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Corriere 1I Ortofrutticolo MENSILE

DI

ECONOMIA

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Novembre

2006

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CON I.P.

THE FIRST ITALIAN MONTHLY ON FRUIT AND VEGETABLE MARKET

IN QUESTO NUMERO

EUROPA IN PRIMO PIANO TECNOLOGIE e MACCHINARI

• Innovazione essenziale per essere più competitivi Ne ha bisogno tutta la filiera, dalla ricerca alla produzione, dalla gestione merci alla distribuzione, dalla tecnologia alla logistica

PAGINA 39

• Imballaggi riutilizzabili, sfida all’ultimo modello Grande dinamismo e tanta concorrenza in un comparto in crescita che registra anche qualche spunto polemico

PAGINA 51

• Il kiwi italiano protagonista negli Usa Mentre il raccolto europeo e nazionale cresce e quello americano cala, il frutto è al centro di una campagna “firmata” Weight Watchers

PAGINA 58

GEMMA EDITCO SRL - V.LE N. BIXIO, 1/A - 37126 VERONA - I - TEL. 045.8352317 - e-mail:redazione@fruttaonline.it - Poste Italiane Spa Sped. abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/2/04 n. 46) Art. 1, comma 1. DCB VR


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CorriereOrtofrutticolo

“In un’Europa a 27 tutto è possibile”. Significativo il commento di un alto funzionario di Bruxelles in vista del prossimo ulteriore allargamento ad Est della Ue in direzione di Bulgaria e Romania. Rispetto alla “vecchia” Europa a 15, dominata dall’asse franco-tedesco con qualche incursione britannica, sembrano passati anni luce. Ormai la nuova Comunità è una Babele di Paesi e di lingue dove i ministri ai loro Consigli fanno persino fatica ad intendersi. Ora è in questa Europa, in questo clima, che matureranno due riforme strategiche per il futuro dell’agroalimentare italiano: ortofrutta e vino. Saggiamente, il ministro De Castro ha convocato prima gli Stati generali del vino poi, ai primi di ottobre, quelli dell’ortofrutta. Si tratta di costruire una lista di priorità - dice il ministro “da rappresentare all’Unione Europea, quando avremo la proposta giuridica per l’Ocm del settore ortofrutticolo”. Dopo la fase di ascolto dei protagonisti del settore si ✍ Lorenzo Frassoldati passerà alla concertazione sui vari tavoli ministeriali per arrivare alla lista definitiva, quella delle priorità irrinunciabili, “la nostra bandiera negoziale”. Intanto però bisogna costruire qualche alleanza che tenga nel mare magnum di Bruxelles. E giustamente De Castro avverte che bisogna trovare convergenze sia coi Paesi produttori sia con quelli non produttori di ortofrutta, perché “non basterà” una posizione comune (se ci sarà) solo dei produttori. “Protagonisti, ma coi piedi per terra”, è il motto del ministro italiano che è volato a Parigi per tagliare il nastro del Sial, forse il più grande salone agroalimentare al mondo, assieme al ministro francese Dominique Bussereau. Un onore che prelude ad un asse italo-francese su ortofrutta e vino, aperto anche alla Spagna. Se nascerà un fronte mediterraneo (con Portogallo e Grecia) su queste due riforme, saremo già a buon punto. Ma non basterà. Dovremo tirare dalla nostra parte altri Paesi “pesanti”, magari la Gran Bretagna, perché dall’altra si sta delineando una “galassia” tedesca, in cui orbitano Polonia e tutti gli altri Paesi del blocco orientale, disposta a non fare sconti a nessuno. E che vuole allungare le mani su tutto, in vista di una forte diminuzione della protezione sui prodotti continentali: latte, carne, cereali. Ortofrutta e vino possono diventare terra di conquista, o di compensazione, per quelle produzioni più esposte alle insidie del mercato globale. E non a caso proprio dal Nord-est Europa parte una delle richieste più pericolose, quella di consentire la produzione di ortofrutta su terreni N o v e m b r e

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che beneficiano di un aiuto disaccoppiato, creando uno squilibrio tra eventuali nuovi produttori e produttori storici. Insomma, sulla nuova Ocm i giochi sono aperti e su questo numero del Corriere i lettori potranno farsi un’idea della posta in gioco attraverso una serie ragionata di interventi e servizi. Sull’ortofrutta per l’Italia è davvero un “rischiatutto”: dobbiamo tenere le posizioni, e se possibile migliorarle, evitando la “sindrome zucchero”, cioè di perdere in un colpo metà della produzione e decine migliaia di posti di lavoro. Sicuramente accettare la logica del disaccoppiamento totale per il trasformato significherebbe perdere metà della filiera produttiva dei derivati del pomodoro (polpe, passate, pelati). Mentre per il fresco bisogna rinsaldare il ruolo delle Organizzazioni produttori, accrescere la loro capacità di aggregazione - aumentata, ma siamo ancora a livelli bonsai rispetto all’Europa - e intervenire sulle crisi di mercato con strumenti di protezione e programmazione a livello europeo. Se perdiamo base produttiva - e qui il rischio è concreto - è inutile poi parlare di competitività del sistema Italia. Un tema riemerso con forza alla notizia delle trattative riguardanti la probabile cessione di Esselunga, ultima grande catena distributiva italiana privata, agli inglesi di Tesco (o ad altri compratori stranieri). Il patron di Esselunga, Bernardo Caprotti, con una serie di clamorosi annunci sui giornali, ha rivendicato con orgoglio la propria autonomia di scelta e soprattutto ha manifestato la più totale contrarietà ad una cessione alla catena Coop: “Esselunga e Coop sono due aziende inconciliabili e incompatibili”, da sempre concorrenti. L’idiosincrasia di Caprotti per i “comunisti” è nota, quindi nessuna sorpresa. Il tema è un altro: l’Italia ha disperato bisogno di mantenere una quota significativa di mercato della Gdo in mani nazionali, di costruire un gruppo in grado di affacciarsi anche all’estero: per evitare ulteriori penalizzazioni delle nostre produzioni, per aprire nuove strade al nostro export. Questa della Gdo è ormai una vera “questione nazionale”, su cui anche la politica, il governo, non possono rimanere insensibili. Una qualche forma di tutela ci vuole, al punto in cui siamo arrivati. Non chiamiamola protezionismo, ma qualcosa si deve fare. Dobbiamo lasciare via libera all’ulteriore rafforzamento dei francesi di Carrefour, o all’arrivo dei giganti iberici Corte Inglès o Mercadona? Quando ci fu in ballo lo zucchero nazionale, il mondo produttivo si mosse e trovò energie e risorse per acquistare Eridania. Su Esselunga ci giochiamo parte del nostro futuro agroalimentare. La battaglia (residuale) per l’italianità della Gdo è la stessa battaglia per la difesa del made in Italy in Europa e nel mondo. Gli strumenti finanziari ci sono: venture capital, fondi di private equità, ecc. C’è qualcuno, privato o coop, che se ne vuole occupare?

EDITORIALE

Italia a caccia di alleanze nella Ue E per Esselunga, una sfida decisiva

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Direttore responsabile: Lorenzo Frassoldati Redazione: Mirko Aldinucci (coordinatore) Eugenio Felice Hanno collaborato: Emanuele Bonora, Sergio Ferrari, Maicol Mercuriali, Emanuele Mùrino, Alessandra Ravaioli, Magda C.Schiff, Maddalena Sommariva

MENSILE DI E AT T U A L I T À A N N O

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ECONOMIA DI SETTORE N u o v a

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Corriere T H E F I R S T ITALIAN

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Redazione viale Nino Bixio, 1/A 37126 Verona Tel. 045.8352317-Fax 045.8307646 e-mail: redazione@fruttaonline.it gemmaeditco@easyasp.it Editore Gemma Editco Srl Presidente: Fidenzio Crivellaro Coordinatore editoriale: Antonio Felice

Ocm, le priorità dell’Italia

RUBRICHE

ancora più grande

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Sede legale e amministrativa: viale Nino Bixio, 1/A 37126 Verona E-mail: gemmaeditco@easyasp.it P.IVA 01963490238

EDITORIALE Italia a caccia di alleanze nella Ue. E per 5 Esselunga, una sfida decisiva

Napoli, 23-25 febbraio. Debutta la fiera biennale AgroSud

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Roma, 14-17 aprile. Cibus nella capitale tutti gli anni dispari

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Fotocomposizione e stampa: Eurostampa Srl - via Einstein, 9/C 37100 Verona

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Autorizzazione Tribunale di Verona n. 176 del 12-1-1965 Spedizione in abb. postale comma 26, art. 2, legge 549/95 La rivista viene distribuita in abbonamento postale c/c n. 11905379 Abbonamento annuo: 52 euro per due anni: 85 euro e-mail: abbonamenti@fruttaonline.it

Associato all’Unione Stampa Periodica Italiana

Profilo Il Corriere Ortofrutticolo si è affermato come rivista “di filiera” del settore ortofrutticolo italiano. La rivista collega chi produce, chi commercializza e chi vende al pubblico, oltre ai settori connessi (dai macchinari ai trasporti). La diffusione è capillare in Italia, dove si è allargata alla grande distribuzione alimentare e al dettaglio organizzato. Il Corriere Ortofrutticolo è un formidabile, unico e specializzato strumento di raccordo e di informazione per l’intero settore. È presente a fiere in Italia e all’Estero dove è diffuso a indirizzi specializzati di oltre 30 nazioni.

Diffusione 6.000 copie. Ripartizione del mailing per categoRie: Grossisti 28% Dettaglianti 22% Produttori 21% Supermercati 9% Import-export 6,5% Servizi 6,U% Tecnologie e Trasformati 3,5% Altri 3,5%

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PAG.29

GENTE & FATTI Anche in Italia è allarme obesità. Sono 800 mila, e in aumento, i casi gravi

Mirtilli trentini in Rai grazie a occhio alla spesa 9 La Sicilia celebra il fico d’India e attende la Dop per scalare i mercati 11 LETTERA DA BRUXELLES La Ue semplifica e pensa al bio

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SPAZIO APERTO Così la Basilicata investe nel settore 15 NOTIZIARIO Sos degli esperti: “La ricerca è ancora bistrattata”

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Succhi di frutta, polemica tra Coldiretti e trasformatori

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Libano, il Mipaaf costruisce una task 19 force post-bellica Portacontainer da record per Maersk Line: 11.000 Teu 19 La tipicità paga: il consumatore gli riconosce fino al 30% in più

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Centro nazionale del germoplasma frutticolo, a Roma la sede 20 APPUNTAMENTI Catania, 10-11 novembre. Primo meeting AgroMediterraneo

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Napoli, 15 novembre. Un convegno presenta l’Iso 22000 22 Agadir, 7-10 dicembre. Sifel Maroc alla quarta edizione Berlino, 8-10 febbraio. Fruit Logistica

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Il settore punta sull’innovazione PAG.39

OSSERVATORIO PREZZI Gd italiana: in calo le mele, su i kiwi 26 BIOLOGICO NEWS Bio, la Cina ora fa sul serio

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Bruxelles fissa regole severe per le importazioni extra Ue

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Austria: il bio trascina il settore alimentare

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GRANDE DISTRIBUZIONE Mecades chiude i battenti. In fuga dalla super-centrale

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Esselunga si fa desiderare. Caprotti dice no a Tesco e Coop

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QUARTA - QUINTA GAMMA Fresh cut più diffusi

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L’ELENCO DEGLI AMATRADE ASOEX CHILE AWETA CHEP ITALIA CIESSE PAPER CLAUSE TEZIER CLERICI COMETA DOORS CPR SYSTEM ENZA ZADEN EURO POOL SYTEM FOGLIATI FRUIT CONTROL EQUIPMENT FRUIT LOGISTICA GARLETTI GF GROUP JUNGHEINRICH

pagina 83 pagina 10 pagina 59 pagina 47 pagina 28 pagina 61 pagina 66 pagina 30 pagina 34-35 pagina 25 pagina 4 cop. I e II pagina pagina pagina pagine pagina

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Ortofrutticolo

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M O N T H LY ON FRUIT AND VEGETABLE MARKET

NEL PROSSIMO NUMERO ATTUALITÀ ☛ Bilancio di un anno

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I protagonisti della filiera tirano le somme di un 2006 che si appresta ad andare in archivio tra luci ed ombre e si sbilanciano sulle prospettive future 

Logistica e trasporti

Due aspetti sempre più determinanti per ottimizzare le operazioni e ridurre i costi: sotto la lente problematiche, progetti ed iniziative Imballi riutilizzabili, è battaglia

PAG.51

PANORAMA Negli Usa sale l’allarme per l’agroterrorismo

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Serra inferno

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È tempo di castagne e marroni, commercializzamoli meglio!

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Primo Piano - Ocm La Corte dei Conti: aggregazioni, lontanissimo il traguardo del 60% Innovazione. Innovazione parola chiave per elevare la competitività

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La mela del futuro

Sul Corriere Ortofrutticolo di dicembre tutti gli input emersi da Interpoma di Bolzano, che ha approfondito i temi cruciali per il mondo delle pomacee

EUROPA-MONDO ☛ Le novità del Sial

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Innovazione. In vetrina allo Smau tecnologie e servizi di ultima generazione 48 Mercati all’ingrosso, in vendita i posteggi?

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Dinamismo e concorrenza serrata. Battaglia sugli imballi riutilizzabili

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Resoconto del Salone dell’alimentazione francese che dedicava quest’anno grande spazio al mondo dell’ortofrutta. Numerosi gli espositori e i visitatori italiani

Pesca e nettarina Igp, vendite in attivo56 37 Kiwi, cresce il raccolto europeo. E il Nord America segna il passo

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INSERZIONISTI ICEM pagina 33 IFCO pagina 55 LA COSTIERA pagina 15 MELAPIÙ copertina III MONTINI pagina 13 NESPAK pagina 56 PANNITTERI pagina 14 PIZZOLI pagina 20 SAMMO pagina 39 SEMINIS pagina 23 SHOELLER ARCA SYSTEM pagina 57 SYNGENTA pagina 21 SO FRESH pagina 43 SOPEXA pagina 44 SPREAFICO pagina 65 TURONI pagina 49-51-53 VILMORIN pagina 16 VOG copertina IV

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Innovazione. Fragole… con il pilota automatico nella linea da 130 cestini al minuto 45

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Innovazione. La distribuzione organiz-

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Innovazione. La gestione vocale degli ordini agevola il lavoro nei magazzini42

Innovazione. Rfid, Jungheinrich capofila del progetto di sviluppo tedesco

Primo Piano - Ocm La bozza Ue: pochi ritocchi al fresco, disaccoppiamento per il trasformato 29 Primo Piano - Ocm «L’Ocm deve rimanere caposaldo ma servono più finanziamenti»

PAG.79

zata chiede maggiore massa critica

ATTUALITÀ Primo Piano - Ocm Ocm, le priorità dell’Italia

Frutta esotica, il boom è finito?

Il cavolo dell’Adige cerca nuovi spazi nell’Europa allargata 60 L’export? È debole

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Sementi, Cac si conferma leader

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EUROPA MONDO Consumi Ue 2005 in flessione. Ma l’Italia si conferma in ripresa

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Agrumi, l’Europa soffre il boom dei Paesi del Sud mediterraneo 72

SCHEDA PRODOTTO FRUTTA ESOTICA. Frutta esotica, fase d’assestamento. Papaia e mango tirano, importare banane conviene meno 79 È la banana il vero frutto “globale”. Il 20% del raccolto viene esportato

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SCHEDA PRODOTTO ☛ Agrumi: l’Africa emerge Si prospetta una campagna difficile per gli agrumicoltori europei, che scontano la forte pressione sui prezzi esercitata dalla grande distribuzione organizzata e la concorrenza dei Paesi del Sud del Mediterraneo. L’export di Egitto, Turchia e Marocco verso i ricchi mercati europei aumenta di anno in anno, creando seri grattacapi ai produttori del Vecchio continente 7


GENTE

&

FATTI

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Battaglio si inventa i “Fruttaparty” per spingere gli studenti a mangiare sano Battaglio fa entrare la frutta nelle scuole dalla porta principale. Per l’anno scolastico da poco iniziato l’azienda torinese lancia Fruttaparty, progetto sperimentale di educazione alimentare che coinvolgerà i bambini di alcune scuole per l’infanzia e scuole primarie del capoluogo e della provincia piemontese. L’iniziativa si concretizza in una vera e propria festa organizzata all’interno della classe, dove esperti animatori portano l’allegria, i colori e i sapori della frutta fresca di stagione coinvolgendo bambi-

ni ed insegnanti in simpatici giochi di gruppo. Colori, pennarelli, cartoncini colorati, musica, canti, palloncini e naturalmente la frutta, che grazie alle attività proposte dagli animatori si trasforma in una compagna di giochi. Il progetto nasce dal desiderio di diffondere la cultura del cibo sano fra i più piccoli. Battaglio negli ultimi mesi ha lavorato con un pool di dietologi, psicologi infantili, nutrizionisti e animatori per dare vita ad un format che consenta di imparare divertendosi anche sui banchi.

Anche in Italia è allarme obesità Sono 800 mila, e in aumento, i casi gravi Allarme obesità anche in Italia. Nella Penisola, su 5 milioni di obesi, 800.000 sono affetti da obesità grave. Mentre nell’intero mondo industrializzato, circa metà della popolazione è in sovrappeso. Tanto che l’obesità rappresenta la seconda causa di morte prevenibile, dopo il fumo. In Italia negli ultimi dieci anni la prevalenza dell’obesità e aumentata del 50% soprattutto nei sog-

La mamma che ha studiato dà più frutta al suo bambino Consumo di frutta dei bambini e grado di istruzione delle madri. C’è una relazione che lega questi due aspetti: lo hanno rilevato i ricercatori dell’Istituto di scienze dell’alimentazione del Cnr di Avellino. Indicativo il rapporto tra abitudini alimentari e titolo di studio materno: il consumo di frutta aumenta partendo dal 40 per cento dei figli di mamme con licenza elementare, per salire al 45 di quelli la cui mamma ha un diploma di media inferiore, al 55 di figli di mamme diplomate alle superiori, fino al 58 per cento dei figli di laureate; inversa la tendenza per le merendine (45% figli di mamme con licenza elementari, 33 medie, 24 superiori e 21 laureate) e di bevande zuccherine (16% elementari, 7 medie, 4 superiori, zero tra i figli di laureate). L’obesità e i disturbi dell’alimentazione non sono problemi esclusivamente sanitari e ignorarne le implicazioni socio-culturali riduce il successo di qualsiasi intervento di prevenzione. (M.M.)

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getti in età pediatrica e nelle classi socio-economiche più basse. Le spese socio-sanitarie dell’obesità in Italia sono stimate in circa 23 miliardi di euro annui. La maggior parte dei costi (più del 60%) è dovuta all’incremento della spesa farmaceutica e ai ricoveri ospedalieri, ad indicare quanto il sovrappeso e l’obesità siano i reali responsabili di una serie di gravi patologie associate quali problemi cardiovascolari, metabolici, osteoarticolari, tumorali e respiratori, che comportano una ridotta aspettativa di vita ed un notevole aggravio per il sistema sanitario nazionale. Ai costi diretti vanno poi aggiunti i costi indiretti; infatti i pazienti obesi hanno spesso difficoltà a trovare un impiego o a mantenere buoni livelli di produttività, fanno segnare un maggiore assenteismo ed una minore resa sul lavoro. Dati, quelli emersi a metà ottobre a Firenze al Congresso nazionale di chirurgia dell’obesità, che non possono che far riflettere e che possono costituire un prezioso alleato per chi vuole spingere sempre di più un’alimentazione sana basata, magari, sull’ortofrutta. N o v e m b r e

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GENTE

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Dal Trentino agli studi di Rai Uno: i mirtilli sono stati protagonisti della puntata del 28 settembre scorso di “Occhio alla spesa”, la popolare trasmissione televisiva condotta da Alessandro Di Pietro, in onda tutte le mattine dal lunedì al venerdì. A parlare delle deliziose bacche è stato chiamato Michele Scrinzi (foto sopra), direttore della Cooperativa Sant’Orsola di Pergine Valsugana (Trento), la più importante realtà italiana per la produzione e commercializzazione dei piccoli frutti. Nel corso del suo intervento ha illustrato ai quasi 900.000 telespettatori della trasmissione caratteristiche, qualità e aspetti nutrizionali dei mirtilli che, grazie ad aziende all’avanguardia come la Cooperativa trentina, entrano regolarmente nel carrello della spesa degli italiani durante tutto l’arco dell’anno. Si è parlato delle diverse varietà del genere Vaccinium, dai mirtilli spontanei neri o rossi di piccola pezzatura, fino alle tipologie giganti che vengono invece coltivate, sottolineandone le proprietà salutistiche comprovate dai più recenti studi in campo medicoscientifico. Il mirtillo è noto, in particolare, per l’azione protettiva sulla pelle e gli occhi: l’elevata presenza di antociani naturali di vitamina A rende questo frutto prezioso per la difesa dei tessuti epiteliali e per la vista. È utile anche a chi soffre di russamento, poiché rinforza il palato molle, la cui mancanza di tonicità provoca il fastidioso difetto di respirazione. I mirtilli, oltre alla vitamina A, sono un concentrato di vitamine N o v e m b r e

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B e C, aiutano la circolazione sanguigna e rafforzano i capillari venosi, soprattutto quelli periferici. Scrinzi ha, infine, ricordato gli effetti positivi sulla memoria: esperimenti condotti su cavie animali hanno dimostrato che quelle alimentate con mirtilli ricordavano più facilmente il percorso che, all’interno del labirinto di Morris, porta al cibo. Più volte, durante la trasmissione, è stata menzionata la nuova Miss Italia, Claudia Andreatti, originaria proprio di Pergine. Che il segreto della sua bellezza risieda nel consumo regolare dei piccoli frutti? Quanto ai prezzi, i collegamenti dai Mercati hanno fatto presente che al Mercato di Torino un cestino di mirtilli da 125 grammi costa 2 euro, mentre a quello di Milano 1,75. Per le varietà giganti coltivate la spesa si avvicina quindi attorno ai 16 euro al chilo, un prezzo piuttosto elevato, giustificato però dal costo della manodopera (il mirtillo di Sant’Orsola viene raccolto a mano e collocato direttamente dai produttori nel cestino destinato poi ai consumatori) e dalla coltura specializzata che richiede l’impiego di particolari strutture, fra cui coperture antipioggia e antigrandine. Proprio all’innovazione tecnologica nella produzione di mirtilli e degli altri piccoli frutti (more, ciliegie, lamponi, ribes, fragole e fragoline) sono stati indirizzati negli ultimi anni gli investimenti della Cooperativa che nel 2005 ha commercializzato complessivamente 6.000 tonnellate di piccoli frutti con un ricavo di 40 milioni di euro.

Energia solare in Val Venosta

FATTI

Mirtilli trentini in Rai grazie a “Occhio alla spesa”

&

Il rispetto per la natura e la battaglia per preservare la stessa passano anche dalla ricerca di soluzioni che privilegino fonti di energia pulita e rinnovabile. La cooperativa Ortler di Laces, una delle nove associate Vip (Associazione produttori ortofrutticoli della Val Venosta) ha deciso di installare il primo impianto fotovoltaico per i frutticoltori della valle. La condizione indispensabile per la produzione di energia solare è il clima favorevole e la presenza costante del sole; in questo senso la Val Venosta vanta 300 giorni l’anno di sole, più che sufficienti per garantire un efficiente funzionamento. L’impianto entrerà in funzione entro gennaio 2007, produrrà un quarto dell’energia utilizzata dalla Cooperativa in un anno,

fino ad oggi acquistata esclusivamente dalla rete elettrica e sarà il più grande impianto fotovoltaico in Alto Adige (838 kWh valore di picco progettato per produrre oltre un milione di kilowattore di energia). Il funzionamento dell’impianto, che ha comportato un investimento di 4,5 milioni di euro, sarà “complementare alla rete”: quando la Cooperativa richiede un consumo superiore alla produzione del fotovoltaico, preleverà una quota dalla rete, mentre nei momenti di esubero cederà alla rete elettrica l’energia eccedente. E presto l’energia pulita verrà contemplata nel Piano programmatico delle altre cooperative associate.

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GENTE

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È un frutto difficile per la raccolta, la commercializzazione, la conservazione e con una battuta si potrebbe definire un “frutto spinoso”, ma a San Cono, minuscolo Comune all’estremità della provincia catanese, è considerato la risorsa principe e il paese si è autoproclamato capitale del fico d’india. L’Italia del resto è il primo produttore mondiale di questo frutto spinoso e la Sicilia è leader tra le regioni italiane. I dati economici, molto sommari perché spesso i frutti vengono venduti in forma privata dagli stessi produttori ai commercianti al minuto, parlano di circa 25 mila tonnellate di raccolto che valgono oltre 3 milioni di euro di giro d’affari. San Cono è circondato dalle pale di fico d’india e i filari spinosi di questa cactacea, che botanicamente si chiama Opuntia ficus indica, entrano quasi dentro il centro abitato producendo un effetto surreale. E ora una trentina di produttori ha costituito un Consorzio e chiesto di poter ottenere il marchio di Denominazione di origine protetta al ministero dell’Agricoltura e intanto vendono i frutti in cassette di cartone a seconda della qualità e della dimensione ad un prezzo che varia da 1 a 2,50 euro il chilo. Il fico d’India è stato celebrato anche a Roccapalumba, sempre nell’isola, con una tre giorni tra convegni, esposizione e folklore tenutasi dal 13 al 15 ottobre. Nel corso della manifestazione si è parlato anche di “Marchio Dop a Roccapalumba” e sono stati assegnati una serie di premi dedicati al frutto e ai prodotti derivati dalla sua lavorazione. Negli ultimi cinque anni a Roccapalumba è raddoppiata la superficie coltivata: oltre 100 gli ettari dedicati. Sono circa 1.500 gli ettari coltivati a fico d’India in Sicilia da oltre tremila produttori. N o v e m b r e

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FATTI

La Sicilia celebra il fico d’India e attende la Dop per scalare i mercati

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Gli Usa corteggiano la cipolla padana di Boretto L’agricoltura statunitense è interessata alla cipolla borettana, piccola, rotonda e gustosa, originaria della zona padana di Boretto (Reggio Emilia), che la Provincia di Reggio sta cercando di tutelare a livello europeo con l’Indicazione della tipicità geografica. La rivista specializzata americana “Onion World” dedica alla borettana uno speciale che cita in particolare, tra i produttori, la famiglia Alberici di Boretto, attiva nel settore dal 1925. A Gianni e Pier Luigi Al-

berici, in particolare, si dà atto di avere rivitalizzato e ampliato la produzione del loro nonno. I primi documenti che attestano la coltivazione della borettana lungo l’argine del Po risalgono al 1426. A livello gastronomico, “Onion World” esalta, in particolare, la cipolla borettana consumata con l’aceto balsamico e con pesce di mare o di fiume, ma pubblica pure la foto di Roberto Ascari, fantasioso gelataio di Boretto che ha inventato il gelato alla cipolla.

E in pianura spuntano le prime arachidi Sono state raccolte le prime “noccioline” seminate nella pianura padana come alternativa alle coltivazioni tradizionali per combattere i cambiamenti climatici che provocano ricorrente siccità anche nelle regioni del Nord Italia. Si tratta della prima esperienza di coltivazione commerciale dell’arachide in Italia, una pianta resistente al caldo che non necessita di acqua se non nella fase iniziale; la prova ha dato risultati produttivi che hanno superato le più rosee previsioni. Le “noccioline” crescono sottoterra contenute nei tradizionali baccelli disposti a grappolo nelle radici e con la prima “cavatura” delle piante dal terreno, avvenuta in provincia di Alessandria, si è avuta la sorpresa della presenza di quasi sessanta baccelli, il doppio di quelli che si formano normalmente. Un successo che apre grandi prospettive di crescita alla coltivazione con l’obiettivo di passare dagli attuali 250 a diecimila ettari coltivati nel 2007, che riuscirebbero peraltro a soddisfare appena il 5 per cento del consumo nazionale di “noccioline” che è aumentato fino a raggiungere le 30.000 tonnellate (600.000 tonnellate nell’Unione Europea) ma dipende quasi totalmente dalle importazioni.

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Lettera da

BRUXELLES

La Ue semplifica e pensa al bio Una due giorni tra i ministri comunitari dell’Agricoltura ha tracciato le linee guida future del biologico, mentre un Piano d’azione punta a snellire la Pac Mentre scriviamo questa “lettera”, martedì 24 ottobre, a Lussemburgo è in corso una “due giorni” dei ministri dell’Agricoltura dell’Unione, presente per l’Italia Paolo De Castro. Molta la “carne al fuoco” ma, per quanto riguarda il settore ortofrutticolo, ciò che ha un certo interesse è il dossier riguardante i prodotti biologici. L’Italia è molto coinvolta: in discussione non solo la politica europea del prossimo futuro verso queste produzioni ma anche la questione dell’etichettatura dei prodotti sulla quale la Coldiretti ha mosso una vera e propria battaglia per quanto attiene alla tracciabilità e quindi innanzitutto alla provenienza (a difesa delle produzioni italiane) e sulla quale sono, da parte loro, molto attente tutte le associazioni dei consumatori europee. Non si attendono dalla discussione decisioni definitive ma l’impostazione generale della politica europea per il settore.

LA SEMPLIFICAZIONE DELLE REGOLE “Semplificare la politica agricola europea deve diventare una sfida per tutti”. È questo il nuovo motto della Commissione per ridurre i costi e migliorare la competitività dell’agricoltura europea. Per dimostrare che c’è la volontà di raggiungere questo obiettivo, Bruxelles ha messo a punto un piano d’azione per l’attuazione di 20 azioni concrete illustrate nel corso di un ampio convegno dedicato alla semplificazione della politica agricola comune (Pac) che ha riunito a Bruxelles esperti da 12

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tutta Europa. Le nuove azioni che verranno realizzate da ora fino al 2007, vanno dalla liberalizzazione della vendita dei prodotti agricoli per le colture energetiche, alla delega ad un solo organismo, o ad un minor numero, per il controllo delle aziende che beneficiano di aiuti Ue in modo da mettere fine ad una situazione che ha fatto dire ad un produttore presente al convegno: “Ormai gli agricoltori vedono più i controllori che la loro moglie”. La commissaria europea Mariann Fischer Boel ha tenuto a chiarire: “La semplificazione non punta nè a smantellare la Pac nè a indebolire i controlli sul modo in cui vengono spesi i soldi dei contribuenti e non intendiamo fare nuove riforme nel 2008” al momento del “bilancio di salute” della Pac. Ciò non toglie che il processo di semplificazione dell’agricoltura europea sia partito: dopo il piano d’azione con i 20 interventi concreti, la Commissione Ue prevede di presentare in dicembre una proposta (nell’ambito di una semplificazione tecnica) “per un’organizzazione di mercato unica destinata a sostituire 21 organizzazioni comuni di mercato (Ocm) che regolano attualmente i diversi mercati agricoli”. Faranno eccezione i settori del vino e dell’ortofrutta per i quali saranno avviate a breve le rispettive riforme dell’Ocm. Queste alcune azioni che potrebbero andare direttamente a beneficio dei produttori italiani sui 20 interventi previsti: Accorpamento controlli. Si tratta dei controlli per l’eco-condizionalità (per gli aiuti Ue che vengono accordati nel rispetto di alcuni parametri ambientali e di

qualità) che devono seguire il regolamento finanziario in vigore. Utilizzo migliore delle tecnologie. Si consente di inserire il trasferimento delle licenze di import/export attraverso l’invio on line della sola comunicazione degli allevatori. Applicare de minimis a controlli. Si introdurre una soglia minima sul costo dei controlli aziendali per evitare che il costo delle verifiche sia superiore al contributo a favore del produttore. Set-aside per alimenti animali. In caso di condizioni climatiche avverse è lo stato membro - non più la Commissione europea - a decidere la misura di intervento. Colture energetiche. Liberalizzazione della vendita dei prodotti destinati a colture energetiche senza vincolo di contratto. Alle eco-energie può andare anche tutto il materiale vegetale scartato dagli olivicoltori. Tutela delle produzioni europee. Etichette più trasparenti, in un primo tempo per le uova, e poi per altri prodotti. Promozione prodotti agricoli. Facilitare la gestione dei programmi anche a livello delle singole organizzazioni.

