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Rassegnàti mai raccolta settimanale di informazioni di stampa della Sezione Rino Nanni Partito dei Comunisti Italiani Bologna Territorio Reno Bazzanese (Casalecchio di Reno,

Sasso Marconi, Zola Predosa, Monte San Pietro, Valsamoggia)

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Numero 28, Giovedì 29 Maggio- Lunedì Giugno 2014

INDICE ARGOMENTI: Note d’informazione politica e istituzionale

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Lavoro

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Scuola

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Il Governo Renzi

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Europa

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A cura del gruppo di lavoro Comunicazione Politica e Istituzionale

Nello Orivoli: 3471398555.

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Note settimanali d’informazione politica e Istituzionale A tutte/i in indirizzo, Vi informo che l’uscita di questa rassegna della nostra sezione porta la data mercoledì 28 per la necessità di aggiornamenti legati ai risultati delle elezioni europee e delle amministrative nei nostri principali punti di riferimento territoriale. Naturalmente non dimentichiamo da comunisti l’emergenza lavoro e i momenti di lotta connessi, per cui invito a leggere come prima informazione il comunicato stampa della nostra Federazione Provinciale, di adesione allo sciopero dei lavoratori della Bredamenarinibus.

omunicato stampa 27 maggio 2014 I Comunisti Italiani di Bologna aderiscono allo sciopero che domani 28 maggio effettueranno i lavoratori della Bredamenarinibus con relativa manifestazione a Roma. Solo 4 mesi fa si era conclusa la cassa integrazione straordinaria ma l’azienda ha nuovamente comunicato di sospendere l’attività per dieci settimane. La Fiom ha accusato la Dirigenza della Breda di incapacità, e di non riuscire ad “aggredire quel po’ di mercato di c’è”. Per gli operai della BMB e per il sindacato non c’è dubbio. La nuova richiesta di cassa integrazione è il frutto “mancanza di una politica per lo sviluppo” di chi governa il paese da almeno 20 anni”. Bisogna tener presente che gli autobus che girano in Italia, più vecchi di 4 anni rispetto alla media europea, espongono il nostro paese al rischio di sanzioni da parte dell’Unione Europea per 1.700.000.000 euro. Inoltre l’Italia rappresenta solo l’1% degli addetti del settore a livello europeo. La manifestazione di domani servirà a chiedere il finanziamento adeguato del fondo per il trasporto pubblico locale e la costruzione di un “polo pubblico nazionale per la progettazione di mezzi di trasporto pubblici su ferro e gomma.

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Bredamenarinibus fa parte del gruppo Finmeccanica che è una controllata del Governo attraverso il ministero dello Sviluppo Economico di cui è Ministro la Guidi, figlia del Guidi di Ducati energia. L’anno scorso c’erano state voci di cessione dell’azienda che non era ritenuta più strategica da Finmeccanica e guarda caso una delle Società interessate all’acquisto è proprio la Ducati Energia. IL RESPONSABILE LAVORO DEI COMUNISTI ITALIAN - BOLOGNA

Sulle elezioni europee invito a leggere nella parte articoli quelli dedicati in specifico all’argomento e, a caldo, ritengo che le legittime preoccupazioni per il pericoloso voto francese di destra vengano seguite da una riflessione sulle cause da ricercarsi in una presunta sinistra che non ha saputo realizzare le speranze di chi l’aveva votata. E’ stato così creato un clima politico-sociale su cui hanno approfittato nazionalismo e populismo, fenomeni già presenti in altre parti d’Europa. Nel caso italiano il gruppo dirigente del Partito Democratico con il sostegno della maggior parte dei media nostrani fanno apparire il risultato (comunque da non sottovalutare) raggiunto dal PD come una brillante vittoria in controtendenza positiva. In realtà il Pd ha preso voti che in parte erano stati del Movimento 5 Stelle, ma in misura assai più larga di molti ex elettori di Forza Italia alla ricerca di un nuovo leader e aperti agli orientamenti liberisti e di austerity del governo Renzi. Penso che una volta trscorso il momento di euforia il PD dovrà fare i conti con la propria base e con i lavoratori e soggetti sociali che rifiutano le politiche governative. In questo contesto ritengo positivo che la lista L’Altra Europa sia riuscta a entrare nel parlamento europeo esprimendo un’alternativa di vera sinistra e, al di là di noti problemi non del tutto risolti, è positiva la scelta di aderire al gruppo parlamentare GUE, perché esso è composto da progressisti, ambientalisti e comunisti, che si pongono a sinistra dei Socialisti & Democratici europei. A questo punto, passo alle informzioni sulle elezioni amministrative nel nostro territorio ribadendo la netta distinzione tra le scelte nazionali e quelle locali nelle quali le situazioni variano luogo per luogo. Riportiamo le situazioni di coalizione di Centrosinistra di Casalecchio, Zola Predosa e Sasso Marconi, dove la nostra sezione è più presente.

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Salutiamo positivamente l’elezione dei tre sindaci (Bosso, Fiorini e Mazzetti) di cui abbiamo sostenuto l’elezione. La lista Sinistra e Ambiente (SEL + PDCI) di Casalecchio ha avuto 601 voti (più del 3 %), nessun seggio per pochi voti) a Zola la nostra lista PDCI ha riportato 110 voti (1%, nessun seggio), a Sasso Marconi (il comune è al di sotto di 15000 abitanti) all’interno della coalizione è stato eletto consigliere comunale il nostro compagno Federico Feliziani a cui auguriamo un buon lavoro da comunista nell’istituzione locale. Nei prossimi giorni i sindaci eletti presenteranno la composizione delle giunte locali. Auspichiamo che a Casalecchio e a Zola venga tenuto conto dell’esperienza e del contributo politico realizzato anche da appartenenti al nostro partito. Ringrazio le elettrìci e gli elettori che all’interno del voto di coalizione hanno hanno mostrato particolare fiducia nella nostra presenza specifica. Cordiali saluti Il Responsabile organizzazione della Sezione Rino Nanni PdCI BO Nello Orivoli

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Lavoro Chi paga gli 80 euro? Quelli che li ricevono Fonte: Il Manifesto 22/05/2014 Di: Alberto Burgio

Molte cose si possono dire sugli 80 euro in busta-paga ai quali le forze di governo affidano le proprie sorti elettorali. Cose giuste e anche cose sbagliate. 80 euro in più al mese non sono – com’è stato detto – una disprezzabile elemosina per l’esercito di lavoratori poveri che non vede nemmeno da lontano un salario pur precario di 5 o 600 euro. Figuriamoci che cosa sarebbero e quali concretissimi problemi risolverebbero per chi ne mette insieme a stento la metà. Ma chi vanno questi soldi e quanti sono veramente? Sembra che ne beneficeranno lavoratori dipendenti e “co.co.co.” con un reddito lordo annuo sino a 26mila euro. Ma non i pensionati. Non gli autonomi (i nababbi delle partite Iva). Non i cosiddetti incapienti (chi in un anno guadagna meno di 8mila euro). Non chi non ha sostegno al reddito. Come dire: aiutiamo i poveri sì, ma con moderazione. Chi esagera non merita che gli si dia una mano. Quanto all’ammontare, qualcuno effettivamente vedrà gli 80 euro. Per tanti saranno invece molto meno perché il bonus è parametrato sullo stipendio e sul numero dei giorni lavorati. Com’è giusto. Un fannullone che non lavora tutto l’anno ma, poniamo, un giorno su tre, prenderà un terzo del bonus, 27 euro. Così impara. Per chi, come tanti insegnanti medi per esempio, o molti operai, guadagna 1400 euro al mese, il bonus sarà di 60 euro. In compenso, chi lavora da tempo ed è arrivato alla cifra iperbolica di 1800 euro, non solo non avrà niente ma anzi ci rimetterà qualcosa. Si chiama solidarietà. O forse guerra tra poveri. Sta di fatto che il bonus in media (quella del famoso pollo) sarà all’incirca di 50 euro. Anche se non è di moda dirlo. E c’è da scommettere che chi di dovere ha ben considerato che si voterà prima che arrivino le nuove buste-paga. Ma la questione è soprattutto politica. E morale. E culturale. Se si danno questi soldi è perché c’è un problema. Anzi due. C’è la stagnazione, che va contrastata aumentando il reddito, esattamente il contrario di quanto sinora tutti i «governi del presidente» hanno fatto, con la scusa

