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vieni sul sito venerdì 28 gennaio 2011

Movimento

No ai ricatti sì al futuro

Il figlio dottore Claudio Riccio

Per anni abbiamo assistito ad una vulgata sulla flessibilità tesa a raccontarci che questa nuova organizzazione del lavoro avrebbe aiutato lo sviluppo del Paese, salvato migliaia di giovani dalla piaga della disoccupazione, dato stabilità all’economia e alle vite di tutti. Oggi la crisi svela quanto sia corta la coperta della precarietà, quanto falsa fosse quella vulgata, quanto precario sia il lavoro, la vita. I tempi di inserimento nel mondo del lavoro a due anni dalla laurea si sono addirittura allungati nell’ultimo decennio. Secondo una recente indagine Istat, il 47,1% dei giovani italiani ha un titolo di studio superiore a quello richiesto per svolgere la propria attività e la disoccupazione giovanile è al 28,9%, con percentuali ancor più drammatiche nel Mezzogiorno e tra le donne. Il movimento studentesco è riuscito a inserirsi in questa crisi, aprendo per la prima volta la grande questione generazionale e declinandola in termini sociali. Su quella che è diventata la battaglia per riprendersi il futuro, abbiamo saputo costruire dibattito, consenso, speranza. Segue a pagina 2

Studentesse e studenti oggi in piazza con la F iom, contro l’autoritarismo e lo sfrutta mento, per un nuovo modello di sviluppo basato su saperi, diritti e democrazia

Università

II

La battaglia contro la Gelmini continua negli atenei. Studenti mobilitati per bloccare l’applicazione della riforma negli statuti

Scuola

III

Bilancio negativo per gli stage e l’apprendistato. Solo il 20% delle esperienze ha avuto un valore formativo

Ambiente Intervista a Guido Viale: una proposta per la riconversione sociale e ambientale dell’economia contro la crisi

V

I lavoratori e le lavoratrici dello stabilimento Fiat di Mirafiori sono sottoposti in queste settimane a un ricatto senza precedenti, mettendo sul piatto della bilancia il posto di lavoro di migliaia di persone, che nella nostra società significa la possibilità di accedere a un reddito per sé e per i propri familiari, a un sistema di diritti e tutele, a condizioni di vita dignitose. Marchionne è la globalizzazione che getta la maschera. Il ricatto di Mirafiori è reso possibile proprio dall’opportunità di spostare liberamente capitali, merci e produzione da una parte all’altra del mondo, determinando un inarrestabile effetto di dumping sociale, una competizione sfrenata che livella verso il basso le condizioni di vita e di lavoro, i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, le basi materiali della democrazia.Il ricatto della delocalizzazione estende anche ai lavoratori a tempo indeterminato la schiavitù della precarietà. Ogni distinzione tra garantiti e non garantiti, se mai è stata valida, è superata. Il livellamento verso il basso delle condizioni di vita porta settori sempre più ampi della popolazione a subire ciò che è stato sperimentato sui lavoratori del sud del mondo, sui migranti, sui giovani precari. C’è un legame strettissimo tra quello che sta facendo Marchionne a Pomigliano e a Mirafiori e quello che sta facendo la ministra Gelmini nei nostri atenei. Questo modello di sviluppo si è rivelato incompatibile con la democrazia, e, piuttosto che cambiarlo, si preferisce farla finita con la democrazia. Noi preferiamo cambiare il mondo. Noi preferiamo fare della crisi un’occasione per ripensare un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, e per costruire un mondo diverso. Rivendichiamo la difesa del contratto nazionale, la liberazione dalla schiavitù della precarietà, nuove pratiche di democrazia, un nuovo welfare che garantisca autonomia sociale a studenti e precari, un piano di investimenti sui saperi per la riconversione sociale e ambientale dell’economia, la ripubblicizzazione dei saperi e dei beni comuni. Per questo siamo in piazza oggi con la Fiom, per liberare questo paese da un sistema che l’ha portato a un passo del baratro e costruire dal basso un mondo diverso. Se non ora, quando? Se non noi, chi?


