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LA RIVISTA DELLE GIORNATE DIGITALI SVIZZERE DAL 1° AL 3 NOVEMBRE 2020

SVIZZERA 4.0

NOI CI SIAMO!

Settimanale di attualità, politica, sport e cultura


PRIMA LA MENTALITÀ, POI LA TECNOLOGIA Care lettrici, cari lettori

Foto: Shane Wilkinson

Improvvisamente ci siamo resi conto che la digitalizzazione è già una realtà, non uno scenario futuro. La digitalizzazione è una questione di logistica, infrastrutture e so­ prattutto mentalità, non fantascienza alla «Matrix». Nell’anno del coronavirus abbiamo notato che anche la digitalizzazione si riduce a necessità di base. Ad esempio, al fatto che un’azienda necessita di un webshop o soluzioni online per semplificare i processi ai propri clienti e a sé stessa. Al fatto che siamo in grado di svolgere il nostro lavoro persino durante una pandemia, se possiamo farlo in telelavoro. Chi non era pronto a simili scenari, quest’anno ha pagato due volte. Ma ora la vera sfida è: come affronte­ remo la nuova situazione? Il telelavoro non sparirà; saranno i nostri contesti di vita a cambiare. Come potremo organizzare in futuro il lavoro, la vita in famiglia, la società? Ci occorrono ovviamente delle soluzioni tecniche, ma, soprattutto, flessibilità. Dob­ biamo plasmare, gestire gli eventi e conti­ nuare a imparare. Per questo in primo luogo ci serve la mentalità e poi la tecnologia. Il vostro Fabian Zürcher, caporedattore

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Il cancelliere federale Walter Thurnherr dirige il centro di competenze della Confederazione per la trasformazione digitale. Conferma il buono «stato di salute digitale» della Svizzera, ma ricorda la necessità di un ulteriore potenziamento.

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Città del futuro Benvenuto a casa La Svizzera, un caso speciale Fabbriche di tessili, ferrovie, emittenti radio; la Svizzera è sempre stata scettica nei confronti delle innovazioni tecniche. Quali sono le implicazioni in termini di digitalizzazione? Il passato lo prova, gli svizzeri non hanno mai rifiutato il progresso.

Dall’oggi al domani, si è trasferito tra le mura di casa: il telelavoro e con esso, superiori, team e clienti. Come influisce su di noi questa nuova situazione, perché potrebbe protrarsi e cosa occorre.

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A casa da soli? Il telelavoro può incentivare il monitoraggio digitale delle prestazioni. Cosa è giustificabile da un punto di vista etico? Dove sono i limiti? I punti a favore e a sfavore di questo nuovo mondo ricco di prospettive.

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Secondo l’urbanista Fabienne Hoelzel la pandemia ha effetti positivi sulle nostre città. Sarà interessante vedere come verrà gestita la nuova situazione e come evolverà la voglia di campagna.

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Un passo indietro nel progresso? Il confinamento ha riportato alla ribalta i modelli tradizionali. Cosa è successo esattamente? Lavoro flessibile, digitalizzazione, eppure ci poniamo ancora domande sulla parità di genere.

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SOMMARIO 4 www.giornatedigitali.swiss

Foto: Gerry Nitsch, Keystone/Christian Beutler, Getty Images, Shutterstock, Valeriano Di Domenico, Gian Marco Castelberg

Alla testa della digitalizzazione


Il 2020 a scuola Jasmin Widmer e il suo partner Thomas sono entrambi insegnanti alle scuole elementari. La coppia di insegnanti racconta le proprie esperienze di scuola a distanza e spiega fino a che punto l’apprendimento digitale è sensato.

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Qual è la situazione in Svizzera?

Ascoltare, discutere, imparare, sperimentare e toccare – scoprite l’offerta completa di attività in occasione delle Giornate digitali dal 1º al 3 novembre, fisicamente e online nelle 23 sedi in Svizzera.

Quale fondatore di digitalswitzerland, Marc Walder, CEO di Ringier, elogia la posizione di prim’ordine della Svizzera nel campo della formazione e della ricerca digitale. Critica comunque la gestione dell’insegnamento durante la fase di confinamento.

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Tutte le hightlight

Cool o trash? Anche gli esperti di tecnologia a volte puntano sulla carta sbagliata. Esploriamo i top e i flop.

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United Data of America Clinton credeva nella TV via cavo, Bush in Internet. Obama puntava su Twitter, mentre Trump su Facebook. Biden ha un approccio rilassato nei confronti dei media digitali. Il passato però ha dimostrato che la tecnologia è un valido strumento per la campagna elettorale.

Vietato toccare! Mascherina, distanza sociale, terrore dei germi. Una situazione di crisi costante ci spinge a rifugiarci nella realtà virtuale. Al contempo, aumenta il bisogno di vita vera.

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62 Sigla editoriale

L‘inserto delle Giornate digitali svizzere viene pubblicato come supplemento a SonntagsBlick, Handelszeitung, il caffè e Le Temps. Ringier AG, Brühlstrasse 5, 4800 Zofingen Editore: Ringier AG, Dufourstrasse 23, 8008 Zurigo, Tel: 044 044259 62 Fax: 044 259 66 65 E-Mail: brandstudio@ringier.ch Realizzazione: Ringier Brand Studio (Direzione Fabian Zürcher) Redazione: Bettina Bono, Alice Massen, Marcel Zulauf Grafica: Dominique Signer Picture editor: Tobias Gysi, Christof Kalt Direzione Brand Sales: Thomas Passen Commercializzazione: Admeira AG, Zürich Sales Services: Tel.: 058 909 99 62 E-Mail: salesservices@admeira.ch Tariffe pubblicitarie e CGC: www.admeira.ch Stampa: Swissprinters Zofingen Indicazione di partecipazioni rilevanti di Ringier AG ai sensi dell‘art. 322 cpv. 2 del Codice penale svizzero: Admeira AG, Bärtschi Media AG, DeinDeal AG, Energy Broadcast AG, Energy Schweiz Holding AG, Energy Bern AG, Energy Zürich AG, Geschenkidee.ch GmbH, JobCloud AG, MSF Moon and Stars Festivals SA, Ringier Africa AG, Ringier Axel Springer Media AG, Ringier Axel Springer Schweiz AG, Ringier Digital Ventures AG, Ringier Print Holding AG, Ringier Sports AG, Scout24 Schweiz AG, SMD Schweizer Mediendatenbank AG, Ticketcorner Holding AG, Ringier France SA (Francia), S.C. Ringier Romania S.R.L. (Romania), EJOBS GROUP S.R.L. (Romania), REALMEDIA NETWORK SA (Romania), Ringier Sportal S.R.L. (Romania), Ringier Pacific Limited (Hongkong), Ringier Vietnam Company Limited (Vietnam), Ringier Vietnam Classifieds Company Limited (Vietnam), IM Ringier Co., Ltd. (Myanmar), Pyramid Solutions Company Limited (Myanmar), Ringier South Africa (Pty) Ltd (Sudafrica)

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Il cancelliere della Confederazione Walter Thurnherr è responsabile della strategia «Svizzera digitale». Di cosa si tratta? In quali ambiti la Svizzera deve recuperare terreno? E cosa c’entrano in tutto questo Dio, un sarto e un paio di pantaloni? Fabian Zürcher In veste di incaricato alla digita­ lizzazione cosa ha pensato quando è trapelato che presso l’UFSP per determinare i casi di Covid-19 si pesavano i fax sulla bilancia? Stando alle mie informazioni, in seno all’UFSP i casi positivi – contrariamente ai molti casi negativi – sono sempre stati contati e non pesati. La consapevolezza che nel settore sanitario sia imperativo recuperare terreno in termini di digitalizzazione è tuttavia emersa già molto prima della crisi legata al Covid. Al più tardi al momento della discussione legata alla cartella informatizzata del paziente si è capito quanti attori in questo settore comunicano ancora via fax. Cos’ha pensato invece quando il Parlamento ha interrotto la sessione primaverile durante il picco della crisi legata al coronavirus? Aziende e scuole universitarie sono riuscite a organizzarsi con uffici e aule virtuali. Occorre precisare che tenere una lezione in streaming è ben diverso 6 www.giornatedigitali.swiss

dall’organizzare una sessione digitale del Consiglio nazionale e degli Stati che consideri i vari punti in programma come eliminazione delle differenze, paragrammi in costante mutamento, sedute di commissione, votazioni a scrutinio segreto e conferenze di conciliazione. Nel frattempo, sono tuttavia state presentate diverse iniziative parlamentari. Parlamento e Servizi del Parlamento dovranno perciò affrontare il tema delle sedute virtuali. Lei sfrutta la possibilità del telelavoro? Esiste una regolamentazione a questo proposito in seno alla Confederazione? Si, ma solo durante il fine setti­mana. In primavera abbiamo potuto permettere a un gran numero di collaboratori di lavorare da casa, ciò è stato di grande aiuto. Per rispondere alla seconda domanda: no, per fortuna non esiste una regolamentazione rigida valida per tutta l’Amministrazione federale. In questo ambito ci si dovrebbe affidare al buonsenso

La crisi legata al coronavirus ha dato una vera e propria spinta alla digitaliz­ zazione. In quali ambiti l’Amministra­ zione ha fatto i maggiori progressi? La spinta alla digitalizzazione è avvenuta in primo luogo nella testa delle persone. Doveva funzionare e dunque ha funzionato. A volte ha funzionato addirittura meglio di prima. Dal punto di vista tecnico in brevissimo tempo sono state moltiplicate le capacità per accedere ai sistemi. Sono inoltre state messe a disposizione nuove applicazioni Internet la cui introduzione avrebbe altrimenti richiesto mesi. Dove individua ancora molto margine di miglioramento? Dal punto di vista giuridico, in sostanza l’Amministrazione federale è ancora organizzata come un secolo fa. Di fatto i presupposti – e con essi anche le forme di collaborazione – all’interno dell’Amministrazione sono tuttavia mutati in modo radicale. I principali temi, problemi e processi – sicurezza, ambiente, politica europea, politica estera in generale, politica finanziaria, ecc. – oggi non si limitano a un solo Dipartimento e non possono più essere elaborati esclusivamente in uno dei sette bacini. La digitalizzazione offre in particolare l’opportunità di strutturare i processi interdipartimentali e di elaborarli in modo efficiente, di suddividere meglio le conoscenze a livello federale, di collegare le applicazioni specifiche e di offrire i servizi in modo più rapido ed esaustivo ai clienti finali, ovvero a cittadini, aziende, ecc. Da questo punto di vista vi è ancora molto da fare. A breve termine dobbiamo ridurre gli iter decisionali in seno all’Amministrazione affinché sia possibile chiarire nel modo più rapido e competente possibile il gran numero di domande e problemi. Chi prende come esempio da seguire? Presso le nostre università, nell’economia e nelle amministrazioni di 

Foto: Gerry Nitsch

«DOVEVA FUNZIONARE E DUNQUE HA FUNZIONATO»

e alla particolare situazione lavorativa dei servizi interessati.


Ritratto Il cancelliere della Confedera­ zione Walter Thurnherr (56) è responsabile del centro di com­ petenze della Confederazione per la trasformazione digitale. Thurnherr è cresciuto a Wohlen AG e ha studiato fisica teorica al Politecnico di Zurigo. Prima della sua nomina a cancelliere della Confederazione nel dicem­ bre 2015, l’esponente PPD è stato dapprima diplomatico (tra cui anche a Mosca) e segre­ tario generale in seno a tre Dipartimenti diversi: al Diparti­ mento degli affari esteri (DFAE), al Dipartimento dell’economia e al Dipartimento dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC). Vive con la moglie e due figli a Sigriswil BE, sul Lago di Thun.


altri Paesi lavorano persone brillanti. Abbiamo molti contatti e cerchiamo di imparare gli uni dagli altri.

Dal 1° gennaio 2021 il Centro di competenze per la digitalizzazione della Confederazione sarà integrato in seno alla Cancelleria federale. Qual è la sua visione della Svizzera digitale? La digitalizzazione è la conseguenza di uno sviluppo tecnologico a livello mondiale. La Svizzera dovrà decidere come intende sfruttare questo sviluppo. Lo farà a suo modo, com’è giusto che sia. La mia visione personale concerne piuttosto questo processo e non tanto il risultato finale. Per i miei gusti i necessari dibattiti potrebbero infatti avvenire con toni più pacati. Negli ultimi due-tre anni le discussioni hanno in parte assunto i toni aspri di una lotta di ideologie. Avere delle convinzioni è giusto, ma si dovrebbe saperle motivare in modo convincente. In fin dei conti anche in questo caso vale il detto: «The holier the cause, the more devilish the end». 8 www.giornatedigitali.swiss

Ben connesso: il Cancelliere federale Walter Thurnherr nel suo ufficio all’interno del Palazzo federale.

Quali sono le principali sfide della trasformazione digitale? La sfida consiste nel prendere per tempo le decisioni. Per molte questioni relative alla digitalizzazione è possibile e occorre prendersi del tempo. Per quanto riguarda la cibersicurezza, ma anche per determinate innovazioni o per la creazione di condizioni quadro che permettono le innovazioni, si può però anche arrivare troppo tardi e questo ritardo può costare caro in termini economici. È difficile determinare una priorità di cui non ci si pentirà in un secondo momento. Dica la verità: non ha l’impressione che vada tutto troppo per le lunghe? Sì e no. Naturalmente auspico che in alcune situazioni si pigi sull’acceleratore. D’altra parte, forse lei conosce la storia del sarto che fa aspettare per settimane un cliente prima di consegnare i pantaloni ordinati. Quando il cliente spazientito ricorda al sarto che Dio ha creato il mondo in solo sette giorni; il sarto risponde: «Ma, caro signore, guardi bene in che mondo viviamo, e poi guardi i suoi splendidi pantaloni!». In Svizzera molte cose richiedono più tempo, ma alla fine il risultato è niente male. Oltre un cittadino su due non vuole

installare l’app SwissCovid per questioni di protezione dei dati. Comprende i timori? È una giustificazione quantomeno bizzarra se queste persone sono al contempo attive su piattaforme che – è risaputo – raccolgono ogni tipo di dati. Per come la vedo io nell’app SwissCovid la protezione dei dati è stata attuata egregiamente. Il suo account di Twitter conta molti contenuti decisamente «da nerd». Come le è venuta l’idea? Sul mio account di Twitter condivido quasi esclusivamente link e indicazioni relative a questioni di natura matematica o fisica. Spesso li trovo più divertenti e interessanti della politica. Sovente la politica è anche più difficile da comprendere. Ritiene che per quanto riguarda i social media prevalgano gli aspetti positivi o negativi? Nonostante tutto credo gli aspetti positivi. È indubbio che i media sociali polarizzano la società. Rendono inoltre dipendenti. Sulle piattaforme è l’umore del momento a farla da padrone e non le riflessioni. I media sociali sfruttano i nostri punti deboli con degli algoritmi estremamente complessi per catturare la nostra attenzione e far incrementare ulteriormente le

Foto: Gerry Nitsch

Come giudica lo stato digitale del Paese? In fin dei conti non è poi così male. Per quanto riguarda l’infrastruttura digitale siamo ben posizionati. Dobbiamo tuttavia prestare attenzione affinché in seguito alla rapida crescita di dati e dei requisiti posti alla trasmissione dei dati non vada dimenticato il necessario potenziamento. Per quanto riguarda l’e-government, la situazione potrebbe naturalmente essere migliore, ma grazie al nostro sistema federale analogico e prossimo ai cittadini non abbiamo pressioni in termini di necessità di agire. Al momento l’introduzione dell’E-ID è sicuramente una priorità. Per quanto riguarda invece la cibersicurezza dobbiamo recuperare terreno, proprio come altri Paesi. In generale molti svizzeri sfruttano le possibilità offerte dalla digitalizzazione. La crisi legata al coronavirus ha mostrato che questo può essere un fattore decisivo.


nel social cinese TikTok, la Ruag è stata vittima di un attacco hacker russo: in futuro come riuscirà la Svizzera ad affermarsi nel ciberspazio? Le imprese svizzere subiscono ogni giorno attacchi da ogni parte del mondo. Riuscire ad affermarsi diventerà un compito di tutti i giorni. Non esiste una ricetta semplice. La collaborazione con la ricerca e con altri Stati potrebbe però fare la differenza.

entrate pubblicitarie. Lo si può osservare anche in Svizzera: il numero di utenti con l’autostima di un pantofolaio che giudicano due volte al giorno il mondo, la nazione e i vicini virtuali è nettamente aumentato anche nel nostro Paese. Ma le piattaforme sociali trasmettono anche molte nuove visioni. Collegano ad esempio persone che altrimenti difficilmente si sarebbero incontrate. Queste piattaforme vengono usate con successo per comunicare problematiche e sviluppi importanti e per molte persone – si pensi solo al Terzo Mondo – rappresentano un incredibile progresso e la porta per accedere a sapere e perfezionamento professionale. Secondo lei Facebook e le altre reti sociali andrebbero smantellate? La dominanza delle piattaforme digitali globali fa naturalmente riflettere. A causa degli effetti delle reti, per i nuovi contendenti è molto difficile sfidare gli attori esistenti. Una regolamentazione potrebbe o dovrebbe però essere attuata a livello internazionale. Forse vi saranno anche sviluppi tecnici che faranno vacillare la supremazia dei giganti in un colpo solo. Trump è intervenuto in modo radicale

I processi politici in Svizzera sono sufficientemente stabili per resistere alla disinformazione mirata proveniente dall’estero? Oppure semplicemente non siamo abbastanza interessanti per le potenze straniere? Il nostro sistema politico ha il vantaggio di essere organizzato in modo molto federalista. Influenzare le elezioni del Consiglio nazionale dovrebbe risultare difficile. Per contro non escluderei a priori che prima di una votazione anche nel nostro Paese si tenti di intossicare il contesto con notizie fasulle. Come è noto, le bugie più pericolose sono le verità leggermente distorte. Tali verità possono senza dubbio essere fatte circolare anche in Svizzera. Per gli aerei da combattimento abbiamo votato alle urne o per corrispondenza. Per quale ragione in Svizzera non si riconosce alcun progresso per quanto riguarda il tema dell’e-voting? Quando si parla di e-voting deve avvenire una ponderazione accurata. La sicurezza ha la priorità sulla velocità dell’introduzione. Attualmente stiamo riorganizzando l’esercizio dei test. La Confederazione impone volutamente standard elevati. Finora manca ancora un sistema che risponda ai requisiti posti. La digitalizzazione divide o unisce la società? Entrambe le cose. Unisce gli uni e divide gli altri. Ma non è grave. Il problema sorge solo quando singole persone credono di doversi scontrare

senza ritegno con chi la pensa diversamente. Ma questo ha più a che vedere con i valori di una persona che non con il resto. Un tempo Georg Lichtenberg ha detto: «Un libro è uno specchio. Se ci si guarda una scimmia, quella che compare non è evidentemente l’immagine di un apostolo.» Lo stesso vale per Internet. Qual è la sua speranza più grande per quanto riguarda la digitalizzazione? Spero che si colgano le occasioni. Che non ci si limiti a guardare, ma che si partecipi attivamente alla creazione. A mio modo di vedere la Svizzera può dare un contributo credibile anche a livello interna­ zionale. Qual è invece il suo timore più grande? È davvero preoccupante il fatto che per molte persone – e non solo giovani – attualmente la paura più grande di emarginazione è rappresentata dalla perdita del proprio cellulare. Alcuni secoli fa era la scomunica, oggi è il mancato accesso a Internet. In questo contesto occorrerebbe orientarsi maggiormente alle realtà tangibili della vita per vedere con i propri occhi che non vi sarebbero grandi ripercussioni. Cosa continua a fare in forma analogica? Leggere libri, parlare con gli amici e mangiare millefoglie. La sua app preferita? «VoteInfo», l’app della Cancelleria federale con le informazioni relative alle votazioni. «Swisstopo» dell’Ufficio federale di topografia e «MeteoSvizzera» sono altre due applicazioni che uso molto spesso. Ha aiutato Ueli Maurer a installare l’app SwissCovid? Lei non ha capito le intenzioni del Consigliere federale Maurer. È una vecchia volpe e sapeva esattamente cosa fare per aumentare la notorietà dell’app SwissCovid. www.giornatedigitali.swiss  9


ZONA DI TENSIONE: SVIZZERA Da sempre la Svizzera lamenta e al contempo accoglie con favore le nuove tecnologie. Ciò non andrebbe dimenticato nelle discussioni attuali. Thomas Ley

Primo scontro sulle antenne durante il dibattito «Arena» nel 1999.

