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febbraio 2011

il periodico informativo di Vanchiglia

www.comitatoquartierevanchiglia.net

Quanta pazienza?

L

o scorso editoriale era intitolato Game Over; era stato scritto prima della votazione di fiducia al governo del 14 dicembre. Qualcuno, assistendo all’ignobile compravendita di parlamentari che ha permesso a sua maestà Berlusconi di rimanere sul trono, ci ha scritto che abbiamo detto gatto senza avercelo nel sacco. Chi conosce la nostra rivista, però, sa di cosa stavamo parlando. Avevamo intuito che quel fatidico 14 dicembre sarebbe stato un punto di svolta: e così, mentre le truppe del cavaliere festeggiavano la vittoria di Pirro, fuori 40.000 studenti assediavano il parlamento, dichiarando guerra non solo a questo governo ma anche a quel sistema politico-economico che lo ha messo al comando. Il governo, da allora, è caduto; non ha più margini di manovra e, soprattutto, non ha alcuna strategia per uscire dalla crisi. Così è spuntato il gerarca Marchionne che ha dichiarato agli operai di Mirafiori: “o fate come dico io, oppure chiudo la fabbrica e vi licenzio”. E, quello che dice lui, è un contratto sotto il ricatto aziendale, senza diritto di sciopero, senza rappresentanza sindacale, senza pause in catena di montaggio. Senza un chiaro piano economico. E senza dignità, aggiungeremmo. Tutto il mondo che conta si è lanciato

dizona@comitatoquartierevanchiglia.net

nel festeggiamento di questa nuova linea economica ed ha fatto squadra: i sindacati gialli Cisl e Uil, schieratisi oramai chiaramente con i padroni, Confindustria pronta ad utilizzare lo stile Marchionne come un cavallo di Troia per applicarlo in tutta la nazione, tutti i media nazionali, che si sono spellati le mani in applausi. Hanno fatto un referendum farsa. Chiunque, anche il lavoratore più rivoluzionario, se fosse messo di fronte al ricatto di perdere definitivamente il proprio lavoro, in questo

momento di grande crisi, sarebbe profondamente turbato da questa scelta. E nonostante questo, la risposta di Mirafiori è stata eroica. Metà di quegli operai già costretti ad una vita lavorativa di merda, alla cassaintegrazione, sottoposti al ricatto di un’azienda vampiro, hanno risposto con la dignità di chi non piega la testa all’ingiustizia. Hanno fatto andare di traverso il caviale e lo champagne a chi stava già festeggiando il trionfo dei padroni sui lavoratori, hanno dato uno schiaffo a chi, anche da sinistra, pensava che gli operai non si sarebbero mai ribellati. “Se fossi un operaio, voterei SÍ”, dichiarava

il candidato sindaco Fassino... che operaio non è mai stato, che il lavoro lo ha visto solo svolgere da altri, nelle sue campagne elettorali a spese nostre. Ebbene la dignità dei lavoratori di Mirafiori e dei metalmeccanici, la rabbia degli studenti, le piccole grandi ribellioni dei migranti sulle gru, le battaglie per la difesa del territorio, le piccole e grandi lotte che attraversano il nostro paese, mai registrate da giornali e televisioni, ma nonostante questo, vive e presenti, sono la dignità di una popolazione che non vuole piegare la testa, che non vuole pagare la crisi che lor signori hanno provocato. E mentre contiamo i centesimi per arrivare a fine mese, siamo costretti ad assistere a storie di festini, di puttane, di migliaia di euro regalati a ragazzine, di azionisti che si spartiscono dividendi faraonici, di Agnelli che pagano a peso d’oro i loro calciatori, di sindaci che buttano la mondezza nei campi e nei mari. Allora ci chiediamo, quanta pazienza possono ancora avere gli operai che a febbraio entreranno in cassa integrazione straordinaria, a 600€ al mese? Quanta pazienza possono ancora avere quei giovani che sono parcheggiati nelle strade senza nessuna prospettiva lavorativa? Quanta pazienza abbiamo ancora, noi che faticosamente proviamo a portare a casa la pagnotta, di fronte a questi buffoni che animano il teatrino della politica? Dall’altra sponda del Mediterraneo ci sta arrivando la risposta. In Tunisia ed Egitto, la pazienza, l’hanno persa e stanno cacciando quei fantocci che, da decenni, li costringono a vite indegne.

47 un quartiere in movimento... un movimento di quartiere


MEDITERRANEO IN RIVOLTA FARID BEN AHMED È TUNISINO. HA 45 ANNI E DA 16 VIVE IN ITALIA; LAVORA IN UNA COOPERATIVA SOCIALE ED È SPOSATO CON UNA COLLEGA ITALIANA. A GENNAIO HA FESTEGGIATO, COME TANTI CONNAZIONALI, LA CADUTA DEL REGIME DI BEN ALÌ E L’INIZIO DELLE RIVOLTE IN NORD AFRICA. Caro Farid, puoi spiegarci cosa è successo in Tunisia? Difficile dire da cosa è partita la rivolta: apparentemente esplosa senza preavviso e senza segnali premonitori. Un uomo si da fuoco e improvvisamente una nazione si incendia, un popolo si sveglia. Il tutto nasce dal gesto di Mohamed Bouaziz , un abitante di un villaggio del sud ovest. Giovane, laureato, disoccupato (in Tunisia la maggioranza della popolazione è giovane, il 70% sotto i 30 anni, con un tasso di scolarizzazione molto alto, ma altrettanto alta è la disoccupazione, al 25% circa). Per i pochi che riescono ad entrare nel mondo del lavoro gli stipendi sono terribilmente bassi, insufficienti per realizzare una vita autonoma. L’unica possibilità diventa l’emigrazione, almeno per il tempo sufficiente a costruire la casa e una piccola sicurezza economica. Ma non c’è solo questo. Mohamed Bouaziz ha resistito ad un gesto di prepotenza della polizia che gli ha confiscato per l’ennesima volta la poca merce che vendeva per mantenersi. Commercio illegale, l’altra possibilità oltre l’emigrazione. Bouaziz è stato schiaffeggiato dai poliziotti. Bouaziz ha protestato contro tutto questo: l’obbligo ad una vita indegna, la sopraffazione e

la violenza del potere corrotto. E si è dato fuoco davanti alla caserma della polizia. Sui libri di storia tunisina si impara a memoria la frase pronunciata dalla moglie di un comandante che aveva perduto una battaglia contro i nemici Romani “meglio il fuoco che il disonore”. È questo il motivo per cui il gesto di un uomo ha avuto un effetto così potente: ogni giovane, ogni disoccupato, ogni lavoratore si è riconosciuto nella stessa rabbia e nella stessa rivolta. Il regime di Ben Ali costringeva tutti al disonore, alla mancanza di dignità, ad una vita precaria sempre a disposizione di un sistema corrotto, mafioso e sempre più oppressivo. Anche se si può dire che tutta la popolazione ha partecipato alla Rivoluzione – persino i bambini e gli anziani – i maggiori attori sono stati i giovani, i disoccupati, ma anche il ceto medio alto e le elite culturali: gli avvocati, i giudici non corrotti, i docenti universitari, gli artisti… e i blogger. L’aspetto di novità più eclatante è stato “la Rivoluzione di Facebook e Twitter”, gli strumenti usati dai giovani, che hanno avuto il ruolo fondamentale di diffondere notizie, appelli, informazioni, convocazioni alle manifestazioni. Oltre al ruolo

tradizionale del sindacato, che è stato capace di convogliare la rabbia dei lavoratori, il computer ha avuto un ruolo pari a quello delle “staffette partigiane”, e decisamente più efficace!!! Nelle ore decisive della rivolta le informazioni, spesso supportate da foto e filmati, sono passate in tempo reale, riuscendo a convocare manifestanti, organizzare sit-in, chiamare in difesa di un quartiere attaccato dagli squadroni di Ben Ali. Ma è indubbio che la rete abbia avuto un ruolo fondamentale anche prima: ha preparato il terreno, attraverso l’attività di blogger e hacker che lavoravano per la libertà della rete e per aggirare i vari tentativi di censura. Libertà è, con dignità, l’altra parola d’ordine della Rivoluzione. La rete è naturalmente libera e il tentativo del regime di chiudere e censurare ha solo inasprito il senso di oppressione intollerabile. Nelle prime giornate della rivolta sono stati arrestati un famoso blogger e un famoso rapper che usava la rete per diffondere le canzoni anti regime. Oggi il blogger Amamou, scarcerato, è ministro della gioventù e manda in rete le riunioni dei ministri su Twitter. Poco evidenti, ma altrettanto importanti nel preparare il terreno di rivolta sono state le organizzazioni ultras delle squadre di calcio: unico sfogo permesso ai giovani perché non politico, ha invece fatto sperimentare che quando si agisce in gruppo si può sconfiggere la prepotenza della polizia. “Polizia dappertutto, giustizia no” campeggiava, in italiano, sugli striscioni negli stadi.

esplosivi, da istanze decisamente più moderne.

Qual è il legame che lega la rivolta tunisina a quella egiziana? In modo straordinario le due rivolte sono molto simili, e simili alle “turbolenze” che stanno attraversando Algeria, Giordania, Siria, Yemen... Tutte queste nazioni hanno il medesimo problema di una massa di giovani e un ceto medio acculturati e disoccupati, uniti da istanze di pluralismo, democrazia e libertà. È estremamente significativo che gli estremisti islamici, che finora sembravano occupare l’altra faccia della politica araba, siano stati altrettanto spiazzati dei vecchi dittatori: leader altrettanto vecchi spazzati fuori dal tempo, con le loro cariche di

Possono esserci ricadute anche nella fortezza Europa? Sicuramente questo è un momento di una portata storica eccezionale e questa ha l’aria di essere una vera rivoluzione: molte cose sono cambiate nelle persone e nella società. Anche se Mubarak non se ne andrà in questi giorni, ormai il messaggio è chiaro, per il regime egiziano e per tutti gli altri regimi arabi. E forse per tutta una generazione. Niente sarà come prima. E anche le democrazie occidentali dovranno cominciare a rivedere il loro sistema di alleanze con i paesi arabi e ripensare al senso stesso della parola democrazia.

Quali prospettive si possono ipotizzare nell’evoluzione delle proteste? Questo è in realtà il passaggio più difficile: una rivoluzione non si vince nei primi giorni di lotta, ma in ciò che veramente riesce a costruire nel paese. Oggi i tunisini vogliono vedere realizzata una vera democrazia, ma la strada è lunga; bisogna rifare la costituzione, la legge elettorale, istituire un vero sistema parlamentare, snidare i vecchi oligarchi. In questi giorni si vivono parecchie incertezze, ci sono tentativi di restaurazione e tentativi di mediazione. Ma mentre c’è incertezza sulle sorti dell’attuale governo, si sta procedendo alla sostituzione dei Direttori Generali, dei giudici e dei Governatori delle province che sono stati conniventi con il potere, ed è sempre la gente, o le assemblee dei lavoratori, che chiedono la rimozione. La gente è molto vigile, questo è molto bello: finalmente si parla, si organizzano assemblee per ogni cosa ed in ogni posto, è la terapia della parola dopo 25 anni di ammutolimento. La gente giudica, interviene nei programmi TV, denuncia, domanda, chiede conto. C’è un’aria bella di rinnovamento che ha pervaso tutti, questo fa pensare che non si potrà tornare indietro, anche se ci sono ancora molte forze reazionarie nel paese.


