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Angelo Sala

Pietre di Fede Chiese e Campanili della cittĂ di Lecco

Edizioni Monte San Martino Lecco

VOLUME SECONDO


Testi: Angelo Sala Progetto grafico e selezioni fotografiche: Simona Lissoni Studio Grafico Mandello del Lario (LC) - grafica@simonalissoni.it Stampa: Editoria Grafica Colombo srl Valmadrera (LC) Contributi alla realizzazione del libro: Un vivo ringraziamento va a Carla Teli che ha messo a disposizione il materiale raccolto negli anni dal marito Amanzio Aondio; all’architetto Bruno Bianchi e a Gian Luigi Daccò, direttore dei Musei Civici di Lecco; ad Aloisio Bonfanti e Claudio Bottagisi per tutto il lavoro compiuto; al fotografo Giuseppe Giudici che ha impreziosito l’opera con l’immagine di copertina; ad Aristide Angelo Milani e Valentino Frigerio per la ricerca fotografica storica; sempre per le foto storiche a Gigi Comi (Belledo), Felice Riva (Bonacina), Carlo Brigatti (Castello) e Angelo Bonacina (Germanedo).

Proprietà letteraria riservata di Angelo Sala e Claudio Redaelli a norma delle vigenti leggi nazionali per i diritti di riproduzione, parziale o totale, salvo consenso scritto © 2009 Claudio Redaelli

Nelle pagine precedenti, la processione con il Crocefisso nel 1955 a Castello presieduta dal parroco don Eugenio Manganini.


LA TENACIA E LA FEDE

Titolo e sottotitolo bastano a fornire con precisione contenuti e impostazione di questi volumi. L’opera che stiamo realizzando non mira, in effetti, a tracciare un’ampia sintesi storica di eventi, idee, personaggi. Anzi, dalle visioni parziali che ogni sintesi, in qualche misura, comporta, questa ricerca prende le opportune distanze. Tendenzialmente, essa si configura piuttosto come un repertorio di luoghi, persone e fatti connessi alla presenza delle chiese - luoghi dove la bellezza e l’armonia si fondono con il divino - nella città di Lecco. Averli definiti appunti o frammenti non soltanto ci testimonia la grande modestia e onestà intellettuale del compilatore, ma costituisce una importante indicazione programmatica. La ricerca si rivolge non solo a quello che si può definire il cristianesimo «murato», ossia tradotto in presenze architettoniche storicizzate e individuabili nello spazio e nel tempo, cioè a dire i luoghi di culto. La ricerca cerca di individuare anche la linfa vitale, così come si è tradotta e immedesimata nella spiritualità e nella vita quotidiana di generazioni: essa pure ha fatto la storia, ma lo spirito non fa rumore e la virtù non fa notizia. Tale scelta ci consegna una mole davvero impressionante di luoghi, date, fatti e persone che si vanno dipanando per le pagine del libro: questa messe di notizie ci rappresenta, al vivo, i frutti abbondanti che da quella spiritualità si sono prodotti lungo i secoli. Tracciata con estrema precisione e al tempo stesso con grande respiro, ampiezza di indagini ed intensa partecipazione, la storia delle chiese

lecchesi qui raccolta offre un quadro di fatti e vicende umane tipico di una religiosità ancora viva nella memoria e nel ricordo di molti. Situazioni, movimenti, avvenimenti economici e sociali di oggi diventano inoltre più chiari alla luce dell’excursus storico qui proposto. Vi si rintraccia infatti la loro origine, si riconoscono figure e famiglie che li hanno creati o proposti. Queste pagine fanno emergere con forza i valori civili, umani e religiosi che li hanno promossi, delineando con energica chiarezza i tratti essenziali di una condizione umana che attraversa momenti politici, economici e religiosi, ora tragici e ora carichi di speranza, mantenendo viva la coscienza della propria identità. Perché lì, tra le pietre di una chiesa, trovano ciò che serve ad irrobustire le energie per immergersi, con cuore nuovo, nelle opere e nei giorni della quotidianità. E se Lecco continua ad apparire come una terra di fede e di lavoro, è perché i suoi abitanti vi hanno vissuto una coralità, una identità di popolo, una ricchezza di forme espressive tali da segnare profondamente la vita di ognuno. Società, economia, istituzione ecclesiastica e religiosità popolare, associazionismo laico, organizzazione parrocchiale costituiscono i connotati della popolazione di Lecco tra Ottocento e Novecento, descritti, storicizzati ed obiettivamente documentati - grazie anche a straordinarie immagini colte dall’obiettivo fotografico - in queste pagine. Una documentazione alla quale appartengono anche queste pietre di fede, che danno l’immagine di qualcosa che si innalza


verso l’alto e nello stesso tempo sembra voler perforare la terra: sono un richiamo all’uomo sempre protagonista del più alto dramma, straziato dal male ed attratto dal bene. Che domina il tutto è l’altare: è la tavola che riunisce tutta la famiglia parrocchiale. È il punto d’incontro tra la storia dell’uomo pellegrino e la storia di Dio fattosi Lui pure pellegrino verso l’uomo. La Sua presenza in mezzo a noi tocca il massimo di intimità quando, come a Emmaus, spezza il pane in una assemblea in festa. Gran parte delle nostre chiese sono collocate in posti paesaggistici incantevoli che ne esaltano la bellezza. E questo offre l’occasione per riflettere sulla generosità dei nostri antenati, sul loro buon gusto, sui sacrifici che hanno fatto, sulla loro fede trasudata da queste pietre. Dopotutto è giusto ricordarli per la costanza e la tenacia nel non lasciar cadere un’impresa così grandiosa. Una lezione di tenacia e di fede. Le chiese di Lecco, viste dal lago o dai monti, sembrano la punta di un iceberg che affiora sul profilo dei tetti. Indica che sotto c’è una massa compatta: è infatti segno di una comunità che sa riflettere e sa pregare, che sa apprezzare e

gustare quanto di bello e di armonioso ha saputo creare e mantenere. Trova così un motivo in più per continuare a vivere e a sperare. Per chi in Lecco ha o ha avuto una storia propria, per chi ha coscienza viva di dover continuare, in forme nuove o antiche, quella vicenda umana e comunitaria di cui qui si è tracciato il profilo, per chi ama le tradizioni dei luoghi e ne rispetta i segni, questo libro è prezioso, indispensabile. Nomi, cifre, documenti, testimonianze, fatti della storia ed episodi di vita quotidiana e popolare sono qui accostati con semplicità, composti, come frammenti di mosaico, a definire l’unico volto di una città, che le profonde trasformazioni in atto potrebbero velocemente cancellare o trasformare. Il volume è così non solo documento attendibile e fonte utilissima di molte conoscenze, ma anche serio appello a prendere coscienza della grandezza della tradizione per vivere un presente non sradicato dalla propria terra. Claudio Redaelli Presidente Edizioni Monte San Martino - Lecco


APPARTENERE AD UN POPOLO

Le nostre chiese, con il loro profilo architettonico inconfondibile, sono costruite in mezzo alle nostre case e ai nostri ambienti di lavoro, quale segno tangibile della permanente presenza di Dio e richiamo al mistero stesso della Chiesa edificata «con pietre vive ed elette». La tensione verso l’alto, verso l’Assoluto, espressa da chiese e campanili, è immagine del nostro desiderio di Dio e della nostra ricerca di Lui, che solo conosce il nostro cuore e la nostra vita. Nel rito ambrosiano, la messa per la dedicazione del Duomo si apre con questa preghiera: «Con pietre vive ed elette tu edifichi, o Dio, alla tua gloria un tempio eterno; effondi la tua santità sul nostro Duomo e fa’ che quanti in esso invocheranno il tuo nome sperimentino il conforto della tua protezione» e culmina in queste parole del prefazio: «Il Signore Gesù ha reso partecipe la sua Chiesa della sovranità sul mondo che tu gli hai donato e l’ha elevata alla dignità di sposa e di regina. Alla sua arcana grandezza si inchina l’universo perché ogni suo giudizio terreno è confermato nel cielo. La Chiesa è la madre di tutti i viventi, sempre più gloriosa di figli generati ogni giorno a te, o Padre, per virtù dello Spirito Santo. È la vite feconda che in tutta la terra prolunga i suoi tralci e, appoggiata all’albero della croce, si innalza al tuo regno. È la città posta sulla cima dei monti, splendida agli occhi di tutti, dove per sempre vive il suo Fondatore». «Quando il sonno stacca la presa, il primo sentimento che deve invaderci è il sentimen-

to delle cose». Questa riflessione, così vivida e avvincente, è contenuta nel commento di don Luigi Giussani a un inno delle Lodi del monastero delle Trappiste di Valserena, pubblicato in un libro che è tra i suoi più belli: Tutta la terra desidera il tuo volto. Che si intende per sentimento delle cose? La capacità dell’uomo di prendere coscienza amorosa di quanto lo circonda. Il sentimento delle cose non è un moto intimistico dell’animo, ma è uno stadio della conoscenza del reale. Il soggetto «che sente» è così sensibilmente trasportato verso l’oggetto, cioè verso la realtà delle cose, da porsi subito nell’atteggiamento dell’attesa. Le cose invadono il suo sguardo e la sua mente, penetrano con la stessa forza d’urto che si sprigiona nel momento in cui gli si aprissero gli occhi per la prima volta. Il cuore di questo «osservatore» avido di verità, pronto a commuoversi, è come in febbrile allerta. Il sentimento amoroso delle cose è anche la condizione della loro conoscenza e la condizione del riconoscimento, nella realtà del valore originariamente desiderato: la bellezza. Dal sentimento delle cose al riconoscimento della bellezza il passo è breve, poiché se si guarda la realtà con amore, la bellezza non può rimanere nascosta, esce allo scoperto. Un passo ulteriore è rappresentato dalla contemplazione, parola caduta in disuso o erroneamente riferita a processi spiritualistici di sublimazione. Contemplare la bellezza significa riconoscerne razionalmente la natura rivelata e incorrotta. Contemplazione è sinonimo di stupore, laddove lo stupore non sia pura reazione sentimentale. Nella contem-


plazione permane una tensione razionale che si traduce in lucidità di sguardo, commosso e capace di riconoscere la bellezza. Anche questo secondo volume, nella multiforme varietà degli eventi raccontati, delle testimonianze storiche e artistiche, e nel festoso contesto di manifestazioni della pietas provenienti da lontano, pone a tema, e non impropriamente, la contemplazione della bellezza. Le immagini, in particolare, sono il ritratto di un popolo che ama, festeggia, lavora e cresce i propri figli. Ci accorgiamo che l’io di ogni individuo, di ogni protagonista, vive all’interno di una comunità che condivide le proprie gioie, sostiene nelle avversità e dà la forza necessaria per arrivare al traguardo. Ma che cosa determina le origini di questo popolo? Perché ci riconosciamo appartenenti ad esso e quindi parte dello stesso? L’essenza di questo popolo diventa palpabile nelle fotografie e la troviamo incarnata nella Madonna, che dal Santuario della Rovinata entra in ogni angolo della città e della vita quotidiana. Lei, la Vergine, accompagna tutti, in ogni vicissitudine della vita come esperienza presente e non esiste luogo in cui abbia paura di entrare.

Il libro vuole parlare di questa fede insita nel popolo. Perché il punto di partenza per la costruzione quotidiana del futuro passa da una rivalutazione della nostra appartenenza ad un popolo e ad una tradizione che, come ci dicono eloquentemente le immagini, non è una zavorra che frena la creatività, ma piuttosto amicizia e ricchezza di significato per il presente e sorgente per la costruzione della nostra storia. Lo abbiamo fatto cercando di capire cosa dice a noi oggi il Papa che ripropone in modo incessante una strada semplice, intera, affascinante: «Ogni nostra conoscenza, anche la più semplice, è sempre un piccolo prodigio, perché non si piega mai completamente con gli strumenti materiali che adoperiamo. In ogni verità c’è più di quanto noi stessi ci saremmo aspettati. Nell’amore che riceviamo c’è sempre qualcosa che ci sorprende… In ogni conoscenza e in ogni atto d’amore l’anima dell’uomo sperimenta un “di più” che assomiglia molto a un dono ricevuto, ad un’altezza a cui ci sentiamo elevati» (Benedetto XVI, Caritas in Veritate). Angelo Sala Lecco, 18 ottobre 2009 Dedicazione del Duomo


INDICE DEL PRIMO VOLUME

Lecco

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Un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo

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Basilica prepositurale di San Nicolò

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Santa Marta

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L’Immacolata Concezione all’oratorio San Luigi

79

Santuario della Beata Vergine delle Vittorie

83

Acquate

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In pieno paesaggio manzoniano

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Chiesa dei Santi Giorgio, Caterina ed Egidio

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Chiesa di Sant’Anna o della Concezione

141

La Grotta e il Santuario della Madonna di Lourdes

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Chiesa di San Francesco in Falghera

177

Chiesa della Beata Vergine Maria del Rosario in Malnago

181

Chiesa della Beata Vergine Assunta in Versasio

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Madonna della Neve ai Piani d’Erna

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Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi a Germanedo

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Chiesa del Redentore e di Santa Caterina

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Belledo «Torrenti, de’ quali distingue lo scroscio» Chiesa dei Santi Sisinio, Martirio e Alessandro Chiesa di Sant’Alessandro

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«TORRENTI, DE’ QUALI

DISTINGUE LO SCROSCIO»

Entrano anche i «tre grossi torrenti» nell’immagine che il Manzoni traccia della terra di Lecco: sono quelli che hanno formato la «costiera» con i loro depositi, e che con le foci ne tagliano «il lembo estremo, quasi tutto ghiaia e ciottoloni». Uno ne nomina, quando a Renzo, Lucia e Agnese fa dire da padre Cristoforo: «Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione». In quel luogo il Manzoni teneva un paretaio per la caccia alle allodole e vi si recava, giovanetto, con Giuseppe Bovara, futuro architetto che ha lasciato importanti opere in Lecco e dintorni. Ma il ricordo più struggente è affidato a Lucia, negli addii al momento del «tristo passo» che l’allontanava dal paesello: «Addio, monti… cime inuguali… torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche…». Naturalmente i torrenti sopravvivono, ma ridotti come sono, oggi non saprebbero più suscitare gli incontenibili entusiasmi di quel Bernardo Tartari che ne scriveva nel 1647, pochi anni dopo la vicenda degli sposi. Il torrente Bione è protagonista della storia di Belledo, anche nel nome stesso del paese. Nelle Noterelle storiche di Belledo scritte nel 1934 da Aristide Gilardi con le quali si apre il fascicolo Belledo. La più piccola parrocchia del territorio lecchese realizzato in quell’anno per il giubileo sacerdotale del parroco don Carlo Consonni, era lo stesso curato a dare questa

spiegazione: «Belledo? E ci pensate? Da belatum perché lì, sulle rive del Bione, spesseggiavano le greggi». E il buon Gilardi ci fa sapere che «obbiettare non è stato possibile, perché don Carlo, agitando le mani (vi par di vederlo?) ci soffocò sotto una serrata fila di contestazioni concludendo che non poteva derivar da Bellum o da altro vocabolo più… di lusso». Racconta ancora Aristide Gilardi che l’ottimo parroco di Belledo s’allontanò, in bicicletta, stringendo le dita, come per dire: «Venite alla conclusione: trovate il sodo e non perdetevi in quisquilie. Nella mia cura tutto è bello: dal nome in giù». È caro in queste pagine evocare la figura di don Carlo Consonni anche perché il sacerdote è stato il fondatore di quello straordinario mensile che, tra l’ottobre del 1927 e il dicembre del 1932, fu a Lecco All’Ombra del Resegone, nato proprio come Bollettino della parrocchia di Belledo. Uberto Pozzoli, che fino alla morte avvenuta nel novembre 1930 ne fu il principale protagonista, tracciava, sull’ultimo numero del 1929, un gustoso ritratto dei redattori dell’Ombra, compreso naturalmente don Consonni al quale dedicava queste righe: «Don Carlo, redattore capo, non ha bisogno di presentazioni. A Lecco lo conoscono anche i siciliani e i sardegnoli; anzi, fin dall’isola del sole gli capitano in canonica fior di disperati che cercano pane e lavoro. E lui indirizza, raccomanda,

Il vecchio nucleo di Belledo dal campanile della parrocchiale.

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accompagna, esorta, cammina, corre, dimentica, telefona e scrive: scrive anche il Bollettino che ha la letizia di averlo patrono. E quest’anno ha scritto di tutto, con quel suo fare da podista che teme di non arrivare in tempo massimo: dagli alpini a San Calocero di Civate; da Alinda Bonacci Brunamonti a don Bosco; dal Cardinal Schuster a Parini prete. Già, Parini prete: un tasto delicato; un articolo che è stato riprodotto dal La Sera, e sul quale ha voluto dir la sua persino Innocenzo Cappa. Don Carlo però ha continuato a digerir bene anche dopo gli appunti dell’on. Cappa, anche dopo che noi gli abbiamo dichiarato di non esser con lui nell’ammirazione per il prete Parini. Gran bella dote il saper ascoltare il parere altrui e poi governarsi col timone della propria testa!». Cominciamo dunque l’esplorazione della cura dove tutto è bello. Una cura giovane, visto che Belledo fu ricostituita parrocchia con decreto 9 agosto 1900 dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari, con territorio smembrato a Maggianico, nel vicariato foraneo di Lecco. Si parla di ricostituzione perché a Belledo, nella pieve di Lecco, esisteva una cappella curata nel XVI secolo, dedicata a Sant’Alessandro. Essa fu soppressa e unita alla parrocchia di Maggianico nel 1567, anno di erezione di quest’ultima. Due anni più tardi la chiesa di Sant’Alessandro di Belledo è nominata negli atti della visita pastorale del 3 agosto 1569. Sant’Alessandro (protettore di uomini, secondo l’etimo greco) è rimasto nella intitolazione della parrocchia associando i compagni di martirio Sisinio e Martirio. I tre arrivavano dalla Cappadocia e furono martirizzati in Trentino. Alessandro (ostiario), Sisinio (diacono) e Martirio (lettore), vissuti nel quarto secolo, fanno parte della schiera di evangelizzatori giunti dalle comunità cristiane del Mediterrano per diffondere il Vangelo in quella penisola che era ponte naturale verso il continente. L’Italia cristiana deve la sua fede anche a santi come loro. La loro esistenza è storicamente certa: troviamo infatti loro riferimenti nelle lettere di San Vigilio, vescovo di Trento, e negli scritti

di Sant’Agostino e di San Massimo di Torino. Sant’Ambrogio, vescovo milanese, li aveva vivamente raccomandati a Vigilio, che al momento nella sua diocesi aveva scarsità di pastori. Questi incaricò i tre missionari di evangelizzare le Alpi tirolesi ed in particolare la Val di Non. Naturalmente incontrarono non poche opposizioni alla loro opera, ma nonostante ciò riuscirono a guadagnare non poche persone alla fede in Cristo. Sisinio in particolare promosse l’edificazione di una chiesa vicino a Medol. È facile immaginare come i pagani del luogo fossero sempre più adirati per l’adesione di copiose folle alla dottrina cristiana, sottratte così all’adorazione del dio Saturno. Tentarono allora di convincere i neo convertiti al cristianesimo a partecipare a cerimonie politeiste, riscontrando però un netto rifiuto. Sisinio, Martirio e Alessandro, ritenuti responsabili dell’imbonimento della popolazione locale, furono assaliti nella loro chiesa e malmenati violentemente. Il primo morì subito dopo l’aggressione, mentre i due fratelli vennero arsi insieme dinnanzi all’altare del dio Saturno, usando a tal fine i legni della loro stessa chiesa distrutta. Era il 29 maggio 397 e la tradizione popolare ritiene quale scena del martirio la chiesa di Sanzeno in Val di Non. Le loro ceneri furono traslate a Trento per volontà dei fedeli, mentre sul luogo del martirio venne eretta una chiesa in memoria. Non erano ancora trascorsi due mesi dalla morte di Sant’Ambrogio (4 aprile 397), quando Milano fu scossa da un’emozionante notizia. Da Trento il vescovo Vigilio, discepolo del santo vescovo di Milano, aveva scritto una lettera al suo confratello Simpliciano, succeduto ad Ambrogio sulla cattedra episcopale di Milano, per comunicargli l’evento doloroso e glorioso insieme del martirio di Sisinio, Martirio e Alessandro. Il vescovo Vigilio annunciava altresì l’imminente arrivo a Milano delle reliquie di quei tre zelanti collaboratori, che Sant’Ambrogio gli aveva mandato in aiuto. L’arrivo a Milano di quelle reliquie fu altresì contrassegnato da uno strepitoso miracolo, che ci è raccontato dal diacono Paolino nella sua Vita di Am-

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Una storica immagine di Belledo con le sue due chiese (collezione di Valentino Frigerio).

brogio. Un cieco, che abitava sulla costa della Dalmazia, ebbe un sogno in cui vide avvicinarsi alla riva del mare una nave carica di una moltitudine d’uomini in bianche vesti. Quando scesero a terra il cieco li interpellò e si sentì rispondere da uno di essi che erano Ambrogio e i suoi compagni nella gloria celeste. Udito quel nome, il cieco lo scongiurò di poter riac-

quistare la vista ed Ambrogio gli rispose: «Va a Milano, incontro ai miei fratelli, che stanno per giungervi, e recupererai la vista». Il cieco ubbidì e, senza mai esser stato prima a Milano, vi giunse proprio il giorno in cui arrivava il feretro con le reliquie dei tre martiri: gli andò incontro per la via senza l’aiuto di alcuno, lo toccò e subito riebbe la vista.

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CHIESA DEI SANTI SISINIO, MARTIRIO E ALESSANDRO

Nel 1934, in occasione del giubileo sacerdotale di don Carlo Consonni, Aristide Gilardi rievocava, per sommi capi, le vicende della cura di Belledo. A quella pubblicazione - Belledo. La più piccola parrocchia del territorio lecchese - che mantiene intatta la sua ricchezza fanno riferimento queste pagine, che fissano in particolare i contorni della bella figura di don Sisinio Perego che della parrocchia di Belledo fu l’appassionato creatore. Alla realizzazione di quelle paginette stampate dalla Premiata Scuola Tipografica dell’Orfanotrofio dell’Opera Don Luigi Guanella collaborarono anche Andrea Orlandi e Pietro Alfieri Tognini. Noterelle storiche di Belledo il titolo della prima parte che si conclude così: «Fin qui la storia - sia pur ridotta - ma esatta e scrupolosamente documentata. Ai margini, tra le sfumature del probabile e del possibile, emergono leggende, tradizioni, le quali, pur conservando un profumo di poesia o di austeri ricordi, non offrono la consistenza desiderata per discorrere con ampiezza e serietà». Ed eccoci al resto di quelle pagine. Accenneremo - per scrupolo di cronisti - ad un manoscritto che don Francesco Gattinoni, nativo di Belledo ed ora prevosto a Barlassina, afferma di aver potuto scorrere, nella biblioteca di un suo amico di cui, per altro, non dà né il nome né l’indirizzo. Da questi fogli si desume «che Belledo era un castello, una fortezza, una rocca già esistente al tempo dei romani» e

si suffraga l’ipotesi con una serie di ben congegnati argomenti a fortiori, che potrebbero anche convincere, se non si basassero sulla anonimità dell’autore. Don Francesco Gattinoni, per conto suo, appoggia l’idea e scrive, a questo proposito, in una pubblicazione uscita nel 1911 per la messa d’oro di don Sisinio Perego: «È facile pensare che quivi sorgesse una fortezza poiché il territorio di Lecco fu luogo di soggiorno di alcuni romani: per di qui, ai tempi del basso impero, scorreva una delle poche strade che dalla pianura d’Insubria metteva alle Alpi. Anzi, pare che per questa parte preferibilmente discendessero i popoli barbari quando venivano per occupare l’Italia, e quivi formassero alcune colonie, come ce ne dà ragione il nome di Germanedo dove si sarebbero fermati i germani, e Campo dei Boi dove si sarebbero fermate alcune di quelle tribù germaniche che si chiamavano appunto Lingoni o Boi». E va innanzi, il manoscritto, e passa dal fragor delle armi alla pace del chiostro, insinuando che a Belledo, nel 1140, ci doveva essere un fiorente monastero benedettino dove i frati trascorsero anni ed anni in devoto salmodiare e tacito lavoro. I CAPPELLANI E LA PESTE Di fatto, però, non sappiam niente ed anche quest’ultima affermazione - non inverosimile è fondata su di una presunta carta topografi-

La chiesa parrocchiale di Belledo dedicata ai Santi martiri Sisinio, Martirio e Alessandro; anche alle pagine 20 e 21.

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ca che il Giulini, non si sa dove, avrebbe consultato e citato. Congetture, frammenti, ipotesi ben lungi dalla precisa esattezza del nostro Orlandi. Il quale, se non fosse stato soppreso dalla necessità di mandar subito due righe, ci avrebbe dato chissà quante ghiotte notizie anche sulle vicende ecclesiastiche di Belledo. Vicende remote, avvinte alla poetica chiesetta di Sant’Alessandro, rannicchiata accanto al cimitero quasi per proteggere, con l’ombra del suo campaniletto, l’immagine e il culto dei poveri morti. Abbiam visto, più su, che San Carlo Borromeo nel 1567, staccando i tre paesini dalla chiesa matrice di Castello, insediò la nuova cura nella vicinìa di Sant’Andrea di Ancillate e dislocò così, giuridicamente, i belledesi a Maggianico. Ma neppure a Maggianico c’era la parrocchia, canonicamente eretta: la chiesa di Sant’Andrea - come le altre, del resto, disseminate per il territorio lecchese - era comparrocchiale e non aveva un prete proprio, un beneficio suo, ma veniva officiata, la domenica, or dall’uno or dall’altro dei canonici che risiedevano a Lecco e costituivano il ben noto capitolo. Il Borromeo, durante la visita pastorale, sistemò più cose: valutò, con la bilancia del suo acume, circostanze e probabilità, e si convinse che Belledo, così esiguo di fuochi e fuor di mano, avrebbe potuto accontentarsi di un cappellano indipendente eppur vincolato (è un pasticcio, ma è così) alla cura di Maggianico, appena appena fondata. Nel 1630 il paesello è devastato dalla peste ed è di quell’anno un singolare documento che ci permette di individuare le famiglie più antiche, ramificatesi fino ai nostri giorni. È un rogito notarile, con le disposizioni testamentarie di Damiano Manzoni: un signore del luogo, colpito dalla peste. Si trattava di persona riguardevole e benefica; il notaio non osò rifiutarsi di prestar l’opera sua ma frappose, tra il dovere e la paura, tutte le cautele possibili. Pregò di trasportar l’ammalato in una stanzuccia a pian terreno, fece spalancar le finestre e si pose fuor dell’orto, con penna, carta e calamaio, a trascriver quanto il morente, con voce

fioca, dettava. Era il 17 ottobre di quell’anno memorando e il sole dolcissimo dell’autunno indorava i colli, faceva luccicar l’Adda in stridente contrasto con la morte che ciecamente colpiva gli atterriti Belledesi. Il notaio rogante, dott. G. B. Corno de Largis, rendeva così pubblico, nel momento stesso in cui lo compilava, l’atto testamentario e un gruppetto di curiosi (umanità più forte della pestilenza) poté conoscere, per filo e per segno, le ultime volontà di Damiano Manzoni e fare, così, il bilancio approssimativo dell’asse ereditario. Molti terreni furon legati alla chiesetta di Sant’Alessandro, con l’onere di far celebrare, nella medesima chiesa, tre uffici da morto e dodici messe in perpetuo: una somma, non facilmente determinabile oggi, fu devoluta alla costituzione di un fondo che acconsentisse «il mantenimento di un sacerdote» purché risiedesse a Belledo ed esercitasse la cura d’anime: altri denari furon destinati ad Angelo De Figinio, Giovanni Zibetto, Giovanni Gattinoni e Battista Frigerio, detto del Chieppa. Ed è appunto da ciò che si rileva come i Figini, i Gattinoni ed i Frigerio siano le più antiche famiglie belledesi. Col provvido gruzzolo del Manzoni comincia a funzionare - anche per impulso di Federico Borromeo venuto, poco dopo, in visita pastorale - la cappellania già istituita da San Carlo e s’apre la serie dei poveri cappellani di Belledo, confinati nel paesello scarsissimo di risorse, lontano da Lecco, non vicinissimo a Maggianico, privo d’ogni comodità. La posizione ecclesiastica di quei sacerdoti era difficile quanto mai, perché, s’è detto, avevan giurisdizione limitata, dovevan dipendere dal parroco di Maggianico e galoppare ad ogni funeraletto, presenziare alle più gravose funzioni, farsi in quattro per aggiungere qualche incerto provento, di cosidetta «stola bianca e nera», allo stremenzito beneficio della loro cappellania. Non parliamo poi dell’abitazione: quattro stambugi, umidi ed oscuri; un cortiletto senza sfogo ed un grande solaio dal quale si pote-

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van vedere, di tra le tegole sconnesse, le stelle, il sole e la luna. Nei giorni di pioggia, lo stillicidio trapanava giù nella stanzuccia e raggiungeva, nei periodi prolungati, anche la misera e fumosa cucinetta. Ogni cappellano considerava la sua permanenza a Belledo come transitoria e, appena arrivato, brigava per ripartirne. Avveniva così che nessuno cercasse di por rimedio alle manchevolezze della canonica, di rimpannucciare il beneficio, di intraprendere lo studio per una sistemazione, se non comoda, almeno non così cruda. Venivano, i preti, per obbedienza all’Arcivescovo: per far ammenda, magari, di qualche insubordinazione: per collocarsi provvisoriamente, in attesa di adire un concorso od occupare un posto prescelto, non vacante al momento. Poi, tirando il fiato e ringraziando Iddio, spiccavano il volo verso lidi migliori. Per trecent’anni i loro nomi si son perduti nella polvere del tempo e non siamo riusciti a rintracciarli neppure cercando tra le carte parrocchiali di Maggianico che pur avrebbero dovuto registrarli. Dal 1860 in poi, a frammenti, su ricordi ancor vivi - per incidens, come dicono gli avvocati - qualche cosa s’è potuto sapere e, non minore particolare, questo: che agli obblighi di ministero si era aggiunto anche quello di dispensare, in un bugigattolo di casa loro, i primi elementi del leggere, dello scrivere e del far di conto agli indocili ragazzetti del paese. Senza speciale rimunerazione o riconoscimento delle autorità e con la sola speranza di giovare, anche in questo, alle anime. Il primo di cui si abbiano precisi riferimenti è don Francesco Missaglia, cappellano nel 1860. Era un appassionato orticoltore, ottimo prete, tutto dedito a coltivar piante e verzure. Un giorno, mentre innestava un pesco, aggrappato su malsicura scaletta a pioli, (son minuzie, ma servono a delinear l’ambiente) si incise il palmo della mano, gli sopravvenne un’infezione, dovette farsi amputare un braccio. Lasciò Belledo e si trasferì a Lecco, in via Bovara, dove consumò gli ultimi anni come scritturale della Cassa di Risparmio. I pochi, sudati quattrini - lui morto - dispose fossero devoluti alle suore del Belve-

dere per assicurare, in perpetuo, il ricovero di un’orfanella della sua cappellania. DON GERVASIO VALSECCHI E IL CHOLÉRA Nel 1867 arriva, alla chiesa di Sant’Alessandro, don Gervasio Valsecchi: un sacerdote coraggioso ed intraprendente. Don Gervasio aveva asceso, la prima volta, i gradini dell’altare, con la ferma consapevolezza di offrire tutto se stesso per il prossimo suo. L’occasione di sperimentare il forte proposito gli si offrì il 14 luglio del ’67, poco dopo il suo ingresso a Belledo, quando certa Teresa Turati, da Milano - venuta a Barco per la cura dell’acqua minerale in quel rinomato stabilimento - morì di choléra. Fu la piccola favilla che iniziò il grande incendio. Misure precauzionali furon prese, ma non valsero a stroncar il morbo che avanzò implacabile e fulmineo. Il giorno di Sant’Anna, 26 luglio, cade la prima vittima belledese: Giuseppe Faver di appena due anni, speranza e gioia dei genitori. Don Gervasio Valsecchi capisce che è l’ora sua e intraprende quell’eroica e santa opera di assistenza spirituale e corporale per cui gli verrà decretata la medaglia d’argento al valor civile e conferita la cittadinanza onoraria di Belledo. Dalla notte sul 30 luglio al tramonto del sole del 1° agosto, altre cinque persone reclinarono il capo e morirono fra lo smarrimento generale. Giovani e vecchi, donne e bambini cadono, falciati, di giorno in giorno. Il cappellano trasforma le sue stanze in lazzaretto: suscita, con l’esempio e la parola, le forze ancor valide dei risparmiati e organizza la trafila dei soccorsi che vanno dall’assistenza immediata alle «Casse mortuarie», alle «Foppe» per il seppellimento. Trentacinque belledesi, prima che la pestilenza accenni a decrescere, spirano nelle braccia di don Gervasio e fu davvero un miracolo ch’egli rimanesse immune, resistendo, per due mesi, ai bacilli ed alla sovrumana fatica. Un foglietto, scritto da mano sua, documenta, con la veridicità e l’immediatezza delle note affrettate, quanto egli abbia fatto in quella triste e singolare occasione.