LIMITARE I PESTICIDI Agricoltura e ambiente uniti per l’equilibrio ecologico. Anche il Consiglio dei ministri europei dell’Agricoltura concorda sulla necessita di creare un quadro di regole certe per un uso piu sostenibile di pesticidi e fitosanitari, esaminando con interesse la proposta di regolamento della Commissione relativa all’immissione in commercio dei fitosanitari. A Bruxelles sono state messe a punto una comunicazione su una “strategia tematica” sull’uso sostenibile dei pesticidi e una proposta di direttiva. N o v e m b r e

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SPAZIO APERTO

Così la Basilicata investirà nel settore di Gaetano Fierro* Con la campagna ortofrutticola 2006 è stato invertito l’andamento negativo degli anni scorsi e si assiste ad una leggera ripresa con un andamento dei prezzi migliore rispetto all’immediato passato. I risultati, malgrado le quantità inferiori prodotte, sono di segno sostanzialmente positivo interrompendo quel trend negativo che specie per le campagne 2004 e 2005 aveva fatto vacillare i nostri imprenditori agricoli. Mentre attendiamo i risultati della vendemmia, che per quanto riguarda l’uva da tavola ha avuto un buon inizio, va segnalato che i prezzi spuntati dagli imprenditori agricoli sul pomodoro sono di gran lunga superiori a quelli dello scorso anno quando la produzione fu maggiore. Quest’anno, invece, in special modo nel Lavellese, la programmazione regionale ha previsto una superficie investita a pomodoro del 30% circa inferiore a quella del 2005 con una minore produzione ed un maggiore equilibrio tra domanda e offerta e quindi pagamenti migliori, specie per quello da industria. Positivi anche i risultati per i pomodorini e per i cocomeri nonostante la raccolta, per questi ultimi, sia stata avviata con un ritardo di almeno dieci giorni. Le altre ortive come il cavolfiore e i broccoli hanno fatto segnare, nella prima parte dell’anno, una tendenza positiva dei prezzi al produttore legata anch’essa alla bassa offerta; in seguito, con la commercializzazione delle varietà tardive e la maggiore offerta di prodotto, i prezzi sono scesi. Per quanto attiene alle altre colture come le fragole, i prezzi di commercializzazione sono stati più

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elevati della scorsa stagione, in corrispondenza con una minore quantità. I problemi maggiori si sono verificati per gli agrumi, le pesche e le albicocche che per le condizioni climatiche hanno avuto bassa produzione e scarsa qualità. La nuova programmazione regionale 2007-2013 in corso di elaborazione per le aree di grande vocazione per l’agricoltura intensiva dovrà utilizzare appieno le attitudini territoriali. Strumenti basilari sono, in tale direzione, i distretti agroalimentari che hanno il compito di organizzare le filiere in tutta la loro ampiezza dalla produzione sino alla commercializzazione. A tal fine occorre fornire al territorio le necessarie infrastrutture a partire dalle strade. In tale quadro si rende necessario l’ampliamento della Potenza-Melfi, l’attuazione della Potenza-Lauria-Candela e il completamento della Bradanica quali vettori essenziali per lo sviluppo, oltrechè l’utilizzo per l’imbarco delle merci dei porti come quello di Taranto e Salerno e dell’aviosuperficie di Pisticci. Va ricordato a questo proposito l’accordo stipulato a Napoli in sede di Conferenza degli assessori regionali all’Agricoltura per l’infrastrutturazione che prevede risvolti interessanti anche per la Basilicata. Negli assi prioritari regionali per affrontare la competizione globale si lavorerà nel potenziamento dell’associazionismo in special modo nei settori dell’ortofrutta e dei servizi di assistenza tecnica alle aziende agricole in modo che si possano affrontare nel migliore dei modi le avversità atmosferiche e le problematiche dovute alla globalizzazione dei mercati. * assessore regionale all’Agricoltura della Basilicata

Il 2006 sta per chiudersi in modo positivo, ora si punta su Distretto e strutture

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La ricerca e sperimentazione italiane in campo ortofrutticolo hanno un appuntamento cui non possono mancare: l’Europa. Per presentarsi adeguatamente a questo impegno servono però una rete integrata interistituzionale, centri ad hoc per il rinnovo varietale e figure professionali specializzate nella conoscenza approfondita dei bandi per la partecipazione ai progetti europei e della loro peculiarità. Rinnovo varietale e innovazione sono le chiavi di volta per la competitività dell’ortofrutticoltura italiana, secondo quanto emerso recentemente a Cesena al convegno “Ricerca in ortofrutticoltura. Nuove strategie e linee guida dei progetti nazionali e internazionali”. Se lo stato del settore a livello italiano è tutt’altro che soddisfacente, la ricerca ortofrutticola italiana si sta ritagliando il suo spazio, non senza fatica, nel contesto europeo. Ma la nuova sfida rappresentata dall’Europa richiede sforzi ed interventi mirati. La riforma del settore della ricerca da parte del Mipaf - datata ottobre 2005 - ha avuto un avvio poco felice, in quanto il parere dei sette esperti inizialmente incaricati di fornire indicazioni sugli interventi da attuare non è stato tenuto in minima considerazione nella fase decisionale. Solo dopo l’“insorgere” del mondo della ricerca la riforma ha “aggiustato il tiro”, nel febbraio di quest’anno, riconsiderando i suggerimenti degli esperti, tra cui quello di dare più spazio a centri di eccellenza nella ricerca genetica. Il bilancio della riforma, ad oggi, vede da una parte lo status quo del mondo della ricerca sostanzialmente immutato, se si esclude la riduzione delle sedi di ricerca da 80 a 55, dall’altra una totale incapacità ad innovare il settore. Un N o v e m b r e

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Pac, l’Ue impone all’Italia di restituire 310 milioni

Mazzata per le già esangui casse dell’agricoltura italiana: in virtù di una decisione adottata dalla Commissione Europea ad inizio ottobre, dovranno essere restituiti a Bruxelles oltre 310 milioni di euro per spese sostenute irregolarmente nell’ambito della Pac, a causa dell’inadeguatezza dei procedimenti di recupero applicati dall’Italia. Le autorità nazionali sono responsabili infatti dei pagamenti, del controllo delle spese e del recupero delle somme indebitamente versate nell’ambito della Pac. Spetta alla Commissione assicurarsi che gli Stati membri procedano al recupero dei pagamenti irregolari. La decisione si riferisce a recuperi relativi ad irregolarità comunicate dagli Stati membri fino al 31 dicembre 1998. Di norma, le conseguenze finanziarie di irregolarità che non possono essere recuperate sono a carico del bilancio comunitario, ma in questi casi la Commissione ha ritenuto che questi Stati membri non abbiano applicato con la dovuta diligenza i procedimenti di recupero, motivo per cui i costi del mancato recupero sono posti a loro carico. Oltre all’Italia, risultano a debito, ma per cifre nettamente inferiori, Spagna (2,3 milioni), Regno Unito (2 milioni), Francia (1,3) e Germania (0,6 milioni).

esempio lampante è quello dell’Istituto sperimentale per il tabacco, il cui ruolo è oggi ormai obsoleto, che è “sopravvissuto” grazie alla trasformazione in centro di ricerca per le colture alternative al tabacco. L’incontro di Cesena è stato aperto da Francesco Salamini, uno dei sette esperti incaricati dal Mipaaf di fornire indicazioni per la riforma. A Silviero Sansavini, del Dipartimento colture arboree dell’Università di Bologna, il compito di fotografare gli orientamenti istituzionali italiani ed europei sulle scelte tematiche e i finanziamenti per la ricerca. “A livello nazionale si assiste tuttora ad una sottostima dell’importanza della ricerca - ha detto - nonostante il tentativo di ristrutturazione degli enti istituzionali (per rendere la

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Sos dagli esperti: «La ricerca è ancora bistrattata»

loro azione più mirata ed efficace) e il finanziamento di un buon numero di progetti. Una boccata d’ossigeno dovrebbe arrivare con il passaggio entro il 2010, dall’1,07% al 3% del Pil per gli investimenti in ricerca e sviluppo. Sul fronte europeo, da un decennio l’Italia sta diventando tra i protagonisti, seppure non ancora di primo piano, intraprendendo una strada nuova, certo più impegnativa, ma anche più proficua, con la partecipazione a progetti che hanno portato un apprezzabile avanzamento tecnologico. Il problema in questo caso è crescere in Europa senza trascurare il contesto nazionale, che va coinvolto. Occorre creare maggiori collegamenti tra ricerca e indirizzi politici e sviluppare il coordinamento tra le attività di ricerca degli enti italiani. La parola d’ordine dei prossimi anni deve essere collaborazione”. 17


Notiziario Succhi di frutta, polemica tra Coldiretti e traformatori I produttori italiani di succhi e bevande di frutta aderenti all’Aiipa Confindustria hanno espresso “forti preoccupazioni per l’impatto negativo che potrebbe ripercuotersi, sia sulle stesse aziende che sull’intera filiera, dall’aumento delle materie prime”, ossia, essenzialmente, la frutta. Secondo gli industriali trasformatori, per la frutta italiana gli aumenti di costo all’origine si sarebbero attestati, rispetto alla campagna 2005, intorno al 40% (soprattutto per albicocche, pere e mele) raggiungendo punte di addirittura il 65% per quanto riguarda le pesche. Leggermente diverso il quadro delineato dall’associazione per quanto concerne invece i prodotti con provenienza straniera: per pompelmi e ananas gli incrementi di costo avrebbero raggiunto il 30%, con punte del 60% per quanto riguarda le arance. Dati, questi, duramente contestati dalla Coldiretti secondo la quale dopo anni in cui l’industria alimentare dei succhi ha sottopagato a pochi centesimi la frutta agli imprenditori agricoli, il falso allarme prezzi suona come un “clamoroso pretesto per coprire speculazioni di mercato e spinte inflazionistiche”. I prezzi dei succhi di frutta in vendita sul mercato, infatti - la replica piccata della Coldiretti dipendono per il 90% da voci diverse dalla frutta stessa che molti imprenditori agricoli hanno smesso di coltivare proprio perché i costi di produzione negli scorsi anni hanno superato i ricavi derivanti dalla vendita alle industrie. Anziché lanciare allarmi ingiustificati l’industria alimentare dovrebbe - il contrattacco della Coldiretti - lavorare sulla traspa18

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Aglio, è allarme contrabbando Cinesi protagonisti di triangolazioni irregolari? Il contrabbando di aglio cinese in Europa interessa direttamente l’Italia dove quasi uno spicchio consumato in cucina su due è straniero, con un aumento dell’8,5% dell’import nel primo semestre 2006. L’allarme è stato lanciato dalla Coldiretti dopo la denuncia dell’ufficio anti-frodi dell’Unione Europea (Olaf) secondo il quale le società cinesi causano perdite al fisco pari a circa 60 milioni di euro esportando illegalmente aglio attraverso operazioni di triangolazione che simulano una falsa origine

del prodotto da Paesi come Giordania, Serbia, Turchia ed Egitto. Non a caso la Turchia, che in passato non figurava tra i fornitori italiani, ha esportato nella Penisola oltre 600 mila chili di aglio nel primo semestre del 2006 e gli arrivi dall’Egitto hanno fatto registrare un aumento record del 40%. Una spinta all’import che - stima la Coldiretti - porterà in Italia entro la fine dell’anno quasi 25 milioni di chili di aglio straniero, mentre la produzione nazionale supera di poco i 30 milioni di chili.

In Basilicata approvato un bando da tre milioni destinato a migliorare serre e tecniche produttive La Giunta regionale della Basilicata ha approvato un bando - il cui finanziamento ammonta a tre milioni di euro - che permetterà alle imprese agricole vivaistiche e ortofrutticole di richiedere contributi per ammodernare le serre e migliorare le tecniche produttive. L’assessore all’Agricoltura, Gaetano Fierro, ha detto che l’obiettivo è quello di consentire alle aziende del settore di recuperare margini di profitto, investendo sull’innovazione e, soprattutto, sul miglioramento della qualità del materiale vivaistico, sulla certificazione e sulla tracciabilità delle produzioni. Nello stesso tempo la misura punta a ridare slancio alle colture in serra e in vivaio. Nello specifico sono finanziabili l’ammodernamento e la costruzione di serre e ombrai, l’acquisto di impianti, l’acquisizione di marchi, brevetti e licenze, di tecnologie e software, il ricorso ai servizi offerti dai laboratori accreditati e l’acquisto di celle di germinazione, macchine e attrezzature. Il contributo massimo ammissibile è pari al 50 per cento dell’investimento totale nelle zone svantaggiate e al 40 per cento nelle altre aree. renza delle etichette con l’indicazione della provenienza della componente agricola degli alimenti per non far cadere i consumatori nei rischi dell’inganno di prodotti stranieri, quali le arance, spacciati come nazionali. Una polemica che ha avuto vasta eco sui giornali dimostrando che anche e soprattutto nel settore del trasformato la strada per arrivare a migliorare i rapporti di filiera è ancora lunga. N o v e m b r e

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Un gruppo di esperti per la cooperazione con il Libano. Il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Paolo De Castro ha firmato lo scorso 9 ottobre il decreto con il quale viene costituito il gruppo che dovrà definire programmi di sviluppo e iniziative in campo agricolo nel Paese dei cedri dopo i recenti eventi bellici che lo hanno interessato. Coordinatore della task force di cooperazione, Cosimo Lacirignola, capo Ufficio rapporti internazionali Mipaaf. Assieme a lui sono stati designati, tra gli altri, Giuseppe Ambrosio, capo Dipartimento politiche di sviluppo Mipaaf, Ernesto Carbone, capo segreteria particolare del ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali e Guglielmo Giordano, Direzione generale cooperazione allo sviluppo, Desk Libano, ministero degli Affari esteri. Con loro, rappresentanti politici della Regione Puglia. “Vogliamo che la cooperazione sia operativa il più presto possibile - ha detto il ministro De Castro -. La costituzione di questo gruppo era l’atto concreto che si aspettava il ministro libanese, Talal Sahali, incontrato recentemente a Bari”. “Il gruppo di esperti italiani - ha precisato De Castro - lavorerà di concerto con i colleghi libanesi per dare a una realtà duramente compromessa dai recenti eventi bellici prospettive concrete di recupero”. “È stato il presidente Prodi - ha ricordato De Castro - ad accogliere tempestivamente la richiesta di aiuto del premier libanese Seniora. Il Governo è convinto che attraverso una solidarietà tempestiva si concorra fattivamente a restaurare la pace e ad allontanare nuovi rischi di conflitto”. N o v e m b r e

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Nuova generazione di carrelli da magazzino Toyota Riduce i tempi migliorando sicurezza e produttività Toyota ha lanciato una nuova generazione di carrelli da magazzino progettati per garantire sicurezza e maggiore produttività nell’order picking, un’attività intensiva sia dal punto di vista del personale addetto che per la mole di lavoro richiesta. Si tratta della nuova gamma 7Lop, che comprende quattro modelli di commissionatori con portate da 1.000 a 2.500 chili, dotati di tecnologia di ultima generazione che aumenta sicurezza, confort e produttività. Il sistema di sterzo è stato migliorato su tutta la gamma, con l’introduzione di un nuovo gruppo timone ergonomico ed uno sterzo elettronico che permette agli operatori di manovrare in modo facile e sicuro. La sicurezza è stata migliorata anche grazie al sistema di riduzione automatico della velocità in curva; quando l’angolo di sterzo supera i 25 gradi, la velocità del carrello viene automaticamente e proporzionalmente ridotta. Altre caratteristiche di sicurezza presenti sulla gamma minimizzano il rischio di incidenti manovrando da terra, come ad esempio il sistema di blocco automatico della marcia quando si sterza la macchina oltre i 20 gradi, eliminando così il rischio di schiacciamento dei piedi. Ulteriori caratteristiche ergonomiche comprendono un gradino di accesso di soli 130 millimetri, uno dei più bassi nel mercato dei commissionatori, ed un confortevole poggiaschiena che può essere regolato per adattarsi ai diversi operatori. La nuova gamma 7Lop incrementa anche la produttività, grazie a potenti motori trazione e al sistema di comunicazione Can-bus, che permette una più rapida ed affidabile trasmissione delle informazioni tra i vari controlli della macchina. Per le applicazioni su più turni di lavoro, il 7Lop può essere anche equipaggiato con un sistema di cambio batteria laterale, che assicura una sostituzione della batteria rapida e semplice, aumentando in modo significativo il tempo operativo. “Siamo sicuri che la nuova gamma 7Lop - ha dichiarato Ciro Martone, responsabile Prodotto di Toyota Carrelli Elevatori Italia - aiuterà le aziende a ridurre i costi globali relativi all’order picking mentre contemporaneamente si otterrà un aumento nell’evasione degli ordini e quindi della soddisfazione del cliente”.

Portacontainer da record per Maersk Line: 11.000 Teu Maersk Line scopre la carte. Per la prima volta dopo molti anni, la società leader nei trasporti merci via mare ha dichiarato la capacità di carico di una nuova portacontainer consegnatagli dal can-

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Libano, il Mipaaf costituisce una task force post-bellica

tiere Odense Steel Shipyard. Si tratta di una nave da record: l’unità può infatti trasportare 11.000 Teu (Twenty-foot equivalent united) ed è quindi attualmente la portacontainer più grande del mondo. Battezzata con il nome Emma Mærsk, è la prima di una nuova serie di navi di classe Ps. L’unità è lunga 397 metri e larga 56 metri. La portacontainer del gruppo danese avrà un equipaggio formato da 13 persone. 19


Notiziario La tipicità paga: il consumatore gli riconosce fino al 30% in più La tipicità “paga” ed il consumatore medio è disposto a riconoscere un prezzo maggiore per un prodotto che la garantisca. L’effetto dell’etichetta che presenta prodotti di qualità e dimostra il legame con un territorio e le sue caratteristiche può innalzare la disponibilità a pagare fino al 30% in più. Lo ha rilevato una ricerca - compiuta su un focus group di acquirenti della grande distribuzione toscana - dal titolo “Prodotti tipici, percezioni di qualità lungo la filiera e possibilità di sviluppo nel mercato” che la Regione Toscana, tramite l’Arsia, ha affidato alle Università di Firenze e di Pisa. I risultati sono stati presentati in occasione del seminario “Strategie per la qualità dell’agricoltura toscana” che si è svolto il 10 ottobre a Firenze all’Auditorium del Consiglio Regionale in vista della conferenza dell’agricoltura di dicembre, cui hanno partecipato l’assessore regionale all’Agricoltura e foreste della Regione Susanna Cenni e l’amministratore dell’Arsia, Maria Grazia Mammuccini oltre agli attori della filiera della qualità agroalimentare toscana. Il tema della qualità e tipicità è centrale in

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una regione come la Toscana, anche a giudicare dai numeri: sono 19 i prodotti certificati dall’Ue con i marchi Dop e Igp (e altri 23 sono in fase di riconoscimento), 40 i marchi di origine del vino, 451 i prodotti censiti come tradizionali, 1.523 le aziende biologiche (con altre 737 aziende in fase di conversione), 620 le razze e varietà locali inserite nei repertori regionali. Secondo la ricerca i consumatori italiani hanno consapevolezza delle caratteristiche di territorialità, tradizione e certificazione dei prodotti tipici e la possibilità di degustare e acquistare i prodotti sul posto non è una motivazione secondaria delle loro scelte turistiche; i turisti stranieri hanno invece la tendenza a riferire la tipicità alla Toscana, all’Italia o al Mediterraneo in generale e si lasciano guidare principalmente dal prezzo e dal gusto. All’allungarsi della filiera si complica il problema della percezione e della valutazione della qualità dei prodotti tipici e infatti dalla ricerca emerge che deve essere conservato un legame forte tra il consumatore e il territorio di origine, le sue valenze culturali, storiche, sociali. La ricerca ha poi approfondito anche le potenzialità e i limiti delle forme di certificazione di origine, come difesa dalle imitazioni e come segnale importante inviato ai consumatori sulla qualità.

Centro nazionale del germoplasma frutticolo, a Roma la sede È stato inaugurato il 6 ottobre nella sede del Cra - Istituto sperimentale per la frutticoltura di Roma - il Centro nazionale del germoplasma frutticolo. L’inaugurazione è avvenuta all’interno della tradizionale “Mostra pomologica delle varietà dei fruttiferi”. Il progetto, coordinato dal Cra–Isf, è finanziato dal Mipaaf e nasce dall’esigenza di raccogliere in un’unica area tutte le varietà frutticole presenti sul territorio nazionale. L’obiettivo è quello di assicurare in modo permanente la salvaguardia del germoplasma frutticolo, con particolare riguardo alle varietà italiane. La collezione, pensata per 13.000 esemplari, ne raccoglie attualmente 5.000 delle principali specie frutticole. Il finanziamento del Mipaaf ha consentito l’acquisto di 30 ettari di terreno nel cuore del Parco dell’Appia Antica. Pomodoro gigante, Deco vicina Arriverà nel 2007 la Denominazione di origine comunale per il pomodoro “cerrato”. L’amministrazione comunale di Asti si prepara a certificare la Deco per questo particolare pomodoro da mensa, noto anche come “il gigante degli orti”. Si tratta di una varietà di grandi dimensioni, originaria dell’astigiano, che sembrava destinata a scomparire perchè poco richiesto dal mercato.

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CATANIA, 10-11 NOVEMB.

NAPOLI, 15 NOVEMBRE

Primo meeting AgroMediterraneo

Un convegno presenta l’Iso 22000

Il mercato euromediterraneo dei prodotti agroalimentari si sta aprendo ad un nuovo scenario, che culminerà, nel 2010, con la liberalizzazione degli scambi. Quali conseguenze ed opportunità si apriranno per gli imprenditori italiani? Quali saranno le nuove relazioni nel mercato? L’Italia, e la Sicilia in particolare, potrà diventare base per la creazione di valore aggiunto e di innovazione nella produzione e commercializzazione dei prodotti agroalimentari? Per affrontare queste tematiche, la Compagnia delle opere agroalimentare e la Regione Sicilia, con il patrocinio del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali e del ministero degli Affari esteri, hanno organizzato il primo meeting AgroMediterraneo, dal titolo “L’area di libero scambio del 2010. Un’opportunità per l’agroalimentare dei Paesi del Mediterraneo”, che si terrà il 10 e 11 novembre prossimi a Catania. Un evento rivolto a imprenditori agroalimentari e del mondo dei servizi connessi, operatori, tecnici e amministratori pubblici finalizzato a creare conoscenze e opportunità in vista dell’importante scadenza. Oltre a Paolo De Castro, ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali e Salvatore Cuffaro, presidente della Regione Siciliana, alla due giorni di lavoro sono attesi numerosi amministratori di enti locali e non, rappresentanti della grande distribuzione (in particolare Francesco Pugliese, consigliere di amministrazione di Coopernic e direttore generale Conad Italia), studiosi (Lanfranco Senn, università Bocconi Milano) ed esponenti del mondo produttivo e del sistema camerale (tra cui Giuseppe Tripoli, segretario generale dell’Unioncamere).

Bureau Veritas Certification organizza il 15 novembre a Napoli un convegno gratuito per presentare la norma Iso 22000:2005 (Haccp). La nuova norma, pubblicata da Iso il primo settembre dello scorso anno, è uno standard volontario finalizzato ad armonizzare i differenti schemi Haccp con i differenti standard utilizzati per la verifica della sicurezza igienica e certificabile da ente di terza parte. A dodici mesi dalla sua introduzione, ha già raccolto numerosi consensi dal mercato e nel panorama agroalimentare internazionale. La Iso 22000 sarà presentata attraverso un’analisi tecnica dei suoi requisiti, delle sue integrazioni con gli standard Brc e Ifs, delle opportunità aperte e soprattutto attraverso la presentazione di esempi concreti di applicazione. Per informazioni ed iscrizioni, contattare entro il 10 novembre Bureau Veritas (tel. 02/27091289 fax 02/2552980, www.certification.bureauveritas.it)

AGADIR, 7-10 DICEMBRE

Sifel Maroc alla quarta edizione È giunta alla quarta edizione Sifel Maroc, la più importante fiera del Nord Africa dedicata alla filiera ortofrutticola e rivolta ad un pubblico professionale. Organizzata da Iec, si terrà nella città di Agadir, sulla costa atlantica del Marocco, dal 7 al 10 dicembre. Anche quest’anno la fiera registrerà una nuova crescita in termini di dimensioni, di espositori e di visitatori, a conferma della vivacità del settore in uno dei Paesi, assieme a Turchia ed Egitto, che più sta crescendo nel bacino del Mediterraneo. I numeri di presentazione parlano chiaro:

la superficie espositiva è praticamente raddoppiata rispetto a due anni fa. Nell’edizione 2005 gli espositori erano stati 302, i visitatori 24 mila. All’interno delle tensostrutture che hanno ospitato Sifel Maroc erano presenti sia i grandi produttori marocchini, tra cui Azura e Idyl, sia i player europei del settore tecnologia. Per l’Italia ricordiamo: Frigosistem, Fruit Control Equipment, Graziani, Ilpa Ilip, Infia, Netpack, Nespack, Sammo, Unitec.

BERLINO, 8-10 FEBBRAIO

Fruit Logistica ancora più grande Cresce l’attesa per l’edizione 2007 di Fruit Logistica. E il salone internazionale leader del commercio ortofrutticolo, in programma a Berlino dall’8 al 10 febbraio, si appresta a battere ancora una volta i record stabiliti l’anno prima grazie soprattutto alla nutrita presenza di espositori dei Paesi produttori europei, che intendono rafforzare la loro già consistente presenza per rispondere alla concorrenza del Sudamerica. In particolare, sarà necessario aprire un nuovo padiglione, il numero 25 che, con i suoi 7.500 metri quadrati, verrà integrato per la prima volta nell’evento fieristico come piattaforma di presentazione riservata al continente americano: qui verranno allestiti stand da Argentina, Brasile, Cile, Costa Rica, Ecuador, Honduras (presente per la prima volta), Canada, Colombia, Messico, Perù e Stati Uniti. L’area sarà collegata direttamente, attraverso il padiglione 5.2 con il circuito “tradizionale” di Fruit Logistica. Un’altra novità è rappresentata dalla presenza di uno spazio specifico per le attrezzature industriali quali macchiniari per N o v e m b r e

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appuntamenti l’imballaggio, per lo smistamento e per l’etichettatura: le tecnologie saranno protagoniste soprattutto nel padiglione 6.1. In totale, saranno circa 1.800 gli espositori provenienti da oltre 60 Paesi (2006: 1.611 da 64 Paesi) che presenteranno nelle tre giornate una panoramica completa del mercato. L’area espositiva si estenderà di 12.000 metri quadrati, per un totale di 72.000 metri quadrati (+20% sul 2006). È attesa la presenza di circa 40.000 visitatori altamente specializzati provenienti da oltre 110 Paesi. Nazione partner, sarà questa volta l’Olanda. A tre mesi dall'inizio della quindicesima edizione della rassegna, si delinea poi una partecipazione record di aziende della catena logistica del settore ortofrutticolo

mondiale. Fruit Logistica verrà inaugurata il 7 febbraio alle ore 18 nella sala 3 del Centro congressi di Berlino, mentre il 26esimo Forum della Frutta e Verdura Fresca si concentrerà su “Nuove idee per creare più valore”. Altri sei forum, organizzati nei diversi padiglioni, si rivolgeranno agli specialisti del settore con vari argomenti: “Il commercio al dettaglio di generi alimentari a livello internazionale-Prospettive 2010: il discount è arrivato al culmine del suo sviluppo?”; “I Paesi Bassi: trend-setter e piattaforma d’interscambio per il commercio ortofrutticolo”; “Asia: un partner con un grande futuro”; “I prodotti tedeschi si affermano nonostante l’aspra concorrenza”; “Bio? Logico! L’Europa punta sul mercato dei prodotti biologici”; “Innovazioni per il commercio della frutta: logistica d’avanguardia”. 24

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NAPOLI, 23-25 FEBBRAIO

ROMA, 14-17 APRILE

Debutta la fiera biennale AgroSud

Cibus nella capitale tutti gli anni dispari

Debutta il prossimo febbraio a Napoli AgroSud, fiera biennale che si occuperà della filiera ortofrutticola e di quella lattiero-casearia. La manifestazione intende coprire un vuoto, non esistendo nel Mezzogiorno d’Italia una fiera agricola che abbia spessore nazionale o internazionale, nonostante l’importanza e la rappresentatività del Mezzogiorno d’Italia e del bacino mediterraneo nel mondo agricolo e la necessità di innovazione in tali aree. Così si spiega la nascita di AgroSud, salone di macchine, attrezzature, impianti ed accessori per l’agricoltura, la zootecnia e l’industria lattiero-casearia nonché sementi, piante, bulbi, fertilizzanti, concimi, fitofarmaci, mangimi, foraggi, integratori zootecnici e prodotti veterinari. La kermesse espositiva, che punterà molto all’aspetto dell’innovazione, si svolgerà dal 23 al 25 febbraio 2007 a Napoli, nel quartiere espositivo della Mostra d’Oltremare. L’unicità di AgroSud sta nella suddivisione in due filiere fondamentali: quella zootecnica e quella ortofrutticola. Per quest’ultima, si segnala la presenza di aziende sementiere, vivaisti, aziende produttrici di concimi e fitofarmaci, costruttori di macchine e attrezzature per la lavorazione e il confezionamento del prodotto finito, istituti di certificazione e, infine, i produttori, i quali avranno l’opportunità di entrare in contatto con i ristoratori ed i rappresentanti della Gd. La rassegna avrà una vocazione prevalentemente mediterranea. Non a caso, in collaborazione con la fondazione Laboratorio Mediterraneo, si cercherà negli anni pari di esportare il modello AgroSud da Napoli ad altri Paesi del Mediterraneo. Per maggiori informazioni: www.fieraagrosud.it

“Roma è lo scenario ideale per rilanciare l’agroalimentare italiano sui mercati internazionali. La capitale può prestarsi bene per attirare l’attenzione dei più importanti operatori del settore, tra l’altro con possibili riflessi positivi anche sul Mezzogiorno”. Il presidente di Federalimentare, Luigi Rossi di Montelera, spiega così le strategie che hanno portato l’esperienza di “Cibus” nella Città Eterna, dando vita a Cibus Roma, in programma dal 14 al 17 aprile 2007. La rassegna, promossa dalla Fiera di Parma Spa e dalla stessa Federalimentare, si terrà negli

anni dispari, alternandosi all’omonimo evento parmense. Una manifestazione “business to business”, che in ogni caso coinvolgerà anche il pubblico attraverso manifestazioni che si svolgeranno fuori degli spazi espositivi della Fiera, realizzate in collaborazione con il Comune di Roma. In contemporanea al momento espositivo nelle location più suggestive della capitale saranno infatti ospitati eventi satellite che proporranno attraverso degustazioni e “CibusShow” le più varie e fantasiose declinazioni dei prodotti principi dell’industria alimentare italiana. In concomitanza con la rassegna avranno anche luogo la convention degli importatori “Apertamente-Porte Aperte”, nonché l’assemblea annuale di Federalimentare. Lo spazio espositivo vero e proprio sarà di oltre centomila metri quadrati. N o v e m b r e

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OSSERVATORIO

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PREZZI

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Gd italiana: in calo le mele, su i kiwi La tabella elaborata dal Cso per questa rubrica rappresenta una sintesi di rilevazioni settimanali effettuate su alcuni punti vendita della Gdo. I dati originali delle rilevazioni, comprendono naturalmente una analisi specifica per singolo prodotto di tutte le referenze presenti, dalla varietà al tipo di confezionamento, alla presenza di eventuali promozioni, alla presenza di prodotti di marca o semplici commodities o private label. Per dovere di sintesi si è ritenuto interessante esplicitare alcune tendenze di prezzo dei diversi punti vendita rilevati. In sostanza dalla tabella, anche se appunto in estrema sintesi, si sono voluti indicare i valori medi dei prezzi rilevati, comprendendo in questi valori tutte le possibili variabili del caso, dalle promozioni, che immancabilmente spingono al ribasso i prezzi, alla presenza di prodotti a marchio o alla presenza di una più o meno ampia referenziazione dello stesso prodotto nel medesimo punto vendita o in punti vendita diversi.

