa intervista. Sacha si è appena svegliato, e usa questa scusa come alibi per screditare fin da subito l’attendibilità delle sue risposte. Loro sono il Collettivomensa, e in questa intervista provano a raccontarsi. Alcune cose sono vere, altre no. Ma qualcosa alla fine si capisce.

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Descrivetevi, a partire dal nome. Cosa vuol dire Collettivomensa? «Ti avvisiamo subito: abbiamo appena deciso che le interviste serie non le facciamo più. Ne abbiamo fatta una serissima a Roma e da come è venuta noiosa non siamo neppure riusciti a rivederla. Il nome Collettivomensa deriva dalla collettivizzazione del Mensa, la società dei cervelloni che hanno il Q.I. sopra la media, quella società che ha rigidissime selezioni per entrare…noi abbiamo voluto popolarizzare questa intelligenza sopraffina. Sì: questa è una risposta idiota. Così, tanto per

Happyning

L’ in t er

v is ta

iniziare. La risposta seria? No, non la possiamo dire. Sarà che non c’è.» L’idea di creare una rivista quando e come è nata? «Anche se noi siamo di Potenza non è là che è nata l’idea. È nata in un autogrill della Basilicata... Ah! Sai una cosa? Inizialmente il Collettivomensa doveva essere un gruppo musicale in cui io suonavo il basso e lui la tromba ed intanto ci mettevamo a leggere poesie e racconti. Io però non sapevo suonare il basso…» Quindi avete pensato che era meglio scrivere racconti e fare fumetti? #07-Ottobre 2010


Cultura

vamo i Wu Ming. Comunque: ci doveva essere un concerto di Bollani, aperto a tutti, che poi invece era a numero chiuso perché i posti erano pochi. Allora si è creata calca alle transenne e qualcuno ha iniziato a spingere, finché forzando il blocco la gente è entrata. E lì qualcuno (noi, ovviamente) si è messo ad urlare “bravo Collettivomensa che ci ha fatto entrare!”. E poi dall’area stampa commentavamo coi giornalisti la bravura del Collettivomensa che aveva reso possibile l’ingresso al concerto… sono cose che ci riescono particolarmente bene.» Torniamo alla rivista. Come la fate? Come funziona il lavoro redazionale, la raccolta di contributi, la stampa, la distribuzione? «La redazione è composta da noi tre che qui in casa caviamo fuori le idee. Vivendo insieme c’è sempre questo stato di creazione permanente: a colazione, pranzo e cena ci ritroviamo muso contro muso. Quindi qualcosa che viene fuori c’è sempre. Poi scegliamo gli autori a Copertina di L'immaginazione al dovere cui vogliamo chiedere i contributi, attendiamo «Sì. E così è nata la prima rivista…ah no! Prima i racconti, uno riguarda le bozze, uno pensa (con il Collettivomensa pare sia impossibile all’impaginazione e poi ci facciamo stampare stabilire un ordine cronologico dei fatti, ndr) il tutto da una tipografia di un nostro amico avevamo un blog su splinder con cui attra- anarchico. verso le nostre belle scritte volevamo salvare Poi boh, distribuzione, pubblicità…ah! Io sono l’umanità. Era una cosa assurda, ci leggevamo stato ieri un paio d’ore su chatroulette.com e commentavamo a vicenda e per portarci su con la rivista in mostra di fronte alla webcam. qualche visitatore iniziavamo a lasciare com- Ho anche ricevuto commenti positivi (show menti offensivi su altri blog, facendo la guerra me your tits). Dicevamo: la distribuzione. Abbiamo le copie della rivista in vencon certi blogger... dita sul blog, e ogni volta che esce un Ah: e poi c’è quest’altra cosa che abbiamo fatto (non sono riuscito a In casa c'è nuovo numero il precedente diventa scaricabile gratuitamente in pdf. Poi il verificarlo; ndr), cioè la prima grande mensa asociale a Salaparuta, in uno stato di cartaceo si trova anche in alcune librerie sparse in giro per l’Italia. Ma sopratSicilia, con i detenuti del carcere di Salaparuta. c r e a z i o n e tutto ci sbattiamo noi tre a venderlo in giro, a mano. Questo però – mi viene in Ma guarda, la cosa che però in assoluto ci è sempre riuscita meglio, e permanente mente ora – dovrebbe farci pensare.» A cosa? che abbiamo sempre fatto, è quella «Al fatto che in un numero del Collettivomendi prenderci dei meriti non nostri.» sa ci sono tanti nomi, e anche nomi grossi: Vi prego, fatemi un esempio. «È un storia un po’ particolare. Eravamo al Giorgio Vasta e Vanni Santoni, ad esempio. I Festival della Creatività, ovviamente non in- contenuti della rivista quindi hanno un certo vitati, siamo riusciti ad ottenere un pass fa- valore, e via via acquisiamo credibilità. “Se ci cendo ubriacare Stefano Bollani (e ci abbiamo scrive Giorgio Vasta, allora il Collettivomensa provato con sua moglie) e tramite i loro pass spacca”. ci siamo spacciati per i Wu Ming. Così abbia- C'è qualcosa di cui però andate fieri, che vi fa mo mangiato a scrocco e fatto fotocopie gratis pensare "fare quello che facciamo è dura ma nell’area stampa, perché tanto noi ormai era- ne vale la pena"?

