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TACCUINI DI VIAGGIO BOLIVARIANO di Ciro Brescia

con la collaborazione di ViceVersa

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TACCUINO DI VIAGGIO BOLIVARIANO

Caracas, 30 Marzo. ABN.- "La putrefazione mediatica si diffonde ovunque perché non sono solo i media ad essere imputriditi ma si sono imputriditi anche i giornalisti e le giornaliste.", ha sostenuto il sociologo venezuelano Vladimir Acosta. In un suo intervento nell'Incontro Latinoamericano contro il Terrorismo Mediatico, che si è tenuto nel Centro di Studi Latinoamericani Romulo Gallegos, Acosta ha detto che i mezzi di comunicazione nel mondo sono pieni di irregolarità che non permettono alla popolazione di formarsi giudizi di valore personali. "Questi media ci rendono incapaci, infermi e ci tolgono la capacità di pensare, di analizzare, di farci un giudizio e creano l'arma della sfiducia e del dubbio", ha sostenuto Acosta nel suo discorso sul terrorismo mediatico. Ugualmente ha esortato la popolazione a creare nuovi modi di informazione che rendano la comunità partecipe nella costruzione dell'informazione per stabilire la democrazia nei media di comunicazione nel mondo. "E' necessario cercare altri modi per informare, altri media, un'altra televisione e altra stampa, chiediamo di essere partecipi nella democratizzazione di tutti i media, di accedere ai media, smettere di essere recettori passivi di menzogne e di immondizia che ci fanno agire contro i nostri stessi interessi", ha dichiarato Acosta. Ha esortato a che si concretizzi la vera rivoluzione del giornalismo al fine che si faccia in tutti i terreni e piani, e si lotti in questo modo contro il terrorismo mediatico. Il sociologo venezuelano, inoltre, ha affermato che i giornalisti si sono trasformati in mercenari dell'informazione. "Il giornalismo necessita di una rivoluzione in tutti i terreni e su tutti i piani; sono diventati mercenari senza alcuna etica, legati solamente al denaro di un sistema che si basa sulla menzogna." [trad. da Fuerza Punto 4, Caracas, 1ra Quincena de Abril de 2008, pag.18]

La notizia è di quelle che, anche volendo, non possono passare inosservate, ancor di più quando a darla è la CNN: negli Usa si sta razionando la vendita del riso, non più di due pacchi a persona. Chavez a reti unificate, en cadena, ironizza, forse hanno deciso di applicare il modello cubano. Un esperto su ‘CNN en español’ afferma che c`è abbastanza cibo per sfamare il mondo intero ma non ci sono abbastanza soldi per comprarlo, dunque, ogni cinque secondi muore, con maggiore probabilità, una bambina, poiché il genere femminile è maggiormente colpito dalla miseria. Maria León, storica guerrigliera e dirigente comunista, è stata messa alla testa del Ministero del Potere Popolare per los asuntos de la mujer, festa grande nel salone dell’Hotel Alba.

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La vittoria di Lugo in Paraguay viene definita dal Comandante un’altro chiodo sulla bara del capitalismo e la crisi alimentare l’inizio della rivoluzione mondiale. Secondo ‘l’esperto’ della CNN, la soluzione alla crisi alimentare è una politica pubblica corretta che miri a finanziare i produttori e identifica nella scelta sui biocombustibili una delle principali cause di questa crisi. La scoperta dell’acqua calda, verrebbe da dire – saranno almeno sei mesi che Fidel scrive le sue reflexiones a tal proposito – anche se c’è sempre qualcuno che tenta di sviare e fare confusione tentando di addossare la responsabilità ai governi dei paesi produttori di alimenti come Argentina, per esempio, che ha messo in campo alcune misure per frenare le esportazioni al fine di non mettere in difficoltà le necessità interne, oppure il Brasile, che non è stigmatizzato per gli accordi con gli Usa sui biocombustibili ma perché preferisce rispondere, prima di tutto, alle necessità interne. Quando, poi, queste accuse vengono mosse dai principali media che rispondono agli interessi di Washington, e, peggio, vengono riprese anche in Italia da coloro che sembrano essere le menti più critiche e che proprio oggi, il giorno della Liberazione, si mobilitano in tutto il paese per richiedere una corretta informazione, la dice lunga di quanta confusione ci sia in giro. Proprio come è accaduto con le menzogne sul Kossovo, sul Tibet o sul sionismo. Ci cascano in tanti. L’altro ieri ricorreva il 138' anniversario della nascita di Lenin, il principale canale pubblico Canal 8, ufficialmente denominato VTV, ce lo ricorda periodicamente con un "corte" - come dicono qui - che, al posto della pubblicità commerciale e insieme ad altri cortes per altre ricorrenze, omaggia "il grande rivoluzionario russo, padre del primo stato socialista della storia". Mangiare alla mensa dell'Università Bolivariana del Venezuela è una soddisfazione. L’Università è concepita come Università popolare, aperta a tutti, quindi anche la mensa, chi ne ha bisogno entra senza problemi. Anche se la folla è tanta e per il futuro si prevede comunque un sistema di selezione, che sicuramente avrà le sue flessibilità, visto come funzionano le cose da queste parti. L’Università rilascerà una specie di permesso per accedere alla mensa. Facciamo una fila di una mezz’oretta, che però ci fa apprezzare il progetto comunicativo messo in atto da uno studente, con tanto di megafono e stereo, una radio di strada improvvisata sul momento, dove si intervalla musica llanera e messaggi di comunicazione sociale che si creano al momento con coloro che stanno in fila in attesa di entrare nel comedor. Un esempio di protagonismo e democrazia partecipativa messo in atto dagli studenti. Curiosità: nella sede dove i ciechi imparano ed insegnano anche le lingue straniere, c'è un cartello che ci erudisce in russo e spagnolo che "Mosca è la capitale dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche...".

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Dichiarazione di Caracas del Primo Incontro Latinoamericano contro il Terrorismo Mediatico.

1. Noi giornalisti, comunicatori, studenti della comunicazione dell’Americalatina, Caribe e Canada, riuniti a Caracas in questo primo incontro latinoamericano contro il terrorismo mediatico, denunciamo l’uso delle falsificazioni da parte delle transnazionali della comunicazione al fine di aggredire massivamente e senza soluzione di continuità i popoli ed i governi che lottano per la pace, la giustizia e l’inclusione.

2. Il terrorismo mediatico è la prima espressione e condizione necessaria del terrorismo militare ed economico che il Nord industrializzato impiega per imporre all’umanità la sua egemonia imperiale ed il suo dominio neocoloniale. Come tale è nemico della libertà, della democrazia e delle società aperte e deve essere considerato come la peste delle società contemporanee.

3. A livello regionale, il terrorismo mediatico, utilizzato come arma politica al fine di rovesciare governi democratici di paesi come Guatemala, Argentina, Cile Brasile, Panama, Grenada, Haiti, Perù, Bolivia, Rep. Dominicana, Ecuador, Uruguay e Venezuela, è utilizzato, oggi, per sabotare qualsiasi possibilità di accordo umanitario, o soluzione politica, del conflitto colombiano e per regionalizzare la guerra nella zona andina.

4. L’attuale lotta democratica in Ecuador, Bolivia e Nicaragua, insieme a Brasile, Argentina ed Uruguay e Messico, conferma la volontà politica delle nostre società di sbarazzarci dell’aggressiva e simultanea campagna di diffamazione delle transnazionali informative e della SIP, Società Interamericana di Stampa. Cuba e Venezuela rappresentano chiaramente i colpi più vigorosi di questa battaglia ancora aperta. Siamo inoltre obbligati ad approfondire i nostri sforzi davanti alla drammatica situazione che attraversa il giornalismo democratico in Perù, Colombia ed altre nazioni.

5. Tale incontro latinoamericano ha mostrato la necessità di creare la Piattaforma Internazionale contro il Terrorismo Mediatico che convoca ad un nuovo incontro, da realizzarsi entro due mesi, al fine di coinvolgere altre realtà come la FELAP, La Federazione Latinoamericana dei Giornalisti, che ha difeso in maniera esemplare il diritto alla verità nella crescita delle coscienze dei popoli latinoamericani e del Caribe, con la divisa che incarna i suoi principi: per un giornalismo libero in libere patrie.

6. Impegnata a criminalizzare tutte le forme di lotta e resistenza dei popoli, con il pretesto di una fallace nozione di sicurezza, l’amministrazione fondamentalista di G.W. 6


Bush si è resa responsabile della sistematica aggressione terrorista degli ultimi anni contro i mezzi di comunicazione alternativi, popolari e comunitari, inclusi alcuni imprenditoriali.

7. L’informazione non è una merce. Come la salute e l’educazione, l’informazione è un diritto fondamentale dei popoli e deve essere oggetto di politiche pubbliche permanenti.

8. Convinti che questa storia è cominciata 200 anni fa, ratifichiamo l’impegno di coloro che ci hanno preceduti con il proposito di indirizzarci ad un esercizio etico della nostra professione, aderenti ai valori della democrazia reale ed effettiva ed alla veritiera diffusione che si meritano i diversi pensieri, credenze e culture.

9. Non solo la SIP, ma anche gruppi come RSF, Reporters Senza Frontiere, rispondono ai diktat di Washington nel falsificare la realtà e nella diffamazione globalizzata. In questo contesto, la UE copre un ruolo vergognoso che contraddice l’eroica lotta dei suoi popoli contro il nazifascismo.

10. Nella forgia dell’unità dei popoli latinoamericani e caraibici, i firmatari di questa dichiarazione chiamano i professori e gli studenti della comunicazione sociale a considerare il terrorismo mediatico come uno dei problemi centrali dell’umanità. Convochiamo i giornalisti liberi ad impegnarsi, ad approfondire i loro sforzi nella costruzione della pace, lo sviluppo integrale e la giustizia sociale.

11. Con questo spirito esortiamo tutti i capi di Stato dell’Americalatina e dei Caraibi ad includere il tema del Terrorismo Mediatico, in tutti le riunioni e fori internazionali. Caracas, 31 Marzo 2008

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Caracas, 7 Aprile 2008, Giusto il tempo di posare i bagagli dopo dodici ore di viaggio e subito mi sono ritrovato proiettato in una riunione di un battaglione socialista del costruendo PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela) nella parroquia (come a dire quartiere) de Los Ruices, zona di cosiddetta classe media, palazzoni di 20/25 piani ad uso abitativo che visti dall'esterno ricordano più la periferia napoletana di Scampia piuttosto che un quartiere di ceto impiegatizio e di middle class - sempre per restare nel metro di valutazione partenopeo - come potrebbe essere il quartiere collinare dell'Arenella. In compenso il traffico è caotico uguale ma con le strade larghe il doppio o il triplo di quelle di Napoli. Il Battallon socialista 639 si incontra nell'edificio ex INCE nell'Avenida Francisco de Miranda, una delle strade caraqueñe principali. L'INCE corrispondeva grossomodo alla nostra scuola per l'avviamento professionale di un tempo. Oggi si chiama Scuola di Formazione Socialista, una scuola tecnica pubblica informata dai valori di cooperazione popolare, protagonismo partecipativo e solidarietà sociale. L'Istituto scolastico è ben riconoscibile da lontano da un enorme cartellone che lo sovrasta con il faccione sorridente di Ernesto Che Guevara affiancato da una scritta a caratteri cubitali ¡Patria, Socialismo o muerte. Venceremos! Non ti puoi sbagliare, c'è il logo del governo bolivariano, non sei a Cuba. Anche se, per fortuna, L'Avana non é lontana. El Battallon 639 è stato dedicato alla memoria del giovane di questa parroquia Marini Bottin, evidentemente di origine italiana, luchador social durante la dittatura 'perezjmenista' http://www.efemeridesvenezolanas.com/html/marcos.htm quando il Partito comunista qualche problema lo aveva e i combattenti venivano torturati nelle carceri del regime del suddetto. Di ogni battaglione, nominalmente, possono far parte 300/400 iscritti al PSUV nella zona di appartenenza. Un battaglione di avanguardia si occupa di coordinare ed organizzare le attività con l'obiettivo di coinvolgere un numero di partecipanti sempre più ampio. Alla riunione a cui assisto si tratta di eleggere i dirigenti del coordinamento regionale del Partito, ancora in fase di costruzione. Hanno preso parte al voto una cinquantina di militanti o aspiranti tali, facenti parti di quella massa di sei milioni ed oltre che - in tutto il paese - hanno fatto richiesta di adesione. In Americalatina, e forse nel mondo, non si ha idea di qualcosa di tali dimensioni; considerando che la popolazione totale é di circa 26 milioni di abitanti. Più che una riunione di partito, come siamo abituati a pensarla noi, di formali ed ingessati, sembra una surreale assemblea di condominio che si svolge in una scuola. Surreale proprio perché composta da casalinghe, studenti, pensionati, lavoratori che non sembra abbiano alcuna intenzione di alzare, fantozzianamente, sedie per darsele di santa ragione all'apertura dei lavori. Anzi. Si respira un'aria da CDR cubani (i Comitati di Difesa della Rivoluzione). Applausi, convivialità, rispetto e considerazione umana. Proprio di ciò di cui c'è bisogno, a dimostrazione che è possibile discutere e confrontarsi, essere anche in 8


disaccordo ma ascoltandosi, magari facendo anche osservazioni improprie ed inopportune e si sa, solo chi non agisce è sicuro di non commettere errori. All’ingresso della Scuola di Formazione Socialista c’è la stazione della metropolitana Los Corticos, una rete metropolitana moderna e funzionale costruita con il contributo dei francesi e, in parte, anche degli italiani. Quattro linee in ulteriore espansione per raggiungere le principali mete della Gran Caracas. Sfortunatamente non si può dire lo stesso dei trasporti pubblici si gomma e dei Taxi, a Caracas non esiste ancora una rete di trasporto pubblico di Bus vera e propria, sono piccole o meno piccole cooperative a cui il governo rivoluzionario ha imposto il costo del biglietto a un bolivar e dieci centesimi. Da poco é stata introdotta la nuova moneta, il Bolivar Fuerte; ricordate il progetto di lira pesante di cui si ragionava una volta in Italia prima dell’introduzione dell’Euro? Stesso principio. Sempre su Avenida Francisco de Miranda subito dopo la Scuola di Formazione Socialista c’è la struttura dell’ex fabbrica tessile occupata, oggi ci sono cooperative che producono i più diversi prodotti, un consultorio medico popolare e il nuovo mercato popolare pubblico, il Pedeval, gestito dall’azienda di stato del petrolio, la PDVSA. Los Pedevalitos, così chiamano i vari mercati di quartiere hanno affiancato i Mercal, per rafforzare l’azione di contrasto dei grandi gruppi economici del settore alimentario che hanno determinato un’azione di sabotaggio facendo sparire dagli scaffali dei negozi i beni alimentari di prima necessità – é molto più facile trovare latte in polvere bielorusso che latte di mucche venezuelane... – per mettere in difficoltà il processo bolivariano. Quando un settore produttivo privato non funziona, mancando di soddisfare le esigenze della collettività viene espropriato e nazionalizzato. L’ultima in ordine di tempo ad essere nazionalizzato é stato il settore della produzione cementizia; in Venezuela si stanno costruendo case ed edifici in grande quantità, con l’obbiettivo di eliminare i ranchitos, le baraccopoli che circondano Caracas e dove vivono, ancora oggi, centinaia di migliaia di senzatetto. Nei municipi dove governano gli oppositori, i rappresentanti dell’oligarchia, sorgono come funghi americanissimi Mall, i centri commerciali, vere e proprie città del negozio. L’economia é in forte crescita; pochi paesi al mondo possono vantare una crescita a due cifre del PIL come Cuba, la Cina, la Bielorussia, forse l’Iran ed il Venezuela, tutti paesi considerati ‘l’asse del male’ secondo la politica estera di Washington. Murales inneggianti alla partecipazione, al protagonismo popolare, alla contraloria social, ai consejos de los trabajadores, al Poder Pupular, passando per i circoli ricreativi di scacchi, e, ovviamente, alla rivoluzione socialista, sono ovunque, quasi a fare a gara con la cartellonistica pubblicitaria mercantile che pure non manca. Da precisare che lo scenario classico, testé descritto, é quello di zone, di classe media ed alta, dove i movimenti bolivariani sono una netta minoranza! Qui a Los Ruices il movimento bolivariano non supera il 20/30 per cento. Qui vicino al Bar degli italiani si incontra Rocco, un settantenne emigrante lucano di Tricarico, amante della musica e del canto – mi parla di Nilla Pizzi, Claudio Villa ed altri di cui non ricordo i nomi, come se li avesse sentiti poco prima alla radio, praticamente rimasto senza famiglia e che non naviga certamente nell’oro, non vede l’Italia da cinquant’anni; di se stesso dice di essere formalmente un semianalfabeta, ma 9


autodidatta, ed é bello sentirlo parlare dei suoi studi sui giochi alternativi noncompetitivi. Lui é convinto che sia importante educare i bambini e le giovanissime generazioni utilizzando il gioco e formarli facendoli tendere alla cooperazione, all’autonomia di pensiero e all’esperienza solidale e che i sistemi educativi debbano tenerne presente. Come non essere d’accordo? Le televisioni, le radio ed i giornali, passano le interviste di Giordano Bruno Venier, http://www.lapatriagrande.net/010_Circulo_Gramsci/circulo_gramsci_2008/v.. http://www.lapatriagrande.net/venier.htm del Circolo Bolivariano “Antonio Gramsci”, candidato nella circoscrizione estera per le prossime elezioni in Italia. Il suo slogan é Socialismo per una nuova Italia, per una nuova Europa, per un Nuovo Mondo, Una soluzione radicale per l’essere umano ed il pianeta. Evidentemente per discutere seriamente del futuro, c’é bisogno che l’impulso parta da Caracas, anche per l’Italia. Subito dopo la televisione pubblica trasmette un servizio sulla rete globale del Trueque e il sistema di scambio economico con l’utilizzo delle monete locali alternative, sistema che si va sviluppando soprattutto nelle comunità rurali. Sicuramente dimentico qualcosa che volevo socializzarvi, ma avrò certamente occasione. Domani inizia qui a Caracas il Convegno Mondiale per la Pace e la lotta all’Imperialismo. Si prevedono numerose delegazioni. Hasta pronto Ciro

