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Rassegnàti mai raccolta settimanale di informazioni di stampa della Sezione Rino Nanni Partito dei Comunisti Italiani Bologna Territorio Reno Bazzanese (Casalecchio di Reno,

Sasso Marconi, Zola Predosa, Monte San Pietro, Valsamoggia)

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Numero 23, Martedì 15 Aprile – Martedì 22 Aprile 2014

INDICE ARGOMENTI: Lavoro

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Scuola

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Il Governo Renzi

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Europa

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Internazionale

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Il PdCI sul territorio

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A cura del gruppo di lavoro Comunicazione Politica e Istituzionale

Massimo Masetti 338 6952071

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Lavoro Si apre il congresso della Fiom, il Pdci è presente con una propria delegazione Fonte: pdci.it Nella giornata del 10 Aprile 2014 una delegazione del Pdci, formata dal Segretario Cesare Procaccini, dal Responsabile Organizzazione Mauro Alboresi e dal Responsabile Nazionale del Lavoro Stefano Barbieri, ha partecipato al congresso Nazionale della FIOM-CGIL a Rimini. “Abbiamo ascoltato con grande attenzione la relazione del Segretario Maurizio Landini, apprezzandone e condividendone sia l’analisi della crisi economica che la preoccupazione per la torsione “al peggio” in materia di riforme del mercato del lavoro e delle pensioni, così come abbiamo condiviso la necessità impellente della costruzione di un fronte politico e sindacale che difenda gli interessi e i diritti del mondo del lavoro. Questo, anche passando attraverso un rinnovamento profondo della politica e del sindacato, capace di interpretare il giusto segno dei nuovi tempi. Per quel che ci riguarda noi ribadiamo la nostra disponibilità, anche perché ci pare evidente, come forse non lo è per altri, che la risposta a questa giusta necessità non è – e non può essere – né il PD di Renzi né il suo Governo, come dimostrano i fatti concreti contenuti nel testo del Job Act. Landini ha ragione su molte cose, compresa la critica al Testo unico sulla Rappresentanza, argomento sul quale all’interno della CGIL si è sviluppata una contrapposizione molto forte. Auspichiamo che il tutto venga portato a sintesi unitaria perché i lavoratori hanno bisogno di un sindacato unito, più forte, con una connotazione di classe vera, capace di riportare le loro ragioni al centro delle scelte di questo Paese”. Stefano Barbieri, resp. Nazionale Lavoro Pdc

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La morte del mito del “piccolo è bello” Fonte: pdci.it

Crepe nella classe dirigente italiana, con Banca d’Italia in testa. Se ne è avuta occasione il 29 marzo scorso quando Visco ha accusato l’imprenditoria italiana di non investire, di essere specializzata in produzioni a basso valore aggiunto, di non innovare e, da qui, di creare una domanda di lavoro a bassa qualificazione, aggiungendo che rapporti di lavoro più stabili favoriscono l’aumento delle competenze dei lavoratori e da qui la produttività, quella che manca da tre lustri in questo paese. Proprio su quest’arco temporale il vice Direttore Generale di Banca d’Italia Signorini si è soffermato il 3 aprile scorso in un convegno ad Ancona sui distretti industriali, con una relazione che porta il titolo “Agglomerazione, innovazione e crescita: un quindicennio di ricerca”. Bene, come stanno messi i distretti industriali? Ebbene, i sistemi locali di produzione basati sulle piccole imprese sono stati oggetto di uno tsunami che ne ha stravolto la fisionomia: il primo è il salto tecnologico degli ultimi vent’anni, il secondo è la “crescente integrazione internazionale e l’ingresso sui mercati mondiali dei paesi emergenti, a cominciare da Cina e India”. Risultato? “Molti dei vantaggi dei distretti perdevano rilevanza. La diminuzione dei costi di trasporto rendeva economicamente conveniente lo spostamento delle lavorazioni più standardizzate verso paesi a basso costo del lavoro”. Ovvero le delocalizzazioni. In pratica la scomparsa della subfornitura di secondo livello, che negli anni novanta colpì il Mezzogiorno e, a partire dalla crisi del 2007, il centro-nord Italia. La concorrenza mondiale

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spinge poi diverse imprese distrettuali ad utilizzare nuovi segmenti e strumenti: “ricerca e sviluppo, progettazione e design, innovazione, commercializzazione”, tradizionalmente sfruttate solo da imprese con una dimensione adeguata al mercato mondiale e che provoca nei sistemi produttivi locali una polarizzazione tra imprese proiettate nell’arena mondiale e piccole imprese incapaci di attrezzarsi al nuovo contesto. In più, i vantaggi di produttività che avevano caratterizzato i i distretti industriali italiani, dati da conoscenze tacite, diffusioni di saper fare, manualità diffusa, diminuiscono fortemente a partire dagli anni novanta fino a scomparire del tutto negli ultimi anni. Signorini accenna poi al fatto che al localismo produttivo ha fatto seguito il localismo finanziario e questo connubio ha impedito il formarsi di un mercato dei capitali alternativo al canale bancario, tale per cui la restrizione creditizia iniziata a partire dalla crisi del 2007 ha finito per colpire pesantemente imprese incapaci di raccogliere fondi fuori dal circuito bancario, sia come capitale circolante, sia come capitale di rischio. Come stanno messe ora le piccole imprese dei distretti industriali? Ecco il quadro: “la posizione delle imprese italiane all’interno delle catene globali del valore non appare particolarmente favorevole: è elevato il numero di imprese intermedie e, tra di esse, quelle in posizione più subalterna. (Tali imprese) sembrano aver intrapreso con scarsa continuità strategie di accumulazione di capitale umano e di aumento della proiezione internazionale ed è scarsa la diffusione di segnali forti di ricomposizione strutturale dell’economia italiana. La piccola dimensione, la forte incidenza dei settori tradizionali, il basso peso relativo delle aree urbane sono confermati. A livello aggregato, la crescita dimensionale delle imprese non c’è stata”. Questo lungo richiamo serve a spiegare che le vere riforme strutturali devono essere compiute a livello imprenditoriale, ma siccome a distanza di 15 anni ciò non avviene è necessario creare una nuova politica industriale centralizzata che, in accordo con i centri di ricerca pubblici, facciano nascere imprese pubbliche nei settori di tecnologia avanzata, proprio quelli che mancano in questo paese. E’ finora venuta a mancare, anche se ci sono eccezioni, ma soprattutto da parte di operatori esteri, l’aumento dimensionale della scala di produzione, che è una primaria controtendenza alla caduta del saggio di profitto, in assenza della quale, qualsiasi nuova “regola” nel mercato del lavoro o qualsiasi riduzione salariale sarebbe insufficiente e alla fine deleteria per il sistema economico, sia in termini di produttività totale dei fattori produttivi (capitale umano e innovazione, secondo Visco) sia in termini di tenuta ulteriore della domanda interna. Questo significativo documento pone fine al mito del piccolo è bello: in trent’anni i loro cantori hanno combinato disastri immani. Il Censis e il Cnel

