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Continua la battaglia contro l'applicazione della Legge Gelmini. Per quanto approvata, l'iter di attuazione

ci consente di portare dentro le facoltà e gli atenei una battaglia per sbarrare la strada alla riforma, utilizzando ogni mezzo a nostra disposizione, senza per questo accettare una logica emendativa della Legge Gelmini che per noi è da respingere in toto. Non si può, infatti, legittimare alcun articolo di una legge che distrugge l'università pubblica e la svuota delle sue funzioni di didattica e ricerca, l'obiettivo delle nostra battaglia resta quello della cancellazione e della non applicazione dei principi contenuti nella legge. Negli atenei si apre oggi una battaglia in difesa degli studenti e della democraticità in ateneo legata alla modifica degli statuti delle università, che dovranno essere modificati entro 6 mesi, più 3 di proroga a partire dalla pubblicazione della legge sulla gazzetta ufficiale. Come studenti che si sono mobilitati nel corso di tutto l'autunno non vogliamo chiuderci in una battaglia di retroguardia o solo difensiva dell'esistente ma aprire in tutti gli atenei una fase di conflitto che permetta di ottenere un espansione dei diritti degli studenti, dei precari e dei ricercatori. E' necessario da subito condurre con forza una battaglia radicale, e intensa, con i ricercatori, i precari, i dottorandi e tutti gli studenti, nelle piazze e nelle commissioni, per affermare alcuni prìncipi fondamentali: Questo opuscolo ha la funzione di raccogliere in maniera sistematica le prime proposte emerse dalle discussioni delle realtà territoriali che aderiscono a LINK – coordinamento universitario nazionale, e può essere uno strumento per chi conduce una battaglia dentro le commissioni, nelle facoltà, nelle piazze. Le analisi e le proposte qui raccolte restano aperte a contributi. Per informazioni visita il blog: http://stopgelmini.blogspot.com

i 5 punti fondamentali 1 - Partecipazione e Trasparenza

Riteniamo imprescindibile per il regolare e democratico svolgimento delle operazioni di modifica dello statuto che tutto si svolga in modo pubblico e trasparente. La commissione per la riscrittura dello statuto non può essere espressione di equilibrismi e lobby baronali. Sosteniamo l'approvazione della mozione proposta dai ricercatori della Rete29aprile che propone, esclusi il Rettore e i due studenti, l'elezione diretta di due tecnici amministrativi all'interno del personale d'ateneo, un precario eletto a suffragio universale tra le varie figure precarie del singolo ateneo e nove membri eletti tra tutta la componente docente (ordinari, associati e ricercatori). Pensiamo che sia inaccettabile qualsiasi forma che limiti la partecipazione, rifiutiamo meccanismi di nomina, cooptazione o altro proposte dai Rettori per eleggere i membri della commissione di modifica dello statuto, pensiamo inoltre che questa commissione abbia un ruolo meramente istruttorio e non decisionale. Per quanto concerne la nomina dei due studenti richiediamo le elezioni a suffragio universale su tutta la componente studentesca, in alternativa o una votazione e la nomina dei due componenti da parte del consiglio degli studenti o in assenza di esso da parte di una assemblea di consiglieri di facoltà convocata appositamente. Pensiamo che sia altre si indispensabile che qualsiasi lavoro sulla riscrittura degli statuti veda tutto l'ateneo e tutte le sue componenti partecipi del lavoro, nelle forme più democratiche e partecipative possibili, chiediamo che siano tenute assemblee di facoltà per discutere dello statuto, che tutti i consigli di facoltà siano costantemente informati, che siano previsti momenti e assemblee pubbliche e di confronto con tutta la popolazione universitaria.


2 - Democrazia partecipata Crediamo che, come dopo la grande fase di partecipazione degli anni '60/'70 furono ridefinite le modalità di partecipazione, delega e rappresentanza dentro scuole e università, oggi ci si debba porre la sfida dell'espansione dei diritti e della partecipazione democratica alle scelte operate nei propri luoghi di formazione. È evidente da parte del ministro Gelmini la volontà di togliere quel poco di agibilità che gli studenti hanno all'interno degli organi di governo dell'Università, come è chiara la volontà di spostare la maggior parte del potere decisionale nelle mani dei rettori. Risulta necessaria una mobilitazione che vada nella direzione di aumentare la qualità della partecipazione degli studenti nelle scelte che li riguardano, sia garantendo forme di democrazia diretta, sia provando a legare la rappresentanza a questi strumenti. Pensiamo, quindi, che all'interno della battaglia per le modifiche di statuto, mentre difendiamo ciò che resta della rappresentanza studentesca, e in particolare il limite minimo del 15% di studenti in ogni organo, sia necessario per il movimento studentesco intraprendere una battaglia espansiva verso la conquista di nuovi diritti, quali l'istituzionalizzazione del referendum studentesco, dell'iniziativa studentesca e dell'assemblea di facoltà con scadenza regolare e sospensione della didattica, come già avviene nelle scuole e in tutti i luoghi di lavoro. Gli atenei devono poi modificare e rendere trasparenti le procedure e i meccanismi di accesso agli atti istituzionali, incentivare tutti i meccanismi di accountability perché i rappresentanti rendano conto direttamente agli studenti, e iniziare a sperimentare nuove pratiche di partecipazione democratica, come ad esempio il bilancio partecipato.

3 - Statuto dei diritti e dei doveri degli studenti Proponiamo l'adozione in tutti gli atenei dello Statuto dei diritti e dei doveri degli studenti. In un contesto di cambiamento dell'istituzione universitaria, della sua organizzazione e del suo funzionamento, è fondamentale garantire che siano rispettati i diritti fondamentali degli studenti, per quanto riguarda la didattica, la valutazione, la contribuzione studentesca, l'accesso ai servizi, ecc. Questi diritti vanno sanciti ufficialmente da un apposito documento, con valore cogente a tutti i livelli dell'ateneo.

4 - Dipartimentalizzazione e accorpamento facoltà. Crediamo che l'accorpamento delle facoltà non generi nessun risparmio economico, come invece viene propagandato dal Ministro, e che non dia nessun miglioramento reale dei servizi o della didattica. Riteniamo che, ove si debba verificare un accorpamento tra facoltà differenti, questo debba basarsi su criteri di omogeneità didattica e non su logiche baronali e di potere presenti in tutti gli atenei. Gli eventuali accorpamenti di facoltà devono avvenire con meccanismi il più democratici e trasparenti possibile, volti a salvaguardare la didattica e il percorso di studio di ogni singolo studente e a mantenere inalterati i servizi e la didattica aggiuntiva. La riorganizzazione dei dipartimenti in scuole/facoltà – come predispone la legge - deve avvenire senza aumentare la distanza tra gli studenti e i luoghi decisionali, con il rischio di privare chi studia di ogni elemento di democrazia e di ogni potere di discussione e proposta di modifica e organizzazione della didattica. Inoltre qualsiasi processo di accorpamento di facoltà o creazione di scuole/facoltà deve avvenire con regole chiare e trasparenti sul ruolo degli organi e sulle modalità di elezione dei rappresentanti degli studenti nelle scuole.


