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Inserto autogestito dagli studenti Vieni sul sito Sabato 9 aprile 2011

liberi tutti

e l i b a t sprecarietà

Francesco Caporali

Student* della Rete della conoscenza Un’intera generazione sa per certo che oggi non può accendere un mutuo e domani non avrà una pensione. Un’intera generazione si trova a ritenere normale il lavoro gratuito, a considerare generosi regali i propri diritti fondamentali, a chiamare “gavetta” lo sfruttamento. Chi è soggetto a contratti atipici non ha, di fatto, diritto all’assenza per malattia, allo sciopero, alla cassa integrazione, all’accesso a qualsiasi forma di ammortizzatore sociale. Sono queste le motivazioni che ci spingono a condividere l’appello Il nostro tempo è adesso che convoca le manifestazioni di oggi, contro la precarietà, per un nuovo welfare di cittadinanza e per l’estensione dei diritti nel mondo del lavoro e della formazione. Gli studenti e le studentesse, i soggetti in formazione, non sono i precari di domani. Già oggi vivono la precarietà in forma propedeutica: nei tempi e negli spazi che ci vengono imposti, nella negazione quotidiana dei diritti, nell’impossibilità di accedere ad un welfare che ci permetta di vivere il nostro percorso formativo in totale libertà e autonomia sociale. Segue a pagina II

Il nostro tempo è adesso. Oggi in piazza in tutta Italia. Studenti e lavoratori si mobilitano verso lo sciopero generale del 6 maggio. Chiedono diritti, tutele e un nuovo welfare universale Manduria

IV

Reportage dalla Puglia, dove migliaia di migranti attendono il proprio destino. Tra razzismo di governo e sprazzi di umanità

Intervista

V

Parla Salvo Barrano, vicepresidente dell’associazione Archeologi e firmatario dell’appello Il nostro tempo è adesso

Dieci domande

V

Un questionario per i politici che sono in piazza con noi oggi. Perché la precarietà non cade dal cielo, e si combatte con fatti concreti

Un fenomeno caratterizza il lavoro nel nostro tempo. Accomuna un’assegnista di ricerca a una giovane pubblicitaria, il cameriere del pub sotto casa al ragazzo che consegna le pizze e perfino all’operaio della Fiat. Si nasconde dietro molti nomi: contratto a progetto, stage, assegno di ricerca, partita iva, tirocinio, lavoro a chiamata, lavoro nero; qualcuno preferisce chiamarla gavetta e fingere che si tratti di una condizione temporanea o marginale. In realtà la sua diffusione è gigantesca e il suo nome chiarissimo: si chiama precarietà. Essere precari non significa soltanto dover cambiare spesso impiego. Vuol dire vivere lunghi periodi senza lavoro e senza reddito, non avere diritto di malattia né di sciopero, non poter accedere ad alcun tipo di ammortizzatore sociale, essere continuamente sotto ricatto, con buone probabilità di ritrovarsi senza nulla in mano dopo tanti sacrifici. Significa agognare una stabilizzazione che non arriva mai e considerare un favore o una fortuna quello che dovrebbe essere un diritto. Ecco perché la precarietà non è solo una forma contrattuale, ma una forma di vita, una precarietà esistenziale che cancella ogni sicurezza e ogni possibilità di progettare il proprio futuro. Noi soggetti in formazione siamo già precari nei nostri luoghi di studio, per la totale assenza di diritti e per l’impossibilità di accedere a un welfare che ci consenta di portare avanti i nostri percorsi di studio in autonomia. Per questo saremo in piazza oggi e dedichiamo questo numero del nostro giornale a un’analisi della precarietà lavorativa ed esistenziale nel nostro Paese. Perché siamo convinti che su questo terreno si combatta una sfida centrale non solo per la nostra generazione, che può essere vinta solo ricomponendo le molteplici e differenti soggettività precarie e imponendo un dibattito su un nuovo modello lavorativo e su un nuovo modello di welfare universale in grado di rispondere alle sfide del nostro tempo, lottando per non morire precari.