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«Sì. Siamo fieri di riuscire a vendere una montagna di riviste. Stampiamo più o meno ottocento copie di ogni numero, e venderle tutte è una grossa soddisfazione. Pensa al fatto che un buon romanzo pubblicato con una media casa editrice non arriva praticamente mai a cifre del genere. » Cose che non funzionano, nell’Underground? «Quello che non funziona è che a volte questo mondo, della cosiddetta controcultura, o vera cultura, o cultura alternativa, funziona esattamente come la parte brutta del mondo, quella che ci impegniamo a criticare. Faccio un esempio, Nazione Indiana: adesso è diventato solo uno spazio pubblicitario molto ambito. Un tempo là c’erano persone come Antonio Moresco, o come Roberto Saviano. Adesso si

Illustrazioni di Antonio Sileo

trovano ancora bei contenuti, ed è un bel palcoscenico culturale…su cui puoi salire solo se sei stato segnalato. E infatti Nazione Indiana, che non voleva pubblicare un nostro intervento, l’ha fatto appena gli è stato detto che c’era sopra un racconto dell’autore X e uno dell’autore Y.» Ma esistono anche dei nodi della rete in cui è possibile fare cultura, oppure no? Qualche bel blog, sito, forum? «Assolutamente, ci sono anche delle belle cose. Ad esempio il blog della Minimum Fax, Minima et moralia, è molto bello. Ma ci sono tantissimi blog e siti sconosciuti ai più che hanno dei contenuti di valore assoluto, che fanno letteratura o giornalismo o satira. Ne potremmo citare molti, come il blog di Giuseppe Genna o il Primo Amore, o di tutt’altro genere, come Ripubblica o Cloridrato di Sviluppina ad esempio.»

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Rubriche

Collettivo Mensa

Consigliateci qualcosa di veramente bello da Non si esce vivi dall’underground era il titolo leggere per sopravvivere al tremendo autun- del vostro penultimo numero, il volume speno e alla ripresa di lezioni ed esami. Qualche cial-one. L’underground è veramente qualcobel libro, o un bel fumetto. sa da cui uscire, o starci è motivo d’orgoglio? «Bah, ti consiglierei Il tempo «Non si esce vivi dall’undermateriale di Giorgio Vasta (bre- Colletivomensa ground doveva essere letto come vemente recensito qui per Riot una domanda provocatoria. La Van; ndr) ma già te lo consigliano doveva esse- cui risposta – sempre tramite una tutti…Adesso sto leggendo queldomanda provocatoria - doveva lo nuovo, Spaesamento (Contro- re un gruppo essere: può il Collettivomensa esmano Laterza) che mi sta piacensere colui che ci trascinerà fuori do molto. dall’underground? musicale Ah, poi un classico: Beppe FeGià nelle nostre prime esperienze noglio con Una questione privata. Da leggere editoriali Vincenzo Sparagna (il “padre” delanche Giuseppe Genna, con Italia de profun- la storica rivista Frigidaire e presidente della dis (Minimum Fax). Di fumetto consigliamo Il Repubblica di Frigolandia) ci invitava, dopo mercato nero. L’ombra di Walt vol. 2 di Marco aver letto quello che scrivevamo, a tentare di Corona, un genio.» “uscire fuori” dall’underground. Che in poche

parole significa essere aperti, fruibili e comprensibili da chiunque. Non essere chiusi su se stessi, ma leggibili anche dalla casalinga di Voghera, dal bracciante lucano, da un pastore abruzzese…il punto è che a me di arrivare alla casalinga di Voghera non me ne frega granché. E soprattutto non frega un cazzo a lei. Uscire (vivi) dall’underground, evitando di fare cultura tra quattro gatti che si leggono a vicenda è un discorso. Ma cercare di piacere per forza al pubblico da telenovela o da fotoromanzo è un'altra storia, che non ci interessa… Ehi, aspetta, ma se il prossimo numero del Collettivomensa lo facessimo uscire davvero a fotoromanzo?» Daniele PasquiniA

IL CERCHIO DELLE BESTIE

A volte, quando scrivo questa rubrica, mi sembra davvero di buttare via il mio tempo.

