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Rassegnàti mai raccolta settimanale di informazioni di stampa della Sezione Rino Nanni Partito dei Comunisti Italiani Bologna Territorio Reno Bazzanese (Casalecchio di Reno,

Sasso Marconi, Zola Predosa, Monte San Pietro, Valsamoggia)

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Numero 29, Lunedì9 Giugno – Lunedì 16 Giugno 2014

INDICE ARGOMENTI: Nota d’informazione politica Pag 2 e istituzionale Lavoro Pag 7 Scuola Pag 16 Il potere che ferisce Pag 20 Caso Mose Pag 24 Europa Pag 26 Sulla parata militare del 2 Giugno Pag 48

A cura del gruppo di lavoro Comunicazione Politica e Istituzionale

Nello Orivoli: 3471398555.

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Rassegnàti mai 29, Lunedì9 Giugno – Lunedì 16 Giugno 2014

Note settimanali d’informazione politica e Istituzionale A tutte/i in indirizzo, Vi informiamlo che nel nostro partito si sta analizando l’esito delle elezioni europee e locali (dove si sono svolte, come nei nostri territori di riferimento) e la situazione politica del dopo voto. si fa presente che è stato convocato per domenica 15 giugno 2014 a Roma il Comitato Centrale del PdCI, dove il primo punto all’ordine del giorno è: ANALISI DEL VOTO E DELLA FASE POLITICA. Non appena uscirà un documento approvato, lo faremo conoscere anche attraverso la nostra rassegna. Per il momento segnaliamo due importanti eventi nazionali di valore sociale e politico a sinistra:

Iniziativa RSU contro contro Fornero

ASSEMBLEA NAZIONALE DELLE RSU

Promossa dal coordinamento nazionale RSU contro le Pensioni della Fornero SABATO 14 GIUGNO, ORE 10,30 – 15 MILANO – SALA FONTANA (Via Boltraffio, 21) Manifestazione nazionale Roma 28 giugno

28 giugno – Manifestazione nazionale e apertura del Controsemestre popolare e di lotta Fonte: pdci.it

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Rassegnàti mai 29, Lunedì9 Giugno – Lunedì 16 Giugno 2014 Il primo luglio si apre il semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea, che vedrà Renzi attivo nel portare avanti l’agenda della Ue. Per il 28 giugno è indetta una manifestazione nazionale a Roma contro i Trattati e i diktat dell’Unione Europea, per il lavoro, il reddito, il welfare, il dirtto all’abitare e contro la guerra alle porte dell’Europa. L’11 luglio a Torino contro il vertice europeo sulla disoccupazione. Sei mesi di mobilitazioni.

Di seguito il testo dell’appello: Le elezioni europee hanno visto in Italia un risultato in controtendenza con quelli di tutti gli altri paesi devastati dalle politiche di austerità. Il nostro è il solo paese, assieme alla Germania, dove le forze di governo che hanno approvato e gestiscono il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio hanno avuto successo. Questo non solo,per la passività e la paura che la crisi ha diffuso, ma anche perché sinora il confronto e lo scontro politico nel nostro paese hanno ignorato la questione Europa, salvo eccezioni positive che però sinora non hanno cambiato la tendenza di fondo. I rischi ritorno del nazionalismo, della xenofobia sono un altro frutto amaro delle misure di austerità, Anche le lotte, a differenza degli altri paesi colpiti dalle politiche economiche della Troika , fin qui sono rimaste sul terreno dello scontro immediato e hanno lasciato sullo sfondo la contestazione dei ferrei vincoli che l’austerità europea ha posto alla democrazia e ai diritti sociali e del lavoro È ora di superare questa arretratezza italiana, è ora di mettere in campo anche da noi la contestazione nei confronti dell’Unione Europea fondata sui trattati neoliberisti, da Maastricht al Fiscal Compact, e sulle le politiche di austerità, per rompere il dominio sulle nostre vite da parte delle sue istituzioni formali e informali, a cominciare dalla BCE e dalla Troika. Dal 1° luglio il governo italiano per sei mesi terrà la presidenza dell’Unione

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Europea. Noi faremo di questo l’occasione per contestare le scelte politiche e le istituzioni dell’UE, vogliamo che in Italia cresca un movimento convergente con quelli di tutti i paesi europei, per costruire un’alternativa politica, sociale ed economica ai Trattati dell’Unione Europea. Per tutti i centri di potere economico, finanziario e politico il semestre italiano sarà l’occasione per continuare nell’austerità con i suoi terribili vincoli, mascherandola con una finta ridiscussione degli obblighi comunitari. Per il potere sarà l’occasione per rilanciare le controriforme liberiste e autoritarie presentandole con lo slogan “lo vuole l’Europa”. Per noi questo semestre deve essere l’occasione per organizzare l’informazione e la mobilitazione contro l’UE e l’asservimento del governo ai diktat della Troika, per mobilitarci contro le politiche del lavoro che hanno portato alla riforma Fornero delle pensioni e al Jobs act, tutte ispirate dalla politica di precarizzazione e distruzione dei diritti del lavoro decisa dall’UE. Per mobilitarci contro la disoccupazione di massa, la precarietà,i licenziamenti e le delocalizzazioni. Per dire basta alla schiavitù e alle deportazioni dei migranti. Per fermare le privatizzazioni e la distruzione dei servizi pubblici e dei beni comuni. Per fermare la devastazione ambientale nel nome delle grandi opere. Per fermare gli sfratti e i pignoramenti. In tutti i paesi dell’UE si portano avanti queste politiche, per questo il nostro NO vale per l’Italia e vale per tutti i paesi europei. Noi vogliamo la fine immediata delle politiche di austerità e rigore e per questo è necessario che crolli tutta l’impalcatura di trattati e vincoli che vengono usati dai governi per sostenere queste politiche di distruzione sociale. Chiediamo e ci mobilitiamo per far si che l’Italia denunci unilateralmente il Fiscal compact e il MES con tutti i regolamenti ad essi collegati, che hanno accentrato il potere decisionale delle politiche pubbliche nelle mani di una oligarchia che risponde solo ai mercati. Chiediamo che venga cancellato il pareggio di bilancio iscritto con i voti del PD e del PdL in Costituzione. Chiediamo la rottura di tutti i vincoli e le compatibilità che nel nome del rigore ci hanno portato a questo disastro sociale. Vogliamo costruire una politica che riconquisti i diritti democratici su tutti i principali strumenti della economia, dalla gestione del debito pubblico all’uso della moneta per varare politiche di espansione dell’occupazione, di riconversione ecologica delle produzioni, per la garanzia dei servizi pubblici e dei diritti sociali, per lo sviluppo del welfare e l’autodeterminazione delle donne.

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Noi rivendichiamo Costruiamo la mobilitazione e la lotta popolare per un programma immediato per il lavoro che cancelli la legge Fornero sulle pensioni e tutte le leggi sulla precarietà, che blocchi i licenziamenti nel privato come nel pubblico, che fermi le delocalizzazioni e le esternalizzazioni. Che restituisca salute e dignità al lavoro. Che garantisca un reddito a tutti i disoccupati. Noi vogliamo costruire. Costruiamo la mobilitazione e la lotta popolare per la democrazia, distrutta attaccata dal sistema di potere autoritario ed oligarchico che, nel nome dell’Europa, calpesta gli stessi principi costituzionali con leggi elettorali truffa e nei luoghi di lavoro con accordi come quello firmato da CGIL CISL UIL e Confindustria il 10 gennaio, che viola la Costituzione affermando che solo chi firma gli accordi ha diritto alla rappresentanza. Noi crediamo sia necessario che il semestre italiano divenga un Controsemestre Popolare e di Lotta nel quale i principi, le istituzioni e i poteri che sono a capo delle politiche d’austerità vengano contestati punto per punto, momento per momento. Costruiamo un fronte ampio delle forze politiche, sindacali e sociali affinché il semestre del governo italiano in Europa diventi un Controsemestre popolare che contrasta con la mobilitazione e la lotta le istituzioni, i poteri dell’UE e le varie politiche di austerità. Vogliamo riprendere la lotta per la pace e contro la politica di guerra e di riarmo che è perseguita con determinazione sempre più aggressiva da parte dell’Unione Europea subalterna agli Usa e alla NATO. Ora, dopo la Jugoslavia, la UE e la Nato delocalizzano una nuova guerra ai propri confini, in Ucraina. Proponiamo quindi a tutte e tutti coloro che hanno partecipato alle mobilitazioni di questi anni e che oggi lottano, di costruire assieme un percorso comune per tutti questi sei mesi, nel pieno rispetto, anzi riconoscendo il valore, delle diverse pratiche, esperienze e culture e valorizzando anche l’articolazione delle iniziative. E nella comune forte solidarietà con chi è colpito dalla repressione. Proponiamo quindi una manifestazione nazionale con corteo a Roma il 28 giugno per inaugurare così il Controsemestre popolare. Vogliamo accompagnare questo appuntamento con incontri e confronti tra tutte le forze e le persone che si oppongono all’austerità, ai Trattati Europei e ai governi che la perseguono.

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L’11 luglio saremo in piazza a Torino contro il summit dei governi europei sulla precarietà e la disoccupazione di massa. Il Controsemestre dovrà continuare con iniziative e confronti, lotte e mobilitazioni sia territoriali che nazionali che percorrano tutti i prossimi mesi. Dobbiamo per la prima volta far davvero sentire in Europa la voce di un popolo che sta con coloro che, a partire dalla Grecia, subiscono e combattono i diktat della Troika. Il Presidente del Consiglio Renzi ci accusa di essere dei “gufi” che si augurano il suo fallimento e quello delle politiche che persegue. Occorre dimostrare che chi lotta non fa sconti a nessuno. Invitiamo da subito a preparare con assemblee locali unitarie la manifestazione del 28 giugno a Roma, la mobilitazione e corteo di Torino dell’11 luglio e il programma del Controsemestre popolare e di lotta. I Gufi Ribelli per un Controsemestre Popolare e di Lotta Prime adesioni: Unione Sindacale di Base Il Sindacato è un’altra cosa Noi Saremo Tutto Cub Lazio Ross@ Partito della Rifondazione Comunista Partito dei Comunisti Italiani Partito Comunista dei Lavoratori Rete dei Comunisti Sinistra Anticapitalista Carc Ricordiamo che la manifestazione nazionale del 28 giugno è particolarmente importante pe la lotta politica che essa promuove e per la presenza dei soggetti aderenti, può essere utile per l’obettivo di unire i comunisti e l’autentica sinistra. Grazie per l’attenzione e cordiali saluti. Il gruppo di lavoro Comunicazione Politica e Isttuzionale

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Lavoro COMUNICATO STAMPA DIRITTI E GARANZIE PER GLI EDUCATORI DELLE COOPERATIVE BOLOGNESI Questa mattina il Capogruppo FdS Roberto Sconciaforni ha presentato un'interrogazione alla Giunta nella quale si chiede come essa intenda intervenire sia per garantire la continuità lavorativa e retributiva degli operatori sociali per tutto l'anno, sia affinchè in tutte le gare d'appalto - per la gestione dei servizi sociali - venga inserito l'obbligo di applicazione del contratto nazionale e integrativo delle cooperative sociali. Bologna, 05/06/2014 Segue testo interrogazione Al Presidente dell’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna SEDE

Interrogazione a risposta scritta PREMESSO CHE • A Bologna, i lavoratori delle cooperative sociali spesso si trovano a vivere una vera e propria discontinuità occupazionale che impedisce loro di ricevere tutti i mesi un regolare stipendio. Tutto ciò per diversi motivi, che vanno dalle chiusure delle scuole durante il periodo estivo, alle interruzioni dovute alla neve, ai terremoti, alle elezioni e ad ogni

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situazione che non permetta alle scuole di rimanere aperte, sino ad arrivare alla situazione assurda per la quale se la categoria degli insegnanti sciopera e la scuola rimane chiusa, gli educatori perdono, pur non aderendo allo sciopero, una giornata senza stipendio; • Il salario di un contratto di 12 mesi dovrebbe necessariamente essere garantito per 13 mensilità, con o senza prestazione lavorativa, come avviene per tutti gli altri lavoratori in ogni altro settore, in modo uguale in base agli stessi principi dei rispettivi contratti nazionali. Ad esempio, durante le interruzioni scolastiche del periodo estivo, le società che gestiscono i servizi nei centri estivi sono spesso polisportive. Gli educatori scolastici si trovano quindi senza la possibilità di lavorare, ed essendo i più assunti a tempo indeterminato, anche senza la possibilità di percepire l'indennità di disoccupazione; VALUTATO CHE • Le polisportive e le associazioni che gestiscono i servizi educativi nei centri estivi e quelli “pre e post” non hanno tendenzialmente personale dipendente, ma aprono collaborazioni sportive oppure contratti a progetto e, come già denunciato dai sindacalisti e dagli operatori mobilitati sulla vicenda, c'è il rischio per i lavoratori di non essere in regola da un punto di vista fiscale e contributivo e di svolgere lavoro dipendente nei fatti mascherato, il più delle volte senza che sia garantito il versamento di alcun contributo, né la retribuzione in caso di malattia; • il Comune di Bologna, la Provincia e tutti i Comuni sono firmatari di "Accordi provinciali di Programma", applicativi della legge 104/92, che esplicitano la necessità e l'importanza della continuità educativa; •

