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Conflitti e Violenza Anno VII, n. 11, lug-dic 2010

Wall-art di Banksy, base militare evacuata di Oush Grab (Beit Sahour, Bethlehem) Foto di Francesco Mattuzzi

Giornale della Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace

SISPa – Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace Presidente: Adriano Zamperini Direttivo: Marialuisa Menegatto – Mauro Sarrica Sito internet: www.sispa.it Indirizzo e-mail: segreteria@sispa.it


pace Conflitti e Violenza Giornale della Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace Onlus - SISPa

In questo numero: Decolonizing minds Diego Segatto intervista Adriano Zamperini Il viaggio è un progetto esperienziale? di Diego Segatto Spaesarsi. Denudarsi. Ritrovarsi con altre scarpe. (Un diario scorretto) di Diego Segatto Future Archaeology di Alessandro Petti, Sandi Hilal, Eyal Weizman Can “spatial resistance” be harnessed as a tool to redefine a political landscape? di Ahmad Barclay How to profane the colonial land order? di Lorenzo Pezzani How to subvert the visual language used in the process of creating an illegal oupost? di Brave New Alps Chi possiede le linee? di Nicola Perugini Un gruppo che sviluppa nuove forme di solidarietà? di Sara Pellegrini Ap-punti di vista (allegato di viaggio) Libri di Marialuisa Menegatto

DIREZIONE E REDAZIONE Società Italiana di Scienze Psicosociali per la Pace Onlus - SISPa Via General Chinotto, 24/1 – 36100 Vicenza Tel: 380 7745993 Indirizzo e-mail: segreteria@sispa.it Sito internet: www.sispa.it Il Giornale è diretto da: Adriano Zamperini E curato da: Marialuisa Menegatto In questo numero ha collaborato: Diego Segatto Si ringraziano: Sara Pellegrini, Alessandra Gola, Andrea Mochi Sismondi e Fiorenza Menni Copyright Tutto il materiale scritto nel presente numero è disponibile sotto licenza Creative Common Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0. Significa che può riprodotto a patto di citare “Pace, conflitti e violenza”, di non usarlo per fini commerciali e di condividerlo con la stessa licenza. Tutti i numeri possono essere scaricati da www.sispa.it


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Decolonizing minds Università di Padova / Dipartimento di Psicologia Applicata 21 ottobre 2010 Diego Segatto: Il conflitto israelo-palestinese, la questione medioorientale sono affette da una sorta di alone di quotidianità e cinismo, sospinto dalla “pornografia del conflitto”. Nella sua sovraesposizione, nel non farsi mai mancare i dettagli scabrosi e la parte peggiore della questione, la percezione comune quando non schierata a sostegno di una parte o dell'altra arriva a dire: “speriamo che si ammazzino a vicenda”. Nell’esperienza di residenza e collaborazione con Decolonizing Architecture, di cui vogliamo trattare in questo numero, cosa e come hai intuito poter contribuire attraverso la SISPa a una già folta letteratura? Adriano Zamperini: Innanzitutto si tratta di un’esperienza non adeguatamente conosciuta e di cui si parla poco; dall’altro c’è, a mio vedere, una visione stereotipata del conflitto. Dici che il conflitto è sovraesposto, ma se analizzi come viene esposto o sovraesposto si nota chiaramente la tendenza a polarizzare le posizioni; per esempio, quando si parla di Israele emerge la visione di uno Stato compatto che in modo altrettanto compatto fronteggia lo Stato palestinese. Chi ha una conoscenza maggiore della realtà di Israele sa invece che è molto più composita e articolata; ad esempio nello Stato di Israele c’è una fetta di popolazione araba di cui pochi parlano… Il conflitto rappresentato, penso soprattutto ai mass media, sembra privo dell’idea che questi due Paesi in qualche modo possano “muoversi”, quasi che fossero Paesi, come dire, “cristallizzati”nel linguaggio di un conflitto “intrattabile”e ridotti a due entità granitiche che non hanno altro destino se non quello di scontrarsi; uno scalfirsi e ferirsi attraverso “blocchi di granito” che collidono di volta in volta per qualsiasi motivo. Quindi, dal mio punto di vista, credo sia fondamentale rompere questo tipo di messaggio stereotipato, che ingabbia la pensabilità di un’alternativa. Nel senso che il linguaggio informa la mia mente, e la mia mente, nel momento in cui non ha accesso a una pensabilità alternativa, rispetto a quella del conflitto intrattabile, quando mai proverà a mettere in atto una qualsiasi alternativa? Nemmeno riuscirà a prefigurarla come una possibile azione e quindi rischiamo di rimanere imprigionati in queste idee stereotipate, rigide, per cui sostanzialmente c’è solamente conflitto e il conflitto è il destino: nel momento in cui si afferma una logica fatalistica, questa logica impoverisce la pensabilità perché prosciuga energia (emotiva, cognitiva, d’azione) rispetto alla possibilità di attuare un’alternativa all’esistente. Quindi credo che il vostro progetto sia importante innanzitutto perché non si arrende all’esistente. Anzi lo sfida. Oggi siamo tutti un po’ schiacciati dall’esistente come una sorta di inesorabilità… come quando ci dicono “eh va beh, è la globalizzazione…”, sì ma cosa vuol dire “la globalizzazione”? Chi fa la globalizzazione? Viene giù dal cielo? Mi pare di no. Invece la fanno gli esseri umani, che organizzano i mercati in un certo modo, che danno una certa impronta ai flussi finanziari, che impongono certe regole a certi Paesi e ad altri altre regole ancora, ma sono gli esseri umani che decidono come questo fenomeno si


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concretizza. Se ad esempio noi pensiamo a come ci viene raccontata la globalizzazione ne riceviamo l’idea di un evento fatalistico che suona, discorsivamente, più o meno così: “è la globalizzazione, bellezza, la globalizzazione. E tu non ci puoi fare niente… niente!” (parafrasando la celebre esclamazione di Humprey Bogardt ne “L’ultima minaccia” di Richard Brooks, film del 1952 n.d.s.). No? C’è poco da fare, bisogna semplicemente adattarsi a questa tendenza. Ecco, adattamento è una parola molto pericolosa. Io non credo sia questo il modo giusto per porre la questione, è come pensare al conflitto tra Israele e Palestina in modo analogo a come si pensa alla globalizzazione: “è così”. Questi due Paesi e questi due popoli continueranno ad odiarsi all’infinito, perché, così ci raccontano, ci sono valide ragioni da entrambe le parti. Basta anche vedere come gli stessi libri di storia nei due Paesi raccontino le stesse vicende in modo diverso. E quindi siamo tutti bloccati da racconti stereotipati del passato che ci dicono che non c’è via d’uscita futura se non quella di un conflitto a bassa intensità. Con questo voglio dire che, archiviate, almeno così sembra, le grandi imprese belliche degli anni passati, questo conflitto si manifesta sempre più come aggressione capillare verso esseri umani sorpresi nella loro quotidianità, nel loro modo di vivere. Non è più un conflitto che finisce sulle prime pagine dei giornali perché ci sono episodi efferati, sì qualche avvenimento eclatante qua e là ancora si manifesta ma, complessivamente, il conflitto pare decisamente instradato lungo un percorso di bassa intensità. E, di conseguenza, rubricato come normalità. Una sorta di deriva in una abituazione del pensiero a ciò che in qualche modo è sostenibile, accettabile: accade là, non ci tocca più di tanto, è abbastanza lontano dalle nostre faccende quotidiane ed è, sostanzialmente, “faccenda loro”. Un po’ come quando nel linguaggio comune si pensa che la lotta tra gruppi mafiosi sia “faccenda loro: che si ammazzino tra di loro… chi se ne frega”. Si riscontra una sorta di pace, un clima migliore nel nostro ambiente: si ammazzano, qualcuno esce vincente, impone con la forza l’ordine (e anche tranquillità, da un certo punto di vista) e a noi va bene. Credo sia fondamentale affrancarci da questa visione che ritengo totalmente sbagliata e funesta. Di fatto è la tecnica dello struzzo: ci autoinganniamo ficcando la testa nel buco nero del pensiero. Cantiamo a noi stessi la ninna nanna, pensando che non siano avvenimenti che ci riguardino, quando poi sappiamo benissimo che non è così. Visto che, solo per richiamare la famigerata globalizzazione, siamo tutti connessi in un pianeta sempre più connesso. Ritengo inoltre che la vostra iniziativa, oltre che sul piano operativo (noi stiamo parlando in questo momento di qualcosa che voi avete già fatto, e che probabilmente continuerete a fare), sia importante anche sul piano comunicativo. Oggi come oggi c'è un enorme bisogno di una comunicazione che sappia rompere questa sorta di ethos conflittuale che è presente, prima che sul campo, dentro i racconti con cui si racconta il conflitto. DS: E nella sua accezione più ampia e globale, perché può essere ancora rilevante sulla tematica “pace e conflitto”? AZ: Aggiungerei un punto a questa domanda. Noi facciamo i conti probabilmente con l’ultimo lascito del ‘900… nel senso che il ‘900 ha inventato nazioni, ha costruito nuove aggregazioni geopolitiche che continuano, nel loro versante problematico, a parlare la lingua del

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presente. La vicenda israelo-palestinese è legata fortemente a quello che è accaduto nel ‘900; sarebbe impensabile oggi una messa a tema di questo conflitto prescindendo, non dico da tutta quanta la storia di questi popoli, ma per lo meno dal momento (un punto di svolta) che sancisce la possibilità per un popolo di edificare la propria identità collettiva sullo status di vittima. Si tratta di un percorso, e diversi studiosi israeliani lo hanno evidenziato, molto pericoloso, perché nel momento in cui costruisco la mia identità di popolo attraverso il dispositivo della sofferenza, questa può cristallizzarsi in una posizione morale capace di tenere in scacco, a diversi livelli, i propri interlocutori. Ecco, credo allora che dobbiamo riuscire ad affrancarci dalle lunghe catene del “secolo breve”e guardare a questo conflitto come a una sfida cruciale, ossia come riuscire a costruire la propria identità senza necessariamente distruggere quella altrui. Prendendo di petto, come dicevo, la concezione di conflitto intrattabile. Per cercare di capire se è possibile (e secondo me è possibile) un’uscita da una condizione di belligeranza, anche se a bassa intensità, per accedere a una condizione di co-esistenza. Se scendiamo dai piani alti delle idee, quelle idee che ci consegnano una sorta di conflitto come destino, e guardiamo verso il basso, alla vita quotidiana delle persone comuni, si possono intravedere spiragli. Per esempio, ho l’impressione che in alcuni settori di entrambe le popolazioni, soprattutto quella israeliana a mio modo di vedere, si registri una stanchezza da conflitto… E non è certo un caso che, per impedire che la stanchezza dia voce a uno scomodo interrogativo: “Ma perché continuiamo a combattere?” prontamente si registri una fiammata del conflitto che chiama alla mobilitazione. Perché quando gli esseri umani sono mobilitati per fronteggiare un nemico pensano di meno. Allora, sono dell’idea che questa stanchezza non vada lasciata sola. È una stanchezza che non va fatta diventare apatia: va aiutata in senso costruttivo, ossia cominciando a presentare la possibilità di fare le cose diversamente da come ce le raccontano. Credo che sarà fondamentale continuare paradossalmente a “non apprendere” dall’esperienza e quindi a non aver paura dell’insuccesso. Continuare a sfidare l’insuccesso. Perché normalmente un essere umano, nel momento in cui incappa in un fallimento, va altrove. O desiste. Penso che in questo caso ci sia bisogno di una forma di investimento che non faccia calcoli a breve, che non si faccia schiavizzare da una logica mercantile, per cui “ho fatto X e non ottengo niente: quindi non ha più senso fare X”. In realtà no! Questo conflitto cosiddetto intrattabile richiede un cambiamento di logica rispetto alla dinamica della vincita e della perdita. Magari dando vita a una miriade di piccole esperienze che, sebbene apparentemente minimali o residuali rispetto alla grande scacchiera del conflitto, segnalano che lo stesso non è inevitabile. Forse, pensando al tempo di vita di un essere umano, non si riusciranno a vedere compiutamente i frutti. Ma tali sforzi risultano decisivi per il tempo lungo di una società. DS: Anche perché si tratta di una macchina che ha costruito proprio sul conflitto la sua stessa ragione d’essere… quindi come un organismo vivente non può che evolvere procedendo per tentativi, attraverso l’apprendimento fondamentale degli insuccessi… Nel tempo mi sono trovato via via a riconsiderare parole come “pace”, quasi partendo da un’educazione Disneyana, superficiale, desiderando metterla


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da parte e rivalutando invece “conflitto” come una sua controparte imprescindibile e inquadrando meglio l’idea di “confronto”. Come consideri nella tua dimensione personale questi concetti, cosa significano per te? AZ: Questa domanda è un invito a stare qui per i prossimi venti giorni di fila e ancora saremo lì ad abbozzare sulle premesse della risposta (risate)... DS: …hai ragione, quali sono allora le premesse della rivista che dirigi, Pace Conflitti e Violenza? AZ: La rivista, appunto una piccola esperienza, assume su di sé questo tipo di sfida, cercando di affrontare temi che altrimenti rischiano di essere svuotati di significato. Mentre guerra e conflitto sembrano ancora godere di buona salute, pace è una parola maltrattata, direi in modo osceno… ad esempio oggi va di moda una sua coniugazione in pacificazione, ossia quale esito di un intervento violento… DS: …potremmo anche dire di "bonifica"… AZ: …sì, contro qualcuno e quando questo qualcuno viene tolto di mezzo ecco sbocciare la pacificazione. Come se la pacificazione fosse sempre l’esito della sopraffazione o della resa dell’altro. Non è certo casuale che la stragrande maggioranza degli analisti politici usino questo termine e non la parola “pace”. Un Paese così “pacificato” è spesso un Paese fortemente instabile e a rischio di ulteriori violenze. Se oggi come oggi ci si attesta sull’esito della vittoria del più forte sul più debole, una superiorità misurata dalla forza militare, bisogna sempre fare i conti con la tenuta antropologica nel tempo: non è infrequente che lo sconfitto di oggi diventi il vincitore, violento, di domani. Perché tutte le logiche di “pacificazione armata” hanno il fiato corto, sono logiche a breve raggio, non possono reggere sul lungo tempo della storia. Detto questo, la rivista è nata anche per portare il nostro sguardo su mondi remoti e conflitti lontani. Viviamo in un Paese, il nostro, che, a dispetto delle sue tradizioni e della rilevante posizione geo-politica, è decisamente ignorante rispetto a quello che accade nel mondo. Ne consegue, come si diceva poco fa, che la nostra visione del conflitto tra israeliani e palestinesi è stereotipata. In un simile desolante panorama informativo, non stupisce che le migliori fonti di conoscenza sull’argomento siano dei fumetti (vedi “Palestine” di Joe Sacco, n.d.s.), perché riescono maggiormente a fornire un reportage sul quotidiano vivere durante un conflitto. Potremmo discutere a lungo cos’è pace o violenza e non-violenza, come se la pace fosse la negazione di qualche cosa e non l’affermazione di altro… La rivista quindi ha questo scopo: portare questi concetti nel quotidiano, non tenerli nelle teche ben ovattate dei musei o nelle cerimonie pompose con cui praticamente ogni anno si santifica la pace, ma usarli per apprendere quel che accade nel mondo, per poter spendere nella nostra quotidianità ciò che può essere appreso dal mondo. Personalmente ho appreso moltissimo dagli studi che ho condotto sui conflitti internazionali. Per esempio, capire cosa è stato un campo di sterminio, cercandovi le tracce lasciate dagli esseri umani in quel frangente, come ci ha insegnato Primo Levi. E che esseri umani sono quegli esseri umani? Cosa vuol dire vivere in

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quelle condizioni? Penso che oggi ci insegni molto rispetto a come noi conviviamo, cosa facciamo, cosa pensiamo, perché siamo comunque il frutto di quei processi storici. L’idea di fondo è quella di saper guardare lontano per vedere meglio il nostro vicino, quel che sta accadendo, perché questi sono fenomeni che gettano luce sul nostro quotidiano. E per tornare al tema principale del nostro discorso, abbiamo a che fare con due Paesi che hanno una storia ben definita, molto chiara, raccontata diversamente, e sono Paesi che non possono tornare indietro. E hanno una sola prospettiva: decidere quale futuro avranno. Non hanno altre soluzioni. Ed è fondamentale capire che nei rapporti umani è così: non torni mai indietro, puoi solo decidere che futuro avrai. Quindi come ragioni sul futuro se questo presente non ti è gradito? Considerando questi conflitti ci rendiamo conto che molte situazioni (pensiamo ai conflitti urbani che abbiamo anche nel nostro Paese, per esempio sulla convivenza con gli immigrati) pongono delle sfide che hanno analogie molto forti. Non si può tornare indietro. L’idea di poter restaurare un mondo che magari ci piaceva di più o che si desidera di più non è possibile. Allora la grande sfida è: a fronte di un passato che non è più riscrivibile, a fronte di un presente che non è soddisfacente o comunque carico di angosce e sofferenza, che pensabilità diamo al nostro futuro? Questo tipo di esperienza, pure nei suoi aspetti estremi, violenti, sa parlare anche alle nostre vicende, perché in molti casi noi stessi siamo consegnati a questo tipo di sfida: possiamo riprenderci il futuro? Possiamo pensarlo per lo meno, senza doverlo subire come prossimo ineluttabile presente? È possibile non confinare i nostri pensieri in uno scantinato, come fossero qualcosa di cui disfarsi? Vorrei invece che provassimo a pensare in modo sconveniente… provassimo a pensare a ciò che apparentemente sembra “strano”. Un conflitto si gioca nel dopo, non nel prima o nel durante. Ho l’impressione che la tensione che c’è tra Israele e Palestina sia un po’ quella di due duellanti che tengono aperto il conflitto perché non sanno che cosa fare dopo il conflitto. E hanno paura di questo vuoto. Quindi, se tengo aperto il conflitto, non mi pongo la questione del dopo perché devo ancora vincere il duello. È come se ci fosse una latente paura di questo dopo… e poi? Che cosa succede? I problemi nascono lì! Quando c’è il conflitto aperto le posizioni, bene o male, sono chiare e definite. Bisognerebbe invece portare al cospetto di questi due duellanti idee su come potrebbe essere questo dopo, anticipandolo, approfittando magari del momento in cui sono stanchi, per cui sono prostrati e hanno bisogno di alcune pause… come i militari durante il primo conflitto mondiale quand’erano in trincea e se ne stavano rannicchiati, parlando addirittura con il nemico: “che stiamo facendo qua?… perché ci stiamo sparando addosso?”ed erano i momenti più pericolosi per i comandanti perché era una forma di insubordinazione al principio della guerra. E lì a dire: “ma io e te siamo uguali, perché ci stiamo sparando…ha senso spararci? Per queste due rocce di cui non sappiamo niente… non sappiamo cosa farcene di queste due rocce…” E allora questi sono pensieri disturbanti, pensieri che solitamente si vogliono mettere a tacere perché, evidentemente, nei conflitti armati ci sono parecchi interessi. Torno a ribadire il concetto centrale che dicevo poco fa: noi abbiamo un deficit di pensabilità. È come se la nostra immaginazione fosse stretta da un cappio. Un cappio ben stretto dai


