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Rassegnàti mai raccolta settimanale di informazioni di stampa della Sezione Rino Nanni Partito dei Comunisti Italiani Bologna Territorio Reno Bazzanese (Casalecchio di Reno,

Sasso Marconi, Zola Predosa, Monte San Pietro, Valsamoggia)

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Numero 25, Lunedì 5 Maggio –Lunedì 12 Maggio 2014

INDICE ARGOMENTI: Lavoro

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Scuola

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La disuguaglianza dell’Italia

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Europa

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Il caso Aldrovandi

Pag 15

Internazionale

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Appuntamenti sui nostri territori Pag 24

A cura del gruppo di lavoro Comunicazione Politica e Istituzionale

Nello Orivoli: 3471398555.

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Lavoro Mayday, 50 mila contro Expo e Jobs Act Fonte: Il Manifesto 2/5/2014 Di: Giorgio Salvetti

Primo maggio. La parata milanese dei precari si conferma una delle più grandi manifestazioni della festa dei lavoratori. Quest'anno si continua con The Ned (No Expo Days), tre giorni di workshop e spettacoli in una palazzina della Regione in piazza Carbonari che è stata occupata al termine della manifestazione

Questa volta non finisce qui. La Mayday Parade milanese si è confermata una delle più grandi manifestazione del primo maggio d’Europa, ma quest’anno continua fino a domani. Si chiama “The Ned”, è una tre giorni di incontri, workshop, spettacoli, musica che ha come filo rosso l’Expo, ovvero tutto ciò che si nasconde dietro il grande evento (info www.euromayday.org/). La parata precaria giovedì ha raccolto 50 mila manifestanti per un corteo lunghissimo che ha sfilato da Porta Ticinese fino alla stazione Centrale e oltre. Davanti a tutti il carro di san Precario con l’effigie grottesca di Renzi e il suo jobs act. Mai nessun governo era arrivato al punto di procrastinare contratti

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triennali senza causale con libertà di licenziamento in qualsiasi momento e con la possibilità di rinnovo fino a 15 anni e forse più. “Ormai non penso più a campare di lavoro – racconta Susanna, 35 laureata, precaria da sempre in vari settori con paghe tra 500 e 1000 euro al mese – lavorare per me è solo una delle poche entrate che ho quando ce l’ho, per il resto devo succhiare soldi alla famiglia, ai miei che sono pensionati, subaffittare una stanza della mia casa, appoggiarmi agli amici, arrangiarmi con sconti e offerte o arrabattarmi con quel poco di stato sociale che rimane”. Questa è la situazione sempre più senza via di uscita per milioni di persone. E allora anche la parata, che pure ha sempre mantenuto un’atmosfera di festa e una grande capacità creativa, sembra non riuscire più a far emergere la rabbia e il rassegnato fatalismo di queste persone. A Milano poi manca un anno all’Expo, si partirà il primo maggio del 2015. Un’altra delusione annunciata. Non si sa neppure se i lavori finiranno in tempo. Molti cantieri, come quelli della metropolitana, sono ormai fuori tempo massimo. Una cosa però è certa, la fiera che doveva portare lavoro si baserà su impieghi super precari per non dire gratuiti, a titolo “volontario”. In compenso l’evento ha drogato per qualche tempo ancora l’abisso dell’edilizia a debito che mangia soldi di tutti per il profitto di pochi e sconvolge il territorio ricoprendolo di cemento. Un tipo di capitalismo finanziario intrecciato troppo spesso al malaffare e fondato su un sistema politico al tramonto sempre più incapace di creare lavoro vero. Proprio questo è l’oggetto di The Ned. Alla fine della Mayday i manifestanti hanno trovato casa occupando per tre giorni una grande palazzina della Regione, in piazza Carbonari. Fra le tante iniziative si discute di mutuo soccorso, diritto alla casa, alimentazione e si continuerà fino a domani pomeriggio con la riunione plenaria dei vari gruppi. Si tratta di un grande lavoro che ha solo un difetto: Expo, ormai, si farà comunque e non si possono più ripristinare i territori deturpati. Certo anche la Milano che non ci sta deve prepararsi ad affrontare la fiera del prossimo anno e lo sta già facendo da tempo. Ma prima o poi bisognerà anche guardare avanti, pensare al dopo, quando la fiera sarà finita e la vita dei precari sarà ancora peggiore a prescindere da Expo. La Mayday ha avuto il merito indiscutibile di portare la precarietà al centro del discorso politico ed è riuscita a farsi spazio tra concertoni celebrativi e stanche liturgie sindacali. Dalla prima edizione del 2001 però è tutto un altro mondo. E’ cambiato tutto. In peggio. Adesso c’è Renzi e anche una bellissima parata come questa forse non basta più.