II

sabato 9 aprile 2011

Saperi&Pr

www.retedellaconoscenza.it

La sfida Una generazione contro la stabile precarietà La sfida Il nostro tempo è adesso, e ce lo riprendiamo. Dal movimento studentesco parte

un percorso per conquistare i diritti sul lavoro e rivendicare un nuovo sistema di tutele

Per questo le mobilitazioni degli ultimi anni, come le grandissime manifestazioni studentesche dell’ultimo autunno, hanno posto con forza una questione generazione come grande questione sociale legata alla precarietà nel lavoro, nella formazione e di conseguenza nelle nostre vite. […] Per questo la mobilitazione di oggi è solo l’inizio di un percorso che deve mirare prima di tutto al riconoscimento della nostra generazione in una soggettività – quella precaria – che deve avere l’ambizione di essere soggettività politica e sindacale, cioè capace di praticare conflitto per migliorare le proprie condizioni di studio e di lavoro, con l’obiettivo finale di cancellare la precarietà dalle nostre vite. Per raggiungere questo obiettivo serve anche un’alleanza tra generazioni: da un lato gli studenti e le studentesse, dall’altro chi paga la precarietà da almeno

un decennio essendo cavia della precarizzazione come strumento di livellamento verso il basso dei diritti e della qualità della vita di tutti e di ciascuno. Il ricatto della delocalizzazione rende precari – come dimostra il caso dei metalmeccanici e dei lavora-

tori del commercio e dei servizi - anche molti lavoratori a tempo indeterminato, facendo saltare ogni distinzione tra garantiti e non garantiti. La precarietà lavorativa, la mercificazione dei saperi, la delocalizzazione e la privatizzazione

di parti sempre più significative della società sono, del resto, parte di un unico processo, cioè la progressiva colonizzazione da parte delle logiche del mercato e del profitto di ogni ambito dell’esistenza umana. Troppo spesso il tema del preca-

© ansa

Studenti e studentesse della Rete della conoscenza

Diritti La battaglia contro la precarietà passa anche attraverso la rivendicazione di un

reddito minimo. Bisogna dare opportunità a tutti, soprattutto a chi oggi ne è escluso

Pensare un nuovo welfare L’unica soluzione credibile Lorenzo Zamponi

I

l dibattito pubblico sul reddito, in Italia, ha finalmente l’opportunità di uscire dalle paludi ideologiche in cui è impanato da decenni e accompagnare alle discussioni teoriche sul ruolo del general intellect nella produzione della ricchezza sociale e sull’evoluzione del rapporto tra lavoro e retribuzione un ragionamento serio tra tutti i soggetti impegnati nella battaglia contro la precarietà, in grado di indicare obiettivi rivendicativi

9 aprile Il nostro tempo è adesso, in tutta Italia

e vertenziali chiari fin da subito. In questo senso, le aperture fatte negli ultimi mesi dalla Fiom o da intellettuali come Luciano Gallino rappresentano un’occasione da non perdere, così l’approvazione da parte del Parlamento europeo della risoluzione 2010/2039(INI), che invita la Commissione e i singoli paesi a stabilire forme di reddito minimo pari almeno al 60% del salario medio nazionale, con l’obiettivo di promuovere l’inclusione sociale e il diritto a un’esistenza degna. La stessa campagna Il no-

stro tempo è adesso, del resto, ha inserito la continuità del reddito e una riforma del welfare in senso universalistico tra le proprie rivendicazioni, cercando di portare il dibattito sul piano concreto dell’individuazione di singoli strumenti necessari alla risoluzione di problemi reali. Il reddito non è la panacea di tutti i mali e, anzi, se non si accompagna la vertenza sul nuovo welfare a una seria battaglia per la cancellazione delle forme contrattuali atipiche, si rischia di aprire la strada a tentativi strumentali di uti-

Oggi studenti e precari sono in piazza a Roma, Milano, Napoli, Palermo, Torino, Novara, Cuneo, Asti, Genova, Bergamo, Lecco, Brescia, Lodi, Mantova, Pavia, Monza, Trieste, Padova, Venezia, Vicenza, Verona, Rovigo, Treviso, Bologna, Parma, Modena, Cesena, Firenze, Pisa, Pistoia, Massa, Chieti, Ancona, Perugia, Potenza, Bari, Taranto, Brindisi, Lecce, Catanzaro, Cosenza, Siracusa, Pozzallo (Rg), Vittoria (Rg), Cagliari e Bruxelles.

