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VITTORIO TUCCI

IL PESO DELL’OMBRA

Racconto a sfondo culturale ambientato su quel ramo…


Introduzione dell’autore

Un succinto commento sulla mia nuova esperienza cui mi è stato gradito dedicarmi. Intendo con ciò rispondere anticipatamente a chi avrà la disponibilità e la pazienza di leggermi ancora ed al presumibile giudizio che potrebbe venirmi addebitato, nel senso di aver troppo spaziato nel campo della fantasia sì da rendere credibili situazioni assurde. Ma non è vero, perché questa è spesso superata dalla realtà. Si consideri infatti che la mente umana è al tal punto peculiare ed imprevedibile da far rientrare nella più logica e razionale delle cose tutto ciò che invece potrebbe apparire come incredibile. Aggiungo inoltre che mi sono un po’ adeguato allo schema orientativo proprio dei romanzi gialli, nei quali la riuscita consiste nel tenere in suspense il lettore nell’attesa della rivelazione dell’assassino, che però deve avvenire solo in occasione della fine ed in ciò mi è di conforto Agatha Christie, e per essa Poirot, da sempre interprete magistrale delle trame che hanno coinvolto i suoi personaggi. Per la verifica infine di tutto quanto ho cercato di mettere in atto e quindi nella sperata riuscita anche per me, un solo invito, leggetemi, anzi rileggetemi e poi, se del caso, consideratemi.




Capitolo I

Una mattina all’Ufficio delle Entrate Quell’inverno dell’Anno Domini 20.. era stato alquanto rigido talchè a memoria d’uomo non se ne ricordava uno uguale. Se è vero che la neve, come ci hanno insegnato sui banchi di scuola, è preordinata dalla natura provvida per proteggere come coltre il seme che riposa nelle zolle, ove è stato sparso dalla mano piena di speranza affinché vivifichi più rigoglioso ai primi calori della primavera, l’avvento del manto bianco toccò allora vertici inusitati ad alimentare la prospettiva di un proficuo raccolto. Ed infatti sotto la neve pane, come arguiva il saggio contadino. Troppe stagioni erano passate con le avvisaglie di semplici spruzzatine per cui in fondo del fenomeno, particolarmente gradito specie dai più piccoli, se ne avvertiva la nostalgia. Ritornando al clima nella situazione anomala che ho presentato, quell’anno però aveva fatto da contraltare l’aumento smisurato del costo del carburante provocato da manovre speculative dovute all’avidità dei petrolieri, il che non poteva non indurre ad una certa austerità a discapito in particolare del calore domestico. I termosifoni non potevano quindi che venire accesi ad orario




ridotto e con turni intermittenti e l’imperativo categorico, fra l’altro imposto, era che non si doveva superare una certa gradazione tanto che all’emergenza si ovviava coprendosi molto. Quella mattina del 2 maggio del medesimo anno nell’interno dei locali dell’Ufficio delle Entrate di Lecco la temperatura era pertanto alquanto frizzante per le direttive impartite dalla Pubblica Amministrazione costretta a limitare i propri disavanzi economici, ma del tutta diversa invece l’atmosfera che ivi trapelava e si respirava. A causa infatti del pregresso giorno di festività le pratiche si erano accumulate in modo anomalo ed era tutto un brulichio di contribuenti affannati dai loro problemi ma non lo era di meno se la situazione veniva riguardata dalla parte del personale, costretto a dare chiarificazioni sul perché di ogni convocazione o peggio a fronteggiare proteste esasperate tanto che ciascuno di loro veniva ridotto alla stregua di veri accumulatori in senso tecnico. A verificazione introduciamoci nell’ufficio del dr. Luigi Perillo e registriamo il dialogo: “Buongiorno, direttore, sono venuta perché intendo avere finalmente evasione in merito al mio ricorso, di cui da tanto non ho notizie”. “Ma, signora Agostoni, lei sta abusando qui del mio prezioso tempo. Non sa forse che l’accertamento è ormai definitivamente passato a ruolo e che la sua posizione giace quindi nell’archivio?” E’ appena il caso di ricordare che l’introdotta, lecchese verace, era assai conosciuta nell’ambito locale per una certa ragguardevole




posizione economica, tanto che occupava un attico sito in un lussuoso condominio, abitato da quelli che contano ed ubicato nel rione di Acquate, non lontano dalla salitella che porta alla mistica chiesetta dedicata alla Madonna di Lourdes. “Mi scusi, dr. Perillo, le posso provare di aver adempiuto tramite il mio commercialista ad ogni valido atto interruttivo e dato che a tutt’oggi non mi è stata notificata decisione alcuna in proposito, devo concludere che la pratica è stata insabbiata per incuria e disservizio da parte di codesta amministrazione.” “Badi a come parla, altrimenti l’accompagno alla porta.” “Lo faccia pure direttore, ma come esco da qui segnalo il tutto al suo diretto superiore ed intendo all’Ufficio Provinciale o, se del caso anche al Ministero, e vedremo come se la sua scranna non abbia a vacillare.” “Andiamoci piano con le provocazioni e le minacce e si calmi i nervi.” Qui viene premuto un pulsante dell’apparecchio telefonico e poco dopo entra un individuo di bassa statura, un po’ pingue, occhiali a stringinaso, capelli lisci e di color bruno, curatamente tirati sul capo per celare una calvizie avanzata, baffetti alla Umberto, giacchetta che evidenziava un annoso uso ma rigorosamente salvaguardata dai coprimaniche, in una parola il classico lacchè. Dobbiamo nel frattempo far presente che il dr. Perillo subito dopo la segnalazione telefonica aveva lanciato uno sguardo per certo non




disinteressato alla propria interlocutrice in quanto, trattandosi anche di donna assai avvenente e piccante, aveva notato che teneva le gambe accavallate in modo malizioso ed a suo giudizio provocatorio. Il nuovo entrato invece si limitò a lanciarle uno sguardo furtivo, subito però distolto come se la cosa non facesse per lui, donde in tal modo venne ripreso il dialogo: “Policarpo, scenda nell’archivio e mi porti la pratica Agostoni. Il numero è il 1987 del 2003”. “Provvedo subito” rispose l’incaricato. Trascorse qualche minuto ed il latore porse il fascicolo nelle mani del suo direttore che sbottò immantinente in uno scatto d’ira: “Policarpo, usciere dei miei stivali, pardon signora, ma lei il decoro ce l’ha proprio sotto la suola delle scarpe? Qui c’è tanta polvere da provocare un attacco di tosse.” “Chiedo venia, dottore, ma è quella che fa da sempre velo alla lampadina dell’archivio”. “La pulisca allora!” “Non mi pare sia di mia incombenza.” Accomiatato il malcapitato, che sgusciò via un po’ imbronciato, eccoci alle ultime battute. “Povero Policarpo, cosa aspetta ad entrare nella normalità, in fondo è un buon uomo e tutti gli vogliono bene, avrebbe però bisogno tanto di aiuto. D’altronde è troppo solo, anche se è lui che l’ha voluto. Vai comunque a distoglierlo da quelle che sono le sue manie. Mi scusi, signora Agostoni, per queste mie considerazioni, ma mi tolga una




curiosità. E’ lei forse che si diletta a cavallo, perché mi sembra di averla vista di recente al concorso ippico di Camerlata.” “Si, ero proprio io e ciò fu in occasione ed a seguito della mia separazione grazie ai consigli degli amici di sempre. Posso oggi affermare che non esiste sport più affascinante perché, stando all’aria aperta, ti diverti, ti rilassi, ma soprattutto ti completi in ogni senso. Non è forse vero che chiodo scaccia chiodo?“ “Si consideri perciò sin d’ora invitata nel mio maneggio di Molteno, ove possiedo una quota di compartecipazione e così avrò il privilegio di farle cavalcare il mio Delphinus. E’ un puro sangue della razza Dormello Olgiata ed è soprattutto docile ed ubbidiente.” “Con immenso piacere allora.” “Stia pur certa, gentil signora Giovanna, che la contatterò al più presto. Nel contempo le assicuro che assumerò personalmente la sua pratica ed abbia fiducia. Arrivederci.” “Arrivederci e resto in attesa sig. Luigi.” Per quanto riguarda il dr. Perillo, fra l’altro a tutt’oggi scapolo impenitente, segnalo che proveniente da Varese, venne qui trasferito appunto al locale Ufficio delle Entrate e che scelse la propria dimora in quel della Giazzera. Rimasto poi solo dopo tale colloquio, si concentrò per un momento nei suoi pensieri e ripensando all’incontro la sua considerazione fu che non è vero che il cattivo tempo si vede subito dal mattino, dopo di che avanti… un altro.




Volgendo in seguito la fine della giornata lavorativa, Policarpo riordinò con cura tutte le pratiche che si erano accatastate sulle varie scrivanie riponendole negli scaffali a loro destinati, si alzò, diede con la mano una spolverata al proprio cappotto foderato col bavero in finta pelle, appeso fra l’altro con cura ed al quale prestava il massimo delle attenzioni, perché era il capo più pregiato che si era potuto permettere. Indossatolo, si avviò a passi lenti e tardi alla volta della propria abitazione sotto una pioggerella fastidiosa ed una leggera nebbiolina, percorrendo quella stradicciola che costeggia la riva sinistra dell’Adda fiancheggiata da quel masso ove sta inciso “… Addio monti sorgenti dall’acque ed elevati al cielo…” ed avendo alle spalle proprio il Resegone. Ma cosa è la nebbia? In fondo è una nube che ha scelto di appiccicarsi al suolo. L’umore non era certo dei più rosei perché sentiva il peso del rimprovero proprio da parte di colui che stava al vertice ed in siffatto stato d’animo guadagnò l’uscio del suo modesto appartamento. La maggior parte avrà capito che la sua abitazione si trovava nel modesto e pure caratteristico borgo di Pescarenico e più precisamente in via Maggiore, al giorno d’oggi però tanto apprezzato. Qui entrato si tolse il cappotto che appese sempre con cura su un attaccapanni, riempì d’acqua una pentola che collocò sul fuoco per farvi bollire quel cavolo che aveva acquistato al mercato la mattina durante la pausa del lavoro, suo unico pasto frugale, e




nell’attesa si sedette al desco, mentre nel frattempo il buio stava sopraggiungendo. Si guardò bene dall’accendere il riscaldamento, benché il termometro non superasse i 15 gradi ed infatti faceva ancora molto freddo, per cui il precedente richiamo alla frugalità era tutt’altro che casuale e pletorico. Mentre era in attesa di consumare il pasto, accese il televisore rigorosamente in bianco e nero in quanto veniva trasmesso un documentario di contenuto archeologico di Piero Angela, terminato il quale, pose la protesi dentaria nella bacinella colma d’acqua, in cui era stata messa a sciogliere una pasticca disinfettante ed ingerita la solita mezza pastiglia di Tavor si coricò sprofondando in un sonno in questo caso un po’ agitato. Ma allora a questo punto un interrogativo sorge spontaneo e cioè perché tale individuo dovesse masochisticamente ed oltre ogni logica razionale privarsi di qualsiasi conforto benché usufruisse di uno stipendio più che decoroso? A ciò va aggiunto, il che è tutt’altro da sottovalutare, che nulla pagava di affitto in quanto l’appartamento l’aveva ereditato dai suoi genitori e che nell’arco di tutta la sua esistenza si era sempre guardato bene dallo sbilanciarsi con donne e figli. Fra l’altro poi la gente andava insinuando che pare possedesse in banca depositi cospicui. Giunti a questo punto sarebbe troppo facile concludere che il nostro

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Policarpo fosse afflitto dal riprovevole tarlo dell’avarizia, ma le cose non stavano per nulla così ed infatti nel proseguo il tutto avrà la sua logica giustificazione.