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Laggiù, a ridosso della chiesina di Sant’Alessandro, nel cimiterietto romito, le croci s’erano infittite e prete Gervasio Valsecchi, ogni sera, al tramonto, s’inginocchiava, fuor dal rozzo cancello, a recitar il rosario per quei suoi poveretti a cui aveva chiuso gli occhi e dette le ultime parole e fatte le estreme promesse. Fino a quando don Gervasio sia rimasto titolare della cappellania di Belledo non sappiamo: è certo però che nel 1873 c’era ancora, perché il 19 marzo di quell’anno il sindaco Giuseppe Invernizzi gli decretava, con voti unanimi del consiglio comunale, la cittadinanza onoraria e gli faceva solenne consegna della medaglia d’argento conferitagli dal governo nazionale. Poi don Gervasio Valsecchi sparisce nell’ombra e il suo posto viene occupato, nel 1880, da don Clemente Fondra da Taceno, da don Giovanni Todeschini e dal sacerdote Ezechiele Manzella, amicissimo di Antonio Stoppani che si divertiva a chiamarlo il cappellano tascabile per la sua minuscola statura. Più tardi sedettero a Belledo (come usa dire don Carlo Consonni) il prete Giorgio Panotti da Bellano, un vecchietto grigio, arzillo, tutto bontà e candore, ritiratosi nella cappellania dopo aver profuso tesori di intelligenza e di apostolato, nella cura - per lunghi anni tenuta di Cortenova, in Valsassina; e il brianzolo don Ernesto Acquati e don Antonio Levati, ex frate del convento di Sabbioncello. don Roberto Gilardi, morto parroco di Laorca, e don Carlo Oggioni e don Vismara vivono ancora nel ricordo di molti belledesi e la loro memoria ha lasciato un grato profumo fino ai giorni nostri. Nella primavera del 1898, Sua Eminenza il Cardinale Ferrari destina a Belledo don Sisinio Perego, già vice parroco di Brivio, suo paese natale, e si apre, con lui, una novella per il nostro paese.

chese si ammantava nell’oro fine del tramonto. La giornata era al vespero e l’ora malinconica trovava particolare riferimento nell’animo del sacerdote, sopraffatto dal doloroso distacco del suo paese natale e punto nelle sue giuste aspirazioni. Camminava lento, don Sisinio, dietro il minuscolo carro del suo mobiglio e più volte le lagrime si affacciarono, suo malgrado, ai dolci e puri occhi, nonostante la resistenza virile che in lui era molta. Non si lagnava con nessuno, non aveva motivi per credersi vittima di una ingiustizia, ma il cuore sanguinava perché non si lascia il proprio paese, dopo sessant’anni di vita e quaranta di cura pastorale, senza che l’anima soffra e si scuota in spasimanti vibrazioni. Spesso si volgeva indietro, cercava - oltre Pescarenico - l’Adda pensando che quell’acqua, fra poco, sarebbe passata accosto a Brivio e affidava a lei un più intenso e accorato saluto da portar ai suoi vecchi, nel cimitero; al suo adorato prevosto, appena sepolto; alla sua chiesa e alla Madonna Addolorata di cui, da buon briviese, era assai devoto. Dicono i vecchi che, ad un tratto, don Sisinio si sia asciugato le lagrime, abbia fatto sostare il cavallo e, tolta di tasca - col fazzolettone rosso, all’antica - la corona del Rosario si sia immerso in profonda preghiera. Di Ave Maria in Ave Maria il cuore s’acquietava: la fede, immacolata e fermissima, rischiarava, a poco a poco, l’affanno e don Sisinio tornava don Sisinio. L’uomo, cioè, al quale il sacrificio non aveva mai fatto paura e il sacerdote che, al di sopra di ogni, anche giusta, considerazione, poneva il bene delle anime e l’apostolato religioso. Il campaniletto della squallida chiesina, le casupole addossate al Cornello pareva lo invitassero, a braccia distese, per invocarlo e accoglierlo padre e pastore. Bastò la preghiera, il tacito invito della chiesa, per sollevarlo da ogni peso e fargli proporre di cominciare ex novo la quarantenne fatica. Arrivò alla casetta del beneficio a tramonto compiuto, di sdossò dall’animo ogni gravezza e, prima di tutto, aprì la porticina della chiesa per genuflettersi innanzi al Signore. La penombra della sera calava di minuto in minuto e

UNA LUMINOSA FIGURA DI PRETE Don Sisinio salì la stradicciola che conduce alla chiesa di Sant’Alessandro in un dolce pomeriggio di primavera, quando le luci declinavano in morbide tinte e tutto il territorio lec-

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le fiammelle dell’altare descrivevano un tenue cerchio di luce attorno al grigio capo di don Sisinio sicchè, vedendolo in quella posa, pareva di contemplare l’immagine di un santo. Di un vecchio santo, già fuor del pelago di ogni desiderio umano, e intento a recitare le confidenti parole del salmo, per lui più vere che per ogni altro: sacrificate sacrificium iustitiae e sperate in Domino. Pregò a lungo, e quando fu sul piccolo sagrato e si vide accanto anime bisognose di lui e capì che a Belledo c’era tutto da fare ab imis, gli ricantaron in cuore gli ardori dei primi anni di apostolato e iniziò, da quell’istante, l’opera veramente grandiosa per cui il suo nome sarà in perpetua benedizione. Attinse, a sessant’anni compiuti, la rara forza di istituire una novella parrocchia ed innalzare, dalle fondamenta, una chiesa nuova. Assiduo al pergamo, al confessionale, esatto in ogni dovere, primo in ogni opera buona (son frasi logore, lo sappiamo, ma qui, per don Sisinio, riacquistano solidità e interezza), fu sacerdote nel compiuto senso della parola e «tirò dritto dritto, mirando al Signore» in ogni attimo del suo cammino mortale.

alla chiesa nuova, dall’oratorio all’erezione giuridica della parrocchia. Lavoro su lavoro, ragionevole e opportuna insistenza, furon coronati - giusto riconoscimento - il 14 agosto del 1900 quando l’eminentissimo Cardinal Ferrari nominò don Sisinio Perego primo parroco di Belledo ed emise il decreto con cui staccava la chiesa di Sant’Alessandro dalla cura di Maggianico, concedendole autonomia propria. Punctum saliens, questo, per poter svolgere, grado grado, il programma prefisso e portare le sorti di Belledo fino a trasformarla nella più piccola ma completa parrocchia del territorio lecchese. Nel 1902, il curato concretizza le sue idee sulla chiesa nuova, le espone ai parrocchiani, incontra e supera non lievi difficoltà perché il paesello, sebbene composto di poche famiglie, era diviso di pensiero e di animo. Ci volle la sua paziente indulgenza per non lasciarsi scoraggiare, per cogliere il punto giusto, e proporre la soluzione migliore in quel folto groviglio d’interessi, di animosità e di reciproche ombre. Per fortuna ha intorno a sé un gruppetto di fedelissimi che con il sig. Baggioli di Lecco e il marchese Serponti di Germanedo, lo comprendono, lo apprezzano e l’aiutano nelle ore più grigie e sconfortanti. La sera dell’Epifania del 1903 - dono dei Magi - don Sisinio espone e spiega al popolo la concezione artistica, il disegno e le misure del nuovo tempio e sminuzza, in parole povere, la bella relazione del progettista architetto Arnaboldi. Il 1° febbraio seguente si iniziano i lavori: il parroco si getta con foga tra muratori e capimastri, li guida, assiste fino al 1905 e non riposa un attimo se non quando la chiesa, nella sua ossatura, non è ultimata. Poi la contempla, soddisfatto, nella bella armonia delle sue linee. Non è una chiesuola da poco: è lunga ventisette metri, alta quattordici, larga nove, ad una sola navata, in stile del 700, o meglio, in quel barocchino, modesto ed elegante, che alcuni chiamano tiepolesco perché stile di transizione fra il barocco del pretto 600 al neo classicismo che prese il nome dall’impero napoleonico. don Sisinio provvede all’altare e lo vuole simile, nella forma, a quel-

FAC ET SPERA Nello scorcio dell’ultimo secolo, a Belledo, dal punto di vista religioso, non c’era niente. L’oratorietto languiva quasi abbandonato, la minuscola canonica quasi inabitabile, la fede sopita e appena appena evanescente. È triste dirlo, ma era proprio così. La discontinuità dei sacerdoti, la lontananza di un vivido focolare apostolico, la sfiducia, anche, della popolazione avevano creato un’atmosfera pesante entro cui don Sisinio dovette sentirsi assai male. Egli cominciò la sua riforma - santa riforma - dagli animi: creò i gangli dell’organismo parrocchiale e, in due anni appena, mutò volto alla cappellania con l’istituzione della confraternita, delle figlie di Maria e di quant’altro serve, come complemento, alla missione sacerdotale fuori dalla stretta cerchia dell’altare. E tracciò subito un piano vastissimo che comprendeva tutto, dalle più minute suppellettili del culto

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lo di Brivio - fine pensiero - dove ha celebrato la prima messa e lo legano i più cari ricordi. Così come vuole, per patroni della nuova parrocchia, i Santi Sisinio, Alessandro e Martirio che sono i santi tutelari del paese nativo. Il curato di Belledo è prossimo alla vecchiezza: la settantina, col corteo di acciacchi e di incomodi, non è lontana, eppure intraprende, in giovanile ardore, la costruzione della casa parrocchiale per cui dovrà superare difficoltà non minori di quelle affrontate per la chiesa. Descrivere qui, per filo e per segno, tutta l’opera di don Sisinio Perego non è possibile: ci vorrebbe un volume perché oltre ai fatti materiali - diciamo così - ci sono il suo spirito e la sua saggezza che sovrastano la fatica e la sublimano nella luce delle anime elette. Il popolo, convintosi, a poco a poco, di aver in parrocchia un prete di non comune valore gli si strinse attorno, in unanime concordia, e riconobbe, in blocco - una volta per tutte - i meriti di don

Sisinio, il 6 agosto 1911 quando egli celebrò il cinquantesimo di sacerdozio e potè dire realizzato il programma arditamente concepito nella primavera del 1898. Ormai aveva esaurito il suo compito e nel 1915 si ritirò presso il nipote, don Giulio Perego, nella pace dei campi, a Santa Maria Hoè. Senonchè la lontananza di Belledo lo crucciava, la mente aveva perso il suo vigore e un tentativo di ritornare in parrocchia lo convinse di essere stremato di forze. S’acquietò e si spense santamente l’11 marzo 1918, con serena la coscienza di aver speso gli ottantatre anni della sua vita per la gloria di Dio e il bene del prossimo. Di lui fu detto: «Tirò dritto dritto, guardando il Signore, il premio eterno, senza rimpianti, recriminazioni» ed elogio più comprensivo e migliore non si sarebbe potuto fare. IERI… ED OGGI Nella cura si susseguirono due delegati ar-

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civescovili: don Biagio Rossetti e don Carlo Maltagliati. Finchè nel luglio 1916 venne nominato parroco don Ambrogio Sesana. A lui si devono la costruzione della torre campanaria egregiamente disegnata dall’ing. Bernardo Sironi - ed altre opere a compimento del programma di don Sisinio. Rimase sei anni a Belledo e ottenne, poi, il trasferimento a Bellinzago Lombardo. Il 9 luglio del 1922 fece il suo ingresso - senza feste o cerimonie speciali - don Carlo Consonni che si pone coraggiosamente nella scia di don Sisinio Perego oltrepassando, per grandezza di opere e di realizzazioni, i più arditi sogni del suo inobliabile predecessore. Anzitutto - sempre fine e riconoscente, don Carlo - raccoglie, soldo a soldo, la somma per murare, in chiesa, una lapide in ricordo e commemorazione di don Sisinio Perego e scrive, sui libri della canonica, l’obbligo perpetuo ai parroci pro tempore di celebrare, ogni anno,

nella domenica immediata all’11 di marzo, un ufficio per l’anima del fondatore. Poi fa decorare l’abside, costruisce la cappella della Madonna e di San Giuseppe, ne inaugura un’altra ai Caduti belledesi e provvede la chiesa di un artistico battistero. Il paesello par che respiri aria nuova, c’è del movimento, ci sono iniziative. Si lavora, con il concorso di tutti - ricchi e poveri - «a tirar su» le sorti di Belledo. don Carlo è dinamico: bisogna fare, ad ogni costo, con ogni sforzo è il suo motto. E fa e corre e assume impegni e paga - dice lui - «punto e quattrini», sempre. La chiesetta di Sant’Alessandro, così ricca di memorie, è stata negletta: ha i segni premonitori della prossima fine. Guai a lasciarla così. Ragioni ideali impongono di restaurarla e il curato ci si mette di punta e, pur non guastando l’antica linea, la trasforma in devoto e poetico oratorio. Ma adesso, così rifatta, contrasta col cimitero: angusto, squallido, infittito di lapidi. Altro lavo-

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ro, altra spesa, altra opera ben compiuta. La gente si domanda: riconsacrato il cimitero è tutto finito? Possiam sostare? Ma don Carlo, dal pulpito, in cotta e stola, ammonisce che «solo chi muore può sostar per via». Ci vuol altro che fermarsi, adesso. Siamo nel 1926. Manca l’Asilo, non ci son le suore e il palazzo scolastico - pur tanto necessario - non spunta neppur fra gli ideali lontani. Come si fa ad indugiare, quando si è così discosti dalle più necessarie realizzazioni? Sopra la sacrestia si possono tirar su, volendo, due locali che servirebbero assai bene per un minuscolo Asilo. don Carlo si sbraccia - è la parola - e assolda un paio di muratori, un falegname, e si mette all’opera, insistendo presso l’ing. Enrico Gandola perché lì, sui due piedi, tracci un disegno di massima. In due mesi l’Asilo è pronto: dodicimila lire se ne vanno, ma i bambini si sistemano bene e il parroco è soddisfatto. Così soddisfatto che si volge, per un po’, all’attività… interna (ha detto lui) e delinea nuovi ordinamenti per le funzioni religiose, istituisce e rinnovella confraternite, pie società, accelerando il ritmo della comprensione devota. Poi, torna all’esterno e accoglie con gratitudine la proposta dei fratelli Fiocchi di ricordare, con un segno tangibile, il cinquantesimo anniversario di fondazione della loro casa industriale e porgere omaggio alla venerata memoria del padre. don Carlo non si lascia sfuggir l’occasione e traccia un programma… nel programma parrocchiale. Va dai signori Fiocchi, lo espone, lo vede approvato e vien giù da Castello con l’esultanza dei giorni di festa. L’ing. Piero, il dott. Carlo, l’avv. Giulio, l’arch. Mino e l’ing. Vico - vera concordia fratrum - hanno deciso di erigere, a Belledo, un palazzo per ospitare le scuole, l’asilo, l’oratorio, le associazioni religiose. Il curato, stavolta, non deve preoccuparsi per ragioni di ordine finanziario: non brigare, scrivere per avere oblazioni; deve solo impegnarsi ad ottenere dal Comune la fornitura dell’acqua potabile all’erigenda casa. Podestà, commissario prefettizio - si tratta di un’opera buona - litigano col bilancio, per don Carlo, e

l’accontentano in tutto e per tutto. L’architetto Fiocchi, da par suo, delinea il palazzo, sorveglia l’esecuzione e fa sorgere un capolavoro di buon gusto, di comodità: unico nel suo genere. Non lo si inaugura subito perché ragioni burocratiche si frappongono al buon volere dei pubblici amministratori e s’ha da aspettare fino a quando non siano appianate le difficoltà relative all’acqua potabile. Il parroco di Belledo è impaziente: vorrebbe finir presto - subito, anzi - per mostrare quel suo gioiello all’eminentissimo Cardinal Schuster che viene a Belledo, in visita pastorale, il 16 settembre 1930. L’arcivescovo constata l’opera fattiva di don Carlo, si compiace con lui e ha vive parole di elogio per i signori Fiocchi, munifici benefattori della minuscola parrocchia lecchese. La prima domenica di settembre del ’31 il sontuoso palazzo è inaugurato e, nella festa dell’Epifania seguente comincia a funzionare sotto la guida delle suore di Maria Ausiliatrice. Ad uno ad uno, i desideri di don Carlo - tutti ispirati al bene del prossimo - si compiono e se guarda al non lontano luglio del 1922 può bene essere orgoglioso di sé. Ma egli è un uomo fatto così: il passato non lo considera, i fini conseguiti non sono, per lui, punti di arrivo, ma di partenza; ogni giorno che spunta gli reca un’aspirazione nuova. Istituisci di qua, organizza di là, don Carlo ha davvero completato, estendendolo, il programma di don Sisinio Perego ed ha proceduto per la stessa via, senza soluzioni di continuità. Uno sguardo panoramico, sia pur rapido e sommario, documenta l’opera veramente grandiosa dei due parroci di Belledo e insegna quanto possano, uniti insieme, buon volere e tenacia. Ma tutto, a sentir don Carlo, non è ancora fatto perché egli - e lo dice forte - è nemico della concezione statica della vita e preferisce buttarsi dinamicamente nell’avvenire. Adesso, ricorrendo il venticinquesimo anniversario della sua prima santa messa, ha donato alla sua chiesa il coro, l’organo, i vetri cattedrali, ha rinnovellato l’altar maggiore e tutte le suppellettili liturgiche. Generosi amici - e tra que-

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sti la famiglia del cav. Giovanni Gerosa - non rifiutan niente al curato di Belledo e quando opportune, importune - insiste per i suoi poveri e per la sua parrocchia, don Carlo trova. Gli stabilimenti Fiocchi offrono perenne risorsa al rione, le migliorate strade d’accesso hanno tolto quel non so che di stantio e di pigro che gravava su Belledo. Lecco, aggregando i comuni vicini, l’ha incorporato a sé ed anche ai margini della città la vita pulsa e reca benessere. Se don Gervasio Valsecchi e don Sisinio Perego potessero venir quassù, per un’ora, oltre che con lo spirito, con il corpo, abbraccerebbero don Carlo, e con lui, tutti i benefattori del poetico paesello adagiato sul Bione e volto ormai verso migliori fortune. Fortune che non possono mancare quando i sacrifici del passato fanno scorta all’avvenire e illuminano la strada con la suadente dolcezza dei suoi più cari ricordi.

trono dell’Altissimo. La sua dedicazione ricorda i tre martiri Sisinio Martyrio et Alexandro benché il pittore (press’a poco fa lo stesso) abbia sostituita la y con un bella i. Pure non è tempo da commenti: brevi parole a quattr’occhi fra don Carlo e il cavaliere; poi lestamente in macchina, e via di ritorno a Lecco, dove altre faccende reclamano il cortese automedonte. Giuro di vendicarmi. Intanto quei nomi di sapore strano, dipinti sulla facciata, mi stuzzicano la curiosità. Chi furono essi? Vediamo. Sisinio, nativo di Cappadocia, condusse Martirio alla fede cristiana, che poi vi attrasse il fratello Alessandro. Abbandonata insieme la terra natale, pellegrinarono i tre per l’Italia, sostando a Milano per conoscere il grande vescovo Ambrogio; quindi raggiunsero Trento e coadiuvarono Vigilio vescovo nella diffusione del culto al vero Dio. Vigilio conferì a Sisinio, già maturo in età, il diaconato; gli altri due ricevettero invece ordini minori, cosicché Martirio fu lettore, ostiario Alessandro. Li condusse poi nell’Anaunia, ora Valle di Non, priva dell’evangelico lume; né grande frutto raccolsero fra quei montanari, tenaci nelle tradizioni pagane. Si era nel maggio dell’anno 397: gli alpigiani celebrano solennemente la lustrazione del pago e la festa ambarvale, che consisteva nel girare intorno ai campi, redimite le tempia di verdi fronde, conducendo vittime da immolare agli dei, danzando, cantando inni, emettendo incondite grida gioiose, per ottenere abbondante raccolto. Ne fa menzione Tibullo in una sua elegia: Quisquis adest, faveat: fruges lustramos et agros. La chiesa cristiana santificò i riti pagani: donde le Litanie Ambrosiane, chiamate Rogazioni dalla liturgia romana. I tre ministri tentaron opporsi a quelle orgie; tanto più che i pagani avevano invasa la loro chiesuola, ferendo pure il diacono Sisinio; infine assassinati perché rifiutavano di riconoscere il dio Saturno, e gettati nel rogo acceso con i legnami

A BELLEDO Tra quei cari ricordi è collocabile questa paginetta di All’Ombra del Resegone (settembre 1931). Con il titolo A Belledo vi si racconta della sagra del paese, in occasione della commemorazione dei santi patroni e della citata inaugurazione dell’edificio dell’Asilo. Giù dal corso di Pescarenico, su dalla Promessi Sposi, quindi scantonamenti che non immaginavo, e fughe per viuzze che s’incontrano, s’intersecano, si rimpiattano, si rincorrono, fanno pace. In conclusione per dove mi rapisce, cavaliere? Non ho finita la domanda, che l’interpellato arresta l’automobile, apre la portiera per invitarmi a smontare, e dice con qualche solennità: ecco la chiesa di Belledo. Sorge fra la più incantevole magnificenza di creato, in perpetuo sorriso di cielo propizio: all’interno raccolta, luminosa, linda come un cardellino, rilucente come una biglia. Il Signore deve starci con particolare compiacimento, i fedeli avere più viva la sensazione di trovarsi al

La processione per il trasporto a Belledo della reliquia di Santa Barbara nel 1937; nelle pagine precedenti un corteo funebre da Gaggianico alla parrocchiale negli stessi anni.

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della distrutta chiesa. Era il 29 di maggio. Localmente si suol identificare il luogo del martirio con il villaggio di Sanzeno, circondario di Cles. Vigilio raccolse poi le benedette ceneri, delle quali spedì una porzione a Simpliciano successore di Ambrogio. Simpliciano stava edificando una basilica, la stessa che oggi porta il suo nome, nella quale intendeva riporre il tesoro donatogli: dispose quindi che le reliquie sostassero temporaneamente nella chiesa di Brivio, costruita in quel giro di tempo; la quale, per onorare i tre campioni della fede, assunse da loro il titolo che tuttavia ritiene. Nell’anno 1906 fu istituita la parrocchia di Belledo, in una chiesuola vecchia, disadatta e angusta: il parroco Sisinio Perego, da Brivio, ne fornì una più vasta, più ricca, in migliore posizione: l’attuale; aggiungendovi una comoda casa e un ridente giardino pei curati futuri. Avendo provveduto con personale dispendio, volle dare al tempio il titolo da sé preferito, in ossequio al protettore proprio e ai patroni della terra nativa. Così Belledo è una delle quattro parrocchie milanesi che portano i nomi di Sisinio, Martirio e Alessandro. Non so dire per quale ragione si riscontra il fatto a Cremella, e anche in una parrocchia di Legnano di recente istituzione. Il giorno 6 di settembre: giornata incomparabilmente bella; sole fulgido che invade campi e colli, ma non affligge con dardi spietati. Venuto io da lunge per faticoso cammino, forza occulta mi attrae verso quel paese, dove penso che niuno invecchia, né si muore; dove tutto è giovinezza e perenne festività. Sconosciuto e inosservato m’avvio tra floridi campi e villette chiarissime. Quanto vasti, quanto allegri sono i dintorni di Lecco! Lecco s’attrappisce nell’avaro lembo di terra che costeggia una porzione di lago; ma lo circonda in esteso circuito - regale corona - un territorio pieno di vita e ferace, dove la pianura e le molli colline, incorni-

ciati fra il Barro, il San Martino e il Resegone, apprestano gaie visioni mutevoli a ogni passo, ebbre di fascino e di allettamenti. Incontro coppie, drappelli, comitive sorridenti, cittadini e villici, che convergono tutti a una stessa meta; e in breve si fanno più numerosi, divengono folla, si ricercano con richiami, con trilli, con risate, con una letizia che non è cosa d’ogni giorno. Sbocco nuovamente alla chiesa di Belledo, che è addobbata riccamente a festa: ricorre infatti la sagra del paese, la commemorazione di Sisinio, Martirio e Alessandro. Un abbondante stuolo di sacerdoti e una duplice fila di seminaristi procedono salmodiando; gli ultimi raggi del sole cavano guizzi di luci strane dalle croci e dalle aurate mazze dei fratelloni; l’incendio e lo storace provocano dai turiboli reminiscenze di profumi orientali. Nereggiano da lato più signori dal portamento grave: rappresentano i pubblici poteri e i più nobili uffici di Lecco, la capitale di questo regno fatato. Uno dei personaggi viene a trovarmisi casualmente vicino, l’occhio si volge per caso alla mia persona: occhio dolce, penetrante, che lascia nella retina immagine duratura; volto soffuso di saggezza e di bontà; emanazione di anima forte e mite; aspetto autorevole ma non autoritario, che inspira confidenza insieme con la reverenza: pare che susciti una corrente di simpatia, e non mi stanco di ricercare quel sembiante che irradia dignità congiunta con l’amabilità. Mi dicono che è il signor Pizzorno, podestà di Lecco; e in cuore invidio i lecchesi per un tanto acquisto. Si apre la folla cortesemente in due siepi, fra le quali trascorrono gl’invitati; e il monsignore di Lecco incede solenne, in abito prelatizio e ricco paludamento, con mitra e ferula preziosa. Un arco murario di gradevole aspetto, benché tuttora privo di finimento, introduce al viale d’accesso all’edificio nuovo, immacolato, che sboccia festoso in mezzo al verde, si

L’interno della chiesa parrocchiale di Belledo alla fine degli anni sessanta (archivio Aloisio Bonfanti).

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La benedizione del gagliardetto della sottosezione di Belledo del Cai Lecco nel novembre 1960, parroco don Luigi Vailati (archivio Aloisio Bonfanti).

erge spigliato nel cielo più terso: la munificenza dei signori Fiocchi, la sede superba dell’asilo infantile, di aule scolastiche. All’ingresso dà lieta sorpresa il genius loci, un busto in marmo che riproduce a meraviglia le fattezze di Giulio Fiocchi, l’indimenticabile babbo dei generosi oblatori: lineamenti sereni e arguti nel decoro della storica barba. Monsignore intona le preci che richiamino la protezione di Dio sulla casa e sui futuri abitanti; la folla segue il rito e vi associa con unanime consentimento il proprio voto; l’acqua lustrale discaccia da quelle mura ogni triste presagio. Il podestà pronuncia quindi una succosa, forbita e felicissima orazione, rilevando quanto nobile il pensiero di chi fa uso cospicuo delle ricchezze acquistate con assiduo lavoro; e si compiace con i signori Fiocchi e si congratula

della generosità e dell’utile che sta per conseguirne. Monsignor prevosto, a sua volta, esorta i fortunati alla gratitudine e al profitto per l’elevazione morale della società. Con felice allusione ricorda le tre colombe che, secondo la leggenda, spiccarono il volo in San Simpliciano dal sarcofago di Sisinio, Martirio e Alessandro, per posarsi a Legnano sul Carroccio dei milanesi e incuorare alla resistenza i combattenti sfiduciati che stavano a campo contro il Barbarossa: e accenna parallelamente alle tre colombe che avranno in custodia l’asilo. Fece furori la pesca di beneficenza, con assai doni, esaurendone in breve i numeri, e chiudendo con genera soddisfazione il memorabile avvenimento. Don Carlo instancabile, che fosti anima dell’auspicata festa, gioisci!