5 - Esterni in Consiglio di Amministrazione Crediamo che nessun privato o singolo cittadino in rappresentanza di privati possa sedere all'interno di un Consiglio di amministrazione di un università pubblica che si occupi di formazione e ricerca. Chiediamo che gli esterni in Consiglio di amministrazione previsti dalla legge Gelmini vengano scelti sulla base di un programma ed eletti mediante elezione democratica tra tutte le componenti di ateneo. Chiediamo inoltre che tra gli esterni trovino posto rappresentanti dei precari, formalmente esterni al ruolo degli atenei. Si propongono nel testo a seguire tutta una serie di modifiche e di possibili difese da utilizzare contro le cattive modifiche di statuto. Queste analisi e proposte sono, a nostro avviso, strumenti utili nella battaglia sugli statuti, per disinnescare alcuni dei punti maggiormente pericolosi della riforma e per utilizzare la revisione degli statuti come occasione per ampliare i diritti, la democrazia e la partecipazione nei nostri atenei.

i prinicipi generali In tutti gli statuti dell'università è presente un paragrafo sulla finalità delle università, nella maggior parte dei casi molto breve e comunque sempre molto generico. Riteniamo che si possa lavorare su questo punto in termini ma utili a sottolineare alcune questioni importanti connesse all'idea di università che vogliamo portare avanti: libera, democratica e aperta a tutti. Ribadire nei primi articoli il carattere pubblico e le finalità formative, scientifiche e di miglioramento delle condizioni sociali degli individui, nonché l'autonomia rispetto a qualsiasi soggetto esterno, può aiutare nelle successive battaglie più puntuali. Ad esempio, potrebbero essere inseriti i seguenti punti: - l'università è un'istituzione pubblica e che non persegue fini di lucro, sottolineando che in nessuno dei suoi organi decisionali persegue queste finalità; - l'autonomia della didattica e della ricerca scientifica (anche da enti esterni all'università) ; - l'università persegue il miglioramento culturale e sociale dell'individuo; - il ruolo culturale e di formazione dell'università sul territorio; - la centralità dello studente e di tutte le sue esigenze; - il perseguimento di forme di sostegno allo studio: es. borse di studio per gli studenti.

Organi di governo dell'ateneo Il Rettore

mantiene in seguito dell'approvazione della legge Gelmini gran parte delle attuali prerogative (rappresentanza legale dell'università, ruolo di garanzia e di indirizzo, coordinamento attività didattiche e scientifiche, ecc.), aggiungendovi alcuni altri poteri, come quello di proposta e di possibile nomina dei membri del Consiglio di amministrazione. Il mandato del rettore viene limitato a 6 anni, non rinnovabili. Riteniamo sia utile che: - si mantenga il limite di mandato di 6 anni (evitiamo Rettori eletti a vita); - per quanto si ritiene difficile che vengano messe in atto delle chiamate di Rettori esterni all'università di riferimento (ben poche università vogliono un Rettore esterno), la legge ne prevede la possibilità mediante “determinazione delle modalità di elezione del rettore tra i professori ordinari in servizio presso le università italiane”; si possono quindi porre dei limiti, ad esempio prevedere che il Rettore possa essere eletto tra tutti i professori ordinari in servizio presso le università italiane, ma che debba essere stato in servizio presso l'università di riferimento per un periodo più o meno lungo; - si renda più democratica l'elezione del rettore.


Il Rettore viene eletto con metodi diversi in ogni università. In generale votano tutti i professori ordinari, associati e ricercatori e una quota dei tecnici amministrativi e degli studenti (tutti i rappresenti in facoltà e agli organi centrali). Il nostro obiettivo, visto l'aumento del potere dei rettori, è allargare il bacino elettorale e riequilibrare il peso delle varie componenti. Le proposte possibili sono diverse: l'ideale, ovviamente, sarebbe l'elezione a suffragio universale tra tutte le componenti dell'ateneo, compresi gli studenti e il personale tecnico-amministrativo. Essendo ciò, chiaramente, oggi irrealizzabile, accettiamo che il peso di studenti e tecnici-amministrativi sia ridotto, attraverso l'utilizzo di un voto ponderato o attraverso la partecipazione al voto solo di alcuni rappresentanti degli studenti. Chiediamo però che sia aumentato il peso degli studenti all'interno dell'elettorato del rettore, arrivando almeno a quel 15% che è la quota studentesca in ogni organo. Questa quota, molto più alta del peso che hanno oggi i rappresentanti degli studenti nell'elezione del rettore, garantirebbe agli studenti un ruolo decisivo, obbligando i rettori a conquistarsi il nostro voto e a rendere conto del proprio operato.

Il Senato accademico

sarà composto da 35 membri, avrà il compito formulare proposte e pareri obbligatori in materia di didattica, di ricerca e di servizi agli studenti, subirà però una limitazione dei poteri rispetto al Consiglio di amministrazione (Cda). Riteniamo che gli statuti dei nuovi atenei debbano tenere conto dei seguenti punti in merito al Senato Accademico: - mantenere nella misura maggiore possibile tutti i poteri di scelta politica nelle mani del Senato Accademico. In particolare prevedere che il SA deliberi su qualsiasi proposta in merito alla didattica, dando almeno parere obbligatorio al CdA; - evitare la presenza di membri esterni all'università in Senato Accademico (non obbligatoria ma prevista dalla legge, che sancisce una base di almeno due terzi di docenti di ruolo dell'università, tacendo sul restante terzo); - difendere il peso della rappresentanza studentesca in quell'organo; - mantenere come poteri del Senato Accademico la scelta sugli ordinamenti didattici (chiusura e apertura di corsi di laurea), le delibere sulla costituzione di strutture didattiche o di ricerca e sulla creazione e sul controllo dei Cga (centri di gestione autonoma – facoltà e dipartimenti), pareri e valutazioni il più possibile vincolanti in merito a bilanci edistribuzione delle risorse (poteri limitati dalla legge Gelmini), approvare e stipulare accordi di cooperazione con altre università ed enti.

Proposte: 1. Ricordare che dev'essere sia rispettato l'articolo 6, comma 1, del decreto-legge 21 aprile 1995, n.120 che prevede la presenza negli organi collegiali degli atenei di una rappresentanza degli studenti “in misura non inferiore al 15%”. Quindi in un Senato Accademico di 35 membri dovranno sedere, per legge, almeno 5 rappresentanti degli studenti. 2. Garantire la rappresentanza di tutte le componenti dell'ateneo: studenti, dottorandi, precari, personale tecnicoamministrativo, ricercatori, docenti, identificati sulla base del proprio ruolo didattico o di ricerca e non della tipologia contrattuale. Non ci devono quindi essere differenze tra ricercatori a tempo indeterminato o determinato, come tra tecniciamministrativi stabili o precari, ecc. La rappresentanza di dottorandi e specializzandi dovrebbe essere individuata all'esterno dei 5 posti dedicati alla rappresentanza studentesca. 3. Richiedere che in Senato Accademico sia prevista una rappresentanza sia delle facoltà (Presidi) sia dei dipartimenti (previsto per legge) tramite l'aggregazione in aree scientifiche o macroaree. 4. Prevedere la possibilità di commissioni interne (sempre previsto per i Senati Accademici) e di audizione di membri esterni al Senato Accademico. 5. Stabilire un mandato massimo per i senatori accademici che sia di due mandati per gli studenti e dottorandi e di uno o due mandati per le i senatori accademici delle altre componenti dell’ateneo.