II

venerdì 28 gennaio 2011

Saperi&

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Università Gli atenei, zona rossa per la legge Gelmini Università Dopo l’approvazione della riforma, la mobilitazione continua. Studenti e studentesse

danno battaglia nella revisione degli statuti. Le proposte su stopgelmini.blogspot.com

Lorenzo Zamponi

FLICKr/PTITAL

F

ermare la Gelmini negli atenei. Questa è la prossima battaglia del movimento studentesco, da accompagnare alle vertenze in occasione del varo dei decreti delegati (in particolare quelli legati al diritto allo studio) e alle mobilitazioni generali in corso sui temi del lavoro e dei beni comuni. Si tratta, in particolare, dell’applicazione dell’articolo 2 della legge Gelmini, quello riguardante la governance. Per diventare operative, infatti, le modifiche legate agli organi collegiali e all’articolazione di dipartimenti e facoltà, dovranno essere recepite dagli statuti d’ateneo, con una procedura speciale affidata a un’apposita commissione di 15 membri: il rettore, 6 membri designati dal senato accademico, 6 dal cda e 2 rappresentanti degli studenti. Ma la legge è scritta coi piedi,

e non si preoccupa di spiegare chi debba scegliere questi rappresentanti, che, tra l’altro, essendo solo 2 su 15, costituiscono solo il 13,3% dei membri dell’organo, violando il decreto-legge 120/1995 che prevedeva la soglia minima del 15%. In generale, la mancanza di indi-

cazioni nella legge ha generato il caos: a Trieste il rettore ha deciso di far eleggere la commissione a suffragio universale, a Padova si è scelta la strada della spartizione corporativa, e così via. LINKCoordinamento Universitario chiede che i rappresentanti de-

gli studenti siano eletti dal basso, magari sfruttando le elezioni già previste per questa primavera in molti atenei. Del resto, alcuni rettori stanno già tentando, illegalmente, di far saltare queste elezioni, con la complicità di soggetti studenteschi più preoccupati di

perdere le proprie misere poltrone che di salvaguardare quel poco di democrazia che resta nelle università. I nuovi statuti devono essere approvati entro 6 mesi (+ un’eventuale proroga di altri 3 mesi) dall’entrata in vigore della legge, quindi entro il prossimo 29 ottobre, e dovrebbero essere funzionanti, dopo i vari passaggi tecnici, nella prossima primavera. Abbiamo quindi un anno di tempo prima di veder realizzata l’università autoritaria e privatizzata imposta dalla riforma. Non va sprecato un giorno. LINK ha già pubblicato su stopgelmini.blogspot.com alcune proposte concrete. La norma sugli esterni in cda, ad esempio, può essere sfruttata per dare rappresentanza ai precari, oppure per imporre che gli esterni siano eletti dal basso. Di fronte al taglio della rappresentanza, inoltre, rivendichiamo nuove forme di partecipazione, dalle assemblee di ateneo e facoltà con sospensione della didattica ai referendum studenteschi. Gli stessi statuti, del resto, potrebbero essere sottoposti al voto di tutti gli studenti. La battaglia contro la legge Gelmini, insomma, non è finita con la sua approvazione. Gli studenti che si sono mobilitati in questi mesi non rientreranno in casa zitti e buoni, ma continueranno a rivendicare e costruire un’università pubblica, di qualità e partecipata.

Proposte Contro le vite precarie una mobilitazione stabile Proposte Una generazione a cavallo tra studio, lavoro e disoccupazione non è rappresentata.

Il movimento studentesco deve prendersi la responsabilità di parlare davvero a tutti

Claudio Riccio dalla prima

Non è un caso che il primo vero movimento sociale capace di affrontare con forza la lotta alla precarietà sia il movimento studentesco. I luoghi del lavoro sono sempre più disgregati, frammentati, provvisori, è quasi impossibile al loro interno organizzarsi. Scuole e università, nonostante le trasformazioni imposte dal 3 + 2, restano tra gli ultimi luoghi collettivi, luoghi da cui non solo è possibile mettere in campo una iniziativa in difesa della conoscen-