I valori che risultano offrono, pur con le valutazioni fatte in premessa, uno spaccato delle tendenze dei prezzi medi mensili nella Gdo senz’altro interessanti per i lettori come attestano le citazioni di riferimento a questa tabella. Le banane sono proposte ad un prezzo medio di 1,50/kg, pressoché stabili rispetto al mese precedente. Il kiwi mantiene la leadership di prodotto più costoso fra quelli di stagione, la media prezzo è di 2,89/kg, con un aumento di 0,17/kg rispetto ad agosto. In netto calo le quotazioni medie delle mele, la forbice prezzi va da un minimo di 1,29/kg ad un massimo di 1,79/kg con media di 1,49/kg. Pere con prezzi leggermente in diminuzione, si passa da un valore medio di 1,92/kg a 1,86/kg. Tutta la frutta estiva tende al ribasso: susine, pesche e nettarine segnano valori medi inferiori rispetto ad agosto. La specie regina dell’autunno, l’uva, si presenta con prezzo medio di 1,93/kg, ben 0,43/kg in meno rispetto ai valori medi di agosto.

Frutta: i prezzi nella GDO Italiana a confronto Punto Vendita

Banane ago-06 set-06

Kiwi ago-06 set-06

Mele ago-06 set-06

Pere ago-06 set-06

Milano Esselunga Euromercato Ipercoop Sma Lidl

1,73 1,22 1,69 1,69 0,91

1,72 1,26 1,54 1,60 1,07

2,90 2,73 2,82 2,24 2,79

2,69 3,08 2,87 2,63 2,75

1,59 1,76 1,63 1,98 1,30

1,55 1,63 1,49 1,51 1,30

1,93 1,99 1,92 1,98 1,57

1,84 1,91 1,88 1,84 1,57

Bologna Conad Coop Esselunga Euromercato Ipercoop

1,79 1,61 1,73 1,44 1,80

1,94 1,45 1,72 1,33 1,63

3,17 2,87 2,86 2,79 2,64

3,40 2,37 2,79 2,90 3,31

2,03 1,64 1,51 1,48 1,47

1,64 1,47 1,54 1,32 1,33

2,17 2,22 1,92 1,78 1,99

2,10 1,91 1,80 1,62 1,75

Roma Coop Euromercato Gs Panorama Lild

1,58 1,05 1,44 2,06 0,91

1,54 1,10 1,55 1,94 1,07

1,97 2,78 2,66 2,73 2,94

2,77 2,98 2,25 3,84 2,75

1,46 1,83 1,77 2,00 1,44

1,35 1,52 1,67 1,78 1,29

1,96 1,74 1,91 1,97 1,69

1,82 1,70 1,77 2,87 1,55

Fonte: Banca Dati CSO - rosso prezzo aumentato - verde prezzo diminuito - nero prezzo stabile * I dati sono medie ottenute da rilevazioni settimanali relative a tutto il comparto frutticolo e comprendenti tutte le referen 26

N o v e m b r e

2006


OSSERVATORIO

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Dalla metà di settembre alla metà di ottobre i prezzi registrati dai prodotti ortofrutticoli nei principali Mercati all’ingrosso italiani sono stati abbastanza stabili con tendenza al ribasso piuttosto che al rialzo. Questo in particolare è valido per gli ortaggi ma anche per alcune varietà di frutta, come le mele e, in alcune settimane, anche per l’uva da tavola. Discreta fase invece per un prodotto come il kiwi alla metà di ottobre. Nell’ultima settimana di settembre al Mercato di Fondi delle 16 categorie di riferimento (2 per gli agrumi, 6 per la frutta, 8 per gli ortaggi) 9 hanno segnato un andamento stabile, 5 un andamento in discesa e solo 2 un andamento al rialzo. Le voci stabili sono stati i limoni Sicilia, le arance Valencia, le mele Royal Alto Adige, le pesche Italia di medio calibro, le

pere William Emilia Romagna, la lattuga romana Italia, le melanzane tonde Lazio, il melone giallo Sicilia; le voci in discesa sono state l’uva Italia siciliana, il pomodoro verde Lazio, i pomodori ciliegino Lazio e tondo Lazio, i peperoni Campania; in rialzo solo le susine Italia e le zucchine. Per restare a Fondi, significativo il fatto che nella prima settimana di ottobre nessuna referenza di riferimento ha segnato un rialzo e ben 15 su 16 hanno registrato prezzi stabili. Questa fiacchezza del mercato ha avuto riscontri anche altrove, a Verona per esempio dove fin dal 18 settembre sono stati segnalati elevati quantitativi di prodotto a fronte di una richiesta di mercato piutosto ferma: ne hanno risentito tutti gli ortaggi e un po’ meno la frutta. Sempre a Verona questo andamento è stato confermato

anche all’inizio di ottobre, con ribassi anche significativi per alcune varietà di mele tra cui le Golden. Verso la metà di ottobre la situazione a Verona è un pochino migliorata, ma non per le mele che hanno continuato a segnare prezzi modesti. Buon avvio di campagna invece per le castagne e positive quotazioni per il kiwi. Al mercato di Bologna si è confermata la tendenza alla stabilità delle quotazioni con l’uva da tavola Italia che dalla fine di settembre alla metà di ottobre ha segnato qualche ritocco positivo passando da prezzi medi tra 1,601,80 euro a 1,80-2 euro. Le mele Golden a Bologna in questo stesso periodo hanno confermato quotazioni medie tra 1,40 e 1,60 euro, in discesa le susine, stabili gli agrumi con i limoni Verdello quotati tra 1,05 e 1,20 euro; ortaggi assolutamente stazionari.

PREZZI

Ingrosso, mercato fermo con punte negative

O

(media agosto - settembre 2006) Susine ago-06 set-06

Pesche ago-06 set-06

Nettarine ago-06 set-06

Uva ago-06 set-06

2,31 2,52 2,36 1,95 1,39

1,96 2,20 2,19 1,86 1,68

1,82 1,79 2,01 1,72 1,51

1,90 1,88 2,04 1,61 1,50

1,84 1,82 1,74 1,67 1,60

1,48 1,71 1,78 1,52 1,50

2,26 2,11 2,64 1,86 1,88

1,70 1,72 2,35 1,71 1,42

2,75 2,13 2,36 1,95 2,15

2,42 1,99 1,93 1,86 1,95

2,57 1,84 1,84 1,72 1,79

1,92 1,86 1,76 1,63 1,72

2,32 1,76 1,72 1,87 1,65

2,03 1,72 1,49 1,68 1,74

3,62 2,81 2,35 2,33 2,33

3,30 2,37 1,78 2,04 2,08

2,05 2,07 1,98 2,09 1,58

2,00 1,79 2,09 2,08 1,73

1,74 1,64 1,65 1,78 1,45

1,54 1,82 1,99 1,65 1,50

1,77 1,66 1,59 1,57 1,58

1,49 1,69 1,99 1,73 1,39

2,39 1,99 2,33 2,54 1,95

1,80 1,85 1,52 1,97 1,35

nze della specie in esame comprese le promozioni ed escluso il biologico N o v e m b r e

2006

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CorriereOrtofrutticolo

PRIMO PIANO

“Dobbiamo costruire una lista di priorità da rappresentare all’Unione Europea, quando avremo la proposta giuridica per l’Ocm del settore ortofrutticolo”. Lo ha dichiarato il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Paolo De Castro, nel corso degli Stati Generali dell’ortofrutta dello scorso 17 ottobre, riferendosi alla bozza di proposta presentata recentemente dalla Commissione Europea che traccia le linee della futura Ocm di settore. Dalla bozza emerge che, per quanto riguarda i prodotti ortofrutticoli trasformati, si potrebbe applicare il disaccoppiamento totale, l’aiuto slegato alla produzione, mentre per il segmento del fresco, accantonata l’ipotesi del disaccoppiamento totale, resterebbe fermo il ruolo centrale giocato dalle Organizzazioni produttori (Op), con alcune possibili modifiche ai piani operativi e ai fondi d’esercizio che, in qualche misura, potrebbero risultare in sovrapposizione con i piani di sviluppo rurale. Altro nodo sensibile riguarda la possibilità che la Commissione Europea consenta la produzione di ortofrutta su terreni che beneficiano di un aiuto disaccoppiato, creando uno squilibrio tra eventuali nuovi produttori e produttori storici. La lista di priorità indicata dal ministro si baserà anche sul risultato della giornata d’ascolto che ha dato l’opportunità a tutto il mondo istituzionale - assessori, parlamentari della Commissione Agricoltura e parlamentari europei - al mondo produttivo, a quello dell’industria e dei consumatori di accrescere il livello di conoscenza “in modo che - ha dichiarato il ministro De Castro - si crei un substrato comune”. Superata la fase d’ascolto “si passerà alla concertazione - ha puntualizzato il ministro - con incontri già previN o v e m b r e

2006

OCM

Ocm, le priorità dell’Italia

P

Dopo gli Stati generali dell’ortofrutta del 17 ottobre a Roma sono più chiari gli input con cui presentarsi a Bruxelles per cercare alleanze di vasta portata in vista della riforma

La bozza Ue: pochi ritocchi al fresco, disaccoppiamento probabile per il trasformato

Sono due gli elementi che caratterizzano la bozza di riforma dell’Organizzazione comune di mercato (Ocm) degli ortofrutticoli in Europa su cui stanno lavorando gli uffici della commissaria europea all’Agricoltura Mariann Fischer Boel. Il varo della proposta formale, previsto in prima battuta per il 29 novembre, è slittato alla metà di dicembre, ma la bozza di partenza, presentata l’11 ottobre, conferma le aspettative della vigilia. Il primo elemento riguarda il “disaccoppiamento totale” (ossia la separazione netta tra l’aiuto Ue e l’ammontare della produzione) per tutti i sostegni destinati all’ortofrutta trasformata. Il secondo fattore è relativo al sistema del fresco che verrebbe ritoccato ma che globalmente non dovrebbe subire profonde variazioni. L’idea di slegare totalmente il sostegno Ue dall’evoluzione della produzione, per quanto riguarda i trasformati, rappresenta una “rivoluzione”. Tra gli elementi che pesano positivamente in favore di questa scelta c’è il congelamento, di fatto, degli aiuti Ue attuali al comparto che nel caso dell’Italia sono abbastanza rilevanti. Nell’ultimo quinquennio infatti è cresciuta in Italia la spesa europea per i trasformati, superando i 300 milioni di euro. La riforma dell’Ocm ortofrutta non dovrebbe intaccare il livello globale di contributi Ue che si situa intorno a 1,5 milioni di euro. Inoltre, sotto il profilo del negoziato multilaterale all’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto), questi aiuti sono attualmente considerati potenzialmente distorsivi per il mercato in quanto legati alla produzione e quindi rischiano di essere soppressi. Se disaccoppiati verrebbero accettati anche a livello mondiale. Sull’altro piatto della bilancia pesano invece quelli che potrebbero essere gli aspetti problematici della separazione dell’aiuto Ue dal livello della produzione: dai tempi di applicazione del sistema alla gestione di alcune filiere, come quella del pomodoro, al mantenimento della produzione in alcune aree a rischio. Quanto al sistema degli ortofrutticoli freschi, la bozza ruota intorno alle organizzazione dei produttori ma l’essenziale del regime viene confermato con alcuni ritocchi. L’avvio del confronto ministeriale sulla riforma è atteso a gennaio, nel semestre di presidenza tedesca.

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PRIMO PIANO

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P

OCM Da sinistra il presidente Cia Giuseppe Politi, l’assessore all’agricoltura dell’Emilia Romagna Rabboni e il ministro Paolo De Castro

sti, come il tavolo verde, il tavolo cooperativo, il tavolo degli industriali e con i sindacati, per poi arrivare a stilare l’elenco di priorità che devono essere la nostra bandiera dal punto di vista negoziale”. La sfida si sposterà quindi a Bruxelles dove si tratterà di costruire alleanze con i Paesi produttori e con i non produttori di ortofrutta, affinché le istanze italiane siano condivise anche da quei Paesi che hanno punti di vista e approcci diversi al tema, rispetto a quello italiano. “Per adesso - ha concluso De Castro - la cosiddetta procedura interservizi è appena cominciata; nessuno vuole ripetere l’esperienza del settore bieticolo saccarifero per cui, sebbene l’Europa sia formata da 27 Paesi, dobbiamo svolgere un ruolo di protagonismo ma con i piedi per terra”. Per il presidente nazionale della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi “la nuova Ocm ortofrutta deve dare risposte adeguate alle esigenze dei produttori, salvaguardandone i redditi e garantendo reali certezze di sviluppo per il futuro”. “Siamo per una strategia - ha aggiunto Politi che sia in grado di delineare uno scenario nuovo, per una crescita equilibrata, per la valorizzazione della qualità e della tipicità. Per questa ragione la nuova Ocm dovrà interessare l’ortofrutta fresca e i prodotti trasformati. “Per l’ortofrutta fresca - ha rilevato ancora Politi - la Cia e la Copagri sono per una semplificazione e un miglioramento dell’attuale sistema. Resta valida la filosofia basata sull’aggregazione dei produttori, che deve vedere le loro organizzazioni (Op) migliorare l’efN o v e m b r e

2006

Confagri e Coldiretti, appello a Fischer Boel

“Occorre salvaguardare il budget assegnato al nostro Paese ed evitare “travasi” di risorse tra Paesi e tra prodotti. Ognuno dei quali ha la sua specificità che occorre rispettare, come nel caso dei trasformati”. Lo ha detto - parlando della revisione dell’Ocm ortofrutta - il presidente Confagricoltura Federico Vecchioni al Commissario europeo all’Agricoltura, Mariann Fischer Boel (nelle foto sopra), nel corso di un incontro bilaterale che si é svolto a inizio ottobre a Bruxelles. Nell’occasione, Vecchioni ha concordato con il commissario sulla gravità del fallimento del negoziato Wto, auspicando la ripresa delle trattative. E a metà ottobre, anche il presidente Coldiretti Paolo Bedoni ha incontrato Fischer Boel, cui ha parlato anche di Ocm. ficienza ed aumentare il volume di prodotto commercializzato. Inoltre, vanno superati alcuni problemi e criticità che finora hanno impedito un effettivo equilibrio e un solido sviluppo”. Per quanto attiene i prodotti ortofrutticoli trasformati, Politi ha rilevato la necessità di una radicale riforma, pur con alcune diverse caratterizzazioni a seconda dei

settori. Il presidente della Cia ha puntato l’accento, in particolare, sui pomodori da industria e sugli agrumi. Per i primi la Cia e la Copagri al fine di evitare che, con lo svincolo totale dell’aiuto dalla produzione si verifichi un improvviso smantellamento del settore ed un disincentivo a produrre, ritengono opportuno un periodo di adattamento introducendo un sistema di disaccoppiamento parziale finalizzato a stimolare la continuità produttiva e a mantenere le specificità locali. Anche per gli agrumi il presidente della Cia è per una radicale riforma che si basi sull’aiuto a superficie, superando la farroginosità dell’attuale sistema. “Questo aiuto - ha concluso Politi - potrebbe essere integrato da incentivi specifici alla certificazione di qualità (biologico, Dop, Igp, buone pratiche agricole)”. “Aspettiamo la proposta ufficiale della Commissione per giudicare i risultati del negoziato”, il commento di Confagricoltura, rappresentata per l’occasione dal membro di Giunta Salvatore Giardina. Confagri si è dichiarata in ogni caso soddisfatta di come sta evolvendo l’approccio alla riforma. La nuova Ocm, sottolinea, sarà l’occasione per correggere alcuni meccanismi nel settore del fresco e modificare profondamente il regime di aiuti alla produzione per i trasformati, che negli ultimi anni ha causato problemi agli agricoltori italiani. L’abbandono del regime alla trasformazione, a parere di Confagricoltura, rappresenterà una spinta ad attuare una più corretta politica di programmazione delle produzioni, costruendo una contrattazione con l’industria libera 31


OCM

P rimo piano

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Fedagri: prevenire e gestire meglio le crisi Il pomodoro rischia un crollo produttivo L’Ocm potrebbe rivelarsi pericolosa e dannosa più per il trasformato, che per il prodotto fresco. È quanto emerso il 5 ottobre a Lecce nel corso di un convegno organizzato da Fedagri-Confcooperative sui possibili impatti della riforma comunitaria nel settore. Con il disaccoppiamento, secondo Fedagri, il rischio per il trasformato italiano ed in primis per la filiera produttiva dei derivati del pomodoro (polpe, passate, pelati) è una replica delle conseguenze già viste nel settore dello zucchero, vale a dire un dimezzamento della produzione. È quindi, secondo Fedagri, fondamentale mantenere e migliorare il meccanismo di aiuti che vede al centro della contrattazione le Organizzazioni dei produttori, e valutare la possibile introduzione di “enveloppe nazionali” che potrebbero recepire e conciliare a seconda delle diverse esigenze e specificità delle Regioni di produzione una serie di misure ammissibili. Per quanto riguarda il problema delle crisi di mercato, è stato detto al convegno, vi è una posizione condivisa dalla cooperazione ortofrutticola dei principali Paesi produttori (Italia, Spagna, Francia e Portogallo): occorre garantire nel futuro rapidità, efficacia nelle fasi di gestione delle crisi congiunturali di mercato e quindi bisogna continuare a tutelare l’operato delle Op e della Aop che devono rimanere soggetti principali avvalendosi di un fondo costituito dalle Op e Aop, co-finanziato per due terzi con risorse Ue, un terzo

con risorse proprie ed attivato di concerto con le amministrazioni di riferimento nazionali e regionali. La prevenzione e la gestione di misure anti-crisi all’interno della Ocm è ritenuto fondamentale da Fedagri per evitare l’abbandono dell’attività da parte di quegli imprenditori agricoli che nel corso degli anni hanno effettuato forti investimenti. Per le “crisi strutturali”, va richiamata l’attenzione su altri possibili strumenti comunitari “orizzontali” e nazionali ed in particolare sulla necessità di chiarire, a certe condizioni, la compatibilità di “aiuti di Stato” legati a Piani nazionali o regionali di ristrutturazione e di riconversione varietale. Per adeguare l’offerta al mercato occorre poi riconvertire, ma solo con una strategia di livello europeo, altrimenti si trasferisce solo il problema delle eccedenze tra varietà e tra produzioni. Recentemente la Corte dei Conti ha espresso dubbi su quanto realizzato dalle Op in Europa (si veda articolo di pagina 37). Ma Fedagri, non ha dubbi: nell’epoca delle riduzioni progressive di bilancio verso cui è diretta la Pac, le caratteristiche del settore basato su imprese con dimensioni medie aziendali ridotte giustificano la destinazione delle risorse su pochi soggetti - le Op e Aop - e verso obiettivi strategici e strutturali - delineati nei Programmi operativi - che possano consentire di mantenere la competitività delle produzioni.

da influenze esterne. “È necessario - ha evidenziato dal canto suo l’assessore regionale all’Agricoltura dell’Emilia Romagna Tiberio Rabboni - che l’Italia diventi protagonista di una riforma che avvii le modifiche strutturali in grado di far superare le debolezze che caratterizzano il comparto, con particolare riferimento alla concentrazione commerciale del prodotto”. Rabboni ha rilevato che serve un deciso cambio di passo delle politiche del settore: “Il 2006 - ha detto - non ha segnato un’inversione di tendenza rispetto alla gravissima situazione del biennio precedente: è proseguito il calo dei consumi, sono aumentate le importazioni e si è registrato un aumento delle esportazioni non sufficiente a contrastare questi aspetti negativi. Gli elementi di preoccupazione sono destinati ad aggravarsi nel 2010, quando entrerà in vigore l’area di libero scambio con i Paesi del Mediterraneo, nuovi Stati entreranno a pieno titolo nell’Unione Europea e si riprenderanno i negoziati in sede di Wto”. Per confrontarsi con il nuovo scenario mondiale, ha sottolineato Rabboni, “occorre innovare e qualificare la produzione, non sempre in grado di reggere la concorrenza internazionale sul piano dei costi. Altro punto particolarmente rilevante è rappresentato dalla gestione delle crisi di mercato e delle eccedenze produttive, che abbassano i prezzi dei prodotti agricoli in modo insopportabile, attraverso una modifica delle norme attualmente in vigore”. “La nuova Ocm - ha proseguito l’assessore - presuppone un patto di reciprocità con i protagonisti della filiera affinché si possano superare le nostre debolezze. È incomprensibile il fatto che, a dieci anni dall’entrata in vigore del regolamento, solo il 28% del prodotto nazionale si presenti sul mercato in modo organizzato, anche per responsabilità del mondo agricolo che non riesce a superare una serie di limiti assolutamente anacronistici”. ● N o v e m b r e

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“La riforma dell’Organizzazione comune di mercato dell’Ue per l’ortofrutta sarà ben accetta anche in Italia”, aveva assicurato il commissario Ue all’Agricoltura Mariann Fischer-Boel lo scorso 20 settembre durante una conferenza stampa a Bruxelles rispondendo a un cronista che chiedeva anticipazioni sul progetto di riforma. I protagonisti del sistema ortofrutticolo italiano si fidano a metà delle parole del sessantatreenne ministro danese: se da un lato si confida su un potenziamento degli strumenti di sostegno e di intervento per il fresco, dall’altro viene ritenuto più che probabile un disaccoppiamento degli aiuti per il traformato. Dice il presidente di Uiapoa Gianni Brusatassi: “Il giudizio

N o v e m b r e

2006

La parola ai big del settore «Le Op possono crescere, Bruxelles però investa» Per il presidente di Uiapoa Gianni Brusatassi l’Ocm va promossa in pieno

che diamo all’attuale Ocm è buono sia per i risultati raggiunti in termine di aggregazione di produttori e di prodotto, che per il miglioramento della qualità dei processi produttivi e di lavorazione. Non a caso, a nove anni dalla riforma, nonostante la comples-

OCM

«L’Ocm deve rimanere caposaldo ma servono più finanziamenti»

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sità dei regolamenti e delle norme nazionali il sistema delle Organizzazioni dei produttori ha raggiunto con 3.850 milioni di euro di fatturato 2005 quasi il 40% della Plv nazionale in termini di valore ed il 55% in termini di quantità. Ciò ha consentito alle Op di adeguare le proprie strutture e di mantenere un sufficiente livello di competitività nonostante la sempre più agguerrita concorrenza dei prodotti provenienti dai Paesi terzi. Aver investito nel 2005 attraverso la progettualità dell’Ocm fresco oltre 260 milioni di euro è sicuramente indice di vivacità e rinnovamento del settore organizzato, che merita una rinnovata fiducia e disponibilità di risorse. Quanto invece al prodotto trasformato, le

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Da sinistra Paolo Bruni (presidente Fedagri), Fabrizio Marzano (leader Unaproa) e Luigi Peviani (presidente Aneioa)

risorse arrivate al settore hanno contribuito in modo determinante a qualificare la produzione facendo diventare l’Italia il primo produttore di pomodoro da industria e tra i primi per quanto riguarda la produzione di agrumi. E per quanto rigurda la riforma del sistema di aiuto del trasformato, crediamo che debba essere mantenuto l’attuale sistema apportando semmai correttivi che ne migliorino l’efficienza di gestione e accrescano il ruolo della parte agricola e delle Op come soggetti economici operanti nella filiera”. “Intanto - dice invece Fabrizio Marzano, presidente Unaproa cominciamo con il dire che questa riforma arriva fuori tempo massimo. Le nostre aspettative erano per una revisione già a partire dal 2004 mentre ben che vada vedremo la sua applicazione solo nel 2008. Questo ha penalizzato il comparto ortofrutticolo esposto come pochi alle evoluzioni del mercato, impedendo di consolidare come tutti ci auguravamo gli strumenti del sistema ovvero Op, Aop e organizzazioni interprofessionali. Credo ci siano ampi spazi per migliorare il quadro di riferimento sia per il fresco che per il trasformato. La dotazione finanziaria è, ad esempio, insufficiente a rispondere alle reali esigenze del settore. Mi auguro che i provvedimenti adottati ci consentano di posizionarci in modo più efficace sul mercato, ma serve più massa critica”. “Per gli ortofrutticoli destinati all’industria di trasformazione commenta il presidente di Fedagri Paolo Bruni - si parla insi36

stentemente di disaccopiamento generalizzato ed abrogazione del divieto di coltivare sui terreni beneficiari di premi Pac. Il rischio per il trasformato italiano ed in primis per l’importante filiera produttiva dei derivati del pomodoro è una replica delle conseguenze già viste nel settore dello zucchero, vale a dire un dimezzamento della produzione. Bisogna riconoscere il ruolo centrale dell’Ocm, fondamentale motore di un fenomeno organizzativo che si spera possa diventare ancora più accentuato nel futuro”. “Inoltre - conclude Bruni - la prevenzione e la gestione di misure anti-crisi all’interno della Ocm è fondamentale”. Anche per il manager romagnolo Renzo Piraccini “l’Ocm ha avuto un ruolo fondamentale per modernizzare e cementare le forze di un settore che altrimenti non avrebbe raggiunto certi livelli di sviluppo”. “Basti pensare a com’è cambiata dalla fine degli anni Novanta ad oggi l’organizzazione nel comparto melicolo”, precisa Piraccini. “L’Ocm del fresco, sostanzialmente, va bene così com’è, ma a Fischer Boel e alla Commissione Europea chiediamo di intervenire sue due aspetti: quello economico, prevedendo un aumento del contributi di bilancio dal 4,1% attuale al 6% e quello della gestione delle crisi di mercato in caso di surplus produttivo congiunturale, per il quale auspichiamo l’attivazione di una sorta di cassa “di resistenza”. Servirebbero, poi, una semplificazione degli adempimenti e della burocrazia”. Piraccini ritiene però che occorra fare qualcosa

anche all’interno dei confini nazionali: “È indispensabile un’azione tesa a favorire i processi di integrazione delle imprese; occorre prima che le imprese stesse siano realtà strutturate, concrete, solide, produttive, in grado di garantire una riduzione dei costi alla macro struttura, altrimenti rischiamo di dare spazio a Op “di carta”, come già troppe volte è avvenuto sino ad ora”. Infine una battuta sui rilievi della Corte dei Conti europea: “Un giudizio che va accettato ma che non inficia la validità dell’Ocm: non dimentichiamo che in pochi anni si è passati da un mercato completamente protetto ad una liberalizzazione spinta. Cosa sarebbe successo senza riferimenti importanti come questa normativa?”. Luigi Peviani, presidente di Aneioa, sottolinea che gli esportatori, in linea di principio, condividono le richieste avanzate dal mondo agricolo riguardo l’aumento del tetto dal 4,1 al 6% in favore delle Op ma precisa che, per evitare distorsioni, dovrebbero beneficiare degli aiuti anche i produttori singoli; inoltre, dice, dovrebbero maggiormente essere stimolate le relazioni all’interno della filiera. “Siamo contrari al principio della sussidiarietà in quanto, in un mercato unico, le regole devono essere uguali per tutti gli operatori”, chiude Peviani. “Per quanto riguarda le modalità dell’aiuto, senza entrare nel merito delle opzioni proposte, riteniamo debba prevalere il principio di produrre per il mercato mirando sempre alla qualità ed alla salubrità”. Mirko Aldinucci N o v e m b r e

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I Conti, per la Corte, non tornano. È un giudizio severo, accompagnato da un sonoro campanello d’allarme (che non lascia spazio a dubbi: se la tendenza attuale dovesse essere confermata, l’obiettivo stabilito dalla Commissione, ovvero la concentrazione del 60% dell’offerta nelle organizzazioni di produttori entro il 2013, non sarà raggiunto), quello espresso dall’organismo di controllo dell’Unione Europea in occasione della recente relazione speciale (la numero 8 del 2006) dedicata all’Ocm ortofrutta. Come noto, a partire dal 1996, l’Unione Europea ha fornito un aiuto finanziario pari al 50% del costo delle misure intraprese dai produttori ortofrutticoli finalizzate, tra l’altro, al miglioramento qualitativo della produzione, alla riduzione dei costi di produzione e al miglioramento delle pratiche ambientali. Possono beneficiare dell’aiuto soltanto i gruppi di produttori che commercializza-

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2006

Severa relazione dell’organismo comunitario. Olanda e Belgio insegnano no collettivamente la loro produzione nel quadro di organizzazioni di produttori. Gli Stati membri sono responsabili dell’approvazione dei “programmi operativi”, di misure proposte dalle organizzazioni di produttori e del pagamento dell’aiuto, che nel 2004 è ammontato a 500 milioni di euro. La Corte dei Conti europea ha controllato l’efficacia del regime di aiuto basandosi principalmente su un campione di 104 misure selezionate in modo casuale da 30 programmi operativi completati in otto Stati membri, su una valutazione delle procedure applicate dagli Stati membri e dalla Commissione e su un esame dei dati disponibili presso la Commissione. Rilevando, alla fine,

OCM

La Corte dei Conti: aggregazioni, lontanissimo il traguardo del 60%

P

che gli Stati hanno approvato le azioni nel quadro dei programmi operativi sulla base della natura della spesa programmata senza tener conto della loro efficacia probabile (ossia senza chiedersi se le organizzazioni di produttori compivano in tal modo progressi nel raggiungimento degli obiettivi). Le autorità italiane, greche e francesi in particolare non hanno voluto controllare gli obiettivi dei singoli programmi, poiché ritenevano che la conformità delle azioni agli obiettivi comunitari fosse già stata stabilita all’atto della stesura degli elenchi di azioni nazionali. Tuttavia, certe modifiche, apportate nel corso del tempo alle classifiche, hanno comportato un “cambiamento” degli obiettivi dei programmi operativi per una data azione. E così ad esempio in Italia, un progetto di irrigazione è stato assegnato all’obiettivo “miglioramento della qualità” in osservanza de-