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invitavano governi e parti sociali a politiche dell’offerta localistiche e territorializzate, facendo disperdere in migliaia di micro progetti fondi altrimenti destinati ad una diversa politica industriale. Dominava la “concertazione” tra sindacati confederali e Confindustria, felici di decidere a livello locale come sfruttare le risorse europee e gli incentivi a fondo perduto, i quali, a detta di Signorini, sono stati un fallimento totale. Solo per il periodo 2006-2011 sono stati erogati 26 miliardi di incentivi a fondo perduto con 1023 interventi (62 nazionali e 961 regionali). Ecco il quadro: “ gli studi realizzati da Banca d’Italia sugli effetti delle politiche di incentivazione mostrano che i risultati sono deludenti: sostituzione intertemporale di investimenti, spiazzamento da territori limitrofi a quelli agevolati, dimensione eccessivamente ridotta di taluni progetti e altri effetti analoghi hanno concorso a ridurre fortemente l’efficacia degli incentivi”. Stiamo parlando di 5 anni, se lo rapportiamo agli ultimi 22 anni, da quando è iniziata la concertazione, con il concorso di sindacati confederali e Confindustria, sono andati dispersi centinaia di miliardi di euro, lasciando nei territori marginali decine di migliaia di capannoni abbandonati dopo vere e proprie truffe. Era la strategia del Censis (De Rita ancora pontifica su quel giornale inutile che è il Corriere della Sera, simbolo del degrado della borghesia del nord) del “bottom up”, dello sviluppo locale mediante la leva delle “parti sociali” e degli accordi di lavoro territorializzati tendenti alla deflazione salariale, alla reintroduzione delle “gabbie salariali” nel Mezzogiorno e alla precarietà (Il pacchetto Treu è del ’97..), che si contrapponeva alla strategia di pianificazione industriale centralizzata degli anni cinquanta e sessanta tramite la leva dell’intervento pubblico e delle aziende pubbliche. Ai lettori la risposta in quale periodo questo Paese ha conosciuto la crescita…A livello istituzionale la corrente economica dei distretti industriali ha trovato una sponda istituzionale nel regionalismo e nelle identità territoriali, che hanno fatto perdere la visione d’insieme dell’industria italiana, fino a provocarne una parziale scomparsa. Troppi sociologi hanno dominato la scena, mediocri economisti li hanno accompagnati per spiegare con parole e tesi astruse un fenomeno che rappresentava il degrado produttivo del Paese a seguito del decentramento produttivo e non certo un suo pregio economico. Su cosa si reggeva realmente il mito del “piccolo è bello”? Scarsi controlli fiscali, lavoro nero, bassi salari, svalutazione competitiva e laissez faire delle istituzioni. Mercato mondiale ed euro hanno spazzato via questo modello, rimangono solo quelle medie imprese che hanno fatto, tramite investimenti, il salto tecnologico e la crescita dimensionale. Per tutti gli altri è la moria. Gli accademici italiani hanno fatto troppi danni: a Bologna si legge che la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 45%. Bologna è stata una delle

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capitali degli accademici specializzati nei distretti industriali, qui è stato partorito il federalismo con la riforma del Titolo V della Costituzione da funzionari dell’apparatnich del PDS. Bersani ancora nel 2013 parlava delle piccole imprese al Parlamento…. Per non parlare dei bacini occupazionali della Puglia, dove negli anni novanta si lodavano i “distretti industriali” di produzioni a basso valore aggiunto. Troppa miopia, troppi consulenti del nulla, magari diventati “dirigenti” arricchitisi nei dipartimenti del Tesoro e nelle migliaia di uffici regionali e locali, gente che non molla e che continua a fare disastri. Nel 2014 ci ritroviamo senza una politica industriale e se qualcuno parla di riforma strutturale è solo per diminuire i salari. Bella prospettiva, vai avanti tu che a me viene da ridere, visto che a 10-12 mila medie imprese presenti sul mercato mondiale si accompagnano circa 500 mila micro imprese manifatturiere senza alcuna prospettiva di sviluppo, con la deflazione che fa il resto del lavoro sporco. Chi ha avuto ragione in questi decenni? Non certo i governanti, non certo i sindacati confederali, men che meno Confindustria, che si è guardata bene dal fare investimenti mentre non passava giorno a dare consigli, doveri e istruzioni alla “politica”. Gli unici che hanno ragione sono quelli appartenenti al proletariato, ma non si organizzano, oppure vanno appresso ad un pifferaio magico che parla ancora di piccole imprese. Insomma, non se ne esce: è un fatto di mentalità, coscienza e analisi. Mancando questo, al proletariato non resta altro che affidarsi a pifferai, che ne decreteranno la loro definitiva e tragica marginalità nei decenni futuri. Il piccolo è bello è morto, e lotta insieme a noi: il sanfedismo è duro da sconfiggere… Pasquale Cicalese per Marx21.it

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Camusso-Landini, scintille al congresso Fiom: "Le tute blu si autoescludono" Fonte: Repubblica Bologna 12/4/14

Il segretario generale della Cgil: comunicare il numero di iscritti che hanno votato per la bocciatura dell'accordo sulla rappresentanza. La replica: "Dire che noi non firmiamo accordi è una boiata" La Fiom comunichi il numero degli iscritti che hanno votato per la bocciatura dell'accordo sulla rappresentanza, oppure il sindacato delle tute blu si autoescluderà dalla Cgil. E' l'avvertimento di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, al congresso dei metalmeccanici in corso a Rimini. La platea ha accolto il suo intervento con applausi e qualche fischio. Sul testo unico della rappresentanza, Camusso ha assicurato che se ne continuerà a discutere, nonostante la rottura da parte delle tute blu e la diffidenza dimostrata dal segretario Maurizio Landini. "E' un primato nei principi della Cgil quello che 'vale il giudizio dei lavoratori', ma ha sempre convissuto con il fatto che noi siamo organizzazione che deve poter decidere e trarre degli orientamenti. Quindi chiedo a Maurizio: come fa la Cgil a chiudere la sua di consultazione? C'è il dovere della sintesi". "Se si pensa che non è utile comunicare il risultato degli iscritti alla Fiom - ha aggiunto il segretario - si genera un processo di autoesclusione. Io penso che nessuno di noi lo voglia, perché siamo una casa comune. Non credo che sia utile che si impedisca alla Cgil di giungere al suo punto finale di valutazione dell'andamento della consultazione. Organizzazione sta insieme se le regole che ha le applica. La nostra forza è che siamo organizzazione che ha degli iscritti e su questo una soluzione bisogna trovarla perché l'autoesclusione è l'unica cosa che non può succedere". Replica con durezza Maurizio Landini, parlando di esclusione e non di