MEDITERRANEO IN RIVOLTA FARID BEN AHMED È TUNISINO. HA 45 ANNI E DA 16 VIVE IN ITALIA; LAVORA IN UNA COOPERATIVA SOCIALE ED È SPOSATO CON UNA COLLEGA ITALIANA. A GENNAIO HA FESTEGGIATO, COME TANTI CONNAZIONALI, LA CADUTA DEL REGIME DI BEN ALÌ E L’INIZIO DELLE RIVOLTE IN NORD AFRICA. Caro Farid, puoi spiegarci cosa è successo in Tunisia? Difficile dire da cosa è partita la rivolta: apparentemente esplosa senza preavviso e senza segnali premonitori. Un uomo si da fuoco e improvvisamente una nazione si incendia, un popolo si sveglia. Il tutto nasce dal gesto di Mohamed Bouaziz , un abitante di un villaggio del sud ovest. Giovane, laureato, disoccupato (in Tunisia la maggioranza della popolazione è giovane, il 70% sotto i 30 anni, con un tasso di scolarizzazione molto alto, ma altrettanto alta è la disoccupazione, al 25% circa). Per i pochi che riescono ad entrare nel mondo del lavoro gli stipendi sono terribilmente bassi, insufficienti per realizzare una vita autonoma. L’unica possibilità diventa l’emigrazione, almeno per il tempo sufficiente a costruire la casa e una piccola sicurezza economica. Ma non c’è solo questo. Mohamed Bouaziz ha resistito ad un gesto di prepotenza della polizia che gli ha confiscato per l’ennesima volta la poca merce che vendeva per mantenersi. Commercio illegale, l’altra possibilità oltre l’emigrazione. Bouaziz è stato schiaffeggiato dai poliziotti. Bouaziz ha protestato contro tutto questo: l’obbligo ad una vita indegna, la sopraffazione e

la violenza del potere corrotto. E si è dato fuoco davanti alla caserma della polizia. Sui libri di storia tunisina si impara a memoria la frase pronunciata dalla moglie di un comandante che aveva perduto una battaglia contro i nemici Romani “meglio il fuoco che il disonore”. È questo il motivo per cui il gesto di un uomo ha avuto un effetto così potente: ogni giovane, ogni disoccupato, ogni lavoratore si è riconosciuto nella stessa rabbia e nella stessa rivolta. Il regime di Ben Ali costringeva tutti al disonore, alla mancanza di dignità, ad una vita precaria sempre a disposizione di un sistema corrotto, mafioso e sempre più oppressivo. Anche se si può dire che tutta la popolazione ha partecipato alla Rivoluzione – persino i bambini e gli anziani – i maggiori attori sono stati i giovani, i disoccupati, ma anche il ceto medio alto e le elite culturali: gli avvocati, i giudici non corrotti, i docenti universitari, gli artisti… e i blogger. L’aspetto di novità più eclatante è stato “la Rivoluzione di Facebook e Twitter”, gli strumenti usati dai giovani, che hanno avuto il ruolo fondamentale di diffondere notizie, appelli, informazioni, convocazioni alle manifestazioni. Oltre al ruolo

tradizionale del sindacato, che è stato capace di convogliare la rabbia dei lavoratori, il computer ha avuto un ruolo pari a quello delle “staffette partigiane”, e decisamente più efficace!!! Nelle ore decisive della rivolta le informazioni, spesso supportate da foto e filmati, sono passate in tempo reale, riuscendo a convocare manifestanti, organizzare sit-in, chiamare in difesa di un quartiere attaccato dagli squadroni di Ben Ali. Ma è indubbio che la rete abbia avuto un ruolo fondamentale anche prima: ha preparato il terreno, attraverso l’attività di blogger e hacker che lavoravano per la libertà della rete e per aggirare i vari tentativi di censura. Libertà è, con dignità, l’altra parola d’ordine della Rivoluzione. La rete è naturalmente libera e il tentativo del regime di chiudere e censurare ha solo inasprito il senso di oppressione intollerabile. Nelle prime giornate della rivolta sono stati arrestati un famoso blogger e un famoso rapper che usava la rete per diffondere le canzoni anti regime. Oggi il blogger Amamou, scarcerato, è ministro della gioventù e manda in rete le riunioni dei ministri su Twitter. Poco evidenti, ma altrettanto importanti nel preparare il terreno di rivolta sono state le organizzazioni ultras delle squadre di calcio: unico sfogo permesso ai giovani perché non politico, ha invece fatto sperimentare che quando si agisce in gruppo si può sconfiggere la prepotenza della polizia. “Polizia dappertutto, giustizia no” campeggiava, in italiano, sugli striscioni negli stadi.

esplosivi, da istanze decisamente più moderne.

Qual è il legame che lega la rivolta tunisina a quella egiziana? In modo straordinario le due rivolte sono molto simili, e simili alle “turbolenze” che stanno attraversando Algeria, Giordania, Siria, Yemen... Tutte queste nazioni hanno il medesimo problema di una massa di giovani e un ceto medio acculturati e disoccupati, uniti da istanze di pluralismo, democrazia e libertà. È estremamente significativo che gli estremisti islamici, che finora sembravano occupare l’altra faccia della politica araba, siano stati altrettanto spiazzati dei vecchi dittatori: leader altrettanto vecchi spazzati fuori dal tempo, con le loro cariche di

Possono esserci ricadute anche nella fortezza Europa? Sicuramente questo è un momento di una portata storica eccezionale e questa ha l’aria di essere una vera rivoluzione: molte cose sono cambiate nelle persone e nella società. Anche se Mubarak non se ne andrà in questi giorni, ormai il messaggio è chiaro, per il regime egiziano e per tutti gli altri regimi arabi. E forse per tutta una generazione. Niente sarà come prima. E anche le democrazie occidentali dovranno cominciare a rivedere il loro sistema di alleanze con i paesi arabi e ripensare al senso stesso della parola democrazia.

Quali prospettive si possono ipotizzare nell’evoluzione delle proteste? Questo è in realtà il passaggio più difficile: una rivoluzione non si vince nei primi giorni di lotta, ma in ciò che veramente riesce a costruire nel paese. Oggi i tunisini vogliono vedere realizzata una vera democrazia, ma la strada è lunga; bisogna rifare la costituzione, la legge elettorale, istituire un vero sistema parlamentare, snidare i vecchi oligarchi. In questi giorni si vivono parecchie incertezze, ci sono tentativi di restaurazione e tentativi di mediazione. Ma mentre c’è incertezza sulle sorti dell’attuale governo, si sta procedendo alla sostituzione dei Direttori Generali, dei giudici e dei Governatori delle province che sono stati conniventi con il potere, ed è sempre la gente, o le assemblee dei lavoratori, che chiedono la rimozione. La gente è molto vigile, questo è molto bello: finalmente si parla, si organizzano assemblee per ogni cosa ed in ogni posto, è la terapia della parola dopo 25 anni di ammutolimento. La gente giudica, interviene nei programmi TV, denuncia, domanda, chiede conto. C’è un’aria bella di rinnovamento che ha pervaso tutti, questo fa pensare che non si potrà tornare indietro, anche se ci sono ancora molte forze reazionarie nel paese.


(Di)Zona Mirafiori e dintorni ABBIAMO INTERVISTATO RAFFAELE, ANGELO E ROBERTO, TRE OPERAI DI MIRAFIORI CHE CI RACCONTANO, DA DENTRO LA FABBRICA, LA DISASTROSA SVOLTA IMPOSTA DA MARCHIONNE. Come DiZona abbiamo sempre creduto che i cambiamenti, gli slanci in avanti, vadano costruiti dal basso, partendo dalla conoscenza e dal confronto diretto con le situazioni e le persone. Per questo motivo abbiamo voluto incontrare personalmente tre operai di Mirafiori e domandare a loro, che la fabbrica la vivono e la subiscono quotidianamente, cosa sta capitando lì dentro e cosa voglia dire oggi,

dopo Pomigliano e dopo il referendum di gennaio, lavorare in Fiat.

C

i troviamo davanti alla porta Zero, quella all’angolo tra corso Tazzoli e Piazza Cattaneo, da lì Raffaele ci invita a raggiungere lui e altri suoi compagni di lavoro in un piccolo bar tra la porta Uno e la porta Due.

L’intenzione è quella di sederci a un tavolino di fronte a un caffè, ma iniziamo a chiacchierare sul marciapiede aspettando un collega e, invogliati anche dalla giornata quasi primaverile e dalla concitazione con cui Raffaele inizia a raccontare, alla fine l’intervista la raccogliamo in piedi, rimandando il caffè per i saluti. Raffaele è a Mirafiori dal 1997; allora la fabbrica contava 9000 operai. Oggi sono 5500.

Nell’area relax non si parla più dei problemi avuti sul lavoro, per mancanza di analisi, ma anche per mancanza di tempo. Dopo Pomigliano circa il 30% degli operai capì che l’accordo non si sarebbe fermato lì; tuttavia molti hanno paura di chiedere, di informarsi, di capire cosa realmente stia succedendo, preferendo rimanere in attesa, alla finestra, sperando di scamparla. Durante questa attesa non è neppure possibile cercare un altro lavoro, «l’età media a Mirafiori è di quarantotto anni e questo vuol dire che se è difficile trovare lavoro per voi giovani, figuriamoci per chi ha quaranta o cinquant’anni». Anche per la mobilità non basta solamente avere i requisiti, alle volte occorre “vendersi”. Dal momento che i posti solo limitati e la precedenza spetta agli iscritti ai sindacati filo-aziendali, operai che per molti anni hanno avuto una tessera la cambiano sperando (anche comprensibilmente, secondo Raffaele) di uscire da quell’inferno. Tornado a ciò che accade e accadrà a breve, dentro la fabbrica lo scenario che si prospetta per gli operai è davvero cupo. Quando entrerà a regime il nuovo modello Ergo-Uas per la riduzione dei “tempi morti di riposo” (quei pochi secondi che intercorrono tra un movimento e un altro, per esempio tra prendere un bullone e avvitarlo) la situazione peggiorerà. Come dice Angelo, «con la nuova metrica tu lavori come se fossi una lampadina sempre accesa. Loro lo giustificano dicendo che avremo attrezzature più leggere, ma non è vero, perché lavoreremo con movimenti continui, ininterrotti. È come se correndo uno non potesse mai prendere fiato». Inoltre per quanto riguarda i turni, come spiegano Angelo e Raffaele, «adesso noi lavoriamo sui Dal 14 febbraio 10 turni: tu lavori 5 partirà la cassa giorni con il primo integrazione per tutti turno e 5 giorni con il secondo turno. i 5500 lavoratori di I 15 turni sono: tu Mirafiori, lavori 5 giorni con per un anno. il primo turno, 5 giorni con il secondo e 5 giorni fai la notte. Ci hanno proposto i 18 turni con il compensativo a scalare, tu praticamente non avrai più un intero week-end libero, ma solo la domenica e poi un altro giorno compensativo a rotazione». Nell’immediato poi a preoccupare molto è la cassa integrazione che dal 14 febbraio partirà per tutti i 5500 lavoratori, e per un anno! Nello specifico questo vuol dire: una retribuzione di circa 650-700 euro mensili, l’essere comunque a piena disposizione dell’azienda che con una telefonata ti può precettare per qualche giorno di lavoro (se non si può andare occorre inviare una giustificazione), se ti sposti devi comunicare gli spostamenti all’azienda e in ogni caso non puoi lavorare per altri (se non in nero). Una diminuzione drastica di stipendio è disastrosa per molte

famiglie. Come racconta Angelo, «quando le cose andavano meglio molti hanno comprato una piccola casa o qualcos’altro, naturalmente con mutui e rate. Adesso queste persone si trovano già ad avere la busta paga impegnata o addirittura pignorata! Oggi si fa fatica a pagare 200-300 euro di affitto!». Per Roberto la gente inizierà ancora di più a tagliare, sulla macUna diminuzione china, sul superfluo e drastica di stipendio sulle uscite (anche se è disastrosa per molte già oggi si esce poco perché i ritmi della famiglie. La gente fabbrica impongono inizierà ancora di più solo casa e lavoro). a tagliare. Alcuni lavoratori con cui ha parlato Raffaele, che avevano votato sì al referendum, ora hanno cambiato idea, si sono resi conto che il piano Marchionne è devastante e oltretutto è solo un pretesto per sfiancare i lavoratori e dare una giustificazione all’azienda per chiudere lo stabilimento torinese. La presa di coscienza postuma di questi operai è imputabile anche all’incredibile battaglia mediatica messa in piedi dall’azienda per far approvare il referendum. Come ricorda Raffaele, «le assemblee per il sì le ha organizzate Fiat stessa, tutti i media erano per il sì!». L’opposizione più credibile è stata quella vista in piazza la sera della fiaccolata del 12 gennaio: operai, studenti (proprio Roberto ci tiene a sottolineare la solidarietà attiva, il contributo dato dagli studenti), precari della scuola che hanno la consapevolezza – maturata anche durante tutta la mobilitazione noGelmini – che Mirafiori è il banco di prova per una estensione di un modello di lavoro sempre più straniante e senza diritti. Di fronte a tutto questo le possibilità, secondo Raffaele, possono essere due: «o ci si chiude nella rassegnazione e nell’autolesionismo, oppure ci si unisce e ci si incazza!»