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gli orientamenti nazionali stabiliti nel 1997. A seguito di una revisione degli orientamenti, nel 1999 è stato attribuito all’obiettivo “concentrazione dell’offerta”. Nel 2002, a seguito di un’altra revisione, la stessa azione è stata classificata sotto l’obiettivo “riduzione dei costi”. I criteri di ammissibilità delle spese, insomma, non erano chiari ed hanno quindi creato incertezze. Gli elementi di programmazione e di monitoraggio prescritti dalla normativa sono stati invece applicati in modo formale, con costi elevati ma senza benefici reali. Tra i casi analizzati dalla Corte dei Conti, anche situazioni paradossali: in Spagna, le autorità regionali avevano approvato un programma operativo, compreso nel campione analizzato dalla Corte, che includeva 2,7 milioni di euro per scatole di cartone riciclabile. E questa spesa rappresentava l’83% del programma totale per il periodo 2000-2003. Nel 2001, le autorità avevano approvato una revisione del programma che annullava gli investimenti previsti in serre ed irrigazione, aumentando il bilancio disponibile per le scatole riciclabili al 98% del totale. L’unica altra “azione” era la retribuzione di un tecnico. Una serie di errori, “furbizie” e difficoltà di varia natura che fanno sì che oggi le organizzazioni di produttori esprimano appena un terzo della produzione ortofrutticola comunitaria (percentualmente meno di quanto rappresentassero a inizio degli anni 2000, ossia il 40%) ed il loro sviluppo sia stato meno rapido di quello dell’insieme del settore. Per questo, la Corte raccomanda che la Commissione consideri i vantaggi degli approcci alternativi, per semplificare il regime di aiuto, ridurne i costi e migliorarne l’efficacia. La Commissione dovrebbe valutare se per raggiun-

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trazione dell’offerta nelle organizzazioni di produttori produce benefici reali, allora dovrebbe rivedere l’intero meccanismo di sostegno ai produttori ortofrutticoli dell’Unione europea.

gere al meglio tali risultati non convenga allineare le procedure del regime e le norme di ammissibilità delle spese con quelle delle misure di investimento nel settore dello sviluppo rurale. Indipendentemente dall’approccio seguito, la Corte dei Conti suggerisce alla Ue di migliorare il monitoraggio dell’efficacia dell’aiuto e valersi dello studio valutativo previsto per il 2009 per stabilire i motivi della relativa assenza di progressi da parte delle organizzazioni di produttori, in particolare negli Stati membri in cui il settore ortofrutticolo rappresenta la produzione agricola più importante. Se la valutazione confermasse che le organizzazioni di produttori rappresentano un meccanismo efficace per rafforzare la posizione dei produttori in tali Stati membri, sarebbe opportuno focalizzare meglio la politica, al fine di raggiungere tale obiettivo. Viceversa, e qui arriva la nota che più preoccupa gli operatori italiani, se la Commissione non potesse dimostrare che la concen-

I numeri delle Op europee Dal punto di vista numerico, il Paese con il maggior numero di Op, nel 2004, era la Spagna (616), davanti a Francia (314), Italia (203) e Grecia (113). A livello di valore di commercializzato, domina tuttavia l’Olanda: solo 15 le Op, ma con un valore medio di 113,3 milioni di euro per ogni organizzazione; segue il Belgio (anche qui 15 Op, 53 milioni il valore medio), quindi Austria, Germania e Irlanda; l’Italia non va al di là del settimo posto con un valore di 12,9 milioni per Op, ma precede comunque Francia (8,6 milioni) e Spagna (7,1). Dati poco edificanti, se si pensa che il 70% del valore della produzione ortofrutticola comunitaria della Ue a 15 proviene da Spagna, Italia e Francia (in ordine di peso specifico) e che solo un terzo della produzione di questi Paesi è stato commercializzato da organizzazioni di produttori. Nei Paesi Bassi, in Belgio e in Irlanda, la quota di ortofrutta veicolata attraverso le Op è invece molto più alta, intorno all’80%. La Corte dei Conti di Bruxelles ha anche rilevato che oltre il 70% delle organizzazioni di produttori hanno elaborato nel 2004 un programma operativo; il sostegno è ammontato a 500 milioni di euro, pari al 3% del volume d’affari delle organizzazioni di produttori e all’1% circa del valore totale della produzione ortofrutticola dell’Ue. Il ricorso all’aiuto è aumentato in modo considerevole dal 1997, mentre le compensazioni per ritiro della sovrapproduzione sono progressivamente diminuite. M.Ald. N o v e m b r e

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Perché il sistema Italia possa recuperare competitività nello scenario internazionale c’è bisogno di innovazione. È questa la principale indicazione emersa il 12 ottobre a Roma, nella sala Cavour del ministero delle Politiche agricole, durante il convegno di presentazione dell’osservatorio ortofrutta 2006, realizzato da Roberto Della Casa, docente di Economia dei Mercati agroalimentari presso l’Università di Bologna. E a dimostrazione che in Italia gli esempi di innovazione non mancano, per quanto costituiscano l’eccezione, sono stati presentati alcuni casi di studio, direttamente dalle aziende interessate, appartenenti ai più diversi settori, dalla produzione alla distribuzio-

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Ne hanno discusso in un convegno a Roma esperti e studiosi ne, dalla tecnologia alla logistica, dalle sementi all’esportazione. Nel panorama ortofrutticolo nazionale, ha spiegato Della Casa nella relazione introduttiva, si presentano situazioni contrastanti: da una parte segnali di immobilismo che contraddistinguono molte aree come l’esportazione, da troppo tempo ferma ai mercati continentali, dall’altra segnali di dinamismo legati a segmenti come la tecnologia, dove il sistema ha prodotto e sta producendo a ritmi serrati novità

che, però, proprio per la scarsa dinamicità del comparto nazionale, trovano maggiore applicazione in campo internazionale e non vengono sfruttati come vantaggi competitivi dai nostri operatori, a tutti i livelli, grande distribuzione compresa. Situazione analoga, ha continuato Della Casa, si verifica per l’innovazione varietale: l’Italia produce a livello di brevetti molto più di quanto si creda - un esempio per tutti, il Consorzio italiano vivaisti - ma non riesce poi a sfruttare gli stessi a livello commerciale, a dimostrazione che l’integrazione fra mondo scientifico e sistema imprenditoriale è tutt’altro che perfetta e necessita, quindi, di profonda ristruttura-

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Innovazione parola chiave per elevare la competitività

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zione. Va innovato pesantemente anche il sistema organizzativo, troppo concentrato sul rispetto delle regole burocratiche imposte da Bruxelles per il finanziamento delle Organizzazioni dei produttori e poco attento a rispondere all’evoluzione delle richieste del mercato, così che il suo percorso evolutivo marcia troppo lentamente rispetto ai ritmi della globalizzazione. Durante il convegno di Roma, si diceva, sono stati presentati diversi esempi di innovazione. A livello di organizzazione non poteva mancare la testimonianza di Renzo Piraccini, direttore generale di Apofruit Italia, un’azienda che da molti anni ha preso la strada dell’aggregazione. “Da una parte - ha detto Piraccini - l’ortofrutta oggi è una commodity, quindi la vera sfida è quella dell’efficienza e della riduzione dei costi. Dall’altra il mondo è sempre più globalizzato. E la globa-

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lizzazione richiede grandi dimensioni. Quindi oggi bisogna essere grandi”. L’innovazione serve anche a livello di prodotto. Bisognerebbe che il mondo produttivo dialogasse di più con quello distributivo e, perché no, con gli esportatori. A Roma è stato portato l’esempio di Solinda, la mini anguria che tanto successo ha avuto quest’estate, frutto della sinergia tra l’azienda sementiera Syngenta Seeds e l’esportatore Peviani. “Quest’anno ha detto Luigi Peviani, presidente Aneioa - la Grecia vende la sua uva apirene in Europa a non meno di 2 euro, la Puglia invece non riesce ad andare oltre 0,65-0,80 euro per la sua uva con i semi. Da quanto tempo diciamo che il mercato europeo vuole l’uva apirene?”. Non poteva mancare poi il tema della comunicazione. E chi, in questi anni, ha fatto meglio di Melinda? Il suo direttore, Luca

Granata, ha presentato l’iniziativa del concorso a punti che quest’anno ha avuto un ottimo riscontro presso i consumatori, con 22 milioni di cartoline diffuse e 1,8 milioni delle stesse tornate indietro, compilate e affrancate a carico del cliente. “Un ottimo risultato, che non ha riscontro nemmeno negli altri settori. Il fatto che oggi - ha spiegato - siamo qui a parlare di un concorso a punti, ci fa capire quanto ancora abbiamo da lavorare in termini di comunicazione. Il sistema ortofrutticolo italiano è ancora primitivo nel marketing e lillipuziano nelle dimensioni. E con chi ci dobbiamo confrontare sulla tavola degli italiani? Con dei veri e propri colossi, come Nestlè, Danone o Barilla. Melinda destina il 5% del fatturato alla comunicazione, la Barilla il 15%. Questo mi fa ben sperare, vuol dire che abbiamo ancora molte carte da giocarci”. (E.Fel.)

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I produttori, le cooperative di produzione, i commercianti con magazzini di lavorazione e confezionamento, gli operatori dei Mercati all’ingrosso - in altre parole tutti gli interlocutori con cui hanno a che fare le catene della distribuzione organizzata - devono aggregarsi e concentrare l’offerta, per fare massa critica. Ma non basta; oltre a certificare i processi, devono fornire un prodotto della massima qualità, del tutto rispondente alle specifiche richieste dalla distribuzione. Altrimenti non avranno futuro. Sono queste le più significative indicazioni, espresse dai rappresentanti della distribuzione organizzata, emerse durante il convegno che Veronamercato ha organizzato a Zevio lo scorso 20 ottobre, nell’ambito di Melissima, la fiera provinciale dedicata al frutto simbolo del paese scaligero. Indicazioni importanti, non tanto perché rappresentino qualcosa di veramente nuovo, ma per i soggetti da cui arrivano. Cioè i rappresentanti di quella distribuzione organizzata che in Italia colloca circa il 45% dell’ortofrutta fresca, arrivando in Europa a punte del 90-95%. “Uno dei problemi maggiori che riscontriamo all’interno del Centro agroalimentare - ha dichiarato Roberto Rossetto del Gruppo Rossetto, che conta circa 15 punti vendita e una piattaforma di carico a Veronamercato (nella foto il supermercato inaugurato il 12 ottobre a Santa Maria di Zevio) - è che i grossisti non si sono specializzati: su 70 operatori, almeno in 30 hanno le lattughe, ma nessuno è in grado di fornirci 20 bancali di prodotto, quindi a noi risulta più conveniente rivolgerci direttamente ai produttori esterni”. “Il problema - ha rincarato la dose Marco Varalta del Gruppo Brendolan, una piattaforma alN o v e m b r e

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L’input è arrivato dai rappresentanti della Do riuniti a Zevio (Verona) il 20 ottobre. Tra le altre richieste, certificazione, specializzazione e uniformità di fornitura l’interno di Veronamercato e circa 160 punti vendita distribuiti in sei regioni italiane - è che tutti gli operatori tengono gli stessi prodotti, con pochi lotti, imballi diversi ed etichette che spesso mancano proprio. Per lavorare con la distribuzione organizzata, e qui mi rivolgo anche al sistema produttivo, ci vuole più massa critica e lavorazione uniforme. Come succede in Spagna, dove il prezzo, a differenza di quanto succede in Italia, lo fanno loro, perché hanno le dimensioni. Più aumenterà il peso della Gdo in Italia, e non avete idea di quante saranno le aperture nei prossimi due anni, più sarà importante essere grandi. Se il sistema produttivo non si adeguerà, andrà a finire che la Gdo nazionale si rivolgerà all’estero”. “Dato che ci siamo - ha aggiunto Erminio Dalceggio di Bellafrut, l’agenzia di acquisto del gruppo Lidl che tiene il proprio ufficio commerciale nel palazzo direzionale di Veronamercato - parliamo anche dei mercati alla produzione, uno dei problemi dell’Italia. Solo a Verona ce ne sono tre o quattro per le pesche e le ciliegie: è stupido, perché per noi sarebbe ideale comprare direttamente a Veronamercato, con una qualità standardizzata, invece dobbiamo acquistare in queste strutture inadeguate, dove la merce sta magari 4 o 5 ore al sole e poi arriva guasta nei punti vendita. I mercati alla produzione dovrebbe servire solo come centro di raccolta del prodotto, il prezzo dovrebbe essere fatto poi nel centro aste di Veronamercato, guarda a caso ad oggi ancora inutilizzato.

Non c’è da meravigliarsi allora se preferiamo acquistare prodotto dell’Emilia Romagna: il prodotto parte direttamente dalle grandi cooperative, con l’imballo richiesto, e arriva a destinazione perfettamente condizionato”. “E poi - ha continuato Dalceggio bisogna che i produttori si certifichino se vogliono continuare a lavorare, a partire da EurepGap e

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La distribuzione organizzata chiede maggiore massa critica

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rintracciabilità. All’estero sono molto più avanti di noi. In quelli che pensiamo essere Paesi arretrati, come quelli dell’Est, ormai tutte le aziende sono certificate e forniscono solo la prima qualità. Se anche i produttori italiani mettessero sul mercato solo la prima qualità, e buttassero la seconda, la situazione, per loro, sarebbe più interessante, perché la seconda qualità guasta il mercato”. Chiudiamo con una provocazione, lanciata da Pietro Spellini, presidente del Coz (Consorzio ortofrutticolo zeviano): “In Italia si ragiona in piccolo, bisogna cambiare mentalità. Se vogliamo restare in Europa e contare come gli spagnoli, dobbiamo comportarci come gli spagnoli e aggregarci, ma non solo a livello di produttori, anche a livello di commercianti”. (E.Fel.) 41


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La gestione vocale degli ordini agevola il lavoro nei magazzini

Il magazzino ortofrutta di Cia a Forlì. Gli operatori sono dotati di cuffia con microfono, in diretto contatto con la centrale.

Maggiore velocità delle operazioni, abbattimento quasi totale degli errori, possibilità di lavorare “a mani libere”, razionalizzazione degli ordini che avvengono per articolo e non più per cliente. Sono i principali vantaggi che stanno assaporando gli operatori dei magazzini ortofrutta di Forlì e Fano della Cia (Commercianti indipendenti associati) dalla metà di quest’anno quando, a supporto delle attività di preparazione, è entrato in scena il nuovo sistema di gestione Vocollect Voice firmato da Wincor Nixdorf azienda leader nel campo delle soluzioni It per i mercati del retail e del banking - e Kfi - protagonista nell’implementazione di soluzioni di identificazione e raccolta dati automatica -. Cia, che oltre ad essere cofondatrice del sistema Conad è oggi tra le imprese commerciali di maggior rilievo all’interno del gruppo, è una delle prime realtà in Italia a fare affidamento su questo meccanismo basato sul riconoscimento vocale che trasforma le istruzioni di lavoro prodotte dal sistema di gestione del magazzino in comandi vocali che guidano gli addetti nell’esecuzione delle operazioni. L’operatore, dotato di cuffietta e 42

I centri ortofrutta di Cia (gruppo Conad) adottano il sistema Vocollect microfono, riceve l’input, verifica la correttezza della posizione in cui si trova il prodotto da recuperare leggendo ad alta voce un numero di controllo posizionato sulla postazione corrispondente e quindi effettua il carico; il software per il riconoscimento vocale traduce la risposta dell’operatore in dato e lo reinvia al Sistema centrale in modo che possa essere elaborata dal sistema informativo, attraverso una rete wireless a radiofrequenza che collega il server al terminale che l’addetto ha legato alla cintura. Questo processo di comunicazione viene ripetuto ogni volta che operatore e sistema centrale si scambiano informazioni, il tutto con un dialogo operativo e in tempo reale. Con l’utilizzo della cuffia e del microfono, l’operatore può lavorare con mani e occhi liberi senza nessun ingombro, a tutto vantaggio della produttività; altro vantaggio, quello di poter dialogare con il sistema nella propria lingua madre. Il magazzino di Forlì, che Corriere Ortofrutticolo

ha recentemente visitato, copre una superficie di 6.000 metri quadri, all’interno dei quali vengono movimentate, a seconda della stagione, circa 300/350 referenze necessarie per servire i 160 punti vendita associati, distribuiti fra supermercati Conad e negozi Margherita. La preparazione della merce avviene “per articolo”: 15 operatori preparano ogni giorno 18.500 colli che vengono poi consegnati ai punti vendita serviti. Tra Fano e Forlì, sono in tutto 7.200 i metri quadri coperti e 217 i punti vendita di riferimento; circa 7 milioni i colli lavorati ogni anno, per un fatturato di 56 milioni di euro. Il management di Cia, che già in passato faceva ricorso al supporto di Wincor Nixdorf per le proprie attività, ha dunque ritenuto strategico, per migliorare la qualità del lavoro dei propri operatori e incrementarne la produttività, introdurre la tecnologia vocale nella gestione delle operazioni di prelievo all’interno dei propri magazzini ortofrutta. “Abbiamo deciso in tempi brevissimi di avvalerci di Vocollect Voice”, il commento di Vladimiro Cecchini, direttore generale Cia. “Il primo passo è stato l’acquisizione del sistema per il nostro magazziN o v e m b r e

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Il sistema Vocollect protagonista nei magazzini ortofrutta di Cia è stato curato da Wincor Nixdorf e Kfi. La prima realtà si occupa di soluzioni, prodotti e servizi It per i mercati del retail e del banking. Wincor Nixdorf copre l’intera catena del valore, dalla ricerca e sviluppo alla produzione, dal marketing alla distribuzione, dalla consulenza organizzativa alle soluzioni e ai servizi hardware e software. La società, presente in 90 Paesi e leader di mercato in Germania, offre oltre a Pos, sistemi di cassa, terminali Atm bancari e sistemi self-service, anche etichette elettroniche, sistemi in radio frequenza e soluzioni per la comunicazione e promozione nel punto vendita. In Italia il gruppo vanta sedi a Milano, Bologna, Massa e Cozzile (Pistoia) e Roma. Kfi è invece azienda leader nell’implementazione di soluzioni integrate di identificazione e raccolta dati automatica, nel comparto industriale, nella logistica distributiva e nel trasporto merci. Nata nel dicembre 1993 per fornire soluzioni specializzate tramite l’impiego del codice a barre, distribuisce sul mercato italiano soluzioni e prodotti sviluppati da aziende leader a livello internazionale come nel

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caso di Vocollect. Con sede principale a Binasco (Milano), filiali a Pordenone, Bologna e Roma, Kfi ha chiuso il 2005 con un fatturato di 12 milioni. “Gli aspetti critici incontrati durante l’implementazione del sistema vocale nel magazzino Cia di Forlì - spiegano Maurizio Costa, marketing manager Kfi, Alessandro Bucich, direttore commerciale di Wincor Nixdorf e Amerigo Roncallo, account manager della stessa società (foto sopra) - erano rappresentati dalle particolari condizioni della preparazione per articolo, rispetto alla classica preparazione per cliente, e dai tempi di installazione e avvio molto ridotti, ma sono stati superati rapidamente. Il sistema, realizzato in poche settimane, garantisce massimi livelli di flessibilità e l’annullamento degli inevitabili errori di imputazione dei dati sul sistema. L’aspetto di maggiore soddisfazione è stato però il miglioramento della qualità del lavoro, testimoniato dal personale stesso”.

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Wincor Nixdorf e Kfi: «Sistema flessibile a prova di errore»

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no surgelati di Cesena, dove lavorano otto persone su 2.100 metri quadri e le referenze non superano le 400 unità; quindi, in seconda battuta l’abbiamo implementato qui a Forlì, per l’ortofrutta fresca; il programma prevede, per il 2007, l’approdo del sistema anche nel magazzino generi vari, che annovera oltre 5.500 referenze”. “L’implementazione della nuova soluzione è stata molto apprezzata dagli utilizzatori in quanto il terminale che portano alla cintura è leggero, comodo e lascia ampia libertà di movimenti nel prelievo dei colli dai pallet ricevuti dai fornitori”, il commento di Christian Forlivesi, responsabile produzione del magazzino. “Inoltre, i supervisor possono contare su una maggiore visibilità in aree operative chiave e monitorare in tempo reale le attività del magazzino, il flusso dei prodotti e i livelli di produttività”. I dati parlano di un graduale ma significativo miglioramento: nel 2005 si lavoravano 107 colli l’ora, a fronte dei 116 attuali, con margini di ulteriore crescita. Mentre gli errori, sono diminuiti dell’87%. I sistemi di gestione vocale iniziano del resto ad affermarsi: anche Alfacod - società bolognese nata nel 1986 - ha infatti lanciato sul mercato un software per la comunicazione vocale ribattezzato Parlando con i terminali di raccolta dati che permettono all’operatore di lavorare a mani libere aumentando la produttività, eliminando i tempi morti e le difficoltà connesse all’uso di una tastiera. La comunicazione avviene utilizzando normali terminali basati su sistema operativo Windows Ce o PocketPc 2003; uno stesso terminale, quindi, può essere usato a seconda delle necessità sia in modalità vocale che tradizionale. La soluzione non richiede server dedicati né pacchetti middleware. Unico requisito hardware: la cuffia di alta qualità con microfono direzionale a soppressione di rumore. (M.Ald.) N o v e m b r e

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Dalla collaborazione tra Sammo Group, azienda di Cesena che progetta e realizza impianti completi per la lavorazione e il confezionamento di prodotti ortofrutticoli, e Cooperativa Sant’Orsola, organizzazione di produttori con sede a Pergine (Trento) specializzata nella coltivazione e commercializzazione di piccoli frutti, è nata un’innovativa linea per la lavorazione e il confezionamento automatico delle fragole. La macchina, operativa nella Cooperativa da poche settimane, è in grado di lavorare 120-130 cestini di fragole al minuto razionalizzando i costi di manodopera. L’invenzione punta a rivoluzionare il sistema di confezionamento delle fragole. La nuova linea Sammo opera in automatico in ogni fase, riducendo ed agevolando il processo produttivo. Dopo le operazioni di raffreddamento dei colli conferiti direttamente dalla campagna, la macchina procede alla depallettizzazione delle pedane, al prelievo dei cestini dai plateau e al loro inserimento sulla linea di controllo. In seguito, effettua un controllo del peso e, in caso di necessità, consente l’eventuale correzione del singolo cestino mediante un dispositivo di separazione delle unità sottopeso o sovrappeso. Procede quindi alla flopaccatura, al confezionamento dei cestini sui plateau destinati alla spedizione ed alla pallettizzazione delle pedane. Federico Oss, presidente di Sant’Orsola, guarda al futuro con fiducia: “Questa linea apre ampie prospettive per lo sviluppo della Cooperativa. Al momento è infatti utilizzata durante un solo turno, di 6 ore e mezzo, ma in caso di necessità, potrà essere impiegata su tre turni, con ritmi eccezionali, dal momento che lavora N o v e m b r e

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Manodopera al minimo con il sistema firmato da Sammo e Sant’Orsola ben 120-130 cestini ogni minuto”. “Si tratta di un’innovazione molto importante - il commento di Michele Scrinzi, direttore di Sant’Orsola - che ci permette di ridurre il personale per la lavorazione delle fragole da sette a un’unità a mezzo servizio, senza pregiudicare la qualità”. “I vantaggi e le potenzialità del-

Tecnologia forlivese per il Mediterraneo La tecnologia del Distretto romagnolo punta ai Paesi del Mediterraneo. Con l’adesione della Provincia di Forlì-Cesena al programma “Piattaforma Mediterranea” avviato dal ministero degli Affari esteri insieme all’Unido - agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale - per il coordinamento dello sviluppo economico-sociale integrato nei Paesi del Mediterraneo, alle aziende romagnole si aprono nuove opportunità di mercato. L’Unido finanzierà le imprese nei diversi Paesi del Mediterraneo per acquisire la tecnologia romagnola. (M.M.)

l’impianto sono innumerevoli”, gli fa eco Omar Papi, amministratore delegato di Sammo Group. “La notevole riduzione dei tempi di lavorazione, ad esempio, ma anche un importante risparmio di manodopera. La messa a punto della macchina, che oltre alle fragole può essere impiegata per il confezionamento di altri piccoli frutti ha richiesto oltre due anni di ricerca: solo grazie alla collaborazione con Sant’Orsola, assieme alla quale abbiamo definito parametri e standard da inserire nella macchina, e ai tecnici del Politecnico di Milano, siamo riusciti a dare alla luce la linea, un gioiello nel panorama della lavorazione automatica della frutta. Ora, cercheremo di esportare questa nostra idea anche in altri bacini produttivi, la Spagna in primis”. Intanto il 13 settembre scorso una delegazione di rappresentanti di tre cooperative ortofrutticole spagnole (Gorofres e Cora di Huelva, Frutta Ester di Murcia) ha visitato Sant’Orsola per vedere in funzione la linea per la lavorazione e il confezionamento delle fragole messa in funzione per la prima volta a Pergine. La delegazione ha inoltre visitato sul campo la realtà produttiva di Sant’Orsola, cooperativa nata nel 1972 e oggi composta da 1.300 soci, per la maggior parte proprietari di piccole aziende agricole, spesso inferiori all’ettaro. Nel 2005 Sant’Orsola ha coltivato e commercializzato oltre 6.000 tonnellate di fragole, lamponi, more, ciliegie, mirtilli, ribes rosso e bianco e fragoline, confermandosi leader in Italia nel settore con un fatturato di 40 milioni di euro. Sammo Group conta invece sei aziende dislocate in Italia, Spagna e Marocco e lo scorso anno ha registrato un fatturato di oltre 25 milioni di euro. ●

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Fragole... con il pilota automatico nella linea da 130 cestini al minuto

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Rfid, Jungheinrich capofila del progetto di sviluppo tedesco Jungheinrich Ag, produttore di carrelli elevatori e fornitore di soluzioni tecnologiche per i magazzini, ha assunto a settembre l’incarico di coordinatore del progetto tedesco di ricerca IdentProLog: uno studio - promosso anche dal ministero tedesco per l’Istruzione e la ricerca - sulla tecnologia di identificazione automatica a radiofrequenza, meglio nota come Rfid, che consente l’identificazione e la localizzazione automatica di persone e oggetti grazie all’utilizzo di transponder e opportuni apparati di lettura. Al termine di questo progetto triennale, cui partecipa anche Kion Group con i marchi Linde e Still,

Tre anni per definirne gli standard d’impiego attraverso test pratici

saranno definiti gli standard per l’impiego della tecnologia Rfid nell’industria e nel commercio. “Il nostro principale obiettivo è lo sviluppo di tecnologie per la

Zebra Technologies fa incetta di brevetti Dieci milioni di dollari per la radiofrequenza Zebra Technologies Corporation fa incetta di Rfid. Il leader mondiale nelle soluzioni di stampa on-demand per lo sviluppo del business, ha acquistato un ampio portafoglio di brevetti Radio frequency identification dallo società Btg Plc. L’investimento è ritenuto strategico per le future implementazioni ad alte performance della tecnologia in questione ed il portafoglio di patenti è stato acquistato per la somma di circa 10 milioni di dollari. “Questo set di oltre 200 brevetti e brevetti applicativi internazionali fa sì che Zebra sia proprietaria di una delle più grandi raccolte di brevetti Rfid al mondo”, ha dichiarato Rod Rodericks, managing director di Zebra Emea. “L’acquisizione è parte dei costanti investimenti che Zebra fa nei prodotti e nella tecnologia necessari per avere successo in ambito Rfid. I vantaggi di questa tecnologia vengono sempre più riconosciuti a livello globale e l’utilizzo estensivo dell’Rfid non è lontano. È grazie al fatto che siamo coinvolti nel suo sviluppo da molto tempo che siamo in grado di capire completamente qual è l’impegno richiesto quando ci aggiudichiamo una commessa” ha continuato. “Negli anni passati abbiamo guidato il mercato nello sviluppo di questa tecnologia e questi brevetti ci aiuteranno a continuare a condurre la sua commercializzazione”. Negli Usa, Zebra Technologies è uno dei membri fondatori dell’Rfid Consortium, che è stato creato per promuovere l’adozione dei sistemi Rfid consentendo ai clienti un accesso semplificato ai brevetti essenziali, e al tempo stesso garantendo ai detentori di brevetti un giusto riconoscimento delle loro proprietà intellettuali. Questa importante acquisizione consoliderà la posizione dell’azienda all’interno del Consorzio.

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comunicazione Rfid fra carrelli elevatori e supporti di carico, con lo scopo di ottimizzare il flusso dei materiali nell’industria e nel commercio”, ha dichiarato Ralf Baginski, direttore della divisione basic development di Jungheinrich. Per questo, i supporti di carico standard ora in uso dovranno evolversi in europallet “intelligenti” capaci di comunicare informazioni; i mezzi di movimentazione impiegati per il trasporto dei supporti di carico, come i carrelli elevatori, saranno equipaggiati con tecnologie di rilevazione. Grazie a queste dotazioni, in futuro i mezzi di movimentazione interna non saranno solo trasportatori di materiali, ma saranno anche “fornitori” di informazioni. Grazie alla progettazione di elementi tecnologici standard, sarà garantita l’applicabilità universale della soluzione, anche oltre i confini del Gruppo. Test pratici, molto vicini alla realtà, mirano a garantire, oltre a un’elevata affidabilità, anche la definizione di un futuro standard universale. “Il vasto impiego della tecnologia dei transponder, sia nel campo dei supporti di carico “intelligenti” sia nell’identificazione delle locazioni di stoccaggio e delle stazioni di movimentazione, sarà la base per innovativi e più snelli processi nell’ambito dell’intralogistica”, ha spiegato Baginski. Con il termine intralogistica si intendono i flussi interni dei materiali; in altre parole tutte le movimentazioni di trasporto merci, dalla baia di carico, allo stoccaggio in magazzino, fino all’area di spedizione e ai punti vendita. L’applicazione dell’identificazione automatica a radiofrequenza Rfid in questo campo porterà a maggiore flessibilità, affidabilità e velocità nei diversi processi interessati. ● N o v e m b r e

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Il prodotto fresco non riserva più brutte sorprese se ci sono gli indicatori visivi del grado di maturazione La prima a lanciarli sul mercato è stata la società neozelandese RipeSense Ltd, che li ha proposti ufficialmente all’ultima edizione di Fruit Logistica di Berlino; poi, nelle scorse settimane, è arrivato anche RediRipe. Stiamo parlando degli indicatori visivi del grado di maturazione, utilizzati soprattutto sulle pere: un’etichetta a sensori colorimetrici posta sul packaging, segnala il grado di maturazione nel caso di RipeSense (foto sopra); processo pressoché identico nel caso di RediRipe, con un bollino che cambia colore grazie a un microsensore di etilene. Le sostanze aromatiche emesse dalle pomacee provocano un passaggio dal rosso (pere acerbe) all’arancio (dure), al giallo (succose). Il sensore RipeSense viene fornito in un’etichetta di 25 millimetri

quadrati e viene collocato all’interno delle confezioni a doppia vaschetta con due o quattro pere. L’etichetta è stata impiegata a livello commerciale per la prima volta in Nuova Zelanda nel maggio 2004 e viene già utilizzata nel Nordamerica e in Australia. In Gran Bretagna è stata avviata la vendita di alcuni campioni e l’introduzione in Francia è prevista per quest’anno. Ooshop.com, sito francese di e-commerce di Carrefour, ha presentato dal canto suo l’indicatore Fresh check: un bollino pensato per l’intera gamma ortofrutticola che cambia colore informando sulla freschezza del prodotto e sui tempi di utilizzo. L’indicatore, di forma ovale, contiene un cerchio; quando il suo colore diventa più scuro dell’ovale, il prodotto non può più essere utilizzato.

