Issuu on Google+

e completamente gratuito, e lo sara sempre...

ottobre 2011

...ma se ti va puoi partecipare alle iniziative di autofinanziamento, le trovi sul sito

il periodico informativo di Vanchiglia

www.comitatoquartierevanchiglia.net

A CHE ORA È LA FINE DEL MONDO?

A

bbiamo qualche dubbio sulle profezie, siano esse dei Maya, di Nostradamus, di S.Giovanni o di Tremonti. Ma, tralasciando l’apocalisse prevista dai nostri antenati sudamericani, non possiamo non registrare nella crisi che sta attraversando il mondo un pesante scricchiolio dell’intero sistema globale. Uno scricchiolio che, improvvisamente, ha rotto l’incantesimo di una generazione pasciuta. La generazione della guerra ha visto il mondo rivoluzionato in un decennio: tra morti e deportazioni, cambiando radicalmente regimi ed economie, imbracciando fucili e pane duro. La generazione della guerra fredda ha vissuto con la consapevolezza immediata di un nuovo conflitto mondiale, di una rivoluzione alle porte, di una trasformazione radicale, imbracciando ideologie e bandiere. Dalla caduta del muro di Berlino, invece, è esploso il racconto di un sistema stabile, sereno, proficuo, inossidabile, eterno. Imbracciando I-Pod, SUV, carte di credito, finanziarie, con la percezione di poter comprare tutto ciò che esiste, sia esso prodotto dietro casa o dall’altra parte del globo. Abbiamo imparato la nuova definizione di democrazia, che vuol dire poter votare quan-

dizona@comitatoquartierevanchiglia.net

do ci viene chiesto, abbiamo imparato che dobbiamo fidarci dei manovratori, che sono gli unici ad avere le competenze per gestire la complessa macchina della politica. Ci siamo placidamente convinti che, tutto questo, non sarebbe finito mai. Poi, improvvisamente, la grande paura.

La Grecia dista da Torino 1.500 km; da Bari, una notte di traghetto. In Grecia siamo andati mille volte a far vacanza perché ci sembrava di essere a casa: stessi supermercati, stessi prodotti, stesse macchine, stessa moneta. E stessa serenità da società immortale. Quando il ciclone li ha investiti erano tutti sereni che sonnecchiavano. Non proprio tutti, visto che qualche oracolo, da anni, stava mettendo in guardia il mondo intero su un sistema insostenibile che si stava mangiando le risorse, che nascondeva i suoi debiti, che spendeva più di quello che poteva, che spremeva più di quello che doveva. E quegli stessi oracoli, tacciati di estremismo e terrorismo, rimandavano alla ba-

nalissima economia domestica: se spendi più di quello che guadagni, se investi soldi che non hai, se tratti casa tua come una torta da mangiare, prima o poi ti ritrovi in braghe di tela a chiedere l’elemosina. E così, improvvisamente, la Grecia si è ritrovata a chiedere l’elemosina al peggiore degli strozzini possibili: il Fondo Monetario Internazionale, ovvero quella stessa istituzione, saldamente governata dai banchieri mondiali, che ha già strozzato sotto debiti ed interessi folli, tutti i paesi in via di sviluppo che ha avuto sotto le grinfie. E sapete a chi vanno i soldi del FMI? Al popolo greco? A risanare il debito dello stato? Assolutamente no! I prestiti a tasso d’usura vengono erogati per sostenere le banche, ovvero chi ha speculato e scommesso sul fallimento della Grecia. E così, mentre le scuole chiudono per assenza di fondi, gli ospedali sono inagibili, i farmaci sono diventati irrecuperabili, i lavoratori non ricevono stipendi da mesi, banche ed armatori ingrassano i loro forzieri di fondi che dovranno poi essere risarciti dallo stato (e quindi dalla popolazione). È scandaloso tutto questo? Eh no… cari amici, non c’è assolutamente nulla di scandaloso. È il capitalismo, quel meraviglioso giocattolo che (quasi) tutti abbiamo amato per un secolo, dove scompare la persona e la collettività (e quindi la politica) per concedere spazio all’unico valore esistente: il profitto. Scompaiono le regole per far spazio al libero mercato, scompare la solidarietà

(segue a pag. 2)

47 un quartiere in movimento... un movimento di quartiere


COS’È LA SPECULAZIONE? QUELLO CHE SEGUE È IL RISULTATO DI UNA CHIACCHIERATA CON DIEGO FINELLI, CHE LAVORA PRESSO BANCA ETICA. ABBIAMO CERCATO DI FARCI SPIEGARE E DI CAPIRE, OLTRE I PAROLONI DELL’ECONOMIA, COME FUNZIONA LA SPECULAZIONE, CHI C’È DIETRO E COME SIAMO ARRIVATI A QUESTA CRISI CHE NON SIAMO DISPOSTI A PAGARE.