riato è stato affrontato con superficiale giovanilismo, per evitare che ciò succeda sta ai soggetti sociali proporre obiettivi concreti e contenuti di mobilitazione: dalla difesa del contratto nazionale al rifiuto di ogni logica di guerra tra poveri tra precari e “garantiti”, dall’eliminazione delle tipologie contrattuali atipiche che travestono da lavoro autonomo quello subordinato e legalizzano il caporalato, al riconoscimento a tutti i lavoratori e le lavoratrici, a tempo indeterminato o determinato, degli stessi diritti, delle stesse tutele e degli stessi ammortizzatori sociali, dall’istituzione di un reddito di base ( fissato al 60% del salario medio nazionale, come stabilito dal Parlamento europeo) e di un reddito per i soggetti in formazione come forme di welfare universale. Come anche la necessità di rilanciare gli investimenti sulla formazione e sulla ricerca per far crescere l’occupazione in quantità e qualità e orientare la produzione verso la sostenibilità sociale ed ambientale. Per questo siamo in piazza oggi, per questo daremo vita ad azioni e mobilitazioni sui temi del welfare, della precarietà e dell’accesso ai saperi il 19 aprile, per questo metteremo in campo un percorso verso lo sciopero generale del 6 maggio. Il nostro tempo è adesso, liberi tutti!

Diritti

lizzare il reddito come pannicello caldo per rendere accettabile la precarietà. Ma esistono tre questioni fondamentali, che, oggi, richiedono di essere affrontate: l’esclusione dalle forme tradizionali di welfare di chi non ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato; la mancanza di continuità del reddito di chi lavora con contratti a termine; il livellamento verso il basso dei diritti e dei salari sotto il ricatto della disoccupazione. Forme di basic income, integrate in una rete universale di servizi pubblici e

diritti fondamentali, possono rispondere a queste esigenze, migliorare le condizioni di vita di centinaia di migliaia di persone, fermare il dumping sociale e salariale e rilanciare la forza contrattuale dei lavoratori. Un caso particolare è rappresentato dalla rivendicazione di un reddito per i soggetti in formazione, che non va messo in contrapposizione ciò che già esiste: il diritto allo studio, fatto di borse e servizi, legati al reddito familiare, è fondamentale per abbattere le barriere di classe che limitano all’accesso alla formazione, e va difeso e potenziato; il reddito risponde a un’altra esigenza, cioè la conquista di un’autonomia sostanziale dello studente dalla famiglia, e va quindi concepito come un sistema di servizi ed erogazioni monetarie su base universalistica, in grado di dare a tutti l’opportunità di costruire liberamente un proprio percorso di vita.

Lavoro Fuga dei cervelli dal Paese della precarietà


ecarietà

sabato 9 aprile 2011

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Apprendistato Diritti per gli stagisti, I inizia il dibattito

III

Apprendistato Da una proposta di legge arrivano alcune buone idee per la qualità formativa dei tirocini. Resta ancora molto da fare su rimborsi, welfare e post-lauream

Federico del Giudice

sordine legislativo e la passività politica, il tasto dolente di un’attività che sarebbe dovuta essere formativa – capace di “insegnare un mestiere” – e che spesso si è trasformata in un anticamera alla precarietà. Sono in molti, usciti dai canali formativi, a per-

correre la strada degli stage nella speranza che l’azienda ospitante decida di assumere a termine del progetto. Nella maggior parte dei casi così non è, spingendo molti laureati a compiere fino a cinque stage.Questa dinamica mostra tutta la sua

perversione. Infatti uno studente compie almeno uno stage alle scuole superiori, uno alla laurea triennale e uno alla laurea specialistica. Quello che viene dopo risulta essere squisitamente un ambito lavorativo non remunerato. Nessuna legge fino ad og-