Acquate: Santuario di Lourdes

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Acquate: Santuario di Lourdes

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L’Adda… quella terricciola e sullo sfondo il Resegone

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Capitolo II

Le alterne vicissitudini di Policarpo Per sollecitare ora la curiosità del lettore ci pare il caso di tratteggiare, se pure a grandi linee, gli eventi che hanno caratterizzato il nostro personaggio. Il padre, che lo ebbe come figlio unico, rimasto fra l’altro vedovo precocemente, era un semplice maestro elementare, ma dotato oltre che di personalità, di buon gusto tanto da coltivare come unico hobby quello della cultura, cui dedicò la maggior parte delle attenzioni oltre che delle sue disponibilità economiche. Ogni suo risparmio fu pertanto profuso per arricchire ed impreziosire la propria biblioteca e cospicuo fu il patrimonio di cui verrà a beneficiare il figlio. L’elenco comprendeva fra l’altro pregevoli edizioni di opere assai note e mi limito a citare a caso La critica della ragion pura di Kant, Il discorso sul metodo di Cartesio, La città di Dio di Sant’Agostino, L’elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam, un’interessante pubblicazione sulle Vite dei Papi, con dotti richiami pittorici, ovviamente la Divina Commedia artisticamente illustrata dal Doré, in conclusione parecchi volumi, alcuni di grande valore in quanto rari.

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Ma in particolare degne di attenzione raccolte varie sulle antiche civiltà, fra cui quelle degli Assiri e Babilonesi, degli Egizi, degli Etruschi e delle Precolombiane. Ed infine, assai considerevole, una rara edizione de I Sepolcri di Ugo Foscolo, di cui devo far menzione perché avrà un peso determinante sulle vicende di Policarpo. Diciamo pure che questi della biblioteca ereditata ogni tanto attingeva qua e là, anche se di tempo dopo il lavoro ne disponeva parecchio, non certo comunque con passione spasmodica. Sarà quindi il caso di individuarlo nei suoi lati ed aspetti caratteriali e nella sua, si fa per dire, personalità. Diciamo subito che crebbe giocoforza privo del calore materno e quindi sotto l’egida esclusiva di un padre non molto espansivo e non certo maestro di affabilità, il che ha sicuramente influito sulla sua formazione col risultato poi tale da far disattendere la nota diceria: “talis pater, qualis filius.” Infatti sin dalla più tenera età il soggetto aveva manifestato comportamenti assai strani che lo esponevano al ludibrio dei suoi compagni di scuola, e sappiamo che i bambini sono i più crudeli giudici nei confronti dei più deboli, talchè pure i suoi stessi insegnanti sul giudizio di classe che lo riguardava avevano espresso una valutazione che non avrebbe certo fatto felice qualsiasi genitore e cioè che… aveva il senso del ridicolo. In questo caso quale miglior difesa nel far sentire nei confronti di

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coloro che ti fanno passare per zimbello il peso dei propri pugni, perché allora sei sicuro con tale reazione di assicurarti almeno il rispetto? Purtroppo però il nostro perseguitato era stato penalizzato dalla natura con un fisico alquanto gracile, nel senso che era assai mingherlino, per cui alla fine tutti i coetanei si accanivano contro di lui, tanto che l’indifeso subiva e… come subiva! Conseguito comunque e con qualche difficoltà il diploma di scuola media inferiore, era stato avviato dal padre agli studi di ragioneria, ma con risultati non certo incoraggianti anche per una certa indolenza connaturata, tanto che non li completò. Quindi un revisore dei conti in meno, il che tornò a tutto lustro della categoria, anche se però per la legge dei contrasti questi i propri conti in fondo li sapeva fare, ma a modo suo, come constateremo, alla stregua degli avari e dei prodighi, come concepiti da Dante, i quali appunto: “con misura nullo spendìo ferci” (non fecero nessuna spesa con misura). In siffatta situazione e cioè senz’arte né parte, solo grazie alle influenze del padre e alla stima che questi godeva incondizionatamente nel contesto sociale, tanto che aveva fra l’altro sdegnosamente escluso che trovasse impiego nei ruoli comunali, essendosi reso vacante il posto di accalappiacani, in quanto troppo esposto all’ironia della gente, l’aspirante potè almeno venire assunto presso il locale Ufficio delle Imposte Dirette, oggi delle Entrate, con la semplice mansione

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di commesso, nella sostanza di fattorino, fino poi, grazie ancora a compiacenti raccomandazioni, a maturare quella di usciere. Per completarne la descrizione aggiungo che, benchè non fosse certo dotato di spiccata levatura intellettuale, qualche idea sua l’aveva almeno nel campo della politica ove orientava le sue simpatie verso la sinistra. A fronte invece del problema di Dio manifestava il più radicale agnosticismo nel senso che rifiutava deliberatamente di prenderne posizione, a verifica della pigrizia propria del suo carattere, prova ne è che le sue frequenze nelle funzioni religiose avvenivano solo in occasione di funerali o di matrimoni. D’altronde non mi pare del tutto avventata l’opinione che la fede sia un po’ come il coraggio manzoniano, nel senso che chi non ce l’ha, non se la può dare. Tale è infatti una illuminazione normalmente spontanea, quasi una dotazione naturale che però in qualche caso può pervenirti ed in proposito cito come esempio quello del beato Jacopone da Todi che appunto, dopo una vita prettamente mondana e gaudente, venne folgorato a seguito del ritrovamento di un rude cilicio sulle carni della moglie, deceduta a seguito del crollo del pavimento durante una festa da ballo. Anche se di conversioni vere e proprie ne abbiamo molti altri eclatanti esempi, e cito in particolare quella di San Paolo, dello stesso San Francesco, che fu indotto a spogliarsi di ogni bene e, perché no, anche quella dell’Innominato.

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Sempre infine a proposito del beato frate e del citato cilicio, da lui scoperto con meraviglia, mi si consenta appunto una maliziosa insinuazione e cioè che mi pare strano che questi ben noto, lo ripeto, per le sue esuberanze giovanili ed intemperanze secolari, non avesse mai gettato alla moglie nei momenti intimi almeno uno sguardo, visto poi che, come riferiscono le cronache, pare che questa fosse alquanto bella ed avvenente. A questo punto per esaurire l’argomento a riguardo della fede non mi posso esimere dall’esprimere un mio personale punto di vista. Sono infatti dell’avviso che non vada riconosciuto merito alcuno nei confronti di coloro che si vantano di essere credenti, come pure indignazione e spregiudicatezza verso coloro che invece non sono corredati da tale prerogativa, quasi fossero in colpa, perché basta che il comportamento in vita di questi ultimi sia del tutto conforme ai dettami del diritto naturale, che ha come principio fondamentale quello del “neminem ledere” e come contrapposto l’ingiuria secondo la concezione aristotelica. Pacifico inoltre che il dono della fede non è per certo in noi connaturato, anche perché non fa parte del nostro bagaglio originale, come il cosìdetto peccato che il credo cristiano ha inteso addossare all’umanità fin dalla nascita, in quanto la nostra mente nasce in proposito invece come “tabula rasa”. Sarà infatti poi solo compito dei nostri genitori od educatori il dovere di inculcarcela, iniziandoci ai Sacramenti, salvo che nel corso dell’esistenza

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essere in certi casi gli eventi a farcela perdere o la tua potenziale maturazione che ti permette di valutare sotto altra luce, e cioè quella delle leggi della scienza, la natura delle cose ed i misteri dell’universo. Aggiungo poi che vi è un’altra categoria a sconfessare il motto “tertium non datum” secondo il quale nella logica della dialettica a fronte delle due alternative ne sarebbe esclusa una terza. E’ il caso di coloro che non sono per nulla osservanti in quanto non alberga in loro valore morale e spirituale alcuno e il cui costume di vita è un misto di epicureismo ed ignavia, nella sostanza anche perché privi di qualsiasi valido interesse. Spiego meglio dicendo che per “osservanza” si intende fra l’altro l’accostarsi, se pure ogni tanto, ai Sacramenti oppure l’assistere alla S. Messa in occasione delle festività religiose o per lo meno recitare le preghiere. Orbene costoro, tanto per portare alcuni esempi, la domenica mattina invece di assistere alla troppa uggiosa Messa, preferiscono neghittare oziando nella piazza con conoscenti in chiacchiere futili e banali. Li vedi sì presenziare con aria di circostanza ai funerali d’obbligo e solo col fine di essere notati, ma senza partecipare alla funzione religiosa perché a loro proprio non gliene importa nulla, preferendo stare fuori dal tempio intenti magari a parlare di interessi. A Natale poi cosa c’è di più suggestivo della Messa di mezzanotte? No, dato che quale migliore occasione per frequentare coi loro simili le trattorie allo scopo di gustare la tradizionale busecca!