P

er capire che cos’è la speculazione partiamo dai derivati, di cui tanto si sente parlare. I derivati nascono per regolare la compravendita di merci e tutelare le parti, erano un accordo tra produttore e acquirente sul prezzo di una merce. Il loro scopo era stabilire un prezzo a monte a prescindere da variabili, indipendenti dalle parti, che potevano danneggiare la compravendita: ad esempio si stabiliva il prezzo del caffè che doveva rimanere tale anche in caso di un cattivo raccolto. Nella logica di fondo dei derivati dunque non sembra esserci niente di sbagliato. Il problema subentra dopo: attualmente i derivati sono svincolati dalla compravendita di merci e vengono applicati nell’ambito della finanza, per esempio sui titoli. Fino a quando questa logica veniva applicata all’economia reale costituiva effettivamente una tutela tra le parti coinvolte nelle compravendite, spostandosi però nel territorio della finanza da garanzia tale logica diventa una scommessa sui prezzi delle merci, finalizzata a trarre un profitto.

La situazione di crisi nella quale stiamo vivendo deriva dallo scollamento tra finanza ed economia reale, complice la politica sempre più al servizio dell’economia finanziaria: i mercati finanziari sono cresciuti negli ultimi decenni in modo sproporzionato rispetto all’economia reale, basti pensare che nel 2007 per ogni euro prodotto dal lavoro e dal commercio, erano in circolazione quattro euro di debiti, crediti e scommesse finanziarie. Se poi si pensa all’esistenza dei paradisi fiscali, dove circolano miliardi di prodotti finanziari senza nessun tipo di regolamentazione, si inizia a capire come sia giunti ad una situazione come quella attuale, dove il 10% della popolazione mondiale si è arricchito in modo spropositato mentre il restante 90% si ritrova a fronteggiare la crisi nel proprio quotidiano. In teoria la finanza dovrebbe essere al servizio dell’economia reale e l’economia, a sua volta, a servizio della persona. Si è invece giunti ad una distanza insostenibile tra finanza ed economia reale, con il predominio della prima sulla seconda, situazione che ha

portato a mettere completamente in ombra il fatto che tutto questo complesso meccanismo dovrebbe essere al servizio delle persone, e non di pochissime di loro. Questo ragionamento ci porta verso gli speculatori. Chi siano costoro è quasi impossibile dirlo con precisione. Sicuramente bisognerebbe iniziare a cercare tra quel 10% ricchissimo della popolazione mondiale, per individuare chi si nasconde dietro all’intreccio dei grandi poteri economici e politici che ci hanno condotto alla condizione attuale. Non è un bel quadro quello che abbiamo davanti, certo. Nel nostro piccolo però non dobbiamo arrenderci a queste logiche, ma bisogna chiedersi sempre, prima come persone e poi come consumatori, cosa c’è sotto determinante scelte, cosa esse comportano. Bisogna agire curandosi delle conseguenze. Mercato reale (economia reale): riguarda la compravendita di merci al fine di utilizzarle per produrre beni di utilità diretta per le persone (ad esempio il grano acquistato da un’azienda che produce pane…). Mercato finanziario (economia finanziaria): riguarda la compravendita di merci, o titoli legati ad esse, allo scopo unico di lucrare sulla compravendita (ad esempio un titolo derivato su grano comprato e venduto da qualcuno che non si occupa affatto di produrre beni per i quali sia necessario l’utilizzo di grano…). (segue dalla prima pagina) per far spazio alla competitività, scompare il cittadino per far spazio al consumatore. Ma se pensate che questa crisi, da sola, abbatterà questo sistema e ne instaurerà uno migliore e più umano, vi basti guardare le scelte unanimi dei governi europei ed americano: taglio della spesa pubblica, eliminazione del welfare, rincaro delle tasse, abbassamento degli stipendi, eliminazione delle tutele sindacali. Ovvero, l’antica e consolidata spremitura dei sudditi per colmare gli sperperi dei sovrani. Forse, è giunta l’ora di togliere il timone dalle mani di lor signori. Forse è il momento di pensare ad un altro mondo possibile e, intanto, impedire agli sciacalli di lucrare sulla devastazione collettiva. Perché se li lasciamo fare, qua finisce davvero male…


Acqua pubblica ora e sempre!

L’acqua come bene pubblico primario è minacciata da nuovi tentativi di privatizzazione orchestrati dal governo per aggirare lo straordinario risultato del referendum di giugno «ALTRO CHE SORELLA ACQUA, MI AUGURO CHE TROVEREMO IL MODO PER RIMETTERE IN DISCUSSIONE IL REFERENDUM». BASTEREBBE QUESTA FRASE PER DARE L’IDEA AI LETTORI DI QUALE DIREZIONE VUOLE PRENDERE IL GOVERNO SUI BENI COMUNI, E NELLO SPECIFICO SULL’ACQUA.