cc flikr/1010uk

l 29 marzo scorso l’onorevole Damiano (Pd) ha presentato una proposta di legge sugli stage. Per la prima volta dopo anni si tenta di aprire un ragionamento sul tema, si cerca di dare una risposta a quei 300 mila stagisti (dati Unioncamere, che non comprendono la pubblica amministrazione) che ogni anno non sanno se stiano facendo formazione o un lavoro come un altro. La proposta del gruppo parlamentare del Pd permetterebbe agli studenti di una scuola di influire sulle scelte riguardanti gli stage che verranno operati dal proprio istituto tramite delle commissioni composte in egual numero da studenti e professori. Inoltre a livello regionale verrebbero istituiti degli albi dove affluirebbero tutti i pareri dati dagli stagisti rispetto all’esperienza maturata nel luogo di lavoro. Queste due novità contribuiscono al miglior coinvolgimento degli studenti capaci di isolare i casi di aziende che sfruttano gli stagisti. Ancora però nessuna legge parla del coinvolgimento del singolo studente durante l’arco temporale di svolgimento dello stage. Infatti andrebbe garantito un confronto continuo tra stagista, scuola o università e azienda per evitare derive non formative dell’esperienza. Queste derive sono diventate, nel di-

gi, neanche quella proposta da Damiano, garantisce rimborsi totali delle spese sostenute dagli stagisti. La proposta firmata da Damiano può aprire un serio dibattito nel paese teso a individuare le forme di passaggio tra mondo della formazione e mondo del lavoro mantenendo i due ambiti distinti. Questo dibattito deve vedere una discussione sull’apprendistato, forse l’unico ponte tra formazione e lavoro capace di dare qualche sicurezza economica e sociale (stipendio, contributi, ecc.) nel caso lo si rendesse realmente specializzante. Allo stesso tempo il dibattito deve interrogarci su quali forme di welfare e garanzie diamo agli studenti o ai neolaureati per non cadere nel ricatto di uno stage visto come unico miraggio di salvezza. L’introduzione di un reddito di formazione risulta diventare centrale per ridare autonomia ai singoli e libertà di scegliere del proprio futuro.

Governo “Diamogli futuro”: ecco S il contentino populista

Governo La ministra Meloni vara un nuovo piano di intervento perl’occupazione giovanile.

Una manovra ideologica e inefficace, che non affronta i grandi problemi di fondo

Antonio Zita

empre più lampante è l’orientamento puramente propagandistico concretizzato dal Governo Berlusconi. Passati 8 anni dall’approvazione della legge 30, oggi un’intera generazione è riuscita a portare all’attenzione della politica di palazzo, sempre più distante dal dialogo sociale, il suo non voler subire più una condizione di ricatto e non voler vivere in uno stato di precarietà lavorativa ed esistenziale. E opo aver gridato a lungo, la folla oceanica di precari riceve la solidarietà della società ma dal legislatore solo l’ennesima risposta populista. “Diamogli Futuro” si presenta come un piano di intervento del Governo con l’obiettivo teorico di fornire un lavoro stabile a giovani con meno di 35 anni, genitori di figli minori, disoccupa-

ti o occupati con contratto atipico (collaborazione coordinata e continuativa). Con l’investimento di 300 milioni di euro, di cui 216 messi in campo dal Ministro della Gioventù, potenzialmente potrebbero usufruire del beneficio 10 mila lavoratori, per un numero di imprese pari a 2 mila, nel caso in cui ciascuna di esse assumesse il massimo di 5 lavoratori. Ma nel piano non ci sono i criteri che riguardano le differenze di ripartizione delle quote e non è prevista alcun intervento reiterato in tal senso. Il

5 milioni di italiani vivono all’estero, la maggior parte ha meno di 35 anni. Non si può vivere in un paese dove il lavoro è sottopagato e non esiste crescita professionale. In una delle interviste di Riflessioni sull’orlo dell’Apocalisse (David Jay Brown, Mondadori 2006), si ribadisce una cosa semplice ma troppo spesso dimenticata. Se vogliamo che avvenga un cambiamento nel mondo del lavoro è necessario che ognuno impari a conoscere quello che può valere per un’azienda e a dire più spesso una parola monosillaba: no.