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Londra, vuoi il sussidio? Lavora gratis Fonte: il manifesto 02/05/2014 Di: Leonardo Clausi

Gran Bretagna. In vigore il pacchetto «Help to work» È una delle misure più controverse tra quelle ideate dal governo, e fa parte di un pacchetto di provvedimenti che somiglia più a un attacco ai disoccupati che alla disoccupazione. Entrato in vigore lunedì, il cosiddetto Help to work — il cui scopo sulla carta sarebbe quello d’incoraggiare i senza lavoro a «darsi da fare» per trovarne uno è, dopo la decurtazione dei sussidi, il fiore all’occhiello della controversainiziativalanciata dal governo di coalizione Tory Lib-dem per «aiutare» i disoccupati. Secondo le nuove regole, che interesseranno circa 200 mila persone, chi è disoccupato da più di due anni e già iscritto all’attuale Work programme perderà i propri sussidi, a meno che non visiti un ufficio di collocamento (il Job Centre) tutti i giorni anziché una volta a settimana, lavori gratuitamente o frequenti qualche corso di avviamento professionale. Tra le altre attività che il disoccupato dovrebbe abbracciare con entusiasmo figurano la preparazione di pasti, la pulizia e l’assistenza a ospiti in case di riposo e presso enti benefici e di recupero. Il tutto per 30 ore settimanali per un periodo fino a sei mesi, più almeno quattro ore di ricerca di lavoro la settimana. Il sussidio di disoccupazione sarà sospeso per quattro settimane alla prima assenza e per tredici settimane nel caso di una seconda. Questo coniglio non esce dal cilindro del cancelliere George Osborne, ma è un ben noto (fu introdotto da Nixon negli Stati Uniti) provvedimento alternativo detto workfare (dove work sostituisce il well di welfare ) e da noi è meglio noto come «lavoro socialmente utile». Una definizione benigna per qualcosa che, una volta cambiato l’angolo di visuale, appare nella sua reale entità di lavoro forzato e non retribuito.

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Benché il ministro del lavoro McVey si affanni a definirle non punitive, il sottotesto di vendetta traspare, nei confronti degli «scrocconi», figure demonizzate la cui incidenza reale è stata gonfiata da un’implacabile campagna mediatica che vede i tabloid (tranne il Daily Mirror , tradizionalmente filo-Labour) in prima linea. Il Paese è convinto che molti disoccupati se la spassino a sbafo delle fatiche del virtuoso contribuente. Ecco perché a prescindere dalla sua reale efficacia, il programma gode dibuon consenso presso un’opinione pubblica già «cucinata» a dovere. A poco è valsa la levata di scudi della maggior parte degli enti benefici che avrebbero dovuto avvalersi di buon grado della manodopera gratuita regalata loro dal governo e che tuttavia ne hanno rigettato il sostrato politico e culturale.

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Per la festa del 1°maggio, Maduro aumenta i salari minimi del 30% Fonte: Il Manifesto 01/05/2014 Di: Geraldina Colotti

In Venezuela entra in vigore oggi, per la festa dei lavoratori, l’aumento del 30% del salario minimo. Lo ha deciso per decreto il presidente Nicolas Maduro. La paga base passa così a 4.251,78 bolivar (674,88 dollari) e, con i buoni pasto e i sussidi all’alimentazione arriva a 5.600,78 bolivar (889,01 dollari). Stesso aumento per i pensionati, che percepiscono un montante analogo al salario minimo. Un nuovo scatto verrà applicato fra qualche mese. Maduro ha dato l’annuncio durante l’insediamento della Conferenza di pace con la classe operaia che si è svolta nel palazzo presidenziale di Miraflores. “E’ un livello di difesa necessario per la vita del nostro popolo, e dimostra la falsità dei paradigmi neoliberisti”, ha detto. Per l’occasione, ha anche deciso di incrementare la Gran mision vivienda obrera, il piano di edilizia popolare specificamente rivolto agli operai, e la Mision mercal obrero che aumenterà il numero delle reti di distribuzione alimentari a basso costo vicino alle abitazioni dei lavoratori. “Non c’è mai stato un governo che abbia garantito e tutelato in questo modo il lavoro, il diritto all’alimentazione, alla salute e all’abitare: quello che s’intende per salario sociale e che noi proteggiamo”, ha detto ancora l’ex autista del metro. In Venezuela, sono gratuiti e garantiti il diritto alla salute, all’istruzione e a una “casa degna”. Finora, la Gran mision vivienda ha consegnato 241.000 abitazioni, completamente ammobiliate: gratis per chi non può pagare, a riscatto minimo e proporzionato al reddito per tutti gli altri. Compresi i venezuelani di classe medio-alta: ben disposti ad accogliere nuovi edifici di lusso, ma pronti a fare barricate per impedire la costruzione di case popolari e la “contaminazione” dei quartieri agiati. Il piano di edilizia pubblica ha portato lavoro per 450.000 persone ed è uno degli assi su cui punta il governo per riequilibrare l’economia e ridurne la dipendenza dal petrolio. L’annunciata “offensiva economica” cerca di limitare le importazioni aumentando la produzione interna, per garantire il rifornimento di beni di consumo “a prezzo giusto” alla popolazione. Prima di incontrare gli operai, Maduro ha svolto diverse riunioni con gli imprenditori, i commercianti e i rappresentanti di