è evidente che nel momento in cui si permette lo scorporo fra servizi scolastici e servizi estivi non si garantisca affatto la continuità, né educativa, né occupazionale, con conseguenti disastri educativi e relazionali per gli utenti e per le condizioni di vita di centinaia di educatori che si ritrovano da un giorno all'altro a reddito zero;

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• oltre al problema della continuità educativa per gli studenti disabili, si pone anche un grave problema contrattuale per i lavoratori: sarebbe doveroso cercare di garantire una applicazione uniforme del Contratto Nazionale delle cooperative sociali, al fine di assicurare un intervento più puntuale e meno dispersivo ed allo stesso tempo riuscire a tutelare i lavoratori in un unico inquadramento contrattuale, con un unico datore di lavoro che garantisca contributi pieni e riconosciuti. Dare la precedenza al lavoro ed alla continuità educativa ed occupazionale; •

CONSIDERATO INOLTRE CHE

• è necessaria una presa di posizione e di responsabilità da parte dell'amministrazione pubblica, di fronte a situazioni di precariato che sembra il più delle volte “programmato” e considerato strutturale; • i servizi educativi gestiti dal terzo settore creano un contesto di precarietà costante per i lavoratori in essi impiegati, ed in estate tale problema diventa, come detto, ancora più critico. Su questi soggetti si riversano le conseguenze di trattative al massimo ribasso tra amministrazioni pubbliche e cooperative. Attraverso la subalternità completa alle esigenze di risparmio degli enti committenti, assistiamo a una continua demolizione del sistema dei servizi sociali, in un circolo vizioso in cui a rimetterci sono i lavoratori, ma anche l'intera parte della cittadinanza che usufruisce di tali servizi, nei quali si assiste parallelamente ad un calo della qualità o addirittura al taglio totale degli interventi; • è davvero importante che la Pubblica Amministrazione si assuma una responsabilità occupazionale nei confronti di quasi cinquecento lavoratori che durante l'anno scolastico svolgono un servizio denominato “comunale” considerato, almeno a parole, fondamentale, per il quale vengono costantemente pretese, dalla Pubblica Amministrazione stessa, professionalità ed esperienza. Un tale livello qualitativo può essere reso possibile solamente garantendo ai lavoratori la possibilità di una piena occupazione ed un riconoscimento professionale;

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• gli enti committenti devono mettere in condizioni le cooperative sociali di poter garantire questi elementi ai propri lavoratori e non continuare a nascondersi dietro ad appalti che includono, in modo nemmeno troppo implicito, una precarietà cronica e spesso avallata. SI RICHIEDE ° alla luce delle problematiche sollevate, come la Giunta regionale intenda intervenire per fare in modo che il Comune di Bologna si assuma la responsabilità di garantire la continuità lavorativa e retributiva per tutto l'anno a tutti gli operatori sociali delle cooperative bolognesi, anche studiando specifiche gare di appalto; ° di verificare, inoltre, in quali amministrazioni locali, in Regione Emilia Romagna, siano in essere appalti che evidenzino lo stesso tipo di problematicità sopra riportate.

° come la Giunta intenda intervenire affinchè, all’interno di tutte le gare d’appalto rivolte ai soggetti del terzo settore per l’affidamento e la gestione di servizi sociali, socio-sanitari, educativi e ludico-ricreativi dei comuni della Provincia di Bologna, venga inserito l’obbligo di applicazione - da parte dei soggetti partecipanti - del Contratto Collettivo Nazionale delle cooperative sociali e degli accordi integrativi locali. Bologna, 05/06/2014 Il Consigliere

Roberto Sconciaforni

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Il Paese spaccato: recessione doppia a Sud, il Pil è crollato del 4% nel 2013 Fonte: La Repubblica 6/6/14

Nel 2013 la caduta del Pil non è stata uguale dappertutto, risultando "molto più accentuata" nel Mezzogiorno: -4%, il doppio rispetto al dato complessivo. Stessa dinamica per il mercato del lavoro, che nel settore industriale a Sud ha perso il 7,7% degli occupati in dodici mesi MILANO - I dati economici, terribili, relativi allo scorso anno fanno ancora più impressione se si guardano con la lente della diversificazione geografica, che ha applicato l'Istat in una pubblicazione ad hoc. Nel 2013 la caduta del Pil non è stata infatti uguale dappertutto, risultando "molto più accentuata" nel Mezzogiorno. A fronte di un calo nazionale dell'1,9%, come già noto, il Sud ha fatto registrare una riduzione del Pil in volume del 4%, doppia dunque rispetto al dato complessivo. E, se possibile, va ancora peggio per il mercato del lavoro, in particolare del settore industriale: in questo comparto l'occupazione è calata del 7,7% nel Mezzogiorno, contro ad esempio il -0,7% del Centro. I risultati, spiega l'Istituto di Statistica in una nota, sono coerenti con i dati relativi ai conti nazionali già resi noti, che indicano per il 2013 un calo del Pil italiano dell'1,9%. Nel Nord-Ovest le forti diminuzioni del valore aggiunto registrate nel settore primario (-3,1%) e nell'industria (-3,3%) sono state in buona parte controbilanciate dall'aumento dell'1,1% nei servizi. Nel Nord-Est, la contrazione dell'attività economica è decisamente più accentuata nel settore dell'industria (-3,4%), meno marcata in quello terziario (-0,4%). L'agricoltura, in controtendenza, ha registrato un aumento del valore aggiunto

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del 4,7%. Nel Centro la diminuzione del valore aggiunto ha avuto intensità simili nei tre settori: -1,2% nel settore primario, -1,4% nell'industria e -1,5% nel terziario. Risultati particolarmente negativi si registrano invece nel Mezzogiorno, sia per l'industria che per i servizi, con cadute del valore aggiunto rispettivamente dell'8,3% e del 3,1%. L'agricoltura ha segnato un calo moderato, pari allo 0,3%. Quanto all'occupazione, questa ha registrato in Italia un calo dell'1,9% l'anno scorso. E come per il valore aggiunto, la geografia fa la differenza: nel Mezzogiorno si registra la diminuzione più marcata (-4,5%) e nel Nord-Ovest quella più contenuta (- 0,3%), mentre Nord-Est e Centro mostrano cali, rispettivamente, dell'1,6% e dell'1,2%. "Maggiori disparità territoriali si registrano per l'occupazione del settore industriale. Il calo è particolarmente pronunciato nel Mezzogiorno (-7,7%) e più contenuto nelle regioni del Centro (-0,7%). Nelle regioni del Nord la riduzione di occupazione nell'industria è pari a -3,5% nel Nord-est e a -2,9% nel Nord-ovest", annota ancora l'Istat. Tavola 1 - Valore aggiunto ai prezzi base per branca e Prodotto interno lordo, per ripartizione geografica Tavola 1 - Valore aggiunto ai prezzi base per branca e Prodotto interno lordo, per ripartizione geografica – Anno 2013 (Variazioni percentuali calcolate su valori concatenati)

Centro-Nord

Aggregati

Nord-Ovest

Nord-Est

Centro

Totale

Valore aggiunto (*) Agricoltura, silvicoltura e pesca

-3,1

4,7

-1,2

0,7

Industria

-3,3

-3,4

-1,4

-3,0

Servizi

1,1

-0,4

-1,5

-0,1

Prodotto interno lordo (*)

-0,6

-1,5

-1,8

-1,2

Unità di lavoro (**) Agricoltura, silvicoltura e pesca

-0,2

-7,0

1,9

-2,4

Industria

-2,9

-3,5

-0,7

-2,6

Servizi

0,8

-0,3

-1,5

-0,2

Totale

-0,3

-1,6

-1,2

-1,0

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Non è un paese per giovani Fonte: sbilanciamoci 05/06/2014 Di: Chiara Saraceno

L’immagine che emerge dal rapporto annuale dell’Istat mostra un paese che non riesce ad affrontare i nodi che ne hanno determinato la debolezza già da prima dell’inizio della crisi mondiale e che ora ne frenano la ripresa

Un paese che non riesce a riprendersi, in cui solo il 30 per cento delle imprese crea domanda di lavoro. Un paese che ha investito e investe poco in cultura, istruzione, ricerca, innovazione, a livello sia individuale sia sociale, sia privato sia pubblico, con il risultato che riesce contemporaneamente ad avere troppo pochi laureati e troppi laureati sotto-utilizzati, a costringere i giovani con livelli di istruzione elevata a emigrare senza garantire ai meno qualificati possibilità di lavoro. Un paese in cui tutte le ultime riforme – da quella sull’età della pensione a quella del mercato del lavoro (inclusa l’ultima ancora in discussione) – sono state fatte in nome di un riequilibrio a favore delle generazioni più giovani, ma con il risultato che le disuguaglianze a sfavore dei giovani sono aumentate, perché sono loro a sperimentare i maggiori rischi di disoccupazione e di precarietà lavorativa, mentre la composizione per età degli occupati si è ulteriormente alzata, soprattutto a causa della riforma delle pensioni. Un paese in cui troppi giovani non riescono a raggiungere una ragionevole autonomia economica, rimanendo a carico dei propri genitori ad una età in cui dovrebbero invece poter formare una propria famiglia e diventare a propria volta genitori. Ed infatti il tasso di fecondità è tornato a diminuire, soprattutto nel Mezzogiorno che nel giro di pochissime generazioni ha raggiunto e superato il Centro-Nord nella discesa della fecondità non già a seguito di una riduzione delle differenze territoriali, ma a causa di un loro allargamento. Nel Mezzogiorno si concentrano oggi tutti gli indicatori di una società che non investe più in nulla, tanto meno nelle future generazioni: alti

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tassi di disoccupazione, bassissimo tasso di occupazione femminile, insieme, tuttavia, ad un aumento delle famiglie in cui è la donna a mantenere la famiglia perché il marito è disoccupato, altissima concentrazione di Neet, di giovani che né studiano né lavorano, alta incidenza della povertà. Un paese in cui, a fronte di un aumento delle famiglie in cui nessun adulto in età da lavoro è occupato, aumentano le famiglie, anche di non soli pensionati, in cui l’unico, o principale, reddito disponibile è una pensione: in cui è un pensionato a mantenere gli altri membri della famiglia, adulti o minori. È un fenomeno tipico delle società povere, dove la pensione è il primo strumento di welfare ad essere introdotto e che in Italia era un tempo presente soprattutto nel Mezzogiorno, ma che negli ultimi anni si sta diffondendo anche in altre aree del paese, a motivo del persistere della crisi occupazionale ed anche della mancanza di ammortizzatori sociali universalistici, a partire da una misura di sostegno al reddito dei poveri. D’altra parte, nonostante l’esiguità di molte pensioni, il reddito pensionistico è l’unico ad aver tenuto negli anni della crisi e i pensionati gli unici ad aver mantenuto una capacità di consumo vicina a quella dell’epoca precedente la crisi. Anche se può capitare che nel loro carrello della spesa compaiano pannolini per i bambini, latte in polvere, nutella e biscotti, ovvero prodotti per i loro nipoti che i genitori non possono permettersi di acquistare. L’immagine che emerge dal rapporto annuale dell’Istat mostra un paese che non riesce ad affrontare i nodi che ne hanno determinato la debolezza già da prima dell’inizio della crisi mondiale e che ora ne frenano la ripresa. Anche perché le politiche fin qui messe in campo li hanno ulteriormente irrigiditi. Non basta il ritorno di fiducia dei consumatori, pure documentato nel rapporto. Anche perché sembra, al momento, rimanere più a livello di un mutamento nel giudizio sulla situazione del paese (testimoniato anche dal risultato delle elezioni) che non di comportamento. Anzi, il comportamento di consumo sembra diventato ancora più cauto di prima, visto il perdurare delle difficoltà. Per la prima volta, infatti, dall’inizio della crisi nel 2013 la contrazione dei consumi finali delle famiglie, che ormai coinvolge anche le spese per le cure mediche, è stata a superiore a quella del reddito disponibile. In altri termini, per quanta fiducia teorica abbiano nelle possibilità della ripresa, l’esperienza concreta induce a contenere ulteriormente i consumi per risparmiare in vista di ulteriori peggioramenti o comunque non miglioramenti. Il timore del ministro Padoan che gli 80 euro di rimborso fiscale ai lavoratori a basso salario vadano in risparmi anziché in consumi, quindi non abbiano un effetto di volano per l’economia, è empiricamente fondato. Fino a che non si

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sarà ricostituito un orizzonte di ragionevole sicurezza sulla tenuta dei bilanci famigliari, soprattutto chi ha redditi modesti ed è l’unico percettore di reddito tenderà a costruire per sé e la propria famiglia una rete di protezione privata tramite il risparmio. Come dar loro torto?