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discorsi politici, mentre incontro sempre più esperienze in cui l’umano è più avanti del politico. Gli esseri umani, quelli concreti e non quelli tratteggiati dai discorsi fumosi dei potenti, sono più avanti del politico perché dimostrano che nel proprio quotidiano, nelle proprie difficoltà riescono a fare quel passo che rende il politico, come dire... attardato. Superato. Le vostre esperienze, come altre esperienze, danno anche questo tipo di segnale: forte è l’impressione che oggi il politico stia rincorrendo l’umano, piuttosto che governarlo. Voglio dire che il politico sembra più che altro attardato in una politica di consenso e non invece di pensabilità di come gli esseri umani potrebbero vivere insieme. Sono allora le esperienze dal basso che vanno a sfidare questi assetti, e lo può fare meglio chi oggi non ha il problema del consenso. Per questo, appunto, bisogna sfidare l’insuccesso, fregandosene del consenso, fregandosene della riuscita a ogni costo perché questo tipo di logica imprigiona l’immaginazione, la trattiene… la trattiene ostaggio della tirannia del guadagno immediato. E su questo piano mi pare facciano più cose, ad esempio, i mercanti che i politici. Se andiamo a vedere, che so, nei Balcani “pacificati” vediamo che spesso le cose migliori le fanno i frontalieri, chi vive e opera nelle zone di frontiera. Spesso il mercato funziona con una logica molto semplice… DS: …il movimento “obliquo” dei contrabbandieri… AZ: …esatto. Cioè “io ho una cosa, tu ne hai un’altra… io ti dò un pezzo della mia cosa, tu mi dai un pezzo della tua…”. Siamo fortemente interdipendenti e intrecciati, anche se punto a isolare un essere umano dagli altri. E penso a Israele, che sta edificando praticamente un Paese alla stregua di una città fortificata, come se bastasse innalzare muri per avere un futuro. Temo che con il tempo una simile logica, non solo non riuscirà a piegare chi si vuol piegare, ma finirà per indebolire chi ora sta al riparo di questi muri. Recentemente ho rivisto il film “Il deserto dei Tartari”, tratto dal romanzo di Buzzati: questi militi dentro una fortezza inespugnabile, nel deserto… ma cos’è il loro pane quotidiano? Il nemico immaginario, il nemico che, nella loro mente, sta arrivando. Tutta la loro vita è scandita da questo nemico, non riescono a liberarsene. E il nemico non arriverà mai, ma sono legati. Sono imprigionati in un contesto fisico e immaginario. Bisogna quindi smarcarsi da una logica collusiva, che altro non fa che alimentare la contrapposizione delle parti. In un gioco infinito. L’unica via percorribile è allora provare a cambiare le regole del gioco. Non c’è altro da fare.

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Via Dolorosa è una delle principali strade pedonali che attraversano la Gerusalemme storica, il percorso di martirio di Gesù verso il Golgota. Questa "immagine manifesto" emblematicamente accosta la dolorosa coabitazione di tre culture interdipendenti e un dispositivo di controllo di sicurezza, di cui la città è ossessivamente costellata.

Il viaggio è un progetto esperienziale? Diego Segatto www.openquadra.it Architetto specializzato in progettazione partecipata, lavora nel campo della comunicazione visiva, del design espositivo e dello sviluppo di processi creativi collettivi per la crescita culturale. L’interdisciplinarietà e i linguaggi della progettazione sono al centro della sua ricerca professionale. Collabora con artway of thinking (community art) ed è membro di Re:Habitat (organismo di rigenerazione nel territorio). Nel 2009 fonda lo studio OpenQuadra a Bologna. Per Decolonizing Architecture disegna simboli, grafiche editoriali e cura gli aspetti visivi delle esposizioni.

Alla vigilia della mia partenza per Betlemme nel dicembre 2009, a proseguire la collaborazione con il gruppo di ricercatori Decolonizing Architecture in qualità di artista visivo e progettista, mi ero posto l’obbiettivo di giustificare la mia presenza anche come curioso e assetato osservatore, tentando di mantenere uno sguardo il più possibile incontaminato dall’esuberante immaginario profuso nel corso degli anni dal conflitto Israelo-Palestinese. Ripercorrere la trama dell’ennesimo racconto horror sulle violenze non mi sembrava né utile né interessante. Al contrario, verificare momento per momento il senso della mia presenza nei Territori Palestinesi Occupati e in Israele, assumendo ogni vecchio o nuovo elemento come fosse la prima volta, mi avrebbe permesso di focalizzare un mio personale punto di vista, forse non tanto sulle ideologie che muovono a confronto le parti in causa, comunque parte del mio processo di comprensione, quanto piuttosto sui segni che queste producono, soprattutto sotto forma di proposte di resistenza, rigenerazione e forse di invenzione. In questa cornice ho trovato la motivazione di registrare praticamente in tempo reale le informazioni e riflessioni che andavo recuperando giorno per giorno riversandole in un blog, un racconto che compare qui frammentato a margine delle pagine in forma di diario “scorretto”, per molti versi teatrale, trovando nel linguaggio dell’immaginazione un’op-


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Spaesarsi. Denudarsi. Ritrovarsi con altre scarpe. (Un diario scorretto) 24.12.2009 Milano. Due uomini in completo classico nero. Come mai viaggia proprio in questo periodo… non si dice da voi “Natale con i tuoi…”. Come è arrivato in aeroporto? Come si chiama chi l’ha accompagnata? Ha preparato lei la sua valigia? (nel mentre, un poliziotto armato di mitra vigila dalla vedetta... una struttura sorprendente, un antipasto inatteso... lo fisso incuriosito alla distanza di 20m, lui si blocca e mi "verifica" con lo sguardo... tira aria pesante, di già?) È a conoscenza di tutto quello che vi è contenuto? Ora venga con noi, dobbiamo controllare il suo bagaglio ma non in sua presenza. Apra la valigia. Questo carica batterie, come si collega? Il liquido nelle suole dei sandali? Ah… è gel ammortizzante… Accenda il laptop e avvii un file multimediale. Il suo computer arriverà a destinazione in un contenitore separato dall’alimentatore e dai caricabatterie. Ora allarghi le braccia. Apra la patta dei pantaloni e tenga separati i bottoni. Ruoti su se stesso. Grazie della collaborazione, può andare. L'addetto al filtraggio riempie le mie valigie e il giubbotto di adesivi rossi fosforescenti. "Belli", penso io. Scoprirò dopo essere un "codice rosso". Tel Aviv. Due donne in divisa d'ordinanza più un uomo e una donna in borghese. Chi è lei in realtà? È la sua prima volta nel nostro paese? È un lungo periodo per una vacanza… non intende intraprendere nessun’altra attività una volta arrivato? Dove va? A Betlemme?!?! (cambiano espressione, si fanno più dure). Conosce qualcuno qui? Sì?! E dove abita? Aaaahhh questo è interessante… (parlano tra loro in ebraico) e che lavoro fa, da quanto tempo lo conosce, quando l’ultima volta che vi siete incontrati? Istanbul?! Allora viaggia spesso in medio oriente! Scriva qui numero di telefono e indirizzo! Che lavoro fa lui? Ha moglie e figli? Come si chiamano? Ma se è qui per vacanza, perché ha con se il computer… a casa mia quando uno è in vacanza non lavora! E se vuole fare del turismo, perché si trattiene così tanto tempo? E non ha una guida con se? Che posti vuole visitare? Sicurezza? Si spieghi meglio! Abbiamo finito con lei... "you can go". Ho dovuto mentire. Ho ignaramente assunto lo status di criminale e nemico del Paese.

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portunità di arricchire le mie percezioni confondendole con quelle di altri viaggiatori o compagni di lavoro. E probabilmente un meccanismo di difesa poco ortodosso, ingenuo ma che con lucida inadeguatezza si è posto di fronte a un paesaggio indicibile. Tentare di oltrepassare i luoghi comuni ai quali veniamo educati dai media e dalle appartenenze politiche, complici elementi in simbiosi, è uno dei modi di guardare al panorama propositivo con il fine di comprendere senza filtri ciò che ci circonda o, in questo caso, misurare se esista o meno la possibilità di gestire e superare il conflitto. Il mio iniziale e fragile sentimento neutrale, se non fallito è stato in gran parte ribaltato o messo a dura prova, via via polarizzandomi sulla dimensione della lotta per la resistenza, dopo aver constatato la tecnica e feroce applicazione politica e militare di metodologie di oppressione. Quello che in psicologia sociale si definirebbe un “dispositivo di dominio totale” ma di innovativa articolazione e complessità, a cui tentano di rispondere con altrettanto rinnovamento cittadini, operatori, intellettuali spesso virtuosamente interconnessi nel reciproco sostegno tra la sopportazione del presente e l’immaginazione del futuro. Approfitto dell’occasione offertami dalla SISPa per introdurre in questo numero i lettori nel linguaggio intellettuale e progettuale delle proposte di Decolonizing Architecture, fortunata convergenza di tre architetti con base a Betlemme: Alessandro Petti, Sandi Hilal ed Eyal Wizeman, rispettivamente un italiano, una palestinese e un israeliano, che hanno condiviso da qualche anno le pratiche progettuali e speculative dell’architettura come possibilità di crescita culturale e di sviluppo di un pensiero nuovo e strategico. Piuttosto che riportare una più consueta raccolta di articoli ampiamente disponibili nel web, si è scelto di restituire ai lettori la sostanza della ricerca di Decolonizing nella forma di contributi originali di alcuni dei collaboratori e colleghi sparsi tra Medio Oriente, Europa e Americhe, in grado di nutrire a loro volta l’evoluzione del collettivo. Segue quindi solo una breve introduzione metodologica lasciando ai lettori interessati altri spazi per approfondimenti specifici. In coda ad ogni articolo un collegamento conduce nel web alle ricerche (testuali, iconografiche, multimediali) di ciascun autore sul tema, in cui nuove e necessarie categorie cognitive trovano posto. Il titolo degli interventi in forma di domanda è un pretesto per rintracciare il motivo latente per cui ciascuno si è sentito chiamato in causa e in grado di rispondere partendo da personali motivazioni, capacità e responsabilità d’azione.

approfondimenti: >

http://www.openquadra.it/2010/09/how-to-re-inhabit-your-enemys-house/

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http://www.openquadra.it/2010/09/decolonizing-architecture/


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Future Archaeology

Alessandro Petti Sandi Hilal Eyal Weizman www.decolonizing.ps Alessandro Petti is an architect, urbanist and researcher based in Bethlehem. Director of Decolonizing Architecture institute (DAi), and professor at the Honors College Al-Quds/Bard University in Abu Dis-Jerusalem. He has written on the emerging spatial order dictated by the paradigm of security and control in Arcipelaghi e enclave (Archipelagos and enclaves, Bruno Mondadori, Milan 2007).

Nel 2007, dopo alcuni anni di ricerche teoriche sullo spazio focalizzate sulla Palestina, abbiamo deciso di cambiare la modalità del nostro impegno e creare un istituto di architettura fondato su un programma studio/residenza a Beit Sahour, Betlemme. Il Decolonizing Architecture institute (DAi) cerca di usare la pratica spaziale come una forma di intervento politico e narrazione. Il lavoro di residenza è basato su una rete di affiliazioni locali e archivi storici che abbiamo raccolto nei nostri lavori precedenti.

Sandi Hilal, architect, is consultant with the UNRWA on the camp improvement program and visiting professor at the International Academy of Art Palestine. She is a founder member of Decolonizing Architecture institute (DAi). In 2006 she obtained the title of research doctorate in Transborder policies for daily life in the University of Trieste. From 2001 to 2005 she has been teaching assistant in Visual Arts and Urban Studies at the IUAV University of Venice. She is a co-author of different research projects published and exhibited internationally. Eyal Weizman is an architect based in London, and founder member of Decolonizing Architecture institute (DAi). He is the director of the Centre for Research Architecture at Goldsmiths College, University of London. Before he was Professor of Architecture at the Academy of Fine Arts in Vienna. Weizman works with a variety of NGOs and Human right groups in Israel/Palestine. He co-curated the exhibition A Civilian Occupation, The Politics of Israeli Architecture, and co-edited the publication of the same title. Projects banned by the Israeli Association of Architects. Weizman has taught, lectured and organised conferences in many institutions worldwide.

La nostra pratica ha a che fare con una serie complessa di problemi architettonici che si concentrano attorno a uno dei più difficili dilemmi della pratica politica: come agire sia in maniera propositiva sia criticamente in un ambiente in cui il campo delle forze politiche, per quanto complesso, è così drammaticamente distorto. È possibile intervenire in qualche modo? Come può la pratica spaziale, nel “qui e ora” del conflitto, negoziare l’esistenza di istituzioni e di realtà legali e spaziali senza divenire connivente con la realtà diseguale che queste producono? Come trovare una “autonomia della pratica” che sia al tempo stesso critica e trasformativa?


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Abbiamo iniziato sperimentando una serie di interventi che tentano di dare nuovi contenuti, significato e capacità d’azione al termine “decolonizzazione”. Suggeriamo una rivisitazione di questo termine ampiamente screditato al fine di mantenere le distanze dall’attuale linguaggio politico utilizzato per una “soluzione” del conflitto palestinese e dei suoi confini. Le soluzioni a uno, due e ora a tre stati sembrano ugualmente intrappolate in una prospettiva da esperti “top-down”, ognuna con una propria logica autoreferenziale. La decolonizzazione al contrario presuppone un processo di trasformazione e di riutilizzo delle strutture dominanti esistenti – finanziarie, militari e legali – concepite per il beneficio di un gruppo etnico-nazionale, e implica la lotta per l’eguaglianza. È fondata sul confronto, secondo un approccio completamente opposto alla realtà dell’occupazione e dello spossessamento.

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Dentro o fuori? Dopo il denso filtraggio di “benvenuto” offertomi dal paese ospitante, durato complessivamente quattro ore, raggiungo la Terra Santa. Sfatto sul pulmino, attendo impaziente di riabbracciare il mio vecchio amico che, gagliardo e sorridente, mi raccoglie assieme al bagaglio alle porte di Betlemme. Ci avviamo al primo posto di controllo ascoltando hip-hop in arabo con un fantastico beat: i Ramallah Underground. Ci inseriamo clandestinamente nella "settlers road" così, non capisco se per il gusto di una prima trasgressione o per rischiosa praticità e…checked! Passiamo indistrubati il controllo. “Ecco, siamo dentro” mi dice lui. Che cosa significhi essere dentro, quando in un baleno mi sento così al di fuori, lo capirò… ma non oggi. La tribù-famiglia ci attende sul cortile di casa a mangiare falafel e pollo molto saporiti, a lanciare lanterne volanti (qualcuno dice “il programma spaziale palestinese”) e giocare a tombola. Arriva, solo ora, tutta l’accoglienza possibile. Per il momento borderline. Ma con simpatia. 25.12.2009 La mattina di Natale... svegliarsi con il canto del muezzin.

Il riutilizzo di edifici e infrastrutture nel processo storico di decolonizzazione riproduceva spesso gli stessi usi per i quali erano stati progettati, con delle modalità che lasciavano intatte le gerarchie territoriali. In questo senso i processi passati di decolonizzazione non si sono mai veramente sbarazzati del potere della dominazione coloniale. Profanazione, un concetto proposto da Giorgio Agamben in relazione al dominio del “sacro”, è una “neutralizzazione di ciò che esso profana”. “Profanare non significa semplicemente abolire o cancellare separazioni, bensì imparare a farne un nuovo uso”. La decolonizzazione è il contro apparato che cerca di riportare a un uso comune ciò che l’ordine coloniale ha separato e diviso. L’obiettivo della decolonizzazione è la costruzione di contro apparati che trovino nuovi usi per le strutture di dominazione abbandonate. Usi che sono a volte pragmatici e a volte sfide ironiche. A questo livello la “decolonizzazione” non è mai stata raggiunta, è una pratica in evoluzione che consiste nella disattivazione e nel riorientamento intesi sia come fenomeni presenti, sia perpetui.


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La natura dei problemi che stiamo trattando ci ha convinto che un approccio fattibile vada trovato non solo nel linguaggio professionale dell’architettura e della pianificazione, quanto piuttosto nell’inaugurazione di una “arena di congetture” che incorpori prospettive politiche e culturali variegate attraverso la partecipazione di una moltitudine di individui e organizzazioni. Un programma di residenza architettonica aperto e collaborativo ha quindi dovuto sostituire le consolidate modalità della produzione architettonica. I progetti di Decolonizing esaminano e sondano i campi delle forze politiche, legali e sociali attraverso una serie di interventi architettonici. Combinando discorso, intervento spaziale, istruzione, apprendimento collettivo, incontri pubblici e sfide legali, il tentativo è quello di avviare la disciplina e la prassi dell’“architettura”, intesa come la produzione di edifici e strutture urbane elevate, in reti di “pratiche spaziali” mobili che includano varie altre forme di intervento. Il programma di residenza ha finora riunito gruppi di affermati professionisti internazionali – architetti, artisti, attivisti, urbanisti, registi e curatori – per lavorare collettivamente all’interno della cornice che avevamo costituito.

approfondimenti: > >

http://www.decolonizing.ps/

http://haudenschildgarage.com/3560/spare-parts-decolonizing-architecture-in-palestine.htm

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Can 'spatial resistance' be harnessed as a tool to redefine a political landscape? Ahmad Barclay arenaofspeculation.org A graduate in architecture, building engineering and environmental design from the universities of Cardiff and Cambridge in the UK. Following his involvement in the DA residency in 2009, Ahmad’s masters research at the Cardiff University investigated the role of the architect as a political agent in the Israeli-Palestinian conflict. A publication based on this research can be found on [arenaofspeculation. org], the website he co-founded aiming to draw together analysis, advocacy and activism relating to the spatial politics of Israel-Palestine.