In vetrina allo Smau tecnologie e servizi di ultima generazione L’edizione 2006 di Smau, il Salone delle tecnologie e dell’informatica che si è svolto a Milano dal 4 al 7 ottobre, proponeva Digital Workstyle, un percorso espositivo che consentiva a imprenditori e manager di “toccare con mano” il valore aggiunto offerto da applicazioni, prodotti e servizi di ultima generazione, che sempre più spesso trovano applicazione anche nel settore ortofrutticolo. Nell’ambito di tre aree-mostra sono state presentate soluzioni innovative per il magazzino, per la gestione della piccola e media impresa, per il retail e la pubblica amministrazione. In particolare, l’allestimento curato da Datalogic simulava le attività di gestione di un magazzino grazie ad installazioni Wi-Fi e Rfid: un carrello elevatore dotato di tecnologia per l’identificazione automatica era collegato con il sistema informativo dell’azienda in modalità Wi-Fi, wireless 802.11. Con 48

Alla rassegna milanese un percorso espositivo con le ultime scoperte questa procedura, ognuno dei colli che compongono il pallet è identificato da un’etichetta (Tag) Rfid e quando il pallet prelevato passa attraverso il varco d’accesso le antenne Rfid che delimitano il varco leggono in modo simultaneo tutte le informazioni contenute nei Tag. In questo modo è possibile conoscere il contenuto

del pallet e quindi verificare che i colli che lo costituiscono corrispondano in numero e tipologia a quelli previsti. Datalogic presentava inoltre i computer portatili dotati di tecnologia “voice picking”, con i quali è possibile eseguire le operazioni di prelievo a magazzino tramite comandi vocali, avvalendosi di una cuffia collegata al Pc. Ampio spazio anche al Total store, un nuovo concetto di negozio del futuro che riconosce il cliente al suo ingresso e lo accompagna all’interno mettendo le sue esigenze al centro di ogni attività del punto vendita. Una soluzione, questa, che rende più veloce e piacevole la spesa, assiste i consumatori nelle scelte d’acquisto fornendo loro l’informazione giusta al momento giusto e offrendo suggerimenti personalizzati, permettendo di scegliere le modalità di pagamento e garantendo velocità nel passaggio alle barriere. ● N o v e m b r e

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Fedagro Verona ha proposto l’acquisto degli stand di vendita durante il convegno nazionale della federazione. L’obiettivo: liberare risorse per nuovi investimenti

Da sinistra: Montagnoli (Comune di Verona), Guala (Fedagro), Della Casa (UniBo), Giomaro (Fedagro Vr), Dal Moro (Veronamercato), Ghinato (CCIAA di Verona)

I Centri agroalimentari italiani hanno vissuto negli ultimi vent’anni una fase di profonda trasformazione diventando, per certi aspetti, le strutture più moderne d’Europa. Per continuare a essere competitivi e superare le sofferenze finanziarie in cui versano, una delle strade da percorrere potrebbe essere quella di un maggior coinvolgimento, anche dal punto di vista patrimoniale, delle aziende che operano al loro interno, oggi concessionarie di punti vendita, ma domani possibili proprietarie degli stessi. Il miglioramento della situazione finanziaria dei Centri agroalimentari, dovrà poi andare di pari passo con il recupero e lo sviluppo dei rapporti con la distribuzione organizzata, che nelle nuove strutture mercatali può trovare un’importante fonte di approvvigionamento, a costi competitivi, e delle soluzioni logistiche, in taluni casi, all’avanguardia. Sono queste le principali indicazioni emerse dal convegno nazionale organizzato da Fedagro (Federazione nazionale degli operatori all’ingrosso agro-floro-ittico-alimentari) dal titolo “1986 - 2006: Vent’anni di crescita dei Centri N o v e m b r e

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agroalimentari. Situazione e prospettive per i Mercati italiani e per gli operatori”, che si è tenuto il 14 ottobre a Verona, presso la sala congressi del centro direzionale di Veronamercato. La situazione attuale. Il processo di ammodernamento in atto nei Mercati all’ingrosso, giunto quasi a compimento, è stato innescato

a metà degli anni ’80 con l’emanazione della legge 41/1986. In quegli anni la situazione in cui versavano i Mercati all’ingrosso era drammatica: strutture vecchie, fatiscenti, ubicate all’interno dei centri urbani, carenti di spazi e di servizi, in condizioni igieniche precarie e gestite, per la quasi totalità, direttamente dai Comuni. Tale situazione e la forte pressione esercitata dagli operatori dei Mercati indussero il legislatore a inserire quattro commi all’art. 11 della legge 28 febbraio 1986, n. 41. In particolare, si prevedeva che i Mercati, per riuscire a intercettare i finanziamenti pubblici, dovevano dimostrare di possedere una forma societaria consortile con una maggioranza a partecipazione pubblica e la compresenza di più strutture annonarie e di più servizi per l’agroalimentare in un unico luogo. I finanziamenti hanno interessato direttamente 14 Mercati: Torino, Verona, Padova, Parma, Bologna, Rimini, Roma, Fondi, San Benedetto del Tronto, Pescara, Napoli, Cosenza, Catanzaro e Catania. Le nuove grandi realizzazioni sono state avviate solo a partire dall’anno 2000 con il Centro agroalimentare di Bologna, preceduto, nel 1997, da quello di San Benedetto del Tronto. Al di fuori dei finanziamenti della legge 41/1986, diversi Comuni hanno poi avviato autonomi programmi di ammodernamento dei Mercati. “Da dieci anni a questa parte - ha dichiarato Ottavio Guala, presidente nazionale Fedagro - c’è stata una profonda trasformazione all’interno di quelli che venivano chiamati Mercati ortofrutticoli. Il passaggio verso i Centri agroalimentari ha portato a una riduzione del 50% del numero di operatori e quindi a una concentrazione rilevante, per certi aspetti ancora in atto. È nato il consorzio Infomercati, partecipiamo come Fedagro e Mercati Associati all’Organismo interprofessionale, stiamo modificando gli orari di vendita andando verso l’apertura

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Mercati all’ingrosso, in vendita i posteggi?

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A ttualità diurna, stiamo certificando i nostri operatori, come nel caso del Car di Roma e del Caab di Bologna, per dare maggiori garanzie, in termini di sicurezza alimentare, ai nostri clienti. Spesso si parla della necessità di innovare all’interno della filiera ortofrutticola. Ebbene, il nostro costituisce un esempio e per continuare su questa strada chiediamo una maggiore attenzione e collaborazione da parte degli enti gestori, con la consapevolezza che, comunque, il “pubblico” debba continuare a rappresentare e controllare i Centri agroalimentari”. La proposta. Il convegno di Verona è stata l’occasione per presen-

tare un’importante proposta, che parte da una considerazione: le nuove strutture mercatali, quelle finanziate dalla legge 41/1986, hanno richiesto degli investimenti che pesano ancora notevolmente sui bilanci delle rispettive società di gestione. “Ciò che si è realizzato in questi vent’anni - ha dichiarato Giuseppe Giomaro, presidente di Fedagro Verona - è stato sicuramente un grande passo in avanti rispetto a una situazione che era ormai obsolescente. Oggi però vogliamo essere in maggiore sinergia con l’ente gestore, che a nostro avviso deve diventare un’azienda più dinamica, efficiente e competente. Perciò credo che i tempi siano maturi per consentire alle imprese di essere parte integrante dei Mercati, e non dei semplici “inquilini”. Non per comandare, ma per investire, per assumere con competenza e tempestività deci50

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sioni adeguate e consentire lo sviluppo dei mercati e delle aziende che vi lavorano”. “La proposta che avanziamo noi imprenditori - è arrivato al dunque Giomaro - è di poter acquistare gli stands in cui svolgiamo la nostra attività. Questa operazione porterebbe nelle casse di Veronamercato parecchie decine di milioni di euro, che non solo risolverebbero i problemi di ordine finanziario, ma darebbero anche la possibilità di intraprendere un piano di investimenti, sia per l’aggiornamento strutturale che per le attività promozionali e di marketing. La nostra è una proposta che non intende andare verso la liquidazione del “pubblico”, ma vuole assumersi responsabilità maggiori nella cosa pubblica ponendosi garante del successo commerciale ed economico di una importante realtà che è patrimonio di tutta la città”. Le prime reazioni. Il presidente di Veronamercato, Gian Pietro Dal Moro, e i relatori che lo hanno seguito, hanno fatto capire che non è una proposta di facile realizzazione. “Non spetta a me, ma ai soci della società, a partire dal Comune di Verona e dalla Camera di commercio, dare risposte agli operatori del Mercato”, ha affermato Dal Moro. “A me interessa rimarcare che a distanza di tre anni dalla sua apertura, quella che sembrava una “cattedrale nel deserto”, sta marciando speditamente al punto tale che oggi gli operatori propongono di acquistare le strutture immobiliari. Indipendentemente dalle risposte, credo che questo sia il segno tangibile che le cose stanno andando bene, sia per loro che per la società di gestione, e che le prospettive siano interessanti rispetto a tre anni fa quando il trasferimento creò forti tensioni”.

Giancarlo Montagnoli, assessore alle Partecipazioni del Comune di Verona, ha ribadito che “ci sono certe realtà che svolgono una funzione pubblica, e in quanto tali devono essere gestite da un ente pubblico. Proprio per questo motivo auspico l’ingresso nel capitale sociale di Veronamercato anche della Provincia e della Regione. Credo che il confronto di oggi sia positivo, perché ci spinge a una maggiore assunzione di responsabilità”. Sulla stessa lunghezza d’onda Enrico Ghinato, vicepresidente della Camera di commercio di Verona, per cui “non c’è dubbio che la maggioranza della proprietà del Mercato debba rimanere pubblica, perché la sua funzione è pubblica. Detto questo, sono anche convinto che gli operatori sono i veri attori dello sviluppo, perciò faremo il possibile per assecondare le loro indicazioni”. Le prospettive. La distribuzione organizzata può essere la chiave di sviluppo per i Centri agroalimentari di nuova generazione. Non è una novità, penseranno in molti, ma al convegno di Verona sono emersi nuovi spunti. “Oggi le insegne della distribuzione ha spiegato Roberto Della Casa, dell’Università di Bologna - si trovano a offrire alla clientela un numero di referenze di frutta e verdura sempre superiore. Ciò significa che devono gestire un quantitativo di prodotto pressoché invariato rispetto a qualche anno fa, ma con un numero di referenze molto maggiore, più che raddoppiato nel corso degli ultimi cinque anni, con evidenti problemi logistici e aggravi di costi. Una soluzione la possono dare proprio i Centri agroalimentari, strutture moderne e funzionali, inserite spesso all’interno o nelle vicinanze di interporti, con spazi adeguati per ospitare anche nuovi operatori. E dove lavorano questo fa la differenza - aziende da sempre specializzate nell’ampiezza e nella profondità della gamma ortofrutticola”. (E.Fel.) N o v e m b r e

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È uno sviluppo apparentemente inarrestabile quello che interessa gli imballaggi riutilizzabili, il cui impiego è in costante espansione. Ben accettati dalla moderna distribuzione, i contenitori “usa e riusa” sono al centro di una strenua competizione tra aziende, la maggior parte delle quali internazionali, che vedono nell’Italia un mercato dai margini di crescita ancora notevoli. E c’è spazio, nell’inchiesta condotta da Corriere Ortofrutticolo su questo interessante comparto, anche per la polemica: Pietropaolo Proto, direttore generale Ifco, parla senza mezzi termini di “concorrenza sleale”. Motivo? “Ci sono realtà del settore che snaturano il concetto di riutilizzo e riducono la garanzia di salubrità. Cpr System ad esempio dichiara esplicitamente di lavare il 38% del movimentato, poco più di una cassetta su tre. Dove va a finire la garanzia di igienicità?”. “È scorretto oltretutto - incalza Proto - camuffare il business da “servizio” cooperativistico per gli associati, beneficiando di finanziamenti comunitari. Sono però anche altre le aziende che in questo settore operano in modo discutibile giocando al ribasso ed offrendo di fatto sistemi di riutilizzo parziale che non garantisce la qualità: così proprio non va”. A dispetto dei problemi lamentati, però, la proiezione noleggi di Ifco, per il 2006 è positiva: il gruppo dovrebbe arrivare a quota 325.000.000, con un incremento del 13,8% rispetto al 2005. Nella sola Italia si dovrebbe arrivare a 50.000.000 di pezzi, con un incremento del 4,9% sullo scorso anno, il 105% in più rispetto al 2001. Ifco, puntualizza Proto, annovera più di 3.000 clienti, 45 catene commerciali in tutta Europa come Sma, Eurospin Italia, Gruppo Agorà, Sir, Sidis Az., Superconti, N o v e m b r e

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Gli operatori fanno il punto e parlano delle prospettive. Ifco polemica: «Troppi furbi»

Qui sopra, i vertici di Plastic Nord. Sotto il sommario, Davide Bonora (Cpr); in mezzo, Pietropaolo Proto di Ifco

Despar Cava, Edeka, Adeg, Netto, Rewe, Metro, Wal-Mart, Migros, Coop, System U, Atac, Match, Waitrose, Consum, El Arbol, Gadisa, Bama; negli Usa lavora con Wal-Mart ed H.E.B, in Giappone con Jusco. Nel settore ortofrutticolo, si evidenzia da Ifco, i formati più richiesti sono 60/40/10 e 30/40/14. L’obiettivo, ora, è il raggiungimento di 80.000.000 di pezzi di parco casse disponibile (oggi sono 75.000.000); presto Ifco aprirà inoltre altri cinque centri di lavaggio in Europa (di cui uno in Italia: attualmente sono 45 in europa di cui due nella Penisola). A livello economico, nel secondo trimestre dell’anno il gruppo ha raggiunto un fatturato complessivo di 632,9 milioni di dollari, 258,4 dei quali garantiti dall’Europa. Cpr System, leader italiano negli imballaggi riutilizzabili a sponde abbattibili, con 850 aziende aderenti tra produttori, distributori e fornitori di servizi logistici, continua intanto ad investire per consolidare la propria posizione: dalla nascita avvenuta nel 1998 ad oggi, lo sviluppo è stato del resto costante e alla fine dello scorso anno, all’interno del circuito, circolavano 8 milioni di box che hanno consentito di effettuare 75 milioni di movimenti. Il bilancio 2005 si è chiuso ancora una volta in attivo, con un fatturato di 26 milioni di euro ed un utile di 3 milioni, per il 97% ridistribuito ai soci; la remunerazione del capitale sociale è stata pari al 4%. Anche il 2006 sarà all’insegna dello sviluppo, visto che le movimentazioni nei primi nove mesi sono aumentate del 19% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dopo aver inaugurato una piattaforma in Sardegna, Cpr System è ora impegnata nel potenzia-

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Dinamismo e concorrenza serrata Battaglia sugli imballi riutilizzabili

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A ttualità mento dell’attività di lavaggio: nel 2007 infatti sarà ultimato l’intervento sul centro di Gallo (Ferrara), che sarà ampliato per dimensioni e capacità produttiva, mentre in Piemonte verrà realizzato un nuovo centro di lavaggio ad alta tecnologia. A breve, vi sarà poi l’apertura di una nuova piattaforma in Spagna. “Siamo soddisfatti di come stanno andando le cose - sottolinea il direttore Gianni Bonora - e della risposta del mercato al nostro sistema di imballaggi in plastica per l’ortofrutta a sponde abbattibili, riutilizzabili e riciclabili in ogni loro parte. I box possono essere utilizzati dal produttore, direttamente sul campo o nel magazzino per lo stoccaggio del prodotto, dal Mercato generale, e infine anche dal distributore, direttamente nel punto vendita, evitando così ogni operazione di travaso a vantaggio di qualità e cicli di lavorazione. Gli imballaggi Cpr garantiscono con le loro sponde abbattibili un grande risparmio di spazi e costi: quattro imballaggi chiusi occupano lo spazio di uno aperto. Il box può essere riutilizzato fino a venti volte in un anno, i costi di smaltimento vengono meno, così come rifiuti e disordine in magazzino; inoltre non sono più necessarie scorte corpose”. Cpr System propone un sistema che si basa sull’acquisto dei box da parte dei soci e su un costo di gestione trasparente, elaborato in relazione alle reali movimentazioni ed ai servizi resi. La gestione del circuito avviene attraverso dodici Centri logistici attrezzati dislocati su tutto il territorio nazionale; Cpr ritira gli imballaggi dalle catene della grande distribuzione e li riporta a destinazione nei centri logistici, che fungono anche da deposito, per renderli disponibili agli utilizzatori. Tra i formati proposti, sottolinea Bonora, quello più utilizzato è il formato di dimensioni 60x40 con altezza 16, utilizzato sia per il prodotto confezionato che per il prodotto sfuso. 52

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Legno, crescono i quantitativi di riciclato Rilegno recupera 830 mila tons di imballaggi Particolarmente positivo il 2006 per la raccolta dei rifiuti in legno in Italia, almeno stando alle proiezioni dei dati relativi al primo semestre 2006 elaborate da Rilegno, il Consorzio che all’interno del sistema Conai (Consorzio nazionale imballaggi) si occupa di raccolta, recupero e riciclaggio del legno. Saranno infatti circa 1.630.000 le tonnellate di rifiuti legnosi avviati al riciclo entro la fine dell’anno (con un incremento di oltre l’11% rispetto al 2005), tra cui 830.000 tonnellate derivanti da rifiuti da imballaggi di legno (+17% rispetto all’anno precedente). Il trend di crescita interessa anche le convenzioni che Rilegno sottoscrive con enti pubblici per assicurare la raccolta in tutto il territorio nazionale: dalle 238 convenzioni siglate a dicembre 2005, secondo le previsioni, si dovrebbe passare alle 311 di fine 2006 (+30%), per un totale di 3.700 Comuni e oltre 33 milioni di abitanti serviti, circa il 60% dell’intera popolazione. Rilegno prosegue così il trend positivo avviato negli ultimi anni, con l’obiettivo di trasformare sempre più rifiuti di legno in rinnovata materia prima da utilizzare per la produzione di nuovi manufatti in legno, con benefici non solo per l’ambiente, ma anche per l’economia del settore. Fornendo circa un milione e mezzo di tonnellate di legno riciclato l’anno, Rilegno copre parte del fabbisogno di materia prima dell’industria italiana del mobile, contribuendo a far risparmiare una significativa quantità di materiale importato ed equilibrare la bilancia dei pagamenti con l’estero. Da alcuni mesi Cpr System ha peraltro avviato, in collaborazione con alcune catene distributive, una fase di test con due nuove tipologie di imballaggi: i mini-bins 80 per 120 e 80 per 60 con altezza 39 centimetri. Nuovi box che vengono utilizzati per confezionare diversi tipi di prodotti ortofrutticoli e per particolari occasioni di vendita (come ad esempio per attività promozionale). I due minibins sono completamente modulari tra loro e con le altre tipologie di imballaggio Cpr System ed inoltre le sponde sono abbattibili (2 minibins chiusi occupano lo spazio di un minibins aperto). La gestione del circuito dedicato ai soci Cpr prevede che la proprietà del bins rimanga al Consorzio ed il socio potrà utilizzare il box per

un certo periodo di tempo. Non appena la fase di test sarà conclusa (alla fine dell’anno in corso) il circuito sarà aperto a tutti i soci Cpr. Un settore in discreta salute e dalle prospettive nel complesso interessanti, con ulteriori margini di sviluppo: questa la fotografia scattata da Andrea Di Mauro, amministratore delegato della filiale italiana di Schoeller-Arca System che, solo nel ramo ortofrutta, si avvia a raggiungere un fatturato di circa 3 milioni di euro che valgono l’8-10% del mercato. “Pur essendo le sorti del comparto legate in modo piuttosto stretto a quelle della grande distribuzione, i contenitori ed i pallet riutilizzabili fanno segnare una buona vivacità, soprattutto N o v e m b r e

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per i prodotti a sponde abbattibili. Il riutilizzabile si è ormai consolidata e prima o poi arriverà a coprire tutto il settore. La concorrenza incalza, impossibile cullarsi sugli allori: bisogna adattarsi continuamente alle richieste del mercato. Per questo, abbiamo appena lanciato un imballo 80 per 60, mentre sta per vedere la luce un pallet in plastica dalle dimensioni del tradizionale pallet in legno. E il prossimo anno, ci saranno numerose altre novità: Schoeller-Arca System lancerà sul mercato dei contenitori con standard di igiene e sicurezza superiori, che per il momento però rimangono “top-secret””. Per quanto riguarda l’estero, Di Mauro segnala una notevole vivacità dei mercati spagnoli e francesi; quest’ultimo sta facendo registrare un rilevante aumento dei volumi, mentre in Spagna lo sviluppo c’è ma meno impetuoso, anche per la forte infulenza esercitata nel settore dalle catene della grande distribuzione. Gli imballaggi riutilizzabili, si sottolinea anche da Euro Pool System Italia, sono sempre più usati dalla Gdo e dalla Do sia nella Penisola che nel resto d’Europa. Sul mercato nazionale, infatti, evidenziano i responsabili di Eps, si può stimare intorno al 40% il livello di penetrazione delle cosiddette “cassette di plastica a noleggio”, come ormai vengono colloquialmente definite dagli addetti ai lavori. In altri Paesi europei la percentuale di utilizzo è ben più alta, soprattutto in Olanda, Belgio, Germania e Francia, dove sia aziende agricole che soprattutto supermercati hanno ormai pienamente compreso i vanN o v e m b r e

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taggi derivanti dalla collaborazione con un “pool operator” - ovvero con un’azienda alla quale appoggiarsi per esternalizzare totalmente la gestione logistica degli imballaggi - usufruendo concretamente di ricadute positive in termini economici. Anche la Spagna è ormai ben avviata sulla strada della “standardizzazione” e si spera che l’esempio iberico sia presto seguito anche in Italia, considerando le affinità strutturali e culturali che accomunano i due Paesi. In questo contesto, Euro Pool System International continua a recitare un ruolo di primo piano sul mercato europeo. Nel 2005 la società ha infatti movimentato oltre 380 milioni di colli, per un fatturato che ha superato i 120 milioni di euro. Per il 2006 è atteso ancora un trend crescente, come del resto in Italia, dove Eu-

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Qui sopra imballaggi riutilizzabili “firmati” Cpr (a sinistra) ed Euro Pool System (al centro); a destra un imballo a perdere di Plastic Nord

ro Pool ha noleggiato nel 2005 quasi 11 milioni di cassette, con una previsione di crescita di oltre il 10% nel 2006. È stato possibile raggiungere questi risultati grazie all’impegno dei 120 impiegati e dirigenti del gruppo e di una struttura logistica composta da 40 depositi in tutta Europa, con un fiore all’occhiello quale quello di Reggiolo (in provincia di Reggio Emilia, a 15 chilometri da Modena) che si estende su una superficie di circa 12.000 metri quadri ed è dotato di un impianto di lavaggio fra i più moderni e produttivi in circolazione, potendo infatti lavare circa 3.600 casse all’ora. Euro Pool, puntualizzano i responsabili della filiale italiana, è l’unico operatore sul mercato che può offrire casse sia pieghevoli che rigide, sia blu che verdi, con una varietà di dimensioni capace di soddisfare qualsiasi esigenza di confezionamento. Completano la gamma il big box, ovvero un bins disponibile anche con rotelle e in due colorazioni (blu e verde) e il pool pallet, una pedana a due vie in legno centrimetri 100 per 120, a norma secondo le più recenti direttive europee. Tra i protagonisti del settore, anche Chep, che punta ad un’espansione ad ampio raggio a livello continentale. “L’obiettivo principale di Chep da luglio 2006 al giugno del prossimo anno - si sottolinea dal quartier generale italiano - è quello di espandere il business in Europa massimizzando le opportunità legate sia a clienti esistenti sia a nuovi prospects, attraverso la crescita della customer satisfaction. Chep ha un preciso impegno nei 53


A ttualità confronti dell’industria della frutta e verdura, tanto da aver creato relazioni a lungo termine con i propri clienti focalizzandosi sulla creazione di valore nella supply chain”. Forte di un fatturato di 3 miliardi di dollari, Chep è una compagnia globale con risorse adeguate per poter assicurare questo sviluppo di business nel mercato europeo negli anni a venire. Ulteriori traguardi dichiarati dalla società riguardano la sostituzione di tutti gli attuali contenitori a sponde abbattibili con imballi di nuovo design. Questa iniziativa è già stata implementata con successo in Portogallo ed è in fase di roll-out in Spagna. Il nuovo contenitore è stato concepito per massimizzare l’efficienza logistica della supply chain e migliorare il rendimento delle operazioni tra i clienti. Seguendo la firma di un importante contratto con un distributore inglese nel 2005, negli ultimi mesi vi è stato un considerevole aumento dei flussi di prodotto dall’Europa continentale verso il Regno Unito. Chep tra l’altro ha annunciato recentemente l’ampliamento della sua rete commerciale in Europa e in particolare l’offerta dei suoi servizi anche in Slovenia. “In Europa - si puntualizza da Chep esistono più di una dozzina di compagnie che forniscono servizi relativi a pallets ed a contenitori, ma noi siamo l’unico operatore in grado di fornire entrambi i servizi e che opera in tutto il continente”. Corriere Ortofrutticolo ha ampliato l’inchiesta anche al settore degli imballaggi a perdere: Giovanni Giantin, titolare di Plastic Nord, azienda padovana che vanta un’esperienza decennale nel campo della produzione di imballaggi in plastica per l’ortofrutta, realizzati attraverso il recupero di materiale post-consumo, afferma che il mercato dei contenitori a perdere nel settore ortofrutticolo sta diventando sempre più difficoltoso e soggetto all’andamento dell’economia; l’unico 54

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modo per restare competitivi, secondo Plastic Nord, è quello di puntare sull’innovazione. “È per questo - dice Giantin - che l’azienda effettua continui investimenti in ricerca e sviluppo, che la portano a realizzare prodotti all’avanguardia, anticipatori delle tendenze di mercato. Plastic Nord si è diversificata dalla concorrenza grazie alle sue cassette in plastica non tradizionali, di varie tipologie e misure che ben si adattano a qualsiasi genere di frutta e verdura e che conferiscono al prodotto un’immagine forte, grazie ad un design accattivante ed originale. Ciò ha permesso all’azienda di mantenere una quota di mercato significativa nel corso degli anni e addirittura di aumentarla a piccoli passi. Il nostro impegno non si esaurisce: è infatti già iniziato da un

Ondulato, accordo Bestack-Cadoro Bestack (Consorzio italiano imballaggi in cartone ondulato, promosso da International Paper, Fustelpack, Kappa Packaging, Biopack e Ghelfi Ondulati all’interno dell’associazione di categoria Gifco), rifornisce di imballaggi Cadoro (catena distributiva veneta interna a Sun, a sua volta parte integrante della centrale di acquisto Intermedia 1990) e i suoi fornitori, che hanno implementato lo standard Bestack nella supply chain a partire dal luglio scorso. La scelta è supportata da una comunicazione nei punti vendita accompagnata dallo slogan “Frutta e Verdura: meglio in cartone”.

anno lo studio di un imballaggio che verrà introdotto nel 2007 e sarà ricco di novità che ci permetteranno di inserirci in un altro comparto del settore ortofrutticolo”. Ad oggi, si evidenzia da Plastic Nord, la tipologia di imballaggio più richiesto rimane sempre il 30x50x13,5 e 30x50x16 centimetri, ma da due-tre anni a questa parte stanno sempre acquisendo quote di mercato le misure 40x60 e 30x40 nelle loro varie altezze. Rimangono tuttavia, oltre alle incertezze del mercato, le incertezze normative sulla metodologia di utilizzo degli imballaggi in plastica. “Quest’anno - si sottolinea dalla sede della società patavina - la giurisprudenza ha compiuto significativi progressi indicando varie tipologie di prodotto ortofrutticolo che possono venire a contatto con la plastica riciclata: è stato fatto un grande e chiaro passo in avanti, ora questa linea guida va perseguita e portata avanti”. Ad inizio gennaio del 2006 la ditta Imball Nord, sempre facente parte del gruppo, ha intanto inaugurato un nuovo sito produttivo per la macinazione di imballaggi in plastica: questo ha permesso alla Plastic Nord di rendersi più autosufficiente ed avere materiale sempre della stessa provenienza e di buona qualità. Tuttavia, fa presente Giantin, negli ultimi anni il costo della materia prima è raddoppiato se non, in certi casi, anche triplicato. Il problema, oltre alla carenza di materiale riciclato è quindi il prezzo eccessivamente elevato del materiale vergine, che ha fatto sì che quasi tutti i consumatori di imballaggio passassero ad utilizzare esclusivamente cassette prodotte con materiale di riciclo. Per il futuro, si conclude dall’azienda veneta, la parola chiave rimane comunque ricerca ed innovazione per garantire al cliente un servizio ed un prodotto costanti, sempre conformi alle sue richieste. Mirko Aldinucci N o v e m b r e

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Pesca e nettarina Igp Vendite in attivo Bilancio positivo per il Consorzio pesca e nettarina di Romagna Igp che nella campagna appena conclusa ha raggiunto 37.279 quintali di prodotto venduto sui mercati nazionali, con un incremento del 4% rispetto all’anno scorso. “Un buon risultato - il commento del presidente Paolo Pari - soprattutto in considerazione del fatto che in questa campagna abbiamo registrato un forte incremento della domanda, tanto da avere anche problemi di disponibilità di prodotto a marchio”. La campagna che, come dettato dal disciplinare di produzione, è partita il 20 giugno per terminare il 20 settembre, ha visto prevalere le nettarine a marchio Igp rispetto alle pesche con 22.293 quintali per le prime contro i 14.986 per le

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Il Consorzio romagnolo chiude a 37.279 tonnellate, il 4% in più del 2005 Paolo Pari, presidente del Consorzio

seconde. Il periodo di massima concentrazione delle vendite si è registrato dal 16 luglio al 13 agosto, con un incremento in particolare, nelle due settimane dal 17 al 30 luglio, del 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. In queste due settimane è stata programmata una pubblicità televisiva sulle reti Rai che ha raggiunto circa 100 milioni di contatti utili. Quest’anno il Consorzio ha messo a punto un progetto di valorizzazione coordinato dal Cso che prevedeva, oltre alla campagna televisiva, un mix di azioni

sui media, numerose promozioni sui punti vendita e un sistema di autoregolamentazione. Nei Mercati all’ingrosso sono stati oltre 40 i grossisti e circa mille i dettaglianti coinvolti da una promozione che si è concretizzata con la distribuzione di materiali informativi e originali gadget sui punti vendita. Nel dettaglio tradizionale si è registrato un incremento delle vendite del 19%: oggi concentra il 39% delle vendite di pesche, mentre la grande distribuzione rappresenta il 61% del totale delle vendite. ●

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La varietà gialla resta fuori dalle porte di Apofruit I sindacati dicono “no” alla lavorazione in Romagna Dopo dieci mesi di trattative con Flai Cgil, Fai Cisl e Uila Uil, Apofruit Italia getta la spugna. La direzione del gruppo cooperativo cesenate, che aveva proposto ai sindacati un piano per portare in Romagna la lavorazione del kiwi giallo, ha deciso a metà ottobre di alzarsi dal tavolo delle trattative. L’azienda avrebbe messo sul piatto della bilancia ventimila giornate lavorative in più delle attuali (nel 2005 ne sono state lavorate 224.258 dai 1.937 lavoratori stagionali e dai 119 fissi) e diversi investimenti sul territorio; in cambio chiedeva ai sindacati di attuare lo strumento della banca ore per il lavoro del sabato mattina, non considerandole, quindi, come straordinario e di recuperarle nei mesi di bassa stagione. Un accordo analogo, invece, è stato ratificato negli stabilimenti Apofruit di Aprilia, dove i sindacati hanno accolto in modo molto positivo l’investimento dell'azienda, pari a due milioni e mezzo di euro, che nel prossimo biennio porterà ad aumentare le giornate di lavoro di oltre 4.500 rispetto le attuali. (M.M.)