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zienti lamentano problemi di salute», s’inalberò la Consigliera nazionale verde e medico Ruth Gonseth. «Le persone non dormono più, soffrono di mal di testa e tinnito.» Tutto a causa delle antenne. O era forse solo frutto dell’immaginazione? Il professore in neurologia Hans Gregor Wieser le rispose con filosofia: «Il cellulare è un mezzo d’informazione della società dell’informazione e ci spaventa dover elaborare queste informazioni inverosimili che ci pervengono.» Con ciò intendeva dire: ve ne fregate del futuro, facendo così infuriare gli scettici delle antenne: «Lei non prende sul serio la nostra posizione!», lo rimbrottò Heini Glauser della Fondazione svizzera per l’energia. Forse Glauser aveva ragione. Il sorriso del rappresentante di provi-

Boom dei binari: costruzione del San Gottardo (1872 - 1880).

der e ricerca che aveva davanti era tra l’arrogante e la disperazione ostentata. Probabilmente tutti pensavano a quel che Simonetta Sommaruga, allora massima esponente della protezione dei consumatori, descrisse così in trasmissione: «Una certa contraddizione è inevitabile. Sono tanti a volere il cellulare, ma altrettanti non vogliono le antenne.» Il 5G e il nuovo mal di testa Oggi la signora Sommaruga è Consigliera federale e Ministra della Comunicazione e deve far fronte a un movimento simile a quello del 1999, ben quattro generazioni di telefonia mobile dopo. Il nuovo standard si chiama 5G, e «5G!» è diventato il grido di battaglia degli scettici della tecnologia. Gli argomenti sono gli stessi: radiazioni, mal di testa, incubi. Molti non comprendono questo furore. Rolf Vogt, professore di elettrotecnica e tecnologia dell’informazione alla SUP di Berna, rammenta: «Due anni fa una giornalista mi chiese se mi aspettassi opposizione nei confronti del 5G e risposi di no. A volte si sbaglia.» Il passaggio dal 3G al 4G, un passo più significativo a livello tecnologico, ha avuto infatti una risonanza contenuta, ricorda Vogt. Tra il 4G e il 5G, invece, il tipo di segnali emessi e la potenza restano praticamente inva-

Foto: AP Photo/Frank Augstein, Keystone/Walter Bieri, Keystone/The Granger Collection

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rano i tempi dell’iMac e del peluche Furby, del Nokia 3210 e della Playstation. Erano gli albori della gestione con il Blackberry, quando si «googlava» ancora con Yahoo e la bolla delle Dot-com era bella grossa e promettente. Ed erano i tempi del mal di testa. Nel 1999 i capogiri di giorno e i disturbi del sonno di notte erano le presunte malattie sociali. E sebbene – oppure poiché – già due svizzeri su cinque avevano il telefonino, si riteneva responsabile dei malanni l’antenna dei cellulari. O come si diceva allora: il trasmettitore del Natel. La «controversia sulle antenne» fu il tema della prima puntata di «Arena» di Patrick Rohr. Il mite successore di Zampano Filippo Leutenegger dovette far fronte subito a un clima di tensione. «Sempre più pa-


riati. E ora si litiga in proposito?D’improvviso la situazione è inquietante per il settore. Ma cosa succederebbe se sbattesse contro il muro plebiscitario? È plausibile. Da noi l’opposizione non è maggiore che in altri paesi, constata il Consigliere nazionale dei verdi liberali zurighese Jörg Mäder: «In Gran Bretagna hanno dato fuoco alle antenne 5G. Mi sembra una protesta piuttosto violenta.» In Svizzera si potrebbe invece lanciare subito un progetto di legge. «È molto diverso.» E le conseguenze potrebbero essere drastiche. Questa primavera Avenir Suisse ha illustrato come sarebbe stata la Svizzera se nel 2002 fosse stata vietata l’introduzione del 3G: sarebbe stato un paese dove negli anni 2010 si sarebbero ancora stampate le mappe anziché utilizzare Google Maps. Un paese quasi senza app, in cui la gente avrebbe usato ancora i lettori CD. In cui l’editoria avrebbe guadagnato con la stampa cartacea e un SMS costerebbe ancora 20 centesimi. La Svizzera, una «macchia nera nell’Europa digitale» titolerebbe l’«Economist» in questo universo parallelo. Un paese «sotto una campana di vetro, contro cui si infrangerebbero certe novità tecnologiche», mette in guardia Avenir Suisse. Ferrovie e filande Il timore di rimanere tagliati fuori è sempre stato il principale motore del progresso in Svizzera. Nel 1852, anno dell’approvazione della prima legge sulle ferrovie, eravamo una macchia cieca sulla carta europea delle strade ferrate in rapida crescita. La Svizzera rischiava di essere aggirata a ovest dalla ferrovia francese del Moncenisio e a est dalla linea austriaca del Brennero. Allora gli svizzeri si chiedevano se il treno fosse dannoso per la salute dei passeggeri e se i ri-

storatori e i trasportatori fossero al tracollo economico. Ma alla fine il pioniere dello Stato federale Alfred Escher convinse i colleghi a Palazzo federale ad evitare di divenire l’«eremo europeo», dando il via al boom della rotaia. Il resto è storia della ferrovia. Questo non è stato il principale shock tecnologico nella storia elvetica, come scrive lo storico economico zurighese Tobias Straumann. È avvenuto cento anni prima e ha «scosso brutalmente» la Svizzera tedesca, ossia l’avvento delle fabbriche di tessitura meccanica del cotone, che ha segnato la fine dei telai contadini: «Si stima che attorno al 1790 circa 100 000 tessitori persero il lavoro; su una popolazione totale di 1,6 milioni di persone», afferma Straumann. Filatoi che in un colpo solo sostituivano 30 tessitori. Una frattura inimmaginabile oggigiorno. In Gran Bretagna questa rivoluzione ha avuto luogo nello stesso periodo. La «Spinning Jenny», il primo filatoio a vapore, sostituì 200 operai. Una svolta incredibile. Ne conseguì un boom economico mai visto prima e lavoro per milioni di persone, anche se nei primi decenni caddero in misera di colpo intere regioni del paese. Non sorprende che questo progresso abbia suscitato timore e rabbia nelle persone. Come i «luddisti», che presero il nome da Ned Ludd, un tessitore forse mai esistito, di cui si narra abbia distrutto per protesta due telai meccanici nel 1779. La leggenda di Ludd ispirò però i luddisti nel 1811 a portare avanti una crociata violenta, che l’esercito britannico dovette sedare con le armi, contro le macchine industriali.  www.giornatedigitali.swiss  11


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Sito industriale fiorente: nello stabilimento di filatura a pettine di Bürglen TG nel 1958 le macchine venivano azionate con mani e ginocchia.

Avvicinarsi per ricevere una pedata: durante uno sciopero a Barcellona un tassista sfoga la propria avversione verso Uber.

ticoli o guardato video in cui si discutevano le diverse teorie di cospirazione. Li avevano trovati su Facebook, in gruppi con decine di migliaia di follower. «Hope» vi trovò post come: «Il 5G è più inquietante della bomba atomica, poiché rende le persone zombi e schiave al servizio della classe sionista dei super ricchi.» Una frase che riassume tutto. Si potrebbe chiamarlo timore delle antenne 4.0: nato nel mondo lineare di «Arena» per poi sconfinare nel regno non lineare di YouTube e Facebook, sempre consultabile sullo smartphone. Non in tutti i paesi però la stessa forza si riversa per le strade. Se, stando alle stime, a Berlino a fine agosto si radunarono fino a 20 000 e a Zurigo fino a 2000 scettici nei confronti di coronavirus-Bill Gates 5G,

a Vienna o Londra scesero in strada solo poche centinaia di persone. Il Consigliere nazionale verde liberale Mäder non è sorpreso: «Non bisogna dimenticare la cosiddetta ‹long tail›, la coda del topo delle mere informazioni su Internet, che ha una risonanza molto più estesa rispetto alla realtà. Le teorie di cospirazione non ottengono la maggioranza.» Consiglio federale e iniziative In Svizzera non è ancora definitivo. Il movimento è deciso a testare la sua capacità di raggiungere la maggioranza. Sono in corso contemporaneamente cinque iniziative, con nomi e questioni simili: l’iniziativa «Per una telefonia mobile compatibile con la salute e a basso consumo energetico» mira a inte-

Foto: AFP/Fabrice Coffrini/ Keystone/Photoprss-Archiv/Str/ Reuters/Albert Gea

Neo-luddisti e scettici del coronavirus È davvero finita l’era della forza bruta contro la tecnologia? Due anni fa il «Guardian» si chiedeva se fossero arrivati i tempi dei neo-luddisti. Poiché ancor prima di far esplodere i trasmettitori 5G in Gran Bretagna, avevano incendiato i taxi Uber in India, Croazia, Ungheria, Polonia, Colombia e persino in Francia. Nel 2017 venne bruciata «La Casemate» di Grenoble, una sorta di showroom degli ambienti di lavoro moderni. Gli attentatori scrissero che «questa famigerata istituzione se lo meritava da un pezzo per aver favorito la dannosa diffusione della cultura digitale» preannunciando: «Oggi abbiamo raso al suolo La Casemate, domani sarà qualcos’altro. Tutto ciò che odiamo, deve bruciare.» La rabbia in Svizzera non ha (ancora) raggiunto tali livelli di violenza. Nel giugno 2019 a Denens (Vaud) è stata però incendiata un’antenna dei cellulari, quasi sicuramente un gesto doloso. Chissà che il grigionese Marco Camenisch, che fece saltare in aria le linee dell’alta tensione negli anni settanta, non possa ispirare i suoi compatrioti. Ma quel che si è pure diffuso in Svizzera quest’estate è un nuovo minestrone di scetticismo nei confronti del coronavirus, teorie di cospirazione QAnon e timori per il 5G. D’improvviso Zurigo si ritrovò tappezzata di cartelloni secondo cui il miliardario di Microsoft Bill Gates avrebbe diffuso il Covid nel mondo per mezzo di radiazioni 5G, e altre affermazioni sul generis. È interessante notare che la nuova fobia digitale ha luogo naturalmente online. Questa primavera la campagna britannica «Hope not Hate» ha condotto un sondaggio da cui è emerso che circa l’8 % degli isolani è convinto che il 5G diffonda il coronavirus, mentre il 19 % lo ritiene quantomeno possibile. Nelle quattro settimane precedenti il 37 % aveva letto ar-


Passerella politica: il 21 settembre 2019 sulla Piazza federale di Berna si è tenuta una dimostrazione contro la tecnologia 5G e il suo impiego.

grare nella Costituzione i valori limite del 1999; la «Responsabilità in materia di telefonia mobile» intende rendere responsabili gli operatori del risarcimento dei danni causati dalle radiazioni; l’«autonomia comunale in materia di copertura di telefonia mobile» ritiene i comuni responsabili dell’ubicazione delle antenne; l’iniziativa di Frequencia «per spazi vitali con meno radiazioni» chiede appartamenti senza radiazioni emanate da antenne e chi telefona con il cellulare deve avvalersi di un cavo o della WLAN e l’«Iniziativa 5G» che chiede una moratoria di cinque anni per le onde millimetriche. La marea di iniziative inquieta anche Hans-Ulrich Jakob, un oppositore di lunga data delle radiazioni della telefonia mobile. Negli anni ottanta

aveva combattuto contro l’emittente bernese a onde corte Schwarzenburg, con cui veniva diffusa Radio Svizzera Internazionale. «Speravo ci si potesse accordare su un’iniziativa, anziché puntare su una tale dispersione con cinque iniziative», afferma alla SRF. Ha cercato di riunire le forze, «ma sono capitato sulle persone sbagliate.» Osserva infatti una certa «presunzione» dei singoli gruppi. Ma gli oppositori non devono avere solo fiducia nelle loro iniziative. Già quattro Cantoni – Neuchâtel, Ginevra, Vaud e Giura – hanno deciso moratorie proprie 5G o chiesto una moratoria nazionale tramite iniziativa cantonale. Al momento la Confederazione è riluttante a prendere decisioni, con rammarico del settore telecom. In aprile il governo ha deciso

di non allentare i valori limite. La minaccia degli operatori, cioè la necessità di installare 26’000 nuove emittenti se quelle presenti non fossero state leggermente potenziate, è rimasta inascoltata. Ora si costruiscono piuttosto le cosiddette antenne adattative, che non diffondono segnali ad ampio raggio, bensì in maniera mirata e concentrata nella direzione dell’utente. La Consigliera federale Simonetta Sommaruga, un tempo ad «Arena» nelle file degli scettici delle antenne dei cellulari, crede ciecamente nella nuova tecnologia. Anche Swisscom decanta la «digitalizzazione sostenibile». Tutti contenti, allora? Ovviamente no. Gli oppositori delle radiazioni la accusano di aver celato un «massiccio» aumento dei  www.giornatedigitali.swiss  13


Forti opposizioni al 5G. Dimostrazione «Stop al 5G» del 10 maggio 2019 a Berna.

valori limite. Bisognerà spiegare alla Consigliera federale la portata e gli effetti in occasione di un incontro di persona, propongono in una lettera aperta, «sulla base di grafici ed esempi pratici». Una consigliera federale dalla parte delle industrie, che manca di prudenza? Affatto, direbbe probabilmente il Consigliere nazionale PPD grigionese Martin Candinas, che segue la discussione con crescente preoccupazione. «Quasi il 90 % di tutti i permessi di costruzione per antenne di trasmissione, 4G o 5G, sono bloccati», constata, «e questo mi preoccupa davvero.» È deplorevole che il DATEC di Sommaruga mostri poco interesse a portare avanti il processo «e risolvere il blocco dilagante dei permessi di costruzione». Il tema è rapidamente sfuggito dalle mani della politica, ammette: «Ha avuto una risonanza tale, mai vista prima. Mi ricordo della decisione della commissione del Consiglio na-

zionale per i trasporti e le telecomunicazioni del 2016, che con 23 voti contro 2 aveva persino proposto un allentamento dei valori limite.» Quasi

zioni che emette un apparecchio WLAN casalingo le radiazioni supplementari provenienti da un’antenna 5G sono come un bicchiere d’acqua in una vasca da bagno stracolma. «Se state seduti a tre metri di distanza dalla vostra fonte WLAN, le radiazioni sono spesso 10 000 volte più forti di quelle di un’antenna 5G all’esterno.» Vogt segue da tempo il dibattito sulla tecnologia e non riesce più a capire la piega che ha preso. «Quando hanno installato la prima rete cellulare Natel C (1G) non ci fu opposizione», racconta. «Iniziò solo con il passaggio al 2G. Sostenevano che fosse pericoloso perché si passava dalle onde constanti a quelle pulsanti.» Non tutti comunque hanno tenuto il loro cellulare Natel C a onde non pulsanti, come avevano sostenuto alla fine degli anni novanta. Al passaggio al 3G vi fu di nuovo opposizione, malgrado la potenza del singolo cellulare diminuì, anziché aumentare. «Nelle discussioni

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all’unanimità; oggi sarebbe inimmaginabile, afferma con una punta di malinconia. Che cosa è successo? La politica ha peccato di ingenuità? O è stata troppo ottimista sul piano scientifico? Equivoci e strategie Bisogna restare obiettivi, avverte il tecnologo dell’informazione Rolf Vogt: «Siamo costantemente circondati da onde elettromagnetiche. Tutti i nostri apparecchi elettronici ne emettono, come pure la WLAN, ormai scontata.» Misurate sulle radia-

Foto: Keystone/Peter Klaunzer

«UN ROUTER WLAN EMETTE RADIAZIONI 10 000 VOLTE PIÙ FORTI A BREVE DISTANZA»


ci si dimentica spesso delle emissioni del proprio cellulare durante le telefonate o la navigazione», commenta sorpreso Vogt. Eppure è un fattore di un milione in più rispetto a un trasmettitore. È frustrante che idee sbagliate e percezioni distorte siano così dure a morire, sostiene lo scienziato: «Secondo me gli operatori seguono una strategia sbagliata, mettendo sempre in evidenza quanto prendono sul serio tali timori perché così li mantengono in vita.» Il Consigliere nazionale Candinas concorda: «Forse gli operatori portano avanti il dibattito in maniera sbagliata», ipotizza. «Si è cominciato a parlare del 5G anni in anticipo e si è atteso troppo a lungo con l’introduzione. Tanto che l’opinione pubblica l’ha trasformato in una cosa molto brutta. È mancata l’informazione; di colpo il tema era diventato una sorta di questione di fede.»

Una situazione sconcertante nel 2020. Dov’è l’atteso balzo in avanti nella digitalizzazione alla fine dell’anno del coronavirus? La risposta breve è: ha avuto luogo, ma in modo meno netto di quanto auspicato. «Il superamento solo parziale dello stress test del coronavirus» è quanto emerge dallo studio annuale sulla digitalizzazione della scuola d’affari IMD di Losanna e nella classifica IMD la Svizzera perde una posizione scivolando al 6 posto. Su 63 paesi presi in esame, si situa però tuttora tra i primi e nell’ambito delle scienze, esperienze internazionali e forza lavoro specializzata è sul podio. Traballa invece in termini di parità tra uomo e donna, ricerca, sviluppo e innovazioni tecnologiche. L’IMD riscontra lacune in particolare nell’esiguo numero di nuove imprese e nella bassa capitalizzazione delle aziende IT. E ciò irrita ovviamente il settore.

Avenir Suisse chiede che la Confederazione, fortemente sostenuta dalla scienza e dall’economia, smetta con queste moratorie 5G regionali. «Bisogna far di nuovo applicare la Costituzione federale. Chi deve tirare le fila nell’infrastruttura della telefonia mobile è chiaramente la Confederazione.» E se una delle iniziative preannunciate dovessero concretizzarsi, il che sarebbe comunque uno «scenario futuristico», allora va sottoposta quanto prima alla popolazione. Procediamo quindi a occhi chiusi. Una strategia rischiosa. Dato che un no ottenuto rapidamente dalla popolazione è pur sempre un no. Con gli svizzeri si può parlare. Come lo dimostra il passato. Che si tratti di fabbriche di tessitura o ferrovia, trasmettitori radio o antenne dei cellulari: alla fine non si oppongono al progresso tecnico se si sentono presi sul serio.


CHI L’HA INVENTATO? Il padre di Pascal: Niklaus Wirth ha plasmato l’informatica svizzera come nessun altro. Ha portato il mouse in Svizzera, ha costruito i primi PC e ha acquisito fama mondiale con il linguaggio di programmazione Pascal. La Svizzera nel cuore: dopo che Apple aveva lanciato sul mercato un sistema operativo per i propri dispositivi, Google voleva creare un prodotto concorrenziale e per questo si è affidato alle conoscenze del Noser Group di Winterthur. In ogni cellulare e tablet con sistema Android vi è dunque un pezzo di Svizzera.

Un mouse commerciale: è l’informatico Niklaus Wirth (immagine a destra) a dare a Logitech, azienda sul lago di Ginevra, l’idea di realizzare dei mouse. Il primo popolare mouse a tre tasti porta il nome «LogiMouse C7».

L’eredità di Dufour: il generale ha gettato le basi per la cartografia svizzera. Oltre 170 anni più tardi l’azienda lucernese Endoxon fornisce la tecnologia per le mappe geografiche a Google Maps.

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Foto: Keystone/Gaetan Bally, René Ruis, Martin Ruetschi; AP Photo/Patrick Sison, Daniel Kellenberger, ZVG

Il padre del pixel: grazie agli esperimenti con i cristalli liquidi, all’inizio del 1970 Martin Schadt ha gettato le basi per la produzione di display sottili. Schadt, che lavorava per la F.-Hoffmann-La-Roche, chiese il relativo brevetto nel 1970.

Dare ordine al caos: in realtà Tim Berners-Lee voleva solo dare ordine al caos di informazioni che regnava. Per questo, oltre 30 anni fa pubblica il primo sito web del mondo presso l’Organizzazione europea per la ricerca nucleare (CERN) di Ginevra. Nasce così il World Wide Web, un sistema di documenti ipertestuali, i cosiddetti siti web, consultabili su Internet.

Pioniere del software: circa dieci anni prima di Microsoft, Hannes Keller ha lanciato sul mercato il primo programma di correzione ortografica. Witchpen funzionava in MS-DOS e l’allora produttore di computer Vobis lo installò su tre milioni di PC. Keller, originario di Winterthur, è inoltre considerato un pianista da concerto di talento.

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Foto: Getty Images

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LAVORI ANCORA O HAI TROVATO IL GIUSTO EQUILIBRIO? La postazione di lavoro digitale è sempre molto attuale in questo difficile momento legato al coronavirus. La tecnologia adeguata è il presupposto minimo a tal fine. Lavorare da casa richiede autodeterminazione, flessibilità e nuove regole. Telelavoro: punto della situazione e prospettive.

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Spesso il telelavoro è andato oltre quanto avremmo auspicato all’interno delle nostre quattro mura. Non dovremmo comunque rifiutarlo a priori. Claudia Riedel

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Queste percezioni negative sono dovute in parte alle circostanze particolari. Il coronavirus non ci ha concesso un periodo di adattamento, si è trattato piuttosto di una vera e propria fuga verso il telelavoro. A casa ci siamo trovati davanti a schermi troppo piccoli, familiari troppo rumorosi, collegamenti VPN mancanti e processi di lavoro non definiti. A tutto questo si è aggiunta anche l’insicurezza economica e sociale. È quanto emerge anche dai risultati dello studio: nel momento esatto in cui l’Ufficio federale della sanità pubblica ha reso noto l’allentamento delle misure contro il coronavirus, chi era in regime di telelavoro ha ripreso a dormire meglio. «Questa causalità è emersa in modo molto evidente» afferma Kleinmann. Nono-

stante tutte le avversità, le persone interpellate hanno riconosciuto anche gli aspetti positivi del telelavoro. Il lavoro ha avuto un impatto meno negativo sulla vita familiare. Per molti il tempo risparmiato per il tragitto casa-lavoro è stata una benedizione proprio come le conferenze più brevi. In generale è stato apprezzato il rallentamento dei ritmi frenetici. Per Kleinmann è perciò chiaro che «il telelavoro ha molto più da offrire rispetto a quello che abbiamo visto finora». Dobbiamo però prima imparare a gestire i vantaggi. Chi lavora regolarmente in regime di telelavoro dovrebbe disporre di un’infrastruttura adeguata. In termini di salute è sempre sensato distinguere tra sfera privata e lavorativa. Una separazione in locali ben distinti aiuta

Foto: Shutterstock

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urante la videoconferenza i colleghi, anche quelli che non avremmo mai invitato a casa nostra, entrano nel nostro soggiorno. Improvvisamente, per telefonare con il superiore andiamo in camera da letto perché è l’unico punto in cui non si sentono le grida dei bambini. Durante la chiusura generalizzata i confini tra vita professionale e vita privata sono diventati più fluidi. L’immagine romantica del telelavoro è svanita: invece di dormire di più e lavorare di meno è avvenuto l’esatto contrario, abbiamo lavorato di più e dormito di meno. Martin Kleinmann è professore di psicologia del lavoro e delle organizzazioni all’Università di Zurigo. Durante le dieci settimane di chiusura generalizzata, con il suo team ha intervistato ogni settimana oltre 1000 persone in merito alla loro esperienza con il telelavoro. Risultato: le persone hanno affermato di aver lavorato più del solito durante questo periodo, ma di essere state meno produttive. «Ciò è naturalmente molto frustrante» spiega Kleinmann. Anche in termini di salute le persone interpellate erano meno in forma durante il regime di telelavoro. Avevano la sensazione di non avere energia e lamentavano un numero «significativamente maggiore» di disturbi fisici come ad esempio dolori alla schiena. Si sentivano inoltre sole, dormivano peggio e segnalavano un maggior numero di conflitti.


plicemente l’opzione del telelavoro nel regolamento del personale», spiega il docente della ZHAW Blum. «È importante che entrambe le parti coinvolte comunichino esigenze e aspettative.» Quando devo essere raggiungibile? Con che frequenza devo contattare i clienti o il mio superiore? Devo comunicare che mi assento per andare a fare la spesa? Il telelavoro può funzionare a lungo termine solo se i presupposti sono ben definiti. «In caso contrario avrò sempre la coscienza sporca se mi occupo di una questione privata» precisa il professor Kleinmann. «Ciò porta immancabilmente a stress e insoddisfazione.» Occorre trovare una nuova forma di organizzazione senza dimenticare di considerare anche la direzione. La storia dimostra che siamo in grado di evolverci. Dalla società agricola siamo passati alla società

a staccare la spina. Portarsi il laptop a letto non è dunque una buona idea. «La transizione da attività a riposo è fondamentale», afferma Urs Blum, co-responsabile del Centro Human Resources, Development e psicologia dello sport e docente di psicologia del lavoro e delle organizzazioni all’Università di Scienze applicate di Zurigo (ZHAW). «Chi lavora al tavolo di cucina, la sera dovrebbe sistemare tutto lasciando così spazio alla vita privata.» Nel caso ideale si dispone però anche a casa di una postazione di lavoro fissa ed ergonomica. Il telelavoro cambierà inevitabilmente l’infrastruttura nelle aziende. Forme di organizzazione non territoriali come desk sharing o uffici non fissi, da tempo fanno parte della quotidianità. A lungo termine il