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Scuola Precari storici traditi dal D.M. 356? Fonte: La Tecnica della Scuola 29/05/2014 Di: Lucio Ficara

Molti si erano fidati delle rassicurazione della stessa moglie del premier Renzi. Ma adesso si torna al punto di partenza. Per svuotare le graduatorie ci vorrà sempre più tempo. Ma che fine ha fatto Agnese Landini, che avrebbe dovuto consigliare il marito Matteo Renzi per il bene della scuola pubblica e in modo particolare dei precari storici? L’attenzione della first lady al mondo del precariato storico della scuola è dovuta alla sua conoscenza del problema, essendo lei stessa un’insegnante precaria di italiano e latino inserita nelle graduatorie ad esaurimento della provincia di Firenze e in prima fascia per le graduatorie d’istituto. Ricordiamo alcune dichiarazioni recenti della moglie di Renzi, che affermava: “Quello della scuola è un argomento molto importante, di cui parlo con mio marito. In questo modo posso portare ai suoi occhi la piena conoscenza di tante aspettative che, specialmente i precari, hanno sulla scuola e sull’operato del Governo in tal senso”. Queste parole hanno rassicurato molti precari storici, inseriti nelle graduatorie ad esaurimento, che hanno creduto in una fase politica che avrebbe risolto definitivamente il problema atavico di quel limbo chiamato “precariato storico”. Ed invece ecco arrivare una cocente delusione per tutti quei precari che da anni, se non da decenni, stanno aspettando il fatidico ruolo. Di quale delusione stiamo parlando? Si tratta del decreto ministeriale n. 356 del 23 maggio, composto da un solo articolo che penalizza le graduatorie ad esaurimento a vantaggio dei docenti idonei, ma non vincitori, del concorso bandito con D.D.G. n. 82 del 2012. Altro che svuotamento in quattro anni delle graduatorie ad esaurimento promesse dal primo Ministro Renzi! Con il decreto n. 356 del 23 maggio 2014, le graduatorie ad esaurimento non riusciranno a svuotarsi prima di qualche decennio. Nel provvedimento c’è

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scritto che il candidati inseriti a pieno titolo nelle graduatorie di merito del concorso ordinario per il reclutamento di personale docente bandito con il decreto del Direttore generale per il personale scolastico 24 settembre 2012 n.82, ma non collocati in posizione utile tale da risultare vincitori, hanno titolo, a decorrere dall’anno scolastico 2014/15 ad essere destinatari di contratto individuale di lavoro a tempo indeterminato, in subordine ai vincitori, fermo restando il vincolo della procedura autorizzatoria di cui all’art. 39, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, nei limiti del 50 per cento dei posti previsti per il concorso ai sensi dell’articolo 399, comma 1, del decreto legislativo n. 297 del 1994 e fermo restando quanto previsto dell’articolo 400 del suddetto decreto legislativo”. Questo significa che la destinazione del 50% dei posti per le immissioni in ruolo non potrà, una volta esauriti i posti decretati per i vincitori del concorso bandito ai sensi del D.D.G. n. 82 2012, tornare alle graduatorie ad esaurimento, ma resterà a disposizione dei docenti idonei al suddetto concorso che quindi potranno entrare in ruolo senza magari essere mai entrati in una classe a fare anche un solo giorno di supplenza. I precari storici sono furiosi per questa decisione che ha cambiato le regole del gioco durante lo svolgimento della partita e si chiedono dove è finita Agnese consigliera maldestra di un Premier, che di scuola e precariato storico non capisce proprio nulla.

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Pochi, resistenti, giovani, precarissimi: il ritratto dei laureati negli anni di crisi Fonte: il manifesto 30/05/2014 Di: Roberto Ciccarelli

Università. Choosy a chi? Laureati a 25 anni, tirocini, stage, master, ma il futuro è precario. Ci vuole stabilità, indipendenza e autonomia. I risultati dell’indagine Almalaurea condotta su 230 mila neo-dottori Laureati a meno di 23 anni prendono il titolo di studio terziario nel tempo previsto e sono impegnati in tirocini per acquisire competenze, contatti, relazioni. Quelli che hanno alle spalle una famiglia da ceto medio riescono più di altri a studiare all’estero, anche se nell’università riformata il numero di coloro che portano la laurea in famiglia per la prima volta resta alto. È il profilo dei laureati italiani descritto dal Consorzio Almalaurea nel XVI profilo presentato Ieri all’Università di Scienze Gastronomiche di Bra. Calibrato in questo modo il profilo dei laureati sembrerebbe essere ricalcato sulla base del laureato modello sognato dai riformatori dell’istruzione di centro-sinistra e di centro-destra che da Ruberti nel 1989, passando per Berlinguer-Zecchino, è arrivata a Gelmini nel 2008: giovane, efficiente, pronto a sgomitare nella competizione quotidiana. Il sosia del soggetto neoliberale che si trova a proprio agio nell’economia della conoscenza. Basta leggere con attenzione il rapporto per scoprire come l’aurora di questo novello Prometeo non è mai nata e, anzi, conteneva i presupposti del suo fallimento. Almalaurea registra come la precarietà di massa, e la disoccupazione giovanile al 42,7% tra i 15–24 anni, abbiano modificato le scelte degli studenti e il loro atteggiamento rispetto al futuro. Tanto più a lungo il laureato sarà precario, cambiando lavori che non c’entrano nulla con il suo titolo di studio, tanto più sentirà il bisogno di equilibrare l’incertezza del futuro rafforzando le sue competenze. Agisce in questo modo il 76% dei 230 mila laureati in 64 atenei interpellati nell’indagine 2013. Per molti sarà una sorpresa, abituati come siamo al dogma «flessibili è bello», ma tra i laureati è forte l’esigenza della

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stabilità del posto del lavoro (66%), l’aspirazione ad una carriera (61%), al reddito (55%). Una sequenza tipica del lavoro professionale e del ceto medio, che sembra ormai perduto. Ciò non toglie che i laureati rivendichino nell’indagine autonomia sul lavoro e indipendenza nella vita. Elementi controcorrente nella società della dipendenza in cui viviamo. C’è anche un altro fattore da considerare: su cento laureati terminano l’università in corso 41 ragazzi nella triennale, 34 del ciclo unico e 52 magistrali. La precarietà inizia dunque prima che in passato, spingendo le nuove generazioni ad intensificare il numero delle esperienze di stage o tirocini, periodi di prova. Quello dell’iper-specializzazione è un fenomeno consolidato che oggi trova conferma nei comportamenti delle nuove generazioni. I tirocini sono centrali in tutti i corsi di laurea, coinvolgono il 61% dei laureati di primo livello, il 41% dei magistrali a ciclo unico, il 56% dei magistrali. Nel 2004 solo il 20% dei laureati aveva fatto questa esperienza. Anche questo dato conferma un’attitudine opposta dello stigma inflitto da ex ministri dell’università o del lavoro secondo i quali i laureati italiani sarebbero un popolo di lazzaroni «schizzinosi. Avere anticipato il tempo di laurea (in media 25,5 anni per il triennio, 26,8 per il ciclo unico, 27,8 per i magistrali biennali) non ha moltiplicato il numero dei laureati. L’Italia resta in fondo alle classifiche Ocse, un dato che rivela il fallimento della strategia «riformista», di stampo produttivistico, adottata vent’anni fa. Nella fascia di età 25–34 anni solo il 21% ha la laurea rispetto alla media Ocse del 39%. Come in Romania. Una realtà che rende impossibile il raggiungimento del 40% di laureati, l’obiettivo della riforma «BerlinguerZecchino». Per raggiungerlo gli atenei hanno trasformato i loro corsi in spezzatini pronti all’uso, ma utilità sul mercato. Una volta sgonfiata la bolla formativa sono diminuite le immatricolazioni: nel 2003 erano 338 mila, 270 mila nel 2012 (-20%). Oggi solo 3 diplomati su 10 si iscrivono all’università, una realtà che rivela la crisi dell’università e ha prodotto fughe in avanti. Visto che un mercato per il lavoro cognitivo non esiste, meglio scegliere formazioni più «pratiche». Questa è la tentazione di chi vuole trasformare l’istruzione in una scuola professionale sul «modello tedesco». Almalaurea ha dimostrato, invece, che la laurea garantisce un tasso di occupazione di 13 punti maggiore rispetto ai diplomati (75,7% contro il 62,6%). Anche questo sembra un modo per difendersi contro la precarietà e la marea del lavoro gratuito.

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Il potere che ferisce Aldrovandi, la Cassazione conferma una condanna per depistaggio Fonte: La Repubblica Bologna 5/6/14

L'agente Pirani non inserì nel fascicolo del pm il registro delle chiamarte alla polizia la mattina in cui Federico morì. Ma per un collega arriva la prescrizione; "sono delusa", le parole della madre Patriziana conferma e un annullamento per prescrizione: così la Cassazione si è espressa sulle sentenze per i depistaggi nelle indagini sulla morte di Federico Aldrovandi. Annullata senza rinvio la condanna a 10 mesi di reclusione per favoreggiamento e omissione di atti di ufficio a carico dell'agente di polizia Marcello Bulgarelli; confermata la condanna a 8 mesi per l'altro coimputato, Marco Pirani. In particolare, la VI Sezione Penale della Suprema Corte ha dichiarato "inammissibile per tardività'" il ricorso presentato dalla difesa di Pirani, ispettore di polizia giudiziaria in servizio alla Procura di Ferrara durante le indagini tra 2005 e 2006, contro la condanna emessa dalla Corte d'Appello di Bologna il 9 luglio 2012. A Pirani era contestato di non aver inserito nel fascicolo del Pm il registro delle telefonate arrivate al 113 quando Aldovrandi mori' in seguito alle percosse degli agenti. Bulgarelli, l'agente nei confronti del quale è arrivata la prescrizione, era accusato, come addetto alla centrale 113 la mattina del 25 settembre 2005, di aver interrotto su richiesta di un collega la registrazione in cui quest'ultimo gli avrebbe spiegato cosa era successo quella mattina. Il verdetto d'appello era conforme a quello pronunciato in Primo Grado il 5 marzo 2010 dal tribunale di Ferrara. La madre: delusa per la prescrizione. Patrizia Moretti, madre di Federico, accoglie con "grandissima delusione" l'annullamento per prescrizione della condanna a Marcello Bulgarelli. "Purtroppo i tempi della giustizia sono lesivi per la giustizia stessa ha commentato con l'Adnkronos la madre di Federico - La giustizia è la vera vittima della prescrizione, che arriva dopo anni di lavoro per i tribunali oltre che per le persone coinvolte che si sono

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spese per far emergere la verità. Tuttavia il resto è confermato", aggiunge. Moretti esclude di rivolgersi anche alla giustizia europea. "Io volevo che si conoscesse la verità e direi che ormai si sa bene cosa è accaduto. Di tribunali ne ho abbastanza".