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categoria. Incontri previsti dai Dialoghi di pace, in corso con l’opposizione e con tutti i settori sociali sotto l’egida della Unasur e del Vaticano. “Credo nella buona volontà e nella fiducia che ho riposto in quei settori imprenditoriali che chiedono di produrre e che tengono al paese – ha affermato il presidente – con il loro lavoro e le politiche corrette che stiamo applicando, alla fine dell’anno avremo vinto la perversa inflazione indotta e avremo impostato l’equilibrio verso un nuovo modello produttivo basato sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale. I lavoratori sono classe di governo”. Misure salutate con favore dalle organizzazioni sindacali che appoggiano il socialismo e che oggi sfilano per sostenerlo, ma contestate dai gruppi di opposizione, che hanno organizzato un Primo maggio in senso contrario. Anche ieri, i gruppi oltranzisti hanno organizzato blocchi stradali e scontri con la polizia. Dal 12 febbraio a oggi, i morti sono 41 e oltre 650 i feriti. Nel fine settimana, è stato ammazzato con quattro colpi di pistola anche Eliecer Otaiza, figura storica del chavismo. “Modalità paramilitari”, ha detto qualche esponente governativo anche se i sospetti arrestati, secondo il ministro degli Interni Miguel Rodriguez Torres non chiariscono “le motivazioni” del delitto. Ieri è andato in carcere anche un individuo chiamato “l’aviatore”, accusato di aver diretto e finanziato i piani golpisti di questi mesi in base a direttive esterne: provenienti dall’ex presidente colombiano Alvaro Uribe e dai falchi del Pentagono, denuncia il governo. Rispondendo agli antichavisti di Miami, Obama ha espresso “preoccupazione per la gente del Venezuela”. E Kerry ha denunciato inesistenti “limitazioni di Internet”, respinte al mittente dal ministro degli Esteri venezuelano, Elias Jaua. Oggi prende avvio il Consiglio per i diritti umani che, con l’ausilio di Unasur, indaga sui fatti violenti che si sono verificati durante le proteste.

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Scuola Scuola, sciopero della mensa. A Bologna "in lotta" genitori e figli Fonte L’Unità on line 30 04 2014 Di: Chiara Affronte

Pranzo al sacco nei parchi o in fuga in pizzeria. Sono le alternative a cui i genitori di Bologna stanno pensando per mettere in pratica il 5 maggio lo sciopero dalla mensa scolastica Seribo, da oltre 10 anni l’azienda atta alla ristorazione scolastica sia nelle primarie che nelle scuole dell’infanzia. Circa 18mila pasti al giorno realizzati da tre centri pasto da alcuni anni nel mirino delle famiglie che chiedono con forza migliori standard qualitativi, più biologico (Bologna è intorno al 17% benché una legge regionale indichi almeno il 70%), dismissione della plastica non degradabile per i piatti e costi inferiori. Che, ad oggi, nella tariffa massima, è di 7 euro contro i 4,90 euro di Firenze e Trieste, i 4 euro di Milano e Roma, i 3,55 di Venezia (dove la tariffa è unica indipendentemente dal reddito) e i 3,40 euro di Napoli. E 65 centesimi per le famiglie in difficoltà economica, mentre sotto i 2.500 euro di Isee a Firenze, Trieste, Roma e Venezia non si paga nulla. Ma in questi giorni sotto le due torri ferve la polemica.

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E proprio oggi il consigliere Fds (Federazione della Sinistra) Roberto Sconciaforni ha presentato questa mattina un’interrogazione alla giunta regionale dell’Emilia-Romagna per chiedere conto della qualità dels ervizio di refezione svolto da Seribo, il cui appalto è scaduto lo scorso anno ma che è stato rinnovato per un altro anno. Il Comune: «No pranzo al sacco» Ma, nel capoluogo emiliano, che vanta un’importante tradizione pedagogica, dove accade qualche volta all’anno che le famiglie mandino a scuola i bimbi col pranzo al sacco a causa dello sciopero dei dipendenti Seribo, la stessa cosa non verrà permessa, salvo deroghe dell’ultima ora, in tutte le scuole dell’infanzia comunali. Motivo? «Evitare che alcuni bambini mangino un pasto freddo e altri il regolare pranzo caldo» e anche perché «non si ravviserebbe alcuna motivazione da parte della scuola per non offrire ai bambini il pranzo che correttamente si è provveduto ad ordinare». E che non ci siano “commistioni” di cibo. Ma il punto è proprio questo: i genitori vogliono fa risultare i bimbi presenti a scuola ma non alla refezione. Impossibile? Alle scuole primarie, dove vige l’autonomia e ogni dirigente scolastico può decidere come vuole, c’è chi come la preside Daniela Turci, che è anche consigliera Pd in Comune, la vede diversamente dal sindaco del suo partito: «Ho lo spazio per dividere in due gruppi i bambini, in una stanza ci saranno quelli che mangiano i pasti portati da Seribo, in un'altra quelli che mangiano il panino dato dalle famiglie». Il tutto «senza che ci siano contaminazioni, come vogliono le regole- sottolinea- e con la dovuta sorveglianza da parte degli insegnanti, che ho già avvertito con una lettera».