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Caracas, 9 aprile 2008, L’azienda siderurgica dell’Orinoco (SIDOR) é stata appena nazionalizzata (o meglio rinazionalizzata dopo la devastazione liberista). SIDOR é la principale industria venezuelana del settore. Gli operai metalmeccanici – la classe operaia industriale classica di cui gli intellettuali organici alla borghesia da decenni non fanno altro che dichiararne la morte – sono scesi in piazza giubilanti. http://www.aporrea.org/trabajadores/n112169.html Questo risultato non è una concessione - sia ben chiaro - è il risultato della lotta di classe in atto in Venezuela che proprio poche settimane fa ha registrato arresti e feriti da parte delle forze dell’ordine durante le mobilitazioni operaie. Anche le forze dell’ordine sono state ‘nazionalizzate’ da pochi giorni, prima ogni stato aveva la sua. Ventitré stati, ventitré polizie, oltre alle polizie municipali. La polizia in Venezuela è sempre stata rinomata per i suoi livelli di corruzione, tutt’altro che ‘fisiologici’. I ‘governi amici’ possono anche esistere ma se non li si stimola rischiano di distrarsi, e le ´distrazioni´ da queste parti non sono poche. Si el pueblo no se arrecha el gobierno va a la derecha, c’è scritto su qualche muro. Lo scontro tra il potere istituzionalizzato (la burocrazia) e il potere costituente è permanente, guai a distrarsi, la guerra contro la burocrazia – sempre più spesso subdola e raffinata – è pane quotidiano e il partito rivoluzionario potrà nascere sul serio solo nel fuoco della lotta di classe e, più in generale, con lo sviluppo della guerra popolare prolungata. Qui Gramsci è letteralmente divorato, è facile trovarlo sulle bancarelle insieme a “L’arte della guerra” di Sun Tsu; L’alcaldia metropolitana ha pubblicato e diffuso (con la dicitura: questa é una pubblicazione gratuita – la commercializzazione di questo libro è da considerarsi un atto controrivoluzionario) testi su Marx, Lenin e Gramsci a fumetti “per principianti”. I testi sono stati realizzati da compagni argentini. E sono tutt’altro che banalizzanti e semplicistici. In Gramsci si spiega con una chiarezza disarmante la relazione dialettica tra il principio di egemonia e il principio dell’unità del politico e del militare: “le crisi rivoluzionarie si dirigono verso la rivoluzione o la controrivoluzione sul piano politicomilitare, il punto più alto delle relazioni di forza... anche se le crisi si risolvono sul piano politico-militare, il momento più importante è quello dell’egemonia”. Il sito è: http://www.paraprincipiantes.com/html/gramsci.shtml É in preparazione un altro volume su Mao e intanto nel centro di Caracas sembra proprio che la campagna abbia concluso l’accerchiamento; sotto le due torri di Parque Central i contadini curano le coltivazioni della struttura agroponica promossa dal Ministero per il Potere Popolare dell’Agricoltura. Roberto attraversa il vialone principale in cerca di un ospedale, viveva in un ranchito nella baraccopoli de La Guaira (Estado Vargas) fino al 1999 quando una serie di piogge torrenziali fecero franare il fianco della montagna travolgendo tutto e spargendo i cadaveri nell’oceano alla mercee degli squali. Novemila morti contati, le stime parlano di almeno 40 mila morti. Lui è sopravissuto, sua moglie – di origine siciliana - e i suoi figli no, nella tragedia ha riportato gravissime ferite ai genitali e da allora é costretto a girare per gli ospedali. Il suo racconto è straordinariamente sereno come chi ha saggiamente elaborato lutti e tragedie. Il nuovo 11


corso rivoluzionario era cominciato da un anno appena, ma a lui non ha portato molta fortuna. A pochi passi c’è la stazione Linea A della Metro di Bellas Artes, entrano repentini in tre nel vagone della metro, due armati dei loro cuatros (la chitarra classica venezuelana a quattro corde) e l’altro con las maracas, cantano, suonano e ballano contemporaneamente, il blitz del commando dura giusto il tempo di una fermata della metro, alla fine dell’operazione partono gli applausi da un estremo all’altro del vagone, dando l’idea di una pratica del tutto consuetudinaria, allungano contenti i bolivares fuertes nei cappelli dei luchadores musicales, anche questa azione ha avuto il suo esito. Caracas città violenta; per entrare ed uscire dagli edifici residenziali servono necessariamente le chiavi, i citofoni nella maggioranza dei casi non ci sono o quando ci sono non funzionano e quando funzionano non ci sono cognomi scritti, solo numeri, e in qualsiasi caso servono solo per comunicare e non per aprire cancelli e portoni, ovviamente più d’uno, ogni appartamento ha la sua cassaforte e fino al venticinquesimo piano trovi grate alle finestre. Si consumano decine di omicidi a settimana. Non è mai troppo tardi diceva il poeta, ma certi commentatori sembrano accorgersi solo negli ultimi anni dello sconcertante tasso di criminalità, quando si inizia a combattere davvero il fenomeno. La paraculaggine è la più triste delle infermità e l’affossi o con una grassa risata o con l’indifferenza, altrimenti rischi solo di ingigantirne la risonanza. Non lasciatevi avvelenare! Questa è la frase che risuonava nelle Tv dopo il fallimento del colpo di stato dell’undici aprile 2002 di cui cade tra due giorni l’anniversario. Caracas pullula di eventi e si fa fatica a seguirli e conoscerli tutti. Ieri nell’Hotel Alba a pochi metri dal Teatro Teresa Carreño dove si sta svolgendo il Convegno Mondiale per la Pace e la lotta antimperialista, lo stesso hotel che ospita le delegazioni mondiali che vi prendono parte, è stato presentato il libro di Sanchez Otero, ambasciatore di Cuba in Venezuela, Trasparencia de Emmanuel, alla presenza di José Vicente Rangel, nel quale si ricostruisce la missione che ha portato alla liberazione dei primi prigionieri delle Farc-Ep, un libro che evidentemente smonta tutte le idiozie che erano state avanzate dal giornalismo a bassa intensità di cui parla la giornalista argentina Stella Calloni. Arrampicatori, cerchiobottisti, sciacalli, manieristi, paracadutisti, come dicono da queste parti. Guarda, fatti una risata e passa. Mi trovavo proprio in quell’Hotel quando c’è stata la presentazione, ma solo dopo ho saputo dell’evento, al telegiornale della sera, la delegazione del PcdoB e le compagne brasiliane mi avevano risucchiato nella cerveceria del Teresa Carreño. Mentre tutte le televisioni del mondo filoimperialiste continuano a piangere le sorti dei poveri monaci tibetani il governo rivoluzionario comunicava il proprio orgoglio per la partecipazione alle olimpiadi di Pechino con la delegazione atletica venezuelana più numerosa della storia del paese, ribadendo la propria solidarietà alla hermana republica popular de China. L’autodeterminazione dei popoli é imprescindibile, ma non quando è la CIA a decidere chi si deve ‘autodeterminare’. Questo ovviamente al telegiornale, subito dopo aver letto e trasmesso il comunicato delle Farc-Ep sullo scambio umanitario affossato da Uribe. Un esempio di come si faccia correttamente informazione. Resistencia Internacional, la rivista delle Farc-Ep si trova un po’ dappertutto sulle bancarelle, in bella vista proprio il numero con la foto in prima pagina in cui le/i guerrigliere/i nella selva leggono Resumen latinoamericano. 12


Caracas, 11 Aprile 2008 (sesto anniversario dal fallimento del colpo di stato) Al teatro Teresa Carreño il 9 aprile si è tenuta la celebrazione del 60’ anniversario dell’assassinio di Jorge Elicier Gaitan all’interno del Convegno Mondiale della Pace e della lotta contro l’imperialismo. I compagni del PCV diffondono la Tribuna Popular, organo del Comitato Centrale del Partito. Per sgomberare immediatamente il campo da qualsiasi equivoco citano Lenin accanto alla testata: “La nostra attitudine davanti alla guerra è distinta dai pacifisti borghesi: comprendiamo i legami che uniscono la guerra con la lotta di classe, e comprendiamo che non si può sopprimere la guerra senza sopprimere prima le classi ed instaurare il socialismo”. Alla presenza, tra gli altri, di Orlano Fundora (Presidente del Consejo Mundial por la Paz y del Movimiento Cubano por la Paz y la Soberanía de los Pueblos) http://www.jps.org.mx/mmsc/documen/fundora.html - di una rappresentante delle Madres de Plaza de Mayo e del direttore della rivista colombiana La Voz e dirigente del Partito Comunista Colombiano: http://www.nodo50.org/voz/ - nella sala Ríos Reyna, quella dei grandi eventi, ascoltiamo l’intervento di Carlos A. Lozano Guillén, sottolinea che non esiste una soluzione al conflitto colombiano al di fuori di quella politica, ciò non significa – spiega il direttore de La Voz – che bisogna chiedere il disarmo dell’insorgenza ma, anzi, riconosce l’importanza che la guerriglia ha storicamente avuto in Colombia per la lotta in prospettiva una nuova società democratica e per la costruzione del socialismo. La pace si conquista attraverso il dialogo e l’accordo umanitario per lo scambio dei prigionieri tra le parti in lotta, non con il terrorismo di stato ed il paramilitarismo. Nella sala sono insieme a Mario Neri del Circolo bolivariano “Antonio Gramsci” di Caracas e qui incontriamo Dario – o meglio Darío come dicono da queste parti – che di paramilitarismo, e di controllo operaio, qualcosa ne capisce: http://www.azzellini.net/ Lo abbiamo conosciuto durante una visita a Napoli. Segue il fenomeno del paramilitarismo colombiano, smobilitato solo in teoria, ma come evidenzia lui stesso, fra i milioni di colombiani che si sono rifugiati in Venezuela in fuga dalla persecuzione genocida e terrorista dello stato e dei macellai paramilitari, si sono infiltrati anche i paracos ufficialmente smobilitati e che continuano a fare il loro lavoro sporco clandestinamente in Venezuela nel tentativo di destabilizzare il paese. Nell’ultima settimana si è registrata nei barrios la morte violenta di sei líderes dei movimenti comunitari. Non essendo la controrivoluzione riuscita a dividere e corrompere le masse popolari che sostengono la rivoluzione bolivariana in altro modo, hanno pensato bene di utilizzare altre strategie. Questo é un campanello d’allarme che forse non è stato ancora sufficientemente preso in considerazione. Darío ha denunciato ciò attraverso i media locali: http://www.aporrea.org/actualidad/n108669.html lo stesso Presidente l’ha notato e l’ha invitato a partecipare al suo programma domenicale Aló Presidente per socializzare una problematica tutt’altro che secondaria: http://www.youtube.com/watch?v=ZmAkRyZ-Y2s&feature=related http://www.youtube.com/watch?v=ZPNmWxxUi4I&feature=related 13


Un lavoro certamente coraggioso, utilissimo e disinteressato, il Comandante l’ha capito ed in diretta televisiva ha ordinato al vicepresidente Carnizales di fornirgli protezione. Il giorno dopo andiamo in visita a Los Teques, su un cucuzzolo di montagna da dove si domina la meravigliosa valle a sua volta dominata dal Guapotori (il capo dei capi) Guaicaipuro nel XVI secolo quando cacciò gli spagnoli dal territorio venezuelano. Darío segue l’evoluzione della lotta degli operai della ‘Inveval’ – che si trova proprio in cima al suddetto cucuzzolo - la fabbrica di valvole per le condutture utilizzate da PDVSA e non solo, una delle esperienze più avanzate in Venezuela in merito alla lotta per il controllo operaio nelle fabbriche. Io sono ben felice di accompagnarlo, insieme a noi i due agenti della DISIP addetti alla sua sicurezza. Segno dei tempi: quelli che furono tristemente famosi per la brutale repressione delle attività anticomuniste oggi ci accompagnano per incontrare gli operai rivoluzionari tra i più conosciuti in Americalatina insieme agli argentini della Zanon. Arriviamo lì senza nulla da mangiare e all’ora dell’almuerzo gli operai spezzano il loro pane con noi, quando si dice essere compagni. Sessantatre i dipendenti che eleggono i componenti del Consiglio di fabbrica, 30 gli operai nelle milizie popolari, l’attuale Reserva, chiacchieriamo con Julio che ci spiega l’importanza di rompere lo schema della divisione gerarchicamente capitalistica del lavoro attraverso un sistema che garantisca forme di rotazione dei compiti e degli incarichi, importante al fine di avere una visione complessiva del funzionamento dell’impresa/fabbrica. L’assemblea dei lavoratori si riunisce una volta al mese, il consiglio di fabbrica quotidianamente. Il vecchio padrone é attualmente anche il padrone della fonderia dove la fabbrica si approvvigionava e quindi oggi l’attività lavorativa è ridotta. Salta subito agli occhi una verità evidente: cattedrali nel deserto non hanno senso, una fabbrica sotto controllo operaio o che lotta per esso deve essere necessariamente inserita in un contesto sociale, economico, lavorativo e politico ampio ed organico, pena il decadimento dell’esperienza stessa; o il processo avanza approfondendosi ed ampliandosi o l’esperienza muore. Questo vale per l’Inveval così come per la rivoluzione venezuelana nella sua totalità. L’obiettivo degli operai è quello di superare il sistema misto cooperativo-cogestito che continua a portare il marchio dell'impresa capitalistica per costituire una società completamente pubblica e totalmente sotto controllo operaio. Un’impresa che richiede un alto livello di coscienza, di capacità di gestione e di conoscenze collettive, che non cadranno mai dal cielo ma che possono conquistarsi giorno dopo giorno nel calore della lotta di classe. Gli operai sono organizzati per Commissioni, politica, tecnica, valutazione, controllo e disciplina. Ramon, che a occhio e croce è alle soglie della pensione ci accompagna a visitare il cuore della struttura e ci mostra le macchine, alcune di produzione torinese, proprio come il modello dei consigli di fabbrica di gramsciana memoria, esperienza a cui fanno riferimento e che gli operai di questa fabbrica conoscono bene. Dice di essere come rinato da quanto esiste questa realtà, questa lotta rappresenta per lui la sua vita, la sua dignità, e la linfa per tutta la sua famiglia. Nella lotta si è umanizzato, dice che prima gli operai della sua generazione non guardavano i padroni negli occhi, oggi hanno ripreso il destino nelle loro mani.

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Il Fre.te.co. è il Fronte Rivoluzionario delle Imprese in Cogestione ed Occupate http://www.controlobrero.org/content/blogcategory/16/29/ che raccoglie tutte le esperienze del settore e le connette. Rolando, responsabile delle relazioni con i Consejos Comunales, ci sottolinea l’importanza della interconnessione tra fabbrica e comunità, quelle che qui chiamano le Comuni. Lo stato socialista nella visione bolivariana deve avere come cellula base le comunità locali che vanno costituendosi in Comunas e ogni Comuna inevitabilmente deve avere un proprio centro produttivo, dove si esprime il protagonismo partecipativo della democrazia popolare rivoluzionaria. In questo solco va definendosi il socialismo del XXI secolo. Da questo solco si irradia il movimento per la felicità.

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Caracas, 12 Aprile 2008, Il giorno della dignità nella settimana del “bravo pueblo”, sei anni fa si consumavano in queste ore gli intrighi dei golpisti oligarchi e dei burattini della borghesia imperialista di Washington; su Avenida de los Proceres c’è il desfile civico-militar, almeno così si dice, Mario Silva de La Hojilla, il programma televisivo più seguito in Venezuela, dice che il desfile è solo militare, le voci si rincorrono e si contraddicono. Al momento del passaggio dei soldati davanti alle tribune si svela l’arcano, l’enorme cartellone all’altezza della tribuna centrale recita La Reserva somos todos, le milizie popolari bolivariane passano sotto i nostri occhi, siamo nel palco delle delegazioni estere, le divise sono verdi olivo e anche le facce delle brigate socialiste che sfilano sotto i nostri occhi in un tripudio di bandiere rosse a perdita d’occhio, è la prima volta che in Venezuela si vede uno spettacolo del genere, la cosa spiazza e riempie di stupore i presenti, al nostro fianco le abuelitas de la contraloria social, così si definiscono, cominciano a cantare: ¡Soldado, amigo, el pueblo esta con tigo!, qualche intellettuale europeo storce il naso. Nel pomeriggio il Comandante en Jefe all’incontro con gli intellettuali ed artisti latinoamericani dirà che oggi la classe operaia è scesa in strada con il fucile sulla spalla, questa è una rivoluzione pacifica – ovviamente fino a quando gli imperialisti lo consentiranno – ma non disarmata. Cita, immancabilmente, Fidel, se ogni operaio cileno, se ogni lavoratore cileno avesse avuto un fucile, Allende non sarebbe morto. Manda un messaggio agli intellettuali ed artisti dicendo loro di fare incursione nelle caserme dell’Americalatina e di rivolgersi ai soldati, di fare opera di coscientizzazione, poiché anche loro sono esseri umani, proprio come tutti gli altri, e non semplici macchine da guerra a cui si richiede esclusivamente di obbedire agli ordini, proprio per far sì che i giovani soldati entrino nelle caserme così come non ci è entrato lui; con un libro sotto il braccio. Il titolo del convegno è ‘armati di idee’; vale più una barricata di idee che cento di pietra. La batalla de las ideas è stata librata. Interviene anche la madre della Betancourt la quale confessa di sentirsi molto più sicura in Venezuela che in Colombia, altra novità, il presidente dice di ritenere che la candidata alla presidenza della Colombia è oggi in potere alla guerriglia perché la stessa le offrì protezione e rinnova oggi l’invito a Marulanda a continuare nel dialogo per la ricerca di soluzioni a cominciare dalla liberazione della franco-colombiana. La sua posizione è differente da quando è stato assassinato Raul Reyes, pare abbia colto, almeno in questo senso, il suggerimento di James Petras quando lo invitava a fare un passo indietro poiché la sua azione rischiava di mettere in pericolo parecchie vite, tanto dei prigionieri di guerra, quanto dei guerriglieri. Purtroppo il sacrificio di Reyes ha confermato questa intuizione.

