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neomaggiorenni per Rimini Social 2.0

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indice DOSSIER SUI MAGGIORENNI

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LE PAURE E I SOGNI DEI RAGAZZI IN AFFIDO, PERCEPITI IN UNO SGUARDO

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INTERVISTA A FEDERICO ZULLO CARE LEAVERS: ESPERIENZE IN ITALIA E NEL MONDO

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DIVENTARE GRANDI PRIMA DEGLI ALTRI. QUESTA È LA STRADA DEI RAGAZZI IN AFFIDO RIMINI E I NEOMAGGIORENNI LA STORIA DI AHMED

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25 LETTURE E FILM PER APPROFONDIRE 27 QUESTI TEMI INTERVISTA A UGO BRESSANELLO

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Il percorso verso l’età adulta per molti ragazzi in uscita da percorsi di sostegno sociale è più breve, più “ripido” e spesso più rischioso. Malgrado tutto e contro tutti i pronostici, alcuni di questi giovani ce la fanno

(Mike Stein)

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Immaginate di avere 18 anni. Immaginate di non avere una casa dove vivere, un lavoro, una famiglia su cui contare. È quello che accade, con diverse sfumature, a circa 3.000 ragazzi in Italia ogni anno (dati ufficiali non esistono, e anche questo è in qualche modo un segnale della persistente disattenzione nei loro confronti). Non stiamo parlando di numeri stratosferici né di costi economici spropositati. Stiamo parlando però di una porzione significativa di giovani che ha vissuto parte della propria infanzia o adolescenza in un contesto eterofamiliare (in casa-famiglia, comunità o affido) e che, una volta giunti alla maggiore età, si trovano completamente soli ad affrontare la vita adulta. Perché la loro famiglia è lontana, li ha lasciati partire soli per cercarsi un futuro migliore. Perché la loro famiglia è in difficoltà, assente o – peggio – è una famiglia violenta, incapace di prendersi cura di loro. O perché, come Mary (nome fittizio), la vita in casa insieme a due genitori con patologie psichiatriche molto gravi stava diventando insostenibile, e lei stessa rischiava di soma-

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tizzare e di subire un clima non favorevole alla crescita di una ragazza. “Sono stata io stessa a chiedere l’allontanamento, andando direttamente presso i servizi sociali - racconta - all’inizio i miei genitori non l’hanno presa molto bene. Mia madre ha vissuto i primi tempi come un attacco diretto dell’assistenza sociale. Eppure, dopo pochi incontri, quando hanno capito che questo allontanamento era per il mio bene, sono stati collaborativi, e quando hanno visto i miei miglioramenti, anche loro sono migliorati”. Tutto bene? Fino ad un certo punto, perché raggiunta la maggiore età per lo stato i ragazzi sono autonomi e non hanno più diritto a questi aiuti. In Italia sono definiti semplicemente “neomaggiorenni”, la letteratura internazionale parla di “young adults in transition from care to adulthood” o semplicemente “care leavers”.

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C’è una piccola quota di ragazzi ogni anno che può contare su un prosieguo amministrativo grazie a un provvedimento del Tribunale dei Minorenni. Ci sono poi diverse organizzazioni del privato sociale, del mondo del volontariato o anche singoli cittadini attenti e sensibili, che decidono a vario titolo di farsi carico di queste storie. Ma c’è soprattutto un vuoto enorme: un vuoto legislativo, culturale e politico. Sembra che a nessuno o quasi interessi di loro. E molte realtà di accoglienza progettate ad hoc per neomaggiorenni sono oggi a rischio chiusura o in forte difficoltà, come purtroppo sta avvenendo anche nella nostra città. Eppure basterebbe così poco: un fondo nazionale a cui attingere e agevolazioni nella ricerca di una casa o di un lavoro, la possibilità di poter contare sulla continuità di figure di riferimento significative, un sostegno nel completare gli studi e poter – magari – iscriversi all’università. Diciott’anni è un traguardo ambito per la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze: dal diritto al voto alla possibilità di acquisire la patente e quindi maggiore autonomia e

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libertà. Ma l’autonomia non è sempre così facile, come dimostrano le numerose sentenze che obbligano le famiglie a mantenere i figli sino al raggiungimento dell’indipendenza, a prescindere dall’età. Mary, ad esempio, è stata fortunata, lei è riuscita a passare da una comunità per minorenni, ad una comunità ad alta autonomia. “Non ci sono educatori che ti dicono di fare i turni, la spesa devi gestirla da solo, devi avere un lavoro. Ti danno una mano con le spese. Nella nostra casa c’erano due educatrici che venivano ogni tanto durante la settimana, aiutandoci per l’iscrizione all’università, la domanda per la borsa di studio, come cercare lavoro. Ma un servizio ad hoc non c’era davvero. Io sono finita in una cooperativa, non posso lamentarmi. In questa autonomia c’erano tutti gli strumenti per il percorso. Alla fine però ce la devi fare con le tue forze. Ma non è sempre così liscia”.

emergono vissuti e un immaginario completamente diverso che appartiene ai giovani “care leavers”. In una società che sembra prolungare la giovinezza sempre più avanti nel tempo (si è giovani ormai fino a 35 anni anche secondo l’Istat), a ragazzi che già hanno storie difficili alle spalle è chiesto – per paradosso – di diventare adulti in fretta. E per loro il diciottesimo compleanno diventa una tappa associata a preoccupazione, dubbi, spavento e soprattutto alle responsabilità da assumersi. Un paradosso non solo, evidentemente, dal punto di vista etico… ma anche economico

Non è sempre così facile, come dice Mary. Lo si vede, insieme all’entusiasmo e alla voglia di crescere, nei volti e nelle espressioni dei ragazzi fotografati per “Capitolo 18”, di Alice Gaudenzi, la mostra fotografica realizzata sul tema proprio a Rimini, da cui

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se è vero, come ha dichiarato anche il premio Nobel per l’economia James Heckman che 1 dollaro investito nella prima infanzia sui bambini a rischio genera un risparmio futuro di 7 dollari. “18 anni è bello ma complicato”, ha scritto uno di questi ragazzi affacciandosi a questa nuova fase della sua vita. Quando il nostro Paese si deciderà a rendere il futuro di questi suoi figli e cittadini un po’ più bello e meno complicato?

educatore che cercava di farmi capire anche il loro punto di vista”. Senza l’intervento degli assistenti e le due esperienze di casa minorenni e autonomia, le cose sarebbero andate in modo diverso. “Io sono uscita da casa che ero in profonda

depressione, perché vivere in uno stato doloroso in continuazione non è facile. Poteva finire peggio, avrei rischiato di finire come loro, o magari no, ma non avrei fatto tutte le cose che ho fatto e che faccio adesso. La mia vita è diversa, e sono molto contenta”.