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dell’Europa. E c’è la povertà diffusa e crescente. Che mette sotto accusa il sistema economico-sociale e che richiederebbe quindi risposte organiche, non misure estemporanee. Le quali sarebbero comunque benvenute – intendiamoci – qualora si inserissero in un quadro di interventi strutturali. Senonché di questi non vi è traccia. Anzi, sono evitati come il fumo negli occhi. Da questo punto di vista è vero, si tratta proprio di un’elemosina. Non è il riconoscimento di un diritto, ma una graziosa regalia. Un intervento compassionevole, come amava dire il presidente Bush. Degno dello Stato sociale del vecchio Bismarck. O, per stare alle proporzioni, del buon Tremonti della “Carta acquisti”. Del resto, la logica è smaccatamente elettoralistica, berlusconiana più che democristiana. Bisogna che la gente impari la lezione: dobbiamo tutto proprio a Lui, al nuovo salvatore. Che, pur di «cambiare il paese», non esita a scontrarsi con istituzioni e sindacati, covi di parassiti e di conservatori. Lui, a sua volta, non fa mistero di considerarsi l’incarnazione del nuovo che avanza. Indomito, lotta contro tutti. Mentre la stampa gli suona la grancassa. Mentre la sua parte politica gli spolvera la giacca. E questo sarebbe il Partito democratico, l’erede legittimo dei Costituenti. I quali, se vedessero, si rivolterebbero nelle loro tombe. Nondimeno si potrebbe dire: meglio un aiuto a pochi che a nessuno; meglio pochi spiccioli che niente; meglio il demagogo che redistribuisce del politico sobrio che lascia a bocca asciutta. Chi si lamenta «rosica». Mena il can per l’aia perché non vuole riconoscere che il governo ha invertito la tendenza al rigore e alla recessione, imboccando risolutamente la strada delle politiche espansive. Ammettiamo che sia così: che demagogia e democrazia siano sorelle, che il cittadino vesta senza imbarazzo i panni del suddito cliente. Resta comunque il problema dei problemi, quello delle coperture. Intorno al quale non per caso è divampata più aspra la polemica con i critici del provvedimento. Quest’anno il bonus costerà tra i 5 e i 7 miliardi (circa 9 a regime). Da dove prenderà il governo questi soldi? Perché su una cosa non si può discutere: perché si tratti di una misura espansiva, bisogna che essa redistribuisca, e redistribuire significa prendere da una parte e dare a un’altra. Qui l’asino – senza allusioni – inciampa e casca rovinosamente. Non occorre un master in economia per capire che, per come stanno le cose oggi in Italia, c’è un solo modo per risolvere il problema in chiave redistributiva: variare i saldi della fiscalità generale affondando il bisturi nella cancrena

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dell’evasione fiscale. Quindi, nell’immediato, colpire i grandi patrimoni, che ne sono indiscutibilmente frutto. In un’Europa oligarchica e iniqua l’Italia vanta, è noto, molti record. La corruzione, la mafia, l’analfabetismo di ritorno. L’immobilità sociale, i bassi salari, l’economia sommersa. La disoccupazione giovanile e femminile, la caduta degli investimenti pubblici in formazione e privati in ricerca. Ma l’evasione segna il record dei record, un crimine che imperversa da trent’anni e che si porta con sé la vergogna di un paese in cui il 10% delle famiglie possiede quasi la metà della ricchezza nazionale. Stando all’Agenzia delle entrate, siamo ormai oltre i 270 miliardi, un quinto del Pil. Quanti bonus potrebbe distribuire il governo se decidesse di pescare in questo mare? Se, così facendo, spezzasse finalmente la trentennale infrangibile continuità tra la destra, il centro e la sedicente sinistra di governo? Invece no. Chi parla di patrimoniale è preso per pazzo: un barbaro che non capisce in che mondo stiamo. All’evasione si fa qualche riferimento, giusto per dire che è un problema serio, grave, difficile però da risolvere. D’altronde, come potrebbe il governo muoversi altrimenti, posto che Alfano e Berlusconi sono lì per proteggere i ricchi e che il Pd ne dipende? Ammesso che, potendo, cambierebbe le cose. Ma questo significa, giocoforza, che anche stavolta il governo si servirà dei soliti strumenti. Le privatizzazioni (che, oltre a non essere misure strutturali, pongono le premesse per un’ulteriore crescita del debito pubblico). Nuove imposte dirette e indirette (che hanno il grande vantaggio di pesare su tutti in egual misura). E soprattutto altri tagli alla spesa pubblica: al welfare, ai trasferimenti agli enti locali e alle pubbliche amministrazioni, agli stipendi dei dipendenti pubblici, alle pensioni. Per cui, in buona sostanza, il bonus ai lavoratori dipendenti saranno i lavoratori dipendenti stessi a pagarlo, come nelle migliori partite di giro. Di questo si tratta. Tutto il resto è chiacchiera. Che il presidente del Consiglio e i suoi corifei possono ammannirci pressoché indisturbati solo perché, invettive a parte, non c’è più in Italia un’opposizione politica in grado di farsi valere. Né una stampa di informazione indipendente, ma solo ormai un plumbeo sistema di propaganda. Proprio come quando c’era Lui, quello vero. Con l’aggravante che oggi nessuno rischierebbe olio di ricino né bastonate. A proposito. Scriveva Salvatore Satta proprio settant’anni or sono che l’essenza del regime fascista consisteva in questo: «che i suoi pensamenti e le sue azioni erano costantemente e fatalmente determinati dalla necessità di legalizzare una situazione di rovina, della quale esso medesimo aveva posto

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le cause». Molto da allora è cambiato, non c’è dubbio. Ma non il fatto che «il gruppo di persone che si identificava con lo Stato innalzava sugli altari se stesso». E che al posto della legge imperversava «l’arbitrio della predoneria». Sembra il gioco dell’oca. Si fa un lungo giro per ritrovarsi daccapo al punto di partenza. Sarà per questo che suona attuale anche il titolo che il povero Satta diede a quel suo libricino: “De profundis”.

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Parlano gli ispettori del lavoro: “Le imprese ci aggrediscono e Poletti ci lascia da soli” Fonte: Il Manifesto 20/05/2014 Di: Antonio Sciotto

Gli imprenditori li insultano, li prendono a pugni, li minacciano. Dopo un’ispezione è capitato di trovare l’automobile rigata o danneggiata. Fare l’ispettore del lavoro, nell’Italia esasperata dalla crisi, è diventato un vero inferno. Da due settimane la categoria è in subbuglio, già due volte gli ispettori si sono recati sotto il ministero del Lavoro, in via Veneto a Roma, per parlare con il ministro Giuliano Poletti: prima l’8 maggio, e ancora ieri. Ma il ministro li snobba: è sempre fuori per servizio, e finora non ha voluto spendere una parola. Le aggressioni si sono moltiplicate negli ultimi 2 mesi, dopo un fatto che ha avuto grande risalto mediatico: il caso del panettiere napoletano che dopo un’ispezione e una multa si è tolto la vita. Un dramma personale, certo. Su cui però si è scatenata una guerra: la politica, in particolare l’M5S, ha cominciato a bersagliare l’ispettorato, paragonandolo sostanzialmente a Equitalia. Gli ispettori sono stati accusati di perseguitare i “pesci piccoli” e di non entrare invece nelle grandi aziende. Va detto che il panettiere aveva ben tre lavoratori irregolari: sua moglie, un cassintegrato che è fuggito e una ragazza retribuita 10 euro al giorno per 9 ore di lavoro. «Cosa si doveva fare? – si chiedono gli ispettori – Noi tra l’altro siamo anche ufficiali di polizia giudiziaria: siamo tenuti a registrare le violazioni e a procedere, per legge». Pugni e auto danneggiate L’ultima aggressione all’Aquila: in un cantiere edile, l’imprenditore ha aggredito gli ispettori, finiti al pronto soccorso. Attacchi simili si sono registrati a Siena e a Brescia. «A Foggia – racconta uno degli ispettori, iscritto alla Fp Cgil – ci sono stati due casi. Il primo di una ispettrice che è stata rinchiusa con un collega dentro un bar: il proprietario ha detto che li avrebbe fatti uscire solo quando avessero stracciato il verbale. Ovviamente è finito sotto processo. In un altro caso, dopo due ispezioni, una dell’Inps e l’altra dell’Inail,

