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vieni sul sito Venerdì 25 febbraio 2011

Roberto Iovino

Democrack Lorenzo Zamponi Il vento del cambiamento soffia in tutto il Mediterraneo. Soffia spazzando via i regimi postcoloniali che controllano l’area da oltre 30 anni. Soffia spazzando via la teoria della «fine della storia», dell’immutabilità del quadro geopolitico uscito dall’89. Soffia spazzando via lo «scontro di civiltà» e tutti i luoghi comuni razzisti sull’inettitudine antropologica se non genetica di arabi e africani alla democrazia. Ciò che è successo nelle ultime settimane in Tunisia ed Egitto e che sta succedendo in queste ore in Libia, Bahrein, Yemen e Iran ha un potere evocativo dirompente: milioni di uomini e di donne che decidono di prendere in mano il proprio destino e scendono in piazza, mettendo a rischio la propria stessa vita. Si tratta di fenomeni molto diversi, perché si tratta di territori molto diversi: l’Egitto è un paese con 77 milioni di abitanti, caratterizzato da una drammatica povertà e con una vita civile e culturale molto intensa, che ne fa da sempre il punto di riferimento per tutto il Medio Oriente e il Nord Africa

Rivolte in Nordafrica e Medio Oriente: milioni di giovani scendono in piazza per la globalizzazione dei diritti e contro gli “esportatori” di democrazia. Una rivoluzione ancora piena di incognite Genova2011

II

Dieci anni dopo il G8, la crisi ha dato ragione ai movimenti. Che ora tornano in campo: “Loro la crisi, noi la speranza”

Libia

III

Per anni l’Europa ha utilizzato Gheddafi come gendarme anti-immigrazione contro i poveri del mondo. Ora facciamo i conti con loro

L’intervista

V

A dialogo con Arturo di Corinto sul ruolo del Web nelle rivolte di questi giorni nel Mediterraneo. «Internet fondamentale ma non basta»

Cadono giù come birilli. Prima Ben Alì, poi Mubarak, tra qualche giorno Gheddafi. Focolai di rivolta incendiano tutta la fascia euromed fino al medioriente: Algeria, Yemen, Barhein e non solo. La modernità – parola d’ordine del nuovo millennio - polverizzata dall’immagine dei popoli oppressi, dal sangue versato, dall’immagine evocativa quanto drammatica di fosse comuni scavate fin sulle spiagge che avrebbero dovuto ospitare confortevoli resort per noi occidentali. Il primo decennio del nuovo secolo, che secondo qualche ben pensante avrebbe sedato l’intensità dei conflitti del secolo breve, ci ha raccontato tutt’altro. Mai come in questo momento storico il mondo, oltre a subire una devastazione ambientale irreversibile, ha ospitato un numero così alto di conflitti, di guerre sanguinolente, di crimini – è proprio il caso di dirlo – nei confronti dell’intera umanità. Ritorna all’ordine del giorno, forse non a caso a dieci anni da Genova ‘01, il tema della governance mondiale, della sua irresponsabilità, del suo opportunismo, delle ingiutizie che provoca. Fa tristezza vedere una diplomazia, a partire da quella europea, inerte nei confronti dei raid sulle popolazioni che si ribellano. Un’impotenza scontata, frutto di politiche neocoloniali perpetrate negli anni, nella convinzione che gli interessi economici delle lobby potessero continuare ad essere l’unica tara degli equilibri politici mondiali. Gas, petrolio e risorse minerarie in cambio di armi, potere e tanti soldi. In gioco, però, c’è una variabile che troppo spesso i potenti hanno sottovalutato, il potere dei popoli. Non si possono ancora stabilire i nuovi equilibri frutto di questo scenario, non sappiamo ancora quale matrice futura sarà in grado di governare questo caos, ma un punto è ineludibile. Le ribellioni delle ultime settimane sono l’ennesima dimostrazione – semmai ce ne fosse ancora bisogno – del fallimento totale dell’egemonia occidentale (e il suo modello fintamente democratico) sul mondo. E’ la globalizzazione, l’hanno voluta loro così, ed è giusto che adesso gli si ritorca contro.