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Visto infine che il recitare le preghiere della sera è da loro considerato una penitenza, allora pare più che giusto, appena si coricano sul letto, tormentare invece il telecomando in ossequio alla insensata usanza di sprecare i sonni per visioni già assaporate o per farsi grattare la schiena dalla “nuda consorte a lato”, ma rassegnata. E qui appare il caso di commentare… non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Avevo infine dimenticato di annoverare che vi sono troppi pseudo Farinata (Il noto personaggio storico, al secolo degli Uberti, è considerato da Dante l’eretico per antonomasia tanto che lo evidenzia nell’Inferno nel cerchio riservato a tali peccatori. Aggiungo che questi si è poi guardato bene dal ravvedersi anche dopo la dannazione, almeno come ivi è rappresentato) finchè vi è il conforto della salute, perché dopo un trascorso di vita del tutto improntato all’altezzosità, si avvicinano invece alla fede diventando scrupolosamente osservanti solo, come ho potuto constatare in troppi casi, alle vere avvisaglie della vecchiaia e a fronte della paura della morte e se questa non è ipocrisia!!! Spiego a questo punto che il motivo di tale digressione in punto fede è stato occasionato in quanto riguardante ancora il discorso sul nostro Policarpo. Avevamo già evidenziato come questi fosse del tutto indifferente al problema di Dio, quindi nella sostanza pare ravvisarglisi un certo ateismo. Ma ecco contrapporsi in lui un atteggiamento che suona a mio avviso

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contradditorio visto che aveva concepito un convincimento del tutto in contrasto con la dottrina degli atomisti e ne spiegherò il perché. Orbene, secondo Leucippo e Democrito d’Abdera, che capeggiano gli esponenti di tale filosofia, cui aderirono anche gli epicurei, tutte le cose sono costituite dal vario aggregarsi di particelle individuali, denominate appunto atomi, che si muovono nel vuoto. Approfondendo il relativo pensiero anche l’anima veniva considerava costituita da atomi, se pure più sottili, che però erano ritenuti pur sempre materia, per cui la conclusione che questa muore col corpo. Policarpo era invece fermamente convinto del contrario, quindi che vi fosse un aldilà e vedremo come abbia maturato siffatta credenza, donde le reazioni che ha poi via via concepito ed attuato. La prima avvisaglia fu determinata da un viaggio in Egitto di cui grazie al padre potè beneficiare quando era ancora studente nelle medie e che ebbe come prima tappa la città de Il Cairo. Interessanti furono le visite alle moschee e ai monumenti che attestano il succedersi dei vari stadi dell’arte mussulmana, ma più in particolare quella al noto museo ove vengono conservati le vestigia e i reperti archeologici dei vari periodi di tale civiltà. Ma ancora più affascinante fu la visita organizzata per raggiungere la zona di El Giza in cui troneggiano le più celebri fra le piramidi. Quale fu allora la meraviglia per il piccolo turista nel constatare quali opere immense vennero innalzate per onorare e custodire un corpo senza vita!!!

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Il San Martino domina Lecco da nord con le sue pareti strapiombanti e con i suoi costoni dirupati. Antonio Stoppani riteneva questa montagna “la più bella del mondo”

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Capitolo III

La gita in Umbria All’inizio di giugno era finalmente sopraggiunta l’estate che aveva mitigato gli eccessi invernali protrattisi durante tutto il corso della primavera, beneficiando finalmente l’umanità degli appetiti calori. La neve infatti, che aveva imbiancato in modo inusitato anche le pianure, andava via via sciogliendosi, ingrossando i torrenti e quindi i fiumi che scorrono a valle. Con l’avvento del settembre invece, normalmente dolce e temperato, ecco però le prime avvisaglie dell’autunno che già preannunciava il ritorno delle piogge e forse un’anticipata accensione del riscaldamento, prospettiva questa che comunque lasciava del tutto indifferente, come abbiamo rilevato, l’economo Policarpo, tutto indirizzato al risparmio più assoluto. Fu in tale frangente che per iniziativa dell’allora direttore e precisamente del dr. Giuseppe Tucci, detto Beppe, venne organizzato un viaggio fra i colleghi nella verde Umbria, cui tutti aderirono incondizionatamente con entusiasmo, sia perché attratti dal fascino dei luoghi e delle opere d’arte che avrebbero potuto ammirare, sia anche perché la quota di partecipazione individuale era veramente irrisoria. Al finanziamento

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infatti avrebbe provveduto in prevalenza un fondo in giacenza in dotazione del personale, destinato appunto a scopi ricreativi. Uno solo però, ed è superfluo menzionare il peccatore, era del tutto recalcitrante, trincerandosi dietro ad un diniego irremovibile nonostante le insistenze, perché tutti in fondo gli volevano bene ed avrebbero voluto che uscisse dalla sua vita monotona e si prendesse finalmente qualche svago. Ma la Provvidenza, come ben si sa, non ha limiti ed in questo caso sotto la personificazione del buon Beppe che nella sua consueta ed apprezzata generosità si offrì di coprire non solo la quota del renitente ma anche tutti ed ogni extra. A proposito di tale beneamato direttore colgo l’occasione per informare che, qui giunto, e cioè su quel ramo, dal lontano meridione, aveva dimorato all’inizio nei pressi di via allo Zucco, ove è stato collocato il palazzotto di Don Rodrigo, per trasferirsi in seguito più in centro e cioè in fondo a viale Turati, in quella zona denominata Santo Stefano, più nota perché vi furono sepolti i morti di una delle tante pestilenze. La comitiva partì pare il 25 settembre 1997 su di un pulmino gentilmente sponsorizzato da un noto contribuente locale e cioè da quel bizzoso ristoratore in quella località sotto lo scossone del San Martino, la rupe tanto cara all’abate Stoppani. Cosa non si fa per ingraziarsi i poteri forti! La prima tappa fu alla volta del lago Trasimeno, con trasferimento in giornata sui traghetti locali all’isola Maggiore, ove venne consumata

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la prima colazione, e dove, dopo l’acquisto di ricami, peculiarità dell’artigianato locale, vennero visitate le varie chiese, veri gioielli dell’architettura, con proseguimento infine sulla sponda in quel luogo in cui sarebbero rimaste le tracce lasciate dal passaggio di San Francesco. Avevo però dimenticato di riferire che fra i partecipanti del gruppo si era aggregata anche Ancilla, sorella di uno dei funzionari, visto che l’invito poteva essere esteso anche a parenti stretti. Aggiungo infine, a conferma del richiamo iniziale, che il tempo incominciò subito a fare le bizze perché fu tutto un alternarsi di precipitazioni e di schiarite, ma l’allegria era tanta. Ovviamente il programma toccò via via i centri più importanti e rinomati a cominciare da Perugia per far tappa in seguito a Todi, indi alla volta di Gubbio, per finire, ciliegina sulla torta, ad Assisi. Per chi non avesse fatto visita alle località appena citate, il che ritengo una grave ed imperdonabile lacuna, segnalo subito che tutte sono graziosamente ed armonicamente adagiate in zone collinari, per cui il turista viene sottoposto a continui e faticosi saliscendi che metterebbero a dura prova anche i garretti più collaudati, come direbbe Alfredo Binda, ma andateci, andateci, perché ne vale proprio la pena in quanto i tesori da scoprire sono tanti, proprio tanti!! Quale miglior soluzione alternativa allora del ricorrere ai servizi dei car-rouge che ti permettono di scorrazzare nei punti più prestigiosi stando comodamente seduti e di ascoltare le spiegazioni ed i

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commenti diffusi nelle varie lingue tramite gli auricolari, installati su ogni sedile? A questo punto e solo a scopo accademicamente illustrativo consentitemi di celebrare, seppure in modo sintetico, tali centri per segnalare le bellezze più salienti. Iniziando da Perugia, come passare sotto silenzio quel gioiello maestoso che è la rinascimentale Piazza IV Novembre e che ospita fra l’altro la Cattedrale dedicata a San Lorenzo, la Fontana Maggiore opera di Nicola Pisano ed il Palazzo dei Priori, in cui ha sede la Galleria Nazionale dell’Umbria ove sono esposte fra l’altro celebri tele del Perugino, del Pinturicchio e di Piero Della Francesca? Ma da ultimo ecco i contrafforti della Rocca Paolina, voluta da Paolo III per tenere a freno quel gregge perugino troppo inquieto, abbattuta poi a furor di popolo, come abbiamo appreso dal Carducci in quella che a me pare la più lirica fra le sue composizioni e cioè Il canto dell’amore, tratto dalla raccolta Giambi ed Epodi. Benvenuti poi a Gubbio, la città più medioevale d’Italia, come si autodefinisce per il turista che transita nei paraggi e come già si intravede da chi ha il primo approccio e qui sì che il pendio si fa erto e faticoso, solo addolcito da scale mobili. Ma infine a tanta fatica la giusta remunerazione perché come non restare impressa nella memoria Piazza della Signoria col Palazzo dei Consoli, splendido esempio di architettura trecentesca ove ha sede la pinacoteca che raccoglie dipinti di artisti umbri del quattrocento!

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E proseguendo ma nella parte bassa della cittadina, si possono ammirare i resti archeologici appunto dell’età romana, fra cui il suggestivo teatro costruito nel primo secolo d.c. che ricorda un po’, fra le rovine romane, quello di Albenga. Una visitina poi, il che non poteva mancare, a Todi, rimarchevole per la Piazza del Popolo, ove hanno sede appunto i Palazzi del Popolo, del Capitano e dei Priori, ma il tutto suggestivo perché qui è nato frà Jacopone il cui monumento sepolcrale, che custodisce le sue spoglie, è stato realizzato nella cripta del tempio di San Fortunato, protettore della città e qui mi è gradita l’occasione per rievocare ancora tale personaggio. In proposito fra i componimenti poetici di argomento religioso il focoso e perseguitato frate ha per certo ricoperto una veste di rilievo ed in particolare con la più celebre e popolare fra sue laude e cioè il Pianto della Madonna, che rappresenta una perfetta simbiosi fra l’afflato religioso, che permea in tutti i suoi personaggi, e l’asciuttezza del ritmo narrativo, che parrebbe anticipare il neorealismo italiano. Non dobbiamo dimenticare infatti che la lauda, che è sorta in concomitanza del moto dei flagellanti nella seconda metà del 1200, era destinata alla rappresentazione teatrale tanto che fra i protagonisti era pure inserito il coro ereditato dalle tragedie greche, che appunto inneggiava tra un dialogo e l’altro: “crucifige, crucifige. Homo che se fa rege, secondo nostra lege, contraddice al senato”, per cui non poteva mancare l’elemento drammatico.