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telelavoro ridurrà gli spazi destinati a uffici. Il professore universitario Kleinmann è convinto che «è illusorio pensare di poter lavorare da casa mantenendo la propria scrivania in ufficio.». Le aziende sono chiamate a riflettere sulle ripercussioni che la nuova situazione avrà sui propri immobili. Affinché il telelavoro non influisca troppo sulla nostra vita privata dobbiamo stabilire quali sono le nostre necessità. Degli ausili tecnici possono aiutare a proteggere la sfera privata. Ad esempio, dei programmi che durante le videoconferenze fanno apparire lo sfondo sfocato, proteggendo così dagli sguardi indesiderati dei colleghi. Stabilire chiare condizioni quadro è però ancora più importante: «Non basta prevedere sem-

industriale diventando oggi una società di servizi. Dal punto di vista della psicologia del lavoro si è sempre pensato che tutto sarebbe rimasto come nella situazione attuale. «All’avvento dell’industrializzazione era inimmaginabile che i lavoratori potessero avere voce in capitolo» spiega il docente della ZHAW Blum. «Ai tempi della catena di montaggio era irrilevante chi svolgeva il lavoro.» Poi però la concezione delle persone è cambiata. Si è iniziato a coinvolgere i collaboratori e a ottimizzare il loro contesto lavorativo. È bastato poco tempo per riconoscere l’importanza di questo coinvolgimento. Blum spiega: «Gli effetti parlano chiaro: maggiore margine di manovra porta spesso a un maggiore impegno.» Il fatto che stiamo andando verso 

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«LE PERSONE HANNO LAVORATO PIÙ DEL SOLITO, MA SONO STATE MENO PRODUTTIVE» l’autogestione ne è la conseguenza logica. Esistono tuttavia aziende che sorvegliano i propri collaboratori addirittura in regime di telelavoro, controllando ad esempio quando si collegano o quanto tempo trascorrono al telefono. Per gli esperti non si tratta di una buona soluzione. Blum spiega: «Se il lavoro è orientato alla presenza ci saranno sempre delusioni.» Sarebbe invece più sensato fissare accordi sugli obiettivi per un determinato periodo. Questa soluzione porta benefici a entrambe le parti. L’effetto del telelavoro sulla singola persona dipende tuttavia dalla rispettiva personalità. Occorre distinguere tra due tipi di persone: chi è propenso alla separazione e quindi tira un confine tra vita professionale e vita privata, e chi è invece propenso all’integrazione e non distingue tra lavoro e vita privata (vedi riquadro). 22 www.giornatedigitali.swiss

Le persone propense all’integrazione non avranno problemi con il telelavoro. Dovranno solo prestare attenzione affinché il lavoro non prenda il sopravvento. Le persone propense a una netta separazione incontreranno invece più difficoltà. In un primo momento questo modello di lavoro è infatti all’opposto delle proprie esigenze. Può però funzionare anche per questa tipologia di persone, basta sviluppare delle strategie per separare vita privata e lavorativa anche tra le proprie quattro mura. Il telelavoro rappresenterà invece una vera sfida per chi soffre di procrastinazione, ovvero chi rimanda sempre il lavoro da fare. Come spiega Martin Kleinmann «a queste persone serve un controllo sociale e reagiscono solo a stimoli esterni», ad esempio se passa il superiore. L’autogestione li porta rapidamente ai propri limiti. «In questi casi basta poco per far nascere dei conflitti». La cura dei rapporti interpersonali rappresenta la grande sfida del regime di telelavoro. Il saluto al mattino, la breve chiacchierata davanti alla macchina del caffè o le battute nei corridoi: a casa non si ha niente di tutto questo. «Queste brevi interazioni necessarie nella vita quotidiana sono dif-

ficili da mantenere a livello virtuale» spiega Kleinmann. «Non chiamo il collega apposta per chiedergli come ha trascorso il fine settimana.» Inoltre, al telefono si hanno più scrupoli ad affrontare questioni private. Blum aggiunge: «Non si vuole far perdere tempo prezioso al collega.» Anche se ci si ritaglia in modo consapevole del tempo per curare i contatti sociali, non sarà mai la stessa cosa. «Gli incontri virtuali con il team sono piacevoli, ma non riusciranno mai a sostituire i rapporti interpersonali.» Kleinmann spiega che anche i conflitti si possono risolvere molto meglio di persona. «Se abbiamo di fronte qualcuno possiamo infatti percepire tutti i segnali, anche quelli non verbali.» Lo psicologo del lavoro propone perciò di continuare a incontrare il team, nel caso ideale almeno una volta a settimana. Secondo Kleinmann «per il mondo del lavoro la crisi legata al corona­virus rappresenta un immenso esperimento a cui non ci saremmo mai sottoposti di nostra spontanea volontà.» Dopotutto è stato sorprendente come abbia funzionato bene. Per questa ragione gli esperti sono unanimi: la crisi legata al corona­virus darà un’ulteriore spinta al modello del telelavoro. Le basi sono state gettate.

Foto: Twitter

Sopra in tenuta «da ufficio», sotto in tenuta «da casa»: la scienziata statunitense Gretchen Goldman ha pubblicato su Twitter queste foto della sua intervista alla CNN.


SE IL GRANDE FRATELLO SPIA NEL TELELAVORO Monitorare a distanza i dipendenti in telelavoro significa entrare in un territorio inesplorato. Il controllo digitale delle prestazioni può limitare le libertà civili, ma anche offrire opportunità.

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resso la scuola pubblica di Washington, l’appello si svolge in modalità digitale: per confermare la propria presenza nelle classi online, i bambini delle elementari devono accedere una volta al giorno alla piattaforma di apprendimento online della scuola, poco importa se in pigiama e da una camera in disordine. In caso contrario non vi sono scusanti, è un’assenza ingiustificata, anche in piena crisi covid, visto che nella capitale americana le lezioni si tengono ancora a distanza, in formato digitale. Tuttavia, gli allievi iscritti al sistema scolastico pubblico del distretto di Columbia (DCPS) devono registrarsi una sola volta al giorno. In teoria, potrebbero farlo velocemente al mattino e poi andare in uno degli skate park, nuovamente aperti al pubblico. La situazione dei lavoratori adulti attivi in telelavoro negli Stati Uniti e nel resto del mondo sembra meno rilassata. Certo i vestiti e le scarpe griffati accumulano polvere e l’abito su misura rimane nell’armadio, mentre pantaloncini, tute da ginnastica e leggings sono capi all’ultimo grido e ci sono altre comodità come, ad esem24 www.giornatedigitali.swiss

pio, evitare il tragitto casa-lavoro e l’eccessiva igiene personale, a favore di uno spuntino dal frigorifero o una passeggiata nel quartiere, ma solo per coloro che riescono a conciliare il telelavoro, la gestione della casa e la cura dei figli. Comunque, la grande libertà offerta dal telelavoro ai dipendenti non è affatto scontata, anzi, un numero crescente di datori di lavoro e aziende stanno puntando su sistemi di monitoraggio digitali per sorvegliare i collaboratori che lavorano da casa. Uno studio dell’economista Nicholas Bloom dell’Università di Stanford dimostra che in estate la netta maggioranza dei lavoratori statunitensi, ossia il 42 %, ha usufruito del telelavoro, il 33 % era disoccupato e solo il 26 % era presente fisicamente sul posto di lavoro. Questo probabilmente non cambierà nel prossimo futuro: Google/Alphabet, ad esempio, ha ordinato ai suoi 200 000 dipendenti di lavorare da casa fino a luglio 2021. Facebook ha annunciato il telelavoro per metà dei suoi collaboratori per il prossimo decennio. Gartner, ricerca di mercato, ritiene

che nel prossimo futuro, il 74 % di tutte le aziende statunitensi adotterà una forma di lavoro ibrida, in parte a domicilio e in parte in azienda. Il telelavoro digitale offre un notevole potenziale di risparmio su pigioni e infrastrutture d’ufficio, ma espone le aziende al rischio di perdita di produttività degli impiegati dovuta alle maggiori distrazioni in telelavoro. La conseguenza: i dirigenti e i responsabili esigono un sistema di monitoraggio digitale. Questo controllo va ben oltre la verifica dell’attività dei dipendenti con un aumento delle riunioni online tramite Zoom, Teams e altri software. La quantità e la qualità del lavoro è sempre più controllata mediante l’uso di programmi di monitoraggio digitale quali Hubstaff, InterGuard o Time Doctor, per citare solo alcuni degli oltre 70 prodotti e ditte, che sono in grado di registrare quanto viene digitato sulla tastiera, i movimenti del mouse o del touchpad, 

Foto: Shutterstock

Marc Neumann


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creare schermate regolari e scattare fotografie dei dipendenti in remoto con la fotocamera integrata o allestire un registro di tutti i programmi, applicazioni, messaggistica e attività del browser. Programmi come InterGuard classificano i dati sulle attività come improduttivi/produttivi e creano una classifica della produttività dei dipendenti, consultabile dai superiori in qualsiasi momento. Nelle loro presentazioni, tra gli scopi e gli obiettivi, i produttori indicano l’ottimizzazione dei processi, la gestione dei progetti, l’aumento della produttività o la protezione e la sicurezza dei dipendenti e dell’inventario aziendale. Basta poco per capire che molti lavoratori a distanza si sentano spiati da simili dispositivi di sorveglianza e monitoraggio e disturbati nella loro privacy. In azienda si accetta lo sguardo di ammonimento del capo in direzione della caffetteria, il colloquio trimestrale sulla performance nell’ufficio del dirigente, la registrazione in log delle attività svolte per un progetto. Ma quando il Grande Fratello bussa alla porta del dipendente in telelavoro, la questione cambia; per non parlare del delicato tema della raccolta dei dati personali. Qui il problema è simile a quello delle applicazioni covid: nella zona grigia tra il tracciamento dei contatti 26 www.giornatedigitali.swiss

in modo anonimo e quello individualizzato, vi è un limite nell’impiego dei dati ancora da definire. Basta pensare all’ingresso di Alphabet/Google nel sistema di assicurazione sanitaria; Verily, il reparto Life Sciences di Alphabet, recentemente ha lanciato l’assicurazione «Coefficient». Google, dispone della più grande raccolta di dati sugli utenti, e ha già ora potenzialmente accesso al comportamento sanitario degli assicurati. Google è anche proprietario dei braccialetti FitBit, che raccolgono parametri vitali e dati sanitari. Questo potrebbe favorire il monopolio di Google in ambito assicurativo e pubblicitario nel settore sanitario (l’UE ha recentemente avviato un’indagine

a riguardo). Proprio nel settore sanitario, è evidente che lo sviluppo tecnologico e l’attuabilità precedono le autorità di regolamentazione e i legislatori. Attualmente per legge i lavoratori a distanza non hanno voce in capitolo sulla verifica dei loro dati, almeno non negli Stati Uniti. Il relativo paragrafo della legge «Electric Communications Privacy Act» del 1986, riguardava l’impiego del telefono, non del computer. Oggi il datore di lavoro è autorizzato ad accedere in qualsiasi momento agli strumenti di lavoro dell’azienda. «Quando si lavora su un computer aziendale, non si ha alcuna privacy», commenta secco Lewis Maltby, presidente del

Foto: Shutterstock

IL TELELAVORO È SEMPRE PIÙ MONITORATO TRAMITE SOFTWARE.


Addio alla privacy: i dirigenti e i superiori chiedono sistemi di sorveglianza digitali.

National Workrights Institute, in merito alle criticità del media Alternet. La legittimità di queste misure cresce non appena le aziende rivendicano la tutela della proprietà fisica o intellettuale, l’ottimizzazione dei processi e degli interessi aziendali o la salute dei dipendenti. Ed ecco spalancarsi le porte virtuali che danno accesso al salotto di casa propria, perlomeno negli Stati Uniti. In Svizzera la situazione è lievemente diversa: l’articolo 26, cpv. 1, dell’Ordinanza 3 concernente la legge sul lavoro, stabilisce che «Non è ammessa l’applicazione di sistemi di sorveglianza e di controllo del comportamento dei lavoratori sul posto di lavoro». Sono tuttavia possibili

delle eccezioni, che in alcuni casi sono persino utili. Chi sviene nel congelatore di una grande macelleria sarà felice della presenza di un sistema di videosorveglianza digitale, mentre gli investitori approvano i sistemi di sicurezza IT quando ricorrono ai servizi delle imprese FinTech. Vengono tuttavia impiegati anche sistemi di «gestione del tempo», in grado di monitorare i dipendenti fino alla violazione della privacy durante il telelavoro e i programmi citati, come Hubstaff, sono disponibili in Svizzera. A 10 dollari al mese per dipendente sono ottenibili «schermate illimitate», tracciamento di app, URL e presenza al computer. Il loro utilizzo segreto e illegale alle spalle de-

gli ignari dipendenti in telelavoro non costituisce un vero problema in quanto, spesso, il datore di lavoro chiede direttamente il consenso al fine di ottimizzare i processi, aumentare l’efficienza e snellire la gestione dei progetti. E mentre nessuno può essere costretto ad acconsentire al monitoraggio della sfera privata e alla limitazione della libertà, alcune circostanze sono considerate un’opportunità. I ricercatori dell’Università di San Gallo concordano in questo senso: la raccolta di dati e i dati stessi non sono, di per sé, né positivi né negativi. Solo il loro uso o abuso determinerà se saranno visti come una manipolazione da «Grande Fratello» o un progetto comune, un’opportunità di apprendimento o uno strumento di sostegno, come ha riassunto Antoinette Weibel, professoressa di gestione del personale e responsabile di una piattaforma di ricerca presso la NZZ. Se le collaboratrici e i collaboratori conoscono la modalità dei dati raccolti e lo scopo delle misure di gestione del tempo e del personale, possono fornire un contributo digitale che va oltre la produttività e l’efficienza. Creano un rapporto di fiducia nei superiori e nell’azienda e, anziché stress e diffidenza, generano valore aggiunto anche nel telelavoro. www.giornatedigitali.swiss  27


«LA PANDEMIA CAMBIA LE CITTÀ IN MEGLIO» L’urbanista Fabienne Hoelzel in merito agli effetti positivi della pandemia sulle nostre città; i piani per un sistema sotterraneo di consegna merci e il significato della mascherina per l’area urbana. Peter Hossli

In cosa si differenzia un abitante della città? Apprezza confrontarsi di continuo con gli altri e con le novità – e dunque fare i conti con sé stesso. Le piace la città perché è sinonimo di attriti e contrasti? Attrito sì, ma conflitto perpetuo no: sarebbe troppo stressante. In città

si incontrano sempre nuovi stili di vita. Si vede e si sente molto, assorbiamo tanto e c’è uno scambio reciproco. È l’enorme densità a contraddistinguere la città. L’alta densità è considerata pericolosa a causa del coronavirus. Ci si può contagiare e il virus può essere mortale. La città decade? Al contrario, abbiamo l’opportunità di rafforzare la città. Durante la pandemia non si poteva viaggiare, né andare in ufficio o al cinema, né assistere a concerti. Siamo rimasti a casa, connettendoci digitalmente. Abbiamo così riscoperto e sfruttato meglio i nostri quartieri. Il coronavirus ha reso le città più abitabili, poiché ci siamo accorti di quanto abbiamo bisogno della città. Che cos’è una città «più abitabile»? È quando ci si sente bene a casa. Quando disponiamo di spazi da poter animare e quando nascono spazi liberi.

Intervista fra le mura domestiche: Fabienne Hoelzel accoglie il giornalista Peter Hossli al tavolo della sua cucina.

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Lei vive a Zurigo e Stoccarda, ha abitato e lavorato a Lagos in Nigeria

e San Paolo in Brasile, vere e proprie metropoli. Dallo scoppio della pandemia osa ancora avventurarsi nelle grandi città? Certamente, ma me lo impediscono le restrizioni di viaggio. Lagos è chiusa. Se posso, visito le grandi città. Di recente sono stata a Monaco. Lì ora c’è l’obbligo della mascherina anche all’aperto. Obbligo che approvo: poiché con la mascherina, l’alta densità e gli incontri sono di nuovo possibili. La mascherina salva la città. Per ora i soccorsi non sono ancora arrivati. Le città sono particolarmente colpite. New York ospita il 3  % della popolazione USA, ma registra il 19  % dei decessi per Covid-19. A Parigi, Londra o Mumbai il quadro è simile. All’inizio ho pensato che le grandi città avrebbero perso attrattiva. C’era molto risentimento verso la

Foto: Gerry Nitsch

Signora Hoelzel, dove si sente a casa? Chiaramente in città.


Ritratto città, urbano era diventato sinonimo di spauracchio. Ma l’interazione sociale e lo scambio di conoscenze di qualsiasi genere sono ciò che ci rende umani. E questo avviene nell’area urbana. La città è l’essenza della società. La città è fatta di luoghi affollati, luci, musica, cinema, ristoranti e negozi. Durante il lockdown con internet è scomparso quasi tutto. Non fa infatti differenza andare online dalla città o dalla campagna. Il trasferimento non è però totale. I processi si sovrappongono. Dalle sovrapposizioni nasce sempre qualcosa di interessante. Il Covid ha però ridotto ulteriormente un comparto già in difficoltà: il commercio al dettaglio, messo a dura prova dalla pandemia. I vincitori del Covid sono i commer-

Fabienne Hoelzel, 44 anni, ha studiato architettura al Politecnico di Zurigo e a New York. Oggi è professoressa di progettazione e urbanistica presso l’Accademia statale delle arti figurative a Stoccarda. L’argoviese è inoltre fondatrice e direttrice dell’ufficio di pianificazione e design Fabulous Urban, che da Zurigo gestisce progetti di piani urbanistici a San Paolo, Brasile, e Lagos, Nigeria.

cianti online, i piccoli negozi tirano a campare. Una città senza commerci è ancora una città? Non tutto è bianco o nero. Anche senza il commercio la città resta un luogo produttivo. Se tutti lavorano da casa, è comunque produttivo. I negozi chiudono, ma si schiudono nuove opportunità.

Con la chiusura dei negozi i pianterreni vengono abbandonati! Non necessariamente. Se l’auto sparisce dalla città, i pianterreni acquisiscono una nuova rilevanza: vi si può abitare o lavorare. L’obiettivo di una buona urbanistica è la città dei 15 minuti: tutto deve essere a un quarto d’ora a piedi. Ma comprando tutto online, questo obiettivo non è più possibile. Sì, ma in altri ambiti le distanze sono state fortemente ridotte. Giriamo in città a piedi e in bicicletta anziché in bus, ravvivando i quartieri. Con Zoom ci portiamo il mondo in casa. Senza volare, senza perdite di tempo, con la comunicazione digitale superiamo qualsiasi distanza. Lo shopping online necessita di più servizi di consegna, più par www.giornatedigitali.swiss  29


cheggi, e forse un giorno di droni. Come deve prepararsi la città? È una delle domande fondamentali della nostra disciplina. Le soluzioni sono ancora vaghe. È chiaro che il materiale d’imballaggio va diminuito, i resti ridotti al minimo e le consegne devono forse diventare più piccole; occorrono più consegne just-in-time con veicoli di dimensioni inferiori. L’ideale sarebbero gli hub locali, dove sorgono interazioni sociali. In Svizzera si pensa alla consegna di merci sotterranea … ... gli svizzeri sono bravi a scavare tunnel e buchi ... ... esatto, non è da escludere. Togliamo il manto stradale per posizionare o riparare condutture. Sarebbe dunque possibile costruire sottoterra un ulteriore sistema di distribuzione. Inoltre, credo che nel prossimo futuro saremo in grado di stampare piccoli oggetti d’uso comune da casa con la stampante 3D.

La città è fatta anche di flirt, ma il cellulare li ha eliminati. Non è così semplice. Al weekend si organizzano ancora grigliate. Ne derivano poi storie su Instagram. Il cellulare non distrugge, bensì sposta e sovrappone i processi. Si può pulire l’appartamento e partecipare al contempo a un’importante riunione con gli AirPods. Il Covid ha causato un salto digitale. Lavoriamo di più in telelavoro, i nostri figli seguono lezioni a distanza. 30 www.giornatedigitali.swiss

L’urbanista Fabienne Hoelzel: «Ora abbiamo l’occasione di rafforzare la città.

Ciò cambierà per sempre la città? Sono spesso le decisioni strutturali a cambiare una città. Se una strada è chiusa al traffico, le persone usano relativamente in fretta questo nuovo spazio in altro modo. Lo stesso vale per la digitalizzazione. Lavoriamo da casa e constatiamo che i concetti abitativi borghesi non funzionano più.

Ad esempio. Stiamo svolgendo questa intervista al tavolo dove io lavoro, mangio e a volte ospito amici. La digitalizzazione ha accelerato questa evoluzione. Un laptop può essere messo ovunque, con l’iPhone posso usare Zoom dappertutto. Tutto si sovrappone. Si lavora, mangia e gioca qui, la densità di utilizzo si moltiplica.

Intende mangiare qui, dormire lì e giocare là? Esatto, non funziona più così. Dobbiamo costruire appartamenti con spazi multiuso.

Durante il lockdown sono diminuiti i passeggeri nei trasporti pubblici urbani e suburbani. I trasporti pubblici sono un pilastro portante per lo sviluppo della città. Che cosa succederebbe se scomparissero? All’inizio ero molto preoccupata. La mascherina ha attenuato la situazione. Ma è vero, si va più in

Con letti a scomparsa, affinché si possa dormire e lavorare nello stesso locale?

Foto: Gerry Nitsch

Dice che sono gli incontri a rendere tale una città. Da anni però ci incontriamo in chat e ora tramite Zoom. La città reale si differenzia ancora dalla città digitale? È una questione d’età. Per gli odierni 15-16enni questi spazi hanno perso la loro connotazione: non fanno più distinzione tra incontri sociali digitali o reali.


bici e auto, il che per la città è sia un bene che un male. Le città devono ora costruire strade più larghe e più piste ciclabili? No, dato che l’auto sparirà dal centro città. Che cosa succederà allora – e lo stravolgimento sarà pazzesco – va da sé. Le persone ravvivano automaticamente lo spazio. Spesso nella pianificazione urbana bastano poche decisioni coraggiose e la città già cambia, in meglio. Eliminare l’automobile sarebbe audace e stravolgerebbe la città più del Covid o di Zoom. In un saggio ha sostenuto che abbiamo molto da imparare dalle favelas – ossia dall’abitare e vivere in spazi densamente edificati. La premessa del coronavirus è invece la distanza. Sono finiti i tempi dell’abitare in aree ad alta densità? La questione è come noi struttu­ riamo l’abitare in zone ad alta densità. Se ho un bel balcone, funziona, senza balcone o altro spazio esterno rapidamente raggiungibile è difficile. Basti pensare alle metropoli asiatiche, dove le persone vivono da tempo ammassate con la pandemia. Per questo portano la mascherina. La mascherina potrebbe rimanere nelle nostre città.

Gli incontri sono possibili tramite Zoom o nell’osteria di paese. Sì, ma con un’intensità diversa. Lavorando di più da casa occorrono meno superfici adibite ad uffici. Che cosa succederà agli edifici adibiti a uffici? Li convertiremo in immobili residenziali o saranno destinati ad altro uso collettivo. Si ridurrebbe così la carenza di appartamenti in città. Negli ultimi 20 anni la Svizzera ha apportato un tocco mediterraneo alle

Lo sviluppo della città è avvolto in un corsetto troppo stretto. Il Covid potrebbe cambiare questa realtà? La maggiore libertà è un mio grande auspicio. Ne potrebbero derivare nuove cose. Strutturiamo troppo, anziché lasciarci andare. Lo spazio libero motiva le persone, le rende creative. Ma gli svizzeri saprebbero gestire questo spazio libero? Da quando esistono le norme municipali ci basiamo sui regolamenti. Dove c’è l’acqua, ad esempio alla Sechseläuten­ platz di Zurigo, nei giorni caldi le persone si rinfre­ scano alla fontana, senza che nessuno abbia mai detto loro di farlo. La crisi ci ha reso innovativi. Posiamo una sedia in strada e ci sediamo a leggere un libro. Sistemiamo il nostro laptop ovunque e lavoriamo.