II

venerdì 25 febbraio 2011

Diritti&

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Nordafrica La generazione che ha il coraggio di dire basta Nordafrica Le ipocrisie e le anomalie dei “presidenti democratici” esplose in poche

settimane. Ma dietro le proteste in Libia c’è anche il rischio dell’Islam politico

mentre la Libia è un paese semi-desertico, le cui risorse naturali garantiscono il Pil pro-capite più alto dell’intero continente e una società ancora profondamente tribale, in gran parte estranea ai sommovimenti culturali globali. Gli stessi esperti che parlavano di una «generazione post-islamista» a proposito delle rivolte in Tunisia, Egitto e Iran, sono molto cauti nell’estendere questa definizione alla Libia, dove l’onda lunga dell’Islam politico sta arrivando ora. Un fatto evidente però c’è, ed è il carattere generazionale delle mobilitazioni diffuse intorno al Mediterraneo. Le immagini provenienti dalla Tunisia, dall’Egitto e dall’Iran ci mostrano milioni di giovani come noi, con strumenti culturali e di comunicazione simili ai nostri, che, semplicemente, si sono stufati di una realtà che non è alla loro altezza. Ragazzi e ragazze che sentono l’anomalia dei regimi che li governa come intolle-

© AP Photo/Tara Todras-Whitehill

Lorenzo Zamponi dalla prima

rabile, che non si considerano diversi da qualsiasi altro loro coetaneo su questa Terra, e che hanno deciso di dire basta. Hanno deciso di dire basta non solo a una generazione di dittatori ottuagenari, ma anche e soprattutto al fatto che quella generazione si au-

toriproducesse per via ereditaria. Leader come Mubarak, Ben Alì o Gheddafi, infatti, per quanto dittatoriale fosse il loro dominio, potevano comunque contare, almeno in una certa fascia della popolazione, sulla legittimazione storica, sul fatto di essere ormai gli

ultimi eredi delle guerre d’indipendenza, del nasserismo e del socialismo panarabo. Non è un caso che la rivolta sia divampata proprio quando erano sul punto di lasciare il timone ai figli, figure che di fronte alla popolazione incarnavano il massimo della cor-

ruzione e dell’ingiustizia. Il bonus antimperialista è finito, insomma. Soprattutto dopo che i suddetti leader l’hanno sperperato facendosi lautamente finanziare per decenni dagli ex-nemici occidentali. Tutte le contraddizioni accumulate per decenni da presidenti democratici che si prorogano a vita, leader islamici che reprimevano l’Islam, rivoluzionari antimperialisti che andavano a braccetto con gli Usa, sono esplose nel giro di poche settimane. Ora, ci scommettiamo, gli stessi che hanno sorretto Mubarak e Gheddafi fino a ieri, torneranno a parlare di democrazia e di diritti umani, da esportare anche con le bombe. Ma, al tempo stesso, torneranno a preoccuparsi che le immense ricchezze del sottosuolo mediorientale e il gigantesco nodo del controllo delle migrazioni non cadano in mano sbagliate. Noi non abbiamo dubbi: le mani giuste sono quelle dei ragazzi e delle ragazze che sono scesi in piazza questi giorni. Noi siamo con loro perché le ipocrisie sono cadute: non c’è democrazia se un prete barbuto può dirmi cosa leggere o se un uomo d’affari straniero controlla la mia terra. Siamo con loro, perché tengano duro, perché la loro rivolta non sia strozzata da nessun papa e da nessun re, perché nessun fondamentalismo e nessun neocolonialismo possa privarli del loro futuro.

Genova2011 Un’occasione di dialogo per i movimenti sociali Genova2011 A dieci anni dal G8 una nuova manifestazione per rilanciare l’iniziativa in Italia ed

Europa. Privatizzazione dei saperi, battaglia per la ripubblicizzazione dell’acqua e diritti dei lavoratori

Federico Del Giudice

G

enova, Luglio 2001. Gli otto paesi più sviluppati e ricchi al mondo si riunirono per decidere le sorti del mondo. Migliaia di persone contestarono quel G8, in continuazione si ripeterono cortei e iniziative del Genova Social Forum per chiedere un modello più giusto di globalizzazione, più democratico e inclusivo. Lo stato Italiano in quei giorni espresse un altissimo livello di repressione. Tanta acqua è passata sot-