È

un occhio di riguardo). Il boccone più grosso sono gli investimenti necessari per tappare le falle degli acquedotti nazionali: una torta gigantesca da 64,1 miliardi per i prossimi 30 anni (compresi interventi su fogne e impianti di depurazione), stima il Blue Book 2011 (www.utilitatis.org.). Da dove sarebbero arrivati questi soldi? Per il 14%, stima il Censis, da aiuti pubblici a fondo perduto. Per il resto finanziati con le bollette. L’aumento Con l’alibi della necessario tra il 2010 e il 2020 era calcolato del 18%. Tanti, troppi soldi. E guarda caso costruttori crisi finanziaria e banche, prima del referendum, erano entrati i poteri forti a gamba tesa nei capitali delle municipalizzate. nazionali ed Pensiamo a Caltagirone in ACEA (Roma, 8 europei spingono milioni d’utenti) o a Banca San Paolo in IREN.

gravissima infatti l’affermazione pronunciata lo scorso 15 settembre dal ministro Sacconi, personaggio che in questi mesi di crisi spicca per la spinta ultra-liberale, dall’azzeramento dei diritti dei lavoratori insito nel progetto “Fabbrica Italia” per proseguire di Marchionne, di cui Sacconi è lo sponsor più sulla strada delle accanito, al tentativo a tutto campo di mettere in Dopo il referendum, che ha visto una chiara discussione il risultato referendario espresso per e netta presa di posizione da parte degli italiani privatizzazioni nonostante i vari tentativi di boicottaggio arrivati volontà popolare il 12 e 13 giugno scorso, che ha sancito la ripubblicizzazione dell’acqua, bene primario e di vita per da più parti, un governo che fosse veramente al servizio dei cittadini lavorerebbe per tutelare l’acqua (l’acqua dolce rappresenta ogni essere vivente. solo lo 0,008% dell’acqua totale) e modernizzare l’infrastruttura, Un’affermazione eversiva quella del ministro che mina non solo la eliminando gli sprechi. Invece ancora una volta la classe politica si volontà popolare, ma anche il concetto stesso di democrazia, visto dimostra quella che è: una metastasi di corruzione incapace di fare che il tentativo è di aggirare la norma per arrivare ad ottenere la il bene pubblico. privatizzazione dell’acqua tramite lo strumento delle stock options, con il quale i beni statali vengono svenduti per far cassa a privati che, nel caso gli affari vadano bene si tengono tutti gli utili, nel caso gli affari vadano male si rivolgono allo stato (quindi a noi tutti) per ripianare i debiti conseguiti da cattiva gestione, con buona pace del cosiddetto “rischio d’impresa”. Il tutto in un contesto di libero mercato e concorrenza in cui il privato deve massimizzare i profitti riducendo i costi, ergo aumentando le bollette. Con l’alibi della crisi finanziaria i poteri forti nazionali ed europei spingono per proseguire sulla strada delle privatizzazioni. Ormai l’agenda economica, dopo il commissariamento dell’Italia, viene dettata dalla BCE, che ordina riforme strutturali che incrementino la concorrenza, cioè la forsennata privatizzazione dei servizi erogati dal pubblico. Esattamente la cosa a cui gli italiani non credono più. Una balla seppellita dal referendum. Nessuno pensa –e ormai del resto l’abbiamo sperimentato– che privatizzazione, mercato e concorrenza riescano a far scendere i prezzi dei servizi e a far risparmiare la gente... anzi, tutto il contrario! Ne sanno qualcosa gli abitanti delle regioni dove il processo di privatizzazione era più avanti (Toscana, Umbria, Liguria ed Emilia) e dove i cittadini scontavano i prezzi più elevati (i lombardi spendevano meno di 1/4 rispetto a toscani e umbri e l’acquedotto milanese è uno dei più efficienti d’Europa). Ad Agrigento c’è la bolletta più alta del paese e l’acqua arriva due volte la settimana e solo in 2/3 della città. Salvo poi scoprire che il gestore privato Girgenti Acque ne vendeva un bel po’ a Coca Cola per fare una bevanda gassata. A Latina, dove il Comune era affiancato dal colosso francese Veolia, i costi sono schizzati tra il 300 e il 3000% e 700 famiglie si sono auto-ridotte ogni mese la bolletta pagando il giusto al Comune. Il business dell’acqua è una vera e propri miniera d’oro soprattutto per i “soliti” costruttori (categoria per cui il governo ha sempre avuto


¡INDIGNADOS!