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Estratti del documento finale dell’incontro “Armati di Idee”, Intellettuali ed Artisti per la Pace e la Sovranità dell’Americalatina e del Caribe. Caracas, 13 Aprile 2008 “Manifestiamo la nostra più ferma solidarietà con la Repubblica Bolivariana del Venezuela e con il suo popolo nel processo rivoluzionario che vive questo paese. Appoggiamo decisamente il presidente Hugo Chávez Frias e i processi organizzativi popolari che rinforzano giorno dopo giorno la sua marcia verso il Socialismo.” “Appoggiamo il governo del Presidente Evo Morales Ayma, le sue politiche di cambiamento ed il processo costituente sovrano del popolo boliviano. Condanniamo l’ingerenza del governo degli Usa nelle questioni interne della Bolivia e denunciamo le azioni separatiste e discriminatori dei gruppi oligarchici di questo paese.” “Esprimiamo la nostra solidarietà con la degna posizione di difesa della sovranità del governo ecuadoriano di Rafael Correa davanti alla violazione del suo territorio perpetrata dal governo della Colombia, con l’appoggio di armamenti, di logistica ed intelligence degli Usa. Esprimiamo la nostra indignazione per il massacro di cittadini ecuatoriani, colombiani e messicani e rifiutiamo qualsiasi tipo di intervento di guerra.” “Esterniamo la nostra più profonda preoccupazione per la crisi storica che attraversa la Colombia e manifestiamo la nostra ferma solidarietà con la lotta dei popoli per una vera democrazia che rispetti i diritti umani, per la realizzazione di un accordo umanitario e la conquista di una soluzione politica negoziata che ponga il punto finale alla guerra.” “Condanniamo energicamente le reiterate aggressioni del governo degli Usa ai nostri popoli con il pretesto della lotta al terrorismo e al narcotraffico, e domandiamo l’estradizione del terrorista confesso Luis Posada Carriles in Venezuela, accusato per l’omicidio accertato di 73 persone.” “In quanto partecipanti di questo incontro ci impegnammo a continuare, ampliare ed approfondire la partecipazione di intellettuali ed artisti – impegnati nella lotta con i popoli della Nostra America – nella battaglia delle idee, riconoscendo le ricche esperienze che stiamo vivendo nella costruzione del potere popolare dal basso, dei cittadini, dei processi di lotta dei popoli indigeni. Come ha dichiarato in questa riunione il Presidente Chávez, ‘solo il popolo salva il popolo’. [Tratto da todosadentro – settimanale culturale della Repubblica Bolivariana del Venezuela – Aprile 2008 – Sabato 19, pagina 13]

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Caracas, 14 aprile 2008, Non c’è 11 senza 13 Il telegiornale della sera del canale 8 tratta diffusamente della netta affermazione maoista in Nepal, non si può dire che possa fare lo stesso per l’Italia. La mattina del 13 è giorno di festa nazionale, la Avenida Urdaneta, il Puente Llaguno, Plaza de la Revolucion, Plaza Bolivar e ovviamente Miraflores – sito del Palazzo presidenziale - sono lo scenario della macchia rossa che si propaga fino a sera, una concentrazione rivoluzionaria permanente, un via vai di facce di popolo chiassoso, allegro, determinato, bailante, indigeni, rappresentanti di delegazioni estere, peruviani, colombiani, europei, nordamericani, brasiliani, argentini, russi, ucraini, bielorussi, palestinesi, africani... I peruviani mostrano un manifesto di Josè Carlos Mariategui che ricorda: “No queremos, ciertamente, que el socialismo sea en América calco y copia. Debe ser creación heroica. Tenemos que dar vida, con nuestra propia realidad, en nuestro propio lenguaje, al socialismo indo-americano. He aquí una misión digna de una generación nueva". Superflua la traduzione. Se i Venezuelani si fossero arresi al colpo di stato dell’11 aprile, il Venezuela di oggi sarebbe peggio, molto peggio. E sopratutto avrebbe perso una speranza per tanti, tantissimi. Se i popoli latinoamericani si fossero arresi di fronte alle difficoltà di secoli di oppressione oggi non sarebbero un esempio per il mondo intero. Sun Tzu ci insegna che bisogna partire dalla semplicità dei punti di forza e di chiarezza, oggi lo scenario italiano è più chiaro che mai, forse non é mai stato così chiaro. Non c’è 11 senza 13, anche in Italia.

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Puerto La Cruz, 17 Aprile 2008 Prima di partire per Puerto la Cruz incontriamo nella metro di Caracas Vanessa Devis, forse la più apprezzata giornalista televisiva del paese nonché probabilmente la più amata dirigente del neocostituito PSUV, basta osservare come si muove e come la salutano i compagni e gli altri viaggiatori sulla metro. Altra caratteristica del Venezuela, i dirigenti politici rivoluzionari sono davvero popolari, girano a piedi, prendono la metro, mostrano attenzione e considerazione, ascoltano, riconoscono e vengono riconosciuti, è la norma. Qualcuno riesce forse ad immaginare qualcosa di simile in Italia? Scambiamo qualche parola e si mostra interessata a dedicare una puntata della trasmissione da lei condotta “Contragolpe” sul movimento di solidarietà con la rivoluzione bolivariana in Italia. Viaggiamo in direzione di Puerto la Cruz, circa 400 kilometri da Caracas, distanza quasi irrisoria da queste parti, ad un posto di blocco le forze dell’ordine ci fermano, cercano armi e droga, ovviamente non trovano ne le une ne le altre nella jeep. Perdiamo una decina di minuti, non di più, i soldati ci danno la mano e ripartiamo. Attraversiamo Avenida Colon di Puerto La Cruz, successivamente passiamo per le Casas Botes, ville di lusso costruite come palafitte sull’acqua, dicono che Venezuela significhi piccola Venezia, e qui il paragone con il capoluogo veneto sembra essere appropriato. Tonino, un italiano che vive qui da sempre, mi indica i motoscafi iperlussuosi dei milionari che vivono nelle suddette ville, parcheggiati, come fossero automobili, sotto casa, quando vogliono andare a fare la spesa saltano su questi motoscafi e raggiungono il Mall più vicino, lo attraccano lì e vanno a fare shopping, Guarda il comunismo come ci sta affossando!, dice sarcasticamente; per quasi 30 anni in questo paese non si era costruito nulla, oggi il Venezuela è un cantiere a cielo aperto, anche qui a Puerto La Cruz, spuntano come funghi edifici e grattacieli, proprio accanto ai quartieri più popolari, anch’essi recuperati e ristrutturati di recente, pieni di colori freschi e allegri. Non si capisce come sia possibile tutto quest’odio viscerale che i milionari nutrono nei confronti del governo bolivariano se proprio grazie al nuovo corso stanno evidentemente facendo affari d’oro. Il professore Vladimir Acosta, uno dei più lucidi storici ed intellettuali venezuelani li qualifica come dissociati. Circa il 20-25% della popolazione venezuelana sembra totalmente irrecuperabile a qualsiasi razionalità, questi hanno una certa influenza sull’opinione almeno di un altro 10-15%. Nel barrio Maiorquin 3 di Barcelona, un pueblo qui vicino, è stato rubato un computer in una scuola pubblica, immediatamente si sono autoconvocati i rappresentanti dei quattro Consejos Comunales di zona insieme alle autorità locali e le forze dell’ordine per determinare gli autori del furto e recuperare il computer, risultato: in poche ore si scoprono i fuorilegge, vengono arrestati, l’incauto acquirente limita il danno alla perdita del denaro utilizzato per l’acquisto illegale e i Consejos Comunales ottengono la vigilanza per la scuola del barrio. Il ministro Cachin appare in televisione per smentire il titolo in prima pagina su 'El Universal', che vorrebbe aumentati gli omicidi del 14 per cento in un anno, i dati del governo diffondono, invece, un calo quasi dell’otto per cento. Per ammissione dello stesso ministro i dati continuano a restare drammatici, da guerra civile, ma ben lungi da essere quelli che vorrebbe l’opposizione. Come si sa, gli oppositori vengono chiamati 19


escualidos, che in italiano suona molto bene, come qualcosa a metà strada tra squali e squallidi, e in effetti in molti casi è proprio così! Tanti sedicenti oppositori sono gente danarosa che passa il proprio tempo a pavoneggiarsi per le proprie capacità economiche tra i Mall locali e quelli di Miami. Gente triste, molto triste a ben vedere. Lo sciupio vistoso, l’erudizione onorifica, il sussiego accademico di cui parlava Torstein Veblen nella sua ‘Teoria della classe agiata’ sembrano tagliati apposta per i noiosissimi vendepatria di queste latitudini. Roberto Hernández, storico luchador del Partito Comunista Venezuelano, attualmente militante del Partito Socialista Unito del Venezuela, è stato designato nuovo Ministro del Potere Popolare per il Lavoro e la Sicurezza Sociale. Ha rimarcato la sua ferma convinzione che la classe operaia è centrale per realizzare le grandi trasformazioni che necessitano nell'epoca moderna. Un altro importante segnale dalla Patria Grande.

Vicepresidente de la AN Roberto Hernández designado Ministro del Trabajo ABN 16/04/2008 Caracas,Archivo, ABN. Caracas, Abr. 16 ABN.- El primer vicepresidente de la Asamblea Nacional (AN), diputado Roberto Hernández, fue designado ministro del Poder Popular Para el Trabajo y Seguridad Social, en sustitución de José Ramón Rivero. La confirmación fue hecha por el propio, dirigente del Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), desde su oficina en el Palacio Federal Legislativo. Resaltó que no esperaba ese nombramiento. "El presidente Hugo Chávez me llamó a noche y me habló de su decisión y le dije que yo aceptaba con mucho gusto". "Esta designación es un reto para mí desde el punto de vista personal y político. Soy un hombre que tengo frías convicciones con la clase trabajadora que para mí es la principal en la época moderna para hacer las grandes transformaciones", aseveró. En cuanto a la escogencia de su sustituto, comentó que la directiva de la Asamblea Nacional tiene que nombrar su reemplazo a la mayor brevedad posible. Acerca de sus relaciones con las masas laborales, Hernández manifestó: "Yo le he dedicado toda mi vida a los trabajadores. Asumir un ministerio como ese, para mí, es como una culminación de lucha". Aseguró que desde que tenía 15 años ha estado trabajando con la clase obrera venezolana y como abogado también he trabajado en defensa de la clase trabajadora. La suplente del Roberto Hernández, es la diputada María Felicita Bravo Guedez, quien ahora asumirá el cargo de principal.

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Caracas, lunedì 21 Aprile 2008, Il tracollo elettorale delle forze che si definiscono progressiste che in Italia hanno perso qualsiasi rappresentanza istituzionale in elezioni democratiche nei due rami del parlamento per la prima volta dal 1882 - pur considerando prioritaria nella loro attività politica la battaglia elettorale - deve necessariamente smuovere un processo di autocritica a tutto tondo e senza infingimenti se il loro interesse é recuperare un minimo di riconoscimento nella società civile. Negli ultimi 15 anni, da quando è stato lanciato il movimento per la rifondazione comunista dopo la trasformazione del PCI in PDS, il PRC non ha fatto alto che perdere progressivamente il proprio peso specifico e la propria incisività nella società. È interessante notare che nel progressivo avanzamento della decadenza del partito dal punto di vista del riconoscimento di massa si é assistito ad un proporzionale disarmo ideologico da parte della dirigenza. Il concetto leniniano di imperialismo veniva messo da parte, dichiarato superato, facendo forza sulle suggestioni moderniste di intellettuali vecchi e nuovi, nello stesso momento in cui in Americalatina si andavano rafforzando movimenti antimperialisti, il concetto gramsciano di egemonia veniva progressivamente accantonato giustificandolo con la necessità di formare un tutt’uno con i movimenti sociali senza cercare di ‘egemonizzarli’, l’esaltazione dei principi gandhiani della non violenza scalzavano la teoria rivoluzionaria, la forma partito ‘classica’ veniva considerata superata, il protagonismo della classe operaia ridicolizzato, alla ricerca di un ‘nuovo’ non meglio specificato e conosciuto, tutto da scoprire, il ‘potere’ é stato degradato allo stato di una brutta parola, scomoda, da non pronunciare. Le teorizzazioni dell’‘antipotere’ e - nel migliore dei casi - di un non meglio specificato ‘contropotere’ prendevano il sopravvento ideologico su tutto. Il concetto di avanguardia, il lemma stesso, non poteva essere esplicitato, pena il torcersi di nasi ormai abituati ad annusare le poltrone dei salotti buoni di una ‘società civile’ ambigua ed equivoca. La logica del perbenismo, del ‘non esistono più i nemici di classe, al massimo gli antagonisti politici’ ha egemonizzato l’ideologia di un partito che si definisce comunista. Oggi l’esistenza di quel percorso stesso di rifondazione comunista è totalmente eluso dalla maggior parte di color che lo intrapresero, cancellato, come se non fosse mai esistito, e da più parti avanzano proposte sull’ennesima ambiguità di una non meglio specificata sinistra europea. Alla luce dei fatti, le teorizzazioni di coloro che denunciavano la deriva di un processo, il ruolo nefasto di una direzione politica che a parole si voleva erede del movimento operaio e comunista, la quale si é dimostrata soggettivamente responsabile del disarmo ideologico ed egemonico di quel movimento sulla società civile gramscianamente intesa - hanno dimostrato di non essere del tutto peregrine, anzi. Checché ne pensino i teorici del ‘nuovismo’, la differenza tra avanguardie e masse popolari ha dimostrato la propria ragione di essere, la propria concretezza; queste due, infatti, non ragionano nello stesso modo, e non si può nemmeno stigmatizzare il popolo per le sconfitte che sono totalmente ascrivibili a coloro che si pretendono avanguardie, 21


nella misura in cui hanno responsabilità di direzione politica, ma che negano ipocritamente sul piano ideologico, questo imprescindibile concetto. Le larghe masse non potranno mai essere attratte da coloro che da una parte si dicono pacifisti e non violenti e da un’altra fanno spallucce mentre si mandano soldati a massacrare popolazioni in Afghanistan, Somalia, Libano etc, compartecipando in governi che aumentano le spese militari, continuano ad abbracciare le logiche di mercato e liberiste e che decidono di presentarsi ‘uniti’ alle elezioni solo dopo che i liberisti conseguenti della coalizione dichiarano di non voler più avere a che fare con la ‘sinistra’ del precedente schieramento. Le masse, la classe operaia – tra l’altro misconosciuta e minimizzata – percepiscono la coerenza diretta ed immediata tra il dire ed il fare. In natura il vuoto non esiste; se coloro che dovrebbero mobilitare i movimenti popolari su posizioni rivoluzionarie, decidono di non farlo, o semplicemente si dimostrano incapaci di farlo, é inevitabile che la reazione corra ad occupare quello spazio lasciato vuoto da altri; la storia insegna, ma evidentemente non ha molti discenti. In Italia, non a caso, accade l’esatto opposto che sta accadendo qui in Venezuela; mentre c’é chi pretende di riscrivere i libri di storia in Italia perché sono troppo ‘partigiani’ e Gramsci viene o svuotato del suo contenuto, o più banalmente gettato nel dimenticatoio, in Venezuela si stampano e si diffondono gratuitamente libri su Gramsci e Lenin per l’alfabetizzazione politica di massa. Mentre il governo bolivariano esalta il ruolo da protagonista della classe operaia, in Italia, potenza economica, industriale, si versano lacrime di coccodrillo per i quattro morti al giorno sul lavoro e le televisioni inondano l’etere di pietismo ipocrita mentre la ‘sinistra’ non si sposta di un millimetro dalla logica del signorile politically correct, troppo spesso priva di passione e di coraggio. Mentre il governo bolivariano trasforma tutto il paese in una scuola e sottolinea la necessità di affrontare il nodo della questione del potere per costruire l’alternativa socialista, in Italia certa cosiddetta sinistra quasi teme di parlare di socialismo e di discutere di proprietà dei mezzi di produzione. Mentre alla radio venezuelana Vladimir Acosta denuncia il carattere nazista del Vaticano e del signor papa, in Italia una critica di questo genere fatta pubblicamente non è nemmeno lontanamente immaginabile. C’è da meravigliarsi in queste condizioni che partiti fascisti, razzisti e xenofobi prendano il sopravvento? Gramsci scrisse i suoi quaderni per analizzare il dominio della borghesia ed investigare le ragioni della sconfitta dell’epoca, nell’intento di evitare futuri rovesci nelle successive crisi rivoluzionarie. Non sarà giunto il momento di cominciare a fare altrettanto?

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Siamo parte della lotta Alcuni degli ex guerriglieri nel loro intervento hanno fatto allusione al movimento del quale furono parte e alla relazione con la Rivoluzione Bolivariana; “Abbiamo fatto un cammino e riteniamo di essere utili a questo processo” ha affermato il “Comandante Magoya”. Alla riflessione sull’attualità non è mancato il commento in relazione a quello che dice il Presidente Hugo Chávez e a quelli che lo circondano, poiché ci sono molti che danneggiano la rivoluzione in marcia. La giornata si è conclusa con una festa popolare condividendo un succulento sancocho, con la promessa di ritrovarsi l’anno successivo a rendere onore a coloro che offrirono la vita per una patria migliore. Il prossimo incontro di ex guerriglieri si terrà il 21 giugno, nello Stato Cojedes, il giorno dei 42 anni della morte di Fabricio Ojeda. [trad. da todosadentro, Semanario cultural de la Republica Bolivariana de Venezuela, sabato 26 Aprile 2008, Geometría/Aracuy, P32]

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Tutti i governi hanno fallito per la pace in Colombia di Hindu Anderi Sei decadi sono state bagnate dal sangue del popolo colombiano. Stato, paramilitari, estrema destra, rappresentata dalle AUC /Autodifese Unite di Colombia, forze straniere e movimenti guerriglieri o eserciti popolari, sono i principali attori di questo conflitto che qualifica la Colombia come il paese più violento della regione. Ricevete, signori rappresentanti dei governi del mondo, un saluto bolivariano dalle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia – Esercito del Popolo. In questa occasione noi dirigiamo a voi, Presidenti, Primi ministri e capi di Stato, con il fine di invitarvi a contribuire alla costruzione della pace con giustizia sociale per la Colombia mediante il riconoscimento dello status di belligeranza che la nostra organizzazione guerrigliera, le FARC-EP, ha conquistato attraverso gli oltre quarant’anni di resistenza e lotta per i diritti del popolo colombiano. Crediamo, in quanto rivoluzionari, nella possibilità di incontrare una uscita politica in questa guerra che dissangua la Colombia. Da parte nostra c’è, siatene certi, la più assoluta disposizione per il dialogo e la comprensione. Le nostre prospettive rivoluzionarie ci indicano che solo con la partecipazione di tutti i colombiani e tutte le colombiane possiamo trasformare la nostra patria dolente in una dove fioriscano la convivenza pacifica e la libertà. La nostra vocazione di pace segue integra, poiché siamo una organizzazione politicomilitare sollevata in armi contro il dispotismo di coloro che pensano che governare si riduca all’ignobile atto di reprimere selvaggiamente le espressioni di disaccordo che sorgono inevitabilmente, a causa della fame e della miseria imposte alla maggioranza del popolo. Siamo popolo in armi; siamo l’esercito di questo popolo, che ispirato dall’esempio del Libertador Simon Bolivar, si è alzato in armi contro la violenta classe che governa il nostro paese per ottenere migliori condizioni di vita per i colombiani. Ma la nostra volontà di pace in Colombia si e´scontrata, più volte, contro l’ostacolo di una cupola guerrafondaia incollata al potere. Tale cupola, appoggiata finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti, è diretta attualmente dall’attuale presidente Alvaro Uribe Velez, il quale è arrivato, anzi, all’estremo di legalizzare i paramilitari – spietati assassini di migliaia di colombiani – con l’obiettivo di conservare il potere ed i benefici economici che questo gli garantisce (includendo, ovviamente, l’affare del narcotraffico). Il cosiddetto scandalo della narco-para-politica è all’ordine del giorno nel nostro paese, al punto che si può ascoltare uno dei maggiori assassini di colombiani indifesi, il capo paramilitare Salvatore Mancuso, reclamare privilegi per aver commesso le sue atrocità in difesa dello Stato. Chi lo può negare: il paramilitarismo ed il narcotraffico sono nelle viscere dell’establishment e sono l’essenza stessa dell’attuale governo. Ministri, militari di alto rango – attivi e ritirati – legislatori, imprenditori, allevatori, ambasciatori, tutti con le mani macchiate di sangue innocente; serrano le fila intorno al proprio lucro personale e al proprio potere, unico orizzonte della propria attività politica. 24