L’appuntamento Loro la crisi Noi la speranza

to i ponti. Questi dieci anni hanno visto il fallimento totale della strategia di Lisbona, l’esplosione della crisi economica delle economie finanziarie avanzate mentre la maggior parte dei paesi del terzo mondo ha vissuto uno sviluppo economico imponendo l’allargamento del G8 dando vita al G20. Le differenze economiche tra strati sociali sono aumentati con un attacco frontale sul fronte dei diritti. Le battaglie democratiche stanno assumendo un valore centrale, con le battaglie per la ripubblicizza-

zione dei beni comuni, contro il riscaldamento globale e per un nuovo modello di società. Il sud del Mondo ha dimostrato una vitalità dei e nei movimenti sociali come hanno dimostrato il Social Forum di Dakar, le rivolte nei paesi Afro Asiatici e i percorsi di riforme avviati in America Latina. E il Nord del Mondo? Un appello partito l’anno scorso si è posto l’obiettivo di ridare vita a un meeting, nel decennale del G8, che potrà svolgersi a Genova tra giugno e luglio del 2011. Forse questa sarà l’occasione per far ripar-

Aderisci sul nostro sito all’appello: “Dieci anni fa centinaia di migliaia di persone, giovani e adulti, donne ed uomini, di tutto il mondo si diedero appuntamento a Genova per denunciare i pericoli della globalizzazione neoliberista […]. Oggi, le ragioni di allora sono ancora più evidenti. Una minoranza di avidi privilegiati pare aver dichiarato una guerra totale al resto dell’umanità e all’intera madre Terra. […] Proponiamo […] a tutte/i coloro che […] ogni giorno costruiscono elementi di un mondo diverso […] di incontrarsi a Genova nel luglio del 2011”.

tire, in Italia e in Europa, un ragionamento sulla Globalizzazione per riattualizzare le richieste dei movimenti sociali che si incontrarono nella città Ligure nel 2001. Tutto è cambiato nella nostra politica. Quei partiti che erano in piazza non sono più in parlamento, le leggi per la precarizzazione del lavoro sono passate e anche la privatizzazione delle conoscenze come l’attacco al territorio e ai beni comuni. Contro queste politiche sono nati movimenti sociali di massa che però non sono ancora stati in grado di

dialogare tra di loro sulla globalizzazione e con i movimenti sociali transnazionali. Oggi abbiamo questa opportunità. Genova 2011 potrà diventare il luogo di dialogo dei movimenti contro la privatizzazione dei saperi, per la ripubblicizzazione dell’acqua e per i diritti dei lavoratori. Forse in questo modo l’Italia potrà tornare in Europa e nel mondo, quelle vere delle persone in carne ed ossa, delle lotte e dei movimenti per costruire una società più giusto ed eguale. Le organizzazioni sociali e politiche di questo paese saranno all’altezza? Il Forum dei movimenti per l’acqua dimostra che le realtà e le organizzazioni territoriali e nazionali possono tornare a promuovere analisi e azioni comuni per provare a vincere vaste battaglie culturali. La costruzione di una pagina bianca dove ognuno può scrivere è la sfida del presente, se non ora quando?

L’appello Libia, massacro da fermare


& Dignità

venerdì 25 febbraio 2011

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III

Immigrazione Mediterraneo di sangue L L’ipocrisia europea Immigrazione L’accordo Italia-Libia del 2008 permette a Gheddafi di fermare le

partenze con ogni mezzo, calpestando qualsiasi diritto. Cronaca di un fallimento

a tortura è un mezzo idoneo per bloccare l’immigrazione clandestina? Se la cronaca politica non fosse coperta da uno spesso manto di ipocrisia sarebbe questo la domanda alla quale istituzioni e mass media dovrebbero rispondere. Di fatto i Ministri dell’Interno e degli Esteri con le dichiarazioni rilasciate a proposito della cosidetta “invasione” di clandestini provenienti dalle coste libiche hanno giá dato una risposta al quesito, una risposta purtroppo positiva. La crisi del regime libico e lo stato d’allerta del Governo per le sorti del suo stretto partner aiutano a smascherare la doppiezza della retorica sulla democrazia e sui diritti umani da parte del Governo italiano. Il Trattato di cooperazione tra Italia e Libia firmato dall’attuale Governo nel 2008 rappresenta l’ultimo atto di una serie di accordi tra i due Paesi con la finalitá di bloccare il flusso di immigrati per parte italiana e di avere una ricca contropartita economica da parte dello scaltro Gheddafi. Secondo il Trattato di Bengasi l’Italia pagherá ben 5 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni mentre la Libia si occuperá di impedire a migliaia di persone provenienti da tutta l’Africa di giungere alle coste italiane. Sfortunatamente nel Trattato Italia-Libia non si fa menzione per il