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Caso Gugliotta, agenti condannati. Quattro anni ai poliziotti picchiatori Fonte: Il Manifesto 05/06/2014 Di: Valerio Renzi

Era il 5 maggio del 2010 quando all’esterno dello Stadio Olimpico scoppiarono violenti incidenti al termine della finale di Coppa Italia tra Roma e Inter. All’epoca Stefano Gugliotta aveva 26 anni e, tirato giù dal suo motorino da un gruppo di agenti della celere nelle vicinanze dello stadio in viale Pinturucchio, fu colpito a ripetizione fino a perdere i sensi. Poi venne arrestato per resistenza e passò una settimana in carcere. Gugliotta era completamente estraneo agli incidenti ed è stato fermato mentre andava ad una festa con un amico, colpevole solo di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Dopo quattro anni è arrivata la sentenza di primo grado che riconosce come responsabili delle violenze nove agenti della celere che sono stati condannati a quattro anni di reclusione e sono stati sospesi dal servizio per aver preso l’inerme Gugliotta a calci, pugni, manganellate. I giudici della decima sezione del tribunale di Roma sono andati anche oltre le richieste del pm Pierluigi Cipolla. «Non si può mai essere contenti quando vengono condannate delle persone, specie se, come in questo caso, agenti di polizia – ha commentato Cesare Piraino, avvocato di Gugliotta – Se l’impostazione accusatoria era corretta, la pena da infliggere non poteva essere di modesta entità come richiesto dal pm». La verità è venuta fuori grazie alle riprese video fatte da un balcone e condivise in rete dove appariva, inequivocabile, la violenza e l’insensatezza del pestaggio. «È una sentenza pesante e credo giusta – ha commentato col manifesto Stefano Gugliotta –aspettiamo di leggere le motivazioni ma oggi è un bel giorno per me e per i miei familiari dopo quattro anni di battaglia in aula». «È importante che queste persone siano state riconosciute colpevoli per le loro azioni – prosegue Stefano – colpire con quella violenza e ferocia, in maniera casuale e insensata, è inconcepibile, soprattutto per chi porta una divisa e ha abusato del suo potere». Gugliotta è un ragazzo normale trascinato in un incubo senza sapere perché. E’ consapevole che la battaglia è ancora lunga: «Questo è solo il primo grado di giudizio, ora affronteremo tutti gli altri con più forza. C’è poi un altro procedimento ancora in corso che vede imputati gli agenti che certificarono il mio arresto e le sue modalità». Chiediamo a Stefano se si è sentito solo in questa anni e la risposta è perentoria «no mai, io e la mia famiglia ci siamo sostenuti

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a vicenda e abbiamo incontrato la solidarietà e la vicinanza di tante persone». Ieri in aula si trovavano i volontari di Acad (Associazione contro gli abusi in divisa), oltre a Lucia Uva e Claudia Budroni, parenti di persone morte durante interventi delle forze dell’ordine. Giuseppe Uva ha perso la vita il 14 giugno 2008 dopo essere stato trattenuto nella caserma dei carabinieri di Varese. Dino Budroni è deceduto il 30 luglio 2011 dopo essere stato colpito da un proiettile sparato da un poliziotto durante un inseguimento. «A me non è andata di certo bene, ma poteva andare peggio», afferma Gugliotta». Per Acad la sentenza di ieri «è importante sotto molti punti di vista; innanzitutto perché raramente si sente odore di giustizia nei processi che vedono sul banco degli imputati gli agenti dei reparti celere che anche in questo processo hanno provato in tutti i modi a demolire la verità, prima attaccando la credibilità di Stefano (raccontando di fantomatici precedenti penali) e successivamente a mischiare le carte con la solita scusa che con il casco e il manganello non ci può essere una identificazione certa».

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Caso Mose Veneto-Mose. Una classe dirigente corrotta che affossa il paese Fonte: PdCI 5 giugno 2014 Di: Giorgio Langella

Un altro scandalo. Un ulteriore inchiesta ha portato all’arresto del sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, dell’assessore regionale Renato Chisso e alla richiesta d’arresto dell’ex presidente della regione Giancarlo Galan. Un indagine che vede coinvolti oltre 100 personaggi (tra i quali si leggono i nomi di Lia Sartori e di Marco Mario Milanese, ex consigliere di Tremonti) in una faccenda di corruzione e tangenti legata alla realizzazione del Mose di Venezia. L’accusa è pesantissima. Gli indagati i sarebbero fatti comperare per garantire alla Mantovani gli appalti e sarebbero entrati nel libro paga della ditta costruttrice. Le notizie ci parlano di oltre 500.000 euro a Orsoni per la sua campagna elettorale, di un milione di euro all’anno a Galan (oltre ai lavori di restauro della sua villa di Cinto Euganeo per un valore di oltre 1.000.000 di euro). Milioni di euro distribuiti a destra e a manca Un intreccio tra affari e politica che è ormai abituale nel nostro paese e nella nostra regione. Basta

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pensare ai recenti fatti dell’Expo milanese e al coinvolgimento, tra gli altri, del vicentino Enrico Maltauro. Spesso, i “nostri” politicanti e i “grandi” imprenditori ci spiegano come, per rilanciare l’economia, sia necessario abbattere il costo del lavoro. A partire dai salari che costano troppo per arrivare alle privatizzazioni dei servizi (dalla sanità alla scuola) e di quel che rimane dell’industria pubblica. Lo Stato sociale e i diritti costituzionali, per “lorsignori”, sono “una palla al piede” che impedisce la “ripresa” e la “crescita”. E, allora, tutti a ribadire che ci vogliono le “riforme” istituzionali, che bisogna “snellire” lo Stato, che è necessario aumentare l’età pensionabile perché, altrimenti, il sistema crolla, che si devono tagliare i lacci e i laccioli che frenano la possibilità di “fare impresa”. Ma, davanti a tanti e tali esempi di corruzione e di collegamenti perversi tra affari e politica (i “loro affari” e la “loro politica”) come si può continuare con quella menzogna? I veri costi che gravano sul paese e, quindi, su ogni cittadino onesto, gli sprechi reali che affossano l’economia italiana, sono l’evasione fiscale, le speculazioni, le delocalizzazioni selvagge, le tangenti e la corruzione dilagante. Un sistema criminale che impoverisce il nostro paese e arricchisce i soliti furbi. Ed è inutile che Renzi, come riferisce il presidente dell’autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone a una radio, sia “turbato dalla vicenda” e che “questi due scandali (Expo e Mose) non fanno certo bene all’immagine del Paese”. Non è una questione di immagine, ma di sostanza, di sistema. È un sistema sbagliato e irrimediabilmente malato che è necessario abbattere. Bisogna agire e in fretta. Si colpiscano le grandi ricchezze accumulate illecitamente, si ripristini il reato di falso in bilancio, si metta in galera chi corrompe, chi è corrotto, chi dà e chi riceve mazzette e tangenti. Senza attenuanti, senza ricorso a “servizi sociali” o “pene alternative”. Difficilmente si è visto, nel nostro paese, grandi corrotti e corruttori scontare la pena nella maniera giusta. Ci sono sempre giustificazioni, una specie “rispetto”, per i cognomi e i personaggi eccellenti coinvolti, che sconfina con l’impunità. È ora di distinguere tra onesti e delinquenti. È ora di ripristinare la legalità e cominciare a fare giustizia.

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Europa La chimera della crescita Fonte: sbilanciamoci.info 05/06/2014 Di: Paolo Pie

Negli ultimi anni la politica di svalutazione caricata sul lavoro non ha fatto altro che aggravare gli effetti negativi dell'austerità sulla domanda interna. Eppure l'Ue, anche nelle ultime Raccomandazioni, continua a prescrivere continuità nelle politiche di flessibilità del mercato del lavoro, contrattuali e retributive Ieri la Commissione europea ha presentato le sue “Raccomandazione 2014-2015” per i singoli paesi dell’Unione. Il responso elettorale ha ammorbidito il timing delle stesse ma non la loro sostanza. La rotta non muta: vincoli di bilancio da rispettare, consolidamento fiscale da proseguire, riforme strutturali da realizzare. D’altra parte non vi erano aspettative per un cambiamento, semmai per una “non indisponibilità” a fornire qualche forma di flessibilità a seguito della richiesta del nostro ministro dell’Economia e Finanze a seguito dell’approvazione del Def 2014. Nel caso italiano, la Commissione ha attestato che non siamo allineati nel percorso di rientro dal debito e quindi nel raggiungimento degli obiettivi di medio termine di pareggio del bilancio strutturale. Si richiede che entro settembre 2014 si realizzi questo allineamento con interventi aggiuntivi, oltre che rispetto degli impegni assunti sul terreno di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, riforme sul mercato del lavoro, ed altro ancora, rinnovando le precedenti raccomandazioni e chiedendo un più attento monitoraggio e verifica degli interventi realizzati e programmati. Come dire “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. La via dell’austerità espansiva non deve essere abbandonata! Ricordiamo che solo due settimane orsono sono stati resi pubblici i dati congiunturali di crescita del reddito nei paesi europei per i primi tre mesi del 2014 e di crescita tendenziale ad un anno, rispetto allo stesso periodo del 2013.

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La rappresentazione sorprendente.

era

sconfortante,

ma

allo

stesso

tempo

non

A fronte dei segnali di uscita dalla crisi di fine 2013, che troppi commentatori ottimisti interpretavano come indicazioni inequivocabili della “luce alla fine del tunnel”, il dato congiunturale più recente ha scioccato i più, riconsegnandoci un’Europa squilibrata che si muove a più velocità, peraltro tutte deboli se confrontate a quella statunitense ed anche giapponese. Per l’Oecd, le prospettive di crescita dell’Eurozona per il 2014 fermano il reddito ad un +1,2%, per l’Europa a +1,6%, mentre gli Usa segnano un +2,6%, il Giappone un +2,1%, ed i BRIICS un +5,3% (Oecd, Economic Outlook, 6 maggio 2014). L’Eurostat ci racconta inoltre che nell’Eurozona (EZ18) solo la Germania si salva con un +0,8% nel primo trimestre (con limitato traino delle esportazioni e ben maggiore invece della domanda interna, privata e pubblica). Viceversa, la virtuosa Olanda ha segnato un sorprendente -1,4%, gran parte dei paesi baltici arrancano da tempo sotto lo zero, e la Francia è a crescita zero. Ma va peggio per il Sud Europa: Portogallo, Grecia, Cipro, Italia, tutti con segni negativi, mentre la Spagna respira. Per tutta l’Eurozona abbiamo un +0,2%, quindi una conferma della stagnazione, non un segnale di ripresa. In Europa (UE28) la situazione è solo di poco migliore (+0,3%): fuori dall’Eurozona, solo il Regno Unito tiene il passo della Germania, e fa meglio della Germania su base tendenziale ad un anno (+3,1% contro +2,3%), oltre ai paesi di area economica tedesca, quali Polonia, Ungheria, Slovacchia (Eurostat, 15 maggio 2014). In questo quadro deprimente, l’Italia si è presentata con un -0,1% nel primo trimestre 2014 ed un -0,5% come dato tendenziale ad un anno di distanza (rispetto il primo trimestre 2013). L’obbiettivo del Def2014 che programmava una crescita del +0,8% per il 2014 non appare più alla portata; peraltro le stesse previsioni internazionali che indicavano un minore +0,6%, vengono aggiustate ulteriormente verso il basso, a +0,5%. Dall’inizio della crisi, il Pil italiano è diminuito di 7 punti percentuali, ed analoga è oggi la distanza (output gap) tra reddito effettivo e reddito potenziale nonostante che quest’ultimo sia diminuito proprio a causa della crisi. Il Pil reale italiano è oggi al livello del 2000, 14 anni orsono. La prospettiva di farlo crescere da qui al 2018 di oltre il 7% appare una chimera, in assenza di una vigorosa politica

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economica di domanda che sostituisca quella attuale di rigore che amplifica la depressione. L’Istat (La situazione del paese, 2014) ha poi certificato che le politiche di austerità in Italia, con avanzi primari crescenti durante la crisi (oltre il 2% sul Pil), hanno contribuito alla diminuzione del reddito peggiorando allo stesso tempo il debito pubblico (giunto al 133% sul Pil) e portando le persone disoccupate ed inattive ma potenzialmente sul mercato del lavoro (scoraggiati e giovani senza lavoro e senza formazione) a superare la soglia dei 6 milioni, nel 2013. La regola è che la potenziale offerta si riduce con la crisi della effettiva domanda, trascinando verso il basso sia il tasso di occupazione sia le possibilità di un suo auspicato recupero; in altri termini, l’aumento della disoccupazione effettiva a causa dalla crisi fa crescere la disoccupazione strutturale, compromettendo l’efficacia delle politiche anticicliche per ristabilire equilibri occupazionali più favorevoli. Il raggiungimento degli obiettivi di tasso di occupazione elevato e disoccupazione bassa viene così compromesso sia per la crisi prolungata (depressione) che distrugge domanda effettiva, sia per gli effetti negativi che questa distruzione esercita sulla offerta potenziale, allontanandola dal livello che sarebbe richiesto per conseguire la massima occupazione. La stagnazione della domanda effettiva allontana così il paese dalla massima occupazione per tre ragioni: perché crea disoccupazione involontaria nel breve termine, la trasforma in strutturale nel breve-medio termine riducendo il potenziale, compromette il suo riassorbimento nel medio-lungo periodo riducendo l’efficacia delle politiche stesse. Sul fronte del tasso di occupazione, ovvero il rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa, la situazione non appare migliore. La strategia Europe 2020 si è data come obiettivo il raggiungimento di un tasso pari al 75% (UE28) nella fascia della popolazione 20-64 anni. Nel 2002, il tasso di occupazione era il 67%, 8 punti da recuperare in 18 anni. Prima della crisi ne erano stati recuperati 3 (2008: 70%), poi in 5 anni i 2/3 di questo miglioramento è andato perso (2013: 68%): quindi dopo 11 anni il miglioramento è stato solo di 1 punto percentuale (Eurostat, 19 maggio 2014). Nei prossimi 7 anni dovremmo quindi recuperare 1 punto all’anno. L’Italia si trova nella identica situazione, con un target del 67% (2002: 59%; 2013: 60%). Inoltre ampia ed in crescita è la divergenza tra paesi dell’Unione: tra il paese con il tasso di occupazione più alto (Svezia) e quello con il più basso (Grecia)