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autoesclusione. "La domanda la voglio fare io: perché sii è esclusa la Fiom dalla possibilità di conoscere e decidere su quell'accordo? Io non ho mai avuto una risposta. Non è un elemento polemico ma un appunto decisivo di metodo e merito, di come si sta in un'organizzazione''. Landini ricorda che la Fiom ha svolto 4850 assemblee nei posti di lavoro, coinvolgendo 333 mila lavoratori, il 70% dei quali ha votato e l'86,6% ha respinto l'accordo sul testo unico e ha dato mandato a modificarlo. Landini si dice d'accordo con Camusso sulla necessità di rilanciare la contrattazione ma ha detto che bisogna chiarire ''come e con chi e su quali gambe la fai camminare.'' ''Non sono disponibile ad accettare caricature - conclude ancora Landini - dire che la Fiom non fa accordi è la più grande boiata che uno può raccontare''. La Fiom è invece il sindacato che ''in Italia firma più accordi di qualunque altro ma mai se non ha il consenso dei lavoratori''

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“La Fiat a noi non ci impacchetta” Fonte: Il Manifesto 11/4/14 Di: Anntonio Sciotto

I delegati. Il congresso Fiom e i nuovi spot della Fiat: "Sono un'offesa, molti di noi sono in cassa da anni. Altro che cuori spezzati e operai che ballano: Marchionne ci dica il suo piano". E intanto per la Irisbus si apre uno spiraglio

“Se ci provassero, a impacchettare la mia macchina, mi incazzerei di brutto. E così la pensano gli altri operai”. Ciro D’Alessio, delegato Fiom alla Fiat di Pomigliano, non ha molto gradito le nuove tecniche di marketing del Lingotto. “Sono venuti anche da noi – racconta – Mettevano quel cellophan, poi il cuore spezzato: e ti dicevano che devi comprare italiano, che la Fiat fa ottime offerte. Ma certo ci vuole faccia: hanno la sede legale e pagano le tasse all’estero, però noi dobbiamo comprare italiano. Io peraltro non ho manco i soldi per acquistare un’auto, sto in cassa da 4 anni”. Per la cronaca, ieri Sergio Marchionne ha definito “geniale” l’idea del pacco. Insomma, non solo le discriminazioni, i licenziamenti, i processi (che hanno dato ragione alla Fiom), ora arrivano anche le pubblicità. Da Melfi commentano un altro spot, che li vede protagonisti. Il famoso “Happy”, dove le tute blu ballano felici tra le linee, insieme al direttore dello stabilimento, diventato virale sul web. “Abbiamo visto la classe operaia che balla, ma lì gli operai non c’erano – protesta Dino Miniscalchi, delegato Fiom alla Fiat di Melfi – C’erano

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capi e capetti in quel video: quando decidono queste cose, fanno le assemblee con i lavoratori da soli, fermano le linee e tengono noi della Fiom ben lontani. Gli operai veri, quelli che non ballano, oggi hanno paura per il loro futuro, e vivono da anni in cassa”. Poco da ridere e da ballare hanno anche a Termini Imerese, dove la Fiat ha chiuso da due anni e mezzo, e per il momento non si vedono ancora spiragli per 1200 persone. “Lunedì abbiamo l’ennesimo tavolo al ministero dello Sviluppo – dice Roberto Mastrosimone, segretario Fiom Sicilia – Parlano sempre di nuovi gruppi interessati, ma ormai chi si fida più. Il nuovo governo? Vorremmo sperare che qualcosa cambi, vedremo. Certo non ci aiuta il fatto che la Fiat continui a voler esercitare un monopolio di fatto, quando porta le sedi all’estero e in Italia produce sempre meno: adesso siamo a 400 auto mila l’anno, quando nel 2009 Marchionne aveva parlato di un obiettivo di 1,3–1,4 milioni. Dovremmo puntare sull’auto ecologica, l’ibrido e l’elettrico: ma dovrebbe farlo tutto il Paese”. Anche da Mirafiori raccontano che il lavoro è poco e gli investimenti Fiat ancora solo un miraggio: “Si lavora 3–4 giorni al mese – dice la delegata Fiom Nina Leone – Siamo sempre alla politica degli annunci, che non si concretizzano mai. Aspettiamo il 6 maggio, quando Marchionne presenterà il suo piano da Detroit”. E se va dato atto al governo Renzi di aver portato verso una conclusione positiva i casi Electrolux (taglio del salario scongiurato, ma si deve ancora lavorare per far ritirare gli esuberi) e Micron (accordo e niente esuberi), alla Fiom adesso confidano nel terzo gol: “Speriamo, dopo 4 anni di cassa, che finalmente sia la volta buona – dice Silvia Curcio, delegata Fiom della Irisbus di Avellino – Il viceministro Claudio De Vincenti ha lavorato bene fin dal governo Monti, e ora pare che l’esecutivo abbia individuato un compratore: si tratterebbe di una newco tra un grosso produttore cinese e capitale italiano, forse un 20% Finmeccanica”. La Irisbus era di Fiat Industrial, e produceva autobus: non è che le commesse manchino, ma l’azienda torinese ha pensato bene di delocalizzare in Francia (dove per i trasporti ci sono sostegni governativi) e Repubblica ceca, non preoccupandosi di fare terra bruciata in Italia, per non avere concorrenti. “All’ultima riunione al ministero, il 9 aprile – racconta la delegata Fiom – Fiat avrebbe voluto scongiurare il prolungamento della cassa in deroga, che ci scade il 30 giugno, e aprire per tutti le mobilità”. Insomma, si voleva mettere una pietra tombale sulla produzione. “De Vincenti ha preso per due ore da parte il rappresentante Fiat, e alla fine lo ha convinto – racconta ancora Silvia Curcio — Abbiamo ottenuto la proroga della cassa fino a fine anno, ma se va in porto la nuova società, che

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dovrebbe comprare anche la Breda Menarinibus di Bologna, potremo avere in Italia un nuovo polo degli autobus. Il nostro sarebbe uno dei pochi casi di azienda che chiude, e che poi riapre non cambiando la sua mission produttiva”.