© MONTEFORTE /ANSA

Nicola Tanno

governo di Gheddafi alcun obbligo concreto e verificabile di accoglienza, di tutela del diritto d’asilo, di rispetto della dignità umana: la Libia semplicemente li deve “fermare”, non importa come. È proprio questa impostazione dell’accordo che permette oggi al ditta-

tore libico di gestire gli immigrati come strumento politico di ricatto verso l’Italia. Nel silenzio dei mass media principali si è ratificato un trattato con un Paese che non ha firmato la Convenzione di Ginevra e nel quale, come testimoniato dai rapporti di Am-

nesty International e di Human Rights Watch, la polizia quotidianamente compie retate contro gli immigrati i quali vengono poi incarcerati in prigioni speciali. Di fatto, dunque, in nome della caccia al clandestino il nostro Paese ha utilizzato i peggiori metodi del

regime libico, il che spiega l’imbarazzo del Governo nel manifestare una netta condanna per il massacro compiuto da Gheddafi contro i suoi oppositori. Le cronache di questi giorni dimostrano inoltre il fallimento delle politiche di militarizzazione delle frontiere. L’idea di tappare il buco libico ha lasciato aperti altri spazi sulla direttrice TurchiaGrecia e su quella tunisina ed ha, inoltre, incentivato la clandestinitá. Come ha infatti spiegato anni fa Fulvio Paleologo i flussi irregolari sono un fenomeno strutturale in un economia liberista di dimensione globale caratterizzata dalla delocalizzazione su scala internazionale delle attività produttive e da un consistente mercato parallelo del lavoro irregolare. In questo contesto si rimarca l’ipocrisi italiana e europea, capace di concepire l’immigrato solo come merce e spingendo di fatto migliaia di disperati a quella traversata nel mare che ha trasformato il Mediterraneo in un enorme cimitero.

World Social Forum L’agenda di Dakar L per uscire dalla crisi

World Social Forum L’evento che si è tenuto in Senegal ha visto contro ogni previsione la

partecipazione di più di settantamila persone. Un successo che fa riflettere sulla vitalità dei movimenti

Monica Usai

a capitale del Senegal, Dakar, quest’anno non saràricordata solo per la famosa gara automobilistica, bensì dal 6 all’11 febbraio ha ospitato l’XI Social Forum Mondiale. Nato nel 2001 a Porto Alegre in Brasile, l’evento ha visto la partecipazione di circa 70 mila persone in rappresentanza di associazioni del terzo settore, ONG, sindacati e movimenti da tutto il mondo. Sebbene il Forum di Dakar sia partito in sordina i partecipanti sono stati quasi il quadruplo dei 20 mila originariamente previsti, e l’impressione generale è che il Forum abbia recuperato lo smalto di un tempo, anche se non ancora sulle pagine dei giornali italiani. Le parole d’ordine sono state: lavoro, diritti e solidarietà. Quest’ultima rivolta in primis ai popoli di Tunisia, Egitto e del mondo arabo che oggi si

sollevano per rivendicare una democrazia reale tramite le loro lotte per essere liberi da ogni sfruttamento e oppressore. L’assemblea ha discusso della crisi di sistema che ci coinvolge a livello globale, esprimendosi su tutti gli ambiti di vita: dalla crisi alimentare a quella più influente finanziaria ed economica. Un meccanismo capitalista che ha comportato un incremento delle migrazioni, di spostamenti forzati e delle disuguaglianze sociali. La dichiarazione finale esprime la denuncia agli attori del sistema che perpe-

Andrea Camilleri, Luigi Ciotti, Cristina Comencini, Margherita Hack, Dacia Maraini, Moni Ovadia e Igiaba Scego hanno lanciato l’appello “Il Mediterraneo dei gelsomini”: “C’è una Italia che si riconosce nella lezione di coraggio e dignità che arriva dal mondo arabo. […] Siamo tutti coinvolti da ciò che accade aldilà del mare. […] Non possiamo tollerare che la reazione italiana ed europea alle rivoluzioni democratiche del mondo arabo sia la costruzione di un muro di navi militari in mezzo al mare.[...]”