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alla terza, quella del ministero del Lavoro, un pizzaiolo ha perso la pazienza e ha preso a pugni in faccia due nostri colleghi». Un ispettore ligure racconta che dopo la visita a un cantiere, ha parcheggiato l’auto poco lontano, per controllare un’altra costruzione: «Devono avermi seguito, perché al mio ritorno ho trovato la macchina rigata su tutte le fiancate e sul tetto. Ho speso 4700 euro per farla riparare, mai rimborsati dal ministero». E sì, perché le vetture mica sono fornite dal ministero: gli ispettori devono girare con la propria automobile, esponendola a tutti i rischi del caso. La manutenzione è a carico loro, come i parcheggi o le eventuali multe, nel caso che un’ispezione si prolunghi più del previsto. La benzina viene rimborsata solo per un quinto degli importi. L’assicurazione il ministero la garantisce solo per gli incidenti, e non per gli atti di vandalismo. E non basta, i disagi lavorativi non finiscono qua. «Siamo ufficiali di polizia giudiziaria, ma non abbiamo l’indennità per questa funzione – lamenta un’ispettrice veneta – Le missioni ci vengono pagate solo 86 centesimi l’ora in più rispetto allo stipendio, che scendono a 26 l’ora quando superiamo le 6 ore di lavoro». Ma trattamenti economici a parte – e questi ispettori sono retribuiti come un ministeriale medio, intorno ai 1500–1600 euro al mese – la polemica con Poletti è innanzitutto per «una mancanza di rispetto»: «Siamo stati attaccati, demonizzati, quando il nostro dovere è solo applicare le leggi: e se non lo facessimo, se anche mai pensassimo di chiudere un occhio, rischieremmo la galera. E il ministro cosa fa? Non ha detto una parola per difenderci». Ammorbidire le sanzioni? La risposta ovviamente non può essere quella di interrompere le ispezioni o, peggio ancora, di chiudere un occhio davanti a violazioni di legge spesso molto pesanti: anche perché il lavoro nero è solo la punta dell’iceberg del sommerso che questi funzionari dello Stato portano alla luce. «Il peggio sta spesso nel grigio – dice un ispettore veneto – Sta negli appalti irregolari, nei cocoprò che sono invece dipendenti. Nei part time che fanno 8–10 ore al giorno. Mi è capitato il caso di una donna registrata per 10 ore settimanali, ma ne faceva in realtà 64».

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Una delle soluzioni, anche per svelenire il clima, secondo gli ispettori starebbe nell’ammorbidimento delle sanzioni, che il governo Letta, con il “Destinazione Italia”, ha molto appesantito. Non solo rivedere le multe, ma soprattutto concedere più tempo per dilazionare i pagamenti, senza magari sospendere immediatamente l’attività. «Il bello è che proprio con i Cinquestelle abbiamo presentato due ordini del giorno, uno alla Camera e un altro al Senato, per rivedere le sanzioni. Ma poi ci hanno attaccato – spiega uno degli ispettori – Alessandro Di Battista ha risposto in una mail “non rompete i coglioni” a uno dei nostri che dopo il caso di Napoli chiedeva di interloquire con loro». Un’Agenzia unica per il Lavoro Uno dei punti qualificanti della piattaforma che gli ispettori hanno presentato ieri al ministero (in un incontro con il segretario e il direttore generale del loro servizio, ma vorrebbero parlarne a Poletti) riguarda la creazione di un’Agenzia unica per i servizi ispettivi. Unificando le figure, le funzioni, le banche dati di ministero, Inps, Inail, Asl, Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza e decine di altri enti che fanno ispezioni. Il tutto per raggiungere tre obiettivi: 1) rendere più efficace il servizio; 2) risparmiare soldi pubblici (la Cgil parla di almeno 3,5 miliardi in 10 anni); 3) rendere meno pesante l’impatto per le imprese, che si vedono arrivare continue ispezioni, di soggetti diversi, con multe differenziate e relativa burocrazia. Tra l’altro, sarebbe utile informare i lavoratori: molti non sanno che possono recarsi a denunciare allo sportello degli ispettori, e che gratuitamente – senza doversi rivolgere agli avvocati – questi possono risolvere le controversie con le imprese, recuperando anche i soldi dovuti. Ancora, vanno trovate risorse: gli ispettori anticipano le spese, vengono rimborsati solo dopo 7 mesi, e spesso hanno pendenze di oltre 2 mila euro. Va fermata la scure della spending review, che sta per tagliare molte sedi nei territori per centralizzare tutto a Roma (il che vuol dire meno ispezioni diffuse). Giuseppe Palumbo, coordinatore nazionale della Fp Cgil, spiega che «in Italia ci sono circa 3.500 addetti alle funzioni ispettive, ma solo sulla carta: perché per effetto del blocco del turn over, molti ispettori devono restare fermi dietro a una scrivania». Per Francesco Piccoli, segretario del sindacato autonomo Flp, «il ministro deve difendere la nostra figura, possibilmente realizzando anche una Pubbli

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cità progresso per spiegare i nostri compiti. Deve coprire i rischi con una assicurazione, e soprattutto deve cambiare le norme: le multe sono troppo alte, va lasciato fiato alle imprese per poter pagare rateizzando le sanzioni, senza per forza sospendere le attività».

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Scuola Mense scolastiche di Pomezia, Flc e sinistre attaccano il sindaco del M5s Fonte: Tuttoscuola 22 05 2014

Le polemiche sulla vicenda dei menù differenziati nelle scuole primarie del Comune di Pomezia non sembra destinata ad esaurirsi, complice anche l’imminente scadenza elettorale. Questo il commento del segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo: "Lascia sbigottiti il commento della Ministra Giannini che in merito ai menù differenziati nelle scuole primarie di Pomezia, afferma che 'è per autonomia scolastica e comunque non sembra una discriminazione per i bambini'". "Vogliamo sottolineare che in questo caso l'autonomia scolastica non c'entra nulla e che la mensa scolastica non è un ristorante dove si sceglie à la carte, ma, al contrario, rappresenta - osserva il sindacalista - un importante momento educativo. Se la Ministra dell'Istruzione non ha chiaro tutto ciò, c'è davvero di che preoccuparsi. Riteniamo indegna l'iniziativa dell'amministrazione comunale di Pomezia, che in una fase di difficoltà economica delle famiglie, decide addirittura di sancire le differenze e soprattutto decide di scaricarle sui bambini. Tutto questo rappresenta, a nostro parere, una chiara e netta discriminazione". La chiamata in causa del ministro Giannini genera una nuova presa di posizione dell’inquilino di viale Trastevere, che in parte corregge la precedente che avevamo riportato ieri: “Il caso mensa a Pomezia è una grave iniquità perché le scuole non devono avere la prima classe e la classe turistica. Si è parlato di razzismo e discriminazione, ma poiché le parole hanno un peso, e ai bambini si devono dare insegnamenti anche a partire dalle parole, vorrei sottolineare che il razzismo è un'altra cosa”. Anche a livello politico, le varie voci della sinistra stigmatizzano la decisione del sindaco pentastellato del Comune di Pomezia. Così la senatrice democratica Francesca Puglisi, capogruppo in commissione Istruzione: "Il pasto è un momento di socialità ed educativo importante" per i bambini e le bambine. "Noi del Pd facciamo che chi ha di più paga di più, e chi ha meno mangia uguale ma paga meno". Mentre il segretario di Rifondazione

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comunista, Paolo Ferrero, commenta: "Quello che il sindaco grillino sta facendo a Pomezia è una vergogna, perché l'idea che si torni alle mense differenziate tra chi ha più soldi e chi ne ha di meno è da cinquant'anni che l'avevamo superata.