My personal interest in the spatial politics of Israel-Palestine was kindled through long standing family connections with Jerusalem, and a consequent desire to understand the malevolent role of architecture – my own chosen profession – in shaping the seemingly both irreconcilable and indivisible built environment that now exists. I became fascinated by the question of how the material tools of architecture and spatial planning might also be harnessed as a catalyst for transformative processes running counter to these prevailing forces, and it seemed that these were exactly the ideas that DA was grappling with through its work. Having been engaged in the Palestine advocacy networks in the UK, I came to Beit Sahour (Bethlehem) in the summer of 2009 with certain pre-conceived ideas about the political landscape of the Palestinian territories. I was aware of the divisions among the major political factions, and of the increasing disengagement from these among the wider population, yet had believed that political activism at a grassroots level had more than filled this void, particularly in the West Bank. In some sense, I had anticipated visible signs of transformation on the ground allied to the exponential growth in international support for the Palestinian cause. Yet, whilst the people demonstrate an incredible resilience in finding ways to live in the day to day – to get by, to enjoy life, even to prosper – the underlying reality was an almost tangible air of hopelessness about the future, fuelled by Israel’s embedded and seemingly irreversible control over almost every aspect of Palestinian life, and a lack of any credible political horizon towards which to build. I would describe the DA summer programme in 2009 as a mixture of academic research, conflict tourism, voyeurism, social networking, intellectual discourse and, ultimately, the production of beautiful objects.The experience hovered in an almost surreal state of tension between ‘research’ and ‘production’; between surveying the politically and emotionally charged environment around us, and generating architectural content in an office environment seemingly disembodied from these surrounds. This tension was perhaps amplified by the challenge of forming a coherent working unit from an international cohort of individuals with varying levels of architectural experience and understanding of the geopolitical context of Israel-Palestine. Broadly, I would describe the approach of DA as adopting ‘spatial conjecture’ as a tool of opposition, a ‘critical speculation’ that is neither


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dogged by the constraints of the contemporary political situation, nor entirely naïve about the real and present challenges that exist. The paradigm is therefore not one of offering utopian ‘solutions’ (DA are explicit about this fact), but of using projects as lenses through which to expose the paradoxes and absurdities of the present situation – the ultimate fragility of Israel’s hegemony – and to open an alternative realm of critical debate and practice (what DA describe as an ‘arena of speculation’) with the potential to lead political processes, rather than to simply inhabit the straitjacket imposed by the self-referential logic of the ‘peace process’.

Nazareth

Tulkarm (9%)

I found my own experience with DA tinged with equal measure of intellectual insight and frustration. I felt that, in itself, the opportunity to inhabit the network of academics and activists that DA are engaged with made participation in the programme a hugely valuable experience. However, to engage with such vast and complex issues as the Palestinian refugee question, only to have to distil these into an ‘exhibit’ for the consumption of a narrow arts audience on another continent felt like a hollow outcome, dislocated from the possibilities implicit in the research itself. As if to hand pick all of the ingredients of the finest cuisine, and then put them in a blender and feed them to a goat.

Tulkarm Camp (12%) Tira (4%)

Miska

Azzoun (2%) Qalqilya (11%)

Balata Camp (5%)

Tel Aviv West Bank (5%)

Amman (52%) All Camps

Other Locations

Ramallah

Jerusalem

The preceding analogy is an attempt to caricature the potential limitations of the present forums that exist, rather than the limitations of the work itself. The work of DA has already been successful in spreading its distinctive ‘arena of speculation’ into the realms of architectural theory and visual culture. However, presently there is a substantial void between this realm of critical speculation and the potential frameworks for a realisation of its imaginings. Between the small windows of opportunity for intervention on the ground, and the distant horizon of a genuine physical and intellectual space of coexistence. In a sense, a mere proliferation of conjecture is likely to lead into a new intellectual cul-de-sac at the point where the possibilities for ‘original’ ideas dry up, unless it manages to reconnect with the agents and dynamics of political transformation – both on the ground and in the international arena – from which it takes its cues. In a sense, I saw my own research as an opportunity to bring these questions into sharper focus. Where does DA’s framework of ‘critical speculation’ figure as a form of agency within a wider spectrum of ‘spatial resistance’? And what are the potentials for these forms of ‘spatial intervention’ in influencing and shaping the overarching political struggle? The initial outcome has been my dissertation, now published online under the title ‘Resisting Spaciocide: Notes on the Spatial Struggle in Israel-Palestine’, which offers an attempt to frame ‘spatial resistance’ within the spatio-political landscape of Israel-Palestine. Through dialogue with a range of individuals and organisations on the ground, it attempts to define a series of ‘modes’ of spatial resistance, and to formulate the potential ways in which these might begin to form a coherent movement towards a new spatio-political horizon. I would argue that this is one of the major challenges in the Palestinian political and intellectual space today. To construct such a horizon that might inspire a mass re-engagement at a grassroots level, in the absence of any meaningful direction from the PLO, and in the shadow of the Palestinian Authority (an entity that, in itself, remains an artefact

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26.12.2009 Nella strada verso Gerusalemme, fa la sua comparsa il muro, di cui mi riservo nei prossimi giorni di comprenderne l’andamento apparentemente irrazionale. L’impatto invece mi è subito molto comprensibile. Un articolo dettagliato a riguardo lo si può leggere nel numero 900 di Domus (febbraio 2007) a cura di Alessandro Petti. Lasciato ai piedi del budello-ringhiera che porta al check-gate, perdo improvvisamente 10kg. L’incombenza gelida che suscita questo monumentale dispositivo di separazione e annullamento è totale… non posso che rimanere un turista, avanzare e pensare alle centinaia di persone che mi hanno detto ogni giorno alle 5 di mattina essere in fila accalcatie come bestie per andare a lavorare. Una volta varcato il cancello, nè dentro nè fuori, sono “tra”… un “tra” che dura 5 lunghi minuti di carcere. Eppure è straniante il ricordo dei cancelli di Gardaland 25 anni fa o quando entro negli ambienti asettici dei palazzetti dello sport, della piscina… sono sicuramente dei miei meccanismi di difesa, forse gli stessi messi in atto dalle persone che mi stanno a fianco, tra cui un gruppo di bambine in grembiule da scuola che mi ispirano la forza di sostenere un sorriso e pensare che hanno tramutato questa esperienza in una quotidianità. L’accoglienza palestinese mi fa sentire a casa anche nel pulmino che mi porta alla Città Santa. Zacharia, l’autista, mi offre la mia ennesima ultima sigaretta prima di scendere, dandomi tutte le dritte di cui ho bisogno e chiedendomi cosa significa l’orecchino che porto (e allertandomi sul significato che ha qui… è chiara l’antifona). Dentro la parte storica e le sue mura, accedendo alla zona musulmana da Damasco’s Gate, mi sembra di tornare al Gran Bazar di Istanbul, un delirio-medina che confonde abitanti e turisti (molti). Oggi la zona delle moschee è chiusa, gli agenti israeliani di guardia in concomitanza con lo Shabat. Oltrepasso l’ennesimo metal-detector ed entro anch’io nella sala delle preghiere e letture della Torah, prossima al muro del pianto. Tra gli sguardi degli studiosi, disturbati dalla presenza di turisti, un rabbino mi invita gentilmente a munirmi di Kippah di carta, distribuito all’esterno, per coprirmi il capo. Il passaggio dalla zona musulmana a quella ebraica porta con sè gli stessi segni che ho letto stamane al check-point. Dicono che i meccanismi di occupazione del suolo e sfinimento psicologico siano i medesimi, una specie di micromondo che può essere visto come una cartina tornasole di macro-eventi su scala allargata. Potente è comunque l’effetto visivo del muro occidentale, detto “del pianto”, che divide e avvicina il culto ebraico e quello musulmano… non è facile immaginare che mentre un rabbino legge con trasporto la Torah, il minareto stia diffondendo ad alto volume su tutta Gerusalemme il suo canto. Tempo di rientrare. Ma l’ora d’aria c’è anche dentro. Stasera ho trovato un “interessante” caffè da frequentare. http://www.alternativenews.org/

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of Israel’s occupation). Internationally, it seems the tide has already turned, and the real question is not whether the dynamics of power on the ground can be transformed, but instead what shape this inevitable transformation will take? And what will be its consequences? Are we doomed to see an amplification of violence and the hardening of divisions as the uncompromising forces of an ethnocentric nationalism throw their final dice? Or could we see a less turbulent transition towards a space of coexistence grounded in justice and reconciliation? In this realm of thought, the challenge that we face as architects and spatial thinkers is to position ourselves within the strategic dialogue on the spatial futures of Israel-Palestine, both at a local and international level. DA has already done much to engage in the local arena, through collaborations with various NGOs, an ongoing dialogue with Birzeit University, and the establishment of the Center for Architecture Media and Politics (CAMP) with Al-Quds University. Perhaps these academic programmes in particular will begin to empower a new generation of Palestinians with the necessary tools to bring this critical spatial thinking to the heart of the Palestinian political sphere. Within the realm of international ‘civil society’, it is perhaps the role of DA’s extended network of participants to each engage as ‘actors’ at their own local level. There are already many academic connections, particularly within Europe, but the interaction with political advocacy groups apparently remains limited. The spatial dimensions of the conflict loom large in this arena – in the endless proliferation of maps, and the iconic imagery of the ‘Wall’ – yet there is a lack of understanding of the potential fragility of the present spatial regime, and the ways in which various forms of action and advocacy can not only undermine its power base but also help to lay the foundations of something else. As ‘academics’ and ‘professionals’ in the fields of architecture and spatial thinking, we should not underestimate the potential weight that our ideas have in influencing the shape of such agency. It is the other outcome of my research, the website arenaofspeculation.org, which can perhaps contribute in a small way to this sphere of agency. The name is intentionally borrowed from DA’s lexicon, underlining its association with this genealogy of thought. It is conceived as a collaborative and ‘open-source’ platform for illuminating and reinforcing the growing arena of ‘spatial resistance’, for cultivating stronger connections between the realm of ‘critical speculation’ and the networks of ‘advocacy’ and ‘spatial intervention’ that are capable of constructing a path towards a different spatial future.

approfondimenti: >

http://arenaofspeculation.org/wp-content/uploads/2010/06/ ABarclay_ResistingSpaciocide_hi.pdf


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How to profane the colonial land order? Lorenzo Pezzani Lorenzo Pezzani is a researcher based in London. He is a PhD candidate at the Centre for Research Architecture at Goldsmiths College. His work focuses on the spatial politics of coloniality, human rights and media.

In the spring of this year, I have stayed for two months in DA’s residency near Bethlehem, collaborating on a new research project. The project focused on the relationship between space and law in the Occupied Territories (see document attached to map) and led, a few months later, to a summer school with local and international students and practitioners. During the time spent in the West Bank, I was involved, together with other people, in defining the scope, the aims and the theoretical framework of the project, selecting appropriate case studies, conducting preliminary interviews to understand the situation on the ground and organizing seminars and moments of collective thinking.

From “Tracing the Line”, a photographic serie by Amina Bech.

Having the opportunity to live in and visit Palestine was very important. It certainly allowed me to get a different picture of a place of which I thought I knew much, but of which I realized I had a misrepresented image. But it also confronted me, violently and utterly, with the urgency of the world. And if, on the one hand, DA certainly allows the emergence of a space for thinking, a “retreat” from a rhetoric of preconceived solution, it also, at the same time, sits in the middle of the struggle, where traditional conceptions of the relation between theory and practice, strategy and tactics get shuttered. Planting olive trees to stop settlers’ land grab in morning and discussing theoretical texts in the afternoon never felt more consistent.


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My experience with DA has been one of encounters. The whole period of my research has been marked by moments of engagement, meeting, confrontation, gathering and exploration. Collaborating with DA means entering and immersing oneself in a network of different actors who operate in the West Bank and beyond. NGOs, international and community-based organizations, academics, public officials, PhD students, architects, journalists and the like constitute the arena with which DA works in a constant process of exchange, trying to establish a common ground on which a discussion may take place.

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27.12.2009 Immancabili cattive notizie con il bollettino dei morti. Cosa succederà ora? http://www.nytimes.com/2009/12/27/world/ middleeast/27mideast.html?_r=2&ref=world Ramallah, una città. Per raggiungerla ci si infila in un granuloso deserto, continuo saliscendi a prova di sterzo e controsterzo. Con esperienza due dei miei compagni di viaggio mi anticipano nel pagamento del trasporto: sono 18 e non 80 Sheqel. Mi sembrava strano, avevo anche strabuzzato gli occhi e osato protestare… ma tanto qui si pronucia uguale. “Èity”. Tentano anche di darmi una mano a raggiungere un caffè, con cui vorrei congedarmi da loro e ringraziarli, ma percorriamo invano gli 8 piani di un centro commerciale miniaturizzato, finemente rifinito in simil ottoni e marmi neri, per ritrovarci di nuovo al piano terreno in un baretto che ha più le sembianze di una cucina domestica. Vada per il caffè in casa, dunque.

DA’s projects combine and mobilize different agendas and modes of production. DA members, residents and collaborators themselves come from very different backgrounds, take up multiple roles and contribute collectively to this ongoing project. The status of DA is very difficult to define because it somehow escapes more established and institutionalized mode of operation: it is a sort of NGO without international donors’ agendas and deadlines, an engaged academic research centre and an architectural practice that doesn’t (only) design buildings. It would be difficult to say which direction DA’s activities will take. Because of its unstable, ever-shifting role, DA is “condemned”, I think, to reinvent itself continuously in order to continue being significant. The idea of decolonization it fosters works as a incessant, albeit precarious, profanation of the colonial dispositif, trying to suggest “formsof -life yet to be devised”. Because of its open nature, it cannot crystallize in a fixed format. The measure of its “success” will lie, I think, in its capacity to continue anticipating and engaging in the socio-political situation in the region through spatial analysis and practice. As Alessandro Petti told me once, “when we started working with a Palestinian local administration on the project of reuse of a settlement that was located inside its administrative boundaries (even if of course under the administration of Israeli authorities), we found out that the

Devo raggiungere i centri culturali di Sakakini e Qattan, ma il livello di inglese cala vistosamente e mi sento sempre più in debito della mia ignoranza di lingua araba e israeliana (più volte mi chiedono se parlo ebrew). Man mano che vengo condotto in 4 passaggi da qualcuno che dovrebbe conoscere meglio l’anglosassone, avverto sempre maggiore imbarazzo e nervosismo. Così saluto tutti, “shukràn! shukràn!” e mi involo nel casino di fuori. All’arrivo si è travolti dalla dominante dimensione commerciale della città: negozi, botteghe, bancarelle e il flusso ubriacante di gente. Un kebab con comodo e poi mi affido ad un taxista… che ovviamente non sa dove siano questi posti e, invitato a sedermi comunque, osservo il mestiere con cui recupera le informazioni necessarie urlando ai suoi colleghi dal finestrino ad ogni incrocio. Il vecchio sistema radio-poppa non tradisce e sono a Sakakini. E siccome anche qui è domenica, il posto è chiuso. È chiuso anche a Qattan, ma nel frattempo incontro Luai e la sua dura storia. Che non mi va di raccontare. Verso la stazione del bus per il ritorno, due giovani un pò gangsta mi tengono in chiacchera e mi fanno capire un pò di cose sul livello di assorbimento della violenza e dei modelli maschili. Mi indicano tutti fieri un uomo passare e mi dicono "he is Hamas!". Sorridono baldanzosi. Il viaggio di ritorno vede alla guida Chuck Norris in versione araba, una sfida contro l’asfalto e i suoi invasori concorrenti. Meno male che c’è la generosità e l’ingenua, disponibile loquacità della giovane Jahainah, che mi elargisce mezza confezione di Chips Ahoy! e si presta per una traduzione. Si pronuncia insanìa. Significa umanità.


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area of the settlement was not even represented on Palestinian maps”. The settlement was a blank spot in the Palestinian consciousness, a sort of repressed collective unconscious whose dangerous surveillance apparatus was not spoken about but at the same time completely internalized to the point of becoming normal. In these years, DA dared to imagine the unimaginable. Daring to imagine the unimaginable is not only the first step in the decolonization of the mind, it is also a fundamentally political act. It expands the limits of what is thinkable and mobilizes the possibilities that are not-yet offered. It is in this extraordinary imaginative leap, in this opening up of a deadlocked debate, that I believe lies the greatest value of the Decolonizing Architecture project.

30.12.2009 WALLking in Bethlehem. Cittadino di Stateless Nation, hai la facoltà di chiedere l’ingresso in territorio Israeliano 2 volte l’anno, a Natale e Pasqua. Ma non puoi condurre l’auto. Non puoi nemmeno facilmente uscire dal (o rientrare nel) tuo paese. Non possiedi il passaporto e i tuoi confini sono controllati. È interessante ricevere i feedback dall’Italia, uno di questi stimola una precisazione: il muro non solo separa due stati, come nell’immaginario (che sarebbe da approfondire) del muro di Berlino, ma definisce delle aree protette. Una volta che lo Stato d’Israele decide che un luogo deve ricadere sotto la sua sovranità, lo cinge con questo silenzioso serpente grigio dall’andamento tortuoso, che estende come un elastico a prendersi il massimo possibile e lasciando fuori, evitandoli come un equilibrista, i brandelli sacrificabili. Nelle immagini il muro che ora racchiude la Tomba di Rachele, luogo sacro ai tre monoteismi e un tempo unico luogo di scambio rimasto tra le diverse comunità. Collegandosi poi al segmento che divide Betlemme da Gerusalemme. Non è semplice orientare questa presenza. Non è semplice nemmeno guardandone lo sviluppo planimetrico. Ma ci potete provare. http://ochaonline2.un.org/Default. aspx?tabid=8535

approfondimenti: >

http://dl.dropbox.com/u/906413/sispa/Lorenzo_Pezzani.pdf

Il significato di “essere dentro” è sempre più chiaro ed è quello di vivere all’interno di una riserva indiana. Sotto assedio.