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“Nestlè, il tuo Jobs Act non lo accettiamo” Fonte: Il Manifesto 9/4/14 Di: Antonio Sciotto

I delegati Perugina. I dipendenti della multinazionale svizzera al congresso della Flai Cgil: "No ai ricatti, si ascolti la nostra controproposta" No al Jobs Act in salsa Perugina. La Cgil giudica “irricevibile e provocatoria” la proposta di flessibilizzare i contratti avanzata dalla Nestlè, proprietaria dello storico marchio dolciario italiano. La posizione è stata ribadita ieri al congresso della Flai Cgil, a Cervia, dove erano presenti diversi delegati del gruppo alimentare svizzero. L’azienda ha specificato che “non intende abolire il tempo indeterminato”, ma secondo la Flai sussiste comunque un “alto rischio di precarizzazione” nella proposta di trasformare i contratti full time in part time. “Così si riduce il salario, si mette a rischio il futuro di tante persone che da anni lavorano per la Perugina”, dice Marco Ballerani, che come altre 1100 persone – tra fissi e stagionali – produce cioccolatini, biscotti e caramelle nello stabilimento di San Sisto, a Perugia. Gli operai dei Baci, peraltro, già da diversi anni non hanno vita facile: da quando è iniziata la crisi, infatti, hanno dovuto tamponare i periodi di bassa produzione (primavera ed estate, quando per il caldo si arresta la vendita di cioccolata) con sempre più pesanti iniezioni di cassa integrazione e solidarietà. Una situazione che per i conti della multinazionale svizzera si è rivelata sempre più “inefficiente”, e così nell’ultimo faccia a faccia con i sindacati, lo scorso 4 aprile, si è tentato il colpaccio: “Ci hanno detto che se volevamo confrontarci sull’integrativo di gruppo, motivo per cui ci eravamo incontrati – racconta Sara Palazzoli, segretaria Flai dell’Umbria – avremmo dovuto discutere insieme una loro proposta sulla flessibilizzazione dei contratti. A quel punto abbiamo rotto le trattative, per noi i due temi devono restare separati”.

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Chi lo sa, forse stimolata dal decreto Poletti, che liberalizza al massimo i contratti a termine, la Nestlè ha pensato bene di pigiare il piede sull’acceleratore della flessibilità. D’altronde, le lamentele delle imprese sono sempre le solite, e purtroppo i sindacati – soprattutto se lasciati soli dalla politica – per replicare hanno armi ogni giorno più spuntate: “Dicono che il dolciario con la crisi ha perso il 35% di vendite – spiega il delegato Perugina – e che in altri paesi, come per esempio in Germania, dove producono le capsule per il Nespresso, trovano condizioni migliori per investire. Su questo possiamo anche dargli ragione: è vero che da noi la burocrazia e le tasse sul lavoro sono penalizzanti, ma sulla flessibilità non ci stiamo. Abbiamo già dato”. In effetti, dei 1100 addetti Perugina, 300 sono stagionali: vengono chiamati al lavoro solo per i periodi di “curva alta” (da fine estate a Pasqua). Degli altri 800, tutti a tempo indeterminato, circa 260 sono già part time, secondo una formula che ha fatto scuola nell’industria alimentare italiana. Sono infatti contrattualizzati per 30 ore settimanali, ma in realtà le fanno soprattutto nei periodi di “alta”: arrivando spesso anche fino a 40 o 48 ore a settimana. Tutte le ore aggiuntive a quelle base, vengono poi “smaltite” nei periodi di “curva bassa” (da aprile a fine luglio): pur restando a casa, così percepiscono comunque lo stipendio. Il problema si pone per gli altri 540 operai: essendo full time, sono diventati un rompicapo per il gruppo, che li ritiene troppo “rigidi”, sempre meno adatti al mercato, che chiede ogni anno una stagionalità più spinta. Per questi perugini, e analogamente per i circa 400 addetti delle industrie del gelato Nestlè di Parma e Ferentino, la multinazionale chiede adesso la conversione in “altri contratti”, part time. “Siamo disposti a confrontarci sulla stagionalità, ma niente ricatti”, hanno dichiarato ieri Flai, Fai e Uila. E da Perugia i delegati Flai spiegano la controproposta del sindacato: “Perugina potrebbe reinternalizzare tanti servizi che oggi dà in appalto, recuperando così alcuni posti per gli interni: negli anni passati i lavoratori erano già addetti a diverse mansioni, mica stavano solo sulle linee. Inoltre ci chiediamo che piani industriali si propongono per l’Italia: se investissero su nuovi prodotti, forse potremmo lavorare di più”. Il timore, per tutti i 4 mila dipendenti Nestlè italiani, è che la multinazionale svizzera sia sempre più intenzionata a disimpegnarsi dal nostro Paese.

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Scuola «Il nostro obiettivo: reddito e welfare» Fonte: Il Manifesto 10/4/14 Di: Roberto Ciccarelli

Cgil scuola. Intervista al segretario Flc Domenico Pantaleo Sui quasi 200 mila iscritti alla Federazione dei lavoratori della conoscenza (Flc) della Cgil, 70 mila sono precari nella scuola, nell’università e nella ricerca. Negli ultimi quattro anni il sindacato guidato da Domenico Pantaleo, riunito a congresso nella città della scienza a Napoli a poco più di un anno dopo dall’incendio doloso, ha registrato un aumento di più di 10 mila iscritti e nelle ultime elezioni alle Rsu ha registrato l’avanzata più forte tra i sindacati nel pubblico impiego. Come altri sindacati del pubblico impiego, anche la Flc ha affrontato le conseguenze della legge Brunetta e dei tagli da 10 miliardi di euro all’istruzione. Occupandosi di lavoro cognitivo, ha compreso la necessità di adottare strumenti diversi per affrontare il precariato nella ricerca e nella scuola che è molto simile a quello di altri settori privati. Ancor prima che lo facesse Landini e la Fiom, la Flc ha iniziato a parlare di reddito minimo e di welfare universale. Pantaleo punta su questo per rilanciare il senso e la funzione di un sindacato in grave crisi di rappresentanza. Al congresso di Rimini porterà un emendamento sul reddito all’azione 8 del documento di maggioranza, firmato dalla Fiom, che ha ottenuto il 68% dei consensi nelle assemblee di base. «L’identità della categoria è cambiata, oggi Flc riesce ad esprimere una forte capacità di proposta politica – afferma Pantaleo in una pausa dei lavori del congresso — Il reddito e la riforma del Welfare sono strumenti essenziali per ricomporre un mondo del lavoro in frantumi».