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ci sono circa 30 punti di differenza, quando erano circa la metà nel 2002. Ma questo è solo il caso più eclatante, a causa della crisi greca, a cui seguono crescenti divergenze tra i paesi nordici e dell’Europa continentale ed i paesi periferici. Il percorso di Europe 2020 appare quasi impossibile. Tutte le previsioni e le analisi economiche convergono su un dato: la ripresa economica sarà, quando verrà, jobless, ovvero non creerà posti di lavoro. La crescita della produzione, non esaltante, sarà in gran parte assorbita dalla crescita della produttività, anche perché le politiche devono essere orientate a far crescere la competitività dei singoli paesi e dell’Europa nel suo insieme, per affrontare le sfide della competizione su scala globale e sfruttare le opportunità offerte dalla crescita dai mercati esteri. Come ricorda il Governatore della Banca d’Italia “Aumenti di produttività e crescita dell’occupazione sono conciliabili se si riprende la domanda interna. La chiave è l’aumento degli investimenti fissi, che sono la cerniera tra domanda e offerta: da un lato, se ci sono le giuste condizioni esterne, essi sono la componente della domanda che reagisce più rapidamente al mutamento delle aspettative; dall’altro, essi potenziano la capacità di offerta sfruttando il progresso della tecnologia e rispondendo alla globalizzazione dei mercati e degli stessi processi produttivi” (Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, 2014, p.12). Ma nella crisi dal 2008 gli investimenti sono crollati, ed in rapporto al Pil diminuiti significativamente ben sotto la soglia del 20%. In Italia siamo tornati al 17%, livello minimo dal dopoguerra. Il sogno di una strategia per la massima occupazione rischia quindi di infrangersi a causa della lunga depressione che dal 2008 investe l’Europa e del lascito delle politiche economiche adottate. Siamo entrati nel settimo anno della crisi, come i dati di inizio 2014 certificano. D’altra parte, questo è il lascito che ci han riservato le politiche di austerità espansiva e di precarietà espansiva che hanno improntato la politica economica europea attuata quasi in contemporanea nei vari paesi. Le prime, del rigore dei conti, hanno agito sulla base della fallace idea secondo la quale dal contenimento dei deficit pubblici conseguissero riduzioni dei debiti e si liberassero risorse che il privato sarebbe andato ad utilizzare più efficacemente. Ma non si è tenuto conto del “vuoto di domanda” che così l’arretramento del pubblico creava, oltre che della efficacia spesso solo presunta del privato. La minore domanda pubblica non è stata compensata

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da una maggiore domanda privata, anzi consumi privati ed investimenti privati sono diminuiti mettendo in crisi tutta la domanda interna, europea e nei singoli paesi, lasciando tutto l’onere della crescita ad una domanda estera peraltro non più trainante. L’esito è stato che proprio a seguito del rigore i debiti invece di diminuire sono aumentati, nell’Eurozona da un rapporto del 65% sul Pil si è superata la soglia del 95%, ed al contempo la crescita del reddito si è azzerata, mentre quella dell’occupazione è divenuta negativa. Le seconde, della competitività salariale, hanno avuto il loro pilastro nella flessibilità del lavoro, contrattuale e retributiva. Anche in questo caso una idea fallace le ha alimentate, ovvero che l’aumento dell’occupazione potesse essere conseguito unicamente a condizione che si realizzasse un trasferimento di tutele del lavoro e diritti da chi li aveva a chi ne era privo. Gli esiti sono stati molteplici, e prevedibili, sulla offerta e sulla domanda. Si è ridotta la platea del lavoro tutelato, ed è aumentata quella del lavoro non tutelato, senza peraltro accrescere le tutele per questo ultimo. Si è così realizzata una sostituzione di lavoro più che una creazione di lavoro, con conseguente riduzione di tutele e diritti sia per chi li aveva conquistati nel passato, sia per chi si attendeva una alleggerimento dello stato di precarietà lavorativa e sociale. Ma non solo tutele e diritti sono stati intaccati; le stesse retribuzioni ne hanno sofferto, sia quelle degli insiders che quelle degli outsiders. Le retribuzioni nominali sono state compresse, e le retribuzioni reali diminuite; queste ultime non hanno certo tenuto il passo della pur debole crescita della produttività, determinando una ulteriore fase di diminuzione della quota del lavoro sul reddito (si veda Janssen R., Social Europe Journal, 30 maggio 2014: http://www.social-europe.eu/2014/05/wage-depression/). Questa politica di svalutazione interna caricata sul lavoro ha forse contribuito ad aumentare la competitività del sistema e la sua crescita? Non appare questo l’esito, semmai tale politica sembra produrre due effetti, entrambi perniciosi. Da un lato, ne è derivato un contenimento della domanda di beni e servizi che trae origine dal reddito da lavoro, andando ad aggravare gli effetti negativi delle politiche di austerità sulla domanda interna. Dall’altro, la competitività del sistema non ne ha tratto vantaggio, se è vero che sia per effetti di scala (minori volumi di produzione) che per quelli di sostituzione (lavoro meno retribuito e meno produttivo), la dinamica della produttività langue in tutta Europa, e prosegue la sua ventennale stagnazione in Italia in presenza di contenimento dei salari nominali. D’altra parte, che queste non fossero le politiche più adatte da adottare nella crisi, ovvero in un equilibrio di disoccupazione, lo aveva ben indicato Keynes

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nel capitolo dedicato ai Cambiamenti dei salari nominali della sua Teoria generale. “In the light of these considerations I am now of the opinion that the maintenance of a stable general level of money-wages is, on a balance of considerations, the most advisable policy for a closed system; whilst the same conclusion will hold good for an open system, provided that equilibrium with the rest of the world can be secured by means of fluctuating exchanges. There are advantages in some degree of flexibility in the wages of particular industries so as to expedite transfers from those which are relatively declining to those which are relatively expanding. But the money-wage level as a whole should be maintained as stable as possible, at any rate in the short period. […] In the long period, on the other hand, we are still left with the choice between a policy of allowing prices to fall slowly with the progress of technique and equipment whilst keeping wages stable, or of allowing wages to rise slowly whilst keeping prices stable. On the whole my preference is for the latter alternative, on account of the fact that it is easier with an expectation of higher wages in future to keep the actual level of employment within a given range of full employment than with an expectation of lower wages in future, and on account also of the social advantages of gradually diminishing the burden of debt, the greater ease of adjustment from decaying to growing industries, and the psychological encouragement likely to be felt from a moderate tendency for money-wages to increase” (Keynes, TG, cap.19). Tuttavia la Commissione non è interessata a ciò che scriveva Keynes, e neppure a ciò che sostiene una platea, a dire il vero molto vasta, di economisti più o meno keynesiani. Per cui le sue Raccomandazioni del 2 giugno continuano a prescrivere per l’Italia, come per gli altri paesi, niente altro che la continuità delle politiche di flessibilità del mercato del lavoro, contrattuali e retributive, per accrescere la competitività salariale. La crescita è affidata al contributo della componente estera della domanda, anche se questa pesa meno del 20% per i paesi dell’Unione, mentre il rimanente 80% è domanda interna, consumi delle famiglie, investimenti privati e pubblici, servizi collettivi. Per accrescere la prima ci raccomandano di proseguire nelle politiche coordinate e simmetriche che comprimono la seconda, anche se queste hanno effetti depressivi sul reddito complessivo e sull’occupazione, producendo anche l’effetto collaterale un innalzamento del rapporto debito/Pil per tutti i paesi. La competitività salariale è intesa come lo strumento cardine per conseguire questo obiettivo, che opera via riduzioni del costo unitario del lavoro, tale da

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accrescere la competitività di costo europea nei mercati globali. Per la Commissione ciò si realizza con interventi che ridimensionano il ruolo della contrattazione collettiva, nazionale e di settore, nella determinazione dei salari nominali, che invece devono essere allineati alla produttività dell’impresa, meglio ancora dei singoli lavoratori. Al contempo i salari reali non devono essere preservati da meccanismo di indicizzazione e salvaguardia del potere d’acquisto, ma rispondere alle condizioni di un mercato del lavoro concorrenziale, dove ingressi ed uscite devono essere peraltro deregolati per servire le esigenze produttive dell’impresa, senza interferenze esercitate dalle istituzioni che vincolano l’agire manageriale e creano anche barriere tra i lavoratori protetti e garantiti, gli insider, e coloro che non lo sono, gli outsider. In fondo la precarietà o la disoccupazione non sono altro che l’altra faccia della medaglia dell’operare di istituzioni collettive: ridimensioniate queste, saranno ridimensionate sia la precarietà che la disoccupazione. Una narrazione questa che viene resa più appealing dalle tecniche economiche sulla disoccupazione strutturale che portano quella italiana all’11% lasciando un misero 2% per quella involontaria keynesiana. Così da far risultare evidente ciò che evidente non è, ovvero che non sia la domanda il problema, semmai le condizioni di offerta, e quindi la necessità delle riforme strutturali. Una narrazione che, se non fosse per le technicalities impiegate, ricorda molto l’ancien régime.

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L’Unione europea senza democrazia Fonte: sbilanciamoci 31/05/2014 Di: Mary Kaldor

A uscire vincitore dalle elezioni europee è soprattutto un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni di Bruxelles. Per ricomporre un'Europa dei popoli bisogna partire dalla costruzione di una democrazia post-nazionale, dove i processi decisionali rimettano i cittadini al centro Il nazionalismo è un modo per dirottare lo scontento popolare su un capro espiatorio di comodo, l'«altro» - l'immigrato o l'Europa. E per guadagnare consenso politico evitando al contempo di rivolgersi alle cause profonde del malcontento. Xenofobia ed euroscetticismo non possono in alcun modo rappresentare risposte costruttive. Al contrario, quanto più si afferma la retorica nazionalista, tanto più i nost ri problemi si moltiplicano e siamo portati a prendercela con l'«altro». Abbiamo alle spalle una lunga e drammatica storia sulla corruzione delle istanze democratiche tramite il ricorso ad appelli nazionalisti, e la prima guerra mondiale è forse l'esempio più calzante in merito. Più di recente, i conflitti sia in Bosnia sia in Siria sono stati e sono tuttora occasioni di risposta, e persino di soppressione, dei movimenti democratici. In Ucraina, ciò che in origine era una protesta diffusa in tutto il paese contro la corruzione e per i diritti umani, si sta rapidamente trasformando in un conflitto aperto tra russi «orientali» e ucraini «europei». Qual è allora la causa dello scontento? Si tratta di un'enorme frustrazione e mancanza di fiducia nei confronti della classe politica. A dispetto del nostro diritto di voto e di protesta, vi è un diffuso senso di impotenza, la sensazione che qualunque cosa facciamo o diciamo non produca alcuna differenza, che i partiti politici siano tutti uguali e il voto perlopiù irrilevante. Nella teoria della democrazia si opera spesso una distinzione tra democrazia formale o procedurale e democrazia sostanziale. La democrazia formale ha a che vedere con le regole e le procedure democratiche, tra cui il suffragio universale, la regolarità delle elezioni, la libertà di associazione e di stampa, e così via. La democrazia sostanziale è legata all'uguaglianza politica. Riguarda la capacità di influenzare le decisioni che impattano sulla nostra vita. E riguarda