criterio della genitorialità, inoltre, è un aspetto che rinnega un indirizzo politico di carattere costituzionale (art. 2 e 3), che impegna la Repubblica a garantire l’effettivo sviluppo della personalità del cittadino, sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui esso è inserito. Questo orientamento non tiene in considerazione come la scelta di avere un figlio non sia connesso solo e soltanto ad aspetti lavorativi. Dunque lo scenario odierno ci impone una riflessione sui termini occupazionali e di tenu-

Bari Commissione statuto blindata

ta complessiva del nostro sistema economico e sociale. A cosa serve adottare un regime sempre più flessibile se questo non comporta una crescita del prodotto e dell’occupazione ma solo una precarizzazione dell’esistenza di centinaia di migliaia di persone? Servirebbero piani strategici e non manovre saltuarie, di natura prettamente pubblicitaria a favore del Governo. Se oggi si volesse realmente, come si presume essere l’orientamento del legislatore, combinare l’utilizzo di contratti atipici

corretti con una dose di stabilizzazione, certamente si dovrebbe agire alla fonte, la legge 30, che, sulla carta, è orientata “alla promozione di una società attiva, ove maggiori siano le possibilità di occupazione per tutti, migliore sia la qualità complessiva dei lavori, più moderne le regole che presiedono all’organizzazione dei rapporti e dei mercati del lavoro” ma che è, nell’oggettivazione di tale orientamento, responsabile di una proliferazione smodata e multiforme della stessa categoria contrattuale..

Nominata la Commissione per la revisione dello Statuto, con l’elezione negli Organi Centrali (le cui cifre mostrano la volontà di precludere i lavori a chi frenerebbe gli interessi di casta) di due studenti espressione di liste da sempre indifferenti alle mobilitazioni. LINK Bari confida che le promesse di trasparenza, la democrazia si traduca nella pubblicazione dei curricula dei membri, nella pubblicità dei lavori della commissione, fino a promuovere l’elaborazione di proposte comuni e sottoporre lo Statuto a referendum.


IV

In movimento

Sabato 9 aprile 2011

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Una testimonianza dal campo dove sono rinchiusi migliaia di uomini e donne in fuga dalla guerra e dalla fame

M

© la press

anduria, contrada Paione. L’ex struttura militare che da due settimane è adibita a tendopoli per fronteggiare l’emergenza immigrazione è il teatro di una delle vicende più grottesche e nello stesso tempo emozionanti degli ultimi anni. Grottesca per la gestione del campo, allestito in fretta e furia per accogliere dai duemila ai tremila tunisini, senza dotarlo delle condizioni minime indispensabili di decenza per accogliere gli “ospiti”: per giorni niente luce né acqua calda, pasti rancidi ed il divieto di accesso categorico per associazioni umanitarie e giornalisti. Ma il vero “capolavoro” del Governo sta nell’obbrobrio giuridico della struttura: né Cie né Cara, ma Cai (Centro di

L’umanità di Manduria e il razzismo di Stato accoglienza e identificazione), acronimo coniato per l’occasione con un vero gioco di prestigio. Quando sono cominciate le fughe di massa dei tunisini (all’inizio tollerate dalle forze dell’ordine), la sensazione era quella che per loro la scelta fosse fra la padella (restare nel campo fatiscente) e la brace (nel tentativo di raggiungere la prima stazione e prendere il primo treno, il rischio per i migranti era quello di diventare clandestini e di essere riportati, nella migliore delle ipotesi, nel campo bunker). Ad aggravare la situazione, la

Università

reazione delle comunità locali, con la nascita di vere e proprie ronde dedite alla caccia all’uomo, volte a trovare il tunisino fuggiasco e riconsegnarlo alle autorità. L’altra faccia della medaglia, senza retorica, sono proprio loro, i tunisini in fuga dal loro paese dopo il caos seguito alla “rivoluzione dei gelsomini”, desiderosi solo di raggiungere amici e familiari in Francia o in altri paesi europei in cui la crisi batte meno forte, per poi magari tornare nella loro amata terra ad acque più calme. Ne abbiamo incontrati tanti, in que-

ste frenetiche giornate, abbiamo raccolto le loro storie, ammirato la forza e la gioia con cui sabato 2 aprile hanno rotto il cordone della polizia e si sono riversati fuori dal campo in un corteo che profumava di libertà e di dignità: hanno vinto parzialmente la battaglia, visto che da allora il campo rimane un bunker inaccessibile ma le condizioni igieniche sono migliorate, è arrivata la luce, i pasti si sono fatti decen-