E Mary? Ora studia all’università Scienze della formazione, e vuole diventare educatrice. L’esperienza, per lei, è stata uno sprone a migliorare la proprio vita. “Alla fine, aiutata da un percorso di psicoterapia, posso dire di aver imparato a gestire i miei genitori. Li vedo e li sento regolarmente. Mi sono documentata, ho studiato, e ho capito la causa e l’origine di tante cose. Anche io ho dovuto gestire i miei sentimenti di rabbia nei confronti dei miei (aiutata dagli assistenti sociali) e mi hanno fatto capire che loro hanno mediato nel rapporto. Se io litigavo con mia mamma ne parlavo con un

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LE PAURE E I SOGNI DEI RAGAZZI IN AFFIDO, PERCEPITI IN UNO SGUARDO Francesca racconta il suo dramma e il suo percorso in casa famiglia “Bambina denuncia violenze in famiglia, affidata ai servizi sociali”. Di solito, il comune interessamento sul delicato tema minori e affido, va di poco oltre la lettura o l’ascolto di un titolo del genere. Una dimensione sociale difficile, distante e oscura all’opinione pubblica, che ci riguarda esclusivamente per quel pezzo di cronaca che distrattamente siamo costretti ad ascoltare durante lo zapping televisivo, tra una notizia sportiva ed un talent show. Ciò che per il mondo comune è solo una consueta notizia di cronaca quotidiana, in realtà è un dramma personale di dimensioni epocali per chi lo vive, da cui spesso inizia un percorso educativo fondamentale, che rimane nell’ombra perché quasi sempre ignorato dalla stampa e dai network.

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Il mondo dei minori affidati e dei neomaggiorenni (detti anche giovani care leavers) é un mondo parallelo, che viaggia dentro ma anche distante dalla realtà. Tante e troppo taciute le storie personali tragiche, complicate, difficili dei ragazzi affidati ai servizi, che crescono in comunità, creano i loro legami affettivi e che vivono l’attesa della maggiore età, non come l’inizio di qualcosa di nuovo, come accade per la maggior parte dei loro coetanei che vivono in famiglia, ma come una ‘fine’. La fine del periodo di affidamento. Tranne qualche eccezionale e breve prolungamento infatti questi ragazzi, compiuti i 18 anni, rimangono soli. Catapultati all’improvviso nell’Italia peggiore, quella della disoccupazione e degli affitti proibitivi, con il rischio reale di delinquere per soppravvivere.

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Un dramma nel dramma davanti al quale fanno un po sorridere alcune sentenze, di cui si sente parlare, dove sembra che ragazzi 44enni disoccupati ottengano dal giudice l’obbligo, da parte dei logo genitori, di ‘occuparsi’ di loro, perché ancora non in grado di mantenersi. Un paradosso tutto italiano, macrosopico e nello stesso tempo invisibile, dal quale per fortuna, ogni tanto emerge una storia diversa... Ventiquattro anni, laureata, iscritta all’albo degli assistenti sociali, impegnata negli studi per la laurea specialistica, Francesca ha un grande sogno nel cassetto: aiutare gli adolescenti allontanati dalla famiglia di origine che vengono affidati alle strutture sociali. Aiutare chi ha vissuto il suo stesso dramma.

venta fiera e consapevole, Francesca (nome inventato), risponde volentieri a qualche domanda sulla propria vita e sulla propria storia personale. Una testimonianza dura,

Superato un primo momento la voce al telefono, che prima era timida e diffidente, di-

difficile ma che lei è decisa a fare, perché dice - “oggi c’è tanta disinformazione intorno al tema delle case famiglie, che svolgono un lavoro prezioso e troppo spesso nascosto”.

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“Non ho mai conosciuto mio padre e neanche lui ha mai saputo della mia esistenza”. Inizia con una amara e pesante precisazione Francesca: la consapevolezza di un’assenza che forse è tra le principali cause di tutte le adolescenze difficili e che spesso non è neanche l’unica. Quando era ancora piccolina, nella sua vita arriva un patrigno, una presenza che per la bambina non si rivela positiva. Non é uno di quei papà che gioca con i figli o che racconta le favole prima di dormire. Nei pochi momenti in cui non é violento, sono ben altre le ‘attenzioni’ che lui le riserva. “Le giornate peggiori - confessa Francesca - erano quando si chiudeva in bagno per sniffare coca e sballarsi. Quando ne usciva erano botte e a quelle aggiungeva spesso i suoi abusi su di me”. Un contesto familiare fragile, inesistente, nocivo dal punto di vista educativo. Una delle situazioni più comuni fra i ragazzi che iniziano un percorso di affidamento.

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Aveva 8 anni Francesca quando, durante un pranzo domenicale a casa di una zia, scoppia in lacrime e racconta tutto ciò che avviene fra le mura domestiche. Da qui la corsa in Questura per porre fine a quell’orrore. Ma la burocrazia degli affidi, i percorsi normativi, le procedure dei servizi spesso sono lente ed inefficaci nel riconoscere subito situazioni di vera emergenza e così, dopo 1 anno passato in un istituto, tutto ritorna come prima. Francesca rientra in famiglia ma nulla è cambiato, “l’orco cattivo continua a fare le sue cose”. Deve passare ancora un anno prima che Francesca venga separata di nuovo dal proprio contesto familiare, che viene giudicato inadeguato, incapace di educare e dare una prospettiva alla bambina. Si arriva così ad un allontanameto definitivo dai genitori e all’affido ad una casa famiglia. Un cambio drastico di città. Una nuova vita.

chi non conosce i fatti e non è capace a leggere fra le righe la decisione del giudice può anche sembrare iniqua e suscitare clamore o rabbia. Da questo malcontento nasce la presa di posizioni fuori luogo di alcuni politici in carriera che, cavalcando questo facile populismo, cercano consensi elettorali fra la rabbia di chi difende le famiglie d’origine e si scaglia contro le comunità di affido, accusandole di “fare bussines sulla pelle dei bambini”.

Sono sempre situazioni drammatiche come queste, quelle che stanno all’origine dell’affido di un minore, che fanno arrivare ad una sentenza di separazione dalla famiglia, spesso vista da fuori, incomprensibile. Per

Non è stato facile per Francesca che alla soglia dei 10 anni si ritrova in una nuova realtà, molto differente da prima ma per molti aspetti più rassicurante e protettiva - “all’inizio, a scuola, vedevo tutti i miei compagni che avevano una propria famiglia ed erano seguiti dai genitori. Mi sentivo diversa da loro, sola, ero arrabbiata. Mi sentivo come se non avessi radici”. Ma con il tempo, come accade in tutte le comunità dove si coltivano rapporti sani, la casa famiglia viene percepita positivamente dalla bambina che

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è accolta e seguita in ogni suo bisogno durante la crescita. Ciò che accade nei contesti sociali di questo tipo è una dinamica difficile da spiegare per chi non la vive. Si stabilisce un legame speciale fra i ragazzi che diventa con il tempo un rapporto simile a quello familiare, ma a volte anche più robusto perché nasce da una sofferenza che viene raccontata e condivisa in un cammino di crescita insieme. Questo è ciò che unisce i ragazzi nelle comunità e li salda in un’amicizia paterna con gli educatori. Un legame che a volte è più forte di quello familiare.

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“Dopo la comunità, che mi ha dato tantissimo, sono stata fortunata a trovare una famiglia che mi ha accolto e poi mi ha adottato, crescendomi nel migliore dei modi e dandomi tutte le opportunità che i ragazzi della mia età hanno il diritto di avere, per raggiungere in modo graduale l’autonomia”. Francesca si sofferma parecchio sul concetto della parola autonomia. “Che strano è proprio la parola da cui nascono tutti i problemi dei neomaggiorenni, come vengono definiti così dalla legge”. Il vuoto legislativo che c’è in Italia sulla questione dei neomaggiorenni ha prodotto due significati differenti di una stessa parola. ‘Autonomia’, che da un lato è attesa con trepidazione, il voto, la patente, e raggiunta gradualmente e con tutte le tutele giudiziarie per figli non in grado di mantenersi. Mentre dall’altro è attesa con incertezza, paura, angoscia , perché viene imposta drasticamente, senza nessuna tutela, allo scoccare della mezza notte in cui si compiono i 18 anni.