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Diventeranno mai l’oggetto di una lotta della Cgil? Me lo auguro. Se non innoviamo, resteremo quelli che rappresentano solo la categoria dei dipendenti, mentre la precarietà sarà tra poco maggioritaria. Il Def prevede un nuovo calo della spesa per gli stipendi nella scuola, già tagliata fortemente dal 2009. Come reagirete? Il governo Renzi non deve compiere alcun atto unilaterale, altrimenti noi siamo pronti ad aprire un duro conflitto. In questi anni il pubblico impiego, e soprattutto scuola e università sono stati dissanguati dai tagli che hanno causato una riduzione dei dipendenti. Bisogna sbloccare i contratti, riportare al 100% il turn-over nell’università e nella ricerca. In che modo è possibile recuperare queste risorse? Dal taglio delle spese militari e degli F35, da una patrimoniale e dalla lotta all’evasione fiscale. Bisogna inoltre sganciare le spese per istruzione e ricerca dal vincolo del 3% sul Pil. Non crede che gli 80 euro in busta paga o i 3,7 miliardi per l’edilizia scolastica siano un segnale di buona volontà del governo? Sono misure positive, ma non sostituiscono la necessità del rinnovo dei contratti e il blocco della spending review sugli stipendi. Ciò che i dipendenti hanno perso in questi anni è superiore a quanto il governo dice di volere restituire. Il ministro dell’Istruzione vuole premiare il merito e non l’anzianità dei docenti. Ritiene sia una sfida frontale ai sindacati? Il ministro Giannini fa continue e confuse dichiarazioni. Nella scuola non ci sono solo docenti, ma i precari, il personale Ata. Se vuole usare le poche risorse solo per una categoria, scatenando una guerra con tutte le altre, lo dica subito. Troverà la nostra opposizione. Il governo vi sfida sul merito Il merito è importante, ma presuppone l’uguaglianza nelle retribuzioni. Diversamente da quanto pensa Giannini, l’anzianità di servizio è una voce importante in tutti i sistemi valutativi europei e contribuisce al riconoscimento della professionalità. Per noi la priorità è il salario, si mettano in campo i fondi e discutiamo su tutto. Le polemiche tra Camusso e Landini hanno mostrato le divisioni della Cgil. Cosa accadrà al congresso?

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Dovrebbe concentrarsi sul futuro della Cgil, il vero tema. Credo che l’unità vada ricomposta, superando contrapposizioni e diffidenze sul testo unico della rappresentanza. Bisogna trovare una mediazione. Quale? Considerato che la consultazione è stata positiva, in fase di applicazione dell’accordo bisogna mettere dei paletti come la garanzia di sedere ai tavoli a chi supera il 5% della rappresentanza, sottoporre gli accordi decentrati ai lavoratori, eliminare le sanzioni ai delegati.

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Il Governo Renzi Rodotà: “Renzi populista soffice” Fonte: Il Manifesto 12/4/14 Di: Antonio Sciotto

Il professore al congresso della Fiom. Appassionato discorso ai metalmeccanici: con le riforme si rischia un neoautoritarismo, il governo si confronti con il dissenso

A concludere il congresso della Fiom, giusto poco prima della sfida tra Susanna Camusso e Maurizio Landini, non poteva che essere Stefano Rodotà. Il professore, amatissimo dai metalmeccanici e legato a doppio filo a Landini, ha esordito togliendosi qualche sassolino messogli nella scarpa dal presidente del consiglio: «C’è il populismo di Berlusconi – ha spiegato – e c’è quello di Grillo, ma c’è anche un nuovo populismo, più soffice, di Renzi. Come si può definire altrimenti l’atteggiamento di chi rifiuta il confronto con i corpi intermedi come il sindacato, per rimuovere forzosamente la complessità che c’è nella società?».

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E non basta, Renzi viene anche accusato di voler realizzare un «neoautoritarismo, un autoritarismo soft, che mantiene le forme della democrazia e ne svuota la sostanza». Brucia ancora al costituzionalista l’attacco del premier ai «professoroni» che lo criticano sull’Italicum e la riforma del Senato. Ma soprattutto, Rodotà è preoccupato dalla tenuta della democrazia: «Si vuole tenere fuori chi sta sotto l’8% – dice – Si intende dire a chi prenderà magari 3 milioni di voti che per lui non c’è posto. Si profila una concentrazione del potere che sovrarappresenterà pochi soggetti, i due partiti a cui si vuole ridurre il Parlamento, e lascerà fuori tutti gli altri. Il governo e la maggioranza della nuova Camera coincideranno, con l’opposizione che sarà simbolica. E tutto senza contrappesi adeguati negli organi di controllo: perché dallo stesso blocco verranno il presidente della Repubblica, i giudici della Corte costituzionale, i membri del Csm. E il Senato stesso non avrà sufficienti funzioni di controllo». Rischio di autoritarismo, dunque: «Noi diciamo sì alla fine del bicameralismo perfetto – continua Rodotà – ma se la legge di bilancio e la fiducia le avrà la sola Camera, si costituisca allora un Senato elettivo, con legge proporzionale, così da assicurare la rappresentanza a tutti e poter avere contrappesi. Io sono stato deputato negli anni di piombo, e far entrare allora i partiti “extraparlamentari” fu un modo per evitare rischi di collateralismo con il terrorismo. Stiamo attenti, perché l’esclusione e la povertà hanno raggiunto ormai pesi insostenibili, e la politica non può cancellare il conflitto evitando il confronto». Il professore pone un parallelismo tra due recenti pronunciamenti della Corte costituzionale: «Mi riferisco alle sentenze sulla Fiat e sul Porcellum, necessariamente collegate, perché vengono dalla stessa Consulta e parlano entrambe di rappresentanza». In una passata iniziativa della Fiom, tra l’altro, Rodotà aveva esplicitamente criticato il Testo Unico firmato anche dalla Cgil e attaccato dalla Fiom, rilevando dei possibili rischi di incostituzionalità: ma ieri, probabilmente a causa della presenza di Susanna Camusso – che lo ha ascoltato con attenzione seduta alla presidenza – su questo tema ha preferito non prendere posizione in modo esplicito, per non far precipitare la tensione. Rodotà ha quindi confermato l’annuncio già fatto da Landini: il gruppo della «Via maestra» si appresta a «raccogliere le firme per un referendum sull’articolo 81 della Costituzione», in modo da abrogare l’obbligo del pareggio di bilancio. Subito dopo, ha elencato le battaglie che lo vedranno alleato alla Fiom di Landini: la richiesta al governo Renzi e al Parlamento di «abrogare l’articolo 8» voluto da Sacconi su pressioni della Fiat, «istituire un reddito minimo o di cittadinanza che dir si voglia», «approvare una legge sulla rappresentanza». Infine, «tornare a sperimentare nuovi modelli di partecipazione, come il bilancio partecipato nei comuni».