Breve storia di un movimento partito dalla Spagna che sta coinvolgendo il mondo

IL MOVIMENTO DEGLI INDIGNATI È STATO E CONTINUA AD ESSERE UNA NOVITÀ ENTUSIASMANTE NEL PANORAMA POLITICO SPAGNOLO E INTERNAZIONALE. UN PANORAMA CHE DI DEMOCRATICO HA SEMPRE MENO E IN CUI L’OLIGARCHIA ECONOMICA MOSTRA ORMAI APERTAMENTE I PROPRI GIOCHI SPECULATORI COMPIENDOLI, CON LA COMPLICITÀ DI UNA CLASSE POLITICA TERRORIZZATA ALL’IDEA DI PERDERE I PROPRI PRIVILEGI, SULLA PELLE DEI CITTADINI, SOPRATTUTTO DEI PIÙ DEBOLI E DELLE NUOVE GENERAZIONI.

D

i fronte a questo scenario c’è chi in Spagna ha deciso di gridare la propria indignazione, raccogliendo il testimone delle piazze arabe e delle loro coraggiose rivoluzioni, osservando la rabbia greca, prendendo alla lettera il titolo del libro “Indignatevi!” scritto dall’ex partigiano francese Stéphane Hessel, ma soprattutto cogliendo la grande voglia di protagonismo dal basso sempre più tangibile nella società spagnola. Una società caduta di colpo dal sogno illusorio di un benessere rapido, facile e indolore nell’incubo ad occhi aperti di una crisi che mette a nudo gli squilibri, l’ingiustizia e la violenza di un modello economico insostenibile. Tutto è nato nei primi mesi dell’anno in seguito alla creazione di un foro di discussione attraverso internet e le reti sociali, denominato “Piattaforma di coordinamento di gruppi per la mobilitazione cittadina”, nato per generare un dibattito aperto fra persone interessate a sviluppare azioni comuni di protesta e proposta dal basso, lontano dai partiti politici e diffuso in tutta la Spagna. A fine marzo e inizio aprile ci sono state le prime manifestazioni in molte città, nate dalle rivendicazioni degli studenti universitari contro le riforme universitarie finalizzate alla privatizzazione dell’istruzione superiore e che in Italia conosciamo fin troppo bene… Le proteste degli autodefinitisi “Giovani senza futuro” (ma anche senza paura) hanno portato alla grande manifestazione di Madrid del 15 maggio scorso –da cui la sigla 15M– e alla creazione della piattaforma “Democrazia vera, adesso”, attiva tanto nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle case come nelle reti telematiche. Una novità intensa che, attraverso le voci dei cittadini, ha fatto prepotentemente irruzione all’interno della campagna elettorale per le elezioni amministrative che si sarebbero celebrate la settimana successiva, sottraendo la ribalta ai politici di professione e restituendola alla gente comune, contestando la legge elettorale e mettendo quindi in discussione la rappresentatività stessa di istituzioni falsamente democratiche. Tutto il mondo ha visto quello che è successo

a Madrid a partire dal 15 maggio e nei mesi successivi, però forse non lo si è capito e valorizzato del tutto: l’occupazione e liberazione della Puerta del Sol (la più centrale e simbolica delle piazze della capitale spagnola, cuore della zona commerciale) ha aperto una crepa nel muro dell’ordine prestabilito, dell’assuefazione e del senso comune manipolato. In questa fessura si è infilato un rinnovato spirito di libertà e partecipazione, che si è concretizzato poi nelle molte assemblee, nelle commissioni e nei gruppi di lavoro costituitisi per il funzionamento orizzontale della piazza, basata nella libera discussione, nella rotazione dei delegati, nella solidarietà, nella comunicazione aperta e nell’appoggio reciproco. Una vera democrazia insomma, luogo e spazio politico dove sperimentare il modo migliore e il più legittimo per una società di impadronirsi del proprio destino, senza la dittatura del denaro né la sorveglianza paternalista dei politici. Questo stare insieme in una piazza che ha smesso di essere

un semplice transito tra i templi del consumismo e che ha recuperato la sua vocazione di agorà libera e di cuore pulsante dei desideri della cittadinanza, si è basato su un principio ricordato e rivendicato dagli indignati: una decisione illegale che contemporaneamente ha fondato una legalità nuova. Dal punto di vista della legge del più forte oggi dominante, è stata infatti illegale l’occupazione della piazza Sol come forma di protesta pacifica, illegale il consolidamento determinato di tale occupazione nonostante i vari tentativi di sgombero, le minacce e le intimidazioni politiche. Illegale tutto ciò che la piazza è stata nei tre mesi successivi: una enorme tendopoli perfettamente organizzata e funzionante nel cuore di una metropoli occidentale, con servizi di ogni tipo –cibo, pulizia, salute, informazione, biblioteca, ludoteca, gestione dei conflitti– infrastrutture, materiali e volontari per la cura degli spazi e delle assemblee che ogni sera, per settimane, hanno richiamato decine di migliaia di per-

Sembra di vederlo immerso nella folla indignata, tra la gente e con la gente, osservando tutto con attenzione, contento che stiamo ancora lottando come ha sempre fatto lui. (ciao Pope)