(Di)Zona Mirafiori e dintorni ABBIAMO INTERVISTATO RAFFAELE, ANGELO E ROBERTO, TRE OPERAI DI MIRAFIORI CHE CI RACCONTANO, DA DENTRO LA FABBRICA, LA DISASTROSA SVOLTA IMPOSTA DA MARCHIONNE. Come DiZona abbiamo sempre creduto che i cambiamenti, gli slanci in avanti, vadano costruiti dal basso, partendo dalla conoscenza e dal confronto diretto con le situazioni e le persone. Per questo motivo abbiamo voluto incontrare personalmente tre operai di Mirafiori e domandare a loro, che la fabbrica la vivono e la subiscono quotidianamente, cosa sta capitando lì dentro e cosa voglia dire oggi,

dopo Pomigliano e dopo il referendum di gennaio, lavorare in Fiat.

C

i troviamo davanti alla porta Zero, quella all’angolo tra corso Tazzoli e Piazza Cattaneo, da lì Raffaele ci invita a raggiungere lui e altri suoi compagni di lavoro in un piccolo bar tra la porta Uno e la porta Due.

L’intenzione è quella di sederci a un tavolino di fronte a un caffè, ma iniziamo a chiacchierare sul marciapiede aspettando un collega e, invogliati anche dalla giornata quasi primaverile e dalla concitazione con cui Raffaele inizia a raccontare, alla fine l’intervista la raccogliamo in piedi, rimandando il caffè per i saluti. Raffaele è a Mirafiori dal 1997; allora la fabbrica contava 9000 operai. Oggi sono 5500.

Nell’area relax non si parla più dei problemi avuti sul lavoro, per mancanza di analisi, ma anche per mancanza di tempo. Dopo Pomigliano circa il 30% degli operai capì che l’accordo non si sarebbe fermato lì; tuttavia molti hanno paura di chiedere, di informarsi, di capire cosa realmente stia succedendo, preferendo rimanere in attesa, alla finestra, sperando di scamparla. Durante questa attesa non è neppure possibile cercare un altro lavoro, «l’età media a Mirafiori è di quarantotto anni e questo vuol dire che se è difficile trovare lavoro per voi giovani, figuriamoci per chi ha quaranta o cinquant’anni». Anche per la mobilità non basta solamente avere i requisiti, alle volte occorre “vendersi”. Dal momento che i posti solo limitati e la precedenza spetta agli iscritti ai sindacati filo-aziendali, operai che per molti anni hanno avuto una tessera la cambiano sperando (anche comprensibilmente, secondo Raffaele) di uscire da quell’inferno. Tornado a ciò che accade e accadrà a breve, dentro la fabbrica lo scenario che si prospetta per gli operai è davvero cupo. Quando entrerà a regime il nuovo modello Ergo-Uas per la riduzione dei “tempi morti di riposo” (quei pochi secondi che intercorrono tra un movimento e un altro, per esempio tra prendere un bullone e avvitarlo) la situazione peggiorerà. Come dice Angelo, «con la nuova metrica tu lavori come se fossi una lampadina sempre accesa. Loro lo giustificano dicendo che avremo attrezzature più leggere, ma non è vero, perché lavoreremo con movimenti continui, ininterrotti. È come se correndo uno non potesse mai prendere fiato». Inoltre per quanto riguarda i turni, come spiegano Angelo e Raffaele, «adesso noi lavoriamo sui Dal 14 febbraio 10 turni: tu lavori 5 partirà la cassa giorni con il primo integrazione per tutti turno e 5 giorni con il secondo turno. i 5500 lavoratori di I 15 turni sono: tu Mirafiori, lavori 5 giorni con per un anno. il primo turno, 5 giorni con il secondo e 5 giorni fai la notte. Ci hanno proposto i 18 turni con il compensativo a scalare, tu praticamente non avrai più un intero week-end libero, ma solo la domenica e poi un altro giorno compensativo a rotazione». Nell’immediato poi a preoccupare molto è la cassa integrazione che dal 14 febbraio partirà per tutti i 5500 lavoratori, e per un anno! Nello specifico questo vuol dire: una retribuzione di circa 650-700 euro mensili, l’essere comunque a piena disposizione dell’azienda che con una telefonata ti può precettare per qualche giorno di lavoro (se non si può andare occorre inviare una giustificazione), se ti sposti devi comunicare gli spostamenti all’azienda e in ogni caso non puoi lavorare per altri (se non in nero). Una diminuzione drastica di stipendio è disastrosa per molte

famiglie. Come racconta Angelo, «quando le cose andavano meglio molti hanno comprato una piccola casa o qualcos’altro, naturalmente con mutui e rate. Adesso queste persone si trovano già ad avere la busta paga impegnata o addirittura pignorata! Oggi si fa fatica a pagare 200-300 euro di affitto!». Per Roberto la gente inizierà ancora di più a tagliare, sulla macUna diminuzione china, sul superfluo e drastica di stipendio sulle uscite (anche se è disastrosa per molte già oggi si esce poco perché i ritmi della famiglie. La gente fabbrica impongono inizierà ancora di più solo casa e lavoro). a tagliare. Alcuni lavoratori con cui ha parlato Raffaele, che avevano votato sì al referendum, ora hanno cambiato idea, si sono resi conto che il piano Marchionne è devastante e oltretutto è solo un pretesto per sfiancare i lavoratori e dare una giustificazione all’azienda per chiudere lo stabilimento torinese. La presa di coscienza postuma di questi operai è imputabile anche all’incredibile battaglia mediatica messa in piedi dall’azienda per far approvare il referendum. Come ricorda Raffaele, «le assemblee per il sì le ha organizzate Fiat stessa, tutti i media erano per il sì!». L’opposizione più credibile è stata quella vista in piazza la sera della fiaccolata del 12 gennaio: operai, studenti (proprio Roberto ci tiene a sottolineare la solidarietà attiva, il contributo dato dagli studenti), precari della scuola che hanno la consapevolezza – maturata anche durante tutta la mobilitazione noGelmini – che Mirafiori è il banco di prova per una estensione di un modello di lavoro sempre più straniante e senza diritti. Di fronte a tutto questo le possibilità, secondo Raffaele, possono essere due: «o ci si chiude nella rassegnazione e nell’autolesionismo, oppure ci si unisce e ci si incazza!»


Il Welfare-Mercato del ministro Sacconi SU QUALI LOGICHE SI BASA IL NUOVO MODELLO DI STATO SOCIALE PREVISTO DAL GOVERNO? LE NUOVE LINEE GUIDA PER IL FUTURO PREVEDONO CHE AI SERVIZI PUBBLICI DELLO STATO SI SOSTITUISCANO QUELLI OFFERTI A PAGAMENTO DALLE IMPRESE PRIVATE.

N

la riduzione DEL DANNO

società attiva e si nota una strisciante colpevolizzazione nei confronti di chi non ha figli. Non procreare è un peso, economico e generazionale, in quanto causa di invecchiamento del paese e fardello per le generazioni successive. Nessun cenno da parte di Sacconi al fatto che la mancanza di servizi e i contratti di lavoro precari possano essere tra le ragioni che ostacolano il desiderio di maternità. Il Libro Bianco auspica la conciliazione dei tempi della cura con quelli del lavoro, ma sappiamo purtroppo che succede se una donna prova a dichiarare in sede di colloquio di assunzione di avere un figlio piccolo o un genitore anziano da accudire! Il ministro ci racconta un mondo talmente distante dalla realtà che nemmeno i suoi colleghi di governo riescono a star dietro ai suoi vaneggi. Pensiamo alla riforma Gelmini della scuola che, tagliando tempo pieno, sostegno, laboratori, accesso all’istruzione, progetti di educativa territoriale, va esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto Sacconi definisce Per il governo non ci una priorità, vale a dire la procreazione prima sarebbe distinzione e la prevenzione del disagio sociale dei ragazzi poi. tra politiche del

el maggio 2009 il ministro del lavoro Maurizio Sacconi presentò a Palazzo Chigi il Libro Bianco sul futuro del modello sociale col titolo “La vita buona nella società attiva”, testo precedentemente approvato dal Consiglio dei Ministri. Il Libro Bianco si caratterizza per la riscrittura non solo delle regole, ma soprattutto dei diversi e sostanziali aspetti che riguardano le nostre vite: il lavoro, la famiglia, le relazioni tra generazioni, la maternità, l’istruzione e la formazione, la società e lo Stato, e propone un modello sociale assolutamente inedito per l’Italia. Gli spunti da esaminare sarebbero molti, e qui verrà considerato solo un primo passaggio di riflessione e approfondimento certamente non esaustivo e completo, ma sicuramente indicativo della sostanza del discorso che viene rappresentato.