Kiwi, cresce il raccolto europeo E il Nord America segna il passo Lieve aumento della produzione europea (542.100 tonnellate, il 3% in più del 2005-2006) con l’Italia che cresce più della media degli altri Paesi produttori (circa 395.000 tonnellate, +7% in linea con il dato del 2004) e si conferma ampiamente leader produttivo davanti a Francia (64.000 tonnellate, +2%), Grecia (57.500 tonnellate, -18%), Portogallo (13.000 tonnellate, invariato) e Spagna (12.600 tonnellate, +1%): sono le previsioni per la stagione 2006-2007, rese note nel corso dell’annuale incontro dell’International kiwifruit organization (Iko). Buone notizie giungono da Oltremare: la California dovrebbe registrare una contrazione del 5%, con conseguenti nuove possibilità di export dei prodotti europei verso Usa e Canada. Mentre le esportazioni italiane sono cresciute grazie all’aumento dei Paesi di destinazione, passati da 40 a 80 dagli anni Novanta ad oggi. Le potenzialità di sviluppo delle esportazioni ci sono, basti pensa58

Per l’Italia (400 mila tons) buone chance negli Usa, complice Weight watchers re che gli Usa producono appena 20.000 tonnellate di kiwi concentrate in California, ed il volume del mercato è stato negli anni recenti di poco meno di 60.000 tonnellate. Le importazioni provengono principalmente dai Paesi dell’Emisfero Sud: Cile e Nuova Zelanda, in controstagione rispetto alla nostra offerta. L’Italia esporta in Usa tra le 6.000 e le 7.000 tonnellate. Intanto nel prossimo inverno, da gennaio a marzo, sarà proprio il kiwi il frutto selezionato dalla Weight Watchers come “Pick of the Season” (così viene definito il frutto di stagione consigliato per le diete dimagranti). L’iniziativa, attuata dalla nota multinazionale americana, prevede la selezione di prodotti ad alto valore nutritivo, gusto, disponibilità, economicità e versatilità ed il kiwi risponde perfetta-

mente a questi requisiti. La promozione intende portare all’attenzione dei consumatori degli Stati Uniti le caratteristiche nutrizionali del frutto quale parte integrante di un sano e salutare stile di vita. Il progetto vuole mettere in evidenza che scegliere di mangiare un kiwi porta grandi benefici nella dieta grazie al modesto apporto di calorie in confronto all’alto numero di nutrienti. Il prodotto e le sue caratteristiche saranno presentate in inedite ricette e preparazioni proposte attraverso 1.250.000 cards contenenti anche informazioni complete sulle regole da seguire per una sana e corretta alimentazione. Il prodotto verrà promosso nei meeting Weight Watchers, sul sito internet e sui media americani. Aderiscono all’iniziativa i principali Paesi produttori facenti parte dell’Iko; per l’Italia, l’attività è promossa e coordinata dal Cso. Le imprese protagoniste di “Pick of the Season” potranno valorizzare le confezioni di kiwi con il logo “Pick of the season” e potranno accompagnare il prodotto con materiali di comunicazione da utilizzare sui punti vendita. ● N o v e m b r e

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Il cavolo dell’Adige cerca nuovi spazi nell’Europa allargata La campagna 2006/2007 è partita bene, ma è forte la concorrenza straniera. Per essere più competitivi c’è bisogno di marketing, tracciabilità e aggregazione La campagna veronese del cavolo dell’Adige è iniziata il primo ottobre e si concluderà a fine marzo. L’avvio è stato nel complesso buono, grazie a un prodotto eccellente che risponde a un rigoroso disciplinare di produzione, ma preoccupa la concorrenza dei Paesi stranieri. Marketing, tracciabilità e aggregazione: questi, in sintesi, gli aspetti su cui bisogna puntare per migliorare l’affermazione sul mercato di un ortaggio prezioso, che rientra nella lista dei prodotti tradizionali regionali veneti e finisce sulle tavole di tutta Europa. È quanto emerso nel corso del convegno “Evoluzione del mercato ortofrutticolo internazionale e ripercussioni sulle produzioni italiane”, che si è tenuto a Castagnaro, in provincia di Verona, lo scorso 10 ottobre, a margine della festa del cavolo dell’Adige, giunta alla dodicesima edizione. I cavoli in questione - nei fatti si tratta di quattro varietà differenti: il cavolfiore, il cavolo broccolo, il cavolo cappuccio e il cavolo verza - rivestono un’importanza notevole sia a livello locale che nazionale, ma, si è detto durante il convegno, appaiono penalizzati dalla grande distribuzione e dalla concorrenza dei Paesi neocomunitari, come Polonia, Ungheria e Grecia in primis. Secondo i dati presentati da Roberto Della Casa, docente dell’Università di Bologna, la superficie coltivata di circa 25 mila ettari è seconda per estensione solo a quella polacca, ma l’Italia si posiziona solo al quarto posto nelle esportazioni, dopo Olanda, Polonia e Germania, e al quinto per le 60

importazioni, con 12.600 tonnellate nel biennio 2003-2005 rispetto alle 6 mila circa del biennio 1990-1992. In Veneto, su circa 1.161 ettari di terreni lungo l’asta dell’Adige, si coltivano 378.500 quintali di cavolo, in una quarantina di comuni al confine tra le province di

Il cavolo dell’Adige viene proposto anche con un pack specifico. Tra i competitor europei c’è Prince de Bretagne

Verona, Rovigo e Padova, per un totale di oltre 300 aziende coinvolte nella sola provincia scaligera. I mercati di riferimento per l’esportazione, che assorbe il 50% della produzione, sono il Nord Europa, la Germania e i Paesi dell’Est. “La concorrenza straniera è preoccupante - ha affermato Lucindo Furia, presidente del Consorzio di tutela del cavolo dell’Adige, che si occupa della valorizzazione ma anche della commer-

cializzazione del prodotto - perché ai concorrenti tradizionali, come la Fracia, si aggiungono i Paesi neocomunitari. Si rende necessario, oggi più che mai, difendersi con un più marcato orientamento al mercato attraverso adeguate politiche di marca che certifichino le produzioni italiane e le distinguano da quelle straniere”. Altro tema di cui si è discusso è quello della tracciabilità delle produzioni, fondamentale per difendere il reddito dei produttori e la salute dei consumatori. “Oggi si aprono importanti interrogativi riferiti allo sviluppo dell’economia locale, alla sicurezza alimentare - ha spiegato Damiano Berzacola, vicepresidente di Coldiretti Verona - e non ultimo alle regole etiche di produzione. Il fatto che non esistano, al di fuori dell’Unione Europea, norme uniformi per regolare la produzione ortofrutticola e assicurare la difesa della sicurezza alimentare, fa sì che alcuni Paesi esportino prodotti meno sicuri e controllati rispetto a quelli nostrani dal punto di vista della genuinità, con una conseguente riduzione di tempi e costi che rende tali Paesi più concorrenziali sui mercati mondiali”. La tracciabilità va affiancata a collaborazioni e aggregazioni tra produttori per il condizionamento e la commercializzazione dell’ortaggio. Un modo per presidiare la parte più a valle della filiera, quella dove si concentra il maggior valore aggiunto. “Per questo motivo - ha concluso Lorenzo Bazzana, responsabile Ufficio economico nazionale di Coldiretti - appare più che mai indispensabile che i produttori veronesi facciano sistema, investendo in ricerca e innovazione per mantenere e migliorare la qualità del cavolo dell’Adige”. (E.Fel.) N o v e m b r e

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L’export? È debole

sciata della Repubblica Popolare di CiSi è svolto a Roma il 12 ottobre scorna. Attualmente, l’Italia si trova all’otso, a Palazzo Della Valle, l’incontro tavo posto nella classifica degli espor“Nuove frontiere commerciali per l’atatori di prodotti agricoli verso la Cigricoltura italiana di qualità - Accorna e registra un fatturato di 35,62 midi, mercati, produzioni”, organizzato lioni di dollari. Un valore che è poca da Confagricoltura a conclusione delcosa rispetto a Francia (370,45 miliola campagna di sensibilizzazione “La Convegno di Confagri ni), Paesi Bassi (170,75) e Regno Uniqualità in campo. Una scelta di valoa Roma sulle nuove to (138,9) che sono i primi tre esporre”. Una giornata di riflessione sulla frontiere commerciali tatori di prodotti agricoli in Cina. Nelvalorizzazione del sistema agroalil’anno in corso l’Italia sta segnando mentare nazionale, accompagnata da una certa tendenza al recupero. Il tutun focus su tre mercati emergenti: Cito con prodotti che, almeno per ora, na, Russia e Tunisia. Il presidente di non includono gli ortofrutticoli: inConfagricoltura, Federico Vecchioni fatti, esportiamo olio vegetale, aliha subito dichiarato l’obiettivo: “aprimenti trasformati, vino, carne insacre nuovi mercati internazionali per cata, prosciutto cotto e crudo. l’agroalimentare italiano”. Ognuno Leonida Popov, vicepresidente della nel rispetto delle proprie competenrappresentanza commerciale della Federazione Russa ze, ha precisato, con la consapevolezza di una sfida imin Italia, ha compiuto il secondo approfondimento. pegnativa che Confagricoltura ha scelto di accettare e Quasi 144 milioni di consumatori rappresentano un’opcondividere con la propria base. portunità irripetibile per qualsiasi esportatore. L’Italia, Vecchioni ha puntato l’indice contro norme e vincoli anche in questo caso, non brilla: in ambito ortofrutticomunitari, ostacoli tariffari e barriere di ordine sanicolo, ad esempio, il nostro Paese è al primo posto per le tario, appesantimenti burocratici e dazi elevati. Uno esportazioni di kiwi (39% del mercato russo) e al sescenario che è ulteriormente complicato dall’assenza condo per le pesche (14%). Peccato, però, che nella clas“di una Gdo nazionale che faccia da testa di ponte ai sifica generale degli esportatori di ortofrutta verso la prodotti italiani verso i mercati dei Paesi Terzi”. VecRussia l’Italia sia ferma al sedicesimo posto; una classichioni ha precisato la non contrarietà alla presenza di fica che vede in testa l’Ecuador, seguito dall’Uzbekistan. capitali stranieri nella Gdo italiana ma si è detto preocA chiudere i focus ha pensato Yacine Regui, responsabicupato perché i soggetti non nazionali tendono spesso le internazionale dell’Apia, Agenzia di promozione dealla scelta di prodotti agroalimentari stranieri. gli investimenti agricoli di Tunisi. Il quadro delineato è La platea è stata proiettata sul palcoscenico internaziotra i migliori: sistema economico competitivo e liberanale da Aldo Longo, direttore relazioni esterne Dg Agri le, trasporti e comunicazioni ben sviluppati, manododella Commissione Europea. Nelle sue parole, tre diffepera agricola qualificata e clima favorevole. A ciò si agrenti formule di accordi: unilaterali, bilaterali e multigiungono la possibilità di linee di credito personalizzalaterali. Si tratta, ha spiegato, di dimensioni alternative te per il finanziamento dei progetti e una larga serie di per lo sviluppo. Come era prevedibile, gli accordi unilaincentivi fiscali. L’Italia, in questo caso, ha saputo coterali sono la maggioranza (circa il 65% del totale). gliere le opportunità: il nostro Paese copre il 25% delle Quelli di tipo bilaterale sono i più attraenti: le soluzioesportazioni europee verso la Tunisia ed è al primo poni si realizzano “su misura” ed hanno obiettivi ambisto negli investimenti agricoli in partenariato. ziosi. Inoltre, generano più reciprocità tra i soggetti imIl ministro delle Politiche agricole, alimentari e forepegnati, consentono di negoziare sul dazio reale, hanno stali, Paolo De Castro, ha espresso a chiare lettere la neuna vera dimensione di accordi di politica estera e ofcessità di un cambio di cultura e di uno sforzo comfrono patti più sostenibili. plessivo del settore. Gli accordi internazionali, ad avviRoberto Lovato, dirigente dell’area Agroalimentare delso di De Castro, potrebbero risolvere il problema dell’Ice, ha tracciato un quadro preciso della situazione nal’export agroalimentare, la cui quota è ferma al 15%, a zionale. Il settore agroalimentare è secondo soltanto a patto che essi siano coniugati alla qualità dei prodotti. quello metalmeccanico e il suo fatturato ha chiuso il Il ministro ha ricordato che bisogna tener presente la 2005 a quota 106 miliardi di euro. Quasi 75.000 aziende costante crescita di domanda alimentare nel mondo, - la maggior parte delle quali concentrata nell’Italia tendenza che si aggira attorno al 4% annuo. Ed ecco il centro settentrionale - che occupano circa 450.000 adcambio di cultura: “Le nostre aziende - ha spiegato - sodetti. Interessanti le cifre dell’export: il vino guida la no condannate a crescere di più nell’export”. Nel moclassifica, con il 17% del totale, seguito da ortofrutta mento in cui i consumi agroalimentari italiani ed eu(14%) e da conserve e succhi vegetali (9%). I primi tre ropei calano, la situazione strutturale dell’export rapmercati esteri dell’Italia sono la Germania (21%), la presenta una delle poche possibilità di crescita. O l’auFrancia e gli Usa, entrambi con il 12%. mento di produzione trova spazio sul mercato internaLa Cina ha aperto i focus sui mercati emergenti. Il comzionale o i prezzi scenderanno sul fronte interno. pito di presentare il Paese è stato affidato a Xing Emanuele Mùrino Jianjun, addetto economico e commerciale dell’amba62

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ATTUALITÀ

Sementi, Cac si conferma leader La Cooperativa agricola cesenate (Cac), leader mondiale nella moltiplicazione sementiera, ha chiuso in attivo il bilancio 2005. Il valore della produzione ammonta a 23 milioni e 713 mila euro, un valore in linea con il 2004 nonostante l’andamento meteorologico negativo. Ai soci verranno liquidati 13 milioni e 952 mila euro, il 58,8% della produzione, quasi quattro punti e mezzo in più rispetto al 2003, oltre a premi qualità per 1,7 milioni di euro. Il margine operativo di Cac supera i 6,17 milioni di euro (pari al 26% del valore della produzione). Il fatturato di gruppo, incluse le società associate, è di 32 milioni e 815 mila euro. Le prospettive sono buone anche per l’anno in corso, con una proiezione sul fatturato superiore a 24 milioni di euro e un’ipotesi di liquidazione ai soci del 60,2%, segno che la ristrutturazione aziendale avviata tre anni fa ha dato i suoi frutti. “Sono dati che ci confortano spiega il presidente, Denis Casadei - anche perché come tutti sappiamo l’annata 2005 non è stata delle migliori. Il settore sementiero è rimasto uno dei pochi a garantire redditività agli agricoltori, nonostante abbiamo vissuto sulla nostra pelle le grandinate primaverili che hanno distrutto oltre 120 ettari di colture, per non parlare delle piogge insistenti del mese di settembre che ci hanno costretto a lasciare in campo ingenti quantitativi di soia”. Il bilancio è stato approvato dall’assemblea, in cui hanno diritto di voto i 2.065 soci provenienti da tutta Italia: dal Friuli alla Puglia, fino a Umbria e Toscana. A fine 2005 i dipendenti di Cac erano 186 (120 stagionali). Nel febbraio del 2004 Cac era stata tra l’altro la N o v e m b r e

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Bilancio in attivo e prospettive ok per la Cooperativa cesenate

Semi di melanzane, cipolle e fagioli in Eritrea per insegnare a produrre le varietà più adatte Le sementi della Cooperativa Agricola Cesenate fioriranno nell’arida terra africana. La Cac, partecipando al progetto promosso dalla facoltà di Agraria, ha donato un consistente quantitativo di semi che saranno portati ad Hagaz, un villaggio fondato durante il periodo coloniale italiano in Eritrea, a cento chilometri da Asmara, nell’ambito di un progetto benefico a favore del Paese africano e del La Salle Agrotechnical Institute, dove studiano oltre 300 ragazzi. A maggio e a giugno sono partite due spedizioni per quasi tremila chilogrammi di semi: melanzane, cipolle, fagioli, grano, sorgo e mais. “In Africa - spiega Bruno Marangoni, docente al dipartimento di Culture Arboree - spesso succede che manchi la possibilità di trovare le sementi. E anche quando le popolazioni decidono di trattenere dal raccolto un po’ di semi per la stagione successiva, finisce che la fame prende il sopravvento. Con 1.500 chilogrammi di semi si ricava una produzione di 5-600 quintali di prodotto senza contare il foraggio per gli animali. In futuro - conclude il professor Marangoni - vogliamo aiutare gli sperimentatori locali ad avviare il miglioramento genetico delle specie e varietà che meglio si adattano al loro clima e terreno”. (M.Mer.)

La Cooperativa guarda all’Asia pronta a sferrare l’“attacco” in Cina Analizzando la suddivisione del fatturato della Cooperativa agricola cesenate, emerge che il 57,43% del mercato è rappresentato da clienti europei, il 28,56% è nazionale, il 13,51% asiatico, mentre America, Africa e Oceania valgono, rispettivamente, lo 0,22%, lo 0,21% e lo 0,07%. Nell’ultimo anno, per la Cac, è stata l’Asia a dare più soddisfazioni con un incremento della fetta di mercato del 2%, il che equivale a circa 400 mila euro in più di fatturato. E se gran parte dell’agricoltura guarda a

Oriente con timore, non è così per la Cooperativa cesenate. “Il mercato europeo è in crisi, quello asiatico riserva maggiori prospettive di lavoro”, puntualizza Andrea Maltoni, responsabile amministrativo Cac. “La Cina è per noi un’opportunità grandissima, è un Paese che importa moltissime sementi e riproduce in tutto il mondo. Stiamo facendo un’indagine di mercato proprio sulla Cina che, assieme all’India, è una delle aree più interessanti per la nostra attività”. (M.M.)

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A ttualità

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E Bayer CropScience elabora un progetto decennale Budget sostanzioso, il comparto è ritenuto strategico Bayer CropScience incrementa il proprio impegno nel settore delle sementi. E lo fa con un progetto che si svilupperà il prossimo decennio e che si basa su tre punti: rafforzamento, con principi attivi innovativi, della business unit Crop Protection che rappresenta il caposaldo dell’azienda; crescita dinamica della business unit Environmental Science (prodotti per la cura dell’orto, del giardino e per la protezione dell’ambiente domestico e rurale) che ha una redditività al di sopra della media: rapida espansione della business unit Seeds and Traits (sementi e prodotti per la concia). Friedrich Berschauer (nella foto), presidente del consiglio di amministrazione di Bayer CropScience, nel corso della conferenza stampa annuale svoltasi a Monheim in Germania, in merito alla strategia di crescita dell’azienda ha detto di prevedere che la quota di fatturato generato dalla divisione Seeds & Traits, l’attività che riguarda sementi e caratteristiche geneticamente migliorate delle colture, aumenterà dall’attuale 6% al 15% nel 2015. E per quell’anno Bayer CropScience, ha sottolineato Berschauer, intende incrementare le spese annuali relative alla ricerca portandole ad una cifra pari a 750 milioni di euro. Sempre di qui al 2015, il budget stanziato per la divisione BioScience verrà aumentato dagli attuali 80 milioni di euro a oltre 200 milioni. Il budget annuale per ricerca e sviluppo relativo alla protezione delle colture tradizionale è destinato a raggiungere, invece, i 500 milioni l’anno. Nei prossimi dieci anni, secondo Bayer CropScience, i volumi del mercato delle sementi e dei prodotti per la protezione delle colture registreranno una crescita tale da portare gli attuali 44 miliardi di euro a circa 48 miliardi. La crescita del mercato sarà sostenuta principalmente dal lancio di prodotti innovativi (nell’amprima cooperativa italiana del settore a fregiarsi della certificazione ambientale Emas. Questo impegno pionieristico è stato ora premiato a livello nazionale con l’assegnazione della bandiera Emas, prestigioso attestato degli impegni assunti a livello di riduzione dell’impatto ecologico. “È un riconoscimento - afferma il presidente Casadei - dei risultati che abbiamo raggiunto in questi anni: solo per fare qualche esempio, l’emissione di polveri in at64

bito della protezione delle colture) e dal crescente impiego di sementi selezionate. Bayer CropScience prevede inoltre un aumento della domanda relativa a prodotti agricoli da utilizzarsi nei combustibili a basso impatto ambientale, situazione dalla quale trarranno beneficio il settore delle sementi e il mercato della protezione delle colture. Il fatturato di Bayer CropScience nel primo semestre del 2006 è rimasto allo stesso livello dell’anno scorso, registrando la cifra di 3,35 miliardi di euro. Dopo una correzione sulla base degli effetti del tasso di cambio e del portafoglio, le vendite hanno registrato una diminuzione del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2005. La variabilità delle condizioni atmosferiche in Europa, i periodi di siccità nel Nord America e in Australia e le perduranti difficoltà del settore agrario in Brasile sono stati causa del calo del 1,9% del mercato dei prodotti per la protezione delle colture. Inoltre il calo significativo dei prezzi dei prodotti più vecchi e il significativo incremento dei costi energetici e delle materie prime hanno contribuito a questo declino. Nonostante la difficile condizione di mercato, l’Ebit di Bayer CropScience è aumentato del 10,8%. Una delle ragioni è stata la buona performance delle divisione Enviromental Science e della divisione BioScience, che hanno registrato incrementi delle vendite pari a 7,2 e 11,7% rispettivamente. Prendendo in considerazione tutto il 2006, Berschauer ritiene tuttavia che il fatturato sia destinato a calare a causa delle condizioni sfavorevoli del mercato previste per il secondo semestre di quest’anno. mosfera è ad oggi inferiore al 50% dei parametri fissati dalla Provincia, e abbiamo utilizzato il 40% in meno dei fitofarmaci normalmente utilizzati in agricoltura, attivando nel contempo una politica di recupero dei rifiuti aziendali”. Ora Cac guarda all’energia, con un progetto per trasformare 600 metri quadri di tetto dei propri capannoni in una centrale verde fotovoltaica da 50 Kw/h. Timing per la realizzazione: fine 2006. ● N o v e m b r e

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Exploit produttivo: +1.057% in un anno. Nel mondo le aree dedicate al biologico coprono una superficie pari all’Italia Bio-boom in Cina. In un solo anno è infatti aumentata di 11 volte (+1.057%) la produzione biologica del colosso asiatico, che è arrivata così dalle retrovie a conquistare il secondo posto a livello mondiale, con una superficie coltivata di oltre tre volte superiore a quella italiana; pur scalzata dal podio occupato lo scorso anno, quando risultava terza, l’Italia consolida tuttavia la sua leadership in Europa. Questi alcuni dei dati emersi nel corso di “Biodomenica”, manifestazione organizzata il primo ottobre da Coldiretti, Aiab (Associazione italiana per l’agricoltura biologica) e Legambiente, che si è svolta in un centinaio di piazze in tutta Italia. Il “grande balzo in avanti” della produzione cinese fa crescere le coltivazioni biologiche che ora nel mondo, ricordano le tre organizzazioni, “hanno un’estensione comparabile all’intero territorio italiano, pari a 31,5 milioni di ettari nel 2005 (+ 19%), dei quali 12,1 si trovano in Australia (+ 7,3%), 3,5 in Cina (+ 1.057%), 2,8 in Argentina (stabile) e uno in Italia (+12,8%)”. Tuttavia, viene sottolineato, mentre le quantità prodotte nelle Americhe, in Europa e in Oceania sono aumentate debolmente di qualche punto percentuale, risultano considerevoli i tassi di crescita in Africa (+130%) e soprattutto in Asia, con la Cina, appunto, che diventa un protagonista del mercato mondiale del biologico la cui domanda vale complessivamente 23,5 milioni di euro. Tutto ciò rappresenta “un profondo cambiamento, frutto di una vera “rivoluzione culturale” nelle campagne cinesi, dove, per soddisfare i bisogni alimentari della popolazione interna, si è cercato di aumentare le quantità con ogni mezzo: dagli Ogm all’uso intensivo e incontrollato di pesticidi, dallo sfruttamento del lavoro a quello dell’ambiente”. L’Italia, con un terzo delle imprese biologiche europee ed un quarto della superficie bio dell’Unione, conferma la propria leadership nel vecchio continente ed aumenta del 12% i terreni coltivati che superano il milione di ettari e del 22% il numero delle imprese agricole coinvolte (49.859). ● N o v e m b r e

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Bio, la Cina ora fa sul serio

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Bruxelles fissa regole severe per le importazioni extra Ue Dal Parlamento Europeo arriva un giro di vite all’importazione di prodotti biologici anonimi: in una relazione, Bruxelles ha precisato che per essere venduto nell’Ue come biologico un prodotto originario di un Paese extracomunitario deve essere conforme alle norme di produzione del regolamento comunitario; inoltre, importatori e consumatori devono poter identificare facilmente il Paese d’origine e controllare il rispetto delle condizioni Ue. L’attuale normativa europea prevede un elenco di Paesi extracomunitari (Argentina, India, Australia, Svizzera, Israele) la cui legislazione in materia di coltivazione, certificazione e commercializzazione dei prodotti biologici è stata riconosciuta equivalen-

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Norme più restrittive anche per i Paesi dalla legislazione equivalente

te al regolamento dell’Unione Europea anche se il 70% delle importazioni di prodotti biologici avviene ancora in base alle cosiddette “autorizzazioni d’importazione”, rilasciate dalle autorità competenti dei singoli Stati europei seguendo procedure che si basano esclusivamente sulla docu-

mentazione, senza effettuare controlli a campione in loco. Sul mercato dell’Unione c’è dunque il rischio concreto che vengano “spacciati” come europei prodotti biologici che non lo sono. La risposta del Parlamento Europeo è arrivata dopo l’annuncio dell’aumento di ben undici volte (+1.057 per cento) della produzione biologica della Cina. Considerato il rischio che i prodotti biologici importati non rispettino le stesse norme vincolanti applicate in Europa, Bruxelles ha chiesto che sia pubblicato e periodicamente sottoposto a revisione l’elenco dei Paesi extracomunitari le cui norme di produzione e i cui regimi di controllo sono considerati equivalenti a quelli europei. ●

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I prodotti biologici dell’Alto Adige si estendono a macchia d’olio in tutto il Nord-Italia. Dopo aver consolidato il proprio servizio in Alto Adige ed Emilia Romagna, Bio-Express aveva cominciato alla fine del 2005 ad effettuare consegne a domicilio di frutta e verdura a Milano, Varese e Como. E ora, il successo riscontrato in questi dodici mesi ha spronato la cooperativa di Lagundo ad ampliare ulteriormente il raggio delle consegne, inserendo a partire da ottobre 2006 tutta l’asse Milano-Verona. Bioexpress nasce grazie all’impegno di un gruppo di produttori dell’Alto Adige che si dedica alla coltivazione di frutta e verdura secondo le regole della produzione biologica. Particolare attenzione viene inoltre data alla commercializzazione diretta, consegnando i prodotti direttamente al domicilio dei consumatori. Questo sistema di vendita instaura un rapporto diretto e personalizzato tra produttore e consumatore, con un evidente vantaggio in termini di prezzo per il consumatore. Oltre a frutta e verdura si possono ordinare anche altri prodotti tipici biologici dell’alto Adige come latticini, pane, succhi di frutta, vini… Dopo il primo ordine, le consegne vengono effettuate automaticamente con scadenza settimanale, senza però alcun impegno fisso da parte del consumatore. Un modo per diffondere sempre di più la cultura del biologico. Ulteriori informazioni e chiarimenti si trovano sul sito internet www.bioexpress.it oppure al numero verde 848 694 693.

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Austria: il settore trascina l’alimentare Il ministero dell’Ambiente fautore a più riprese delle Settimane sostenibili In Austria il segmento dei prodotti biologici trascina il commercio al dettaglio dei generi alimentari, sostenendo un giro di affari in continua e costante crescita. Ciò conferma la crescente disponibilità degli austriaci a spendere cifre maggiori (fino al 10 per cento in più, secondo un recente studio) per l’acquisto di prodotti derivanti da forme di produzione sostenibili. Il boom del settore gode anche della particolare attenzione del ministero austriaco dell’Ambiente che, per la terza volta in un anno, lancia la campagna Nachhaltige Wochen (settimane sostenibili). L’iniziativa è rivolta alla promozione dei prodotti biologici regionali e al supporto di una crescente consapevolezza della loro qualità tra i consumatori. Negozi di articoli alimentari, drogherie, panetterie e negozi per il fai-da-te propongono ai propri clienti, nell’ambito dell’iniziativa, prodotti regionali, equi e solidali e rispettosi dell’ambiente. A Nachhaltige Wochen partecipano

BIOLOGICO NEWS

Consegne a domicilio Bio-express funziona

catene di supermercati e discount per un totale di 7 mila esercizi commerciali in tutto il Paese. In particolare, questa edizione vede per la prima volta la partecipazione delle panetterie e la promozione di prodotti ottenuti utilizzando farina e grano biologici provenienti da agricoltori locali. Secondo fonti statistiche, nonostante la costante espansione della gamma di prodotti, in Austria lo sviluppo del settore è ancora essenzialmente da ricondurre alla vendita di prodotti agricoli quali uova (23,7 per cento delle vendite bio), patate (16,6 per cento), latte fresco e a lunga conservazione (14,3 per cento), yogurt alla frutta (9,6 per cento), burro (8,7 per cento), frutta (7,2 per cento) e verdure fresche (6,3 per cento). ●

Val di Gresta, quando è biologico l’ortaggio remunera tra il 10 e il 50% in più I prezzi di vendita degli ortaggi della Val di Gresta differiscono in percentuale compresa tra il 10 e il 50% per la linea da produzione integrata e quella certificata biologica. Le patate da produzione integrata si vendono a 0,75 euro a chilogrammo. Quelle biologiche a 0,99 euro. Per le zucchine la differenza è tra 1,60 euro per l’integrata e 1,99 per il biologico. Per il sedano rapa si passa da 1,69 euro al chilo per il prodotto integrato a 1,90 per il biologico. Per il cavolo cappuccio la differenza è tra 0,99 euro per l’integrato e 1,29 per il biologico. (S.F.)