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Il governo dei padroni Fonte: pdci.it

Il governo Renzi continua nello smantellamento dello Stato. Oltre alle orribili leggi (quella elettorale e il “jobs act” ne sono chiaro esempio) e le cosiddette “riforme” istituzionali che, combinate tra loro, minano la democrazia alla base, oggi leggiamo le nuove nomine ai vertici delle aziende “pubbliche” a partecipazione statale. Dopo la nomina di Federica Guidi come ministro dello sviluppo, ci ritroviamo Emma Marcegaglia presidente di ENI e Luisa Todini presidente di Poste. Federica Guidi, già ai vertici dell’azienda di famiglia Ducati Energia Spa, è quella che teorizzava la necessità delle delocalizzazioni e che oggi, in veste di ministro, sulla “fuga” della Fiat verso paesi dove si pagano meno tasse, afferma che l’azienda torinese è privata e può fare quello che vuole. “Dimentica” tutti i soldi che lo Stato (e quindi tutti i contribuenti onesti) hanno elargito alla Fiat stessa sotto varie forme. Ma la visione dei capitalisti nostrani è sempre quella di socializzare le perdite e privatizzare i profitti. Emma Marcegaglia, ex presidente di Confindustria, è la stessa che era convinta che lo scudo fiscale fosse un “male necessario” (sue diuchiarazioni del 2009). Per “pura coincidenza”, nell’ambito dell’inchiesta per falso in bilancio che riguardava la sua azienda, la parte relativa all’evasione fiscale

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veniva archiviata in quanto i capitali evasi risultavano “scudati”. Successivamente, nel 2011, Emma Marcegaglia, si ravvedeva e con grande senso civico affermava che lo scudo fiscale “non è la scelta giusta in quanto premia i furbi”. Luisa Todini, imprenditrice e manager ai vertici dell’azienda di famiglia, eurodeputato per Forza Italia e consigliere d’amministrazione RAI in quota Lega Nord-Pdl. Ma perché queste persone sono state messe in quei posti? E con quali obiettivi? Il sospetto, più che fondato, è che Renzi e il PD vogliano tranquillizzare i padroni. Le privatizzazioni degli enti statali si faranno e queste nomine sono una garanzia per “lorsignori” che il governo presieduto da Renzi si è definitivamente schierato dalla parte di quel capitalismo italiano, spesso cialtrone, che ha contribuito alla devastazione del paese. Intanto Renzi si è incontrato col pregiudicato Berlusconi e per due ore hanno parlato di “riforme”. Lo Stato è nelle mani di questi personaggi che lo stanno smantellando a partire dalle regole più elementari e dallo stravolgimento della Costituzione. Ora i principali giornali nazionali riportano che “il patto sulle riforme tiene”. Tirano un sospiro di sollievo? Non hanno nulla da dire sul fatto che un presidente del consiglio imposto da Napolitano e un pregiudicato facciano un patto per cambiare le regole dello Stato democratico? Nessuno si stupisce più di questa anomalia che fa dell’Italia una nazione molto poco civile? La situazione è, a dir poco, drammatica. Non si può assistere allo smantellamento dello Stato senza dire nulla. Cominciamo a dire le cose come stanno. Il governo Renzi è il governo dei padroni. Il suo partito risponde, ormai, ai padroni. I padroni in Italia ci sono e non sono certo quegli imprenditori onesti che fanno di tutto per mantenere in vita le proprie aziende. Sono quelli che sfruttano il lavoro altrui, quelli che evadono il fisco, che portano i capitali all’estero, che usufruiscono degli scudi fiscali e dei condoni, che delocalizzano e rubano il futuro ai lavoratori. Sono quelli che, grazie ad un governo schierato dalla loro parte, occupano le istituzioni e le poltrone più importanti delle aziende pubbliche. Vedere Emma Marcegaglia nel posto che fu di Enrico Mattei è l’esempio più eclatante del degrado al quale “lorsignori” ci vogliono costringere. C’è bisogno di una ribellione delle coscienze. Giorgio Langella

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Europa “Renzi-Merkel, dietro il teatrino mediatico niente. Anzi, peggio”. Intervista a Vladimiro Giacché Fonte: pdci.it

Che valutazione dai del confronto bilaterale tra Merkel e Renzi? Non ho capito nel concreto quale sia il risultato. A me sembra ci sia molto fumo mediatico e propaganda, e in parte un fuoco di sbarramento da parte dei giornali tedeschi, che hanno espresso simpatia ma con tutta una serie di cautele. Anche l’atteggiamento della stampa più vicina al governo tedesco è ambivalente. Alla vigilia, ad esempio, mettevano in rilievo la rinascita del nazionalismo, come lo chiamano loro, in Italia e le difficoltà del Pd che ha un atteggiamento più disponibile e aperto di altri nei confronti dell’Unione europea. I risultati sul piano economico? Un risultato vero sarebbe potuto essere soltanto da un lato l’allargamento delle maglie della disciplina fiscale e dall’altra un pronunciamento deciso da parte della Germania per l’espansione della domanda interna, che in questi anni non c’è stata. Stante la rigidità del cambio, se la sola cosa che ottengo

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per me è fare politiche espansive tutto ciò si traduce in uno squilibrio della bilancia commerciale. La Germania, infatti, ha una forte capacità di esportazione a causa della compressione dei salari. Renzi quindi avrebbe dovuto ottenere di far saltare la disciplina di bilancio e dall’altro che la Germania faccia una politica di aumenti salariali per espandere la domanda interna e ridurre il surplus commerciale. Se ottengo la prima cosa e non la seconda, l’unico risultato è che i prodotti tedeschi saranno esportati di più da noi. A quanto è dato capire, non è stata ottenuta neppure la prima. Rischi? Se non si ottengono queste due cose, in particolare se non riusciamo ad agire sul deficit spending vedo la situazione dell’euro molto compromessa. Oggi abbiamo due fattori, due forme di rigidità:il fisco e il cambio, che non si può toccare. Se non salta la prima, sarà la seconda a saltare. E quindi via l’euro, perché a lungo andare una stessa moneta (che significa stessi tassi d’interesse) non può adattarsi a economie sempre più divergenti. E in ogni caso, se non cambiano le politiche europee assisteremo a un ulteriore impoverimento dei paesi del Sud Europa, schiacciati tra politiche di austerity controproducenti e l’impossibilità di svalutare (che costringe alla svalutazione interna, cioè a deprimere i salari per recuperare competitività). Per questo motivo è assolutamente irragionevole escludere come un tabù il fatto che possa saltare l’euro. E’ una sciocchezza come obiettivo politico e come analisi della situazione. Questa formula degli incontri bilaterali con il codazzo di imprenditori come si andasse al cospetto del re non la trovi un po’ singolare nell’era dell’Europa unita? Incontri bilaterali come questo smascherano la falsa collegialità di un’Europa in cui è evidente l’egemonia di un paese. Il problema è che questo paese è anche la principale fonte di squilibrio. La Germania ha un surplus enorme e tutti gli altri paesi sono in deficit. Il problema quindi è questo paese e la sua politica mercantilistica in cui gli aumenti di produttività non si trasferiscono ai salari: negli ultimi 15 anni essi sono diminuiti, mentre la produttività del lavoro aumentava di 14 punti percentuali. Altro strumento è stata la fiscalità di favore per le aziende che ha permesso loro maggiori profitti 50 miliardi all’anno. Questi due fattori hanno reso la Germania come un rullo compressore rispetto all’Europa. Raccontata così sembra essere il profilo di una economia di guerra A differenza di quello che ci insegna l’ideologia imperante in questo paese,