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Renzi e i numeri che non tornano sugli investimenti per la scuola Fonte: Il Fatto Quotidiano 23/05/2014 Di: redazione

Il presidente del Consiglio ribadisce che i miliardi pronti per la riqualificazione degli istituti sono 3 e mezzo. Ma nel Def ce ne sono due. E provvedimenti non ce ne sono. Nell’intervista al Fatto aveva promesso un comunicato, mai arrivato Tre miliardi e mezzo per la scuola. Il presidente del Consiglio lo ha ribadito nella sua intervista al Fatto. Ma ilfattoquotidiano.it aveva già scritto che in realtà i miliardi previsti per i fondi destinati agli istituti scolastici sono 2 miliardi. Matteo Renzi però è talmente sicuro di quella cifra che durante il forum con Peter Gomez, Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Marco Lillo e Wanda Marra è tornato a ricordarla. Lillo gli ha posto una domanda sugli F35 e la sua risposta è stata la seguente: “Lillo, mi dice un governo che ha tagliato 396 milioni alla Difesa? Mi dice un governo che ha investito 3 miliardi e mezzo sulla scuola?”. All’obiezione che in realtà nel Def ne sono previsti solo due, ha risposto ancora: “E mi gioco… Sono 3 miliardi e mezzo”. Visto che l’intervista stava finendo ha promesso un comunicato che chiarisse la vicenda. Ma oltre 24 ore dopo da Palazzo Chigi comunicati non se ne sono visti. Nel documento di economia e finanza – che peraltro è solo una previsione – si parla di 2 miliardi. Mentre nell’ennesima slide – questa volta pubblicata su facebook, ieri – si parla di oltre 4mila cantieri per un totale di 2,2 miliardi. Per ora gli unici soldi sicuri sono i 122 milioni per il 2014 e gli altrettanti per il 2015 previsti dal dl Irpef. Il 13 maggio, parlando in una scuola di via Massaua, a Milano, Renzi aveva annunciato che a partire dall’estate verranno avviati più di 7mila di nuovi cantieri per un totale di 2,2 miliardi. Le risorse arriveranno in parte dallo sblocco del patto di stabilità immediato: 1.266 per un valore di 1.392 milioni di euro; con la riprogrammazione dei fondi Ue 2007-13 verranno invece finanziati 2.700 interventi per 400 milioni. Il 19 maggio il premier annunciava festante su Twitter: “Abbiamo sbloccato il patto di stabilità, come promesso. Venerdì le risposte dei sindaci, poi i

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cantieri”. Ma di dispositivi di legge non c’è traccia: l’ultima volta che in Consiglio dei ministri si è parlato di edilizia scolastica è stato il 12 marzo, il giorno della conferenza stampa con le slide. Di nuovo c’è solo il via libera all’assegnazione di oltre 36 milioni per l’edilizia scolastica con lo strumento dei Fondi immobiliari, previsto il 21 maggio da un decreto del ministero dell’Istruzione. Probabilmente nel computo totale Renzi conteggia anche risorse stanziate dal precedente esecutivo. A fine aprile il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, in commissione istruzione al Senato aveva spiegato di “aver reso possibili a oggi 692 interventi urgenti con 150 milioni”. Nulla di nuovo: quei soldi erano già stati stanziati dall’allora ministro Carrozza (governo Letta) nel novembre 2013. La titolare di viale Trastevere faceva riferimento anche al fatto che “con il decreto legge n.66 del 24 aprile abbiamo stanziato altri 300 milioni che riguardano interventi di edilizia immediatamente cantierabili e dunque sono disponibili cash 450 milioni”. Per ora si tratta di una possibilità e il totale sarebbe comunque lontano dai 3,5 miliardi annunciati. E anche dai 2 miliardi annunciati dal Def.

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Il Governo Renzi Casa, il governo Renzi va alla guerra contro i poveri Fonte: Il Manifesto 21/05/2014 Di: Roberto Ciccarelli, Valerio Renzi

La Camera vota la fiducia sul «Piano Lupi», oggi il voto finale. L’articolo 5 del decreto taglierà luce, acqua e gas alle occupazioni abitative nel paese. Tasi, dopo il caos c’è la beffa: secondo uno studio della Uil è più cara dell’Imu. Il tesoro proroga a settembre la tassa per i comuni in ritardo Ieri la Camera dei Deputati ha votato un atto vendicativo contro centinaia di occupazioni abitative in tutto il paese. Trecentoventiquattro deputati del Pd, Ncd e Scelta Civica contro i 110 di M5s, Lega Nord, Sel e Forza Italia hanno concesso la decima fiducia al «Piano Lupi» del governo Renzi sull’emergenza abitativa che all’articolo 5 prevede di tagliare luce, acqua e gas a chi occupa un immobile. Il provvedimento che incasserà il voto finale oggi a Montecitorio (alle 12,30 le dichiarazioni di voto) lancia una guerra contro almeno 10 mila poveri urbani, italiani e immigrati che solo a Roma vivono in alberghi, scuole, uffici abbandonati, residence o sedi di aziende pubbliche abbandonate. A queste persone verrà anche vietata la residenza e verrà inflitta una disposizione con la quale si stabilisce la nullità degli effetti degli atti emessi in violazione della nuova normativa. «Una decisione presa da un governo incivile in un paese incivile», così l’ha definito il portavoce del Coordinamento cittadino di lotta per la casa. I movimenti per il diritto all’abitare si sono nuovamente radunati ieri in un presidio a Piazza Montecitorio. Verso le cinque e mezzo la piazza ha cominciato a scaldarsi. Dopo la prima chiama in aula, la piazza circondata da un ingente schieramento di agenti di polizia e carabinieri, è in fibrillazione: «Renzi vattene», «Vergogna, vergogna», «Le case ci stanno perché non ce le danno?». Alla notizia della fiducia, poco prima delle otto, sale la disillusione, poi scoppia la rabbia: «Ma come? — urla disperata una donna — Noi sempre qua a manifestare, a chiedere incontri e risposte, e poi invece di una casa ci