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zi vanno ascoltati e seguiti sempre anche a distanza di tanti anni. Le famiglie d’origine vanno monitorate continuamente per individuare quelle difficoltà che a volte non sono espresse e diventano dei macigni insopportabili”.

Le comunità agiscono in maniera differente fra loro. Chi può, magari usufruendo di proroghe brevi, continua ad occuparsi dei ragazzi altre cercano sistemazioni lavorative quando va bene, non avendo risorse per continuare il percorso educativo.

Francesca ora, non vede l’ora di iniziare a lavorare in una comunità di affido, per dare il suo contributo. Fragilitá, paura, incertezza, insicurezza. Sa bene cosa vuol dire sentirsi così soli. Situazioni delicate che si nascondono dietro le parole o nel silenzio di uno sguardo. Disagi e desideri inespressi, ma che a Francesca ora basta poco per poterli riconoscere.

“Bisogna distinguere tra comunità e comunità - sostiene Francesca - se vogliamo dare un contributo serio al problema non possiamo fare di tutta un’erba un fascio. Ci sono tantissime case famiglia che lavorano con onestà e passione, dove i ragazzi riescono davvero a trovare una loro dimensione di crescita. I percorsi educativi degli affidi, non sono semplici, hanno mille criticità. I ragaz-

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Io credo che la fase più difficile per me sia stata l’uscita dalla comunità… Vi chiederete: ma come, non dovrebbe essere l’arrivo? Quando lasci la famiglia e gli amici? Tutti i ragazzi e i bambini che arrivano in comunità sanno dentro di loro di arrivare in un posto migliore… Per questo doverla lasciare non è semplice. Il mio percorso in comunità per me ha rappresentato un percorso fatto di Amore, Speranza, Fiducia… le persone che ho incontrato mi hanno aiutato

a diventare la persona che sono...

Raffaella Montuori

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Intervista a Federico Zullo Presidente e fondatore dell’Associazione Agevolando

Federico Zullo, classe 1979, coordina a Ferrara presso l’Istituto Don Calabria una comunità proprio per giovani neomaggiorenni. Collabora inoltre con l’Università di Ferrara a progetti di ricerca sulla tutela dell’infanzia e dell’adolescenza e ha curato insieme a Paola Bastianoni il volume: Neomaggiorenni e autonomia personale. Resilienza ed emancipazione (Carocci 2012). Da una sua felice intuizione è nata nel 2010 l’associazione Agevolando (www.agevolando.org), la prima associazione in Italia promossa da giovani che hanno vissuto parte della loro infanzia e adolescenza “fuori famiglia”. La rivista Vita – importante testata del non profit in Italia – lo ha inserito tra i cento talenti giovani che stanno cambiando l’Italia.

Il tema dei ragazzi “fuori famiglia” è probabilmente ancora poco conosciuto e dibattuto in Italia. Che cosa si intende quanto parliamo di questi giovani e qual è attualmente la portata del fenomeno nel nostro paese? Il fenomeno dei bambini e ragazzi “fuori famiglia” è un tema forte perché riguarda tutti quei minori che, per qualche motivo, devono, per un certo periodo della loro vita, vivere in un contesto alternativo a quello tradizionale nella propria famiglia d’origine. È un tema delicato perché riguarda tutte quelle persone di minore età che non possono godere del diritto a crescere con propri genitori poiché quest’ultimi, purtroppo, non riescono a svolgere la loro funzione parentale ma, anzi, il loro comportamento nei confronti dei figli è trascurante, a volte maltrattante, altre di vero e proprio abuso psicologico, fisico e sessuale. Non è facile sentir parlare di questi argomenti poiché

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non è semplice accettare il fatto che un genitore possa rappresentare un pericolo per il proprio figlio. Che cosa accade a un giovane cresciuto in comunità/casa famiglia quando compie 18 anni? Io fortunatamente quando ho terminato il mio percorso in comunità avevo una casa e una nonna che, se pur molto anziana, rap-

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presentava una presenza importante. Ma ci sono migliaia di ragazzi che non hanno questa fortuna: alcuni non hanno proprio nessuno, altri non rientrerebbero mai dove hanno subìto violenza e abusi, altri ancora rientrano in famiglia ma solamente perché non hanno alternative… Si tratta di quei casi in cui il compimento dei 18 anni non è una festa ma un dramma! A diciotto anni questi ragazzi sono “grandi per legge“. Questi giovani sono discriminati due volte: sul piano affettivo e sul piano delle opportunità di accesso al mercato del lavoro, perché troppo spesso non hanno la possibilità di portare a termine il proprio percorso scolastico. I dati della disoccupazione giovanile, se per i giovani con una famiglia alle spalle e un “tetto” destano enormi preoccupazioni, per coloro che sono senza famiglia causano gravi ripercussioni per il loro presente e per il loro futuro, già in parte compromesso dai vissuti traumatici e turbolenti della minore età. In Italia la letteratura psicosociale si è interessata del fenomeno solo recentemente; non essendoci, quindi, studi specifici in gra-

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figlio ha superato la maggiore età ma non ha raggiunto una situazione di indipendenza economica per motivi a lui non imputabili (Cassazione, sentenze n. 1773 dell’8 febbraio 2012, n. 2171 del 15 febbraio 2012 e n. 5174 del 30 marzo 2012). Non esistono invece normative e risorse che garantiscano diritti certi per i giovani che escono dalle strutture di accoglienza per i “fuori famiglia”. Come è nata l’idea dell’associazione “Agevolando”? do di descrivere gli esiti e le condizioni dei giovani adulti che escono dalla presa in carico dei servizi per minori occorre fare riferimento a diversi studi internazionali che dimostrano l’alto rischio di esclusione sociale, una volta terminato il percorso residenziale. Una situazione ancora più ingiusta a fronte delle recenti evoluzioni giurisprudenziali in riferimento all’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli: nel 2012 la Corte di Cassazione ha confermato che tale obbligo sussiste anche se il

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Ero a Bologna nel dicembre 2009 ad un seminario durante il quale si parlava di neomaggiorenni “fuori famiglia” e fu proprio quel giorno che, ascoltando la voce di due ragazze ex-ospiti di comunità come me, mi venne l’idea di trasformare le potenzialità che emergevano da quelle parole in qualcosa di più strutturato. Pensai alla possibilità di inventare un’associazione che si occupasse dei bisogni dei giovani care leavers e che, nel farlo, coinvolgesse loro stessi, in un’ottica partecipativa. Rintracciai quelle ragazze

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cendevole attraverso l’auto mutuo aiuto e la partecipazione; 3. creare una rete di soggetti ed enti tra i portatori di interesse in questo ambito e diffondere una cultura condivisa su questo tema. Pare sia stata una buona idea poiché abbiamo intercettato un bisogno di importanza nazionale e abbiamo dato voce ai ragazzi.

e nell’aprile del 2010, ormai cinque anni fa, a Bologna si è costituita l’associazione Agevolando. Tre sono i nostri principali obiettivi: 1. offrire un supporto a giovani adulti che escono dal percorso residenziale; 2. permettere la condivisione delle esperienze personali e favorire il sostegno vi-