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La disuguaglianza dell’Italia L’Italia è più disuguale degli altri Fonte: Il Manifesto 04/05/2014 Di: Giorgio Salvetti

Per la sociologa Chiara Saraceno il nostro paese soffre di disparità multiple sotto il profilo del reddito, della ricchezza, del territorio, del sesso e dell'origine familiare. E come se non bastasse non c'è mobilità sociale. Questo non fa che generare e perpetuare la crisi. Le 80 euro di Renzi sono meglio di niente ma non risolvono, mentre il dl Poletti sancisce una situazione di fatto del mercato del lavoro italiano soffocato non dalla rigidità delle regole ma dalla mancanza di domanda e dalla perdità di competitività delle aziende. L'Italia è un paese molto disuguale a più livelli. E’ questo il quadro tracciato dalla sociologa Chiara Saraceno dopo l’ennesima conferma arrivata dai dati del Censis. E’ sempre più chiaro: la crisi non colpisce tutti allo stesso modo ma si abbatte con maggiore forza sui più deboli. I dati del Censis sono simili a quelli della Banca d’Italia sul bilancio delle famiglie. Per la Banca d’Italia il 10% delle famiglie più abbienti possiede il 46% della ricchezza netta del totale delle famiglie italiane. Nei primi anni delle crisi c’era stata l’impressione che a pagare di più fosse chi aveva rendita investita dato che si trattava di una crisi finanziaria. Ma queste persone in realtà hanno presto recuperato mentre sono crollati i redditi da lavoro. L’Ocse conferma che nel 1981 l’1% dei redditi più alti raggiungeva il 6,9% del totale dei redditi degli italiani mentre nel 2012 la percentuale è salita al 9,4%. E la ricchezza dell’1% più abbiente sarebbe addirittura

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salita al 16% del totale, si tratta di una tendenza che si è registrata in tutto il mondo. A che punto è l’Italia? In Francia e in Spagna ad esempio è andata diversamente, la crisi non ha accentuato le differenze come è avvenuto in Italia. Il nostro è un paese molto disuguale. Oltre alle differenze di ricchezza e reddito c’è una grande differenza territoriale. E a sua volte nelle zone più povere del sud il divario tra ricchi e disagiati è ancora maggiore. Si tratta quasi di un indicatore di sottosviluppo. Per non parlare di tutte le altre differenze: tra donne e uomini, tra giovani e meno giovani, tra chi ha figli e chi non ne ha, tra garantiti e non garantiti. E in ognuna di queste categorie schematiche a loro volta si intrecciano tutte le possibili disparità. I giovani senza lavoro non sono tutti uguali, c’è chi ha alle spalle una famiglia di un tipo chi di un altro, chi è al sud e chi è al nord e così via. Come si può uscire da questo combinato disposto di ingiustizie che si intrecciano? Il problema dell’Italia è la scarsa mobilità sociale. Da noi l’origine familiare è ancora molto predittiva del futuro sia educativo che lavorativo di un ragazzo. Tutto è fermo, bloccato, piove sempre sul bagnato. Nessuno riesce a fare la propria parte per correggere questa situazione. Non ci riesce la scuola colpita dai tagli, non ci riesce il welfare e non ci riescono le imprese troppo spesso sedute sulla rincorsa a salari sempre più bassi. Ma le disuguaglianze sono causa o effetto della crisi? La tesi che siano all’origine della crisi è sempre più condivisibile, specie dove queste differenze sono, appunto, bloccate e permanenti. In Italia non solo i ricchi sono sempre più ricchi, ma sono sempre le stesse persone. I mitici 80 euro di Renzi possono cambiare le cose? Non sono certo risolutivi anche se io non ci sputo sopra. Faccio solo notare che sostengono il reddito dei lavoratori poveri, non dei poveri, e che non tengono conto del fatto che magari in una famiglia dove tre persone lavorano e guadagnano meno di 1.500 euro arrivano 240 euro in più, e in una monoreddito con un solo stipendio poco sopra i 1.500 euro non arriva nulla. In questo senso anche questa manovra non è centrata sulla vera povertà e produce iniquità.

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Porterà almeno una crescita dei consumi come dice il Censis? Mi sembrano dati ottimistici, faccio notare che ultimamente è leggermente cresciuto il risparmio. Significa che chi ha un minimo di margine, anche a costo di tagli, risparmia perché non crede più nella famosa luce alla fine del tunnel. Il dl Poletti peggiorerà le cose? Diciamoci la verità, purtroppo regola una situazione di fatto del mercato del lavoro italiano. L’imprenditore che non vuole assumere riesce sempre a non farlo. Ma una cosa è certa, non è la rigidità o il costo del lavoro che creano disoccupazione, ormai lo dice anche l’Ocse che ha sempre sostenuto la flessibilità. Il problema vero è che non c’è domanda e le aziende italiane non hanno investito in ricerca e hanno perso competitività.

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Europa L’Europa alla prova del clima Fonte: Sbilanciamoci.info 02/05/2014 Di: Massimo Serafini