Cultura Il perché della rabbia dei precari

za e del carattere pubblico della formazione, ma essere i promotori di una vera propria stagione di lotte con un obiettivo: abolire la precarietà. Il tema del lavoro, fin dal 16 ottobre con la Fio, si è affermato con forza nel mondo variegato delle mobilitazioni studentesche. Il 28 gennaio ne è una conferma. Ma ciò non basta. Non possiamo ridurre ad evento da generalizzare episodicamente l’impegno per il lavoro come bene comune. Non possiamo neanche pensare che il necessario sciopero generale, rivendicato più vol-

te dal movimento studentesco, possa essere la panacea risolutiva di tutti i mali del Paese. Oggi più che mai è necessario aprire un fronte che richiami alla mobilitazione i tanti giovani usciti dal ciclo formativo, oggi disoccupati, sfruttati, impelagati in stage inutili, lavoro gratuito, master esosi, lavori umili, alla faccia del ministro Meloni che ha dichiarato che «I giovani d’oggi hanno una inattitudine all’umiltà.» Tanti giovani, sperimentando per primi gli effetti nefasti della cosiddetta flessibilità, sono soli. Aiutati a tirare

È strano che un esecutivo che si definisce liberale, e che vede l’Italia come un’azienda in perdita, decida di non investire nell’unico settore della nostra economia che non può temere competitors internazionali perché basato su qualcosa che non può essere prodotto ex novo: un patrimonio culturale e paesaggistico unico al mondo: più di 3000 musei, 43 siti UNESCO, oltre 2000 aree archeologiche. I tagli alla cultura impoveriscono il paese, affidano alla precarietà il nostro passato, cancellando così il nostro futuro.

avanti dai propri genitori, accusati dalla politica di essere bamboccioni, abbandonati troppo spesso dal sindacato, incapace oggi di organizzare il lavoro precario e una lotta di massa contro la precarietà. Per questo dobbiamo rilanciare con forza, a partire da scuole e università, una grande e concreta vertenza sul futuro, riaprire un dibattito pubblico sul reddito di cittadinanza e sul sistema di ammortizzatori sociali, affrontare il nodo delle tipologie contrattuali, studiare e proporre soluzioni per abolire la precarietà. Dopo aver

riaperto il dibattito pubblico sulla questione generazionale il rischio di una risposta da destra è concreto. Il rinsaldarsi del ruolo di Tremonti in uno scenario politico instabile come l’attuale ci parla di un rischio concreto di un rafforzarsi della reazione. Tagli e smantellamento dello Stato saranno, se possibile, ancor di più le parole d’ordine. Dietro l’angolo lo spettro di una crescente guerra tra poveri. Di fronte a questo rischio, è necessario sempre più rispondere con un conflitto generazionale che sappia rifiutare ogni tentativo di strumentalizzazione da parte di chi intende smantellare il welfare con la retorica della modernizzazione e del futuro dei giovani. La nostra sarà la guerra alla precarietà, al modello Marchionen, al lavoro gratuito, a tempi di lavoro che aboliscono i tempi di vita, guerra a quei signori del passato che del presente e del futuro stanno facendo un deserto.

GLBT Ucciso in Uganda un attivista gay


& Lavoro

venerdì 28 gennaio 2011

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Scuola Stage e apprendistato: A storia di un fallimento

III

Scuola A 15 anni dall’ingresso degli stage nella scuola pubblica e a 8 anni dalla legge Moratti, il bilancio è negativo. Solo il 20% delle esperienze ha reale valore formativo

Federico Del Giudice

tà dei sistemi di istruzione e formazione di trasmettere saperi di cittadinanza, di insegnare ad imparare diventa un elemento centrale rispetto al mondo del lavoro del xxi secolo. il nozionismo e l’apprendimento di competenze perimetrate e circoscritte non può far altro che dar vita a futuri precari ricattabili ogni qualvolta serva reinventarsi un lavoro. Quello che questi canali formativi hanno introdotto è Spesso gli una “scarsità” di saperi, rendendo i futuri lastudenti sono voratori persone concostretti a tinuamente assetate pagarsi il nuove conoscenze e trasporto e il vitto. di competenze ogni volA volte persino ta che si renda necesl’alloggio sario cambiare lavoro. il ministro Meloni, emergere che solo il 20% di que- in occasione della presentazioste esperienze ha avuto un valo- ne del Piano per l’occupazione re formativo. l’utilità di insegna- giovanile, ha detto che i giovani re solamente un mestiere è sco- non sono “umili”. Forse dovrebnosciuta in questa fase storica in be girare per le officine del Pacui la maggior parte dei giovani ese piene di diciassettenni imè costretto a cambiare lavoro e a pegnati in uno stage o in un apreinventarsi una vita. la capaci- prendistato. © AP Photo/the DAily AstoriAn, Alex PAjunAs

