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pace Conflitti e Violenza

anno VII, n.11, lug-dic 2010

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presente. La vicenda israelo-palestinese è legata fortemente a quello che è accaduto nel ‘900; sarebbe impensabile oggi una messa a tema di questo conflitto prescindendo, non dico da tutta quanta la storia di questi popoli, ma per lo meno dal momento (un punto di svolta) che sancisce la possibilità per un popolo di edificare la propria identità collettiva sullo status di vittima. Si tratta di un percorso, e diversi studiosi israeliani lo hanno evidenziato, molto pericoloso, perché nel momento in cui costruisco la mia identità di popolo attraverso il dispositivo della sofferenza, questa può cristallizzarsi in una posizione morale capace di tenere in scacco, a diversi livelli, i propri interlocutori. Ecco, credo allora che dobbiamo riuscire ad affrancarci dalle lunghe catene del “secolo breve”e guardare a questo conflitto come a una sfida cruciale, ossia come riuscire a costruire la propria identità senza necessariamente distruggere quella altrui. Prendendo di petto, come dicevo, la concezione di conflitto intrattabile. Per cercare di capire se è possibile (e secondo me è possibile) un’uscita da una condizione di belligeranza, anche se a bassa intensità, per accedere a una condizione di co-esistenza. Se scendiamo dai piani alti delle idee, quelle idee che ci consegnano una sorta di conflitto come destino, e guardiamo verso il basso, alla vita quotidiana delle persone comuni, si possono intravedere spiragli. Per esempio, ho l’impressione che in alcuni settori di entrambe le popolazioni, soprattutto quella israeliana a mio modo di vedere, si registri una stanchezza da conflitto… E non è certo un caso che, per impedire che la stanchezza dia voce a uno scomodo interrogativo: “Ma perché continuiamo a combattere?” prontamente si registri una fiammata del conflitto che chiama alla mobilitazione. Perché quando gli esseri umani sono mobilitati per fronteggiare un nemico pensano di meno. Allora, sono dell’idea che questa stanchezza non vada lasciata sola. È una stanchezza che non va fatta diventare apatia: va aiutata in senso costruttivo, ossia cominciando a presentare la possibilità di fare le cose diversamente da come ce le raccontano. Credo che sarà fondamentale continuare paradossalmente a “non apprendere” dall’esperienza e quindi a non aver paura dell’insuccesso. Continuare a sfidare l’insuccesso. Perché normalmente un essere umano, nel momento in cui incappa in un fallimento, va altrove. O desiste. Penso che in questo caso ci sia bisogno di una forma di investimento che non faccia calcoli a breve, che non si faccia schiavizzare da una logica mercantile, per cui “ho fatto X e non ottengo niente: quindi non ha più senso fare X”. In realtà no! Questo conflitto cosiddetto intrattabile richiede un cambiamento di logica rispetto alla dinamica della vincita e della perdita. Magari dando vita a una miriade di piccole esperienze che, sebbene apparentemente minimali o residuali rispetto alla grande scacchiera del conflitto, segnalano che lo stesso non è inevitabile. Forse, pensando al tempo di vita di un essere umano, non si riusciranno a vedere compiutamente i frutti. Ma tali sforzi risultano decisivi per il tempo lungo di una società. DS: Anche perché si tratta di una macchina che ha costruito proprio sul conflitto la sua stessa ragione d’essere… quindi come un organismo vivente non può che evolvere procedendo per tentativi, attraverso l’apprendimento fondamentale degli insuccessi… Nel tempo mi sono trovato via via a riconsiderare parole come “pace”, quasi partendo da un’educazione Disneyana, superficiale, desiderando metterla

Pace Conflitti e Violenza  

pubblicazione della Società Italiana di Scienze Psicosociali per la pace sulla progettualità di Decolonizing Architecture

Pace Conflitti e Violenza  

pubblicazione della Società Italiana di Scienze Psicosociali per la pace sulla progettualità di Decolonizing Architecture

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