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E qui troppo irresistibile ed affascinante mi pervade il paragone con l’altra sublime lauda e cioè Il cantico di Frate Sole, che rappresenta da parte del nostro Santo Patrono il più ascetico esempio di lode a Dio creatore, senza però assumere toni inquieti e di crudo realismo. Ma ora, come avevo già preannunciato, la visita ad Assisi, ultima meta del viaggio, che dovrebbe senza ombra di dubbio costituire la tappa più carismatica e che più di ogni altra parrebbe elevare alla devozione ogni visitatore, quale che sia il suo credo religioso. Il giorno dell’arrivo fu esattamente il 26 settembre 1997 e l’intera giornata venne dedicata ai monumenti più celebri della città fra cui spicca il tempio pagano di Minerva, ora Santa Maria, in Piazza del Comune, il Duomo di stile romanico e gotico dedicato al patrono San Rufino e la chiesa di Santa Chiara, ove è appunto sepolta la Santa e dalla cui piazza si può ammirare un panorama dell’Umbria a perdita d’occhio. Il giorno successivo invece, e cioè il 27 settembre 1997, e insisto su tale data, venne riservato interamente alla visita della Basilica di San Francesco. Come noto tale complesso monumentale consta di due chiese sovrapposte ad unica navata, alla cui decorazione concorsero i più grandi artisti del ‘200 e del ‘300. In particolare nella Basilica Superiore rilevanti sono gli affreschi di Giotto raffiguranti la vita del Santo, ma ancora di più nella Basilica Inferiore quelli sempre di Giotto, poi di Pietro Lorenzetti e Simone Martini, oltre a quello raffigurante la Madonna in trono col Bambino tra Angeli e San Francesco, molto suggestiva perché il colore si è offuscato assumendo un tono languido e giallo rosato, opera questa del Cimabue. Va infine

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messo in evidenza che nella cripta sottostante la chiesa inferiore si trova la tomba in cui riposano i resti mortali del Santo, luogo questo per certo il più mistico di tutta l’Umbria e meta fervente di fedeli provenienti da ogni parte del mondo, ove la mente umana s’inchina. Riprendendo la nostra narrazione ad un certo punto per pura combinazione Ancilla e Policarpo si ritrovarono soli ed isolati dal resto della comitiva e fu allora che questi, quasi coinvolto da un richiamo inconscio ed irresistibile, tale da trovare giustificazione solo da chi presta fede ai fenomeni paranormali, evitò di entrare nella chiesa superiore per accedere direttamente nella sacra cripta. Dopo la dovuta pausa di meditazione, Ancilla ordinò una messa per i propri genitori ad un frate a ciò preposto e fu qui che si avvertì dalle pareti un scricchiolio che però non allarmò più di tanto i presenti. Istintivamente i due guadagnarono comunque l’uscita e lo spettacolo che subito gli si prospettò fu dei più terrificanti possibili perché le case alla loro vista apparvero quasi tutte “spezzate, smozzicate, sgretolate”, tanto che in un istinto solidale ed in uno slancio protettivo si trovarono abbracciati l’uno all’altra e parve balenarsi l’eventualità che la cosa avrebbe potuto avere in futuro degli sviluppi. Avevo comunque insistito sulla data del 27 settembre 1997 proprio perché tale giorno fu funestato dal terremoto che distrusse numerosi comuni umbri e marchigiani e che per quanto riguarda Assisi provocò il crollo parziale della Basilica Superiore, uccidendo due frati e due tecnici della Sovrintendenza.

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Per fortuna però tutti i membri del gruppo riuscirono indenni, cavandosela ovviamente con tanto spavento, salvo un funzionario, certo dott. Gigi M. Riva, che si beccò sul capo un comune travicello, per nulla di nobile lignaggio, riportando però, in quanto zoccolo duro, solo una semplice contusione. Salvo però, causidico com’era, pretendere al ritorno di rivendicare ad ogni costo i danni al Ministero della Protezione Civile in quanto non avrebbe allertato la popolazione sull’imminente rischio sismico, affidandosi al suo amico avvocato, di cui tralascio il nominativo, che naturalmente perse la causa.

Assisi: Basilica di S. Francesco

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Capitolo IV

Ancilla ed il benefattore Al ritorno della comitiva dall’Umbria la vita ovviamente riprese per tutti il suo tram tram usuale, ma non fu così per Ancilla ed in proposito ecco l’occasione per presentarla. Originaria di Rivalba paesino appena sopra Bellano, quel piccolo centro sito sulla sponda orientale del Lario, più noto per l’Orrido, formato dal torrente Pioverna al suo sbalzo dalla Valsassina, ove la corrente si getta in profonde grotte, che per aver dato i natali a Tommaso Grossi ed Andrea Vitali, terminati gli studi inferiori aveva maturato il primo impiego presso l’economato dell’Ospedale Umberto I per poi, essendosi specializzata in informatica e ricerche di mercato, trasferirsi nel capoluogo in quanto assunta come segretaria del direttore generale in una nota azienda dolciaria, mansione questa di particolare prestigio. Non molto avvenente, anche se belloccia, tanto che non sarebbe stata nel numero delle venti, se alludiamo alla classificazione che Dante aveva concepito coi colleghi stilnovistici circa le più belle donne di Firenze, era comunque di sani ed onesti principi oltre che scrupolosamente osservante.

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Nel completarne il quadro, aggiungo che era reduce da una delusione amorosa, da cui non si era ancora ripresa, quando ebbe a scoprire che il suo Lui, coetaneo e compagno sin dall’infanzia, era irrimediabilmente gay. Da allora infatti non ne volle più sapere di implicazioni amorose, tanto che si conservò “parthenos admes” che tradotto dal greco significa “vergine intatta”, cosa assai inconsueta di questi tempi. Aveva optato quindi di buon grado di vivere insieme al fratello pure lui scapolo, con la compagnia poi di Fifi, una gatta bianca molto affettuosa e prodiga di fusa. Ma giunti a questo punto tutto sembra mutare ed un nuovo orizzonte pare dischiudersi in lei per effetto della galeotta gita in Umbria. Religiosa infatti com’era, visti gli imprevedibili e fausti sviluppi, si considerava un po’ come miracolata e vedeva quindi in Policarpo l’inviato della Provvidenza, per cui bisognava però trovare l’occasione per manifestargli ed esprimergli la gratitudine. Questa venne grazie al compleanno del dr. Perillo, che aveva deciso di festeggiarsi a casa sua con un rinfresco ed al festino non poteva mancare Policarpo, mentre l’invito fu esteso al fratello di Ancilla unitamente a lei. Verso la fine del trattenimento venne organizzato il ballo con la scopa, che da un lato ha lo scopo di variare la composizione delle coppie, mentre d’altro lato, come tutti ben sanno, di sottoporre ad una penitenza chi si troverà con la scopa in mano alla fine del brano musicale.

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Al gioco aveva partecipato anche Policarpo, piuttosto maldestro nell’arte della danza tanto da venir tacciato come lo schiaccianoci, ed era quasi sempre lui il perseguitato cui veniva scaricato l’attrezzo che però nell’occasione riuscì in estremis ad appioppare al suo direttore, che in quel momento concitato stava proprio ballando con Ancilla, così da prenderne il posto. Da qui ebbe inizio uno scambio di parole che via via assunse toni sempre più frequenti e confidenziali, donde il ricercato spunto da parte di Ancilla per manifestare quanto sentiva nel proprio intimo, il che non dispiacque affatto al suo interlocutore. E da allora, se pure in modo assai riservato, i due rinnovarono i loro colloqui. I rapporti ovviamente erano esclusivamente platonici, visti anche i complessi e la connaturata timidezza di Policarpo in quanto del tutto digiuno e sprovveduto nei riguardi del mondo femminile, ma poi certi sviluppi possono sempre venire da soli anche perché, se son rose, prima o poi potrebbero fiorire. Ecco però a questo punto assurgere a ruolo di protagonista la fama, quella divinità malefica che ci viene raffigurata da Virgilio nell’Eneide come un uccello che “quante ha penne per il corpo, tanti ha vigili occhi, lingue e bocche, tanti dirizza orecchi”, dato anche che il suo spaziare non ha tregue. Donde la loro discreta vicenda finì per divenire, come spesso accade, l’oggetto e l’argomento di conversazione di ogni circolo a loro connesso e quindi lo sfogo per morbose curiosità, con l’effetto di petulanti ed oziose invasioni nell’altrui sfera privata.

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Tutto sommato sembrava che più per volontà degli altri questo matrimonio s’aveva da fare, quale lo pensassero i protagonisti e cioè la tiepida Ancilla ed il pigro Policarpo, per il quale comunque l’evento non sarebbe stato il peggiore dei mali, come trascinato da qualcosa più forte di lui. Ma a questo punto le prime avvisaglie negative, meglio gli screzi insormontabili. A celebrazione avvenuta sarebbe stata Ancilla a doversi trasferire nell’abitazione dello sposo quale domicilio coniugale ma, visto che lo stato di manutenzione dell’appartamento era tutt’altro che impeccabile per la usuale economia esasperata, si rendeva necessaria, a parte una ristrutturazione, almeno la tinteggiatura dei locali, a prescindere poi dall’arredamento che andava modernizzato, fra cui anche il telefono in coerenza coi tempi di Carlo Codega e non certo a tastiera. Ma il redivivo Arpagone, proprio perché certi eccessi avrebbero messo in minoranza addirittura il noto protagonista molieriano, non se la sentiva ovviamente di cacciare una lira per le spese necessarie a tali scopi, visto appunto che allora non era stato introdotto ancora l’euro. Figuriamoci poi per quanto riguarda l’abbigliamento nuziale, l’offerta alla chiesa, la spesa degli anelli, il contributo per il più sobrio dei rinfreschi, dato che di viaggetto di nozze anche fuori porta non era assolutamente il caso di parlare!!!

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Tralasciamo quindi di riferire al lettore come le cose sarebbero inevitabilmente andate a finire, il che avvalora e conferma l’opinione manifestata dal dr. Perillo nel colloquio avuto con la sig.ra Agostoni quando a proposito del proprio usciere, nel disapprovarne certe manie, aveva aggiunto che se era troppo solo, era lui che in fondo lo aveva voluto. Ma Ancilla? Forse non se la prese più di tanto al cospetto di questa nuova, almeno così la qualificherei, disavventura e donde la rottura definitiva, salvo la riflessione che dal tuo prossimo puoi spesso aspettarti qualsiasi risvolto. Chiuso questo capitolo, inevitabili però nuovi risvolti. Il Ministero del Lavoro aveva appena bandito un concorso per i pubblici dipendenti che avrebbe loro consentito sulla base dei punteggi maturati un favorevole avanzamento sia sotto il profilo normativo che economico, fra cui la possibilità per coloro che non erano addetti a mansioni di concetto del passaggio ai ruoli impiegatizi. Poteva essere l’occasione buona per Policarpo salvo che la condizione necessaria per il concorso era il possesso di un diploma di scuola media superiore, quale ad esempio quello di ragioniere o geometra, cosa di cui questi era sprovvisto. Ma a tutto vi è sempre un rimedio ed infatti l’ostacolo poteva essere facilmente raggirato dato che in un noto capoluogo dell’Italia meridionale il titolo poteva facilmente essere conseguito, perché