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CHIESA DI SANT’ALESSANDRO

Un significativo percorso attraverso le chiese di Lecco è contenuto in Itinerari Lecchesi. Ambiente, arte e storia, iniziativa editoriale del Rotary Club di Lecco a cura di Barbara Cattaneo e Mauro Rossetto. Si tratta del saggio di Giovanna Virgilio Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento nel quale leggiamo che «a Belledo la moderna parrocchiale dei Santi Sisinio, Martirio e Alessandro si affaccia su via Fiocchi con lo snello prospetto neo-settecento». Segue questa breve descrizione: «Costruita all’inizio del XX secolo su progetto di Luigi Arnaboldi, presenta all’interno una veste decorativa prevalentemente novecentesca caratterizzata dai dipinti murali di Pio Pizzi sulle pareti della navata e di Battista Poloni di Martinengo sulla volta del presbiterio. Diversamente, l’altare marmoreo e le balaustre settecentesche della cappella di San Giuseppe, che si apre sulla parete destra della navata, provengono dall’antica chiesa di Sant’Alessandro». Chiesa che Giovanna Virgilio racconta così: «Questa, ubicata all’interno dell’interessante nucleo abitativo, mostra sulla facciata a capanna il portale sovrastato da una finestra rettangolare con gli angoli smussati. La nitida struttura interna, formata da una navata con volta a botte e presbiterio rettangolare sopraelevato, presenta le pareti movimentate da lesene aggettanti e dal cornicione risaltato che sottolinea lo sviluppo longitudinale dell’edificio. Sulle parete di fondo del presbiterio sono visibili lacerti di affreschi quattro-cinquecenteschi, rilevati durante la visita pastorale del 1603, e la bella

pala con la Madonna Immacolata e Sant’Alessandro, la cui originaria cornice marmorea, come già detto, è stata trasferita nella cappella di San Giuseppe della parrocchiale. Il dipinto, che fu lodato nel 1746 dal cardinale Pozzobonelli - fine collezionista e conoscitore di opere d’arte - fu eseguito da un artista aggiornato sulle novità del linguaggio figurativo lombardo tra Sei e Settecento». Descrizioni preziose, queste di Giovanna Virgilio, che consentono un confronto sicuro con pagine più antiche. Della chiesa di Sant’Alessandro di Belledo nella parrocchia di Ancillate (Maggianico) conservano ad esempio una precisa, dettagliata descrizione, gli Atti della visita del Cardinale Federico Borromeo, qui di seguito riportata. «Lo stesso giorno e anno il medesimo Reverendissimo monsignor Albergato visitò la Chiesa di Sant’Alessandro ivi situata, membro della sopraddetta parrocchia di Ancillate. Unico è l’altare di questa Chiesa e non consta della sua consacrazione. Questo altare è costruito secondo la forma prescritta. Manca della mensa di legno. Vi è la pietra sacra secondo le prescrizioni. La sua predella, decente, dista dalla parete posteriore due cubiti, dai cancelli invece quattro cubiti. Questo altare è ornato di una croce, di due candelieri di ottone, di tabella delle segrete, di tre tovaglie e un palio. Non ha capocielo, ma al suo posto una volta che si può facilmente ripulire. La cappella con volta è costruita di forma quadrata. Il suo pavimento è di calcestruzzo,

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vi si sale per un solo gradino di pietra. È chiusa con cancelli di legno. Non c’è la pala, invece le pareti sono ornate con pitture sacre. Vi è inoltre una finestra dal lato dell’Epistola chiusa con inferriata e con vetri trasparenti. Nella stessa Cappella c’è una porta, dalla quale si entra in sacristia. Qualche volta i laici occupano il presbiterio per ascoltare la messa. A questo altare è annesso l’onere di una Messa feriale ogni settimana imposto dagli uomini del detto luogo di Belledo, i quali si sono obbligati a pagare ogni anno settantadue lire imperiali al Parroco pro tempore di Ancillate, come risulta dall’istrumento di unione di detta Chiesa di sant’Alessandro con la Chiesa di sant’Andrea del predetto luogo di Ancillate, fatta dal reverendissimo monsignor Girolamo vescovo di Famagosta visitatore apostolico il due settembre 1575. Al sopraddetto altare, oltre l’onere di una Messa feriale ogni settimana, è annesso l’onere di un legato di due Messe da celebrare ogni anno, fissato dal testamento del fu… ricevuto da pubblico notaio di Milano il… del qual legato non si ritrova l’esemplare per la lontananza di tempo. Questo legato deve essere osservato e pagato dal Signor Luigi Arrigoni, al quale sono pervenuti i beni di detto testatore con detto onere, ed egli di fatto lo soddisfa per mezzo del reverendo Curato di Ancillate. Lo stesso Arrigoni ha affermato di aver comperato detti beni con quell’onere della celebrazione di due Messe. Questa Chiesa, della cui consacrazione nulla si sa, guarda a mezzogiorno. Ha una sola navata. Il pavimento è in laterizio meno elegante di quel che converrebbe; in alcuni punti è depresso, in altri sopraelevato, onde succede che chi vi entra facilmente incespica. Vi si sale per un unico gradino. Le pareti sono intonacate e imbiancate, però tutte rozze. La Chiesa è coperta con rozze tegole. Solo raramente si scopa il pavimento, come pure raramente si leva la polvere dalle colonne e dai pilastri o si puliscono le tavole dalle ragnatele. La Chiesa ha una porta sulla facciata, e una per ciascun lato, che danno accesso al cimitero. Le finestre sono due. Vi

è un unico confessionale di assi di pioppo e non fatto secondo le prescrizioni. Non vi sono appese le tabelle dei canoni penitenziali e dei casi della Bolla Coenae Domini e neppure le altre tabelle. Vi è un’unica pila dell’acqua lustrale, indecorosa e non regolare. Il campanile di forma quadrata è costruito in un angolo entro la porta maggiore. Sulla sua sommità si vede eretta una Croce di ferro. Il cimitero si trova d’ambo le parti della chiesa, rivolto a mezzogiorno e a occidente. Non è spianato bene. È recinto da muro. Non vi è alcuna Cappella nella quale si possano fare delle preghiere per i defunti. La sacristia è costruita a occidente, accanto alla cappella maggiore dal lato dell’Epistola, e vi si scende per un unico gradino. Le pareti sono intonacate e imbiancate. Ha copertura a volta. La porta della sacristia dà nella cappella maggiore. Ha una finestra rivolta a mezzogiorno, munita di inferriata e di anta. Non vi sono né inginocchiatoio né lavabo con manutergio per ripulire le mani. Non vi sono affisse al loro posto le tabelle con le preghiere prescritte all’indossare dei paramenti sacerdotali. Gli armadi per conservare le vesti sacre e l’altra suppellettile della Chiesa sono di pioppo. Questa è la suppellettile di tutta la Chiesa e della sacristia: una croce di ottone, un calice con la coppa d’argento dorato e patena pure di argento dorato, un corporale con animetta, quattro purificatoi, un messale nuovo, una pianeta ondulata con stola e manipolo di colore bianco, un camice, due amitti, quattro tovaglie». ❊❊❊ Alla parrocchia di Maggianico apparteneva dunque la chiesa di Sant’Alessandro in Belledo. Nella visita del 3 agosto 1569 è detto che tale chiesa era larga 6 passi, lunga 22, e la cappella dell’altar maggiore aveva la volta e l’arco dipinto. Il resto della chiesa aveva un soffitto d’assi e all’esterno di lastre. Sull’altar maggiore si apriva una finestra con l’inferriata, ma senza vetri. Lungo la navata, verso il mezzo, altre due finestre senza inferriate e senza ve-

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La chiesa di Sant’Alessandro nei primi anni sessanta.


tri. Dall’altar maggiore una porticina metteva nella sagrestia, che aveva la volta e una finestra con inferriata, ma senza vetri. In sagrestia vi era però l’armadio per i paramenti. Il campanile era, con una sola campana, sulla facciata. Oltre alla porta mastra sulla facciata vi erano due porte ai lati. Non c’era parroco, ma esercitava la cura d’anime il vice prevosto. In chiesa mancavano il confessionale e il battistero. Non esisteva la casa per il prete. Il cimitero si estendeva per due lati della chiesa, per il resto era aperto e perciò vi entravano bestie. Chiamati i capi del paese, ammisero di essere debitori di lire 50 verso il prete Domenico de Salla pro eius honorario seu sallario per il tempo che aveva celebrato ed esercitato la cura d’anime nel 1567 e 1568 per un complesso di 15 mesi: dissero che sino a quel momento non avevano potuto pagare. Gli ordini del 1615 del cardinal Federico sono molto impegnativi: doveva esser chiuso l’uscio verso il cimitero a nord, si dovevano trasportare le ossa dei morti nell’altro cimitero e verso questo si doveva aprire una strada comperando terreni del vicino fondo di Cristoforo Sala. Per la chiesa si dovevano scrostare le pareti e rifare l’intonaco pareggiando alla parete finestrelle e fori. Si doveva rifare meglio il soffitto a cassettoni. Si doveva levare dalla chiesa il rozzo vaso quadrato per l’acqua santa. Si doveva prolungare la grondaia del tetto per ogni lato della chiesa. Si dovevano anche prendere provvedimenti per l’umidità della sagrestia, che faceva marcire i paramenti costruendone un’altra ad meridiem. In chiesa nidificavano rondini e altri uccelli: bisognava allontanarli; toccava al Parroco far togliere i nidi dalla chiesa: altrimenti multa di quattro scudi. Dato poi che decreti simili erano già stati emanati dal visitatore apostolico monsignor Gerolamo Regazzoni nel 1575 e non erano stati eseguiti, il cardinal Federico mette un termine di due anni. Per la celebrazione della messa una volta la settimana, nella festa di San

Bernardino, di Sant’Alessandro e della Dedicazione gli uomini hanno promesso con istrumento notarile rogato da Zenone Vasto, notaio di Lecco, il 2 settembre 1575 e perciò mantengano la promessa. ❊❊❊ Consta dalla visita del 3 agosto 1569 che la vicinanza possedeva la cappella curata di S. Alessandro in Belledo e l’oratorio della Madonna in Gazzanico, ambedue prive di redditi e sottoposte alla cura del prevosto di Lecco, mons. Giorgio Ratazi il quale di solito delegava per i sacramenti il suo vice. Deputato a celebrare la messa negli anni precedenti era stato don Domenico de Salla che teneva appunto a nome del prevosto la cura delle terre di Germanedo e Belledo; gli uomini della vicinanza non erano riusciti a pagarlo ed allora impegnavano alcuni fitti dovuti al comune su terreni detti In le foppe, Il campo delle marene, In sasello, Il campo de la pobia, Ala calchera. L’anno seguente il prevosto delega alla cura di Zermagne e di Bele don Giovanni Longo, mentre nel 1572 troviamo che il parroco di Ancillate ossia Maggianico don Angelo Borgono presta la sua opera a Belledo. Ma non è esatto dire, come fu fatto, che Belledo venne aggregato alla parrocchia di Maggianico quando San Carlo la fondò nel 1567; poche vicinanze infatti in tutto il territorio avevano dei veri parroci ed erano, oltre Maggianico, Ballabio e Acquate e Brumano: per il resto tutte formavano una sola parrocchia sotto la cura del Prevosto il quale usava inviare dove occorresse un suo delegato. Quando nel 1575 venne in visita il vescovo di Famagosta, trovò che Germanedo e Belledo erano prive di qualsiasi delegato, probabilmente perché il sacerdote non riceveva abbastanza per vivere: deve essere di questo periodo una supplica che gli abitanti dei due luoghi fanno per avere non più un prete mandato dal prevosto quando e come gli garbava, ma un vero cappellano eletto dai vicini.

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Comunque il Famagosta il 2 settembre 1575 aveva prescritto l’unione della cura di S. Alessandro a quella di S. Andrea, col patto che per una messa feriale il parroco di Ancillate ricevesse dagli abitanti 12 lire imperiali l’anno. La formula di unione non era chiara. Difatti nel 1578 si dice che S. Alessandro era «in Commenda a M. Prete Simone Curato de la Cura di detto Ancillato»; eppure nello stesso anno e fino al 1582 amministra i sacramenti a Belledo don Gerolamo Vasti «curato di germane e de bele». E mentre nel 1608 la chiesa sta entro i confini della parrocchia di Ancillate, nel 1613 si dice che il suo «titolo tiene il M. Rev. Signor Prevosto di Lecco». È logico che sorgessero contrasti sulla interpretazione del documento del 1575, come insinua la raccomandazione del cardinal Federico del 1615 affinchè l’unione a Maggianico venisse osservata con i suoi patti.

vigore fra l’Oriente e l’Occidente. Era inoltre un doveroso riconoscimento alla Chiesa madre dei nostri martiri, originari della Cappadocia. Nel loro viaggio da Trento a Milano, le reliquie dei martiri anauniesi transitarono per Brescia e per Bergamo, da dove giunsero a Brivio, dove sostarono lungamente e dove il vescovo Simpliciano si recò ad accoglierle. Le reliquie dei martiri vennero portate a Milano e deposte in quella basilica, inizialmente dedicata alla Madonna, in cui anni dopo venne sepolto anche il vescovo Simpliciano, morto il 4 agosto del 400. In quella stessa basilica, ormai chiamata col nome di San Simpliciano, l’esercito della prima Lega Lombarda (costituitasi contro Federico Barbarossa col Giuramento di Pontida del 1166 o 1167) si recò per ricevere la benedizione dell’arcivescovo prima della battaglia di Legnano: era il 29 maggio 1176, giorno anniversario del martirio dei nostri santi. Dice la tradizione che, all’uscita dalla basilica, il popolo milanese vide tre bianche colombe posarsi sulla croce che, piantata in mezzo al carroccio, reggeva il vessillo della Lega Lombarda. Tale fatto venne subito interpretato come il segno della protezione dei tre martiri sull’esercito confederato, che quella sera stessa rientrava vittorioso in Milano, avendo sconfitto il Barbarossa sui campi di Legnano. Nonostante questo momento di grande popolarità, il culto dei nostri santi alla fine del XIII secolo in diocesi di Milano era abbastanza circoscritto. Solo poche chiese erano ad essi intitolate: lo storico milanese Goffredo da Bussero ne registra in tutto quattro, cioè le due chiese matrici di Brivio e di Angera, poste nelle omonime pievi, alle quali aggiunge però due chiese dedicate al solo San Sisinio, poste rispettivamente a Cremella, nella pieve di Missaglia, e a Carate, nella pieve di Agliate. Viene ricordata anche una chiesa a Milano, che però potrebbe identificarsi con la stessa basilica di San Simpliciano, che ne custodisce le reliquie. Si dice inoltre che di essi si celebrano due feste, ma non sappiamo bene quali: certamente il dies natalis (29 maggio) e forse l’anniversario

❊❊❊ Sul penultimo numero di All’Ombra del Resegone (novembre 1932) leggiamo che «le campane parrocchiali più antiche della città di Lecco sono quelle poste sul campanile della chiesa dei Santi Martiri Sisinio Martirio ed Alessandro in Belledo. Queste tre campane fuse nel 1842, delle quali la prima è sacrata ai Santi Apostoli Pietro e Paolo, furono già sul vecchio campanile dell’oratorio di Sant’Alessandro. Eretta dopo il 1900 con la parrocchia la nuova torre campanaria le medesime vennero su questa collocate». Particolare, quello citato, che consente anche di concludere il discorso relativo ai santi martiri ai quali è dedicata la chiesa parrocchiale di Belledo. Delle reliquie dei tre santi martiri anauniesi, il vescovo Vigilio fece dono non solo alla Chiesa di Milano, ma anche a quella di Costantinopoli. L’invio delle reliquie alla Chiesa di Costantinopoli, di cui era in quel momento vescovo il grande San Giovanni Crisostomo, sta a significare la comunione che era allora in

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della loro traslazione da Trento a Milano, passando per Brivio, come asserisce lo stesso Goffredo da Bussero. Rimane tuttavia interessante notare come le pievi in cui, alla fine del XIII secolo, persiste il culto dei martiri anauniesi e del loro vescovo San Vigilio, cioè quelle di Garlate, Vimercate, Brivio, Missaglia e Agliate, sono tutte interessate anche al culto di Sant’Alessandro di Bergamo. L’unica ecezione è costituita dalla pieve di Angera, in cui non c’è traccia del culto del martire bergamasco, ma nella quale però la chiesa intitolata ai Santi Sisinio, Martirio ed Alessandro viene di solito chiamata semplicemente chiesa di Sant’Alessandro. Da questa constatazione si deduce che in molte parti della diocesi di Milano il culto dei tre martiri anauniesi si ridusse a quello del solo Sant’Alessandro, che venne poi confuso coll’omonimo e leggendario martire bergamasco, festeggiato il 26 agosto. Ciò avvenne perfino a Brivio, dove alla fine del X secolo la chiesa, sorta sul luogo della sosta delle reliquie dei santi martiri anauniesi, veniva detta semplicemente chiesa di Sant’Alessandro. Solo nel secolo XI ritornò in uso a Brivio l’intitolazione completa ai nostri tre santi. Anche a Belledo è avvenuto qualcosa del genere: l’antica chiesa, già nel cimitero, intitolata a Sant’Alessandro di Bergamo, era il ricordo di un antichissimo culto locale ai tre martiri anauniesi. Prova ne sia il fatto che proprio per la parrocchiale di Maggianico, di cui Belledo era allora una semplice curazia, Bernardino Luini dipinse il suo celebre polittico nella cui predella era narrata la storia dei martiri anauniesi: quindi il vecchio Sant’Alessandro, venerato a Belledo, altri non è che il Sant’Alessandro della Val di Non. Quando nel 1903 don Sisinio, primo parroco di Belledo, propose di intitolare ai Santi Martiri Anauniesi la nuova chiesa parrocchiale, intendeva con questo gesto fare onore alla chiesa di Brivio, in cui era stato battezzato ed aveva per l’appunto ricevuto il nome del primo dei tre santi martiri. In realtà egli non faceva altro che ripristinare, senza saperlo, un culto

vecchio di quasi quindici secoli. Il monaco benedettino Giovanni Spinelli, estensore di queste note raccolte in un fascicolo stampato dalla parrocchia di Belledo il 29 maggio 1997 in occasione del XVI centenario dei Santi Martiri Anauniesi, conclude con questa significativa considerazione sul loro messaggio. «Cosa significa per noi celebrare a tanti secoli di distanza il ricordo di quel lontano linciaggio che - com’è attestato da alcuni padri della Chiesa, tra cui Sant’Agostino - scosse profondamente il mondo civile del secolo IV, ma che oggi sembra non dire più niente alla nostra società? Certo il martirio di Sisinio, Martirio e Alessandro fu un fatto anomalo, in quanto ultimo rigurgito d’un paganesimo ormai in declino contro l’avanzata trionfale del cristianesimo. Oggi però la situazione è profondamente cambiata: noi assistiamo infatti al declino della società cristiana, mentre il mondo torna ad essere sempre più pagano, ma di un paganesimo peggiore di quello dell’epoca di Sant’Ambrogio e dei nostri martiri. Col loro esempio essi ricordano ai discepoli di Cristo di ogni tempo il dovere di vivere in coerenza col loro Battesimo, rifiutando di adeguarsi alla mentalità di questo mondo per testimoniare la loro fedeltà agli insegnamenti del Signore con tutte le loro forze: se Dio lo vuole, anche col sacrificio della vita». L’iconografia è unanime e li rappresenta sempre insieme. L’anziano diacono Sisinio porta tra le mani un calice, mentre il lettore Martirio porta il libro della Parola di Dio e l’ostiario Alessandro regge una chiave. La loro venerazione è un ponte che unisce ancora oggi le Chiese d’Oriente e d’Occidente secondo il pensiero di Papa Giovanni Paolo II espresso nell’Angelus del 18 agosto 1997, ricordando la testimonianza dei tre martiri dell’Anaunia: «Se ci volgiamo al passato sotto lo sguardo della Madre comune e nella luce dei santi, sarà più facile costruire un futuro di santità e, con esso, un futuro di unità. La loro venerazione è un ponte che unisce vitalmente le Chiese d’Oriente e d’Occidente, favorendo lo scambio dei doni spirituali e il cammino verso la piena unità».

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Bonacina Due parrocchie piccole e recenti Chiesa del Sacro Cuore Chiesa di Sant’Egidio

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DUE PARROCCHIE PICCOLE E RECENTI

Nella prefazione di Aristide Gilardi alle pagine di Frammenti di vita lecchese, volume che raccoglie i più caratteristici articoli che Uberto Pozzoli nella breve parentesi giornalistica della sua brevissima vita scrisse per Il Resegone e All’Ombra del Resegone di Lecco e L’Italia di Milano, si legge: «Egli si era volto, per naturale impulso dell’animo suo, alla rievocazione delle cose passate, alla ricerca assidua di ogni elemento che valesse a raffigurare un po’ il piccolo mondo lecchese ormai tramontato o sulla via del definitivo tramonto. Gli piaceva cogliere l’origine, la storia di una tradizione, di un personaggio, di una cosa qualunque che mandasse fino a noi gli ultimi guizzi del suo ultimo spegnersi. Si attardava Egli, con compiaciuta lentezza, ai margini della storia e della cronaca per contemplare le figure di secondo ordine, per scorgere il lato meno noto degli uomini più rappresentativi, per sorprendere nelle vicende, remote o prossime, della nostra Lecco i tratti più caratteristici che non sono sempre i più appariscenti». Aggiunge il Gilardi, che curò quella raccolta di articoli uscita nel 1932 dalla Scuola Tipografica Editrice dell’Orfanotrofio di Lecco, che Uberto Pozzoli «s’era fatto giornalista in un batter d’occhio e di quest’arte aveva l’intuito, la scaltrezza, la genialità. Mantenne inalterata, però, la modestia e il candore dello studioso provinciale e quel suo modo, francescano, di concepire ed attuare la vita come missione di bene ed oggetto

di bontà. Non lo sfiorò neppure la tentazione di oltrepassare la cerchia del suo hortus conclusus per spaziare in più vasti orizzonti: gli piaceva di rimanere quello che era, senz’altro desiderare che un po’ più di tempo per i suoi studi». A proposito della rivista mensile All’Ombra del Resegone Aristide Gilardi annota che «per lei eran le cure maggiori, l’interessamento più vivo: la voleva ben fatta, attraente, gustosa. La pensava come la fiamma viva delle più belle tradizioni locali». Le insuperabili pagini di Uberto Pozzoli sono miniera di notizie e fedele specchio dei suoi anni. Lo testimonia anche quanto è riportato qui di seguito. È un frammento delle cronache della visita pastorale del cardinale arcivescovo Ildefonso Schuster alla pieve di Lecco, nel settembre 1930, che ebbe in Uberto Pozzoli il cronista d’eccellenza. Porta la data del 25 settembre 1930, e racconta della visita a «Due parrocchie piccole e recenti», e cioè Belledo e Bonacina, imperdibile collegamento tra il primo e secondo capitolo di questo libro. ❊❊❊ La breve sosta di martedì scorso nella Visita pastorale può trovar posto nella cronaca dell’importante avvenimento religioso, poiché il rapido viaggio di S.E. il Cardinale Arcivescovo a Milano aveva quel giorno - almeno nei conversari della gente di qui - uno scopo ben preci-

Le Figlie di Maria con lo stendardo nuovo portato per la prima volta in processione all’ingresso del nuovo parroco il 29 giugno 1928; nelle pagine seguenti la visita del Cardinal Schuster nel settembre 1930.

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so e non estraneo agli interessi della nostra pieve: l’assistenza al concorso aperto per la prevostura, tra l’altre, di Lecco. E se le preghiere e i voti dei lecchesi furono quel giorno più ardenti, non c’è da far meraviglie che, la sera, quando il Cardinale tornò, ci fosse al ponte grande qualche anima buona e semplice in attesa di conoscere il nome del nuovo prevosto. O che ci vuol tanto a nominare un prevosto? (La gente, al giorno d’oggi, è abituata ai concorsi di bellezza e di altre brutte cose, che in un’ora o giù di lì vi danno, bell’e scodellato, il nome del vincitore, del re o della reginetta). Al ponte c’erano ad attendere il Vicario spirituale di Lecco, l’ing. Piero Fiocchi, il cav. Ceppi, i Fabbricieri di Belledo, il cav. Spreafico, don Ernesto Gerosa e un po’ di quella gente che non manca mai di radunarsi dappertutto non appena si diffonde la voce che «’l riva l’Arcivescuv». Verso le 19 giunse l’auto del Cardinale, mentre lassù oltre Pescarenico, sotto il tondo poggio di Neguccio, si andavano accendendo piccole fiamme, e appariva, illuminata di luce candida, la facciata della chiesa di Belledo. Dopo rapide presentazioni, il corteo di automobili si mosse alla volta della piccola parrocchia. Ai confini erano schierate le confraternite e il popolo, che accolsero Sua Eminenza con grandi applausi e l’accompagnarono in processione alla parrocchiale. Fuori di una casa il Cardinale si fermò a benedire una bimba bionda che non ha mai camminato: la piccola alzò i grandi occhi verso l’Arcivescovo, e sembrò chiedesse a lui la grazia di correre come l’altre bambine. In chiesa, la prima predica; poi la processione al cimitero. Si sfilò per l’unica via del paese, sepolta tra i muri delle case, coperti di fronde e di fiori. La penombra della viuzza serpeggiante, il tremular delle fiamme dei ceri, il canto grave del «Miserere» avvolsero il corteo in un’atmosfera di mistero. Alla voce robusta dei confratelli e dei sacerdoti - prima fra tutte, senza offendere alcuno, quella armoniosa del curato - rispondeva lontano, il grido argentino delle fanciulle, e il colloquio tra le due voci affievolite dalla profusione degli addobbi, ripeteva all’ani-

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ma attenta tutte le invocazioni del salmo, anche senza che una sola parola si potesse afferrare. Sulle tombe del piccolo camposanto, strette attorno alla chiesetta di Sant’Alessandro, brillavano le fiammelle del ricordo. Il Cardinale benedì. La processione tornò a muoversi, cantando le litanie dei santi. Le campanelle della parrocchiale cercarono di dire con la loro voce birichina qualcosa che s’adattasse al grave incedere del corteo mesto. UNO CHE TIRÒ DRITTO DRITTO Fin dal 1300 c’era a Belledo una chiesa di Sant’Eusebio; ma la parrocchia e la parrocchiale sono recenti assai. Quando nel 1902 morì a Brivio, laggiù lungo l’Adda, il prevosto Stucchi, tutti pensarono sarebbe stato nominato don Sisinio Perego, il coadiutore, che da quarant’anni si adoprava in paese per il bene delle anime, stimato, onorato, ricercato per scienza, prudenza, santità di vita. Venne invece la nomina di don Luigi Bonacina, e si seppe poi che don Sisinio era destinato vicario a Belledo, una piccola terra, allora, di trecento anime, per la quale egli stesso - certo per non dar fastidi al nuovo prevosto - aveva ottenuto, con soldi suoi, il decreto di erezione a parrocchia. Appena in paese, don Sisinio, vincendo difficoltà gravissime, si accinse alla costruzione di una nuova chiesa. Si ebbero, come sempre, discussioni, piccinerie, cattiverie, per questioni di confine e per i pareri discordi sulla scelta del luogo. La prima domenica di febbraio del 1903 si cominciarono i lavori, demolendo un muro di cinta donato dal marchese Serponti; il 29 marzo 1905 si celebrò per la prima volta nella nuova chiesa. Don Sisinio spese del suo centomila lire; la popolazione concorse lavorando gratuitamente. Soltanto nel 1911, allorchè celebrò il cinquantesimo di messa, don Sisinio, che si era ormai acquistata in tutto il territorio la fama di una grande santità sacerdotale, potè vedere sopite le divisioni nella sua parrocchia e tutti i suoi figli radunati intorno a lui. Ma qualche anno dopo, quasi ottuagenario, don Sisinio si sente venir meno le forze; scrupoli lancinan-

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ti lo tormentano: teme di non saper più reggere a tutti i suoi doveri. Si ritira allora presso il nipote, parroco di Santa Maria Hoè. Laggiù lo prende la nostalgia della sua parrocchia, il desiderio di altro bene, la sete di altre anime. Torna a Belledo, ma per poco. Ha la mente che non gli serve più, la memoria allentata, il pensiero confuso. Lascia allora di nuovo la parrocchia per Santa Maria. Nel marzo 1918, a ottantatre anni, muore santamente. Di lui si legge: «Tirò dritto dritto, guardando il Signore, il premio eterno, senza rimpianti, recriminazioni». In parrocchia si susseguirono due delegati arcivescovili; poi venne il parroco don Cesana, che vi rimase sei anni; nel 1922 vi fu nominato don Carlo… Non conoscete don Carlo? Scrivete a lui con questo indirizzo: «Don Carlo - Lecco», e non ci sarà certamente pericolo che il postino pensi un minuto a quale dei diversi don Carlo delle parrocchie della città deve recapitare la vostra lettera.

re della parrocchia, istituendo un ufficio perpetuo e murando, in di lui memoria, una lapide all’interno della chiesa; più tardi ancora rifece gli altari e iniziò la decorazione della parrocchiale, dotandola anche del pulpito nuovo e di un nuovo battistero. Pensò quindi all’asilo infantile, impiegandovi alcune migliaia di lire avute da un benefattore. L’anno scorso, con idea geniale e con un tantin di coraggio, suggerì ai proprietari della ditta Giulio Fiocchi - che ha uno dei suoi stabilimenti in Belledo - di ricordare il cinquantenario della loro Casa con una bell’opera di beneficenza: un palazzo che raccogliesse l’asilo, l’oratorio femminile e le scuole elementari da affidarsi alle suore. L’idea fu accettata, il palazzo sorse, il parroco ottenne gratuitamente il terreno per le strade d’accesso. Ora c’è una questione… di acqua potabile; risolta quella, il palazzo - progetto felice dell’arch. Mino Fiocchi - verrà completato. Attorno si stanno costruendo strade che diverranno - senza esagerazione - i migliori viali alberati della città. Dalla parrocchiale, uno di questi viali, piegando a una rotonda dominata dalla croce medioevale, condurrà al nuovo palazzo; un altro viale partirà dall’opposta facciata della casa; un terzo raggiungerà la chiesetta di Sant’Alessandro, chiudendo un anello di strade che servirà a meraviglia per le processioni parrocchiali. La nuova costruzione venne visitata il mercoledì mattina da Sua Eminenza, che si compiacque coi fratelli Fiocchi per la degna commemorazione del primo mezzo secolo della loro ditta. All’alba di quel giorno il Cardinale aveva distribuito numerose Comunioni, dopo aver parlato nuovamente al popolo al Vangelo della messa. In seguito amministrò la Cresima e tenne le adunanze delle confraternite. Nel pomeriggio spiegò la Dottrina, interrogando i fanciulli. Alle 16 partì per la Bonacina, accompagnato per un po’ dalla popolazione acclamante. Si dice che a don Carlo il Cardinale abbia domandato se la sua parrocchia non ha dato al Manzoni qualcuno dei personaggi del romanzo. Don Carlo, come di solito, non tardò un

UN ALTRO CHE CORRE Già, perché don Carlo Consonni è parroco di Belledo (senza entrata - dice lui - alludendo al suo arrivo in parrocchia, quatto quatto, con le poche robe, e fors’anche al beneficio, scarso anzichenò), ma è conosciuto in tutto il territorio, e a lui ricorre gente del monte e della campagna, del lago e della città, per raccomandarsi, cercar posto, avere favori, condurre pratiche. E lui ascolta tutti, promette a tutti, si fa in quattro e in otto, corre, batte a tutte le porte, valica tutte le soglie, guidato da certi foglietti di appunti che sembran carte topografiche dell’Istituto militare. Se ottiene è contento; se non ottiene… sarà per un’altra volta. Per forzar l’erezione della parrocchia, don Sisinio si era impegnato per sé e per i suoi successori a non chiedere mai al Governo alcun sussidio. Ne venne che, dopo la guerra, il curato di lassù dovette aggiustarsi a vivere con poche centinaia di lire all’anno, compresi i cosidetti proventi di stola bianca e nera. Don Carlo raccolse in paese quanto bastò per arrotondare il beneficio; più tardi ricordò il fondato-

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minuto a rispondere: «Sì, Eminenza: Tonio e Gervaso».

lora puoi continuare». UN CURATO PRIGIONIERO Giovedì mattina l’Arcivescovo servì messa al suo segretario, fin quasi al Sanctus. I chierichetti erano stati avvertiti per le cinque; ai confessionali c’era gran ressa: Sua Eminenza mandò tutti i sacerdoti a confessare e si prese la parte dei chierichetti. Alle 5 celebrò anch’Egli, distribuendo la Comunione generale. Seguirono la Cresima e le adunanze dei confratelli, dei giovani e delle figlie di Maria. L’Arcivescovo ricevette quindi i fabbricieri, coi quali e col parroco si congratulò per la bella chiesina, tenuta assai bene e in poco tempo arricchita di suppellettili. Anzi si lagnò che non se ne fosse domandata la consacrazione, che sarebbe stato lietissimo di concederla. E qui bisogna ricordare che la Bonacina è una parrocchia di recentissima fondazione, poiché venne staccata da Olate nel 1925, ebbe il suo primo parroco, don Guido Borroni, nel 1928, e questa è stata la prima Visita pastorale. Ci fu per la separazione qualche questioncella, culminata addirittura in un plebiscito per la frazione di Luera, che toccò ad Olate; ma una volta presa la corsa, quei della Bonacina non si fermarono più. In questi due anni offrirono arredi su arredi, diedero alla chiesa il battistero e poi il pulpito: l’uno e l’altro in marmo ed opera della ditta Paleni di Bergamo. Il pulpito, benedetto da Sua Eminenza in occasione della visita, è fatto di cinque qualità di marmo, e reca, coi simboli in ceramica degli Evangelisti, lo stemma del Cardinal Schuster. Ora c’è in aria la costruzione dell’asilo infantile, il quale potrà sorgere per la ragione, semplice assai, che i figli del cav. Antonio Piloni donarono centomila lire (qui si avanti dappertutto a centomila lire per volta), nel primo anniversario della morte del loro genitore. Nell’asilo troverà posto l’oratorio femminile, che con quello maschile, già esistente, prenderà in mezzo, prigioniera… volontaria, la casa del curato. E dove il curato è prigioniero delle sue istituzioni, si sa che le cose non possono andar male neanche a volerlo.

«QUANTE VOLTE, BAMBINO?» Alla Bonacina l’Arcivescovo fu ricevuto dal parroco, da parecchi sacerdoti e dai notabili della parrocchia, tra cui il signor Giuseppe Cima, il rag. Davide Cima e il cav. uff. Bernardo Piloni. La gente aveva lavorato parecchie notti a coprire i muri delle povere e non povere case con fronde di castagno, alle quali appesero poi fiori di tutte le specie: dalle rose - qualcuna di colore impossibile - ai garofani; dalle delicate glicine alle margherite stirate all’amido; tanto che un botanico che fosse capitato in questa parrocchia-giardino non avrebbe di certo potuto cavarsela facilmente. Era quindi giusto che si volesse far vedere al Cardinale tutto il lavoro fatto in suo onore; ma bisognava trovare il modo di condurre Sua Eminenza fin giù nel labirinto di via Renzo, dove ci sono altane che penzolano su stradette tortuose, portici che sembran rovine del foro, e scalette che s’arrampicano fuori delle case a raggiungere porte aperte lassù al primo ed unico piano. La visita agli infermi servì a far contenti tutti. C’erano due ammalati: uno in principio e l’altro in fondo al rione. Dette le poesie di saluto, ascoltata la prima predica, finita la visita alla chiesa, la gente accompagnò la pietosa visita salendo da una strada e scendendo dall’altra, in modo che la gente di ogni casa fosse lieta di aver visto il Cardinale posare gli occhi sulle improvvisate meraviglie floreali. «Ma questa non è la stessa strada» disse a un certo punto l’Arcivescovo, che doveva aver capito l’antifona. «Eminenza, di solito si scende di qui». Tra la folla che lo seguiva, il Cardinale notò un ragazzo che di tanto in tanto si faceva innanzi a gomitate per baciare l’anello: «Quante volte stasera, bambino?». E l’altro, subito: «Dês volt!». «Be’, allora basta: un po’ anche domani». L’indomani la prima volta che il Cardinale uscì di chiesa vide il piccolo amico in faccende per farglisi vicino: «E stamattina, quante volte?» gli domandò. «Apena quater!». «Al-

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CHIESA DEL SACRO CUORE

La Bonacina, incuneata fra i monti del territorio di Lecco e adagiata sulla sponda destra del torrente Caldone e che conserva tuttora la struttura tipica dei vecchi nuclei del territorio, è una parrocchia sicuramente manzoniana, non soltanto perché rappresenta uno dei tanti paeselli sparsi sulla costiera di quel territorio che fa da scenario agli eventi del grande romanzo dei Promessi Sposi, ma soprattutto perché fu effettivamente la parrocchia di don Abbondio e di Renzo e Lucia, in quanto parte integrante e preponderante, allora, della parrocchia di Olate, di cui costituiva la porzione principale, comprendente quasi i due terzi dell’intera popolazione della parrocchia e della comunità. Quassù, pertanto, doveva salire di frequente per ragioni di ministero l’immaginario don Abbondio, corrispondente nella storia a don Giovanni Gazzero (o Gazzaro), primo parroco di Olate, ma di tutt’altro carattere, per visitare il suo gregge, assistere gli infermi, celebrare le funzioni nell’Oratorio di San Bernardino; e sulla vecchia strada polverosa saliva bel bello, arrancando per la discreta salita, e recitava il suo breviario buttando con un piede da parte i ciottoli che facevano inciampo sul sentiero. La storia della Bonacina, quindi, per parecchi secoli si confonde con quella di Olate, a cui rimase unita fino ai primi decenni del secolo ventesimo. Si può affermare con tutta ragione che la Bonacina ha dovuto brigare due volte per

avere la parrocchia: una prima volta agli inizi del Seicento, con quelli di Olate per staccarsi da Lecco, e una seconda volta, tre secoli dopo, agli inizi del Novecento, per separarsi anche da Olate. Se la prima volta il dispiacere della separazione fu del prevosto di Lecco, il quale peraltro si riservò diversi diritti, la seconda volta fu di don Mario Bonfanti, ultimo parroco del... regno unito di Olate e Bonacina. Dispiacere del resto assai comprensibile, perché il detto parroco si vide più che dimezzata la parrocchia e rimase per giunta senza coadiutore, per cui soleva chiamarsi un «parroco... decapitato». Anche per la prima erezione della parrocchia con sede in Olate nella chiesa dei Santi Vitale e Valeria martiri, avvenuta il 27 novembre 1614, le pratiche furono lunghe e laboriose e i più attivi furono i bonacinesi, che erano anche i più interessati, i quali poi per tre secoli si mantennero fedeli e affezionati alla loro parrocchia, alla quale scendevano per tutte le funzioni, percorrendo con costanza un buon miglio di strada in discesa e in salita nei giorni festivi e feriali, portando a seppellire i loro morti nel sagrato della chiesa parrocchiale e donando alla parrocchia madre tre parroci tra i suoi figli migliori. I primi parroci di Olate alla loro firma negli atti d’archivio aggiungevano la dicitura «parroco di Olate e Bonacina». Ogni parroco, inoltre, la domenica successiva all’ingresso ufficiale, ri-

La chiesa parrocchiale dalla via Renzo.

