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Rassegnàti mai raccolta settimanale di informazioni di stampa della Sezione Rino Nanni Partito dei Comunisti Italiani Bologna Territorio Reno Bazzanese (Casalecchio di Reno,

Sasso Marconi, Zola Predosa, Monte San Pietro, Valsamoggia)

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Numero 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014

INDICE ARGOMENTI: Nota d’informazione politica Lavoro Economia Europa Scuola Il dibattito sulla legge elettorale Dal II Congresso di SEL Approfondimenti e discussioni Appuntamenti sui nostri territori

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A cura del gruppo di lavoro Comunicazione Politica e Istituzionale

Nello Orivoli: 3471398555.

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Nota d’informazione politica Si informano le persone in indirizzo su due aggiornamenti importanti sulle iniziative nostre e/o da noi partecipate. Riportiamo il comunicato del PdC del 23/ 01 di sostegno allo sciopero dei trasporti pubblici locali del 24 gennaio scorso e alla manifestazione di Bologna. VENERDI' 24 GENNAIO 2014 ORE 8,30 PRESIDIO IN VIA DI SALICETO (sotto la sede Tper) E CORTEO FINO ALLA REGIONE CON PRESIDIO PERMANENTE Comunicato PdCI I Comunisti Italiani di Bologna condividono le ragioni della protesta tesa a contrastare le scelte di privatizzazione che hanno visto ripercuotersi i costi di tali decisioni sempre sui lavoratori e sugli utenti del servizio. La Regione Emilia Romagna prepara ora la gara d’appalto per privatizzare anche il trasporto pubblico ferroviario Noi Comunisti denunciamo da tempo che ogni processo di privatizzazione ha sempre determinato il peggioramento dei servizi, l’aumento delle tariffe e la diminuzione dei diritti dei lavoratori, così come dimostra l’esperienza di Bologna. Diciamo NO alla privatizzazione messa in atto da Regione, Provincie e Comuni che, dietro la giustificazione di diminuire i costi e migliorare il servizio, nascondono solo la volontà politica di consegnare il trasporto pubblico alla logica del profitto. Riteniamo fondamentale per tutti il diritto alla mobilità garantito dal trasporto pubblico e, dunque, saremo in campo in tutte le lotte volte a rendere effettivo tale diritto, così come siamo stati in campo nelle battaglie per i Referendum Contro la privatizzazione dell’acqua ed il finanziamento alle scuole private.

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Pertanto il Partito dei Comunisti aderisce alla manifestazione indetta per il giorno 24 gennaio 2014 e invita tutti i cittadini alla massima partecipazione e a portare il sostegno. Esito dello sciopero Ha partecipato il 70% dei lavoratori

La seconda informazione riguarda la situazione la situazione della nostrapresenza a Zola Predosa per il percorso politico per le elezioni amministrative 2014. Ecco la notra posizione espressa da noi il 21 gennaio 2014 con il seguente COMUNICATO STAMPA I Comunisti Italiani di Zola Predosa confermano la fiducia nel Sindaco Fiorini e nella coalizione da lui guidata e ritengono la scelta di sottoporre il Sindaco e l’Amministrazione al giudizio degli elettori la strada da percorrere. Visto che questa soluzione pare essere preclusa dalla scelta del Partito Democratico di andare alle primarie,il nostro Partito, pur non essendo mai stato sostenitore di questo “strumento”, ritiene corretto che le primarie siano aperte a tutti i partiti componenti l’attuale coalizione di governo di Zola Predosa. Questa scelta darebbe a tutte le forze in campo l’opportunità di confrontarsi su quanto fatto finora, sui programmi e sulle idee per il futuro di Zola Predosa riportando la discussione sui fatti ancor prima che sulle persone. Partito dei Comunisti Italiani Sezione Rino Nanni Abbiamo successivamente appreso che in base al regolamento fissato a Zola non si possono fare primarie di coalizione ma solo del PD, per cui manterremo la linea di pricipio tenendo conto della nuova situazione. Per il gruppo di lavoro sulla comunicazione Fabio Besia Federico Feliziani Nello Orivoli

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Lavoro La Fiom non fa passi indietro: “Tutta la Cgil voti il Testo unico” Fonte: Il Manifesto 23/1/14 Di: Riccardo Chiari

Rappresentanza. Tutte le tute blu toscane con Maurizio Landini: "Con queste logiche cambia la natura del sindacato" “Basterebbe sospendere il congresso per non più di venti giorni, e in questo periodo fare la consultazione. Ci hanno detto che non è possibile. Invece io penso che si debba continuare a chiederlo”. Maurizio Landini chiama ancora all’azione una Fiom che in Toscana, a giudicare dai ripetuti applausi corali, non si tira indietro. Perché al di là dei giudizi dei dirigenti e dello stesso Direttivo della Cgil, il Testo unico sulla rappresentanza deve essere discusso, valutato e votato da tutti gli iscritti al sindacato. “Ci dicono che è solo un regolamento attuativo – spiega nella grande e stracolma Casa del popolo di San Bartolo a Cintoia — e quindi non c’è bisogno di consultazione. Ma non è così: è un nuovo accordo, non per caso è stato chiamato ‘Testo unico’, che vincola tutti i firmatari e cancella il diritto di esistere a chi non lo firma. Per questo, come scritto nello Statuto della Cgil, deve essere sottoposto al voto dei lavoratori”. Nel giro d’Italia che sta impegnando il segretario generale, all’ordine del giorno delle assemblee di quadri e delegati metalmeccanici c’è il “contributo programmatico” della Fiom per il congresso Cgil. Ma l’appuntamento fiorentino, che ha richiamato 500 tute blu dai vari angoli della regione, si trasforma subito in una discussione per approfondire, e poi contestare, il Testo unico sulla rappresentanza. Con una omogeneità di pareri che in Toscana, dove l’ala “riformista” della Fiom è forte, appare un’assoluta novità. Aggravata dall’ormai storica assenza di politiche industriali nazionali, la crisi porta i delegati a raccontare i problemi delle loro fabbriche. Si va dalla Breda di Pistoia alla Pirelli di Figline, dalle Acciaierie di Piombino alla Targetti di Firenze, dalla Shelbox di Castelfiorentino agli stabilimenti già chiusi o in crisi

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 aperta sulla costa apuana e livornese. Con le conseguenti, naturali difficoltà nell’affrontare certi temi con compagni di lavoro appesi al filo di contratti di solidarietà, casse integrazioni a rotazione e perfino mobilità presenti e future. Eppure non uno rinuncia a dire la sua sul Testo unico: “Già era difficile convincere a impegnarsi – ricorda un delegato – ora con le sanzioni sarà impossibile”. A ruota: “Si firma come fanno Cisl e Uil, senza discutere con nessuno”. E Marcello Corti, ex segretario della Fiom fiorentina: “Non esiste fare un passaggio del genere senza il confronto fra i lavoratori”. Anche perché nel Testo unico se ne scoprono sempre di nuove. Come l’eliminazione delle strutture territoriali nella firma degli accordi nelle singole fabbriche. Con la conseguenza che una Rsu, di fronte alla minaccia di una delocalizzazione, può firmare accordi in deroga allo stesso contratto nazionale. Al termine Landini tira le fila: “Se passa la logica alla base del Testo unico, si modifica la natura stessa del sindacato. Negli accordi del giugno 2011 e del maggio scorso non ci sono le sanzioni, non c’è l’arbitrato interconfederale, non ci sono le limitazioni dell’attività sindacale. Così si viola l’autonomia negoziale delle categorie. Invito a leggere il documento Cgil che spiega perché nel 2009 il sindacato non firmò l’accordo con Cisl e Uil: io sono ancora lì, qualcuno mi deve spiegare perché ha cambiato idea. E ancora non so cosa ne pensano alcune categorie, so solo cosa pensano alcuni segretari generali”. Alla richiesta del voto dei tesserati Cgil per approvare o meno il Testo unico, si accompagna un’azione parallela: “Alle assemblee si votino emendamenti per chiedere il ritiro della firma sul Testo unico e la consultazione degli iscritti. Perché già si dice che sarà portato al congresso, senza che sia previsto dal regolamento, per votarlo solo lì. Una furbata”.