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bastava ungere un po’ le ruote dei membri della commissione d’esame, quindi nella sostanza comprarli. Ed in proposito ne sanno qualcosa tanti professionisti locali che hanno usufruito di siffatti marchingegni per superare certi esami di stato e pertanto per potersi iscrivere ai relativi albi professionali. Bisognava pertanto entrare nell’ordine di idee di sottoporsi a qualche sacrificio economico, fra cui non ultimo quello per il trasferimento e la permanenza nella località ove avevano sede gli esami e cioè al sud. Ecco però la solita sinfonia che così si può musicalmente intonare parafrasando Albano e cioè “nostalgia, nostalgia canaglia”, salvo che nostalgia va sostituita con parsimonia!!! E qui purtroppo neanche la generosità del buon Beppe Tucci avrebbe potuto sopperirvi, a parte il fatto che non era più in attività essendo intervenuto per lui il trattamento di quiescenza, in quanto mai avrebbe approvato siffatti compromessi troppo contrari ai principi della sua integrità morale. In conclusione anche in questo caso non se ne fece nulla e sappiamo bene a che cosa vada imputato. Ma ecco cambiare ora lo scenario in quanto ci trasferiamo nella dimora dalle gelide pareti dell’irriducibile usciere intento prima a stirare i propri capi di abbigliamento naturalmente con le mani e cioè senza l’ausilio del ferro per risparmiare sulla corrente e in seguito a consumare la sua frugale cena costituita da patate lesse condite con

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un raro sgocciolio di olio, come ci aveva imposto il Duce all’epoca delle sanzioni, il tutto annaffiato con acqua di rubinetto, quando qualcuno suonò alla porta. Chi sarà mai? All’invito avanti, compare alla soglia chiedendo discretamente permesso, un signore alquanto pingue ma dall’aspetto assai distinto, che così si presenta: “Buonasera sig. Policarpo, sono Giacomo De Santis e mi scuso dell’invadenza in un orario così inopportuno, ma penso che la ragione della mia visita potrebbe farmi assolvere”. “A sua disposizione e per riverirla ragioniere.” Tale era stata la risposta di Policarpo in quanto l’inaspettato ospite non era per nulla a lui persona sconosciuta e così poi proseguì il dialogo: “Anzitutto mi pregio di aver avuto come insegnante suo padre in IV e V elementare. Quanta rettitudine ed umanità in lui tanto che è una persona che non dimenticherò mai!” “Pure io e non penso proprio di meritarmelo,” approvò il nostro alzandosi discretamente dopo di aver posto la forchetta sul piatto. “Vengo ora al dunque. Ho la fortuna di possedere una discreta biblioteca, frutto della cultura avita. Il mio desiderio massimo, tanto che ne ho fatta una ragione di vita, sarebbe di poterla arricchire con i preziosi volumi, e ben più pregiati, di cui lei ha il privilegio di disporre, come ormai a conoscenza di tutti. “Intendo, la sto ascoltando con attenzione e curiosità, ma continui pure.” Tale fu la risposta di Policarpo.

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“Orbene, vorrei costituire con detta fusione, anche se penso esagerato definirla missione, una fondazione intestata ovviamente al nominativo del suo beneamato genitore, per farne dono alla nostra collettività, augurandomi che torni a benefico impulso della cultura locale, tanto trascurata ai giorni nostri”. “Più che lodevole ed interessante iniziativa, il che farebbe onore al riconoscimento che qui le viene attribuito e cioè di benefattore, ma a questo punto pendo solo dalla sua bocca”, commentò Policarpo. “Le posso subito anticipare che la mia offerta è quella a cui non si può dir di no, tanto più che mi pare che da un po’ di tempo lei non se la passi molto bene”, concluse il De Santis. E qui venne sparata una cifra a molti zeri, che lascio al lettore indovinare. “Mi scusi, ma da dove le sarebbe pervenuta siffatta notizia?” Così reagì il supposto male in arnese. “Chiedo umilmente venia per tale mia inopportunità, ma il nostro è un piccolo centro e la gente dice molte sciocchezze frutto dell’ignoranza che la conforma, anzi della malignità propria di chi non è avvezzo ai valori morali”. Ora una pausa di silenzio, perché Policarpo appare tutto assorto nel fare chissà quali calcoli, e quindi la risposta che potrebbe stare scritta in un francobollo e cioè… accetto e ringrazio! Venne quindi stilato e sottoscritto un compromesso che prevedeva che il pagamento sarebbe avvenuto tramite bonifico sulla Banca del Vaticano.

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Più capiente di quella?! Per l’effetto tutto il detto materiale sarebbe quindi passato nella disponibilità dell’acquirente eccetto però la rara edizione de I Sepolcri di Foscolo che, non si sa come, era finita dimenticata in un ripiano del comodino. L’incontro venne poi solennizzato con una stretta di mano e fu in tale occasione che Policarpo potè sbilanciarsi offrendo un caffè al generoso filantropo.

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Bellano: Orrido

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Bellano: Orrido

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Capitolo V

Il culto dei morti Non erano ancora passate ventiquattro ore dall’imprevisto quanto proficuo colloquio quando Policarpo nel chiuso delle sue per nulla radiose pareti si soffermò prima a meditare sul patrimonio di cui poteva al momento disporre, poi per valutarne la consistenza, essendosi premunito della calcolatrice in dotazione del suo ufficio della quale per l’occasione si era impadronito. Da un lato il primo calcolo aveva riguardato i risparmi, e che risparmi, accumulati nel corso di una vita, il che richiama alla memoria il protagonista di “La roba”, maggiorati degli utili conseguiti per effetto di costanti proficui e fortunati investimenti, grazie all’addetto all’ufficio titoli della sua banca, cui aveva dato in gestione ogni sua attività. Alla resa dei conti, anche per l’effetto della costante capitalizzazione degli interessi attuata con puntualità svizzera, il portafoglio maturato veniva a soverchiare anche la più rosea delle aspettative. Se a ciò poi si aggiunge il notevole incremento dovuto alla generosa elargizione del benefattore, si arrivava ad una cifra che avrebbe appagato persino Paperon de Paperoni.

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A tale constatazione il nostro ormai Creso sbottò in un’esclamazione gioiosa come se venisse inserito in un formicaio un amplificatore a 1.000 Watt, che avrebbe comunque paradossalmente offuscato il frastuono incessante di certi stadi mondiali, piagati da siffatte ciaramelle di tradizione boera, lì denominate esoticamente wuwuzela che richiamano quelle da noi venute dai monti oscuri. Occorre a questo punto risalire al viaggio che Policarpo fece ancora assai giovane in Egitto e l’impressione che ne ebbe dopo di aver ammirato le piramidi e le numerose altre tracce di pregio archeologico. Pare all’uopo che furono proprio gli Egizi i primi a porre in uso le tombe sotterranee e cioè le cosiddette necropoli, il che significa città dei morti, in cui furono rinvenute le più belle mummie e i più antichi papiri. Scartabellando inoltre qua e là nella biblioteca paterna non passarono inosservati gli ipogei degli Etruschi in cui vennero ricavate le tombe a camera quadrata scavate nella roccia, dette anche cinerari, notevoli per le sculture e le decorazioni dipinte sulle pareti e qui Tarquinia costituisce l’esempio più eclatante. Particolare curioso è che nelle urne cinerarie furono addirittura rinvenuti i bicchieri dell’ultimo brindisi effettuato in occasione della inumazione. Ma quanto altre e diverse civiltà hanno dedicato al culto dei morti! Merita considerazione oltre alle sopraddette, quello tributato dagli

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Assiri-Babilonesi, e cioè dalla cosiddetta civiltà accadica, per le sculture in terracotta che pare raffigurassero l’effigie e la vita del defunto. Da qui poi l’occasione per spaziare oltremare e fare una trasvolata nell’emisfero opposto ove è affascinante l’impatto con le civiltà precolombiane ed in particolare quella dei Maya e degli Aztechi. Ma in proposito ciò che lascia sbalorditi è la scoperta che civiltà tanto agli antipodi paiano legate telepaticamente dal medesimo filo conduttore, dato poi che non vi è traccia di missioni argonaute che ne abbiano fatto da anello di congiunzione. Alludo alla constatazione che a longitudini così distanti certi sviluppi creativi siano stati realizzati secondo le medesime concezioni architettoniche e con tecniche del tutto analoghe. Perché anche qui si elevano gigantesche piramidi per lo più a gradini e a pianta quadrangolare o rettangolare, sulla cui sommità spesso sorge un edificio templare, con sempre però presenti nell’interno le ricchissime tombe dei dignitari di allora. Proseguendo nell’argomento relativo al culto su cui mi sto soffermando, la nostra attenzione non può prescindere dai doni votivi affidati nelle tombe e cioè dai tanti oggetti di valore inestimabile che spiccano sia per il pregio dei metalli che li compongono sia per le loro lavorazioni forgiate dai più validi artisti e l’eccellenza va attribuita alla civiltà egizia, tanto che nella scia della dignità dei defunti fra gli esempi più mirabili annovero quelli reperiti accanto al sarcofago del

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mitico Tutankhamon sepolto nella valle dei Re, su cui troneggia il simulacro evidenziato in copertina. Rilevo in particolare che siamo di fronte ad una delle poche tombe trovate quasi intatte, tanto che gli oggetti rinvenuti e di primaria importanza fanno tutti bella mostra di sé al museo del Cairo. Sempre poi nel nostro itinerario alla ricerca delle reliquie proprie delle più interessanti civiltà un più che degno riconoscimento va riservato a Schliemann per le importanti scoperte archeologiche fra cui quella che ha portato alla luce a Troia il cosiddetto tesoro di Priamo ed a Micene il complesso delle tombe attribuite ad Agamennone anche qui con tesori di straordinaria ricchezza. Permettetemi però ora di fare un volo pindarico e di risalire, sempre in tema di preziosi elargiti in camera de profundis, addirittura al Medio Evo, richiamando una spassosa e sapida novella del Boccaccio che ha come protagonista tale Andreuccio da Perugia, quel simpatico personaggio vittima di incredibili disavventure. Ed a proposito del celebre novelliere colgo l’occasione per mettere in luce in modo particolare da un lato l’arguzia e la fertile vena comica con cui ha saputo caratterizzare tutte le vicende e gli intrighi in cui sono stati coinvolti i suoi protagonisti, ed infatti non per nulla è stato coniato il termine “boccaccesco” a significare le situazioni più piccanti, scabrose ed imbarazzanti, mentre dall’altro che il trecentesco letterato è stato uno dei padri ed artefici del nostro idioma, tanto che fu rimpianto dai contemporanei come l’ultimo nobile genio del secolo.