ti, ed i primi permessi temporanei cominciano ad arrivare (anche sulla scia dell’accordo fra il governo italiano e quello tunisino, altro obbrobrio giuridico). Tutto questo mentre piano piano il senso comune delle comunità locali è mutato, la paura dell’immigrato ha lasciato il posto in molti casi alla tolleranza e persino alla solidarietà, ed il campo è stato presidiato da attivisti, volontari, comuni cittadini che non hanno mai fatto mancare il loro sostegno agli amici migranti, e con loro hanno condiviso pane, sorrisi e sigarette (e improvvisato bellissime jam session di pizzica tunisino-salentina). Niente caritas o pietas, ma la condivisione per italiani e tunisini della stessa identica voglia di libertà; “Vive l’Italie” gridavano gli amici tunisini sabato, davanti ai nostri occhi: e noi, con loro, abbiamo guadagnato un barlume di speranza e una consapevolezza nuova.

Niente “pietas”o “caritas” ma la stessa identica voglia di libertà

di Leonardo Madio

Studente lavoratore? Paghi meno tasse

La figura dell’iscritto non a tempo pieno. Un percorso utile anche per tutti coloro che risulterebbero fuori corso e quindi non beneficiari del diritto allo studio

Migranti che protestano nel campo di Manduria

P

recariare stanca, lavorare pure. In un contesto di mancanza di politiche reali di diritto allo studio, capaci di permettere a studenti capaci e meritevoli di mantenersi il proprio percorso di studi, la via del lavoro, precario, a nero, o regolare è la “soluzione” per poter continuare a studiare e sognare un futuro differente. Con ovvie ricadute sul piano del rendimento universitario, sul numero degli esami sostenuti, sulla qualità della preparazione, sul numero di anni all’interno dell’università. Negli ultimi anni, molti atenei, per ridurre il numero di studenti fuoricorso, hanno adottato la figura dell’iscritto non a tempo pieno ad un corso universitario: uno studente che, pagando una quota minore delle tasse universitarie,

può dilazionare il proprio percorso di studi nel doppio degli anni (da 3 a 6, per il conseguimento del titolo di Laurea Triennale), usufruendo di un proprio piano di studi. Un percorso utile per gli studenti lavoratori, ma anche per tutti coloro che, per motivi familiari o di altra natura, risulterebbero fisiologicamente fuoricorso e quindi non soggetti ai benefici delle attuali politiche di diritto allo studio. Tuttavia, tali possibilità sono ancora poco conosciute dagli studenti universitari. Dai recenti dati del CNSVU (Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitari) si evince che le facoltà con un numero maggiore di iscritti a tempo parziale sono le facoltà di Architettura (10,53%), Ingegneria (5,95%) e Scienze Politiche (3,56%).

Tempo parziale vs part time Attenzione: non confondere lo “Studente impegnato a tempo parziale” con il c.d. “Studente part-time”. Lo studente part-time è uno studente che, ai sensi della L. 390/91 sul Diritto allo studio, collabora con l’Università per 150 ore ottenendo un contributo economico che varia a seconda delle Università.

Bari, l’Altra proposta Nel corso delle mobilitazioni del “Maggio barese”, contro la Riforma Gelmini e contro l’aumento delle tasse universitarie, gli studenti hanno presentato un’AltraProposta di tassazione universitaria che prevedeva una maggiore diffusione dello status di studente a tempo parziale e una tassazione comunque progressiva e legata al reddito Iseeu dichiarato.