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014

SEL, PdCI e PSI: “Amiu-Aral, unificare per salvare posti di lavoro ALESSANDRIA Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa congiunto di SEL, PdCI e PSI: Le Segreterie cittadine firmatarie del presente documento esprimono forte preoccupazione per la situazione che si è venuta a creare all’indomani della dichiarazione di fallimento di A.M.I.U., azienda preposta alla raccolta rifiuti da più di 40 anni in città e nei comuni del Consorzio alessandrino. Perdura una situazione di grave incertezza ormai da diversi mesi, che alimenta un clima di tensione all’interno dell’azienda e preoccupazione nella cittadinanza per il futuro del servizio stesso. La nostra attenzione è rivolta in particolar modo, a quei Comuni del Consorzio alessandrino che hanno finora impedito il passaggio dei 192 lavoratori presso l’ARAL, sollevando questioni di legittimità e di merito legate alla situazione debitoria in cui versa l’AMIU. Ora, con il provvedimento assunto dal Tribunale nel mese di dicembre, non ci sono più scuse o giustificazioni per non avallare definitivamente il passaggio. Una indicazione, quella di unificare in un'unica azienda la raccolta e lo smaltimento, che è da considerarsi positiva in quanto, oltre a confermare il carattere pubblico della società e difendere i posti di lavoro garantirebbe la continuità e una qualità migliore del servizio erogato alla città. Alla luce di questi fatti ribadiamo che non si può tenere sotto ricatto un’intera città e l'azienda preposta alla raccolta dei rifiuti mettendo anche a serio rischio la salvaguardia, oltre che dei posti di lavoro, anche dell’aspetto ambientale. Nel caso in cui i piccoli comuni si rifiuteranno di compiere quest’operazione, devono sapere che si assumeranno una grave e pesante responsabilità nei confronti dei lavoratori, delle famiglie e delle loro stesse comunità che utilizzano il servizio. A tale proposito chiediamo al Partito Democratico una decisa e netta presa di posizione. Ricordiamo che la grave situazione in cui versa l’AMIU è in gran parte da addebitare alle scelte della precedente amministrazione comunale che,

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 anche con il cambio del metodo si raccolta, ha aumentato a dismisura le spese e soprattutto per alcuni anni non ha versato all’AMIU le tariffe rifiuti versate dai cittadini di Alessandria. Tuttavia oggi dalla grave situazione bisogna uscire, salvaguardando, come da tempo chiedono i Sindacati, il posto di lavoro e la qualità del servizio. Perciò è importante che l’amministrazione comunale chieda esplicitamente all’ARAL la difesa del lavoro di tutte e tutti. Il ruolo del Sindacato in questa delicata vicenda è fondamentale ed è bene che esso mantenga l’impegno unitario attorno alla proposta della nuova azienda Amiu-Aral, non creando divisioni tra i lavoratori con l’illusione di facili scorciatoie che possono essere pericolose per il destino delle lavoratrici e dei lavoratori, con il rischio che siano strumentalizzate da chi non vuole la ripresa dell'azienda. E' venuto il momento di chiudere una volta per tutte questa lunga e complessa vicenda. Non si può lasciare nell’incertezza una intera città a fronte del pagamento di tariffe tra le più elevate d’Italia.

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Economia Il futuro delle aziende pubbliche non è negli indici di Borsa Fonte: il manifesto 25/01/2014 Di: Marco Bersani Neoliberismo. Il taglio al debito pubblico è solo l’alibi –lo shock teorizzato da Milton Friedman- per permettere la privatizzazione di un servizio pubblico universale

Dopo aver versato, per non più di un minuto, lacrime di coccodrillo sui dati della disuguaglianza sociale nel pianeta, forniti dal rapporto della ong Oxfam – le 85 persone più ricche del mondo detengono una ricchezza equivalente a quella di 3,5 miliardi di persone; l’1% del pianeta possiede il 50% della ricchezza mondiale– il ministro Saccomanni, presente all’annuale Forum di Davos, è passato alle cose serie e, in un incontro con i grandi investitori stranieri, ha annunciato l’avvio dell’ennesimo piano di privatizzazioni, con in testa le Poste Italiane. Senza senso del ridicolo, è riuscito a dire che l’operazione, che prevede, per ora, la messa sul mercato del 40% del capitale sociale di Poste, comporterà un’entrata di almeno 4 miliardi da destinare alla riduzione del debito pubblico. Anche ai più sprovveduti credo risulti chiara l’inversione del contesto: Saccomanni dice di voler privatizzare le Poste per ridurre il debito pubblico, mentre è evidente come il debito pubblico sia solo l’alibi –lo shock teorizzato da Milton Friedman– per permettere la privatizzazione di un servizio pubblico universale. Bastano due semplici operazioni di matematica: la vendita del 40% di Poste Italiane porterebbe il debito pubblico da 2.068 a 2.064 miliardi, con un entrata una tantum non riproducibile, e nel contempo eliminerebbe un’entrata annuale stabile di almeno 400 milioni/anno (essendo l’utile di Poste Italiane pari a 1 mld). Ma, ovviamente, non c’è dato che conti quando l’obiettivo è quello di dichiarare una vera e propria guerra alla società, attraverso la progressiva spoliazione di diritti, beni comuni, servizi pubblici e democrazia, all’unico scopo di favorire l’espansione dei mercati finanziari.

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 E, d’altronde, la messa sul mercato del 40% di Poste è la naturale prosecuzione di un processo di trasformazione del servizio, in corso già da quando l’azienda dello Stato è diventata una SpA : da allora abbiamo assistito a più riprese –tutte avvallate dagli accordi sottoscritti da Cgil, Cisl e Uil di categoria– al progressivo smantellamento del servizio postale universale, con relativo attacco alle sue prerogative di uniformità di servizio su tutto il territorio nazionale, di tariffe contenute e di soddisfacente qualità del recapito. Ciò che si vuole perseguire, con la definitiva privatizzazione, è lo smantellamento della funzione sociale di Poste Italiane, attraverso la separazione di Banco Posta dal servizio di recapito, trasformando il primo –già oggi ricettacolo di molteplici attività finanziarie– in una vera e propria banca e mettendo sul mercato il secondo. Con la naturale conseguenza che i servizi postali saranno garantiti da una miriade di soggetti privati, solo laddove adeguatamente remunerativi (grandi città e grandi utenti) e smantellati, o a carico della collettività con aumento incontrollato dei costi, in ogni territorio dove il rapporto servizio/redditività non sarà considerato adeguato. Senza contare il fatto che, con questa operazione, anche tutta la funzione di raccolta del risparmio dei cittadini, oggi svolta dagli oltre 13 mila uffici postali, che convogliano il denaro raccolto a Cassa Depositi e Prestiti, verrebbe messa a rischio o profondamente trasformata. Stiamo già sentendo le consuete sirene ideologiche di accompagnamento : la vendita del 40% non intaccherà il controllo pubblico, mentre nel capitale sociale verranno coinvolti i lavoratori e i cittadini risparmiatori, in una sorta di azionariato popolare e democratico. Credo che tre decenni di privatizzazioni abbiano già fornito gli elementi per confutare entrambe le tesi : l’entrata dei privati nel capitale sociale di un’azienda pubblica ha sempre e inevitabilmente comportato la trasformazione della parte pubblica in soggetto finalizzato all’unico obiettivo del profitto; l’azionariato diffuso tra lavoratori e cittadini, aldilà delle favole sulla democrazia economica, è sempre servito a immettere denaro nell’azienda, permettendo agli azionisti maggiori –i poteri forti– di poterla possedere senza fare nemmeno lo sforzo di doverla comprare. Ogni smantellamento di un servizio pubblico universale consegna tutte e tutti noi all’orizzonte della solitudine competitiva: ciascuno da solo sul mercato in diretta competizione con l’altro. Opporsi alle privatizzazioni, oltre a fermare