Il quinto rapporto sul clima, diffuso recentemente dall’Ipcc, ci consegna l’immagine di un’Europa che gli atlanti geografici dovranno completamente ridisegnare a causa dei cambiamenti climatici. Un nuovo modello energetico, oggi più che mai, richiede scelte politiche nette Sulla campagna elettorale per le europee si è abbattuto come un macigno il quinto rapporto sul clima. Ci consegna una previsione agghiacciante di cosa causeranno i cambiamenti climatici al vecchio continente se non verranno fermati. Le migliaia di scienziati dell’Ipcc, che dal 1988 studiano per l’Onu il riscaldamento globale del pianeta, ci dicono che dovremo convivere con nubifragi, alluvioni, un’atmosfera immersa in un aerosol di gas e polveri velenose, mari gonfi d’acqua ed energia. Un’Europa che gli atlanti geografici dovranno completamente ridisegnare: ghiacciai alpini definitivamente sciolti, deserti che avanzano, città costiere inghiottite dal mare, migliaia di animali estinti. Per capire il dramma sociale cui si sta andando incontro è sufficiente dire che il rapporto prevede milioni di profughi ambientali per mancanza di acqua. Colpisce non vedere traccia di tutto ciò nello scontro elettorale che deciderà il futuro dell’Europa. Soprattutto sconcerta il silenzio di noi che vogliamo un’altra Europa. Non si sono viste, sebbene il rapporto fosse già noto, mobilitazioni per la decisione del Consiglio europeo di fine marzo di rinviare ogni decisione sulla nuova direttiva di protezione del clima. Eppure la ricetta per abbassare la febbre alla terra è nota da tempo ed è composta da tre ingredienti: intelligenza, rinnovabilità e democrazia. In altre parole servono decisioni politiche in grado di azzerare la dipendenza dai combustibili fossili, dando vita a un nuovo modello energetico distribuito sul territorio, 100% rinnovabile e nel quale si fa un uso efficiente e intelligente dell’energia che si produce. Non è importante quanto tempo serva per realizzarlo, la cosa decisiva è partire ora. Non sono sogni: sappiamo costruire case che hanno

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bisogno per illuminarsi, riscaldarsi e rinfrescarsi del 50% in meno di energia rispetto alle precedenti; le fonti rinnovabili hanno da tempo dimostrato la loro attendibilità ed economicità; e infine sostituire il vecchio modo centralizzato di produrre e distribuire energia, installando nei territori le tecnologie che catturano il vento e i raggi del sole, produce partecipazione e cittadinanza attiva. La lista Tsipras, che si propone di costruire un’altra Europa, dia un senso alla parola “altra”, recuperando i i ritardi accumulati e assumendo come suoi impegni prioritari la riduzione delle emissioni climalteranti, lo sviluppo dell’efficienza energetica e delle rinnovabili. Non serve a nulla proporre nello stesso programma, come fanno i partiti che si richiamano al partito socialista europeo, Pd in testa, lo sviluppo delle rinnovabili e il carbone, l’efficienza energetica e l’aumento dei consumi, il conto energia e il Cip 6, il modello distribuito e quello monopolista e centralizzato. Un nuovo modello energetico richiede scelte nette. Farne il cuore della nostra Europa non significa mettere in secondo piano gli obiettivi sociali e occupazionali, ma dargli maggiore forza e credibilità. I cambiamenti strutturali ed economici che la lotta al riscaldamento globale impone sono anche un’occasione per costruire un futuro di benessere durevole e quindi una strada promettente per uscire dalla crisi della crescita e dal fallimento del liberismo. Lo sono addirittura per offrire una chance alla pace, insidiata dalla scarsità di risorse energetiche non rinnovabili, per il cui controllo si stanno facendo guerre e si alimenta il terrorismo.

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Il caso Aldrovandi Aldrovandi, parla la madre: "La politica cambi la polizia" Merola: "Applausi che disgustano” Fonte: La Repubblica Bologna 30/4/14

Patrizia Moretti è intervenuta in una conferenza stampa a Roma dopo l'ovazione choc al congresso del Sap agli agenti condannati per l'omicidio di suo figlio Federico

"La politica non può più chiudere gli occhi". Ne è convinta Patrizia Moretti, lo ripete alla conferenza stampa al Senato con Luigi Manconi (Pd). La madre di Federico Aldrovandi, il diciottenne ferrarese ucciso da agenti di polizia, combatte. Non si dà pace per quegli applausi choc al congresso del Sap ieri a Rimini, per i poliziotti giudicati colpevoli, che lei ha esitato a dire "mani rivoltanti". Applausi che "disgustano e feriscono", dichiara il sindaco di Bologna. "Esprimo la mia più sentita solidarietà a Patrizia Moretti per l'ennesimo affronto che è stata costretta a subire. Gli applausi agli agenti coinvolti

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nell'omicidio di Federico Aldrovandi disgustano e feriscono profondamente tutti noi. In un Paese che si dice democratico e civile episodi simili non possono trovare spazio", è il messaggio di Virginio Merola, augurandosi che "gesti simili non si ripetano mai più, e che Federico e la sua famiglia possano finalmente trovare pace". La polemica continua nella lunga giornata a Roma della madre di Federico. Patrizia Moretti lancia un grido di aiuto alla politica, spiega come non possa essere più solo lei, nè le famiglie delle altre vittime, a rispondere da sole a episodi come quello di ieri. "Le famiglie da sole non possono sostenere questo calvario - sottolinea - è una questione che riguarda la società intera. Per questo rivolgo una richiesta alla politica, deve entrare nella questione e trovare una soluzione prima di tutto culturale e anche tecnica. I poliziotti che hanno ucciso Federico sono stati condannati ma poi sono stati riammessi in servizio" e ieri, ha ricordato, durante il congresso del Sap a Rimini, sono stati "applauditi degli assassini. Qui c'è un ingranaggio che si inceppa". E ancora: "Vorrei una polizia su cui poter contare, di cui non aver paura, come invece succede a me quando vedo una macchina di pattuglia e sono da sola. Chiedo che si cambi registro, si cambi passo e lo faccio anche a nome dei poliziotti onesti che ci sono, vorrei che la loro voce si alzasse insieme alla mia". Infine: "Da oggi io non parlerò più, ora tocca alla politica e alle istituzioni". Rabbia e sdegno corrono anche nei social network. Si dissociano i sindacati delle forze dell'ordine Siul e Silp-Cgil. E se il presidente del Sap Gianni Tonelli tira dritto, tra i suoi c'è chi si ribella e minaccia di stracciare la tessera. "Da ora mi sottraggo, nell'interesse di tutti - aggiunge Patrizia Moretti - a questo dialogo malato con gli assassini di mio figlio, con chi li applaude, con chi viene a manifestare sotto il mio ufficio, perché ora è tempo che la parola passi alla politica e alle istituzioni". "I tempi - conclude sono maturi perché ci siano provvedimenti radicali concreti. Serve una soluzione politica, la politica deve sollecitare il cambiamento, e anche la polizia deve fare qualcosa".