ffiancare alla didattica in classe e nei laboratori quella su un luogo di lavoro ha la potenzialità di insegnare a saper fare dando ascolto alle inclinazioni dei singoli ed ai bisogni della società. su questa scommessa tra ’90 e 2000 sono aumentati i percorsi di alternanza scuola lavoro. A 15 anni dalla loro introduzione, l’esperienza degli stage nelle scuole superiori non può dirsi sicuramente riuscita. il loro uso è stato principalmente negli istituti tecnici e professionali, scuole già provate dai tagli e le riforme sul versante della didattica. l’alternanza scuola lavoro è rientrata in un quadro più generale di atomizzazione delle conoscenze costruito attorno al nozionismo imperante nelle scuole. inoltre queste esperienze non hanno neanche avuto la capacità di essere banco di prova per gli studenti per dare sfogo e concretezza alle proprie inclinazioni, dato che la progettazione degli stage non ha mai visto il coinvolgimento della popolazione studentesca. la capacità formativa di un’esperienza di questo tipo potrebbe emergere solo con un sistema di controllo incrociato tra studente, docente e azienda, mentre al momento attuale il controllo è quasi interamente dei tutor aziendali, che

spesso fanno compiere agli studenti lavori che non rientrano nel percorso formativo. spesso gli studenti in stage sono costretti a pagarsi il trasporto e il vitto (a volte anche l’alloggio) per poter compiere una data esperienza in azienda a causa

di una carenza strutturale in tema di diritto alla formazione. Con la riforma Moratti si può ultimare tramite l’apprendistato il percorso di studi altrimenti svolto in una scuola superiore. i dati emersi nell’accordo tra governo, regioni e parti sociali fanno

Giovani Generazione di invisibili, S tra nero e nuova povertà Giovani Secondo l’Istat un giovane su cinque in Italia non studia e non lavora.

Una fetta sempre più ampia della popolazione è esclusa da welfare e cittadinanza

Cinzia Longo

ono numeri inquietanti quelli redatti dall’istat nell’ultimo rapporto “noi italia”. una fotografia in bianco e nero di un paese incapace di reagire ai drammi della crisi economica e che, invece, continua a regredire sotto tutti i punti di vista. la disoccupazione aumenta toccando livelli mai visti dai tempi bui dei primi anni novanta, ma non è solo il livello occupazionale a rendere drammatico lo scenario sociale della nostra penisola. nonostante le campagne mediatiche, la pressione fiscale (attestata al 43% in proporzione ai redditi) ha raggiunto i livelli più alti dal ‘97, anno triste della necessaria tassa sull’euro. in tutto ciò, però, si pone con forza il tema della redistribuzione. se da un lato la pressione fiscale aumenta, non diminuisce il livello di sofferenza delle famiglie

italiane, anzi, è proprio il caso di parlare di nuova povertà. tra povertà relativa e assoluta l’istat denuncia la condizione in cui versano circa dieci milioni di cittadini residenti in italia. sempre l’istituto nazionale di statistica lancia l’allarme sul ruolo dei Comuni, costretti a coprire circa il 30% della spesa sociale in servizi alla persona senza averne le risorse adeguate, indifferentemente da nord a sud. Dove sono quindi i soldi che tutti noi siamo costretti a versare all’erario? una domanda a cui tremonti non vuole da-

È stato ucciso David Kato Kisule, esponente dell’ sMuG (sexual Minorities uganda), rappresentate del movimento gay ugandese. era in prima fila nella denuncia delle persecuzioni e dei linciaggi, di cui sono vittime le lesbiche e i gay in uganda, alimentate dal fondamentalismo dei predicatori degli evangelici. oggi alle 14 si terranno i funerali e si svolgeranno sitin e fiaccolate in tutto il mondo. Anche in italia, a roma davanti all’ambasciata ugandese, alle ore 14 si terrà una manifestazione di solidarità.