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 i processi di finanziarizzazione della società, consente di riaprire lo spazio pubblico dei beni comuni e di un altro modello sociale. Perché il futuro è una cosa troppo seria per affidarlo agli indici di Borsa. (Marco Bersani fa parte di Attac Italia)

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Tre anni di tasse per pagare l’evasione fiscale Fonte: Il Manifesto 23/1/14 Di: Roberto Ciccarelli

Fisco. 2013: ammanchi per 52 miliardi, pari a 3 finanziarie. L’Iva è stata evasa per 4,9 miliardi di euro, almeno due riconducibili a transazioni con l'estero L’evasione fiscale accertata dalla guardia di Finanza nel 2013 è di 52 miliardi di euro, pari ad almeno tre leggi di stabilità di importo pari a quella licenziata dal governo Letta a fine dicembre: poco più di 14 miliardi di euro. Nel rapporto annuale diffuso ieri, le Fiamme Gialle sostengono di avere individuato 12.726 responsabili di reati fiscali e 8.315 evasori totali che hanno occultato al fisco redditi per 16,1 miliardi di euro. Si stima che i ricavi non contabilizzati e i costi non deducibili rilevati agli altri tipi di evasione siano pari a 20,7 miliardi di euro. L’Iva è stata evasa per 4,9 miliardi di euro. Almeno due sono riconducibili alle cosiddette «frodi carosello», cioè quelle operazioni illegali basate su fittizie transazioni commerciali con l’estero. L’importo dell’evasione fiscale internazionale ammonterebbe a 15,1 miliardi di euro. Sugli oltre 12 mila denunciati per reati fiscali, 202 sono stati arrestati per falsa fatturazione fatture (pari a 5.776 violazioni); 534 sono i casi di chi non ha versato l’Iva (534 casi); 2903 le violazioni di chi ha omesso di presentare la dichiarazione dei redditi; 1.967 i casi di chi ha nascosto la contabilità. Sono state inoltre avviate procedure di sequestro pari a 4,6 miliardi di euro nei confronti di chi è stato riconosciuto responsabile di frodi fiscali, di beni mobili, immobili, valuta e conti correnti pari per 4,6 miliardi. Nel corso del 2013 sono stati eseguiti provvedimenti che hanno permesso di riportare 1,4 miliardi, al patrimonio dello Stato. Magra consolazione, visto che complessivamente si tratta di 5,6 miliardi, un decimo dell’importo che si ritiene sia stato nascosto. Quanto al controllo degli scontrini e ricevute fiscali negli esercizi commerciali, la Guardia di Finanza sostiene di avere effettuato 400 mila controlli. Nel 32%

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 dei casi sono stati rilasciati in maniera irregolare, poco più di uno su tre. Sono stati intercettati oltre 298 milioni in contanti e titoli illecitamente trasportati attraverso i confini nazionali. Rispetto al 2012 queste operazioni sono quasi triplicate. Nel 2013 ne sono state individuate il 140% in più rispetto all’anno precedente, pari ad oltre 258 milioni. Le Fiamme Gialle sostengono che questo aumento sia stato dovuto alla severità della entrata in vigore nel 2012. Un’altra parte dell’attività dei militari si è rivolta al contrasto del lavoro nell’economia sommersa. Sono stati scoperti 14.220 lavoratori totalmente in nero, 13.385 sono gli irregolari. I datori di lavoro che li hanno sfruttati sono 5.338. Anche il capitolo delle violazioni fiscali è quello rappresentato dal settore economico dei giochi e delle scommesse, in espansione e da tempo al centro delle attenzioni della finanza pubblica. Nel 2013 la Gdf ha effettuato oltre 9mila interventi e ha denunciato 3.500 casi di violazione a carico di 10 mila responsabili. Le scommesse «al nero», cioè non soggette alle imposte previste in questi casi, sono state pari a 123 milioni di euro. Commentando i dati il segretario confederale della Cisl, Maurizio Petriccioli ha chiesto «un impegno suppletivo e straordinario da parte del Governo e del Parlamento». Il deputato Pd Michele Pelillo, segretario della commissione Finanze, ha suggerito usare la delega fiscale, approvata alla Camera e ora al vaglio del Senato, per il contrasto dell’evasione. «I numeri che ci dà oggi la GdF sull’evasione fiscale sono impressionanti. Dobbiamo dunque prendere atto che questi sforzi sono stati insufficienti e che dobbiamo fare di più». In un documento approvato dalla commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria nella XVI legislatura (2008–2012) aveva quantificato l’entità dell’economia sommersa tra i 230 e 250 miliardi di euro. In una audizione alla commissione Finanze del Senato nel 2012 il presidente della Corte dei Conti ha indicato una cifra più contenuta pari a 180 miliardi di euro annui, citando una stima basata sui dati Ocse. È stata anche realizzata una simulazione della distribuzione territoriale dell’evasione. Nell’aprile 2012 all’Unità di informazione finanziaria (UiF), un ufficio della Banca d’Italia, risultava che la media dell’evasione è di 38,19 euro su 100 euro di imposte pagate. Questa media cresce in regioni come il Molise, la Basilicata e la Puglia (64 su 100), poi c’è la Campania con il 59 e la Sicilia con il 56, a seguire tutte le altre. Un’altra caratteristica determinante di questa massa monetaria è quella di stimolare o di favorire la crescita delle economie criminali e i sistemi di riciclaggio del denaro sporco. Due facce della stessa medaglia, sostiene l’Ocse dal 2012. Se a questa cifra aggiungiamo quella dell’elusione fiscale, pari a 150 miliardi di euro all’ano, si comprende facilmente le dimensioni finanziarie di un fenomeno che è anche alla base di un’economia parallela che finanzia attività criminali o quelle apparentemente

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 legali. Secondo la Corte dei Conti l’Italia è primo in Europa per evasione fiscale. Nel mondo ci sono solo Turchia e Messico.