tuano la ricerca del massimo profitto, una critica al sistema lobbistico fondato sugli interessi di questi attori, a partire da transnazionali e multinazionali. Una condanna infine ai trattati neoliberisti, all’ utilizzo del debito pubblico nei paesi del Nord come strumento di imposizione di politiche ingiuste. Pertanto l’assemblea ha lanciato tre azioni di mobilitazione, coordinate a livello mondiale, per contribuire all’emancipazione e all’autodeterminazione dei popoli. La prima il 20 marzo, come giornata mondiale di solida-

Documenti Dichiarazione finale del WSF

rietà per la rivolta dei popoli arabi e africani. La seconda il 12 ottobre, come giornata di azione globale contro il capitalismo, basata sul rifiuto a questo sistema. L’ultima, il 18 dicembre, come giornata di lotta per i diritti dei migranti, soggetti maggiormente colpiti da dallo sfruttamento. Il forum ha toccato anche i temi di ambiente, questioni di genere e conflitti nel mondo, tasselli altrettanto importanti per costruire quell’Altro Mondo possibile tanto agoniato negli anni. Infine oltre a definire un’agenda collettiva ri-

spettivamente a come far proseguire la nostra azione dal locale al globale, in vista del Social Forum Mondiale del 2013, si è riflettuto sul fatto che si possa svolgere in Europa, in deroga alla regola che impediva al Forum di svolgersi nel nord del mondo, perché fosse il sud a guidare il percorso. Dopodiché considerata la situazione dell’Unione Europea in questo momento, e la crisi che la attraversa, consideriamo che sarebbe anche un grande passo avanti verso la coesione delle lotte sociali nel vecchio continente.

“[...] Noi, i movimenti sociali, ribadiamo la necessità di costruire una strategia comune di lotta contro il capitalismo. Lottiamo contro le transnazionali perché sostengono il sistema, privatizzano la vita, i servizi pubblici e i beni comuni come l’acqua, l’aria, la terra, le sementi e le risorse minerarie. […] Ispirandoci alle lotte dei popoli di Tunisia ed Egitto, chiediamo che il 20 marzo sia un giorno mondiale di solidarietà per la rivolta delle genti arabe e africane [...]. Inoltre indiciamo per il 12 ottobre una giornata di azione globale contro il capitalismo [...]”.


IV

In movimento

venerdì 25 febbraio 2011

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StopGelmini

L’applicazione della riforma fa acqua da tutte le parti e i rettori non sanno che pesci prendere

L’

© ANSA

obbligo di rivedere gli statuti degli atenei per adeguarli alla legge Gelmini ha scatenato il caos nelle università italiane. Il testo approvato dal parlamento, infatti, è allo stesso tempo molto rigido nello scandire i tempi e molto generico nello stabilire le modalità di attuazione. In pratica, nessuno sa bene cosa dev’essere fatto, ma l’importante è farlo in fretta e cercare di compiacere la ministra. Perfino le modalità di elezione della commissione che deve rivedere lo statuto cambiano tra ateneo e ateneo: elezioni a suffragio universale per tutti (Trieste) o almeno per la rappresentanza studentesca (Messina), consultazioni con il Consiglio degli Studenti (Padova), nomina dall’alto da parte del rettore (Napoli). Un caso a parte

Protesta dei ricercatori all’università di Torino per chiedere il suffragio universale nell’elezione della commisione per lo statuto

Revisione degli statuti, caos negli atenei è Torino, dove il Senato degli studenti aveva designato democraticamente due rappresentanti ma il rettore si è rifiutato di nominarne uno, dato che sono entrambi oppositori della riforma. A Catania la presentazione da parte del rettore di liste bloccate a Senato e Cda ha generato la rivolta dei presidi, che minacciano un ricorso al Tar, mentre studenti, precari e ricercatori continuano la mobilitazione chiedendo un processo di partecipazione democratica. Il tema della democrazia, del resto, è all’ordine del giorno ovunque: a Bologna gli stu-