Pensi che in Italia si stia facendo abbastanza per la tutela di bambini e ragazzi fuori famiglia? No, le cose stanno andando male. La crisi del welfare, la riduzione delle risorse agli enti locali, l’aumento della disoccupazione e del disagio sociale stanno causando un consistente peggioramento delle condizioni delle famiglie e dei bambini e, chi già faticava, ora vive una situazione drammatica. I bambini a rischio allontanamento diventano “invisibili” oppure ci si accontenta di interventi di educativa domiciliare. Molte comunità e case famiglia stanno chiudendo ma non perché si sia diventati magicamente esperti di prevenzione…chiudono perché non ci sono

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i l o p a N a o d n Agevola

le risorse per mettere i bambini e i ragazzi in protezione. Altro problema è la mancanza di una legge nazionale che fissi i parametri e gli standard minimi per tali strutture…ogni regione ha una sua direttiva e c’è il rischio che non siano rispettate le condizioni che assicurano la dimensione familiare e relazio-

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nale dell’accoglienza. Accade così che pochi scandali vengano enfatizzati fino al punto da indurre i media a considerare le comunità come dei “lager”. Il risultato? L’ulteriore stigmatizzazione di questi bambini e ragazzi già “etichettati” come “senza famiglia” ora considerati “abbandonati e maltrattati nelle case famiglia”… mentre la realtà è un’altra: la presenza di migliaia di operatori che lavorano quotidianamente mettendoci il cuore, tanto cuore. Per questo abbiamo lanciato insieme ad altre organizzazioni a livello nazionale (CNCA, CNCM, Cismai, Progetto Famiglia, Sos Villaggi dei Bambini) la campagna “#5buoneragioni per accogliere i bambini che vanno protetti”, per raccontare senza pregiudizi e strumentalizzazioni la realtà dell’accoglienza e per formulare proposte e richieste urgenti alle istituzioni competenti. Occorre più che mai, oggi, una legge nazionale e noi da circa due anni stiamo promuovendo un Disegno di Legge e alcune proposte (tra le altre, attualmente, abbiamo proposto insieme a Fondazione Isperantzia

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e Terra dei Piccoli ONLUS di inserire all’interno dei decreti attuativi del Jobs Act, dei riferimenti a possibilità di facilitazioni per le aziende nel momento in cui assumono i ragazzi appena usciti da questi percorsi) con l’obiettivo di garantire misure dedicate ai neomaggiorenni che concludono il loro percorso in comunità. Siamo fiduciosi.

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CARE LEAVERS Esperienze in Italia e nel mondo Agevolando è la prima associazione in Italia nata dall’iniziativa di giovani che hanno vissuto un’esperienza fuori famiglia, conta oggi circa 150 soci di cui 50 ex ospiti di comunità/casa famiglia/famiglie affidatarie. Opera attualmente in 5 regioni d’Italia: Emilia-Romagna, Campania, Veneto, Trentino, Sardegna. Anche a Genova è nata un’esperienza simile: l’Associazione “Ancoraggio. Ragazzi resilienti”. Attraverso Agevolando è nato nel 2014 il primo network di Care Leavers italiano, coinvolge ad oggi una ventina di ragazzi di diverse province della Regione Emilia-Romagna che hanno presentato lo scorso 13 dicembre le loro “Raccomandazioni” per migliorare i percorsi di accoglienza e transizione all’autonomia utilizzando l’hashtag che è diventato un po’anche il loro slogan: #perfarciascoltare (leggi l’articolo). Altre esperienze interessanti sul versante

della partecipazione dei giovani ex ospiti sono state la ricerca condotta nella regione Veneto e coordinata dal prof. Valerio Belotti che ha portato alla pubblicazione del volume: “Crescere fuori famiglia” (disponibile online) , e il lavoro realizzato a Milano dal prof. Silvio Premoli e dal CNCA della Lombardia, in particolare dalla cooperativa “La grande casa”. A livello legislativo, come già ricordato, non esiste ad oggi una legge nazionale che garantisca misure dedicate ai neomaggiorenni. Positiva eccezione è la Regione Sardegna che grazie alla L.R. 4/2006 garantisce il diritto ai giovani diciottenni di usufruire di un progetto di accompagnamento all’autonomia seguiti da un intermediario sociale. A proposito di esperienze innovative su questi temi interessante anche la proposta de “Gli orti di Itaca” promossa a Parma sperimentando nuove forme di accoglienza e il lavoro agricolo come strumento di emancipazione e autonomia. Il progetto si è fatto conoscere negli ultimi mesi anche per una

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raccolta di fondi attraverso il crowdfunding sul portale Rete del Dono. A Reggio-Emilia, esattamente a San Bartolomeo, una comunità parrocchiale si è fatta carico di queste problematiche e un gruppo di famiglie sta sostenendo la spesa di un mutuo per restaurare un immobile che sarà destinato all’accoglienza di ragazzi e ragazze divenuti maggiorenni dopo un percorso fuori famiglia. A livello internazionale esistono già da tempo diversi network nati per promuovere esperienze di scambio e di aiuto tra giovani che hanno vissuto esperienze fuori famiglia, in particolare sono attivi in Irlanda, Australia e Inghilterra.

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DIVENTARE GRANDI PRIMA DEGLI ALTRI. QUESTA È LA STRADA DEI RAGAZZI IN AFFIDO Dalla Comunità Murialdo di Trento l’intervista a Fabrizio Gestire una comunità di minori in affido, seguire i ragazzi nella loro crescita fino anche a dopo l’età maggiore, è una sfida davvero immensa. Siamo entrati dentro la complessità di questo mondo anche grazie al prezioso contributo di Fabrizio Pedron, educatore della comunità Murialdo di Trento, che con la sua esperienza in comunità, fin dall’età infantile, ha saputo darci uno spaccato reale della vita in comunità, entrando davvero nel cuore del problema e mostrandoci nuove e diverse sfumature di riflessione. La parola a Fabrizio: Che tipo di esperienza hai fatto nella tua vita? Come hai scelto di fare questo percorso da educatore e che ruolo hai nella Comunità Murialdo?

La mia storia personale, le esperienze vissute e le persone incontrate sono la traccia che mi ha guidato fino ad oggi. Mi risulta difficile rispondere a questa domanda in maniera semplice o sintetica; mi viene da dire che la mia storia di affido famigliare, dovuta alle fatiche della mia famiglia, della salute mentale mia e di mia madre mi ha permesso di incontrare la malattia, il dolore, la paura, molta rabbia ma anche la possibilità di essere protagonisti veri, grazie alle mie risorse e a qualcuno attorno che le ha viste, riconosciute e valorizzate. E in questo qualcuno metterei non solo gli educatori, gli psicologi e la mia famiglia affidataria variopinta, ma anche i bambini e le persone che ho incontrato e che sono state dei veri, autentici tutori di competenze. Dall’incontro con tutti loro, unito a un po’ di fortuna e a un pizzico di farina del mio sacco ho maturato il desiderio di stare accanto all’altro, di rileggermi e rielaborare la mia storia, di imparare. E di diventare educatore.