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Europa Il trattato intrattabile Fonte: Il Manifesto 24/01/2014 Di: Anna Maria Merlo

Dopo lunghe trattative svolte nella massima segretezza, l’accordo transatlantico tra Usa e Ue è in dirittura d’arrivo. È stato chiamato la «Nato del commercio», spalanca le porte agli investimenti e impedisce alla politica di limitare lo strapotere delle multinazionali, anche quando ci sono rischi per l’ambiente e la salute. Si cercano movimenti in grado di fermarlo Per prudenza, di fronte alle crescenti inquietudini, la Commissione europea ha rimandato da marzo a giugno, cioè a dopo le elezioni europee di maggio, dove c’è il rischio di un’impennata dei partiti euro-scettici, il quarto round del mega-negoziato Usa-Ue, che entro il 2015 dovrebbe portare a concludere il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), battezzato la Nato del commercio dai suoi numerosi detrattori. Il commissario Karel De Gucht ha promesso delle vaghe «consultazioni» pubbliche di qui a giugno nei 28 paesi sul controverso capitolo del ricorso all’arbitrato internazionale, nell’eventualità di conflitto tra un’impresa e uno stato. Queste consultazioni non cambiano però il fatto che un accordo che avrà influenza sugli scambi tra le due principali potenze commerciali planetarie, che assieme controllano circa la metà del commercio mondiale, venga condotto nella più completa segretezza, senza che i cittadini (e neppure gli europarlamentari) siano informati delle decisioni che vengono prese. A dicembre, c’è stato il terzo round, a Washington. Dal tavolo del negoziato, su pressione della Francia, è stato tolto il settore culturale, anche se De Gucht ha ventilato un possibile reinserimento del settore dell’audiovisivo nel corso delle discussioni. Inoltre, dopo le polemiche sul datagate e lo spionaggio degli europei da parte della Nsa, che nel giugno scorso hanno minacciato di ritardare l’avvio della trattativa sul Ttip, è stato sospeso il capitolo sulla protezione dei dati privati su Internet, come chiedeva la Ue. A dicembre, 180 organizzazioni di cittadini e sindacali hanno scritto una lettera preoccupata a De Gucht e al rappresentante Usa per le questioni commerciali, Michael

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Froman. In questa lettera, firmata dalla Ces (Confederazione europea dei sindacati) e dall’americana Afl-Cio, vengono espresse «gravi inquietudini» per i sistemi nazionali di sanità. «E’ imperativo che questi accordi di commercio e di investimento sfocino su economie supplementari per i pazienti e i budget nazionali, invece di arricchire ancora di più alcune imprese farmaceutiche e medicinali. La sanità pubblica, come l’accesso a medicine e a cure abbordabili, sono diritti umani che devono essere rafforzati dagli accordi commerciali», scrivono i sindacati, che temono che nel Ttip vengano riprodotti i termini dell’intesa Usa-Corea (Korus), che permette ai produttori di contestare le decisioni delle autorità sanitarie nazionali sui valori dei prodotti farmaceutici e di esigere montanti di risarcimento più importanti, nel caso si sentano lese da prese di posizione politiche degli diversi stati. Al centro delle preoccupazioni c’è appunto la clausola di protezione degli investimenti (Investor-State Dispute Settlement), che permetterebbe alle imprese che si sentono lese da un cambiamento di legislazione di uno stato di rivolgersi a un tribunale arbitrale – cioè a una giustizia «privata», probabilmente presso la Banca mondiale – per chiedere riparazioni. Ci sono esempi, che potrebbero venire riprodotti nelle relazioni Usa-Ue: la Philip Morris ha denunciato l’Uruguay, accusato di aver aumentato la dimensione degli avvertimenti sanitari sui pacchetti di sigarette. C’è poi il famoso caso della Lone Pine Resources, che ha attaccato il Canada, perché lo stato del Quebec ha istituito una moratoria sullo shale gas, privando così l’azienda Usa dei previsti guadagni. Per Dan Mullaney, negoziatore Usa, il Ttip ricerca «il più alto livello di protezione» per gli investimenti, eliminando le «divergenze inutili e costose» che permangono tra Stati uniti e Ue. Il negoziatore Ue, Ignacio Garcia Bercero, vuole rassicurare: «la deregulation non è e non sarà l’obiettivo del Ttip», che «non limiterà il campo d’azione dei governi», perché «questi negoziati non consisteranno nell’abbassare o rinnegare le norme più elevate di protezione dei consumatori, dell’ambiente, della vita privata, della salute e del diritto del lavoro». Ma la ong Usa Public Citizen lancia l’allerta e avverte che la trattativa è alla ricerca «del più piccolo denominatore», per spianare la strada a uno spazio di libero commercio, che lascerà le mani libere alle multinazionali. In un contesto in cui gli stati stanno perdendo terreno, il Ttip mira a limitare il più possibile le barriere non tariffarie, favorendo di fatto le grandi imprese, in un commercio mondiale caratterizzato da una grande concentrazione (i primi 10 operatori Usa controllano il 96% dell’export del paese, nella Ue le prime 10 società esportatrici ne controllano l’85%).

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Bruxelles soffia sui gas serra Fonte: Il Manifesto 23/01/2014 Di: Giorgio Salvetti

La commissione Ue propone una riduzione del 40% per le emissioni di Co2 entro il 2030 e il 27% di energie rinnovabili ma senza imporre vincoli ai singoli paese. Gli ambientalisti protestano: "Sono obiettivi deludenti". La lobby dell'industria voleva che la soglia dei gas serra fosse abbassata al 35% e Confindustria parla di "scelta autolesionista per le imprese in tempo di crisi". Il governo italiano diviso: il ministro dell'ambiente Orlando si oppone al ministro dello sviluppo Zanonato. Il 21 e 22 marzo la decisione finale del consiglio dei ministri europeo Quaranta e ventisette. Sono questi i due piccoli numeri su cui l’Europa punta tutto per tutelare l’ambiente. Ieri la Commissione Ue ha proposto che entro il 2030 vengano ridotte le emissioni di gas-serra del 40% rispetto alle emissioni prodotte nel 1990. E sempre entro il 2030 ha chiesto agli stati membri di raggiungere il 27% di energia prodotta da fonti rinnovabili, ma senza imporre vincoli precisi paese per paese. Il presidente della Commissione, Josè Barroso, l’ha definito un doppio obiettivo “particolarmente ambizioso ma realistico”. Di tutt’altro avviso ambientalisti e verdi che ieri hanno manifestato a Bruxelles con José Bové. Dall’altra parte Confindustria ha già definito il piano “irrealistico e autolesionista” per la competitività dell’industria europea e italiana colpita dalla crisi. Il nuovo libro verde dovrebbe fissare il contributo del continente più virtuoso (l’Europa produce l’11% della quota mondiale di gas-serra) per riuscire a limitare a due gradi l’innalzamento della temperatura globale dall’inizio dell’era industriale alla fine di questo secolo. Un aumento di 4 gradi infatti sarebbe catastrofico. Questo era il compito di Cop19, la conferenza mondiale dell’Onu che è fallita a Varsavia a fine dello scorso novembre. Fino a ieri l’Europa era ferma al triplice obiettivo del 20–20-20. Ovvero ridurre le emissioni e lo sfruttamento energetico del 20% e parallelamente aumentare le rinnovabili della stessa cifra entro il 2020. Si tratta di soglie piuttosto basse tanto da essere già state raggiunte. Ora bisogna andare oltre. Il debole accordo siglato ieri è un compromesso al ribasso che Barroso ha molto faticato a fare digerire alle lobby. Diversi commissari infatti chiedevano di limitare la soglia delle emissioni solo al 35%, fra questi anche Antonio Tajani, commissario europeo all’industria. Un obiettivo molto modesto: l’Ue ha già ridotto le emissioni del