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Bonacina inferiore.

sioni penitenziali della parrocchia, dove si celebrava una messa festiva la seconda domenica di ogni mese e una messa feriale ogni settimana, secondo l’istrumento di fondazione, e dove qualche sacerdote cappellano celebrava quasi quotidianamente in soddisfazione di legati. Il parroco don Rocco Valsecchi, bonacinese, nell’esporre i bisogni della parrocchia nell’anno 1791, chiedeva fra l’altro al governo di sua maestà l’imperatore Leopoldo un cappellano «sussidiario, che domiciliasse nel membro chiamato Bonacina, ove si trova la maggior parte del popolo... e detto capelano si vede essere più necessario per comodo delle persone vecchie e convalescenti per poter adempire nei giorni festivi al precetto della Santa Messa, massime se in detti giorni venissero impedite le strade per caggione delle pioggie, o nevi; necessario per poter assistere massime di nottetempo nei casi repentini alli infermi, e moribondi, per ritrovarsi detto membro della det-

peteva la cerimonia nella frazione della Bonacina. Infine alla morte di ogni parroco, prima del funerale, se ne portava la salma all’Oratorio della Bonacina e di qui aveva inizio il corteo funebre verso la chiesa parrocchiale. Questa consuetudine durò fino alla morte del parroco Scatti, avvenuta nel 1920. E i bonacinesi dei secoli scorsi amavano davvero la loro parrocchia e la chiesa parrocchiale, rifatta ex novo nel 1766 dal parroco don Giovita Marchioni: la sostenevano in vita e la beneficavano in morte con lasciti testamentari. Anche gli amministratori erano per lo più della Bonacina. Nel frattempo alla Bonacina funzionava un piccolo Oratorio dedicato a San Bernardino la cui costruzione risaliva alla seconda metà del cinquecento e che subì diversi rifacimenti nel corso dei secoli. Una costruzione semplice e modesta nel centro dell’abitato, fra i due nuclei di case della «Bonazina de entro e Bonazina de fora» al quale Oratorio facevano capo le proces-

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Bonacina superiore.

ta Bonacina lontano dalla chiesa parrocchiale, e dalli altri sacerdoti». Le cose andarono avanti così di comune accordo fino agli albori del Novecento, quando per l’accresciuta popolazione si sentì il bisogno di una nuova chiesa alla Bonacina. Per la decisa volontà del parroco don Angelo Scatti, coadiuvato da tutta la popolazione locale, la nuova chiesa sorse all’ingresso dell’abitato su un ampio appezzamento di terreno donato dal bonacinese don Fortunato Rizzi, parroco di Barzio. Fu benedetta dal prevosto di Lecco il 18 marzo 1915 e vi celebrò la prima messa il giorno successivo il parroco Scatti: una chiesa spaziosa, slanciata, dalle guglie svettanti nell’azzurro del cielo fra il verde dei monti circostanti, col massiccio campanile in forma di torre al fianco destro e un ampio piazzale antistante. Era logico e prevedibile che dietro la chiesa sarebbe venuto tutto il resto, e quindi anche l’erezione della parrocchia in loco: sorse infatti

accanto alla chiesa una modesta casetta, in seguito ampliata, per l’abitazione di un sacerdote residente. Tuttavia, fin quando visse il parroco Scatti, che aveva una predilezione speciale per la Bonacina e aveva pagato del suo l’altar maggiore della nuova chiesa, nessuno osò parlare di smembramento: la sua autorità, la sua paternità e le sue benemerenze nell’erezione della nuova chiesa valsero a conservare l’unione fra il centro parrocchiale di Olate e la frazione della Bonacina. LA NASCITA DELLA PARROCCHIA Morto lui nel 1920, scoppiò impetuoso il movimento centrifugo, separatista e autonomista e iniziarono presto le pratiche per l’erezione della nuova chiesa in parrocchia: pratiche che anche questa seconda volta andarono per le lunghe, mentre invece i bonacinesi avevano piuttosto fretta. In una lettera inviata al Cardinal Tosi gli

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abitanti della Bonacina esponevano i seguenti motivi della loro richiesta: 1. la chiesa parrocchiale di Olate dista dalla Bonacina circa un chilometro di strada in salita, di giorno soleggiata e polverosa, di notte deserta; 2. Gli abitanti della Bonacina, circa 800, hanno costruito e ultimato la chiesa, che è certamente una delle migliori dei dintorni; 3. fu anche costruita e pagata una casetta del costo di lire 50.000 per la residenza del sacerdote; 4. fu pure costruito un ampio locale ad uso teatro-oratorio per la assistenza della gioventù; 5. l’assistenza del sacerdote è purtroppo precaria per gli impegni che lo legano a Olate. In base a questi motivi, i bonacinesi chiedevano all’arcivescovo: 1. che il sacerdote abitante alla Bonacina venisse lasciato alla Bonacina, perché potesse interessarsi maggiormente della frazione, i cui abitanti sono in numero molto superiore di Olate; 2. che detto sacerdote venisse nominato delegato arcivescovile con pieni poteri, secondo una precedente promessa del defunto Cardinal Ferrari. E la parrocchia venne istituita, dapprima come delegazione arcivescovile con pieni poteri, a cui seguì il riconoscimento civile con decreto reale del 15 gennaio 1928. «Purtroppo la separazione avvenne in modo piuttosto disordinato e violento, come suole avvenire in tutti i movimenti incomposti e incontrollati» come ebbe modo di scrivere il compianto parroco don Giovanni Arosio in alcune suo note comparse sulla Rivista della Diocesi di Milano. Infatti «insieme a gesti lodevoli, quali la rapida raccolta del capitale occorrente a costituire il beneficio parrocchiale (settantamila lire raccolte in quindici giorni), ci furono anche dei fatti incresciosi, quali l’ostruzionismo verso il parroco e la parrocchia madre e il rifiu-

to per sei mesi di far battezzare i neonati della frazione, battezzati poi a suon di banda. Tutti inconvenienti che - la considerazione è sempre di don Giovanni Arosio - con un maggior senso di responsabilità e di comprensione da parte di tutti, si sarebbero potuti evitare». Una volta giuridicamente costituita, la nuova parrocchia, dedicata al Sacro Cuore di Gesù, prese la corsa per mettersi al passo con le consorelle più anziane: e vennero le opere parrocchiali, sorsero confraternite e associazioni, si andò man mano completando la chiesa di arredi e attrezzature necessarie allo svolgimento della vita parrocchiale. Vennero così il battistero, il pulpito, il coro, gli altari laterali, il nuovo concerto di cinque campane in mi bemolle maggiore, un piccolo salone-teatro, l’asilo infantile, l’organo, la decorazione interna e da ultimo un modesto fabbricato per l’oratorio maschile con aule catechistiche e sale di ricreazione, cosicché oggi la parrocchia della Bonacina ha tutto quanto è necessario per un efficace funzionamento. Curiosa un’altra notazione di don Giovanni Arosio (l’appunto è della metà degli anni sessanta): «Essa è la parrocchia più piccola del territorio lecchese e, data la sua ubicazione, non è suscettibile di ulteriore sviluppo, ma non per questo è inferiore alle parrocchie consorelle per vitalità spirituale». Previsione smentita dai fatti. Si può aggiungere che la parrocchia di Bonacina è stata oggetto di cure particolari da parte degli arcivescovi milanesi. Del cardinale Ferrari ricorderemo soltanto due visite assai significative: il 7 ottobre 1912 fu alla Bonacina per la posa della prima pietra della nuova chiesa e il 1° ottobre 1918 ci salì a piedi da Olate per vederla compiuta ed ebbe per essa delle ampie lodi. Il cardinal Schuster, di venerata memoria, venne alla Bonacina ben sette volte durante il suo episcopato, di cui cinque volte in visita pastorale (negli anni 1930, 1936, 1942, 1947 e 1952) e due volte per la consacrazione

La chiesa parrocchiale del Sacro Cuore appena completata e la processione del 24 luglio 1925; nelle pagine seguenti la processione per l’ingresso del parroco il 29 giugno 1928.

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della chiesa (4 ottobre 1931) e delle campane (19 maggio 1934). Il cardinale Montini, poi Papa Paolo VI, nella visita pastorale del 10 settembre 1959 ci si fermò quasi un’intera giornata, interessandosi di tutto nei minimi particolari ed esprimendo poi la sua soddisfazione. Gli impegni finanziari per la nuova chiesa e le relative opere annesse richiesero il sacrificio del vetusto e glorioso oratorio di San Bernardino carico di storia, il quale, del resto, con la presenza della nuova chiesa non aveva più ragione di esistere, avendo esaurito la sua funzione. Difatti nel 1920, dopo quattro secoli di vita, col consenso dell’autorità religiosa fu alienato per la somma di dodicimila lire e poi demolito per far posto ad altre costruzioni. Dello scomparso oratorio si conservano tuttora nella chiesa parrocchiale la grande pala d’altare, pregevole quadro d’autore, raffigurante San Bernardino nella gloria e il quadro della Madonna della Pietà, pur esso di buona fattura. Alla chiesa madre di Olate invece andarono il vecchio pulpito e l’altare marmoreo racchiudente il quadro di San Bernardino, che oggi fa bella mostra di sé nella cappella della Madonna Addolorata, quasi a ricordare e perpetuare gli antichi legami spirituali tra Olate e la Bonacina. Al santuario di Lourdes ad Acquate andarono invece le campane del demolito oratorio di San Bernardino, quasi ad anticipare l’odierna comunità pastorale tra Acquate, Bonacina e Olate, posta sotto il titolo proprio della Madonna di Lourdes.

te una processione attraverso le stradette campestri della zona. Rappresenta la Madonna con il Bambino in braccio, tra i Santi Pietro martire e Gottardo vescovo. Sul dipinto un pennello poco felice sovrappose all’effige di San Gottardo l’immagine di San Carlo Borromeo, in netto contrasto con le figure di origine, probabilmente in seguito al clima di giubilo creatosi dopo la canonizzazione dell’arcivescovo. Il quadro che rappresenta la Gloria di San Bernardino era invece la pala dell’altare maggiore del vecchio oratorio, ed è soggetto ad attribuzioni problematiche. Nel 1897 la si attribuiva al Campi, fino a quando, nel 1948, il restauratore affermò di aver visto la firma del Moretto da Brescia (1498-1554). È una tela di valore, tanto che già nel 1746 il visitatore arcivescovile la definiva «immagine dipinta con grandissima maestria» e poi nel 1794 «tela lodevolmente dipinta». Al centro domina la figura eretta del santo, in un atteggiamento imponente e maestoso, nella sua forza oratoria che addita con la mano destra il monogramma di Gesù e con la sinistra apre ai presenti il libro della sua catechesi. Una corona di angeli, tra nembi e luci, sottolinea la coralità celestiale della scena. Ha scritto di quest’opera Bruno Bianchi nelle sue Note sul patrimonio artistico di Lecco e dintorni pubblicate sul settimanale Incontro Lariano nel 1960. Questa, riferita alla pala di San Bernardino, porta la data dell’8-9 aprile 1960. La chiesa parrocchiale della Bonacina, edificata in falso gotico ai primi del 1900, possiede una tela attribuita al Moretto da Brescia (1498-1554) proveniente dal primitivo oratorio di San Bernardino. L’attribuzione al grande pittore bresciano, affermata dal restauratore del dipinto, potrebbe essere suggerita soprattutto dalla presenza di certi toni grigi un po’ zincati e opachi, tipici delle opere dell’età più avanzata del Moretto. Il tono e il colorito della figura principale e degli angeli di sinistra testimoniano di questa stretta parentela col Moretto più maturo e insieme anche dei legami che la pittura del pittore bresciano ebbe e conservò con la scuola del Foppa. Una limpida impron-

OPERE D’ARTE NELLA CHIESA DI BONACINA Due quindi le opere artistiche degne di nota all’interno dell’edificio: il quadro della Madonna della Pietà a destra dell’altare maggiore e il quadro di San Bernardino a sinistra dell’altare stesso. Il primo fu ai tempi la pala che decorò l’altare maggiore dell’oratorio di San Bernardino e in seguito l’altare della Madonna nella stessa chiesa. È una grande tela di autore ignoto realizzata nel sedicesimo secolo, in sostituzione del simulacro incenerito da un fulmine duran-

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ta correggesca sembrano invece avere gli angeli posti sulla destra, più leggeri, più trasparenti e più liberi: più che al prevalere, in una certa zona del quadro, di un’altra influenza, sullo stesso pittore, viene fatto di pensare a due diverse mani intervenute nell’esecuzione o nel completamento della tela. L’unità compositiva della pala non è per questo alterata, trattandosi poi di uno schema assai chiaro e senza vie di uscita: la figura principale si afferma nel centro condizionando con le dimensioni e col gesto lo sviluppo delle altre figure. Il quadro della Bonacina, comunque, si impone come una delle opere più importanti poste a decorare una chiesa dei nostri dintorni. L’ignoto committente non volle un mestierante a dipingere la pala per il piccolo oratorio che non era nemmeno, allora, eretto in parrocchia, ma si rivolse ad un ottimo maestro: è una lezione di rispetto per la casa di Dio, alla cui dignità contribuirebbe più di certi falsi (in mancanza di opere, come questa, autentiche e genuine, e realizzate nello spirito del proprio tempo) una bella mano di calce. Giovanna Virgilio, nell’Itinerario insolito tra le piccole chiese della città di Lecco (in Economia Lariana, settembre 2004) invita ad ammirare il bel dipinto con la Gloria di San Bernardino, che ha recuperato, grazie ai recenti restauri, le originarie qualità luministiche e cromatiche. Il Santo, in piedi tra quattro Angeli disposti simmetricamente ai suoi lati, mostra con gesto enfatico il monogramma IHS, suo tipico attributo. Particolarmente efficace risulta il contrasto tra le fisionomie aggraziate delle figure angeliche e il realismo accentuato del volto di San Bernardino, la cui efficacia ritrattistica fu lodata dal cardinale Pozzobonelli nella visita pastorale del 1746. La stessa ricercatrice di storia dell’arte, nei suoi Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento (in Itinerari Lecchesi del 2002) parla di questa e dell’altra tela provenienti dalla preesistente chiesa di San Bernardino, quella della Madonna che appare a San Pietro Martire e a San Carlo, inquadrata dall’originaria cornice in legno intagliato e dorato, sottolineando che «le ridipin-

ture subite dai due dipinti ne ostacolano una corretta lettura stilistica, lasciandone tuttavia intravedere le componenti di matrice morazzoniana che permettono di assegnarli al primo quarto del Seicento». LA NUOVA CHIESA PARROCCHIALE Su Il Resegone dell’11 giugno 1965, celebrandosi il cinquantesimo della benedizione e dell’apertura al culto della chiesa parrocchiale, don Giovanni Arosio pubblicava questa gustosa paginetta. A chi sale da Lecco verso la zona più alta del territorio e s’inoltra nella valle del Caldone, all’ingresso dell’abitato della Bonacina si presenta una chiesa snella, linda ed elegante, che staglia le sue guglie tra l’azzurro del cielo e il verde dei boschi e contornata da un bel piazzale, che forma uno degli angoli più suggestivi del territorio: sembra quasi dare il benvenuto a chi ci arriva dal piano e premiare lo sforzo della salita; ma no, che oggi alla Bonacina si arriva comodamente in macchina o in autopullman su una bella strada asfaltata, solitaria e poetica, anche se in qualche punto un po’ stretta e con qualche curva alquanto pericolosa, per cui non si richiede più fatica, ma solo prudenza e attenzione. Ma i più anziani del territorio ricordano che fino a una cinquantina di anni fa non era così e salendo alla Bonacina, davanti alle rustiche case del rione non c’erano che campi e vigne, proprio quelle vigne di manzoniana memoria nelle quali i soldati spagnoli di stanza nel borgo venivano di tanto in tanto ad alleggerire ai contadini le fatiche della vendemmia. La citazione non è fuor di luogo, perché alla Bonacina siamo in pieno territorio manzoniano, teatro dei Promessi Sposi: essa infatti, pur senza essere il paesello di Renzo e Lucia, e nonostante l’assoluta assenza di targhe commemorative, fu per diversi secoli «il membro» più importante e consistente della parrocchia di Don Abbondio, che era quella di Olate. Veramente alla Bonacina inferiore, o «di fuori», come si diceva allora, c’erano un tempo la via Renzo e la via Lucia: poi, quando nel 1934

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La processione delle Sante Quarantore celebrate per la prima volta nella nuova parrocchia la seconda domenica di settembre del 1926.

venne rinnovata la toponomastica lecchese, il prof. don Andrea Spreafico di Acquate, membro della commissione a ciò incaricata, le fece portare al suo rione, non le vie, ma le denominazioni, intestando quelle della Bonacina allo scienziato Torricelli e al mitologico Labirinto: tanto può il… campanilismo manzoniano! Ma chiudiamo la parentesi e torniamo alla nostra chiesa. Fin dal 1614 gli abitanti della Bonacina per le funzioni parrocchiali si recavano a Olate, sede della parrocchia, percorrendo senza discussione il buon miglio di strada discretamente ripida e allora abbastanza disagiata, e per secoli furono fedeli assidui e devoti della parrocchia madre: quando arrivavano loro, la chiesa di Olate si riempiva e le funzioni non si iniziavano prima del loro arrivo. Nella loro frazione invece esisteva da tempo il piccolo oratorio di San Bernardino, al centro

del paese, proprio in mezzo tra la Bonacina di dentro e quella di fuori; un oratorio che aveva anche lui la sua storia, che fu restaurato, ampliato e ricondotto alle sue linee primitive ancora nel 1895, così trasformato da richiedere una nuova benedizione, impartita dal prevosto Galli di Lecco, e che venne poi alienato e demolito nel 1920 per far posto a nuove costruzioni e sopperire in parte agli oneri finanziari per la costruzione della nuova chiesa. Ma col passare del tempo e con lo sviluppo delle industrie i bonacinesi aumentarono ancor più di numero, per cui si sentirono diventati maggiorenni nei confronti della parrocchia madre e in grado di poter fare da sé. Cominciarono quindi a spuntare agli inizi del nostro secolo le prime velleità della parrocchia in luogo, ma occorreva prima una chiesa più ampia per contenerli tutti e più decorosa per svolgere il ruolo di chiesa parrocchiale. Pian piano l’idea si fe-

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ce strada, divenne quasi una ossessione e, per amore di verità, bisogna dire che trovò il suo realizzatore proprio nel parroco di Olate, don Angelo Scatti, tanto benemerito della Bonacina e la cui memoria è in benedizione, il quale, se escludeva nel modo più assoluto lo smembramento della parrocchia (e fin quando ci fu lui nessuno osò parlarne) tuttavia voleva il maggior bene dei suoi figli spirituali, vide la necessità di una nuova chiesa alla Bonacina e, nonostante l’età non più giovanile, si mise all’opera, che gli procurò non poche preoccupazioni. Affidò il disegno dell’opera all’architetto ing. Bernardo Sironi, recentemente scomparso e allora agli inizi della sua attività professionale (fu forse questo il suo primo lavoro di un certo impegno) il quale, ispirandosi alla basilica di Sant’Andrea di Vercelli, ne fece un piccolo gioiello di architettura in uno stile di transizione fra il romanico e il gotico. Don Fortunato Rizzi, par-

roco di Barzio e bonacinese di origine, dall’ampia eredità paterna donò il terreno necessario alla costruzione nella migliore posizione all’ingresso dell’abitato e tutti gli abitanti della Bonacina, benestanti e operai, in nobile gara concorsero con entusiasmo con offerte e prestazioni d’opera e di materiale alla costruzione della loro chiesa, che durò parecchi anni. La prima pietra fu posta dal Cardinal Ferrari in visita pastorale il 7 ottobre 1912 e la chiesa fu benedetta e aperta al culto dal prevosto monsignor Vismara il 18 marzo 1915, benché non ancora ultimata, e questo per evitare una eventuale requisizione per usi bellici da parte dello Stato nell’imminenza della dichiarazione di guerra: la nuova chiesa venne dedicata al Sacro Cuore di Gesù e San Bernardino ne divenne compatrono. Da allora, lentamente ma senza interruzione, la chiesa si venne completando di tutte le attrezzature necessarie, e quando dieci an-

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ni più tardi, nel 1925, divenne sede della nuova parrocchia della Bonacina, ormai diventata maggiorenne anche lei, si venne man mano arricchendo di tutto quanto è necessario per le funzioni parrocchiali: battistero, pulpito, confessionali, nuovo concerto di campane, altari minori, organo, eccetera. La spesa totale per la costruzione fu allora di £ 55.000. È doveroso ricordare per la storia che il parroco Scatti sostenne del suo la spesa per l’altare maggiore in marmo bianco e morì alcuni anni dopo, nel 1920, evitando così il comprensibile dispiacere della separazione. Giustamente la lapide marmorea che ricopre la sua tomba nel cimitero di Castello ricorda fra le grandi opere da lui lasciate, il Collegio Volta e l’oratorio maschile di Olate, anche il «sontuoso tempio della Bonacina», il quale pertanto è frutto dello zelo di un degno pastore e della fede operosa di un popolo. La chiesa della Bonacina compie dunque cinquant’anni di vita e di attività, e la parrocchia tutta si appresta a celebrare degnamente la ricorrenza giubilare nella prossima festa patronale del Sacro Cuore di Gesù il 27 giugno. Celebrerà la santa messa giubilare e dirà parole di circostanza monsignor Enrico Assi, prevosto di Lecco e successore di chi ha benedetto e inaugurato la nuova chiesa, e seguiranno nelle giornate di domenica e lunedì altre solenne funzioni, che richiameranno tutti i bonacinesi vecchi e nuovi all’amore, alla frequenza e alla divozione alla propria chiesa, perché l’ornamento più bello di una chiesa parrocchiale è il suo popolo che la riempie, la profuma della sua divozione e la fa risuonare delle sue preghiere e dei suoi canti.

tidiano milanese L’Italia venerdì 29 giugno 1928, ma non ripresa nella raccolta Frammenti di vita lecchese. OGGI A ME, DOMANI A TE Accade talvolta nelle parrocchie quel che avviene nelle famiglie: i figli, arrivati all’età giusta, vogliono metter su casa e se ne vanno; e la mamma resta lì, sola, a riandare i tempi passati, quando aveva marmocchi aggrappati alle vesti, e nessuno pensava che un giorno... I figli, invece, si son preparati a poco a poco al distacco, e sembra loro naturale che finalmente un’altra casa si apra a riceverli: passeranno gli anni e verrà anche per essi il doloroso distacco! Tre secoli fa, al principio del 1600, il prevosto di Lecco esercitava la cura di anime in quasi tutto il territorio, comprese le terre di Olate e Bonacina; e poiché non poteva arrivare da tutte le parti, si faceva aiutare dai suoi canonici, che mandava come vicecurati nelle terre principali, dove c’erano chiesette di campagna. Ma di notte, chiuse le porte del borgo, i canonici non potevano uscire, e se qualcuno del territorio stava male doveva attendere il mattino o andarsene senza aver aggiustato i suoi conti. Fu per questo che un bel giorno quei di Olate e Bonacina - due terre poste l’una all’imbocco e l’altra quasi in fondo alla valle che dal monte Domane si allunga verso il lago tra le verdi pendici dell’Albano e i picchi di Erna - decisero di costruire accanto all’oratorio dei Santi Vitale e Valeria, che esisteva in Olate fin dal 1427, alcune stanzucce per il sacerdote che il prevosto mandava per la cura d’anime. Messa in piedi la casupola, la gente di Olate e Bonacina pensò che sarebbe stato gran vantaggio avere lassù un parroco invece di un vicecurato, e senz’altro domandò, nel 1608, che la sua chiesa fosse eretta a parrocchia, dicendosi disposta a tassarsi di 330 lire imperiali per la formazione del beneficio, ed obbligandosi alla manutenzione della chiesa e della casa, ed alla provvista degli ar-

Toni, questi di don Giovanni Arosio che è stato parroco a Bonacina per trentadue anni, dal 21 luglio 1947 all’11 febbraio 1979, che ritroviamo in un’altra pagina di Uberto Pozzoli, comparsa nelle sue Lettere Lecchesi sul quo-

La nuova chiesa parrocchiale e, sotto, il campanile dell’oratorio di San Bernardino, poi demolito.

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redi sacri. La cosa non si concluse che nel 1614, quando, portato a 400 lire il beneficio, fu nominato primo parroco il prete Giovanni Gazzaro, di una antica famiglia lecchese. Passarono trecento anni, durante i quali il parroco di Olate, giusta gli obblighi contenuti nell’atto di fondazione della parrocchia, si recò alla Bonacina ogni seconda domenica del mese a dire messa e a spiegare il Vangelo nell’oratorio di San Bernardino, ed almeno un giorno alla settimana per la semplice celebrazione della messa. Intanto la popolazione della parrocchia, che nel 1652 contava 157 anime, era salita a mille anime, per le numerose case sorte attorno agli importanti opifici, che, per sfruttare l’acqua del Caldone, erano stati impiantati nella valle. Quei della Bonacina cominciarono proprio allora a dar segni di un certo desiderio di libertà; chiesero ed ottennero che almeno una volta al mese si spiegasse la Dottrina nell’oratorio di San Bernardino; poi domandarono ed ottennero la Dottrina due volte al mese; più tardi, è la storia che si ripete, vollero fabbricare la casa per il coadiutore che il parroco mandava lassù per le funzioni; e finalmente non vollero più scendere ad Olate per la Dottrina, e si rivolsero all’Arcivescovo perché erigesse a parrocchia la loro chiesetta. Naturalmente dovettero depositare qualche lira di più delle quattrocento d’una volta; ma ebbero poi la consolazione di veder giungere da Milano, il 4 giugno 1925, il decreto col quale l’Arcivescovo creava la nuova parrocchia. Tre giorni dopo, la prima testolina era immersa nel nuovo fonte battesimale. I lecchesi non sono permalosi, e poi hanno dimenticata... la ribellione di Olate, nonostante che quel parroco, nel giorno di San Nicolò, paghi ancora al prevosto la bella somma di lire 1.67, in compenso della libertà avuta; ma se fossero permalosi i lecchesi potrebbero dire: «Ieri a me, oggi a te».

lareggiata della terra di Bonacina, perché non c’è spazio, ed anche perché la storia è ancora di là da venire. Accontentiamoci di sapere che prima del 1200 esisteva lassù una potentissima famiglia Bonacina, che diede il nome alla terra, o l’ebbe. Questa famiglia si stabilì in Milano nel 1200, e per più di due secoli diede magistrati alla città e prelati alla Chiesa. Basti dire che Martino Bonacina, gran teologo e giurisperito, fu da Urbano VIII nominato Vescovo di Utica e vicario dell’Arcivescovo di Praga, mentre Ferdinando II lo creava conte e cavaliere aurato. Fu, direbbero i nostri industriali, un buontempone di questa famiglia che raccolse le armi e le insegne gentilizie dai dinasti feudali della città e delle famiglie che si venivano nobilitando in guerra e in pace: ed ebbe appunto origine dalla raccolta di quel lontano Bonacina l’archivio araldico Vallardi. Sapesse, il povero uomo, che i suoi antichi compaesani han perso di vista proprio il suo stemma! Altre famiglie prosperarono più tardi nella piccola frazione: famiglie che diedero parroci e sacerdoti ai paesi del territorio, e che se non salirono alla potenza dei Bonacina, dimostrarono però un attaccamento affettuoso e tenace alla loro terricciola. Un parroco di Olate, don Luigi Sacchi, sacerdote esemplare e naturalista di buona fama, si provò nel giuoco di pazienza di conteggiare i battesimi, i funerali e i matrimoni fatti da ogni famiglia nei due secoli abbondanti che vanno dal 1631 al 1858. Il primato toccò ai Valsecchi, con 421 battesimi, 270 funerali e 62 matrimoni: vale a dire, due battesimi e un funerale ogni anno e un matrimonio ogni quattro anni. Seguirono poi i Piloni, i Manzoni, i Rizzi e i Bolis. I Piloni impiantarono nella valle quel polverificio che ha fatto la fortuna del paese, ma ne ha seminato la storia di gravissimi lutti. Le esplosioni si susseguirono, alle volte, a pochi mesi di distanza. Nel maggio dell’86 un’esplosione costò la vita a tre operai. L’anno dopo, il 17 giugno, a due ore del pomeriggio, quattro detonazioni, che mandarono in frantumi i vetri di Lecco e Valmadrera, fecero pensare ad uno

❊❊❊ Rinunciamo, per ora, ad una storia partico-

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Il quadro raffigurante la Gloria di San Bernardino.


spaventoso terremoto; ma la nube del fumo che avvolse il Resegone indicò subito la natura del disastro: le esplosioni avevano strappati dalle fondamenta i sette reparti della polveriera Piloni. Dalle macerie furono estratti i cadaveri martoriati di otto operai, altri ne morirono poi, in seguito alle ferite e allo spavento. Il direttore del polverificio ebbe, in luglio, uno sbocco di sangue e morì senza dir parola. Le esplosioni si ripeterono in seguito, numerose, ma nessuna raggiunse l’orrore di quella dell’87. Da qualche anno la pace della valle non è lacerata dal rombo funereo. L’acqua mormora scendendo dai monti, ed improvvisamente tace e sparisce in baratri sempre aperti in agguato. Riappare, l’acqua, più a valle, come affaticata dal tormento delle grandi ruote coperte di muschio; poi si dilegua di nuovo, ché ci sono da muovere le cartiere dei Cima e le vecchie fucine. Le fucine annerite, che contrastano col candore delle villette linde sbocciate in giardini fioriti, e mandano su, verso il paese, le viuzze strette, che passan sotto gli archi delle vecchie case e si spezzano, di tanto in tanto, in pochi gradini, per vincere la salita più ripida. In alto, le fronde dei castagni fremono alla brezza del Resegone, ed accarezzano la grande muraglia della polveriera, quasi volessero ammansire il mostro terribile. Che il Signore protegga quest’angolo di pace dalle insidie del fuoco.

e saltiamo a tempi più leggiadri. Da chi sa quanto esisteva a Bonacina un oratorio di San Bernardino, nel quale venivano sepolti i morti di quella terra, prima che Giuseppe II istituisse i cimiteri: lo stile lombardo deponeva sulle antiche origini della chiesetta. Ma nel 1867 si rifece la volta dell’oratorio, e lo stile se ne andò in esilio fino al 1895, quando il parroco Scatti, dovendo ampliare la chiesetta ormai insufficiente all’accresciuta popolazione, ebbe la buona idea di ritornarla alle primitive linee. Vent’anni dopo si volle lassù una chiesa nuova, ancora più grande: demolito l’oratorio, si fabbricò, su disegno dell’ing. Sironi, una bella chiesina di sapore bizantino, che fu benedetta dal Cardinal Ferrari nel 1917. Sull’altare, in un cuore d’argento, si racchiusero i nomi di tutti i soldati di Olate e di Bonacina; in un loculo della chiesa furono pietosamente deposte le ossa degli antichi padri: due atti d’amore del popolo buono. Domani la chiesina aprirà le sue porte al pastore: il primo parroco, don Guido Borroni, entrerà al possesso della nuova parrocchia. Arrivando da Castellanza, sua patria, il nuovo parroco sarà ricevuto da monsignor prevosto di Lecco, dallo zio don Giulio Marchiandi, prevosto di Perledo, dalle autorità civili, ed attorno a lui plaudirà tutto il popolo, che ha vissuto con fervore le giornate dell’attesa. Sull’altare il nuovo parroco deporrà i tre baci rituali e toccherà i vasi sacri: indossata la stola, siederà sul trono della penitenza e del perdono. I figli udranno le prime parole del loro pastore, poi una campana, toccata da lui, annuncierà alla valle l’evento lieto: festoni di voci gioconde si stenderanno da una vetta all’altra, e l’annuncio correrà di roccia in roccia ad unire l’incantata montagna al giubilo di tutto il popolo. L’amore dei figli allieti sempre le fatiche del nuovo pastore!