L’illustrazione è tratta da Cuaderno de Sol, di Enrique Flores (www.4ojos.com)


sone per parlare, conoscersi, confrontarsi, discutere, condividere il comune sentimento di indignazione e voglia di cambiamento. Dopo altri momenti che hanno rafforzato e rilanciato le rivendicazioni degli indignati in tutta la Spagna (l’incontro a Madrid, il 23 luglio, di migliaia di persone confluite da ogni parte della penisola dopo marce durate settimane; l’assedio al parlamento della Catalogna), Sol è stata “riportata alla legalità” in agosto, per fare largo alla visita del Papa: una ostentazione di forza congiunta da parte della Chiesa, allarmata nel vedere tanti giovani capaci di pensare con la propria testa e decisamente meno controllabili dei diligenti e devoti papa-boys, e delle autorità spagnole tanto di destra come di sinistra, premurose di mostrare al mondo una città nuovamente docile. Ma il fatto che non ci siano stati particolari incidenti, dimostra che il movimento si era nel frattempo preparato per sfuggire alla repressione e per superare la propria comprensibile stanchezza giocando d’anticipo, rinnovandosi e inventandosi nuove forme per esprimere la propria protesta e le proprie proposte. Una trasformazione del resto necessaria

per mantenere vivo lo spirito iniziale e renderlo sostenibile nel tempo, organizzativamente più agile e più efficace nel suo impegno di penetrazione capillare della società. Nella fase attuale il movimento degli indignati sta quindi consolidando le modalità di intervento locale e globale nate già durante l’occupazione delle piazze: la moltiplicazione dei luoghi della partecipazione, delle assemblee, dei gruppi di lavoro e la loro diffusione nelle città, nei quartieri, nei paesi più piccoli; il rafforzamento dei canali comunicativi che permettono, attraverso tecnologie più o meno recenti, di condividere le varie esperienze dando una prospettiva comune; lo sforzo di internazionalizzazione del movimento. La rete è senza dubbio l’immagine che meglio riassume il nuovo attivismo del 15M, che si esprime contemporaneamente nei territori, coinvolgendo i vicini su questioni locali (la lotta contro gli sfratti e le speculazioni edilizie, la difesa dell’uguaglianza dei cittadini e dei migranti dagli abusi della polizia, l’organizzazione di momenti di socialità…), unendo i cittadini di fronte a minacce di carattere nazio-

nale (privatizzazioni di beni e servizi pubblici, riforme neoliberiste che minano la giustizia sociale, corruzione generalizzata…), e infine creando collegamenti transnazionali per dare vita ad un movimento di opinione globale in grado di condurre al cambiamento. Proprio in questo senso nelle ultime settimane si sono moltiplicate le iniziative che nelle intenzioni e nelle modalità hanno fatto esplicito riferimento agli indignati spagnoli, come ad esempio Israele e Stati Uniti, due paesi emblematici dove l’organizzarsi delle persone in movimenti spontanei di protesta contro le oligarchie politico-finanziarie rappresenta un segnale di novità davvero apprezzabile. In questa stessa direzione è stata convocata la manifestazione del 15 ottobre “Uniti per il cambiamento globale”. In tale occasione la protesta attraverserà il mondo percorrendo le reti intessute in questi mesi, coinvolgendo oltre 60 città solo in Spagna e altri 45 paesi in tutto il mondo. Sarà il primo appuntamento di questo nuovo protagonismo globale delle persone, la possibilità di prendere coscienza del nostro potere di cambiare finalmente il corso della storia.

Memorie di una vanchigliese indignata A sinistra per profonda condivisione dei valori di uguaglianza e giustizia, cresciuta in una famiglia da sempre militante in quest’area politica, nell’estate del 2009 avevo colto l’appello di Ignazio Marino, che si candidava segretario, a iscrivermi al PD. Marino mi aveva emozionata e mi sembrava che in quel momento il PD potesse avere un nuovo corso, di discontinuità rispetto alla “Nomenclatura”. Non avevo mai avuto una tessera e quel gesto fu da un lato ponderato, ma dall’altro colmo di speranza per una rinascita che fosse anche del Paese, oltre che del “principale partito di opposizione”. A un anno da quel giorno, dopo l’elezione di Bersani alla segreteria –da me interpretata come segno di continuità anziché, come mi auguravo, di rottura– e molta acqua sotto i ponti, polemiche interne sterili quanto implacabili, posizioni ambigue e senza neppure il beneficio del raggiungimento di “un fine più alto”, di fronte allo scempio perpetrato da questo Governo, nel 2010 restituii la tessera terminando la mia esperienza. Un altro anno è trascorso e la situazione si è inasprita: siamo ormai nella lista “bassa” delle graduatorie internazionali, quali che siano, dall’istruzione alla libertà di stampa, dalle pari opportunità alla sanità. Il nostro debito pubblico è tale che i nostri figli sono indebitati per i prossimi cinquant’anni, una larga parte del Paese è sofferente e stanno saltando uno dopo l’altro i patti sociali che tanto difficilmente avevano contribuito – non senza falle – a tenerlo insieme nella prima Repubblica. In questo contesto tanto drammatico mi sembra evidente l’assenza di interlocutori credibili sulla quasi totalità dei fronti istituzionali - o se ci sono stanno a guardare. Non è credibile il Governo, ormai in coma irreversibile, e attaccato tenacemente alle “macchine”, ma – più grave ancora – non