re risposta, ma una cosa è certa: la crisi la stanno pagando tutti quelli che producono redditi da lavoro dipendente, i pensionati e infine, come al solito, i giovani. Quest’ultimi sono i veri protagonisti del rapporto istat: inoccupati, senza prospettive e abbandonati ad un triste destino. uno su cinque non studia e non lavora, sono gli invisibili. Quelli che fanno lavoretti saltuari e magari a nero, quelli che non avranno mai una pensione, che non hanno avuto la possibilità di studiare, disillusi da un mercato del lavoro

Memoria Ricordare Auschwitz, 66 anni dopo

che li vuole precari a vita. È la percentuale più alta d’europa, tanto per cambiare, che ci vede fanalino di coda nella capacità di combattere l’abbandono in cui versano milioni di giovani nel nostro paese. evidentemente è l’ennesima dimostrazione che il mercato non basta, anzi che è proprio l’eccessivo protagonismo del mercato che ci sta trascinando nel baratro. ne è la dimostrazione, infine, la percentuale vertiginosa relativa alla dispersione scolastica e formativa superiore al 20% (con punte del trenta in Veneto e Cala-

bria). sarebbe quindi necessario aprire una riflessione sui modelli di welfare e di sostegno al reddito che in europa hanno permesso di evitare questa debacle. il reddito di formazione, come quello di cittadinanza (o anche solo di inserimento per chi è inoccupato), diventa una frontiera necessaria per ridare senso alla contribuzione fiscale a cui tutti noi siamo sottoposti. Domanda banale ai benpensanti e ai governati: perché in tutta europa è possibile e alla periferia dell’impero, cioè in italia, no?

27 gennaio 1945: l’Armata rossa sfonda i cancelli di Auschwitz, simbolo di un delirio di massa che coinvolse l’europa travolta dai carrarmati nazisti e dalle fascinazioni di un regime in grado di scaricare il dramma di un intero popolo su un modello ideologico distruttivo, fino alla negazione assoluta dell’altro. il ricordo dei 6 milioni di ebrei massacrati nei lager nazisti dev’essere un monito, perché la risposta sociale alla crisi non può essere la guerra tra poveri, anticamera dell’odio.


IV

In movimento

venerdì 28 gennaio 2011

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Polemiche

Un dibattito maschilista, perché analizza il problema nel modo in cui la cultura berlusconiana ci ha insegnato a farlo: le donne per emergere sono pronte a vendersi, a barattare la loro liberta’ sessuale in ca mbio del successo

I

n questi giorni abbiamo assistito al ritorno degli scandali sessuali del nostro premier sulla scena politica. […] La riapertura del caso Ruby torna a dividere la politica, ma quello a cui assistiamo, purtroppo, è uno spostamento della centralità del dibattito dall’inchiesta giudiziaria ad un problema “di morale”. Troviamo legittimo e giusto che i giornali diano ampio spazio alle inchieste della magistratura, in merito ad un’inchiesta che imputa al Presidente del Consiglio capi di accusa gravissimi, come l’uso della prostituzione minorile e la concussione aggravata. Riteniamo invece squallido che tutti i mezzi d’informazione diano am-

B. e la prostituzione: non è questione di morale pio spazio al dibattito sulla moralità o meno della vita del presidente, sulla legittimità o meno delle escort di vendere il proprio corpo, sull’età minima per una ragazza di avere rapporti con uomo molto più grande di lei. Così come francamente abbiamo trovato superfluo, ai fini dell’analisi del “caso Ruby”, ricoprire di foto da calendario tutti i quotidiani nazionali, cadendo nella facile tentazione di un aumento delle vendite, probabilmente da parte dei lettori di sesso maschile. Lo ribadiamo con forza: non è questione di morale! […] Il dibattito che s’incontra tutti i giorni sui