È necessario, oggi più che mai, che i governi del mondo, tenendo presente i principi del rispetto della autodeterminazione e della sovranità nazionale, prendano posizione. Noi, uomini e donne delle Farc-Ep, apportiamo quotidianamente tutti i nostri sforzi per la conquista della soluzione politica di questo conflitto, come tutti i colombiani che lottano senza riposo, da tutte le trincee della vita quotidiana, per la pace e la giustizia sociale. La partecipazione della Comunità Internazionale nella ricerca di una pace vera per la Colombia – una pace sostenuta, necessariamente, dalla giustizia sociale – deve essere ogni volta più decisa e ferma. Non possiamo permettere che trionfi l’unilateralismo dell’attuale governo statunitense, non possiamo permettere che nel suo delirio imperiale, George W. Bush e i signori della guerra trascinino il mondo in una crisi più profonda di tutte quelle conosciute nella storia dell’umanità. Non possiamo permettere, nemmeno, che George W. Bush continui ad inviare appoggio militare e finanziario al governo di Uribe e ai narcoparamilitari nel nostro paese. É necessario prendere misure multilaterali per evitare che si ripetano episodi vergognosi per la umanità: nuovi olocausti commessi contro i popoli del mondo in nome della “democrazia occidentale”. Non c’è democrazia dove c’è miseria, non c`è pace dove c’è oppressione. Adesso é il momento in cui deve essere ascoltata la voce dei popoli, e la voce del popolo colombiano è chiara e determinata: vogliamo pace con giustizia sociale, non vogliamo più guerra fratricida, non chiediamo che l’imperialismo statunitense decida ciò che compete ai colombiani e alla colombiane decidere. É grazie all’appoggio degli Usa che oggi la politica repressiva di Uribe chiamata Sicurezza Democratica sta in piedi. Con il pretesto che la ‘democrazia’ si trova sotto la minaccia del ‘terrorismo’ in Colombia, Uribe ed i suoi alleati nascondono la vera dimensione del conflitto. Forse vale la pena di invertire la massima dei propagandisti del regime uribista per avere una spiegazione più aderente alla realtà e per comprendere i timori che hanno portato i governanti ad essere ogni volta più repressivi e sanguinari: è il terrorismo ad essere minacciato dalla democrazia. Dalla parte della vera democrazia si trova l’insorgenza armata, il movimento rivoluzionario e democratico che cresce e si fortifica protetto dalla clandestinità, così come il movimento popolare di massa; dalla parte del terrorismo si trovano i narcoparamilitari al potere, esercitando il Terrorismo di Stato ed imponendo una quota di sangue ogni volta più alta al nostro popolo. Per tanto, signori rappresentanti dei governi del mondo, riteniamo che prima o poi le cose torneranno ad essere chiamate con il proprio nome, e il denigrante ed assurdo aggettivo di “terrorista” che ci affibbia la Casa Bianca ed il governo di Uribe si ritorcerà contro di loro, giustamente, contro coloro che oggi si nascondono dietro ciò per negare in maniera netta ed assurda l’esistenza del conflitto sociale ed armato nel nostro paese. Noi siamo una organizzazione politico militare, sollevata in armi contro la violenza ufficiale e alla ricerca di trasformazioni sociali profonde che permettano la crescita economica, politica e sociale del nostro popolo, verso la Nuova Colombia, la Patria Grande ed il Socialismo. Questo carattere di forza rivoluzionaria che si profila come opzione di potere, vale a dire di forza belligerante, ci è stato riconosciuto in più di una occasione – e per la via di fatto – da diversi governi nazionali con i quali abbiamo intavolato dialoghi (i più recenti durante il periodo di Andrés Pastrana, 1998-2002) così come i governi di quei paesi che hanno giocato il ruolo di garanti o facilitatori in questi processi. In ogni momento abbiamo dimostrato di adempiere ai nostri impegni ben oltre quanto ci veniva richiesto perché ci venisse concesso lo status di Belligeranza. 25


Siamo un Esercito Rivoluzionario con una gerarchia stabile e visibile, con un progetto politico rivoluzionario; ci erigiamo come opzione di potere politico e, sopratutto, abbiamo proposte chiare per intraprendere un processo di riconciliazione tra i colombiani e ricostruire la nostra patria a partire dalla volontà popolare. [Trad. da proceso – espacio para la discusión, n• 30, Aprile 2008, pag.30]

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Stringeranno le fila contro l’imperialismo. Hanno commemorato 46 anni dall’assassinio di Mario Petit, il 26 marzo del 1962, quando si realizzò il primo combattimento della guerriglia. Lisbella Páez Grandi lettere rosse evidenziate sui cartelli incollati sugli araguaneyes [tipico albero venezuelano, NdT] in fiore che segnano la strada recentemente asfaltata, indicano il cammino per giungere al piccolo casale di Carabobo, municipio Simon Bolivar, al nordest di Yaracuy. Qui si è tenuta, come accade da molti anni, un incontro di ex guerriglieri per commemorare i 46 anni dell’assassinio di Mario Petit, il 26 marzo del 1962, quando si ebbe il primo combattimento guerrigliero, e difese l’accampamento installato sul Cerro Azul, con gli effettivi della Guardia nazionale. Correvano gli anni della democrazia rappresentativa, quando con forza nacque un movimento studentesco antimperialista nelle università, lo stesso che successivamente si convertì in un ampio movimento guerrigliero. Alcuni presero la strada della montagna. Uno di questi fu Mario Petit, un giovane di 23 anni, militante della Gioventù Comunista, figli di Ernesto Petit, un uomo venuto da Murucusa, stato Falcón, a cui gli cantavano: Ahí viene Rito Ramon, y viene de Murucusa, echándosela de fanfarrón y su camisa tan sucia. Mi camisa non es tan sucia, mi camisa es de crehuela, aquí le traigo una tusa, pa’usted, su madre y su abuela. Mario fu il primo della saga dei Petit a cadere, formava parte del fronte guerrigliero delle montagne. Morì un anno prima che i diversi gruppi si unissero per formare le Forze Armate di Liberazione Nazionale (FALN).

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Quelli che muoiono per la vita. Centinaia di persone provenienti dai più diversi angoli del Venezuela hanno partecipato alle attività. Fra gli altri erano presenti Elegido Civada, Comandante Magoya. Augustin Mejías, Camarada Falcón, Francisco Prada, El Flaco Prada, e i sopravvissuti del Cerro Azul, Francisco Costelo Panchito, Celia Acuña Martha, Abraham Martinez, Ho Chi Ming, del Fronte José Leonardi Chirino, Luis Vasquez, Monche Corona; alcuni membri dei movimenti Argimiro Gabaldón, Mario Petit, Comitato Aracuyano per la Dignità e la Vita e il Fronte di Lotta Fabricio Ojeda, tra gli altri. Molto presto, prima che sorgesse il sole, da diversi punti del municipio sono partite tre torce che alle undici del mattino sono arrivate alla piazzola degli Eroi, in ricordo di coloro che in questo casale e nei suoi dintorni persero la vita come Amado Petit, Josè Augustin Petit, Eli Leonel Petit, Saúl Morales, Monche Alvarez, Edmundo Hernandez, Lorenzo Gato Ordóñez, Rafael Urdaneta, Genel Gutierrez, Higino Ortiz, Palermo Ordoñez, Toribio Garcia, Oswaldo Orsini, Dilia Rojas e Eslavia Vasquez. Da lì la comitiva è partita verso Piazza Bolivar dal casale dove è stata depositata una corona di fiori, per continuare il percorso sul campo. In questo luogo si realizzò un evento ideologico culturale, come lo ha definito l’ex guerrigliero Dimas Petit, con una esposizione e vendita di libri e film, diffusione di posters e volantini relativi ai fatti insorgenti avvenuti in questo casale. La musica non poteva mancare e qui sono intervenuti Son y Golpe, Duaca, con i suoi suoni di negros e il balo de La Cinta, la banda alternativa Las Tres Potencias, Argenis Petit, insieme al suo cuatro cantando la “Decima a Mario Petit”, parole di Dimas: “Già si ascoltavano i rumori, delle lingue delatrici, sono uccelli canterini, per cantare i loro timori”, recita una strofa.

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La piccola borghesia. È una classe intermedia, una fascia ammortizzatrice tra la classe capitalista e le classi depauperate. È una classe che aspira e teme: aspira all’ascesa individuale, ed ha il terrore dell’impoverimento che la minaccia tutti i giorni. Da qui sorge la sua principale caratteristica: è una classe individualista, molto egoista, che pur permanendo in questa fascia intermedia, tra imprenditore e povertà, la sua anima, il suo cuore, si eleva alla situazione che aspira: alla classe alta capitalista. La sua realtà è schiacciata dalla pietra tombale capitalista, ma il suo spirito è di magnate. Il fondamentale componente della sua ideologia, è nella illusione della risoluzione dei problemi sociali in maniera individuale. Invidia il cosiddetto “sogno americano” e di questa illusione riappacificatrice impregna tutti gli strati espropriati. Diffonde tramite tutti i suoi mezzi di disinformazione, la falsa idea che nel sistema capitalista chi non riesce ad avere successo è perché non si è sforzato, che è possibile mediante la “magia” del lavoro individuale uscire da una situazione di miseria ed arrivare perfino a diventare un manager di successo di una transnazionale. Sono molto pochi quelli che si possono vantare di questo successo come una soluzione dei problemi sociali. Vivono della contraddizione di non poter pagar il condominio e l’obbligo di pagare una macchina per fingere un successo imperioso. Vivono tra la suggestione nella scalata sociale e la realtà di essere incatenati ad un posto, sottomessi al sadismo di un capo incapace, tanto frustrato come loro. Tutti angustiati, simulando un successo in realtà sfuggente. La piccola borghesia è la principale classe che si schiera a difesa del sistema capitalista. Svanisce la necessità Socialista, perché se si può ascendere individualmente, il sistema capitalista non è malvagio, cattivi sono gli individui che non lottano. Propugnando la lotta individuale, seminano dispersione ed egoismo nelle classi motori del cambiamento rivoluzionario, impedendo la necessaria unione per il salto rivoluzionario. Ma il maggior danno di cui è responsabile questa classe alla possibilità rivoluzionaria lo fa tramite i suoi intellettuali. Questi producono teoria in apparenza rivoluzionaria, con il linguaggio ed il sapore del cambiamento, però nascondono una profonda deformazione della teoria rivoluzionaria e quindi rappresentano un immenso ostacolo per la Rivoluzione. Le teorie pseudorivoluzionarie della piccola borghesia sono espressione della sua realtà contraddittoria: da una parte, le loro teorie stabiliscono il superamento del capitalismo, questa facciata deriva dalla realtà che li opprime. Però, dall’altro lato, la loro teoria stabilisce forme e vie impraticabili. Questa componete deriva dal profondo terrore che avvertono nel superamento del campo capitalista dove dimora il loro cuore. 29


In sintesi, sono capitalisti di cuore che pretendono di far Rivoluzione. Sul piano politico, prospettano la disorganizzazione anarcoide, per questo non vanno più in là di una macchina elettorale, o di un ammutinamento. Sul piano economico, prospettano forme antisociali di proprietà tinte di populismo, per questo combattono la Proprietà Sociale amministrata dallo Stato. Sul piano sociale, prospettano la frammentazione della società in egoisti, in gruppi isolati. Il loro agire è pregno di disonestà. ¡Con Chávez, con lo que Chávez decida! [trad. da Un Grano de Maíz, Antonio Aponte, volantino diffuso nella manifestazione del Primo Maggio, 2008, Caracas]

Il lavoro volontario è una buona misura del cammino corretto verso il socialismo. Vediamo. In questi giorni abbiamo parlato con un operaio della nazionalizzazione di SIDOR e ci ha riassunto in poche parole l’essenza del problema della proprietà nel socialismo. Diceva l’operaio: “Se SIDOR passa ad essere proprietà sociale, proprietà di tutta la società amministrata dallo stato, li si può fare lavoro volontario, questo lavoro arricchirà tutta la società, il lavoro volontario vale la pena, ha un senso. Se gli argentini mantengono una parte della proprietà, un’altra parte viene concessa agli ‘imprenditori socialisti’, un’altra agli operai con pacchetti azionari, allora non ha senso il lavoro volontario, perché arricchirebbe una frazione piccola della società, sarebbe lavoro regalato all’antisocietà. Sarebbe ridicolo fare lavoro volontario in questo caso...” La siderurgica in mani non sociali è necessariamente una fabbrica antisociale. In questo modo mentre meglio va alla siderurgica, mentre più si arricchiscono i padroni, sarà necessariamente a spese dell’approfondimento del capitalismo e delle sue perversioni, allora peggio andrà a tutta la società che ne uscirà impoverita materialmente e spiritualmente. Si riempirebbero i portafogli e contemporaneamente si riempirebbero le strade di indigenti. Ha ragione l’operaio, lo capisce bene perché lo vive. Abbiamo già la misura, la rotta giusta: la fabbrica dove il lavoro volontario ha senso è la fabbrica socialista, fabbrica dove il lavoro volontario è una ridicolaggine è una fabbrica capitalistica. Dobbiamo costruire una società dove abbia senso il lavoro volontario. Questo è lo strumento più formidabile per la formazione dell’uomo nuovo che ha bisogno della costruzione del socialismo. Un uomo capace di costruire, senza meschinità, di offrire il suo tempo per l’arricchimento della società nel suo complesso, di dare un senso liberatore al lavoro, di contribuire alla elevazione dell’essere umano con la conquista di una nuova relazione con il lavoro. Questa deve essere una delle discussioni centrali della Rivoluzione: la proprietà dei mezzi di produzione e la sua relazione con il socialismo. 30


Scopriremo, allora che, la proprietà sociale, la coscienza sociale, il lavoro volontario, la cultura socialista, la comunicazione, la fratellanza, l’amore, l’organizzazione sociale e politica, l’avanguardia, la teoria corretta, la preparazione, formano un tutto che se ne manca un elemento l’intreccio socialista non si forma. Il socialismo è un sistema che ha come finalità restituire il senso sociale della società. Se è un sistema, quindi, ogni parte, ogni faccia, è indispensabile: una sorge come conseguenza naturale del cambio precedente, si intreccia ed influisce in tutto. Non ci sono scorciatoie, non ci sono maniere di fare cambiamenti in altro modo, di fare una rivoluzione a metà. Per esempio, voler organizzare gli umili e lasciare da parte il problema della egemonia della proprietà, in questo caso l’egoismo che promana dal capitalismo cospirerà contro l’organizzazione della fraternità. Non si può pretendere di costruire una società di onesti nell’economia della disonestà. O voler costruire una cultura rivoluzionaria lasciando agire il mercato. [Un grano de Maìz, Rubrica di Antonio Aponte su DiarioVea, Caracas, sabato 19 aprile 2008, Opinione, pag.9] Caracas 1° Maggio 08

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Un primo maggio dei lavoratori e per i lavoratori

Proteste in Germania, proteste nelle Filippine, rivendicazione dei diritti dei lavoratori in tutte le parti del mondo. Negli Stati Uniti, dove il primo maggio non è una festività, c’è stato uno sciopero dei lavoratori portuali della Costa Ovest contro le guerre intraprese dal Pentagono, sciopero appoggiato da varie associazioni pacifiste. In America Latina, al contrario, è stato un giorno di festa per molti lavoratori, che in questa data hanno visto migliorate le loro condizioni ed invitato i loro governi a continuare in questa direzione. Tratteremo solo il caso della Bolivia e del Venezuela. Cominciamo dalla Bolivia. Dopo anni di trattative vane, il Presidente Evo Morales ha firmato una serie di provvedimenti che mirano alla nazionalizzazione dei servizi essenziali della popolazione. Anzitutto quello delle risorse del suolo e del sottosuolo, ma anche quello della telefonia fissa. Quest’ultima é un servizio essenziale, deve arrivare dappertutto e deve essere economico; così è da anni a Cuba, così è da in Venezuela da quando è stata rinazionalizzata CANTV e così sarà in Bolivia. Morales ha altresì lanciato l’ennesimo appello all’unità dei boliviani in vista di domenica 4 maggio, una data che metterà in serio pericolo l’unità dello Stato Boliviano, giacché l’oligarchia di Santa Cruz darà luogo ad una consultazione incostituzionale sull’autonomia della regione più ricca della Bolivia. Morales ha anche respinto le accuse del Dipartimento di Stato Statunitense, che gli dà del Bin Laden e definisce i cocaleros dei talebani; il tutto per fare pressione sull’opinione pubblica internazionale in vista del 4 maggio. In Venezuela, due milioni e trecentomila lavoratori del settore pubblico e privato - il 9% della popolazione - hanno visto aumentato il loro salario minimo. Fino a ieri, il salario minimo era fissato a circa 300 dollari, dal primo maggio 2008 nessun lavoratore avrà un salario inferiore a 400 dollari, ossia il salario minimo più alto dell’America Latina. Vero è che pochi giorni fa il governo ha aumentato il prezzo regolato del mais, sia per venire incontro ai grandi produttori sia per una congiuntura internazionale che vede il prezzo degli alimenti crescere sempre più. La causa di questa crescita è - lo ripetiamo ancora una volta - lo sfruttamento sempre maggiore di latifondi destinati alla produzione di biocombustibili, anziché di alimenti; per questa ragione, non si tratta di un piacere del governo ai ricchi, ma un riconoscimento a chi produce per alimentare la popolazione, sebbene in passato abbia giocato alle forniture a singhiozzo. Il salario minimo venezuelano cresce ininterrottamente da 9 anni, tanti quanti sono quelli del governo di Hugo Chávez. Vero è che l’inflazione cresce da più di 9 anni e quindi un governo ha l’obbligo di aumentarlo, ma non è sempre così. Nel 1989 il Caracazo - saccheggio dei supermercati di Caracas con relativa repressione omicida - fu causato da un’inflazione spaventosa che non veniva arginata da un aumento salariale. L’anno scorso l’inflazione é stata di circa il 22%, quindi il minimo che un governo può fare è aumentare i salari di tale percentuale. Ma un governo rivoluzionario va oltre, aumenta del 30% non solo il salario minimo dei lavoratori pubblici e privati, ma i salari di tutti i dipendenti pubblici. Si tratta di una misura che aumenta il potere d’acquisto oltre a far fronte all’inflazione. Una misura di cui beneficiano, lo ripeto, i 2 milioni e trecentomila che percepiscono il salario minimo più tutti i dipendenti pubblici, che con le nazionalizzazioni sono sempre di più.