all’opposizione, almeno per quanto mi riguarda. Sento da più parti dire, anche da persone che conosco e stimo, che “qualsiasi cosa è meglio di questo”, ma non riesco a convenirne, o perlomeno non è sufficiente. Personalmente credo che i partiti abbiano il dovere civile e morale di offrire un’interlocuzione onesta ai cittadini, ma per fare questo è necessaria una riforma profonda, che non si limiti all’abrogazione di questo indecente sistema elettorale, ma comprenda anche una riflessione seria sullo stato delle cose, sul come siamo arrivati fino a qui, sul rilancio dell’economia (che può essere inteso secondo gli schieramenti in modi molto diversi), sul nostro sistema educativo, sul welfare, sul ruolo che le donne dovrebbero e potrebbero ricoprire nella nostra società, solo per citare alcuni temi “caldi”. Sono convinta che la politica abbia il dovere di contrapporsi al dilagare di questa economia selvaggia, interpretata come la legge del più forte e del più furbo, invece che farsi prona agli interessi di pochi soggetti che decidono del destino dei più. Infine penso che la vera Politica sia davvero la “Cosa pubblica”, di tutti, cui tutti i cittadini dovrebbero partecipare attivamente e in prima persona, vigilando sugli amministratori, come avviene, di fatto, in alcuni Paesi della Scandinavia e non solo. Sono certa che alcuni temi più di altri richiedano la partecipazione diretta di tutti, ad esempio la riflessione sui “beni comuni”, che tanto ha animato le nostre piazze e ha decretato il successo dei quesiti referendari sull’acqua e sul nucleare, ribadendo che i cittadini vogliono contare davvero e sono disposti a spendersi in prima persona. Credo che le persone comuni debbano stringersi insieme nei comitati di quartiere, nei luoghi di ritrovo, nelle assemblee cittadine, nelle piazze, per confrontarsi e operare congiuntamente quella SEGUE


Donne e tecnologia: al via i lavori Il 28, 29 e 30 ottobre il centro sociale Askatasuna ospiterà un importante evento nazionale dal titolo “Feminist Blog Camp”. Una tre giorni di condivisione, seminari, workshop, proiezioni, dibattiti, musica, arte, spettacoli, reading, cultura, confronti sul desiderio e la sessualità, precarietà, migranti e molto altro. L’iniziativa è totalmente autofinanziata e sarà realizzata dalle e dai partecipanti all’insegna dell’autogestione.

I

l mondo di internet e le tecnologie sono ormai da diversi anni sempre più utilizzati nella nostra società da una larga fetta della popolazione, indipendentemente dal sesso, livello di istruzione, classe sociale, ecc... on fanno eccezione le donne, ovviamente: sono sempre più numerose su internet, sia individualmente che in gruppo, attraverso siti o nei blog personali, che sono una sorta di diario on line in cui annotare e comunicare al mondo i propri

N

Essere femministe è una lotta contro stereotipi e ruoli predefiniti e asfittici, contro la violenza che le donne continuano a subire in casa e fuori. È il pretendere una dignità che spetta alla donna da millenni. pensieri, le proprie valutazioni, esperienze, rivendicazioni. pesso si tratta di raccontare in prima persona la precarietà lavorativa e di vita, di combattere contro la violenza che subiscono, di denunciare il mondo della televisione

S

SEGUE

pressione che nei Paesi anglofoni si chiama “moral suasion”, col fine di spingere la nostra classe dirigente a un cambiamento profondo e radicale, senza il quale nulla sarà possibile, se non il perverso ripetersi di quanto già sta accadendo. È ora di indignarsi, ricordando le parole di Dante “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!” ma indignarsi non basta, bisogna agire. Con l’impegno, con l’esempio che ognuno di noi può dare comportandosi “secondo coscienza”, con il contributo delle idee, della protesta, anche con la disobbedienza civile. Dobbiamo farlo per noi, per i nostri figli e per questo Paese, che malgrado il diverso avviso del nostro Presidente del Consiglio, non sarà mai un “Paese di m…” – noi non lo permetteremo.