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 18% entro il 2012 e senza nuovi sforzi le ridurrebbe comunque del 32% entro il 2030. Il mantenimento di quota 40 sui gas-serra però ha comportato una totale mancanza di impegni stringenti per ogni singolo paese su come raggiungere il 27% di energie rinnovabili. Inoltre è stata posticipata la discussione sulla riduzione dello sfruttamento energetico ed è stata lasciata libertà ad ogni singolo paese sull’estrazione del gas da scisti. Per il Wwf “la Commissione Europea imbelletta ambizioni deboli e le presenta come un successo”. Greenpeace parla di “pacchetto deludente” che ora deve essere migliorato dai singoli stati. E Legambiente definisce la proposta “una preoccupante e pericolosa retromarcia”. Gli ambientalisti sostengono che per rispettare l’impegno assunto dall’Europa di ridurre le emissioni di gas-serra tra l’80 e il 95% entro il 2050 sarebbe necessario raggiungere almeno il 55% per il 2030. Inoltre denunciano la rinuncia del ruolo di guida da parte dell’Ue sulle energie rinnovabili. Secondo uno studio della stessa Commissione riportato dal Guardian e rilanciato dal sito Qualenergia.it, fissare quote vincolanti per le rinnovabili produrrebbe mezzo milione di posti di lavoro. Un report dell’European Renewable Energy Council (Erec) sostiene che se si raggiungesse il 45% di rinnovabili si creerebbero 4,4 milioni di nuovi posti e l’Ue risparmierebbe 370 miliardi sull’import di combustibili fossili. In questo contesto il governo italiano si presenta diviso e incapace di una politica chiara in vista del prossimo semestre di presidenza dell’Europa. Il ministro all’ambiente Andrea Orlando ha scritto una lettere alla Commissione con i ministri dell’ambiente di Francia, Inghilterra Germania, Spagna e Olanda a favore della soglia del 40% per le riduzioni di gas serra. Ma in patria deve lottare contro il commissario europeo all’industria Antonio Tajani e il ministro italiano dello sviluppo economico Flavio Zanonato. La proposta della Commissione dovrà essere discussa e ratificata dal consiglio dei ministri europeo il prossimo 21 marzo. L’Italia in quella sede dovrà decidere da che parte stare.

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Rassegàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Scuola Al Ministro Carrozza chiediamo risposte concrete per ridare centralità alla scuola pubblica Fonte: FLC-CGIL 23/1/14

Comunicato stampa di Domenico Pantaleo, Segretario generale della Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL. Dall'incontro del 28 gennaio con la Ministra Carrozza ci aspettiamo risposte concrete sulle tante emergenze che riguardano il personale della scuola. Il mancato rispetto dei contratti e interpretazioni arbitrarie della legge Brunetta stanno peggiorando le condizioni di lavoro in tutti i comparti della conoscenza. Finora le risposte sono state inconcludenti e le emergenze aumentano. I temi più urgenti da affrontare nel confronto sono: • il regolare pagamento degli stipendi e delle ferie per i precari • la richiesta di restituzione delle somme legittimamente percepite per le posizioni economiche del personale ata • la messa in discussione delle retribuzioni di posizioni e di risultato dei dirigenti scolastici • il pagamento degli scatti maturati nel 2013 • il pagamento delle indennità per lo svolgimento delle funzioni superiori svolte dagli assistenti amministrativi e dai docenti in sostituzione dei DSGA e dei DS che reggono due scuole. La FLC ha proclamato lo stato di agitazione e martedì 28 al Miur si terrà un primo presidio dei dirigenti scolastici. Circa il pagamento degli scatti ribadiamo che occorrono risorse aggiuntive e quindi contrasteremo, in tutti i modi possibili, il taglio ulteriore del MOF perché penalizzerebbe i lavoratori della scuola, gli studenti e le famiglie. In sede di conversione del decreto legge sugli scatti proporremo a tutte le forze politiche emendamenti per evitare ulteriori scempi contro la scuola pubblica. Se le premesse sono quelle annunciate dalla Ministra Carrozza i margini per un esito positivo del confronto sono molto stretti. Si apra immediatamente la stagione del rinnovo dei contratti e si stanzino le risorse necessarie a garantire un forte recupero salariale e la

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Rassegàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 valorizzazione professionale che deve comprendere anche l'anzianità come succede in Europa. Serve una radicale svolta per ridare centralità alla scuola pubblica, per stabilizzare i precari, per rispondere alla drammatica emergenza salariale e per ridare dignità e valore al lavoro in tutti i comparti della conoscenza. Basta con i tagli e la riduzione dei diritti! Per queste ragioni continueremo con le mobilitazioni fino allo sciopero.

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Il dibattito sulla legge elettorale PDCI: UNA LEGGE ELETTORALE AUTORITARIA E PERICOLOSA Fonte: pdci.it 22/1/14

Mentre la crisi economica fa sentire sempre più pesantemente il suo peso su larghissimi strati della popolazione italiana e i diritti sociali del mondo del lavoro sono di giorno in giorno disintegrati in nome si compatibilità europee sbagliate e pericolose assistiamo in Italia ad un tentativo di svolta autoritario e pericoloso. La legge elettorale proposta dal duo Renzi-Berlusconi è infatti una legge liberticida (peggio di quella americana) che escluderebbe da ogni rappresentanza parlamentare formazioni politiche o coalizioni con 2-3 milioni di voti, grazie a sbarramenti elettorali del 5-8% (e che con piccoli collegi elettorali arrivano nei fatti a sbarramenti del 15-20%, pari a circa 7-8 milioni di voti). A meno che gli altri partiti non si sciolgano e confluiscano nei due partiti maggiori. Con uno sbarramento al 12% per le coalizioni (5% per i partiti che ne fanno parte) e 8% per i partiti che si presentano da soli, vi sarebbero diversi milioni di persone senza rappresentanza parlamentare. Se poi si considera che oggi l'astensionismo (contando anche le schede bianche e nulle) oscilla tra il 30 e il 40%, a seconda delle elezioni, si può ben dire che, con il premio di maggioranza, un partito con il 18-20% del totale degli elettori aventi diritto, avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi e governerebbe il paese da solo. E la nuova legge che abolisce il finanziamento pubblico, lascerebbe in campo solo i partiti finanziati dai miliardari, come negli Stati Uniti. Più che una democrazia borghese e liberale, assomiglia ad una semidittatura, fondata sulla ricchezza e sull'imbroglio. Con la proposta elettorale Renzi-Berlusconi si fa carta straccia della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. E' una bella lezione per quanti continuano a illudersi che con un PD guidato da Renzi sia possibile un accordo anche solo sul terreno della democrazia borghese parlamentare. Da oggi infatti non si potrà più dire nemmeno che la leadership del PD rimane almeno sul terreno della democrazia liberal-

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 borghese parlamentare. Neanche quella.. I comunisti e le forze di sinistra che non vogliono morire o confluire penosamente nel PD, devono rilanciare tutti gli sforzi possibili per trovare convergenze e unità, l’unità dei comunisti e della sinistra è sempre più urgente e non rinviabile, ma soprattutto devono avere il coraggio di mettere nel conto che per lunghi anni potremmo andare incontro ad un quadro istituzionale autoritario, in cui comunisti e sinistre potrebbero essere esclusi durevolmente dalle istituzioni parlamentari nazionali. Ciò significa anche porsi il problema di come reperire le risorse materiali e finanziarie per sostenere l'organizzazione di un grande lavoro di radicamento nel conflitto sociale, per sostenere l'iniziativa politica, di informazione, di formazione, che sono indispensabili per non esistere in modo testimoniale in una società moderna. Un problema grande come il mondo. La segreteria nazionale del Pdci