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Ragguagliando ora il lettore sulla novella che tanto è rimasta impressa nella mia mente, ecco l’ingenuo Andreuccio che, venuto dalla città umbra, giunge a Napoli a comperar cavalli, ma qui è costretto a scampare da tre gravi accidenti che lo sorprendono in una sola notte. Mentre infatti ostenta incautamente la sua borsa colma di fiorini d’oro, viene adocchiato da una cortigiana che facendogli credere di essere sua sorella, nata da una relazione del padre in Sicilia, riesce con la scusa di ospitarlo a spogliarlo di tutto il peculio. Nella maturazione della vicenda, dovendo poi “disporre il superfluo peso del ventre precipitò da uno sconnesso gabinetto pensile cadendo dall’alto”, … “ma tutto della bruttura della quale il luogo era pieno, si imbrattò.” Volendo a questo punto tornare in albergo, donde il richiamo all’argomento dei doni votivi, viene costretto ad accompagnarsi con dei malfattori se non si calerà nella tomba di un arcivescovo di Napoli chiamato messer Filippo Minutolo, effettivamente esistito, che “era stato quel dì sepolto con ricchi ornamenti e con un rubino al dito, il quale valeva oltre 500 fiorini d’oro.” Nel corso dell’operazione poi a seguito di contrasti insorti perché Andreuccio, come fu disceso, “così di dito il trasse all’arcivescovo e mise a sé…”, i complici del saccheggio che erano come lui maliziosi, “tirarono via il puntello che il coperchio dell’arca sostiene e fuggendo, lui dentro all’arca lasciaron rinchiuso”, senza alcuna possibilità per il malcapitato di poter uscire.

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Ma qui l’improvviso ed imprevedibile lieto fine, per cui leggete con me: “ed in così fatti pensieri e doloroso molto stando, sentì per la chiesa andar genti e parlar molte persone, le quali, sì come egli avvisava, quello andarono a fare che esso co’ suoi compagni avevan già fatto; di che la paura gli crebbe forte. Ma poi che costoro ebbero l’arca aperta e puntellata, in quistion caddero chi vi dovesse entrare, e gnuno li voleva fare; pur lunga tencione un prete disse: - che paura avete voi? Credete voi che egli vi manuchi? Li morti non mangiano gli uomini; io v’entrerò dentro io. – E così detto, posto il petto sopra l’orlo dell’arca, volse il capo in fuori e dentro mandò le gambe per doversi giusto calare. Andreuccio questo vedendo, in piè levatosi, prese il prete per l’una delle gambe e fè sentirgli di volerlo giù tirare. La qual cosa sentendo il prete mise uno strido grandissimo e presto dall’arca si gittò fuori; della qual cosa tutti gli altri spaventati, lasciata l’arca aperta, non altrimenti a fuggir cominciarono che se centomila diavoli fossero perseguitati.” Per i curiosi che ne volessero sapere di più consiglio di consultare in proposito il Decamerone ov’è appunto riportata questa novella. Riprendendo a questo punto l’argomento interrotto dal gustoso racconto quante altre attenzioni le ricerche archeologiche ci hanno rivelato ciò che l’uomo ha dedicato ai propri defunti! Quando tradussi ai tempi del liceo i Dialoghi dei Morti di Luciano di Samosata si accennava, se ben ricordo, all’obolo che veniva lasciato nelle tombe per pagare il Caronte di turno.

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Ma ciò che mi lascia più perplesso ed incredulo è la scoperta che nelle stesse furono rinvenute tracce dei cibi più svariati, fra cui anatre e birra, come è emerso anche da un ritrovamento di questi giorni, che dovevano essere utilizzati dal defunto per affrontare il lungo viaggio nell’oltretomba. Ed infine a proposito sempre di Inferi, Ade, Orco, Dite, Parche, richiamo a caso alcune citazioni dei più celebri poeti che hanno inteso avallare la credenza dell’uomo nell’esistenza di un aldilà, ove tutte le anime confluiscono dopo la morte. Il primo esempio mi viene dall’Iliade a proposito dello spirare di Patroclo, l’amico intimo di Achille, per mano di Ettore, perché così si esprime Omero: “discinta dalle membra scese l’alma a Plutone, la sua piangendo sorte infelice e la perduta insieme fortezza e gioventù.” Nel proseguo del poema poi tale è il commento a seguito dell’infausta fine di Ettore per opera di Achille: “scinta dal corpo, prese l’alma il suo volo verso l’abisso, lamentando il suo fato ed il perduto fior della forte gioventù.” Del tutto originale è poi la successiva descrizione in cui viene evidenziato l’accorrere d’ogni intorno dei nemici Achivi: “contemplando d’Ettore meravigliati l’ammirande sembianze e la statura”, immagine questa che mi riporta alla memoria “La quercia caduta” del Pascoli. Il richiamo anche all’Odissea non è tanto dissimile, perché anche Ulisse scende all’Ade per parlare con le pallide ombre dei morti,

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fra cui la madre Anticlea, che riconosciutolo piangendo disse: “come alle fosche tenebre scendesti pur essendo ancora vivo, o mio figliolo?” Donde la risposta: “o madre mia, necessità mi trasse nelle case dell’Ade a interrogare l’anima di Tiresia tebano.” Medesimo evento capita poi anche ad Enea il quale, dopo essere stato traghettato sulla palude Stigia dall’arcigno nocchiero Caronte, riconosce fra le ombre Didone ancora fresca dalle ferite, cui si rivolge piangendo: “infelice Didone, annunzio vero dunque mi giunse che eri morta e corsa di tua mano alla fine! Ah fui cagione della tua morte”. Ma quella per nulla intenerita, così reagì con atteggiamento estremamente risentito :”A terra fissi gli occhi teneva in altra parte volta.” E che dire poi dell’infelice leggenda di Orfeo ed Euridice, che tanto interesse culturale ha suscitato nel corso dei secoli sia nel campo letterario che in quello musicale, descritta in modo toccante anche da Ovidio in una delle sue metamorfosi. Il poeta infatti con grande calore intensivo narra che Euridice nel tentativo di sottrarsi con la fuga al pastore Aristeo, che cercava di usarle violenza, si imbattè in un serpente velenoso e ne ricevette un morso mortale. Per poterla riavere Orfeo, inconsolabile nel suo dolore, scese agli Inferi e grazie alla sua abilità di cantore ottenne di ricondurla sulla terra, ma alla condizione imposta che non si volgesse a guardarla prima dell’uscita. Quasi al termine però questi non seppe resistere al desiderio di sapere se essa realmente lo seguiva voltandosi indietro, per cui l’amata si dissolse alla sua vista e venne risucchiata nuovamente nell’Ade.

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Dopo i suddetti richiami taccio Dante perché al più comune dei lettori nulla potrei aggiungere né più di tanto illuminare. Giunti a questo punto sarebbe curioso indovinare quale sia stata la reazione di Policarpo dopo di aver riconsiderato come in un’immagine proiettata sullo schermo tutti questi diversi rilievi, da lui tratti dalla biblioteca paterna, che hanno però una confluenza comune e cioè l’incondizionata e naturale proiezione che l’uomo ha sempre riservato in omaggio ai cari estinti. Donde il ferreo convincimento che la vita non poteva affatto finire con la morte del corpo, ma che qualcosa dovesse pure sopravvivere, quindi che vi fosse un aldilà, il che parrebbe fra l’altro dare un senso logico al culto su cui ho inteso soffermarmi, perché meritevole di approfondimento in quanto fra l’altro fra i più inveterati. Aggiungo infine che l’accennato convincimento, assunto per lui a vera propria fede, gli venne forse rafforzato dalla constatazione che era stato fatto proprio nel passato da troppi uomini di alta levatura intellettuale per cui, se questi vi avevano creduto, altrettanto poteva esserlo anche per lui. Si trattava però evidentemente, visto che Policarpo, agnostico com’era, non era confortato dalla credenza in Dio, di una concezione del tutto anomala perché chi crede nell’immortalità dell’anima non può prescindere dall’esistenza di Dio e tale è l’equazione ineluttabile. Si può invece credere nell’esistenza di Dio senza però dare per

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scontato che l’anima debba essere da Lui gratificata col dono dell’immortalità, quasi questi si disinteressasse dell’uomo o quanto meno del premio o della punizione a lui riservata, ma tale sarebbe il Dio dei pagani nel cui culto predomina l’elemento materiale senza alcuna illuminazione spirituale. A proposito infine del nostro Dio mi sorge spontanea la considerazione e cioè che, se nel suo disegno imperscrutabile Egli ha inteso gratificare i più meritevoli col Paradiso, allora anche Lui ha bisogno dell’uomo. Eccoci quindi giunti finalmente al doveroso momento di tirare le fila di tutto il costrutto, anche perché siamo in debito di una spiegazione e con ciò alludiamo a quanto all’inizio del presente capitolo ci eravamo proposti nei confronti del lettore. Entrando nel cuore della reazione emotiva del nostro bizzarro protagonista, conseguente fu per lui il vagheggiare, come folle l‘idea, di riposare il sonno eterno all’interno di un’urna che però avrebbe dovuto essere necessariamente di un metallo di particolare pregio e si badi bene, non laminato ma massiccio. Non meravigliamoci più di tanto visto che qualcuno chissà a quale prezzo ha deciso di farsi ibernare nella speranza di un possibile risveglio. Quale infatti a giudizio di Policarpo maggior conforto e migliore gratificazione nel corso appunto del sonno eterno, doni votivi od alimenti per la sopravvivenza a prescindere?

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Nella soluzione venne subito scartato l’argento in quanto ritenuto troppo vile nella dignità dei valori per cui la scelta, dato che la bara è un rifugio, avrebbe dovuto ricadere sull’oro che è appunto il bene rifugio per eccellenza. La spuntò invece il platino, quel metallo splendente, di colore bianco e di recente scoperta che si trova allo stato naturale nella sabbia, spesso mischiato con l’oro, con cui entra in lega, insieme ad altri metalli quali il rame in quanto soggetti a polverizzazione, essendo entrambi relativamente teneri. A causa della sua inalterabilità ai fattori ambientali esso viene spesso utilizzato in oreficeria oltre che nei più svariati impieghi per le sua notevoli proprietà.La preferenza comunque pare fosse stata determinata anche dal particolare richiamo e fascino che tale metallo prezioso suscita istintivamente nell’uomo, così da essere ambito oltre ogni predilezione. Per effetto della voluta decisione, fu subito richiesto un preventivo del manufatto niente meno che a Tiffany in quanto nessuno era più qualificato nell’ambito internazionale, mentre il costo fu di quelli che fanno mozzare il fiato, anche se le dimensioni di tale follia non erano per nulla a misura di corazziere, giustificato però dall’elevato prezzo del metallo dato che nei confronti dell’oro esso è più raro in natura, donde le quotazioni alle stelle, il che rientra in una delle leggi cardine dell’economia, cifra che comunque non fece per nulla battere ciglio al committente.