e dei media che propongono un’immagine femminile stereotipata, ammiccante e sessualmente “disponibile”, il tutto con l’unico fine di vendere un nuovo modello di auto, o di telefonino o magari un prosciutto. er questi e molti altri motivi oggi tantissime donne (e non solo) di tutte le età, anche giovanissime, si ritrovano a sottolineare quanto la lotta e la pratica femminista siano nuovamente e oltremodo necessarie e attuali. Essere femministe può significare tante cose. È una lotta contro stereotipi e ruoli predefiniti e asfittici (sminuenti solo nel migliore dei casi, molto più spesso vergognosamente castranti), contro la violenza che le donne continuano a subire in casa e fuori. L’obiettivo non è il raggiungimento di una presunta “parità” con l’uomo, ma l’affermarsi in prima persona in quanto donne: soggetti capaci di decidere della propria vita in maniera libera e autonoma, e non per forza bisognose di un uomo che decida per –o al posto– loro. È il rifiuto ad essere ancora pensate e rappresentate come schiocche bamboline unicamente sensibili al fascino del denaro e del potere o come casalinghe frustrate, con l’unico problema di preparare una bella cenetta al marito lavoratore. È il pretendere una dignità che spetta alla donna da millenni.

P

I

n tantissime, ieri come oggi, non sono più disposte ad accettare le imposizioni di una società in cui la donna ha meno diritti e libertà degli uomini. In molte nel tempo, oltre a lottare nelle piazze, si sono anche messe in contatto tra loro attraverso internet, hanno “fatto rete” e si sono messe a lavorare, condividendo i saperi e sfruttando la “piazza virtuale”. Usando la tecnologia da protagoniste. l Feminist Blog Camp è un evento che nasce dalla necessità di incontrarsi anche in luogo “fisico” oltre che nel web. Attraverso laboratori sia pratici che teorici si scambieranno conoscenze, idee e saperi per agire in maniera collettiva.

I

Per essere informati sul programma e le attività: http://feministblogcamp.noblogs.org oppure potete scrivere a: feministblogcamp@grrlz.net sguardisuigeneris@gmail.com VI ASPETTIAMO TUTTE/I!* *Anche Mariastella è caldamente invitata... magari è la volta buona che impara finalmente qualcosa!


La ricetta popolare

Caro Gianni, come si fa a far “digerire” ai bambini i compiti scolastici che vengono loro assegnati nel fine settimana o nei periodi di vacanza? Il nostro bambino frequenta la scuola primaria e non ha nessuna intenzione di dedicare un po’ della sua attenzione a sbrigare quello che noi consideriamo –a sostegno della posizione delle maestre– un obbilgo. Passa quindi ore su esercizi che, con un po’ di impegno, sarebbero risolti in pochi minuti. A noi pare un modo incomprensibile di sprecare del tempo che potrebbe impiegare a fare cose decisamente più divertenti e anche noi siamo spesso costretti a rinunciare a goderci il tempo libero per assisterlo e spronarlo a concludere. Cosa ci consigli?

P

ersonalmente trovo inutili i compiti di cui parlate mentre molto più interessante sarebbe stimolare esperienze “altre”, bambini ed adulti insieme. Oltre ad essere inutili sono, come verificate anche voi, “dannosi”, in quanto producono nel bambino una sorta di “rigetto” che ben presto si allarga a tutti i compiti in modo indifferenziato. La curiosità, lo stupore, la voglia di mettersi in gioco vengono spente, lasciando un meccanico frustrato ripetitore di formule che, in quanto tali, non sono cultura né apprendimento. L’“impegno” di cui parlate è stimolato dall’interesse (lo dicevano già i pedagogisti dell’ ottocento!) ma se questo manca perché, di fatto, ne nega un altro più vitale, allora… Allora solo l’“obbligo” ovvero il bastone. Non mi pare sia una via percorribile per una crescita sana e soddisfacente. Un consiglio alla Gian Burrasca. Provate un po’ con il famoso “aiutino”. Lo so che è inganno ma mi pare ben più grave la scolarizzazione ad oltranza dei piccoli. Leggetevi a tal proposito “Ivan Illich, Descolarizzare la società, Arnoldo Mondadori Editore, 1973”. Non credo sia ancora in giro il libro. Cercate in Internet ed andate per boschi a cercare castagne... Gianni Milano

Gli ubriaconi di zia Lina I biscotti, buoni e veloci, per coloro che vogliono eliminare dalla dieta i pestiferi “olii vegetali”, onnipresenti nei prodotti da forno, che fanno male alla nostra salute e a quella di tanti popoli del pianeta, scacciati dalle loro terre per fare spazio alle colture. 2 bicchieri colmi di farina 1 bicchiere di zucchero 1 bicchiere di vino rosso 1 bicchiere di olio spremuto a freddo di girasole o di mais 2 cucchiaini di lievito In una terrina mescolare gli ingredienti in modo da ottenere un impasto non colloso (aggiungere eventualmente un po’ di farina). Modellare i biscotti in palline dalle dimensioni di una nocciola e porli sulla placca del forno ricoperta di carta oleata (carta-forno). Cuocere a 180 gradi per 20-30 minuti a seconda del gusto (più morbidi o più croccanti).