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How to subvert the visual language used in the process of creating an illegal outpost? Brave New Alps brave-new-alps.com Brave New Alps sono Bianca Elzenbaumer e Fabio Franz. Lavorano insieme dal 2005 e sono laureati nel 2006 alla Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano. Nel 2007 Bianca ha completato un master per Mediatori dei conflitti – Operatori di pace internazionali della Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna. A luglio 2010 hanno concluso il master della durata di due anni in Communication Art & Design presso il Royal College of Art di Londra. Fanno design della comunicazione.

From April to June 2008, DA hosted us for a residency in Beit Sahour. This was our second stay in Palestine. The year before we stayed for two months in Jerusalem for an internship at the Israeli Committee Against House Demolitions (ICHAD). In that context we developed an alternative travel guide to East Jerusalem, Decode Jerusalem (www.decodejerusalem.net). While staying at DA, we again wanted to get involved with the condition we found ourselves in not only on an intellectual level, nor on a merely technical one (although we invested a good deal of our time in Beit Sahour in order to build up DA’s web presence). Generally it is important for us also to get involved in a more direct way with the situation that surrounds us – we need to experience things on the ground, to make use of our senses in order to think the context through we are part of. One of the actions that was born out of this wish to put ourselves into play was Hotel Oush Grab.

Oush Grab is a former Israeli military base – it was evacuated in May 2006 – in the West Bank near Beit Sahour and one of the case studies of Decolonizing Architecture. From the 16th to the 17th of May 2008, one


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day after the celebrations for the 60th anniversary since the birth of the state of Israel (and since the Naqba Day), the site was re-occupied by a group of Israeli settlers who aimed at founding a new illegal outpost in the Palestinian territory, a settlement called ‘Shdema’. Around forty settlers invaded Oush Grab and visually re-occupied the whole place through Israeli flags as well as Zionist writings like “The land of Israel belongs to the Jews only” before being evicted by the Israeli military.

As residents of Decolonizing Architecture we were alarmed by the appearance of these gun-carrying, extremist civilians and puzzled of how to respond to this abuse of the site. How not to be passive about this incursion? How to counteract not with another offense but with an act of subversion? How to reclaim the space through a non-violent gesture? We finally decided to simply take action by going to Oush Grab equipped with buckets of paint and brushes, knowing that once on

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03.01.2010 Hebron. Ogni giorno che passa si accumulano e verificano punti di vista apocalittici, mentre si sfocano e deformano via via le immagini di quasi vent’anni fa in cui si stringevano la mano Peres, Rabin e Arafat. Più Nobel per tutti. La realtà è che quelle immagini di pace, tema ricorrente negli anni ‘90, deformate lo erano in partenza, a misura dell’ingenuità mia e collettiva mentre oggi mi si rivela il palco fragile e interessato sul quale erano state costruite. Attendo Hebron con un pò di tensione. Non so cosa aspettarmi, quando le voci attorno e le informazioni online prefigurano un piccolo inferno. Lungo la strada, ancora a Betlemme, sventolano gli stendardi alternati di Arafat e Abu Mazen. 1km così, svuotato di senso e di programma politico, inutile. Completato dall’ultimo stendardo che ritrae un vecchio Arafat con Saddam. Lungo la bus-road, fatta quasi apposta per celare le colonie illegali, in realtà qualcosa si scorge. Sono principi di villaggi, fatti di palazzoni o di cottage. Non sapendo che la Comunità Internazionale le ha dichiarate un crimine, tra i tanti, contro il popolo palestinese (visto che ci troviamo nei Territori Palestinesi), si direbbero anche delle case “carine”, nel senso comune. Gli oggetti più inquietanti, perché spudorati e improvvisi, sono le torri di vedetta dell’esercito che controllano i percorsi e proteggono i coloni. Come giganti pietre miliari, marcano il ciglio stradale ampliando, se ce n’era bisogno, l’idea di un territorio ormai totalmente militarizzato. Comincio a rappresentare, con gli occhi, quella che prima era solo un’idea: lo stato di una guerra continua. Hebron “cova” al suo interno, nel tessuto della città storica e del suo bellissimo mercato di strada, 4 dei 485 insediamenti illegali d’Israele nella West Bank. Gli altri 16 all’esterno. Nella città e nei suoi dintorni abitano 500 coloni. 3000 soldati a proteggerli. Qualcosa non torna. Si raccontano e documentano pratiche di quotidiana espansione e occupazione illegale, umiliazione, intimidazione, assassinio. Secondo quanto riportato da operatori sul territorio. Ad oggi lo Stato d’Israele ha annesso più del 40% di quella che era chiamata Palestina. Una sorta di macchia di leopardo strategicamente pensata per ricongiungersi lentamente, conquistare il centro della città e progressivamente estendersi cacciando chiunque rivendichi autonomia.


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location intuition would tell us what to do. So we first spend hours simply covering the racist graffiti with thick layers of white paint in abstract shapes restoring a neutral surface. Once satisfied with this first intervention, we decide to transform one of the buildings into Hotel Oush Grab – three suites in a peaceful location and with a great view of the surrounding Palestinian landscape. Each suite is dedicated to another great representative of non-violent action: Martin Luther Kind, Nelson Mandela and Mahatma Gandhi. This playful subversion, de facto initiated the so-called “Revolving door occupancy”, in which international peace activists together with Palestinians try to resist the settlers’ aggressive re-occupations using creativity. Since we left Decolonizing Architecture, the settlers came back several times with their spray cans and machine guns, but the signs they left behind were always deleted, neutralised or subverted by pacifists inviting to a peaceful life in common.

La tecnica è raffinata, in questo modo si frammenta la comunità palestinese spezzandone i legami dall’interno separandola, confondendo le idee con regole di movimentazione ogni giorno diverse e senza più il bisogno di ufficiali confische manu militari. Un esempio. Se siete palestinese, abitate a Betlemme ed andate a trovare qualcuno che sta a Gerusalemme, non potete far tardi a chiaccherare, fare progetti, per una sbronza o dormire assieme. Semplicemente, non potete. Vietato. Alle 19 ognuno nella propria città con i consueti controlli di rito. Se andate a Ramallah vi va meglio, ma entro gli orari di apertura dei check-point. Per ora. Gli effetti che queste azioni hanno sulle relazioni, l’identità culturale e la stabilità emotiva sono agghiaccianti. Back in Hebron, please. La città è divisa in Hebron 1 ed Hebron 2, la prima sotto il controllo di Israele e la seconda dell’Autorità Nazionale Palestinese. Queste due parti sono state create senza amministrare le presenze umane, cosicché i pochi palestinesi rimasti in H1 subiscono quotidiani soprusi, violenze fisiche e psicologiche, da parte di un’esaltata enclave ebraica proveniente dalla Florida per motivi puramente ideologici. È pieno di barriere e check-point interni alla città. Sul mercato a cielo aperto, lungo le vie, hanno installato strutture e reti di ferro per bloccare la spazzatura che viene gettata dai coloni sui banchi e sulle teste. L’anno scorso una persona è stata centrata e seccata da una lavatrice.

approfondimenti: > > >

http://www.brave-new-alps.com/?page_id=217 http://www.brave-new-alps.com/?page_id=147 http://www.brave-new-alps.com/?page_id=160

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http://www.decodejerusalem.net/

E allora, che fai… resti o te ne vai? Se te ne vai ottieni il permesso di un mese per gestire il trasloco, fare la spesa, ma poi non metti più piede in questa parte di città. Se ti beccano, ti sbattono dentro e ti interrogano per qualche ora. Sotto il governo Sharon, l’occupazione ha avuto un nuovo impulso e i soldati hanno la licenza di arrestare in qualsiasi momento. O compiere azioni come prelevare 35 famiglie durante la notte e deportarle in un’altra zona. Lo sapevate che Israele non ha dei confini ad oggi prestabiliti? Lo sapevate che non ha nemmeno una Costituzione? Io no. Comincio a chiedermi cosa sia Israele… prima del mio arrivo partivo da un grado zero di aspettative, basandomi tanto per stare sul semplice sulla democraticità e sul progresso del mondo occidentale. Yes, very silly. Però è un presupposto che aiuta a non partir subito a muso duro e ti costringe a tracciare una mappa del complesso sistema su cui si regge questo nostro immaginario. Una nazione in cui si parlano 57 lingue, dove co-abitano polacchi ortodossi, arabi ebrei, arabi musulmani, cattolici, russi, etiopi, aschenaziti europei ed americani e riconosciuto come un fatto che molti si siano convertiti all’ebraismo per usufruire dei sontuosi vantaggi economici elargiti dallo Stato d’Israele, ecco… comincio a pensare che sia una società molto più divisa di quanto crediamo (con note forme di razzismo interno) e che forse abbia bisogno di un nemico e un obbiettivo comune per riunire queste diversità.


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Chi possiede le linee? Nicola Perugini Antropologo politico, si è occupato di diritti fondiari, trasformazioni territoriali e dinamiche di riproduzione di relazioni di dipendenza nel periodo postcoloniale in Marocco. Attualmente le sue ricerche si concentrano sulle relazioni tra colonialismo, legge e pratiche spaziali in Palestina, oltre che sull’utilizzo del discorso dei diritti umani da parte dei coloni israeliani. Recentemente ha curato Il male minore (Nottetempo) e Pianificare l’oppressione (Seb27), e ha pubblicato vari articoli su riviste nazionali e internazionali.

“Il concetto di linea globale non poggia né da un punto di vista teorico scientifico, né da un punto di vista politico pratico, sulle medesime premesse e rappresentazioni di diritto internazionale. La diversità non riguarda soltanto l’aspetto geografico della delimitazione e del tracciato dei meridiani, ma anche il contenuto delle rappresentazioni politiche dello spazio, quindi la struttura concettuale dell’idea di linea e lo stesso ordinamento spaziale in essa contenuto” Carl Schmitt, Il nomos della terra

La problematica e insieme la sfida della decolonizzazione delle menti racchiudono al loro interno una serie di percorsi di ripensamento e di pratica possibili che possano scardinare le coordinate mentali, del pensiero, del potere e del pensiero del potere a cui i dispositivi della coloniazzazione israeliana in Palestina fanno riferimento. Tra questi ripensamenti, uno dei forse più necessari e più impegnativi è quello che porti a una messa in discussione di ciò che la colonizzazione è riuscita a inculcare trasversalmente tanto all’interno del campo del colonizzatore quanto di quello del colonizzato. Mi spiego. Spesso in Palestina si testimonia una serie di prassi che, da un lato, vanno ad articolare e a rifinire le possibili tecniche di colonizzazione –il cui fine ultimo è lo sfiorare, accarezzare o il superare il limite dello sradicamento–, e dall’altro lato sviluppano un insieme di istanze di resistenza che non riescono a fuoriuscire dalle coordinate di cui parlo, che vi si incastonano senza produrre quella reale crisi e messa in discussione delle condizioni di esistenza e riproduzione del regime coloniale. Questo


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non significa che non vi siano istanze di resistenza; piuttosto questo significa che gli eventi che questa resistenza produce spesso non riescono a consolidarsi e a precipitare in un’apertura verso la vertigine di un’esistenza decolonizzata. Le pratiche spaziali e le dinamiche legali, insieme a tutta la portata dei costrutti che le regolano, costituiscono un ottimo luogo per questo ripensamento. Ciò è particolarmente vero se si concentra la nostra riflessione all’interno di un arco temporale come quello di PalestinaIsraele post-Oslo (1995), in quel dopo “accordi di pace” che ha di fatto sancito una decisiva riarticolazione del regime coloniale, assottigliato la distanza tra repressione, controllo e sogno d’indipendenza, nonché prodotto una nuova cartografia spazio-legale che ha definitivamente ristrutturato il modello di occupazione israeliana così come era stato concepito sino ad allora.

Quello che ha preso vita all’interno di questo processo di “pacificazione” è di fatto una sempre più meticolosa ramificazione di linee e leggi che hanno ulteriormente perfezionato le tecniche di asfissìa israeliane. Insieme a Decolonizing Architecture, ad architetti palestinesi e internazionali, ad artisti, ci siamo interrogati non tanto sulla fenomenologia di questo processo –definita da alcuni enclavizzazione, da altri “spaziocidio”, da altri ancora pulizia etnica, o ancora bantustanizzazione, senza nulla togliere alla portata politica ed epistemologica di queste definizioni–, quanto sulle sue condizioni di possibilità di questa fenomenologia, sulle sue unità di misura spaziali e legali. Lo abbiamo fatto ponendo al centro della nostra riflessione e delle possibili pratiche di decolonizzazione un caso legale, quello di una casa nel piccolo

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Hebron è un caso emblematico. In questa città la dinamica è la stessa del territorio cisgiordano, ma su scala ridotta. Immaginate di essere negli anni ‘50 e di camminare per le vecchie strade di una città come Palermo o Trani. Però divisa da cancelli, muri, reti, spazi liminali che bloccano improvvisamente il cammino, vigilata da telecamere hi-tech e presidiata da soldati. E, improvvisamente, vi trovate sul set di Terminator-4. Le confische vengono eseguite senza decisioni ufficiali accompagnate da un pezzo di carta, quindi non esiste una documentazione alla quale appellarsi. Dove c’erano negozi e il commercio relazionale tipico del sud del mondo, ora ci sono porte chiuse, spazzatura e desolazione. O un check-point. Esistono aree divise da 2m di spazio-confine, ma l’unica strada praticabile per i palestinesi per raggiungere l’altro lato è un tragitto lungo 9km!!! Very smart… Li cerco con lo sguardo ovunque, questi coloni, e non li trovo. Pare che non si vedano spesso in giro a parte per le loro scorribande, a volte armate, e che non facciano parte della collettività hebroniana. Il direttore locale del Christian Peacemakers Teams (attivissimi nell’assistenza sociale alle famiglie palestinesi), Mr. Brown, una sera è stato rapito e brutalizzato: picchiato, fratturate le braccia e rasata la testa. Complimenti. Se volete fare due passi nella moschea, dovete sorbirvi 3 check-point. Non esiste una legge militare per l’area, il che significa che l’esercito può fare ciò che vuole. Per dire il vero in tutta Israele non esiste una legge militare, sulle cui questioni decide un organismo che ironicamente si chiama Civil Administration. Insomma il meccanismo è questo, che sia una brulla collina o una città: esiste una sorta di lobby dei coloni, tipo Settlers Organization, nazionale ed internazionale, che attraverso fondi privati e donazioni alimenta la causa degli insediamenti. Questi nuclei si muovono in forma quasi autonoma e lo Stato offre il presidio militare. E, diciamolo, qualcosina in più visto che i soldati non fanno solo da scudo nelle aree “pacificate” da innumerevoli trattati, protocolli e concordati. Che però ribadiscono: gli insediamenti sono illegali. C’è un preciso progetto dietro tutto questo. Sfiancarti, finirti o farti incazzare. Perché caso numero uno, se il progetto è conquistare un paese, ditelo. Ma le modalità sono diverse e un pò più decise. Se, caso numero due, il presidio è necessario per combattere l’illegalità e i terroristi (apro e chiudo una parentesi), ancora una volta le modalità sono diverse e non richiedono questo apparato architettonico e urbanistico. Se, caso numero tre, volete conquistare un paese ma farlo passare come una questione di sicurezza nazionale, allora è perfetto. Infatti la Corte Internazionale vi darà ragione. Se cadete dalle nuvole, non vi preoccupate. Nemmeno molti congress-men che, in linea con la tradizione americana, hanno sempre supportato Israele con 2.000.000 $ l’anno, conoscono il problema. A chi sembra un triste ritorno al passato, è piuttosto un caso paradigmatico dell’uso del potere e del mantenimento del controllo con nuovi strumenti giuridici, militari e tecnologici.


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06.01.2010 Oggi è il Natale Ortodosso. Solita diffusione ambientale, a mezzo megafoni sulla città, dei canti che si svolgono all’interno della qui vicina chiesa. Parecchie macchine per strada. I campanili si segnalano con luminarie permanenti che percorrono il profilo delle sagome, mentre i minareti dispongono di neon verdi che ritmano il diametro. Un sacco di adolescenti in giro, un pò come durante le sagre. Scopro la pita-kebab con la crêpe (era finito il pane). Un salto alla Hema, locale ristorante costruito sul modello della tenda beduina. Tutto su un piano a livello terra di circa 200mq, ricoperto di tappeti e arredato con una scacchiera di tavoli quadrati attorniati da comode panche rivestite di tapezzeria policroma e soffice. Dal soffitto pende una tendaggio color tabacco che i cavi d’acciaio organizzano ad onde.

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villaggio di Battir, ad ovest di Betlemme, sfiorata –forse attraversata, nel mistero della localizzazione risiede il potenziale della nostra riflessione– da una di quelle linee menzionate poco sopra. Stiamo parlando della linea che da Oslo in poi ha sancito la divisione della Cisgiordania in cantoni –in buchi dell’ “emmenthal” territoriale palestinese– e suddiviso in ordine alfabetico tre aree di giurisdizione: un’area A con presunta piena sovranità palestinese, un area B con presunta sovranità mista e un’area C a piena sovranità israeliana.

In compagnia del caffè e del narghilè ai frutti misti, guardo attorno famiglie, gruppi di uomini e di donne, tutti in gran ciarla. Un posto da frequentare. L’ho scoperto oggi pomeriggio, dove è pure arrivato qualche pseudo-ministro Fatah senza portafoglio e senza mutande, con la super-scorta di macchine nere e il seguito di Ninja con elmetto e mitra. Un pò di teatro ci voleva.. non sembra che qui attorno ci sia qualcuno intenzionato a lanciare souvenir esplosivi. Sbuffo, in una nuvola bianca, molta leggerezza. Una volta fuori, sono attratto da un ristorante da cui provengono musiche arabe sostenute da un beat elettronico. L’immagine in movimento, proiettata sulle finestre, è la silhouette delle coppie in ballo, come delle sagome di cartone che ondeggiano con movimenti ripetitivi.