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Il primo maggio venezuelano è stato festeggiato con la ormai classica manifestazione oceanica di Caracas, partita dal quartiere periferico de La Bandera. Qui gli argomenti erano fondamentalmente due: l’aumento del 30% dei salari e la nazionalizzazione di SIDOR. Dopo averlo annunciato un mese fa, dopo aver trattato di negoziare con gli italoargentini titolari del 60% delle azioni della multinazionale siderurgica dell’Orinoco, ieri sera Chávez ha firmato il decreto di nazionalizzazione. I sindacati dei lavoratori auspicano che il percorso delle nazionalizzazioni continui a ritmo sempre più spedito, giacché sinora ha significato un riscatto tanto della produzione di questi colossi quanto dei loro lavoratori. Da PDVSA (petrolio) a CEMENTEX (cemento), da Los Andes (latte) a SIDOR (ferro), le nazionalizzazioni hanno significato una riorganizzazione del lavoro e dei lavoratori, con una partecipazione diretta della classe operaia alle scelte quotidiane e strategiche, nonché un notevole aumento salariale. Con le nazionalizzazioni l’appoggio operaio al processo si fa sempre più forte, ma anche l’appoggio della popolazione. Quest’ultima é la beneficiaria diretta ed indiretta della messa a disposizione della collettività di questi colossi. Coi proventi del petrolio di PDVSA si finanziano a dismisura le casse dello Stato, che può aumentare salari, espandere i servizi, costruire infrastrutture e finanziare innumerevoli Misiones, davvero innumerevoli. Col cemento di CEMETEX si può finalmente dare un impulso decisivo al problema della prima casa. Los Andes - ad un mese dalla nazionalizzazione - ha aumentato la produzione del latte fresco del 37%, risultato: non esiste più il tormentone dell’opposizione sulla mancanza di latte ed, inoltre, i lavoratori riorganizzeranno il lavoro secondo i principi del socialismo, non del neoliberalismo. Con SIDOR, infine, non solo si rifornisce il paese del ferro necessario, ma viene data una risposta alle rivendicazioni dei lavoratori, che hanno condotto una vertenza di 90 giorni con i vecchi proprietari, prima di bocciare la proposta patronale col 98% dei voti. Nelle realtà neoliberali le privatizzazioni portano lo Stato ad avere sempre meno dipendenti e meno sovranità; in Venezuela ed in Bolivia il riscatto della sovranità riparte proprio dalla gestione pubblica dei servizi e della produzione. In Bolivia siamo agli inizi, in Venezuela il 2008 ha visto un’accelerazione impressionante in tale direzione. Le nazionalizzazioni sono la chiave per l’uscita dei paesi del terzo mondo da storiche sofferenze, perché - sembra scontato dirlo - alla povertà delle popolazioni terzomondiste corrisponde un’enorme ricchezza del territorio, nonché umana. Certo è che non si tratta di nazionalizzare le botteghe all’angolo, ma ogni nazionalizzazione significa pagare un colosso multinazionale purché se ne vadano i proprietari o cedano la gestione e gran parte dei proventi. Per questo motivo, pur essendo rivoluzionari, tanto Evo Morales quanto Hugo Chávez cercano prima il compromesso col settore privato, invitandolo a seguire le indicazioni del governo e rispettare le esigenze della popolazione e dei lavoratori; se poi il settore privato fa orecchie da mercante, questi presidenti tirano fuori dalla tasca la penna e firmano il decreto di nazionalizzazione, pur di far rispettare Costituzioni che non sono mera carta straccia. Fabio Avolio Caracas 11 Maggio 08

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26 Luglio 2008 – Le agenzie ANNCOL e ABP Noticias presentano ai lettori la trascrizione delle risposte date dal Comandante Iván Márquez1, membro della Segreteria dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP, alle domande poste dal giornalista William Parra di TELESUR2, sui diversi temi relativi alla realtà del conflitto politico e sociale che si svolge in Colombia. In primo luogo, che significa la morte del Comandante Manuel Marulanda Vélez è come è stata assimilata dalle FARC la sparizione del suo leader storico? Significa l’assenza di un imprescindibile; del costruttore dell’Esercito del Popolo; dello stratega della Campagna Bolivariana per la Nuova Colombia; del leggendario comandante, artefice della concezione tattica, operativa e strategica delle FARC e della guerra di guerriglie mobili; della guida politica dell’insorgenza… Manuel Marulanda Vélez – come nei versi di Neruda – «non è morto. Sta in mezzo alla polvere da sparo, in piedi, come miccia ardendo». Continua a combattere in mezzo alle montagne ribelli dell’eternità. Continua a vivere nei fucili dei guerriglieri fariani, nel Piano Strategico, nella Piattaforma Bolivariana per la Nuova Colombia e nell’anelito collettivo alla Patria Grande e al Socialismo, che sono un’immensa bandiera al vento. Davanti al nostro Comandante in Capo, davanti all’altare della patria, abbiamo giurato di vincere, e vinceremo. Come assimiliamo questa assenza? Riaffermando la nostra determinazione di lotta. Rafforzando la nostra coesione. Ribadendo i nostri principi. Impugnando con maggiore forza il libro e i fucili dell’imbattibile stemma delle FARC. Secondo il suo punto di vista, qual è il maggior lascito di Manuel Marulanda Vélez ereditato dal paese? Avere posto le basi per il Nuovo Potere con la costruzione di un esercito popolare bolivariano, coeso nelle sue strutture, intorno al Piano Strategico, irreversibile nei suoi propositi, di presa del potere per il popolo. Manuel Marulanda Vélez è esempio di convinzione, di perseveranza e di lotta inarrestabile. Non deluderemo mai la fiducia che i popoli della Nostra America hanno riposto nella lotta di resistenza delle FARC. Le loro incontenibili manifestazioni di solidarietà ci fanno esclamare con il Libertador Simón Bolívar che «è imperturbabile la nostra determinazione di indipendenza o niente». Può farci un breve profilo di Manuel Marulanda Vélez? Sto lavorando ad una biografia intitolata MANUEL MARULANDA VÉLEZ, l’eroe insorgente della Colombia di Bolivar. Per adesso è giusto rispondere alla sua domanda con i dettagliati versi epici del poeta Luis Vidales: 1

Ex parlamentare colombiano della Unione Patriottica, nel 1988 per sfuggire alle persecuzioni lasciò la UP e riprese il sentiero delle montagne. Uno dei dirigenti fariani più in vista, nel 2008 è stato accolto a Caracas dal presidente venezuelano nel Palazzo presidenziale di Miraflores insieme alla senatrice Piedad Cordoba, accompagnato da altri dirigenti della organizzazione insorgente, per discutere dello scambio umanitario e della possibilità di trovare una soluzione politica al conflitto. La missione di mediazione, avallata dal governo colombiano, venne troncata da Uribe improvvisamente, senza preavviso e apparentemente senza valido motivo. http://en.wikipedia.org/wiki/Iv%C3%A1n_M%C3%A1rquez In questo video una precedente intervista realizzata nella selva dal giornalista brasiliano Aluísio Beviláqua: http://www.youtube.com/watch?v=tCiWBu5TOro 2 Giornalista colombiano perseguitato dal regime uribista. In questo video William Parra denuncia l’attentato subito in Colombia, per il quale ritiene colpevole la stessa Polizia Nazionale Colombiana: otto pugnalate che gli perforano il polmone, sotto gli occhi della figlia: http://dailymotion.alice.it/video/x5myym_perseguidos-por-alvaro-uribe-period_news

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Canto Colombia a Manuel, el guerrillero/ es éste, América Latina, el que yo canto/ a éste, mundo de hoy, os lo presento/ Manuel es el padre de la selva colombiana/ es el pastor de la paz en el rebaño/ Manuel es hermano de los ríos y del viento/ y allá donde es más libre la montaña/ dulce patria hacia el cielo, allá lo siento/ En su loor la noche iluminada/ suelta su tiroteo de luceros/ Las altas tierras limpias lo vieron colombiano/ y el aire puro le fue dócil a su sueño/ El águila que pasa es un disparo/ cada ave es como un papel que cruza el cielo/ Para hablarle de patria los árboles susurran/ y el mástil de la palma flamea su bandera/ para indicar que pasa el guerrillero/ ¡Un momento! le dice la límpida mañana/ y sobre un risco del ande americano/ le saca una foto espectral de cuerpo entero/ Los árboles son como escuadras de su ejército/ por defensor del pobre, pariente próximo del trigo/ como a éste le sucede: que cuarenta veces lo han dejado muerto/ sólo para quedar cuarenta veces vivo. Il comandante Marulanda è morto in un cattivo momento per la FARC; il mese di marzo è stato molto duro per l’organizzazione insorgente; ha perso Raúl Reyes, Iván Ríos e non solo… Che commento vuole fare alle circostanze che hanno caratterizzato questo marzo di avvenimenti tanto luttuosi? I rivoluzionari non scelgono un momento per morire, però in qualsiasi luogo dove ci sorprenda la morte, sia la benvenuta, come dice il Che, sempre che questo nostro grido di lotta – e questo lo dico io – di lotta per la pace con giustizia sociale, di indipendenza, di Socialismo e Patria Grande, arrivi ad un orecchio recettivo. La lotta che ingaggiamo è fino alle ultime conseguenze perché «in una rivoluzione si trionfa o si muore, se è vera». Gli avvenimenti dolorosi sono prevedibili in uno scontro e molto più se ci si confronta con un nemico con una grande potenza di fuoco, che ha portato la guerra a degradare e che ha tutto l’appoggio della tecnologia militare avanzata e dei dollari con cui lo sovvenziona il governo degli USA, nel segno della sua strategia sfruttatrice di dominio e di sottomissione. Però possiamo affermare che nonostante il trionfalismo mediatico, stiamo uscendo da una orribile notte di marzo con nuove esperienze e con un orizzonte chiaro per continuare la battaglia per la pace, la giustizia sociale, la vera democrazia e la dignità. Per molti, questi colpi, queste morti, lasciano le FARC in una difficile situazione. Ci sono diversi analisti che considerano che questa guerriglia sia quasi sconfitta militarmente. Hanno ragione? Non conoscono le FARC. Confondono il loro desiderio con la realtà e si ingannano con le loro stesse fantasie. Le FARC non sono un esercito di soldati inesperti. A loro succede come a Bolivar, che cresceva nel mezzo delle avversità. Della fine delle FARC stanno parlando dall’attacco a Marquetalia nel maggio del 1964. In 44 anni hanno lanciato tutti i piani e tutte le operazioni militari per annichilirle, e non ci sono riusciti… Prima il Plan LASO, sigla che in inglese significa Operazione Latinoamericana di Sicurezza; l’obiettivo: impedire il sorgere di una nuova Cuba nel continente, questo era il proposito della Operazione Marquetalia. Dopo dispiegarono l’Operazione Sonora che cercò di sconfiggere militarmente le FARC nella Cordigliera Centrale, però non tennero in conto che si stavano scontrando con i guerriglieri di Manuel. Dopodiché lanciarono l’Operazione Centauro o Casa Verde, ma gli aggressori dovettero ritirarsi con la coda tra le gambe a Tolemaida, dove li aspettavano i loro mentori ed istruttori nordamericani. A queste aggressioni seguirono ad ondate i piani Thanatos, Destructor 1, Destructor 2, il Plan Colombia; e parallelamente a questi scatenarono l’orrore del paramilitarismo, criminale strategia controinsorgente dello Stato, che tentava di distruggere quelle che consideravano le basi sociali della guerriglia con i massacri, le fosse comuni e le motoseghe. E adesso con il Pan Patriota disegnato dagli strateghi del Comando Sud dell’esercito degli Usa, con l’uso di sofisticate tecnologie militari, con i satelliti, con aerei ed apparati non armati, con la disponibilità di una forza che supera i 400 mila effettivi e migliaia di consiglieri e mercenari

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gringos, con l’aiuto militare di Washington con decine di elicotteri e 10 mila milioni di dollari nell’ultimo periodo, aspirano in uno sforzo disperato a sconfiggere l’insorgenza e lo scontento popolare. Né il fuoco, né le bombe delle operazioni militari delle oligarchie e dell’impero, né le marce manipolate riusciranno a disarticolare la resistenza e la lotta per una Colombia Nuova, bolivariana. La lotta armata in Colombia è vigente e ha luogo perché i problemi economici e sociali che la motivarono non sono spariti. Nel 1984, con l’Accordo de La Uribe, provammo la via elettorale della lotta, ma l’alternativa politica che definimmo, l’Unione Patriottica, fu sbarrata dagli spari. Cinquemila furono i morti per l’intransigenza del regime santanderista che opprime la Colombia. Per questo adesso lottiamo clandestinamente attraverso il Movimento Bolivariano per la Nuova Colombia. Nelle FARC ci sono persone di principio. Siamo indios coraggiosi. Non ci seducono i canti delle sirene. Siamo pronti a ingaggiare il combattimento, con passo da vincitori, al Ayacucho del secolo XXI, al quale convochiamo tutti i popoli della Nostra America. Parafrasando Bolivar: «siamo come il sole, che diffonde i suoi raggi dappertutto». Che ci può dire della versione del Presidente Uribe e del ministro della difesa di Colombia Juan Manuel Santos, che insiste nel dire che il Comandante Marulanda è morto non come conseguenza di un infarto, ma per gli intensi bombardamenti o per la paura? Con questa trovata tanto il presidente Uribe, come il ministro della difesa Santos, stanno dando dimostrazione della più incredibile e straordinaria stupidità. Solo ad un imbecille potrebbe passare per la testa che il leggendario guerrigliero che si è scontrato per sessanta anni con 17 governi e tutti gli stati maggiori delle forze armate ufficiali di questo periodo, potesse morire di paura. Questa pretesa da tonti provoca solo ilarità ed indignazione. Come disse lo stesso Manuel: «a uno non lo si può ammazzare sparando parole». Come si è decisa la scelta di Alfonso Cano come comandante massimo delle FARC e che cambiamento implica questa determinazione nelle guida dell’organizzazione? Implica la continuità dei piani. In quanto a come si è designato Alfonso Cano come nuovo comandante, devo dire che è avvenuta per unanimità il 27 marzo, quando siamo venuti a sapere della infausta notizia della morte del Comandante in Capo. In questo stesso giorno abbiamo anche deciso di posticipare questa informazione il 23 maggio per farlo nel segno del 44° anniversario delle FARC. Tutto lo Stato Maggiore Centrale delle FARC, la segreteria e i combattenti fariani si stringono saldamente attorno al comandante Alfonso Cano. Molti critici ed analisti assicurano che con l’arrivo del Comandante Cano si aprono nuove possibilità per iniziare una negoziazione; una nuova opportunità per lo scambio umanitario e la pace. Quale è la sua valutazione a queste affermazioni? Le politiche delle FARC sono già definite, determinate dalle nostre Conferenze Nazionali ed i Piani dello Stato Maggiore Centrale. C’è una linea tattica e strategica elaborata collettivamente. La pace è sempre stata il nostro principale obiettivo strategico ed in questo concordiamo con il Libertador per il quale: «l’insurrezione si annuncia con lo spirito di pace, si resiste contro il dispotismo perché questo distrugge la pace, e non prende le armi solo per obbligare il nemico alla pace»... Gli avvenimenti del 2 luglio che sono sfociati nella liberazione di quindici prigionieri parrebbero indicare che i riscatti militari sono una soluzione al problema. Che è successo nella selva del Guavire?

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Nell’insperato riscatto di 15 prigionieri di guerra nella selva del Guavire, né Uribe né Santos, né i generali Padilla e Montoya sono gli eroi che vogliono apparire. Nella pretesa operazione hanno messo solo gli elicotteri; tutto il lavoro è stato realizzato da due traditori, i quali a loro volta sono stati traditi dai generali e dal governo. Il successo è stato ampiamente utilizzato per la propaganda del Presidente, dei militari, della politica di Sicurezza Democratica, e soprattutto, per nascondere la scandalosa illegittimità ed illegalità del secondo mandato del signor Uribe, nato dalla corruzione che ha favorito la sua rielezione immediata. Il presidente Uribe ha cercato di dissimulare la sua vena di violento dittatore che attacca con tutto il fuoco della sua ira le manchevolezza della Corte che gli sono avverse. Agendo al di fuori del proprio stato di diritto pretende abbattere dal Palazzo Nariño, con poderose cariche esplosive, l’indipendenza della Corte. Già tiene sottomesso il ramo legislativo del potere pubblico; adesso vuole sottomettere quello giurisdizionale. A proposito di questa liberazione del 2 luglio, il Comandante Fidel Castro ha detto che le FARC non avrebbero mai dovuto catturare Ingrid Betancourt e che nemmeno avrebbero dovuto tenere nelle condizioni della selva in prigione i soldati e i civili in potere alle FARC, questo lo segnala come un atto crudele3. Che pensa di questo argomento del Comandante? Non voglio esprimere i sentimenti che suscitano posizioni di questo tipo. Voglio solo dire che le FARC sono totalmente in diritto di cercare con tutti i mezzi la libertà dei combattenti guerriglieri prigionieri tanto nelle carceri del regime come in quelle dell’impero. Cerchiamo una via d’uscita che ponga termine alla sofferenza della prigionia delle due parti contendenti. Bisogna pensare anche alla crudeltà e alle catene che sopportano i nostri nei sotterranei delle prigioni del regime uribista4 e in quelle dell’impero, che sono le stesse che patiscono i cinque eroi cubani e le migliaia di prigionieri violentati nei loro diritti come accade nelle carceri di Abu Graib e Guantanamo. Voglio aggiungere che in Colombia alcuni dirigenti politici sono più militaristi e per la guerra dei propri militari. Molti di loro organizzano e sono protagonisti attivi della legislazione di guerra e della repressione contro il popolo della Colombia per conto del terrorismo di Stato. Il presidente Uribe parla di accerchiamenti umanitari sui possibili accampamenti dove si trovano i prigionieri di guerra. Che significato ha questo annuncio per le FARC, è ancora valido l’ordine di non permettere il riscatto a sangue e fuoco? Non esistono accerchiamenti umanitari, solo accerchiamenti militari. Questa storia degli accerchiamenti umanitari è un inganno per dare la sensazione di un controllo territoriale che non è mai esistito. Quello che esiste è un ordine infame del Presidente Uribe ai suoi generali di riscattare a sangue e fuoco i prigionieri, senza curarsi delle conseguenze. In queste circostanze, qualsiasi fatale soluzione sarà responsabilità del signor Uribe. Il governo francese si è offerto di ricevere tutti i membri delle FARC che sono inclusi nell’interscambio. Se si concretizza lo scambio, le FARC saranno disposte a lasciare che i guerriglieri liberati vadano in un altro paese?