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Grande distribuzione

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Mecades chiude i battenti In fuga dalla super-centrale Mecades, la super centrale di acquisti leader per volumi in Italia, dopo cinque anni di attività ha deliberato lo scioglimento entro la fine del 2006. Dopo l’uscita da Mecades di Despar e Aspiag (e la loro adesione insieme a Il Gigante a Centrale Italiana, di cui fa parte pure Coop Italia), Metro, Sisa, Crai, Interdis e gli altri ex soci valuteranno le mosse per il futuro sulla scacchiera dello scenario distributivo italiano. Rumors sostengono l’imminente entrata di Sisa e di Interdis in Conad, previsione supportata dal processo d’internazionalizzazione che il gruppo Sisa sta portando avanti in Grecia e a Malta, il che ne fa un’ideale candidato per Co-

Dopo Despar e Aspiag, anche Metro, Sisa e Crai si stanno accasando pernic. Ma Sisa, con decisione unanime del Cda, ha annunciato che correrà da sola, dettandosi nuove regole di gioco per un 2007 vocato ad un ulteriore rafforzamento di espansione e di business. Per il gruppo bolognese, infatti, che prevede di chiudere il 2006 con un fatturato complessivo pari a poco più di 4 miliardi di euro, si apre un nuovo capitolo che inizia consolidando ulteriormente le performaces strategiche di ogni singolo Cedi. Non solo. La Centrale diventerà sempre più e

Fida. Stessa sigla, ma la “d” cambia

Rappresenterà tutta la distribuzione Dare voce alla distribuzione alimentare e aggregarne le filiere, anche per valorizzare i settori più vocati del made in Italy. Dino Abbascià (nella foto), da fine luglio presidente della Federazione dei dettaglianti dell’alimentazione (Fida) aderente alla Confcommercio, realtà che rappresenta oltre 60 mila operatori, si avvicina ai primi cento giorni di mandato con alle spalle un consistente pacchetto di iniziative tese a stabilire rapporti sinergici con le altre realtà associative confederali e ad accrescere la credibilità del sistema agroalimentare nel suo insieme. L’obiettivo dichiarato dall’ex presidente del sindacato dei dettaglianti ortofrutticoli al momento della elezione, quello di porsi come soggetto sempre più forte ed autorevole soprattutto nei riguardi delle istituzioni, sta prendendo un po’alla volta forma grazie soprattutto alla Commissione consiliare della filiera agroalimentare, nata nello scorso maggio, alla quale fanno capo addetti ai lavori dei vari comparti dell’agroalimentare ed esperti; presto dovrebbe farne parte anche il leader di Fedagro Ottavio Guala. La Fida, che si è riunita in Consiglio direttivo anche lo scorso 22 ottobre e che è protagonista al Tavolo agroalimentare del Mipaaf, si appresta intanto a cambiare nome: da Federazione dei dettaglianti, si trasformerà presto in Federazione della distribuzione alimentare. Un passaggio obbligato - dopo aver incassato a inizio anno l’adesione di Sigma e aver avviato il dialogo con Crai - per raggiungere l’altro obiettivo, quello non dichiarato: diventare un interlocutore credibile e prestigioso quanto Federalimentare. (M.Ald.)

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meglio l’elemento catalizzante per il coordinamento dell’attività dei centri distributivi. “Ci attende - afferma Sergio Cassingena, presidente del gruppo un periodo sicuramente molto stimolante in cui, sono certo, le capacità professionali della squadra Sisa saranno ulteriormente evidenziate ed esaltate. Il grande network Sisa sarà, infatti, stimolato da nuove opportunità di relazione, in cui gli attori della filiera torneranno ad essere protagonisti di un confronto diretto che si preannuncia, come da tradizione, ricco e collaborativo”. Anche il progetto della private label vedrà l’insegna impegnata per i prossimi anni su nuovi fronti. Molti gli obiettivi da perseguire in tal senso: in programma una linea di marca commerciale con connotazioni tipico, locale-regionale e una serie di prodotti private label di primo prezzo entrambi con denominazione di fantasia. Tra i piani di sviluppo, un ruolo strategico sarà dato alla comunicazione: la pubblicità affidata al Sisolo, l’alberello identificativo del brand nonché mascotte del gruppo, vedrà canali quali Tv locali, nazionali, reti satellitari sul bouquet Sky, radio Rai, testate nazionali rivolte al consumatore finale... Per quanto riguarda Metro, l’obiettivo dei vertici della filiale italiana del colosso tedesco, al secondo posto sul mercato europeo dopo Carrefour, è di consolidare il tradizionale business dell’ingrosso (cash&carry). Il futuro si prospetta ricco di scismi e alleanze cui parteciperanno pure le minicentrali dei piccoli e medi distributori che non hanno copertura nazionale (accreditati di una quota del 3,8% da Ac Nielsen), con aggregazioni interne e adesioni alle centrali più grandi. Maddalena Sommariva N o v e m b r e

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Aumenta il peso specifico dei discount nel Belgio. Anche perchè, secondo l’ultimo rapporto pubblicato dalla AcNielsen, le catene specializzate nella vendita di prodotti di primo prezzo sono state le uniche, in Belgio, a far registrare una crescita nel corso del 2005. Dal rapporto si evince che l’ultimo anno non è stato molto favorevole per le catene di distribuzione tradizionali. Nel suo insieme, la grande distribuzione alimentare belga ha realizzato un fatturato di 19,49 miliardi

di euro, corrispondente a una crescita annuale di appena lo 0,5 % in termini costanti. Dall’indagine risulta altresì che le insegne tradizionali hanno visto diminuire le proprie quote di mercato a profitto del commercio “discount”, che è l’unico a poter presentare risultati positivi per il periodo in esame. Nel 2005, la quota di mercato delle catene Aldi e Lidl è incrementata sensibilmente raggiungendo il 14,1%, contro il 12,9% del 2004.

Esselunga si fa desiderare Caprotti dice no a Tesco e Coop Esselunga, con i suoi 4,4 miliardi di fatturato, fa sempre più gola alle grandi catene, soprattutto straniere. Smentite però le voci di un passaggio al colosso Tesco: “Tesco ed Esselunga sono due aziende incompatibili” ha dichiarato seccamente a metà ottobre il patron Bernardo Caprotti che, si dice, starebbe cercando di vendere da almeno tre anni il marchio da lui fondato quasi mezzo secolo fa. Ma anche la soluzione Coop, sponsorizzata dal Mipaaf una volta profilatosi il “pericolo straniero” non va giù a Caprotti, che il 23 ottobre ha pubblicato un annuncio a pagamento sui principali giornali nazionali per dire che Esselunga è e rimarrà cosa ben diversa dalla galassia cooperativa. I giochi non sono ancora chiusi, insomma, e i gruppi capaci di una simile operazione si contano sulle dita di una mano. Già avrebbero fallito nel loro approccio gli spagnoli di El Corte Ingles e Marcadona, adesso si potrebbero fare avanti i francesi di Carrefour o i tedeschi di Metro. E all’Italia, a quanto pare, rimarranno solo le Coop. La svolta verso la vendita, peraltro lasciata intravvedere più volte dallo stesso Caprotti in alternativa all’approdo in Borsa, sarebbe avvenuta a cavallo dell’estate, con N o v e m b r e

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Il patron pare intenzionato a vendere, il Mipaaf vuole che resti italiana

la cessione di 7 milioni e 775.820 quote azionarie della capogruppo - la Supermarkets italiani - dai tre figli di Caprotti - Giuseppe, Marina Silvia e Violetta - al padre, che ha compiuto 81 anni il 7 di ottobre. Questa operazione ha diluito la quota dei figli e consentito a Bernardo di acquisire l’8,10% del capitale della Supermarkets che controlla a sua volta Esselunga e La Villata, costituita a fine 2005 con l’obiettivo di concentrare buona parte del patrimonio immobiliare del gruppo (la valutazione a bilancio è di 342 milioni). L’87,94% del capitale della Supermarkets resta in mano all’Unione fiduciaria Spa, che fa capo alle banche popolari. Insieme alla cessione delle quote azionarie, i figli di Bernardo avrebbero conferito al padre un

mandato fiduciario che ha l’obiettivo di rafforzare il suo ruolo alla guida dell’azienda e, soprattutto, sbloccare le resistenze in famiglia, che in passato sono state - secondo rumors insistenti uno degli ostacoli più consistenti per arrivare a una operazione sul capitale e le attività del gruppo Esselunga. Secondo AcNielsen la quota di mercato Esselunga si attesta (totale grocery) sul 5,5% e (IriInfoscan) sfiora il 9% nel caso in cui si considerino solo ipermercati e supermercati. Con circa 130 punti vendita, Esselunga sviluppa un giro d’affari di 4,4 miliardi (consolidato 2005) con un utile netto di 107,2 milioni. I dipendenti sono 15 mila. “Dobbiamo fare qualcosa per Esselunga, nella speranza che possa restare in mani italiane”, ha detto il ministro dell’Agricoltura, Paolo De Castro, preoccupato per le voci di una possibile cessione alla britannica Tesco. L’Italia, sottolinea De Castro, “ha bisogno di mantenere un soggetto privato nella grande distribuzione. Altrimenti ci restano soltanto le cooperative, che lavorano benissimo ma per statuto non possono espandersi all’estero”. “Bandita” Coop, adesso si parla della discesa in campo di una cordata italiana. Sarà vero? ●

GRANDE DISTRIBUZIONE

Belgio. I discount guadagnano terreno, la Gd cala Nel 2005 Aldi e Lidl sono passati dal 12,9% dell’anno prima al 14,1%

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Quarta - quinta gamma Bonduelle. Utile

in aumento dell’8,9% Bonduelle ha archiviato l’esercizio 2005-2006, chiuso il 30 giugno scorso, con un utile netto in aumento dell’8,9% rispetto ai 37,1 milioni dell’anno precedente. Durante questo periodo, il gruppo ha realizzato un fatturato di 1,196 miliardi di euro, in linea con i 1,201 miliardi realizzati nel precedente esercizio. Il risultato operativo corrente, al netto degli oneri finanziari si assesta a 67,8 milioni di euro, circa l’1% in meno rispetto al 2004-2005. La cessione da parte di Unilever della maggioranza delle attività inerenti i surgelati in Europa ha consentito di elevare il tasso di redditività di Bonduelle in Spagna.

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Fresh cut più diffusi Una ricerca della rivista Dimagrire: 7 su 10 li acquistano ogni giorno Ben 7 italiani su 10 acquistano quotidianamente prodotti pronti al consumo. Questo il risultato di una ricerca condotta dalla rivista Dimagrire su un campione di mille italiani di età compresa fra i 20 ed i 60 anni. Gli alimenti già tagliati e puliti vengono scelti dal 68% dei consumatori, mentre solo l’8% si dimostra tradizionalista, evitando questi prodotti. Leader l’insalata già lavata (78%); a seguire la frutta e la verdura (67%), quindi salumi (62%), pasta fresca (48%), pane (36%) e formaggio grattugiato (25%).

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Val di Gresta. Ok

l’avvio delle vendite Buon avvio di mercato per la IV gamma del Consorzio Val di Gresta di Ronzo Chienis, che segnala una progressione nella vendita di ortaggi da luglio, mese di inizio della commercializzazione. Nell’ultima settimana di quel mese erano stati infatti vendute 4 mila confezioni, diventate poi 15 mila nel mese di agosto e altrettante a settembre. L’appoggio del Sait è stato determinante per la buona riuscita della vendita in Trentino ma il Consorzio è riuscito a introdurre un seppure modesto quantitativo di confezioni quarta gamma anche nella catena nazionale del biologico, appoggiandosi a clienti che trattano da tempo ortaggi della Val di Gresta. (S.F.)

N o v e m b r e

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In un contesto di calo generalizzato, l’Italia risale la china nel “borsino” dei consumi continentali stilato, come ogni anno, da Freshfel Europe che nell’edizione 2006 del suo “monitoraggio” ha preso in considerazione l’Unione Europea a 25 Paesi. Gli acquisti pro-capite di frutta, nel 2005, sono stati di 109,75 chili contro i 110,19 degli ultimi otto anni, con un calo dello 0,4% rispetto alla media del periodo tra 1998 e 2005 (del 2,2% se rapportato al solo 2004). Per quanto riguarda gli ortaggi, sono stati 106,19 i chili pro capite, a fronte dei 111,05 chili del 1998-2005 con un calo del 4,4% (del 3% confrontando il dato con quello dell’anno precedente). Flessione delle vendite e dei consumi, dunque, con veri e propri crolli verticali, nel segmento frutta, per Olanda, Lettonia, Lussemburgo (-16% a testa nel raffronto tra il 2005 e la media 20012005), Polonia, Belgio ed Estonia (-12% a testa circa); male anche Austria (-8%), Spagna (-6%), GreN o v e m b r e

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I dati Freshfel: frutta -2,2% e verdura -3% sul 2004. Male Spagna e Olanda

cia e Portogallo (-4%). Segno negativo anche per Germania (-2%) e Finlandia (-1%), mentre spiccano, in terreno positivo, gli exploit di Ungheria e Slovenia (+14%), che precedono proprio l’Italia (+10% circa). A seguire gli altri Paesi: Cipro migliora del 9%, la Cechia di 6 punti, la Gran Bretagna di 5, la Svezia di 4. Modesti incrementi per Francia, Danimarca e Irlanda (+2%).

EUROPA

Consumi Ue 2005 in flessione Ma l’Italia si conferma in ripresa

Quanto agli ortaggi, la Spagna perde il 16%, l’Olanda il 12%, Lussemburgo l’8%, mentre Portogallo, Germania, Irlanda, Francia, Grecia, Austria e Polonia sono in negativo con percentuali che oscillano tra il 7 e l’1% circa. Bene, viceversa, Malta (+10%), Slovacchia, Inghilterra, Lituania, Svezia, Danimarca e Slovenia, i cui consumi crescono tra il 6 e il 3%. Italia, Finlandia, Belgio e Ungheria fanno segnare un +2%, la Repubblica Ceca sale dell’1%; in terreno positivo, sia pure di poco, anche Lussemburgo. In molti Stati, conclude “sconsolata” la relazione di Freshfel allegata al monitoraggio, i consumi di ortofrutta rimangono sotto la soglia giornaliera dei 400 grammi a testa raccomandata dalla Fao. Non è il caso dell’Italia che sfiora, secondo queste rilevazioni, il chilo pro-capite, battuta solo dalla Grecia e a pari merito con Cipro. Tra i Paesi sotto la “linea di galleggiamento”, anche Inghilterra, Irlanda e Svezia. M.Ald. 71


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ondo

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Agrumi, l’Europa soffre il boom dei Paesi del Sud mediterraneo Campagna nuova problemi vecchi per gli agrumicoltori europei, che scontano sempre più la forte pressione sui prezzi esercitata dalla grande distribuzione organizzata e la concorrenza dei Paesi del Sud del Mediterraneo. Diametralmente opposta la situazione per Egitto, Turchia e Marocco, il cui flusso commerciale verso i ricchi mercati europei aumenta di anno in anno. Buone prospettive per Israele, ma i conflitti interni e la guerra con il Libano rischiano di lasciare il loro segno negativo. In Spagna, dove si prevede un aumento della produzione rispetto allo scorso anno, i produttori già da agosto lanciano segnali preoccupati al mondo politico. Ancora bruciano le tonnellate di agrumi lasciate sugli alberi nella scorsa campagna perché prive di un acquirente o perché pagate molto

Prezzi in calo nel Vecchio continente; Egitto, Turchia e Marocco si consolidano

meno del costo di produzione e la mancanza di contatti a ridosso dell’inizio della stagione di raccolta da parte dei tradizionali acquirenti ha gettato un’ombra sinistra sulla nuova campagna di commercializzazione. In ansia pure gli agrumicoltori italiani, reduci anch’essi da un’annata negativa e per certi aspetti simile a quella spagnola.

Commercio. Liberalizzazione degli scambi,

Gruppo di Cairns chiude con un nulla di fatto Il vertice del Gruppo di Cairns, composto dai 18 maggiori Paesi esportatori agricoli (Argentina, Australia, Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costarica, Filippine, Guatemala, Indonesia, Malaysia, Nuova Zelanda, Pakistan, Paraguay, Sudafrica, Thailandia e Uruguay), si è concluso a fine settembre in Australia senza riuscire a superare l’empasse fra Stati Uniti e Unione Europea sulla controversa materia del supporto alle esportazioni agricole, che rischia di arenare per anni l’auspicata riforma del commercio globale. Nel comunicato finale, i ministri dell’Agricoltura dei 18 Paesi fanno appello a un rapido rilancio dei negoziati sulla liberalizzazione degli scambi, sospesi in luglio per i disaccordi su come ridurre sussidi agricoli e tariffe, e avvertono che il mondo non si può permettere di perdere l’occasione di abbattere le dannose barriere commerciali. I partecipanti hanno chiesto un rapido rilancio del Doha Round dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Il vertice, che pure riuniva i negoziatori Usa e Ue, non è riuscito però a colmare le differenze fra le due potenze commerciali, sui miliardi di dollari che Washington paga ogni anno agli agricoltori non competitivi e le alte tariffe che l’Ue impone sulle importazioni. Nel suo intervento al vertice, il direttore della Wto, Pascal Lamy, ha affermato che i negoziati possono ancora essere salvati purché i negoziatori favoriscano la “diplomazia e i compromessi”.

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Previsioni per la campagna 2006-2007 Secondo le prime stime, in tutti i Paesi esportatori del Mediterraneo è previsto un aumento produttivo rispetto allo scorso anno. In particolare, Ailimpo, the Spanish board for lemon and grapefruit cultivation, prevede un incremento per i limoni Fino, ma una diminuzione del 15% delle varietà Vernas. Per quanto riguarda gli agrumi prodotti nella regione di Valencia, l’organizzazione dei produttori La Unió aspetta un incremento del 30%, che riporterà la produzione a circa 3,9 milioni di tonnellate, cioè sui livelli anteriori alle gelate del 2005. In crescita le arance, in diminuzione invece i mandarini. La regione di Valencia è quella a maggiore vocazione agrumicola in Spagna, ed è considerata la più importante al mondo per l’esportazione di agrumi freschi. Arance e limoni rappresentano circa il 9% del valore dell’export regionale totale, mentre per la Spagna gli agrumi rappresentano poco più dell’1%. Secondo La Uniò, però, la mancanza di acquisti da parte degli esportatori alla vigilia della campagna, iniziata in Spagna nella seconda metà di settembre, fa pensare a un cartello per aumentare la quota di prodotto ritirato senza la fissazione di un prezzo; in questo modo gli agricoltori perdono qualsiasi potere contrattuale e possono essere liquidati a prezzi bassi, anche inferiori al costo di produzione. A tutela dell’immagine del prodotto valenciano, le organizzazioni agricole hanno messo in guardia i propri associati affinché raccolgano il prodotto solo al giusto grado di maturazione e chiesto alla Conselleria de Agricultura di aumentare i controlli e bloccare le partite di agrumi che non N o v e m b r e

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le società leader. Nella top ten anche Bocchi Prima Dole, seconda Chiquita, terza Del Monte Fresh produce e quarta Del Monte Foods. Insieme, peraltro, queste due, raggiungono il primato nella graduatoria relativa alle vendite di ortaggi a livello mondiale. Le più importanti società rimangono quelle americane, ma nella top ten c’è spazio anche per l’Europa. E compare anche un nome italiano, anche se per metà: Bocchi, con quartier generale a Verona, ha infatti beneficiato della fusione con la belga Univeg per raggiungere la settima piazza. Sorprendente, almeno agli occhi dei profani, l’ottavo posto di Bakkavör, portabandiera di una piccola e poco popolata isola, l’Islanda, che però è leader per la fornitura di prodotti alimentari pronti nel Regno Unito. Altro che geyser... PRINCIPALI SOCIETÀ NEL SETTORE DEI VEGETALI (DATI RABOBANK 2005) SOCIETÀ 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10.

Dole Chiquita Fresh Del Monte Produce Del Monte Foods Pomona Fyffes Bocchi Group/Univeg Bakkavör The Greenery Bonduelle

PAESE D’ORIGINE Usa Usa Usa Usa Francia Ireland Italy/Belgium Iceland The Netherlands France

rispondono ai requisiti. Soddisfatta quindi l’associazione dei produttori Ava-Asaja per l’entrata in vigore in Valencia, in forma di testo legislativo, dell’Orden de calidad de Cítricos, che stabilisce le condizioni minime di commercializzazione. Il sistema di controllo prevede un sistema sanzionatorio fino a 600 mila euro. Spagna leader in affanno Nonostante le avversità climatiche (nel 2004-2005 la siccità, nel 2005-2006 il gelo) e di mercato che penalizzano il suo comparto agrumicolo, la Spagna continua a mantenere saldamente il primo posto tra gli esportatori mediterranei. La concorrenza turca, marocchina ed egiziana sui mercati europei si fa però sentire e le grandi catene commerciali stanno sempre più adottando una politica dei prezzi al ribasso, che penalizza soprattutto i produttori euroN o v e m b r e

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VENDITE

$ 5,3 bln. $ 3,9 bln. $ 3,3 bln. $ 3,2 bln. $ 2,8 bln. $ 2,6 bln. $ 2,2 bln. $ 2,2 bln. $ 1,8 bln. $ 1,7 bln.

pei, che non possono allineare i costi di produzione a quelli dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Il peso della concorrenza non si fa sentire solo sui mercati europei, ma anche su quello americano, dove le clementine marocchine alla fine della scorsa campagna hanno battuto quelle spagnole nel gradimento dei consumatori. Colpa forse della minore succosità dei frutti, dovuta alle gelate che nei primi mesi del 2006 hanno rovinato molto prodotto spagnolo (anche arance e limoni), che però in molti casi ha continuato ad essere messo in commercio. Ciò ha provocato in Germania e nel Regno Unito una reazione molto forte da parte della gdo, che ha interrotto l’approvvigionamento di agrumi dalla Spagna a favore del prodotto proveniente da Egitto e Turchia. È evidente che situazioni del genere finiscono per penalizzare

l’intero comparto, tanto che anche da parte delle organizzazioni agricole spagnole è stato chiesto ai produttori un comportamento più responsabile e maggiori controlli da parte delle autorità. Allo stesso tempo è stato chiesto, sempre alle autorità, un maggiore controllo sulle importazioni e una loro maggiore trasparenza, per verificare che pure gli agrumi stranieri rispondano alle normative comunitarie. L’import sta diventando, per gli agrumicoltori spagnoli, un vero incubo, dato che nel giro di pochi anni la crescita è stata a tre cifre. Ciò significa che vengono consumati o transitano per la Spagna per essere riesportati quantitativi di agrumi sempre crescenti che vengono preferiti al prodotto locale. Secondo La Unió, le importazioni dai Paesi del Maghreb, in particolare da Marocco ed Egitto, sono cresciute solo nel gennaio 2006 dell’82% rispetto all’anno prima, passando da 647 tonnellate a 1.177. Nel gennaio 2005, tra l’altro, nessun agrume proveniente dall’Egitto era stato importato, mentre nel gennaio 2006 erano arrivate già 202 tonnellate di arance e il flusso era iniziato fin dall’inizio della campagna di commercializzazione. Sempre a gennaio i limitati acquisti di limoni valenciani e il fatto che larga parte della produzione agrumicola della regione non fosse ancora stata presa in incarico avevano convinto gli agricoltori a lasciare il raccolto sulle piante. La crisi ha colpito duramente i limoni, il cui export si è drasticamente ridotto fin dall’inizio della campagna di commercializzazione. Questo nonostante la poca offerta turca, il che ha portato Ailimpo a presupporre una riduzione dei consumi in Europa, oltre a una caduta di interesse per le varietà Fino. A fine campagna sono rimaste sugli alberi 250 mila tonnellate di limoni su una produzione di circa 1 milione di tonnellate. Nonostante le difficoltà, comunque, il valore dell’export

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Fatturati. Dole, Chiquita, Del Monte

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ondo valenciano di agrumi è aumentato dell’8,8% nei primi 6 mesi del 2006, grazie anche all’impennata di giugno che ha messo a segno un +49%, mentre a livello nazionale l’incremento in termini di valore è stato del 12,6% per un totale di 1.141 milioni di euro. Nei primi tre mesi dell’anno la Spagna realizza la quasi totalità del suo export agrumicolo, con circa 1,2 milioni di tonnellate su un totale di 1,4. In Italia migliora l’export, ma restano i problemi Campagna 2005-2006 dai forti contrasti pure in Italia, con un saldo dell’export migliore rispetto all’anno precedente grazie a un riallineamento della produzione sui valori medi dopo le avversità atmosferiche del 20042005, ma prezzi in discesa e difficoltà di collocamento di alcune tipologie di prodotto anche pregiato. La produzione complessiva ha superato 3,5 milioni di tonnellate (erano state 3,3 l’anno precedente), l’export è salito ed è stato di oltre 200 mila tonnellate, a fronte di un import di più di 180 mila tonnellate. Quest’ultimo dato è stato in leggera diminuzione rispetto all’annata precedente. Nonostante i numeri tutto sommato positivi, con il flusso verso l’estero in tendenziale aumento nel corso degli ultimi anni, la campagna di commercializzazione è stata considerata mediocre dagli operatori. I prezzi sono ormai fisiologicamente bassi, così gli agricoltori cercano di comprimere i costi riducendo l’impegno a produrre frutta con livelli qualitativi elevati. Forte la crisi subita dalle clementine, con circa 260 mila tonnellate di prodotto calabrese rimasto invenduto, pari a circa il 40% del totale. Colpa delle piogge e delle gelate notturne che hanno danneggiato gran parte della frutta ancora sulle piante, ma anche della frammentazione delle imprese e della mancanza di orga-

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nizzazioni di agrumicoltori che sappiano far fronte a una controparte formata da acquirenti sempre più forti. Servirebbero pure investimenti su nuove varietà, sia per allungare il periodo di raccolta e commercializzazione, ora concentrati in soli due mesi, sia per assecondare i consumatori. In realtà, invece, gli investimenti stanno diminuendo, a ulteriore dimostrazione della disaffezione verso l’agrumicoltura in Italia. Il prodotto straniero spesso viene pagato più di quello nazionale, così a gennaio le clementine italiane spuntavano all’ingrosso 70 cents/kg contro i 90 pagati per quelle spagnole.

La pressione delle importazioni, comunque, non risponde solo alla necessità di coprire le richieste di mercato, ma anche alla volontà degli acquirenti di posizionare i prezzi di acquisto su livelli molto bassi. Aumenta così l’import da Egitto (da 3.400 tonnellate nel 2003 a 5.227 nel 2005) e Turchia (da 989 a 1.953 tonnellate), mentre diminuiscono drasticamente da Marocco (da 3.134 a 270 tonnellate) e Spagna i cui prezzi sono meno competitivi rispetto ai primi due Paesi. Agrumicoltura egiziana sempre più protagonista Sui mercati internazionali l’agrumicoltura egiziana è più competitiva rispetto a quella degli altri Paesi produttori mediterranei, tranne forse la Turchia. Il Paese esporta ormai agrumi per circa 650 mila tonnellate e anche se solo 180 mila tonnellate

raggiungono i mercati dell’Unione Europea la loro presenza in Europa è in continua crescita, come pure le produzioni e le rese, per effetto della progressiva entrata in produzione degli alberi messi a dimora negli scorsi anni. In Egitto il settore agrumicolo rappresenta quasi il 33% della superficie frutticola complessiva, per un totale di oltre 151 mila ettari. Di questi il 36% è rappresentato da aranceti delle varietà Navel, mentre la varietà Valencia copre il 15%, i mandarini il 22% circa e i lime quasi il 12%; le produzioni delle restanti superfici agrumetate sono destinate alla trasformazione industriale. Storicamente la coltivazione degli agrumi è concentrata per l’80% in grandi aziende nelle zone più fertili del delta del Nilo, ma l’espansione dell’export ha portato ad utilizzare le nuove tecniche di coltivazione e irrigazione che hanno permesso di allargare l’areale di produzione in zone aride, che rappresentano ormai quasi il 29% del totale. La concorrenza nei confronti delle produzioni europee è indubbia, ma per aumentare le proprie possibilità l’Egitto ha puntato a diversificare la propria offerta ampliando la campagna di raccolta da dicembre ad aprile-maggio, con anticipi a novembre in caso di prodotto deverdizzato. Per fare ciò ha investito sulle varietà di arance precoci e su quelle tardive, sfruttando le diverse condizioni pedo-climatiche dei vari areali di produzione. Il limite a una maggiore espansione del mercato comunitario è dato dalla discontinuità qualitativa del prodotto offerto, che così trova maggiore collocazione su piazze meno esigenti come quelle dell’est europeo e della Russia. Per questo, ma pure per problemi fitosanitari che possono essere riscontrati talvolta sulle merci, gli esportatori egiziani preferiscono vendere Fob per contanti, così da evitare il rischio di contestazioni. Il Paese è il terzo importatore di agrumi in Spagna (il primo delN o v e m b r e

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Marocco in difficoltà Nonostante le ambizioni del Governo e dei produttori marocchini, molto c’è ancora da fare per ammodernare il patrimonio varietale agrumicolo del Paese e per espandere la coltivazione con nuovi impianti che sostituiscano quelli ormai vecchi. Non aiutano i problemi idrici che tra l’altro fanno incrementare i costi di produzione, rendendo la merce marocchina meno competitiva di quella turca o egiziana sui mercati esteri. L’export, pur essendo in crescita, ha conosciuto un rallentamento in alcuni Paesi europei tradizionali importatori, come ad esempio l’Italia, anche per un maggiore interesse dimostrato dagli esportatori verso il mercato russo, dove gli agrumi marocchini coprono una quota di mercato superiore al 20%. Per mantenere questa posizione, il Cmpe (Moroccan centre for export promotion) sta realizzando una campagna triennale per promuovere sul mercato russo il “Maroc Label”. Il mercato comunitario rimane comunque quello più ambito, grazie ai più alti prezzi pagati e all’accesso preferenziale reso possibile dagli accordi di libero scambio, ma ogni anno una quota del 20-25% del prodotto esportato prende la strada della Scandinavia e degli Stati Uniti. Lo scorso anno il Marocco ha esportato circa 4.500 mila tonnellate di agrumi, dei quali circa 235 mila di arance e 190 mila di clementine. Per migliorare le performance all’estero, l’Aspam (l’associazione dei produttori di agrumi marocchini) sta cercando di rilanciare il settore, attraverso un programma che coinvolga l’intera filiera e il Governo. Il programma varaN o v e m b r e

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Tunisia. Fondi

pro agroalimentare Il Governo tunisino ha stanziato circa 50 milioni di dinari (circa 30 milioni di euro) per finanziare la nuova strategia per la promozione del settore agroalimentare. I prodotti che saranno sostenuti da questa strategia sono olio d’oliva, frutti di mare, datteri, vino, sardine, conserve di pomodoro, latte e derivati. Per ognuno di questi prodotti sono state decise misure per proteggere e aumentare la produzione: per i datteri, un nulla osta tecnico per ogni unità di trasformazione a elaborare un programma di diversificazione della produzione; per il settore delle conserve di pomodoro, la spinta a innalzare le esportazioni dai 18 milioni di dinari (11 milioni di euro) di oggi ai 50 milioni di dinari entro la fine del 2011. to nel 1998 doveva portare il Marocco a esportare 850 mila tonnellate in 12 anni, ma l’obiettivo è ancora troppo lontano per pensare che si possa raggiungere. Infatti, siamo attualmente attorno alle 450 mila tonnellate e il peso della concorrenza egiziana, turca, ma anche spagnola e greca si fa sentire. Il problema è la scarsa diffusione di risorse tecniche al di fuori di pochi grandi gruppi di produttori, che non permettono di offrire maggiori quantitativi di agrumi con standard qualitativi adeguati e tracciati come richiesto dai mercati europei. Le priorità per il settore sono state individuate nella diffusione delle tecniche di micro-irrigazione e dei sistemi di certificazione, nella messa a dimora di piante delle varietà più adatte all’export e in una maggiore integrazione con il resto della filiera.