E’ sugli e negli interstizi di questo alfabeto –e sulle aritmetiche dell’assurdo che esso produce: “il 98% dell’edificio è in area B, il 2% in area C”– che abbiamo deciso di sviluppare il nostro progetto. Come ulteriore premessa occorre aggiungere che da anni esperti, politici, cartografi, geografi e attivisti dei diritti umani si stanno interrogando su questo regime territoriale misto e sulle possibili modalità di una sua messa in discussione. Riconoscere o non riconoscere Oslo? Implementare gli accordi? Rifiutarli in toto? Come? Oslo ha o non ha valore legale? Ma l’occupazione non è –da diritto internazionale– completamente illegale, quando non è una pratica “temporanea”? Come metterne in discussione la “perpetuità temporanea”? Dove finisce l’occupazione e dove iniziano le sovranità? E’ in questo torbido campo di forze che abbiamo deciso di situare la nostra riflessione. L’appiglio da cui partire per sviluppare una mostra e un percorso di pratiche ancora in pieno corso, è stata per l’appunto una casa di un imprenditore palestinese situata in una “zona di confine” tra zona B e zona C. Una casa “contestata”, un castello che degli strani coloni organizzati in una “associazione per i diritti umani” –un Giano metà coloniale e metà umanitario– hanno chiesto al proprio esercito e alla propria Corte Suprema di abbattere “perché situata in area C”, leggi in quel 60% di Cisgiordania su cui dopo gli accordi di Oslo Israele ha istituito la sua sovranità, non riconosciuta internazionalmente, ma de facto praticata e –qui il termine inglese calza a pennello– enforced. Ne è scaturita una battaglia legale tra il proprietario palestinese, i coloni e la Corte Suprema, una battaglia per la localizzazione del limite tra area B e area C che Oslo sembrava aver fissato, ma che il vivere –o meglio l’abitare– dei palestinesi –è qui che le intuizioni di Edward Said vanno portate al loro estremo– può potenzialmente delocalizzare e mettere


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in discussione. Come agire senza riprodurre l’ordine della stretta di mano tra Arafat e Rabin? Come non cadere nel tranello del tracciare la “giusta linea”? Come evitare la trappola allucinatoria che la cartografia e l’architettura legale di Oslo hanno congegnato, e che si manifesta in maniera così penetrante nell’ordine del vivere quotidiano? Come neutralizzare il movimento oscillatorio delle linee possibili e l’oscillare ontologico della legge che esse rafforzano nel contesto di cui parliamo? Partendo proprio dalla traccia, dal segno grafico, e dal suo intersecarsi con gli spazi palestinesi, per poi attraversarli fisicamente, passeggiandoci, camminandoci dentro, è possibile concepire questi livelli sovrapposti – che costituiscono lo spessore della linea, il suo contenuto fisico, fatto di frammenti di alberi, piante, case, strade – come un nomos della colonizzazione –“forza giuridica non mediata da leggi”, direbbe Carl Schmitt– e allo stesso tempo come un topos della decolonizzazione. La linea è un potente strumento di inquadramento, una sua unità di misura, una traccia di una sovranità che mira a spossare e spossessare, il sogno di reificazione di un limite extra-territoriale. Ma la linea è anche un terzo spazio –tra le zone B e C–, un quarto spazio –tra A, B e C, ma anche al loro aldilà. La linea fonda l’ordinamento territoriale della colonizzazione in questa sua fase, e dopo essersi fatta vettore di esclusione –nel 1947 la partizione della Palestina è stata di fatto un esclusione, un confinamento– ora la linea cuce l’inclusione dei palestinesi all’interno del regime di norme coloniali: dopo Oslo la linea si è trasformata –con Foucault– da strumento di esclusione dei lebbrosi a vettore di controllo degli appestati. Ma la linea è anche l’atto di fondazione di uno spazio di cui non si conosce la legge: all’interno della linea e degli atolli che disegna intorno ai centri abitati palestinesi, non è chiaro quale regime sia in vigore; giurisdizione A, B o C? Oppure nessuna giurisdizione? La nostra è una questione di decolonizzazione poiché riconoscere l’assurdità e adottarla a strumento di de-lineamento –qui nel vero senso di abbatimento della linea, e non in quello reificante della fondazione di un linea –, significa uscire da Palestina e Israele così come sono ora, significa porre in questione e delegittimare i confini legali tanto della separazione quanto dei contenuti degli spazi separati. Per fare questo abbiamo avuto bisogno di pensare e rappresentare la linea nella sua dimensione empirica –attraverso una mostra che potesse raccontare le vicessitudini della linea e degli spazi che attraversa, ricostruendo la storia della casa di Battir e di altri elementi di paesaggio palestinese attraversati da questo nomos legal-cartografico coloniale– ma anche di svelarne i paradossi. Di qui l’idea di “portare la linea in tribunale”, di praticare i paradossi che hanno acceso la ricerca. Negli sviluppi del nostro lavoro abbiamo difatti contattato un avvocato palestinese. L’idea è stata quella di creare un evento legale –una causa sul “mistero” della linea– che faccia irrompere la linea in un tribunale a cui richiedere –volutamente con una domanda improbabile– la definizione del contenuto della linea, dell’ordine racchiuso nel suo spessore. Delegittimare la linea della non-legge che fonda la legge può risultare percorribile svelando proprio il “segreto di pulcinella” dell’intera architettura legale-territoriale della colonizzazione e di uno dei suoi principali strumenti tecnici. Ragionando insieme all’avvocato che abbiamo contattato, ci siamo trovati di fronte a tutti i paradossi delle nostre possibili pratiche legali: entrando nel tempio della legge non si legittima la legge stessa? E’ possibile entrare nel tempio

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07.01.2010 Cosa hanno in comune un rilevatore biometrico e la pubblicità di un’agenzia viaggi? Vorrei fotografare questo assurdo accostamento, ma la sorveglianza è attivissima e voglio evitare scazzi. Spero che queste suggestioni trasmettano comunque il senso e il non poter vedere il fatto reale stimoli la salivazione mentale. 1- al secondo e ultimo controllo prima di uscire dal check-point, i nativi Stateless devono mostrare il permesso, la tessera d’identità e appoggiare la mano destra sul rilevatore biometrico, dove un sofisticato software traduce i segni della mano e le impronte digitali in un riassuntivo resoconto biografico. E una risposta binaria ok/alt. Somiglia alla macchinetta del caffè, ma sul piattino ha dei pioli che dovrebbero aiutare le dita a infilarsi al posto giusto. Prima di me, una ragazza prova tre volte, niet… si sfila nuovamente gli anelli che si era appena rimessa dopo il metal-detector. Ok. 2- non è esattamente questo… immaginate il poster attualizzato nella grafica e nella destinazione: “Tel Aviv, your life time holidays”, dove una coppia bella e sana amoreggia sulla spiaggia. L’immaginario è quello del sogno, della bellezza, della piacevole compagnia e dello svago. In parole povere l’idea di una possibilità, una proposta di vita. Ecco… vedo quindi questo poster e a fianco le istruzioni, foto-illustrate, all’uso del moderno rilevatore. Su tutte le 6 lugubri guardiole campeggiano assieme l’idea e il suo viatico. http://www.israelnationalnews.com/News/ News.aspx/132468


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10.01.2010 Barba e capelli. Per smaltire un pò di pesantezza pilifera, X mi manda dal suo coiffeur di fiducia. Andare dal barbiere è in sè una forma di fiducia. Che ho sempre riposto in un uomo generalmente anziano e con una certa esperienza di lame. Una sorta di rituale che mi riporta ogni volta ai tempi dei matrimoni degli amici pugliesi in cui si andava in collettivo prima della cerimonia. O agli ultimi sopravvissuti della categoria nel quartiere di San Donato a Bologna. Mi aspetto quindi di entrare in un sancta-sanctorum della schiettezza e della saggezza del caleidoscopio popolare palestinese. E invece: caleidoscopico spiazzamento e tuffo antropologico. Al suo interno due adolescenti molto curati attendono silenziosi e svogliati un loro amico, già seduto e nelle mani di Redan che gli sta apportando un taglio corto ma intarsiato con il rasoio elettrico. All’interno, Soul/R’n’B/ Hip-hop radiofonico in arabo. “Marhaba… everybody waiting?”. Mi dicono di sì oscillando più volte la testa all’unisono. Hanno tutti in comune felpe e jeans tatuati di jacquard e sneakers bianche. Compreso Redan, che è poco più adulto. “…it was X that sent me here…” “…who?! Ah! The man with the Wolkswagen Bora!”, “Yes it is!”. Avrò presto modo di accorgermi dell’importanza di questo dettaglio automobilistico. Anche quando comincia a lavorare la seconda testa (un’impressionante serie di accurate pennellate di pomata, tempo totale 30 minuti in 3 distinte sessioni) ad ogni sgommata e inchiodata sulla strada di fuori, il giovane barbiere si fionda all’esterno cercando con lo sguardo a destra e sinistra quale bolide ha cantato il suo ruggito di potenza. La scena si ripete varie volte anche durante il turno del terzo ragazzo. Poi tocca a me. Short machine cut and all the beard off, please. Il taglio del capello è rapido. Più impegnativa questa difficile e ispida barba, che il rasoio strattona e mi trasforma il collo in una fragola. Vivendo alcuni momenti di autentico gelo quando la lametta si distacca improvvisamente, seguendo la mano di Redan che in un attimo è fuori dalla porta ad osservare l’ultima sgommata. Il dio-auto ha fatto il suo ingresso in Terra Santa. Dopo il lavaggio, guardo ancora questi ragazzi mentre ne entra un altro per ridurre a 1 i 5mm di capello. Fanno in qualche modo parte di una stessa crew o zona. I primi due cominciano ad ammiccarsi come reciproco complimento e approvazione al taglio.

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senza riconoscerne la sacralità? A nome di chi la linea irromperà nel tribunale chiedendo di essere definita dal giudice? A quale tribunale rivolgerci? Sarà il caso di creare un’Associazione della Linea di Confine? Con quale autorità parlare “a nome della linea”? Se le linee sono insiemi di punti, prive di spessore, che poi nelle peculiarità dei procedimenti legali assumono uno spessore, come de-puntualizzare la linea? L’obiettivo è quello di trasformare un non-senso legale in una messa in discussione del legale, della geometria legale della colonizzazione.

Quasi un voler camminare su ciò che Kafka, in Intorno alla questione delle leggi, definisce la “la lama del coltello”, nel suo interrogarsi sul rapporto tra legge e nobiltà: “Le nostre leggi non sono note a tutti, esse sono un segreto riservato al piccolo gruppo di nobili che ci domina. Noi siamo convinti che queste antiche leggi vengano scrupolosamente applicate, ma tuttavia è estremamente penoso esser governati secondo leggi che ci sono ignote… Del resto anche di queste presunte leggi noi possiamo, in fondo, soltanto supporne l’esistenza”. Svelare il mistero della legge –anche nel caso in cui i suoi guardiani si comportino come il guardiano di Kafka (Davanti alla legge) e ci dicano che la porta della legge è sempre aperta ma ora è chiusa– e cercare di smascherarne il mistero può costituire il primo passo verso un progetto di riappropriazione degli spazi di cui la colonizzazione vorrebbe sigillato l’accesso. Il contenuto della linea potrebbe essere sviluppato come spazio comune, senza che questo significhi cadere in un’altra illusione, quella di istituire nuove norme dove apparentemente (non) ce ne sono.

Interrompe il quadretto l’ingresso di un bambino di 8 anni al massimo, sguardo perso, viso sporco e abiti impolverati a chiedere qualche Sheqel. Niente da fare. Con lo stesso ritmo e occhio vacuo esce dal locale. I volti, anche se per un attimo, si abbassano. Il piccolo è in fondo un fratello e il loro pensiero non sta probabilmente percorrendo i luoghi comuni del rom/indio/ scugnizzo. Comunque un marginale, nella nazione marginale. Non è scattata la domanda “chi è la tua famiglia?”, essendo le famiglie ancora un nodo e un tribunale fondamentale per l’equilibrio e l’ordinamento sociale. Esco dal Redan Salon salutando, ringiovanito anch’io dalla rasatura e trasponendo la scena nel mio contesto natale.

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approfondimenti: >

http://www.angeloframmartino.org/images/stories/ARTICOLO_definitivoPeruginiHarb.pdf


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Un gruppo che sviluppa nuove forme di solidarietà? Sara Pellegrini Graduated in Interior Design, she is currently following post-graduation studies in Landscape Architecture, both at the Politecnico di Milano. She is a freelance web and graphic designer. In the last years her main fields of interest have been immigrants rights and politics in relation with contemporary urban condition. She works with an Advice and Welcome Center in Milan for migrants and foreign people. In spring 2008 she collaborated with multiplicity.lab in I Municipi dell’abitare, a research project on the housing emergency in Milan for marginal and troubled people. The project takes part in the exhibition La vita nuda at the Triennale di Milano. Actually Sara collaborates with Boeri Studio.

Lavorare in gruppo è una pratica a cui si viene abituati da piccoli. Fin dai primi giorni universitari, gli architetti sono spinti a considerare la disciplina come risultato di una pratica collettiva, sintesi condivisa di riflessioni moltiplicate. Si impara ad imparare insieme agli altri, e poi a farlo dagli altri. Prima di diventare progetti, cioè cose “gettate” nel mondo, nude e lontane da sé, le idee e le proposte necessitano di lunghe psicanalisi collettive la cui portata aumenta progressivamente nel tempo. Succede che la rete professionale dentro alla quale ogni architetto sviluppa il proprio lavoro cominci a formarsi per prima cosa tra i compagni di banco, quando, ancora in cerca di un’identità intellettuale, la vicinanza fisica prevale sulle affinità elettive. Nel tempo, le reti allargano le proprie maglie, adattandosi e plasmando le geografie elastiche delle nostre vite. Lavorare con Decolonizing Architecture significa innanzitutto riconoscere e comprendere il proprio ruolo all’interno di un sistema reticolare che, certo di qualche nodo fisso, mantiene un alto grado di mobilità. Quando ho preso il volo verso Tel Aviv, nell’estate del 2008, non ero ancora consapevole di essere in viaggio in direzione del cuore di questo sistema. Mi lasciavo alle spalle un intenso anno universitario, uno degli ultimi, e viaggiavo, insieme ad altri, ricostituendo la rete rassicurante dentro cui ero cresciuta. Ad attendermi, quella che per un mese sarebbe stata una vera famiglia professionale.

A Beit Sahour, quell’estate, eravamo una decina. Architetti-fotografi e fotografi-architetti (queste due categorie vivono spesso l’una nell’altra, ancor prima che una accanto all’altra). Qualcuno arrivava, qualcuno partiva. Tutti presenti nei mattutini brainstorming collettivi, ogni tanto, durante le giornate, di qualcuno si perdevano le tracce. Chi arriva in Cisgiordania per lavorare a questo progetto non viene sottoposto ad una formazione in nessun modo standardizzata. Il grado di familiarità e conoscenza delle questioni storiche, politiche, militari e urbanistiche che “regolano” la vita di sei milioni di persone di nazionali-


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tà palestinese (il significato del sostantivo “nazione” è, in questo caso, quantomai ambiguo), dentro e fuori i confini di Gaza e dei cosiddetti Territori Occupati, rimane una questione personale. Il lavoro, di gruppo, che si sviluppa ogni anno d’estate insieme ad Alessandro, Eyal, Sandi prevede queste conoscenze, ma ammette che ciascuno le ottenga a suo modo: leggendo, studiando, verificando, fotografando, disegnando. Insieme si riflette, si discute, si ascolta, ci si confronta, si cambia idea, si percepiscono le sfumature calcificate dentro a un quadro che, una volta codificato, risulta composto di pochissime cromie. Il sistema a maglie si coagula ogni estate, incorporando per un breve periodo soggetti che di lì a poco riprenderanno il volo di ritorno verso le rispettive “aree Shenghen”, spesso continuando a elaborare le riflessioni iniziate insieme. Del resto, in un luogo in cui i confini e le barriere raggiungono un livello di fisicità violento e paralizzante, costruire reti in grado di smaterializzarsi, delocalizzarsi e ricomporsi, parlare quindi di un soggetto mobile, è l’unica soluzione possibile. La pratica collettiva reticolare appresa durante gli anni universitari, diventa, in questo contesto, uno strumento tecnologico utile per agire contemporaneamente in luoghi e tempi diversi, e si arricchisce così di una nuova misura, la multiformità. Decolonizing Architecture è propriamente un soggetto bio-politico.

La nostra collaborazione sta concretamente prendendo vita, ancora una volta, attraverso il segno grafico. Il 12 e il 13 gennaio si terrà la conferenza inaugurale di CAMP presso l’Università di Al-Quds e il campo profughi di Dheisheh. Il programma vedrà confrontarsi esperti e figure interdisciplinari, in modo da costruire una piattaforma permanente (se ci può essere qualcosa di permanente…diciamo abbastanza stabile) in grado di immaginare e fornire strumenti e pratiche progettuali su una base civile, rifiutando il modello imperante dell’architettura e dell’immagine come strumento di conquista e di dominio.

Non sarebbe corretto paragonarne operato e tipo di relazioni a un qualsiasi workshop di elaborazione di idee o laboratorio progettuale. Il metodo, più o meno consapevole, di DA è che ogni esperienza venga sempre saggiata in maniera doppia, in un continuo spostamento soggettivo. Le pratiche urbanistico-militari di controllo del territorio si sperimentano innanzitutto in prima persona, attraversando i checkpoint, prendendo un autobus per Gerusalemme, tentando di raggiungere gli amici a Ramallah. La gestione e il sistema di distribuzione dell’acqua da parte del governo israeliano diventano comprensibili quando si deve rimandare la doccia, fare la lavatrice, o lavare i piatti o quando, dal fruttivendolo, i soli prodotti maturi e invitanti sono quelli che provengono dalle rigogliose coltivazioni israeliane. La presenza degli insediamenti illegali israeliani e del sistema infrastrutturale dedicato risulta chiara e assoluta percorren-

Dallo stampatore, inizio ad immergermi nel sistema produttivo locale, per ora con alcuni piccoli dettagli come la provenienza della carta, per cui i fornitori per superare le difficoltà politiche ed economiche vanno a procurarsi il materiale dal mercato turco e cinese, riducendo drasticamente la gamma di varietà e qualità a cui ero abituato. Non è di certo una priorità nè un problema, ma un fatto in più che aiuta a capire il quotidiano di un mio omologo Stateless. Una nota curiosa. Se viveste qui, Google vi apparirebbe in arabo, allineato a destra. Inutile dire che questo ha fatto incazzare parecchi coloni, che non si sentono rappresentati dalla lingua araba. Vedremo se il gigante americano dispone di by-pass networks per accontentare gli esigenti vicini.