Istruzione

denti hanno bloccato più volte le riunioni degli organi collegiali per chiedere che il testo finale dello statuto emendato sia sottoposto a referendum, mentre a Macerata hanno fatto irruzione all’inaugurazione dell’anno accademico per sostenere la propria petizione. Ma l’aria che tira è di tutt’altro genere: altro che referendum, rischiano addirittura di saltare le normali elezioni dei rappresentanti degli studenti. Alcuni rettori, infatti, stanno interpretando in senso ultrarestrittivo il comma 9 dell’articolo 2 della legge Gelmini, che proroga il

mandato degli organi collegiali in vista della revisione degli statuti. È evidente che ciò non impedisce affatto di rinnovare le rappresentanze studentesche, tanto che alcuni rettori, come quelli di Firenze e Pisa, hanno già convocato le elezioni rispettando la scadenza naturale del mandato. A Torino e Padova, invece, si è formata una strana (ma non inedita) alleanza tra il baronato e

Studenti, precari e ricercatori condividono le 10 proposte di modifica

di Jacopo Lanza

Concorsi e ricorsi Scuole nel marasma

“I La cronaca politica di questi giorni dimostra lo stato confusionale del governo

le parti peggiori della rappresentanza studentesca, pronte a violare ogni logica democratica per evitare di perdere la poltrona. Nel frattempo, continua la corsa alla federazione tra gli atenei: dopo l’unione tra Bari, Foggia, Lecce, Molise e Basilicata, ora tocca agli atenei campani. Il protocollo firmato dalla ministra Gelmini e il presidente Caldoro parla già, esplicitamente, di taglio dei corsi di laurea. Ma la parte sana dell’università non sta a guardare: LINK-Coordinamento Universitario, l’Associazione Dottorandi Italiani, il Coordinamento Precari dell’Università, la Rete 29 Aprile e il Coordinamento Nazionale dei Professori Associati hanno elaborato insieme 10 punti, 10 proposte condivise da studenti, dottorandi, precari, ricercatori e professori associati, da portare in tutte le commissioni. La mobilitazione continua.

l Milleproroghe” ovvero “come mettere la polvere sotto il tappeto”. Ad esempio se la Corte Costituzionale abroga (sentenza n.40/2011) un articolo di una legge cara alla Gelmini (art.1 co.4-ter L. 134/2009) è possibile piazzare nei meandri del maxiemendamento del Governo al Milleproroghe (D.lgs. 225/2010) un articolo proposto da un senatore leghistiche ripristini lo stesso contenuto della norma appena dichiarata incostituzionale per violazione del principio di uguaglianza (art. 3). Stiamo parlando della norma sulle assunzioni dei precari della scuola che stabilisce che le domande inoltrate in

provincie diverse dalla propria (dove conta il punteggio e quindi l’esperienza accumulata) entrino in una graduatoria “a coda”. Questo sembrerà però nulla se confrontato con la l’incostituzionalità in cui incorrerebbero (il TAR del Lazio sta ancora valutando se rivolgersi alla Consulta) le circolari ministeriali che attuarono dopo la Finanziaria 2008 i tagli di 8 miliardi alla scuola. La cronaca politica di questi giorni costellata com’è da comunicati, dichiarazioni e norme spesso contraddittorie l’una con l’altra dimostra semplicemente lo stato di panico confusionale permanente del Governo.

Nasce LapSOS a Milano Repressione, Burocrazia, Abuso di potere, Fascismi, Indifferenza, Ritorsioni, Provvedimenti “disciplinari”. Contro tutto ciò, il Laboratorio di Partecipazione Studentesca (LaPS) di Milano lancia LapSOS Diritti. Ogni mercoledì dalle 15.00 alle 17.30 gli studenti di Milano e provincia potranno chiamare il numero 02 55199973 o venire direttamente in Corso di Porta Vittoria 43.

Aule autogestite in ogni scuola L’Unione degli Studenti lancia una campagna nazionale per costruire nelle scuole aule autogestite e collettivi studenteschi nelle scuole di tutta Italia. Bisogna ripartire dalle singole scuole per essere vera alternativa al leaderismo e autoritarismo. Vogliamo vivere le nostre scuole non come carceri, ma come luoghi da riempire di idee, innovazioni, creatività.