P

er quanto riguarda il lavoro e le relazioni industriali, Sacconi propone nuove regole per “superare la cultura antagonista dei rapporti di produzione” e quindi pensate per prevenire i conflitti sindacali. welfare e politiche Questo per ricostruire un clima di fiducia e Sacconi non interessa la realtà quanto complicità tra capitale e lavoro, basato sul fatto del lavoro, che piuttosto una sua riscrittura, in modo che il sindacato deve tenere in considerazione vengono ad avere da rimpiazzare un intero ordine i valori e gli interessi dell’impresa, e quindi le una gestione politico e sociale di riferimento con un altro aziende possono fare quel che vogliono dei in cui si prefigura per le donne la maternità, propri lavoratori (e Marchionne su questo ha complementare. il lavoro a tempo parziale o la precarietà Ogni individuo deve (comunque un salario insufficiente per fare molto da insegnarci...). Per il governo non ci sarebbe inoltre farsi imprenditore fronte ad una vita propria indipendente), distinzione tra politiche del welfare e politiche infine il tempo libero non per sé, ma per di se stesso e pagarsi esostituire del lavoro, che vengono ad avere una gestione il welfare pubblico smantellato e complementare. Ogni individuo deve farsi i servizi attraverso venduto al privato. imprenditore di se stesso e pagarsi i servizi il tempo di lavoro. Per far digerire questo modello i dati di realtà attraverso il tempo di lavoro. vanno edulcorati. Per esempio evitando Il welfare perde così la sua dimensione collettiva per assumere accuratamente, ogni volta che si nominano i servizi – indispensabile l’aspetto di un sistema sorretto dalla famiglia, dalla chiesa, dal sostegno per chi lavora e ha figli o genitori anziani –, l’aggettivo volontariato, dal privato sociale. In questo modo il welfare diviene “pubblici”, oppure concentrandosi esclusivamente sul tema della a costo zero per il pubblico e può essere venduto al miglior offerente cura dei figli piccoli, come se ciò di cui cittadini e cittadine hanno presente sul libero mercato. bisogno possa essere esclusivamente limitato all’infanzia, e non, come ben sappiamo, anche relativo ai tempi delle città e del lavoro, ubblico, privato e volontariato devono quindi lavorare in al sostegno alle disabilità, all’attenzione verso gli anziani, alla tutela sinergia nel campo socio-sanitario e assistenziale. Sinergia della salute… che è già stata espressa dal presidente della regione Roberto Cota con il “Patto per la vita e per la famiglia” stipulato in campagna n conclusione lasciamo la parola proprio al ministro Sacconi, elettorale proprio con i nuovi attori sociali di cui parla Sacconi. Una riportando le frasi conclusive del Libro Verde, su cui il Libro strategia concretizzata dall’assessore regionale Caterina Ferrero Bianco si basa: “Un moderno welfare deve essere capace di con la sua delibera, permettendo ai volontari del Movimento per fornire una risposta globale ai diversi bisogni della persona. [...] la Vita di svolgere attività socio-sanitarie in regime di indifferenza bisogna partire dalle sue proiezioni essenziali che sono la famiglia, rispetto agli operatori dei consultori. il volontariato, l’associazionismo e l’ambiente di lavoro, sino a Anche gli anziani sono tra i bersagli preferiti del ministro, perché riscoprire luoghi relazionali e di servizio come le parrocchie, hanno un costo sociale elevato e in qualche modo vanno ricondotti le farmacie, i medici di famiglia, gli uffici postali, le stazioni dei ad una dimensione produttiva. Le pensioni ostacolano la spesa carabinieri. È solo in questo modo che pare possibile costruire una pubblica e le possibilità di investimento su altre porzioni della rete diffusa e capillare di servizi e nuove sicurezze ad integrazione società. Quindi come utilizzare tutto questo capitale umano? della azione dell’attore pubblico”. Da una parte le reti famigliari sono funzionali perché vanno a Ovvero: fate vobis che lo stato non garantisce più niente a nessuno. sostituire i servizi pubblici, dall’altra si chiede a chi è avanti con Se avete soldi e mezzi campate da pascià, se non li avete arrangiatevi. l’età di rimanere nel mondo del lavoro il più a lungo possibile. O chiedete aiuto in parrocchia. Tranquilli però, per loro, i soldi ci La maternità viene presentata come aspetto fondamentale della sono sempre.

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a cosiddetta riforma Gelmini dell’Università è stata alla fine approvata in via definitiva con una maggioranza minima. Sono stati deliberatamente ignorati dal Palazzo gli studenti, i lavoratori, i precari, i ricercatori e i docenti che ancora considerano cultura e ricerca “beni comuni”, e che in massa sono scesi nelle strade e saliti sui tetti per mostrare che esiste ancora una parte viva nell’università, non piegata alle logiche “baronali”, con idee ben chiare su come sarebbe necessario intervenire per cambiare veramente in meglio il più alto grado dell’istruzione nel paese. La riforma prevede ora che entro luglio gli atenei riscrivano i propri statuti (la “carta costituzionale” di ciascuna università) e impone che questo sia fatto da una commissione nominata quasi totalmente dagli attuali vertici universitari, lasciando loro pieni poteri e completa libertà per quanto riguarda i criteri di nomina. Già da questi primi passaggi è evidente quanto chi protesta ha (invano) denunciato per mesi: la legge non combatte affatto i “baroni”, ma consegna loro le chiavi dell’università. Essi ricevono ora su di un piatto d’argento la possibilità di nominare gli “amici” a riscrivere lo statuto, in modo da mettere definitivamente a tacere tutti quei fastidiosi rompiscatole che ancora pensano che si debba

ascoltare la voce di tutti e non quella del più forte o del più ricco. A Torino, l’inaugurazione dell’anno accademico si è svolta tra le contestazioni (“PROPRIO NULLA DA INAUGURARE”, è stato lo slogan degli studenti) mentre nell’aula gremita è stato portato al rettore un rotolo con 700 firme, raccolte tra il personale universitario precario e strutturato, a sostegno della richiesta che la riscrittura dello statuto sia affidata a persone elette a suffragio universale nell’ateneo e non a un manipolo nominato dall’alto. La richiesta è stata ovviamente respinta. Con la cosiddetta riforma Gelmini l’università pubblica ha subito un grande danno. L’approvazione della legge ha avuto come primo scopo quello di infliggere uno schiaffo a chi non vuole rassegnarsi alla marginalizzazione della cultura e dell’educazione (a tutti i livelli). La sua approvazione in fretta e furia ha però prodotto una “scatola” ancora in parte vuota, che necessita dell’emanazione di molti decreti attuativi ancora da scrivere. Forse non sarà tutto perduto se si continuerà, come è stato fatto finora, a non tacere; pronti a smascherare la “realtà virtuale” trasmessa dai media con la realtà reale di chi ogni giorno vive e lavora nell’università e conosce “la macchina” dall’interno.

PREND O CASA

DIRITTO ALLA CASA, CRISI E SPECULAZIONI ISTITUZIONALI Tutti i movimenti di quest’autunno sono stati attraversati dallo slogan “NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO”, proprio perché tutte le lotte, che siano state studentesche, operaie o per il diritto ai beni comuni, hanno individuato come minimo comune denominatore la lucida volontà di non pagare per chi questa crisi l’ha creata e gestita. L’aggravarsi della situazione apre una nuova emergenza: quella abitativa. Esiste un’evidente relazione fra perdita del reddito e diritto all’abitare, non a caso l’aumento delle insolvenze del canone d’affitto o delle rate del mutuo negli ultimi anni hanno toccato livelli da record. La liberalizzazione del mercato degli affitti ha portato ad un aumento smisurato della loro incidenza sul bilancio famigliare: ormai anche solo il minimo imprevisto può portare alla perdita della casa. Si creano così le basi di un indebitamento forzato e di una “schiavitù da rata” che costringono quella fetta di popolazione sempre più ampia che questa crisi la sta pagando all’impoverimento e all’esposizione ad un continuo ricatto sociale da parte di quelle strutture capitalistiche che la crisi l’hanno generata. In questo quadro si delineano politiche per la casa inadeguate e unidirezionali nel favorire gli interessi di costruttori e speculatori, che hanno come unico effetto l’allargamento della bolla immobiliare, l’aumento dei prezzi delle case, la devastazione sistematica dei nostri territori e la realizzazione di cantieri di sfruttamento e di morte. Il tentativo di far ricadere sui migranti l’attesa infinita per una casa popolare e i conseguenti sistemi di esclusione mirano ad alimentare una guerra fra poveri, che distolga l’attenzione dalle criminose politiche istituzionali per l’abitare e da chi le attua. Troppo spesso subdole proposte di cementificazione vengono pubblicizzate come proposte di edilizia popolare e piani di rilancio economico e di crescita occupazionale. Ma ad una ripresa che ha come unico motore il cemento non possiamo che contrapporre un recupero dei tanti edifici dismessi ed una loro reale destinazione per le famiglie in attesa dell’assegnazione di un alloggio. Lo sportello casa è aperto TUTTI I MARTEDÌ DALLE 19,30 ALLE 21

http://prendocasa-torino.noblogs.org


Il Welfare-Mercato del ministro Sacconi SU QUALI LOGICHE SI BASA IL NUOVO MODELLO DI STATO SOCIALE PREVISTO DAL GOVERNO? LE NUOVE LINEE GUIDA PER IL FUTURO PREVEDONO CHE AI SERVIZI PUBBLICI DELLO STATO SI SOSTITUISCANO QUELLI OFFERTI A PAGAMENTO DALLE IMPRESE PRIVATE.

N

la riduzione DEL DANNO

società attiva e si nota una strisciante colpevolizzazione nei confronti di chi non ha figli. Non procreare è un peso, economico e generazionale, in quanto causa di invecchiamento del paese e fardello per le generazioni successive. Nessun cenno da parte di Sacconi al fatto che la mancanza di servizi e i contratti di lavoro precari possano essere tra le ragioni che ostacolano il desiderio di maternità. Il Libro Bianco auspica la conciliazione dei tempi della cura con quelli del lavoro, ma sappiamo purtroppo che succede se una donna prova a dichiarare in sede di colloquio di assunzione di avere un figlio piccolo o un genitore anziano da accudire! Il ministro ci racconta un mondo talmente distante dalla realtà che nemmeno i suoi colleghi di governo riescono a star dietro ai suoi vaneggi. Pensiamo alla riforma Gelmini della scuola che, tagliando tempo pieno, sostegno, laboratori, accesso all’istruzione, progetti di educativa territoriale, va esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto Sacconi definisce Per il governo non ci una priorità, vale a dire la procreazione prima sarebbe distinzione e la prevenzione del disagio sociale dei ragazzi poi. tra politiche del

el maggio 2009 il ministro del lavoro Maurizio Sacconi presentò a Palazzo Chigi il Libro Bianco sul futuro del modello sociale col titolo “La vita buona nella società attiva”, testo precedentemente approvato dal Consiglio dei Ministri. Il Libro Bianco si caratterizza per la riscrittura non solo delle regole, ma soprattutto dei diversi e sostanziali aspetti che riguardano le nostre vite: il lavoro, la famiglia, le relazioni tra generazioni, la maternità, l’istruzione e la formazione, la società e lo Stato, e propone un modello sociale assolutamente inedito per l’Italia. Gli spunti da esaminare sarebbero molti, e qui verrà considerato solo un primo passaggio di riflessione e approfondimento certamente non esaustivo e completo, ma sicuramente indicativo della sostanza del discorso che viene rappresentato.