… e io me ne vado da un’altra parte!

N

el quartiere c’è un supermercato che anni addietro si distinse per aver aderito ad una campagna a sostegno delle persone in difficoltà, abbassando i prezzi di alcuni beni di prima necessità nell’ultima settimana del mese. Oggi, quello stesso supermercato (Conad, via Tarino) si distingue invece per l’intolleranza verso le fasce di popolazione più deboli e in difficoltà. In molti conoscevamo le persone che abitualmente stazionavano nello spazio al coperto di fronte all’ingresso. Una mano allungata, nessun fastidio se non il vederci ricordare ogni giorno che la vita può essere veramente dura. Ma il Conad ha provveduto comunque, per evitare che gli occhi dei clienti potessero essere turbati: prima una serie di fioriere per ostacolare la possibilità di avere un posto riparato in cui attendere un aiuto. Poi, due belle barriere ad impedire totalmente l’accesso alla zona coperta. Ecco, impedire l’accesso. E noi accogliamo questa sollecitazione: stiamo fuori! Non sosteniamo con la nostra spesa chi, invece di tentare di cancellare le cause che spingono la gente per strada, pensa di risolvere i problemi cancellando le persone. È già successo in san Salvario: il comportamento razzista di una cassiera del supermercato Metà di via Madama Cristina ha fatto sì che alcuni clienti abbandonassero la spesa alla cassa e segnalassero l’accaduto per invitare al boicottaggio del punto vendita. Molti si stanno stancando di avallare col proprio silenzio comportamenti che non sono degni di un paese civile. Diamo alla nostra spesa tutto il peso che merita: andiamo da un’altra parte.


“I

nside Job” di Charles Ferguson è un film/documentario dall’evocativo titolo. Premio Oscar 2011 come miglior documentario, Inside Job è la cronaca del crudo risveglio di un sistema che si credeva invincibile, capace di convertire tutto e tutti alla religione del profitto senza freni.

La grande crisi che ci affligge ha origini lontane e non è stato un incidente. Era tutto scritto, nero su bianco, nei rapporti della Federal Reserve, nei bilanci taroccati della Citigroup e della Merrill Lynch e via dicendo. Tutto comincia apparentemente con il collasso nel 2008 dei colossi Usa Bear Stearns e Lehman Brothers. Ma è solo l’inizio. Come le pedine del domino, cadono tutti i pezzi, uno dopo l’altro... e nessuno dei responsabili paga. Anzi, tutti i direttori delle varie aziende prendono delle liquidazioni pazzesche mentre chi, in precedenza, aveva sottoscritto i mutui, è costretto a vendere le case, che in realtà non si sarebbe potuto permettere. E sono loro, o meglio noi tutti, le vittime di questo sistema infernale. Nel film non ci sono attori, ma i veri protagonisti di questo gioco al massacro, anche se molti non si sono voluti fare intervistare. L’espressione “inside job” indica un crimine commesso da chi ha le mani in pasta e in questo caso le hanno veramente tutti. Ma di chi è la colpa? Non dei vari direttori, che per loro stessa ammissione hanno peccato di avidità, o dei prestigiosi accademici pagati per nascondere la verità nei loro studi, ma del governo che non ha regolato le loro speculazioni dall’inizio degli anni ’80 con i primi prodotti “derivati” della finanza. Alla fine della visione si ha la certezza che per avere un mondo migliore si debba passare dalla riduzione dei consumi e dalle scelte consapevoli e sostenibili. Nel libro, a cura di A. Bignami, si trova una guida per gli insegnanti che vogliano mostrare il film nelle scuole: per spiegare alle nuove generazioni come evitare che la Grande Crisi si ripeta. I profili dei protagonisti della crisi ed un glossario della finanza. INSIDE JOB, di Charles Ferguson DVD + libro Feltrinelli Editore, collana realcinema Michele, Libreria Linea451

appunta menti Dove trovo il DiZona in giro per Vanchiglia? Qui: Negozio Leggero (via Napione 37), Libreria Linea 451 (via Santa Giulia 40), Il Frutto Permesso (via Napione 24), Edicola (via Montebello 40), Copisteria Kromocopie (c.so San Maurizio 53), Ufficio Postale (via Montebello 23), Bar Margò (via Buniva 9a), Stampe Antiche “Ai tre Torchi” (largo Montebello 38), Bar Mai dire No (largo Montebello 40), Pastificio (c.so Regina 37c)

Spargi la voce... e se vuoi essere un punto di distribuzione ufficiale, scrivici!


DiZona_october2011