Un Senato Accademico di un'università con 60.000 studenti, 2.000 professori e 12 facoltà avrebbe sicuramente in Senato Accademico: il Rettore e 13 direttori di dipartimento (previsti per legge), oltre che i 12 presidi di facoltà/scuole, i posti restanti, (minimo 5 studenti) sono da dividere per le altre componenti dell'ateneo. Che ad ora restano Tecnici Amministrativi, precari, dottorandi. Tuttavia le possibilità sono varie, presumendo di limitare l’ingresso in S.A. ai direttori e ai presidi ma ad un numero minore di quelli sopra detti. In questo senso si potrebbe: prevedere un numero minimo di rappresentanti di tutte le componenti da eleggere internamente a quella componente a suffragio universale in ateneo (es. 3 ordinari, 3 associati, 3 ricercatori, 2 tecnici, 5 studenti indipendentemente dalle aeree scientifiche o dalla rappresentanza dei dipartimenti); usare un metodo simile a quello della Sapienza (6 ricercatori, 6 associati, 6 ricercatori in rappresentanza delle 6 macro-aree scientifiche e il restante tra studenti e tecnici); richiedere che vi sia un peso percentuale a seconda della rappresentatività della comunità universitaria in Senato Accademico (es. su basi percentuali gli studenti sono un numero superiori ai tecnici che sono in numero superiore ai ricercatori, associati e ordinari: 9 studenti, 4 tecnici, 4 ricercatori, 3 associati e 2 ordinari). - difficile che sia praticabile un'ipotesi di questo tipo.

Il Consiglio di Amministrazione

conseguente alle modifiche apportate dalla Legge Gelmini prevede un forte aumento dei poteri rispetto al Senato Accademico. Il Cda avrà funzioni di indirizzo strategico, di approvazione della programmazione finanziaria annuale e triennale e del personale, e potrà deliberare l’attivazione o la soppressione di corsi e sedi. Inoltre vedrà diminuire il numero dei suoi componenti ad un massimo di 11 membri .

Proposte generali sul Consiglio di Amministrazione

1) Definire la natura dei membri esterni in Consiglio di Amministrazione: - Richiedere che i membri esterni non siano superiori in nessun caso ai 3/11 o 2/10 (limite minimo posto dal Ddl). - Richiedere che i membri esterni del Cda non siano enti privati o fondazioni a scopo di lucro e che, in ogni caso, non abbiano alcuna relazione di interesse economico con l'università. - Richiedere che un membro esterno sia l’ARDSU locale o equivalente e che la nomina vada ad un tecnico (es. direttore) e non al presidente dello stesso, di nomina politica. - Richiede che la quota obbligatoria di esterni sia utilizzata, almeno parzialmente, per dare rappresentanza ai precari dell'università, che non rientrano nei ruoli dell'ateneo. In merito alle proposte sulla scelta dei membri esterni si deve tener conto della poca chiarezza della legge e che le uniche limitazioni sugli esterni sono contenute nella definizione che li indica come “personalità italiane e straniere in possesso di comprovata capacità in campo amministrativo e gestionale”. Si può ritenere di non identificare queste capacità e valutare le persone e il loro curriculum nominalmente, oppure costruire una griglia di capacità sulla base del quale scegliere gli esterni (il primo sistema permette una valutazione singola e può limitare in misura minore criteri troppo restrittivi, anche se nelle valutazioni singole si rischia l’aumento dei poteri dei baroni universitari; il secondo sistema limita le scelte singole ma crea delle garanzie stabili; entrambi i sistemi sono comunque in grado di fornire delle garanzie limitate di trasparenza). I membri esterni al Cda possono anche essere scelti tra gli studenti non iscritti all’ateneo, ipoteticamente si potrebbe richiedere di avere uno studente membro degli organi centrali o meno di un’altra università (si potrebbe richiedere che gli studenti di Torino proponessero uno studente in Cda di Pisa, si potrebbero quindi scambiare i rappresentanti delle organizzazioni di sinistra universitaria tra gli atenei). Questo può valere anche per i professori ma creerebbe scambi fra baroni di atenei vicini (vedi caso Padova – Venezia).


2) Criteri e metodi di elezione del Consiglio di Amministrazione: Difendere il mandato di 4 anni per i membri in Cda e di due anni per gli studenti rinnovabile uno sola volta. Richiedere che anche in Cda siano rappresentate tutte le componenti dell'ateneo, anche se chiaramente risulterà sicuramente più difficile in Cda che in Senato Accademico ottenere un numero di posti in Cda per le singole componenti proporzionato al loro peso numerico in ateneo visto il numero di posti limitato. Ricordare che dev'essere rispettato l'articolo 6, comma 1, del decreto-legge 21 aprile 1995, n.120 che prevede la presenza negli organi collegiali degli atenei di una rappresentanza degli studenti “in misura non inferiore al 15%”, quindi in Cda un minimo di 2 rappresentanti degli studenti. Richiedere l'elezione democratica del consiglio di amministrazione, sia per quanto riguarda i membri interni sia gli esterni. Sui meccanismi di elezione dei membri esterni ed interni al Cda la Legge non contiene elementi utile a determinare un metodo univoco di selezione ed elezione. Si ritiene quindi fondamentale far si che i membri del Cda vengano tutti scelti e votati dalla maggioranza più ampia possibile delle componenti universitarie, con modalità analoghe a quelle individuate per il rettore. In particolare va richiesta l'elezione dal basso, dallo stesso collegio elettorale proposto per il rettore, dei membri esterni, che dovranno rispondere del loro programma alla comunità universitaria e non a interessi esterni all'ateneo. In subordine, in assenza della volontà di convocare un'elezione democratica, è comunque assolutamente necessario trovare dei meccanismi tale da rendere indispensabile l'assenso delle componenti universitarie per nominare un membro esterno in Cda.

3) Poteri e attività del Consiglio di Amministrazione: Limitare nella misura maggiore possibile le competenze del Cda alla contabilità, all'indirizzo economico e alla formulazione di proposte economiche e gestionali. Evitare che il Cda assuma troppi poteri di indirizzo politico dell'ateneo e che si eviti la possibilità per il Cda di chiudere sedi o corsi senza avere previa autorizzazione o almeno parere favorevole del Senato Accademico e possibilmente da parte della facoltà interessata e del singolo corso di laurea o della singola sede. Richiedere che i bilanci siano basati su criteri di trasparenza e che siano discussi nella maniera più ampia possibile. Richiedere che i bilanci di programmazione triennale siano basati su dati realmente verificabili e di lungo periodo, spesso i bilanci triennali sono bilanci ipotetici e non basati su dati reali.

Il Direttore Amministrativo

dell'università viene trasformato in direttore generale, una figura più simile ad un manager aziendale. Il suo contratto differirà da quelli del pubblico impiego e potrà non essere un dipendente pubblico. Proposte in merito al Direttore Generale: Si ritiene importante limitare la scelta del Direttore Generale ai dipendenti pubblici (la Legge prevede la possibilità di scelta esterna e non l'obbligo) in quanto questo eviterebbe il ricorso a manager provenienti da aziende o enti privati. Si ritiene importante inoltre vincolare il più possibile il lavoro del Direttore Generale al controllo del Cda, richiedendo relazioni mensili, controllo e valutazione costante del suo operato. Si possono porre dei limiti economici al tipo di contratto di diritto privato a tempo determinato del Direttore Generale ponendo nel regolamento di amministrazione e finanza dei limiti di spesa (es. quello dei dirigenti della pubblica amministrazione). La scelta del Direttore Generale che viene nominato dal Cda su proposta del Rettore deve essere resa il più possibile trasparente e possibilmente vincolata a pareri del Senato Accademico o di altri organi dell'ateneo.