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È in processo che continua tutt’ora s’intende! Il passaggio al divenire educatore di condivisione è stato, come spesso accade, frutto di una serie di coincidenze e di un salto nel vuoto che mi ha permesso di affrontare il tema del “possibile” dell’educazione. Ho lavorato nelle scuole, con gli adolescenti di strada, con le famiglie naturali dei bimbi allontanati e tutta una serie di altre esperienze che mi hanno arricchito di un bagaglio assolutamente utile per una famiglia che decide di accogliere non solo per vocazione ma anche per professione. La comunità Murialdo, che mi conosce sin dalle prime testimonianze come ragazzino affidato, mi ha accompagnato fino a qui. Il mio ruolo ora è quello di coordinatore del Gruppo Famiglia, ovvero una struttura residenziale per adolescenti di cui sono l’educatore di condivisione. Condivido questa scelta con la mia compagna e il nostro bimbo.

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Alla fine tutti hanno bisogno di una famiglia. E per famiglia si intende superare i propri problemi di tutti i giorni insieme, aiutarsi a vicenda, litigare, ridere, scherzare, piangere, spiegarsi, ricadere e risollevarsi sapendo che la tua famiglia c’è sempre. È con te anche quando sei lontano, è dentro di te. Ma qualora non sia possibile avere questo tipo di famiglia c’è chi comunque anche se non è la tua famiglia ti vuole bene lo stesso e ti aiuta, la vita stessa è la tua famiglia.

(Steven Vuocolo)

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Come nasce la Comunità Murialdo, di cosa si occupa e quali sono i suoi numeri attualmente ? La Comunità Murialdo, come realtà di condivisione basata sul volontariato nasce a Trento l’8 dicembre 1979: ha una ispirazione cristiana con scelta preferenziale di servizio ai bambini e giovani in difficoltà, nella logica della condivisione. È una delle prime realtà incaricata dalla curia di trento di occuparsi di bambini e ragazzi. È storicamente presente anche sul territorio dell’alto adige; le due zone insieme formano infatti la Comunità Murialdo Gemeinschaft del trentino Alto Adige con un presidente religioso, un direttore e un consiglio dell’opera unico. Propone e matura interventi con autonomia di metodo educativo e di gestione dell’esperienza. Promuove nel territorio la cultura dell’accoglienza, della solidarietà e la promozione del volontariato. Negli anni le attività si sono ampliate e diversificate, e vanno dalla residenzialità, ai centri diurni, all’educativa domiciliare ecc. Per comodità sono state divise in aree: residenzialità, genitorialità, ricerca e sviluppo, socializzazione al lavo-

ro, aree territoriali(valle dei laghi, rovereto, laives, storo). Ad oggi, se parliamo di area residenzialità, sono presenti in provincia di Trento, due case famiglia e un gruppo famiglia a cui si aggiunge una casa famiglia nella provincia di bolzano. Sempre all’oggi, e si sa come sia dipendente dal periodo, le varie case accolgono una ventina di bambini e ragazzi dai 3 ai 20 anni. La grande differenza di età dipende dalla composizione di ogni singola famiglia, dal tipo di progetti in atto che vedono valutare ogni volta con attenzione ogni possibile inserimento. Nel GF infatti l’età dei ragazzi è più alta perché, tramite un lavoro partecipato, rappresenta la realtà residenziale che accompagna all’autonomia. Questo è utile anche in vista di passaggi evolutivi interni dei singoli. Cosa intendi quando dici che ‘la nostra residenzialità è composta da case famiglia e dal gruppo famiglia che si differenziano per lo stile partecipativo e l’età dell’accoglienza dei ragazzi e delle ragazzè ? Fino a qualche anno fa le case famiglia e i

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gruppi famiglia non facevano nemmeno parte della stessa area. Storicamente i gruppi vedevano la presenza residenziale di condivisione di uno dei sacerdoti della congregazione di S. Giuseppe che sono i “datori di lavoro”, mentre le case famiglia di una coppia sposata con figli propri. I gruppi possono da catalogo infatti essere gestiti anche da singoli educatori di condivisione e non necessariamente da coppie. Questo perché adolescenti e giovani adulti hanno, almeno in teoria, meno bisogno di un contesto con figure genitoriali, anche in un contesto con stile “famigliare”. Negli anni poi, il mio divenire da singolo coppia, e la chiusura dei gruppi gestiti da religiosi, ha portato ad un avvicinamento fra le due strutture e a una fusione in un’unica area. Ciò ci ha spinti a rimettere in discussione similitudini e differenze. Il GF infatti accoglie “solo” adolescenti dai 15 anni in su per percorsi verso l’autonomia e con uno stile partecipativo. Ovvero, fin dall’inserimento, i ragazzi partecipano alla stesura degli accordi, e del proprio progetto educativo. Il PEPA è infatti un particola-

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re progetto con un’appartenenza multipla, l’occasione cioè di scrivere assieme chi si è e dove si vuole andare. Le parole, le immagini sono quelle scelte dalle persone. L’accolto stesso scrive al computer. Per quanto mi riguarda è un’esperienza pazzesca in cui credo davvero fin dal momento della sua ideazione. Negli anni lo abbiamo sperimentato, modificato e siamo cresciuti nel gestirlo. Rappresenta la logica concretizzazione scritta di uno stile che inizia fin dal momento della conoscenza e che si coniuga nella quotidianità. Stile che ci ha costretti a rivedere le classiche attenzioni e gli strumenti dell’educatore e a metterci in gioco a 360 gradi.

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Dai vostri documenti emerge anche un’interessante attività di sostegno nei confronti delle famiglie d’origine. Qual è il senso o l’obiettivo di questo sostegno? La mia vita, gli studi e le esperienze lavorative mi hanno insegnato l’importanza di affiancare le famiglie di origine dei nostri ragazzi, per una serie lunghissima di motivi che non ha senso elencare ora. Lasciami però dire che il messaggio che passiamo a tutti è che uno in famiglia ci deve tornare, fisicamente o solo nella pancia, ma è un passaggio obbligatorio se si vuole davvero essere adulti sereni e resilienti. Fare la pace con il proprio passato è una tappa innegabile del crescere. Per cui cerchiamo di tradurre questo principio in valore…ovvero sforzandoci di fargli produrre cambiamenti di vita. Incontriamo dove possibile le famiglie, le rendiamo partecipi delle scelte, ci occupiamo dei loro vissuti, ci poniamo come alleati dei loro figli ma non come loro antagonisti. Si cammina tutti quanti per lo stesso obiettivo…ciascuno come può. Difficile ma fattibile. Il porsi come mediatori della relazione in un’ottica di ascolto e non giudizio ci

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apre un orizzonte vastissimo di opportunità nella relazione. Ho provato sulla mia pelle la sofferenza causata a tutti dalla dinamica dei buoni e dei cattivi, e credo che il tempo investito con le famiglie, malgrado sembri rallentare il cammino dei ragazzi nell’immediato perché lo complica, ma lo renda più vero e consistente per il futuro.