«L’AUTO SPARIRÀ DAL CENTRO CITTÀ»

A meno che non ci si trasferisca di più nelle aree rurali. Il coronavirus ha risvegliato una nuova voglia di campagna. Con il telelavoro e le lezioni a distanza è fattibile. L’espansione urbana rischia ora di aumentare? Le nostre leggi non lo consentono e un vero e proprio trend non si delinea. Le persone non vogliono vivere sole nella loro casetta. Segnerebbe la fine della società. Vogliamo musei dell’arte, univer­ sità, librerie e bar. E quest’offerta è in città.

sue località urbane, come Zurigo, Basilea e Berna. Caffè, negozi e zone pedonali. Sparirà tutto se ordiniamo su Uber Eats e Eat.ch? No, poiché è enorme il bisogno di scambi sociali e vicinanza umana. Come dimostra la riapertura delle discoteche. L’afflusso di persone è stato immediato. Il desidero di incontrarsi era tangibile. Il Covid ha dimostrato che le città devono essere resilienti alle crisi. Com’è possibile? Le città sono forti se sono a composizione eterogenea. Quanto più monofunzionale è una città, tanto più vulnerabile sarà alle crisi. Se un quartiere ha solo edifici adibiti a uffici, durante un lock­ down è tutto vuoto. Una buona città – e dunque una città ampia­ mente resiliente alle crisi – è a composizione eterogenea. E come si può raggiungere questa eterogeneità? Con leggi che consentano una destinazione d’uso più flessibile.

Questa discussione diventerà obsoleta quando sarà disponibile un vaccino – o la città cambierà effettivamente? La pandemia trasforma le città per sempre, in positivo. Molte persone hanno iniziato ad andare in bicicletta. Chi comincia ad usarla in giro per la città non smette più. E molti si sono accorti che Zoom può sostituire i voli. Non resterà così estremo come adesso, ma le radici hanno attecchito. La crisi legata al coronavirus è un test per una vita migliore in città? Abbiamo constatato che il telelavoro ha dei vantaggi, non quotidiana­ mente, ma magari due giorni la settimana. Di colpo vediamo in maniera diversa la nostra abitazione e abbiamo voglia di investire. Allora è ottimista riguardo alla città? Almeno è sparito il pessimismo iniziale dettato dal Covid. www.giornatedigitali.swiss  31


RITORNO AL FUTURO? Moglie, marito, figli ... tutti a casa. Il lavoro flessibile consolida i ruoli tradizionali oppure è la tanto attesa opportunità? La digitalizzazione come catalizzatore delle pari opportunità in famiglia. Leoni Hof

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cretamente, questo significa che le mamme avevano meno capacità da dedicare al proprio lavoro. Perché (volenti o nolenti) devono coprire le spalle al partner in carriera con il salario più elevato, perché crescono i figli da sole oppure perché credono di saper gestire meglio figli e lavori domestici. I risultati del sondaggio svizzero si allineano con quelli degli studi internazionali. Le donne assu­ mevano però già prima dell’emer­ genza legata al coronavirus gran parte del lavoro di cura non retribuito – a beneficio di figli, parenti o della cerchia di amici estesa. La chiusura generalizzata ha inasprito ulterior­ mente la situazione. È questa la con­ clusione a cui giunge la fondazione tedesca Hans-Böckler-Stiftung: solo il 62 per cento delle coppie che prima suddivideva equamente lavori dome­ stici e assistenza dei figli ha mante­ nuto questa abitudine anche durante la chiusura generalizzata (e forse anche oltre questo periodo?). Non è ancora chiaro cosa significhi questo sul lungo termine. Gli effetti a breve termine si sono già potuti osservare nella scienza: la produttività delle ri­ cercatrici ha registrato un clamoroso calo – #coronapublicationgap.

A questo punto occorre chiedersi se il progresso relativo all’uguaglianza di genere sia stato effettivamente così evidente prima della chiusura genera­ lizzata. Il gender pay gap, il divario retributivo di genere, è ben lungi dall’essere superato proprio come la domanda (retorica) su chi dei genitori è predestinato a occuparsi dei figli: la Svizzera ha approvato il congedo pa­ ternità solo poche settimane fa – come ultimo Paese in Europa. Sarebbe inte­ ressante sapere se il periodo trascorso ultimamente con la famiglia abbia indotto i padri ad approvare l’oggetto in votazione. È anche interessante

«LA DIGITALIZZAZIONE È LA COMPLICE PERFETTA PER RAGGIUNGERE LE PARI OPPORTUNITÀ»

Foto: Keystone

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a quando decollano meno aerei è diventato più difficile allestire previsioni meteo precise: gli aerei di linea forniscono infatti i dati all’Organizzazione meteorologica mondiale. Senza tali dati, invece di fare previsioni meteo si tira piuttosto a indovinare. La pandemia di corona­ virus ci ha ricordato l’interdipendenza delle cose. Un’altra reazione a catena attualmente in atto è quella del tele­ lavoro sull’uguaglianza di genere. I pareri sono discordanti proprio come la situazione meteorologica. In estate dalle reti sociali si è levato un grido di protesta. Si è parlato addirittura di un ritorno al 1950. La discussione non riguardava tavolini a forma di fagiolo o ricci di formaggio, bensì il ruolo della donna. È stata la sociologa tedesca Jutta Allmendinger ad affermare che il coronavirus ha annullato i progressi conquistati riportando la situazione indietro di tre decenni con le donne di nuovo ai fornelli. Anche Kathrin Bertschy, co-presidente di Alliance F e consigliera nazionale dei Verdi liberali è di questo avviso: «La crisi legata al coronavirus ha mostrato che in una si­ tuazione eccezionale la Svizzera torna rapidamente alle vecchie abitudini.» Ma di cosa si tratta concretamente? Uno studio commissionato dall’Uffi­ cio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo rivela quanto segue: «Quando sono state chiuse le scuole e l’assistenza di terzi è venuta com­ pletamente a mancare sono state le donne a dover fare dei sacrifici.» Con­


vedere come le discussioni nella cerchia di conoscenti siano ben diverse da quella che sembra essere l’opinione generale accettata in merito a telelavoro e pari opportunità: in molti casi l’assistenza ai figli è stata suddivisa e rinegoziata in base a chi avrebbe ricevuto la videochiamata più importante. Molti dei padri che nel nostro Paese amano lavorare a tempo pieno si sono resi conto di cosa significa occuparsi delle faccende domestiche e hanno realizzato che forse in futuro dovrebbero aiutare di più le partner. Molti hanno trascorso per la prima volta del tempo con la famiglia e non vogliono più rinunciarvi perché si sono resi conto di cosa si perdono. C’è da augurarsi che anche le madri abbiano visto che è fattibile e che in questo modo hanno più tempo da dedicare ad altri progetti oppure anche solo per fermarsi un attimo a riprendere fiato. È ancora

troppo presto per stabilire se questo effetto sarà a lungo termine e globale. Un consiglio alle madri: per favore, date più istruzioni a chi vi sta accanto invece di cuocere pane alle banane. Quest’estate le immagini delle varie creazioni preparate hanno sommerso le timeline. È come se qualcuno avesse dato un ordine segreto dando il via alla preparazione di dolci e conserve e a pulizie per tirare tutto a lucido. Improvvisamente, le donne si sono occupate proprio di quei compiti che secondo i fautori della suddivisione tradizionale dei ruoli dovrebbero sempre assumersi. Eppure, il telelavoro e la crescente accettazione del lavoro flessibile potrebbe essere l’opportunità che aspettano. I processi di lavoro diventano più agili, le gerarchie più piatte e il networking, competenza in cui di solito le donne eccellono, diventa più semplice e globale. Un sem-

plice esempio: grazie al telelavoro vengono a cadere tragitti casa-lavoro e viaggi di lavoro, ciò che permette al partner, finora meno coinvolto, di partecipare maggiormente al lavoro di assistenza all’interno della famiglia. (Una piccola parentesi: probabilmente la scelta del partner sbagliato ha effetti più devastanti sulle pari opportunità di qualsiasi chiusura generalizzata.) La digitalizzazione del lavoro e l’evoluzione verso transizioni più fluide può effettivamente rendere più equo il mondo. Un mondo in cui è possibile rivalutare e attuare la conciliazione. Certo, questo richiede ben più della possibilità del telelavoro, tuttavia, come non si stanca mai di ricordare l’esperta in economia e consulente aziendale tedesca Henrike von Platen: «La digitalizzazione è la complice perfetta verso le pari opportunità.» Se si è in grado di cogliere l’occasione. www.giornatedigitali.swiss  33


«L’HOMESCHOOLING CI HA APERTO GLI OCCHI» Una coppia di insegnanti con una bambina e l’homeschooling da organizzare durante la chiusura generalizzata. Non vi sarete certo annoiati! Jasmin: Abitiamo in un trilocale, non abbiamo un ufficio e ci dividiamo un portatile: organizzare il lavoro da casa all’inizio è stata una sfida. Ma ci siete riusciti. Come avete fatto? Jasmin: Fortunatamente Thomas ha ricevuto un computer dalla scuola. La camera da letto si è trasformata nel nostro ufficio. Abbiamo inoltre coordinato le nostre videoconferenze con gli allievi in modo tale che uno di noi potesse occuparsi di nostra figlia. Thomas: Quando un’allieva di Jasmin aveva una domanda, a uno dei miei allievi serviva aiuto e al contempo nostra figlia piangeva il livello di stress era davvero elevato. Avevo l’impressione di dover sempre essere a disposizione. A quale strumento vi siete affidati per comunicare con le classi? Jasmin: Il venerdì, quando la chiusura generalizzata sembrava ormai inevitabile, la direzione ci ha pregato di mostrare agli allievi il funzionamento di Microsoft 34 www.giornatedigitali.swiss

Teams. Ho dedicato il pomeriggio a spiegare il programma. Gli allievi non hanno avuto modo di esercitarsi. Al termine delle lezioni era chiaro: le scuole rimangono chiuse. Ma i ragazzi si sono adattati perfettamente: è bastato spiegarlo una volta e nella maggior parte dei casi ha funzionato senza problemi. Thomas: Anche noi abbiamo lavorato con Microsoft Teams. Le nostre direzioni scolastiche erano molto ben organizzate e hanno instaurato vie di comunicazione brevi e dirette tra genitori e insegnanti. Erano a disposizione un’apposita hotline relativa al coronavirus interna alla scuola e dei video tutorial che semplificavano le lezioni. Avete dato uno sguardo diretto alla vita familiare di tutti i giorni dei vostri allievi. Cosa vi ha sorpreso maggiormente? Jasmin: Abbiamo visto quali ragazzi hanno una struttura quotidiana ben definita. Intendo le famiglie in cui una persona si occupa di controllare che l’allievo si alzi, faccia colazione e sia puntuale e «presentabile» davanti al computer. È capitato che alcuni allievi si alzassero solo quando li chiamavamo oppure si presentassero davanti al computer

ancora in pigiama. Una nota positiva è che i genitori hanno apprezzato il ritmo prescritto dalla scuola. Anche l’apprendimento nell’uso del computer mi sembra un’esperienza estremamente preziosa per allievi e insegnanti. Thomas: Sono rimasto sorpreso della rapidità con cui è stato possibile avviare il sistema homeschooling. È stato un progetto comune al quale ognuno ha dato il proprio contributo. I genitori hanno inoltre avuto grande comprensione per il fatto che si trattava di una situazione nuova anche per noi insegnanti. Quindi le lezioni si possono benissimo tenere in versione virtuale? Thomas: All’inizio pensavo non fosse un problema. Ma non funziona con tutte le attività. Con il senno di poi sconsiglio di organizzare una serata per i genitori via Zoom. Mi sono mancati i feedback personali. Determinate cose funzionano solo con il contatto personale. Jasmin: La maggior parte degli allievi è stata contenta di poter tornare a scuola. Certo, non necessariamente per le lezioni, bensì piuttosto per i contatti sociali. È uno dei lati positivi della chiusura generalizzata. Il sogno più grande di alcuni ragazzi era diventato realtà: trascorrere tutto il giorno su Netflix, Instagram e Tiktok. Dopo aver passato intere settimane rinchiusi con i loro dispositivi e con tutte le relative offerte si sono però resi conto che questo non bastava a renderli felici. La chiusura generalizzata ha cambiato

Foto: Valeriano Di Domenico

La chiusura generalizzata ha obbligato le nostre scuole a passare all’insegnamento a distanza dall’oggi al domani. Jasmin e Thomas Widmer hanno vissuto in prima persona questo periodo. La coppia di insegnanti ci parla della necessità di sfatare Internet e della sfida dell’insegnamento digitale. Aline Wüst


Hanno affrontato insieme la chiusura generalizzata delle scuole: Jasmin, 33, e Thomas Widmer, 35, di Biberstein AG insegnano entrambi in una scuola elementare.

il vostro modo di insegnare? Jasmin: All’inizio pensavamo di poter distribuire compiti online anche in futuro, ad esempio quando un allievo è malato. Oppure di poter tenere le lezioni in forma digitale qualora un insegnate finisse in quarantena. La realtà è un’altra? Jasmin: Sì, è ben diversa. Rimane un tema difficile. Nella testa delle persone molto è cambiato durante l’homeschooling, ma non per quanto riguarda l’attuazione. Una cosa è certa: ha aperto gli occhi a noi insegnanti. Dobbiamo rendere la scuola più digitale per poter tenere il passo. Cosa significa la digitalizzazione per le lezioni? Thomas: Da questo punto di vista sono piuttosto un pioniere. I miei allievi di terza lavorano già con gli iPad. Molti insegnanti trovano importante che gli allievi imparino a usare un dizionario. Ma per quale

ragione? In futuro cercheranno comunque tutte le informazioni attraverso il computer. Oggi regna ancora l’immagine romantica che la scuola debba continuare ad essere come ai nostri tempi. Da questo punto di vista la chiusura generalizzata ha aperto gli occhi ad alcune persone. Mi auguro che sia possibile modernizzare alcune posizioni. Non è forse vero che gli allievi oggi si destreggiano meglio nel mondo digitale rispetto a noi adulti? Thomas: Spesso mi sorprende vedere quanto poco i ragazzi conoscano il mondo digitale sebbene li accompagni sin dalla nascita. All’inizio dell’anno scolastico i miei allievi di terza sapevano come aprire YouTube, ma non sapevano usare un motore di ricerca. Durante la chiusura generalizzata gli allievi di quarta si sono divertiti a usare la chat e soprattutto a inviare faccine. Presto hanno però iniziato a seccare e a infastidire gli altri. È possibile che a lungo termine si sarebbero

verificati episodi di cyberbullismo. Per questa ragione ho chiuso la chat. Il mondo digitale non ha confini. La distrazione è un pericolo durante le lezioni? Jasmin: Prendere un computer, aprire un programma e usarlo per un determinato periodo richiede un’elevata competenza da parte dell’allievo. Questi dispositivi offrono pur sempre tante alternative invitanti ai bambini. Anche se si tratta solo di cambiare le impostazioni. Lo ammetto: quando ho 23 bambini che lavorano al computer non ho modo di controllare cosa fanno esattamente quando distolgo lo sguardo. Thomas: Io la vedo diversamente. Quando i miei allievi di terza tengono in mano per la prima volta un iPad c’è molta agitazione. Lo vedono in primo luogo come un «divertimento». Concentrarsi sul compito impartito è difficile. Dobbiamo sfatare il fascino di iPad e Internet. I bambini devono  www.giornatedigitali.swiss  35


Cosa serve ai bambini per imparare? Jasmin: Il rapporto con l’insegnante e un buon ambiente di classe sono fattori più importanti di un’aula virtuale. Hanno bisogno di sicurezza per potersi sviluppare. Nella Silicon Valley alcuni genitori mandano i figli nelle scuole che non usano computer. Scelgono in modo consapevole di tenerli lontani dalla tecnologia per promuovere creatività e fantasia. È una buona idea? Jasmin: Secondo me è importante che la scuola non tenga i bambini lontano dai computer. Devono pur sempre diventare membri attivi della società. Naturalmente è importante promuovere creatività e fantasia senza strumenti digitali. Devono inoltre imparare a trovare le risposte alle seguenti domande: cosa faccio quando non mi sento bene? Cosa mi rende felice? Come sfrutto il mio tempo libero? Sono fermamente convinta che quello che ci fa bene davvero sono cose che non hanno nulla a che vedere con il cellulare. Thomas: Anche secondo me è importante imparare ad avere una competenza mediale. Ho avuto allievi che mi hanno mostrato

«DOBBIAMO RENDERE LA SCUOLA PIÙ DIGITALE PER POTER TENERE IL PASSO» 36 www.giornatedigitali.swiss

l’immagine di uno squalo con degli occhiali da sole e volevano sapere se esistesse davvero. È fondamentale spiegare loro che in Internet si possono trovare moltissime false informazioni. I bambini devono imparare a filtrare i contenuti. È possibile imparare tutto in forma digitale? Thomas: Vado spesso nel bosco con i bambini. L’obiettivo è mostrare loro quello che Internet non può insegnare. Ad esempio come accendere un fuoco. Occorre trovare una soluzione anche a un compito di matematica, ma se non ci si riesce non è un problema. Se invece d’inverno fa freddo e non riusciamo ad accendere un fuoco, soffriamo il freddo. I bambini devono comprendere entrambi i mondi: quello reale e quello digitale. È impossibile tenerli lontani. Non sono un appassionato di computer, ciononostante mi sento in obbligo di trasmettere loro conoscenze importanti per il futuro. Cosa cambiereste nella scuola di oggi? Jasmin: Vorrei ci fosse più spazio per l’individualità. Tutto viene prescritto nei minimi dettagli. Ci si concentra su poche materie. Se un

bambino non eccelle in una di queste è subito considerato un allievo debole. Non vi è spazio per lo sviluppo di bambini con talenti artistici, né per i ragazzi chiassosi e vivaci. Se il quadro non fosse così rigido i bambini potrebbero decidere loro stessi cosa vogliono imparare. Tutti vengono inoltre giudicati e valutati secondo le stesse scale e gli stessi criteri. Secondo me è importante che in queste classificazioni si considerino anche i progressi personali. Thomas: Sono d’accordo con Jasmin. Non mi disturba che i bambini lavorino con il computer. Mi disturba invece il fatto che tutti debbano fare esattamente la stessa cosa. La scuola dovrebbe promuovere maggiormente l’individualità e l’autostima dei bambini. Devono imparare in modo autonomo e noi insegnanti dobbiamo confidare nel fatto che usino Internet per cercare quello che gli serve e non per guardare un qualche sciocco video. Può fare un esempio? Thomas: Con una classe di seconda ho programmato un gioco matematico. Sembra complicato, ma in realtà è molto semplice. Si trattava di far ruotare una figura di 360 gradi. I bambini erano troppo piccoli per capire il significato di «gradi». Ho detto loro di lasciar perdere, che non dovevano ancora sapere cosa significasse. Sono quindi andati in Internet a cercare il significato – perché volevano saperlo. La trovo una cosa fantastica. Ed è così che dev’essere. Cosa consigliate ai genitori per quanto riguarda l’utilizzo di cellulari e tablet? Jasmin: È importante limitare il tempo che possono trascorrere davanti a uno schermo, interessarsi su come sfruttano il tempo a disposizione e seguirli. I genitori devono essere consapevoli dell’entità del mondo virtuale e non devono lasciare da soli i figli. I genitori sono modelli da seguire. Per questo motivo, di notte i cellulari non vanno tenuti in camera da letto e di giorno non hanno spazio a tavola.

Foto: Valeriano Di Domenico

vederli come strumenti di lavoro e non come dispositivi per vedere filmati divertenti. Nel frattempo gli allievi di quarta sanno gestire bene questi dispositivi. Jasmin: Occorre il tempo necessario. Quando dico ai miei allievi di quinta che lavoreremo con il computer sono delusi perché non sono ancora abituati a usarlo come strumento di lavoro. È imperativo seguirli molto da vicino.


IN COOPERAZIONE CON

«I NOSTRI CLIENTI SONO LA NOSTRA ISPIRAZIONE PER IL DIGITAL BANKING» Anke Bridge Haux dirige il settore Digital Banking di Credit Suisse. Insieme con i clienti vengono sviluppate nuove offerte.

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Ha riscontrato dei cambiamenti anche nel comportamento dei clienti? Sicuramente. Soprattutto nel modo in cui i nostri clienti vogliono interagire con noi. Con lo scoppio della pandemia, il numero delle consulenze virtuali ai clienti è raddoppiato. La digitalizzazione ha decisamente assunto un nuovo significato. Nel complesso, vediamo un forte aumento nell’uso dei canali digitali da parte dei nostri clienti, così come un aumento dei pagamenti senza contatto. A settembre è stata annunciata una nuova offerta digitale: CSX. Di cosa si tratta? Credit Suisse ha deciso di sfidare le banche digitali? Sì. Le nuove banche hanno mostrato il modo in cui offrire ai clienti soluzioni bancarie facili e intuitive, concentrandosi sulle nicchie. Finora tutti sapevano fare qualcosa, ma nessuno tutto: ovvero semplici soluzioni bancarie digitali abbinate a una consulenza affidabile e personale. Con CSX riuniamo ora il meglio di due mondi in un’unica app: l’usabilità e la funzionalità di una banca puramente digitale, con la competenza e l’offerta completa di 

Foto: Samuel Trümpy

Sig.ra Bridge Haux, dalla nostra ultima intervista è trascorso esattamente un anno – 12 mesi che hanno cambiato molto il nostro mondo. Come avete vissuto Lei e il suo team questo periodo difficile? In modo ineguagliabilmente dinamico e ricco di cambiamenti. La pandemia da coronavirus non solo ha trasformato la vita sociale, ma ha anche fortemente influito sul modo in cui collaboriamo come team. Da un giorno all’altro, abbiamo cominciato a lavorare in home office e portato avanti le nostre tematiche – lo scambio tra di noi è stato principalmente virtuale. Tuttavia, questo non ha avuto alcun impatto sulla nostra produttività. Al contrario: ha reso il nostro team ancora più unito. Ad esempio, in stretta collaborazione con la Confederazione e la Banca nazionale, siamo stati in grado di fornire ai nostri clienti aziendali, in pochi giorni, i prestiti ponte di cui c’era urgente bisogno e tutto questo in modo completamente digitale. Quest’anno ci siamo trovati di fronte a una delle sfide più grandi a tutti i livelli – e come team la stiamo affrontando molto bene.


Anke Bridge Haux e il suo team portano avanti il digital banking presso Credit Suisse. Per loro le esigenze dei clienti sono sempre in primo piano.