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danno l’articolo 5? Niente residenze e gas, luce e acqua? E dove andiamo a vivere, come viviamo? I nostri figli senza residenza dove li mandiamo a scuola?». Una pioggia di uova parte diretta verso la facciata del Palazzo. La polizia, nervosa, impugna scudi e manganelli. Ma il presidio si trasforma, fulmineo, in un corteo. In centinaia si dirigono verso piazza Venezia. Bloccano il traffico. A passo veloce arrivano al Colosseo dove c’è un blitz. Mentre sui Fori Imperiali inizia un’assemblea sul piano Lupi, qualcuno si arrampica sulle impalcature del Colosseo, esponendo lo striscione giallo che ha aperto tutti i cortei degli ultimi giorni: «Liberiamo Roma dai divieti, dalla rendità e dalla precarietà». Paolo Di Vetta dei Blocchi precari metropolitani) annuncia la resistenza al decreto: «Faremo rimangiare ad Alfano il piano sicurezza. Occuperemo l’Anagrafe, l’Acea, i Municipi, non faremo un passo indietro. Dovranno passare sui nostri corpi quando toglieranno acqua, luce, gas a tante famiglie di Roma. Hanno appena votato un testo che uccide il diritto alla casa nel nostro paese, così come il governo Renzi ha già fatto con il Decreto Poletti sul lavoro». Il piano Casa contiene il via libera alla cedolare secca al 10% per gli affitti nei comuni colpiti da calamità naturali, interventi di edilizia sociale ad hoc per gli over 65, una clausola di riscatto nel contratto di affitto per gli alloggi sociali. Vengono prorogati i benefici per gli inquilini con un contratto di affitto in nero e vengono stanziati 325 milioni di euro in più per il Fondo per gli inquilini morosi incolpevoli. Come d’abitudine, anche in questo provvedimento sono confluite norme tra le più diverse. C’è un bonus per mobili ed elettrodomestici che estenderà lo sgravio entro un tetto di 10 mila euro. Ci sono inoltre 25 milioni per il comune di Milano per l’Expo 2015 presi con un taglio ai fondi per la stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione. Una decisione che provocherà polemiche. La guerra ai poveri del governo Renzi è tuttavia uno degli aspetti dei problemi che la casa sta producendo. Sul fronte della Tasi L’altro fronte è quello della Tasi. Dopo il caos, ora è il turno della beffa. In uno studio della Uil, infatti,si apprende che in 12 su 32 capoluoghi la Tasi presenterà un conto salato. A Roma, e poi a Genova, Milano, Torino verrà superata quota 400 e sarà più cara dell’Imu. Un aggravio che con l’aumento della Tari e delle addizionali comunali rischia di neutralizzare il bonus Irpef da 80 euro.

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Per i pensionati, i disoccupati e i precari la situazione peggiorerà ancora, aumentando il carico fiscale. Nei Comuni che non avranno deliberato entro il 23 maggio le aliquote, la scadenza per il pagamento della prima rata della Tasi è stata prorogata da giugno a settembre dal governo. Per tutti gli altri Comuni — si è letto in una nota diffusa nella serata dal Ministero dell’Economia — la scadenza per il pagamento della prima rata della Tasi resta il 16 giugno. Una soluzione che il sindaco di Torino, e presidente dell’Anci, Piero Fassino ha trovato soddisfacente: «Garantisce certezza sia per i Comuni sia per i contribuenti».

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Europa Procaccini: “In Europa crescono i comunisti”. Prima analisi del voto italiano Fonte: PdCI 26 maggio 2014

Il risultato del voto europeo, che andrà analizzato con calma e con tutti i dati definitivi, fa emergere nel complesso una avanzata delle forze antieuropee e nazionaliste. Clamoroso, ma non imprevisto, il successo de Fronte naziomale francese e di altri partiti di destra e estrema destra dalla Grecia all’Ungheria all’Inghilterra. Al contempo dobbiamo evidenziare un buon risultato delle forze comuniste e alternative che si battono per una Europa sociale, dal Portogallo alla Spagna, a Cipro. In Italia la forte affermazione del Pd attiene più ad una grande popolarità di Renzi (senza sottovalutare l’effetto 80 euro) che non ai temi propriamente europei, visto che l’Italia paga un prezzo altissimo alla politica dell’Ue. Questo risultato tuttavia spazza via la minoranza di sinistra dentro quel partito. Grillo, che pure registra ancora un forte consenso, con le ultime sparate sui “tribunali del popolo” ha fatto di tutto per perdere (dalle ultime politiche circa due milioni di voti). No va trascurata, infine, la sconfitta di Fi con un travaso di voti verso il Pd. Il 4% della lista Tsipras, che non va dimenticato aveva escluso il Pdci, è un risultato che poteva essere anche migliore se avesse dispiegato in maniera piena l’unità a sinistra in Italia e in Europa, a partire dal rafforzamento del Gue. Di fronte a quelle scelte, sbagliate, il Pdci ha reagito con razionalità e freddezza, con lo sguardo rivolto al di là delle elezioni, senza chiudersi di fronte alla grave discriminazione subita, mantenendo aperta una interlocuzione con i candidati più avanzati di quella lista. A questo proposito

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voglio rivolgere un grazie a quanti hanno sottoscritto il nostro manifesto programmatico, auspicando che proprio su quei temi nelle prossime settimane possa proseguire un importante lavoro insieme. E’ chiaro che il quadro definitivo si avrà anche con la definizione degli eletti, ma l’analisi dei risultati non può farci sottovalutare il permanere di un forte astensionismo e una fortissima personalizzazione della politica. Per quanto riguarda il nostro Partito, senza candidati ha condotto una sua autonoma campagna elettorale, dalla denuncia del colpo di stato in Ucraina, ai temi del lavoro e a quelli, sottovalutati da altri, dell’antifascismo. A tutte le compagne e a tutti i compagni, che senza risorse economiche ma con entusiasmo e abnegazione non si sono mai risparmiati, un grande ringraziamento. Inoltre va apprezzato il lavoro svolto nei territori dal Pdci per le elezioni amministrative in difesa dello stato sociale. E’del tutto evidente che al di la del risultato della lista Tsipras, non vi sono alternative per il futuro dei comunisti e della sinistra che non sia la costruzione di un fronte unito di sinistra sociale e politica, che abbia alla base il mondo del lavoro e dei diritti, in cui i comunisti siano presenti con un loro autonomo partito più forte e strutturato degli attuali soggetti in campo. Dobbiamo in termini nuovi e inesplorati riaprire la “questione comunista in Italia”. Serve un fronte unitario capace di rapportarsi, nella lotta, con quella parte del popolo di sinistra (ovunque siano oggi collocati), che sappia offrire ai lavoratori, ai giovani, una sponda politica che oggi non c’è e che sarebbe miope vedere risolto nel risultato della lista Tsipras. Cesare Procaccini, segretario nazionale Pdci

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Europee 2014, risultati Emilia Romagna: Pd supera il 52 per cento. M5S al 19 Fonte: Il Fatto Quotidiano – Emilia-Romagna 26/5/14

Nel giorno del successo del Pd, l’Emilia-Romagna si conferma un bacino di voti importante per il partito guidato da Matteo Renzi: oltre un elettore su due fra quelli che sono andati ieri a votare ha scelto il Pd che si è attestato sul 52,5%. Nella Regione dove sono cominciate le fortune elettorali del Movimento 5 Stelle, invece, il calo è più vistoso che altrove, con il 19,2%. Forza Italia è all’11,8%. Alle 14 cominceranno gli scrutini per le elezioni amministrative. Esulta dunque il Partito democratico, con il segretario provinciale Raffaele Donini che dà appuntamento oggi alle 18.30 in Piazza Maggiore per festeggiare l’esito del voto. “Un grazie di cuore a tutti coloro che ci hanno dato fiducia – scrive il segrerario su Facebook – vi aspetto oggi alle 18.30 in piazza Maggiore a Bologna per condividere insieme questa grande gioia”. “Ci speravamo, ora sogniamo” scriveva stanotte Donini, mentre si stava procedendo con lo spoglio, vedendo profilarsi “un risultato storico”, confermato stamattina. Questi i risultati definitivi: il Pd è al 52,5% con 1.212.392 voti; il M5S è al 19,23% con 443.936 voti; Forza Italia è al 11,78% con 271.951; L’Altra Europa con Tsipras è al 4,07% con 93.964 voti; Lega Nord è al 5,04% con 116.394 voti. L’affluenza definitiva alle urne in occasione delle europee è del 69,96%. Secondo i dati diffusi dal Viminale la provincia con l’affluenza

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maggiore è Reggio Emilia (72,96%), quella con l’affluenza minore Parma (65,61%). La percentuale è scesa del 6,81% rispetto alle precedenti europee, quando l’affluenza fu del 76,77%. Il dato dell’Emilia Romagna è superiore a quello nazionale (58,65%) dell’11,31%.