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Per una legge elettorale proporzionale Fonte: il manifesto 23/01/2014 Di: Marco Dal Toso

Il 21 luglio 1923 venne approvato con 223 si e 123 no il ddl Acerbo, voluta da Benito Mussolini. Esso prevedeva l’adozione di un sistema proporzionale stravolto da un premio di maggioranza 2/3 dei seggi all’interno di un collegio unico nazionale suddiviso in 16 circoscrizioni elettorali. Il premio di maggioranza scatta in favore del partito più votato che superi anche il quorum del 25%. A favore votaronono il Partito Nazionale Fascista, buona parte del Partito Popolare Italiano, la stragrande maggioranza dei componenti dei gruppi parlamentari di tendenze liberali; e la quasi totalità degli esponenti della destra; votarono contro i deputati dei gruppi socialisti, i comunisti, la sinistra liberale di Gobetti e i popolari che fanno riferimento a Don Sturzo. Il 2 giugno 1946, contestualmente allo svolgimento del referendum monarchia/repubblica, venne eletta con metodo proporzionale l’Assemblea Costituente che, dopo circa un anno di serrato confronto e discussione, scrisse la nostra carta costituzionale. In data 18 ottobre 1952 il consiglio dei ministri del VII governo De Gasperi (Dc e Pri) varò il progetto di una nuova legge maggioritaria: il 65% dei seggi andava alla coalizioni che suprava il 50% dei voti.La famosa legge truffa che trovo’ l’opposizione dei comunisti e socialisti, di altri gruppi democratici, tra cui Unità Popolare fondata da Ferruccio Parri, Piero Calamandrei e Tristano Codignola. Il Partito Comunista Italiano pose quattro pregiudiziali contro la legge truffa: - l’incostituzionalità perché la proporzionale pura sta alla base della nostra Costituzione; - la legge avrebbe violato il principio di eguaglianza del voto (art. 48 Costituzione); - violerebbe il principio di tutela delle minoranze linguistiche; - avrebbe spianato la strada ad un governo oligarchico. Il 20 gennaio 1953 si tenne lo sciopero contro la legge truffa della Cgil.

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 In seguito alle elezioni politiche del 7 giugno 1953, il quadripartito (Dc, Psdi, Pli, Pri) non riesce ad ottenere il premio di maggioranza per 54.968 voti e la legge truffa non passò. Questa breve ricostruzione storica, è necessaria per ricostruire, nel nostro paese, la centralita’ assunta per il sistema politico della legge elettorale. La Corte Costituzionale ha, con sentenza n1/2014, dichiarato in via incidentale la parziale illegittimità della legge n 270/2005 nella parte relativa al meccanismo di attribuzione del premio di maggioranza perche’ non prevede una “ragionevole soglia minima” e quindi un’alterazione del sistema democratico. Alla coalizione vincente alla Camera è stato assegnato nel 2013 un premio di maggioranza pari al cinquantacinque per cento dei seggi (coalizione con quasi il 30% Pd e Sel a cui vengono assegnati 340 deputati). Quanto alla parte della legge dichiarata incostituzionale (il “Porcellum”) relativa alla lista bloccata, il Giudice delle leggi afferma che “le disposizioni censurate, nello stabilire che il voto espresso dall’elettore, destinato a determinare per intero la composizione della Camera e del Senato, è un voto per la scelta della lista, escludono ogni facoltà dell’elettore di incidere sull’elezione dei propri rappresentanti, la quale dipende, oltre che, ovviamente, dal numero dei seggi ottenuti dalla lista di appartenenza, dall’ordine di presentazione dei candidati nella stessa ,ordine di presentazione che e’ sostanzialmente deciso dai partiti… Una simile disciplina, prosegue la Corte, priva l’elelettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti… Sulla base di tali argomenti, il Giudice delle leggi ricorda che la circostanza che il legislatore abbia lasciato ai partiti il compito di indicare l’ordine di presentazione delle candidature non lede in alcun modo la libertà di voto del cittadino: a condizione che quest’ultimo sia “pur sempre libero e garantito nella sua manifestazione di volontà, sia nella scelta del raggruppamento che concorre alle elezioni, sia nel votare questo o quel candidato incluso nella lista prescelta, attraverso il voto di preferenza. (sent. N 203/1975). Cosa succederebbe, quindi, nel caso in cui i partiti non riuscissero a trovare un accordo per riformare la legge elettorale nel solco indicato dalla Corte Costituzionale? Semplice, si andrebbe a votare con un sistema proporzionale puro con la possibilità di esprimere il voto di preferenza, così come previsto dalla normativa di “risulta”. Nessun vuoto normativo dunque, solo la sostituzione di un sistema maggioritario con uno proporzionale. Un sistema pronto ad essere usato già oggi qualora si aprisse la strada a nuove elezioni.

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 La stabilità sarebbe, dunque, garantita dalla capacità dei partiti di creare egemonia nella società e di trovare un terreno di condivisione sul piano dei contenuti programmatici. L’accordo sul sistema elettorale intercorso fra Renzi e Berlusconi (doppio turno di coalizione) prevede un premio di maggioranza del 18% (alla coalizione che raggiunge il 35 % viene assegnato il 53% dei seggi) e una mini lista bloccata dei partiti con 4 o 5 seggi in palio al massimo, con soglia di sbarramento al 5% per i partiti in coalizione (soglia minima per la coalizione fissata al 12%) e per i partiti non coalizzati la soglia di sbarramento viene fissata all’8%. Metà metodo spagnolo proporzionale, un po’ di francese “maggioritario” con variante dell’Italicum che assume una parte del “porcellum”. Sfugge, inoltre, la validità politica di un confronto sui temi del bicameralismo e del titolo quinto della Costituzione con una forza politica, come Forza Italia, lontana anni luce dalla cultura politica dei padri costituenti. Non vi e’ dubbio che, almeno, sotto il profilo della rappresentanza democratica (una testa un voto), e dei principi costituzionali indicati dagli art 3 e 48 della Costituzione (uguaglianza del voto e voto libero del cittadino con possibilità di scelta del candidato) qualche perplessità di legittimità costituzionale resta. La mia posizione: acquista tutta la sua pregnanza la sottolineatura decisiva della natura del del metodo elettorale proporzionale. Di esso si tace la reale caratteristica, proprio perché solo nella sua conformazione di meccanismo volto alla rappresentazione “integrale” del sistema elettorale merita il titolo che lo contrappone al metodo uninominale maggioritario, a uno o due turni,usato in Gran Bretagna ,negli Usa e nella Francia “presidenzialista”. Il proporzionale “solo se e’ puro” ha l’obiettivo di riflettere in termini piu’ esatti possibili tutti i gruppi sociali e le forze politiche che partecipano alle elezioni. (Marco Dal Toso è avvocato e fa parte dei Giuristi Milano) Democratici

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Dal II Congresso di SEL La strada stretta di Nichi Fonte; Il Manifesto 24/1/14 Di: Micaela Bongi