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IN COOPERAZIONE CON

Profilo

servizi di Credit Suisse come banca universale affermata e radicata in Svizzera. Quali sono i modelli a cui Credit Suisse si ispira per il digital banking del futuro? I nostri clienti! Ci hanno mostrato quali sono esattamente le loro esigenze e cosa si aspettano dalla loro banca. Flessibilità, semplicità e trasparenza. Ed è proprio quello che offriamo con CSX: un’offerta bancaria digitale con la quale i nostri clienti possono eseguire le loro operazioni bancarie in modo rapido, semplice e comodo con una app. Tutto questo a un prezzo trasparente, perché i nostri clienti pagano solo quello che usano. Ma attribuiscono anche grande importanza alla consulenza finanziaria professionale e digitale per temi quali la previdenza, gli investimenti e il finanziamento. Ecco perché continuiamo a essere presenti personalmente per i nostri clienti. Sono loro a decidere come interagire con noi in base alle loro esigenze individuali. Le esigenze dei clienti cambiano. Come fate a stare al passo con necessità in continua evoluzione? Facciamo domande e ascoltiamo con attenzione le risposte. Qual è la mega tendenza o la smania del momento? Cosa rappresenta incertezza o ricchezza di opportu40 www.giornatedigitali.swiss

Anke Bridge Haux dirige il settore Digital Banking e fa parte della direzione di Credit Suisse (Svizzera) SA. Avvia la sua carriera nel 1999 presso Credit Suisse. Nel 2005 passa a UBS, dove si occupa di attività di gestione patrimoniale e Investment Banking. Nel 2011 torna in Credit Suisse e da allora ricopre diverse posizioni dirigenziali nei settori delle valute estere, dei prodotti bancari e della digitalizzazione. Anke Bridge Haux ha con­seguito un master in Finanza ed economia presso l’università di San Gallo e ha completato il General Management Programm (GMP) alla Harvard Business School di Boston.

nità? E rilevante per il mio team e me in particolare: cosa di tutto ciò è una vera esigenza per il cliente? Per questo sviluppiamo e testiamo le nostre soluzioni digitali insieme ai clienti nel nostro User Experience Lab. E cosa rende il suo team di successo? È importante adattare il nostro modo di lavorare e di vedere le cose. Non possiamo e non vogliamo fermare un contesto che cambia in modo dinamico. Però possiamo adeguare la nostra risposta. Il processo decisionale e la produzione di idee devono essere possibili in tutte le direzioni: in orizzontale, in diagonale e soprattutto «dal basso verso l’alto». La chiamiamo «CoCreation». Coinvolgendo tutti i collaboratori facciamo dello sviluppo continuo della nostra offerta un compito per tutti. A livello organizzativo abbiamo raggruppato le nostre attività retail per clienti privati e commerciali,

in un unico team con l’unità di digitalizzazione e prodotti. Si tratta di un approccio unico sul mercato svizzero e offre opportunità. Ora siamo ancora meglio posizionati per ampliare la nostra offerta in modo rapido ed efficace e per sviluppare nuove soluzioni insieme ai nostri clienti. Parola chiave: cosa porterà il 2021 – a cosa si dedicherà l’anno prossimo? Continueremo a integrare la nostra offerta bancaria digitale con ulteriori servizi e nuove funzionalità, tra gli altri, nei settori degli investimenti, della previdenza e delle ipoteche. L’offerta includerà un pianificatore finanziario digitale che aiuti i nostri clienti ad avere un quadro complessivo della loro situazione finanziaria, ad esempio individuando le lacune previdenziali. Già a partire da novembre, i nostri clienti CSX potranno contare su una soluzione di gestione patrimoniale completamente digitale. E nel settore del finanziamento ipotecario, oltre alla stipula di un nuovo finanziamento, anche funzioni, come ad esempio l’estensione delle tranche ipotecarie esistenti, rese disponibili direttamente nella nostra soluzione digitale. In tutto questo, è importante sottolineare che per noi la sicurezza resta sempre al primo posto. La soluzione deve essere semplice e intuitiva senza tuttavia compromettere le nostre esigenze in termini di sicurezza.

Foto: Credit Suisse

«CON CSX UNIAMO IL MEGLIO DI DUE MONDI IN UN’UNICA APP»


Ora i clienti di Credit Suisse possono eseguire le transazioni quotidiane in tutta comodità con l’app CSX: Ben presto sarà possibile usare lo smartphone anche per gli investimenti, la previdenza e le ipoteche.

IL MEGLIO DI DUE MONDI IN UNA SOLA APP

Il Credit Suisse unisce la semplicità di una app all’affidabilità della consulenza personale per le operazioni bancarie della sua clientela privata.

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ontrollare il saldo dei conti, pagare le fatture, fare investimenti muovendo semplicemente un dito: con il lancio delle app «CSX» e «CSX Young» Credit Suisse intende soddisfare una crescente esigenza dei clienti di poter effettuare le proprie operazioni bancarie in modo semplice e rapido tramite smartphone. L’offerta è composta da un conto per privati in CHF che può essere aperto direttamente nella app, svariate funzioni self-service e una carta di debito Mastercard, abilitata per l’uso online, con transazioni internazionali gratuite incluse.

I vantaggi di CSX in breve:  l’offerta di base per i clienti che desiderano svolgere tutte le loro operazioni bancarie online è gratuita.  Gli utenti possono personalizzare l’offerta in base alle proprie esigenze con un trasparente modello tariffario a fasce.  Chi desidera prelevare regolarmente denaro contante al bancomat, può optare per la Premium Black Debit Mastercard a 3.95 franchi mensili.  Lo sviluppo della app non è ancora concluso: seguiranno offerte nei settori degli investimenti, della previdenza e delle ipoteche, inoltre si aggiungerà anche un pianificatore finanziario digitale.

Nonostante questo approccio «mobile first», la consulenza per Credit Suisse continua a rivestire un’importanza primaria. I clienti possono beneficiare di una consulenza digitale, telefonica o dal vivo. A tal proposito, Credit Suisse ha sviluppato un nuovo concetto avveniristico: il «Digital Bar» già in uso nella nuova filiale di Europaallee a Zurigo. Il personale introduce i clienti al mondo digitale delle ope­razioni bancarie e offre loro una forma individuale e interattiva della consulenza personale.

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IL MONDO È PIATTO Sia benedetta la tecnologia: il parroco Honegger Molina durante una messa in livestream nella Basílica de la Anunciación a Caracas, Venezuela.

Eroi dello schermo quale pubblico: durante le finali NBA 2020 tra i futuri vincitori LA Lakers e i Miami Heat sedevano sugli spalti a Orlando numerose celebrità – ovviamente virtuali.

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Who’s who nell’OMS: nove video dei partecipanti all’Assemblea mondiale della sanità quest’anno virtuale a Ginevra.

Foto: AP Photo/Matias Delacroix, AFP World Health Organization, Getty Images/AFP, Keystone/Gian Ehrenzeller, AP/Sergio Cattaneo, AFP/Ricardo Oliveira

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Classica vittoria in casa: l’asso della bici Stefan Küng vince una gara del Tour de Suisse virtuale – pedalando nella sua cantina a Frauenfeld TG. Sul podio anche l’italiano Filippo Ganna e l’australiano Michael Matthews.

La tablet terapia: a Brescia il medico Matteo Filippini ha prescritto videoconferenze con i propri cari ai pazienti nel reparto cure intense.

Colloqui virtuali nella foresta vergine: gli indigeni della comunità Sahu-Ape ricevono diagnosi mediche sul Covid-19 a distanza sullo smartphone.

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HIGHLIGHT DELLE GIORNATE DIGITALI Da una a tre! Nella sua quarta edizione, la Giornata digitale svizzera si trasforma in un evento di tre giorni, che si svolge dal 1° al 3 di novembre sia in formato digitale sia in presenza. Oltre 400 eventi gratuiti, 23 sedi e una domanda cruciale: quale futuro vogliamo? Eventi online su giornatedigitali.swiss

Eventi dal vivo in tutta la Svizzera

Apertura

1.11., ore 14 – 14.45 Discorso di Simonetta Sommaruga all’apertura delle Giornate digitali svizzere 2020. Cosa vogliamo dal futuro digitale? Questa è la domanda a cui risponderanno la popolazione, il sindaco della città di Berna Alec von Graffenried, i sindaci delle città e cantoni partecipanti, la futurologa Karin Frick e la responsabile della Giornata digitale, Diana Engetschwiler.

San Elettronica

San Gallo, Centro città, giornalmente dal 29.10 al 2.11 Si chiama Digitale Spielwiese (terreno di gioco) ed è il fulcro di questo festival regionale con impulsi provenienti dal mondo intero. Sei installazioni digitali vanno scoperte con il tatto, l’olfatto, le sensazioni e l’esperienza. Ulteriori highlight sono i concerti in cuffia con «Wassily» nella Schutzengelkapelle e le riunioni sull’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico.

Pitching Battle

1.11, ore 16 – 16.15 In collaborazione con Innosuisse, per tre giorni 15 start-up tecnologiche svizzere selezionate presenteranno le loro idee. Regole del gioco: tutti i partecipanti hanno a disposizione tre 44 www.giornatedigitali.swiss

di mano! Con la stazione a terra e le installazioni di prova del laboratorio, Space-Pharma trasforma i visitatori in ricercatori.

Una prova da record

«tell» Vogliamo conoscere la vostra opinione! Il dibattito sarà animato da esperti con spiegazioni su argomenti quali FoodTech, Blockchain, «new working normal», turismo digitale o la cartella informatizzata dei pazienti. A seguire si svolgerà una tavola rotonda. Il meglio: «Tell» è un evento globale. Sarà possibile scoprire i siti di Boston, Brasile, San Francisco, India, Seoul, Shanghai e Tokyo. «tell» è gratuito e si svolge più di 35 volte sia in presenza, sia in formato digitale.

minuti per convincere una giuria di esperti presentando al massimo sette lucidi.

Pharma in Space

Allschwil, Gewerbestr. 24, 1.11. al 3.11., ore 9 – 18.00 Gli astronauti e lo spazio a portata

1.11., ore 15.45 – 16.00 St. Moritz dà il benvenuto alla formula E volante. La competizione di droni a velocità più elevata in assoluto (fino a 160 km/h) punta a un record mondiale. Durante le Giornate digitali sarà trasmessa la registrazione dell’ultima gara della serie di competizioni di droni della Suisse Drone League 2020 con il sostegno di AWS.

Forza sport elettronico

Neuchâtel, La Maladière, 1.11., ore 8.45 – 21.00 Una prima assoluta! In occasione della «ello Cup», nata in collaborazione con VNV, ello e Xamax Esport, i migliori 32 videogamer svizzeri si sfidano al gioco Hearthstone e si contendono la vittoria. Il 31 ottobre, alla vigilia dell’evento, l’Open Swiss Digital Days 2020 Silent Party si terrà a La Chaux-de-Fonds, dalle 20.00 a mezzanotte, per celebrare la prima partecipazione del Canton Neuchâtel alle Giornate digitali.

Visita d’eccellenza

3.11., ore 14.30 – 14.45 Il consigliere federale Guy Parmelin farà visita a una classe della 6a elementare di Berna. In occasione di un workshop in stop-motion gli alunni si occupano di tecnologia cinematografica e immagini digitali.

Il cantiere più in alto in assoluto

Zermatt, Glacier Paradise, 3.11., ore 9.30 – 12.00 La digitalizzazione a 3883 metri di altitudine? Markus Hasler, CEO di Zermatt Bergbahnen AG, ci illustra tutte le difficoltà da superare a questa altitudine, l’importanza di essere innovativi e a quali aspetti prestare particolare attenzione.

MetroSnap

1.11., ore 15.30 – 15.45 Molto più di un’auto a guida auto­ noma. MetroSnap è un concetto di veicolo modulare per il trasporto di persone e beni. Un reportage sull’interazione tra tecnologia della mobilità, sicurezza informatica e sicurezza dei dati poiché l’intenso scambio di dati comporta diversi rischi informatici.

Professionisti digitali

Lausanne, Rue de la Gare 10,


Partecipate onlineali!.swiss

igit giornated

italDays

#SwissDig

Aarau

Zurigo Winterthur

Basilea San Gallo

Soletta, Olten, Grenchen

Vaduz St. Moritz

Neuenburg, La Chaux-de-Fonds

Berna, Bienne

Losanna, Yverdon les Bains

Ginevra Lugano Sion, Sierre, Briga, Martigny, Zermatt

1.11., ore 10.00 – 12.00 Scoprite la programmazione con Digital Kidz, FutureKids e Powercoder. Diventate un fuoriclasse nello spazio aperto della Coworking Solidaire Powerhouse. Iscrizione obbligatoria.

Magic Cube

1.11., ore 17.40 – 18.00 In squadre di due, i giovani affrontano missioni per ridare luce al Magic Cube (un progetto comune di ABB, ETH e mint&pepper), che, con la sua energia, salverà il mondo di Elektron. In caso di riuscita di questa prima mondiale, vi sarà persino una sorpresa.

inventiva, bisogna trovare delle soluzioni per ripristinare l’approvvigionamento energetico e scongiurare il pericolo per la terra.

Città più sicura

3.11., ore 18 – 18.15 La storia dell’urbanistica è contraddistinta anche dalle epidemie e dal tentativo di creare spazi abitativi

più salutari. I virus come il Covid-19 influiscono negativamente sulla densità urbana. Questo videogioco ha per oggetto lo spazio urbano e il pericolo di contagi.

Un viaggio virtuale

Zurigo, stazione centrale, 1.11., ore 11.00 – 16.30 Avventurarsi nel mondo digitale delle FFS! Nel cuore della stazione principale ai visitatori si presenta una mini esposizione. Diventate perfetti conoscitori dell’orario e spendete meno con i biglietti risparmio.

Mystery Bus

Bern, Bahnhofplatz, 1.11. al 3.11. Siemens propone il primo Technologie-Adventure-Game mobile a livello svizzero. Il gioco si svolge in una piccola monovolume. Squadre composte da un massimo di quattro persone superano difficili missioni per salvare il mondo nel 2035 da un blackout totale causato da una tempesta solare. Con ingegno e

Learning Lab Competenze specifiche in soli 45 minuti! I webinar online, i video o gli eventi interattivi in presenza consentono di trasmettere gratuitamente conoscenze digitali. In collaborazione con l’Associazione svizzera per la formazione continua (FSEA) è stata sviluppata una gamma variegata di corsi: educazione ai media, workshop di robotica, banking del futuro, guida ad alta efficienza energetica e ethical hacking. Abbiamo suscitato il vostro interesse? Iscrivetevi online e partecipate personalmente a oltre 100 Learning Labs.

Futuro digitale

1.11., ore 18.15 – 18.30 Pro Juventute offe ai giovani svizzeri la possibilità di esprimersi. Nei cortometraggi, le alunne e gli alunni espongono i loro desideri e fantasie per il futuro. Questo live-stream presenta i pensieri e le idee dei giovani e promuove le competenze digitali necessarie.

Robot sociali

Soletta, Landhausquai 4 3.11., ore 12.00 – 13.00 Impiego di robot nel settore delle cure. È questo il futuro? La carenza di lavoratori qualificati sta diventando sempre più drammatica. Impiegare dei robot per consegnare i pasti, fare il bucato e avere delle conversazioni è più di un’idea. L’informatico di gestione, professor Oliver Bendel si esprime sull’etica e su ciò che è sensato.

Ignazio Cassis

3.11., ore 19 – 19.15 Il capo del Dipartimento federale degli affari esteri, chiuderà le Giornate digitali trattando il tema della sicurezza informatica e della governance digitale. www.giornatedigitali.swiss  45


«L’ULTIMA VOLTA CHE HO PAGATO IN CONTANTI È STATO A FEBBRAIO» Fabian Zürcher

In occasione del WEF, cinque anni fa a Davos, ha fondato digitalswitzerland. Oggi la Svizzera è migliorata in ambito digitale? La Svizzera è di certo migliorata ... ... ma, c’è un però ... ... esatto. La Svizzera è migliorata, ma altre nazioni sono ancora più veloci, coerenti e mirate nel loro sviluppo in ambito digitale. Nel raffronto globale del 2020 dove si posiziona la Svizzera? Basandoci sulla «IMD World Digital Competitiveness Ranking», che senza dubbio è uno dei lavori di ricerca più importanti al mondo in questo contesto, al momento ci troviamo al sesto posto, dopo gli USA, Singapore, Danimarca, Svezia e Hong Kong. È soddisfatto? No. Perché siamo regrediti di un posto, anziché guadagnarne uno. Decisamente più importante però è definire dove possiamo eccellere rispetto agli altri e in quali ambiti 46 www.giornatedigitali.swiss

la Svizzera deve ancora migliorare. Può indicare alcuni di questi criteri chiave? Non sorprende che siamo forti in ambito scientifico. I criteri che sono stati esaminati in questo contesto riguardano i fondi spesi per la ricerca in Svizzera (3° posto). La qualità delle scuole universitarie. Il Politecnico federale di Zurigo e il Politecnico federale di Losanna sono università di caratura mondiale e come ci posizioniamo nella regolamentazione della ricerca; qui siamo in testa alla classifica. In quali altre categorie spicca la Svizzera? Nel cosiddetto ambito dei «talenti». La Svizzera, ad esempio, ha conseguito un ottimo risultato nello studio PISA, in matematica, collocandosi al decimo posto. Il nostro Paese vanta inoltre un numero estremamente elevato di lavoratori internazionali altamente qualificati (1° posto). In sintesi, per quanto riguarda la formazione e la ricerca,

siamo ai primi posti anche in ambito digitale. Questo è fondamentale, perché la formazione e la ricerca sono presupposti indispensabili per l’ulteriore sviluppo. Quali sono i punti deboli della Svizzera? Avviare un’attività è ancora complicato in Svizzera (37° posto), proprio come chiuderla in caso di fallimento. Un altro punto debole è la capitalizzazione di mercato delle imprese IT con sede in Svizzera (43° posto). Oppure, sempre in questo contesto, le esportazioni nel settore High Tech (30° posto). In breve, siamo al top nel campo della ricerca e della formazione, ma non nel concludere affari in modo efficace. L’Iniziativa locale digitalswitzerland conterà presto 200 membri. Ne fanno parte tutte le grandi imprese, le grandi istituzioni preposte all’istruzione come il Politecnico di Zurigo e il Politecnico di Losanna, le università e persino i Cantoni. Che vantaggi ne traggono queste aziende e istituzioni? In estrema sintesi, ci sono due motivi per cui possiamo vantare così tanti membri di spicco: da un lato la solidarietà e quindi la volontà di collaborare per sviluppare ulteriormente la piazza Svizzera, sapendo che è importante per ognuno di noi che essa sia forte. Le piazze forti sono vantaggiose per tutti coloro che vi lavorano. Dall’altro, tutte le imprese e le isti-

Foto: Gian Marco Castelberg

Il fondatore di digitalswitzerland e CEO di Ringier Marc Walder parla dei punti forti e deboli della Svizzera in materia digitale, della sua delusione riguardo la situazione delle scuole nel periodo di lockdown e della sua più grande gaffe digitale.


«POSSIAMO ESSERE TUTTI ORGOGLIOSI DI COME ABBIAMO GESTITO LA SITUAZIONE» tuzioni possono trarre vantaggio dalla loro appartenenza a digitalswitzerland. Però dipende, presso Swisscom la situazione è diversa rispetto a quella del Politecnico di Zurigo, di Google, delle FFS o del Canton Vallese. Perché state procedendo alla fusione con ICTswitzerland? La risposta a questa importante domanda è semplice: perché insieme siamo più forti. ICTswitzerland ha grande influenza negli ambiti della formazione, della sicurezza informatica e della formazione dell’opinione politica. Il settore ICT ha un valore aggiunto lordo di oltre 30 miliardi, considerando solo il suo core business. Come ha influito la pandemia di coronavirus sulla digitalizzazione? In 8 mesi ha generato un effetto che normalmente richiede dai 3 ai 4 anni. Tutti noi, cittadini, studenti, consumatori, abbiamo adottato dei comportamenti in ambito digitale che prima del propagarsi del coro-

navirus non avevamo o avevamo solo saltuariamente; abbiamo fatto passi da gigante in attività come shopping, pagamenti, informazioni, intrattenimento e riunioni. Quale aspetto della digitalizzazione l’ha maggiormente colpita in questo periodo? Un aspetto, in particolare: durante il lockdown, da un giorno all’altro, le imprese hanno visto la maggioranza dei loro dipendenti lavorare da casa. E cosa è accaduto? Ha funzionato! È stato possibile mantenere operativi i servizi delle imprese, grandi o piccole; dalle banche, alle compagnie di assicurazione, ai media, alle società di telecomunicazioni, al commercio e via dicendo. È stato veramente incredibile: se ce l’avessero detto dieci mesi prima, non avremmo mai creduto che sarebbe stato possibile. Cosa l’ha delusa di più? Prima di tutto, possiamo essere tutti orgogliosi di come abbiamo gestito questi mesi difficili,

che passeranno alla storia. Tutti noi, cittadine e cittadini. Non è stato facile per nessuno. Spesso è stato anche estremamente complicato, noioso e certamente fonte di conflitti. Improvvisamente tutti a casa, tutti sotto stress, tutti sotto pressione, tutti in una situazione completamente nuova che nessuno avrebbe mai creduto possibile. Sembra voler sviare la domanda. Ecco, ad essere onesti, le scuole non hanno fatto un buon lavoro. A onor del vero, devo dire che hanno dato il massimo, nel senso che hanno improvvisato, ma sono state veramente poche le scuole in Svizzera ad essere pronte in ambito digitale. È stato uno choc rendersene conto. Cosa intende con essere pronti in ambito digitale? Un esempio concreto: i bambini hanno studiato come meglio potevano. Da soli, di fronte alla scrivania, nella loro stanza oppure nel soggiorno o in cucina. Davanti a www.giornatedigitali.swiss  47


«LA DIGITALIZZAZIONE È UN ESERCIZIO DI APPRENDIMENTO COSTANTE»

Cos’altro avrebbero dovuto fare? Insegnare! Svolgere vere e proprie lezioni in formato digitale. Le lezioni iniziano alle 8.30: non in presenza, non in classe, ma a distanza. Con processi perfettamente coordinati, i materiali vengono consegnati in formato digitale, poi rinviati a scuola sempre nello stesso modo. E le lezioni si svolgono, come se nulla fosse con l’insegnante in una videoconferenza quotidiana e ben strutturata. Non è una cosa scontata, concordo, ma sinceramente neppure qualcosa di impossibile da realizzare. Cosa ha pensato quando ha sentito che l’UFSP riceveva via fax le notifi­ che necessarie a valutare la situa­ zione sul covid? Mettiamola così, l’amministrazione, o parte di essa, si è resa conto di avere ancora un grosso margine di miglioramento e questo, mentre tutta la Svizzera la guardava. Dev’essere stato imbarazzante ... Che consiglio si sente di dare in questo caso? La digitalizzazione richiede in primo luogo la voglia di iniziare a usufruirne, è un esercizio di apprendimento costante. Non si arresta mai e non è mai perfetta. Non 48 www.giornatedigitali.swiss

conosce mai lo stato ideale «in assoluto». È sempre e solo uno stato momentaneo. La digitalizzazione è sempre un’istantanea che precede l’evoluzione successiva. Come potrebbe definire la digitaliz­ zazione? La digitalizzazione è la trasformazione di processi e oggetti analogici in processi e oggetti digitali. Chi prima inizia vince. Gli attendisti perderanno. Vorrei porle delle domande sulla digitalizzazione che la riguardano personalmente. Prego. Come effettua i suoi pagamenti? Con Apple Pay e Twint. L’ultima volta che ho usato i contanti è stato a febbraio in un chiosco in Engadina, durante le vacanze sciistiche. Da allora mai più. Come si informa? Leggo molto, ma in modo selettivo e in forma cartacea: BLICK, NZZ, i giornali domenicali, Spiegel, Bilanz, Handelszeitung. Il resto sull’iPhone, per lo più; New York Times, Economist, Business Insider, Industrie-Info-Dienste, molte informazioni mi arrivano via Twitter. Come ascolta la musica e quale genere? Energy Zürich e SRF4 News in auto. Uso Spotify mentre faccio jogging. Il suo album preferito? Robbie Williams; Live at Knebworth.