P

er quanto riguarda il lavoro e le relazioni industriali, Sacconi propone nuove regole per “superare la cultura antagonista dei rapporti di produzione” e quindi pensate per prevenire i conflitti sindacali. welfare e politiche Questo per ricostruire un clima di fiducia e Sacconi non interessa la realtà quanto complicità tra capitale e lavoro, basato sul fatto del lavoro, che piuttosto una sua riscrittura, in modo che il sindacato deve tenere in considerazione vengono ad avere da rimpiazzare un intero ordine i valori e gli interessi dell’impresa, e quindi le una gestione politico e sociale di riferimento con un altro aziende possono fare quel che vogliono dei in cui si prefigura per le donne la maternità, propri lavoratori (e Marchionne su questo ha complementare. il lavoro a tempo parziale o la precarietà Ogni individuo deve (comunque un salario insufficiente per fare molto da insegnarci...). Per il governo non ci sarebbe inoltre farsi imprenditore fronte ad una vita propria indipendente), distinzione tra politiche del welfare e politiche infine il tempo libero non per sé, ma per di se stesso e pagarsi esostituire del lavoro, che vengono ad avere una gestione il welfare pubblico smantellato e complementare. Ogni individuo deve farsi i servizi attraverso venduto al privato. imprenditore di se stesso e pagarsi i servizi il tempo di lavoro. Per far digerire questo modello i dati di realtà attraverso il tempo di lavoro. vanno edulcorati. Per esempio evitando Il welfare perde così la sua dimensione collettiva per assumere accuratamente, ogni volta che si nominano i servizi – indispensabile l’aspetto di un sistema sorretto dalla famiglia, dalla chiesa, dal sostegno per chi lavora e ha figli o genitori anziani –, l’aggettivo volontariato, dal privato sociale. In questo modo il welfare diviene “pubblici”, oppure concentrandosi esclusivamente sul tema della a costo zero per il pubblico e può essere venduto al miglior offerente cura dei figli piccoli, come se ciò di cui cittadini e cittadine hanno presente sul libero mercato. bisogno possa essere esclusivamente limitato all’infanzia, e non, come ben sappiamo, anche relativo ai tempi delle città e del lavoro, ubblico, privato e volontariato devono quindi lavorare in al sostegno alle disabilità, all’attenzione verso gli anziani, alla tutela sinergia nel campo socio-sanitario e assistenziale. Sinergia della salute… che è già stata espressa dal presidente della regione Roberto Cota con il “Patto per la vita e per la famiglia” stipulato in campagna n conclusione lasciamo la parola proprio al ministro Sacconi, elettorale proprio con i nuovi attori sociali di cui parla Sacconi. Una riportando le frasi conclusive del Libro Verde, su cui il Libro strategia concretizzata dall’assessore regionale Caterina Ferrero Bianco si basa: “Un moderno welfare deve essere capace di con la sua delibera, permettendo ai volontari del Movimento per fornire una risposta globale ai diversi bisogni della persona. [...] la Vita di svolgere attività socio-sanitarie in regime di indifferenza bisogna partire dalle sue proiezioni essenziali che sono la famiglia, rispetto agli operatori dei consultori. il volontariato, l’associazionismo e l’ambiente di lavoro, sino a Anche gli anziani sono tra i bersagli preferiti del ministro, perché riscoprire luoghi relazionali e di servizio come le parrocchie, hanno un costo sociale elevato e in qualche modo vanno ricondotti le farmacie, i medici di famiglia, gli uffici postali, le stazioni dei ad una dimensione produttiva. Le pensioni ostacolano la spesa carabinieri. È solo in questo modo che pare possibile costruire una pubblica e le possibilità di investimento su altre porzioni della rete diffusa e capillare di servizi e nuove sicurezze ad integrazione società. Quindi come utilizzare tutto questo capitale umano? della azione dell’attore pubblico”. Da una parte le reti famigliari sono funzionali perché vanno a Ovvero: fate vobis che lo stato non garantisce più niente a nessuno. sostituire i servizi pubblici, dall’altra si chiede a chi è avanti con Se avete soldi e mezzi campate da pascià, se non li avete arrangiatevi. l’età di rimanere nel mondo del lavoro il più a lungo possibile. O chiedete aiuto in parrocchia. Tranquilli però, per loro, i soldi ci La maternità viene presentata come aspetto fondamentale della sono sempre.

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a cosiddetta riforma Gelmini dell’Università è stata alla fine approvata in via definitiva con una maggioranza minima. Sono stati deliberatamente ignorati dal Palazzo gli studenti, i lavoratori, i precari, i ricercatori e i docenti che ancora considerano cultura e ricerca “beni comuni”, e che in massa sono scesi nelle strade e saliti sui tetti per mostrare che esiste ancora una parte viva nell’università, non piegata alle logiche “baronali”, con idee ben chiare su come sarebbe necessario intervenire per cambiare veramente in meglio il più alto grado dell’istruzione nel paese. La riforma prevede ora che entro luglio gli atenei riscrivano i propri statuti (la “carta costituzionale” di ciascuna università) e impone che questo sia fatto da una commissione nominata quasi totalmente dagli attuali vertici universitari, lasciando loro pieni poteri e completa libertà per quanto riguarda i criteri di nomina. Già da questi primi passaggi è evidente quanto chi protesta ha (invano) denunciato per mesi: la legge non combatte affatto i “baroni”, ma consegna loro le chiavi dell’università. Essi ricevono ora su di un piatto d’argento la possibilità di nominare gli “amici” a riscrivere lo statuto, in modo da mettere definitivamente a tacere tutti quei fastidiosi rompiscatole che ancora pensano che si debba

ascoltare la voce di tutti e non quella del più forte o del più ricco. A Torino, l’inaugurazione dell’anno accademico si è svolta tra le contestazioni (“PROPRIO NULLA DA INAUGURARE”, è stato lo slogan degli studenti) mentre nell’aula gremita è stato portato al rettore un rotolo con 700 firme, raccolte tra il personale universitario precario e strutturato, a sostegno della richiesta che la riscrittura dello statuto sia affidata a persone elette a suffragio universale nell’ateneo e non a un manipolo nominato dall’alto. La richiesta è stata ovviamente respinta. Con la cosiddetta riforma Gelmini l’università pubblica ha subito un grande danno. L’approvazione della legge ha avuto come primo scopo quello di infliggere uno schiaffo a chi non vuole rassegnarsi alla marginalizzazione della cultura e dell’educazione (a tutti i livelli). La sua approvazione in fretta e furia ha però prodotto una “scatola” ancora in parte vuota, che necessita dell’emanazione di molti decreti attuativi ancora da scrivere. Forse non sarà tutto perduto se si continuerà, come è stato fatto finora, a non tacere; pronti a smascherare la “realtà virtuale” trasmessa dai media con la realtà reale di chi ogni giorno vive e lavora nell’università e conosce “la macchina” dall’interno.

PREND O CASA

DIRITTO ALLA CASA, CRISI E SPECULAZIONI ISTITUZIONALI Tutti i movimenti di quest’autunno sono stati attraversati dallo slogan “NOI LA CRISI NON LA PAGHIAMO”, proprio perché tutte le lotte, che siano state studentesche, operaie o per il diritto ai beni comuni, hanno individuato come minimo comune denominatore la lucida volontà di non pagare per chi questa crisi l’ha creata e gestita. L’aggravarsi della situazione apre una nuova emergenza: quella abitativa. Esiste un’evidente relazione fra perdita del reddito e diritto all’abitare, non a caso l’aumento delle insolvenze del canone d’affitto o delle rate del mutuo negli ultimi anni hanno toccato livelli da record. La liberalizzazione del mercato degli affitti ha portato ad un aumento smisurato della loro incidenza sul bilancio famigliare: ormai anche solo il minimo imprevisto può portare alla perdita della casa. Si creano così le basi di un indebitamento forzato e di una “schiavitù da rata” che costringono quella fetta di popolazione sempre più ampia che questa crisi la sta pagando all’impoverimento e all’esposizione ad un continuo ricatto sociale da parte di quelle strutture capitalistiche che la crisi l’hanno generata. In questo quadro si delineano politiche per la casa inadeguate e unidirezionali nel favorire gli interessi di costruttori e speculatori, che hanno come unico effetto l’allargamento della bolla immobiliare, l’aumento dei prezzi delle case, la devastazione sistematica dei nostri territori e la realizzazione di cantieri di sfruttamento e di morte. Il tentativo di far ricadere sui migranti l’attesa infinita per una casa popolare e i conseguenti sistemi di esclusione mirano ad alimentare una guerra fra poveri, che distolga l’attenzione dalle criminose politiche istituzionali per l’abitare e da chi le attua. Troppo spesso subdole proposte di cementificazione vengono pubblicizzate come proposte di edilizia popolare e piani di rilancio economico e di crescita occupazionale. Ma ad una ripresa che ha come unico motore il cemento non possiamo che contrapporre un recupero dei tanti edifici dismessi ed una loro reale destinazione per le famiglie in attesa dell’assegnazione di un alloggio. Lo sportello casa è aperto TUTTI I MARTEDÌ DALLE 19,30 ALLE 21

http://prendocasa-torino.noblogs.org


CI SIAMO FATTE FORMARE DAL MOVIMENTO PER LA VITA

Un ciuccio per “confessare” un omicidio Dopo il 29 di ottobre, data in cui il Consiglio Regionale del Piemonte ha recepito il Protocollo proposto dall’assessore alla salute Caterina Ferrero, che di fatto sancisce l’ingresso nei consultori dei volontari del Movimento per la Vita, abbiamo deciso di “conoscerli” un po’ più da vicino e dato che il Presidente della Regione Roberto Cota già in campagna elettorale si era impegnato a finanziarne la formazione, abbiamo pensato di assistere proprio a un percorso formativo e di aggiornamento per volontari e aspiranti tali. Quello che segue è una sintesi, rigorosamente autentica, della nostra partecipazione a due incontri del ciclo “Maternità oggi, quello che non si sapeva, quello che non si sa più” Primo incontro Sede del Movimento per la Vita, argomento della serata la “relazione prenatale e lo sviluppo della personalità”, a cura della professoressa Pia Massaglia, direttrice della Scuola di Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile dell’Università di Torino, con intervento previsto del professor Enrico Alba, della facoltà di Medicina. Veniamo catapultate in un’altra dimensione, in un tempo e in uno spazio in cui embrioni e feti sono bambini, le donne non sono donne ma mamme, sempre e comunque, la coppia è famiglia occidentale e cattolica,

e il partner, rigorosamente maschio, è sostegno, protezione, aiuto economico e strenuo baluardo contro l’aborto. Tono da confessionale, contenuti banali, nozioni esposte in modo superficiale, docenti universitari che, rivolgendosi all’uditorio e agli organizzatori, usano il “noi” e un linguaggio che denuncia la coscienza di aver come interlocutori persone senza alcuna formazione o competenza specifica di tipo sanitario, medico o psicologico. All’uscita c’è in noi una grande rabbia: le donne saranno costrette ad avere a che fare, nei consultori, in un momento così delicato della loro vita, con persone assolutamente

incompetenti e inadeguate come sono, evidentemente, quelle che hanno seguito l’incontro accanto a noi? Ed è sufficiente, presidente Cota, un elenco di assunti inconsistenti in salsa cattolico/integralista per formare chi, secondo la sua Giunta, dovrà affiancare l’equipe consultoriale in presidi pubblici e laici? Secondo incontro Sala piena, di nuovo quasi esclusivamente donne. Entriamo e ci sediamo, convinte, dopo il primo incontro, di essere pronte a sorbirci, senza reagire e senza tradirci, due ore di tirata contro l’aborto e contro

le donne che hanno scelto di scegliere, ma nulla, davvero nulla può preparare a quello cui abbiamo assistito noi lunedì 13 dicembre. Titolo della relazione “il figlio nella mente dopo l’aborto”, inizia a parlare la dottoressa Benedetta Foà, consulente familiare che lavora a Milano. E va in scena l’orrore. La psicologa esordisce con una serie di affermazioni decise: un bambino non è una cosa e non è un problema, non esiste un momento giusto per fare figli perché ogni figlio è un dono di Dio, un bambino rappresenta un momento di crescita e di responsabilità che fa di una coppia una famiglia, le donne che decidono di abortire ingannano se stesse dicendosi di aver fatto la scelta giusta ma in realtà la loro vita è finita e la cosiddetta scelta è solo una delega in bianco dettata da solitudine e immaturità, che non potrà che segnarle anche a distanza di anni. E via a sciorinare uno dopo l’altro tutti i sintomi che una donna che ha interrotto una gravidanza, in quanto affetta da sindrome da stress post aborto, necessariamente manifesta: senso di colpa (ovviamente!), incubi notturni spaventosi, dolore lancinante, ruminazione mentale (che diamine è?), perdita di forza fisica, abuso di sostanze, disturbi alimentari, perdita della gioia di vivere, perdita del lavoro, angoscia, depressione, bassa autostima, incapacità a uscire di casa, insofferenza verso le donne incinte e, per finire, ritrazione sessuale. Nessun riferimento accademico, teorico o scientifico, solo vaghi cenni a studi statunitensi, irlandesi e finlandesi degli anni ‘80, da cui, tra l’altro, emergerebbe che le minori che hanno abortito si suicidano 6 volte di più delle coetanee. Ma se le ragazzine sono a rischio suicidio, le donne, maggiorenni che hanno abortito sono donne malate, e come tali vanno curate. A questo punto la dottoressa Foà illustra in che cosa consiste la terapia che lei pratica, nell’ottica di costruire una relazione tra la paziente/mamma, che non è più tale, ma è viva, e il figlio, cui è stata tolta la vita terrena (ma non quella eterna, viene precisato): la “mamma” deve prima scrivergli una lettera, poi, per concretizzarne l’esistenza che gli ha sottratto, portare con sé un ciuccio, un peluche o una tutina e infine, ammettere di aver ucciso. L’immagine di una donna che viene spinta a confessare l’omicidio del figlio (?!) stringendo tra le mani un oggetto di quel tipo è un vero choc per noi, non è facile rimanere sedute ma resistiamo e osserviamo il viso soddisfatto della consulente mentre ci racconta che a questo punto molte sue pazienti decidono di far dire una messa per il loro bambino e lo lasciano così andare in pace, quella pace che dubitiamo un tale metodo regali loro…

