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pace Conflitti e Violenza

anno VII, n.11, lug-dic 2010

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do per sbaglio (oppure no) le strade asfaltate a solo uso “targhe gialle”. A queste esperienze “attive” si accompagnano momenti riflessivi: tutto quello che viene personalmente sperimentato viene poi decodificato e sistematizzato durante le open lectures pubbliche sul terrazzo di casa Petti-Hilal, tenute da professori, dipendenti comunali, filosofi, politici, artisti, urbanisti, militanti. Sul piano progettuale la metodologia è simile e appassionante. Attorno ad ogni caso spaziale preso come oggetto di studio e di progettazione politica e architettonica, si condensano pratiche di diversa natura. I luoghi non sono letti solo in funzione del loro significato politico e i sopralluoghi non assomigliano a quello che accademicamente s’intende per indagine sul campo. Un’ex base militare israeliana, e prima ancora giordana e britannica, può diventare il teatro dove il racconto dei razzi sparati durante la seconda intifada sulle case vicine si sovrappone alle spedizioni di bird watching di prima mattina, i pranzi con la famiglia allargata sotto al chiosco del nuovo parco giochi costruito con i materiali dell’ex base si alternano allo studio e alla rappresentazione delle tecniche di evacuazione dell’esercito israeliano.

16.01.2010 Everything is politics. Oggi ho piantato un albero. Qui a due passi una coppia di giovani inglesi, con alle spalle svariati viaggi in sudamerica e un bagaglio di esperienze in agronomia, ha sentito, pensato, deciso di sistemare una casa abbandonata e diroccata, ma saldamente ancorata al fianco di una meravigliosa valletta per qui avviare un progetto di piantumazione. Molto ben fatto per la verità, nulla di improvvisato. Un micro laboratorio di autosufficienza attraverso la coltura e il riciclo. La valle è snella, verdissima e speciale, modellata da terrazzamenti, tanto da farmi ricordare di essere nel panorama ambientale mediterraneo e non in uno sperduto deserto del medio-oriente. L’esile fuscello, per quanto giovane, ha bisogno di una buca abbastanza grande in modo da ricevere più umidità possibile, quindi si parte di picozza e di tanto in tanto una svanghettata per togliere la terra frantumata. Osservo T. scavare con mestiere. In t-shirt tutto il tempo. Io e P. indossiamo un maglione e un giubbino. Gli dò il cambio e il primo strato di vestiario se ne va assieme ad altri 20cm di terra. Un giusto scambio nella formula di trasformazione energetica. Comincio a faticare dopo un paio di turni e sento che il mio fisico non è preparato quanto il mio spirito in quest’azione. Ormai la buca mi sembra abbastanza grande che quasi ci entro. Mimo una scena in cui al colpo successivo ci casco dentro stecchito. “Is it enough?” - “Much more!”. E avanti così per un altro quarto d’ora finché it’s enough.

Così s’impara ad essere contemporaneamente satelliti di un sistema di riflessione che si costituisce nel corso di poche settimane, testimoni e cavie di un progetto politico perverso ed ultra efficiente, architetti chiamati ad interrogarsi sul futuro di un territorio decolonizzato, e poi, una volta in Europa, si riprende la propria vita continuando ad essere ognuna di queste cose insieme. E questa continua transizione soggettiva è certamente uno degli aspetti più intensi dell’esperienza con Decolonizing Architecture.

approfondimenti: >

http://dl.dropbox.com/u/906413/sispa/Spellegrini_FVargiu.pdf.zip

Pace Conflitti e Violenza  

pubblicazione della Società Italiana di Scienze Psicosociali per la pace sulla progettualità di Decolonizing Architecture

Pace Conflitti e Violenza  

pubblicazione della Società Italiana di Scienze Psicosociali per la pace sulla progettualità di Decolonizing Architecture

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