❊❊❊ Alcuni storici raccontarono di una mischia sanguinosa tra i cristiani di Bonacina e gli ariani di Sant’Egidio, una chiesetta che c’è ancora nella valle, al di là del Caldone, e che si vuole risalga al quarto secolo: ma poiché altri han giurato che quella mischia non fu che un brutto sogno di quegli storici, laviamocene le mani

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CHIESA DI SANT’EGIDIO

«L’andare al Passo del Lupo, quando s’era ragazzi, era una passeggiata fra le più desiderate, forse per quel nome un po’ sinistro del luogo, ben armonizzato con l’aspetto selvaggio della profonda gola nella quale scorre il torrente Caldone, precipitando da Boazzo con una cascata». Dino Brivio inizia così il capitoletto dedicato al Passo del Lupo nel suo libro Montagna facile, primo della serie degli Itinerari lecchesi, e così continua: «Si andava anche su a guardare la colonna d’acqua che dall’alto si lanciava in un ribollente laghetto, perché s’aveva l’agilità d’infilarsi in uno stretto camino lasciato da un enorme masso che s’appoggia alla parete verticale sulla destra. Ma perché nessuno ha mai pensato di metter lì qualche marchingegno che consenta anche a chi non abbia movenze di gatto e non sia impressionabile come un coniglio di avvicinarsi a un fenomeno naturale notevolmente interessante?». Sarebbe stato stupore più grande allora se, mentre lo si vedeva proprio lì in azione, si fosse conosciuto quanto nel pur lontano 1647 Bernardo Tartari aveva scritto intorno alle acque del Caldone, nella Descrittione del territorio di Lecco; gioverà ricordarlo perché forse quel testo ampolloso ma curioso non entra nemmeno nelle scuole d’oggi. Il buon Tartari, dunque, dopo aver detto mirabilia del territorio, intona quest’inno: «Ma se per irrigare sì vago e delitioso fiore fece di mistiero una quinta essenza di tutte l’acque più perfetta, le Ninfe à gara ponendosi l’ultimo suo sforzo da miniere d’oro snervando le più lim-

pide, e perfette acque, che correnti s’amirano nel fiume del Coldone (così da Habitatori addimandato) le quali distillate fra tanti lambicchi, contessuti d’incatenate rupi, di sublimi balze, di profonde scoscese, di superbi macigni, ne composero sì cristallino e salutevole liquore, che come liquefatta dolcezza della terra, et insieme perfetta medicina del corpo, furono degne d’esser collocate su le reggie tavole, dove se bene suscitavano gare di squisitezza alla varietà di tanti vini, e vermigli, e bianchi, or picanti, or dolci, or generosi, finalmente però della cui guerra riportandone immortal trofeo, queste preggiate acque partorirono una gioconda pace alle fauci, non tanto de Illustri Senatori, e nobili Cavaglieri, quanto anche alle Serenissime labra del Serenissimo Principe Cardinal Infante. Vantisi pure Vinegia d’haver i suoi antichi fondamenti ne salse acque d’orgoglioso Mare, si vanterà il Territorio di Lecco d’haver non in acque marine, e procellose, ma in limpidissime, e perfette fondamento d’eterna fama». Se adesso questa prosa può farci sorridere non è per le iperboli che l’infiorano: è un sorriso amaro perché ora il Caldone inquinato, anziché dar pace alle fauci di un cardinal infante, avvelena i pesci del lago. «Al Passo del Lupo si arriva in modo assolutamente agevole, su percorso pianeggiante, partendo da Versasio per inoltrarsi nella valle verso settentrione» racconta Dino Brivio nel suo Montagna facile che è stato pubblicato nel 1980 quando ancora era lontano il nuovo tracciato stradale tra Lecco e la Valsassina - «Il co-

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modo sentiero fra prati e boschi - a un tratto viene alla mente Scorcio d’estate di Carlo Del Teglio, quando odi riaffiorare dal silenzio del fondovalle il canto del torrente - nell’elenco delle vie del Comune di Acquate compilato nel 1866 era designato come Strada detta Bar del Lupo, della lunghezza di 1.014 metri tra la frazione Versasio e il fiume Caldone in confine di Olate, e con larghezza media di un metro e dieci. Il suo grado d’importanza era definito minimo». Evidentemente devono esserci di mezzo storie o leggende di lupi nel nome di questa località, ma un cultore di memorie acquatesi qual è Amanzio Aondio non ha una risposta esplicita da dare in materia. Per lui il Bar dovrebb’essere sinonimo di Barech, recinto per animali sui pascoli di montagna. Scorrendo invece I Piani d’Erna di Angelo Borghi si legge che «al Passo del Lupo rimane il Bar, la cavità sulle rive del Caldone, dove si mostrano le macchie del sangue di un grosso animale, un capobranco sceso su Lecco in un gelido inverno di chissà quante centinaia d’anni fa». Gli scolari di Malnago hanno a loro volta raccolto questa leggenda dall’Aondio, la «Historia de frate Agnolo de Christo Jesu», riguardante un eremita che nel Quattrocento s’era ritirato in una grotta ai Crottoni, sopra Versasio. Frate Agnolo, penitente sulla montagna, «viveva in solitudine, si nutriva di erba e di miele selvatico, e delle elemosine degli acquatesi. Sopravvenuta la peste, era rimasto senza il soccorso degli abitanti; la mano di Dio mosse allora una cerva a portarsi alla grotta per offrire il suo latte al penitente. Dalla cerva, quindi, probabilmente è derivato il nome della località, Cervolt - cervo alto. Dell’eremita si racconta che soccorreva gli appestati, confortandoli nella fede in Dio, attraverso Sant’Egidio, e li aiutava con i medicamenti a debellare il male. Alla sua morte, narra la leggenda, le campane delle chiesuole vicine si misero da sole a suonare a festa».

sando per la Bonacina, dove un tempo esisteva un oratorio dedicato a San Bernardino che è stato demolito, e risalendo il corso del Caldone entro «la patetica valletta intitolata a Sant’Egidio, al quale - come riferisce in Lecco e suo territorio Luigi Andrea Apostolo - è sacra la chiesetta che vi sorge nel mezzo». Poiché lo stesso Sant’Egidio è luogo di spiccato interesse, varrà la spesa di soffermarsi un momento per ascoltare dapprima l’Apostolo e poi il Pozzi. Afferma dunque il primo: «Quest’umile tempietto appartenne un tempo agli Ariani e risale almeno al secolo IV: esso è uno dei pochi monumenti che scamparono alle violenze, che nei tempi di mezzo hanno percorso le tante volte il territorio di Lecco. Se quella chiesetta non si presenta più sotto le antiche forme primitive, è forza ritenere, che essendo essa esposta agli insulti delle valanghe e dei nubifragi, debba avere sofferto non pochi guasti, e che le riparazioni eseguitevi nei secoli più tardi abbiavi soppresso il prisco disegno. Pretendesi che gli Ariani esercitassero quivi il loro culto e vi tenessero le loro adunanze, e che qui muovessero una volta a mischia sanguinosa contro i Cristiani di Bonacina. Questa valle recondita viene popolata e festeggiata una volta all’anno nel dì della festa di Sant’Egidio, che ricorre il 1° settembre. In quel giorno si celebrano nella chiesa solenni funzioni, e in folla vi accorrono gli abitatori delle terre e dei casali circostanti; ma la folla ingrossa ben più sulle ore vespertine, nelle quali anche dalla borgata di Lecco e dai paesi ancor più lontani muove la gente a vedere quella sagra montanina; e pelle stradette che corrono per quelle alture è un salire, un calare incessante di uomini, di donne e di fanciulli, e tutta la valle si copre di liete brigatelle che si abbandonano sui verdi tappeti a semplici refezioni; e quelle selve, e quelle rupi risuonano di canzoni, finché calando la notte ritorna la valle al primiero silenzio». Questa festa - si noti che l’Apostolo scriveva nel 1855 - era caduta in desuetudine ed è stata ripresa soltanto in anni recenti. In Lecco e Barra, invece, Giovanni Pozzi

Si può arrivare al Passo del Lupo anche pas-

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sostiene perentorio: «La chiesa di Sant’Egidio, nella vallata della Bonacina, si vuole far risalire al IV secolo e si pretende che appartenesse agli Ariani, i quali ivi esercitavano il loro culto e vi tenevano le loro adunanze. Questo apprezzamento storico il quale scaturisce qual rivo da fonte poco limpida, è ritenuto per esatto anche dal profondo storico Cantù, ma noi possiamo affermare che non è questa la chiesa degli Ariani, bensì vero quella denominata ad Acquate per Oratorio. A Sant’Egidio non vi furono mai case oltre quelle che attualmente si conservano, e per di più non è vero che gli Ariani muovessero sanguinosa lotta ai Cristiani della Bonacina, poiché quel paesucolo non esisteva in quell’epoca. Le nostre indagini, condotte con molto rigore, ci condussero a tali conclusioni».

ne di chiese e altari della diocesi milanese, è ben esplicita. La chiesa in questione si trova nella valletta omonima sopra il quartiere della Bonacina, in fregio alla vecchia via di comunicazione che nei tempi andati metteva in comunicazione la Valsassina con il milanese. Un’area in cui la testimonianza di numerosi ritrovamenti archeologici fa supporre già conosciuta in età romana (alcune tombe e monete nei campi adiacenti alla chiesa). Sull’origine di Sant’Egidio gli storici hanno opinioni controverse. La certificazione più autorevole della sua presenza è quella del libro attribuito a Goffredo da Bussero ma, come ricordato prima, alcuni storici la fanno risalire ai secoli V e VI. E si tratta di storici autorevoli, come il Cantù e il Redaelli. Per contro, si possono ricostruire in modo abbastanza sicuro le trasformazioni subite dalla chiesa in base ai documenti delle visite pastorali, da quelle dell’Ormaneto (1565) per conto di San Carlo Borromeo a quella del cardinal Schuster (1930), oltre ai documenti relativi a restauri e manutenzioni (in quella del 1959 le pesanti piode del tetto vennero sostituite con i coppi). Giovanna Virgilio, che ne ha scritto anche in Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento in Itinerari lecchesi. Ambiente, arte e storia (2002), ha dedicato alcune significative righe a Sant’Egidio in un Iinerario insolito tra le piccole chiese della città di Lecco, pubblicato su Lecco Economia (settembre 2004) dove leggiamo: «L’impianto romanico dell’edificio, oggi intuibile dalla struttura volumetrica dell’abside, è stato alterato da ripetuti rimaneggiamenti, mentre sulla facciata, accanto all’ingresso, si intravedono labili tracce di un affresco probabilmente cinquecentesco con Sant’Egidio, già descritto dal cardinale Federico Borromeo nella relazione della sua visita pastorale del 1608. Nello stesso documento si legge che nel presbiterio si trovavano alcuni dipinti murali deteriorati. Successivamente, il cardinale Federico Visconti, nel 1685, prescrive di

Nella valle del torrente Caldone, sopra il rione cittadino della Bonacina, verso il Passo del Lupo, s’incontra dunque la chiesetta di Sant’Egidio, già ospizio per viandanti a dire di Bruno Bianchi il quale nota che sotto i pochi rifacimenti secenteschi rimane tutta la navata romanica con l’abside semicircolare retta da posteriori contrafforti. Narra Carlo Redaelli in Notizie istoriche della Brianza, del distretto di Lecco e de’ luoghi limitrofi che «stando alla tradizione dovrebbesi pur credere che (questa chiesa) sia stata eretta sino dai primi tempi del Cristianesimo volendosi la più antica di tutto quel paese, e che abbia già appartenuto agli Ariani». Aggiunge il Redaelli che nelle vicinanze esisteva un’altra chiesa dei Cattolici e che, sempre al dir della tradizione, «tra gli Ariani di Sant’Egidio e i Cattolici del territorio Bonacino ebbe luogo una sanguinosa contesa». La vetustà di questa chiesa è testimoniata dal Liber Notitiae Sanctorum Mediolani attribuito a Goffredo da Bussero e databile ai primi del Trecento: «in plebe Leuco, ubi dicitur, in valle est ecclesia sancti egidii superius veteri» vi si legge. La specificazione superius veteri, cioè assai antica, inusitata nell’elencazio-

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Vecchie strutture produttive a Bonacina: la Ferramenta Piloni (sopra) e l’Arsenale Piloni.


La facciata di Sant’Egidio, la Polveriera Piloni e (sotto) la Cartiera Cima.


imbiancare le pareti e di dipingere l’immagine del santo titolare. Nel 1746 la chiesa risulta coperta da tetto in travi di legno, ad eccezione del presbiterio, voltato e dipinto. Questo aspetto corrisponde alla struttura odierna, che presenta una sola navata con tetto a capriate recentemente ricostruito - e presbiterio semicircolare. Sulla parete sinistra è visibile un rovinato affresco di elegante fattura settecentesca con l’Adorazione dei Magi, citato nel 1746, mentre nell’area presbiteriale sono rimaste le tracce di una campagna decorativa più tarda».

dio. Era intenzione del parroco don Alessandro Luoni far proseguire le ricerche e dare sistemazione ai pezzi reperiti. Al tempo del cardinal Schuster in paese si parlò di abbatterla, ma egli si oppose e raccomandò di conservarla. In precedenza, il visitatore apostolico nel 1608 aveva disposto che «Nella chiesa di Sant’Egidio dentro i confini si sovrapponga all’altare una mensa lignea nella quale sia inserita la pietra sacra secondo la regola. Si orni l’altare di croce, di due candelabri in auricalco, di (…) e di pallio e tabella dei secreti. Si tolga il gradino di legno e si faccia una predella regolare. Si restauri la cappella e si rinnovino le sacre pitture. Sotto l’arco si metta l’immagine del crocefisso secondo la regola. Il tetto della chiesa venga rialzato spostando in parte le travi che sostengono la copertura. Si faccia nella facciata una finestra rotonda spostando la campanella dal luogo dove ora pende. Si facciano due finestre verso sud e altrettante verso nord nella chiesa. Si metta in un luogo adatto il vaso dell’acqua santa. Il soffitto di tegole venga rivestito sotto con tavole di legno. Sopra la facciata verso nord si costruisca un pilastro sul quale sia posta la campana che c’è ora». Di «una campana sulla porta» si legge nei documenti relativi alla visita del 1685 che aggiungono:. «La chiesa è di antica struttura tanto che anche la figura del santo è quasi del tutto scomparsa. Lunga 30 braccia larga 18. 1° di settembre grande concorso di popolo. Si ordina di imbiancare il coro e le pareti, apporre l’effigie del patrono e appendere il crocifisso sotto l’arco. Aprire una finestra verso il sud. Livellare il pavimento, riparare il tetto. Tutte queste cose si devono fare a spese delle offerte che si danno nel giorno della festa, riducendo le immodiche spese che si impiegano per il pranzo dei sacerdoti». Amanzio Aondio ha poi scovato, tra le carte di Acquate, questa curiosa noterella del 1882 che ha per titolo «Festa di Sant’Egidio. 25 maggio contratto affitto casa masserizia di Sant’Egidio». Vi si legge fra l’altro: «Il conduttore

QUANDO SANT’EGIDIO APPARTENEVA AD ACQUATE Di altre frammentarie notizie, piccole tessere comunque utili a ricomporre il mosaico di questa chiesa, siamo tributari ad Amanzio Aondio. La chiesa di Sant’Egidio è antichissima, una delle più antiche del territorio. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi. Alcuni la fanno risalire al IV - V secolo. Citata nel Liber Notitiae di Goffredo da Bussero, venne unita alla chiesa di San Giorgio (la parrocchiale di Acquate) con istrumento 6 febbraio 1405. Il parroco don Giuseppe Tartari nel 1688 scrisse: «Si dice che questo oratorio fosse altre volte la cura», al termine di un documento dove si legge: «Altro oratorio di S. Egidio posto ne’ prati lontano due miglia dalla cura, quale è senza dote, senza paramenti et ha una campana sopra la porta della chiesa, longo b.za si trenta e largo b.za 18. È sì antico quest’oratorio che non appare pure imagine del Santo, ma nel primo di settembre c’è gran concorso e vi portansi tutti li paramenti per celebrare le messe, che se ne celebrano in gran numero per divotione de concorrenti». Dagli atti della visita pastorale di San Carlo (1566) si apprende che le pareti interne ed esterne della chiesa avevano affreschi, alcuni datati 1348. Frammenti degli stessi sono stati rinvenuti qualche anno fa, quando la chiesa apparteneva ancora alla parrocchia di Acquate, con la collaborazione dell’architetto Bruno Bianchi, di Angelo Borghi e di Amanzio Aon-

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Piloni sarà obbligato di sospendere il lavoro nei suoi polverifici per 24 ore consecutive da una mezzanotte all’altra non solo nel giorno della festa o Sagra di Sant’Egidio che cade il giorno 1° settembre, ma anche in ogni volta che la parrocchia di Acquate si porta a Sant’Egidio per qualche sua devozione, purchè sia preavvisato con avviso, come di disturbare quelli che intervengono, ma di conservare le consuetudini che sempre durano fino al presente». Nel 1907 (la chiesetta era ancora acquatese) per impedire il franamento del coro venne costruito un grosso barbacane con una spesa di 1000 lire. Nel 1959 riparazione del tetto pericolante per notevoli infiltrazioni d’acqua. Nel 1961 tinteggiatura delle pareti interne (pittore Giovanni Frigerio di Acquate). Ma come mai questa dedicazione a Sant’Egidio, perché il legame con Acquate? Domande complesse «a cui tenta di dare sommaria risposta» (per sua stessa ammissione) Angelo Borghi nelle pagine di Bonacina e Olate nel territorio di Lecco. Intanto il vescovo Egidio è raffigurato nella grande pala di Acquate quale compatrono, insieme a Giorgio, santo guerriero caro ai Longobardi. Nel 1405 la chiesa di Sant’Egidio coi suoi beni entrò a far parte del beneficio or ora fondato. Ma decenni prima essa è indicata negli Statuti comunali come un “ospitale”, mantenuto e controllato dal Comune stesso di Lecco, come un altro ospizio famoso, San Giacomo poi divenuto convento francescano situato nell’omonimo vicolo del centro cittadino. La sua origine è legata dunque a un itinerario, ad una strada e a un pubblico servizio che la comunità offriva al pellegrino e al viandante. San Giacomo era sulla strada di Milano, Sant’Egidio sulla strada che portava alle valli. Il legame con Acquate, se non dipende solo dall’unione del 1405 - epoca di guerre e di spogliazioni - può significare che il percorso passava da questo popoloso paese, più frequentato e più aprico, anche nel tratto di Movedo, che non la valle di Bonacina, forse allora formata da qualche isolato cascinale. Il Santo ci proietta nel pieno Medioevo, con la sua storia di vi-

ta eremitica nelle foreste di Nimes, nutrito dal latte di una cerva: questa leggenda venne rivissuta anche tra noi nel racconto “speculare” di Frate Agnolo che visse nel Quattrocento ai Crottoni sopra Versasio. Il monastero, divenuto il fulcro della città di Saint-Gilles, era il capolinea dell’itinerario meridionale francese verso San Giacomo di Compostella. Ecco dunque che il nostro Santo viene giustamente a tutelare una stazione di passaggio, un ospizio dei molti che anteriormente al Mille, ricchi signori, barbari ariani attratti dalle virtù taumaturgiche dei monaci ed eremiti, offrivano al Signore. Forse il ricordo di Radaldo vuol significare la mano tutelare dei feudatari carolingi? Questa tradizione così antica e legata alle radici della nostra terra potrà aver ancora forza, dentro un paesaggio severo, così adatto allo spirito delle regole benedettine. ❊❊❊ Sant’Egidio fu anche campo di concentramento di prigionieri della guerra 1915-1918. Un capitolo così raccontato da Amanzio Aondio. Il Ministero della Guerra con regi decreti aveva dichiarato stabilimenti ausiliari tutte le fabbriche della ditta Piloni Bernardo e la Soc. An. Fonderia Acciaio & Ghisa della Bonacina. Per questo motivo il distretto militare di Lecco aveva disposto un denso servizio di guardia in paese e ovunque abbondavano sentinelle specie al Polverificio di Sant’Egidio attorno al quale vi erano parecchie garitte che servivano di ricovero ai soldati di guardia. Il muraglione di cinta era attorniato da un filo telefonico che serviva a dare avvisi nei casi urgenti. Dietro il Polverificio, sulla collina, vi era il posto di difesa antiaerea. Chi doveva percorrere la strada di Sant’Egidio doveva essere munito di permesso speciale, ad eccezione dei contadini che coltivavano terreni in tale zona. Di fronte al Polverificio, proprio nella proprietà del beneficio parrocchiale di Acquate, vi era il campo di concentramento dei prigionieri

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tedeschi che il governo aveva mandato quassù nel 1916-1917. Erano tutti giovanotti altissimi, con barba folta, dal viso scuro ed emaciato da patimenti, loro lingua era la slava perché croati e sloveni. I nostri soldati li avevano catturati durante i combattimenti sul Carso. Di notte riposavano su un po’ di paglia gettata così alla buona sul pavimento della chiesetta di Sant’Egidio e di giorno occupavano il tempo nello sradicare gli alberi, tagliare legna e falciare l’erba. Il recinto loro assegnato era circoscritto di rete metallica, filo spinato e sentinelle al comando di un ufficiale invalido alle fatiche di guerra. Il rancio veniva preparato in grandi pentole su focolai provvisori impiantati attorno alla chiesa di Sant’Egidio. Le operaie della Miccia e del Polverificio quante volte ebbero a regalare ai prigionieri la loro colazione o merenda! Esse avevano compassione dei soldati nemici che per lunghissimi mesi rimanevano rinchiusi in un reticolato, guardato a vista, col solo conforto di sognare la loro patria e la loro famiglia! I boschi di Sant’Egidio vennero quasi tutti spogliati dalle loro belle piante e la povera chiesetta del Santo, già poco bella, diventò tanto sporca e sudicia che il parroco di Acquate, don Giovanni Piatti, alla partenza dei soldati provvide all’imbiancatura onde riprendere la costumanza di celebrare la messa nei giorni di obbligo. La partenza dei prigionieri avvenne un mattino piovoso del maggio 1918. Furono caricati su camion militari attorniati da truppa mandata appositamente dal distretto. Negli occhi dei nemici di guerra, al momento della partenza per un altro campo di concentramento, brillava una lagrima. Essi lasciavano Sant’Egidio ove stavano veramente bene ed ove ricevevano le cure affettuose dei bonacinesi che avevano incominciato a benvolerli.

anno si celebrava una festa campestre o sagra, che fino al 1880 ebbe molta rinomanza e che in seguito andò a decadere. Nelle vicinanze della chiesetta vi sono sorgenti purissime di acqua leggera e fresca. Allora all’avvicinarsi della sagra era da per tutto un grande affaccendarsi. Le brigate si combinavano parecchi giorni prima e la provvista dei cibi era fatta con scrupolosità. Era una festa piacevolissima a cui accorrevano tutti i lecchesi, specie quelli di Acquate e della Vallata. Con gli operai non mancavano i signori e l’aristocrazia. Anche la Contessa Salazar di Olate con le sue dame di compagnia presenziava tutti gli anni alla Sagra. I tre fratelli Mornelli, direttori delle filande di Cabadone, venivano anche essi a Sant’Egidio e dopo il pranzo invitavano tutti, poveri e agiati, al ballo campestre e a tutti pagavano da bere. L’orchestra poi mandava in visibilio e vecchi e giovani. Alla Contessa, poco religiosa, piacevano i balli e lassù fra l’erbetta dei prati si divertiva nel giorno della sagra a insegnare la danza del minuetto, mettendo così a tutta prova la pazienza delle coppie, che non potevano rifiutarsi per la gran soggezione. Lei stessa dirigeva il ballo, che al dire dei nostri vecchi riusciva quanto mai fantasioso per la varietà dei colori ed assai coreografico per l’ambiente incorniciato di verde in cui si svolgeva. La Signora dello Zucco, discendente dei marchesi Salazar, faceva per l’occasione dei regali alle coppie prossime al matrimonio. Naturalmente, passata la Sagra, la contessa ridiventava la gran dama aristocratica che tutti dovevano riverire e quasi genuflettere. Dopo la festa nessuno poteva avere il regalo di una occhiata benevola dalla Signora, il cui portamento altero assumeva le stigmate della superbia. Raccontasi che un giorno si presentarono alla dama due sposi di Bonacina beneficati alla Sagra per mostrarle il primo frutto del loro amore coniugale. La contessa non li degnò di uno sguardo e disse al piccino, mentre chiudeva la porta del suo palazzo in faccia ai poveri sposi: «Ti rivedrò alla Sagra di Sant’Egidio».

L’ANTICA SAGRA DI SANT’EGIDIO Accennando dell’antica sagra di Sant’Egidio non si che può ricorrere alle pagine di Arsenio Mastalli. A Sant’Egidio il 1° settembre di ogni

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La chiesa di Sant’Egidio e la vicina cascina prima dei restauri.

Gli sposi ritornarono sui loro passi un po’ male e si strinsero sul cuore il loro tesoro, per il quale forse avevano sognato un bel dono dalla Signora! Volsero gli anni e il piccino, fattosi giovanotto, partecipò davvero alla Sagra di Sant’Egidio per comperare la rocca e il fuso, ma la Dama, che si credeva invulnerabile come il tempo, era passata all’eternità. La superbia si era fatta polvere. Il da farsi perché la festa riuscisse bene, era la più semplice cosa di questo mondo. Bastava sedersi sull’erba, mangiare, bere e inebriarsi ballando al suono dell’orchestra. Era un brulichio di persone e di colori, di crocchi e di imbandigioni che ingemmavano il tappeto verde. A tanto infuriare di spensieratezza non mancava la nota religiosa. Infatti nel giorno della Sagra nei primi tempi si dicevano persino due messe; la prima alle ore tre di notte e la seconda alle nove, e questa era solenne. La prima messa venne celebrata per parec-

chi anni da don Natale Bolis, coadiutore della Bonacina, e veniva pagata dalla gente di Versasio e di Malnago; la seconda messa da don Gaetano Oggioni di Acquate ed era pagata dalla signora Caterina Piloni. Alla messa della notte assistevano le mamme, le quali avevano grande devozione a Sant’Egidio, a cui raccomandavano i loro figliuoletti ammalati. Le ragazze di San Giovanni e Laorca avevano grande entusiasmo per questa messa e di notte passavano attraverso la Bonacina cantando le Litanie della Madonna e canzoni d’amore. Quelli della Bonacina, la notte precedente la Sagra, non potevano prender sonno, ma per amore di Sant’Egidio non si lamentavano e… dormivano con gli occhi aperti. Più tardi si celebrò una sola messa, che ancor oggi si continua a dire. I contadini nel giorno della festa vestivano il loro abito di fustagno, il più bello che avevano e così… santificavano la solennità.

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La sagra attirava molti signori, i quali lasciavano le loro carrozze davanti al prato dei morti. Al sabato della vigilia le donne e le ragazze della Bonacina andavano lassù a mangiare la tradizionale “busecca”. I “primi giovani” dei prestinai di Castello, Acquate e San Giovanni, si portavano a Sant’Egidio con cesti di pane e girando nei prati offrivano gridando ad alta voce “La bella micca ai sciori”: e facevano affari d’oro. I giovanotti usavano comperare la rocca e il fuso per filare ed alcuni dolci avvolti in carta velina, chiamati “bacini”: rocca e bacini venivano poi offerti alla ragazza che avevano adocchiato alla sagra e che intendevano portare all’altare. Le rocche e i bacini di Sant’Egidio avevano una certa rinomanza, perché, si diceva, nessun giovanotto prendeva “il pan de mei” dalla ragazza chiesta in sposa. Dopo la sagra i ragazzi della Bonacina andavano lassù a “spigolare”, cioè a raccattare gli avanzi della gozzoviglia e francamente facevano fortuna, perché, oltre i cibi, trovavano indumenti, borsellini con soldi e… lettere di innamorati. Quando non se ne poteva proprio più, si levavano le mense e tutti si riversavano alla Bonacina nelle osterie, che facevano esse pure affari col lecchetto. Si diceva che regnava “umore gaio ed una generale espansione”. Prima di chiudere questo capitolo ricordo (è naturalmente Arsenio Mastalli che scrive) che allora la zona di Sant’Egidio era come un “paradiso terrestre”, perché lassù vi si coltivava un frutteto meraviglioso: le mele di Sant’Egidio erano costose e ricercatissime, così pure le ciliegie, le prugne e le albicocche. Ora tutto è tramontato per lasciare il posto a qualche usanza, forse più biasimevole: è rimasta solo una cappellina a ricordo dei morti colà sepolti

e il verde dei prati va cedendo il posto a industrie sonanti. ❊❊❊ La Sagra di Sant’Egidio che ricorre il 1° settembre ha un passato plurisecolare ed è arrivata a noi attraverso una inevitabile serie di trasformazioni. A metà del secolo scorso, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, se ne era praticamente persa traccia finché, dopo un sonno durato praticamente trent’anni, è stato deciso di ripristinarla, nel 1979, nell’entusiasmo generale della gente desiderosa che questa festa esprimesse ancora il significato gioioso di una comunità che si trova unita. La chiesa di Sant’Egidio è oggi chiusa al culto, anche se opere importanti sono state effettuate in questi ultimi anni per scongiurare pericoli di crollo. Onerosi lavori di restauro predisposti dalla parrocchia della Bonacina, sotto la direzione dell’architetto Massimo Brambilla, coadiuvato dall’architetto Ugo Sacchi e dall’ingegner Francesco Parolari, sono stati affrontati. È stato messo in sicurezza il tetto, attraverso la sostituzione delle capriate deteriorate, e rifatto il manto di copertura nelle parti rotte e sconnesse. È stato scrostato dalla muratura perimetrale tutto il terriccio che, ammassandosi contro, ne aveva corroso lo zoccolo di fondazione, ed infine sono stati messi in sicurezza i serramenti e rifatto l’impianto di illuminazione. Ad oggi mancano ancora diversi interventi importanti, dalle sistemazioni interne del pavimento, dell’altare, del coro, all’arredo, senza dimenticare il recupero degli affreschi sulle pareti. La chiesa di Sant’Egidio ritroverà il suo antico splendore?