Le applicazioni che più utilizza? WhatsApp, Blick, SRF Meteo, Twint, NYT, Spotify, Twitter, Vivino, l’app SwissCovid. Quanto tempo passa al mattino da quando si sveglia al momento in cui consulta il cellulare? 15 secondi. Quale comportamento in ambito digitale non avrebbe mai creduto di avere? Parlare con la mia macchina, mentre oggi lo faccio tutti i giorni. Netflix o TV lineare? Netflix, ma non solo. Apprezzo la SRF per le informazioni e lo sport e il nuovo spettacolo del sabato sera «Wer wohnt wo». Siri o Alexa? Siri. Perché non è più attivo sui social media? Sono un grande consumatore, perciò condivido sempre meno. Qual è stata la sua più grande gaffe digitale? Nel cuore della notte, al termine di una lunga trattativa, ho inviato per errore un intero contratto inerente una transazione importante alla persona sbagliata. Oltretutto era un concorrente. Un disastro. Da allora, controllo ogni indirizzo e-mail nella finestra in alto tre volte ... Quanto tempo trascorre di fronte allo schermo? Ho appena controllato il mio iPhone: 4 ore e 39 minuti, è la media degli ultimi 7 giorni.

Foto: Gian Marco Castelberg

loro, i fogli dei compiti a casa, che avevano ricevuto via e-mail e quindi stampato. Hanno elaborato questi documenti, per settimane. Regolarmente gli insegnati chiamavano per informarsi sulla situazione e chiedendo se tutto stesse procedendo bene.

Quali regole digitali si applicano a casa sua? Niente iPhone e computer a cena e mentre si parla e si discute.


NOI SIAMO DIGITALSWITZERLAND

Digital

Kanton Graubünden Chantun Grischun Cantone dei Grigioni

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LeRéseau.ch

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Lugano Living Lab


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PIOVRA & CO. I giganti di Internet Google, Amazon, Facebook e Apple (GAFA) vincolano sempre di più noi e i nostri dati alle loro piattaforme. Miglior servizio vs. libertà personale? Marc Neumann

S

olo volare è più bello», lo slogan pubblicitario di Opel del 1968 non corrisponde più alla realtà dettata dalla crisi legata al coronavirus. Frontiere chiuse, quarantena e il timore di contrarre il nuovo coronavirus hanno decisamente fatto passare la voglia di decollare ai viaggiatori – rovinando gli affari delle compagnie aeree. Ma forse gli aerei non devono necessariamente decollare. È quanto suggerito recentemente da un articolo del «Financial Times». Stando alla testata americana, il vero valore delle compagnie aeree non risiede più negli aerei e nell’attività operativa. I programmi «frequent flyer» e «premium» hanno infatti un valore nettamente superiore. È ad esempio il caso del programma AAdvantage di American Airlines che vale 26 miliardi di dollari americani, mentre attualmente la compagnia ne vale solo sei. La situazione è paragonabile anche presso le altre compagnie colpite dalla crisi: usano i programmi fedeltà come garanzia di sicurezza per i crediti. In questo modo le linee aeree non sono più in primo luogo fornitori di trasporto, ma si sono trasformate in operatrici di dati e di profili utenti attraverso partenariati con emittenti di carte di credito e altre aziende. Come

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quasi ogni azienda digitale, anche le compagnie aeree sono parte di una nuova economia in cui gli stessi dati dei consumatori sono diventati una merce. Seguendo l’esempio di pionieri tecnologici come Google, Amazon, Facebook o Microsoft, grazie a delle applicazioni cercano, raccolgono e catturano dati che possono fornire informazioni relative al comportamento dei consumatori. Questo significa però anche che nella rete l’impronta digitale dei citta-

dini viene seguita e sorvegliata passo dopo passo. Questo va a nostro vantaggio oppure minaccia la nostra autonomia e libertà? Questo «capitalismo della sorveglianza», come lo ha definito la professoressa di Harvard Shoshana Zuboff nella sua acclamata opera «The Age of Surveillance Capitalism», nasce all’inizio del XXI secolo. Se in origine il motore di ricerca Google aveva lo scopo di semplificare la vita degli utenti in Internet grazie alla funzione di ricerca, il gigante tecnologico si è presto


Foto: Imago, Getty Images

L’ira delle nonne: davanti al campus principale di Facebook a Menlo Park, in California, le «Raging Grannies» dimostrano a favore di una maggiore protezione dei consumatori e di una maggiore sfera privata online.

reso conto che le cronologie di ricerca degli utenti fornivano preziose informazioni relative a comportamento e preferenze di consumo – una vera e propria miniera d’oro per le ricerche di mercato. Questo ha permesso a Google di presentare agli utenti pubblicità più mirate, pilotando così in modo intelligente i consumatori verso determinati prodotti. Da allora Google non si limita più a cercare per noi, bensì è l’impresa a cercare noi. La «piovra di dati» come modello commerciale.

Anche Facebook, Amazon e altre aziende di Internet hanno trasformato estrazione e raffinazione della materia prima «dati relativi al comportamento degli utenti» nella loro attività principale per garantire a pubblicitari e fornitori di prodotti il miglior accesso possibile al cliente ideale attraverso le diverse piattaforme. Ne consegue quel momento inquietante quando il termine di ricerca o il tema discusso in una chat di Facebook appare improvvisamente come pub-

blicità online o offerta di prodotti su un sito web o un’applicazione completamente diversi. Molte persone considerano questa pratica un’ingerenza nella propria sfera privata. Il Grande Fratello osserva tutti. A permettere questa possibilità è sempre la stessa contrattazione. Lo si può già riconoscere dalla parola inglese «free». Come noto, significa «libero», ma anche «gratuito». Agli utenti viene messo a disposizione gratuitamente un servizio (funzione di ricerca, app, assistenti virtuali come Alexa, uso di una piattaforma sui media sociali). In cambio, accettando le condizioni generali di contratto gli utenti svincolano i propri dati personali. A prima vista sembra spesso un buon affare che promette infatti delle comodità: comunicazione semplice con altre persone, accesso a informazioni o una maggiore efficienza di servizi. Fornendo ad esempio i dati biometrici alle compagnie aeree, gli utenti possono evitare attese al check-in e al controllo della sicurezza risparmiando così tempo e stress. Il prezzo da pagare sembra irrisorio, ma l’apparenza inganna: nella sfera digitale, dati biografici, geografici e demografici, media preferiti, interazioni e reazioni emotive come like, GIF, emoji, e addirittura commenti e interpunzione si possono rilevare statisticamente e in seguito analizzare sotto forma di profili utenti. Questi possono a loro volta essere sfruttati per qualsiasi scopo, obiettivo e previsione commerciali come pure per le relative offerte. Rappresentano la base del capitalismo digitale del XXI secolo. Si può considerare un vantaggio fino a quando queste offerte rimangono trasparenti ed eque da lasciare agli utenti delle opzioni nella selezione dei prodotti. Questo non è però sempre il caso su piattaforme come Amazon e Google. La concorrenza viene bloccata e le offerte vengono posizionate in bella vista dietro pagamento. Gli utenti-consumatori possono scegliere da un elenco stilato con cura, spesso senza saperlo. Non si tratta  www.giornatedigitali.swiss  53


solo di una possibile distorsione della concorrenza e di un monopolio. La li­ mitazione della libertà di consuma­ tori ignari è eticamente discutibile. Se essi dipendono inoltre da servizi specifici digitali nel settore sanitario o assicurativo, hanno ancora meno strumenti a disposizione per proteg­ gere i propri dati privati. L’esempio spesso citato di Cambri­ dge Analytica dimostra le dimensioni che può assumere l’uso improprio dei dati personali. Le opinioni relative al successo dell’azienda con il microtar­ geting degli elettori nel condiziona­ mento delle elezioni presidenziali USA del 2016 divergono. Per quanto riguarda invece la valutazione del mo­ dello commerciale di CA sono per con­ tro tutti d’accordo: chi raccoglie 87 mi­ lioni di set di dati personali da Face­ book e allestisce accurati profili psico­ logici a cui poter indirizzare pubblicità mirata a gruppi target politici, pratica propaganda politica sleale. Regolatori

Newyorkesi contro Amazon: protesta contro l’impero di Jeff Bezos.

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No Entry: i dimostranti bloccano l’accesso di un Apple Store a Hong Kong.

e opinione pubblica hanno giusta­ mente reagito con inquietudine una volta emersi gli intrighi di CA. Nel frattempo qualcosa si è mosso negli sforzi normativi. Negli USA i CEO di Facebook, Google, Apple e Amazon devono comparire rego­ larmente ad audizioni davanti ai membri del Congresso, si parla addi­ rittura di smembrare i giganti di Internet. In parole semplici questo è «un tipo di monopolio che abbiamo visto l’ultima volta nell’epoca dei ba­ roni del petrolio». Viene messa in discussione anche la sezione 230 della Communications Decency Act, emanata nel 1996, che considera le aziende informatiche non legalmente responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti, al contrario di quanto previsto invece per case editrici e media. Questo è im­ portante in quanto la sezione 230 am­ mette un’ampia libertà nella pubbli­ cazione di contenuti che la rende par­ ticolarmente interessante. Per quanto riguarda la protezione dei dati, ma non solo in questo ambito, nell’UE il vento è cambiato per le GAFA: il Commissario europeo per la con­ correnza Margrethe Vestager ha com­ minato a Google tre multe per un importo record complessivo di 8,25 miliardi di euro per abuso di posi­ zione dominante sul mercato. In con­ fronto, Apple in Francia se l’è cavata con 1,1 miliardi per comportamento anticompetitivo. Il braccio di ferro va però anche nella direzione inversa: in risposta alla negazione del trasferimento dei dati di 410 milioni di utenti euro­ pei negli USA, Facebook ha recente­

mente reagito minacciando di ritirarsi dall’attività in Europa. Oltre al bastone, le GAFA offrono anche la carota, ad esempio con il lancio di programmi di finanziamento per media e fornitori di tecnologie connessi. Di conseguenza, anche gli utenti e i cittadini prestano molta attenzione quando ne va della protezione della loro sfera privata e della libertà in qua­ lità di consumatori. L’opinione pub­ blica è stata sensibilizzata per la prima volta circa l’oscura raccolta di dati con le rivelazioni, nel 2013, delle pratiche della National Security Agency da parte di Edward Snowden. Il whistleblower fornì dettagli relativi a programmi di spionaggio digitale impiegati dai servizi segreti ameri­ cani. L’indignazione fu giustamente enorme anche in seguito ai dettagli relativi a una «fattoria di server» a Salt Lake City, lo Utah Data Center, dove furono presumibilmente salvati molti dei set di dati. Stando a quanto ripor­ tato dai media, il centro di dati offriva capacità di salvataggio ed elabora­ zione pari a cinque zettabyte, quasi la totalità dei dati prodotti a livello globale nel 2013. Uno zettabyte corri­ sponde a 1021 byte, dunque a un 10 con 21 zeri o a un miliardo di gi­ gabyte. Nel frattempo l’International Data Corporation stima la sfera di dati mondiali in circa 50 zettabyte. Entro il 2025 toccherà la soglia dei 175 zet­ tabyte. Sono dimensioni difficili da comprendere ed è un indizio che la raccolta dei dati sarà una costante della nostra vita digitale anche in futuro. Proprio come la domanda di come sia possibile conciliare tale rac­ colta con la nostra libertà personale.

Foto: Getty Images

«I CONSUMATORI SCELGONO DA UN ELENCO PERFEZIONATO»


SOTTOVALUTATI Anche per gli esperti di tecnologia è difficile a volte stimare i trend digitali. Soprattutto quando sono in pieno corso. Attualmente quali trend vengono ingiustamente esaltati e quali considerati troppo poco? Abbiamo individuato i principali. Lorenz Keller

Piattaforma di streaming Twitch

Video live combinati con chat sono il cuore pulsante di Twitch. Con questa formula la piattaforma di streaming fa ora concorrenza persino a YouTube. Anche perché viene attirato un pubblico target integral­ mente giovane. Pochi utenti di oltre 30 anni osano avventurarsi su Twitch, ma ci sono streamer profes­ sionisti che si guadagnano da vivere così persino nell’area germanofona. I loro live stream raggiungono infatti quote di ascolti pari a quelle delle trasmissioni TV. Da tempo ormai non si gioca più soltanto ai videogiochi davanti al pubblico, bensì si tratta perlopiù di un mix tra reality TV e soap opera. Ogni strea­ mer è quotidianamente online per ore. La vicinanza alle star di Twitch, lo stretto legame con i fan, la com­ mercializzazione continua: tutto ciò fa emergere un nuovo tipo di star, credibile e avvicinabile. Questo trend è totalmente sottovalutato dall’ampio pubblico e dall’economia.

Superstar della scena: lo streamer e il gamer Ninja (29) ha guadagnato 10 milioni di dollari su Twitch nel 2018.

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Lo smartphone, che propone automatica­ mente l’app che ci occorre. Il consulente virtuale in chat, che risponde a domande semplici, prima di inoltrarvi a un call center. Questi sono esempi di assistenti smart, che già oggi funzionano. Ovviamene li utilizziamo perché non li notiamo nem­ meno. Passo dopo passo nei prossimi anni l’intelligenza artificiale prenderà il sopravvento sulla nostra vita. Luci che si spengono automaticamente quando tutti dormono. Sveglie che adeguano automati­ camente l’ora del risveglio a seconda dell’afflusso di veicoli. Non è una rivoluzio­ ne spettacolare, bensì piccoli migliora­ menti del comfort.

Foto: Getty Images, Shutterstock

Assistenti intelligenti


Occhiali smart

Con il fallimento di Google glass molti esperti hanno già abbandonato gli occhiali digitali. Solo che il gruppo statunitense era almeno dieci anni in anticipo. Lo schermo del cellulare è già davanti ai nostri occhi praticamente tutto il tempo, quindi è logico che tra qualche anno venga integrato negli occhiali. Sono comodi da portare e ci si abitua in fretta. E con la realtà aumentata si possono visualizzare tutte le informazioni necessarie direttamente nel campo visivo, come le indicazioni stradali, una videochiamata, gli orari di partenza del bus o il menù di un ristorante. Ci vorrà tuttavia un po’ di tempo prima che ciò sia possibile, dato che la tecnica deve rientrare in una classica montatura di occhiali.

Tracciamento dello stato di salute

Nell’area germanofona oltre un terzo delle persone si avvale già di un fitness tracker, e altrettante usano lo smartphone, per contare i passi e misurare il consumo di calorie. La problematica di tale monitoraggio continuo dei dati sanitari: le casse malati userebbero ovviamente volentieri questi dati per ridurre i rischi. Ma esiste anche una visione lungimirante, ancora sottovalutata: con il controllo costante di importanti valori vitali, come pulsazioni o pressione sanguigna, è possibile avvertire le persone prima che i problemi di salute si verifichino. È ciò che fa a grandi linee ad es. Apple watch con la misurazione di pulsazioni, elettrocardiogrammi e ora anche saturazione nel sangue. Il medico personale al polso non è più così lontano. www.giornatedigitali.swiss  57


SOPRAVVALUTATI

Concerti virtuali

Per un po’ è sembrato che fossero la grande scoperta. Esperienze reali trasferite nel mondo virtuale: come un concerto in modalità a 360 gradi con gli occhiali di realtà virtuale (VR) o una visita digitale dei luoghi più belli al mondo dal divano di casa. Di primo acchito è impressionante, ma sul lungo termine non entusiasma. I limiti tecnici dei goffi headset VR possono essere risolti, ma non si può riprodurre l’emozione molto più intensa del palco dal vivo o di una spiaggia da sogno. L’unica cosa che funziona bene nella realtà virtuale è l’immersione in mondi artificiali, come nei giochi.

Robot domestici completamente automatici

Che bel sogno; basta premere un pulsante e tutto l’appartamento è pulito, dalle finestre alla toilette. Ma ciò resterà un sogno ancora a lungo, anche se già oggi esistono vari aiutanti digitali per i lavori domestici: gli aspirapolvere robot o le lavatrici connesse, che però sbrigano i lavori solo parzialmente. La situazione non cambierà nei lavori domestici digitali, poiché creare un robot umano, come nei film di fantascienza, che sa fare tutti i lavori è incredibilmente complesso e inefficiente.

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Foto: Shutterstock, Imago

Droni per passeggeri Sesso virtuale

L’industria del porno con tutte le propaggini erotiche è considerata il motore delle rivoluzioni tecnologiche. Ad es. su piattaforme come «Only Fans», dove in cambio di denaro si ha accesso diretto alle star. Inizialmente sono state soprattutto le pornostar ad avvalersene, ma ora anche cantanti o musicisti che dietro pagamento svelano qualche piccolo o grande segreto su di loro. L’attività sessuale su Internet, ossia il nocciolo del cybersesso, resta però tuttora confinata nell’ombra. Per quanto si possa amare la tecnologia, la simulazione sessuale con l’ausilio di HMD, occhiali virtuali o guanti VR non ha avuto alcuna chance nemmeno durante il lockdown causato dal coronavirus.

I droni sono una soluzione per il trasporto di merci e persone? Questa è la tesi di varie start-up multimilionarie in tutto il mondo. Cattura l’immaginazione soprattutto l’utilizzo dei droni come taxi volanti nelle città. Numerose questioni legali vanno però ancora accertate; e anche in linea di principio questi taxi droni non risolvono il problema del traffico nelle città. Per non parlare dell’uso di risorse totalmente inefficiente di apparecchi volanti di qualsiasi genere. Pertanto, nei prossimi anni i voli in drone sopra le città saranno sicuramente una realtà, ma più come attrazione turistica, analogamente ai voli in elicottero, che come valida alternativa ai mezzi pubblici o alla mobilità elettrica.

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IN COOPERAZIONE CON

Con l’introduzione dell’ufficio digitale, UBS intende utilizzare le risorse in modo ancora più efficiente ed efficace. Da questo trarranno beneficio sia l’ambiente che i collaboratori, ma soprattutto i clienti. Da UBS il processo di digitalizzazione è in piena realizzazione: l’obiettivo della più grande banca universale svizzera è quello di creare il ufficio digitale, un ambiente quanto più digitale possibile per il personale in Svizzera. «Abbiamo dato vita a un programma con l’intenzione di digitalizzare in modo coerente e di mappare senza interruzioni dei media i nostri processi aziendali, dall’interfaccia con il cliente all’intera catena di produzione», spiega Karin Oertli, COO di UBS Svizzera. Tutto questo ha come risultato un’elaborazione digitale efficiente, sostenibile e completamente scalabile delle commesse dei clienti. Ulteriori incarichi e grossi volumi possono essere evasi senza perdite di tempo e di qualità. I clienti di UBS beneficiano così di un enorme risparmio di tempo, ma non solo: possono anche utilizzare sempre più servizi online da casa o fuori casa con lo smartphone. Visto che i robot si occupano sempre di più delle attività ripetitive dietro le quinte, i collaboratori possono concentrarsi maggiormente su mansioni a valore aggiunto, ovvero sulla consulenza e sul supporto ai clienti. Il servizio sarà nel 60 www.giornatedigitali.swiss

complesso migliore e più veloce, contribuendo a sua volta a migliorare la soddisfazione del cliente. A medio termine la clientela godrà di vantaggi ancora maggiori: all’insegna del termine ombrello «Operational Excellence», UBS si impegna a utilizzare le risorse in modo efficiente ed efficace per fornire ai clienti un’esperienza sostenibile e coerente su tutti i canali. Fanno parte di questa esperienza le offerte concrete come, per esempio, per il finanziamento della casa. In questo contesto si è affermato «key4 di UBS» che consente agli utenti di richiedere una nuova ipoteca o di prolungarla in pochi minuti. Inoltre, nella primavera 2020 è stata introdotta la Digital Mailroom, la trasformazione del sistema di posta precedentemente basato soprattutto su carta in un ambiente completamente digitale. Un’impresa titanica poiché, a causa del coronavirus tutto doveva essere fatto rapidamente: le lettere, i moduli o i contratti fisici rimanenti sono stati fatti migrare nella Digital Mailroom utilizzando la scansione e il riconoscimento ottico dei caratteri, in modo che i collaboratori possano

avere accesso ai documenti ed elaborarli in un ambiente informatico sicuro. Ciò ha anche il vantaggio di evitare tempi di attesa e di proteggere l’ambiente, poiché tutta la posta esterna è ora digitalizzata. Dall’inizio di quest’anno è stato possibile elaborare nella Digital Mailroom 366’000 lettere e conseguentemente 600’000 documenti che corrispondono a due milioni di pagine o all’equivalente di dieci tonnellate di carta. Anche i robot vengono utilizzati sempre di più da UBS. Sei di questi utili assistenti sono stati costruiti e resi disponibili in pochissimo tempo con l’inizio della pandemia di coronavirus per gestire l’enorme volume di richieste di crediti transitori che la banca ha fornito nell’ambito del programma di credito Covid per le PMI. In questo modo, le richieste sono state elaborate in meno di mezz’ora e nelle prime 48 ore è stato gestito l’enorme numero di oltre 12’000 richieste di credito, in totale sono state elaborate 24’000 richieste dai collaboratori di UBS con il supporto dei bot. «Con i nostri sforzi vogliamo aiutare i clienti a facilitare l’interazione e ad aumentare ulteriormente la velocità. In primo piano c’è anche la necessità dei clienti di servizi digitali che desideriamo soddisfare in modo innovativo e agile», precisa la COO Karin Oertli, illustrando la strategia della robotica. L’obiettivo a lungo termine di UBS: grazie all’utile supporto dato dai robot ai collaboratori, e a tutti gli sforzi nel campo della tecnologia digitale, il banking dovrebbe diventare ancora più a misura di utente e veloce.

Foto: Getty Images

IN CHE MODO I CLIENTI UBS SVIZZERI TRAGGONO VANTAGGIO DALLA DIGITALIZZAZIONE


ECCO COME UBS RIVOLUZIONA IL FINANZIAMENTO IMMOBILIARE Anche nel mondo delle banche, presente e futuro sono digitali: le piattaforme online si impongono nel campo del finanziamento dell’abitazione di proprietà. UBS si sta affermando in questo settore come «game changer», facendosi largo con la sua offerta digitale «key4 by UBS».