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do per sbaglio (oppure no) le strade asfaltate a solo uso “targhe gialle”. A queste esperienze “attive” si accompagnano momenti riflessivi: tutto quello che viene personalmente sperimentato viene poi decodificato e sistematizzato durante le open lectures pubbliche sul terrazzo di casa Petti-Hilal, tenute da professori, dipendenti comunali, filosofi, politici, artisti, urbanisti, militanti. Sul piano progettuale la metodologia è simile e appassionante. Attorno ad ogni caso spaziale preso come oggetto di studio e di progettazione politica e architettonica, si condensano pratiche di diversa natura. I luoghi non sono letti solo in funzione del loro significato politico e i sopralluoghi non assomigliano a quello che accademicamente s’intende per indagine sul campo. Un’ex base militare israeliana, e prima ancora giordana e britannica, può diventare il teatro dove il racconto dei razzi sparati durante la seconda intifada sulle case vicine si sovrappone alle spedizioni di bird watching di prima mattina, i pranzi con la famiglia allargata sotto al chiosco del nuovo parco giochi costruito con i materiali dell’ex base si alternano allo studio e alla rappresentazione delle tecniche di evacuazione dell’esercito israeliano.

16.01.2010 Everything is politics. Oggi ho piantato un albero. Qui a due passi una coppia di giovani inglesi, con alle spalle svariati viaggi in sudamerica e un bagaglio di esperienze in agronomia, ha sentito, pensato, deciso di sistemare una casa abbandonata e diroccata, ma saldamente ancorata al fianco di una meravigliosa valletta per qui avviare un progetto di piantumazione. Molto ben fatto per la verità, nulla di improvvisato. Un micro laboratorio di autosufficienza attraverso la coltura e il riciclo. La valle è snella, verdissima e speciale, modellata da terrazzamenti, tanto da farmi ricordare di essere nel panorama ambientale mediterraneo e non in uno sperduto deserto del medio-oriente. L’esile fuscello, per quanto giovane, ha bisogno di una buca abbastanza grande in modo da ricevere più umidità possibile, quindi si parte di picozza e di tanto in tanto una svanghettata per togliere la terra frantumata. Osservo T. scavare con mestiere. In t-shirt tutto il tempo. Io e P. indossiamo un maglione e un giubbino. Gli dò il cambio e il primo strato di vestiario se ne va assieme ad altri 20cm di terra. Un giusto scambio nella formula di trasformazione energetica. Comincio a faticare dopo un paio di turni e sento che il mio fisico non è preparato quanto il mio spirito in quest’azione. Ormai la buca mi sembra abbastanza grande che quasi ci entro. Mimo una scena in cui al colpo successivo ci casco dentro stecchito. “Is it enough?” - “Much more!”. E avanti così per un altro quarto d’ora finché it’s enough.

Così s’impara ad essere contemporaneamente satelliti di un sistema di riflessione che si costituisce nel corso di poche settimane, testimoni e cavie di un progetto politico perverso ed ultra efficiente, architetti chiamati ad interrogarsi sul futuro di un territorio decolonizzato, e poi, una volta in Europa, si riprende la propria vita continuando ad essere ognuna di queste cose insieme. E questa continua transizione soggettiva è certamente uno degli aspetti più intensi dell’esperienza con Decolonizing Architecture.

approfondimenti: >

http://dl.dropbox.com/u/906413/sispa/Spellegrini_FVargiu.pdf.zip


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Ap-punti di vista (allegato di viaggio) Troppo tempo a pensare, progettare ed editare… invidio T. mentre ora corre, corre e corre lungo tutta la valle a prendere un sacco di “shit” per preparare un letto di concime con escrementi di capra e paglia. Ritorna, ovviamente correndo, con il profumato bottino, lo stende e ora è il turno della terra. Con le mani ributtiamo dentro una parte di ciò che abbiamo tolto. La terra. La palpo e la lascio per qualche secondo fluire tra le dita… è tiepida, rossa e granulosa. Poi è il turno delle pietre e scovandone parecchie lì attorno copriamo il manto in modo che la mattina raccolgano la rugiada che mantiene l’umidità del terreno. Sotto, assieme alle radici, lasciamo semi-sotterrate due bottiglie di plastica dell’acqua con il fondo tagliato, della stessa marca e forma per incastrarsi meglio tra loro e fungere da imbuto d’innaffiamento. Vi gettiamo all’interno la prima bevuta dell’albicocco dopo il trapianto. La sua sfida ora sarà sopravvivere al primo anno e solo dopo questa fatica esplodere in ciò che deve diventare. Osservo, ai margini di una colonia, la casa di un abitante a tempo determinato. Un pastore proveniente dalle famiglie beduine. Quanto gli offriranno per andarsene? Molti soldi, pare. Se rifiuta un modo per inghiottirlo comunque c’è. È uno strumento che conosciamo bene e si chiama esproprio. L’unico modo legale di sottrarre i terreni dalla macchina sionista è renderli produttivi. Non importa che il vostro appezzamento, casa inclusa, vi sia stato tramandato da 20 generazioni. Dopo le intimidazioni e le azioni di disturbo arriva la burocrazia, che appellandosi all’ottocentesca legge ottomana, decreta che se il terreno non ospita un’attività redditizia appartiene allo Stato. Indovinate quale. È facile, ce n’è solo uno. L’unica documentazione ufficiale ammessa è il fotopiano, la foto aerea. E a permettersela sono davvero in pochi. Se proprio avete una gran voglia di andare in tribunale perché vi hanno bruciato il raccolto, può succedere di trovarvi sotto il naso un fotopiano ritoccato con Photoshop. (Ma va là…) Invece è successo. Cose che capitano. Come capita che anche David piantumi. Pini. E.W. ci racconta che sotto i pini qui non può crescere sottobosco e quindi il nutrimento per le capre dei pastori beduini. Quando c’è del genio, bisogna riconoscerlo. Per quanto vi può andar bene? Non si sa. Potrebbe dipendere alla fine dall’acqua, il vero problema di questa terra. King David ha la tecnologia per portarla, ma blocca il più possibile i tentativi di autonomia infrastrutturale di Stateless. Molte case si dispensano dalle condotte che portano l’acqua alle colonie, ma appena la pressione non è più sufficiente a garantire un ottimale e costante flusso ai settlements, le deviazioni Stateless vengono chiuse.

Assan coordinatore e attivista palestinese (Alternative Information Center, Bethlehem) “Non ci siamo arresi in 60 anni, non lo faremo ora” “Siamo sotto assedio” “È una lotta per la sopravvivenza di una cultura, di un’identità. Di un popolo” “Bisogna parlare di confronto, di rispetto delle regole, di diritti. Prima di questo non si può parlare di pace” “La UE si dichiara neutrale rispetto alle posizioni… ma come si fa ad essere neutrali se c’è una parte più forte dell’altra? È così che si sostiene la violenza” “Gli ebrei sono vittima del progetto sionista, esattamente come i palestinesi” “Non siete soldati, siete parte di un processo, perché quello che succede nel vostro paese succede nel mio” “Attraverso il sostegno incondizionato ad Israele, le potenze occidentali ottengono: - controllo delle risorse petrolifere - controllo del mercato medio-orientale - prevenzione rispetto all’unità araba - prevenzione rispetto allo sviluppo della cultura araba in loco e nel mondo (il colonialismo britannico ha cominciato questo processo)” “Il nostro ruolo è sostenere il movimento di resistenza palestinese, non attraverso le armi ma con la cultura, l’identità, la società civile. Cioè continuare a costruire il futuro, la nostra quotidianità” “Molti, dopo la diaspora, sono tornati in Israele per motivi economici invitati dai vantaggi offerti dallo stato. Molti erano cristiani, altri musulmani che si sono dichiarati ebrei o convertiti all’ebraismo per approfittare di questo vantaggio”


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“Cos’era Gaza prima dell’operazione Cast Lead? Un disastro economico e sociale… è stato come dichiarare guerra ad una favela. Non sarà un caso che una zona di Rio de Janeiro si chiama “Faixa de Gaza”. Striscia di Gaza. Però… politicamente Gaza è riconosciuta e socialmente definita dall’identità palestinese. E la comunità internazionale ha fatto scena muta. L’assenza del Vaticano è a mio parere paragonabile al silenzio tenuto durante la Shoah” “Il Goldstone Report è stato bloccato alle Nazioni Unite dal veto americano e dell’Unione Europea. Avrebbe portato all’inquisizione di alti gradi dell’esercito israeliano (IDF) e dei suoi emissari politici” “La lotta palestinese si è spostata sulla parità di diritti, possibilità di movimento e di rimettersi in piedi” “La leadership palestinese è ritenuta responsabile per queste divisioni politiche interne, poi semplicemente messe in pratica da Israele. Mentre la gente reclama unità nazionale” “La libertà e la resistenza sono non solo un diritto, ma un dovere dell’uomo libero” “Non saremo vittime docili. Non moriremo silenziosamente”

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E ora, per il momento audiovisivi, un contributo dallo stivale (thanx Kalì). http://www.webislam.com/?idv=2061 Da CAMP, le uniche parole a risonare sono quelle di Omar e Munir. L’uno dice che bisogna partire dal decolonizzare noi stessi, dalla rimozione dei check-point mentali che ci impauriscono, ci bloccano e ci fanno rassegnare. La scimmia della sconfitta. Munir… il vecchio Munir. “Talking about architecture. Decolonizing… we have first to decolonize our water and our shit”. Pure la merda si sono presi? Neeee… questa no dai. Vuoi farmi credere che le fognature sono di King David e la tua merda concima i loro campi? È per questo che i due inglesi hanno un modello di compost-toilet? Per essere indipendenti nella concima? Le palle girano, girano, girano vorticosamente. Per tanti motivi. L’importante è trovare il centro di rotazione e sul quel centro imperniare un circolo di rabbia propositiva e tenace. Qui dicono che non faranno la parte delle vittime buone e gentili, offrendo la nuca. Mi auguro neanche noi che di merda ne abbiamo da vendere.

“Non c’è un conflitto tra 2 soggetti molto nervosi, bensì una situazione creatasi da un progetto premeditato e pragmaticamente perpetrato”

18.01.2010 The Truman Show vs The Goldstone Report.

“Bisogna sostituire la militanza con l’attivismo, ma senza il pacifismo. La pace è un processo continuo di mantenimento di equilibri”

Poche nuvole in cielo e un brillante cobalto lo campisce. I soliti 25 gradi al sole e 10 all’ombra. La gente si sveglia presto, il cantiere qui a fianco continua le opere di elevazione in cemento, il materiale privilegiato dall’edilizia locale, assieme alla pietra giallognola e bugnata che riveste tutte le costruzioni. I bambini giocano rumorosamente aspettando lo scuolabus. Vai e vieni di gente. Il souk pullula. Coltivazioni di ulivi adulti e di più recente piantumazione. In strada, come ogni giorno passa l’ambulante che vende quella strana enorme baguette a ferro di cavallo cosparsa di sesamo. Ai check-point la fila si dispone con ordine, qualcuno sta in silenzio altri parlano. E ridono. Da qualche mese hanno pure istallato i cessi e ai lati di una sorta di “nicchia d’attesa”, arredata con panchine di ferro, pendono sul freddo cemento alternato alle pareti di acciaio mobili, due minuscoli vasi con striminzite piante grasse che sembrano finte. Da quanto ho capito, il faticoso frutto del mandato Blair per la pacificazione dell’area. Una spremuta di competenze politiche che hanno prodotto, dopo mesi e mesi, l’abbellimento (say what!?) dei dispositivi di filtraggio umano. Congiuntamente alla creazione di un apparato di controllo sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese: ridicoli posti di blocco formati da un paio di bidoni, bande foragomme e qualche soldato annoiato. Insomma, sembra proprio una fottutissima, meravigliosa, giornata. In terrazza o per la strada, vorresti stiracchiarti e con un sorriso esclamare “Buongiorno vicini!!”

“Bisogna staccare la spina dell’aggressività per raggiungere l’armonia”

approfondimenti: >

http://www.alternativenews.org/english/

Dalla festa in cui sono stato recentemente, vedo nei giovani la voglia di divertirsi, ballare sfrenatamente, alzare il volume. Poi improvvisamente incroci lo sguardo di un uomo più anziano (più o meno della mia età), H., con le palpebre a mezz’asta e la mascella contratta,


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l’espressione un pò imbarazzata, che esorta gentilmente ad abbassare i toni. Più pudore please… conteniamoci. Indagando scopri che H. è uno dei tanti ex-giovani che sono stati arrestati perché membri di un comitato politico indipendente, perché manifestanti, ma senza macchia. In via preventiva. L’incarceramento può durare al massimo 6 mesi. Rinnovabili come gli abbonamenti. H. si è cuccato complessivamente un anno e mezzo. Cammini curioso per le ariose strade di Ramallah e ti imbatti in storie come quella di Luai, non più taciuta, che ha avuto la sfortuna di essere troppo preciso scagliando una pietra durante la seconda intifada. Colpito al sopraciglio un soldato, una settimana dopo sono andati a prenderselo in casa grazie agli embedded reporter e le telecamere. Tre anni di prigione, qualche tortura, braccia rotte e un ginocchio massacrato che lui stesso mi chiede di toccare per sentire un’improbabile protuberanza. No, una rotula non è fatta così Luai… lo so. Holy shit. Era una bellissima giornata e ovunque per strada, anche a Betlemme, non fai in tempo a chiedere un’informazione che qualcuno parte a raccontarti una storia simile. Donne e uomini incarcerati preventivamente, per quanto non si sa. L’abbonamento al cinema Garage Olimpo potrebbe essere rinnovato. La tua sala 101, la tua preferita, ti aspetta se non ti comporti bene. Ho quasi la sensazione che sia tutto talmente un set, che sò, di Visitors mi suggerisce K. (fortunata serie tv degli anni ‘80), tanto da pensare che comincino a vendermi queste storie. Ci sono bambini che fanno a gara per portarti ai luoghi dove qualche resistente (effettivo o preventivamente plausibile) è stato terminato, ma il fatto che non chiedano soldi mi fa pensare a storie vere. www.vvisitors.it/ La normalizzazione delle situazioni dolorose o stressanti, soprattutto se perpetrate per lungo tempo (qui sarebbe più corretto definirlo un programma a medio-lungo termine) è una capacità degli organismi per sopravvivere. Ci si abitua a tutto. Siamo degli esperti in questa specialità. Ma questo non ha nulla a che vedere con un’altra componente che è la resilienza, ovvero la capacità di un sistema vivente di ripristinare e rafforzare la propria struttura dopo una catastrofe.

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Elias chirurgo e attivista palestinese Frammentazione della società palestinese attraverso la confusione. Azioni elaborate e messe in pratica durante la prima Intifada: - boicottaggio della produzione israeliana - dimostrazioni - scioperi - contatto con gruppi pacifisti israeliani - campagne di promozione della causa - sfida alle azioni di Israele attraverso il suo stesso sistema legale “Arresti ogni giorno di presunti leader dell’Intifada” “2.000.000$ spesi dall’OLP per controllare la crescita di leader-ships locali. Azione intrapresa da Arafat che non voleva perdere il controllo” “La vera azione che il popolo dovrebbe compiere oggi è fermare la negoziazione tra Fatah e Israele. Protestando più contro Fatah che Israele. La gente è il potere, ma non c’è un parlamento palestinese che possa controllare l’azione di governo” “Il fallimento della seconda Intifada è stato deciso dall’uso della violenta da parte dei palestinesi, sparando vicino agli insediamenti. Questo ha causato la distruzione e il bombardamento delle case e messo a tacere le strategie veramente creative che stavano sorgendo con l’uso di tecniche ironiche e a volte surreali” “Israele è violenta per natura, non hanno mai fatto altro che usare la violenza come risposta e più sono violenti più cresce l’affiliazione ai terroristi”

La rima con resistenza è puramente casuale, il riferimento a fatti o persone realmente esistiti invece è voluto. Qual’è l’antidoto all’anestesia totale, lenta e progressiva? Senza passare alla violenza? A parte i discorsi di rito sulle pratiche dell’ascolto, la creatività, la diplomazia e i ponti di comunicazione, molto pragmaticamente il dr. E. suggerisce che la gente, ultima e vera detentrice della possibilità di cambiamento, debba protestare non contro King David ma contro Al Fatah, che con la sua debolezza, vacuità e addestramento al controllo del territorio, sta consegnando pezzo dopo pezzo la terra all’invasore e, cosa forse più grave, annullando la creatività e positività della prima intifada soppiantandola con le armi, consegnando praticamente nelle mani di Hamas le redini della causa. L’altro antidoto è la messa in atto delle direttive apparse nel Report redatto dal team di Richard J. Goldstone.