Scheda sui referendum

giornali è un dibattito maschilista, anche quando portato avanti da esponenti femminili, perché analizza il problema nell’unico modo in cui la cultura berlusconiana ci ha insegnato a farlo: le donne per emergere sono pronte a vendersi, sono pronte a farsi scegliere, a barattare la loro libertà sessuale, conquistata con la fatica delle lotte dei movimenti femministi, in cambio del successo. Sta all’uomo decidere, sulla base di una visione più o meno moralista della vita, se farsi corrompere o meno, se usare la donna come oggetto su cui far valere una viri-

lità stereotipata, ereditata da una vecchia cultura patriarcale […]. In questi ultimi 20 anni il berlusconismo non ha solo smantellato scuola e università, blindato l’informazione, ammanicato sempre più la politica con il sistema mafioso e peggiorato i diritti, il berlusconismo ha permeato il contesto sociale e culturale, ci ha abituati ad un pensiero unico e, tra questi, ci ha consegnato un unico modo di concepire il rapporto tra i sessi. […]Crediamo che

V

Ripensare la politica, in un’ottica di genere, offre un modello alternativo di paese rispetto a quello di Berlusconi

Le ragazze e i ragazzi della Rete della Conoscenza

di Enrico Consoli

Acqua e nucleare si vota sui beni comuni

La Corte Costituzionale ha approvato 2 dei 3 quesiti proposti dai movimenti per la ripubblicizzazione dell’acqua, oltre al quesito contro il nucleare proposto dall’Italia dei Valori. Ora e’ possibile invertire la tendenza.

questo movimento, che ha visto una grande partecipazione di studentesse e precarie, abbia dimostrato sul campo quanto la partecipazione politica possa essere vissuta come un’esperienza che valorizzi le differenze di genere e costruisca un pensiero comune e delle istanze condivise. Per questo è fondamentale che i movimenti sociali, a partire dal movimento studentesco valorizzino l’antisessismo come uno dei temi principali, a partire dalla considerazione che ripensare la politica, il lavoro e la società in un’ottica di genere, possa aiutare ad offrire un modello alternativo di paese rispetto a quello che ci ha imposto Berlusconi in questi ultimi 20 anni. Sarebbe davvero una delle più grandi scommesse dei movimenti sociali in Italia oggi! Per altre idee di donne, altre idee di uomini per un’altra idea di paese!

ia libera della Corte Costituzionale ai referendum su acqua pubblica e nucleare: in primavera (ma c’è la possibilità che la consultazione slitti) i cittadini italiani potranno dunque esprimersi su due dei temi più importanti per il futuro del Paese. Per quanto riguarda i servizi idrici, la Consulta ha ritenuto legittimi due dei tre quesiti referendari promossi dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua (e sostenuti dalle firme di ben 1.400.000 cittadini italiani), rigettando un terzo quesito proposto dal Forum, relativo alle forme di gestione e alle procedure di affidamento delle risorse idriche; bocciato anche il quesito proposto dall’Italia dei Valori sull’abrogazione del decreto

Ronchi. Dichiarato legittimo dalla Corte Costituzionale anche il quesito referendario sul nucleare promosso dall’Italia dei Valori: a distanza di 24 anni dal referendum che mise fine all’utilizzo del nucleare nel nostro Paese, una nuova consultazione popolare potrà sbarrare la strada al ritorno all’atomo fortemente voluto dal Governo. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale, la palla passa al Presidente della Repubblica, che, in maniera conforme alla previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, dovrà indire il referendum in una domenica compresa tra il 15 aprile ed il 15 giugno, come previsto dalla legge (in caso di scioglimento delle Camere, tuttavia, i referendum slitterebbero di almeno un anno).

I quesiti sull’acqua Il primo quesito chiede di abrogare l’art. 23 bis del decreto 112/2008, che stabilisce come modalità ordinaria di gestione l’affidamento a soggetti privati o affidamento a società miste con almeno il 40% di azioni ai privati.Il secondo quesito abrogherebbe l’art. 154 del decreto 152/2006 che dispone che le tariffe siano determinate tenendo conto della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.

Il quesito sul nucleare Il referendum chiede di abrogare le norme contenute nell’articolo 7, comma 1, lettera d della legge 133/2008, la (che delega il governo le scelte in materia), nella legge 99/2009 (la “legge sviluppo”) e nel decreto legislativo n.31/2010 che traccia i criteri per la localizzazione degli impianti. Il quesito non mette in discussione la delega al governo per la disciplina per lo stoccaggio.