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Ecco poi infine la spiegazione circa la condotta di vita che Policarpo si è visto costretto ad adottare per realizzare la massima delle sue aspirazioni, ciò attraverso le varie fasi che hanno avuto come punto di partenza la più scrupolosa delle parsimonie, seppure questa venga considerata una virtù, per confluire in un costume di economia all’osso e per sfociare da ultimo nella più sordida delle taccagnerie, il tutto però alla luce e giustificato dal noto motto del Machiavelli. In conclusione, se questa non è una sorpresa!

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Capitolo VI

Alla ricerca del tempo perduto E’ d’uopo ora risalire all’introduzione del precedente argomento e alla valutazione sul proprio patrimonio disponibile effettuata dal nostro protagonista nel chiuso delle sue pareti domestiche, il tutto sfociato nello sfogo festoso cui ho voluto conferire un colore particolare col richiamo al frastuono di quei folkloristici pifferi denominati nell’idioma autoctono vuvuzela. Quando poi venne l’ora del consueto sonno, questo però nonostante la mezza pastiglia di Tavor era ben lungi dal sopraggiungere e del perché ve ne è ben donde. Non appena infatti fu da lui manifestato il coronamento del proprio motivo di appagamento, fino a questo momento però da me scrupolosamente sottotaciuto, il tutto era dovuto al fatto che i calcoli gli avevano assicurata come finalmente realizzata quella somma che gli avrebbe consentito di far fronte al tanto agognato acquisto. Trattavasi di attendere sino all’indomani per dare la conferma e perfezionare l’ordine. Ma in tale stato emotivo misto ad inquietudine ed euforia le ore intanto passavano, per cui si profilava una lunga notte insonne.

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Sono quindi tentato a questo punto, dato che non sono all’altezza di descriverla, di fare un paragone ed il richiamo che mi viene spontaneo è dato dalla lunga notte dell’Innominato, quella che presagì la sua conversione, e qui mi inchino a questo punto alla superiore penna di Don Lisander. Ben diversi però nel nostro racconto gli sviluppi, anche se in fondo fra le reciproche ansie vi è stata una certa analogia, perché infatti Policarpo, dopo di essersi più volte rivoltato alla ricerca della giusta posizione, scelse come liberazione di accendere la luce, per poi ghermire in uno scaffale del comodino con la mano a tentoni, quasi guidato da un impulso inconscio, un volume la cui copertina così riportava: “I Sepolcri” di Ugo Foscolo. Ma sì, proprio “I Sepolcri” del Foscolo. Se ora l’attento lettore ricorderà bene, tale era l’unico che per circostanze del tutto impreviste non figurava nella collana acquistata in blocco dal benefattore. La reazione istintiva fu di liberarsi dell’oggetto intruso, per cui lo stesso finì sul pavimento, poi, quasi toccato da un istinto di riparazione, ecco l’insonne riafferrarlo come fosse una reliquia per abbandonarsi alla lettura. La prima strofa, dopo la presa di cognizione, parve di primo acchito fluida, piacevole e soprattutto alla comune portata di chi non è provvisto di una profonda cultura e venne subito apprezzata, anche perché impossibile ogni paragone cogli esasperati e contorti ermetismi propri di un romanziere d’oltralpe, già fin troppo di moda,

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con effetto che le menti dei lettori venivano coinvolte sino alla… nausea. Ma ora l’opportuna occasione per me per far cadere qualche ciliegina sulla torta ed esprimere la giusta e dovuta celebrazione al grande vate, dal carattere inquieto e focoso e dalla vita sempre sofferta e travagliata anche per le traversie economiche, in quanto negli ultimi anni sommerso dai debiti, del quale ho tanto subito il fascino dal venirne coinvolto. Ed in proposito il suo itinerario spirituale culmina proprio nella superiore perfezione artistica dei Sepolcri, prova ne è che lo stesso Carducci giudicò che fosse il solo, vero, grande poeta lirico italiano. Ben so che la valutazione dei critici letterari è invece portata ad anteporgli l’altro grande lirico suo contemporaneo, ma se vogliamo nel suo pessimismo metterlo in competizione con quello leopardiano, penso che sarebbe uno sprint dall’esito alquanto incerto. Siamo quindi ora al momento di allacciarci alla lettura dei versi iniziali del suo più arduo banco di prova ove spicca subito: “All’ombra dei cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?” Poi il ritmo incalzante così prosegue: “Vero è ben Pindemonte. Anche la speme, ultima Dea, fugge i sepolcri e investe

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tutte cose con l’oblio della sua notte.” Ecco però ora la morale sortita: “Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna; e se pur mira dopo le esequie errar vede il suo spirto fra ‘l compianto de’ templi Acherontei…” E di qui la lettura prosegue per preannunziare l’apoteosi tanto celebrata: “A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti o Pindemonte; e bella e santa fanno al peregrin la terra che le ricetta.” Fu a questo momento che l’assorto lettore ebbe una pausa di perplessità che però trovò la sua ragione di essere e conferma dopo di aver preso in considerazione la relativa nota di commento scritta in calce, dal tenore sin troppo sconvolgente e però tale da incidere in modo indelebile sulla sua psiche, sì da indurlo a nuove ed inaspettate determinazioni. Infatti il pensiero che il Foscolo si prefigge di esprimere nei suoi Sepolcri è anzitutto che essi non portano conforto alcuno, anzi sono del tutti inutili ai morti tanto che anche la speranza, ben nota come l’ultima dea, da essi fugge e questo è il senso palese della prima strofa sopra riportata. Tali monumenti giovano invece ai vivi, perché da un lato destano

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effetti virtuosi lasciati dalle persone dabbene e d’altro alto consentono a loro, anche se individualmente si muore, di sopravvivere nella memoria di chi resta. Per converso a tutti sarà capitato di imbattersi in tombe trascuratamente disadorne e da cui è fuggita ogni pietà cristiana ed è troppo agevole arguire il perché dell’ammonimento rivolto nei confronti di chi non lascia eredità d’affetti. Ma lo spunto più rilevante viene dato dai luoghi che ospitano “l’urne de’ forti”, in quanto destano a nobili imprese, infiammano le menti “de’ generosi”, ne ispirano l’emulazione ed infine nobilitano le città che le raccolgono, e tale è l’illuminazione percepita dal poeta nella chiesa di Santa Croce di Firenze in cui “l’ossa mie furon rese” del piccolo cimitero Chiswick, presso Londra, dove i decaduti italiani possono, alla luce di Machiavelli, di Michelangelo, del Galileo, trarre gli auspici per la resurrezione della patria. Sempre infine nella logica che ha orientato tutto il pensiero del Foscolo sino ad esprimere le concezioni, che spero di essere riuscito a comunicare in modo almeno sufficiente, l’elemento chiave pare a me desumibile dal concetto da lui manifestato in uno dei suoi più noti sonetti e cioè quello dedicato alla Sera ed in proposito riporto il seguente passo: “Vagar mi fai co’ miei pensieri su l’orme che vanno al nulla eterno” In sintesi il significato del richiamo al “nulla eterno” è troppo palese

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per essere equivocato in quanto è con detti accostamenti, e tale è stato il pensiero costruttivo che ha informato in tutto e per tutto i suoi Sepolcri, che si evidenzia che il poeta non era per nulla credente e di conseguenza che tutto vien meno con la morte. Se ed in quanto poi recepite le opinioni appena apprese, come a questo punto descrivere le nuove e diverse emozioni sofferte da Policarpo al vacillare di quella che ormai era divenuta la sua fede dominante? In un recupero della realtà, o, se vogliamo, in un barlume di rinsavimento, le valutazioni più conseguenti furono queste e cioè a che gli sarebbe servito oziare nella preziosa urna, visto che questa non avrebbe portato beneficio alcuno né al suo corpo, né alla sua anima, destinata appunto a perire secondo le credenze del Foscolo? Se però dovessi approfondire nei suoi più ascosi retaggi il suo stato d’animo alla luce della nuova e del tutto inaspettata realtà che gli veniva prospettata, potrei cavarmela descrivendo l’angoscia che ha coinvolto l’Innominato nella interminabile notte della quale ho fatto appena cenno. Ma un lampo di illuminazione mi ha suggerito di non essere ripetitivo e di richiamarmi allora come pietra di paragone al film “Via col vento” che tutti avranno visto sugli schermi almeno una volta e che a mio avviso ha rappresentato la più colossale produzione cinematografica di tutti i tempi, ispirato in ciò dalla reazione che ha coinvolto nel finale Rossella O’ Hara, la protagonista in senso assoluto del filmato, magistralmente interpretata dall’attrice Vivian Leight.

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Orbene la vicenda, ambientata nel sud dell’America ai tempi della guerra di secessione, nella realtà è tutta imperniata sulla morbosa passione che Rossella da sempre nutre nei confronti del proprio cognato sir Ashley, marito della sorella, la dolce Melania, del quale è a tal punto coinvolta da anteporlo a tutto e a tutti, ammiratori compresi, sì da crearne un mito, mentre la situazione è da questi avvertita in modo imbarazzato, tanto che in ogni occasione per rispetto nei confronti della moglie frena prudentemente ogni impulso o tentativo di coinvolgimento, Nell’avvicendarsi degli eventi purtroppo Melania si ammala gravemente e, dopo atroci sofferenze, sopportate con cristiana rassegnazione e con lo scrupolo di non recare disturbo agli altri, viene a mancare, il che per Rossella appare come una liberazione, in quanto pensa di avere finalmente il campo libero e di poter coronare il suo sogno. Quando però il cognato, privo di ogni reazione perché accasciato dalla grave perdita subita, alle aspettative di Rossella resta inerte ed inebetito come la cosa non lo riguardasse affatto, ecco improvvisamente che appare a lei tutto nella sua normale dimensione, con i difetti, le debolezze, le limitazioni e le mediocrità proprie di ciascuno di noi, donde la delusione che traspare nei suoi occhi. Ed è quindi la caduta del mito che tanto era stato elevato all’Olimpo, ma ora la suggestiva scena finale perché è qui che Rossella dischiude la finestra, e, con lo sguardo proiettato verso l’orizzonte e pieno della

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speranza di riaffacciarsi alla vita, pronuncia la fatidica frase ormai diventata motto comune… domani è un altro giorno. Di riflesso dunque anche per Policarpo un vero e proprio trauma, per cui eccolo al momento delle decisioni irrevocabili, donde l’opzione che era molto più assennato il dover sopportare il peso dell’ombra. Ma l’ombra ha forse un peso? Oh creature sciocche, quanta ignoranza è quella che vi offende! Tutti in proposito ricorderanno che l’“anima viva” di Dante nel suo itinerare nell’aldilà veniva riconosciuta come tale con grande stupore dai trapassati proprio in quanto proiettava ombra, appurato che non si è mai verificato che le cosìdette “ombre”, la proiettino. Dunque l’ombra ha un peso, in un certo senso incommensurabile e come, visto che il privilegio di tale dotazione è di far parte della sfera e della dimensione dei vivi e venite a contraddirmi! Da questo momento per quanto riguarda l’avvicendarsi dei fatti soccorre il richiamo al pensiero di Brecht, secondo cui per dare soddisfazione ad un desiderio, in luogo di una spiegazione, vale di più un’azione. Ma quale azione? All’indomani Policarpo infatti, nonostante fosse particolarmente frastornato per l’inconsueta notte sofferta, si reca alla sua banca giusto all’apertura chiedendo perentoriamente di conferire col direttore il quale si mette subito a sua disposizione, data la notevole fiducia di cui godeva, cosa tutt’altro che facile e scontata per i comuni correntisti.