F

ino ad ora finanziare un immobile era un processo lungo e complicato; gli acquirenti dovevano prima di tutto farsi strada attraverso una giungla di offerte, studiare i tassi d’interesse e la loro durata, parlare con diversi finanziatori, presentare dossier e infine richiedere e confrontare le offerte. Troppo laborioso e impegnativo in un’era in cui tutti sono sempre più affaccendati. Sono richieste soluzioni con le quali la maggior parte delle questioni può essere gestita in modo digitale, semplice e sicuro tramite smartphone. Le piattaforme e gli operatori digitali sono quindi considerati un modello di successo in quasi tutti i settori. Il motivo: l’incontro di diversi fornitori di prodotti e servizi identici, o che si integrano sulle piattaforme, rende il processo trasparente per i clienti offrendo soluzioni semplici su un determinato tema in modo rapido e semplice da un unico partner. È proprio qui che entra in gioco UBS con la sua nuova piattaforma di finanziamento immobiliare. «key4» accelera in modo considerevole le comuni procedure. Gli interessati che desiderano rinnovare un’ipoteca o stipularne una nuova avranno tutto pronto in pochi click. Dopo aver fornito qualche informazione sul quadro finanziario dell’ipoteca desiderata, sull’immobile, sulla propria situazione finanziaria e sulle preferenze personali, si ricevono le migliori offerte da vari finanziatori, ripartite in modo trasparente secondo i costi mensili. Un algoritmo intelligente rende possibile tutto questo. I finanziatori sono investitori istituzionali svizzeri selezionati, fondazioni d’investimento, casse pensioni e la stessa UBS. Una vera innovazione in quanto, invece di stipulare l’ipoteca con un unico creditore, come di prassi fino ad oggi, i clienti di key4 possono stipulare la loro ipoteca in più tran-

che alle migliori condizioni con un massimo di tre investitori. Per esempio, possono combinare un’ipoteca SARON dalla corta durata tramite una banca e/o un’ipoteca a tasso fisso della durata da 1 a 15 anni con una cassa pensioni. Nella realizzazione di questo pacchetto completo personalizzato, i clienti key4 sono assistiti da consulenti esperti, gratuitamente e in modo flessibile, disponibili anche dopo l’orario d’ufficio e il sabato, per telefono o videochiamata. Una volta conclusa l’ipoteca, i clienti possono affidarsi a un unico interlocutore; UBS si occupa dell’amministrazione, della consulenza e della gestione dell’ipoteca. La banca si afferma in questo caso come un vero e proprio «game changer» del settore, assumendo il duplice ruolo di finanziatore e intermediario di ipoteche e tranche di vari finanziatori. Con key4, UBS ha presentato una proposta per la digitalizzazione del settore ipotecario, ma é solo l’inizio di una lunga evoluzione. Nel medio termine, la banca punta a un ecosistema aperto che offra ai clienti una panoramica dalla A alla Z sul tema abitazione di

proprietà. Concretamente, oltre al finanziamento, si tratta anche di offerte per la ricerca di un appartamento o di una casa, per l’arredamento, la ristrutturazione, la gestione, ma anche l’assicurazione e il 3° pilastro. A questo scopo sono già state avviate ulteriori partnership indispensabili per la realizzazione di questo sistema. Il portale «Houzy», per esempio, mette a disposizione dei proprietari di abitazioni strumenti online e una rete di artigiani. A breve verranno aggiunti altri partner. Contestualmente allo sviluppo di questo complesso di servizi, verranno migliorate di continuo le soluzioni esistenti, facendo particolare riferimento ai feedback degli utenti. «User Centricity» è un’importante parola chiave per UBS. Durante lo sviluppo di key4, infatti, sono stati effettuati test con prototipi e circa 300 utenti per sviluppare l’offerta passo dopo passo insieme ai clienti e per migliorarla continuamente testandola su di essi. Questo approccio agile consente a UBS di reagire in modo ancora più flessibile alle condizioni di vita individuali e variabili dei clienti.

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A terra: lo stratega della campagna elettorale di Donald Trump, Brad Parscale, viene arrestato il 27 settembre. Aveva tentato il suicidio.

Con lo slogan «It’s the economy, stupid!» («È l’economia, stupido!») Bill Clinton ha vinto le elezioni nel 1992. Ora il termine «economia» potrebbe essere sostituito perfettamente con «tecnologia». Peter Hossli

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Foto: AFP, Imago

IT’S THE TECHNOLOGY, STUPID!

È

stato uno shock per Donald Trump. A inizio ottobre il suo principale consulente ha rinunciato ai suoi incarichi. Giorni prima Brad Parscale era stato ospedalizzato, perché voleva suicidarsi. Fino a quel momento Parscale aveva orchestrato la campagna elettorale data-driven del Presidente, cercando di determinare con algoritmi e microtargeting dove era più opportuno attivare pubblicità elettorale. Cosa più importante che mai quest’anno. A causa della pandemia la campagna si è svolta prevalentemente in forma digitale. E dopo che Trump è risultato positivo al Covid-19 a inizio ottobre, si è trasferita a tratti integralmente nello spazio digitale. Parscale avrebbe potuto far comodo a Trump. Alle urne non vince la persona con il programma migliore, bensì chi sa gestire meglio la tecnologia emergente. Fino alla sua uscita di scena Parscale era il genio digitale del team di Trump. In particolare sapeva dove si


Trump ridicolizzato dagli adolescenti su TikTok: il presidente durante la campagna elettorale il 20 giugno a Tulsa, Oklahoma, in uno stadio mezzo vuoto.

informano gli elettori. Nel 2016 aveva capito che Facebook era il mezzo decisivo per vincere le elezioni, e vi aveva individuato i temi che smuovevano gli animi – affinando così le affermazioni di Trump. Un investimento nel futuro Il Presidente e il suo stratega pluriennale si conoscono dal 2010. Allora il gigante di oltre due metri gestiva una piccola agenzia digitale a San Antonio, Texas. Per 10 000 dollari creò un sito web per Trump. Il basso prezzo era un investimento nel futuro. Sono poi seguiti incarichi dalla moglie Melania Trump e dal figlio Eric.Infine, Parscale ha concepito il sito per la campagna elettorale di Trump. Doveva riflettere sulla strategia digitale. «Se Trump vuole diventare Presidente, deve sfruttare Facebook a suo vantaggio», pare aver detto a Jared Kushner, il genero di Trump. «Lasciami fare e lo aiuterò a vincere.» In un edificio adibito a uffici a San Antonio Parscale ha diretto un team

100 persone, chiamato «Project Alamo», che ha condotto una campagna elettorale aggressiva su Facebook. Sapeva infatti che quasi tre quarti degli americani adulti usa Facebook, in particolare le generazioni più anziane e conservatrici, che vivono nelle aree rurali – persone di cui il repubblicano Trump aveva bisogno per battere l’antagonista democratica Hillary Clinton.Quest’anno ha cercato di riprodurre e intensificare lo stesso principio, sfruttando in modo mirato la «maggioranza silenziosa» d’America, tuttora principalmente su Facebook, anziché interessarsi ai media tradizionali. E ha avuto successo, come illustra il giornalista del «New York Times» Kevin Roose. Dato che i voti dei conservatori sono plasmati perlopiù dai dibattiti su Facebook. Roose ha valutato giornalmente i link attivati e commentati su Facebook pubblicando una «hit parade» @FacebooksTop10 sul conto Twitter. I temi che stanno a cuore ai conservatori e

Trump sono più popolari che liberali. Su Facebook si ritiene infatti che Trump lotti in maniera efficace contro la crisi legata al coronavirus, mentre i simpatizzanti del «Black Lives Matter» siano tutti saccheggiatori violenti. Ma cosa significa ciò per l’esito delle elezioni? Che il risultato potrebbe essere più risicato di quando emerge dai sondaggi. Il democratico Joe Biden è in vantaggio, ma su Facebook i contenuti conservatori sono condivisi più spesso di quelli liberali. Il gentile Joe Tutto diverso con Joe Biden, che è poco interessato alla campagna elettorale digitale. Quando il partito ha appoggiato la sua candidatura nel marzo 2020, il suo team digitale era composto da 19 persone. Ora sono 200 e si occupano – con successo – soprattutto di raccogliere fondi online. La strategia digitale di Biden è il contrario di quella di Trump: non aggressiva, bensì conciliante. Al «rumore» di Trump contrappone il  www.giornatedigitali.swiss  63


Sudaticcio e grigio: Richard Nixon perde il primo duello televisivo della storia e viene eletto John F. Kennedy.

gentile Joe. Biden ritiene che una campagna digitale tranquillizzante sia efficace in questo periodo caotico. «La modalità con cui raccogliamo fondi online rispecchia il modo in cui il Vicepresidente raccoglie fondi, ossia mostrando gratitudine, coinvolgendo le persone e facendole sentire parte di qualcosa», afferma Rob Flaherty, che dirige la strategia digitale di Biden. «Le persone si sentono così legate alla campagna e vogliono contribuire con più fondi.» Truccato male al dibattito in TV La storia non depone però a favore di una campagna elettorale così difensiva. Quantomeno esistono innumerevoli esempi che dimostrano quanto sia rilevante dominare il mezzo emergente del momento. Un passo falso dalle gravi conseguenze lo fece il 26 settembre 1960 l’allora Vicepresidente Richard Nixon. Indossò un completo grigio in televisione, in occasione del primo dibattito TV dal vivo tra due candidati alla presidenza. Il completo dell’avversario John F. Kennedy era blu scuro e spiccava nello schermo in bianco e nero. Invece la giacca di Nixon e lo sfondo dello studio televisivo a Chicago erano entrambi grigio chiaro, cosicché Nixon sparì nello schermo come un camaleonte.Ma non è tutto. Nixon rifiutò il trucco. Il suo volto era rigato dal sudore e risultava pallido e mal rasato. Kennedy, che si era fatto incipriare, appariva in-

Il verdetto dei social media: il 28 maggio, Donald Trump interviene contro Twitter e Facebook perché definiscono i suoi tweet come fake news.

vece giovanile e curato ai 70 milioni di spettatori, pari a due terzi degli americani, che a inizio novembre avrebbero votato per le presidenziali. La maggioranza concordò che Kennedy aveva vinto il dibattito. Non perché avesse trovato argomenti più intelligenti. Chi aveva sentito il duello in radio, dava vincente perlopiù Nixon. Kennedy aveva un aspetto migliore. E così Nixon perse per 120 000 voti. Il dibattito in TV è stato decisivo, ritengono gli storici. Kennedy aveva capito come sfruttare la televisione, il mezzo di comunicazione del mo-

l’allora Senatore USA sfruttò le offerte del social media in rapida diffusione. Aveva capito che in particolare i giovani elettori comunicavano perlopiù tramite Twitter. Obama diffuse notizie anche su YouTube, pubblicò foto personali dall’interno della campagna elettorale su Flickr, mobilitò i fans con messaggi brevi su Twitter. Su Facebook aveva cinque volte più amici dell’avversario John McCain. L’emittente news non-stop Per decenni gli americani hanno guardato la televisione tramite antenna. I network nazionali come ABC, CBS e NBC proponevano serie, sport e notizie. La TV via cavo ha svolto un ruolo secondario per molto tempo. Fino a quando un giovane Governatore dell’Arkansas entrò a far parte della scena politica. Anziché puntare sulla pubblicità costosa nei network televisivi, nell’anno elettorale 1992 Bill Clinton optò per gli spot alla TV via cavo, che consentivano una diffusione più economica e mirata geograficamente – fino all’elettorato desiderato. Clinton diminuì così notevolmente la disper-

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mento. Nove economie domestiche USA su dieci avevano un televisore. Dieci anni prima erano solo l’11 %. Il Presidente Twitter Barack Obama era soprannominato il «Presidente Twitter». Con grande maestria nell’anno elettorale 2008

Foto: AP, Imago, Twitter

CHI SA GESTIRE IL MEDIA DEL MOMENTO, DIVENTA PRESIDENTE.


sione di fondi in pubblicità. Inoltre, i suoi consulenti riconobbero l’effetto moltiplicatore dell’allora giovane emittente news non-stop CNN. Se i suoi concorrenti George Bush e Ross Perot lamentavano le basse quote di ascolti, Clinton appariva spesso da Larry King e ciò che raccontava al leggendario conduttore della CNN faceva notizia e titoloni altrove. È stato sempre Clinton a lanciare nel 1996, nel bel mezzo dell’anno elettorale, il primo sito web della Casa Bianca. Il suo avversario Bob Dole non aveva niente di simile da proporre. E Clinton riuscì a farsi rieleggere. La prima elezione su Internet Internet è stato decisivo per le elezioni per la prima volta nel 2004. Lo stratega repubblicano di George W. Bush aveva investito milioni per creare un sofisticato schedario di indirizzi e-mail. Poteva così indirizzare messaggi mirati sul Presidente Bush ai non elettori nei distretti a maggioranza democratica. Questo piano funzionò soprattutto con la popolazione di colore nell’Ohio, uno Stato federale che avrebbe deciso spesso le elezioni. Se a livello nazionale i voti afroamericani per Bush erano solo

l’8 %, nell’Ohio furono il 16 %. Sufficienti per battere John Kerry. La teoria secondo cui vince chi domina il mezzo del momento risale al 19° secolo, agli albori della democrazia americana. Allora per le elezioni presidenziali andavano per la maggiore i fumetti. Seguirono poi i volantini e i quotidiani. Le foto apparvero solo nel 1897 nelle riviste USA, ma da allora hanno un posto fisso. Un anno prima il candidato repubblicano alle presidenziali William McKinley fornì una dimostrazione eclatante del loro effetto. Viaggiò per la nazione facendosi ritrarre in ogni occasione, a volte solo, a volte circondato dalla folla. Fece stampare foto su oltre 100 milioni di volantini. A tal fine McKinley sborsò sei milioni di dollari, un importo venti volte superiore al suo avversario democratico. I volantini non venivano distribuiti ovunque dagli attivisti: lo stratega politico di McKinley, Mark Hanna, individuò in quali circondari bisognava andare a caccia di voti, dando inizio a una tecnica affinata in seguito per decenni da altri strateghi: ossia la pubblicità mirata agli elettori. Spot televisivi Dopo la Seconda guerra mondiale le multinazionali USA puntarono sempre più sugli spot in TV per promuovere i loro prodotti. Ma furono le presidenziali del 1952 a consacrare definitivamente la pubblicità in televisione. Il Generale Dwight Eisenhower ingaggiò un’agenzia di New York per girare dozzine di spot, di al massimo 30 secondi, che inondarono le pause pubblicità delle serie popolari in prima serata. Nella lavorazione erano simili alla pubblicità per i detersivi. Da rigido soldato lo trasformarono in un politico cordiale e accessibile. Il suo avversario giudicava troppo banale una tale pubblicità: così l’acuto Adlai Stevenson rinunciò agli spot in TV e perse le elezioni. Lyndon B. Johnson ereditò il mandato presidenziale dopo l’uccisione di Kennedy nel novembre 1963. Riuscì a tornare alla Casa

Record: l’esultanza di Barack Obama per la sua rielezione nel 2012 è stata ritwittata per ben 645 310 volte in dieci ore.

Bianca con un nuovo trucchetto, la pubblicità negativa. Nel leggendario spot «Daisy Girl» fece infatti apparire il repubblicano Barry Goldwater come un balordo, che metteva in pericolo il sacro mondo americano in piena guerra fredda e con cui si rischiava un inverno nucleare. Rivoluzionario fu anche il fatto che Johnson fece trasmettere lo spot una sola volta. Bastò per dare il via a uno scandalo nazionale. Esperti si presentavano ai notiziari per dibattere sullo spot, che di conseguenza veniva spesso mostrato nei notiziari delle emittenti TV. In seguito, Johnson prese le distanze da questo spot, alimentando così ulteriormente il dibattito. Una tattica, che da allora viene copiata da candidati politici e multinazionali USA nella pubblicità di prodotti.

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ARTE IA Collaborazione uomomacchina: l’artista cana­ dese-americana Sougwen Chung è considerata una pioniera nel campo. In una performance illustra come l’IA autoaddestrata e la mano dell’uomo stendono il colore sulla tela.

Il creativo turco Refik Anadol trasforma la chiesa Sainte-Claire a Vevey (VD) in una gigantesca installazione audiovisiva con l’ausilio di algoritmi. La visitatrice diventa parte integrante, dato che i suoi schemi di movimento come pure i suoni e le imma­ gini sono digitalizzati e trasformati in algoritmi.

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Foto: Obvious, PD, Picture Alliance/Photosho, Keystone/Laurent Gillieron

Nell’opera di Mario Klingemann «Memories of Passersby I» sono riprodotti in continuazione su monitor LCD volti di artisti rinomati, noti e sconosciuti, trasformati, mischiati e sempre nuovi – da reti neurali artificiali capaci di apprendere.


Première alla casa d’aste Christie’s: il «Ritratto di Edmond Belamy» è stato il primo quadro creato dall’IA ad essere battuto per 432 500 dollari.

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La «guerra fredda» digitale: la disputa tra Der Zwei mächtige Männer im Wirtschaftskrieg: Donald Trump e US-Präsident il presidente cinese Jinping Streit zwischen DonaldXiTrump und riguarda anche aspetti apparentemente Chinas Präsident Xi Jinping eskaliert undinnocui trifft come la piattaforma social media auch vermeintlich harmlose DingeTikTok. wie die Social-Media-Plattform TikTok.

La disputa commerciale tra USA e Cina va ben oltre una semplice piattaforma video: frena il progresso. Peter Hossli

I

l presidente americano Donald Trump, il 13 settembre scorso, ha annunciato di voler vietare l’uso dell’applicazione TikTok negli Stati Uniti, gettando così nello sconforto gli adolescenti del mondo intero. La sua interruzione era prevista già per novembre 2020. Oltre a minacciare sanzioni nei confronti dei Paesi occidentali che non lo avrebbero seguito, aveva sottolineato che la piattaforma della società cinese ByteDance è un rischio per la sicurezza degli USA poiché sottrae grandi quantità di dati americani e li inoltra ai comunisti di Pechino. Per qualche giorno, i genitori avevano sperato che i loro figli avrebbero rivolto la loro attenzione ai libri, anziché trascorrere tutto il loro tempo su TikTok. Sette giorni dopo, ecco la svolta: le due società americane Oracle e Walmart annunciano di rilevare la parte non cinese di TikTok per inglobarla nel marchio

TikTok Global e renderla opera­ tiva sui server ame­ricani. Il presidente Trump è stato dunque acclamato come mediatore. «Gli utenti di TikTok possono tirare un sospiro di sollievo», titolava la Neue Zürcher Zeitung, riferendosi agli adolescenti, che avrebbero così ridato un senso

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alla propria esistenza.Ben diversa la prospettiva dei cinesi: si sono sentiti umiliati. L’editore del quotidiano filogover­ nativo «Global Times» di Pechino ha definito la vendita di TikTok una «rapina». Negli Stati Uniti vigerebbero nuovamente i metodi del selvaggio west.

Cosa è accaduto? Perché il presidente degli Stati Uniti si sta accanendo contro una semplice appli­ cazione di intrattenimento? La questione è complessa, si tratta del più grande conflitto della nostra epoca; tra Cina e Stati Uniti infuria una feroce guerra commerciale che

Foto: AFP

LA GUERRA


CIBERNETICA va ben oltre TikTok, poiché riguarda tutto il mondo occidentale e la Cina, anche se attualmente sono soprattutto gli Stati Uniti a contrastarla. La Cina si è posta un obiettivo ambizioso: diventare la più grande potenza economica del mondo entro il centenario dalla fondazione

della nuova Cina, ossia il 2049. Per i Cinesi, lo scopo giustifica i mezzi, anche quelli sleali: praticano lo spionaggio industriale, chiudono i mercati, attaccano i concorrenti con prezzi di dumping e sovvenzionano le loro aziende con miliardi provenienti dalle casse dello Stato. E questa disputa

commerciale sembra dover durare a lungo: gli economisti si aspettano che si protragga persino per decenni. Il presidente Trump è circondato da consiglieri della Casa Bianca che vedono la Cina come una grave minaccia e già nel 2017 lo avevano esortato ad affrontare Pechino. Inizial- 

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mente Trump si era limitato alla retorica, da due anni però impone drastici dazi sulle importazioni ottenendo almeno qualche concessione dalla Cina. La disputa che ha per oggetto TikTok è una nuova guerra fredda, con scenari reali e digitali che vanno da oltre un milione di musulmani uiguri imprigionati nella regione cinese dello Xinjiang e sottoposti a gravi violazioni dei diritti umani, al declino delle libertà di Hong Kong, un tempo democratica, alle flotte nel Mar Cinese Meridionale e alle conseguenze della pandemia di Covid 19, iniziata in Cina, che sta colpendo duramente gli Stati Uniti. Lo spazio digitale è particolarmente conteso: in Cina le applicazioni americane come Facebook, Twitter o Instagram sono vietate. L’attacco di Trump alle app cinesi come WeChat o la piattaforma di e-commerce PinDuoduo è un’azione di rappresaglia.

Ma non solo: la sicurezza nazionale è «piuttosto debole» come argomento, secondo l’esperto di sicurezza informatica del Council on Foreign Relations, Adam Segal. «TikTok è la prima piattaforma di social media cinese veramente globale», ha dichiarato Segal a «Time». Trump intende

di fronte ad un’arena quasi vuota. Ancor prima che Trump mettesse in ginocchio Tik Tok, aveva già messo gli occhi sulla società tecnologica cinese Huawei. Anche sotto il presidente Barack Obama, la società era considerata un rischio per la sicurezza americana e per la privacy dei cittadini americani. Durante l’amministrazione Trump, la guerra a Huawei si è ulteriormente intensificata. Su mandato degli americani, nel dicembre 2018, la polizia canadese ha arrestato la direttrice finanziaria della società, Meng Wanzhou. L’accusa: Huawei avrebbe eluso le sanzioni contro l’Iran. Contemporaneamente il governo statunitense ha vietato l’utilizzo dei dispositivi Huawei nelle reti 5G su tutto il territorio nazionale. I diplomatici americani stanno stringendo un’alleanza mondiale contro Huawei, in particolare con Regno Unito, Australia, Canada, Giap-

contrastare questi successi commerciali cinesi per tutelare l’industria nazionale. Inoltre, ha un conto in sospeso: in occasione del suo raduno elettorale a Tulsa, in Oklahoma, nella scorsa estate, gli utenti di TikTok hanno acquistato migliaia di biglietti, senza presentarsi all’appuntamento. Il presidente si è ritrovato in imbarazzo

Arrestata in Canada su mandato degli USA: la direttrice finanziaria di Huawei, Meng Wanzhou, all’arrivo alla sua prima udienza a Vancouver.