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Ariete (21 marzo – 20 aprile) Casualmente incontrerete Federica Pellegrini e le sue fantasie negli spogliatoi.

Gemelli (22 maggio – 21 giugno) L’ingresso di Marte in Sagittario vi renderà remissivi e obbedienti come un Minzolini.

Toro (21 aprile – 21 maggio) Non riuscirete a risolvere questo problema in cui dovete tracciare una linea continua che non si incroci mai e che passi per tutte le porte una ed una sola volta.

Cancro (22 giugno – 22 luglio) «Dov'eri quando hanno sparato a Kennedy?» Leone (23 luglio – 22 agosto) Non avrete un FlashForward... Vergine (23 agosto – 22 settembre) Sotto la definizione Vergine non sono accette donne con la Sindrome di Asherman.

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Rubriche

Tutto quello che mi fa girare gli ingranaggi C'è una categoria di persone che non reggo: non è facile isolarla, gregge, il coro, un'etichetta. ma ci proverò. Uomini sui 50, abbigliamento casual e stampo bor- Spaziando dal neonazismo ghese, li accomuna la passione per la biblioteca o per qualsivoglia ai raduni di centauri al passo “spazio culturale”. Ma, ahimè, non inteso come luogo di evasione o del Giogo, troviamo svariati di silenziosa lettura: tutto quello che fanno è fastidioso, siano essi esempi di omologazione, di soli o in branco. Come i vecchietti il pallaio o i piglianculi i bagni “tribù della domenica”: nodel metro, frequentano d'abitudine gli stessi luoghi: sapendo di in- teremo sempre lo spirito cappare nei propri simili, sono in cerca di compagnia reciproca o di di massa prevalere sul singolo, l'uomo trasformarsi in insetto. E solitudini complementari alla propria. Il loro svago, nei luoghi sopra questo basterà (a me) a cacciar via un po' di noia, senza che mi citati, consiste nel fare più rumore possibile per farsi notare a tutti debba vestire di pelle o mettermi a marciare con un braccio teso. costi, anche a quello di risultare odiosi: arrivati in biblioteca accen- Meno male che ci sono gli altri. dono il computer con classe, ostentano espressioni troppo intelli- Un esempio su tutti la Chiesa cattolica, madre di tutte le confragenti, sbuffano di impazienza o gemono di apprensione davanti al ternite e lavatrice universale di cervelli. Elevare la mediocrità a monitor, come se stessero riportando alla temperatura di controllo virtù è la sua grande forza: “mio caro discepolo, non c'è bisogno che usi la tua testa, puoi benissimo usare la nostra! il nocciolo di un reattore. In realtà stanno bighellonando Abbi fede, puoi continuare a fare quello che ti riesce duro, nessuno dei compiti che stanno svolgendo ha una qualche utilità, cazzeggiano insomma. Più che lecito, ma Ci colga la meglio - essere una nullità – e al tuo futuro (su lunga scala) ci pensiamo noi!”. Ed ecco un nuovo cristiano lo fanno in modo rumoroso, per farsi notare appunto, “guarda come sono bravo a non fare un cazzo”. Oppure squarella cattolico, al servizio della comunità: un umile ovino desideroso di eternità. Secondo me il buon Gesù si incazparlottano ad alta voce, da soli o fra amici, ostentando zerebbe di brutto, aveva ben altro in testa, lui. un sapere tutto loro: fatti di aggettivi, avverbi ed iperboli, i loro discorsi rovinano così la pace di chi, invece, ha intenzione di Concludendo in modo rilassato e bonaccione questa carrellata di farsi i fatti propri, senza alcuna voglia di dare nell'occhio. Pessimi. Analizzando qualche caso umano, mi sono reso conto che, spesso, studi sociali all'acqua di rose, mi permetto la solita cagata finale. un tipo di atteggiamento, un comportamento particolare(o par- Mi fanno girare gli ingranaggi quegli orribili incroci fra fast-food ticolarmente triste)oppure un modo singolare di stare al mondo, e ristoranti, tipici per le loro gigantografie sbiadite di panini e ha a monte una collettività. Mi spiego meglio: l'insoddisfazione, la uova & bacon. E' qui che il cibo perde di identità: abituati ad noia, il bisogno di evasione o la totale incapacità di saper badare a avere fretta (unita talvolta ad una gran voglia di unto), tutti noi se stessi fanno l'uomo branco: forti di una qualche gerarchia e di una volta nella vita ci siamo piegati a quelle immagini oscene, uno statuto di regole, oltre che di un tipo di vestiario, di un gergo accontentandosi non di mangiare ma di nutrirsi, come bestie al e di certe stereotipate antipatie, proliferano svariati tipi di “grup- trogolo. Oh, che ci colga la squarella ogni volta che cediamo alla pi”. Persone che non hanno un pensiero proprio ma solo un sentire tentazione. comune, che perdute nella selva del mondo credono di ritrovare Bastiano sé stesse in un'alba di collettività: quando invece trovano solo il