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Intervista a Gallino: Sinistra, un nuovo inizio oltre le sconfitte Fonte: Il Manifesto | 25/05/2014 Di: Daniela Preziosi

Una campagna elettorale in cui «è stato fatto il possibile per trasformare il voto europeo in un voto sui partiti. I veri temi in questione? Assenti». Al professore Luciano Gallino, sociologo del lavoro e tra i promotori della lista l’Altra Europa con Tsipras, il modo in cui i grandi partiti e i media hanno affrontato il voto europeo è sbagliato: «Potrebbe essere un’elezione che si svolge in Australia o in Guatemala: i tre principali partiti sgomitano solo in vista del dopo». Una ragione può essere che per le due grandi famiglie, Pse e Ppe, le larghe intese sono un esito scontato? Comunque non giustifica l’omissione. Faccio un esempio: la Commissione Europea da un anno conduce trattative segrete con gli Stati Uniti per stabilire un partenariato sugli investimenti nel commercio, il Ttip (il Transatlantic trade and investment partnership, ndr). È un dispositivo che presenta rischi colossali per i diritti dei lavoratori, per la sicurezza alimentare, per la proprietà intellettuale. E i commissari lo sanno bene, tant’è che si chiudono in segrete stanze per discuterne. Da noi non se ne parla, in altri paesi sì. O anche: eleggere un presidente o un altro può fare la differenza, dopo i cinque anni di presidenza ottusamente liberale di Barroso. Il socialdemocratico Schulz però sarebbe eletto con i voti del partito di Barroso. Su alcuni temi Schulz potrebbe fare la differenza. Certo è un esponente della Spd tedesca post-Schroeder, dimissionaria da ogni tipo di sinistra. Il Pse si accorderà con il Ppe, in fondo la pensano allo stesso modo sul trattato di Maastricht, che è uno statuto di una corporation, non un documento politico. L’Italia rispetterà le regole del six pack e del fiscal compact, o non potrà farlo, come ormai ammette anche il Pd? I dati dicono che il nostro debito pubblico ormai è impagabile. Il Pil è sceso intorno ai 1550 miliardi, il debito è balzato oltre i 2mila. Per fare fronte ai

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requisiti del fiscal compact servirebbe destinare 40–50 miliardi l’anno dell’avanzo primario. Ma è insensato. Già oggi lo stato incassa circa 500 miliardi di imposte e tasse e ne spende intorno a 420–430. Toglierne altri 40– 50 sarebbe un disastro per lo stato sociale e per l’amministrazione pubblica. Le strade sono due: o, appunto, il disastro, ovvero che l’Italia non si adegua e vengono erogate ulteriori misure punitive; oppure che i principali paesi con debito rilevante si accordano per diluire o abolire il fiscal compact; o comunque per procedere a una ristrutturazione pacifica del debito. Molto dipende dal risultato di questo voto. È la proposta di Tsipras, che lei sostiene. Una conferenza per cancellare parte del debito, sul modello di quella di Londra del ’53 che permise di risolvere il debito della Germania. È fattibile, a suo parere? Sarebbe un primo passo concreto. L’idea di battere i pugni sul tavolo, quella di Renzi, è ridicola: ci vuole un certo numero di paesi, Francia Spagna e altri, per ottenere una la conferenza. Documentando che il debito non si può pagare. Parlarne ad alto livello sarebbe già un passo avanti rispetto alla litania del ’ce lo chiede l’Europa’. La Germania non va demonizzata: ma va ricordato che ha tratto vantaggio dal fatto di non aver mai pagato i suoi debiti. Ha pagato in misura minima le riparazioni della guerra del ’15-’18. E quanto all’enorme debito lasciato dai nazisti, è stato cancellato dagli americani che hanno stampato miliardi di marchi deutsche mark, non più di reichsmark, nel giugno del ’48 li hanno portati in Germania, e il giorno dopo hanno distribuito la nuova moneta. Così si è abbattuto il debito pubblico tedesco. Sono argomenti delicati, ma qualcuno ben preparato che li affronti avrebbe più possibilità di successo che non uno che si faccia male battendo i pugni sul tavolo. Le politiche di Renzi rispondono a criteri europei? Agli aspetti peggiori, però. La Troika e il Consiglio europeo da vent’anni lavorano per comprimere le condizioni di lavoro i diritti e i salari, in linea con le misure regressive che hanno visto alla testa i partiti di sinistra, socialdemocratici tedeschi, socialisti francesi e laburisti britannici. C’è un documento del ’99, un proclama di Blair e Schroeder, che sembra scritto da Confindustria. E dice chiaro che bisogna tagliare lo stato sociale. Renzi segue ancora quelle vecchie linee di direzione, per esempio sul lavoro?

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La generalizzazione del lavoro precario è già una realtà. Nessun governo era arrivato a imporre spinte alla precarizzazione del lavoro come è stato fatto oggi. Ora dovrebbe arrivare il vero cuore del job act, il contratto unico e la costosa riforma degli ammortizzatori sociali. Prima che costosa è rischiosa. La cassa integrazione ha un vantaggio fondamentale: mantiene il posto di lavoro, quindi mantiene una qualche titolarità di diritti per il lavoratore. Quello che si prospetta, a quanto si capisce, cancellerebbe questa minima difesa di un lavoratore. Le ricette di Renzi sono figlie di quelle di Blair, a loro volta nipoti di quelle di Thatcher, e cugine di quelle di Schroeder, per il quale la socialdemocrazia doveva smettere di pensare che i lavoratori hanno diritto a un posto fisso. Appuntandosi il badge di partiti di sinistra hanno ridotto i salari e moltiplicato la precarietà. Così è l’Italia oggi. La precarietà è elevatissima, lo dice l’Ocse (l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ndr). E porta a un impoverimento di tutta la struttura economica. Lavoratori malpagati consumano meno, la domanda aggregata — ricordava Keynes — soffre. E un’azienda che deve retribuire in modo decente e continuativo i lavoratori è incentivata a fare ricerca e sviluppo, gli altri fronti che fanno il successo di un’impresa. Invece poter usare i lavoratori con il criterio on-off, cioè quando mi servi ti uso e quando no ti butto, spinge le imprese a puntare solo sul costo del lavoro e trascurare il resto. I nostri impianti sono i più vecchi d’ Europa, le spese in ricerca sono miserande, sul 34 paesi Ocse siamo intorno al 30esimo. Renzi dice: ce la faremo, no ai gufi. È uno spot pubblicitario, ma se non si affrontano i nodi prima o poi, anzi presto, il conto lo pagheranno i lavoratori. Su questo Grillo pesca voti a piene mani. La proposta di Grillo sul lavoro è un insieme di cose differenti, alcune generiche e condivisibili, altre no. E tra i lavoratori c’è il malcontento, che ovviamente si sfoga contro i sindacati. È già successo con la Lega, oggi succede con il M5S. Anche Renzi prova a intercettare il malcontento contro i sindacati, attaccando apertamente la Cgil.

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I lavoratori sono insofferenti per quello che i sindacati non hanno fatto. Ma va detto che ai sindacati è stata fatta una guerra senza quartiere, dagli anni 80 in poi. La precarietà, appunto: come si fa a organizzare i lavoratori in presenza di venti contratti differenti piccole aziende sparse sul territorio? La globalizzazione ha significato una radicale trasformazione nel modo di produrre: i mille lavoratori che stavano sotto lo stesso padrone con lo stesso contratto sono diventati dipendenti di 15 aziende differenti con contratti differenti. E con un padrone che non si sa più chi sia. Di lì bisogna partire per ricostruire una qualche forma solida di sindacato.