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anche la cultura democratica - le «abitudini del cuore», per dirla con Tocqueville. Nonostante la grande diffusione delle procedure democratiche nel corso degli ultimi decenni, oggi vi è ovunque un profondo e crescente deficit di democrazia sostanziale. «La chiamano democrazia, ma non lo è», è uno degli slogan degli indignados spagnoli. Ci sono molte ragioni che spiegano la debolezza della democrazia sostanziale. La più immediata è la globalizzazione. La democrazia procedurale è organizzata su base nazionale. Ma le decisioni che impattano direttamente sulle nostre vite sono in realtà prese a Bruxelles, Washington, nei quartieri generali delle multinazionali o da rampanti professionisti della finanza che da Londra, Hong Kong o New York operano sul mercato dagli schermi dei loro computer. Per quanto le procedure democratiche possano essere ottimali a livello nazionale, se le decisioni che riguardano le nostre vite trascendono questo livello, allora il voto non può influire su queste decisioni. Tuttavia non è questa la sola ragione. La globalizzazione è stata un modo per fuoriuscire da ciò che potremmo definire la sclerosi dello Stato-nazione. Le istituzioni chiave dello Stato-nazione sono cresciute e si sono affermate nel secondo dopoguerra, cristallizzandosi in pratiche e consuetudini tra cui quelle, difficilmente emendabili, di controllo e sorveglianza. I partiti politici si sono progressivamente trasformati da luoghi di dibattito sull'interesse pubblico in macchine elettorali capaci soltanto di riprodurre e rinforzare i pregiudizi esistenti raccolti in focus group che rappresentano il cosiddetto ceto medio. Le burocrazie pubbliche - in primo luogo l'amministrazione statale e il settore militare e dell'intelligence - hanno sviluppato una propria logica di autoriproduzione. Là dove nascono iniziative politiche volte al cambiamento, queste finiscono spesso per essere risucchiate e annichilite all'interno di questi cunicoli istituzionali. Paradossalmente, l'inerzia statale si è combinata con venti anni di neoliberismo che, invece, avrebbe dovuto ridurre e indebolire lo Stato. Così, se da un lato il neoliberismo ha causato un enorme aumento delle disuguaglianze e la scomparsa del welfare, dall'altro ha lasciato le istituzioni chiave dello Stato intatte oppure le ha legate a doppio filo con il capitale. Il

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neoliberismo ha generato una cultura di egoismo individualista e ha fortemente rinsaldato il potere del denaro e la sua influenza sulla classe politica. Ed è proprio la presa della finanza sul finanziamento dei partiti e sui media che spiega in larga misura, come sostiene Colin Crouch, il perdurare del neoliberismo nel mondo del dopo-crisi. Ma allora come è possibile affermare o ri-affermare la democrazia sostanziale? La risposta non sta nel riportare le decisioni nell'alveo dello Stato-nazione poiché, anche se ciò fosse possibile nell'interdipendente contesto neoliberista, il ritorno allo Stato-nazione di fatto corrisponde a un ritorno all'inerzia, al paternalismo, a logiche securitarie e di paura dell'«altro». Così come non è una risposta il miglioramento delle procedure democratiche nell'Unione europea - anche se si tratta di un evento auspicabile -, dal momento che le procedure senza la sostanza ci lascerebbero esattamente al punto in cui siamo. Per democrazia sostanziale intendo il modo in cui la gente comune può influenzare le decisioni che riguardano le loro vite in un'Europa concepita nel suo insieme, come un tutto. Penso a una democrazia post-nazionale in Europa piuttosto che al ripristino della democrazia a livello statale o alla democratizzazione dell'Unione, anche se entrambe le formule potrebbero essere parte della soluzione. Dal mio punto di vista, per fare tutto ciò sono necessarie trasformazioni sia dal basso sia dall'alto. La risposta dal basso consiste nell'allargamento della sfera pubblica a tutti i livelli e nello sviluppo di forme dialogico-deliberative di politica - specialmente a scala locale e transnazionale - che si fondino sulla nuova «cultura 2.0» di scrittura ed editoria, oltre che di lettura. Consiste nel delegare le decisioni che riguardano le nostre vite a comunità di interesse controllabili, sia locali sia transnazionali, e nel costruire un'infrastruttura complessa e articolata per un impegno pubblico rinnovato ed estensivo. Per fare questo, però, serve anche una risposta dall'alto. Abbiamo bisogno di forme di governance globale che tengano questi processi al riparo dalle tempeste della globalizzazione: limiti alla speculazione finanziaria, anche per mezzo di una Tobin Tax; una maggiore regolamentazione delle imprese

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transnazionali, a partire dalla chiusura dei paradisi fiscali; politiche finalizzate a mitigare il cambiamento climatico, tra cui una carbon tax. L'obiettivo dovrebbe essere quello di regolamentare, limitare e tassare le attività globali dannose, e al contempo finanziare le attività globali virtuose, tra cui la stabilizzazione dell'euro, la promozione dell'occupazione, la trasparenza delle istituzioni, l'investimento nel risparmio energetico e nelle rinnovabili, e le missioni di pace. In altre parole, l'obiettivo della governance globale dovrebbe essere quello di creare una cornice istituzionale che sia in grado di civilizzare la globalizzazione e di far sì che i processi decisionali siano devoluti al livello più basso possibile, rimettendo i cittadini al centro. Questo è il modello di cui dovrebbe dotarsi l'Unione Europea, ma per farlo avrebbe bisogno di istituzioni più visibili e democratiche. Non basta l'anti-europeismo a spiegare il successo dei partiti populisti alle ultime elezioni europee. A questo si aggiunge il sentimento diffuso che le elezioni europee non contino. L'Unione Europea è considerata un'entità astratta e burocratica, in cui il Parlamento Europeo ha poco potere. A peggiorare le cose, poi, c'è il fatto che le votazioni per il Parlamento Europeo vengono fatte su base nazionale. Come fa notare Anna Topalsky, questo vuol dire che i cittadini non possono votare per un partito europeo, ma sono costretti a votare per un partito nazionale. Se si esclude la Germania, negli altri paesi il dibattito sul futuro dell'Unione è stato pressoché nullo. I cittadini non usano le elezioni europee per scegliere il Parlamento che vogliono, ma per protestare contro le politiche nazionali; votare in maniera irresponsabile è considerato accettabile perché nessuno sa realmente cosa sta votando. Ma la verità è che questo non è accettabile, perché alimenta una retorica anti-europea che potrebbe anche portare alla dissoluzione dell'Ue, con conseguenze incalcolabili. Trasformare l'Unione Europea, dunque, richiede innanzitutto un cambio procedurale. Per esempio, si potrebbe basare la cittadinanza sulla residenza piuttosto che sulla nazionalità, emancipando così gli immigrati che vivono in Europa. Invece che avvenire su base nazionale e con partiti nazionali, le elezioni dovrebbe avvenire su base transnazionale e con partiti transeuropei. Le elezioni europee, poi, dovrebbe avere luogo in una data diversa dalle elezioni locali e nazionali, in maniera da concentrare

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l'attenzione sulle questioni europee. E sarebbe auspicabile permettere alla gente di eleggere un presidente europeo, al fine di identificare l'Unione con una persona piuttosto che con l'apparato burocratico. Ma queste riforme procedurali avranno senso solo se saranno accompagnate da una maggiore democratizzazione del processo decisionale a tutti i livelli. Per concludere, due parole sul mio paese, il Regno Unito. In queste ore, molti commentatori stanno facendo appello ai leader degli altri partiti politici perché colgano la sfida lanciata dall'Ukip, che è arrivato primo alle elezioni europe, e perché prendano sul serio l'euroscetticismo e le preoccupazioni dei cittadini nei confronti dell'immigrazione. Questo è esattamente quello che non dovrebbero fare. Sdoganare queste posizioni alimenta il populismo e ci impedisce di affrontare il nodo della questione democratica. Finora i laburisti di Ed Miliband hanno resistito a queste pressioni, mantenendo l'attenzione sui problemi reali: il mercato immobiliare, i prezzi energetici, il servizio sanitario nazionale e il costo della vita. Resistere a queste pressioni è più di una semplice strategia elettorale; è una strategia per evitare di scivolare in una spirale nazionalista da incubo.

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Le elezioni europee del Maggio 2014: una nuova tappa verso l’implosione del progetto europeo Fonte: PdCI 9 giugno 2014 Di Samir Amin e un commento di Francesco Maringiò.

1. La costruzione europea è stata concepita e messa in campo fin dall’inizio per garantire la tenuta di un regime di liberalismo economico assoluto. Il trattato di Maastricht (1992) rinforzava ulteriormente questa scelta fondamentale ed impediva qualsiasi altra prospettiva alternativa. Infatti Giscard d‘Estaign diceva: “ il socialismo è ormai illegale”. Questa costruzione è quindi per sua natura antidemocratica ed annulla il potere dei parlamenti nazionali eletti, le cui decisioni devono essere conformi alle direttive del potere sovrannazionale definito dalla pseudo-costituzione europea. Il “deficit di democrazia” delle istituzioni di Bruxelles, attraverso le quali opera la dittatura neoliberale, è stato e continua ad essere coscientemente voluto. I fondatori del progetto europeo, Jean Monnet e gli altri, non amavano la democrazia elettorale e si ponevano come obiettivo di ridurne il “pericolo”, quello di impegnare una nazione al di fuori del sentiero tracciato dalla dittatura della proprietà e del capitale. Con la formazione di quello che io chiamo il capitalismo dei monopoli generalizzati, finanziari e mondializzati, a partire dal 1975, l’Unione Europea è diventata lo strumento del potere economico assoluto di questi monopoli, creando le condizioni che gli permettendo di completarne l’efficacia, con l’esercizio parallelo del loro potere politico assoluto. Il contrasto destra conservatrice/sinistra progressista, che costituiva l’essenza della democrazia elettorale matura è, di fatto, annullato a beneficio di una ideologia di pseudo “consenso”. Questo consenso si fa forte del riconoscimento da parte dell’opinione pubblica europea del fatto che le libertà individuali ed i diritti dell’uomo sono garantiti, almeno nella maggiorità degli stati europei, ad eccezione di quelli dell’Europa orientale, meglio che altrove nel mondo. Questo è vero grazie ai popoli coinvolti. Ciò nonostante la doppia dittatura economica e politica dei monopoli generalizzati annulla la portata di queste libertà, private della loro capacità di condurre un progetto di società che trasgredirebbe i limiti imposti dalla logica esclusiva dell’accumulazione del capitale. Del resto l’unità europea è stata propagandata asserendo che avrebbe dato vita ad una potenza economica uguale a quella degli Stati Uniti e da essa autonoma. Invece la Costituzione europea associava l’adesione di un Paese all’UE a quella alla Nato, come alleato subalterno agli Stati Uniti. Il nuovo

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progetto di integrazione economica atlantica dovrebbe fugare tutti i dubbi residui: il mercato europeo sarà alle dipendenze del più forte: gli Stati Uniti. Altro che indipendenza dell’Europa! 2. Ma il regime economico liberale assoluto, imposto dalla Costituzione europea, non è attuabile. La sua unica ragion d’essere è quella di permettere la concentrazione crescente della ricchezza e del potere, a beneficio dell’oligarchia e dei suoi beneficiari, a prezzo di un’austerità permanentemente imposta alle classi subalterne, alla regressione delle conquiste sociali, ed al proseguo della stagnazione economica. La spirale infernale dell’austerità produce in tutta Europa la crescita permanente di deficit e debito (e non la loro riduzione, come sostiene la teoria economica convenzionale, che non ha alcun fondamento scientifico). Le eccezioni (come Germania) non esisterebbero se gli altri paesi non fossero loro a subirne gli effetti. L’argomento avanzato – “bisogna fare come la Germania” – non è ammissibile: per sua stessa natura il modello non può essere generalizzato. In ogni caso il potere assoluto esercitato dai monopoli e dall’oligarchia dei loro servitori non permette di metterlo in questione. Questo potere assoluto è determinato a difendere fino alla fine e con tutti i mezzi i propri privilegi e quelli delle oligarchie, le sole beneficiarie della concentrazione senza limite della ricchezza. 3. Le elezioni europee del maggio 2014 rendono evidente il rigetto della maggioranza dei cittadini di “questa Europa” (ma non sono necessariamente coscienti del fatto che possa esistere “un’altra Europa”). Con più della metà d’astensionismo del corpo elettorale (più del 70% d’astensione nell’Est europeo), il 20% dei voti in favore dei partiti di estrema destra che si dichiarano “anti-europeisti” (le così dette liste “euroscettiche” in testa in Gran Bretagna e in Francia), il 6% in favore dei partiti della sinistra radicale critici di Bruxelles, si rende obbligatoria questa conclusione. Certo, per converso, la maggioranza di quelli che hanno partecipato al voto fanno sempre riferimento a un progetto europeo, per le ragioni che abbiamo prima esposto (“l’Europa garante delle libertà e dei diritti”) o perché pensano ancora, ingenuamente, che un’”Altra Europa” (dei popoli, dei lavoratori, delle nazioni) sia possibile. Ma la costruzione europea – ben strutturata e solida – è stata concepita per escludere ogni sua possibile riforma. Il voto di protesta alle formazioni di estrema destra porta in sé pericoli che non possono essere sottovalutati. Come tutti i movimenti fascisti del passato, questi non muovono mai una critica contro il potere esorbitante dei monopoli. La loro retorica sulla “difesa della nazione” è ingannevole: l’obiettivo perseguito è, oltre all’esercizio del