approfondimenti: >

http://bdsmovement.net/


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Questo signore di 70 anni è nato in Sud Africa, dove ha operato per anni come giudice della Corte Costituzionale. Ha fatto parte del Tribunale Internazionale per i Crimini di guerra, trattando tematiche bollenti come il conflitto nei Balcani o i genocidi in Rwanda. Termini come appartheid e violazione dei diritti umani li conosce molto bene. Nel 2009 Goldstone ha condotto un’indagine molto accurata riguardo l’ultima operazione militare israeliana di largo respiro, ovvero Cast Lead (Piombo Fuso). L’obbiettivo era far emergere, se rintracciate, le prove di effettivi abusi da parte di Hamas (più altre organizzazioni armate palestinesi) e di Israele. Ne sono usciti tutti malconci. Crimini di guerra e contro l’umanità da una parte e dall’altra. Se in qualche modo la vana brutalità degli apparati para-militari palestinesi non ci sorprende, il ritratto delle azioni compiute dall’esercito israeliano è devastante e dovrebbe spiazzare anche i difensori senza se nè ma della stella di Davide. Si è sollevato un polverone. Israele rispondere di fronte ad un tribunale Internazionale? Non sarebbe la prima volta. Per crimini di guerra invece sarebbe un vero e proprio battesimo. Questo ovviamente non succederà perché il veto di importanti attori dello scenario politico internazionale ha un peso decisivo. Quiz: indovina chi. Alcuni adulti statunitensi che ho avuto modo di incontrare qui, mi hanno smontato anche un mito più recente. Pare che l’amministrazione Obama (“Obama? He is the establishment!”) sia mal vista tanto da Israele, che attraverso le sue influenze lobbystiche farà di tutto per rovesciarlo, quanto dalle frange politiche palestinesi. Un interlocutore debole per entrambe le parti. http://www.forward.com/articles/114867/ http://zionism-israel.com/israel_ news/2009/10/richard-goldstone-not-popularamong.html Le mie semplificazioni non rendono atto della complessità della situazione. Quindi per stasera, torniamocene ad una vigile normalità, al turismo culinario e al contatto con la strada. 19.01.2010 Come potrebbe avere inizio una colonia. Ufficialmente, è un’attività ritenuta illegale dallo stesso governo israeliano. Nella maggior parte dei casi, una volta che l’insediamento ha posto la prima pietra e sorgono i primi inevitabili focolai di tensione, arriva l’esercito a gestire la situazione, in realtà a proteggere i coloni e stabilirne de facto l’ufficialità. In contraddizione, ma in realtà approvando sotterraneamente l’appropriazione. “Nel 1993, dopo gli accordi di Oslo che definiscono l’area all’interno dei territori palestinesi, un patto tra Yasser Arafat e la municipalità di Beit Sahour stabiliva che in caso di evacuazione della base militare non sarebbero state costruite altre postazioni militari e che l’area sarebbe rimasta sotto l’amministrazione della municipalità per uso pubblico. Il sito dell’ex-base militare di Oush Grab, sgomberata nel 2006, rappresenta l’unica possibilità di un’autonoma espansione per la municipalità di Beit Sahour, Betlemme, bloccata

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Shir Hever economista e attivista israeliano (Alternative Information Center) “È stato dichiarato pubblicamente: vogliamo la terra, ma non la sua popolazione” “È comodo dare agli ebrei una terra, soprattutto se di un altro, piuttosto che affrontare le responsabilità dell’olocausto e riaccogliere i deportati, gli esuli” “Israele ha pure esteso i suoi confini ad oltre il 40% dei limiti prestabiliti. E il processo sta continuando.” “A decidere tutte le regole, comprese quelle militari, è un organo che si chiama CIVIL ADMINISTRATION!” “L’atteggiamento israeliano è: sappiamo che dalla comunità internazionale è considerato illegale colonizzare, ma se tutti (il popolo israeliano) sono d’accordo con noi, lo facciamo e basta”. “Molti coloni vengono dalle fila dell’esercito” “Israele applica la legge ottomana (1800) percui se non coltivi la terra per tre anni questa diventa proprietà dello stato. Per inciso, questa legge è applicata solo ai non israeliani” “Nel 1979 cambia il modo di colonizzare perché in precedenza, la corte costituzionale ONU accettava la motivazione “per sicurezza” “Simon Peres invita a cambiare la linea di difesa e dire che tutti i terreni inutilizzati appartegano allo Stato. E a modificare le mappe, creandone di nuove molto accurate. “Con la seconda Intifada l’impegno militare nei territori è aumentato di 10 volte” “Oggi Israele è il 4° esportatore di armi al mondo, un mercato che si è costruito con l’aiuto degli USA che dal ’76 forniscono 2.000.000$ l’anno” “L’industria militare è una macchina incredibile che sviluppa nuove tecnologie più di ogni altro paese al mondo. L’altro grande business e oggetto di ricerca innovativa all’avanguardia sono i dispositivi di controllo elettronici e biometrici” “Quando un militare va in pensione (45/50 anni) diventa per diritto un rivenditore autorizzato di armi” “L’autorità nazionale palestinese è stata creata con donazioni provenienti dall’Europa. Non ha nessuna sovranità, su niente. Serve solo come forza di polizia per un controllo sui palestinesi gestito da palestinesi, senza che Israele vada di fronte alla corte costituzionale.”


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“Decine di migliaia di palestinesi in Israele sono rimasti senza lavoro per la chiusura dei confini, per le misure decise dopo il protocollo di Parigi. Con due differenti interpretazioni: i finanziamenti internazionali sono stati sprecati non per la corruzione dell’OLP come molti pensano ma perché i progetti non vanno avanti, i check-point bloccano i transiti e le operazioni militari bombardano o distruggono con altri mezzi le iniziative imprenditoriali, la comunità al suo interno” “I flussi di denaro come di materiali (vedi aiuti umanitari) devono transitare attraverso infrastrutture israeliane. Oggi, per ogni dollaro speso dalla comunità internazionale, la stessa ne spende 7 per gli aiuti umanitari. Israele così ci guadagna pure” “Sono strumenti della depressione, economica e psicologica, che è anche un business!” “Gaza è un esempio della punizione, la Cisgiordania è il posto dove allargarsi e offrire la carota: “attenti a come vi comportate o farete la fine di Gaza!” “Il controllo sull’ingresso dei prodotti palestinesi in Israele è totale, mentre Israele esporta molto facilmente” “Oggi in realtà l’occupazione causa a Israele più sprechi che guadagni… è più un sentire di un popolo, della sua classe lavoratrice di andare avanti per dimostrare che può vincere sulla storia e dominare” “L’attacco a Gaza ha permesso a Israele di dimostrare di poter andare oltre le leggi internazionali. Non c’è stata nessuna pressione internazionale. Nemmeno dopo il Goldstone Report, ignorato e addirittura messo sotto accusa”

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a nord-ovest dal muro e a sud-ovest dalla bypass road 60.” Questo materiale non è di repertorio. Fra due giorni Women in Green, una delle realtà più attive nella rivendicazione della terra e di supporto ai coloni, ha qui organizzato una serata di reclutamento, con la protezione dell’esercito, per portare una ventata di novità nella “normale” vita di Betlemme. http://www.womeningreen.org/ 21.01.2010 Fawwar. 60 anni fa nasceva un’agenzia delle Nazioni Unite dedicata all’emergenza umanitaria scaturita dopo il 1948 e alla programmazione di attività di sostegno per i campi profughi palestinesi, tendopoli sorte l’indomani della Nakba (cioè il Disastro), sparse tra West Bank, Gaza, Siria, Giordania e Libano. Oggi l’UNRWA, più che di sostegno, si occupa praticamente di sviluppo. Le persone che abitavano le tendopoli o, se vogliamo, i loro discendenti, pur coltivando quel diritto (cfr. la voce Illusione) al Ritorno nelle case da cui sono stati cacciati, diritto che compare nero su bianco tra gli incartamenti dell’ONU, hanno avvertito la necessità di prendere in mano il loro “qui e ora” per migliorare le proprie condizioni di vita. Toccata e fuga a Fawwar, uno dei due campi profughi di Hebron. Io faccio da embedded guest. Un giro alla scuola materna appena ultimata a controllare l’ultimazione delle finiture e degli arredi. Per fortuna l’insistenza di S. ha determinato la scelta di colori caldi e solari, invece di una deprimente scala di marroni. I genitori e decisori del luogo temevano casi di shock per le loro creature, ma si sono loro stessi convinti che così è… semplicemente più bello. Si infilano lenzuola e federe nei lettini. Allestimento delle ultime decorazioni. I volti limpidi di un gruppo bambini e bambine tra i 7 e i 10 anni scrutano con divertita curiosità il neo arrivato gigante dai capelli d’argento, la borchia al lobo e l’affascinante macchina fotografica che tenta di portarsi via il ricordo dei loro occhi. Gara di tuffi fra tre ragazzini dall’altalena che quasi fa il giro su se stessa per produrre lo slancio che proietta i piccoli Sotomayor/Howe nell’aria e poi nella sabbia umida. Si va nell’ufficietto dei capi villaggio, alla ricerca di una soluzione per un grave problema di fornitura d’acqua. Di nuovo entra in campo la politica, quella rappresentativa questa volta, per la fragilità con cui Fatah sta ereditando la difficile promessa di Arafat di sobbarcarsi le spese delle utenze. Già sapete chi le eroga no? Uscendo, noto un villone a poche centinaia di metri, pare di un impresario edile palestinese con dimora a Londra.

approfondimenti: >

http://www.alternativenews.org/english/index.php/topics/economy-of-the-occupation/

Da domani, pausa… Round-abouts. La produzione in ufficio in questi giorni è stata abbondante e piena di soddisfazioni. Così posso permettermi di visitare nuovi luoghi per qualche giorno. Silenzio post.


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Coalition of women for peace, Jerusalem organizzazione israelo-palestinese “I don’t have brother who is settler” (scritta riportata su un flyer attivista israeliano) “Fino all’accordo di Oslo, l’OLP era un’organizzazione terrorista non riconosciuta. Per incontrarsi i rappresentanti si riunivano all’estero”

21.01.2010 The struggle for the hill-top. [ Ieri mattina ad Oush Grab, un gruppo di coloni ha incontrato le fanatiche “donne in verde” che guidano la riconquista della collina ed ex-base militare, da loro rinominata Shdema. ] Mi faccio lasciare dal taxi a circa 200 metri dal luogo, coperto da una curva alberata per non dare nell’occhio, ma man mano che cammino la mia convinzione precipita per diverse ragioni. Sono solo e senza la press-card che mi era stata promessa, oggi non ho un’espressione da bravo cristiano, X. non appena svegliato mi ha strizzato con una sorta di simulazione di interrogatorio con tanto di “r” ebraica, la sera prima L. mi ha sconsigliato l’avventura (pare che dalla sua esperienza, se non arrivi con l’autobus dalla colonia o da Gerusalemme, i coloni siano estremamente sospettosi e ci sia poco da scherzare…). In più l’esercito che pattuglia l’area. Infatti il primo benvenuto mi viene dato da parte di due soldati/poliziotti: “Where’r you from?!” dopo avermi detto qualcosa in ebraico dalla jeep appostata ed aver ricevuto il mio “… sorry?”. “Ok, the hill is up there, but the access is denied for 3/4 hours… don’t go up, it’s ok?!”. Gironzolo attorno alla collina per controllare le presenze e l’effettiva sorveglianza, mi decido a prendere il viottolo che porta all’accesso della collina e al parco attrezzato con ristorante costruito dalla municipalità con finanziamenti europei e americani. Quello che nel video proShdema le women in green sostengono essere un abuso edilizio degli arabi. Mentre percorro il vialetto, uno dei soldati della jeep mi richiama “hei! don’t go up!”. No, non salgo no… direi che di salire non se ne parla. Quattro soldati fanno la ronda anche sul fianco della collina e altri due dalla diroccata torretta d’avvistamento. Oush Grab. Il nido dei corvi, in arabo. Che rilevanza ha per me insistere ormai, unirmi a queste persone e sorbirmi, in ebraico, una conferenza sul rapporto tra Kabala e diritto alla terra, quando il materiale più scottante mi attende nel parco attrezzato, che venerdì scorso io e L. (già lì a chiaccherare con il custode) scopriamo essere stato luogo di vandalismo da parte del gruppo di eroi lì in alto che si sta evangelizzando a vicenda. Lascio la collina dei corvi al suo destino (per oggi) e mi faccio raccogliere da N. e S. Questa volta sono embedded guest di un piccolo team UNESCO.

“Quest’organizzazione (CWP) tenta di unire le donne di entrambe le parti. La società israeliana è estremamente militarizzata, così le donne hanno una limitata libertà d’espressione. Proprio la libertà di essere ai margini ha permesso a questo gruppo di dedicarsi al dialogo con la componente palestinese” “Spesso in Israele si usa l’alibi: siamo pronti a trattare per la pace, ma non c’è nessuno con cui dialogare dall’altra parte” “Durante la prima Intifada c’erano molte cooperazioni (culturali, sportive, sociali…) poi disgregate nella seconda Intifada. Queste attività non erano però accompagnate da riscontri politici presso le infrastrutture per l’occupazione. Ciò ha creato frustrazione e sfiducia” “La società palestinese è più tradizionale e le donne sono più facilmente attaccabili per il fatto di dialogare con gli israeliani” “Chi cresce nelle colonie viene portato a vedere i palestinesi come nemici, cresce all’interno della comunità, non frequenta l’esterno. Un israeliano può vivere una vita senza sapere, essere consapevole che c’è un’occupazione in corso, non avendo scambi con l’esterno” “La crescita demografica della comunità ortodossa è impressionante, più delle famiglie arabe, in una lotta che è anche demografica tra le parti. È una specie di colonizzazione interna, pur essendo una componente apolitica, che tuttavia sta diventando sempre più affiliata con l’estrema destra. Ci sono anche colonie interamente ultra-ortodosse ormai. Perché c’è bisogno di abitazioni. Pochi possono permettersi di comprare grandi case nel centro di Gerusalemme, così queste numerose famiglie le comprano nelle colonie, che sono molto più economiche. Una delle ragioni per cui la costruzione delle colonie non si può arrestare, pena una crisi interna e l’indebolimento del principale strumento di espansione e occupazione. Le colonie sono ad uso e consumo degli israeliani” “Esiste uno spazio di rappresentanza delle donne arabe, palestinesi nate in Israele, tra le più discriminate ovviamente” “L’espressione del parlamento ha sempre quest’orientamento sionista. Nel 1948 sono stati espulsi 650.000 palestinesi e 500.000 (dato da verificare) sono rimasti” “Non esiste la definizione di palestinesi, bensi di non-Jews” “Si può lottare per l’eguaglianza dei diritti salariali e in qualche mi-


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sura quelli civili, ma assolutamente non per quelli di rilevanza identitario-culturale. I servizi di intelligence hanno addirittura dichiarato pubblicamente che combatteranno tutte le dimostrazioni, anche se perpetrate con mezzi democratici e civili, che vadano contro l’idea di Israele come stato sionista ed ebraico. Quindi l’eguaglianza sociale è solo un favore concesso per tenere a bada le istanze e le rivolte. Non è permesso invece il sorgere di città arabe. Netanyau ha parlato di piccoli villaggi con 500 case per arabi, previa accettazione incondizionata della visione sionista” “La frammentazione della società israeliana è in realtà unita dall’idea sionista. L’unico nemico sono gli arabi. Diventa praticamente la condizione sine qua non per entrare, una specie di Visa: - accettare l’idea sionista - riconoscere la comunità araba come nemica” “L’unico modo per conservare l’identità culturale è all’interno delle famiglie e dei partiti politici. Anche guardare Al Jazeera contribuisce a questo” “Il 45% degli arabi in Israele non vota per sfiducia o motivi ideologici. In Israele vivono 1.200.000 arabi” “I servizi segreti si informano personalmente su chi è comunista, antisionista, ecc… e può usare le informazioni contro le persone” “Molti villaggi dopo la Nakba (espulsione del ’48) sono stati distrutti, coltivando foreste o costruendo altro sopra per mascherare il fatto o cancellare la memoria storica. Non è vero, come vogliono far credere, che non vi erano palestinesi prima del ’48: tutti loro vivono oggi nei campi profughi, ormai delle realtà urbanizzate”

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Battir. Battir è un luogo speciale. Lungo la strada apprendo dalle mie guide altri piccoli dettagli che compongono il set disposto dalla macchina del controllo. Come l’obbligo Stateless in alcuni tratti di passare attraverso dei tunnel e il progetto in fase di realizzazione di una rotonda check-point dove ora si radunano taxi e services, unico modo da Beit Jalla di arrivare motorizzati a Battir e d’intorni. Presto o tardi questo moto-raduno sparirà e le avvisaglie sono le sempre più frequenti e salate multe dispensate da agenti in borghese. Innanzitutto, demoralizzare. Il progetto è isolare tutta l’area per raggruppare un insieme di colonie in un’unica urbanizzazione di cui farebbe parte anche la terza colonia della West Bank, in ordine di grandezza. Arriviamo intraprendendo una sconnessa mulattiera (con sosta check-jeep militare), un tratto di E60 e poi la strada comunale. Le wadi (vallate) di Battir ospitano meravigliosi terrazzamenti coltivati. Raccogliamo della salvia e un’altra pianta aromatica che ci profuma le mani. Siamo seduti sulle pietre a buttare quattro parole al vento (ce n’è davvero molto oggi) sull’occupazione e sul tentativo di pianificare in un contesto in continua mutazione ed una macchina di inesorabile efficienza come avversario. Ci avviciniamo ad un casolare demolito dagli israeliani perché in zona C. Di per sè davvero brutto e un crimine contro la natura. Un modo poco colto ma necessario di integrarsi con il territorio è stato punito in realtà non perché eco-mostro, ma per dissuasione contro qualsiasi grillo di auto-determinazione. S. Mi fa notare, con un colpo di archeologia della distruzione, che i ferri scoperti in realtà sono di vecchio tipo, lisci e senza la filettatura oggi in uso. Si tratta quindi molto probabilmente di una demolizione recente di un fabbricato vecchio. Tra i tanti danni dell’edilizia palestinese al territorio, c’è n’è uno che cattura la nostra attenzione lungo la strada. Un villone holliwoodiano che devo assolutamente fotografare e che si rivela un piccolo racconto sui confini. Infatti, il probabile custode del cantiere allarmato dal nostro interesse e che la paura istiga a trasmetterci altra paura (attenti… la gente del luogo pensa che siate israeliani a caccia di abusi!) ci spiega come questo capolavoro sia stato eretto parte in zona B e parte in zona C (A: controllo amministrativo e militare palestinese; B: controllo amministrativo palestinese e militare israeliano; C: controllo amministrativo e militare israeliano). L’esito di questa sfida evidentemente dettata dal potere del denaro si è nel frattempo risolta in un blocco dei lavori. Nel wadi più bello, lì dove dovrebbe passare il muro, per fortuna oggi c’è ancora un tratto della ferrovia ottomana che collegava Il Cairo a La Mecca. Grazie a questa sospensione di rigore, gruppi di palestinesi possono varcare il confine e approdare clandestinamente in territorio israeliano approfittando della notte, delle nebbie e della finta distrazione delle guardie forestali, lavorare in nero per un paio di settimane guadagnando otto volte tanto e poi tornarsene nella riserva.