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Castro sugiere liberar a todos los rehenes pero que no depongan las armas, www.aporrea.org/imprime/n116548.html Vedere anche le dichiarazioni dell’ex prigioniera delle FARC, Clara Rojas: Clara Rojas agradece a las FARC, y ataca a Ingrid Betancourt, http://www.youtube.com/watch?v=1hhmmd79SGY 4 Secondo il Comitato di Solidarietà con i Prigionieri Politici, in Colombia sono detenuti oltre settemila prigionieri accusati di ribellione o reati connessi: http://www.aporrea.org/ddhh/n117671.html

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Questa impostazione è di per sé un affronto alla dignità dei guerriglieri delle FARC. I veri combattenti non cambiano le montagne con un umiliante esilio oltremare. La Francia ha assunto il primo luglio la presidenza dell’Unione Europea. Per l’interesse di questo paese nello scambio umanitario le FARC valuteranno la possibilità di cercare il riconoscimento politico, il riconoscimento della belligeranza ed il ritiro del suo nome dalla lista dei gruppi terroristi? Di fatto siamo una forza belligerante in attesa che, chiunque voglia aiutare la Colombia a trovare la pace, avanzi questo riconoscimento. È una condizione temporanea, finché non si risolve il conflitto delle legittimità. L’aggettivo di terrorista non è nulla di più che un’imposizione del più grande terrorista che l’umanità abbia mai avuto: il governo degli USA. I media parlano diffusamente delle FARC colpite militarmente e politicamente, dimezzate tanto nel numero di combattenti come nelle risorse economiche. Gli analisti sostengono che le FARC stanno passando il peggiore momento della loro storia. Sono davvero tanto debilitate le FARC? In realtà quello che li preoccupa è un’eventuale sollevazione dell’opposizione sociale grazie all’esistenza di una guerriglia bolivariana come le FARC, che ha già completato il dispiegamento strategico delle proprie forze su tutto il territorio nazionale. Per questo il Plan Patriota. Per questo l’escalation militare degli USA in Colombia. Per questo la sospirata conversione militare di Tres Esquinas in base militare statunitense nell’Amazzonia. Se le FARC stessero sgretolandosi non starebbero annunciando lo spostamento della base di Manta in Colombia. Quello che si sta sgretolando è la putrida istituzione colombiana macchiata di sangue e di cocaina, di narco-paramilitarismo ed illegittimità. Nella fase attuale è possibile che si arrivi ad una negoziazione di pace con il governo Uribe? Con Uribe la pace non è nulla di più che una chimera. La soluzione politica del conflitto è possibile solo con un altro governo, e molto di più se è il risultato di un Grande Accordo Nazionale nel quale giochino un ruolo da protagonisti le forze del cambiamento ed il popolo sovrano. Un nuovo governo che facendo della pace il suo obiettivo, raccolga le truppe nelle sue caserme e mandi i gringos a casa loro. Qual è visione che le FARC hanno in questo momento del governo Uribe e della situazione dell’istituzione colombiana nel mezzo della tregenda della narco-para-politica e di altri scandali come quello della Yidis-politica?5 È un governo narco-paramilitare, illegittimo ed illegale. È sostenuto solo dal criminale appoggio del governo di Washington, il terrorismo di stato, la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso le campagne mediatiche, i massacri, la spoliazione delle terre, la dislocazione forzata, la motosega, le frodi e la corruzione. Gli Usa hanno bisogno di un regime come quello colombiano, per utilizzarlo come testa di ponte per l’assalto neoliberale al continente. 5

Uno dei più eclatanti casi di corruzione che hanno permesso la rielezione del Presidente Uribe, insieme allo scandalo sulle relazioni tra il paramilitarismo e i rappresentanti politici, che ha coinvolto oltre settanta congressisti colombiani. Da notare certe similitudini con la situazione di Berlusconi: «[…] la necessità del presidente di mantenersi al potere per poter contrastare le indagini dei vari scandali che lo circondano…»: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=16&idart=11451

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Le FARC hanno detto che il governo di Uribe è illegale ed illegittimo. Perché quindi il governo si mantiene, secondo quanto diffonde la stampa colombiana, nei più alti livelli di popolarità; perché non cade questo governo? Le inchieste non consultano il 70 per cento della popolazione che si dibatte nella povertà e nella miseria, né i più di 4 milioni di sfollati a causa del terrorismo di stato. Non consultano il 50 per cento della popolazione economicamente attiva che soffre l’angustia quotidiana della disoccupazione e del sottoimpiego. Non consultano i sindacalisti perseguitati, né gli indigeni violentati, né le negritudini dimenticate, né gli studenti repressi. L’80 per cento della popolarità di Uribe è una farsa ed è il risultato della più schifosa manipolazione dell’opinione pubblica. Che si può attendere dalla nuova generazione dei comandanti che hanno assunto la guida delle FARC: una linea militare più dura o al contrario l’arrivo della politica totale? Continuare sul cammino tracciato dall’indimenticabile Comandante in Capo Manuel Marulanda Vélez, cioè quello della politica totale, che è la lotta strategica per la presa del potere per la via delle armi e della insurrezione, con la quale si arriverà ad un governo rivoluzionario, o per la via della alleanza politica verso l’instaurazione di un governo veramente democratico, in consonanza con la Piattaforma Bolivariana per la Nuova Colombia. Secondo i supposti computers sottratti al Comandante Raúl Reyes le FARC sono state finanziate dal governo del Presidente Hugo Chávez. Quanto c’è di vero in questo? Se ciò fosse stato vero, avremmo già fatto cadere questo governo fantoccio degli Usa. Questa affermazione è solo un pretesto interventista. Ciò che deve richiamare l’attenzione del Latinoamerica e del mondo sono i 10 mila milioni di dollari che la Casa Bianca ha apportato al governo terrorista di Uribe per massacrare il popolo, farlo sparire, cacciarlo dalle proprie terre, depredarlo… la Colombia è il primo beneficiario di aiuti militari degli USA nell’emisfero ed il terzo nel mondo. È evidente, il governo di Washington appoggia in questo modo i suoi prestanome prediletti nella destabilizzazione della regione, pensando di contenere la potente forza bolivariana che già si vede avanzare sull’orizzonte di questo secolo. Un tribunale dei popoli deve condurre al banco degli accusati l’impero rapace e violento che desidera continuare a soggiogare i popoli. Le FARC finanziarono la campagna presidenziale di Rafael Correa in Ecuador? E con cosa? Questo è un controsenso. Sono le FARC che necessitano dell’azione dell’internazionalismo solidale dei popoli del mondo. Con tutte le difficoltà che si sono presentate intorno al tema della presenza guerrigliera come pretesto6 che ha generato la crisi diplomatica fra Colombia, Ecuador e Venezuela, non si pone la necessità di un ripensamento nella prosecuzione di questa forma di lotta, soprattutto di fronte alla minaccia latente degli USA, con l’argomento che agiranno contro coloro che considerano “sostenitori del terrorismo”? La lotta armata non è in discussione. Le cause che l’hanno motivata non si sono modificate. La oligarchia chiede solo una pace che non tocchi i suoi privilegi, che non modifichi l’ingiusta struttura politica, economica e sociale che ha causato la povertà pubblica. La strategia di 6

Qui Parra si riferisce alla polemica dichiarazione di Chávez secondo la quale la guerriglia si sarebbe col tempo convertita in un pretesto per portare la guerra in America Latina, invitando le FARC a cercare altre forme di lotta ritenute dal presidente venezuelano più consone ai tempi che attraversa il continente. Questione a cui si fa riferimento nell’articolo Colombia: Stato ed Insorgenza Rivoluzionaria.

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dominio degli USA è già tracciata ed il pretesto è l’aspetto minore. Quello che i gringos vogliono è il petrolio del Venezuela, il gas della Bolivia, le ricchezze dell’Amazzonia e la miseria per i nostri popoli. Quello che serve è l’articolazione della resistenza alle politiche aggressive dell’impero. Voglio ricordare che nei fucili guerriglieri delle FARC resistono i popoli della Nostra America. E per quanto riguarda la pertinenza della lotta armata, una riflessione del Libertador: «anche quando siano allarmanti le conseguenze della resistenza al potere, non è meno certo che esista nella natura dell’uomo sociale un diritto inalienabile che legittima l’insurrezione». Finché esistono le FARC nessuno potrà sottrarre il fucile al Che. Le Guajira è del Venezuela come dice il Presidente Chávez? Senza dubbio, la Guajira7 appartiene alla Colombia di Bolivar e del primo precursore dell’indipendenza della Nostra America, il generalissimo Francisco de Miranda. Il nostro criterio è lo stesso di quello espresso dal Libertador: «Ho dimenticato di dire a voi che abbiamo pensato di unire insieme due o tre metà dei dipartimenti di Boyacá, Zulia y Barinas per far sì che non ci siano più la frontiera tra Venezuela e Nueva Granada, perché questa divisione è quella che ci sta ammazzando, e per lo stesso motivo dobbiamo distruggerla». Una riaffermazione finale: abbiamo giurato di vincere, y Venceremos. (traduzione e note di Ciro Brescia)

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http://it.wikipedia.org/wiki/La_Guajira

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Colombia: Stato ed Insorgenza Rivoluzionaria di Ciro Brescia Un popolo costretto nell’ignoranza è cieco artefice della propria autodistruzione. Simon Bolívar Ridotti a questo livello puerile di riflessione, incapaci di capire quali processi contraddittori, e perché non dirlo (usiamo una parola demonizzata) dialettici, passino fra comportamento etico, comportamento giuridico e comportamento politico; desiderosi solo di sottrarci alla tragicità dell’azione che sempre, anche quando non è violenta, comporta un rapporto di potere, di subordinazione e di manipolazione, in definitiva un rapporto di forza, noi ci consegniamo altrimenti prigionieri ai sofismi infami di chi il potere lo esercita davvero, di chi non fa violenza perché è violenza. Franco Fortini Non ho paura che mi sorprenda la morte. Sono un uomo dialettico. Il giorno che morirò verranno altri migliori di me a rimpiazzarmi. Jaime Pardo Leal8

Le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), dal 1982 conosciute con la sigla FARCEP, Esercito del Popolo, nascono nel 1964 formate da 48 colombiani, di cui 46 uomini e 2 donne agli ordini di Antonio Pedro Marín, conosciuto con il nome di battaglia di Manuel Tirofijo Marulanda Vélez, in onore di un dirigente sindacale assassinato dal terrorismo di stato colombiano dell’epoca. Presero le armi per difendere le proprie vite, le proprie famiglie e i propri beni di fronte all'aggressione militare dello Stato contro la regione contadina di Marquetalia. In maggioranza questi primi guerriglieri erano contadini, lavoratori, piccoli proprietari, unitamente ad alcuni operai, studenti ed intellettuali9. Presero le armi per garantire l’autonomia del paese, vale a dire la difesa di elementari diritti dell'uomo quali quelli alla vita, al lavoro, alla salute, per difendere la propria casa, per l'educazione dei figli, per la costruzione delle vie di comunicazione, per i crediti statali a bassi interessi che permettessero di migliorare le condizioni del lavoro nelle campagne, per tutto ciò che gli era sempre stato negato dalle autorità governative. Decisero così, a partire dal momento in cui vennero attaccati dalle forze militari del governo, di costituirsi in un'organizzazione politico-militare, impegnata nella lotta per i diritti di tutti i colombiani, vittime delle politiche di repressione, esclusione e abbandono statale proprie del sistema di governo imposto dai dirigenti dei partiti liberale e conservatore al potere. Oggi – secondo l’ultimo editoriale dell’agenzia ANNCOL (Agenzia di Notizie Nuova Colombia) – l’insorgenza delle FARC-EP si definisce una organizzazione politico-militare di orientamento marxista-leninista, conta tra i 15 e i 20 mila membri, 60 fronti, 7 blocchi, reti urbane10, milizie 8

Candidato della UP alla presidenza delle Repubblica di Colombia, assassinato l’11 ottobre 1987 in Cundinamarca 9 Siamo Esercito del Popolo!, www.mondofariano.org/nuestrahistoria/esercito_popolo.htm 10 Las redes urbanas, www.youtube.com/watch?v=HRkfIT8eSdI

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popolari, una direzione politica conformata nel Partito Comunista Colombiano Clandestino, conosciuto come PC3, e il Movimiento Bolivariano come riferimento della cosiddetta società civile. Un movimento insorgente articolato secondo le più diverse forme di lotta e fortemente connotato al femminile, anche se il Segretariato dello Stato Maggiore Centrale è ancora interamente maschile.11 Tutto questo, nonostante i rovesci subiti negli ultimi mesi: l’assassinio in territorio ecuadoriano con un bombardamento aereo del facente funzioni diplomatiche dell’insorgenza Raúl Reyes12, bombardamento in cui morirono in un sol colpo 25 persone, uomini, donne, colombiani, un ecuadoregno e quattro studenti messicani de la UNAM; l’eliminazione da parte di un infiltrato del comandante Iván Ríos13; l’eliminazione del cantautore, sempre in territorio ecuadoriano, Julián Conrado14; la morte dell’anziano leader storico Marulanda a seguito di un infarto15. Ma per comprendere le origini della guerriglia colombiana bisogna andare più indietro nel tempo, al tempo dell’assassinio del leader e candidato presidenziale liberale Jorge Elicier Gaitán; un avvocato da tutti conosciuto come difensore delle cause lavorative dei bananieri, considerato leader di origine popolare e di tendenza socialista. Dopo questo assassinio, nel 1948 si scatenò una rivolta popolare e bruciò il centro di Bogotà, un evento che passerà alla storia con il nome di Bogotazo. Insurrezioni armate spontanee si registrarono in tutto il paese. Da allora la Colombia è il paese con il numero di eliminazioni fisiche di sindacalisti, dirigenti antifascisti, comunisti e oppositori in generale più elevato al mondo. Torture ed assassinii realizzati per terrorizzare il popolo, anche squartando corpi con le motoseghe da parte di paramilitari al servizio del governo e dello Stato. La politica cosiddetta di seguridad democratica dell’attuale presidente Álvaro Uribe Vélez, ha prodotto il fenomeno dei cosiddetti desplazados, ovvero qualcosa come 4 milioni di persone, principalmente contadini, costretti dallo stato ad abbandonare le proprie case e le proprie terre. Interi paesi smobilitati, la più grande emergenza umanitaria dell’Americalatina secondo i dati delle organizzazioni internazionali e tra le più gravi al mondo. Tutto questo per obbedire alla strategia preventiva di controrivoluzione che risponde al principio del “togliere l’acqua al pesce”; solo con l’appoggio della popolazione contadina può esistere e diffondersi la guerra di resistenza, quindi il governo Uribe ha pensato bene di colpire ulteriormente il popolo delle campagne nel tentativo di combattere l’insorgenza armata. Il programma politico bolivariano insorgente continua invece a basarsi sulla rivendicazione del diritto alla casa, alla pace, al lavoro, al pane, alla terra, alla sanità, all’istruzione per tutto il popolo, il programma fondamentale per il rispetto dei diritti umani nel quadro dell’unità bolivariana dell’Americalatina, la Patria Grande ed il Socialismo. Nel 1984, l’insorgenza fariana contava su 27 fronti, dunque meno della metà di quelli sui quali può contare oggi, quando iniziarono i colloqui di pace in un quadro di tregua, successivamente le riforme politiche e sociali (riforma agraria, urbana, dell’educazione ed altre ancora) previste dagli accordi stipulati con i gruppi insorgenti non si materializzarono mai. Venne solamente approvata quella che prevedeva l’elezione popolare dei sindaci, frutto dell’interesse delle

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El francotirador, www.aporrea.org/internacionales/a60482.html, Guerrillera, www.youtube.com/watch?v=Ew8QRRZttfE 12 Reyes en Febrero 2008, www.youtube.com/watch?v=twgfnOV9W7s 13 Discurso del Comandante Iván Ríos en Villa Nueva Colombia, www.youtube.com/watch?v=nwQ4jEMdhhA 14 Julián Conrado, www.youtube.com/watch?v=S-unStE2NB0, www.youtube.com/watch?v=KEUwq8i9PtM, www.youtube.com/watch?v=cZH6oRz62Iw 15 Muerte de Manuel Marulanda, www.youtube.com/watch?v=Swj9WBe8MME

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oligarchie bipartitiche di strumentalizzare a qualunque costo tale potenziale di voti a favore dei loro feudi elettorali16. Tutti coloro che hanno abbandonato le armi anche delle altre organizzazioni guerrigliere (M19, parte del ELN, Autodifesa Operaia, EPL) come ha sottolineato Fidel Castro in una delle sue più recenti Reflexiones, non sono sopravvissuti alla ‘pace’: tra coloro che avevano aderito alla formazione politica elettorale dell’Unione Patriottica si calcola che siano stati 5.000 i leaders e militanti politici e sociali eliminati, (tra questi quattro erano candidati alla presidenza della repubblica), e molti altri sono i desaparecidos17. Oggi, 68 congressisti (gli italici “onorevoli”) sono sotto inchiesta per legami con i paramilitari, 32 sono in galera per vincoli con le forze paramilitari, il cugino del presidente Uribe tra questi; la corruzione e la concussione sono le basi marce quanto radicate del sistema colombiano, la magistratura ed i giudici devono andare con i piedi di piombo se vogliono mettere in salvo la pelle. Intanto il governo, preoccupato per il fermento nel mondo universitario, fa promulgare una nuova legge che concede la possibilità alla polizia di fare irruzione nelle università a caccia di ‘terroristi’ senza chiedere permesso18. Una vecchia nota della CIA qualifica Uribe come il nr.82 in una lista di narcotrafficanti19; suo padre era un prestanome del narcotrafficante Pablo Escobar. Lui ha frequentato le scuole più prestigiose ed elitarie del mondo, particolare che condivide con l’altra “stella del momento”, la figlia della buona borghesia franco-colombiana Ingrid Betancourt. Intanto i paramilitari dalla Colombia si infiltrano clandestinamente in Venezuela per sabotare il processo rivoluzionario bolivariano20 guidato dal Comandante Chávez21. La Colombia è piena di ‘consiglieri’ militari e di intelligence, provenienti dagli Usa e da Israele, il Plan Colombia ha impegnato ingenti risorse finanziarie in armamenti, intanto i bambini nelle campagne muoiono di fame22. Esiste un unico quotidiano nazionale ‘degno’ di questo nome, El Tiempo, che appartiene alla famiglia Santos, uno dei cui membri è il ministro ‘della guerra’ Juan Manuel Santos, braccio destro di Uribe. Il bombardamento terroristico dei media è spaventoso e conseguentemente la mobilitazione reazionaria di massa, soprattutto urbana, ha spesso gioco facile. Guillermo Riva, leader sindacale e militante del Partito Comunista Colombiano, è stato ritrovato privo di vita dopo essere stato dichiarato desaparecido dalla sua famiglia23, questa la notizia più recente. Sono centinaia i leader sindacali e politici e i giornalisti assassinati sotto il governo di Uribe. Ammesso che ce ne fosse ancora bisogno, questa è l’ennesima dimostrazione della natura fascista dello stato colombiano, che spinge molti all’autodifesa armata e alla montagna.