Il consiglio degli studenti

(CdS) è l’organo

che riunisce le rappresentanze studentesche negli organi centrali e nelle facoltà. L’organo nei diversi atenei italiani ha funzioni e modalità elettive diverse tra loro: elezione diretta, indiretta, gestione dei fondi studenteschi, nomina dei rappresentanti in senato accademico, etc. Le funzioni principali, attribuite in tutti gli atenei in cui quest’organo è istituito, sono la formulazione di pareri (in alcuni casi obbligatori e mai vincolanti) e il coordinamento delle rappresentanze studentesche (facoltà e organi maggiori).

L’organo va criticato sotto molti aspetti: in molti casi è ridotto ad un parlamentino studentesco che si riunisce poche volte in un anno senza alcuna funzione se non quella di allenare alla politica qualche giovane di partito, in altri la gestione dei fondi studenteschi porta a logiche di spartizione tra associazioni e liste con l’effetto da una parte di escludere progetti studenteschi non appoggiati da fazioni e dall’altro di avvicinare al CdS soggetti culturali o ricreativi disinteressati alla rappresentanza studentesca che presentano liste o ne appoggiano alcune esternamente. Un altro aspetto è l’elezione indiretta che avviene in alcuni atenei: il CdS viene eletto per facoltà con l’elettorato passivo composto da tutti i rappresentanti di facoltà e quello attivo composto da rappresentati di facoltà e di corso di studio. Questa modalità di elezione fa si che vengano eletti non i rappresentanti della lista che ha avuto i maggiori consensi, ma di quella che ha candidato il maggior numero di persone. In questo modo i risultati delle elezioni studentesche sono spesso ribaltati in quelle del CdS. Nonostante le poche e piccole funzioni di quest’organo riteniamo che ci sia la necessità di uno strumento che stia tra l’Ateneo e le rappresentanze di corso e di facoltà (o scuole), non essendoci altra possibilità di incontro e discussione tra le rappresentanze studentesche a vari livelli. È importante però che l’organo assuma maggiori responsabilità e sia il più possibile rappresentativo. Abbiamo pertanto formulato alcune proposte. Funzioni del Consiglio degli studenti: - Dovrebbe esprimere pareri obbligatori su bilancio di previsione annuale di ateneo, il piano strategico di ateneo, regolamenti generali dell’Ateneo in particolare per quanto concerne la didattica ed i servizi agli studenti, norme generali sulle contribuzioni a carico degli studenti e sul diritto allo studio (Avviene già in alcuni atenei). - Dovrebbe esprimere pareri vincolanti sui regolamenti concernenti la didattica e i servizi agli studenti (Non risulta avvenga in alcun ateneo). - Dovrebbe poter inviare mozioni, proposte e interrogazioni a Senato e CdA. - Non dovrebbe gestire i fondi studenteschi, riteniamo che tali fondi debbano essere gestiti da una commissione paritetica di studenti, tecnici-amministrativi e professori in modo da garantire una maggiore imparzialità. - Dovrebbe eleggere i membri delle commissioni di ateneo, non demandando tutte queste commissioni al lavoro dei rappresentanti negli organi maggiori e permettendo un miglior controllo da parte di tutta la rappresentanza, ad esempio facendo riferire periodicamente in CdS il lavoro che viene svolto in esse. - Dovrebbero poter indire i referendum studenteschi. - Membri e modalità elettive: - Dovrebbero essere membri di diritto del CdS: senatori accademici, consiglieri di amministrazione dell’ateneo e dell’ente per il diritto allo studio, consiglieri del comitato pari opportunità, del comitato per le attività sportive e, dove elettivi, del nucleo di valutazione e della commissione disabilità. - I consiglieri dovrebbero essere eletti direttamente dagli studenti.


- Nel caso in cui le scuole non siano presenti oppure siano particolarmente ininfluenti, ogni dipartimento dovrebbe poter eleggere un rappresentante in consiglio degli studenti. Questa soluzione è tuttavia meno democratica della precedente perché meno proporzionata al numero di iscritti e più soggetta a storture dovute alla pratica di alcune liste di candidare studenti inconsapevoli a rappresentanti col solo fine di assicurarsi il loro voto e quello dei loro amici. - Sarebbe interessante anche la possibilità che i posti per consigliere in CdS siano assegnati eleggendo in ordine di preferenza e proporzionatamente ai voti di lista gli eletti negli organi di governo della scuola. Questo garantirebbe il fatto che gli eletti in CdS siano anche rappresentanti di scuola e quindi agevolerebbe la funzione di coordinamento delle rappresentanze. Una votazione con una scheda separata per l’organo invece faciliterebbe la trasformazione dell’organo in un parlamentino studentesco staccato dai problemi che si riscontrano a livelli più bassi. Tuttavia la modalità di elezione diretta dei consiglieri del CdS dipende da molti fattori ancora sconosciuti: le funzioni delle scuole, il numero di rappresentanti che saranno presenti in esse, il numero di scuole e dipartimenti, e altre variabili che dovranno essere valutate ateneo per ateneo. Rimane comunque l’indicazione di una forma di elezione diretta che renda il CdS più democratico possibile.

I nuclei di valutazione

, a seguito dell'approvazione della Legge Gelmini, dovranno essere composti da almeno 5 e non più di 9 membri1. Benché non eserciti potere politico (o quantomeno: non dovrebbe esercitarlo), il nucleo di valutazione è un luogo tecnico importante nella vita dell’ateneo in quanto ha l’ultima parola in merito a questioni quali la valutazione della produzione scientifica e della qualità didattica, i pareri sui corsi di studio, la qualità del lavoro del personale tecnico ai sensi della riforma Brunetta relativa alle amministrazioni statali. Possiamo aspettarci che, se davvero la riforma Gelmini comporterà un potenziamento delle pratiche di valutazione, allora il nucleo assumerà una posizione ancora più rilevante. La Legge Gelmini prevede un Nucleo di Valutazione composto in maggioranza da membri esterni all'ateneo, pratica già in uso in alcune università, risulta però importante anche per quest'organo stabilire dei criteri il più democratici possibili per le elezioni sia dei componenti esterni che degli interni in particolare visto il ruolo tecnico importantissimo, seppur poco noto, svolto dall'organo. Inoltre la Legge prevede che il Nucleo sia integrato, per gli aspetti istruttori relativi alla valutazione della didattica, da una rappresentanza degli studenti. Essendo a tutti gli effetti un organo dell’ateneo, che svolge già una funzione importantissima nella valutazione della didattica e della ricerca e che vedrà accresciuti i suoi poteri di valutazione all'interno di un sistema ministeriale che tende sempre più a distribuire fondi sulla base di strani criteri meritocratici e a limitare il più possibile l'offerta formativa, motivando questo tipo di azioni con lo slogan dell'attacco agli sprechi. Come Link-Coordinamento Universitario riteniamo si debba richiedere che nel nucleo sieda almeno uno studente regolarmente eletto, in conformità con il DL 120/1995 che prevede una rappresentanza minima degli studenti negli organi collegiali del 15%2. Se non si riuscisse a far valere il DL 120 per quanto concerne la composizione del nucleo, sarebbe comunque importante ottenere almeno la possibilità di uno o più uditori, cui sia garantito l’accesso a tutte le informazioni necessarie, in conformità con quanto specificato nella legge 2403. Crediamo che sia importante la funzione di controllo e trasparenza che la rappresentanza studentesca potrà andare a svolgere all'interno di quest'organo. Infatti il Nucleo di Valutazione ha accesso a tutta una serie di informazioni che possono essere utili agli studenti, pensiamo ad esempio a tutte le valutazioni sulla qualità della didattica, sulla base delle quali a partire dall'approvazione della Legge saranno anche distribuite una quota dei fondi nazionali alle università. Riteniamo che tutte le componenti dell'università debbano accedere a tutti i tipi di informazioni, e che sia importante avere un Nucleo democratico e con una rappresentanza studentesca , che dovrebbe essere democraticamente eletta da tutti gli studenti. Indipendentemente dalle nostre funzioni di rappresentanza studentesca e in un’ottica più generale di tutela dei saperi, dovremmo richiedere che sia esplicitato che il nucleo opera le sue valutazioni sulla ricerca nel pieno rispetto delle specificità di ogni disciplina, di modo da evitare l’applicazione indebita e strumentale di criteri e pratiche di valutazione mutuate da certe discipline e che tendono ad avvantaggiarle (solitamente le scienze mediche) a sfavore di altre (le scienze umanistiche). In questo caso è auspicabile che il nucleo recepisca (benché in maniera critica) i criteri suggeriti dai singoli dipartimenti piuttosto che imporli in toto dall’alto; similmente in merito alla valutazione della didattica il nucleo dovrebbe prestare attenzione alle indicazioni delle varie commissioni didattiche paritetiche.