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La madre di Aldrovandi: «Le istituzioni si difendano» Fonte: Il Manifesto 01/05/2014: | Di: Carlo Lania

La voce è come al solito calma, anche se ogni tanto si incrina per la commozione e la rabbia È la voce di chi, oltre ad aver perso un figlio, da anni deve anche subire periodicamente le offese di alcuni colleghi degli agenti di polizia che per quella morte sono stati condannati. Come è successo martedì a sera a Rimini durante il congresso del Sap, uno dei maggiori sindacati di polizia, con i delegati in piedi ad applaudire per cinque minuti tre dei quattro agenti responsabili della morte di Federico Aldrovandi. Adesso però Patrizia Moretti, la mamma di Federico, è stanca. Stanca soprattutto di combattere da sola. «Da questo momento mi sottraggo al dialogo malato con gli assassini di mio figlio, con chi cerca la prova di forza», dice. «Non voglio più parlare con loro. La parola deve passare alla politica e alle istituzioni, rispondano loro e prendano i provvedimenti adeguati». È quasi un avvertimento: non posso essere io, da sola, a difendere le istituzioni, che ora devono dimostrare di saper reagire. La mamma di Federico parla al Senato in una conferenza stampa organizzata dal senatore Luigi Manconi, presidente della commissione diritti umani di palazzo Madama. Una risposta civile agli applausi di Rimini definiti «inaccettabili» dal ministro degli Interni Angelino Alfano che per questo ha disdetto un incontro fissato per martedì con il Sap. E dopo la telefonata che il premier Matteo Renzi le ha fatto martedì sera, ieri hanno espresso solidarietà a Patrizia Moretti anche i presidenti delle camere Laura Boldrini e Pietro Grasso, che l’hanno incontrata, così come hanno fatto Alfano e il capo della polizia, prefetto Alessandro Pansa. E in serata è arrivato anche il sostegno di Giorgio Napolitano che ha parlato di «vicenda indegna». Seduto accanto alla mamma di Federico c’è il senatore Manconi, che usa parole durissime: «Una parte né insignificante, né irrisoria della nostra polizia è malata e interpreta in senso autoritario e violento il proprio ruolo, e questo non riguarda solo le famiglie delle vittime, ma l’intero Paese», è l’accusa che lancia. «Le famiglie da sole non possono sostenere questo calvario», prosegue la mamma di Federico. «Per questo rivolgo una richiesta alla politica,

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deve entrare nella questione, trovare una soluzione prima di tutto culturale e anche tecnica. I poliziotti che hanno ucciso Federico sono stati condannati, ma poi sono stati riammessi in servizio», ricorda. E martedì, prosegue, al congresso del Sap «sono stati applauditi degli assassini. Qui c’è un ingranaggio che si inceppa». Basta solidarietà, chiede, perché se alla solidarietà non seguono i fatti «allora diventano parole vuote». E di parole vuote lei come Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano presente come sempre tra il pubblico, ma anche come i familiari di Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, tutti morti dopo essere state fermati dalle forze dell’ordine, non ne vorrebbero più sentire. La parola, allora, deve passare alla politica. Un primo passo, dice Patrizia Moretti, sarebbe l’approvazione del reato di tortura, il cui ddl è in attesa del via libera definitivo della Camera. «Il testo originario presentato da me era ben diverso dall’attuale, ma sarebbe comunque un buon passo avanti», spiega Manconi. «Se quel testo fosse stato già legge quando hanno ucciso mio figlio, forse la sorte per i poliziotti condannati sarebbe stata ben diversa, e le pene meno lievi», commenta Patrizia Moretti. Al ministro Alfano e al capo della polizia, incontrati nel pomeriggio con Manconi, la mamma di Federico fa richieste precise. «Perché i poliziotti che hanno ucciso Federico non possono essere destituiti dalla polizia?», chiede al prefetto Pansa. Che le spiega come non sia possibile intervenire sui giudizi espressi dalla commissione disciplinare, la stessa che ha sospeso per sei mesi dal servizio gli agenti condannati. Ma anche come la destituzione di un agente sia prevista solo nel caso sia ritenuto colpevole di un reato doloso, cosa che non è per i quattro agenti in questione. A Pansa è stato comunque chiesto di desecretare gli atti della commissione e di procedere a una sua riforma, visto che oggi è un organismo interno alla polizia composto da 2 sindacalisti e 3 poliziotti. Ad Alfano, infine, Patrizia Moretti ha chiesto di fare in modo che in futuro non accadano più casi simili a quello di Federico. «Studierò la cosa e ne parlerò con Renzi», ha promesso il ministro. Da parte sua il Sap rilancia chiedendo un nuovo processo per gli agenti. E il suo segretario, Gianni Tonelli, ammette: «I colleghi li ho applauditi anch’io, non mi nascondo dietro un dito. Li considero condannati per un errore giudiziario».