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Caleotto Nella casa dei Manzoni Chiesa di San Giuseppe

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NELLA CASA DEI MANZONI

Il più manzoniano dei luoghi manzoniani, nella terra lecchese, è senza dubbio la villa del Caleotto. Alessandro Manzoni - lo ricordava nell’iniziale stesura del Romanzo - vi trascorse «una gran parte dell’infanzia e della puerizia, e le vacanze autunnali della prima giovinezza», ma vi ritornò anche più tardi, fino al triste San Martino del 1818 quando dovette vendere a Giuseppe Scola tutte le proprietà di Lecco ereditate da Pietro Manzoni. Aveva allora 33 anni. Per la lapide dettata nel centenario della nascita, Cesare Cantù poteva affermare che in quella villa lo scrittore si era ispirato agli Inni, all’Adelchi, al Romanzo e - dettava sempre il Cantù - «i luoghi, i costumi, i fatti nostri e se stesso immortalava». Nel contatto rasserenante con la natura passeggiando fra gli alberi del parco, di fronte allo scenario del Resegone. Pietro Antonio Manzoni, il primo della famiglia che abbia portato questi nomi, figlio di un Alessandro e di una Francesca Piazzoni di Castello sopra Lecco, era nato a Barzio nel 1656: la famiglia stava bene, forse già aveva preso dimora se non stabile, almeno per una certa parte dell’anno in Milano, un certo ingegno pareva lo avesse e lo avevano fatto studiare; era diventato così giureconsulto, cioè juris peritus in utroque, come allora si diceva, quindi tanto in diritto civile quanto in diritto canonico, ché allora accanto al Foro civile c’era anche il Foro ecclesiastico e si era iscritto al Collegio dei No-

tari della nobile Città di Milano. Pietro Antonio aveva abbandonato Barzio e circa il 1710 era sceso a Lecco, stabilendosi al Caleotto nella parrocchia di Castello sopra Lecco. Quale l’origine di questo nome Caleotto? Rispose così Claudio Cesare Secchi, presidente del Centro Nazionale di Studi Manzoniani, nelle pagine di La villa del Caleotto in Lecco e Alessandro Manzoni: generalmente viene spiegato come derivato per metatesi da «le otto case» e «case» dialettalmente detto «cà» cioè «i vott cà» le otto case. «In verità è una etimologia… scarsamente probante - avverte subito Secchi - ma fin che non se ne trovi una… migliore, la possiamo accettare con quanti l’hanno in passato accettata». La località era allora ai limiti del borgo, sulla strada della Valsassina dove i Manzoni avevano possedimenti e non solo a Barzio, ma anche a Pasturo, ad Acquate, forse a Primaluna e lungo il corso della Pioverna, mentre in basso i tenimenti di casa Manzoni raggiungevano il Convento dei Cappuccini di Pescarenico. Del resto pare che la dimora del Caleotto o, almeno, le terre circostanti fossero già da tempo della famiglia Manzoni: spetterebbe così a Pietro Antonio il merito di avere data migliore sistemazione alla villa ed alla parte di rustico adiacente. Il 2 luglio 1736 al Caleotto nasceva Pietro Antonio Manzoni, figlio di Alessandro, che

Ritratto di Alessandro Manzoni; nelle pagine seguenti immagini della villa al Caleotto.

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Il grande armadio-confessionale della cappella.


rinnovava il nome del nonno nel battesimo che gli era stato amministrato nella cappella privata del Caleotto. Pietro Antonio, notaio collegiato in Milano, sarà se non il padre colui che diede il nome ad Alessandro Manzoni, il grande scrittore. «Nessuna dimora gli era cara quanto questa dal nome un po’ strano - scrive Claudio Cesare Secchi a proposito di Pietro Antonio Manzoni di questa villa con il suo ampio giardino, il suo frutteto ricco di buone piante, comoda e ariosa, così tra il lago ed il monte e pulita era l’aria e fresca l’acqua che veniva dal pozzo e d’estate dalla ghiacciaia naturale, arricchita del ghiaccio durante l’inverno, venivano il fresco vino, le belle e conservate carni, i buoni frutti». E aggiunge, sempre relativamente al padre dello scrittore nostro: «Che se voleva nei paesi vicini e nella stessa Lecco, c’era ben gente che conosceva e che lo riveriva, anche se lui non amava di molto la compagnia e più dolce e caro gli era raggiungere il Convento di Pescarenico dei Frati Cappuccini, beneficati dai suoi maggiori e la mamma sua aveva ricamato e donato il bel baldacchino bianco per le processioni solenni e le ricche tovaglie d’altare con i pizzi che lei stessa aveva preparato con i fuselli sul tombolo e del Convento un po’ i Manzoni erano come i patroni. Come si faceva a dire di no quando i frati della cerca - el fraa cercott - venivano per le noci e il grano, per le castagne o il grano turco? O anche al Convento dei Francescani di Castello, con i quali era anche possibile intrattenere conversari spirituali edificanti e tanto gli piaceva la umile ed austera, povera e disadorna loro chiesa, che aveva deciso di farsi seppellire, a la sua morte, proprio in quella chiesetta… anche in riconoscenza delle Sante Messe che i buoni Frati venivano a celebrare nella cappellina privata del Caleotto. Anche questa cappella, dedicata alla Madonna Assunta (aveva voluto lui un bel quadro per la pala dell’altare, aveva cercato lui alcune buone reliquie per impreziosire l’altare quando era parato a festa) anche’essa gli era cara: quando, ma ben di rado il fratello monsignor Paolo veniva

al Caleotto per qualche giorno di villeggiatura, vi celebrava la Messa, ma tutte le sere, quando lui era al Caleotto, al suono dell’Ave Maria egli vi chiamava congiunti e servitù a recitare il Santo Rosario. E poi il cardinale Pozzobonelli era stato tanto buono in una sua visita che aveva concesso (e non era privilegio da poco!) che nell’oratorio del Caleotto si potesse celebrare la messa solo a vantaggio dell’anime dei signori Manzoni proprietari e dei loro dipendenti e, in quelle circostanze, Pietro Manzoni si sentiva vero feudatario di quelle terre e di quelle genti di fronte a Dio ed agli uomini. Era ambito privilegio de’ nobili e del reverendo clero quello di essere sepolti nelle chiese, con tomba terragna in segno di umiltà e lapide tombale e quel camminare dei vivi sopra la lapide era un ravvivare in loro la pietà verso i defunti e per i defunti solenne attestazione di umiltà!». Sono questi gli accenni alla cappella della villa. Villa che gli Scola tramandarono in eredità di generazione in generazione e nella cappella ottennero di poter seppellire e ricordare alcuni dei loro. Ma proseguirono anche nella vendita dei terreni adiacenti e così sorse la Ferriera del Caleotto ai margini di quel che era rimasto del giardino e del parco. Nel 1963 la acquistò il Comune di Lecco e, nella parte del parco verso la Ferriera, la Provincia di Como vi costruì una scuola, cercando di defilarla alla vista con una quinta di alberi e destinando la villa, a scopi culturali - da anni è sede dei Musei Civici - in onore e ricordo di Alessandro Manzoni. Nei primissimi anni di proprietà comunale la cappella ha visto alcune celebrazioni, in particolare la messa dei partecipanti al nono congresso manzoniano del 1971 (24-27 settembre) quando venne anche inaugurato il salone conferenze nell’ala delle scuderie. LA CAPPELLA DELL’ASSUNTA E sono stati proprio i Musei Civici (assieme all’International Inner Wheel Club Lecco, in occasione del ventennale di fondazione di quest’ultimo) a portare a compimento, nel 2007, il restauro della pala della Madonna Assunta con-

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servata nella cappella della villa al Caleotto. L’opera è attribuita al pittore milanese Carlo Preda (1651-1729), la cui prima attività rivela un’affinità stilistica con i maestri genovesi di fine Seicento, che l’artista aveva conosciuto indirettamente dopo i primi anni di formazione a Milano. Nelle opere successive si riscontra l’adesione al barocchetto di fine Seicento e inizio Settecento, caratterizzato dalle forme gentili dei volti, dalle linee sinuose dei panneggi e dalle tonalità chiare dei colori. Il restauro, consistito prevalentemente in una pulitura della tela, ha ripristinato i colori originali, dagli incarnati dei volti, ai panneggi sinuosi del manto della Vergine, alla morbidezza delle nuvole, mettendo in luce i caratteri del barocchetto cui Preda guardava. Il restauro ha rappresentato quindi un evento non solo per la grande qualità dell’opera - un olio su tela di 185 x 110 centimetri - ma anche per l’influenza che esercitò sul più importante romanzo della letteratura italiana. Nel 1950, infatti, Mina Gregori pubblicò su Paragone un saggio memorabile - I ricordi figurativi di Alessandro Manzoni - che ebbe uno straordinario impatto sulla cultura italiana avviando il recupero della grande pittura lombarda del Seicento. L’influenza dei pittori seicenteschi, visti da bambino, sull’opera manzoniana, divenne un assioma alla base di tante importanti mostre, curate dalla Gregori stessa e da Giovanni Testori. La pala della Madonna Assunta nella cappella di Villa Manzoni è sicuramente il ricordo figurativo più preciso ed intenso dell’infanzia dello scrittore che per tanti anni la vide, ogni giorno, nella casa paterna del Caleotto. Queste considerazioni sono state fatte da Gian Luigi Daccò, direttore dei Musei Civici di Lecco, proprio in occasione della presentazione della pala restaurata, il 18 ottobre 2007. In quella occasione Daccò citò un passaggio dell’Omaggio a Testori di Mina Gregori (2004): «Il saggio dedicato a I ricordi figurativi di Alessandro Manzoni apparve sul primo numero di Paragone nel 1950 subito dopo le insuperate Proposte per una critica d’arte di Longhi; poi

è la volta, e siamo nel 1954, del contributo monografico fondante, Alcuni aspetti del Genovesino, ancora sulle pagine della rivista longhiana. Sono, gli anni cinquanta del secolo scorso, quelli della vera e propria riscoperta nella critica italiana della scuola pittorica lombarda e Paragone ne diventa il prestigioso palcoscenico: Longhi stesso, Federico Zeri, Ferdinando Bologna, guardano alle cose della Lombardia con rinnovato interesse». Ricordava, sempre Daccò, un riferimento diretto di Mina Gregori al Manzoni: «Perché si tratta di persona che non fece professione né confessione di conoscitore d’arte (anche se non si sa dove finisca la reticenza cattolica, la sfiducia metafisica di sé medesimi), senza vagare nella zona dell’inconscio infantile, delle accumulazioni immaginifiche sugli stimoli della letteratura figurata, bibbia degli indotti, non sarà troppo insensato tenere a mente che il ciclo della vita e dei miracoli di San Carlo, la cui esposizione annuale nel Duomo di Milano è un ricordo importante della vita devota ambrosiana, dovette essere passato davanti agli occhi del Manzoni fin da fanciullo». È il ciclo voluto da Federico Borromeo per il Duomo di Milano e iniziato nel 1602. E concludeva, sempre Daccò: «Senza andare tanto lontano i ricordi figurativi di Manzoni bambino sono invece qui». E concordiamo con il direttore dei Musei Civici sul fatto che Manzoni abbia trascorso infanzia e giovinezza qui. Lo sappiamo da un testimone certo ed incontrovertibile, lo stesso scrittore, nel Fermo e Lucia: «La giacitura della riviera, i contorni, e le viste lontane, tutto concorre a renderlo un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo, se avendovi passata una gran parte della infanzia e della puerizia, e le vacanze autunnali della prima giovinezza, non riflettessi che è impossibile dare un giudizio spassionato dei paesi a cui sono associate le memorie di quegli anni». Dalle parole di Alessandro Manzoni a quelle di Giovanni Testori: «I luoghi in cui il romanzo si snoda sono i luoghi della mia infanzia e della mia vita, il peso della continua frequentazione

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della pittura secentesca lombarda, quella che ho cercato di definire come pittura dei pestanti, mi ha sempre aiutato e, come dire, indotto a riconoscere in quel momento della storia della Lombardia, quello della peste, lo specchio in cui i nostri anni tribolatissimi, qualunque cosa se ne dica, potevano riflettersi, meditare e così trovare una sorta di spinta verso il futuro». È ancora Gian Luigi Daccò a fornirci una descrizione completa della cappella nel suo volumetto Villa Manzoni a Lecco (Guide Artistiche Electa). L’elegante cappella dell’Assunta, neoclassica, con copertura a cupola, le pareti scandite da lesene, venne ultimata nel 1777 quando Pietro Manzoni chiese al prevosto di Lecco ed al parroco di Castello di venire a benedire il nuovo altare. Si trattava di una cappella con «diritto di messa» cioè con il privilegio di farvi celebrare la messa quotidianamente, accordato il 10 gennaio 1767 con un Pontificio Rescritto al nonno dello scrittore perché «il conte Alessandro Manzone, in età di ottantaquattro anni, [era] di sovente travagliato da dolorosa podagra e da altre abituali indisposizioni, ed abitante in sito distante circa mezzo miglio dalla pubblica chiesa». Dopo aver descritto la pala dell’Assunta, alla quale la chiesetta è dedicata, il testo di Daccò ci offre un’altra serie di interessanti particolari. La mensola sopra l’altare è arricchita da quattro reliquiari settecenteschi in legno dipinto. Sulla parete destra un dipinto ad olio (120 x 170 centimetri), che rappresenta la Fuga in Egitto, è opera di manierista lombardo del primo Seicento, interessante per il vivace colorismo. Nella cappella, come risulta da una lapide apposta dagli Scola in occasione del centenario della nascita di Manzoni, è sepolto ancor oggi il padre Pietro. Altre lapidi si riferiscono a componenti della famiglia Scola tra cui Gerolamo, sindaco di Lecco. Alle pareti 14 stazioni della Via Crucis sono illustrate da altrettante incisioni al bulino di L. Agricola e L. Rados. Contigua alla cappella è la sagrestia, dove in un grande armadio-confessionale del XVIII secolo sono conservati numerosi paramenti ri-

camati del XVIII e XIX secolo; di fronte, due reliquiari in legno e lamina di metallo; alla parete un bacile e un lavamani per sacerdote del XVII secolo. Tra i primi ad evocare le suggestioni di questo luogo era stato, nel 1923, il lecchese don Giuseppe Polvara, fondatore della Scuola d’Arte Cristiana Beato Angelico. Sul numero del maggio 1923 della rivista mensile Arte Cristiana, don Polvara pubblicò un documentatissimo saggio dal titolo Il convento di Pescarenico e la cappella di Casa Manzoni al Caleotto di Lecco. Si ricordava, in quel mese, il cinquantesimo della scomparsa dell’autore dei Promessi Sposi, morto il 22 maggio del 1873, e Arte Cristiana, artefice don Giuseppe Polvara che era nato a Pescarenico, portò «un contributo al monumento spirituale del grande Artista Cristiano». L’occasione fu offerta dall’idea di presentare la chiesa ed il Convento dei Cappuccini a Pescarenico, e la cappella di famiglia esistente nella Casa Manzoni al Caleotto, «due monumenti interessanti non meno dal lato artistico che dal lato storico». Ecco il breve scritto di don Giuseppe Polvara. La bella casa settecentesca della famiglia Manzoni, come è ora esistente, fu costruita includendo fabbriche più antiche (in una parte si trova la data del 1648) non prima del 1770, essendone stato architetto l’abate Giuseppe Zanoia, canonico di Sant’Ambrogio e professore di architettura all’Accademia di Brera, il quale nacque nel 1752. Nella casa presenta un certo interesse la cappella la quale conserva nella decorazione i caratteri stilistici dell’impero. All’ingresso della cappella dalla parte del cortile è sepolto il padre di Alessandro Manzoni. Il defunto veramente aveva lasciato disposizioni perché la sua salma venisse sepolta nella chiesa dei Padri Riformati a Castello: ma questo convento essendo stato soppresso nel 1810 non vi si è potuto trasportare. Nella cappella vi è un buon altare di marmo di stile impero, nel quale è conservata una bella pala settecentesca di autore ignoto. Nella cappella sono pure conservate tre pianete di damaschi colorati e reliquiari

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L’altare della cappella della villa del Caleotto con la pala della Madonna Assunta.


e cartegloria in ebano e argento. La casa Manzoni con tutti i cimeli del grande autore sono conservati con religiosa cura dalla distintissima famiglia Scola che ne è ora proprietaria. Anche don Giuseppe Polvara, come ricordato, era nato sulle rive del «lago della nostra memoria», espressione di Giovanni Testori per presentare, nel 1984, il suo I Promessi Sposi alla prova. Ne è stata già citata una frase, confrontandola con le parole manzoniane. Ecco qui la pagina completa di Giovanni Testori. Il contenuto di questo straordinario testo è un atto d’amore alla parola del Manzoni, poetica, concreta, profonda e semplice nel descrivere l’esperienza dell’uomo in rapporto ad un destino buono che lo sovrasta. «Sempre ho ritenuto che il nucleo dei Promessi Sposi, questo cerchio d’esperienza, d’attraversamento e di ricomposizione del significato della storia compiuto attraverso i suoi personaggi, appartenesse in termini totali alla cultura lombarda, alla cultura italiana, e sia in attesa di appartenere alla cultura del mondo, come una sua immagine, coagulante alcuni dei significati del vivere che mutano, si, ma che, nel profondo, restano i medesimi. Allora questo riaffiorare in me delle letture fatte da ragazzo, da bambino anzi, molto prima che me lo facessero leggere a scuola, e poi delle letture replicate, degli incontri con tutti gli altri testi manzoniani, il fatto che i luoghi in cui il romanzo si snoda sono i luoghi della mia nascita e della mia vita, il peso della continua frequentazione della pittura secentesca lombarda, quella che ho sempre cercato di definire come pittura dei “pestanti”, che mi ha sempre aiutato

e, come dire, indotto a riconoscere in quel momento della storia della Lombardia, quello della peste, lo specchio in cui i nostri anni tribolatissimi, qualunque cosa se ne dica, potevano riflettersi, meditare e così trovare una sorta di spinta verso il futuro... Forse posso essere più preciso e dire di una necessità, una necessità intima, quasi angosciante, che poi è diventata anche coscienza e dovere di restituire a me stesso e ai miei contemporanei lei, la memoria, ciò che il mondo di oggi cerca di distruggere, di eliminare: ecco, tutto questo l’ho trovato e lo ritrovo nei Promessi Sposi che sono memoria eterna e, insieme, plorante e implorante: implorante la nostra comprensione; come se fosse, ed è, nostra madre... Ora, questa memoria che spero si alzi su, in qualche modo, da un testo come “I promessi sposi alla prova”, è quella tal memoria senza la quale il presente non è nominabile, è cecità, annaspamento, servitù a nuovi padroni che ripetono, ingranditi i vecchi errori ed è soprattutto un presente che non ha, come dire, le spalle e il cuore per spingersi verso il futuro. La restituzione della memoria, non come nostalgia, ma come coscienza dolorosa del presente è, secondo me, un’operazione attiva, forse l’operazione più rivoluzionaria che oggi possa compiersi in un meccanismo, come dire, produttivistico, demenziale, che tende a ridurre l’uomo a oggetto o, peggio ancora, a fabbricarselo da sé, l’uomo. Ma per far questo, come prima cosa deve cancellare nell’uomo la memoria della sua storia, di quella che ha dietro, perché cancellandogli quella memoria, gli risulta ben più facile cancellargli la storia presente e la storia futura».

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CHIESA DI SAN GIUSEPPE

Per la parrocchia nata nel quartiere simbolo della Lecco industriale, la scelta del santo patrono non poteva che cadere su Giuseppe, così definito dal Martirologio Romano: «Sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia». Queste poche righe ne indicano le profonde radici bibliche: Giuseppe è l’ultimo patriarca che riceve le comunicazioni del Signore attraverso l’umile via dei sogni. Come l’antico Giuseppe, è l’uomo giusto e fedele (Mt 1,19) che Dio ha posto a custode della sua casa. Egli collega Gesù, re messianico, alla discendenza di Davide. Sposo di Maria e padre putativo, guida la Sacra Famiglia nella fuga e nel ritorno dall’Egitto, rifacendo il cammino dell’Esodo. Pio IX lo ha dichiarato patrono della chiesa universale e Giovanni XXIII ha inserito il suo nome nel Canone romano. Sotto la sua protezione si sono posti ordini e congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Ma forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. «Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il Papa buono si sa-

rebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto». Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la «cifra», il segno distintivo di San Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, «lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nel corso della storia della salvezza». «Qualunque grazia si domanda a San Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada», sosteneva Santa Teresa d’Avila. Nel sesto capitolo della sua Autobiografia si legge: «Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso San Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare». Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a San Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patro-

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no dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Papa Giovanni Paolo II confessò di pregarlo ogni giorno e additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori, il beato Pio IX, San Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI. Per tutti ormai è Benedetto, ma di battesimo si chiama Joseph (Giuseppe) il Papa venuto dalla Germania. Porta dunque il nome del Santo, una figura la cui importanza lui stesso ha richiamato più volte. «San Giuseppe ci insegna che si può amare senza possedere» e resta il modello per tutti coloro che vogliono «votare la loro esistenza a Cristo». È quanto ha affermato Benedetto XVI mercoledì 18 marzo 2009, presiedendo nella Basilica Marie Reine des Apôtres di Yaoundé la celebrazione dei primi vespri della solennità di San Giuseppe con vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose, seminaristi, diaconi, membri di movimenti ecclesiali e rappresentanti di altre confessioni cristiane del Camerun. San Giuseppe, ha ricordato, «ha vissuto alla luce del mistero dell’Incarnazione» e «non solo con una prossimità fisica, ma anche con l’attenzione del cuore». Per questo, «ci svela il segreto di una umanità che vive alla presenza del mistero, aperta ad esso attraverso i dettagli più concreti dell’esistenza». «In lui non c’è separazione tra fede e azione», ha riconosciuto il Papa, perché «la sua fede orienta in maniera decisiva le sue azioni». «Paradossalmente è agendo, assumendo quindi le sue responsabilità, che egli si mette da parte per lasciare a Dio la libertà di realizzare la sua opera, senza frapporvi ostacolo. Giuseppe è un “uomo giusto” perché la sua esistenza è “aggiustata” sulla parola di Dio». «San Giuseppe ci insegna che si può amare senza possedere. Contemplandolo, ogni uomo e ogni donna può, con la grazia di Dio, essere portato alla guarigione delle sue ferite affettive a condizione di entrare nel progetto che Dio ha già iniziato a realizza-

re negli esseri che stanno vicini a Lui, così come Giuseppe è entrato nell’opera della redenzione attraverso la figura di Maria e grazie a ciò che Dio aveva già fatto in lei». Benedetto XVI - che ha proclamato l’attuale Anno Sacerdotale 2009-2010 - ha anche invitato i sacerdoti a vivere la paternità espressa da Giuseppe nel loro ministero quotidiano. LA CHIESA DI CARLO WILHELM Proprio ad un sacerdote - guarda caso di nome Giuseppe - era stato affidato, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, il progetto per la realizzazione di una chiesa al Caleotto dove, a partire dagli anni trenta, si era cominciato a pensare alla istituzione di una nuova parrocchia, dato l’incremento di popolazione in un’area un tempo scarsamente abitata e periferica rispetto al paese di Acquate. Nel 1937 si spegneva monsignor Salvatore Dell’Oro lasciando una cospicua somma che servì ad acquisire il terreno su cui costruire la nuova chiesa. Il progetto della quale fu affidato a monsignor Giuseppe Polvara, architetto, già ricordato in queste pagine, fondatore della Scuola d’Arte Cristiana Beato Angelico. Ma poi il progetto venne affidato ad un giovane professionista lecchese, nato a Milano nel 1917, Carlo Wilhelm. La prima pietra fu posata nel 1947 e nel 1951, presente il cardinale arcivescovo di Milano, Alfredo Ildefonso Schuster, la nuova chiesa del Caleotto veniva benedetta e inaugurata. Una eloquente descrizione della chiesa è stata fatta da Gianfranco Scotti: «Considerando i canoni della architettura religiosa del tempo, la chiesa del Caleotto presenta elementi di indubbia rottura con la tradizione, a partire dalla curiosa forma a tenda, segnalandosi per una libertà di linguaggi che deve aver non poco sorpreso l’opinione pubblica di allora. Ma l’originalità del disegno si accompagna tanto armoniosamente con la mistica, essenziale impaginazione degli spazi interni, da suscitare nel visitatore un senso di profondo raccoglimento, permettendogli di cogliere in tutta la sua composta bellezza, il senso più autentico di una ar-

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L’esterno della chiesa di San Giuseppe al Caleotto.

chitettura religiosa severa e al tempo stesso accogliente, il cui slancio verso l’alto, sottolineato dalla successione degli archi che cadenzano la grande navata, rimanda all’anelito ascensionale dell’architettura gotica». È una descrizione apparsa nella pagina di cultura lecchese del quotidiano La Provincia (29 ottobre 2006) - con il significativo titolo Caleotto, quella chiesa che guardava avanti - che così continua: «La facciata, in cui si aprono tre aperture con la maggiore al centro, è di una semplicità francescana. I tre portali, preceduti da una breve scalinata, sono inseriti in un paramento di rustici conci, sopra il quale si imposta un grande arco ogivale dal vertice arrotondato, che appare come una citazione del timpano che ornava le architetture religiose del passato e che ospita un semplice rosone, memoria degli antichi rosoni delle chiese d’età romanica. Osservando la chiesa dall’esterno, si nota dietro all’arco di facciata la grande struttura, di maggiore altez-

za, che copre la navata, sempre concepita come una struttura ad arco ricoperta in ardesia, nella quale si evidenziano le impostazioni degli archi che caratterizzano lo spazio interno e che sostengono le volte della navata e del presbiterio realizzate in cemento armato. L’altare era già allora collocato, come in epoca paleocristiana, rivolto ai fedeli, in largo anticipo, quindi, sulle norme sancite dal Concilio Vaticano II». Al grande arco ha fatto riferimento anche l’architetto Massimo Dell’Oro, presidente dell’Ordine degli architetti di Lecco, ricordando Carlo Wilhelm sul numero 12/2008 di AL, la rivista mensile della consulta regionale lombarda degli Ordini degli architetti: «Nella sua stagione professionale, le progettazioni nel periodo tra gli anni ’50 e ’70 nella città di Lecco e nel più ampio territorio della provincia restituiscono l’intensa passione ideale che ha accompagnato l’architetto nell’arco delle sue sperimentazioni architettoniche. L’interesse per la

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tecnologia, per la materia, per le strutture edilizie e l’abile capacità di definirne e plasmarne le forme, risultano facilmente percepibili come costanti del suo lavoro nel corso degli anni. Ricorderanno molti l’arco parabolico in cemento armato della copertura della chiesa di San Giuseppe al Caleotto del 1946, dove il solaio curvilineo sembra aleggiare nell’aria, e trova congiunzione in un secondo arco a definire gli spazi del presbiterio». Per Carlo Wilhelm l’architettura non è un esercizio di sintassi, è un’incessante ricerca materiale che attiene alla sostanza strutturale delle forme, alla funzione, all’etica. Lo si percepisce sin dai progetti e dagli studi giovanili, dai quali emerge schiettamente la cifra del suo operare. Lo sostiene l’architetto Chiara Rostagno nell’articolo Carlo Wilhelm, architettura come essenza di vita pubblicato su TALE&A on line, numero 16.09, dove leggiamo: «Nella chiesa di San Giuseppe (1949), presso Lecco, egli - come sovente accade ai giovani progettisti - riceve l’incarico di compiere un’opera in fieri. Il confronto con i codici dell’architettura “ad imitazione delle antiche chiese romaniche” incarnati dal progetto precedente, sfocia in una composizione limpida, che conferisce un nuovo lirismo ai materiali e agli elementi strutturali propri dei caratteri costruttivi dell’architettura storica. La composizione che, per voce del suo stesso autore, attinge da “[…] una grammatica contenuta nelle sue regole fondamentali nella tradizione” risulta coerente con il “moderno concetto di costruire”. Lo conferma l’anatomia del sacro edificio e la sua palese aderenza al percorso intrapreso dal razionalismo lariano, a cui si riconduce l’istanza di un duplice passaggio: la catarsi degli spazi liturgici e la loro concezione come un’opera d’arte totale. L’influenza di tale pensiero è riscontrabile nell’epicentro compositivo della chiesa, che Wilhelm congegna attorno all’altare. Un arco parabolico, a monta crescente, sublima le

qualità strutturali del cemento armato ed ospita la crocifissione e, ai fianchi, le “virtù e i vizi, il premio e il castigo” delineati da un affresco di Orlando Sora. Da qui un solaio curvilineo si libra immateriale - come un drappo sospeso, aleggiante - e congiunge un secondo arco, nel presbiterio. Ed è cosi che, attraverso un elemento d’effimera prepotenza, Wilhelm attualizza il baldacchino pur preservandone la “[…] tradizionale decorazione a stelle in campo azzurro”. Storia e artificio s’uniscono in un segno onirico: la policromia attinta dalla memoria rapisce e fissa lo sguardo sulla modernità e, al medesimo tempo, lo smarrisce e lo imbriglia nell’ardita geometria della volta parabolica. Ne apprendiamo un carattere distintivo. Il gioco della materia e delle forme sarà una costante - una sorta di coerenza interiore - nell’inevitabile evoluzione del suo linguaggio architettonico. Un linguaggio che rincorre, senza sosta, una propria identità materiale dell’architettura». Conclude, quell’articolo, con queste parole: «C’è poesia nelle opere di Carlo Wilhelm e una forte tensione ideale. La stessa con la quale egli esorta i giovani colleghi a vivere l’architettura con rigore, ostinazione e lirismo materiale. Ed è proprio quest’etica della vita e dell’architettura la sua sapienza più autentica: quella che celebra i maestri». Guardando la chiesa del Caleotto non si può comunque non pensare all’architetto di Dio, il catalano Antoni Gaudí che non usa l’arco classico, ma l’arco catenario. Che è una cosa semplicissima. Quando si tiene una catenella, o una corda, per gli estremi, esse disegnano, per la forza di gravità, una forma spontanea, che è la catenaria. È una forma non soltanto funzionale, ma anche piacevole. Ed è piacevole, aggiungerebbe Gaudí, proprio perché è funzionale e spontanea. Il semicerchio si fa col compasso, ma non esiste in natura. Come non esiste la linea retta. L’arco catenario si ottiene “rovesciando” la catena e mettendo al posto del ferro, o

L’interno della chiesa di San Giuseppe al Caleotto con l’arco affrescato da Orlando Sora.

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della corda, pietre e mattoni. In quest’arco, la linea di pressione è uniformemente distribuita su tutta la superficie, e corrisponde esattamente alla linea della catenaria. Ciò vuol dire che con il minimo di materiale si ottiene la massima resistenza. Joan Bassegoda i Nonell, uno dei massimi conoscitori della vita e dell’opera di Gaudí nonché testimone al processo di beatificazione, direttore della Real Cátedra Gaudí dell’Università Politecnica di Barcellona dal 1968 al 2000, e autore di numerosissimi saggi sull’architetto catalano, ha ricordato in una intervista che già nei libri del secolo XIX, per esempio in Rondelet, era spiegato il valore della catenaria. Effettivamente è l’arco migliore dal punto di vista meccanico, perché la linea di pressione segue esattamente la forma della catenaria e in ogni punto la pressione si distribuisce in modo uniforme e arriva perpendicolare alla pietra. Ma, osserva Rondelet, non si usa perché è difficile da tracciare. Questo non è vero, perché la catenaria si può tracciare senza strumento. Per fare il cerchio si ha bisogno di un compasso, per la catenaria è sufficiente seguire con la matita la forma della corda o della catena. Inoltre, aggiunge Rondelet, è una forma brutta. Invece Gaudí ritiene che la forma più funzionale sia anche la più bella. Gaudí pensava: se io cerco la funzionalità, arriverò alla bellezza. È l’esplosione di un’arte diversa, che si pone “accanto” alla natura. L’artista s’ispira “da lontano” alla natura. Gaudí si considerava un “copiatore”, non un creatore di forme, perché l’unico Creatore è Dio. Allora cercava le soluzioni nella natura e le trasferiva in architettura. Questa era la sua mentalità, che si potrebbe definire “francescana”. Per Francesco la natura è opera di Dio e per il fatto che è opera di Dio deve essere amata. È la valorizzazione della creazione, della realtà come opera di Dio. Francesco ama la natura come creazione di Dio. E Gaudí diceva: l’uomo continua la creazione con il suo lavoro. Dio continua la creazione attraverso l’uomo. È l’idea di unire con un “filo d’oro” la creazione di Dio, la natura, con l’architettura. Con questo spirito francescano, umile e soprattutto am-

miratore della bellezza della natura, Gaudí non ha ripetuto mai una soluzione. Mai. L’AFFRESCO DI ORLANDO SORA Ad accrescere il fascino di questa singolare architettura e a conferirle una identità inconfondibile fra tutte le chiese della città, concorre il grande affresco - Il giorno del Giudizio realizzato nel 1951 da Orlando Sora. Al sommo dell’arco c’è Cristo crocefisso, il corpo ben tornito, le braccia inchiodate all’alta traversa della croce a formare una V simbolo della Vittoria sulla morte. Accanto alla croce ci sono la Vergine, San Giovanni e altre figure, ai piedi della croce c’è Maria Maddalena. Il dolore dei personaggi è composto e, sostiene Barbara Garavaglia, «la mente va a Giotto e Masaccio». Lungo la parete dal profilo a parabola ci sono, a destra rispetto all’osservatore, i dannati e, a sinistra, i beati, qui nel compimento di opere di misericordia. I dannati vengono cacciati in basso verso l’abisso da un angelo munito di spada, mentre un rosso diavolo li afferra e li trascina con sé; i beati, invece, accolti in alto da un altro angelo, dalla gestualità gentile. Lo sfondo, giocato sui colori bruni e sul verde cupo, si armonizza con i colori usati per le vesti. «È noto come Sora abbia saputo reinterpretare la lezione di grandi artisti del passato - sostiene Gianfranco Scotti nell’articolo prima citato - e il pensiero corre a Masaccio, ma anche a Giotto, dei quali è ben presente la suggestione nella postura dei personaggi che animano l’affresco del Caleotto; una purezza di tratto, una tavolozza sobria e castigata, tinte pastellate di straordinaria luminosità, tutto concorre a fare di questa poderosa pittura un documento di prima importanza nel panorama dell’arte novecentesca della nostra città e del suo territorio. La chiesa di San Giuseppe al Caleotto è dunque, ancorché forse non conosciuta come si meriterebbe, una delle architetture di maggior prestigio che Lecco possa vantare per quanto riguarda il secolo appena trascorso». Trent’anni dopo la realizzazione dell’affresco nella chiesa del Caleotto, il 31 marzo 1981

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Inaugurazione delle opere parrocchiali al Caleotto: taglia il nastro il vicesindaco Antonietta Nava, presenti monsignor Enrico Assi prevosto di Lecco e don Martino Alfieri, prima coadiutore ad Acquate poi parroco al Caleotto fino al 1973.