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La tregua del 1984, www.mondofariano.org/nuestrahistoria/tregua_1984.htm Rapporto sulla tortura in Colombia, http://mirumir.altervista.org/2008/07/rapporto-sullatortura-in-colombia.html 18 Univesidad Nacional de Colombia, www.youtube.com/watch?v=4C4Evn51z0s, protesta estudiantil universidad nacional, www.youtube.com/watch?v=Y564Imgq2xQ&NR=1 19 Álvaro Uribe Vélez clasificado como narcos, www.redportiamerica.com/alvaro_uribe_fue_clasificado.html 20 Paramilitares avanzan en Venezuela, www.redportiamerica.com/paramilitares_avanzan.html 21 Chávez y Azzellini sobre paramilitarismo, http://es.youtube.com/watch?v=ZmAkRyZ-Y2s, Darío Azzellini: "El Paramilitarismo supuestamente desmovilizado en Colombia se encuentra en Venezuela", www.aporrea.org/actualidad/n108669.html 22 Mueren de hambre niños colombianos, www.redportiamerica.com/mueren_de_hambre.html 23 Confirman asesinato de líder sindical, www.redportiamerica.com/confirman_asesinato.html 17

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Alcuni dicono che la Colombia rischia di convertirsi nell’Israele dell’America Latina, forse lo è già, altri sarcasticamente la chiamano Locombia, il paese della follia; più banalmente è il paese dove la guerra di classe scatenata dalla borghesia imperialista usamericana ha trovato il suo setting in quest’area geopolitica. In questo quadro si inserisce una serie fitta di episodi relativi alla ancora poco chiara liberazione dei quindici detenuti dalla guerriglia, lo scorso 3 luglio. Le FARC-EP, nel comunicato relativo alla vicenda che pubblichiamo di seguito, hanno dichiarato che si è trattato di una fuga24. Tra i quindici ‘liberati’ c’era la stella mediatica del momento Ingrid Betancourt, definita dalla sua stessa compagna di prigionia Clara Rojas - nonché in tandem con lei quando si candidò alla presidenza della Colombia - «una donna dalle inquietanti tendenze teatrali».25 Poche settimane prima Chávez aveva rilasciato alcune dichiarazioni che avevano sollevato non poche perplessità tra i più attenti alla politica venezuelana e alle vicende del Latinoamerica. La richiesta alle forze fariane di liberare tutti i prigionieri senza chiedere nulla in cambio, quindi senza chiedere la liberazione dei circa 500 prigionieri ostaggi del regime uribista, ma soprattutto l’affermazione secondo cui la guerriglia è una modalità di lotta passata alla storia26, sono apparse come prese di posizione a sorpresa, dopo che il presidente venezuelano aveva riconosciuto la guerriglia come forza belligerante con un progetto politico bolivariano di tutto rispetto. Le affermazioni di Chávez hanno sollevato molte curiosità e un certo disappunto nella sinistra rivoluzionaria e in chi conosce l’endemico scenario colombiano, oltre ad essere state immediatamente strumentalizzate dai media mainstream mondiali; tuttavia, non è sembrato che esse abbiano scomposto particolarmente né il movimento bolivariano, né i dirigenti del Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC27. Un aspetto che deve essere evidenziato per comprendere la strategia fariana è che il nuovo Comandante en Jefe non a caso è Alfonso Cano, uno dei massimi ideologi storici dell’organizzazione. Cano è responsabile del Movimiento Bolivariano por la Nueva Colombia, il progetto politico del PC3 che cura le relazioni con gli organismi di massa, e questo indica certamente una maggiore attenzione verso lo sviluppo di questa area di lavoro politico28. Per quanto la disinformazione di regime voglia far passare come ormai in agonia l’organizzazione, i dati statistici lasciano chiaramente intendere che le FARC-EP non possono essere più derubricate dall’agenda politica internazionale; tutti gli sforzi dei media borghesi, colombiani e globali, per denigrare la lotta insorgente colombiana, sono indicativi del fatto che non possono più fare a meno di parlarne e il loro costante terrore che la guerriglia possa conquistare simpatizzanti li spinge a mentire e a deformare sempre più scientificamente la

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Lettera aperta a Daniel Ortega, http://napoli.indymedia.org/node/4859, Sulla fuga dei 15 prigionieri di guerra, http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o12351 25 Clara Rojas agradace a las FARC, y ataca a Ingrid Betancourt, http://www.youtube.com/watch?v=1hhmmd79SGY 26 Chávez: "FARC son insurgentes, no terroristas", http://it.youtube.com/watch?v=V64IiB2Kbc4, Chávez pide sacar de lista de terroristas a Farc, http://it.youtube.com/watch?v=beQLz3aLIQE, Sandoval/ Chávez, www.lapatriagrande.net/04_opiniones/Miguel%20Angel%20Sandoval/con_todo_el_respecto.htm 27 A través de una misiva, FARC-EP reafirman sus luchas, www.aporrea.org/imprime/n117233.html, Alfonso Cano: ''Continuamos luchando por cumplir con los planes aprobados'', www.aporrea.org/imprime/n117107.html, Qué dijo y qué no dijo Chávez, http://www.aporrea.org/tiburon/a58774.html 28 Cano y la lucha guerrillera, www.youtube.com/watch?v=KNi6drAcSLs, Alfonso Cano neo leader delle Farc e il dialogo, www.peacereporter.net/default_news.php?idn=52485

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realtà, facendo di tutto per distrarre l’opinione pubblica dai problemi che Uribe ha con la giustizia29. L’11 luglio si è tenuta a Caracas un incontro tra il Presidente venezuelano e Uribe, nel tentativo da parte di Chávez di allentare la tensione che si andava acuendo tra i due paesi, anche in relazione alle costanti infiltrazioni dei paramilitari colombiani in territorio venezuelano. Probabilmente un modo per Chávez di riprendere fiato30. Per altro verso, queste vicende hanno avuto l’effetto positivo di aprire un dibattito serrato tra le fila della sinistra rivoluzionaria internazionale, in un dibattito tutt’ora in corso, in cui sono intervenuti, con diversi accenti, tra i più notevoli: il leader della guerriglia guatemalteca dell’epoca Miguel Ángel Sandoval, il noto militante e professore di Berkley James Petras31, la scrittrice cubana Celia Hart32, lo stesso Fidel Castro33, il gallese Alan Woods34, i venezuelani Vladimir Acosta35 e Luís Britto García36, la leader delle madri di Plaza de Mayo argentine Hebe de Bonafini37, il dirigente dominicano della Coordinadora Continental Bolivariana, il caamañista Narciso Isa Conde38. Se si può affermare senza grossi margini di errore che l’informazione a livello internazionale non è mai stata così terroristicamente manipolatrice, perversa nelle forme e nei contenuti, disinformante nella sostanza della realtà, una vera e propria arma di distrazione di massa o idiotización, è anche vero che in Colombia questa triste realtà trova uno dei suoi laboratori più avanzati39. In conclusione, dunque, sarebbe davvero il caso che i sinceri democratici cui un tempo si faceva giustamente appello, si mobilitassero per denunciare la sfacciata essenza menzognera, terroristica, impunita, mafiosa, paramilitare, criminale e genocida del presente governo colombiano e dell’attuale indegna organizzazione statale. Napoli, 20 luglio 2008

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Alvaro Uribe Narco Paramilitar. Su Pasado y Presente, www.youtube.com/watch?v=ivMVsgN14z8 30 (VIDEO) Chávez: "Uribe, ponga en su sitio a su ministro de Defensa", www.aporrea.org/tiburon/n116938.html 31 James Petras website, http://petras.lahaine.org/ 32 Las FARC, hoy más que nunca, www.aporrea.org/internacionales/a60681.html 33 Castro sugiere liberar a todos los rehenes pero que no depongan las armas, www.aporrea.org/imprime/n116548.html 34 Alan Woods Venezuela Contra Golpe, www.youtube.com/watch?v=AYsRFlrr8Js 35 Entrevista a Valdimir Acosta, http://dailymotion.alice.it/video/x4r3fa_entrevista-a-vladimiracosta-i_news 36 Venezuela no interfiere en política interna colombiana, http://www.aporrea.org/imprime/n107871.html 37 de Bonafini, www.youtube.com/watch?v=aTzJJ-1oqds, http://kabawil.splinder.com/post/15596719, www.libreriadelledonne.it/news/articoli/contrib120303.htm 38 Colombia al revés, www.aporrea.org/internacionales/a60314.html 39 Ningun gobierno es eterno, www.youtube.com/watch?v=SJEgMHdAeSA, Emir Sader: Los medios de comunicación ejercen un "totalitarismo brutal", www.redportiamerica.com/emir_sader_los_medios.html

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Omaggio a Manuel Marulanda Rebelión Pedro Antonio Marín Marín, più conosciuto come Manuel Marulanda Vélez e "Tirofijo", era il líder máximo de las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC). È stato, senza dubbio alcuno, il contadino rivoluzionario più grande della storia del continente americano. Durante sessanta anni organizzò movimenti contadini e comunità rurali e, quando tutte le strade democratiche legali si chiusero in maniera brutale, creò l’esercito guerrigliero più potente dell’America Latina e le milizie clandestine che lo sostenevano. Nell’epoca del maggior apogeo, tra il 1999 e il 2005, le FARC contavano con quasi 20.000 combattenti, diverse centinaia di migliaia di contadini attivisti e centinaia di unità di milizie comunali ed urbane. Anche oggi, nonostante l'esodo forzato di tre milioni di contadini come risultato delle politiche di terra bruciata e dei massacri del governo, le FARC mantengono tra i 10.000 e i 15.000 guerriglieri nei suoi numerosi fronti distribuiti per tutto il paese. Ciò che hanno reso tanto importante le conquiste di Marulanda sono le sue capacità organizzative, la sua acutezza strategica, le sue intransigenti posizioni programmatiche, basate sull’appoggio delle esigenze popolari. Più di qualunque altro leader guerrigliero, Marulanda ha dimostrato una compenetrazione senza pari con i poveri delle zone contadine, dei senza terra, dei coltivatori indigenti e dei rifugiati rurali durante tre generazioni. Esordendo nel 1964 con un paio di dozzine di contadini che erano fuggiti dai villaggi devastati da una offensiva militare diretta dagli Usa, Marulanda costruì metodicamente un esercito guerrigliero rivoluzionario con l'assenza di contributi economici e materiali stranieri. Più di qualsiasi altro leader guerrigliero, fu un gran maestro politico rurale. Le straordinarie doti organizzative di Marulanda si andarono raffinando essendo intimamente vincolato con il contado. Così come crebbe in una famiglia contadina, visse tra loro coltivando ed organizzandoli: parlava il loro stesso linguaggio, si occupava delle loro necessità quotidiane fondamentali e delle loro speranze per il futuro. In maniera concettuale, ma anche attraverso l’esperienza quotidiana, Marulanda realizzò una serie di operazioni politiche e militari strategiche basate sul suo brillante conoscimento del terreno geografico ed umano. Dal 1964 fino alla sua morte, Marulanda sconfisse ed eluse almeno sette importanti offensive militari finanziate con più di settemila milioni di dollari di aiuti militari usamericani, che includevano migliaia di “berretti verdi”, corpi speciali, mercenari, più di 250.000 militari colombiani e 35.000 paramilitari integrati negli squadroni della morte. A differenza di Cuba o Nicaragua, Marulanda costruì una base massiccia ed organizzata, preparò una dirigenza in gran parte rurale, dichiarò apertamente il suo programma socialista e non ha mai ricevuto appoggio politico o materiale dei cosiddetti “capitalisti progressisti”. A differenza dei corrotti e avidi gangesters di Batista e Somoza, che saccheggiavano e si ritiravano sotto pressione, l’esercito colombiano è un formidabile apparato di repressione, altamente addestrato e disciplinato, oltre ad essere sostenuto dai criminali squadroni della morte. Durante le decadi degli anni sessanta, settanta e ottanta, numerosi movimenti guerriglieri si alzarono in armi, lottando con maggiore o minore capacità e, dopo, sparirono assassinati, sconfitti (altri si convertirono anche in collaboratori) o si integrarono nei partiti e nei reparti elettorali. Poco numerosi, lottavano in nome di inesistenti “eserciti popolari”, la maggioranza erano intellettuali, che familiarizzavano più con i discorsi europei che con le microstorie, la cultura popolare e le leggende dei popoli che cercavano di organizzare. Furono isolati, circondati e sconfitti; lasciarono forse una eredità ben pubblicizzata di sacrificio esemplare, però non cambiarono nulla sul terreno.

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Al contrario Marulanda incassò i migliori colpi dei presidenti controinsorgenti d i Washington e Bogotà e glieli ritornò al cento per cento. Per ogni villaggio raso al suolo, Marulanda reclutò decine di contadini alla lotta, inviperiti e senza più casa, e li addestrò con enorme pazienza al fine di trasformarli in quadri e comandanti. Più di qualsiasi altro esercito guerrigliero, le FARC riuscirono a diventare un esercito di tutto il popolo: un terzo dei comandanti donna, più del settanta per cento contadini, anche se si associarono intellettuali e professionisti, addestrati da quadri del movimento. Marulanda è stato un uomo venerato per il suo stile di vita eccezionalmente semplice, condivise la pioggia torrenziale sotto coperte di plastica. Milioni di contadini l’hanno rispettato profondamente, ma non ha mai praticato il culto della personalità: era oltremodo irriverente e modesto, ha preferito delegare i compiti importanti ad una direzione collettiva, con molta autonomia regionale e flessibilità tattica. Accettò un ampio ventaglio di opinioni sulle tattiche, anche quando era profondamente in disaccordo con esse. All’inizio degli anni ottanta, molti quadri e leaders decisero di provare la via elettorale, firmarono un “accordo di pace” con il presidente colombiano, crearono un partito – la Unión Patriótica – e fecero eleggere molti sindaci e deputati. Ottenendo copiosi voti nelle elezioni presidenziali, Marulanda non si oppose pubblicamente all’accordo, però non abbandonò le armi né “scese dalla montagna alla città”. Molto più lucido dei professionisti e dei sindacalisti che si candidarono alle elezioni, Marulanda comprese il carattere estremamente autoritario e brutale della oligarchia e dei suoi politici. Sapeva che i governanti della Colombia non avrebbero mai accettato una riforma agraria giusta solo perché “pochi contadini analfabeti li avrebbero sconfitti nelle urne”. Nel 1987, più di 5.000 membri della Unión Patriótica furono assassinati dagli squadroni della morte della oligarchia, tra loro tre candidati alla presidenza, una dozzina di congressisti, donne, sindaci e consiglieri. I sopravvissuti fuggirono nella selva e si unirono di nuovo alla lotta armata o presero la via dell'esilio. Marulanda fu un maestro nel momento di rompere gli accerchiamenti ed evitare le campagne di annichilimento, soprattutto quelle che disegnarono i migliori e più brillanti strateghi del centro della controinsorgenza dei Corpi Speciali del US Fort Bragg e della Scuola delle Americhe. Sul finire degli anni novanta, le FARC avevano il controllo su più della metà del territorio del paese, bloccavano le autostrade e attaccavano basi militari a solo 65 kilometri dalla capitale. Molto debilitato, l’allora presidente Pastrana accettò negoziati seri di pace, per i quali le FARC chiesero una zona smilitarizzata e un programma che includeva cambi strutturali di base nello Stato, l’economia e la società. Differentemente dalle guerriglie centroamericane, che lasciarono le armi per incarichi elettorali, prima di deporre le sue, Marulanda insistette nella redistribuzione delle terre, nello smantellamento degli Squadroni della morte e la destituzione dei generali colombiani implicati nei massacri, in una economia mista basata in buona misura sulla nazionalizzazione dei settori economici strategici e con il finanziamento su grande scala dei contadini per lo sviluppo della coltivazione alternativa alla coca. A Washington, il presidente Clinton assisteva isterico a quello spettacolo e si oppose alle negoziazioni di pace, specialmente al programma di riforme, così come ai dibattiti pubblici aperti e ai fori di dibattito organizzati dalle FARC nella zona smilitarizzata, ai quali partecipava numerosa la società civile colombiana. La accettazione da parte di Marulanda del dibattito democratico, la demilitarizzazione ed i cambiamenti strutturali smascherano la menzogna dei socialdemocratici occidentali, latinoamericani e degli universitari del centrosinistra, che lo accusarono di “militarista”. Washington tentò di ripetere ‘il processo di pace centroamericano’ imbonendo i capi delle FARC con la promessa di incarichi elettorali e privilegi, in cambio avrebbero dovuto vendersi i contadini ed i colombiani poveri. Allo stesso tempo Clinton con l’appoggio dei partiti del Congresso fece approvare un progetto di legge di sovvenzionamento di duemila milioni di dollari per finanziare il maggiore e più cruento programma di controinsorgenza dai tempi della guerra in