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Internazionale Pierre Laurent: «Sull’Ucraina Ue miope e allineata alla Nato» Fonte: Il Manifesto |30/04/2014 Di: Jacub Hornacek

intervista a Pierre Laurent, presidente del Partito della Sinistra Europea, a Praga con Tsipras La visita a Praga dei vertici del Partito della Sinistra Europea (Pge), ha ricordato la difficile situazione in cui si trovano le forze politiche della sinistra d’alternativa nell’Europa centro-orientale. «La caduta del vecchio sistema sovietico e la successiva offensiva neoliberista avvenuta ha creato in questi Paesi delle democrazie balbuzienti, dove per le forze della sinistra c’è da fare un grande lavoro di ricostruzione», ha detto Pierre Laurent, presidente del Pge. Un tema di prim’ordine non soltanto nell’Est europeo è la situazione in Ucraina. Come valuta il comportamento della diplomazia europea in questa crisi? Ritengo la condotta della politica estera europea miope ed estremamente pericolosa. Essa ha soffiato sulla crisi politica dell’Ucraina senza offrire alcuna alternativa concreta di sviluppo e di cooperazione, banalizzando l’arrivo al potere di un governo, che ha al suo interno alcune frange ultranazionaliste e neofasciste. L’unica bussola della politica estera europea è stato lo scontro con il regime di Putin. Ma il risultato di questo approccio è stato soltanto il coinvolgimento dell’Europa nell’escalation delle violenze, che potrebbero sfociare in uno scontro militare aperto. Credo perciò, che bisogna uscire dalla logica dello scontro, in cui sono entrati la Russia e l’Unione Europea con gli Stati Uniti, promuovendo iniziative di cooperazione e di ricerca di una soluzione pacifica. Quale ruolo ha giocato nell’aumento delle tensioni l’allargamento della Nato a Est?

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La politica della Nato ha alimentato le tensioni e ha cercato la ridefinizione di una linea di scontro con la Russia, entrando così in una logica di confronto tra potenze pericolosa. È drammatico assistere al fatto che la politica della Ue sia del tutto allineata a quella della Nato. È necessario che emerga una zona europea, che assuma un ruolo indipendente e differente rispetto ad oggi non soltanto nell’Europa dell’Est ma anche nell’area del Mediterraneo. In questo sforzo avrà un significato fondamentale la lotta contro il Trattato di libero mercato transatlantico. Come si muoverà il Pge su questo terreno? Il primo compito sarà quello di informare i cittadini sui negoziati, che l’Ue sta conducendo in assoluta opacità. Si svilupperebbe una grande ostilità verso il nuovo trattato, se si riuscisse a informare delle implicazioni del trattato, che avrà ripercussioni notevoli su una grande quantità di attività economiche, sociali e culturali. Il secondo compito consisterà nel convincere i cittadini, che è possibile opporsi a questo trattato. Come sempre i dirigenti europei ci diranno che non ci sono altre strade, ma l’esperienza dell’America latina insegna che è possibile rigettare questo genere di accordi. Il Pge vorrà che i cittadini europei possano esprimersi sul trattato in una consultazione pubblica. Cosa volete fare per combattere il dumping sociale e territoriale, che esiste all’interno dell’UE? È necessario riprendere la strada dell’armonizzazione verso l’alto dei diritti sociali e dei salari minimi. L’Ue è stata una macchina di distruzione dei diritti sociali. Penso ad alcuni provvedimenti come la normativa sui lavoratori distaccati, che ha messo in una concorrenza i lavoratori dei diversi Paesi. Ritengo valide anche alcune proposte come il salario minimo europeo o una maggiore armonizzazione verso l’alto delle imposte sul reddito. Ed è positivo che negli ultimi anni queste rivendicazioni sono state fatte proprie da una parte importante e crescente del sindacalismo europeo. I socialisti europei potrebbero essere degli alleati in questa lotta? Fin’ora non lo sono stati. Anche alcune iniziative sul salario minimo, come quelle condotte dalla grande coalizione in Germania, sono ben lontane da quello che sarebbe necessario fare. Il principale obiettivo del Partito della

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Sinistra Euro pea è quindi quello di unire tutte le forze sociali, sindacali, ecologiste e di sinistra, che non si riconoscono nelle attuali politiche europee.