Orlando Sora si spegneva a Lecco, dove risiedeva dal marzo 1931. All’indomani della sua morte, Franco Calvetti sosteneva che «bisogna pur risolversi a dare una risposta alla domanda che, specialmente dopo la sua scomparsa, diventa sempre più pressante: fu Orlando Sora un grande pittore? Ed in quali correnti pittoriche può essere incanalato?». Peschiamo da quella risposta, prima ricordando che di Orlando Sora esiste il catalogo generale delle opere (Mazzotta, 1986) con saggi di Rossana Bossaglia e Massimo Carrà e contributi di Eligio Cesana e Alfredo Chiappori. Abituati alle stereotipate riproposizioni delle più volgarizzate storie dell’arte, dove i grandi cominciano da Giotto e dal Beato Angelico per passare, con corsa a treno diretto, nella galleria dei Masaccio, Piero della Francesca, Botticelli, Raffaello, Leonardo, Giorgione, Tiziano, Caravaggio, saltando il viadotto di tutto l’Ottocento, ci si può fermare, solo ansimando, ai Picasso e ai De Chirico. La stazione «Sora» certo non si incontra. E da che scuola discende questo Sora? È domanda da esegeta, che può facilmente derivare Raffaello dal Perugino e Mozart da Haydn. Per il nostro, il discorso si farebbe più che difficile, addirittura astruso. Meglio associarsi a Georges Louis Leclerc, conte di Buffon, per la definizione che «lo stile è l’uomo». Perché pittore essenzialmente personale Sora lo fu. La sua calligrafia è riconoscibile anche dallo sprovveduto (poteva anche non firmare i quadri, come uso di molti antichi) ed il contenuto è chiaro per tutti. Sora rivela un temperamento di incantata serenità, con un perenne fondo di scontentata malinconia che, per far due audaci grossi accostamenti, richiama il nitore stilistico formale di Piero della Francesca e la crepuscolare mestizia del Botticelli. Però ha ragione il contemporaneo Fabio Tombari quando scrive: «Orlando Sora è un pittore che è tale per la sua pittura». Sembra lapalissiano, ma non è, in tempi in cui anche l’arte è artificio.

rono in azione per la demolizione dei fabbricati dell’Acciaieria e Ferriera del Caleotto, dalle macerie spuntò, anche se decisamente malconcia, una chiesetta, trasformata in magazzino, con un caratteristico campaniletto. Appartiene alla storia della carità in atto, scritta in numerosi articoli sui giornali lecchesi da Aloisio Bonfanti e infine raccolta nelle pagine di Casa don Guanella. 75 anni di presenza a Lecco. Una storia che può essere così sintetizzata, facendo un breve cammino a ritroso partendo da quel 25 novembre 2001 quando la rinnovata e restaurata chiesetta del Caleotto venne aperta e donata alla comunità ecclesiale lecchese nella persona del suo prevosto, monsignor Roberto Busti. La chiesetta era stata dedicata a Padre Pio da Pietrelcina, ma la sua dedicazione originaria era proprio a San Giuseppe. Era il 1875 quando Angiolina Riva, nativa della località Torrette oggi in comune di Pescate, avviava il suo progetto di dar vita ad una casa di accoglienza per una decina di ragazze in difficoltà. Nasceva, così, l’Orfanotrofio San Giuseppe, al Caleotto, raccolto attorno alla chiesetta dal caratteristico campaniletto. Nel 1886 don Salvatore Dell’Oro veniva incaricato dell’assistenza all’orfanotrofio. Era l’inizio di una collaborazione che sarà determinante per il cammino di una istituzione che approderà, poi, in via Aspromonte. Nel 1891, dopo la scomparsa di Angiolina Riva, don Salvatore Dell’Oro non solo continuava la benemerita opera avviata, ma ne ampliava l’ospitalità e l’assistenza. Nel 1906 sempre don Salvatore avviava la costruzione dell’edificio di via Aspromonte, con l’intenzione di realizzarvi un orfanotrofio maschile. Venne invece deciso di trasferire in via Aspromonte le fanciulle in quanto, con il passare degli anni, il loro numero era sensibilmente aumentato ed il primitivo edificio al Caleotto non era più sufficiente. Al Caleotto don Dell’Oro realizzava l’orfanotrofio maschile, intitolandolo ad Alessandro Manzoni in quanto posto proprio davanti alla villa dell’autore dei Promessi Sposi. Orfanotrofio che, nel 1933, lo stesso monsignor Dell’Oro

E UNA CHIESETTA RITROVATA Quando, nel corso del 1989, le ruspe entra-

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Dalla demolizione dell’Acciaieria del Caleotto emerge, a sinistra, la chiesetta già dell’orfanotrofio. Sotto, la sede dell’Opera Don Guanella.


affidava alla congregazione dei Servi della Carità, i Padri Guanelliani tuttora presenti a Lecco. Due anni prima, nel 1931, monsignor Dell’Oro aveva ampliato la struttura del «San Giuseppe» di via Aspromonte triplicandone l’originaria capienza di cinquanta posti. Nel 1937, alla sua morte, l’istituto veniva affidato alle Suore Figlie di Betlem che sono rimaste a Lecco per sessantaquattro anni. E piace pensare che questa storia sia cominciata e in gran par-

te - con l’Opera Don Guanella - continui proprio al Caleotto. L’attenzione ai piccoli e indifesi, ai deboli e anonimi protagonisti di una storia spesso disumana, ma che può e deve ridiventare umana nella luce della speranza cristiana, fondata sulla certezza del disegno provvidenziale di Dio, ridice in termini di attualità lo stesso spessore, lo stesso sguardo, lo stesso amore di cui hanno goduto nell’opera manzoniana Renzo e Lucia.

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Castello Del nome di Lecco e dell’originaria preminenza di Castello Chiesa dei Santi Gervaso e Protaso Chiesa dei Santi Nazaro e Celso detta anche «di San Carlo» Chiesa di Santa Maria Maddalena detta anche «del seminario»

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DEL NOME DI LECCO E DELL’ORIGINARIA PREMINENZA DI CASTELLO Quando si deve parlare di Castello, le cose si complicano assai, perché Castello, il Castrum Leuci, non è soltanto una delle tante parrocchie del territorio, staccatesi in tempi diversi dal centro cittadino capoluogo della Pieve, ma per ragioni particolari è stata per diversi secoli addirittura sede della Prepositura e relativo Capitolo, ossia capo Pieve, come ricorda anche una iscrizione sul portale della chiesa parrocchiale: Templum hoc olim praepositurale… Quando l’antica Lecco, che qualche storico ritiene ubicata sul colle di Santo Stefano, venne distrutta nell’anno 1296 da Matteo Visconti per rappresaglia contro i lecchesi, che segretamente parteggiavano per i Torriani di Primaluna, mentre il popolo minuto fu confinato a Valmadrera oltre il lago con la proibizione assoluta di tornare e ricostruire il borgo, Castello, che era la località più vicina, ne raccolse l’eredità spirituale, oltre che demografica, perché lì si rifugiarono i cittadini lecchesi più abbienti e influenti, compresa l’autorità religiosa, e così Castello divenne sede della Pieve, del prevosto e del Capitolo. Questa situazione durò per qualche secolo, fin quando, ricostruita Lecco in un’altra posizione più favorevole al suo sviluppo - quella attuale - ripopolata e tornata ad assumere ed esercitare la sua funzione di centro e di guida della Comunità Generale, i suoi cittadini reclamarono la restituzione della dignità perdu-

ta, ossia il ripristino della Prepositura e il ritorno nel borgo del prevosto e del Capitolo. San Carlo accolse l’istanza dei lecchesi e nell’agosto 1584, tre mesi prima della sua morte, decretò che prevosto e canonici tornassero a Lecco ed eresse la chiesa di Castello in cappellania curata. Le cose però non andarono tanto lisce e la questione si trascinò ancora per qualche decennio, perché il prevosto, anche per la mancanza in Lecco di una decorosa e sufficiente casa di abitazione per il clero, dopo quattro anni se ne tornò a Castello. Finché il cardinale Federico Borromeo, nella visita del 1608, ripeté l’ordine di San Carlo, minacciando in caso di disubbidienza la soppressione della Prevostura: questa volta si ubbidì e la situazione divenne definitiva. Monsignor Giovanni Borsieri, compianto prevosto di Lecco dal 1930 al 1963, scrive che l’origine dello strano fatto fu una baruffa del prevosto con gli huomini di Lecco, intorno al 1460, per cui il prevosto andò a stabilirsi nell’altra sua chiesa fuori le mura, che era poi quella dei Santi Protaso e Gervaso a Castello. In ricordo del ruolo svolto nel passato, a Castello rimasero diversi privilegi, alcuni dei quali tuttora in vigore, come la partenza dalla sua chiesa della processione plebana del Corpus Domini. Un altro privilegio, ormai dimenticato, fu che il prevosto di Lecco si chiamasse prevosto di San Gervaso e San Nicolò, ciò che ge-

Processione a Castello nel 1955 con il celebre Crocifisso di fra’ Giovanni.

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nerò qualche confusione da parte degli storici. L’antagonismo per la supremazia fra le due parrocchie di Lecco e Castello ebbe uno strascico anche nella questione del famoso Perdono, che Papa Pio IV concesse a Castello e che i lecchesi volevano per sé quali possessori della prepositura: la vertenza venne risolta con un taglio salomonico, un anno per ciascuno alternativamente, gli anni pari a Lecco, quelli dispari a Castello. La stessa questione diede luogo a episodi incresciosi riferiti dalle cronache e contenute nei documenti d’archivio. La parrocchia di Castello si estendeva fino alle mura del borgo, lo circondava come una tenaglia e quasi lo soffocava nei suoi angusti confini. Demolite poi le mura e resi liberi l’accesso e l’uscita dal borgo, i sobborghi di Lecco rimasero quasi tutti completamente aggregati alla parrocchia di Castello: fino alla metà del secolo scorso comprendeva nella sua giurisdizione parrocchiale anche il Caleotto e la zona di Santo Stefano. Anche Alessandro Manzoni, infatti, fu cresimato a Castello e per un certo tempo fu primo deputato dell’estimo e fabbriciere di Castello e fu anche per suo consiglio e interessamento che la parrocchia acquistò il celebre Crocifisso di fra’ Giovanni esistente nel soppresso Convento di San Giacomo. Come Comune, poi, Castello assorbì l’1 gennaio 1870 anche la comunità di Olate con Bonacina, estendendosi quindi dalle rive del lago alle pendici del Resegone. Soltanto la chiesa, il templum olim praepositurale, è rimasta quella di un tempo, restaurata e abbellita, ma sempre modesta in confronto allo sviluppo del rione e all’aumento della popolazione. Vi supplirono in parte le chiesette sussidiarie di San Carlo e del Seminario. Castello ebbe per un certo tempo anche l’onore di ospitare due conventi di religiosi, uno maschile e uno femminile, quello di Santa Maria Maddalena per le monache e quello di San Giacomo dei francescani riformati, che vennero sop-

pressi il primo nel 1785 e il secondo nel 1805. Il convento di Santa Maria Maddalena, nella zona di Arlenico, venne richiesto dalla Curia e adibito a Seminario minore arcivescovile e rimase in funzione dal 1795 al 1838, quando fu alienato e fu acquistato il convento dei Padri Domenicani di San Pietro Martire, che sostituì tutti i seminari minori fino allora esistenti. Un cenno particolare merita la storia del Perdono, cioè dell’acquisto dell’indulgenza plenaria nei giorni di Pasqua e i due seguenti a chi visitava la chiesa di Castello alle solite condizioni, pregando per l’estirpazione delle eresie e il mantenimento della pace e della concordia tra le potenze cristiane. Tale indulgenza fu concessa alla chiesa di Castello nel 1565 da Papa Pio IV per onorare la memoria di suo fratello Gabrio Medici, perito nella battaglia navale di Mandello durante la guerra condotta dal Medeghino contro Francesco II Sforza, e che si diceva sepolto nella chiesa di Castello. Papa Sisto V nel 1585 concesse il Perdono alla chiesa plebana di Lecco e Papa Paolo V il 14 aprile 1612 modificò tale privilegio concedendolo alternativamente a Lecco e a Castello. Papa Innocenzo XI rese l’indulgenza applicabile anche alle anime dei fedeli defunti per modo di suffragio con suo Breve in data 19 luglio 1686. ❊❊❊ Nel ginepraio della questione del nome di Lecco e dell’originaria preminenza di Castello (tale è il titolo del suo contributo) si infilò anche lo storico Andrea Orlandi che su All’Ombra del Resegone (aprile 1928) ha pubblicato questa godibilissima paginetta. Forse Gaudenzio Mèrula fu il primo che derivasse il nome Lecco dal greco leucos, bianco, desumendolo dal (supposto) candore delle rocce sovrastanti (De Gallorum Cisalpinorum antiquitate ac origine, edizione 1592: Leucum similiter a candore montium puto, così penso il

La processione del Convegno Eucaristico a Lecco l’11 giugno 1961; sotto, la processione del Corpus Domini nel 1971.

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nome di Lecco derivare dalla candidezza dei monti). La singolare scoperta piacque ai dotti, smaniosi di vedere greco dovunque; piacque ai numerosi ripetitori di parole difficili, che si sbizzarrirono a gran diletto. Galeazzo Gualdo Priorato (Relatione della città, e Stato di Milano, 1666) sognò quale fondatore di Lecco nientemeno che Leuco Troiano. Ma se noi lasciassimo una buona volta greci e troiani a casa propria indagando se per avventura le stesse popolazioni locali avessero imposto il nome alla loro patria, senza tanto scalpore? Sorgeva Lecco primitiva, per concorde sentenza degli storici, sul Poggio Santo Stefano, occupandone la sommità e l’occidentale declivio che degrada fino al lago. Un’ampia insenatura dappiedi, evidente residuo di altra più estesa e successivamente interrata, si prestava opportuna per l’approdo e il ricettacolo delle navi. Colle delizioso all’occhio del romantico, dell’esteta e del naturalista; miserabile piaggia, chi avesse posta la dimora in sì arida pietraia. La desolazione del suolo e la piega dei monti, che segnano il restringersi del bacino lacuale, inducono a immaginare che l’aspra solitudine altro non fosse da principio se non rifugio di pochi predoni, dediti alle scorrerie sulle acque lariane, presti all’agguato e all’assalto non appena le vedette segnalassero una vela all’orizzonte. Ingentiliti alquanto i costumi e cominciando gli uomini a darsi leggi per un più ragionevole tenore di vita, la faticosa pendice andò popolandosi. Una città o un borgo non dovette sbocciare come un fungo, ma diffondersi gradatamente intorno a un ganglio fondamentale, con impulso ciclico per quanto il comportassero le accidentalità del suolo. E la giacitura presso alla sponda fu ragione presumibile che avesse principio, causa certa che prevalesse quell’abitato sugli altri costituitisi nei dintorni, sebbene ricchi di fertile terreno: tanto l’ubicazione si dimostrò la più atta per lo scambio dei prodotti e predisposta in pari tempo alla comune difesa, perché antemurale di tutta la plaga, protetto alle spalle per le balze impervie

del monte San Martino: località inoltre favorita così, da non avervi possa i macigni soliti staccarsi e precipitare dall’insidiosa rupe. Lecco adunque divenne il capoluogo delle terre circostanti, comechè non al centro, ma sibbene alla periferia di esse. Non è illogico supporre, che avanti lo stabilirsi dei nomi quelle popolazioni del retroterra prendessero a indicare il Poggio e il suo declivio con l’espressione più ovvia e naturale che in loro confronto le conveniva: Al Lago; eliminando poscia, per maggiore speditezza, la particella, ritenendo soltanto il sostantivo Lago. (…) E dunque tutt’altro che difficile il passaggio fonetico, tutt’altro che inammissibile la interdipendenza fra i vocaboli Lacus, Lago, Lach, Lech, Leucum, Lecco; e ve n’ha quanto basti a concludere che Lecco fu ed è sinonimo di Lago; e di qui ne fu derivato il nome, non dalle fantasie dei grecisti. ❊❊❊ Nell’anno 1296 Matteo Visconti accanitosi contro Lecco la sterminò. Benché trascorsi poco più di seicento anni da quella data, minuscoli particolari del fatto pervennero a nostra cognizione. Morto invero nel 1447 l’ultimo dei Visconti, il popolo di Milano, stanco di tiranni, proclamò la Repubblica Ambrosiana; e tanto per cominciare, diede alle fiamme l’archivio pubblico. Andarono per tal causa perduti preziosi documenti; e perciò la storia di Lecco si muove a tentoni, fondando la narrativa su tradizioni, congetture, induzioni, analogie; fidandosi di scrittori non sempre sinceri né bene informati; sempre in attesa che la buona stella dia mezzi valevoli a dissipare le tenebre. Il Poggio Santo Stefano prese tal nome da una chiesa edificata sulla cima del promontorio, dedicata precisamente al Protomartire; la quale fu ritenuta per la più antica dell’agro lecchese, capo e madre di tutte le chiese della pieve. L’avrebbe il clero abbandonata in seguito al misfatto visconteo, tramutando la sede a Castello. Qualcuno scrisse che perì col resto;

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ma è più verosimile che il Visconti, superstizioso come fu il Barbarossa e com’erano in genere i prepotenti, l’avesse risparmiata: il Redaelli (Memorie istoriche della Brianza, del distretto di Lecco, della Valsassina, 1825-26) è anzi d’avviso che sia stata più tardi convertita in casa colonica della prebenda prepositurale, soggiungendo ch’era lunga metri 18.27, larga metri 10.43. (…) Già osservai da queste colonne che Castello rivela non dubbie caratteristiche materiali e storiche di paese nobile fin dall’antichità, e che più scrittori non dubitarono di identificarvi la città romana Licinoforo. (…) Paride Cattaneo, il cronista valsassinese del 1571, lasciò scritto: «… Castello, di bel sito, aere et latitudine et di abbondante et fertile territorio. Quivi si vedono molte belle antichità de chiese, monasteri, sepolcri, torrioni et altri pezzi di grosse muraglie, segni et veri vestigii che quivi fosse già fondato una città. Che questo sia il vero, molti authori ne trattano et affermano questa esser stata Licinoforo dalli Orobj edificata». (…) Da ultimo, volendo raccogliere l’opinione che nel 1296, decretato l’incendio di Lecco, esulasse a Valmadrera soltanto la plebe, e che i cittadini più cospicui avrebbero scelto Castello per loro stanza, recheremo un altro buon indizio in favore della sua preminenza. Ipotesi dunque per ipotesi, congettura per congettura, non ripugna che Castello fosse primieramente il capoluogo di tutto il Territorio, anche per la postura centrale; pure accordando che al Poggio sorgesse ben presto una fortezza, Lecco sarebbe nata più tardi: oso anzi proporre che al subentrare del cristianesimo nella regione, le autorità e il clero di Castello decidessero di fissare sul Poggio la residenza, per la maggiore garanzia che codesto angolo, forte per naturali circostanze, poteva offrire alla libera manifestazione del culto e del governo civile; quando le orde settentrionali, cessata la dominazione di Roma, piombavano sovente per le gole valsassinesi a fare malgoverno d’ogni cosa. Luigi Andrea Apostolo (Lecco e suo Territorio, 1855) scrive prudentemente che alla pri-

mitiva plebana del Poggio Santo Stefano «subentrò per qualche tempo la chiesa di Castello, indi la chiesa di San Nicolò di Lecco»; e altrove, meno prudentemente, che San Carlo «restituiva da Castello a Lecco la sede del preposto e della collegiata». Vien voglia d’esclamare: che restituzione d’Egitto? Il buon senso e l’evidenza esigono che, spenta nel 1296 ogni vita sul Poggio, il pievano, mediante una dislocazione, diremo così, d’ordine interno, potesse trasferire a buon diritto e senza contraddizioni la propria residenza presso altra chiesa, preesistente a Castello. Lecco, narrano gli storici, rinacque presto, più a valle, più potente che prima non fosse. Ora, data la relativa potenza cui assunse il novello borgo; tenuto presente che vi stavano i dominatori; considerata per di più la tradizionale tenacia del clero nel salvaguardare attribuzioni, privilegi e diritti; come mai pazientarono i lecchesi e il loro clero poco meno di tre secoli a farsi restituire il seggio del pievano, che si trovava in esilio a Castello, come si vorrebbe far credere? Indifferenza da parte loro? Pretesto forse non ammissibile all’età nostra, utilitaria e alquanto scettica; non affatto, se ci riportiamo in quei tempi lontani, quando le vicende chiesastiche avevano tanto peso nel determinare il prestigio di un paese, l’orgoglio di una popolazione. Amo quindi presumere che la Lecco del Poggio fosse in origine un derivato e una frazione di Castello; e che nel designare le circoscrizioni plebane, dalla località in cui giaceva il tempio e officiava il clero, avesse la nuova giurisdizione assunto il nome dalla frazione piuttosto che dal capoluogo, intitolandosi Pieve di Lecco anzi che Pieve di Castello. (…) Comunque stiano le cose, i parrocchiani di Castello non subirono di buon grado il provvedimento con il quale San Carlo tolse loro l’antica dignità: centocinquant’anni erano trascorsi da quel giorno, per loro nefasto; ma non lo scordarono, e vollero in qualche modo consolarsi della perdita, murando sulla facciata rimessa del loro tempio la non brutta epigrafe

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Una storica immagine di Castello con il profilo segnato dei campanili della parrocchiale e di San Carlo.

D.O.M. TEMPLUM HOC OLIM PRAEPOSITURALE DIVIS PROTASO ET GERVASO DICATUM PROSPECTU RESTAURATO IANUAQUE RECENS EXTRUCTA CASTELLUM LITAVIT MDCCV (A Dio Ottimo Massimo. Questa chiesa già prepositurale, dal titolo dei Santi Protaso e Gervaso, la fronte ristorata e il portale rifatto, Castello consacrò l’anno 1705).

nel quale rimangono, oggi, a vista, tracce della fase romanica risalente al secolo XII): ciò anche perché questa zona all’interno dell’abitato poteva essere considerata più sicura in caso di guerra. In un documento del 1576 è attestato che la vita canonicale a Castello era ormai quasi inesistente: viene fra l’altro annotato che la comunità locale s’impegnava a restaurare le case dei canonici, in gravi condizioni di decadenza».

Nel capitolo Gli antichi territori plebani del Lario e della Brianza, in Una chiesa tra lago e montagne (1996) Oleg Zastrow sostiene che «la prescrizione di traslazione del titolo di prepositurale dalla chiesa dei Santi Gervaso e Protaso a quella di San Nicolò, voluta da Carlo Borromeo, non corrispose altro che alla ratifica di una situazione andata mutandosi nel corso dei secoli. Infatti, il prevosto si era già trasferito nel 1404 presso la chiesa del Borgo (edificio già citato documentariamente nell’anno 1252, ma

Date queste coordinate storiche, alcune delle quali ritorneranno nel corso di questo capitolo dedicato a Castello, due parole sui Santi patroni Gervaso e Protaso. A chi visita la basilica milanese di Sant’Ambrogio il nome di Gervaso e Protaso, martiri nel II secolo, potrà dire poco. Ma se si scende nella cripta ecco le loro reliquie accanto alla tomba del vescovo. Fu infatti Ambrogio a far scavare davanti alla basilica dei Santi Nabore e Felice, a Porta Vercellina. E lì rinvenne i resti dei due martiri vissuti

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Un’altra storica immagine: il riferimento al cimitero monumentale consente un sicuro confronto con l’oggi.

due secoli prima e quasi dimenticati. Dopo la traslazione nella basilica sono diventati «pietre angolari» della diocesi ambrosiana. Le notizie più antiche sui Santi Gervaso e Protaso risalgono dunque al 386, anno della invenzione dei loro corpi a Milano ad opera di Sant’Ambrogio. Sant’Agostino, presente a Milano in quegli anni e Paolino di Milano, segretario e biografo di Sant’Ambrogio, dicono che il santo ebbe una rivelazione (i due scritti sono rispettivamente del 397-401 e del 422); Sant’Ambrogio invece, scrivendo alla sorella Marcellina la cronaca di quegli avvenimenti, parla solo di un presentimento. La sera del 18 giugno le sacre spoglie furono trasportate nella vicina basilica Fausta per una veglia notturna di preghiere. Il giorno seguente, venerdì 19 giugno, esse furono solennemente traslate, con un grandissimo, entusiastico concorso di popolo, nella basilica detta attualmente di Sant’Ambrogio, che si era appe-

na finito di costruire, per consacrarla con questa deposizione di reliquie. Sant’Ambrogio dice di aver predisposto il luogo sotto l’altare della nuova basilica come sua tomba: scoperti i corpi dei due martiri, cedette loro dexteram portionem. La traslazione delle reliquie dei martiri Gervaso e Protaso fatta da Ambrogio a scopo liturgico, ebbe un influsso notevole in tutto l’Occidente, segnando una svolta decisiva nella storia del culto dei santi e delle loro reliquie. Data la fama dei due santi e la scarsità delle notizie che li concernevano, tra la fine del secolo V e l’inizio del VI, un autore rimasto anonimo ne compose la passio. La passio presenta Gervaso e Protaso come figli gemelli dei Santi Vitale e Valeria. Morti i genitori, i due fratelli vendettero i beni di famiglia, ne distribuirono il ricavato ai poveri e si ritirarono in una casetta ove passarono dieci anni in preghiera e meditazione. Denunciati come cristiani ad Astasio, di passaggio per Milano diretto alla guer-

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ra contro i Marcomanni, non vollero assolutamente sacrificare e perciò furono condannati a morte. Gervaso morì sotto i colpi dei flagelli, Protaso venne invece decapitato. La leggenda intorno ai nostri martiri si arricchì di ulteriori precisazioni: la Datiana historia ecclesiae Mediolanensis afferma che i due santi furono convertiti al Cristianesimo, assieme ai loro genitori, nobilissimi cittadini di Milano, dal vescovo San Caio, che avrebbe retto la Chiesa della città dal 63 all’85, e il loro martirio sarebbe avvenuto ai tempi di Nerone (5468). In realtà sembra che il martirio di Gervaso e Protaso si debba attribuire o alla persecuzione di Diocleziano (e perciò all’inizio del IV secolo) o molto più probabilmente a qualcuna delle persecuzioni della metà del secolo III (di Decio o di Valeriano).

giosa della città e della pieve per quattro secoli, fino ai primi anni cinquanta del secolo scorso. Rimandando alla lettura di quel fascicolo delle Memorie della Pieve di Lecco riprendiamo qui il primo dei due scritti di Uberto Pozzoli proprio sulla questione del Perdono. È quello che, con il titolo Pasque, fu pubblicato su Il Resegone del 10-11 aprile 1925 (mentre il secondo, con il titolo Il Perdono, il capretto e le bolle fu pubblicato sul quotidiano milanese L’Italia nel marzo 1919 e ripreso il mese successivo su All’Ombra del Resegone). ❊❊❊ Forse quell’anno il priore della Confraternita non aveva digerito bene il capretto pasquale: fatto sta che giunta la processione del Perdono al ponte della ferrovia, se la prese con una consorella che recitava a voce alta un pater, un’ave ed un gloria per i peccati degli «uomini»: «Brüta stüpida, prega pe i tò de peccaa!». La consorella, una volta tanto, non fiatò; il priore diede uno scappellotto ad un ragazzo che non s’era levato il cappello; e la prima croce della processione passò, adagio adagio, sotto la sandalina tirata dalla casa dei Badoni ad un palo piantato all’angolo della Castagnera. Doveva essere di certo un anno pari perché, negli anni dispari come quest’anno, il Perdono tocca a Lecco ed allora sono quei di Castello che vengono in giù. Questa qui del Perdono è una faccenda che ha oramai quasi quattro secoli. Verso il 1500, la Brianza, la Valsassina, il Lago e la Valtellina erano trasformati in una specie di campo d’allenamento per tutti coloro che aveva voglia di menar le mani. I Grigioni calavano giù dalla Svizzera, i Calabresi venivan su dalla bass’Italia e tutti insieme, al soldo or dell’uno or dell’altro, si divertivano alle spalle degli avi dei nostri avi. Al principio del 1532, tanto per cambiare,

IL PERDONO CONTESO Chiudiamo questa prima parte con l’altra controversa questione, pure fonte di divisione tra Lecco e Castello, quella del Perdono. Una vicenda del sedicesimo secolo sulla quale ha indagato Aloisio Bonfanti in Il Perdono conteso, pubblicazione con la quale nel 1973 prendevano il via le Memorie della Pieve di Lecco, artefice monsignor Enrico Assi, con l’intento di promuovere studi e ricerche di storia religiosa e giungere alla pubblicazione di una serie di «frammenti» - come avrebbe detto Uberto Pozzoli - «che possano in un futuro non troppo lontano servire come punti di riferimento per una più ampia e organica storia religiosa della città». L’opuscolo che Aloisio Bonfanti offriva in quell’occasione ai lecchesi ha il merito di puntualizzare con un’attenta ricerca storica e di narrare con lo stile agile e scorrevole che gli è abituale, una singolare vicenda che, pur in mezzo a vivaci dispute e interminabili discussioni, è storicamente all’origine di una delle manifestazioni più solenni e popolari, le Processioni del Perdono, che hanno caratterizzato la vita reli-

Nelle pagine precedenti, la processione del Convegno Eucaristico a Lecco l’11 giugno 1961; nella pagina a fianco, la stessa processione; l’indulgenza del Perdono; i confratelli del Santissimo Sacramento durante una processione intorno al 1950.

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v’era guerra dichiarata tra il duca di Mantova, Alessandro Gonzaga - che combatteva per gli Sforza - e quel bel tipo di Gian Giacomo De Medici, chiamato Medeghino, ma che di fatto medicava un bel niente perché tutti quelli che gli capitavano sotto mano in un momento di luna andavano al Creatore con l’Orient-Express. Un bel giorno il Gonzaga, approfittando dell’assenza del Medeghino, occupato per i suoi affari in quel di Musso, si impadronì di Lecco e per assicurarsi le spalle inviò a Mandello un suo capitano - certo Vistarino - incaricandolo di ricevere a suon di archibugiate il Medeghino, qualora fosse ritornato per riprendere Lecco. Il Medeghino ritornò difatti ed una battaglia furiosa fu combattuta a Mandello: molti morti rimasero sulla riva del lago, e tra questi fu trovato Gabrio De Medici, fratello del Medeghino, zio di San Carlo e fratello anche di Angelo De Medici che fu poi Pio IV.

avesse voluto concedere il Perdono a Lecco. Non basta. Molti anni dopo, dieci dei più vecchi del borgo giurarono davanti ad un delegato dell’Arcivescovo di aver veduto nella nostra chiesa il sepolcro di Gabrio De Medici, di ricordare che Pio IV aveva donato ricchi paramenti funebri da usarsi nell’anniversario della morte del fratello, e di essere stati presenti quando il corpo di Gabrio fu collocato sotto l’altare di San Nicolò prima che San Carlo lo facesse trasportare nel duomo di Milano. Insomma, batti e ribatti, il 28 giugno del 1585 Papa Sisto V trasferì il privilegio del Perdono alla chiesa di San Nicolò. Immaginarsi quei di Castello! Da quel giorno non ebbero più requie. Proteste di qua, proteste di là e soprattutto… guai a quei di Lecco. Ventisette anni dopo - il 14 aprile 1612 Papa Paolo V, con una decisione salomonica, la fece finita e stabilì che il Perdono sarebbe toccato un anno a Castello ed un anno a Lecco. E tutto questo perché il fratello del Medeghino s’era dimenticato di lasciar detto in casa dove andava a dormire l’ultimo sonno. A proposito poi: chissà perché non è ancora venuto in mente al Commissario di proporre per la questione dell’unificazione una soluzione simile a quella del Perdono: non vi sembra che se si facesse un anno da soli ed un anno tutti insieme non ci sarebbe più da litigare?