Sinistra e libertà. Il leader pugliese apre le assise: «Pronti a correre con il nostro simbolo, il Pd non è il nostro destino». Critiche al sindaco di Firenze per l’intesa col Cavaliere Firenze 2010, «un’era geologica» fa. È con quest’immagine, dopo il video omaggio a Mandela che fa alzare in piedi i delegati riuniti nel Palacongressi di Riccione, che Nichi Vendola apre la sua lunga relazione al secondo congresso di Sel. Tanta a∑cqua è passata dal congresso fondativo, e non nella direzione che immaginava il partito nato da un’ennesima scissione a sinistra. Tre anni durante i quali la crisi finanziaria è precipitata in una crisi economica sempre più grave e nel frattempo la politica ha subito una progressiva delegittimazione, soppiantata dalla «tecnica». Ovvero, dice Vendola — in un quadro politico italiano dove «la destra fa la destra, il centro fa la destra e la sinistra fa il centro» dalla «destra globale che si presenta in forma di tecnica», con le sue nefaste ricette rigoriste. Tre anni dopo Firenze, anche per Sel il futuro è quantomai incerto. Allora Sinistra ecologia e libertà era fuori dal parlamento, dopo che la Sinistra arcobaleno era stata sacrificata sull’altare della veltroniana vocazione maggioritaria e diventata extraparlamentare complici le sirene del voto utile. Ora siede sui banchi di Montecitorio e palazzo Madama. Ma non per questo sta meglio. E la legge elettorale partorita al Nazareno dalla strana coppia RenziBerlusconi peggiora gravemente la situazione. Trovare «la strada giusta», come recita lo slogan delle assise, non è facile. Ma necessariamente Sel ci deve provare. E vuole farlo con le sue gambe. «È tempo di toglierci il lutto», annuncia dunque Vendola stretto nel suo abito nero come la cravatta. Il presidente della Puglia ha descritto un quadro generale che riassume con la parola «fango» (e nella lista inserisce anche il «fango mediatico» contro di

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 lui per la vicenda Ilva), fuori piove e fa freddo, ma i 900 delegati aspettano solo di sentirsi dire che le bandiere del loro partito continueranno a sventolare. La platea esplode nell’applauso più lungo quando Vendola chiarisce: «Non ho voglia di iscrivermi a nessuna delle sue correnti. Il Pd non è né il mio né il nostro destino». L’arrivo di Matteo Renzi, che prima dell’accelerazione sulla legge elettorale aveva accettato l’invito a intervenire qui a Riccione oggi pomeriggio, ieri sera non era confermato. Il leader del Pd era ancora incerto, in attesa di una telefonata notturna con Vendola per prendere una decisione. I rapporti sono «in crisi», spiega a sera il leader di Sel che aveva incontrato Renzi proprio prima del fatidico summit della «profonda sintonia», minimizzando il rischio di contestazioni. Ma l’invito ricevuto a suo tempo dal sindaco di Firenze ora è accompagnato da parole non tenere pronunciate dal palco dal leader di Sinistra e libertà, che sperava nella sepoltura del Porcellum. Dal palco infatti Vendola chiarisce di non aver apprezzato la trattativa preventiva con il Cavaliere sulla legge elettorale. Una trattativa oltretutto «segnata da un elemento grave di opacità: non si può ignorare il tema dell’ineleggibilità a causa del conflitto d’interessi». E poi c’è «l’abnorme premio di maggioranza» e «l’abnorme» soglia di sbarramento al 5% introdotta con l’«argomento malato e inascoltabile» dei piccoli partiti che avrebbero «strangolato» l’Italia. A Matteo Renzi dunque Vendola si rivolge «con rispetto, speranza, apertura e senza pregiudizi». Ma anche con un «caro Matteo, l’abbraccio con il Caimano è una maledizione per la sinistra moderna che ne esce sempre smontata». E ricorda che Piero Calamandrei fu eletto alla Costituente in rappresentanza di un partito, il Partito d’Azione, che aveva l’1,5 per cento dei consensi. Prima di chiudere a un eventuale ingresso o federazione con il Pd, Vendola aveva affrontato il nodo delle elezioni europee. E qui quale sia la «strada giusta» non è ancora chiaro. Tra Martin Schulz, della tedesca Spd, e il leader della greca Syriza Alexis Tsipras, il presidente pugliese non vorrebbe essere messo nella condizione di dover scegliere. Il primo può «svolgere un ruolo di rilancio della socialdemocrazia europea da sinistra»; il secondo, Tsipras, è «il Davide ellenico che sfida il Golia teutonico». Spiega di non procedere in uno «zig zag tattico», proponendo equilibristiche «mediazioni». Ma «ci sarebbe piaciuto che l’appello degli intellettuali pro Tsipras (pubblicato sul manifesto del 17 gennaio, ndr) non fosse prigioniero di una gabbia, quella del Gue. Perché ridurre la portata politica di una proposta potenzialmente così dirompente?». La risposta arrivata ieri da Tsipras ai firmatari dell’appello e a Rifondazione comunista rende il percorso alle europee di Sel forse meno impervio. Ma dal palco (a risposta non ancora arrivata)

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Vendola chiarisce che in ogni caso «Sel non deve avere paura di andare al voto con il suo simbolo». La questione resta aperta. Ma per quanto riguarda il simbolo sotto il quale campeggia il suo cognome, Vendola chiede di accogliere la richiesta di toglierlo perché lui non è il proprietario del partito e perché «sono una persona, non ho voglia di sventolare come una bandiera».

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 Approfondimenti e discussioni Altro che fallimento, il «berlusconismo» è la norma Fonte: il manifesto 21/01/2014 Di: Tommaso Nencioni

Il 26 gennaio del ’94 Berlusconi annunciava, con un celebre messaggio televisivo, la sua «discesa in campo». Venti anni dopo, lo stesso Berlusconi si trova ingloriosamente fuori dal Parlamento, assediato da ricorrenti guai giudiziari, il suo movimento politico appare in piena crisi, diviso e sfibrato. Si può tuttavia parlare di «fallimento del berlusconismo»? Non certo del fallimento della cultura politica di cui Berlusconi si è fatto portatore. Il suo «anti-antifascismo» – come lo ha classificato il suo più lucido studioso, Giovanni Orsina – fino agli anni Ottanta relegato in posizioni minoritarie dello spettro politico, si basava e si basa su una critica organica al carattere programmatico dell’antifascismo, ben tradotto nella nostra Costituzione. Ebbene, è purtroppo difficile negare che il «discorso» berlusconiano sui limiti e i difetti congeniti della carta costituzionale (e della democrazia dei partiti da essa scaturita) mantenga una salda egemonia nel senso comune di tutti gli schieramenti politici. A questo mirava la battaglia delle idee della destra italiana, e questo obiettivo ha raggiunto grazie al berlusconismo. Si dirà, è la critica che proviene da ambienti del «moderatismo», che Berlusconi non ha saputo attuare quella rivoluzione «liberale», della quale a parole si era presentato come araldo. Ma, senza tirare in ballo l’utopia di Adam Smith, bisognerà ammettere che l’ordine neo-liberale è stato bene o male restaurato nel ventennio. I partiti assomigliano sempre più a club di notabili, sul modello liberale ottocentesco, che non alle esecrate macchine ideologiche di massa che hanno strutturato la politica nel Novecento. La presenza dello Stato nell’economia è oggi ai minimi rispetto agli altri paesi civilizzati; «lacci e lacciuoli» all’iniziativa privata ce ne sono ancor meno. Bisognerebbe semmai affrontare un ragionamento serio su come questa libertà assoluta sia stata usata dalle nostre classi dirigenti economiche. Ma