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Inchiesta del governo venezuelano: cospirazione di estrema destra pagata dall’esterno Fonte: Il Manifesto 02/05/2014 Di: Geraldina Colotti

Una cospirazione di estrema destra, finanziata da fuori, per mettere le mani sulle risorse del paese. Questo, in sintesi, il risultato dell’inchiesta condotta dal governo venezuelano e illustrata dal ministro degli Interni, Miguel Rodriguez Torres. Dalla prima settimana di febbraio, il paese è scosso dalle proteste violente. Una parte dell’opposizione vuole imporre con la forza “la salida”, l’uscita dal governo del presidente Nicolas Maduro. Finora i morti sono 41 e i feriti 785 (275 sono funzionari pubblici, poliziotti e militari). Restano in carcere 197 persone, fra queste solo 14 sono studenti. La Fiscal general, Luisa Ortega Diaz ha detto di aver aperto 142 procedimenti per sospetta violazione dei diritti umani, di aver formalizzato 98 accuse per un totale di 294 persone: “Non possiamo permettere che si ripetano fatti del genere come negli anni ’80-’90”, ha detto Ortega che in quel periodo era una nota attivista per i diritti umani. L’accusa di aver violato i diritti umani viene sostenuta dall’opposizione in tutte le sedi internazionali per chiedere sanzioni oppure interventi militari. L’8 maggio, la Commissione esteri del Senato Usa dedicherà una sezione al Venezuela intitolata “Violazione dei diritti umani e molto di più”. Il curriculum dei partecipanti non lascia molti dubbi sul tenore della decisione. Vi sarà la segretaria di Stato per l’Emisfero occidentale, Roberta Jacobson (che ha più volte espresso il suo appoggio all’opposizione venezuelana) e la rappresentante di Democrazia e diritti umani, Uzra Zeya. Interverrà anche Moises Naim, ex ministro della IV Repubblica e uomo delle grandi istituzioni internazionali, opinionista di El Pais, e José Miguel Vivanco, direttore esecutivo per le Americhe di Human Rights Watch, anch’egli molto schierato sull’argomento. Ieri si è fatta sentire anche la cubano-statunitense Ileana Ros-Lehtinen, repubblicana: per smentire le accuse rivolte dal ministro Torres a suo marito Dexter Lehtinen, accusato di essere uno dei finanziatori dei piani destabilizzanti contro Maduro, via Miami. “Se Maduro è preoccupato per l’influenza straniera, perché non espelle a tutti i militari cubani e ai membri dell’intelligence che aiutano il suo regime e i collettivi a commettere violazioni

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dei diritti umani contro il popolo del Venezuela?”, ha tuonato la paladina degli anticastristi. Secondo il ministro Torres, i falchi del Pentagono e le estreme destre latinoamericane (l’ex presidente messicano Vicente Fox e l’ex capo di stato colombiano Alvaro Uribe) finanziano e sostengono i piani golpisti del “nuovo fascismo” venezuelano: che si sostanzia nei gruppi oltranzisti che fanno capo a Maria Corina Machado, a Diego Arria o al partito Voluntad Polular di Leopoldo Lopez (in carcere). Personaggi che “cercano di mostrare al mondo che in Venezuela si violano costantemente i diritti umani”. Al riguardo, il ministro si è riferito a un rapporto scritto dalla dirigente della destra Delsa Solorzano, che prende di mira presunti collettivi armati che agirebbero insieme allo stato. Un’operazione di discredito che conta sull’azione concreta di gruppi nazisti come Juventud Activa Venezuela Unida (Javu), Movimiento 13 e Operacion Libertad, attivi sia nelle strade che nel fomentare rivolte in carcere o criminalità. Il ministro ha detto che sono stati arrestati 58 stranieri, implicati in azioni terroristiche, e ha fornito i nomi di quelli che vengono ritenuti gli anelli di congiunzione con l’estero: “Vogliono mettere le mani sul petrolio e sulle nostre risorse e impedire che si diffonda il socialismo nel continente”, ha detto il ministro. Secondo i dati della Banca mondiale, Venezuela e Uruguay hanno superato il Messico quanto a benessere dei singoli cittadini. Grazie a una più equa redistribuzione della rendita petrolifera effettuata in 15 anni di governo chavista, il Venezuela ha il salario più alto di tutta l’America latina e uno dei più alti al mondo: ma anche un’altissima inflazione, ribatte l’opposizione. Ed è guerra di cifre, dopo l’aumento del 30% del salario minimo e delle pensioni deciso per decreto da Maduro il 1 Maggio. Ieri, Maduro ha ricevuto la visita del neopresidente del Salvador, l’ex guerrigliero Sanchez Ceren al quale ha promesso “tutto l’appoggio di Petrocaribe e di tutti gli strumenti che si sono creati nella rinascita di questa nuova America latina”.

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Appuntamenti sui nostri territori Casalecchio di  Reno   Sabato  10  maggio  2014  ore  17    

Nei  locali  ristrutturati  dell’Ex  Municipio  in  Via  Porrettana  266   Presentazione  alla  cittadinanza  di  

STORIE  DI  CASA  

Percorsi culturali  a  Casalecchio  di  Reno    

Storie di  casa  è  un’iniziativa  del  Comune  di  Casalecchio  di  Reno   Su  un’idea  dell’Istituzione  Casalecchio  delle  Culture   Fa  parte  del  progetto  CasainComune    

In collaborazione  con   Casalecchio  Insieme  –  Pro  Loco  Meridiana   Comunicamente     Partner  tecnico   Comet     Con  il  contributo  di   Unicredit   Rotary  Club  Val  Samoggia     Info   Istituzione  Casalecchio  delle  Culture   Tel:  051.598243   E-­‐mail:  info@casalecchiodelleculture.it    

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Il Venticinquesimo numero di Rassegnàti mai, la rassegna stampa settimanale della Sezione Rino Nanni PdCI BO

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