Intervista

Rete della Conoscenza

sabato 9 aprile 2011

V

Prospettive «Serve una coscienza collettiva: abbiamo diritto ad avere diritti» Prospettive Dialogo con Salvo Barrano, archeologo freelance, tra i firmatari dell’appello

G

uardando i firmatari dell’appello si ha l’impressione di un puzzle composito, di mondi diversi che si incrociano. Cosa tiene insieme un archeologo e una giornalista, un portuale e un ricercatore precario, un avvocato e un operatrice di call center? Negli ultimi anni parecchi di noi si sono occupati nel proprio settore di precarietà. Ci siamo intercettati, nel tempo, nel corso di incontri e assemblee, e abbiamo capito di aver molto più punti in comune di quanto si potesse sospettare. Ci accomuna una condizione di precarietà, che, in forme molto diverse, colpisce sia il lavoro manuale più tradizionale sia il lavoro della conoscenza, il cosiddetto lavoro intellettuale. Ad accomunarci è un’assenza: assenza di diritti, di congedi parentali, di diritto alle ferie, di accantonamenti per il Tfr. Ci accomunano dei vuoti, e questi vuoti ci hanno spinto a dire che avevamo molte cose in comune, e allora abbiamo iniziato a costruire una rete

per avanzare delle proposte in positivo, in modo che in futuro possiamo essere accomunati da dei diritti. E quali sono queste proposte? La prima è sicuramente la continuità del reddito. Sia i lavoratori che sono discontinui loro malgrado, sia coloro che, come i lavoratori dello spettacolo, hanno un lavoro che è discontinuo per forza di cose, non possono non essere sostenuti nei periodi in cui non lavorano. Poi chiediamo una riforma del welfare. Ora abbiamo un welfare familistico: se hai un posto di lavoro hai diritti e uno welfare che ti tutela, se no non hai accesso ai congedi parentali come a tante altre cose. Vogliamo una riforma del welfare in senso universalistico: i diritti universali devono essere garantiti ai lavoratori a prescindere dal tipo di impiego e dalla forma contrattuale. Infine, il problema casa. Non è possibile che non ci sia una rete di protezione sociale che preveda un diritto alla casa. Così le persone sono lasciate preda del mercato. Queste sono

©salvatore contino

Il nostro tempo è adesso, tappa verso una mobilitazione stabile della generazione precaria

le nostro prime proposte. In ogni caso, per noi il 9 aprile non è un traguardo, ma una tappa all’intero del percorso. Confidiamo di andare avanti, fare ulteriore sintesi e arrivare a proposte più dettagliate. Il percorso di preparazione della mobilitazione di oggi ha smosso un bel po’ di energie in giro per l’Italia. Da do-

mani, come intendete procedere? Vogliamo consolidare la rete che si è formata, sia per scambiare esperienze, sia perché ci consenta di creare una coscienza collettiva, direi una coscienza di classe se non fosse un termine troppo impegnativo, che finora è stata troppo flebile. Dobbiamo rivendicare il diritto ad avere dei di-

Politica Facciamo 10 domande ai politici che oggi saranno in piazza con noi. La precarietà non

cade dal cielo e non è neppure una condizione inevitabile. Per eliminarla servono fatti concreti 1.La precarietà non è come la pioggia che cade dal cielo, bensì è il frutto di processi di ristrutturazione produttiva e di politiche del lavoro ben precise, portate avanti da governi di centrodestra e centrosinistra. È pronto a invertire la tendenza verso la precarizzazione, in atto da ormai 15 anni? 2. Molti lavoratori precari non godono dei più elementari diritti, dalla malattia allo sciopero, dalle ferie ai congedi parentali. Si impegna a votare una legge che stabilisca uguali diritti per tutti i lavoratori, che siano a tempo indeterminato o a tempo indeterminato? 3. Una grandissima parte dei contratti atipici contrabbanda per lavoro autonomo il normale lavoro subordinato. Si impegna a votare la cancellazione di queste figure contrattuali e a ricondurre tutto il lavoro dipendente all’interno dello stesso quadro contrattuale? 4. Il sistema italiano di welfare è basato su uno schema di rapporti produttivi che non esiste più e lascia scoperta una quota sempre più ampia di persone. Si impegna a votare l’introduzione di strumenti di welfare universale?

Pronto a tagliare la precarietà?