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potere nei differenti paesi dell’Unione, lo scivolamento dell’UE dal suo governo di natura social-liberale ad uno gestito dalle forze di destra radicale. Il dibattito sull’origine vera dell’arretramento sociale (causato dal potere dei monopoli) viene stravolto in favore di altri temi (in particolare quello dell’immigrazione). Ma se si è verificato questo successo preoccupante dell’estrema destra “anti-europea”, è per colpa della sinistra radicale (a sinistra dei partiti socialdemocratici). Per la sua mancanza di audacia nella critica all’Unione europea, per l’ambiguità delle sue proposte, che alimentano l’illusione di “riforme possibili”, questa sinistra radicale non è riuscita a far sentire la propria voce. 4. Nel capitolo intitolato “L’implosione programmata del sistema europeo” (in 1. L’implosion du capitalisme contemporain, 2012) tratteggio le linee generali della destrutturazione programmata dell’Unione Europea. Si avrà quindi una piccola Europa tedesca (la Germania, ingrandita con le sue semicolonie dell’Europa orientale, che arriva forse fino all’Ucraina), la Scandinavia e i Paesi Bassi attaccati a questa nuova zona marco/euro; la Francia, avendo deciso la sua adesione “vichysta” all’Europa tedesca (è la scelta delle forze dominanti a Parigi), ma forse tentata più avanti da un nuovo “gollismo”; la Gran Bretagna che prende le sue distanze e afferma ancora e prima di tutto il suo atlantismo diretto da Washington; la Russia isolata; l’Italia e la Spagna esitanti tra la sottomissione a Berlino e il riavvicinamento a Londra. Avevo descritto uno scenario da Europa degli anni ‘30. Ci stiamo arrivando. di Samir Amin, traduzione dal francese a cura di Lorenzo Battisti Sinistra e comunisti. L’unità necessaria per resistere, innovare e vincere 1. Trovo molto convincente l’analisi del voto europeo fatta da Samir Amin il quale, sostanzialmente, mette in evidenza come questo passaggio abbia reso evidente l’ostilità a “questa” Europa da parte della maggioranza dei cittadini dell’Unione. Ciò è riscontrabile non solo nel voto dato alle così dette formazioni euroscettiche, quanto soprattutto tenendo conto dell’altissimo livello di astensione (il più alto di sempre, con punte all’Est del 70%). Ma la distanza da “questa” Europa non si traduce necessariamente nella consapevolezza della necessità di “un’altra” Europa. Le stesse forze della sinistra radicale (pur in un contesto di crescita, che va valorizzato) non raccolgono un consenso così amplio come potrebbero, proprio per quella «mancanza di audaca – scrive S. Amin – nella critica all’UE e per l’ambiguità nella proposta politica che contribuisce all’illusione della “riformabilità” del

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sistema». Ovviamente questo sguardo d’insieme deve essere modulato ed affinato per ciascun paese e forza politica, eppure si rivela estremamente utile per la disamina del contesto italiano. 2. Le vicende che hanno portato alla costruzione della Lista Tsipras e del suo risultato elettorale sono note ai più. Inclusa la primogenitura della stessa, sia dal punto di vista politico che nella costruzione della lista. I limiti che intravedo nel progetto sono molto profondi e tuttavia ho condiviso pienamente la scelta del Partito dei Comunisti Italiani di praticare una propria campagna elettorale autonoma sui contenuti politici e programmatici, invitando gli elementi più avanzati della Lista stessa a confrontarsi con la nostra piattaforma. Ancora una volta, autonomia ed unità, sono il binomio che orienta la nostra azione. Allo stato delle cose archivierei la polemica sulla esclusione dei candidati del PdCI dalla Lista stessa, invitando però tutti quanti ad un’approfondita riflessione sul perché di quella esclusione (che, è bene non tacere, è stata possibile solo grazie alla complicità di diversi soggetti). Mi preme però fare solo una piccola osservazione: non è la prima volta che, un fatto del genere, accade. Già nel 2008, quando si presentò alle elezioni la lista unitaria “La Sinistra L’Arcobaleno”, si registrò un fatto analogo. I dominus della lista imposero un contrassegno elettorale (per la prima volta dal dopoguerra) senza il simbolo storico dei comunisti ed imposero questa scelta anche il PdCI, pena la sua esclusione dalla lista. Cosa, questa, riservata ad una minoranza interna del Prc che aveva promosso una battaglia politica in nome dell’autonomia comunista ed un appello per l’inserimento della Falce e Martello nel contrassegno elettorale. Non traggo alcuna conclusione definitiva, ma mi sia permesso un rilievo statistico: ogni qualvolta alle elezioni si presenta una coalizione elettorale che, per sua stessa ammissione, è il prodromo della costruzione di “un nuovo soggetto unitario della sinistra” i comunisti che pretendono di conservare la propria autonomia strategica e la propria organizzazione, vengono estromessi dalle liste elettorali. È accaduto con la Sinistra Arcobaleno (di questo “nuovo” partito erano state addirittura stampate le tessere in piena campagna elettorale) e si è ripetuto con la Lista Tsipras, viatico per la costruzione della “Syriza italiana”. 3. Ma le osservazioni di Samir Amin, prima richiamate, ci possono essere utili soprattutto per decodificare il dibattito che sta spaccando la Lista Tsipras (e, di riflesso i partiti coinvolti: Prc e Sel), attorno alla vicenda dell’accettazione da parte di Barbara Spinelli del seggio di Bruxelles. Qui il tema non è, come

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analmente appare, di natura morale, in riferimento alla credibilità o meno delle affermazioni della “garante” della lista. Il tema è tutto politico ed attiene alla natura vera della Lista (e, almeno in parte, dei suoi mentori greci). L’appello di Alexis Tsipras affinché la Spinelli accetti di essere eletta è parte integrante di una strategia che punta, in accordo con il Partito Socialista Europeo, a farla diventare vicepresidente del Parlamento. A fronte della possibilità per il Gue/Ngl e la sinistra all’europarlamento di eleggere un proprio rappresentate come vicepresidente dell’assemblea, non sarebbe forse meglio individuare una figura espressione delle lotte sociali che in questi anni si sono opposti alle politiche di austerity e all’Ue? Questa operazione disvela perfettamente la natura ambigua della Lista ed il suo profilo federalista e di compatibilità sistemica con l’Ue e mette in mostra il terreno vero sul quale si muove la lista (in Italia) e Syriza (in Grecia). Del resto lo stesso Tsipras ha molto sponsorizzato questo legame con la Spinelli e gli altri, essenzialmente -questa la mia valutazione- per l’esigenza di accreditarsi presso alcuni settori dell’establishment internazionale, come viatico per la sua elezione a premier in Grecia (non è un mistero, per fare solo un esempio, che Spinelli -padre e figlia- abbiamo più volte preso parte alle riunioni del Bilderberg Club). Ed è inutile che qui mi attardi a spiegare le preoccupazioni sulla natura strategica di questa operazione che rischia di polarizzare -ed in prospettiva spaccare- il Gue/Ngl. La linea di Sel di stare «nella terra di mezzo, con Tsipras ma non contro Schulz» ricorda paurosamente il PCI post 18º Congresso che rompe il gruppo comunista europeo per formare la Sinistra Unitaria Europea, a metà strada col PSE. In questo quadro, la sottoscrizione da parte di alcuni candidati della Lista Tsipras -che qui vorrei ringraziare- del documento presentato dal Pdci, acquisisce una valenza e mostra un’articolazione di posizioni che è molto importante. 4. Dopo decenni di diaspora e scomposizione sociale e politica è illusorio pensare che processi unitari possano nascere e giungere a maturazione in poco tempo. Ed è ancora più illusorio pensare che si inverta la rotta senza un progetto generale di radicamento sociale di massa, un’inchiesta approfondita sui cambiamenti strutturali della composizione di classe di questo paese ed una strategia che unifichi le analisi e le pratiche di lotta e che contribuisca alla crescita di coscienza e mobilitazione delle nuove generazioni affinché, nell’impegno e nelle battaglie politiche, sociali e culturali, possano riscoprire l’entusiasmo e la forza di lottare per cambiare la loro vita ed il loro futuro. Pertanto, qualsiasi esperimento elettorale dia visibilità a contenuti avanzati ed

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entusiasmo è importante, ma affatto risolutivo dell’enorme lavoro che abbiamo davanti. Io credo che, nell’intreccio tra la necessità della ricostruzione di un fronte della sinistra sociale e politico di classe e la ricostruzione di un partito comunista (unificato e rigenerato nelle idee, nelle pratiche e nel lavoro politico) ci sia bisogno di uno scarto innovativo. Non basta, cioè, proporre l’unità sic et simpliciter. Senza un’alzata d’ingegno ed uno scarto innovativo, rischiamo di riprodurre parte della discussione che abbiamo già fatto negli ultimi anni, senza avanzare concretamente sul terreno dell’unità. Mi auguro pertanto che sin dalle prossime settimane nascano luoghi di confronto ed elaborazione collettiva e trasversale (dei comunisti e della sinistra). Sin da subito, però, mi preme sgomberare il campo da un grosso equivoco: non si salvaguarda l’autonomia dei comunisti se, nel dibattito sull’unità a sinistra, si formulano soluzioni organizzativistiche di tipo fusionista o partitario. In questo, la proposta della costruzione della “Syriza italiana” è emblematica del problema. Chi propone queste soluzioni mette in conto la perdita di autonomia organizzativa, politica ed ideologica dei comunisti. Né può esistere un processo “a due tempi”: prima l’unità della sinistra e poi (forse) quella dei comunisti. Unità della sinistra ed unità dei comunisti sono due processi indispensabili, complementari ma distinti. Chi cerca di confondere i piani o di anteporre il tema dell’unità della sinistra a quello della ricostruzione del Partito comunista, in realtà, persegue un disegno di diluizione e scioglimento delle forze in un calderone, per di più ideologicamente confuso ed eterogeneo, utile forse per qualche appuntamento elettorale ma totalmente incapace di rispondere a nessuna delle sfide che abbiamo davanti. Francesco Maringiò

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Terremoto elettorale Fonte: Micro Mega 28/05/2014 Di: Alfonso Gianni

Questa volta, ed è già un elemento di sensibile novità, una valutazione sugli esiti del voto richiederebbe tempi e percorsi più meditati. Non è un caso che tutti i sondaggi abbiano fallito e di molto le previsioni, particolarmente in Italia, ma non solo. Un segnale del fatto che i tradizionali sensori fin qui usati non sono stati in grado di cogliere i sommovimenti in atto. Né si può francamente credere che tutti i cambiamenti siano maturati solo negli ultimi giorni, con il cosiddetto voto last minute. Le ragioni di questa complessità sono diverse. Anzitutto si tratta di valutare il significato del voto sul terreno europeo. Tanto più che per la prima volta da quando si vota per nominare il parlamento di Strasburgo, cioè dal 1979 in poi, non si è avuto un calo dei partecipanti, attestatisi sul 43%, media che differisce di un solo decimale rispetto a cinque anni fa. L’altra ragione deriva dal risultato eccezionale verificatosi nel caso italiano, dove il calo dei votanti è stato invece marcato, il 7.7% in meno rispetto al 2009, che solo un’analisi puntuale dei flussi elettorali può permettere di esaminare in profondità. Infine in Italia si è votato anche per il rinnovo di importanti consigli regionali e comunali, sulla base di una offerta politica che non corrispondeva in tutto e per tutto a quella presente nelle elezioni europee. Ma fatte queste necessarie premesse, si possono evidenziare alcune tendenze in atto nell’elettorato europeo e italiano. Per quanto riguarda il primo, l’esito del voto non conferma la temuta ondata degli antieuropeisti. Senza dubbio la destra si rafforza. Il risultato senza precedenti del partito di Martine Le Pen sta lì a dimostrarlo, come pure l’avanzata dell’Ukip di Nigel Farage in Inghilterra, cui vanno aggiunte formazioni minori di chiara marca fascista, razzista e persino neonazista. Ma l’insieme di queste tendenze non è tale di rimettere in discussione l’Europa in quanto tale.