La Turchia cresce e fa concorrenza alla Grecia Tristeza e calamità naturali falcidiano la produzione agrumicola della Florida, in particolare quella di pompelmi e nel bacino del Mediterraneo c’è chi tenta di cogliere il momento propizio per farsi spazio sul mercato internazionale. È il caso della Turchia, ormai ben decisa a giocare un ruolo da protagonista, puntando sui suoi bassi costi di produzione e alla facilità di spedizione via mare. La sua produzione ha ormai raggiunto 135 mila tonnellate di pompelmi (seconda solo a Israele nel bacino del Mediterraneo), oltre 600 mila di limoni, 670 mila di clementine e mandarini e 1,3 milioni di arance e continua a crescere, come pure i consumi interni, che sono il primo motore di questo sviluppo. Solo un terzo degli agrumi raccolti, cioè quelli destinati all’export, viene sottoposto a lavorazioni post-raccolta e confezionamento; la restante parte viene venduta senza confezione o con minima lavorazione. La qualità è più adatta a mercati dell’est europeo, meno esigenti di quelli comunitari, ma c’è spazio e volontà di miglioramento. Già in Russia, comunque, la Turchia copre il 16% dei consumi. La mancanza di una lunga tradizione nel settore permette agli agricoltori di piantare varietà gradite dai consumatori e scegliere di orientarsi verso la produzione di pompelmi da destinare oltre che al consumo fresco all’industria dei Paesi trasformatori. Da segnalare, però, che dopo due annate fortemente negative le previsioni di produzione di pompelmi in Florida sono ottimistiche, con un aumento del 35% rispetto allo scorso anno e un ritorno, quindi, a valori in linea con le potenzialità produttive del Paese. La competitività turca si evidenzia anche nei confronti della vicina Grecia, che importa da questo Paese limoni a prezzi più bas-

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l’emisfero boreale), con oltre 17 mila tonnellate di arance, principalmente della varietà Valencia Late, ma tra i Paesi dell’Ue i principali acquirenti sono Olanda e Regno Unito.

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ondo si dei propri. Colpa di costi di produzione più alti, ma in generale la Grecia non riesce a conquistare maggiori spazi sui mercati europei più ricchi per problemi strutturali. Manca infatti il ricambio varietale a favore di produzioni più gradite dai consumatori e la scarsa qualità e uniformità dei frutti rende la maggior parte della produzione adatta alla commercializzazione solo sul mercato interno o nei Paesi dell’est europeo, dove il prezzo è la principale discriminante nella scelta dei consumatori. Non è solo la Turchia a far soffrire i greci; gli spagnoli da parte loro, forti dei loro standard qualitativi e della loro tecnologia postraccolta dominano il mercato delle arance e delle clementine in particolare in Germania, uno dei mercati europei più ambiti. Israele sfonda in Russia In Israele le potenzialità esportative devono ogni anno fare i conti con la carenza di manodopera, in prevalenza di origine palestinese, i cui spostamenti all’interno del Paese vengono limitati per ridurre la conflittualità tra i due popoli e i rischi di attentanti. Dopo diversi anni di declino delle quantità esportate, che hanno dovuto essere maggiormente indirizzate verso l’industria di trasformazione, la situazione sembra in miglioramento e per questa campagna la previsione è di una crescita del 15%, per un totale di 160 mila tonnellate. Gli agrumicoltori credono nella possibilità di sviluppo: nuovi investimenti, che porteranno nel giro di pochi anni a 20 mila gli ettari agrumetati, contro i 17 mila attuali. Metà dell’export israeliano è rappresentato da pompelmi. Nel 2005-2006 gli agrumi israeliani hanno dovuto fronteggiare la concorrenza mediterranea ma sono riusciti a consolidare la propria posizione sul mercato russo, dove viene venduto il 25% del totale esportato. Il primo acquirente resta però il Regno Unito.

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Algeria. Povertà in calo, ma resta alta (58%)

l’incidenza degli alimentari sulla spesa globale Povertà in calo in Algeria: una relazione del Centro nazionale di studi e analisi su popolazione e sviluppo (Ceneap) compiuto tra febbraio e maggio 2005 su 5.080 famiglie ha rilevato un tasso di povertà dell’11,1 per cento contro il 22 del 1995. Per quanto riguarda i singoli individui, si parla del 5,7 per cento contro il 12,1 per cento nel 2000 e l’8,1 per cento nel 1988. Sull’11,1 per cento di famiglie povere, l’8 per cento vive in ambiente urbano, il 12,2 per cento in ambiente rurale. Lo studio del Ceneap si è basato sulla metodologia Lsms (Living standard measurement surveys). Il risultato dell’inchiesta rivela che il 41,8 per cento delle spe-

se di consumo delle famiglie algerine concerne l’acquisto di prodotti non alimentari, con quelle per l’alloggio in prima posizione (23,6 per cento) seguite dalle spese di trasporto e comunicazione (16,45 per cento) e quelle per la sanità (15,9 per cento). Le spese alimentari (58,22 per cento) vedono in testa i cereali (25,46 per cento), il latte e derivati (13,68 per cento), i legumi secchi (13,60 per cento), la frutta (6,44 per cento) e le verdure fresche (5,10 per cento). Le famiglie, inoltre, tendono ad indebitarsi sempre di più: il 68,2 per cento ha contratto un prestito bancario, secondo lo studio della Ceneap.

Prezzi bassi in Spagna e Italia La decisione dei produttori di agrumi spagnoli e italiani di lasciare sulle piante parte del raccolto è stata motivata, nella scorsa campagna, dall’offerta da parte degli acquirenti di prezzi assolutamente ridicoli. A gennaio, segnalava l’Ava-Asaja, per le clementine spagnole venivano offerti 5 cents/kg, contro un costo di produzione stimato nel 2005 dal ministero dell’Agricoltura spagnolo pari a 27 cents/kg. Nello stesso periodo il prezzo al consumo (sempre su dati forniti dal ministero) era pari a 1,89/kg, con una differenza del 698%. Per i limoni il costo di produzione era stimato pari a 28 cents/kg, contro un prezzo al consumatore di 1,32/kg (+470%). Il problema è generalizzato per molte produzioni ortofrutticole, così il Coag, assieme a Uce e Ceaccu (due organizzazioni di consumatori), è scesa in piazza per protestare e informare i consumatori di queste operazioni speculative messe in atto dagli acquirenti.

Le organizzazioni agricole AvaAsaja e La Unió-Coag hanno chiesto anche l’intervento del Parlamento europeo, affinché indaghi sulla pratica delle catene di distribuzione tedesche che abusando della loro posizione dominante stanno alterando la concorrenza sul mercato. Per alcune varietà la perdita di redditività è più acuta. È il caso delle clementine delle varietà Nules, che rappresentano il 20% dell’intera produzione, che dopo 10 anni di espansione stanno registrando un rallentamento dei nuovi impianti. Incrementi fino al 670% dei prezzi dal campo al consumo anche per le arance e le clementine italiane. Per le arance gli agrumicoltori nazionali sostengono un costo di produzione di 12 cents al chilo, ricevendo dagli acquirenti solo 13 cents in più. Sui banchi di vendita, invece, i consumatori pagano circa 1 euro al chilo nella Gdo, ma per le arance Tarocco si arriva anche a 2,5 euro. Magda C.Schiff N o v e m b r e

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Kansas City (Missouri). Ha fatto centro il ministro americano dell’Agricoltura Mike Johanns quando ha affermato: “L’agricoltura si colloca tra le più cruciali delle industrie statunitensi. Eppure la sua sicurezza e la sua produttività sono spesso date per scontate”. I presenti al simposio internazionale sull’agroterrorismo, organizzato da Usda e Fbi, si sono levati in piedi e hanno applaudito a lungo (americani e rappresentanti di 21 Nazioni). Lo scopo del meeting era di affrontare il problema, sempre più minaccioso, del terrorismo in campo agricolo. È stato tutto un parlare di patologie e agenti che causano malattie; di biotossine e sostanze velenose prodotte da organismi viventi. E dopo i dettagli, puramente tecnici, hanno fatto le dovute analisi: un attacco contro le persone potrebbe procurare malattie, morte, paure, disgregamento sociale, danni economici. Attacchi contro piante e animali causerebbero grossi danni economici e perdita della fiducia nella scorta dei viveri. Il ministro Johanns ha tenuto a ricordare che la recente crisi degli spinaci - costata milioni di dollari ai coltivatori della California - ha reso un po’ tutti consapevoli che il problema del cibo da proteggere è enorme. Ricordiamo che gli spinaci “infetti”, hanno procurato tre morti e mandato all’ospedale decine di persone per un’infezione batterica. Ma il problema si è allargato anche alla lattuga, che è stata ritirata dal commercio in Arizona, California, Nevada, Washington, Oregon, Idaho e Montana per lo stesso problema di contaminazione batterica. I periti non sono riusciti a spiegare le origini del problema. E se si fosse trattato di un primo atto di agroterrorismo? Si sono chiesti alcuni partecipanti al convegno. Il vicedirettore dell’Fbi, John Pistole, ha detto che “Le campagne sono zone molto aperte ai terroristi. Non è affatto difficile entrare in un campo, avvelenare un certo numero di animali o inquinare le acque di un pozzo. A Buffalo, Cincinnati, Baltimore, Tampa, nel New Jersey e nel MinN o v e m b r e

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nesota abbiamo identificato, bloccato e annientato undici cellule terroristiche intente a progettare attacchi contro le campagne”. “Se sono riusciti a preparare uomini pronti a sfracellarsi contro grattacieli a bordo di un aereo - ha ammesso Pistole - sarà ancora più facile per queste persone assoldare uomini pronti a entrare in campi liberi”. Ha concluso il vicedirettore dell’Fbi: “Siamo purtroppo arrivati al punto in cui non abbiamo più fiducia di nessuno”. Molto tempo è stato dedicato alle discussioni sulla prevenzione, e qui è d’obbligo fare una riflessione. Appare infatti abbastanza chiaro che gli enti preposti alla prevenzione di eventuali attacchi agroterroristici non hanno ancora le idee chiare. Gli esperti hanno per prima cosa chiesto ai presenti di munirsi di assicurazioni, tante quante è possibile prenderne, assicurazioni su tutto e tutti. Ma non è cosi semplice, hanno risposto in coro molti agricoltori. Le assicurazioni non vogliono proprio saperne. Hanno già tanti problemi con alluvioni, grandine, uragani, ecc. Adesso ci mancano anche i terroristi! Ma non basta: un altro suggerimento è stato quello di usare cancelli e steccati un po’ dappertutto. Insomma, proprio quanto ci vuole per bloccare eventuali terroristi. E, dulcis in fundo, cartelli segnaletici: attenti, terreni privati! Oppure: no trespassing, non entrate. Ci sarebbe da ridere se non fosse una cosa seria. Non è stata tralasciata la cooperazione tra Stati negli Usa e tra Paesi per affrontare insieme questo problema, che è purtroppo reale. All’incontro non era presente alcun rappresentante italiano. Evidentemente nel Belpaese sanno già tutto. (Benny Manocchia)

Da “D” 7 ottobre 2006 SERRA INFERNO C’è un odore aspro e pungente in questo spicchio di terra andalusa. L’aria è viziata dai pesticidi, le sconvolgenti bellezze di Cordoba, Granada e Siviglia, marchio di fabbrica del Sud della Spagna, sono solo un lontano ricordo quando ti sposti un po’ a Est, in direzione del mare. La Costa del Sol è

tutt’altra cosa: un’immensa distesa di plastica surriscaldata dal sole. Nel cielo non volano uccelli, ma solo nugoli densi di mosche e insetti. Quanto alle battaglie civili di Zapatero in questo luogo in cui gli stranieri sono trattati da schiavi, sembrano un insulto al buon senso comune. Benvenuti in Almeria, benvenuti nel territorio del miracolo economico di Spagna, quello che vanta la più alta concentrazione di produzione agricola in serra al mondo e insieme il triste primato di una delle regioni più inquinate, ma soprattutto più razziste d’Europa. Sviliti, oltraggiati, minacciati e offesi nella loro umanità, 120 mila immigrati lavorano per pochi spiccioli all’ora come anelli di una catena di montaggio che ogni giorno porta nei nostri supermercati peperoni, melanzane, legumi e pomodori, belli d’aspetto e geneticamente modificati. Trattati come bestie da soma gli extracomunitari vivono tra i loro escrementi in baracche dove non ci sono né luce né acqua. Uomini e donne, giovani ma consumati dalla fatica e dal sole, sgobbano per alimentare il mercato globale. E, quel che è peggio, vengono tacciati di essere ladri che hanno portato solo incuria e violenza nella Spagna del Sud. Immaginate quello che avviene in Puglia, con i braccianti immigrati sfruttati per la raccolta dei pomodori. In Italia, nelle ultime settimane, è stata storia di copertina. Poi moltiplicate a dismisura. Servirà a darvi l’idea delle disumane condizioni di vita in cui versano centinaia di migliaia di africani, rumeni, ucraini di stanza in Europa. (…) Eppure questa forza lavoro ha fatto la fortuna della gente del luogo. Ogni giorno, dalle serre intorno al El Ejido, un paesone nato dal nulla nel giro di non più di vent’anni, partono circa 1.000 camion pieni di frutta e verdura che invadono i mercati europei, Francia e Germania in testa. Si calcola che la produzione sfiori le 3.000 tonnellate annue, tra ortaggi e legumi, e che il 10% della popolazione della regione sia costituita dagli stranieri che lavorano nel settore. La comunità più numerosa è quella marocchina (60%), seguita dagli africani subsahariani (30%). Il resto proviene dall’Europa dell’Est. Said e Roham sono gli ultimi immigrati con cui ci siamo confrontati. Vivono

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Da “L’INFORMATORE AGRARIO” Numero 39 - 2006 NEGLI USA SALE L’ALLARME PER L’AGROTERRORISMO

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PaNor AM A in una chabola. Schivi all’inizio, dopo qualche chiacchiera sono riusciti a lasciarsi andare. “Quella distesa di rottami laggiù”, dice Said, “era la baracca dove vivevamo prima che arrivasse la polizia per abbattere al suolo le nostre case”. Per lui, una domanda su tutte. Ma perché non torna nel suo Paese? Non è possibile che lì vada peggio. Said non ha dubbi. E ci dà una risposta che non ammette repliche. “Perché mi vergogno di tornare dai miei ridotto così”. (Chiara Dino)

Da “L’INFORMATORE AGRARIO” Numero 39 - 2006 È TEMPO DI CASTAGNE E MARRONI, COMMERCIALIZZIAMOLI MEGLIO! L’esperienza maturata nel corso della campagna di commercializzazione 2005-2006 mi suggerisce di sottolineare quelli che sono i punti di debolezza della nostra castanicoltura. Uno dei più clamorosi errori di tecnica commerciale che si registrano è quello di portare sui grandi mercati ortofrutticoli centinaia di quintali di castagne e marroni confezionati in vecchi sacchi di juta olandesi (di recupero dalla commercializzazione della patate da consumo o da seme) con all’esterno un solo cartellino nel quale accanto all’indicazione della zona di raccolta, anziché usare i termini consueti che indicano il numero di frutti per chilo, vengono definiti “fioroni” i marroni con 50-60 pezzi per chilo; di categoria “prima” quelli con 60-70 pezzi/kg; di “seconda” quelli con 75-85 frutti/kg e di “terza” le pezzature che vanno da 90 a 120 frutti/kg. In un momento in cui tutti gli addetti alla filiera agroalimentare o agrocommerciale stanno cercando di perseguire il massimo della trasparenza nei confronti del consumatore, presentarsi alla gara del mercato con sacchi usati, con scritte olandesi e con indicazioni generiche risulta sempre oltremodo penalizzante. Altro problema che si riscontra spesso è la falsa indicazione rispetto alla provenienza, non solo a livello nazionale, ma anche per il prodotto di importazione. È noto che, nel tempo, alcune zone di produzione sono state in grado di ottenere ottimi ri78

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scontri e riconoscimenti sia a livello nazionale che europeo. Per citare un esempio, è il caso del Marrone di Castel del Rio Igp, l’unico in Emilia-Romagna a vantare tale riconoscimento comunitario. A questo proposito è nato il dubbio, che fuori dal comprensorio di appartenenza (qualcuno dice anche dentro) le denominazioni di Castel del Rio, o altre, siano state usate impropriamente per prodotti di altre provenienze: Cuneo, Monte Amiata, Marradi, Reggio Emilia o Benevento, per fare degli esempi. Non solo, essendo nota da tempo l’importazione di marroni dalla Turchia, altri malpensanti ritengono che diverse partite siano state “nazionalizzate”. Se così fosse bisogna cominciare a tutelare seriamente la produzione nostrana e di fronte alla flagranza del reato denunciare chi si presta a questo tipo di speculazione. A pensarci bene però è incredibile: abbiamo un territorio che è tutto una cartolina illustrata, con immagini di tipo paesaggistico e storico che altrove neppure si sognano e che altri non possono imitarci e non pensiamo al modo migliore per valorizzare questo patrimonio unico. Occorrerebbe allora accompagnare il prodotto, all’interno delle proprie confezioni (che non dovrebbero superare il peso di 2 o 3 kg), castagne o marroni che siano, con locandine che riportino la carta d’identità del prodotto stesso e tutte le caratteristiche fisico-chimiche, con il contenuto in sali minerali, vitamine, ecc. Bisogna inoltre illustrare i diversi modi di utilizzo in cucina di questi frutti attraverso ben studiate ricette, ricordandoci che buona parte della popolazione si avvicina a castagne e marroni sia per curiosità, sia per andare a cercare sapori antichi di cui ha perso la memoria, o che addirittura non ha mai provato. E allora quanto può costare inserire nelle confezioni da 2, 3, 5 e 10 kg una o due locandine che parlino chiaramente e brevemente di quattro cose: della gente di montagna che cura il castagneto, del comprensorio o territorio di produzione, delle caratteristiche organolettiche e nutrizionali e dei sistemi culinari di consumo? Costerebbe poco. Qualcuno, però, ha finalmente cominciato a pensarci. Ora occorre che lo facciano anche molti altri. (Roberto Piazza)

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Gli operatori: il trend di crescita è rallentato, meglio puntare sulle nicchie di qualità

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al giorno. “Spero di essere smentito, ma facendo un ragionamento di macroeconomia, dopo otto anni di crescita costante, è fisiologico che il mercato vada ad assestarsi”, aggiunge Fatano. A risentirne sarà inevitabilmente la frutta esotica tradizionale. L’ananas ha già iniziato a subire una leggera flessione. Ma negli ultimi sei mesi la crisi dei consumi ha pesato anche sul segmento di “nicchia”, vale a dire quello di alta qualità e delle varietà meno conosciute. Per le banane, con la rivoluzione dell’Ue e l’introduzione del sistema a tariffa, tante aziende si sono gettate alla conquista del mercato, con il risultato che c’è stato un appesantimento della quantità di merce scambiata. “Questi operatori non hanno le strutture logistiche adeguate - spiega l’amministratore delegato di Interfrutta -. Alcune non hanno nemmeno i terminal sui porti”. E così il rischio è che il principio della libera concorrenza introdotto dalla Commissione Europea si riduca ad una bolla di sapone, lasciando il settore ancora

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Si va verso un rallentamento dei consumi anche per quanto riguarda la frutta esotica. Le importazioni di ananas, banane e noci di cocco si stanno consolidando sui valori attuali. Margini di crescita restano solo per la papaia, che negli ultimi anni ha conosciuto un vero e proprio boom, per il mango, che inizia ad essere presente sulle nostre tavole, e per alcune varietà minori ancora poco diffuse. Ma l’Italia non raggiungerà, almeno nel breve periodo, i quantitativi di prodotto che vengono venduti negli altri Paesi dell’Ue. Come per le produzioni locali, anche per le importazioni di frutta non tradizionale si avvertono, quindi, segnali di stallo. E a poco è servita una liberalizzazione, come quella della banane, che ha consentito il passaggio del “sistema a licenza” a quello “a tariffa”. Anzi, in questo caso pare, fanno sapere gli operatori del settore, che i risultati siano stati anche peggiori, con il risultato di “avere consegnato il mercato ad aziende improvvisate e prive delle piattaforme logistiche necessarie”. “Il settore dell’esotico è abbastanza maturo e non ci sono grossi margini di crescita”, dice Roberto Fatano, amministratore delegato di Interfrutta. L’azienda di Lecce conta su oltre novant’anni di attività nell’import-export. Si estende su una superficie di 15 mila metri quadri e ha una capacità produttiva di mille quintali

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Frutta esotica, fase d’assestamento Papaia e mango tirano Importare banane conviene meno

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Da sinistra Simon De Carli di AmaTrade e Fabio Vazzana di Sabrosa Italia. Per gli operatori la fase attuale di mercato è difficile

nelle mani delle multinazionali. Una soluzione per contrastare i grossi Gruppi produttori, per le medie aziende sarebbe quella di aggregarsi o riunirsi in consorzi. “Ma non è così semplice - puntualizza Fatano -. In linea di principio il progetto è condivisibile, ma è difficile trovare i partner giusti. E poi le multinazionali

non sono un male assoluto”. Dell’equosolidale ha fatto, invece, una filosofia aziendale l’AmaTrade con sede a Milano. È nata nel 1995 con l’intenzione di fare da ponte tra i Paesi dell’Africa, dell’America Meridionale, dell’Asia e il mercato italiano. Ha stretto rapporti con cooperative di produttori della Colombia, del Gha-

na e della Thailandia e vende annualmente 15 milioni di chili di frutta esotica per circa 17 milioni di euro di fatturato. “Il nostro è un mercato di nicchia e di alta qualità - afferma Simon De Carli, responsabile di AmaTrade -. È ancora in crescita, anche se non è più remunerativo come una volta. Ma dà soddisfazione e permet-

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te di costruire qualcosa nei Paesi con i quali si intrattengono gli scambi commerciali”. Cerca di importare frutta esotica particolare, da far conoscere ai consumatori più esigenti, la Alma di Milano. È il caso del bananito o del passion fruit. “Una volta il prezzo dell’esotica veniva tenuto più basso - ricorda il direttore commerciale Claudio Gorini -. Adesso si è omologato anche perchè è più conosciuta. Ma noi continuiamo a credere in produzioni particolari e di nicchia”. L’azienda commercializza principalmente tre prodotti: 280 mila chili di avocado, 200 mila chili di papaia, 160 mila chili di mango. All’ananas e alla banana Alma ha invece rinunciato: “Le multinazionali sono troppo competitive”, assicura. Alle piantagioni dirette nei Paesi produttori, l’Alma ha scelto l’acquisto volta per volta: “In questo modo si superano le difficoltà della filiera”, risponde. E sulla possibilità di aggregazioni tra aziende dell’agrindustria è determinato: “Vedo difficile fare lobby, perché tra concorN o v e m b r e

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mentre le verdure tirano, essendo impiegate nella preparazione di svariate pietanze. E noi commercianti del settore, ci adeguiamo aumentando le referenze e acquistando i prodotti che vanno per la maggiore”. Si avvicina intanto il Natale, periodo di cesti, molto spesso colmi proprio di frutta esotica. Una consuetudine particolarmente diffusa nel Centro Nord Italia. Tra i fornitori di materia prima c’è anche Garletti, importante riferimento nell’area coperta dall’Ortomercato di Bergamo che va dalla Svizzera al lago di Garda. Nel sito internet www.fruttaesotica.it, curato proprio da Garletti, è possibile approfondire la conoscenza dei principali frutti d’Oltremare e dei prodotti immessi sul mercato dalla società tra cui spiccano, per l’appunto, svariati tipi di cesti di frutta tropicale.

renti c’è una guerra all’arma bianca”. Per contrastare il “rilassamento” del mercato, Fabio Vazzana, titolare di Sabrosa Italia, è certo: bisogna abbattere i costi di trasporto. “Per le importazioni viene usato quasi esclusivamente l’aereo - dichiara -. Per ridurre le spese bisogna sviluppare, invece, i collegamenti via mare”. La ditta, che ha la sua base di comando a Milano, ha rapporti con Cile, Australia, Argentina e Messico. La papaia e il mango sono i due

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Ma quale nicchia. La frutta esotica vale ormai il 10% dei consumi frutticoli degli italiani. Parola di Berardino Abbascià, fornitore specializzato di ristoranti e mense del milanese e titolare di alcuni punti vendita nel centro del capoluogo meneghino. “Dopo il boom di una decina di anni fa abbiamo assistito ad un assestamento, la frutta esotica si vende costantemente senza alti e bassi particolari”, mette in rilievo Abbascià. “È peraltro l’Horeca il canale dove si registra un maggiore incremento nella richiesta di mango, papaia, litchies e via dicendo: nei ristoranti ormai la frutta esotica è diventata una consolidata abitudine”. L’aumento del numero di stranieri, invece, ha generato una impennata commerciale soprattutto per le verdure etniche: “La frutta esotica - spiega Abbascià - per chi viene da Paesi lontani ha poco appeal,

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Nei punti vendita le verdure d’Oltremare battono la frutta L’Horeca mostra margini di sviluppo maggiori dei ristoranti

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frutti che si stanno imponendo maggiormente negli ultimi anni. Con buone prospettive di crescita il manager di Sabrosa vede il passion fruit, “ma per farlo conoscere ai consumatori occorrerà tempo e numerosi investimenti”. Per quanto riguarda i rapporti con le multinazionali Vazzana rassicura: “Sono più tesi quando un gruppo ha il predominio su un certo frutto, ma possono essere anche degli ottimi partner commerciali”. Emanuele Bonora 81


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È la banana il vero frutto “globale” Il 20% del raccolto viene esportato La dimensione del commercio internazionale di prodotti agricoli è relativamente limitata: la maggior parte del commercio avviene all’interno dei singoli Paesi o dei blocchi regionali (ad esempio nei confini dell’Unione Europea). Gli unici prodotti oggetto massiccio di esportazione sono quelli tropicali, come il caffè, di cui si esporta l’80% della produzione, il cacao, l’olio di palma, il caucciù. Altri prodotti largamente esportati sono le banane (20% della produzione), il cotone (30%), il the (40%) e la juta (10%). Fra i cereali invece, il più commerciato è il frumento (17% della produzione), segue il grano duro (mais e orzo) con l’11%. Fra i prodotti di origine animale, solo per la carne bovina si raggiunge un mercato pari al 10% della produzione. Dati che sottolineano chiaramente il valore delle banane nel commercio alimentare internazionale. Le banane prodotte nell’Ue rappresentano il 16% dell’approvvigionamento del mercato comuni-

Gli europei ne consumano 4,6 milioni di tonnellate. E quest’anno il dato crescerà di un ulteriore 6%

tario. Vengono coltivate nelle regioni ultraperiferiche (isole Canarie, Dipartimenti francesi d’oltremare della Martinica e della Guadalupa, isole Azzorre e Madera), situate nelle regioni tropicali e subtropicali e in minima parte (meno del 2%) a Cipro, in Grecia e nel Portogallo continentale. In Europa si consuma in media 4,6

Liberalizzazione, bilancio di 10 mesi «La tariffa unica sta riducendo i margini» Più ombre che luci dalla liberalizzazione del mercato delle banane. Stando al parere degli “addetti ai lavori” raccolto da Upper-Mark Up, la tariffa unica d’importazione a 176 euro a tonnellata che ha pensionato, dal gennaio di quest’anno, le quote tariffarie, sta rendendo la vita difficile ai protagonisti tradizionali del settore. All’aumento dei prezzi e dei costi a carico dei produttori, si fa presente ad esempio in Dole Italia, non ha corrisposto un aumento corrispondente dei prezzi di distribuzione e vendita a causa della domanda frammentata e della forte concorrenza generata soprattutto dalla grande distribuzione. Tuttavia, precisa Grotta, questo potrebbe essere un effetto transitorio; e un mercato libero, è di per sé un fatto positivo. Anche Gf Group lamenta che il conto economico è peggiorato per colpa della maggiore polverizzazione, anche se i reali effetti della liberalizzazione si potranno leggere fino in fondo solo fra un po’ di tempo. Più critico Fyffes-Peviani: concorrenza aggressiva e margini sempre più esigui stanno mettendo in seria difficoltà chi opera nel settore, e il calo dei valori azionari dei grandi gruppi è lì a dimostrarlo. 82

milioni di tonnellate di banane, con un trend in aumento: dal primo gennaio 2006 ad oggi, a esempio, è cresciuto del 6% l’import di banane dall’America Latina. E questo, sottolinea l’Unione Europea, nonostante le critiche sollevate da paesi terzi sulla nuova tariffa unica semplificata che Bruxelles ha introdotto all’inizio dell’anno con una sola eccezione per i produttori dei Paesi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico che hanno sottoscritto un accordo con l’Ue). Il 20 settembre inoltre la Commissione Europea ha elaborato una proposta di riforma del regime di aiuti ai produttori di banane che prevede di accordare 280 milioni di euro ai produttori del settore. I fondi Ue sono destinati a sostenere un’attività che dà lavoro a quasi 24.000 addetti, soprattutto nelle aree ultraperiferiche d’Europa. Con la nuova proposta, la Commissione Europea tiene a sottolineare di essersi “decisamente schierata a favore dell’abolizione degli attuali aiuti compensativi ai produttori di banane per compensare la differenza tra i prezzi mondiali più bassi e quelli mondiali più elevati e trasferire le somme spese per il sostegno dei produttori di questo settore al finanziamento del programma “Posei”, destinato ad aiutare l’agricoltura delle regioni ultraperiferiche dell’Unione”. Per le banane prodotte fuori dalle regioni ultraperiferiche, parte delle somme sarebbe trasferita al regime di pagamento unico all’azienda come per altri prodotti agricoli riformati nel rispetto dei principi della riforma della politica agricola comune (Pac) del 2003. Il nuovo regime comunitario, dopo approvazione del Consiglio Ue dovrebbero applicarsi a partire dalla campagna di commercializzazione 2007. N o v e m b r e

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Internet prezioso alleato per scoprire frutti misconosciuti

http://www.fairchildgarden.org/horticulture/man gowrks.shtml È il sito ufficiale di uno dei più importanti giardini botanici del mondo, interamente dedicato alle piante tropicali. L’istituzione si propone di diffondere, coltivare e far conoscere le piante esotiche. Il sito è estremamente ricco di informazioni e di link utili. Rintracciabilità: ottima Grafica: ottima Utilità: buona http://www.archaeolink.com/prepare_fruits_vegetables.htm È un sito che si occupa di antropologia dell’alimentazione. Interessantissima la sezione dedicata alla frutta ed alla verdura con tutti i link utili per le ricette dal mondo a base di frutta. Ampio spazio è dedicato alla frutta tropicale. Rintracciabilità: buona Grafica: ottima Utilità: buona http://www.avocado.org/ Non poteva mancare in questa elencazione il sito della Fresh California Avocados, un board per promuovere la conoscenza e la diffusione del prezioso frutto. Il sito è estremamente ricco di informazioni, ben costruito ed idoneo sia a lettori addetti ai lavori sia a consumatori. Rintracciabilità: buona Grafica: buona Utilità: buona

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http://calavo.com/ Un sito d’impresa, con il marchio californiano di avocados più noto. Il sito è estremamente ricco e colorato, un ottimo modello per rappresentare un prodotto in chiave commerciale. Rintracciabilità: buona Grafica: buona Utilità: buona http://www.ecst.csuchico.edu/~durian/ Un sito interamente dedicato alla frutta esotica del Sud Asia. All’interno vi si possono trovare informazioni nutrizionali, ricette e notizie tecniche e botaniche. Il linguaggio e la grafica del sito sono molto accattivanti ed estremamente complete. Rintracciabilità: buona Grafica: buona Utilità: buona http://www.proscitech.com.au/trop/link.htm Un elenco di frutti tropicali con annessa foto e scheda tecnica comprendente le varietà e le caratteristiche di adattabilità. Molto interessante e semplice offre un valido ausilio per chi si interessa del settore. Rintracciabilità: scarsa Grafica: buona Utilità: buona http://www.crfg.org/pubs/frtfacts.html Un libro on line dell’associazione California Rare Fruit Growers, offre un dettaglio tecnico elevato, informazioni su tutti i più importanti frutti tropicali coltivati nel mondo. Rintracciabilità: scarsa Grafica: buona Utilità: buona Alessandra Ravaioli N o v e m b r e

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