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Vittoria Syriza, è il primo partito Fonte: Il Manifesto 26/5/14 Di: Pavlos Nerantzis

Grecia. Alexis Tsipras al 26,4%, contro il 23,2% di Nea Dimokratia del premier Samaras. Ma non basta per tornare al voto. Alba Dorata al terzo posto con il il 9,3%, secondo gli exit pool. Per la prima volta deputati neonazisti andranno all’europarlamento

Syriza, il partito della sinistra radicale di Alexis Tsipras ha vinto le elezioni europee in Grecia. Per la prima volta nella storia recente del paese la sinistra raccoglie la maggioranza relativa dei voti, mandando un chiaro messaggio a tutta l’Europa. È un calcio alle politiche neoliberiste della Troika (Fmi, Ue, Bce) che hanno provocato crisi umanitaria e recessione. Syriza, secondo gli exit pool confermati anche dai primi risultati ufficiali, ha ottenuto il 26,4% dei voti contro il 23,2% di Nea Dimokratia, il partito di centro-destra del premier Antonis Samaras. Ma il tema che ha prevalso nei dibattiti televisivi di ieri sera è stato comunque la «vittoria» dei neo-nazisti:

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Alba Dorata (Chrysi Avghi) si è confermata al terzo posto raccogliendo, secondo gli exit pool, il 9,3% dei voti. Per la prima volta la Grecia manda dei deputati neo-nazisti all’europarlamento. «Siamo l’unica forza politica contro memorandum» ha detto Ilias Kasidiaris, deputato e portavoce del partito, chiedendo la scarcerazione immediata del capo dei neo-nazisti, Nikos Michaloliakos. Un buon risultato, attorno al 8,9% ha ottenuto, nonostante le previsioni negative, Elia (l’Ulivo), formazione politica del centro-sinistra cui partecipa il Pasok, l’altro partner del governo di coalizione. Il Partito Comunista, Kke, ha preso il 6%, mentre To Potami (il fiume), formazione centrista del giornalista Stavros Teodorakis, ha ottenuto, secondo gli exit pool, il 6,5%, una percentuale minore rispetto ai sondaggi d’opinione. Attorno al 3,5% oscillava ieri sera il risultato di Anel (Greci indipendenti), formazione di destra, mentre la Sinistra democratica (Dimar) di Fotis Kouvelis, uscita un anno fa dal governo di coalizione dopo la decisione presa dal premier Samaras di chiudere la radio-televisione pubblica (Ert) ha raccolto appena il 2% dei voti, senza eleggere nemmeno un deputato. Il risultato ottenuto da Syriza, minore dalla somma dei due partiti di governo, Nea Dimoikratia e Pasok (32,5 rispetto al 42,3% che avevano ottenuto insieme i due partiti alle elezioni del 2009), non scioglie ancora il nodo fondamentale del ricorso anticipato alle urne. In un primo momento, subito dopo la chiusura delle urne, era sembrato che il premier Samaras potesse aprire la porta a nuove elezioni, ma nel corso della serata i numeri lo hanno riportato sulle sue consuete posizioni. La differenza tra Nea Dimokratia (centro-destra) e Syriza sta a meno di cinque punti (attorno al 3,2%), il centro-sinistra (il Pasok, partner governativo) non è sceso sotto il 5%: i calcoli di Samaras a questo punto non prevedono le urne. Il risultato di Nea Dimokratia alle elezioni amministrative in periferia (conquistate otto regioni su dodici), è un ulteriore argomento per allontanare le elezioni. E infatti Samaras verso la mezzanotte greca concede poco o niente: «Il governo ha ricevuto un messaggio chiaro, ma Syriza non ha ottenuto l’obiettivo di far cadere il governo, dal momento che il suo slogan era ’oggi votiamo, domani se ne vanno’». Per Alexis Tsipras, invece, «il risultato elettorale toglie ogni pretesto di legittimazione al governo», dunque l’unica soluzione è il ricorso alle urne. Comunque vadano le cose, cresce la dinamica delle sinistre. In attesa di sapere il risultato della piú grande regione del paese, l’Attica, dove vive un terzo della popolazione, dove per il momento la

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differenza dei voti tra i candidati del centro-sinistra e la sinistra radicale non permette di issare la bandierina. Il day after sarà piú difficile per Samaras che probabilmente dovrà ricorrere a un rimpasto governativo. Ma la crisi continuerà a essere gestita dai due soliti partiti al potere: Nea Dimokratia e Pasok. La giornata di ieri non è passata senza problemi. Nelle prime ore del mattino ignoti hanno sparato contro la sede centrale del Pasok, in via Charilaou Trikoupi ad Atene — a sentire i socialisti si tratta di un attacco terroristico — mentre Syriza e To Potami hanno denunciato la mancanza di schede dei propri partiti in vari centri elettorali, sopratutto nella capitale.

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Cesare Procaccini: “Una vergogna inserire le attività illegali nel paniere Eurostat” Fonte: PdCI 24 maggio 2014

Dire che si resta sconcertati e poco”. Lo afferma Cesare Procaccini di fronte alla notizia che l’Italia, inserirà ”una stima nei conti (e quindi nel Pil)” delle attività illegali, come ”traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e contrabbando (di sigarette o alcol)”. <Una modifica – quella annunciata da Eurostat – vergognosa, spiega il segretario del Pdci, che arriva proprio il giorno in cui dal porto di Civitavecchia partiva la nave della legalità alla volta di Palermo, per ricordare al nostro Paese i crimini perpetuati dalle mafie e come queste organizzazioni sono a dispetto di tutti ancora vive e ben in salute. Questa decisione, continua Procaccini, nasce solo dall’esigenza di portare per l’Italia una revisione al rialzo del livello del Pil tra l’1% e il 2% e assicurare a Renzi qualche ulteriore spot televisivo in perfetto stile berlusconiano. Insomma un escamotage bello e buono messo in piedi alla faccia di tutte le vittime delle mafie e di ogni etica. Una decisione sbagliata, dunque, perché considera tali attività mafiose una ricchezza per il Paese

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senza valutare che al contrario rappresentano un freno al suo sviluppo>. <A fronte di questa notizia – conclude il segretario del Pdci – apprendiamo anche che nel mese di aprile i salari sono rimasti fermi con il conseguente crollo delle vendite al dettaglio. I dati Istat sono la conferma – semmai ce ne fosse bisogno – che la situazione dei lavoratori resta difficile e in particolare quella dei dipendenti pubblici, i cui contratti sono bloccati dal 2010. Invece di cercare trucchi e trucchetti o di lanciare promesse difficilmente mantenibili il governo dovrebbe affrontare queste questioni, iniziando con il respingere in diktac della “troica” e mettendo in campo politiche capaci di ridistribuire le ricchezze di questo Paese in mano a pochi ricchi e privilegiati.