Cambia la scena, cambia il filo conduttore e si passa all’attività dei CAV: cosa fare per difendere la vita, chiede la relatrice, dato che negli ospedali non “ci” vogliono e i medici sono sempre lì con in mano il certificato per l’interruzione prima ancora di capire che cosa la donna voglia fare? Intercettate prima, prese in carico durante, terrorizzate psicologicamente dopo: è questo il destino che hanno in serbo per noi, è questo quello per cui si stanno preparando. L’incontro è finito, ce ne andiamo esauste e sfiorando il tavolo preparato per il catering ci sembra di vedere tra i vassoi, i piatti e i bicchieri, ancora una volta i nostri corpi fatti scempio per un voto, per una promessa elettorale, per sconfiggere finalmente, a trentadue anni dall’approvazione della pur imperfetta legge 194, il nemico che fa loro più paura: la nostra autodeterminazione.

Ancora una volta i nostri corpi fatti scempio per un voto, per una promessa elettorale, per sconfiggere finalmente, a trentadue anni dall’approvazione della pur imperfetta legge 194, il nemico che fa loro più paura: la nostra autodeterminazione. Che cosa sta succedendo in Piemonte? Abbiamo di fronte una situazione che si caratterizza come vera e propria aggressione, precisa, implacabile e regolare, alle donne: non è solo il principio stesso di autodeterminazione di sé che viene messo in discussione, ovviamente colpendone la sua espressione più viva, vale a dire ogni scelta in tema di sessualità e maternità, ma stiamo assistendo soprattutto ad una ridefinizione culturale, politica, sociale e anche economica dei ruoli, dei comportamenti e delle realtà che le donne abitano, costruiscono e definiscono per sé. Roberto Cota può anche apparire personaggio di scarsa levatura e forte può essere la tentazione di leggerne le decisioni giuridiche e amministrative sul territorio come fatti in fondo prevedibili. Ma se solo ci limitiamo a una banale lettura temporale del suo operato, il quadro induce a qualche riflessione, o domanda, in più. Come si spiega, per esempio, che in una regione massacrata dalla crisi economica e in piena emergenza Fiat, si pronunci con

moderazione su temi di rilevanza nazionale, quali il destino di Mirafiori o l’alta velocità, peraltro riproponendo scontato sostegno e prevedibili dichiarazioni d’intenti, ma non perda occasione per scagliarsi con furia contro l’aborto o la RU486? Dal Patto per la vita e per la famiglia al Protocollo Ferrero, dal direttore generale dell’ospedale Sant’Anna, Valter Arossa, che stipula una convenzione con l’associazione antiabortista “Difendere la vita con Maria” per il seppellimento dei feti. Che cosa nasconde la furia antiabortista di Cota, il riproporre ossessivamente la propria adesione ai valori della vita e della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio, innalzandoli a livello di legge? Come mai le donne come persone indipendenti, capaci, autonome e libere spariscono da ogni suo discorso? Dove sono le studentesse, le lavoratrici, le precarie, le disoccupate, le insegnanti, le anziane, le pensionate, le ginecologhe…, insomma le donne reali che pretendono servizi, che non si rassegnano al precariato a vita, che non vogliono guadagnare meno degli uomini a parità di mansioni, che non accettano di vedersi rappresentate solo come pezzi di carne da sbattere sullo schermo, che scelgono se essere madri e quando? La risposta sta nel Libro Bianco di Sacconi, sta nel Collegato Lavoro, sta nel piano di Marchionne per Mirafiori e nella volontà, neanche tanto nascosta, di chiudere il conto con tutto quel corpus di leggi, e prima ancora di idealità, che sono il frutto e hanno permeato lotte e rivendicazioni femministe, operaie e studentesche dagli anni 60 ad oggi: autodeterminazione, solidarietà sociale, desiderio di essere protagoniste/i delle proprie vite. Desertificare i consultori consegnandoli ai cattolici integralisti, mettere sul mercato la parte più appetibile della sanità, smantellare lo stato sociale per pagare la crisi e realizzare enormi profitti garantendo solo livelli minimi di prestazione, rendere l’istruzione un privilegio e il lavoro schiavitù precaria, tutto questo è già stato pianificato e per le donne ha un significato ben preciso: stare a casa. Forse non è neppure così importante aggiungere “a far figli”, perché è proprio il ritorno alle mura domestiche che sancisce una formidabile riscrittura di ruoli: questo stato, questa economia per sopravvivere hanno bisogno di servi in fabbrica e serve in casa, non di donne e neppure, in fondo – a parte qualche dovuto atto di ossequio alla Chiesa per cui sono utilissimi personaggi come Roberto Cota – di madri.

MeDeA www.medea.noblogs.org


CI SIAMO FATTE FORMARE DAL MOVIMENTO PER LA VITA

Un ciuccio per “confessare” un omicidio Dopo il 29 di ottobre, data in cui il Consiglio Regionale del Piemonte ha recepito il Protocollo proposto dall’assessore alla salute Caterina Ferrero, che di fatto sancisce l’ingresso nei consultori dei volontari del Movimento per la Vita, abbiamo deciso di “conoscerli” un po’ più da vicino e dato che il Presidente della Regione Roberto Cota già in campagna elettorale si era impegnato a finanziarne la formazione, abbiamo pensato di assistere proprio a un percorso formativo e di aggiornamento per volontari e aspiranti tali. Quello che segue è una sintesi, rigorosamente autentica, della nostra partecipazione a due incontri del ciclo “Maternità oggi, quello che non si sapeva, quello che non si sa più” Primo incontro Sede del Movimento per la Vita, argomento della serata la “relazione prenatale e lo sviluppo della personalità”, a cura della professoressa Pia Massaglia, direttrice della Scuola di Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile dell’Università di Torino, con intervento previsto del professor Enrico Alba, della facoltà di Medicina. Veniamo catapultate in un’altra dimensione, in un tempo e in uno spazio in cui embrioni e feti sono bambini, le donne non sono donne ma mamme, sempre e comunque, la coppia è famiglia occidentale e cattolica,

e il partner, rigorosamente maschio, è sostegno, protezione, aiuto economico e strenuo baluardo contro l’aborto. Tono da confessionale, contenuti banali, nozioni esposte in modo superficiale, docenti universitari che, rivolgendosi all’uditorio e agli organizzatori, usano il “noi” e un linguaggio che denuncia la coscienza di aver come interlocutori persone senza alcuna formazione o competenza specifica di tipo sanitario, medico o psicologico. All’uscita c’è in noi una grande rabbia: le donne saranno costrette ad avere a che fare, nei consultori, in un momento così delicato della loro vita, con persone assolutamente

incompetenti e inadeguate come sono, evidentemente, quelle che hanno seguito l’incontro accanto a noi? Ed è sufficiente, presidente Cota, un elenco di assunti inconsistenti in salsa cattolico/integralista per formare chi, secondo la sua Giunta, dovrà affiancare l’equipe consultoriale in presidi pubblici e laici? Secondo incontro Sala piena, di nuovo quasi esclusivamente donne. Entriamo e ci sediamo, convinte, dopo il primo incontro, di essere pronte a sorbirci, senza reagire e senza tradirci, due ore di tirata contro l’aborto e contro

le donne che hanno scelto di scegliere, ma nulla, davvero nulla può preparare a quello cui abbiamo assistito noi lunedì 13 dicembre. Titolo della relazione “il figlio nella mente dopo l’aborto”, inizia a parlare la dottoressa Benedetta Foà, consulente familiare che lavora a Milano. E va in scena l’orrore. La psicologa esordisce con una serie di affermazioni decise: un bambino non è una cosa e non è un problema, non esiste un momento giusto per fare figli perché ogni figlio è un dono di Dio, un bambino rappresenta un momento di crescita e di responsabilità che fa di una coppia una famiglia, le donne che decidono di abortire ingannano se stesse dicendosi di aver fatto la scelta giusta ma in realtà la loro vita è finita e la cosiddetta scelta è solo una delega in bianco dettata da solitudine e immaturità, che non potrà che segnarle anche a distanza di anni. E via a sciorinare uno dopo l’altro tutti i sintomi che una donna che ha interrotto una gravidanza, in quanto affetta da sindrome da stress post aborto, necessariamente manifesta: senso di colpa (ovviamente!), incubi notturni spaventosi, dolore lancinante, ruminazione mentale (che diamine è?), perdita di forza fisica, abuso di sostanze, disturbi alimentari, perdita della gioia di vivere, perdita del lavoro, angoscia, depressione, bassa autostima, incapacità a uscire di casa, insofferenza verso le donne incinte e, per finire, ritrazione sessuale. Nessun riferimento accademico, teorico o scientifico, solo vaghi cenni a studi statunitensi, irlandesi e finlandesi degli anni ‘80, da cui, tra l’altro, emergerebbe che le minori che hanno abortito si suicidano 6 volte di più delle coetanee. Ma se le ragazzine sono a rischio suicidio, le donne, maggiorenni che hanno abortito sono donne malate, e come tali vanno curate. A questo punto la dottoressa Foà illustra in che cosa consiste la terapia che lei pratica, nell’ottica di costruire una relazione tra la paziente/mamma, che non è più tale, ma è viva, e il figlio, cui è stata tolta la vita terrena (ma non quella eterna, viene precisato): la “mamma” deve prima scrivergli una lettera, poi, per concretizzarne l’esistenza che gli ha sottratto, portare con sé un ciuccio, un peluche o una tutina e infine, ammettere di aver ucciso. L’immagine di una donna che viene spinta a confessare l’omicidio del figlio (?!) stringendo tra le mani un oggetto di quel tipo è un vero choc per noi, non è facile rimanere sedute ma resistiamo e osserviamo il viso soddisfatto della consulente mentre ci racconta che a questo punto molte sue pazienti decidono di far dire una messa per il loro bambino e lo lasciano così andare in pace, quella pace che dubitiamo un tale metodo regali loro…

Cambia la scena, cambia il filo conduttore e si passa all’attività dei CAV: cosa fare per difendere la vita, chiede la relatrice, dato che negli ospedali non “ci” vogliono e i medici sono sempre lì con in mano il certificato per l’interruzione prima ancora di capire che cosa la donna voglia fare? Intercettate prima, prese in carico durante, terrorizzate psicologicamente dopo: è questo il destino che hanno in serbo per noi, è questo quello per cui si stanno preparando. L’incontro è finito, ce ne andiamo esauste e sfiorando il tavolo preparato per il catering ci sembra di vedere tra i vassoi, i piatti e i bicchieri, ancora una volta i nostri corpi fatti scempio per un voto, per una promessa elettorale, per sconfiggere finalmente, a trentadue anni dall’approvazione della pur imperfetta legge 194, il nemico che fa loro più paura: la nostra autodeterminazione.