Commissioni didattiche paritetiche:

La legge 240 prevede l’istituzione di una commissione didattica paritetica studenti-docenti in ogni dipartimento, corso di studio e/o struttura di raccordo1. Questa commissione sarà importante: la legge infatti li designa come interlocutori “periferici” dei nuclei di valutazione, cui suggerire indicatori per la “valutazione della funzione di verifica della qualità e dell’efficacia dell’offerta didattica”2. Questo legame permette alle commissioni un canale con un ente “terzo” rispetto all’organo stesso che eroga la didattica, utilissimo nel caso in cui l’organo non abbia la possibilità o l’interesse ad accogliere le preoccupazioni delle commissioni; si potrebbe dunque pensare di potenziare questo legame, per esempio rendendo obbligatorio per il nucleo rispondere alla richieste provenienti dalle commissioni e riservando alle commissioni la possibilità di un’udienza presso il nucleo. Al di là della loro funzione nella valutazione, le commissioni paritetiche potrebbero svolgere un importante ruolo di raccordo tra studenti e docenti nella vita di ateneo: a differenza degli altri organi la componente studentesca è rappresentate tanto quanto quella docente. Sarebbe dunque importante rendere vincolanti (nei limiti del possibile per un organo di questo genere: presumibilmente vincolando gli organi deliberativi a discutere e votare le proposte formulate dalla commissione) i pareri delle commissioni in materia di organizzazione dei corsi, modalità di esame, calendario accademico e ogni altra questione inerente la didattica o i servizi agli studenti. È importante, nel prevedere la formazione di queste commissioni, “azzeccare il livello giusto”: benché l’organizzazione delle strutture didattiche possa articolarsi diversamente nei vari atenei, è presumibile che siano i corsi di studio a decidere sui contenuti e le strutture di raccordo (ex facoltà) a decidere sulle forme e sulla logistica. Fintanto che questo rimane il quadro, bisognerebbe prevedere piccole commissioni paritetiche per ogni corso di studio competenti in materia di definizione di programma e modalità di svolgimento dei corsi, con particolare riferimento alle specificità disciplinari, affiancate da commissioni paritetiche più grandi per le strutture di raccordo che si occupino di coordinare le varie commissioni paritetiche, di gestire gli aspetti logistici quali i rapporti con le segreterie ed altri temi non strettamente legati alle specificità dei corsi. Si potrebbe pensare che la commissione paritetica della struttura di raccordo sia composta da un rappresentante degli studenti e uno dei docenti di ognuna delle strutture paritetiche di corso di studio, più eventualmente da rappresentanti degli studenti eletti in facoltà (e da ulteriori docenti, con compiti relativi alla gestione, per contrappesare la componente studentesca). Comunque lo si voglia costruire, occorre promuovere un legame stabile biunivoco tra commissioni paritetiche di corso di studio e di strutture di raccordo e nucleo di valutazione, al fine di semplificare la comunicazione tra questi organi.


Ripensare la democrazia Gli atenei non sono mai stati dei luoghi davvero democratici. Vi è sempre stato un continuo restringersi o espandersi degli spazi di discussione, confronto, decisione. Si restringevano gli spazi di agibilità per i rettori e i baroni, altre volte si è riuscito a conquistare spazi, diritti, democrazia. A seguito del grande ciclo di mobilitazione degli anni '70, scuole e università hanno visto l'introduzione di organi di governo collegiali, della rappresentanza studentesca. Oggi, è più che mai necessario superare anche quel modello. E' necessario, anche a seguito delle straordinarie esperienze di mobilitazione di questi anni, e soprattutto, alla luce dei mutamenti all'interno dell'università italiana, che tra 3 + 2 e processo di Bologna, hanno modificato tempi e modi con i quali gli studenti vivono la partecipazione alla vita degli atenei. Crediamo per la riscrittura degli statuti che oggi, malgrado l'approvazione della Legge Gelmini ci si debba porre la sfida dell'espansione dei diritti e della partecipazione democratica alle scelte operate nei propri luoghi di formazione. E' evidente da parte del ministro Gelmini la volontà di togliere quel poco di agibilità che gli studenti hanno all'interno degli organi di governo dell'Università, come è chiara la volontà di spostare la maggior parte del potere decisionale nelle mani dei Rettori. Risulta necessaria una mobilitazione che vada nella direzione di aumentare la qualità della partecipazione degli studenti nelle scelte che li riguardano, sia garantendo forme di democrazia diretta, sia provando a legare la rappresentanza a questi strumenti. Pensiamo, quindi, che all'interno della battaglia per le modifiche di statuto sia necessario per il movimento studentesco intraprendere una battaglia espansiva verso la conquista di nuovi diritti, quali l'istituzionalizzazione del referendum studentesco – prendendo esempio dal referendum sui luoghi di lavoro, che ha dimostrato più volte di essere uno strumento di reale partecipazione e democrazia, pensiamo anche solo alla recente lezione di Mirafiori – dell' iniziativa studentesca e dell'assemblea di facoltà con scadenza regolare e sospensione della didattica – prendendo ad esempio l'assemblea di istituto delle scuole superiori. E' arrivato il momento di superare i limiti della rappresentanza intesa come sola delega e ridare senso alla rappresentanza come strumento nelle mani degli studenti, ampliando le possibilità di iniziativa per tutti gli studenti e riducendo il fossato tra rappresentanti e rappresentati.