5. In particolare, si impegna a votare l’attuazione della risoluzione 2010/2039(INI) del Parlamento europeo, che invita gli stati membri a introdurre un reddito minimo per promuovere l’inclusione sociale, pari almeno al 60% del salario medio nazionale? 6. L’Italia in cui praticamente ogni famiglia ha una casa di proprietà, dopo 15 anni di precarizzazione del lavoro, è ormai un ricordo, soprattutto per la nostra generazione. Si impegna a votare la promozione di politiche pubbliche attive per il diritto all’abitare, in grado di calmierare il mercato degli affitti? 7. Il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua, qualche mese tempo fa, ha dichiarato: «Se i precari sapessero a quanto ammonta la loro pensione rischieremmo un sommovimento sociale». Si

impegna a porre fino allo scandalo della gestione separata, a stabilire chiarezza, trasparenza ed equità nella gestione dei contributi previdenziali dei lavoratori precari e a garantire la totalizzazione senza riserve dei contributi indipendentemente dal fondo in cui si versa? 8. La precarietà inizia nei luoghi della formazione. Migliaia di studenti, ogni giorno, partecipano a programmi di stage, tirocinio o alternanza scuola/lavoro, privi di qualsiasi tutela sociale e spesso anche di qualsiasi valore formativo. Si impegna a votare l’introduzione di uno statuto dei diritti degli studenti in stage, che stabilisca tutele, forme di welfare e criteri di qualità formativa? 9.Moltissimi studenti e studentesse, oggi, in Italia, sono costretti ad accettare lavori preca-

ri e spesso in nero per mantenersi gli studi e conquistare l’autonomia dalla famiglia. Si impegna a votare la copertura totale degli idonei alle borse di studio, il potenziamento dei servizi pubblici legati a mense, trasporti e alloggi e l’introduzione di un reddito per i soggetti in formazione, già presente in 25 dei 27 paesi dell’Unione Europea? 10.Il sistema produttivo italiano, in crisi, si ritaglia margini di profitto e competitività livellando verso il basso i diritti e i salari invece che scommettendo sui saperi e sulla riconversione ecologica dell’economia. Si impegna a votare un piano di investimenti su formazione e ricerca, che sappia rilanciare l’obiettivo della piena e buona occupazione, orientando la produzione in senso sociale e ambientale?

ritti. Non è semplice proporsi di aggregare i precari quando i precari puntano principalmente a non esserlo più. Il bivio è sempre lo stesso: rivendicare tutele per i precari o rivendicare l’uscita dalla precarietà? Bisogna distinguere: c’è tutto un settore della precarietà che altro non è se non un abuso, e va ricondotto all’interno delle tradizionali forme di lavoro, tramite stabilizzazioni, lotte agli abusi, controlli, e su questo il sindacato può svolgere ruolo importante. Su altro fronte, invece, che è quello del lavoro autonomo, di vario tipo, deve intervenire un welfare universale, che funzioni in rapporto alla persona e non al posto di lavoro. Il rapporto con la politica è un punto critico per ogni movimento. Tra gli aderenti alla mobilitazioni di oggi ci sono vari soggetti partitici, eppure le riforme del mercato del lavoro negli ultimi due decenni sono state portate avanti molto spesso in maniera bipartisan. Come vi ponete su questo? Prendiamo che le politiche del lavoro negli ultimi 15 anni, sotto diversi governi, hanno prodotto questo quadro. Il bilancio politico è quindi misero, ed è sotto gli occhi di tutti: un milione e mezzo di atipici, la precarietà nella pubblica amministrazione, ecc. Il fatto che, però, abbiano aderito sia il più grande sindacato italiano sia quasi tutti i partiti del centrosinistra è un segnale. Credo che su questo possano giocare un ruolo fondamentale le organizzazioni giovanili, che sentono il problema e lo vivono sulla propria pelle.

Rete della conoscenza Via IV Novembre 98, 00187, Roma www.retedellaconoscenza.it tel/ 0669770328 inforetedellaconoscenza.it Coordinamento editoriale a cura di: Lorenzo Zamponi hanno collaborato: Roberto Iovino, Roberto Campanelli, Angelo Buonomo, Enrico Consoli, Nicola Tanno, Andrea Aimar, Federico Del Giudice, Cinzia Longo Grafica: Filippo Riniolo Chiuso in redazione alle ore 19.00 La Rete della Conoscenza è il network promosso da Unione degli Studenti e Link-Coordinamento Universitario www.unionedeglistudenti.it www.coordinamentouniversitario.it


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