Ancora una volta i nostri corpi fatti scempio per un voto, per una promessa elettorale, per sconfiggere finalmente, a trentadue anni dall’approvazione della pur imperfetta legge 194, il nemico che fa loro più paura: la nostra autodeterminazione. Che cosa sta succedendo in Piemonte? Abbiamo di fronte una situazione che si caratterizza come vera e propria aggressione, precisa, implacabile e regolare, alle donne: non è solo il principio stesso di autodeterminazione di sé che viene messo in discussione, ovviamente colpendone la sua espressione più viva, vale a dire ogni scelta in tema di sessualità e maternità, ma stiamo assistendo soprattutto ad una ridefinizione culturale, politica, sociale e anche economica dei ruoli, dei comportamenti e delle realtà che le donne abitano, costruiscono e definiscono per sé. Roberto Cota può anche apparire personaggio di scarsa levatura e forte può essere la tentazione di leggerne le decisioni giuridiche e amministrative sul territorio come fatti in fondo prevedibili. Ma se solo ci limitiamo a una banale lettura temporale del suo operato, il quadro induce a qualche riflessione, o domanda, in più. Come si spiega, per esempio, che in una regione massacrata dalla crisi economica e in piena emergenza Fiat, si pronunci con

moderazione su temi di rilevanza nazionale, quali il destino di Mirafiori o l’alta velocità, peraltro riproponendo scontato sostegno e prevedibili dichiarazioni d’intenti, ma non perda occasione per scagliarsi con furia contro l’aborto o la RU486? Dal Patto per la vita e per la famiglia al Protocollo Ferrero, dal direttore generale dell’ospedale Sant’Anna, Valter Arossa, che stipula una convenzione con l’associazione antiabortista “Difendere la vita con Maria” per il seppellimento dei feti. Che cosa nasconde la furia antiabortista di Cota, il riproporre ossessivamente la propria adesione ai valori della vita e della famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio, innalzandoli a livello di legge? Come mai le donne come persone indipendenti, capaci, autonome e libere spariscono da ogni suo discorso? Dove sono le studentesse, le lavoratrici, le precarie, le disoccupate, le insegnanti, le anziane, le pensionate, le ginecologhe…, insomma le donne reali che pretendono servizi, che non si rassegnano al precariato a vita, che non vogliono guadagnare meno degli uomini a parità di mansioni, che non accettano di vedersi rappresentate solo come pezzi di carne da sbattere sullo schermo, che scelgono se essere madri e quando? La risposta sta nel Libro Bianco di Sacconi, sta nel Collegato Lavoro, sta nel piano di Marchionne per Mirafiori e nella volontà, neanche tanto nascosta, di chiudere il conto con tutto quel corpus di leggi, e prima ancora di idealità, che sono il frutto e hanno permeato lotte e rivendicazioni femministe, operaie e studentesche dagli anni 60 ad oggi: autodeterminazione, solidarietà sociale, desiderio di essere protagoniste/i delle proprie vite. Desertificare i consultori consegnandoli ai cattolici integralisti, mettere sul mercato la parte più appetibile della sanità, smantellare lo stato sociale per pagare la crisi e realizzare enormi profitti garantendo solo livelli minimi di prestazione, rendere l’istruzione un privilegio e il lavoro schiavitù precaria, tutto questo è già stato pianificato e per le donne ha un significato ben preciso: stare a casa. Forse non è neppure così importante aggiungere “a far figli”, perché è proprio il ritorno alle mura domestiche che sancisce una formidabile riscrittura di ruoli: questo stato, questa economia per sopravvivere hanno bisogno di servi in fabbrica e serve in casa, non di donne e neppure, in fondo – a parte qualche dovuto atto di ossequio alla Chiesa per cui sono utilissimi personaggi come Roberto Cota – di madri.

MeDeA www.medea.noblogs.org


UN QUARTIERE IN MOVIMENTO Michele Berghelli, presidente del Comitato Vanchiglia Open Lab e collaboratore fisso del DiZona, ci parla di una entusiasmante iniziativa di promozione della creatività e della partecipazione giovanile in quartiere. L’ esperienza di LOV/Vanchiglia Open Lab ha avuto inizio tre anni fa e, come molte storie, è nata da una chiacchierata tra amici che si confrontano sul proprio lavoro e sul quartiere, sulle realizzazioni, i problemi e sulle trasformazioni che vedono attorno a loro. Dal confronto emerse la voglia di dare visibilità alle tante realtà nuove, giovani e creative, nate nel territorio. Per questo si decise di organizzare un appuntamento che coinvolgesse nostri conoscenti del quartiere, legati al mondo dell’arte, della creatività e della cultura. Iniziò così un percorso che ci ha portati, nell’ultima edizione, a coinvolgere più di cento partecipanti. Cosa è LOV/Vanchiglia Open Lab? Negli ultimi anni Borgo Vanchiglia si è affermato come uno dei poli propulsivi della creatività torinese. È qui che ha scelto, e sceglie di stabilirsi un numero sempre crescente di realtà artistico-culturali di diversi ambiti: architettura, design, scultura, pittura, teatro, musica, cinema, video, fotografia, letteratura, grafica, illustrazione, comunicazione, suono, multimedia... A partire da queste considerazioni l’iniziativa LOV/Vanchiglia Open Lab si propone come principali obiettivi: • lo scambio e la conoscenza tra le diverse realtà presenti, nell’ottica di dare vita a sinergie professionali ed artistiche. • l’apertura al territorio dei diversi studi e laboratori, per rendere visibili e far conoscere le varie attività presenti, favorendone l’integrazione con il quartiere e con la città. LOV/Vanchiglia Open Lab è il network, spontaneo e indipendente, che raccoglie artisti, associazioni, attività del Borgo che operano nei settori dell’arte, della cultura e della creatività in generale. Cosa è la LOV NIGHT? Per raggiungere l’ obiettivo di conoscersi e far conoscere questo nuovo volto di Vanchiglia, LOV ha creato la LOV NIGHT, una notte in cui le diverse realtà coinvolte aprono le loro porte al pubblico, offrendo ai visitatori eventi di vario genere: mostre, concerti, proiezioni, performance artistiche e teatrali, dj-set ecc...

Alberto Tognola Lavoro? No grazie! Ovvero la vita è altrove Edizioni La Baronata

Una notte di arte, cultura e creatività, che vuole diventare un appuntamento annuale fisso. LOV NIGHT, qualche numero? Le prime due edizioni della LOV NIGHT (2009 e 2010) hanno avuto un incredibile successo di pubblico e quella che doveva essere una lunga serata si è trasformata in una notte bianca. Totalmente autofinanziata, frutto dell’ entusiasmo e del lavoro gratuito dei vari professionisti del network, la LOV NIGHT può vantare numeri notevoli: • 44.000 pezzi pubblicitari distribuiti in tutta la città • 6.000 gadgets distribuiti ai visitatori • sito web ufficiale e presenza sui principali social network • ufficio stampa dedicato • conferenza stampa alla presenza di istituzioni, stampa e tv • patrocinio della Circoscrizione • chiusura al traffico del quartiere • permesso di apertura serale per le attività commerciali • diretta radiofonica dell’evento • una quantità di articoli e servizi sui principali quotidiani, sulla stampa locale, sulla free-press, su riviste e quotidiani web specializzati in arte ed eventi Le prospettive... Il gruppo, nato informalmente, dalla scorsa edizione si è costituito in comitato, questo per facilitare il riconoscimento formale, necessario per molti aspetti organizzativi, ma anche per darsi un’identità e diventare soggetto reale del territorio. L’indipendenza, l’autofinanziamento e l’apporto gratuito di tutti i soggetti coinvolti, rimangono un punto fermo del comitato e sono un valore aggiunto di questa esperienza. L’obiettivo è quindi continuare a coinvolgere sempre più realtà del quartiere per far emergere quelle esperienze importanti del territorio che fanno di Vanchiglia un borgo unico. Il comitato ha cominciato a lavorare alla terza edizione della LOV NIGHT che sarà nella seconda metà di giugno!

I

n linea con uno dei temi trattati in questo numero del DiZona, mi permetto di consigliare un libro che si affida all’arma della provocazione per demolire il dogma del lavoro, base dell’economia produttrice di merci. La nostra cultura del lavoro ci porta spesso a dare per scontati alcuni significati, impedendoci di fatto un vero confronto. Questo testo suscita rabbia, sconcerto, ma pure ilarità e divertimento nel mostrarci uno spaccato della storia e della realtà sociale del lavoro, soffermandosi sulle variegate forme della sua contestazione. Intende mostrare quanto miseri e limitanti siano i “valori” che nell’era moderna orientano la convivenza sociale e il modo di pensare rispetto al lavoro. Il testo si sofferma a lungo sul tema del lavoro: sull’evoluzione del concetto nel corso dei tempi, sulla sua sostanza e sulle forme di opposizione allo stesso. Tutto questo usando citazioni, slogan, disegni e poesie. “L’uomo è naturalmente portato al lavoro come l’uccello al volo” (Libro di Giobbe) “Il massimo compito dell’uomo non è il lavoro, ma la libera creatività” (Max Stirner) Chi ha ragione?

Michele>Libreria Linea 451

C’è del marcio in Vanchiglia Non che ci si aspetti gran che dall’aria della città. Però piacerebbe poter aprire le finestre di casa la mattina avendo l’impressione di guadagnarci nel cambio d’aria. E invece, da qualche mese, ventilare gli ambienti dopo il sonno significa riempirsi la casa di una puzza pestilenziale, ancora peggio del mix di idrocarburi e polveri sottili a cui siamo oramai abituati. Tanto vale, quindi, rinunciare al consigliato ricambio. Da un breve sondaggio di fronte alla scuola (nell’area pedonale di via Balbo) emerge che la puzza, descritta da qualcuno come un generico “di immondizia” e da altri più precisamente come “di immondizia bruciata” colpisce prevalentemente la zona lungo Po, spingendosi non oltre la via Vanchiglia. Qualcuno si preoccupa che sia pericolosa per la salute, altri pensano all’estate, quando con le finestre aperte toccherà avere la puzza sotto il naso già nel letto. C’è anche chi ha telefonato in circoscrizione, e per la verità pareva che l’azione avesse funzionato: per un paio di settimane c’è stata tregua; ma poi tutto è ripreso con nuovo vigore (con nuovo fetore, potremmo dire più propriamente). Vero è che la puzza è mobile, e quindi è difficile trovarne l’origine. Lanciamo però su queste pagine una proposta, un invito per un agire concreto: attacchiamoci al telefono e moltiplichiamo le segnalazioni di puzza in tutte le sedi che riteniamo dovrebbero prestare attenzione al cittadino ammorbato: circoscrizione, comune, asl, pompieri, vigili, protezione civile... Che ci dicano da dove viene, cos’è, e che, magari, facciano qualcosa!