Intervista

Rete della Conoscenza

venerdì 25 febbraio 2011

Internet «Per cambiare davvero non può bastare un clic» Q

V

Internet Confronto con Arturo Di Corinto, sul ruolo della Rete nelle mobilitazioni nell’area

euromediterranea, sul modello culturale imposto da Berlusconi e sull’alternativa possibile

Mariano Di Palma

uanto è possibile utilizzare lo strumento della rete come strumento di protesta? Lo abbiamo chiesto ad Arturo Di Corinto, presidente di Culture digitali, docente di sociologia ed esperto di social media. «Internet è uno strumento moltiplicatore delle proteste, piattaforma di creazione di mobilitazione contro chi crea regimi risponde Di Corinto - ma Internet da sola non fa la rivoluzione. Il Popolo Viola, tramite facebook ha mobilitato più di un milione di persone contro Berlusconi. Ci sono state 3 mobilitazioni contro il premier, di cui una il 5 Dicembre 2009 aveva come slogan esplicito “Berlusconi dimissioni”, tuttavia è ancora al suo posto. Nel nostro contesto movimenti di piazza, pacifici e democratici non possono, di fatto, scalzare un governo. Inoltre è necessario non creare equivoci sul ruolo della rete. Nel nord Africa, la gente ha fame, ha vissuto su di sè decenni di angherie, dittatori e poteri su cui si è articolata la gestione dello stato. Si è determinata quindi una situazione socialmente esplosiva. Internet, oltre a diffondere la protesta, ha permesso ad una classe borghese medio alta, che ha potuto studiare ed accedere a questo strumento di acquisire opinioni dell’occidente, diventando più laica e desiderando altro». Quindi Internet ha svolto un ruolo importante sia nel diffondere la protesta, ma anche nel creare meccanismi culturali di desiderio di maggiore libertà. Si. Per questo parlo del fatto che le rivolte di oggi erano sotto la cenere e che già da anni c’era una difficoltà a contenere il dissenso che si andava allargando. Ciò è stato possibile, grazie al silenzio dell’occidente e agli aiuti che l’Occidente stesso ha dato a questi dittatori. Del resto non possiamo dimenticare, che mediattivisti, blogger sono stati sbattuti in galere senza ragioni. In Italia che ruolo ha avuto secondo te la rete nella mobilitazione autunnale? Ha avuto un ruolo importante nel coordinamento e nella diffusione delle mobilitazioni, ma al di là di una presa di coscienza, il punto di domanda è capire che risultati ha prodotto. La Riforma Gelmini è passata, il capo del Go-

verno non si dimette di fronte a scandali personali, ad una grande contrarietà all’interno del Paese, non solo della popolazione, ma anche dei poteri forti dentro il paese, come la Chiesa e parte delle imprese, nonchè un’opinione politica internazionale che ritiene scandaloso e inaccettabile il comportamento privato del presidente del consiglio.