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 questo tipo di ragionamento non è molto congeniale al nostro «moderatismo», troppo occupato a chiedere caparbiamente «di più» in questa suicida direzione, senza fermarsi a considerare le conseguenze di quanto fino ad ora ottenuto. Se si getta poi uno sguardo oltreconfine, ci si accorgerà che il berlusconismo, lungi dal rappresentare un’anomalia rispetto al panorama politico dell’Occidente, ben si è configurato come l’aspetto italiano di un fenomeno più generale. Il legame di ferro tra interessi affaristici (direttamente rappresentati ai vertici dello Stato) e potere mediatico ha contraddistinto tanto l’Italia berlusconiana quanto gli Stati Uniti di Bush, la Spagna di Aznar e la Gran Bretagna di Blair. In tutti questi paesi si è assistito ad un ingente processo di redistribuzione verso l’alto della ricchezza attraverso l’attacco al salario diretto e differito, di asservimento dei mezzi di comunicazione e di restringimento dei tradizionali spazi democratici. Ancora una volta, la fase getta una luce sinistra sull’utilizzo di questi margini di manovra da parte delle classi dirigenti; ma a tanto esse hanno mirato, e tanto hanno ottenuto. Quella del «fallimento del berlusconismo» pare dunque una categoria autoassolutoria per chi, durante questo ventennio, al berlusconismo si è presentato come alternativo. Ma non è stato piuttosto il centro-sinistra, che in questi anni di Berlusconi è stato il contraltare, a fallire? Attorno al Cavaliere si è infatti cementato un blocco sociale fatto di interessi nuovi, sorti dalla crisi dell’età dell’oro del capitalismo, e di interessi parassitari atavici, ed a questo blocco sociale i governi berlusconiani hanno dato risposte concrete: governi duraturi, infatti, perché rispondenti ad interessi reali, per quanto retrivi. I governi di centro-sinistra invece, del potenziale blocco sociale che attorno alle varie coalizioni sembrava via via prender forma, hanno creduto di poter fare a meno: prendevano voti da una parte, ma li mettevano a servizio dell’altra. Si rassicuravano «l’Europa», i «mercati», gli «alleati», mentre gli elettori e i militanti della sinistra vedevano, una dopo l’altra, naufragare le conquiste ottenute a fatica nel corso della precedente esperienza repubblicana. Di qui, a ben vedere, la crisi reale del centro-sinistra italiano degli ultimi vent’anni: coalizioni che hanno pensato di poter compensare con l’alchimia politica le proprie deficienze di comprensione del reale e di azione su di esso. Le spiegazioni complottistiche delle difficoltà esperite dalla sinistra al governo, con al centro le mene dei vari Bertinotti, D’Alema, Mastella, rappresentano la spia di un atteggiamento tutto politicista, appannaggio non a caso di gruppi dirigenti ripiegati su se stessi. All’uscita di scena di Berlusconi può insomma non corrispondere una crisi del berlusconismo: è una cultura politica destinata a caratterizzare anche il futuro

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 del Paese, a meno di un radicale cambiamento di rotta da parte dei suoi oppositori.

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014

Appuntamenti sui nostri territori Bologna, 22 Gennaio 2014 Carissime/i, il 2013 si è concluso con le iniziative del comitato, contro l'approvazione delle tariffe dell'acqua. Si tratta di continuare l'iniziativa a tutto campo per rivendicare il rispetto del referendum, ma anche di collocare la nostra iniziativa in connessione con altri soggetti sulle questioni della democrazia, della dimensione più generale delle privatizzazioni, e della prevalenza della finanziarizzazione nella gestione dei beni comuni. Si aprono nuove contraddizioni, anche nella gestione delle multiutility, è di pochi giorni la notizia dell'intenzione del sindaco di Ferrara di uscire alla scadenza dal patto di sindacato di HERA, motivate con le stesse considerazioni da noi proposte nella mobilitazione contro la fusione HERA-ACEGAS/APS, salvo avere a suo tempo votato la delibera. È ovviamente solo un esempio... per discutere e decidere in che modo riprendere l'iniziativa il comitato Bolognese acqua bene comune è convocato :

Martedì 28 Gennaio 2014 dalle ore 18.30 alle ore 21.30 presso Sala “Legambiente” Cassero di porta Galliera Piazza XX settembre, 7

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Rassegnàti mai N. 12, Lunedì 27 Gennaio – Lunedì 3 Febbraio 2014 E’ importante la vostra partecipazione, sia delle forze organizzate, sia dei singoli militanti per l'acqua bene comune. Ciao a tutte/i A presto Comitato acqua bene comune Bologna

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Il condominio solidale di Sasso Marconi Mercoledì 29 Gennaio Sala Consiglio Comune di Sasso Marconi – Piazza dei Martiri della Liberazione, 6

Siete tutti invitati all’incontro che avvierà la pianificazione del Condominio solidale di Sasso Marconi, emerso grazie al percorso di coprogettazione partecipata “Laboratori della solidarietà sociale”. Si terrà mercoledì 29 gennaio alle ore 20.30 presso la sala Consiglio del Comune di Sasso Marconi (piazza dei Martiri della Liberazione, 6). Saranno presenti l'assessore alle politiche sociali Massimo Masetti e l'assessore all'urbanistica Andrea Mantovani, il quale illustrerà lo stato dell’arte e le possibili prospettive della zona scelta per la realizzazione del condominio.

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Informazione Campagna Trasporti proseguiamo i nostri incontri con le persone interessate a Casalecchio e a Bologna per segnalare che non sono i cittadini al servizio dell’azienda dei trasporti, ma questa deve essere al servizio dei cittadini e non va privatizzata

giovedì 30 gennaio 2014 dalle15,30 alle 18,30

area pedonale Casa della Conoscenza Casalecchio (via Porrettana angolo Garibaldi)

Banchetto con raccolta firme petizione popolare per una diversa gestione del trasporto pubblico (cominciamo dai bus di Bologna e provincia) Invitiamo a firmare chi usa il mezzo pubblico e chi esprime solidarietà alla richiesta di utilità sociale (Il banchetto potrà essere rinviato in caso di maltempo)

Partito dei Comunisti Italiani Federazione di Bologna Sezione Rino Nanni Territorio Reno Bazzanese Il responsabile Organizzazione e Propaganda

Nello.orivoli@alice.it; cell 347 1398555 34 Nello Orivoli


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Presentazione della piattaforma amianto CGIL emilia romagna Bologna Giovedì 6 febbraio 2014 Sala “Di Vittorio” - Camera del Lavoro Metropolitana - Via Marconi, 67/2 ore 9.30 Inizio lavori

Presiede Noella Bardolesi familiari vittime Amianto Relazione Introduttiva Andrea Caselli CGIL Emilia-Romagna Interventi: Salvatore Fais Delegato OGR Bologna Antonio Romanelli Registro Mesoteliomi Regione E. R. Villiam Alberghini Direttore Area Psal Ausl Bologna Milena Pareschi INCA Emilia-Romagna Lorena Baccarani Sindaco di Rubiera (RE) Nicola Pondrano Presidente Fondo Nazionale Vittime Amianto Roberto Riverso Giudice Tribunale Ravenna Sebastiano Calleri CGIL Nazionale Daniele Manca Presidente ANCI Emilia-Romagna Carlo Lusenti Assessore Politiche per la salute Regione Emilia-Romagna

ore 13.00 Conclusioni: Antonio Mattioli Segreteria CGIL Emilia-Romagna

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Rassegnàti mai 12 27 gennaio 3 febbraio  

Rassegnàti mai, la rassegna stampa settimanale della sezione Rino Nanni PdCI BO

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