Intervista

Rete della Conoscenza

venerdì 28 gennaio 2011

V

Ambiente Da saperi e lavoro una proposta per la riconversione ecologica Ambiente A dialogo con Guido Viale sulle contraddizioni del modello di sviluppo e le

prospettive di cambiamento. La conoscenza può essere lo strumento decisivo per uscire dalla crisi

L

o sciopero di oggi arriva al culmine di una vicenda, quella Fiat, che sembra aver riportato i temi del lavoro al centro del dibattito pubblico. Qual è il significato di questa giornata, in un paese in cui il l’agenda politica sembra ruotare intorno alle abitudini sessuali del presidente del consiglio? È molto importante, rappresenta un’alternativa concreta al carattere totalmente dispersivo e deviante delle discussioni sulle abitudini sessuali del presidente del consiglio, e che rappresenta la conferma, innanzitutto nel mondo del lavoro e delle fabbriche metalmeccaniche, di un giudizio generale che gli operai danno dell’accordo di Mirafiori e della minaccia che essa rappresenta per la condizione lavorativa in tutto il mondo del lavoro italiano. Un giudizio che, peraltro, sarà espresso non sotto il ricatto diretto del licenziamento, come quello che ha caratterizzato il referendum di Mirafiori, ma in un contesto dove la totalità dell’establishment italiano si è espresso a favore della politica di Marchionne e contro la politica della Fiom e dei Cobas. L’altra cosa importante è che questo giudizio non coinvolge solamente gli operai metalmeccanici, ma anche il mondo del lavoro precario e del non lavoro, che è rappresentato dagli altri soggetti che hanno dato vita alla manifestazione del 16 ottobre e al seminario di “Uniti contro la crisi”, cioè in particolare il movimento degli studenti e dei ricercatori universitari e il movimento dei centri sociali, due espressioni del mondo del precariato, che ormai è una condizione che si distingue sempre meno dal mondo del lavoro stabile e che una volta veniva considerato garantito. Le mobilitazioni di questi mesi, dal 16 ottobre in poi, sembrano aver costruito un ragionamento unitario in grado di tenere insieme le lotte dei lavoratori, degli studenti, dei movimenti in difesa del territorio, in un quadro di resistenza alla crisi e costruzione dell’alternativa. Cosa lega, oggi, il tema del lavoro a quelli dei saperi e dei beni comuni? Il discorso comune si costruisce, secondo me, su una prospettiva di cambiamento radicale non solo dei rapporti di forza all’interno dei

luoghi di lavoro e nell’esercizio dei diritti che sono minacciati, ma anche nella definizione di una prospettiva di cambiamento dei consumi che metta al centro la condivisione dei consumi, della gestione dei beni comuni, delle decisioni e degli orientamenti produttivi. Questo è particolarmente importante in questo periodo, perché la stretta cui sono stati sottoposti gli operai della Fiat è innanzitutto la risultante di una crisi non soltando dell’azienda ma dell’intero settore automobilistico e, più in generale, di un sistema economico planetario che si regge su una competitività sempre più forte, in cui i lavoratori hanno solo da perdere, combattendosi a vicenda per far prevalere la loro azienda, e niente da guadagnare. La crisi che abbiamo di fronte è anche e soprattutto una crisi energetica e climatica, e ci pone drammaIl mondo ticamente la questioindustriale e ne della riconversione i governi non ambientale della nostra economia. Eppustanno facendo re quando parliamo di niente di serio Quali sono gli riconversione, nel discorso pubblico, viene per prevenire i attori che posin mente prima di tutportare cambiamenti sono to la green economy, avanti questo climatici processo, creche da molti è considerata una strategia ando una relaper sopravvivere alla crisi, de- zione virtuosa tra lavoratori, stinata a costare molto in ter- territorio e istituzioni? mini sociali e di occupazione. Oltre ai soggetti che già si sono Questa a me sembra una mitolo- mossi e che sono stati promotogia metropolitana, perché in real- ri del seminario di Mestre di Unità il mondo industriale e i governi ti contro la crisi, è necessario alche lo rappresentano non stanno largare il più possibile a tutto il facendo assolutamente niente di territorio e alle soggettività che serio per prevenire il rischio mor- lavorano sul territorio il coinvoltale che l’umanità sta correndo a gimento in questi processi. E poi causa dei cambiamenti climatici. ci sono due attori assolutamenMa poi il problema è invece che la te essenziali: i primi sono le amcrisi attuale, alla Fiat come in al- ministrazioni locali, o certi segtri settori, ha messo finalmente in menti del governo locale, e poi, evidenza lo strettissimo nesso tra siccome molte cose si può proquestione ambientale e questione cedere a farla, in maniera esemdel lavoro e dell’occupazione. Per plare e dimostrativa, e non semla prima volta il mondo del lavoro plicemente a rivendicarle, a chiecomincia a rendersi conto che non derle o a proporle, è necessario c’è possibilità di salvaguardare e di che a farle ci siano delle strutpromuovere i diritti e le condizioni ture operative, cioè delle impredi vita senza una prospettiva di ri- se, sia private che pubbliche, sia conversione produttiva sostenibi- cooperative che individuali, sia le. Contemporaneamente, il mon- sociali che non sociali. L’esemdo ambientalista, che ha sempre pio maggiore è rappresentato parlato delle cose che bisogna fa- dai G.a.s., associazioni di cittare per salvare il pianeta, senza oc- dini che si uniscono per saltare cuparsi seriamente delle conse- l’intermediazione commerciale: guenze che queste proposte pos- se non ci fossero imprese che risono avere sulla condizione di vi- spondono a questa sollecitaziota e di lavoro dei lavoratori, inve- ne, adattandosi alle richieste di ce, sta comprendendo che o si af- questi cittadini e condividendo fronta questo problema oppure di un percorso comune, il progetto lì non si passa. non avrebbe corso.