Il Referendum:

l'attuale sistema della rappresentanza studentesca non è sufficiente per poter incidere profondamente nelle scelte degli atenei. I rappresentanti degli studenti sono numericamente più deboli all'interno dei consigli rispetto alla componente dei docenti (che ha interessi spesso molto diversi da quelli della componente studentesca). Inoltre, anche come conseguenza di ciò, la partecipazione alle elezioni in termini di voto risulta essere scarsa, cosa che ricade anche sulla legittimazione degli stessi studenti all'interno degli organi di governo e del loro “potere contrattuale”. Riuscire a mettere in campo strumenti di democrazia diretta all'interno delle facoltà e degli atenei risolverebbe molti problemi: a) gli studenti non sarebbero chiamati “soltanto” a votare “chi” ogni tot anni, ma “cosa” con la possibilità che ciò avvenga costantemente durante il percorso di studi; b) la associazioni studentesche che non difendono i diritti degli studenti ma i propri interessi particolari e privati, saranno sottoposte al controllo dagli studenti stessi che, nel caso, possono bocciare alcune delle decisioni prese dall'ateneo, in complicità con suddetti rappresentanti. Inoltre gli studenti potranno davvero conoscere quelle che sono le posizioni dei loro rappresentanti, cosa che molto spesso non avviene, e tenerlo in considerazione alle successive elezioni; c) attraverso il referendum aumenta il peso dei rappresentanti degli studenti nei consigli, poiché le proposte saranno supportate dalla volontà della componente studentesca; Riteniamo quindi molto importante portare avanti all'interno delle commissioni per la modifica degli statuti e anche all'esterno tramite mobilitazioni e manifestazioni una grande battaglia che porti alla legittimazione del Referendum studentesco. Riteniamo che si possano pensare due tipi di Referendum: uno di natura consultiva che serva per conoscere le opinioni generali nel merito di un provvedimento, modifica del regolamento tasse e contributi, riorganizzazione scuole di dottorato, nuovo sistema di organizzazione delle biblioteche... Questo tipo di referendum consisterebbe in una mera presa d'atto delle tendenze presenti all'interno dell'ateneo, impedirebbe ai Baroni di ritenere che alcune delle loro proposte siano condivise da tutta la popolazione studentesca e aprirebbe comunque degli spazi di discussione delle proposte presentate in Senato e Cda. Un Referendum come questo dovrebbe essere fatto alla presentazione delle proposte all'interno degli organi, in modo tale che al momento della votazione (le sedute successive di Senato e Cda) si sia già in possesso dei risultati, in modo che l'opinione dei votanti sia presa in considerazione prima dell'approvazione di una delibera e non a posteriori. Un Referendum di rinvio che consisterebbe nella possibilità per la cittadinanza studentesca di esprimersi sull'opportunità della modifica di un atto approvato dagli organi decisionali dell'Ateneo. Il Referendum si dovrebbe quindi svolgere in seguito ad una approvazione di una delibera da parte degli organi dell'ateneo, per bloccare o non applicare un provvedimento del Senato o del Cda. La richiesta sarà correlata da una breve motivazione delle cause e potrà essere avanzata su qualsiasi materia di interesse per gli studenti. Un Referendum di questo tipo consultivo o di rinvio potrebbe essere indetto dal Rettore, come dalle altre componenti dell'ateneo, studiando meccanismi di indizione specifici: possono indire un referendum un numero minimo di Senatori (compresi quelli degli studenti), un percentuale della rappresentanza studentesca (es. almeno il 25% degli eletti in Consiglio degli studenti o nelle università in cui esso non è presente una parte dei rappresentanti agli organi centrali), un numero minimo di persone studenti/docenti/tecnici... che abbiano raccolto un numero minimo di firme (es. 1.000 firme in un università di 1.000 professori e 30.000 studenti). Si può anche pensare di richiedere una maggioranza di garanzia superiore, per evitare che si facciano referendum ogni settimana, pensando ad esempio ad avere come condizione minima per indire un referendum almeno le firme di un terzo dei Senatori Accademici, almeno del 50% della rappresentanza studentesca in Consiglio degli Studenti o negli organi centrali, e un numero di firme molto alto. I metodi e le norme per indire un Referendum devono essere scelte dai singoli atenei a seconda delle loro specifiche caratteristiche.


Il referendum è da considerarsi valido al raggiungimento di un quorum che deve essere valutato da ogni singolo ateneo, bisogna considerare sempre che le percentuali di affluenza alle elezioni studentesche in rarissimi casi raggiungono soglie del 25-30% degli aventi diritto tra gli studenti, negli atenei del Nord, l'affluenza si aggira tra un minimo di 8 ed un massimo comunque inferiore al 20% degli aventi diritto. Pur tenendo conto di percentuali di affluenza al voto più alte da parte del personale docente o dei tecnici si deve ritenere che sull'intera cittadinanza studentesca un quorum accettabile si aggiri al massimo intorno alle percentuali massime di affluenza alle elezioni studentesche. Sarà poi compito degli organi competenti rivedere l'atto in coerenza con l'esito del referendum e approvare una soluzione alternativa. Per “aventi diritto” al voto del referendum si intende la cittadinanza studentesca. Le Università si devono impegnerà a garantire la massima pubblicizzazione dell'evento attraverso i canali di comunicazione da essa gestiti: affissioni, homepage del portale, siti internet delle facoltà, monitor nelle strutture ove presenti.

Iniziativa studentesca:

consiste nella possibilità di vincolare l'organo competente a discutere la proposta avanzata con l'iniziativa stessa, inserendola all'ordine del giorno della seduta successiva, in ordine di tempo, al giorno di presentazione della proposta. L'organo sarà, oltretutto, vincolato a votare la proposta e ad inviare una risposta motivata al primo firmatario. Per di più è prevista la presenza del primo firmatario nella seduta in cui verrà discussa la proposta. L'iniziativa studentesca acquista importanza fondamentale all'interno della nostra idea di Università che vuole lo studente parte attiva della vita dell'Ateneo anche e soprattutto, nelle decisioni cardine degli organi di governo.

Assemblee

con sospensione della didattica Riteniamo necessario che rappresentante e rappresentati si confrontino, e che la componente studentesca all'interno degli organi porti rivendicazioni collettive più che idee personali (altra distorsione dell'attuale sistema di rappresentanza). Pensiamo quindi che sia utile avere delle assemblee di facoltà che servano ai rappresentanti per confrontarsi in merito alle singole questioni e agli studenti per poter essere informati meglio e poter essere partecipi e non attori inconsapevoli dei processi decisionali dei propri corsi di laurea o delle proprie scuole-facoltà. Per questo pensiamo che si debbano prevedere da statuto delle assemblee mensili di scuole-facoltà, possibilmente anche di corso di laurea, per creare partecipazione e coinvolgere lo studente nelle scelte portate avanti all'interno degli organi decisionali dell'ateneo. Crediamo inoltre che sia importante, garantire a tutti la possibilità di partecipare senza perdere ore di lezione e permettendo quindi una più ampia partecipazione, esigenza per la quale richiediamo il blocco della didattica. Le Assemblee dovrebbero essere sia un luogo di discussione che di proposta ed è importante che all'interno dello statuto sia prevista la possibilità da parte dei rappresentanti degli studenti di convocarne almeno una ogni mese. Queste assemblee devono essere sia di ateneo, quindi un luogo di discussione dei provvedimenti discussi all'interno degli organi centrali, sia di scuola-facoltà per discutere mensilmente dei temi trattati all'interno delle singole scuole. Inoltre si possono prevedere anche assemblee per i singoli corsi di laurea, soprattutto in seguito all'approvazione della Legge Gelmini che aumenta i poteri dei corsi di laurea e dei dipartimenti a scapito delle facoltà, può essere utile prevedere dei momenti in cui gli studenti del singolo corso di laurea si riuniscano per parlare di temi minori ma importanti nella vita di tutti i giorni di uno studente. Questo permetterebbe di evitare grandi assemblee di facoltà che si occupino dei problemi dei singoli corsi di laurea, pensiamo ad esempio alle facoltà scientifiche dove spesso assume maggiore importanza il corso di laurea rispetto alla facoltà.