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non esiste soltanto la violenza fisica, ma anche la violenza economica. Le dinamiche economiche possono distruggere un’economia né più né meno di quanto faccia un bombardamento. Attualmente siamo a meno 25% nellaproduzione industriale. La caduta della produzione è a livelli da economia di guerra. Viceversa, per la Germania questo è il migliore dei mondi possibili. Loro emettono nuovo debito ma siccome i rendimenti sono inferiori al tasso di inflazione, così riducono il debito. Sembra paradossale ma è così. Finanziano le loro imprese a sconto, Esportano nell’eurozona e sostituiscono i produttori locali degli altri Paesi che non ce la fanno più. Fantastico. Ma c’è un problema: si tratta di un equilibrio instabile, che proprio le politiche tedesche tendono a destabilizzare. Una importante cartina di tornasole sono i movimenti di capitali, dalla Germania e viceversa. Per ora continua il rimpatrio di capitali tedeschi (e francesi) investiti in titoli di Stato dei paesi cosiddetti “periferici” dell’eurozona. Ma anche questo processo è destabilizzante. E’ uno dei fattori più pesanti di destabilizzazione dell’euro, che ha una delle sue ragion d’essere nell’intreccio dei sistemi finanziari. Per contro, è vero che una serie di imprese tedesche sta facendo shopping nel meridione dell’Europa. Sempre l’ideologia dominante dice che gli investimenti diretti esteri sono una cosa sempre e comunque positiva. La questione è più complessa perché è vero che l’afflusso di capitali può essere positivo, ma ci sono acquisizioni e acquisizioni. Se compro un’impresa italiana per eliminare un concorrente, la cosa non andrà a beneficio di chi lavora in quell’impresa. Come credi che finirà la partita tra la Bce e la Germania sulla supervisione dell’attività degli istituti di credito. Le armi per adoperarle bisogna averle. Noi ne abbiamo poche, e quelle che abbiamo non le usiamo. Lo si è visto nelle trattative per la cosiddetta “unione bancaria”. Che è un’unione molto insoddisfacente per il semplice motivo che le regole sono state stabilite a beneficio della Germania. Le banche vigilate da Bruxelles sono pochissime, perché la soglia minima di attivi necessaria per essere vigilati dalla BCE è stata fissata in 30 miliardi di euro. Questo favorisce il sistema bancario tedesco, che è ancora molto frammentato. Su 417 casse di risparmio, ad esempio, solo una sarà vigilata. Così potranno continuare a nascondere sotto il tappeto i problemi. Inoltre, la concorrenza bancaria è stata viziata dai soldi che sono stati versati alle banche in crisi nel 2008/2009. Lo hanno fatto tutti su larga scala tranne che noi. C’è una sproporzione enorme tra quanto hanno ricevuto le banche tedesche e quelle

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italiane: 260 miliardi contro 15; ma anche le banche danesi, per dire, hanno ricevuto 163 miliardi di euro. Sarebbe stata giusta quindi una clausola che correggesse questo squilibrio (nel senso di dare la priorità alla chiusura di banche che avevano già ricevuto aiuti di Stato rispetto a quelle che non ne avevano avuti). Niente di tutto questo. Il trattato sull’unione bancaria è uno dei casi di accordo che non si dovrebbe chiudere a queste condizioni. Meglio nessun accordo che uno così cattivo. In tutto questo potrebbe materializzarsi il pericolo della deflazione. A quel punto? La deflazione è sempre più prossima. E banca centrale europea non sta rispondendo al suo mandato. Considerato che il livello ottimale di inflazione secondo gli stessi Trattati è al 2%, dovrebbe fare di tutto per tenerlo a quel livello. Invece siamo molto al di sotto. Il tema deflazione è per noi è molto serio per un motivo semplice: perché la deflazione aumenta il valore reale (quindi il peso) del debito, proprio perché i prezzi di tutto (ma non del debito in essere) scendono. Quindi il valore nominale del debito resta lo stesso ma quello reale aumenta. La deflazione è un favore fatto al creditore e una fregatura per il debitore. Con un debito pubblico già al 133% del prodotto interno lordo, se entriamo in una fase di deflazione è molto probabile che esse diventi ingestibile in tempi brevi. Questo è il motivo per cui tutti coloro i quali che continuano ad agitare lo spauracchio dell’inflazione ragionano con categorie superate. Un po’ di inflazione ci farebbe bene. Ma ormai siamo abituati a pensare con paradigmi di impronta tedesca che vedono nell’inflazione un diavolo. L’egemonia è anche questo. di Fabio Sebastiani da “controlacrisi”

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Internazionale A Bologna con l’Ucraina antifascista Fonte: pdcibologna.blogspot.it