Quali sono gli ostacoli più duri per la gestione di una comunità di questo tipo e a quali tipi di difficoltà di ordine organizzativo o economico bisogna fare fronte tutti i giorni? Difficile parlare di difficoltà in questo momento, o forse troppo facile, nel senso che

l’aspetto che mi viene in mente è quello economico. Ma la tua domanda mi spinge a riflettere in maniera più approfondita. Credo l’equilibrio. Fra noi e i ragazzi, fra vicinanza e distanza, fra personale e professionale. Fra i tuoi cari e la tua famiglia e gli affetti di chi ne diventa per un po’ parte, fra tempo libero e la sua assenza. Rispetto ad un tempo si è usciti dalla dinamica del salvatore o del missionario…per fortuna. Io sono un educatore con competenze e professionalità, conscio che gli strumenti che ho e che ci hanno messo a disposizione come realtà sono fondamentali per supportare il nostro stare con i ragazzi. Ancora di più rispetto ad un’organizzazione con i turni, perché la scelta di vivere integralmente deve andare pari passo con l’umiltà di riconoscere i propri limiti e attivarsi di conseguenza. A livello organizzativo ed economico rifletto sulla questione della sostenibilità. Cosa vuol dire? Di che sostenibilità parliamo? Economica, relazionale, professionale? Quando il sociale incontra questo quesito corre il rischio di sbilanciarsi verso l’aspetto economico. La persona diventa una retta. Un educatore di-

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venta uno stipendio. La qualità del servizio offerto vede dei drastici giri di vite. Allora si corre all’autofinanziamento, al marketing, alla rivisitazione dei criteri di accoglienza. E tutto diventa più complicato. Anche vivere con serenità la scelta di accoglienza. Ecco… la vera difficoltà e la vera sfida in questo momento è mantenersi coerenti, determinati e motivati. La legge prevede che a 18 anni (o poco più) questi ragazzi siano ‘pronti’ per camminare con le loro gambe. In comunità come viene intesa l’autonomia per un ragazzo che fa un percorso di accoglienza e  quando  si conclude formalmente o realmente ? In realtà la legge prevederebbe la possibilità di un continuo amministrativo fino ai 21 anni e non ai diciotto. Il limite della maggiore età va interpretato in ottica economica. Ed è un paradosso. Certo che lavoriamo sull’autonomia in tutti i suoi aspetti e che spesso spingiamo perché i ragazzi capiscano che devono diventare grandi prima degli altri… perché è l’unica cosa onesta e reale da dire.

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Ma ci chiediamo anche cosa questo comporta…già la vita non è stata generosa o li ha messi alla prova e non è facile affrontarla, accettarla e lanciarsi in avanti con i tempi della società e non i propri. Come educatore sento il rischio e vivo la frustrazione di questo aspetto ma so che è il mio compito esserci e accompagnarlo nel miglior modo possibile. Si tratterrebbe di sostenerli fino a quando non siano sufficientemente pronti a correre il rischio che aprire le ali e andare comporta. E invece non è così. Chi a diciotto anni è pronto a essere autonomo?…credo poche persone. Lo scrivente escluso. Oggi anche noi nel nostro territorio ci stiamo lentamente allineando alla tendenza nazionale e, seppur progressivamente, ci troviamo ad affrontare il tema dei neomaggiorenni in uscita dai percorsi di cura; se fino a qualche anno fa era naturale poter attivare il proseguo amministrativo per i miei ragazzi, ora è più difficile e mi/ci costringe a motivare in maniera specifica e dettagliata ogni richiesta, sperando basti, o a trovare e attivare strategie alternative. Ad esempio il primo con cui si è presentato il problema, un

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ragazzo di origine albanese meraviglioso, vive ancora con noi ricoprendo la figura di volontario assicurandoci cioè la sua presenza e il suo aiuto con la casa e con i ragazzi accolti. Non è sbagliato ragionare assieme ai ragazzi sul loro futuro e sulle possibilità di proseguire il loro percorso, che da maggiorenni potrebbero concludere liberamente, anzi, è responsabile, utile, costruttivo, partecipativo. È invece ingiusto negare questa possibilità a priori solo perché termina l’obbligo legale di cura. Come se lo stare al fianco dell’altro sia una questione di affetto a ore o a scadenza. Una relazione da consumarsi preferibilmente entro il! Mi lascia indignato e frustrato perché cozza

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con i miei valori e l’autenticità in cui credo. Indignato ma non arreso. Per i ragazzi del GF cerchiamo di anticipare il problema per arrivarci preparati e fino ad ora ci siamo arrabattati, grazie anche ad un servizio sociale spesso davvero attento e disponibile. E per gli altri? Non mi accontento di pensare a chi vive con me. L’associazione Agevolando mi ha aiutato a rispondere a questa domanda o meglio, di farla emergere e renderla pubblica e condivisa. L’idea di un’associazione di ex care leavers, di ragazzi e di persone sensibili al tema dei neomaggiorenni si sta rivelando vincente, entusiamante, dilagante. Sono diventato socio e referente della sede trentina proprio per sentirmi attore di un cambiamento che veda i ragazzi stessi protagonisti del loro futuro e portatori di voci, testimonianza e bellezza. Qui a Trento ci stiamo inventando cose interessanti, come il progetto “giovani per casa” che vede la costruzione di coabitazioni fra famiglie e singoli con ragazzi maggioreni in uscita da percorsi residenziali in un’ottica di parità, reciprocità e auto mutuo aiuto. Ma questa è un’altra storia che vi potrei raccontare…se vi va!

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RIMINI E I NEOMAGGIORENNI A Rimini una sensibilità sul tema dei neomaggiorenni in uscita dai percorsi di tutela è presente da diversi anni. Una prima riflessione era già stata avviata con l’esperienza di “Città Educativa”, coinvolgendo il CEIS, la Cooperativa sociale Il Millepiedi, la Fondazione Enaip S. Zavatta, la Fondazione San Giuseppe per l’Aiuto Materno e Infantile ONLUS. Proprio a partire da queste riflessioni la Fondazione San Giuseppe ha inaugurato nel 2009 un primo appartamento nel territorio riminese rivolto a neomaggiorenni provenienti da esperienze “fuori famiglia” (ai sensi della Direttiva regionale 846/2007 e poi 1904/2011) in convenzione con l’Azienda USL e i servizi sociali del territorio. L’appartamento è coordinato oggi da Federico Palloni: “Un’esperienza molto positiva” – ci racconta proprio Federico – “e che ha permesso alla maggior parte di loro di raggiungere importanti obiettivi: un lavoro, una casa, la costruzione di relazioni significative. Insie-

me agli altri educatori che ruotano intorno al progetto siamo diventati per molti di questi ragazzi un punto di riferimento importante e anche tra i ragazzi stessi si sono realizzate esperienze di aiuto reciproco, per esempio ragazzi che si sono scelti per andare ad abitare insieme una volta terminato il loro percorso nel Gruppo Appartamento. Nonostante questi risultati oggi l’appartamento è a rischio chiusura. I servizi sociali a causa della contrazione delle risorse destinate a questo settore, sono sempre più in difficoltà rispetto alla possibilità di inviare ragazzi nell’appartamento e permettere loro di poter fruire di risorse e contributi, una volta divenuti maggiorenni. Il traguardo dei 18 anni diventa così sempre più drammatico per la maggior parte dei ragazzi “fuori famiglia” anche nel nostro territorio, e si corre davvero il rischio di vanificare tutto il lavoro fatto in precedenza nelle comunità di accoglienza per minorenni e di lasciare questi giovani in balia di loro stessi”. Una sezione di Agevolando è attiva anche