Trasparenza:

Gli atenei devono modificare e rendere trasparenti le procedure e i meccanismi di accesso agli atti istituzionali, ai verbali e a forme sintetiche delle decisioni prese dagli organi di governo. Crediamo che per quanto non sia materia specifica delle commissioni di modifica degli statuti sia importante che gli atenei si rendano più trasparenti verso l'esterno. Tutte i documenti prodotti da ogni singolo organo dell'ateneo (verbali, delibere...) devono essere accessibili e reperibili ad ogni singolo studente, professore, ricercatore... e devono essere disponibili in forma cartacea e pubblicati sui siti degli atenei.

Elezione diretta dei rappresentanti degli studenti:

Altro punto importante da inserire all'interno dei regolamenti elettorali e di riflesso ove possibile all'interno degli statuti d'ateneo è l'elezione diretta dei rappresentanti in tutti gli organi, dai consigli di corso di laurea agli organi centrali. Oggi molte università prevedono l'elezione diretta dei rappresentanti degli studenti nelle facoltà ma non negli organi centrali o nel Consiglio degli studenti. Si verifica spesso che il voto degli studenti venga sovvertito dai regolamenti e dalle alleanze elettorali tra liste differenti. In molti atenei vista la mancanza di elezioni diretta dei rappresentanti degli studenti in Senato Accademico o in Cda può capitare che una lista pur prendendo più voti delle altre alla fine non abbia non solo la maggioranza ma neppure la quota di eletti proporzionata al suo risultato elettorale. Una lista 1 potrebbe prendere 3000 voti ma se liste 2, 3, 4 con rispettivamente 2000, 1000, 500 si alleassero nelle varie facoltà per leggere in seconda battuta i senatori accademici degli studenti come previsto in alcuni atenei si potrebbe verificare che, viste le maggioranze variabili all'interno dei singoli consigli di facoltà che dovrebbero procedere alla nomina dei senatori accademici, la lista 1 si ritrovi con 2 senatori su 6 e le altre con 4 su 6. Crediamo quindi che per rappresentare maggiormente le intenzioni di voto degli studenti si debba prevedere in tutti gli organi l'elezione diretta dei rappresentati, meccanismo questo molto più democratico e trasparente.


Gli “Accorpamenti” Cosa prevede la legislazione: Uno degli effetti della legge Gelmini nei nostri atenei sarà la riduzione del numero delle

facoltà e dei dipartimenti e una modifica delle loro competenze. Se è chiaro che la novità più rilevante consiste nell'unificazione delle competenze didattiche e di ricerca, è più complesso immaginare quali cambiamenti reali questo aspetto della riforma produrrà nelle vite delle nostre università. Secondo quanto stabilisce la Legge Gelmini, gli atenei dovranno procedere ad una riorganizzazione dei dipartimenti : trattasi di una riduzione mediante accorpamento. Ciascun dipartimento dovrà avere un numero minimo di componenti tra professori e ricercatori ( di ruolo o a tempo indeterminato): - Tra 35 e 45, per le università con un corpo docente complessivamente inferiore ai 1000 elementi. - 45, per le università con un corpo docente complessivamente superiore ai 1000 elementi. I dipartimenti posso organizzarsi in strutture che ne coordinino le funzioni: le scuole o facoltà. La decisione di sopprimere o meno – a livello nominale – le facoltà, spetta al singolo Ateneo. Viene fissato un tetto massimo al numero di facoltà, in relazione alle dimensioni e alle caratteristiche disciplinari dell’ateneo: - 6 per gli atenei con un numero di professori e ricercatori complessivamente inferiore a 1500 unità. - 9 per gli atenei con un numero di professori e ricercatori complessivamente superiore a 1500 e inferiore a 3000 unità. - 12 per gli atenei con un numero di professori e ricercatori complessivamente superiore a 3000 unità. - Per gli atenei con un numero di professori e ricercatori complessivamente inferiore alle 500 unità, è prevista la possibilità di darsi un’unica struttura di coordinamento: una sorta di maxi-scuola (o maxi-facoltà).

Elementi di criticità: Questa impostazione potrebbe portare, in teoria, a rispondere alla triplice ed innegabile esigenza di:

- Arginare il proliferare di facoltà e dipartimenti. - Snellire gli organigrammi - Sveltire la burocrazia, rendendo più semplice ed immediato il contatto Università-studente.

Non risulta difficile constare più di un elemento di criticità: nelle linee generali così come nelle loro già effettive applicazioni in alcuni singoli atenei. L’impressione è ovviamente che le facoltà, uscite dalla porta e svuotate dalla Legge di buona parte delle loro prerogative, rientreranno dalla finestra: la tendenza dominante sarà probabilmente quella di minimizzare i cambiamenti riducendoli ai minimi necessari per rientrare a norma di legge (e facilmente questi saranno fatti a spese dei docenti meno potenti anziché in un’ottica di razionalizzazione). Anche se la legge prevede la possibilità di una struttura unificata dipartimento+facoltà per gli atenei più piccoli, sarebbe molto difficile per i dipartimenti, così come sono oggigiorno, supportare il carico di lavoro amministrativo e logistico inerente la didattica di cui oggi si occupano le facoltà: c’è da aspettarsi che questa possibilità venga sfruttata solo laddove di fatto le facoltà corrispondano già ad un dipartimento. È quindi quasi certo che per molte facoltà “sopravvivranno” pressoché immutate al cambio di ordinamento (“cambiare tutto per non cambiare nulla”); tuttavia, prevedendo la legge un massimo di 12 di queste strutture, alcune di queste verranno accorpate.


Federazioni di atenei

Una delle conseguenze della Riforma Gelmini sull'Università è la possibilità di creare federazioni di atenei. Crediamo che qualsiasi tipo di federazione di atenei debba basarsi sulla condivisione e sullo scambio di competenze tra università, sulla redistribuzione di fondi e sulla razionalizzazione delle spese, e sul miglioramento della didattica, della ricerca e dell'offerta formativa. Bisognerà evitare in qualsiasi caso che si creino delle federazioni tra atenei con il solo scopo di ridurre le spese per provare magari a colmare buchi di bilancio presenti, tagliando l'offerta didattica o i servizi agli studenti. La federazione tra atenei, visti anche i tagli ministeriali ai finanziamenti e il blocco del turn-over non può essere usata come un meccanismo di risparmio economico a scapito della didattica e della ricerca. Riteniamo che si debba, a partire dalle commissioni statuto e dalle discussioni nei singoli atenei, vigilare molto attentamente sui meccanismi che andranno a costituire queste future federazioni e far si che anche in questo caso ogni creazione di una federazione passi attraverso un processo di discussione pubblica all'interno di ogni singolo ateneo che andrà a federarsi e che coinvolga tutte le componenti dell'ateneo, evitando che le discussioni restino chiuse in stanze con tre o quattro Rettori. In cosa questo processo federativo si sostanzierà precisamente ancora non è del tutto chiaro ma dall'esperienza delle università di Puglia, Molise e Basilicata come da quelle del Veneto o del Friuli Venezia Giulia si possono già comprendere alcuni elementi che, molto probabilmente, faranno scuola per altri percorsi simili. Sicuramente il processo federativo insisterà su alcune aree ben precise che sono: - area ricerca e trasferimento tecnologico - area offerta formativa - area qualità della didattica - area internalizzazione - area studenti - area gestione e servizi. - altre aeree possibili Nel quadro attuale di sotto-finanziamento e di stravolgimento interno delle Università bisogna analizzare quelli che possono essere i rischi o gli aspetti positivi che tale processo possono portare.