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Zafer Barakat guida turistica palestinese

Battir è una cartina tornasole dell’appendicite cronica di cui soffre la Linea Verde (quella su cui dovrebbe correre un netto e condiviso confine). Infatti le diverse zone definite a Oslo qui si sovrappongono e oltrepassano i confini come una composizione di Mirò. Il caos. Dal punto di vista della… vista, non c’è niente da dire. Se non: “meraviglia”. 22.01.2010 Nablus. Il mio tallone d’Achille è la sinusite mista ai cervicali e la posizione nel taxi collettivo, in fondo e laterale, mi impone una lama di vento che spiffera dal finestrino di fronte. Non c’è modo di chiudere quel dito e mezzo che separa i due vetri. Quando arrivo a Nablus sono già mezzo stordito. L’animosità dell’enorme e meraviglioso mercato completa l’opera e mi mangio le mani a non poter leggere con lucidità questa pur meravigliosa città, nonostante i segni lasciati dalla repressione che ne fanno la più martoriata della seconda Intifada. Si vede che è una città più povera. Si vede che la gente mostra segni di imbruttimento. Più duri. Ma sempre disponibili a darti delle indicazioni, qualcuno ad accompagnarti direttamente al luogo, altri ancora a sorridere. Lo vedo anch’io che manifesti e locandine che ritraggono i “martiri” dipartiti o incarcerati qui si sono moltiplicati, rispetto a quanto visto nelle altre città. A Ramallah compaiono anche dotati di retroilluminazione, ma qui la quantità ti fa sentire di percorrere un assurdo e lunghissimo necrologio. Mi riconnetto con il post “cattive notizie da Nablus e Gaza”… neppure un mese fa l’esercito aveva reagito contro tre probabili terroristi. Leggo da altre fonti di informazione che non sono stati uccisi nei pressi del muro, ma che sono andati a prenderseli a casa. La notte. E senza scontri a fuoco, ne verifiche o processi… bum bum. “Non ti meravigliare… capita spesso così. Si fa prima”. Per gli amanti della pornografia del conflitto, un link. http://electronicintifada.net/v2/ article11001.shtml Ah già chiedo scusa… ero ufficialmente in vacanza, ma le contingenze mi hanno portato ad un breve ritorno a Betlemme e al solito resoconto poco pacifico. Vogliate perdonarmi. A Nablus fanno il famoso sapone all’olio d’oliva, talmente buono che vi verrebbe voglia di addentarlo. I dolci sono strepitosi, tanto da rendere questa città un riferimento per gli amanti del genere. Domani se smette di piovere che Allah la manda vado al mare. Promesso. Pace e bene.

“A Tel Aviv e Jaffa 1.200 moschee sono state distrutte o riconvertite: ristoranti, saune, sexy-club, coffee-shop o altre attività commerciali. Uno dei più grandi hotel, l’Hilton, è stato costruito sul più importante cimitero arabo. Lì pare ci sia uno dei più rilevanti giri di sesso e prostituzione di tipo omosessuale. Con alcune delle tombe ancora presenti, nei giardini” Ci consiglia un libro, Before their Diaspora di Walid Khalidi “2 importanti gruppi terroristici israeliani, guidati rispettivamente da Ben Gurion e Menachem Begin (padri della patria d’Israele e successivamente leader del paese), organizzavano attentati terroristici nell’area di Jaffa con l’uso di bombe in edifici pubblici” “La gentrificazione di Jaffa, piena di telecamere… una zona abitata da persone ricche che sfrutta però il mercato a buon prezzo della poor class araba” “I cartelli turistici sulla storia di Jaffa cominciano dall’800! Cancellazione dei nomi delle strade, dei luoghi, sostituendoli con i propri”


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29.01.2010 Mai più. Mai più… Masada cadrà. Ho deciso di sospendere momentaneamente la parola Pace dal mio vocabolario per una verifica attitudinale e di mandarla dal meccanico etimologico per una seria revisione e pulitura, incrostata com’è dal senso comune. Sono cresciuto in un’epoca che ha creato il prodotto della Pace® attraverso una stagione di eventi le cui dinamiche per forza di cose non potevano essere realmente spiegate o approfondite dai media, che tutto sembravano poter spiegare. Negli anni ‘90 Pace® si è rapidamente diffusa a livello globale attraverso il tappeto blu delle forze “liberali” occidentali e il progressivo deterioramento del blocco “pauperista” comunista. Contestualizzando, nel ‘93 i processi di pace di Oslo e Camp David delineavano uno scenario di grande fiducia in Medio-Oriente, dove gli attori in campo scendevano dal tank per interloquire e stringersi la mano. Ma pochi sapevano che cosa quei trattati serbavano per la spartizione del territorio. Il clima che si respirava in Israele e Cisgiordania era di autentico rilancio e fiducia. Tuttavia, oltre all’effetto rilassante di massa, tecnicamente non hanno risolto ma anzi complicato la gestione del territorio, quindi del conflitto, offrendo alla più forte delle parti in gioco ben presto la possibilità di amministrare pressoché tutto lo spazio, nel dedalo delle aree A-B-C, con licenza di sconfinamento. Con mezzi legali, apparentemente legali o totalmente illegali a forte predominanza di questi ultimi. Con quale complicità dell’OLP, non lo so. Era già pronto un collaterale e fiorente mercato dei Diritti Umani®, producendo grandi affari in Palestina così come in Africa e America Latina. Pace® quindi. E Amore®, Libertà® e Democrazia®. Partecipazione®. Dialogo®. Solidarietà®. Svuotamento di senso. Ascoltando le parole dei nostri parlamentari (tanto per fare un esempio vicino e di preoccupante ordinarietà) si capisce facilmente che la retorica si è totalmente impossessata di questi concetti come un cavallo di Troia, per lubrificare le azioni di governo: sodomia di massa. La retorica del “Mai più” invece, così come delle Giornate Commemorative® e dei Minuti di Silenzio®, non è stata accompagnata da una reale comprensione della complessità dei fatti e soprattutto delle dinamiche interne all’essere umano. A partire dall’Olocausto se vogliamo e soprattutto nel suo legame con la formazione dello Stato di Israele. Mi dichiaro colpevolmente ignorante e in fase di rimedio, spedendo a letto senza cena la Pace® e dando un’occhiata io stesso molto più da vicino, recuperando il tempo perduto su qualche buon documento e agendo. Dovrebbe essere inconcepibile che l’oggetto del “Mai più”® sia oggi perpetrato, in modo abile, laterale e complice, dai discendenti di quello stesso dramma emblematico a riassumere tutta la brutalità di cui è capace l’essere umano nei confronti del prossimo, facendosi loro stessi i più grandi profanatori della Shoah. Eppure è ingenuo pensare così. La realtà è che la tecnologia evolve molto più velocemente dell’essere umano, modificato e agito dalla tecnologia stessa. L’evoluzione intenzionale

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Said Zeedani docente di psicologia sociale (Al Quds University) CAMP Conference, Abu Dis 2010: La psicologia del Check Point “Ci sono 2 tipi di persone: a)quelle che entrano al Check Point b)quelle che si rifiutano di passarvi È chiaro che per l’esercito israeliano il miglior risultato è il secondo: andare al Check Point è umiliante e costoso, implica un aumento del costo dei trasporti (c’è stata infatti una crescita esponenziale dei servizi taxi). La rinuncia è quella di compiere scambi con l’esterno, non viaggiare all’estero nel per il territorio palestinese. Rendono più difficoltosa la circolazione dei beni, per questo non è possibile impiantare o dar seguito allo sviluppo” “I soldati (quasi tutti molto giovani, servizio di leva… 3 anni per gli uomini, 2 per le donne) sembrano sempre stanchi, annoiati, impauriti e incazzati: vedono nei palestinesi (ma anche nei coloni) la causa della loro condizione” “Il Check Point è quindi una punizione collettiva” “3 tipi di atteggiamento nei soldati: a)cattivi e arroganti b)freddi e applicativi c)che tentano di facilitare” “I palestinesi sono consapevoli che si tratta dell’esercito di un popolo e non di mercenari” “I Check Point sono l’esito dei negoziati di pace (Oslo), ai quali la gente infatti associa, mentre nel quotidiano si sente sempre più impacchettata. La fiducia nei negoziati si traduce nella percezione: “volete due stati? Ecco, questa è la soluzione” “La dimostrazione della divisione e della “reazione positiva” (in realtà una normalizzazione) è la comparsa di servizi alla popolazione, inimmaginabili nelle città fino a 10 anni fa. Questo perché le città stanno diventando di fatto sempre più indipendenti!” “Da quando ci sono le colonie dotate di bypass-roads, le strade principali sembrano quelle israeliane e quelle secondarie le palestinesi. Non si potrà parlare di genocidio… ma si tratta a tutti gli effetti di spaziocidio” “Molte donne evitano di andare ai Check Point per non essere palpate. L’età dei matrimoni si sta abbassando, per effetto della divisione” “La Palestina si configura come un laboratorio per le restrizione imposte in mille modi diversi, i loro effetti e anche la ricerca, per la sopravvivenza, di superarle. Per questo nascono quasi ogni giorno nuove regole di limitazione o applicazione creativa delle stesse”


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questioni aperte dai partecipanti a CAMP rimane una dote ancora d’elite e le istituzioni formative d’apparato ringraziano una dilagante mansuetudine. Una questione di rapporto tra colonialismi e colonizzati. Di strategie di estensione e mantenimento del modello e di eliminazione delle cause che questa estensione frena. Refrattari (o impreparati) alle interferenze e al cambiamento. Quindi è tempo di sostituire le categorie astratte con concetti più concreti e con azioni definite da un panorama organizzativo e attivo che vi si aggreghi. Si dovrebbe partire, per fare un esempio, da: - il rispetto del Diritto Internazionale - lo stop REALE agli insediamenti - restituzioni realistiche o compensative dei terreni confiscati e del danno psicologico - la condivisione delle risorse - l’eliminazione delle barriere fisiche e psicologiche che impediscono lo sviluppo e l’evoluzione palestinese - metodologie non violente di pressione sociale internazionale - l’individuazione della rete di complessità - la formazione di gruppi di lavoro sul campo - ecc… Questi non sono ingredienti di un processo di Pace, ma a malapena alcune opportunità per lenire, ad oggi, sentimenti distruttivi. Poi si vedrà. Israele si è conquistata con la forza il diritto di esistere. Il suo popolo dev’essere rispettato. Ostaggio, come i palestinesi, di un dispositivo statale, legale e militare che non si è dotato di strumenti costituzionali per il rispetto della persona con pareri e consuetudini civili differenti. Ribaltando l’idea comune che un pò tutti abbiamo, potremmo affermare che non è pronta per diventare una democrazia. Questa testosteronica nazione si è ricavata il proprio spazio. Ma non gli basta. Altro ne rivendica per motivi geo-politici e altro per motivi religiosi. Una lotta protratta con atteggiamenti estremisti e fanatici. Le motivazioni non sono molto diverse da quelle di altre colonizzazioni della storia. L’America con i pellirossa e gli indios, il Sud Africa, l’India, il Medio Oriente, l’Africa nera e quella settentrionale. Le tecniche invece sono clinicamente raffinate, anche nella loro brutalità. Mimetiche. Sono stato a Masada, rudere dell’antica città della Giudea posta sulla cima di un monte affacciato sul Mar Morto. Un luogo unico e dalle suggestioni più sublimi. Nel cuore della Cisgiordania (in Palestina, Territori Occupati). Alle spalle il deserto, di fronte la Giordania. Un luogo strategico che è stato teatro nel 72 d.C. del suicidio di massa della comunità ebraica che lo abitava, motivato dall’inesorabile avanzata dell’esercito romano arrivato a reprimere l’ultima e apparentemente insespugnabile roccaforte della rivolta giudea. Meglio morire che finire trucidati o schiavi. Qui i cadetti dell’esercito israeliano vengono a prestare giuramento e a rinnovare l’orgoglio nazionale in questo naturale trampolino per la volta celeste, all’urlo di: “Metzadà shenìt lo tippòl!”. Mai più Masada cadrà.

CAMP Conference, Deheishe Refugee Camp 2010 “L’anello mancante del progetto di Decolonizing Architecture è il ruolo svolto da Israele in tutto questo scenario. Come evitare una possibile hebronizzazione”? “Come proteggere questa dinamica positiva per noi quando significa indebolire il progetto sionista?” approfondimenti: >

http://www.btselem.org/English/Hebron/

Naji Odeh direttore di Al Feneiq Cultural Center CAMP Conference, Deheishe Refugee Camp 2010 “Vogliamo creare una generazione in grado di lottare per i propri diritti e quello che offriamo qui sono corsi di teatro, video, narrativa, ecc…” “Paradossalmente, o per forza di cose, Al Feneiq (La Fenice) è nato dalla precarietà di un campo profughi che inizialmente, come negli altri Refugee Camp, rifiutava l’idea di un miglioramento qui e ora, perché si manteneva vivo l’ideale del Ritorno. Si stanno invece sviluppando gli strumenti per ricostruire l’identità palestinese” “Un tempo i campi profughi erano tendopoli e così sono rimaste a lungo. Forse tutto è nato dall’usanza di collocare delle pietre attorno alle tende, considerato un atto di radicamento. Un gruppo di tende che identificava un gruppo di famiglie, oggi si è sviluppato in un gruppo di case della stessa progenie” “Esiste al Deheishe Refugee Camp di Betlemme una casa, distrutta ben quattro volte dalle ruspe dell’IDF, chiamata tutt’oggi “la casa del sangue”, perché ricostruita altrettante volte, con il sangue” “Al Feneiq non è un luogo. È un’idea”

approfondimenti: >

http://www.phoenixbethlehem.org/


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Sandi Hilal architetto (Decolonizing Architecture) CAMP Conference, Abu Dis 2010 “Decolonizing è soprattutto un modo di liberare la mente e immaginare. Di arrivare preparati al momento in cui delle occasioni dovessero presentarsi. Cosa sarebbe successo, anche solo a livello politico e di immagine per esempio, se un progetto fosse già stato pronto all’indomani della distruzione delle colonie a Gaza?” “Lo spazio è il prodotto di un potere e il potere decide le strategie per usarlo. Come in una partita a scacchi. Questa riformulazione viene etichettata, tanto dall’intelligentia israeliana quanto dagli osservatori politici, di stampo anarchico. C’è qualcosa che dobbiamo demolire in noi stessi, in quanto palestinesi” “La Palestina (e così Decolonizing) è un laboratorio di resistenza progettuale, una proposta per superare i check point mentali per dare delle opzioni al futuro. Decolonizzare le menti… la lotta è per l’uso degli spazi, non sulle forme dell’architettura” “Non esiste un’immagine del Ritorno. È quest’immagine che va edificata collettivamente”

Alessandro Petti architetto e docente (Decolonizing Architecture)

06.02.2010 Ritorno a casa. “Ci troviamo ormai di fronte all’esercizio di una potenza allo stato puro, incurante di sovranità e rappresentanza, alla Realtà Integrale di una potenza negativa. Finché trae la propria sovranità dalla rappresentanza, finché esiste una ragione politica, il potere può trovare un equilibrio - in ogni caso, può essere combattutto e contestato. Ma il venire meno di questa sovranità lascia spazio ad un potere sfrenato, senza contropartita, feroce - di una ferocia non più naturale, ma tecnica. E che, per uno strano ricorso, ritroverebbe qualcosa delle società primitive, le quali, non conoscendo il potere, sarebbero secondo Lévi-Strauss società senza storia. E se noi, la società mondiale attuale, ridiventassimo, all’ombra di questo potere integrale, una società senza storia?”. Jean Baudrillard Il Patto di lucidità o l’intelligenza del Male

CAMP Conference, Abu Dis 2010 “CAMP significa ricerca, insegnamento e azioni pratiche. Questa è la sfida. Come attivare possibili relazioni nella società? 1)Attivare un Master in insegnamento e ricerca. 2)Attivare un corso di 4 anni in differenti discipline trasversali attorno a tematiche focali. La tematica dello spazio può costituire attrattiva, una tematica attorno alla quale organizzare settimane di ricerche e attività sul campo”

approfondimenti: >

http://www.decolonizing.ps/site/?page_id=747


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Libri

di Marialuisa Menegatto Eyal Weizman Hollow Land Israel's Architecture of Occupation (Verso, London 2007) “Hollow Land is a remarkable achievement. In its vast scope and intimate, carefully researched details, it affords us real understanding of Israel’s project towards the Palestinians, and it is narrated here with the clarity of vision and sensibility of an artist. Scholarly and poetic in its epic reach, Hollow Land is destined to become a classic.” Karma Nabulsi, Oxford University

Alessandro Petti Arcipelaghi e enclave Architettura dell’ordinamento spaziale contemporaneo (Bruno Mondadori, Milano 2007) “Il libro di Alessandro Petti è uno strumento indispensabile per comprendere la trasformazione degli spazi in cui viviamo sotto l’effetto dei dispositivi di controllo e di sicurezza. Nei territori palestinesi come a Genova, a Sharm El-Sheikh come a Los Angeles, la posta in gioco in questa nuova scienza dello spazio è la possibilità stessa di una vita politica.” Giorgio Agamben

Saskia Sassen Territory, Authority, Rights From Medieval to Global Assemblages (Princeton University Press, Princeton 2008) “One of Sassen’s distinctive strengths is in studying in their full complexity the local sites of globalization, including financial centers like New York and London. Sassen’s work clearly reflects an understanding of the end of the globalization debate. She explains in detail how the activists often associated with ‘antiglobalization’ values or causes have themselves become effective global actors.” Robert Howse, Harvard Law Review

Peige Glenn D. Non uccidere. Una nuova scienza politica globale (EMI, Bologna 2010) Tutta la scienza politica è costruita sul presupposto che l’uso della forza è necessario. Tuttavia, diverse ricerche scientifiche in campo biologico e culturale hanno concluso che gli esseri umani sono altrettanto capaci di non uccidere. Secondo Glenn D. Paige le istituzioni che hanno dimostrato una capacità di soluzione pacifica dei conflitti possono organizzarsi per contribuire allo sviluppo di una civiltà non letale. Questo è il suo contributo alla rivisitazione globale delle scienze politiche, nella loro organizzazione accademica e nel loro ruolo sociale.


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Decolonizing Architecture, base militare evacuata di Oush Grab (Beit Sahour, Bethlehem) Foto di Francesco Mattuzzi


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