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a Rimini dal 2013 e proprio a Rimini è stato inaugurato il primo “Sportello del neomaggiorenne” d’Italia, un servizio gratuito rivolto ai giovani provenienti da esperienze “fuori famiglia” promosso insieme alla Fondazione San Giuseppe ONLUS e con il contributo del Comune di Rimini e di altre organizzazioni del territorio che è stato chiamato “Se potessi” proprio per indicare il bagaglio di sogni, desideri, istanze di cui questi ragazzi e ragazze sono portatori. Lo

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sportello è attivo anche attraverso una pagina Facebook e un blog. Sull’esempio riminese sono nati anche gli sportelli di Bologna e Ravenna e presto sa-

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ranno attivi in Emilia-Romagna altri punti informativi e di aggregazione. Nel 2012 la Fondazione San Giuseppe ha co-finanziato un progetto di ricerca volto ad indagare il tema dei minorenni “fuori famiglia” nella provincia di Rimini che è stato coordinato dalla prof.ssa Elena Malaguti, dell’Università degli studi di Bologna. Gli esiti di questa indagine sono stati presenta-

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ti nel seminario: “Una casa speciale” il 21 Maggio 2013 a Rimini (Guarda il video o leggi l’articolo). Dalla ricerca è nato anche il cortometraggio “Capitolo 18” realizzato da Elena Malaguti, Andrea Zucchini, Alessia Travaglini e co-finanziato dal Comune di Rimini.

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LA STORIA di Ahmed

“Mi chiamo Ahmed, ho 19 anni e sono egiziano. Ho lasciato la scuola in Egitto a 11 anni per andare a lavorare: al mattino dipingevo mobili e alla sera andavo a lavorare in un panificio. Mio babbo non era contento di questo lavoro perché mi pagavano troppo poco e quindi mi ha convinto ad andare a lavorare da mio cugino come carrozziere. Per un anno e mezzo ho lavorato con lui poi sono andato in un’altra città lontano da casa. Dormivo nell’officina dove lavoravo e il sabato sera tornavo a casa e rimanevo lì fino al lunedì mattina. Ho fatto questo lavoro per due anni fino a quando mio babbo mi ha

EGITTO

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chiesto di andare in Italia per accompagnare mio fratello di 13 anni. Io non avevo nessuna intenzione di cambiare paese perché lì avevo tutti i miei amici e un lavoro ben pagato. Quindi io non l’ho ascoltato e sono andato al lavoro. Dopo un giorno mio babbo mi ha chiamato dicendomi che la mamma stava molto male e io sono immediatamente ritornato a casa. In realtà era solo un modo per farmi ritornare a casa e convincermi a partire per l’Italia. Ero molto spaventato all’idea di fare questo viaggio perché non sapevo la lingua e nel mio paese non avevo frequentato la scuola. Tornato a casa ho trovato i fogli firmati per il viaggio e una persona che ci avrebbe portati in Italia con la barca; il viaggio costava circa 4000 euro a persona. La mamma piangeva dispiaciuta per la nostra partenza. Quella sera sono uscito con i miei amici e loro mi hanno consigliato di par-

LIBIA

tire pensando che in Italia avrei avuto una vita migliore. Un altro mio fratello ci ha accompagnati nel deserto e se il babbo fosse riuscito a dare tutti i soldi lui sarebbe tornato a casa altrimenti no. Per fortuna lui è riuscito a scappare e a fare ritorno a casa e ancora mio babbo sta finendo di pagare il debito. Nel deserto eravamo insieme a circa 60/70 persone e abbiamo aspettato la barca per 25 giorni. Se qualcuno si lamentava veniva picchiato o gli davano la scossa. C’erano altri 10/15 minori, ma nessuna donna. Un pulmino ci ha portato in una città vicino alla Libia e siamo stati lì per due giorni chiusi in un piccolo magazzino. Ci hanno fatto mangiare del pesce appena pescato senza lavarlo e mio fratello è stato molto male, L’hanno portato all’ospedale e poi a casa di una persona che non conoscevo. Ho avuto molta paura dato

LAMPEDUSA

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RIMINI

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che non l’ho più visto per un giorno intero. Siamo arrivati alla barca con delle piccole zattere attraverso un fiume. Saliti sulla barca ci hanno fatto chiamare i nostri genitori per rassicurarli. Mio fratello sulla barca ha continuato a stare male vomitando per quattro giorni. Stavamo tutti al chiuso e sulla porta stava un uomo con un fucile che non ci faceva uscire. Il viaggio è durato 10 giorni. Siamo arrivati a Lampedusa. Noi siamo stati portati dalla polizia in un centro di accoglienza e ci hanno dato da mangiare. Siamo rimasti lì per 45 giorni. Abbiamo provato a scappare una volta ma la polizia ci ha presi. In questo centro abbiamo conosciuto degli educatori che ci hanno trattato molto bene: ci portavano dolci e ci

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facevano giocare. In questi giorni un ragazzo che aveva fatto il viaggio con noi è stato rapito dai mafiosi che hanno chiesto un riscatto allo zio per liberarlo. Poi hanno fatto due gruppi di egiziani: uno diretto a Perugia e l’altro a Rimini. Noi siamo arrivati a Rimini a “Casa Amarkord” e dopo tre mesi ci hanno spostato a “Casa Clementini”. Il mio paese, i miei genitori e i miei amici mi mancano, ma ora sento di aver costruito molte cose in Italia: ho nuovi amici, la scorsa settimana ho passato l’esame di terza media, ho un lavoro e prenderò il diploma di scuola superiore. Sento che devo rimanere qui piuttosto che tornare nel mio paese dove dovrei ricominciare da capo.

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Ringrazio un mediatore per le parole che mi ha detto quando ci siamo conosciuti: “Devi avere pazienza e cercare di costruire il tuo futuro”. Sono grato a tutti gli educatori che mi hanno aiutato nei momenti belli e brutti che ho incontrato”. testo di Ahmed Mohamed, rielaborato insieme a Diletta Mauri

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INTERVISTA A Ugo Bressanello Quante volte avete pensato cambio vita? Chi non si è mai detto: “mollo tutto e ricomincio da capo”? Ugo Bressanello aveva tutto, e forse anche di più. Dopo gli studi in Scienze Politiche ed Economiche tra Roma e Milano, Ugo si sposa e intraprende una carriera lavorativa ad altissimi livelli: vicepresidente di Tiscali e CEO di Excite Europe, una collaborazione con Telecom, l’ideazione e il lancio di Virgilio, la creazione di Tin.it (poi Alice). Poi accade qualcosa che non ha nulla a che fare con tutto questo, ma solo ed esclusivamente con il cuore. Sembrerà forse un po’banale, ma è esattamente tutto qui. Ugo e sua moglie adottano un bimbo, Domenico. E da quel momento nulla è come prima. Cominciano a chiedersi: “Cosa possiamo fare per gli altri Domenico?”