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Alla richiesta categorica di convertire in liquido tutto il capitale, l’alto funzionario cerca di convincerlo a desistere perché alcuni titoli risultano al momento deprezzati, ma deve arrendersi a fronte della perentorietà dell’ordine. Uscito quindi a testa alta dall’istituto di credito, eccolo da questo momento ben determinato… alla ricerca del tempo perduto (Mi scuso con chi di dovere se ho usurpato dal grande scrittore Marcel Proust tale espressione che è il titolo della sua opera maggiore) e da qui è tutta una sorpresa! Preso infatti possesso con un certo ritardo della propria scrivania, ad un collega che gli osservava scherzosamente… “alla buon’ora, beatle”, tale era infatti il nomignolo che gli era stato affibbiato sul lavoro, vista una certa somiglianza con la sagoma della repellente blatta, in una sorta di revance che mi ricorda tanto il ritorno nei luoghi del misfatto di Edmond Dantès, alias il conte di Montecristo, per le dovute vendette, reagì con il gesto dell’ombrello, il che lasciò di stucco tutti i presenti. In seguito il primo sfizio che si concesse fu di ordinare l’ultimo modello della Mercedes 5000 turbo cabrio ad iniezione, per essere poi accompagnato ogni mattina sul posto di lavoro, profondamente sdraiato sul sedile posteriore, da un autista appositamente ingaggiato, visto che non aveva mai conseguito la patente di guida, fra l’estrema meraviglia dei colleghi, mentre al primo ritorno, lo sguardo rivolto verso il monte Barro, ebbe l’impressione che il sole per lui da lì ridea calando.

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In seguito il più che mai ravveduto Sùss l’ebreo devolse ogni suo indumento usato alla Caritas, programmando che il suo guardaroba futuro doveva essere di pregio assoluto e pertanto capi di abbigliamento rigorosamente griffati Valentino, o Armani o Dolce & Gabbana, calzature Valverde con tacchetti applicati posticci, in ossequio al suo pilota prediletto Rubens Barrichello, orologio Omega d’oro bianco, e qui almeno, di platino, profumo Cartier, occhiali non più a stringinaso ma con montatura Gucci ecc. ecc… Avreste dovuto vedere le commesse delle varie boutiques, tutte emozionate e prodighe di inchini al suo apparire, pronte a soddisfare

Il Monte Barro - Paolo Dell’Oro

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ogni esigenza del munifico cliente, anche perché sempre pronto ad elargire mance, senza mai discutere sul prezzo. Passiamo però ora alle proiezioni più brillanti. Per le ferie di ferragosto la preferenza cadde sul Grand Hotel Rimini ove gli venne riservata tutta un’ala con ascensore direttamente sulla spiaggia, della quale come ben noto può beneficiare esclusivamente la ricercata clientela con preclusione per i comuni mortali nonostante il vincolo demaniale. Qui ebbe l’avventura di imbattersi in un personaggio che nell’abbigliamento e nell’espressione mussoliniana del viso ricordava in tutto e per tutto Gheddafi, ma sì proprio lui, che era sopraggiunto inaspettato con il suo seguito, mentre il tutto era esaurito e che riuscì a rimediare l’accoglienza in quanto per gentile concessione di Policarpo potè usufruire del notevole spazio a lui riservato, ristorante e spiaggia compresi. Assai riconoscente fu lo slancio del dittatore che gli mise a disposizione come accompagnatrice la bellissima Nefer, la sua escort favorita, ma questi, in quanto non ancora preparato ad avventure mondane, con garbo e tatto, onde non urtarne la suscettibilità, declinò decisamente l’offerta di tanto riguardo. Per il ponte di Sant’Ambrogio la scelta cadde sul Grand Hotel Miramonti di Cortina d’Ampezzo. Appena raggiunta la località la prima intenzione fu di acquistare l’attrezzatura da sci più elegante e sofisticata in quanto aveva ambizione di esibirsi in tale sport da lui mai praticato, ma divenne

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subito l’incubo dei maestri della rinomata scuola locale, dato che, anche per la scarsa muscolatura, non aveva il minimo senso dell’equilibrio ed al primo accenno di discesa i ruzzoloni non si contavano con rischio di gravi traumi. Pazienza per la perduta occasione! Dopo la cena a mo’ di consolazione eccolo assiso al bar intento a sorseggiare Sauternes della produzione Chateau du Kemp, mentre nota alla sua destra pure in fase di degustazione un terzetto che dialoga in chissà quali fatali destini per l’economia mondiale e non fatica a riconoscervi Luca di Montezemolo, Cesare Romiti e Massimo D’Alema. A questo punto dall’esterno entra proprio nel locale adibito a bar una coppia raffinata e dai tratti aristocratici col capo opportunamente protetto dal colbacco a causa del freddo pungente, che si siede alla sua sinistra, alla quale ad un semplice cenno viene poi servito in calici di cristallo vodka Viborowna del Don, riserva speciale. Quello che però lo lascia attonito è che a brindisi ultimato i due gettano alle loro spalle i calici che si frantumano frizzando ed alla richiesta di spiegazioni il barman con atteggiamento professionale accenna che si tratta di discendenti dello zar e che il gesto doveva essere propiziatorio nel senso che da allora più nessuno vi avrebbe bevuto. Qui il misterioso ospite, mentre si limita ad uno svagato sguardo di noncuranza nei confronti degli illustri personaggi a lui d’accanto,

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rivolge invece la sua attenzione compiaciuta verso la coppia, per cui spontaneo è subito l’approccio. Nel corso poi di un semplice scambio di vedute, mentre forse per la prima volta in vita sua celia e peccando di immodestia si presenta come il marchese Bubich di discendenza austro-ungarica, viene quindi sommerso d’inviti nella loro dacia in occasione del prossimo Capodanno ed è in tale frangente che al momento del consueto scambio dei biglietti da visita lo stesso ovviamente vi si sottrae accampando una scusa. Siamo finalmente giunti a quella che potrebbe definirsi la quadratura del cerchio, meglio l’apoteosi, anche se tutto va riguardato col metro delle varie sfaccettature che possono contraddistinguere in un modo o nell’altro ogni umana vicenda. Qui la scena si trasferisce nella panoramica sala da pranzo del Grand Hôtel Cipriani di Venezia, sito nell’isola della Giudecca, finemente decorata da specchi di Murano, lampadari di Boemia, arazzi autentici Gobelin, dipinti e affreschi d’autore, ove il nostro personaggio in vena di follie è stato accompagnato dal Piazzale Roma attraverso il Canal Grande col taxi dell’albergo. Ad un tavolo addobbato con raro tocco professionale ha poi inizio per lui la cena, allietato da una affascinante compagna dalla carnagione olivastra e dai tratti vagamente orientaleggianti e nel cui raffinato abbigliamento spicca una gonna dallo spacco vertiginoso. Siamo al primo assaggio costituito da tartine spalmate di caviale

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iraniano, poi le prelibatezze si sprecano per passare dalla degustazione di ostriche dell’Atlantico ad una vera e propria primizia e cioè coscette di pernice bianca, di cacciagione garantita, delicatamente rosolate allo spumante di Franciacorta, per proseguire poi con astice dal delicato sapore col contorno di cannicchioli al sugo di rosmarino, il tutto annaffiato da Compte du Champagne, particolarmente apprezzato dall’ospite per il suo bouquet leggermente aromatizzato e via via… nell’attesa del brindisi finale. Ma in proposito una mia personale riflessione nel senso che ho sempre intravisto nell’ansiosa ed ottimistica attesa dell’agognato tocco di mezzanotte il medesimo stato d’animo che caratterizza il sabato del villaggio. Lo dico perché dopo il tripudio esplosivo, la gioia sfrenata, gli auguri e gli scambi affettuosi, il tutti festeggiano tutti, col passare delle ore ecco che adagio adagio l’allegria e gli entusiasmi si smorzano, si ritorna alla normalità, le prime stanchezze affiorano… è l’alba della domenica. La vicenda ora qui riprende quando i cucchiai già attingono nelle calde ciotole per la degustazione dell’assaggio di commiato e cioè della ben augurante zuppa di lenticchie ed è allora che Policarpo intravede nella parte opposta del salone, seduta ad un tavolo discretamente appartato nella penombra, una coppia in atteggiamento affettuoso, le cui somiglianze non gli sfuggono tanto che non è difficile riconoscere in loro il dr. Perillo e la signora Agostoni.

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Quale migliore occasione allora per un secondo brindisi, in questo caso ravvicinato, col che fra i due viene tacitamente scambiato un maschio e solidale cenno d’intesa e di complicità. E mentre l’anziano violinista dal viso pacioso, l’archetto vibrante sulle corde, si avvicina discretamente verso i nostri festanti con atteggiamento dal discreto sapore di galanteria, quella ninfa gentile che tanto ci riporta al tempo dei grandi inchini, per dedicar loro il toccante motivo di George Gershwin “ But not for me” , che nel nostro idioma così recita “ma non per me”, fu in quel momento che lo sguardo del piccoletto venne velato da un’ombra di tristezza ed un diamantino uscito da una palpebra scivolò lentamente sulla gota, a conferma che negli occhi specie della brava gente può esserci sempre una pagliuzza di poesia.

FINE

Noi tutti chiunque siamo, abbiamo i nostri esseri respirabili. Se ci mancano ci manca l’anima, soffochiamo. Allora si muore. Morire per mancanza di ideali è orribile. L’asfissia dell’anima! (Victor Hugo).

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Venezia - Paolo Dell’Oro

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Sommario

Capitolo I

4

Una mattina all’Ufficio delle Entrate Capitolo II

14

Le alterne vicissitudini di Policarpo Capitolo III

23

La gita in Umbria Capitolo IV

31

Ancilla ed il benefattore Capitolo V

42

Il culto dei morti Capitolo VI

54

Alla ricerca del tempo perduto

71


IL PESO DELL'OMBRA  

Di Vittorio Tucci

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