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In Spagna è emergenza sfratti: 50 mila in più solo nel 2013 Fonte: Il Manifesto 21/05/2014 Di: Giuseppe Grosso

La Plataforma de Afectados por la Hipoteca (PAH), il movimento contro gli sfratti, è ancora sul piede di guerra: in arrivo manifestazioni ed "escraches" Continua a sanguinare una delle piaghe più dolorose della crisi Spagnola, quella degli sfratti: un vero e proprio allarme sociale che, unito all’aumento della povertà e all’incontenibile tasso di disoccupazione, ha letteralmente gettato sul lastrico numerose famiglie iberiche. Ad invertire la tendenza dei desahucios non sono bastate né le numerose manifestazioni di questi anni né l’attenzione mediatica generata dalla tenace attività della Piattaforma contro gli sfratti (Pah), che dopo cinque anni di lotta è ormai uno dei collettivi sociali più apprezzati e consolidati del paese. Secondo uno studio pubblicato ieri dal Banco de España, infatti, il numerodi case tornate alle banche per inadempimenti nel pagamento del mutuo è aumentato: nel 2013 – anno a cui si riferisce lo studio, elaborato sui dati forniti dalle stesse entità di credito – sono stati eseguiti quasi 50.000 sfratti in più (un incremento del 10%) rispetto al 2012. Resta quasi invariato, invece, il numero degli sfratti riguardanti le prime case: un trascurabile-0,23% che indica inesorabilmente la cronicità del problema e l’inefficacia delle risposte adottate dal governo. Non ha funzionato, per esempio, il Código de buenasprácticas, il tentativo più concreto eppure drasticamente inadeguato finora proposto dal governo del Partido popular (Pp) per arginare l’emergenza. Si tratta un pacchetto di direttive e linee guida non vincolanti stilate nel 2012 e indirizzate alle entità bancarie, le quali, com’era prevedibile, hanno continuato a privilegiare i loro interessi lasciando lasbuenasprácticas solo sulla carta.Quasi sempre, almeno, perché aumenta (+34% ed è un dato positivo che riflette una delle direttive suggerite dal pacchetto,anche se scende al 26% sulle prime case) il numero dei debiti estinti mediante dacción en pago, cioè con la restituzione dell’immobile alla banca. Una pratica tutt’altro che comune in Spagna, dove una legge del 1909 consente alle banche di recla

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mare la differenza tra il prezzo di vendita all’asta dell’immobile e l’entità del mutuo erogato. Un circolo vizioso che in molti casi lascia intere famiglie senza casa e con debiti di decine di migliaia di euro gravati peraltro da interessi altissimi.Per spezzarlo, però, basterebbe poco: una legge – già proposta dalla Pah e respinta dal Pp — che imponesse la dacción en pago, anziché affidarla alla buona volontà delle banche. Per ora, tuttavia,il Ppnon sembra voler concedere aperturesulla questione e la cosa non stupisce, considerando che il governo di Rajoy si è sempre dimostrato restioad opporsi agli interessi del sistemabancario. La Pah, ad ogni modo, è di nuovo sul piede di guerra: nei prossimi giorni, fino alla data delle elezioni europee, sono previste manifestazioni ed escraches per protestare contro il messaggio di ripresa diffuso dal governo e “per portare la realtà degli sfratti nella campagna elettorale”.

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Sinistra, un nuovo inizio oltre le sconfitte Fonte: Il Manifesto 25/05/2014 Di: Marco Revelli

Negli infiniti incontri «di chiusura» di questa campagna elettorale, c’era sempre un momento in cui l’applauso scattava immediato, istintivo, convinto. Ed era quando si diceva che «non termineremo il 25 maggio». Che l’appuntamento è già il 26, per continuare il percorso insieme . Perché sarebbe folle disperdere il «bene comune» accumulato in questi due mesi di fatica e di passione dalla moltitudine di donne e di uomini che ne hanno condiviso l’impegno. Non so per gli altri. Ma nelle mie esperienze di territorio, da un palco su una piazza o da un banchetto a un angolo di strada, in un teatro o in un sottoscala, l’immagine che mi porto dietro è quella di una sinistra che scopre, quasi con sorpresa, ciò che potrebbe essere, se solo riuscisse ad andare oltre il proprio passato prossimo di frammentazione, chiusure mentali e gergali, sconfitte. Una sorta di respiro ampio, nel senso comune delle persone più che nei riflessi d’organizzazione. Uno stato d’animo più che un progetto consapevole, ma forte: la sensazione di poter tornare a parlare al di fuori di sé, dei propri steccati, e di poter trovare ascolto, se solo la parola riesce a forare il muro di silenzio mediatico, la cintura sanitaria ossessiva e oppressiva che ci è stata stretta intorno. E l’orgoglio di poterlo fare con in testa idee forti, credibili, adeguate all’altezza delle sfide, grazie alle quali ritrovare il rapporto, storico, che lega la sinistra alla schiera non piccola dei democratici conseguenti preoccupati per questa notte della democrazia. Non sono mancati – sarebbe sciocco negarlo – errori, ingenuità, inefficienze, riserve mentali e ritardi organizzativi. Ma non possiamo nasconderci i tratti di nobiltà che hanno caratterizzato l’impresa nel suo complesso. In primo luogo il fatto che L’altra Europa con Tsipras è l’unica lista che si è misurata nelle elezioni europee con un discorso sull’Europa e per l’Europa. Non ha proiettato su scala continentale le liti da pollaio del cortile di casa, come hanno fatto le tre forze politiche – anzi i tre istrioni – a cui un sistema mediatico malato e pigro ha riservato la totalità dello spazio informativo, ma ha fatto della trasformazione radicale delle politiche europee l’asse portante della propria proposta. Non perché siamo più colti, o raffinati e sensibili degli altri (anche per questo). Ma soprattutto perché sappiamo che sulla possibilità

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di rovesciare gli equilibri politici nel cuore d’Europa si gioca la possibilità di sopravvivenza del nostro Paese. Che o si cambia l’Europa o si affonda. In secondo luogo L’altra Europa con Tsipras è l’unica lista che ha un programma europeo credibile, realistico e radicale insieme, come, appunto, la situazione drammatica richiede. Una Conferenza europea per la socializzazione e la ristrutturazione del debito, come un’Unione degna di questo nome non potrebbe non fare. Un New Deal continentale con al centro un programma per l’occupazione, capace di produrre a livello europeo 6–7 milioni di posti di lavoro (quanti la crisi ha distrutto) investendo 100 miliardi di euro all’anno, per un triennio, finanziati con una fiscalità europea (una tassa sugli inquinatori e una sulla speculazione finanziaria). L’autorizzazione alla Bce a funzionare da prestatore di ultima istanza a sostegno delle economie più deboli. E infine un’intransigente opposizione al Ttip, il Trattato Transatlantico negoziato in segreto che consegnerà le nostre vite e i beni comuni alla fame di profitto delle transnazionali. Non sono utopie. Non è un programma per un futuro lontano. È un programma per oggi (anche perché domani sarebbe tardi). È, d’altra parte, un programma realisticamente proponibile perché le forze che si riconoscono nella leadership di Alexis Tsipras costituiranno il terzo gruppo nel nuovo Parlamento europeo (dove, per formare un gruppo, e quindi per fare politica, è necessario raccogliere adesioni di rappresentanti di almeno sette paesi). E quanto maggiore sarà la sua forza, tanto più alta sarà la possibilità di spezzare l’asse tra Partito popolare e Partito socialista che, senza un’azione efficace a sinistra, riprodurrebbe inevitabilmente le larghe intese che Schulz e Merkel hanno costituito in Germana e che dominano in Grecia e Italia. Un forte gruppo parlamentare europeo di sinistra (di sinistra vera), potrebbe fare il miracolo di ricondurre almeno la parte più sensibile della socialdemocrazia europea su una linea di solidarietà continentale. E insieme di catalizzare anche quelle forze (penso naturalmente ai Verdi, ma anche ai parlamentari del Movimento 5 Stelle, che saranno numerosi ma orfani in quel contesto) che si oppongono alle attuali politiche europee e che non hanno i tratti osceni del neonazionalismo xenofobo, intorno a una linea, potenzialmente maggioritaria, di efficace contrasto del dogma dell’Austerità e di radicale alternativa ad essa. Questo vuol dire fare politica in Europa. Per questo diciamo che il voto per L’altra Europa con Tsipras è l’unico voto utile, oggi. Non vederlo sarebbe

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Rassegnàti mai 28, Giovedì 29 Maggio - Lunedì 9 Giugno 2014

miopia politica, pericolosa per sé e soprattutto per gli altri, cioè tutti noi. «La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!». Così si chiudeva, settant’anni fa, il Manifesto di Ventotene . Le stesse parole possiamo continuare a ripeterci, noi, oggi.

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Rassegnàti mai 28  

Il ventottesimo numero di Rassegnàti mai, la rassegna stampa settimanale della Sezione Rino Nanni PdCI BO

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