Bilancia (23 settembre – 22 ottobre) Mattia “Sorella” Vegni, grafico di RiotVan nonché arcirivale di Maic “Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez” Santella detto “il Porco”, illuminerà il vostro cammino a colpi di tinte ad olio. Scorpione (23 ottobre – 22 novembre) Il Primo Agosto avete assistito al matrimonio di Lisa Simpson.

Sagittario (23 novembre – 21 dicembre) Oltre a Marte, nel vostro segno entrano un fungo e una stella. Presto! Correte a salvare la principessa Peach! Capricorno (22 dicembre – 20 gennaio) Anche se non è più sugli schermi Rai, il vostro faro Beppe Bigazzi veglia ancora su di voi... e sui vostri gatti!

Acquario (21 gennaio – 19 febbraio) Avrete Audaci Avventure Amorose con Aitanti Autisti dell’Ataf. Pesci (20 febbraio – 19 marzo) Attenzione cari amici dei Pesci, Chuck “Sua Santità” Norris ha scoperto di non essere l’unico nato nel vostro segno e come un Cristopher Lambert d’annata ha dichiarato “Ne resterà soltanto uno”. Il “vostro” Bugiardo di fiducia

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Musica

Il Filiman Cruciverba

ORIZZONTALI | 1 – Un Giovane d’Azione protagonista del romanzo La Storia infinita. 6 - Equipe di magistrati. 9 - Modaiolo pub fiorentino in Via de’ Benci. 10 - Mezzo di trasporto. 12 - Comune piemontese in provincia di Cuneo. 14 - Cantava Musica, Musica (iniz.) 15 - Tra Alberto e Chiara. 16 - Procrastinare al tempo del mai. 19 - Acceso. 20 - Il Greene campione olimpico vincitore dei 100 metri piani a Sydney 2000. 22 - E’ così a Doveri. 23 - Per Jhonny Cash lo era Jesus. 24 - Sognatore credulone. 25 - Josè, ex difensore argentino che militò nel Foggia. 26 - Abbreviazione per una carica politica. 27- Gesù in arabo. 29 - Distributore petrolifero. 31 - Protagonista di Quei bravi ragazzi. 35 - Famoso alieno. 37 Fiore all’occhiello dell’artigianato fiorentino. 40 - Può esserlo di capi firmati a buon prezzo. 41 - Superarlo è una cosa positiva. VERTICALI | 1 – Fu ucciso per aver indagato su Michele Sindona. 2 - Città dei Subsonica. 3 - Protagonista di Orange County. 4 - Il “Vado” degli antichi. 5 - Congiunzione latina. 6 - Compianto marito di Nicoletta Mantovani. 7 Olimpique Marsiglia. 8 - Precede lei e l’altro. 11 - Non è grasso, è … 13 - Prati del Bagaglino. 15 - Enzo attore italiano. 17- Sintomi dell’Apocalisse. 18 - Cantava Aida. 21- La più famosa è di Troia. 23 - Philosophy, Ethics and Humanities. 25 - La città più grande dell’Africa. 28 -

Machine che regala la felicità. 30-Spesso segue il rhum. 32 - Orecchi senz’archi. 33 - Sigla della sezione per bambini nella rivista Time. 34 - Bevanda composta da arancia, carota e limone. 36 Compagnia telefonica. 38 - Ermanno famoso stilista (iniz.) 39 - L’Anita che girò La dolce vita (iniz.)

Venite al BAR MASSIMO!!! Si mangia benissimo!!!

Stanchi della solita mensa? I nostri prezzi: -primo 4€ -secondi tipici toscani 7.50€ -insalate miste 4.50€ -burrata campana 7.50€ aperti anche il sabato Via carlo del prete 9\r Firenze tel 055\410174

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Musica

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Riot Van #7 - Fatto in casa  

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