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Certamente, proprio in virtù del voto francese viene meno il duopolio FranciaGermania su cui si è basata l’intera costruzione della Ue da Maastricht in poi. La Merkel non subisce tracolli in patria, ma appare più sola nel contesto europeo. Allo stesso tempo l’esito del voto tedesco spinge verso la prospettiva delle larghe intese in quel di Berlino, con buona pace di chi riponeva nel socialdemocratico Schulz speranze per una politica diversa in patria e in Europa. Ha solo parzialmente ragione Ulrich Beck quando sostiene che la politica dell’austerità è stata messa seriamente in discussione in queste elezioni, ma che ne esca totalmente sconfitta è una esagerazione che non corrisponde purtroppo ancora alla realtà. Un ripensamento non si vede. Quindi quella politica verrà riproposta dalla Germania, soprattutto nei termini della cosiddetta “precarietà espansiva”, ovvero dalla richiesta, cui il governo di Renzi si è subito piegato con il decreto Poletti, di una totale liberalizzazione nei rapporti di lavoro. Nello stesso tempo le nuove decisioni attese per i primi di giugno da parte della Bce, quali una nuova discesa dei tassi e l’introduzione dei tassi negativi per i capitali posteggiati presso la banca centrale, daranno forse qualche fiato a un’economia altrimenti condannata alla deflazione e alla recessione. Ma non serviranno per risolvere il problema principale: la crescente disoccupazione, in particolare giovanile, che affligge il vecchio continente. Quello che invece è vero è che, anche nel parlamento europeo, si è rafforzata l’area di un europeismo critico, di chi vuole un’Europa unita e solidale e per questo è contro le attuali politiche e i trattati che le implementano, a cominciare dal fiscal compact. L’incremento degli eletti che con Tsipras siederanno nel gruppo Gue, e soprattutto il primato di Syriza in Grecia, sono lì a dimostrarlo. Per quanto riguarda il nostro paese il dato più rilevante è rappresentato dal successo del Pd e dalla contemporanea sconfitta di Grillo. Dato confermato nelle elezioni amministrative. Questo elemento non era stato previsto da alcuno in tali proporzioni. Da qui la grande sorpresa. La tradizionale tendenza a non premiare i partiti al governo – specialmente quando la posta in gioco non è immediatamente la continuità o la rottura della coalizione governante – da noi si è risolta nell’esatto contrario. Malgrado che delle riforme promesse non se ne sia vista una; che il decreto Poletti

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condanni i giovani a una vita di precariato e contraddica persino le norme della Ue; che la riforma elettorale concordata con Berlusconi nel patto segreto del Nazareno, l’Italicum, faccia persino rimpiangere la famosa “legge truffa” del ’53, dove almeno il premio di maggioranza veniva dato a chi effettivamente se la fosse conquistata sul campo; malgrado che Renzi abbia sparso solo promesse delle quali non vi è un solo riscontro se non in negativo; malgrado tutto questo il suo partito viene premiato con un balzo di oltre il 29% rispetto al 2013 e con una più equilibrata distribuzione geografica dei consensi. Il grosso di questi voti proviene dall’assorbimento dell’elettorato di Scelta civica di Monti e dal Movimento5stelle, ma molti provengono anche dall’area dell’ex PdL e dagli altri partiti del centrosinistra. Il Pd, qui è la chiave del suo successo, si dimostra un partito piglia-tutto, come scrivevano i sociologi anni addietro, capace di cannibalizzare voti in più strati sociali e da più parti politiche, sulla base di una posizione politica del tutto moderata, sostanzialmente in linea con quella delle attuali elites europee e che con la sinistra non ha più nulla da spartire, non solo nel nome ma nella sostanza. Una linea socialiberista, liberista nella sostanza, temperata con qualche sensibilità (vedi gli 80 euro in busta paga, anche se in realtà sono meno e pagati con una cara spending review ). Un partito-governo, che trae vantaggio dalla sua identificazione con il mito e la pratica della governabilità. Il M5Stelle ha perduto soprattutto nei confronti dell’astensione. Dei tre milioni di voti che l’hanno abbandonato più di 2 e mezzo hanno incrementato le file del non voto. Ma il suo svenamento nei confronti del Pd è stato anch’esso notevole. Grillo perde nei confronti dell’interclassismo renziano e delle sue logiche di potere e allo stesso tempo non rappresenta a sufficienza la rabbia e l’antistituzionalismo crescenti nel nostro paese, quali reazione ad una crisi che oltre che economica è di valori e di civiltà. Chi aveva puntano sull’esistenza di un neobipolarismo, incentrato sul duopolio Renzi-Grillo, come ad esempio Lucia Annunziata o Ilvo Diamanti, per fare degli esempi noti, è rimasto deluso. Verrebbe da dire che dal bipartitismo imperfetto di cui parlava lo storico Giorgio Galli, basato sul duopolio Dc-Pci (con la conventio ad excludendum di quest’ultimo) si stia passando a un monopartitismo imperfetto, fondato sul Pd e su un sistema di partiti il maggiore dei quali non raggiunge che la metà dei suoi voti.

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In questo quadro è evidente che l’espressione stessa centrosinistra, con o senza trattino, ha perso ogni significato. Almeno per quanto riguarda il governo nazionale. La centralità del Pd sarebbe troppo schiacciante in tutti i casi. Veltroni non ha torto di gongolare, anche se il partito a vocazione maggioritaria che lui aveva pensato, mandando in crisi di fatto il secondo governo Prodi e riaprendo la strada a Berlusconi, si realizza sotto un’altra stella. Per questo è molto elevata la responsabilità che si carica su quel 4,03% che ha permesso alla lista Tsipras di scavallare un quorum assurdamente imposto nelle elezioni europee – in Germania la Corte Costituzionale lo ha cancellato – dalla modifica legislativa intervenuta a ridosso della precedente tornata elettorale del 2009. Questa affermazione fatta di 1.103.203 persone ha invertito la tendenza alla sconfitta, manifestatasi impietosamente nelle precedenti esperienze di Sinistra Arcobaleno e di Rivoluzione Civile. Nello stesso tempo è vero che il numero di voti conquistati non fa la somma delle organizzazioni che hanno dato il loro appoggio alla lista. Ma questo segnala per l’appunto la perdita di consensi di questi micro partiti e invece la scelta vincente di dare vita a una lista di cittadinanza, sostenuta da comitati territoriali. Interrompere questa esperienza sarebbe un suicidio. Lo sarebbe anche per la democrazia italiana che vedrebbe ulteriormente ristretta le possibilità di espressione e rappresentanza politica, aprendo a nuove derive neoautoritarie. Se c’è una speranza che la sinistra di alternativa faccia in Italia passi in avanti come sta avvenendo nel resto dell’Europa, Grecia in primis, questa risiede tutta nel fatto che il voto del 25 maggio abbia la forza di aprire una vera fase costituente, sorretta da un’adeguata produzione culturale e da una prassi conseguente nei movimenti, non ristretta all’esistente o a circoli intellettuali. Tutte e tutti vi possono e vi devono concorrere, senza abiure e scioglimenti formali, ma con quello spirito aperto e umile di chi cerca assieme strade nuove. (Alfonso Gianni è direttore della Fondazione Cercare Ancora)

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Sulla parata militare del 2 Giugno Lelio Basso: per la soppressione della parata militare del 2 giugno (1976) Fonte: Sandwiches di realtà 02/06/2014

Un padre della Costituzione e della Repubblica nel 1976 spiegava perché andrebbe soppressa la parata del 2 giugno. Sono personalmente grato al ministro Forlani per avere deciso la sospensione della parata militare del 2 giugno, e naturalmente mi auguro che la sospensione diventi una soppressione. Non avevo mai capito, infatti, perché si dovesse celebrare la festa nazionale del 2 giugno con una parata militare. Che lo si facesse per la festa nazionale del 4 novembre aveva ancora un senso: il 4 novembre era la data di una battaglia che aveva chiuso vittoriosamente la prima guerra mondiale. Ma il 2 giugno fu una vittoria politica, la vittoria della coscienza civile e democratica del popolo sulle forze monarchiche e sui loro alleati: il clericalismo, il fascismo, la classe privilegiata. Perché avrebbe dovuto il popolo riconoscersi in quella sfilata di uomini armati e di mezzi militari che non avevano nulla di popolare e costituivano anzi un corpo separato, in netta contrapposizione con lo spirito della democrazia? C’era in quella parata una sopravvivenza del passato, il segno di una classe dirigente che aveva accettato a malincuore il responso popolare del 2 giugno e cercava di nasconderne il significato di rottura con il passato, cercava anzi di ristabilire a tutti i costi la continuità con questo passato. Certo, non si era potuto dopo il 2 giugno riprendere la marcia reale come inno nazionale, ma si era comunque cercato nel passato l’inno nazionale di una repubblica che avrebbe dovuto essere tutta tesa verso l’avvenire, avrebbe dovuto essere l’annuncio di un nuovo giorno, di una nuova era della storia nazionale. Io non ho naturalmente nulla contro l’inno di Mameli, che esalta i sentimenti patriottici del Risorgimento, ma mi si riconoscerà che, essendo nato un secolo prima, in circostanze del tutto diverse, non aveva e non poteva avere nulla che esprimesse lo spirito di profondo rinnovamento democratico che animava il popolo italiano e che aveva dato vita alla Repubblica.

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La Costituzione repubblicana, figlia precisamente del 2 giugno, aveva scritto nell’articolo primo che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Una repubblica in primo luogo. E invece quel tentativo di rinverdire glorie militari che sarebbe difficile trovare nel passato, quel risuonare di armi sulle strade di Roma che avevano appena cessato di essere imperiali, quell’omaggio reso dalle autorità civili della repubblica alle forze armate, ci ripiombava in pieno nel clima della monarchia, quando il re era il comandante supremo delle forze armate, “primo maresciallo dell’impero”. Le monarchie, e anche quella italiana, eran nate da un cenno feudale e la loro storia era sempre stata commista alla storia degli eserciti: non a caso i re d’Italia si eran sempre riservati il diritto di scegliere personalmente i ministri militari, anziché lasciarli scegliere, come gli altri, dal presidente del consiglio. Ma che aveva da fare tutto questo con una repubblica che, all’art. 11 della sua costituzione, dichiarava di ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali? Tradizionalmente le forze armate avevano avuto due compiti: uno di conquista verso l’esterno e uno di repressione all’interno, e ambedue sembravano incompatibili con la nuova costituzione repubblicana. Repubblica democratica in secondo luogo. In una democrazia sono le forze armate che devono prestare ossequio alle autorità civili, e, prima ancora, devono, come dice l’art. 52 della costituzione, uniformarsi allo spirito democratico della costituzione. Ma in questa direzione non si è fatto nulla e le forze armate hanno mantenuto lo spirito caratteristico del passato, il carattere autoritario e antidemocratico dei corpi separati, sono rimaste nettamente al di fuori della costituzione. I nostri governanti hanno favorito questa situazione spingendo ai vertici della carriera elementi fascisti, come il gen. De Lorenzo, ex-comandante dei carabinieri, ex-capo dei servizi segreti ed ex-capo di stato maggiore, e, infine, deputato fascista; come l’ammiraglio Birindelli, già assurto a un comando Nato e poi diventato anche lui deputato fascista; come il generale Miceli, ex-capo dei servizi segreti e ora candidato fascista alla Camera. Tutti, evidentemente, traditori del giuramento di fedeltà alla costituzione che bandisce il fascismo, eppure erano costoro, come supreme gerarchie delle forze armate, che avrebbero dovuto incarnare la repubblica agli occhi del popolo, sfilando alla testa delle loro truppe, nel giorno che avrebbe dovuto celebrare la vittoria della repubblica sulla monarchia e sul fascismo. E già che ho nominato De Lorenzo e Miceli, entrambi incriminati per reati gravi, e uno anche finito in prigione, che dire della ormai lunga lista

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di generali che sono stati o sono ospiti delle nostre carceri per reati infamanti? Quale prestigio può avere un esercito che ha questi comandanti? E quale lustro ne deriva a una nazione che li sceglie a proprio simbolo? Infine, non dimentichiamolo, questa repubblica democratica è fondata sul lavoro. Va bene che, nella realtà delle cose, anche quest’articolo della costituzione non ha trovato una vera applicazione. Ma forse proprio per questo non sarebbe più opportuno che lo si esaltasse almeno simbolicamente, che a celebrare la vittoria civile del 2 giugno si chiamassero le forze disarmate del lavoro che sono per definizione forze di pace, forze di progresso, le forze su cui dovrà inevitabilmente fondarsi la ricostruzione di una società e di uno stato che la classe di governo, anche con la complicità di molti comandanti delle forze armate, ha gettato nel precipizio? Vorrei che questo mio invito fosse raccolto da tutte le forze politiche democratiche, proprio come un segno distintivo dell’attaccamento alla democrazia. E vorrei terminare ancora una volta, anche se non sono Catone, con un deinde censeo: censeo che il reato di vilipendio delle forze armate (come tutti i reati di vilipendio) è inammissibile in una repubblica democratica. 2 giugno: una festa senza trombe e uniformi, «Il Messaggero», 1 giu. 1976

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Rassegnàti mai 29  

Il ventinovesimo numero di Rassegnàti mai, la rassegna stampa settimanale della Sezione Rino Nanni PdCI BO

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