L

avoriamo entrambi tutta la giornata. Durante i giorni di lavoro vediamo il nostro bambino (di due anni) solo la sera e passiamo con lui pochi minuti prima del sonno. Per il resto, cerchiamo di dedicargli un po’ di tempo almeno nei fine settimana liberi, che non sono però molti. Sentiamo spesso dire che conta principalmente la qualità del tempo passato insieme, e non tanto la quantità. Tuttavia spesso ci domandiamo se, un giorno, non ci troveremo a scoprire che nostro figlio è uno sconosciuto. Due genitori impegnati Diceva Sartre: “Non si può scegliere dove, come e quando nascere, ma come vivere sì!”. Non si può sempre scegliere di avere un lavoro con il tempo necessario per accudire al meglio i propri figli ma non per questo ci si deve arrendere. Inoltre il ‘tempo’ non è una merce che si compra o si offre; il tempo è il nostro vivere, quindi siccome si dovrebbe trascorrere consapevolmente la nostra vita, importanti diventano le scelte, gli stili, senza distinzione tra modo e quantità. Propongo per il caso in questione due riflessioni operative. Siccome il bimbo credo vada all’asilo-nido dovrà di certo essere portato e lo stesso per il ritorno a casa. Momenti preziosi se il tragitto insieme diventa occasione di stupore permanente, minimalista magari, ma mai abitudinario, mai prolungamento del sonno notturno. Per far questo occorre che adulti e bambino condividano un progetto comune mirante a verifiche e feste al fine settimana. Potremmo insieme raccogliere ‘campioni di vita’ per strada, foglie, suoni, fotografie per realizzare un panottico insieme, un teatrino che crescerà in permanenza e stimolerà il bambino ad approfondire la sua curiosità. Al fine settimana, poi, vista la dislocazione di Torino, sarà facile uscire di città ed andare verso le montagne a cercare un ‘posto segreto’, con ritualità e regolarità. L’importante è condividere la ‘scoperta’, l’ ‘avventura’ insieme. Il tesoro saranno le azioni, brevi o lunghe, che si snoderanno, quasi seguendo una mappa, che è tutta da disegnare ed individuare. Insomma: drammatizziamo un poco la relazione superando la dicotomia tra gioco e lavoro. Il bambino di due anni ha in sé il desiderio di autonomia e di scoperta, gli adulti che sono i genitori continuano a covare in loro stessi il bambino che sono stati oppure no. Gioia e malinconia sono emozioni e le emozioni danno energia alla vita: anche all’educazione! Gianni Milano

SONORIZZAZIONI SOCIALI Egyptian Revolution Jan 25th 2011. Take what’s Yours! Perchè anche durante questi nostri giorni tristi può accadere che... “ogni cosa è illuminata”. La nuova FIAT Perchè i lumi della ragione ci sono anche sotto casa, ma quando si guarda troppo da vicino si rischia di non vedere nulla. Dave Holland Quartet - Conference of the Birds Perchè il 19 gennaio 2011 al Cairo in Egitto si erano riuniti in conferenza i principali leader del Maghreb africano per scongiurare il dilagare delle rivolte sociali: sei giorni dopo... Rabih Abou-Khalil -Arabian Waltz Perchè se anche il mondo arabo impara come si balla in occidente allora si può... Anouar Brahem - Nihawend Lunga! Perchè se anche il mondo occidentale impara come si balla, nel mondo arabo allora si può... Anouar Brahem - Talwin! Perchè se le due culture iniziano ad ascoltarsi, allora si può... The Clash - Rock The Casbah Perchè ci vuole che qualcuno lo sogni, prima che si realizzi Tracy Chapman - Talkin ‘bout a revolution Perchè c’è sempre qualcuno che sa dirlo con maniere più garbate Area - Gioia e rivoluzione Come quando negli occhi c’è una luce che riscalda le menti... The Bangles - Walk Like An Egyptian Perchè se imparassimo tutti a camminare come gli egiziani... Egin - Marche Mon Ami Perchè alcuni amici sono stati così bravi che oggi addirittura marciano, e lo fanno nelle valli sotto casa. Tutte le proposte video-musicali sono visitabili sul sito gratuito YOUTUBE. Pratica il copyleft, sostieni le Creative Commons, difendi i tuoi diritti, calpesta i loro illeciti guadagni. Columnist since 1917


UN QUARTIERE IN MOVIMENTO Michele Berghelli, presidente del Comitato Vanchiglia Open Lab e collaboratore fisso del DiZona, ci parla di una entusiasmante iniziativa di promozione della creatività e della partecipazione giovanile in quartiere. L’ esperienza di LOV/Vanchiglia Open Lab ha avuto inizio tre anni fa e, come molte storie, è nata da una chiacchierata tra amici che si confrontano sul proprio lavoro e sul quartiere, sulle realizzazioni, i problemi e sulle trasformazioni che vedono attorno a loro. Dal confronto emerse la voglia di dare visibilità alle tante realtà nuove, giovani e creative, nate nel territorio. Per questo si decise di organizzare un appuntamento che coinvolgesse nostri conoscenti del quartiere, legati al mondo dell’arte, della creatività e della cultura. Iniziò così un percorso che ci ha portati, nell’ultima edizione, a coinvolgere più di cento partecipanti. Cosa è LOV/Vanchiglia Open Lab? Negli ultimi anni Borgo Vanchiglia si è affermato come uno dei poli propulsivi della creatività torinese. È qui che ha scelto, e sceglie di stabilirsi un numero sempre crescente di realtà artistico-culturali di diversi ambiti: architettura, design, scultura, pittura, teatro, musica, cinema, video, fotografia, letteratura, grafica, illustrazione, comunicazione, suono, multimedia... A partire da queste considerazioni l’iniziativa LOV/Vanchiglia Open Lab si propone come principali obiettivi: • lo scambio e la conoscenza tra le diverse realtà presenti, nell’ottica di dare vita a sinergie professionali ed artistiche. • l’apertura al territorio dei diversi studi e laboratori, per rendere visibili e far conoscere le varie attività presenti, favorendone l’integrazione con il quartiere e con la città. LOV/Vanchiglia Open Lab è il network, spontaneo e indipendente, che raccoglie artisti, associazioni, attività del Borgo che operano nei settori dell’arte, della cultura e della creatività in generale. Cosa è la LOV NIGHT? Per raggiungere l’ obiettivo di conoscersi e far conoscere questo nuovo volto di Vanchiglia, LOV ha creato la LOV NIGHT, una notte in cui le diverse realtà coinvolte aprono le loro porte al pubblico, offrendo ai visitatori eventi di vario genere: mostre, concerti, proiezioni, performance artistiche e teatrali, dj-set ecc...

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C’è del marcio in Vanchiglia Non che ci si aspetti gran che dall’aria della città. Però piacerebbe poter aprire le finestre di casa la mattina avendo l’impressione di guadagnarci nel cambio d’aria. E invece, da qualche mese, ventilare gli ambienti dopo il sonno significa riempirsi la casa di una puzza pestilenziale, ancora peggio del mix di idrocarburi e polveri sottili a cui siamo oramai abituati. Tanto vale, quindi, rinunciare al consigliato ricambio. Da un breve sondaggio di fronte alla scuola (nell’area pedonale di via Balbo) emerge che la puzza, descritta da qualcuno come un generico “di immondizia” e da altri più precisamente come “di immondizia bruciata” colpisce prevalentemente la zona lungo Po, spingendosi non oltre la via Vanchiglia. Qualcuno si preoccupa che sia pericolosa per la salute, altri pensano all’estate, quando con le finestre aperte toccherà avere la puzza sotto il naso già nel letto. C’è anche chi ha telefonato in circoscrizione, e per la verità pareva che l’azione avesse funzionato: per un paio di settimane c’è stata tregua; ma poi tutto è ripreso con nuovo vigore (con nuovo fetore, potremmo dire più propriamente). Vero è che la puzza è mobile, e quindi è difficile trovarne l’origine. Lanciamo però su queste pagine una proposta, un invito per un agire concreto: attacchiamoci al telefono e moltiplichiamo le segnalazioni di puzza in tutte le sedi che riteniamo dovrebbero prestare attenzione al cittadino ammorbato: circoscrizione, comune, asl, pompieri, vigili, protezione civile... Che ci dicano da dove viene, cos’è, e che, magari, facciano qualcosa!

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avoriamo entrambi tutta la giornata. Durante i giorni di lavoro vediamo il nostro bambino (di due anni) solo la sera e passiamo con lui pochi minuti prima del sonno. Per il resto, cerchiamo di dedicargli un po’ di tempo almeno nei fine settimana liberi, che non sono però molti. Sentiamo spesso dire che conta principalmente la qualità del tempo passato insieme, e non tanto la quantità. Tuttavia spesso ci domandiamo se, un giorno, non ci troveremo a scoprire che nostro figlio è uno sconosciuto. Due genitori impegnati Diceva Sartre: “Non si può scegliere dove, come e quando nascere, ma come vivere sì!”. Non si può sempre scegliere di avere un lavoro con il tempo necessario per accudire al meglio i propri figli ma non per questo ci si deve arrendere. Inoltre il ‘tempo’ non è una merce che si compra o si offre; il tempo è il nostro vivere, quindi siccome si dovrebbe trascorrere consapevolmente la nostra vita, importanti diventano le scelte, gli stili, senza distinzione tra modo e quantità. Propongo per il caso in questione due riflessioni operative. Siccome il bimbo credo vada all’asilo-nido dovrà di certo essere portato e lo stesso per il ritorno a casa. Momenti preziosi se il tragitto insieme diventa occasione di stupore permanente, minimalista magari, ma mai abitudinario, mai prolungamento del sonno notturno. Per far questo occorre che adulti e bambino condividano un progetto comune mirante a verifiche e feste al fine settimana. Potremmo insieme raccogliere ‘campioni di vita’ per strada, foglie, suoni, fotografie per realizzare un panottico insieme, un teatrino che crescerà in permanenza e stimolerà il bambino ad approfondire la sua curiosità. Al fine settimana, poi, vista la dislocazione di Torino, sarà facile uscire di città ed andare verso le montagne a cercare un ‘posto segreto’, con ritualità e regolarità. L’importante è condividere la ‘scoperta’, l’ ‘avventura’ insieme. Il tesoro saranno le azioni, brevi o lunghe, che si snoderanno, quasi seguendo una mappa, che è tutta da disegnare ed individuare. Insomma: drammatizziamo un poco la relazione superando la dicotomia tra gioco e lavoro. Il bambino di due anni ha in sé il desiderio di autonomia e di scoperta, gli adulti che sono i genitori continuano a covare in loro stessi il bambino che sono stati oppure no. Gioia e malinconia sono emozioni e le emozioni danno energia alla vita: anche all’educazione! Gianni Milano

SONORIZZAZIONI SOCIALI Egyptian Revolution Jan 25th 2011. Take what’s Yours! Perchè anche durante questi nostri giorni tristi può accadere che... “ogni cosa è illuminata”. La nuova FIAT Perchè i lumi della ragione ci sono anche sotto casa, ma quando si guarda troppo da vicino si rischia di non vedere nulla. Dave Holland Quartet - Conference of the Birds Perchè il 19 gennaio 2011 al Cairo in Egitto si erano riuniti in conferenza i principali leader del Maghreb africano per scongiurare il dilagare delle rivolte sociali: sei giorni dopo... Rabih Abou-Khalil -Arabian Waltz Perchè se anche il mondo arabo impara come si balla in occidente allora si può... Anouar Brahem - Nihawend Lunga! Perchè se anche il mondo occidentale impara come si balla, nel mondo arabo allora si può... Anouar Brahem - Talwin! Perchè se le due culture iniziano ad ascoltarsi, allora si può... The Clash - Rock The Casbah Perchè ci vuole che qualcuno lo sogni, prima che si realizzi Tracy Chapman - Talkin ‘bout a revolution Perchè c’è sempre qualcuno che sa dirlo con maniere più garbate Area - Gioia e rivoluzione Come quando negli occhi c’è una luce che riscalda le menti... The Bangles - Walk Like An Egyptian Perchè se imparassimo tutti a camminare come gli egiziani... Egin - Marche Mon Ami Perchè alcuni amici sono stati così bravi che oggi addirittura marciano, e lo fanno nelle valli sotto casa. Tutte le proposte video-musicali sono visitabili sul sito gratuito YOUTUBE. Pratica il copyleft, sostieni le Creative Commons, difendi i tuoi diritti, calpesta i loro illeciti guadagni. Columnist since 1917


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