© PIERGIORGIO PIRRONE/LaPREssE

Lorenzo Zamponi

Guido Viale

Ma ci sono gli interlocutori per una prospettiva di questo tipo, oggi, nel mondo dell’impresa? sì, sicuramente ci sono. Il problema è saper prospettare loro delle iniziative concrete. Ovviamente si tratta meno di grandi gruppi, quelli che invece vengono spesso indicati come quelli che hanno più iniziativa nel campo della green economy, e che invece che non stanno facendo niente, mentre invece c’è una quantità enorme di imprese piccole e medie, e soprattutto potenzialità di imprese cooperative, sociali, ecc., che sono alla canna del gas, che in questo sistema non hanno più una prospettiva e che accetterebbero volentieri delle indicazioni se fossero concrete, per dare luogo, almeno al loro interno, a processi di innovazione. Qual è il ruolo della formazione, di scuola, università e ricerca, in questo processo, come possibile strumento dell’innovazione? È essenziale. Tutto quanto il processo di possibile riconversione si lega all’innesto dentro all’organizzazione del lavoro attuale di dosi e quantità di saperi, sia tecnico che di carattere sociale e organizzativo molto più massicce di quelle che vengono assorbite adesso. Quindi in questo processo un ruolo straordinario ce l’ha il movimento degli studenti a tutti i livelli, dal-

le scuole secondarie all’università alla ricerca, ed è di lì che possono sorgere i saperi se questo mondo ha la capacità e la prospettiva di confrontarsi con le esigenze dei lavoratori che sono direttamente impegnati nei processi lavorativi delle loro aziende. Questo è il pilastro e il perno di una possibile riforma della scuola e dell’università che riguardi non solo la sua organizzazione formale e il suo finanziamento, cose importantissime e che sono oggi al centro dell’attenzione, ma anche i contenuti dei saperi che vengono elaborati e trasmessi nell’università e nella scuola.

Rete della conoscenza Via IV Novembre 98, 00187, Roma www.retedellaconoscenza.it tel/ 0669770328 inforetedellaconoscenza.it Coordinamento editoriale a cura di: Lorenzo Zamponi hanno collaborato: Roberto Iovino, Roberto Campanelli, Angelo Buonomo, Enrico Consoli, Nicola Tanno, Andrea Aimar, Federico Del Giudice, Cinzia Longo Grafica: Filippo Riniolo Chiuso in redazione alle ore 19.00 La Rete della Conoscenza è il network promosso da Unione degli studenti e Link-Coordinamento Universitario www.unionedeglistudenti.it www.coordinamentouniversitario.it


Rete della Conoscenza