Lo scenario quindi è quello di una crisi democratica enorme? E’ evidente che la democrazia ormai non esiste. Berlusconi non si è dimesso di fronte all’enormità di tali scandali, mobilitazioni e crisi, e nel frattempo l’opposizione parlamentare ha svol«Fare to un ruolo fin informazione via troppo consociativo, non racconinternet è tandolo all’elettofondamentale. rato. Il contesto è Ma non basta. quello di un parlamento in cui gli Bisogna recuperare onorevoli non soun nuoil rapporto con Costruire no altro che il tervo modello cultuminale dei grandi le persone» rale significa copoteri economici. minciare ad acIl Paese è retto da un’economia cettare uno stile di vita dove si sommersa, ma che nonostante impara ad avere e desiderare di ciò conta ancora nell’ambito del meno. Bisogna quindi lavorare g8. Inoltre l’Italia ha un’invasio- di meno per recuperare il temne palese della Chiesa nella vi- po per recuperare il rapporto ta politica, un sistema bancario con noi stessi, con la nostra inteche riesce a gestire il risparmio riorità e chiudere questa “rat radegli italiani, nonostante l’im- ce” che impone un modello dove poverimento che si sta attraver- bisogna lavorare sempre di più, sando e un Mezzogiorno in ma- per avere sempre di più. Le organo alle Mafie che di fatto rappre- nizzazioni sociali possono avere sentano la vera unità del Paese. questo ruolo di costruire un modello culturale che abbia come La rete che funzione quindi basi il rifiuto del consumismo, il può avere nel creare meccani- rifiuto degli stili di vita che non smi di solidarietà? ci devono più appartenere. In Internet aiuta a far circolare in- questo senso i centri di ascolto, formazione, a diffondere nuo- di sostegno, di aiuto, i luoghi colva cultura, ma ha il limite che in lettivi di aggregazione hanno un questa fase riesce a raggiunge- ruolo fondamentale nel riscoprire quasi esclusivamente persone re la bellezza dell’umanità delle giovani che vivono in ambienti persone. Inoltre le Organizzaziosociali, come scuole e università, ni devono denunciare i compordove c’è ancora tanto di buono e tamenti che culturalmente dandove le informazioni quindi rie- neggiano il pianeta. scono ad avere. Tuttavia il carattere generazionale non riesce ad Internet che ruolo può avere avere un ruolo popolare, nel rag- in questo senso? giungere le persone che in que- Fare informazione via internet è sti quindici anni hanno creduto fondamentale. Ma l’informazioal ragionamento culturale che ne in rete non basta. Per costruBerlusconi ha proposto. Non è ire cambiamenti bisogna ricosolo l’informazione un problema minciare a fare sensibilizzazioquindi di informazione, ma di ne ed informazione tra le persomancanza di strumenti per rea- ne e con le persone, porta a porgire a partire da un cambio del ta, tramite il contatto umano. Si modello culturale. può utilizzare internet, youtube ecc, ma non è sufficiente. BisoChe tipo di modello culturale gna recuperare il rapporto con bisogna, quindi, costruire? la gente.

Arturo Di Corinto

E quindi un problema più vasto, che riguarda la società occidentale? Non è un problema solo italiano. E’ il modello occidentale in declino. I fratelli musulmani, infatti hanno guidato le proteste di piazza in Egitto, perchè offrono un modello alternativo alle payette e ai lustrini. Ci si pone il tema di riempire la pancia alla gente, come fecero le black panther in America nella loro fase di forza, quando hanno cominciato a preparare la colazione ai bimbi nei ghetti, a soddisfare cioè bisogni primari. Oggi quindi si è di fronte ad una scelta radicale. O si aderisce al capitalismo o si rifiuti questo modello. Per questo bisogno costruire anche esempi come singoli, dimostrare di essere capaci di determinare nuovi stili di vita, con umiltà e comprensione della non necessità di avere suppellettili inutili. Bisogna creare un consumo critico e consapevole, come ad esempio ha dimostrato il lavoro fatto in rete con l’open source che ha impegnato migliaia di persone in un’opera collettiva di messa in discussione del sistema attuale Spiegaci meglio… Senza l’open source il 70% delle connessioni ad oggi non esisterebbe. La diffusione di Mozilla, dei software liberi nelle pubbliche amministrazioni è un’attestazione sempre più chiare del reale funzionamento di questo modello. Oggi è difficile, se non

quasi impossibile separare questo tipo di software dall’informazione e dalla comunicazione in genere. Si parla sempre meno di open source, ma si utilizza nei fatti sempre di più, anche se non se ne ha percezione. Il punto quindi non è il software libero in sé, ma di quello che si crea con esso e soprattutto è il modello che dell’open source che bisogna trasmettere, un modello che ci racconta di un mondo non orientato al profitto, ma fatto di solidarietà, scambio, condivisione. Questo mi sembra un bel punto di partenza, no? L’intervista completa è su www. retedellaconoscenza.it

Rete della conoscenza Via IV Novembre 98, 00187, Roma www.retedellaconoscenza.it tel/ 0669770328 inforetedellaconoscenza.it Coordinamento editoriale a cura di: Lorenzo Zamponi hanno collaborato: Roberto Iovino, Roberto Campanelli, Angelo Buonomo, Enrico Consoli, Nicola Tanno, Andrea Aimar, Federico Del Giudice, Cinzia Longo Grafica: Filippo Riniolo Chiuso in redazione alle ore 19.00 La Rete della Conoscenza è il network promosso da Unione degli Studenti e Link-Coordinamento Universitario www.unionedeglistudenti.it www.coordinamentouniversitario.it


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