Per quel che riguarda l'area di ricerca e di trasferimento tecnologico è immaginabile pensare che gli atenei federati punteranno alla creazione di singoli poli di eccellenza trasferendo fondi, competenze e strumenti nel polo costituitosi. Questo indubbiamente concentrerà finanziamenti e sforzi ma al contempo impoverirà gli altri atenei confederati. Riteniamo positivo il fatto che non si disperdano competenze e che si creino dei poli di ricerca e tecnologici d'avanguardia esiste però il rischio, anche a causa di una scarsa mobilità di docenti, ricercatori, dottorandi che questi poli di ricerca più che concentrare capacità non facciano altro che chiudere alcuni dipartimenti di minor prestigio in una delle università federate a seguito del concentramento dei fondi verso un altro dipartimento. Con il rischio reale che si concentrino in un unico luogo più i fondi che le singole persone e che questo provochi uno squilibrio di finanziamenti , a scapito di centri di ricerca specifici ma più piccoli, e che alcuni docenti invece che muoversi da un dipartimento ad un altro in un'altra università federata si spostino semplicemente all'interno di un altro dipartimento nell'università d'origine. Come Link-Coordinamento Universitario riteniamo che qualsiasi accorpamento di dipartimenti tra università federate o creazione di centri di ricerca specifici debba essere fatto su criteri scientifici e predisponendo meccanismi di mobilità adeguati. Le aree offerta formativa, qualità della didattica e studenti sono strettamente connesse fra loro. Queste potranno prevedere il coordinamento fra gli atenei affinché l'offerta formativa degli atenei federati sia complementare e non ci siano sovrapposizioni (da leggere come chiusura di corsi), la creazione di un'offerta formativa post laurea comune, la progettazione di corsi inter-ateneo, la circolazione e lo scambio dei docenti, la creazione di reti uniche bibliotecarie ecc., favorire la mobilità degli studenti e l'omogeneizzazione del livello di contribuzione studentesca.e docenti di università diverse in grado di migliorare la qualità di un corso tenuto in un singolo ateneo.


Crediamo però che ogni meccanismo di riorganizzazione dell'offerta formativa tra atenei federati debba seguire dei criteri scientifici. Bisogna evitare che per questioni baronali o di potere interne agli atenei vengano chiusi dei corsi o importanti per i singoli territori o magari anche con un numero di studenti alto e una buona qualità della didattica ma politicamente meno potenti di corsi peggiori da tutelati da qualche barone o politico influente. Crediamo che in particolare i piccoli atenei che traggono la loro forza e la loro influenza sul territorio da determinati percorsi di studi rischino di perdere tali peculiarità svuotati dalla razionalizzazione dei corsi dovuta al processo federativo con conseguenze significative anche sul territorio su cui essi insistono. Inoltre un altro fatto che si verificherà in seguito alla federazione sarà la chiusura di singole facoltà, magari già dovuta alla Legge Gelmini che come già specificato impone un tetto massimo di facoltà, in un sistema perfetto l'idea che in un territorio anche vasto vi sia una solo facoltà anche molto grande ma con tutti i servizi annessi, con un numero di docenti ampio e con risorse adeguate, invece che tante piccole facoltà uguali ma con meno risorse e docenti è di per se positivo. Dobbiamo però come già specificato nel capitolo sugli accorpamenti evitare che si verifichino strani accorpamenti o chiusure di facoltà non basate su nessun criterio di affinità didattica. Come Link-Coordinamento Universitario riteniamo però importante, come già abbiamo fatto durante l'autunno, mettere in evidenza il tema del DSU ( diritto allo studio universitario). Come si vedeva prima, in una politica di taglio netto dei fondi per il diritto allo studio da parte del governo, che nell'ultimo anno ha ridotto drasticamente i fondi sul DSU e nei prossimi anni taglierà ancora, tutto ciò diventa il vero punto critico dei futuri processi federativi. In che modo si pensa di favorire la mobilità degli studenti in un contesto di forte diversità di qualità della vita universitaria, offerta di servizi e di politiche di sostegno per il diritto allo studio fra diversi atenei in alcuni casi di diverse regioni? Evitare sovrapposizioni significa chiudere e spostare i corsi di laurea con conseguente migrazione degli studenti. Ma cosa accade agli studenti che non hanno gli strumenti economici necessari per trasferirsi? Le politiche del governo si disinteressano intenzionalmente del problema rendendo difficile o impossibile la formazione universitaria a chi fin'ora poteva contare su borse di studio ed agevolazioni e nel contesto che si viene a creare con una federazione è logico aspettarsi un'ulteriore scrematura per reddito degli studenti. Crediamo quindi che sia indispensabile che un processo di federazione tra atenei sia legato anche ad un aumento di fondi sul DSU, che le Regioni o le università devono garantire. Se si pensa infatti che la federazioni tra università potrà portare a dei risparmi economici, che in alcuni casi potranno anche essere considerevoli, si deve richiedere che questi fondi non vengano utilizzati per tappare buchi di bilancio o vengano redistribuiti a pioggia ma che piuttosto siano utilizzati per integrare i fondi sul DSU. Risulta necessario aprire delle vertenze locali nelle Regioni e all'interno delle università interessate da processi federativi, per far si che vi sia un adeguamento finanziamento su trasporti, mense, e affitti che permetta agli studenti che avranno un corso inter-ateneo, o che vedranno la loro facoltà chiusa in funzione di un'altra di poter continuare a studiare senza ulteriori spese a loro carico. Riteniamo che sia importante anche a partire dalle discussioni sulle federazioni e ai dibattiti interni alle commissioni di modifica degli statuti mettere bene in evidenza il tema del DSU, evitare tramite processi federativi tagli ai servizi e garantire a tutti gli studenti del nuovo ateneo federale di aver accesso a fondi e borse di studio per poter studiare in una qualsiasi delle singole università federate. Inoltre la strada delle federazioni apre anche la porta alla creazione di mostri. La federazione, come previsto dalla Legge Gelmini, può anche realizzarsi tra università e enti. Non si specifica se questi enti siano esclusivamente enti pubblici di formazione come conservatori e accademie, o possano anche essere enti di formazione e ricerca privata. Viene naturale chiedersi quale ruolo centrale possano avere gli enti dell'Alta Formazione Artistica Coreutica e Musicale una volta federati e assorbiti da un maxi-ateneo generalista. Inoltre riteniamo sia importante evitare in ogni modo possibile che si sviluppino federazioni tra università ed enti privati, anche perché molto probabilmente questo porterebbe a distaccare risorse umane dai dipartimenti agli enti privati che sarebbero i veri detentori dei fondi e quindi anche dei prodotti della ricerca, distogliendo anche energie didattiche dalle scuole-facoltà.


O R P NI E

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COME EVITARE LE TRAPPOLE DELLA GELMINI  

un opuscolo con analisi e proposte per affrontare al meglio la battaglia contro l'attuazione della riforma Gelmini. Contro l'autoritarismo...