Il 1° aprile 2014 a Bologna si e’ svolta l’iniziativa dal titolo “La polveriera Ucraina; nel 15º anniversario dei bombardamenti NATO sulla Jugoslavia di nuovo l’imperialismo dell’UE e degli USA pone le premesse per il fascismo e la guerra nel vecchio continente”. La serata, organizzata dalla federazione provinciale del Partito dei Comunisti Italiani in collaborazione con il suo dipartimento esteri, dal Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia e dal Partito della Rifondazione Comunista, e’ stata introdotta e coordinata da Andrea Martocchia (CNJ) e ha visto gli interventi di Simone Gimona (PRC), Giulietto Chiesa (giornalista e presidente di Alternativa Politica) e Fausto Sorini (responsabile Dipartimento Esteri del PdCI). All’evento hanno partecipato circa 200 persone, tra militanti di organizzazioni politiche, sindacali e singoli, in stragrande maggioranza giovani, tutti uniti per l’interesse e la preoccupazione che suscita ciò che sta accadendo in Ucraina. Perché’ un’iniziativa sulla situazione in Ucraina? La vicenda Ucraina viene spesso descritta dai media occidentali come una situazione di sollevamento delle masse popolari contro i propri oppressori. Di fronte a questo bombardamento mediatico che, attuando una tecnica ormai nota, porta l’opinione pubblica a credere che sia giusto aiutare quei popoli e pertanto intervenire anche militarmente qualora fosse necessario, non si poteva rimanere in silenzio. E’ compito dei comunisti, degli antifascisti, di chi si riconosce nel movimento per la pace raccontare come stanno realmente le cose, informare la classe lavoratrice del nuovo attacco imperialistico in corso, del golpe fascista avvenuto a Kiev sotto la spinta degli USA, della NATO e dell’UE, del pericolo di una guerra di proporzioni inimmaginabili, che ricadrebbe inevitabilmente anche sul nostro Paese. Contro-informazione per resistere La rilevanza dell’informazione, il modo con cui questa viene diffusa (subordinata ovviamente a chi ne detiene il possesso), la sua precisa e accurata manipolazione volta ad uniformare il pubblico al pensiero dominante, è stato uno dei filoni conduttori della serata.

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Giulietto Chiesa ha sottolineato più’ volte nel suo intervento che la controinformazione e’ uno degli strumenti di resistenza; e’ attraverso di essa che si devono svelare gli interessi del capitale e (di)mostrare chi sono i veri nemici del popolo, al fine di non confondere gli oppressi con gli oppressori, di non cadere nella trappola dei media nostrani che vorrebbero farci credere che i fascisti sono dei liberatori. A tal proposito Chiesa ha presentato Pandora TV, canale di informazione alternativo che, in collaborazione con Russianan Today (che ha messo gratuitamente a disposizione l’intero palinsesto), sta seguendo puntualmente l’evolversi della vicenda ucraina e fornisce un servizio con un punto di vista oggettivo e completamente libero dai poteri forti che hanno sostenuto ideologicamente e materialmente il golpe fascista sin dall’inizio, ovvero da molto tempo prima dei successi di piazza Majdan (1).).). Ci riferiamo chiaramente agli USA, all’UE ed alla NATO. Proprio perché’ convinti del valore intrinseco della contro-informazione come strumento di resistenza attiva, durante la serata abbiamo realizzato un collegamento Skype con Anatolii Sokolyuk, responsabile esteri del Partito Comunista di Ucraina, che è stato molto utile ed interessante poiché ci ha portato a conoscere direttamente le condizioni materiali di chi lotta col suo popolo contro i fascisti, i diversi episodi che stanno avvenendo e le considerazioni sul futuro che spetta all’Ucraina, sia sul piano nazionale che su quello internazionale, molto complesso per le sue relazioni con la Russia e per il braccio di ferro tra quest’ultima con gli USA e con l’UE.

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La necessità di un fronte antifascista, di un movimento per la pace in Italia. Il problema dell’informazione in Italia assume una rilevanza strategica in quanto essa e’ completamente affine ai poteri forti ed agli interessi del capitale, che ne detengono la proprietà’. Milioni di italiani subiscono quotidianamente un sottile e mirato “lavaggio del cervello” che li porta ad accogliere con favore le ingerenze del nostro Paese in uno Stato Sovrano e ad esultare per la caduta di un governo legittimo. Questo effetto si moltiplica anche causa dell’assenza di una sinistra che sappia unirsi nella lotta, nei valori e nella tradizione antifascista, e che sia capace di dare un corretto orientamento alle masse popolari e a tutti quelli che si riconoscono nella Resistenza contro il fascismo. L’attuale “centro sinistra” e la socialdemocrazia non sono in grado di esprimere un’opinione capace di creare e dar forza ad un grande movimento in difesa della pace, ma al contrario sostengono i principi per i quali si sono battuti i cosiddetti “rivoluzionari” di piazza Majdan, sostenendo cosi’, nei fatti, il golpe fascista. Noi comunisti non ci arrendiamo, costruiremo in tutti i luoghi iniziative di confronto e dibattito che possano risvegliare le coscienze, parleremo con tutti quelli che incontriamo per metterli di fronte alla gravita’ della situazione, proveremo con tutte le nostre forze a costruire un grande movimento che si batta in difesa della pace e per i diritti della classe lavoratrice. E’ necessario, oggi più’ che mai, mettere in campo un ampio fronte antifascista, provare a risvegliare quel sentimento per la pace che agli inizi degli anni 2000 riempiva le piazze e le strade di bandiere arcobaleno. La strada è quella espressa dal compagno Fausto Sorini nelle conclusioni, che possono essere sintetizzate nella formula “il fascismo lo si combatte con un progetto nazionale, continentale e internazionalista, alternativo all’Unione Europea e alla NATO” (2), formula che va intesa nella necessità di spostare l’asse delle relazioni internazionali verso est, sganciandosi dalla subalternita’ agli USA e sviluppando a livello europeo rapporti di cooperazione, pur nelle diversità socio-economiche e politiche, con la Russia, i Paesi Orientali e i BRICS. I Comunisti Italiani da sempre contro ogni forma di fascismo Il Partito dei Comunisti Italiani ha manifestato sin dall’inizio solidarietà verso i comunisti e il popolo ucraino, sostegno e contributo attivo, militante e rivoluzionario nel solco della migliore tradizione comunista. In questo senso ribadiamo l’importanza di un’informazione puntuale ed oggettiva, attraverso la quale approfondire l’analisi e ricercare le possibili azioni di lotta da intraprendere per rafforzare il movimento antifascista europeo, essendo consapevoli che l’avanzata reazionaria non sia un

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fenomeno circoscritto alla sola Ucraina (si pensi, per esempio, alla Francia (3) o alla Grecia), ma parte di un preciso disegno imperialista volto ad indebolire l’intera classe lavoratrice. Giuseppe Agrello – Segretario Provinciale PdCI – Federazione di Bologna Diego Rios – Responsabile Organizzazione PdCI – Federazione di Bologna

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Il PdCI sul Territorio

Banchetti sul territorio di Casalecchio di Reno Mercoledì Dalle 9.00 alle 12.00 pressil Mercato di via Toti Giovedì Dalle 15.00 alle 19.00 presso la Casa della Conoscenza

Banchetti sul territorio di Zola Predosa Sabato Dalle 10.00 alle 12.00 presso la Coop di Zola Predosa

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Rassegnàti mai 23  

Il ventitreesimo numero di Rassegnàti mai, la rassegna stampa settimanale della Sezione Rino Nanni PdCI BO

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