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Pensano ad altre adozioni o percorsi di affido, entrano in contatto con il Tribunale per i minorenni e il mondo delle comunità di accoglienza. Nel frattempo la famiglia si allarga e arrivano altri due figli. Ugo sfrutta le sue competenze e i suoi contatti per un lavoro di benchmarking, gira l’Italia per visitare altre esperienze. Quando espone le sue idee e descrive i suoi progetti si sente rispondere: “Eh…ma tu vuoi la luna”. Detto fatto. Da un gruppo di amici e soprattutto da Ugo e sua moglie nasce la “Fondazione Domus De Luna”.

e, in alcuni casi, anche le mamme di questi bambini e di questi ragazzi. E così arrivano la “Casa del sole” e “Casa Cometa. Attraverso lo strumento operativo “Domus de Luna servizi ONLUS” svolgiamo inoltre attività comunitarie contro il bullismo, le nuove dipendenze, il razzismo e il disagio giovanile. Abbiamo dato vita al Centro Exmè, restaurando un ex mercato civico in via Sanna, che è diventato un luogo di incontro e di espressione della creatività di tanti bambini e ragazzi, anche attraverso l’arte dei graffiti. Un vero e proprio progetto di riqualificazione urbana e protagonismo giovanile, in uno dei quartieri più disagiati della città (proprio

Qual è stato il percorso per la nascita di Domus De Luna e di cosa vi occupate? La Fondazione Domus De Luna è nata nel 2005 a Cagliari. Il primo progetto a cui abbiamo dato vita è stata la “Casa delle stelle”, una comunità alloggio per bambini. Un po’alla volta ci siamo resi conto della necessità di accogliere anche ragazzi più grandi

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qualche giorno fa questo luogo è stato inserito nell’elenco di monumenti aperti di Cagliari, scelta che ci riempie di orgoglio). Organizziamo anche incontri con gli autori, eventi culturali e formativi. Fino ad accorgervi che mancava ancora qualcosa: una proposta valida anche dopo i 18 anni per i ragazzi delle vostre comunità… Esatto. Anche in Sardegna non esisteva nulla che garantisse opportunità lavorative ed abitative per i ragazzi provenienti da esperienze “fuori famiglia”. A 18 anni era chiesto loro di affrontare completamente soli la vita. E così abbiamo agito su due livelli: da un lato un’azione politica e culturale che ha portato all’approvazione in Sardegna di una legge per neomaggiorenni, prima in Italia. Poi abbiamo dato vita a un’esperienza incredibile, che non smette di stupirmi: “La locanda dei buoni e dei cattivi”. Un ristorante e bed&breakfast che dà lavoro a 18 persone: ragazzi ex ospiti di comunità o donne ospitate nei nostri centri antiviolenza. È un progetto dagli equilibri delicati, molto com-

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di buone intenzioni. Occorrono competenza, serietà, prodotti di eccellenza e dimostrare che non si sta solo offrendo un’opportunità di lavoro a persone svantaggiate ma che si sta creando un servizio importante per il territorio e, in questo caso, una proposta significativa per il turismo.

plesso. Ma è anche una straordinaria opportunità. Non basta offrire assistenza, dobbiamo mettere le persone nelle condizioni di costruirsi una piena autonomia. La locanda è un social business, un nuovo modo di fare impresa tenendo conto sia delle logiche economiche che dei valori del sociale. E anche in questo caso Ugo Bressanello fa le cose in grande: “La locanda dei buoni e dei cattivi” è oggi un fiore all’occhiello del turismo sardo, ha ricevuto il Premio QualitàPrezzo del Gambero Rosso, il Premio Buona Cucina del Touring Club Italiano ed è stata inserita da Slow Food nella guida “Locande d’Italia”. Segno che nel mondo dell’imprenditoria sociale non è sufficiente essere pieni

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E della sua vita professionale precedente ha mai sentito la mancanza? Mai. Per fortuna molte persone che ho incontrato nel mio precedente percorso professionale sono rimaste in contatto con me, e le coinvolgo ancora oggi nel lavoro che faccio con Domus De Luna. Il resto è completamente compensato dalla ricchezza delle esperienze e degli incontri che oggi caratterizzano la mia vita. Quest’anno Domus De Luna compie 10 anni. Abbiamo raccolto la nostra esperienza nel libro che abbiamo provocatoriamente chiamato “Dieci anni di errori”. Volevamo senza retorica mettere a disposizione di altri quello che abbiamo fatto in questi anni, compresi tutti i nostri sbagli, e raccontare la nostra storia. E ora guardiamo avanti, pronti a nuove sfide.

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LETTURE E FILM per approfondire questi temi

LIBRI

SOS, Curcu&Genovese 2007 F. Geda, L’esatta sequenza dei

FILM

“Linee Guida, Life after institutio-

gesti, Instar libri 2012

nal care”

F. Geda, Nel mare ci sono i coc-

La guerra di Mario (Italia 2006)

P. Bastianoni, F. Zullo, Neomaggio-

codrilli. Storia vera di Enaiatollah

Il ragazzo con la bicicletta (Francia

renni e autonomia personale. Re-

Akbari, Dalai Editore 2012

2011)

silienza ed emancipazione, Carocci

S. Vocuolo, Voi come me, io come

editore, Roma 2012

voi, 2011

P. Bastianoni, F. Zullo, T. Fratini,

V. Diffenbaugh, Il linguaggio se-

A. Taurino, “I msna diventano

greto dei fiori, Garzanti 2011

maggiorenni. Accoglienza, diritti umani, legalità”, Libellula Edizioni 2012 S. Premoli (a cura di), “Verso l’autonomia. Percorsi di sostegno all’integrazione sociale di giovani”, Franco Angeli, Milano 2009 V. Belotti, P. Milani, M. Ius, C. Satta, S. Serbati, “Crescere fuori famiglia. Lo sguardo degli accolti e le implicazioni per il sociale” A. Bortolotti, L’altra famiglia. Storie e percorsi di affido al villaggio

Ulidi piccola mia (Italia 2011)

ARTICOLI

Il blog di Jennifer Zicca su Vita

VIDEO •

SITI INTERNET

www.careleavers.com - The Care Leavers’ Association www.thecareleaversfoundation. org - The Care Leavers Fundation (IRLANDA)

“#5buoneragioni, La parola ai

www.minori.it – Centro documen-

ragazzi. Che cosa ha significato

tazione e analisi per l’infanzia e

per te la comunità?”.

l’adolescenza www.agevolando.org – Associazio-

Cortometraggio “Capitolo 18.

ne AGEVOLANDO

http://blog.vita.it/agevolando

Minori fuori famiglia e affido

www.ubiminor.org - Il portale

R. Zanuso: “I care leavers. Giovani

etero familiare”.

dell’adolescenza inquieta

a rischio di esclusione sociale”, Mutamento Sociale n.33 - Novem-

www.garanteinfanzia.org – Il sito Testimonianze e riflessioni di

dell’Autorità Nazionale Garante

bre 2011

Elena Malaguti, Paolo Vairani,

per l’Infanzia e l’Adolescenza

F. Zullo: “Interventi residenziali

Paola Bonadonna, Giuseppina

www.gruppocrc.net - Gruppo di

con minorenni e neomaggioren-

Speltini, Giovanni Maria Maz-

lavoro per la Convenzione sui dirit-

ni: la necessità di trasformare

zanti, Luigi Guerra.

ti dell’infanzia e dell’adolescenza

gli approcci educativi”, in www. ubiminor.org

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infoSocial www.riminisocial.it

Redazione e collaboratori Maurizio Casadei Francesco Cavalli

Via Cairoli 69, Rimini

Cesare Giorgetti Alessandra Leardini

Rimini Social 2.0 riminisocial@gmail.com

Luciano Marzi Stefano Rossini Silvia Sanchini Riccardo Sirri Emiliano Violante

Foto Ringraziamo tutti i nostri collaboratori che ci hanno fornito il materiale fotografico utila alla realizzazione di questo dossier.

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