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Foto: Getty Images, Screenshot TikTok

ALLA FINE NESSUNO USCIRÀ VINCENTE DA QUESTA DISPUTA.


pone, Nuova Zelanda, India e Germania, a cui hanno chiesto di escludere Huawei dalla realizzazione delle loro reti nazionali 5G. Sarebbe molto pericoloso incaricare un’azienda cinese controllata dallo Stato della realizzazione di una rete wireless essenziale per il futuro economico. Il presidente degli Stati Uniti ha persino minacciato la cancelliera tedesca Angela Merkel di ritirarsi dal comune accordo di intelligence se la Germania si fosse rivolta a Huawei per il 5G. La Cina, da parte sua, ha aumentato la pressione sugli alleati degli americani: chi vieta Huawei dovrà attendersi sanzioni da Pechino, con un accesso più difficoltoso alla seconda economia più grande del mondo e Huawei ha abbassato i prezzi di Nokia ed Ericsson, rendendo i cinesi più convenienti dei fornitori scandinavi. Inoltre, diversi paesi, come il Regno Unito, impiegano la tecnologia cinese nelle loro reti 4G; se dovessero rinunciare a Huawei per il 5G, sarebbero costretti ad apportare onerose modifiche alle loro reti esistenti. L’impiego del 5G subirebbe ritardi di anni. I membri dell’UE si sono trovati tra l’incudine e il martello: l’America e la Cina. Ancora la scorsa primavera, l’UE ha rinunciato ad applicare il divieto per Huawei, ma ha raccomandato di limitare il suo margine d’azione considerato rischioso. La Gran Bretagna si è allineata al vago compromesso dell’UE. La Cina godeva di un apparente vantaggio sugli Stati Uniti nella guerra tecnologica. Poi, a luglio di quest’anno, il primo ministro britannico Boris Johnson ha riconfermato l’amicizia transatlantica, vietando i prodotti cinesi per le reti 5G. Tutti i dispositivi Huawei dovrebbero inoltre scomparire anche dalla rete 4G entro il 2027. L’India ha seguito la Gran Bretagna; poco dopo, Israele ha messo al bando Huawei. Trump non si limita ad attaccare l’azienda cinese solo in termini di reti; dal maggio 2019, infatti, ha vietato alle aziende statunitensi di fornire chip e software a Huawei. Aziende come Google, Micron e Qualcomm hanno accusato notevoli perdite di fatturato. Il divieto non riguarda solo i produttori di chip americani, ma

quasi tutti i produttori di chip fuori dalla Cina in quanto dipendono direttamente dalla tecnologia americana. Senza chip esteri, sarà difficile per Huawei realizzare, a sua volta, le stazioni base per le reti 5G. Le aziende cinesi dipendono dai chip statunitensi; al contempo, sono i clienti più importanti per le aziende tecnologiche americane. Trump sta arrivando al punto di sacrificare parte del fatturato delle aziende statunitensi in modo da danneggiare Huawei e altre aziende cinesi. Come risponde la Cina? Con enormi aiuti statali finalizzati a realizzare la propria industria di semiconduttori. Il gigante delle comunicazioni ZTE, oltre ai telefoni cellulari, in futuro produrrà chip propri. L’azienda, sospettata di spionaggio industriale negli USA, finora ha conseguito grandi risultati, ma gli esperti ritengono che ci vorranno anni, se non decenni, prima che la Cina possa raggiungere gli Stati Uniti. La Cina ha altre armi nel suo arsenale: aziende americane come Apple, Intel e Microsoft fabbricano i loro prodotti in parte su suolo cinese. Se la disputa tra i due paesi dovesse ulteriormente intensificarsi, la Cina potrebbe ordinare la chiusura di queste fabbriche, con conseguenze fatali per Silicon Valley. Non è ancora chiaro se si arriverà a tanto, ma una cosa è certa: dopo decenni di stretta collaborazione, gli Stati Uniti e la Cina si stanno allontanando sempre più in ambito tecnologico. Il prezzo da pagare sarà molto alto per entrambe le parti e i consumatori ne risentiranno con un probabile rialzo dei prezzi dei dispositivi e dei servizi digitali. L’introduzione della rete 5G potrebbe inoltre subire dei ritardi nel mondo intero. Non sono quindi gli oppositori della rete 5G a mettere a rischio la rete wireless super veloce, ma la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Questa disfunzione va ben oltre l’ambito digitale: la società industriale conglomerata cinese «Dalian Wanda Group», che impiega 160 000 persone, detiene l’azienda di marketing per lo sport Infront, che commercializza i Giochi Olimpici, la Fifa e l’Uefa.

Il video più cliccato su TikTok: il top influencer americano Michael Le ha ricevuto 25,4 milioni di likes con il suo video di danza sulla scala mobile.

La più grande catena di cinema statunitense AMC Cinemas appartiene a Wanda, così come lo studio di Hollywood Legendary Entertainment. Ora Wanda teme di diventare «la prossima Huawei», la società schiacciata dal governo americano. I rapporti sono ormai gelidi ovunque. Entrambi i Paesi hanno chiuso i rispettivi consolati, allontanando diplomatici e giornalisti dal Paese. I cinesi con legami con l’esercito cinese non potranno più studiare negli Stati Uniti. Trump sta persino pensando di imporre il divieto di entrata negli Stati Uniti a tutti i membri del Partito comunista cinese: 92 milioni di persone, senza contare le loro famiglie. L’obiettivo americano è chiaro: accedere con le proprie aziende al mercato cinese in continua crescita. Ma finché Facebook, Twitter o Google ne saranno esclusi, è probabile che il governo statunitense adotti provvedimenti contro i fornitori cinesi e questo, indipendentemente da chi risiederà alla Casa Bianca. www.giornatedigitali.swiss  71


INTERCONNESSI… Chi può svolgere il proprio lavoro in modalità digitale è su un’isola felice, mentre gli altri sono esposti al rischio di povertà. Si impone un intervento a livello digitale. Marc Neumann nari ha fatto il resto. L’1 % degli americani più ricchi detiene pur sempre quasi il 55 % dei titoli negoziati sui mercati. La crescente disparità socio-economica si rispecchia nell’immagine della ripresa a «K» di economia e mercato del lavoro dopo la crisi. Proprio ricalcando la sagoma della lettera, la crescita di alcuni settori economici è rivolta verso l’alto, mentre altri settori sono sempre in picchiata – e il divario salariale diventa più ampio. Ad avere una buona parte di responsabilità per questa evoluzione vi è l’aumento del

una progressione pari al 1000 % circa. Oggi un CEO guadagna in media 320 volte più di un impiegato. Da quando è scoppiata la pandemia di Covid-19 è probabile che il fenomeno si sia ulteriormente accelerato. Mentre negli USA la pandemia è costata il lavoro a 40 milioni di persone, secondo i media, fino a inizio settembre i miliardari americani hanno guadagnato complessivamente ben oltre mezzo miliardo di dollari americani. Da un lato molti servizi tecnologici e modelli commerciali sono stati oggetto di una forte richiesta durante la chiusura generalizzata provocando un’impennata degli utili e del valore delle aziende. D’altro lato una parte dei 637 miliardi di dollari americani è stata stanziata come «stimulus money», ovvero fondi che mirano a rilanciare l’economia. La liquidità con cui i superricchi con molto contante hanno tenuto a bada la volatilità dei corsi azio-

telelavoro. In primavera l’annuncio della chiusura generalizzata – e quindi anche delle scuole – ha suddiviso vincitori e perdenti della crisi in base al criterio del telelavoro: chi può lavorare da casa risulta tra i vincitori, chi invece non ha questo privilegio figura tra i perdenti. I cosiddetti «knowledge worker» attivi in ambiti economici affini alla tecnologia, informatizzati e virtuali possono svolgere il loro lavoro basato sulle conoscenze da un ufficio casalingo. Gli impiegati di gastronomia, agricoltura, pesca o di aziende industriali e di produzione che lavorano senza sosta nel mondo reale perdono invece il proprio lavoro. Jonathan Dingel e Brent Neiman, entrambi professori alla Booth School of Business dell’Università di Chicago, stimano che negli USA circa il 97 % dei servizi giuridici e l’88 % degli impieghi nell’amministrazione aziendale e nei servizi finanziari può essere

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Lontano dal coronavirus e da tutto il resto: l’isola privata Gladden Island al largo della costa del Belize è diventato un luogo di rifugio e di lavoro per i super ricchi.

svolto in regime di telelavoro. Per contro, solo il 3 % delle attività professionali nei trasporti, nell’agricoltura, nella pesca o nell’economia forestale può beneficiare di questa opzione. Il 37 % delle professioni che permettono il telelavoro registra inoltre salari più elevati ed è perlopiù concentrato nei distretti industriali urbani e negli agglomerati. Chi, invece, non dispone dell’infrastruttura tecnica per allestire un ufficio a casa, ai tempi del coronavirus finisce in un circolo vizioso di sottosviluppo digitale. Secondo uno studio dell’Università di Stanford, negli USA, solo il 65 % delle economie domestiche è dotato di Internet a banda larga sufficientemente performante per permettere delle videoconferenze. Quando si parla di telelavoro, un terzo delle persone attive ha poco di cui essere allegro. I «low skill, low wage worker» – lavoratori con scarso livello di competenze e salari bassi – spesso non

Foto: gladdenprivateisland.com

A

l più tardi dal 2013, dalla pubblicazione del libro di Thomas Piketty «Il capitale nel XXI secolo», è noto a tutti: i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sono sempre più poveri e il ceto medio sta scomparendo. Le spiegazioni dell’economista francese relative al divario salariale e patrimoniale sempre più ampio rientrano praticamente nelle conoscenze di cultura generale. La teoria non è nuova: stando a uno studio dell’Enterprise Policy Institute, dal 1978 negli USA il reddito medio dei CEO è costantemente incrementato raggiungendo


dispongono del margine di manovra finanziario per passare al telelavoro o per migliorare l’infrastruttura infor­ matica. Per contro, il coronavirus ha avuto un triplice effetto negativo sulle persone con redditi bassi e sulle mino­ ranze come latinoamericani o afroa­ mericani: oltre a tassi di infezione e di mortalità superiori a causa degli impie­ ghi con salari bassi e in settori a elevato rischio, questi gruppi etnici registrano anche tassi di disoccupazione più ele­ vati. Viene così a mancare la possi­bilità digitale per uscire con le proprie forze dalla crisi grazie al telelavoro. Il circolo vizioso digitale avrà effetti anche a lungo termine: la mancanza di Inter­ net a banda larga e computer perfor­ manti frena sistematicamente il per­ fezionamento professionale e la forma­ zione scolastica della prossima gene­ razione. Il divario della disuguaglianza socio-economica diventa perciò ineso­ rabilmente più ampio.

Il problema non si limita solo agli USA, si presenta anche nel resto del mondo. In Svezia e in Inghilterra, ad esempio, è stato possibile trasferire tra le mura domestiche oltre il 40 % dei posti di lavoro. In Messico o in Turchia questa opzione è stata per con­ tro possibile in meno del 25 % dei casi. In tutto il mondo, meno del 50 % della popolazione possiede un computer e appena il 60 % ha accesso a Internet. È quanto ha accertato Era Dabla-Nor­ ris, economista presso il Fondo mone­ tario internazionale (FMI), in uno stu­ dio dell’OCSE su 35 Paesi: «Una conta­ bile in America conosce la tecnologia e non ha problemi a usare un computer da casa sua» spiega Dabla-Norris. «Per contro, una contabile in una piccola città indiana userà probabilmente an­ cora carta e penna e invece del compu­ ter userà delle schede contabili.» Anche l’Europa non viene rispar­ miata dal divario sempre più ampio

della disuguaglianza dovuta alla nuova cultura lavorativa digitale. In base alle ricerche di Juan Palomino dell’Univer­ sità di Oxford svolte per 29 Paesi euro­ pei, anche alle nostre latitudini trova conferma la correlazione tra telelavoro e redditi più elevati. L’aumento dell’in­ dice di povertà ammonta in tutta Eu­ ropa tra 4,9 e 9,4 punti percentuali. Per le fasce di popolazione più povere ciò si traduce in un tasso di perdita dei redditi che può raggiungere il 16,2 %. A preoccupare maggiormente è il fatto che se prosegue la tendenza a favore del telelavoro diventerà ulterior­ mente più ampio anche il divario della disuguaglianza digitale ed economica. Sono infatti molti gli indizi a conferma che il telelavoro diventerà una costante. Un sondaggio condotto dalla società di consulenza KPMG tra 1300 CEO di tutto il mondo ha rivelato che du­ rante la pandemia vi era una netta mag­ gioranza (80 %) a favore di piani di  www.giornatedigitali.swiss  75


diffusione digitale. Al contempo, oltre due terzi dei dirigenti prevedeva una riduzione degli spazi adibiti a uffici. Diverse multinazionali, tra cui Fujitsu e Siemens, hanno già annunciato di voler rafforzare il telelavoro in modo permanente. Pinterest, gigante dei social media, era disposto a versare 90 milioni di dollari per rescindere un contratto di affitto per una superficie di quasi 50 000 metri quadrati dichiarando di voler puntare, in futuro, sul lavoro da postazione remota. In Svizzera queste rivoluzioni si possono percepire, ma sono meno evidenti rispetto a quanto accade nel resto del mondo. UBS, ad esempio, in un’intervista con il settimanale Handelszeitung ha affermato che un terzo dei collaboratori è in grado di lavorare da casa già dal 2009 – come reazione alla minaccia che a suo tempo rappresentava l’influenzasuina. Da allora la Svizzera, Paese che da sempre assume un ruolo di modello, ha adottato almeno in parte le misure necessarie. Il fatto che per molte aziende e lavoratori passare al telelavoro si sia rivelato più

semplice rispetto a quanto accaduto in altri Paesi ha permesso di attenuare gli effetti più gravi della pandemia nel confronto internazionale. Anche per questa ragione gli analisti economici di Credit Suisse a settembre hanno presentato risultati contrastanti seppure con spiragli di speranza. Altri Paesi farebbero carte false per annunciare tassi di disoccupazione che si aggirano attorno al 4 % come indicato dalle previsioni a medio termine fino al 2021. Le indennità in caso di lavoro ridotto hanno limitato il crollo dei redditi delle economie domestiche a una misura inferiore al 5 %, la previsione del PIL parte dal presupposto di una flessione del 4 % per il 2020. Al contempo, secondo il CS, durante la chiusura generalizzata le economie domestiche hanno risparmiato circa 8 miliardi di franchi, denaro che dopo l’allentamento delle misure è nuovamente confluito nel consumo favorendo così la ripresa economica. Tuttavia anche in Svizzera i lavoratori con salari bassi e la popolazione migrante – e non da ultimo i loro figli

Ben lungi da una situazione idilliaca: durante la crisi legata al coronavirus si è assistito alla distribuzione di alimentari in Svizzera.

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Foto: Kwystone/Jean-Christophe Bott

... NELLE RETI

– lottano per avere accesso alla nuova realtà offerta dal telelavoro. Inoltre si è visto che le donne potrebbero diventare le vittime nella nuova cultura lavorativa. La pressione di dover conciliare telelavoro, lavori domestici non retribuiti e assistenza a bambini e anziani verrebbe scaricata in misura superiore alla media sulle spalle delle donne. La conseguenza è che nella maggior parte dei casi sono le donne che durante la pandemia hanno dovuto frenare ambizioni di carriera e professionali rischiando in tal modo di perdere il contatto con il mondo del lavoro. I primi studi pubblicati, come ad esempio quello di McKinsey Global dello scorso luglio, confermano questa impressione. Le pari opportunità professionali e sociali dei sessi hanno subito una battuta d’arresto durante la pandemia – non nonostante, bensì proprio per l’aumento del telelavoro! La riduzione delle uscite per la locazione e le infrastrutture per gli uffici, la riduzione di viaggi di lavoro e spostamenti, così come la riduzione delle spese di manutenzione e d’esercizio avranno effetti positivi sul bilancio aziendale. Vi saranno benefici anche per il bilancio ambientale. Probabilmente una parte dei processi e delle procedure aziendali può avvenire in modo più semplice ed efficiente nell’ufficio digitale di casa propria. Le conseguenze sulle fasce di popolazione già economicamente deboli appaiono ciononostante serie. Per evitare che queste persone finiscano nel precariato si impongono iniziative nel settore dell’aiuto allo sviluppo digitale. In caso contrario aumenta il rischio che il divario digitale si allarghi ulteriormente – e con esso la disuguaglianza socio-economica. Attualmente non è ancora chiaro in che misura per la promozione dell’accesso a Internet e al telelavoro siano necessarie misure statali, non statali e private. Una cosa è certa: la soluzione di problemi legati alla disuguaglianza digitale può avvenire solo con una maggiore digitalizzazione. Se possibile prima che il divario raggiunga un punto di non ritorno.


NON TOCCARE, PREGO! Isolamento totale, modalità crisi perenne, tribalismo moderno. La realtà virtuale migliora costantemente per necessità. E la nostalgia di luoghi selvaggi, boschi e mare cresce. Che fare allora?

O

il futuro è l’anticamera fuligginosa dell’inferno o è clinicamente sterile. Perlomeno stando ai film di fantascienza. Nelle prime settimane del coronavirus sembrava proprio di viverlo un film del genere: abbiamo sperimentato la corsa al disinfettante e il terrore dei germi, abbiamo imparato a lavarci correttamente le mani e a mantenere le distanze. Tuttora quando usciamo di casa cerchiamo di non toccare nulla, paghiamo «senza contatto» e utilizziamo il dispenser del disinfettante all’ingresso del ristorante come se lo avessimo fatto tutta la vita. Quel che rimarrà della pandemia è il fatto di aver capito quanto sia fragile quella che consideriamo la normalità. Gli ottimisti del new work, il nuovo approccio al lavoro, esultano già al pensiero che ora tutte le imprese saranno costrette a cedere alle innovazioni digitali finora disdegnate. Il coronavirus diventa un acceleratore della trasformazione digitale, ma affinché questa abbia luogo non basta saper attivare il microfono per la riunione online. Oggi come ieri, nel campo del progresso tecnologico c’è ancora molto da fare. 78 www.giornatedigitali.swiss

Nei settori come quello dell’industria farmaceutica si è già un passo avanti in fatto di realtà virtuale (VR). Non sono da meno gli studi di architettura, l’industria automobilistica e il design industriale, dove la realtà virtuale trova sempre più applicazione. I mondi virtuali migliorano costantemente e diventano sempre più accessibili. Gruppi come Pfizer, Mattel e Nestlé puntano sulla VR per intensificare lo scambio tra i loro collaboratori. Invece d’incontrarsi in terrazza per una sigaretta, ci si vede sotto forma di avatar. Il che dovrebbe rendere il tutto più personale. Da tempo ormai fiere e visite di città sono virtuali, gli avatar vendono immobili e i candidati si esercitano per il test di assunzione. Forse presto sarà possibile spedire i propri risultati per il colloquio di lavoro, senza così essere giudicati in base al sesso o al colore della pelle. Un’occasione questa per garantire assunzioni più eque? Quanto al trionfo dei mondi virtuali, le opinioni però divergono. Le loro possibilità sono scarse e i problemi per costruirli ancora troppi. Il fatto è che ancora non fanno tendenza. Ma se non ora, quando? 

Fotos:Getty Foto: XXXXX Images

Leoni Hof


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PRESTO MANDEREMO IL NOSTRO AVATAR AL COLLOQUIO DI LAVORO? Alla fine è la domanda a influenzare questa evoluzione. Migliore è l’esperienza dell’utente, più rapidamente la tecnica s’impone. Una cosa è certa però: in futuro soppeseremo maggiormente quale forma d’incontro abbia davvero senso. Form follows function. Occorre una riunione con la presenza di tutti i partecipanti o basta un’email? È sufficiente una videoconferenza oppure bisogna riunirsi sotto 80 www.giornatedigitali.swiss

forma di avatar in 3D? Come viene influenzata la cultura aziendale se c’è la distanza? Come si fidelizza la clientela con i mezzi digitali? Non vengono abbandonati solo i palazzi di uffici, ma anche i negozi di quartiere, perché ormai la spesa si ordina online. Anche letture, concerti e lezioni di yoga serali si vivono ora allo schermo. Senza alcuna presenza fisica, Sotheby’s ha persino venduto all’asta un’opera di Francis Bacon per

la bellezza di 85 milioni di dollari. Tutto ciò funziona bene, anche se qua e là sembra mancare qualcosa. Che teatro è se gli spettatori in prima fila non temono più gli sputi del protagonista? E qual è il bello di un concerto se nell’aria non c’è odore di birra e sudore o se, a seconda dei gusti musicali, il russare del vicino non fa più da sottofondo al pianissimo del musicista? Nel suo saggio «The Coronation», il filosofo culturale americano Charles si chiede: «Vogliamo davvero che tutti gli eventi diventino virtuali? Per ridurre il rischio di un’altra pandemia, vogliamo proprio vivere per sempre in una società senza più abbracci e strette di mano?» Il bel nuovo mondo si reggerà sulla ponderazione. Con contatti fisici consapevolmente ridotti. E probabilmente anche senza i tre baci, che forse dopo questa pandemia non ci daremo più; anche perché noi non siamo francesi. Difficile però prevedere il futuro. Senza la sfera di cristallo è come andare avanti a tentoni nella nebbia. Un pronostico però possiamo osarlo: la voglia di un mondo tangibile non ci abbandonerà tanto presto. Perché ci tiene in vita. E perché più ci immergiamo nel mondo digitale, più la nostalgia di luoghi selvaggi, boschi e mare cresce. Cominciamo a renderci conto del valore degli incontri veri. Acquisiamo maggior dimestichezza nel passare dal mondo analogico a quello digitale, dove viviamo cose che nella realtà non si possono o non si riescono a fare. Il nostro bagaglio di esperienze si arricchisce. Il bel nuovo mondo sarà una sorta di «mixed reality». Un’occasione, forse, da cogliere al volo.


4,14 mia. di persone useranno Internet entro il 2021.

nuovi collaboratori ha dovuto assumere Digitec-Galaxus nel 2020 per far fronte alla presa d’assalto ai suoi servizi. Raffronto: Amazon parla di 100 000 ulteriori collaboratori solo negli USA.

114 %

di monitor in più da gaming sono stati venduti nel 2 trimestre 2020 in Europa.

80 mia. di dollari USA è stato il fatturato mondiale delle app. Per l’anno 2021 si prevede un fatturato delle app di 139 miliardi di dollari USA.

44 mio.

di download per l’app Among Us posizionandosi così al primo posto nella classifica mondiale di popolarità. (settembre 2020)

114 mio.

di dollari USA ha conseguito l’app di gioco Coin Master ed è così l’app con il fatturato più alto in settembre 2020. 82 www.giornatedigitali.swiss

87 %

delle donne nel mondo non usa Internet, rispetto al 42 % di uomini.

97 %

di quota di mercato ha reso Google il motore di ricerca più popolare al mondo. (settembre 2020)

della popolazione mondiale vive in prossimità di un’antenna di telefonia mobile e il 93 % di una rete 3G (o più).

6,6 %

85 %

degli svizzeri si avvale dell’offerta di almeno un servizio di streaming secondo un sondaggio di Moneyland.ch: soprattutto Netflix e Spotify sono in rapida crescita.

30 % di visitatori in più ha registrato Eat.ch sulla propria pagina web e app. (marzo 2020)

sono le spese degli svizzeri per telefono, Internet e televisione.

72 %

di cres vendite di stampanti in Svizzera. (settimana 14, 2020)

28 %

140000 nuovi clienti al mese ha registrato TWINT. Pari a una crescita del 60 % rispetto a prima del lockdown per il coronavirus.

dei partecipanti a un sondaggio di Global Drug Survey (GDS) ha affermato di consumare alcool prima del solito durante la crisi del coronavirus.

Fonte: Context, Statista, ITU data; Illustrazioni: Shutterstock

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La rivista delle giornate digitali svizerre dal 1°al 3 novembre 2020  

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