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Indocina, denominato “Plan Colombia”. Il presidente Pastrana dette per terminato in forma brusca il processo di pace ed inviò soldati nella zona demilitarizzata perché si catturassero i vertici delle FARC, ma quando arrivarono Marulanda ed i suoi compagni, erano già andati via da lì. Dal 2002 fino ad oggi le FARC hanno alternato attacchi offensivi alle ritirate difensive, specialmente dalla fine del 2006. Con un finanziamento senza precedenti e con l'appoggio tecnologico ultramoderno degli USA, il nuovo presidente Alvaro Uribe – socio di narcotrafficanti ed organizzatori di squadroni della morte – ha adottato una politica di terra bruciata per accanirsi con la campagna colombiana. Tra le elezioni del 2002 e la sua rielezione nel 2006, più di 15.000 contadini, sindacalisti, lavoratori dei diritti umani, giornalisti ed altri critici furono assassinati. Intere regioni della campagna furono svuotate: nello stesso modo dell’Operazione Phoenix usamericana in Vietnam, si contaminò la terra delle coltivazioni con erbicidi tossici, più di 250.000 soldati e loro complici paramilitari degli squadroni della morte decimarono ampie zone della campagna colombiana controllate dalle FARC. Elicotteri provenienti da Washington bombardarono la selva in missioni di ricerca e distruzione (che non avevano nulla a che vedere con la produzione di coca o con l’invio di cocaina agli USA). Distruggendo tutta l’opposizione popolare e le organizzazioni contadine e cacciando milioni di colombiani, Uribe riuscì a spingere le FARC verso le regioni più remote. Così come fece nel passato, Marulanda assunse una strategia di ritirata tattica difensiva, abbandonando il territorio per preservare la capacità di lotta dei guerriglieri nel futuro. A differenza di altri movimenti guerriglieri, le FARC non hanno ricevuto nessun appoggio materiale dall’esterno: Fidel Castro rifiutò pubblicamente la lotta armata e allacciò rapporti diplomatici e commerciali con i governi di centrosinistra e anche migliori relazioni con il brutale Uribe. Dopo il 2001, la Casa Bianca etichettò le FARC come “organizzazione terrorista”, facendo pressione su Ecuador e Venezuela al fine che restringessero i movimenti alla frontiera delle FARC in cerca di approvvigionamenti. Il “centrosinistra” della Colombia si divise tra quelli che sostenevano un “appoggio critico” alla guerra totale di Uribe contro le FARC e quelli che protestavano infruttuosamente contro la repressione. È difficile immaginare che un movimento guerrigliero possa sopravvivere di fronte ad un finanziamento così massiccio della controinsorgenza, un quarto di milione di soldati armati dall’impero, milioni di contadini espulsi dalle proprie terre e un presidente psicopatico vincolato direttamente con una catena di 35.000 membri degli squadroni della morte. Nonostante ciò, sereno e risoluto, Marulanda diresse la ritirata tattica; l’idea di negoziare la capitolazione non gli è passata mai per la mente, né a lui né ai vertici delle FARC. Le FARC non hanno frontiere contigue con paesi che le appoggiano come il Vietnam aveva la Cina; nemmeno può godere, come il Vietnam, della somministrazione di armi dell’URSS né dell’appoggio massiccio internazionale dei gruppi occidentali di solidarietà, come i sandinisti. Viviamo in una epoca nella quale appoggiare un movimento contadino di liberazione nazionale non è “di moda”; nel quale riconoscere il genio di leaderes contadini rivoluzionari che costruiscono e mantengono l’autentica massa degli eserciti popolari è un tabù nei pretenziosi, loquaci ed impotenti Fori Sociali Mondiali, il cui mondo esclude regolarmente i contadini militanti e per i quali "Sociali" significa il costante intercambio di messaggi elettronici tra fondazioni finanziate dalle ONG. È in questo contesto così poco promettente di fronte alle vittorie di Pirro dei presidenti USA e Colombia che possiamo apprezzare il genio politico e l’integrità personale di Manuel Marulanda, il più grande contadino rivoluzionario dell’America Latina. La sua morte non genererà posters o magliette per studenti universitari di classe media, ma vivrà eternamente nei

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cuori e nelle menti di milioni di contadini della Colombia. Si ricorderanno sempre di come “Tirofijo”, un essere leggendario che uccisero una dozzina di volte e, nonostante questo, ritornò ai villaggi per condividere con i contadini le loro vite semplici. Tirofijo è stato l’unico leader che era realmente “uno di loro”, che durante mezzo secolo si è scontrato con l’apparato militare e mercenario yankee e non fu mai catturato o sconfitto. Ha sfidato tutti nelle loro funzioni, nei loro palazzi presidenziali, nelle loro basi militari, nelle loro stanze di tortura e nelle loro borghesi sale di redazione. È morto di morte naturale, dopo sessanta anni di lotta, in braccio ai suoi amati compagni contadini. ¡Tirofijo, presente! [trad. italiano Ciro Brescia]

Traducido para Cubadebate, Rebelión y Tlaxcala por Manuel Talens. El sociólogo James Petras nació en Boston el 17 de enero de 1937, de padres griegos, originarios de la isla de Lesbos. Ha publicado más de sesenta libros de economía política y, en el terreno de la ficción, cuatro colecciones de cuentos. El escritor y traductor español Manuel Talens es miembro de Cubadebate , Rebelión y Tlaxcala , la red de traductores por la diversidad lingüística. En mayo de 2008 ha aparecido su libro de ensayos Cuba en el corazón. Esta traducción se puede reproducir libremente a condición de respetar su integridad y mencionar al autor, al traductor y la fuente.

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LE MISSIONI Di seguito vengono presentate le Missioni operative in Venezuela. Le prime sono state lanciate nel 2003 con un metodo che si ripete per tutte le altre, ossia: viene lanciata pubblicamente l’idea, viene fatto un progetto-pilota, per poi rendere operativa la missione su scala nazionale una volta installata la macchina organizzativa. Per questo motivo non vengono ancora menzionate altre missioni che stanno proliferando e che vanno verso una piena operatività. Misión Árbol La “Missione Albero” nasce il 4 giugno del 2006 per iniziativa del Governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela. La Missione cerca di suscitare negli abitanti l’interesse per i boschi, nonché di favorire l’equilibrio ecologico ed il recupero di spazi degradati. Allo stesso tempo, mette in pratica un ambizioso piano di riforestazione nel quale il popolo e le istituzioni operano in maniera congiunta, rendendo realtà, in ambito ecologico, il protagonismo democratico e partecipativo. Misión Barrio Adentro L’obiettivo generale è garantire l’accesso ai servizi della sanità alla popolazione esclusa, mediante: a) un modello di gestione di sanità integrale orientato al raggiungimento di una migliore qualità della vita; b) la costruzione di Consultori e Cliniche Popolari - oltre agli ospedali del popolo - all’interno delle comunità con difficile accesso alle strutture già esistenti. Misión Ciencia Iniziata il 9 febbraio del 2006, è volta a modellare una nuova cultura scientifica e tecnologica che si occupi dell’organizzazione collettiva della scienza, del dialogo dei saperi, dell’integralità, dell’interdisciplinarietà e della partecipazione di una diversità di attori nell’ambito dello sviluppo scientifico-tecnologico del paese, con il fine di raggiungere un livello maggiore di sovranità. Uno dei suoi propositi è l’incorporamento massivo di attori sociali con uso intensivo della conoscenza e dell’articolazione interistituzionale, attraverso reti economiche, sociali, accademiche e politiche volte allo sviluppo endogeno ed all’integrazione latinoamericana. Misión Cultura La “Missione Cultura” è un programma che riguarda l’istruzione universitaria, lo sviluppo socio-politico e lo sviluppo socio-comunitario e culturale. Nasce in collaborazione con l’Università Simón Rodríguez, con la quale nell’ottobre 2004 è stato firmato un accordo attraverso il Consiglio Nazionale della Cultura (Conac). Misión Guaicaipuro Nasce il 12 ottobre del 2003 - in onore al passato, al presente ed al futuro - per restituire nel paese i diritti ai popoli ed alle comunità indigene. L’obiettivo generale è restituire i diritti dei Popoli Indigeni riconosciuti dalla Costituzione della Repubblica 50


Bolivariana del Venezuela. L’organo promotore di questa missione è il Ministero dell’Ambiente e delle Risorse Naturali. Misión Hábitat Ha come meta dare spazio all’abitabilità, oltre a dare risposte ai problema delle famiglie e delle comunità, non solo in materia di costruzione, ma soprattutto nello sviluppo dell’habitat, pur di far sorgere urbanizzazioni integrali che dispongano di tutti i servizi, dall’istruzione alla sanità. Un altro dei suoi obiettivi è la valutazione di terreni da destinare alla costruzione di uno Sviluppo Endogeno Abitativo Autosostenibile. Misión Identidad É un programma della Repubblica Bolivariana del Venezuela, il quale fornisce in pochi minuti la carta d’identità tanto ai venezuelani quanto agli stranieri. In questa missione lavorano fianco a fianco l’Esecutivo Nazionale e la ONIDEX – ufficio nazionale d’identifacazione degli stranieri - per poter così prestare un servizio migliore a tutti gli utenti che lo richiedano. Misión Madres del Barrio La “Missione Madri del Quartiere” ha come obiettivo quello di appoggiare le casalinghe che si trovano in uno stato di necessità insieme alle loro famiglie, al fine di superare la povertà estrema e di prepararsi ad uscire dalla povertà della loro comunità, mediante: l’incorporamento in programmi sociali e missioni, l’accompagnamento comunitario e l’assegnazione di un sostengo economico. Decreto n. 4.342 (6 marzo 2006), pubblicato sulla Gazzeta Ufficiale n. 38.404 del 23 marzo 2006. Misión Mercal L’obiettivo fondamentale della “Missione MERCAL S.A.” è effettuare il mercato e la commercializzazione permanente –all’ingrosso ed al dettaglio - di prodotti alimentari e di altri prodotti di prima necessità, mantenendo sempre la qualità, dei prezzi bassi ed un accesso facile, al fine di mantenere rifornita la popolazione venezuelana, in particolare quella dalle scarse risorse economiche. Misión Milagro Operazione gratuita delle malattie della vista ai cittadini dalle ridotte risorse economiche. È iniziata nel luglio del 2004 come parte degli accordi firmati tra Cuba ed il Venezuela. All’inizio sono stati accolti solo pazienti venezuelani, ma ora si è estesa ad altri Paesi dell’America Latina. Tipo di operazioni: cataratta, “pterigión” e “ptosis palpabral” • Pazienti operati: 12.596 • Numero di operazioni: 13.009 • Venezuelani operati: 10.765 51


• Stranieri operati: 1.816 • Operati a Cuba: 176.955 Misión Miranda Ha come obiettivo principale quella di organizzare, captare, registrare, controllare e riaddestrare la Riserva della FAN - Forza Armata Nazionale - con il fine di contribuire all’integrità dello spazio geografico, mediante: la difesa militare, la cooperazione nel mantenimento dell’ordine interno e la partecipazione attiva allo sviluppo nazionale. Misión Negra Hipólita Iniziata il 14 gennaio del 2006, è volta a combattere la marginalità, ma anche ad aiutare a tutti i bambini e bambine di strada che soffrono condizioni di povertà. La “Missione Negra Hipólita” avrà come obiettivo quello di coordinare e di promuovere tutto quanto è relazionato all’accoglienza integrale di tutti i bambini, bambine, adolescenti ed adulti di strada, adolescenti incinte, persone con disabilità ed anziani in condizioni di estrema povertà. Il funzionamento di questa Missione è garantito dai comitati di protezione, organizzazioni comunitarie che diagnosticheranno la situazione sociale nel loro ambito territoriale. Misión Piar Questa missione si pone in linea con il Piano Integrale di Sviluppo Sostenibile delle Comunità di Minatori, piano che porta avanti il governo del Presidente Hugo Chávez Frías – attraverso il Ministero dell’Energia e delle Miniere - per rendere degna la qualità della vita dei piccoli minatori, fomentando lo sfruttamento razionale ed organizzato delle risorse, nel rispetto della normativa ambientale. Misión Revolución Energética La “Missione Rivoluzione Energetica” è un programma sociale sviluppato dal Governo Bolivariano per promuovere l’uso razionale dell’energia, attraverso la sostituzione delle luci incandescenti con luci bianche a risparmio energetico. Misión Ribas La Missione Ribas è un programma d’istruzione che il Governo Bolivariano del Presidente Hugo Chávez Frías sta sviluppando, dal novembre 2003, con il fine di includere tutte quelle persone che non hanno potuto culminare la scuola media superiore, beneficiando i cittadini e cittadine, che senza dare importanza all’età vogliono culminare i loro studi superiori. Misión Robinsón I La Missione Robinson è l’operazione civico militare più importante della storia repubblicana del paese; essa ha come fine quello di formare cuori per la libertà, insegnando a leggere e scrivere a più di un milione di venezuelani distribuiti su tutto il territorio nazionale. Con la conoscenza si riesce ad avvicinare il potere alla gente. 52


Misión Robinsón II Ha come obiettivo che i partecipanti conseguano la licenza elementare e di garantire loro il consolidamento delle conoscenze acquisite durante l’alfabetizzazione, oltre ad offrire varie opportunità di formazione in vari mestieri. La Missione Robinson II si basa sul metodo “Io sì, posso continuare”, il quale prevede l’utilizzo della televisione, di lezioni video e di foglietti di appoggio alla strategia d’istruzione. Misión Sucre É un’iniziativa dello Stato Venezuelano e del Governo Bolivariano che ha come oggetto quello di potenziare la sinergia istituzionale e la partecipazione comunitaria, al fine di garantire l’accesso all’istruzione universitaria a tutti i diplomati non vincitori dei concorsi per l’accesso all’università, in modo da trasformare la condizione degli esclusi dal sottosistema dell’istruzione universitaria. Misión Villanueva In onore all’architetto venezuelano Carlos Raúl Villanueva, la Missione Villanueva avrà come obiettivo principale la redistribuzione della popolazione nello spazio, affinché possiamo stare meglio distribuiti e le famiglie vivano meglio. Questa Missione verrà applicata in tutto il paese, iniziando da Caracas, il centro urbano più importante della nazione ed in pieno sviluppo per le immense opere d’infrastruttura mobile costruite negli ultimi tempi, oltre che per i problemi critici che vengono registrati in questo momento, dovuti alle grandi concentrazioni nei quartieri ed a prime-case in condizioni poco civili o inumane. Misión Vuelvan Caras L’obiettivo della Missione “Ritornino le facce” è quello di garantire la partecipazione della forza creativa del popolo nella produzione di beni e servizi, superando le condizioni di esclusione e povertà generate nelle ultime quattro decadi. Raggiungere una qualità di vita degna per tutti i venezuelani attraverso la partecipazione del popolo insieme al Governo Rivoluzionario. Misión Zamora La Missione Zamora ha come obiettivo quello di riorganizzare il possesso e l’uso delle terre oziose con vocazione agricola, al fine di sradicare il latifondo. Nel rispetto di una linea-guida costituzionale inquadrata all’interno del processo rivoluzionario che vive il Venezuela, al fine di raggiungere l’uguaglianza e l’equità sociale, in osservanza dell’articolo 307 della Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela. (trad. Fabio Avolio)

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E ora?

che ci tolga questa vergogna di essere indios, questa vergogna, che ci condanna eternamente al peggiore dei sottosviluppi. Reclamo con ansia l’invasione di truppe di piqueteros argentini, di madres y abuelas de plaza, che ci raccontino storie nelle quali riconoscere le nostre proprie storie. Che vengano truppe spagnole e cilene, a raccontarci come imputridisce il cuore di una patria fascista. Vengano gli uruguaiani con il loro mate amaro a raccontarci la milonga triste e sdolcinata dei loro desaparecidos. Che vengano tutti i fratelli del mondo in questa terra dimenticata a farci capire che il nostro paese non è il migliore del mondo perché è una patria ingiusta. Che Colombia è passione... e morte. Speriamo che ci invada la batucada festosa che ponga fine al nostro lutto che ponga fine a questo silenzio assordante. Siamo soli, alla destra della cartina geografica. Ci fa compagnia soltanto il nostro caro amico Quello che invase il paese delle mille e una notte."

"E ora che succede, se siamo rimasti soli, che ci invadano, che sarebbe meglio. Sarebbe una benedizione per la nostra terra, che circondino le nostre frontiere, che ci invadano i nostri fratelli latinoamericani. Che ci invadano gli ecuatoriani, così magari avremo di nuovo tenero come mais, il cuore che abbiamo perduto. Che ci invadano i cubani! affinché i nostri bambini siano educati gratuitamente e non muoiano davanti alle porte degli ospedali privati. Che venga il meglio della nostra America. Che venga un contingente di ragazze brasiliane con le quali fare l’amore fino a perdere la lieve forza di cui si ha bisogno per premere un grilletto. La cosa migliore per la Colombia sarebbe un’invasione brasiliana di vasta portata; Così che un giorno, vinciamo un mondiale di calcio. Abbiamo urgente bisogno di una invasione venezuelana, per tornare a dire le cose con chiarezza, sinceramente, senza tradimenti, Con oratoria bolivariana. Ci serve con urgenza un’invasione boliviana

Lizardo Carvajal – poeta e cantante colombiano

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La Redazione di ViceVersa ringrazia profondamente il compagno Ciro per aver iniziato con noi questa proficua collaborazione, per aver messo a nostra disposizione il frutto di un cronista oggettivo di giornate e viaggi bolivariani, strenuo sostenitore della causa dei popoli oppressi dell’America del Sud, attento osservatore al di qua e al di là dell’oceano. ViceVersa Opuscolo mensile di cronaca locale, memoria storica e nuova cultura comunista. Diffuso in Valdelsa, Chianti fiorentino, Empolese. Supplemento alla rivista mensile “L’AURORA”, rivista toscana di orientamento comunista Registrazione al Tribunale di Firenze n.5441 del 2 settembre 2005. Redazione : Ugo Rossi, Eugenio Simoncini, Eduardo Rossi, Alice Pistolesi, Andrea Parti, Chiara Salvia, Sandro Cambi, Cristina Morcan, Marco Pagli, Graziano Ramerini, Cinzia Orsi, Vita Fidanza, Valentina Marini, Matteo Scamporrino. Collaboratori ed inviati : Stefania de Majo, Enrica Gatto, Claudia Mignone, Ciro Brescia, Fabio Avolio, Eleonora Tedesco, Michele Cimmino.

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Per la stesura di questo opuscolo non è stato ferito o torturato nessun leghista.

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Taccuino di viaggio VICEversa