❊❊❊ Fu questo Papa che nel 1565 - accogliendo la domanda del prevosto della pieve, che allora risiedeva in Castello, ed in ricordo appunto del fratello, che sembrava fosse stato sepolto nella chiesa di quel Convento dei Riformati che ha lasciato il nome ad una vasta zona tra Castello e San Giovanni - concesse alla chiesa dei santi Gervaso e Protaso il Perdono, ossia un’indulgenza straordinaria che si può acquistare dai primi vesperi del sabato santo al tramonto del sole del martedì dopo Pasqua. Da allora cominciarono le dolenti note. A quei di Lecco non pareva giusto che Castello avesse tanto privilegio e quindi protestarono. Anzi, come se avessero studiato d’avvocato, trovarono subito dei rampini ai quali attaccarsi. Il primo fu addirittura un rampino linguistico. Il privilegio era concesso all’Oppidum Leuci, che - per quelli che sanno il latino come me - vuol dire Castello di Lecco, e siccome a Lecco c’era il Castello, niente di più facile che il Papa

❊❊❊ Il Perdono si va a prenderlo, di solito, in processione. Almeno, in processione andavano a prenderlo i nostri vecchi quando Pasqua voleva dire: bucato generale delle coscienze, Perdono, vestito nuovo, cappello nuovo, oeuv e ciapp e baracòn in praa. Allora le processioni erano più lunghe di quelle d’adesso, ed i ragazzi cantavano a squarciagola l’Ave Maria tra uno spintone e l’altro dei regolatori, che col loro abito rosso sembravano, in mezzo ai sanluigini azzurri, popolan solitarie in una fiorita di non ti scordar. Venivano, le processioni, con baldacchino e

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stendardi, a meno che il vento - che soffia quasi sempre a Pasqua - non lo impedisse come lo ha impedito nel 1902 alla Confraternita di Pescarenico, che aveva preparato uno stendardo nuovo di trinca da portare fino a Castello. Più fortunati furono nel 1893 quei di Malgrate, che poterono venire a Lecco col baldacchino nuovo; e contenti tutti nel 1885, allorchè furono dieci le processioni della pieve e sarebbero state undici se quei di Ballabio, che dopo circa cent’anni d’assenza discesero a Castello nel 1904, avessero ripreso diciannove anni prima. Memorabile la processione del 1887 quando si festeggiò il venticinquesimo di parrocchia di Monsignor Galli, il quale però, per una forma di artritide ad un piede, non potè seguirla. Che Pasqua solenne quell’anno! Luminaria la prima festa e luminaria anche la seconda, entusiasmo di popolo ed inni di riconoscenza al prevosto che, dopotutto, aveva cambiato tre volte la sua casa in ospedale, per accogliervi ammalati con addosso quelle delizie che si chiamavano colera e vaiolo. Non avevano tutti i torti quindi i lecchesi di allarmarsi allorchè, nella settimana santa del 1902, si sparse la voce che la salma del prevosto era stata rapita dai frati di Somasca. In cimitero, la terra che copriva la tomba chiusa di fresco, sembrava proprio smossa e del resto la notizia risultata poi per fortuna insussistente, non era del tutto campata in aria, perché Monsignor Galli aveva precisamente disposto nel suo testamento di essere sepolto a San Gi-

rolamo, nel cimitero dei Somaschi; e solamente gli sforzi di don Casanova, parroco di Malgrate, erano riusciti ad ottenere che il prevosto riposasse in mezzo ai suoi figli. Ora, su nel cimitero, il prevostone attende sempre che si trovi una strada da chiamare col suo nome ed un metro quadrato di spazio per mettervi il suo busto. ❊❊❊ Ed ora, prima di augurarci buona Pasqua, guardiamo se nelle pile dell’acqua santa ci sono delle lumache perché in questo caso quei di Castello ci avrebbero ricambiato la burla fatta loro parecchi anni fa. Veramente, era un’usanza vecchia questa delle lumache: forse l’ultimo resto delle antiche rivalità del Perdono. Una cosa innocente però perché era tutta qui: se pioveva durante le feste di Pasqua di un anno dispari, quei di Castello mandavano ai loro amici di Lecco alcune lumache ravvolte nella teppa; se invece pioveva in un anno pari, erano quei di Lecco che mandavano le lumache agli amici di Castello. Una volta lo scherzo andò fuor dei limiti, e fu quell’anno pari in cui piovve a dirotto per tutto il giorno di Pasqua e quei di Lecco misero le lumache negli acquasantini della chiesa di Castello, per convincere gli amici di lassù che il Perdono era toccato a loro con un temp propri de lümagh! Buona Pasqua!

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L’altare maggiore della chiesa parrocchiale di Castello (archivio Aloisio Bonfanti).


CHIESA DEI SANTI GERVASO E PROTASO

È significativo quanto rileva lo storico dell’arte Oleg Zastrow, a proposito della chiesa dei Santi Gervaso e Protaso, nelle pagine di Una chiesa tra lago e montagne: «L’antico tempio dei Santi Gervaso e Protaso non subì peraltro la sorte di altre chiese, dopo la perdita della dignità plebana: non rimase cioè congelato nelle sue forme più antiche. Gli atti delle visite pastorali post tridentine descrivono l’edificio ripartito in tre navate, con altrettanti altari alle estremità orientali. Il settore presbiteriale venne rimaneggiato alla fine del secolo XVI e l’altare maggiore fu riconsacrato, per delega da parte della curia ambrosiana, dal vescovo di Como Filippo Archinti nel 1600. In quegli anni, accanto al presbiterio di forma quadrilatera, erano presenti due cappelle dedicate alla Vergine e al Battista». I documenti attestano che all’inizio del Seicento esisteva ancora, fuori dalla chiesa, l’edificio battesimale plebano: a pianta quadrata e coperto da volta in muratura lo si vede riprodotto schematicamente in un disegno risalente all’anno 1608; il tempietto venne demolito nell’avanzato secolo XVII. Oleg Zastrow, che dedica queste righe alla chiesa di Castello nel capitolo Le chiese madri da Urbano II a Giovanni Paolo II del citato volume, così conclude: «La chiesa si presenta oggi in una veste tardo barocca, con un portale settecentesco in pietra e la facciata d’ingresso rimaneggiata nella prima metà del secolo XX. Recenti interventi di restauro, all’interno del tempio, hanno rimesso in luce tracce della chiesa medievale: una monofora nel presbiterio, avanzi di fondazioni e di

colonne nella navata, con un lacerto di affresco tardogotico. Sono inoltre da segnalare l’altare marmoreo del secolo XVIII e un notevole gruppo statuario barocco, raffigurante la drammatica figura di Gesù crocifisso affiancato dalle immagini di Maria e Giovanni dolenti». Entriamo ora più nel dettaglio, servendoci di una pubblicazione dal titolo Chiesa dei Santi Martiri Gervaso e Protaso realizzata nel 2002 dalla parrocchia di Castello con questa significativa premessa: «Questa pubblicazione è stata realizzata per tutti coloro i cui piedi si fermano alle porte della nostra chiesa: chi per le celebrazioni liturgiche, chi per trovare pace e consolazione nel silenzio e nella preghiera, chi per visitare un luogo di fede, arte e cultura… Conoscere il luogo in cui si trova e la sua storia è il primo passo per gustare quanto le pietre, gli affreschi, gli oggetti sacri raccontano e scoprire con gioia e stupore come, nei secoli, Dio ha posto la sua dimora in mezzo a noi». Che è, in buona sostanza, quanto premesso al primo volume di questa serie, e cioè che dall’edificio di pietra il pensiero è portato alla costruzione spirituale, ai prodigi di grazia e santità di cui le pareti della chiesa sono il simbolo e, in certo modo, lo strumento. Le paginette di quella pubblicazione saranno integrate, dove necessario, con altre annotazioni e arricchite dai riferimenti alla chiesa parrocchiale di Castello in Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento (capitolo di Itinerari lecchesi. Ambiente, arte e storia) di Giovanna Virgilio.

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Ed è proprio quest’ultima ad aggiungere, a quanto fin qui accennato, che la facciata della parrocchiale dei Santi Martiri Gervaso e Protaso, coronata da una balaustrata interrotta dalla cimasa sagomata, si erge in piazza Dell’Oro su uno spazio che, tuttavia, non permette di coglierne l’intero aspetto con un solo sguardo. Essa, pur conservando il bel portale settecentesco in pietra, è il risultato di un intervento novecentesco con il quale si conclusero i restauri avviati nel secolo precedente. L’edificio, già esistente nel XIII secolo, detenne il titolo di capopieve fino al 1584 quando, per iniziativa del cardinale Carlo Borromeo, la sede plebana fu trasportata nella chiesa di San Nicolò. Il prelato, nella relazione della visita pastorale compiuta l’anno precedente, ne rilevò la struttura a tre navate con due cappelle laterali, sostanzialmente conservata nonostante le successive ristrutturazioni. Nel 1603 il cardinale Cipolla precisò che in capo alla navata sinistra era ubicata la cappella dedicata a San Giovanni e, in capo alla navata destra, si trovava la cappella della Madonna, decorata con pitture riguardanti la Vita della Vergine. Sulla facciata della chiesa si aprivano due porte, in corrispondenza della navata centrale e di quella meridionale. Nella seconda metà del XVII secolo la cappella sinistra mutò l’intitolazione assumendo la dedicazione alla Passione di Gesù, la cui devozione va presumibilmente messa in rapporto anche con l’attività della confraternita del Rosario, fondata nel 1640. Importanti ristrutturazioni effettuate nella prima metà del Settecento vennero registrate nella relazione della visita pastorale del cardinale Pozzobonelli del 1745. Esse furono accompagnate dal rinnovamento dell’apparato decorativo, senza peraltro cancellare del tutto le testimonianze preesistenti, che ancor oggi si possono ammirare all’interno della chiesa. Tra queste la più antica è rappresentata dal la-

certo di affresco presumibilmente quattrocentesco raffigurante una figura maschile aureolata a mani giunte (forse riconducibile al Battesimo di Cristo) emerso sulla colonna incassata nel primo pilastro della navata sinistra. L’ANTICHISSIMA FONDAZIONE Anche se le fondamenta rinvenute durante il restauro del 1986 vengono fatte risalire al X secolo, i primi documenti riguardanti la chiesa di Castello datano alla fine del Duecento: in un manoscritto conservato nell’Archivio del Duomo di Milano si ha infatti la prima notizia dell’esistenza dell’edificio («Leuce ecclesia sancti Protaxii»). Altrove il documento ricorda che vi erano due altari dedicati all’evangelista Giovanni e al Santo Martire Nazaro. La chiesa di Castello era sede prepositurale, come si afferma in una lettera di Papa Benedetto XII che nel 1337 nominava prevosto di San Gervaso e Protaso in Lecco prete Giacomo Bertaroni, in luogo del defunto Giovanni Brusaneve di Lecco. Nel 1398 la chiesa prepositurale di Castello aveva otto canonici (Notitia cleri mediolanensis). Dalla visita compiuta nel 1455 dall’arcivescovo Gabriele Sforza si desume l’abbandono in cui versava la chiesa: essa viene detta «mal fabbricata» e addirittura non vi si teneva l’eucaristia. Non c’era nemmeno la campana poiché era stata portata nel borgo di Lecco per la chiesa di San Nicolò. Ormai quasi abbandonata e di fatto privata della presenza del capitolo, la chiesa di Castello vede nella seconda metà del ’400 una certa ripresa, tanto da richiedere una riconsacrazione che una nota di messale tramandava al 24 agosto del 1480. Nonostante alcune questioni con i canonici di Lecco, i prevosti continuarono a risiedere a Castello fino almeno al 1505, quando la vecchia prepositurale corse il rischio di essere aggregata al Monastero di Santa Maria Maddale-

La facciata della chiesa parrocchiale nella sua veste tardo barocca.

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na, costruito da pochi decenni fuori dalle mura di Lecco. Nel 1514 viene nominato cappellano il canonico Stefano Gazzari: in seguito a ciò la chiesa subì evidentemente un qualche ripristino che la riscattasse dall’abbandono denunciato già nel 1455. I lavori interessarono probabilmente la zona presbiteriale con gli altari e le cappelle, forse con qualche intervento decorativo come le tracce visibili sui pilastri. Ma nel 1550 il delegato arcivescovile Falcone Caccia di Castiglione trovò la chiesa di Castello ancora in abbandono dovuto in parte alle guerre del Medeghino, zio di San Carlo. Quest’ultimo visitò la chiesa nel 1566: la trovò senza Eucaristia, ma il prevosto aveva fatto restaurare l’altare della Madonna e alzato la sacrestia. I restauri proseguirono: nel 1569 infatti il visitatore delegato Cermenati rilevò che prevosto e popolazione avevano soffittato la navata centrale, mentre la navata sinistra, terminante nella cappella di San Giovanni, era in corso di restauro per riparare il muro e la copertura in legno. Sempre da questa visita apprendiamo del nuovo fonte battesimale, della porta centrale e di una porta laterale. Sappiamo anche che lungo la parete a nord scorreva la Fiumicella. In vista della consacrazione del nuovo altare maggiore avvenuta il 19 giugno del 1600, festa dei Santi Martiri Gervaso e Protaso, vennero intrapresi importanti lavori di sistemazione e consolidamento del sacro edificio, nonché di abbellimento del suo sobrio interno. Molta cura fu a tal proposito riservata alla scelta dei nuovi arredi, fra i quali va senz’altro segnalato un organo con ante riccamente dipinte, collocato su di una balconata sospesa alla parete destra del presbiterio. Seppur molti dei suoi ambienti (come l’altare maggiore o la sacrestia) furono in tale occasione completamente ricostruiti, la chiesa conservò tuttavia gran parte dell’antico impianto romanico. La parrocchiale di Castello era circondata da una vasta piazza (in parte occupata dal vecchio cimitero) leggermente più piccola rispetto

a quella attuale. Nell’aprile del 1601 i nobili Arrigoni cedettero generosamente una buona fetta della loro proprietà per permettere la costruzione di una cappella esterna alla chiesa in cui collocare il battistero (prima situato all’interno della parrocchiale). Nel contempo, il fiorire dell’economia ed il conseguente aumento della popolazione di Castello avevano reso più impellente l’esigenza di una chiesa più spaziosa ed accogliente; a partire dal 1614 fu pertanto avviata una nuova campagna di lavori per ingrandire e riformare radicalmente l’edificio che proprio in tale occasione perse la quasi totalità della sopravvissuta struttura romanica. Nel 1614 l’Arrigoni demolisce due casette contigue alla chiesa e lascia una piazzetta delimitata da sbarre; è possibile appoggiare la nuova facciata alla sua proprietà ma senza un nuovo battistero. Nella visita pastorale del 1615 si accenna: «Gli uomini che già da tempo hanno iniziato la fabbrica della chiesa, cerchino di terminarla velocemente, seguendo la delineazione altra volta presentata e approvata. Si demolisca del tutto la casupola del sig. GianAndrea e fratelli Arrigoni, lasciando soltanto il luogo tra la cappella del Battistero e il nuovo fronte da costruire, nel quale luogo si apra all’esterno una porta per custodire il feretro». Nel 1654 risulta eseguito lo spurgo dei sepolcri interni alla chiesa. Le ossa vengono poste in un ossario, una cappelletta ancora esistente nel 1840, a ridosso del campanile nel luogo dove c’era il cimitero. Ai primi anni del 1700 risale invece la bella ed armoniosa facciata barocca (appesantita e snaturata da incongrue sovrastrutture risalenti al 1926) ingentilita e movimentata da un fantasioso e pregevole portale in granito progettato nel 1704 dall’ing. Ruggeri. La visita del cardinale Pozzobonelli, nel 1746, dà notizie sulla chiesa ricostruita: spaziosa, con facciata elegantemente restaurata all’inizio del secolo, particolarmente nelle tre porte di facciata e in quella laterale sulla parete meridionale. Alla eleganza del tempio, sottolineata negli atti del-

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Il ritrovamento del frammento di affresco medioevale su una colonna avvenuto nel 1984; nelle pagine seguenti, la chiesa parrocchiale prima del 1935.

la visita, non corrispondeva il pavimento irregolare. Il pavimento risulta realizzato nel 1756 in quadretti di pietra di Moltrasio. Pure il Bovara mise mano alla chiesa: tra il 1814 ed il 1816 ne restaurò il campanile, già sottoposto nel 1792 ad alcuni lavori di consolidamento della sua struttura. Negli anni settanta del XIX secolo la chiesa fu nuovamente oggetto di consistenti ed importanti interventi di manutenzione straordinaria che conferirono ai suoi spazi interni un aspetto molto vicino a quello dei nostri giorni. Significativa data da ricordare della storia della parrocchiale è il 1951: in tale anno si edificò infatti l’attuale spaziosa sacrestia che andò a sostituire quella vecchia, ora adibita a penitenzieria. Gli ambienti interni della chiesa di Castello sono stati da poco completamente ristruttura-

ti: al 1986 risale il rifacimento di intonaci, stucchi e decorazioni. LA VISITA ALLA CHIESA Entrando dal portale centrale, la chiesa, nelle giornate di sole, si mostra nella sua luminosità: le tinte chiare delle pareti e delle volte e le decorazioni dorate degli archi e dei cornicioni alleggeriscono la struttura massiccia degli squadrati pilastri in finto marmo. Come il cammino spirituale del cristiano comincia con il battesimo, anche al visitatore conviene subito portarsi nella navata sinistra, dove si può ammirare lo splendido fonte battesimale con ciborio ligneo, sormontato da un affresco del 1911 del Tagliaferri rappresentante il battesimo di Gesù. Alla sua sinistra, sulla parete di fondo è appesa la pietra con l’iscrizione che ricorda la consacrazione dell’altare maggiore avvenuta

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nel 1600; a destra è invece posto il seicentesco dipinto della Pietà. Di fronte ad esso, ai piedi della seconda colonna, uno scavo ha riportato alla luce le antiche fondamenta della chiesa. All’altezza del transetto, si apre a sinistra, verso la sacrestia, l’altare del Crocifisso con la preziosa e celebre scultura di Gesù in croce con la Madre e San Giovanni ai suoi piedi; sopra l’ingresso dell’altare, una lunetta raffigura la drammatica scena dell’orto degli Ulivi. In fondo alla navata sinistra è l’altare della Beata Vergine del Rosario. Prima di spostarsi al centro del transetto, occorre soffermarsi davanti all’affresco rinvenuto sulla terza colonna della navata: è visibile una scena del battesimo di Gesù. Il centro della chiesa è punto di visuale importante per diverse opere: innanzitutto l’altare che prende luce dal rosone di geometrie policrome; sulla parete di destra dell’abside rettangolare sono visibili i resti della struttura del precedente edificio; gli affreschi ai lati dell’altare rappresentano il primato di Pietro e una predicazione di Gesù; sulla volta decorata si trovano medaglioni di santi. Dalla navata centrale si possono poi scorgere le due lunette sopra gli altari laterali che rappresentano episodi legati ai Santi Gervaso e Protaso, patroni della chiesa: a destra, sopra l’altare di San Giuseppe, il loro martirio, a sinistra, sopra l’altare della Madonna, il ritrovamento dei loro corpi da parte di Sant’Ambrogio. Alzando lo sguardo si può ammirare la crociera con i quattro evangelisti e lo Spirito Santo; tra le decorazioni appare una Madonna in gloria. La parete d’ingresso è riempita dalla monumentalità del portale con l’organo. Avviamoci all’uscita della chiesa percorrendo la navata destra che ospita, oltre alla statua dell’altare di San Giuseppe, la statua del Sacro Cuore, un dipinto con la morte di San Giuseppe e, nell’armadio a muro in fondo alla chiesa, lo stendardo della Confraternita.

no giudicato quello vecchio oramai poco consono e non adatto al rito del Battesimo. Priore della Fabbriceria era il nobile notaio Giovanni Maria Arrigoni: egli, oltre a cedere il terreno necessario, non esitò ad accollarsi il costo del nuovo Battistero. Nel marzo del 1656 commissionò a mastro Santino Borlengo da Regoledo sopra Bellano la cancellata per la nuova cappella, ed incaricò nel contempo mastro Giulio Tencalla di scolpire nel lucido e corposo marmo nero di Varenna i gradini di accesso e la vasca del Sacro Fonte. Poiché al nuovo fonte mancava un degno e comodo ciborio (o cupola) che, oltre ad essere funzionale al rito del Battesimo, arricchisse materialmente ed artisticamente la chiesa, nel dicembre dello stesso anno la Fabbriceria commissionò l’opera a mastro Giovanni Paolo Lucino intagliatore di Mandello, che già nel 1649 era stato incaricato di scolpire una grande ancona con i Misteri del Rosario, purtroppo perduta. Lo splendido ciborio ligneo fu terminato entro l’aprile del 1658; le cerniere in ferro, la serratura e la chiave (forgiate da mastro Santino Borlengo) arrivarono però con alcuni mesi di ritardo, cosicchè il tutto potè essere montato sul Sacro Fonte solo entro la fine di quello stesso anno. Anche Giovanna Virgilio segnala, nella cappella semicircolare, sulla sinistra, il bellissimo ciborio in legno intagliato del fonte battesimale donato da Giovanni Maria Arrigoni nel 1658. Il recente riordinamento dell’archivio parrocchiale ha permesso di ricondurre il manufatto alla fiorente bottega dei Lucino di Cagno, già operosi nella cattedrale comasca ed ampiamente attivi per le chiese della pieve di Mandello. La Pietà con i Santi. La tela è opera del 1619 come attesta l’iscrizione del piccolo cippo sul quale è appoggiato il piede del putto a sinistra. Si tratta di una copia dell’opera che Annibale Carracci eseguì tra il 1602 e il 1607 per la Cappella Mattei in San Francesco a Ripa, a Roma, attualmente conservata al Louvre. Lo schema compositivo è asimmetrico: la li-

Il fonte battesimale. Nel febbraio del 1654 la Fabbriceria decise la costruzione del nuovo Battistero: le autorità ecclesiastiche aveva-

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nea condotta dal capo di San Francesco lungo il corpo di Cristo si incontra con quella ascendente che va dalla testa del Cristo a quella della Madonna e di Santa Maria Maddalena. Rispetto all’opera originale, questa copia presenta interessanti variazioni. Il gruppo dolente è più importante nello spazio della tela, il cielo è ridotto, più cupo e sospinto verso l’alto dall’orizzonte. Il paesaggio perde la sua originale profondità. La variazione cromatica, non più modulata dal chiarore del cielo, appare semplice e di tonalità più fredda; i contorni si fanno più decisi e i toni più contrastanti; si accentua la drammaticità delle espressioni delle figure, in particolare i putti che partecipano al dolore con visibili lacrime. Il corpo del Cristo appare illuminato da una luce non naturale che concentra l’attenzione sul dramma. Interessante è notare che la veste della Madonna, qui rosa, è azzurra nell’originale del Carracci. Un elemento aggiunto è il cippo, che reca l’iscrizione ROTA IACOMO ET AMBROSIO FRATELLI DONORNO MDCXIX. «Interessante dipinto» definisce Giovanna Virgilio questo Compianto su Cristo morto, San Francesco d’Assisi e Santa Maria Maddalena donato dai fratelli Rota nel 1619. Esso rappresenta una copia del dipinto di soggetto analogo (attualmente al Louvre di Parigi) realizzato da Annibale Carracci per una chiesa di Roma, con la quale i committenti intrattenevano rapporti. Il modello, noto attraverso la diffusione di stampe, è tradotto nel quadro di Castello con un linguaggio stilistico che mostra suggestioni del tardo manierismo milanese.

La processione, che fu «preceduta da quantità grande di Popolo e accompagnata da tre Confraternite e da dieciotto giovani vestiti pomposamente da Angeli» fu animata da «una piramide maravigliosa intrecciata di fochi artificiali con moti allusivi a Misteri del Rosario». La statua, impreziosita da due corone in argento, venne originariamente collocata nell’odierna cappella di San Giuseppe, dove già si trovavano una piccola statua della Madonna ed un’ancona con i misteri del rosario intagliata nel 1649 da Gio. Paolo Lucino. Nei primi decenni del Novecento l’altare della Madonna fu spostato nella sua sede attuale insieme alla bella struttura con i quindici tableaux in vetro colorato rappresentanti i misteri del rosario. Giovanna Virgilio precisa che nel 1913 la statua settecentesca in legno intagliato e dorato della Madonna del Rosario, originariamente collocata in capo alla navata destra, fu spostata nella cappella sinistra, in un altare realizzato per l’occasione dalla ditta Carlo Cavallotti di Milano. La cappella destra, che ricevette l’attuale dedicazione a San Giuseppe, fu invece ornata con una statua recente del Santo titolare. In quegli stessi anni Luigi Tagliaferri dipinse il Battesimo di Gesù sulle pareti della cappella del battistero e i pittori Davide Beghè ed Edoardo Fumagalli eseguirono altri dipinti murali rispettivamente nel presbiterio e nella navata. L’altare maggiore. Dagli Itinerari di Giovanna Virgilio apprendiamo che «il presbiterio rettangolare conserva le balaustre settecentesche e il maestoso altare marmoreo a tempietto datato 1760 eseguito dalla bottega dei Buzzi, ai lati del quale sono collocate due statue coeve raffiguranti San Gervaso e San Protaso» e che «sulle pareti del presbiterio i dipinti murali con il Discorso della Montagna, a sinistra, e con la Consegna delle chiavi a San Pietro, a destra, furono eseguiti nell’ultimo quarto dell’Ottocento da Giuseppe Carsana che, tra l’altro, ripropose la medesima interpretazione del te-

La statua della Vergine. Il 6 agosto del 1702 fu organizzata la processione per la collocazione in chiesa della dorata nova statua grande della Beata Vergine del Rosario, commissionata e donata alla Comunità per generosa volontà dei fratelli Carl’Antonio e Gio. Evangelista Ciresa. Durante la solennità «furono tapezate le muraglie, e le case con quadri e tapeti e con tende sopra... la strada contigua alla Chiesa Parrocchiale pareva un regio teatro».

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ma riguardante San Pietro nelle chiese parrocchiali di Primaluna e di Alzate Brianza». La pubblicazione della parrocchia aggiunge che durante la Congregazione dell’8 settembre 1758 si discusse e si approvò la proposta di far costruire «un nuovo Tabernacolo di marmo» per la cappella maggiore, commissionato alla bottega Buzzi di Viggiù. A sostegno dell’oneroso progetto intervennero con le loro offerte straordinarie numerosi benefattori, fra cui «l’Ill.mo Sig. Dottore Alessandro Manzoni del Caleotto» (nonno dello scrittore Alessandro); quest’ultimo offre la somma più elevata, ben 300 lire. Al marzo 1759 risale invece il pagamento della prima rata dell’opera, anche se prima di «montarla» si rese necessario predisporre le fondamenta e rifare il pavimento della cappella, lavori questi che si protrassero fino al dicembre dello stesso anno. Finalmente, nei primi mesi del 1760 fu collocato nella sua sede definitiva il gruppo marmoreo dell’altare maggiore; esso destò subito meraviglia ed ammirazione, al punto che addirittura si decise all’unanimità di far otturare due finestre a mezzaluna «laterali al finestrone del Coro» poiché il chiarore che esse emanavano comprometteva «la bellezza del nuovo Tabernacolo». Ai lati dell’altare si trovano due grandi affreschi del pittore Carsana risalenti alla seconda metà dell’Ottocento e rappresentanti l’uno il primato di Pietro (a destra), l’altro una predicazione di Gesù (a sinistra).

L’attuale cassone è in legno di pino, ideale per la risonanza armonica; trabeazione, colonne e fastigio sono decorati con un ricco ornato ligneo intagliato, raffigurante strumenti musicali (flauti, cornamuse, lire, archi, flauti di Pan), fiorame e frutti (mele, pere, uva, melograni, noci). Una nota sugli organi più antichi: alla fine del XVI secolo ve ne era uno posto a destra dell’altare (sospeso su di una balconata) soppiantato intorno al 1642 da un altro voluto e commissionato dalla Confraternita del Santo Rosario, in seguito più volte modificato; vi misero mano tra gli altri il celebre maestro Gian Michele Locstehett, nel 1727, ed il celebre organaro Alessio Amati che nel 1770 riformò ed ampliò tutto lo strumento. Giovanna Virgilio si limita invece ad osservare che tra gli arredi della chiesa parrocchiale di Castello «si segnalano la cassa e la cantoria dell’organo di Vittore Ermolli che nel 1899 venne addossato alla controfacciata». Lo stendardo della Confraternita. Il bello stendardo appartiene da sempre alla chiesa parrocchiale, ma fu voluto e in gran parte pagato dalla Confraternita del Santissimo Sacramento e della Carità Cristiana. Il contratto di fabbricazione fu stipulato il 30 ottobre 1842: parroco, fabbricieri e priore incaricarono la fabbrica di ricami di Eugenio Martini di Milano della «costruzione di uno stendardo nuovo a due facciate». Un precedente disegno dell’ing. Gazzari fu accantonato per il «disegno compilato dall’egregio professore d’ornato dell’Accademia di Belle Arti in Milano sig. Domenico Moglia: ad un lato rappresenterà il SS.mo Sacramento secondo il rito ambrosiano con li Santi Martiri Protaso e Gervaso in adorazione al Sacramento stesso, ed ai quattro angoli medaglie circolari con li Evangelisti, ed all’altro lato la Beata Vergine del Santo Rosario coi Santi Carlo e

L’organo. Nella veste odierna l’organo fu realizzato nel 1899 dal varesino Vittore Ermolli. Egli riutilizzò le parti più pregevoli (ad esempio gran parte delle canne) di quello precedente, costruito nel 1844 da Adeodato Bossi. Nulla resta invece dello strumento commissionato nel 1821 a Damiano Damiani, la cui struttura esterna, intagliata da Giacomo Mattarelli, era stata disegnata dall’ing. Giuseppe Bovara.

Una storica immagine della chiesa e della piazza (collezione Valentino Frigerio) e il cantiere per il restauro della facciata nel 1954.

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Domenico parimenti in adorazione della Vergine medesima». «Le carnagioni delle immagini saranno dipinte dal sig. Luigi Meraviglia, ed i vestiarj saranno dal sig. Martini ricamati in seta a velatura a più colori graduati ed ombreggiati». Il contratto prevedeva che lo stendardo venisse «sottoposto al giudizio della commissione di Belle Arti a Brera in Milano all’occasione che si fanno le esposizioni pei premj, e quando l’opera non venghi applaudita ed encomiata da quella Commissione si potrà rifiutare dalla parte ordinante...». Come si legge sul lato che rappresenta il SS. Sacramento lo stendardo fu premiato nel 1844 ed esposto la prima volta per la Pentecoste di quell’anno.

riformato e «servo inutile di Nostro Signore», che dedicò parecchi anni della sua vita a modellare il Corpo straziato del Salvatore e segnarlo delle piaghe della Divina Passione. «Il Crocefisso, con meravigliosa fattura lavorato e di straordinaria grandezza, è totalmente piagato che a riguardarlo cagiona pietà et devotione et pentimenti de’ peccati commessi. A piedi della Croce sonvi due Statue: una della Vergine Madre et l’altra di Santo Giovanni Evangelista. Ai piedi et alle mani del Cristo sonvi due Angeli che ricevono il sangue che scaturisce dalle piaghe del Signore». Così la cronaca del tempo. Alla quale Arsenio Mastalli aggiunge: il Crocifisso è di stile barocco, pesante. Nessun documento ci dice quale materia abbia scelto l’umile artista, figlio di San Francesco, per scolpire il Redentore morente. In antico si è persino detto che il Crocefisso di Castello fosse composto da mollica di pane miscelata con succo d’aloe, resine e colle speciali, di cui solo «qualcuno» conosceva il segreto. Il Crocefisso rimase nella Sancta Santorum del Convento per 151 anni e cioè sino al 1805. Al Crocifisso, che Arsenio Mastalli definisce «Santo», dedica una paginetta anche la pubblicazione della parrocchia. La cappella del Crocifisso ospita una straordinaria composizione d’epoca barocca raffigurante Nostro Signore inchiodato sul legno della Passione con ai piedi Maria e San Giovanni che, dolorosamente, piangono di fronte alla straziante scena. Quest’opera lignea era originariamente collocata nel Convento di San Giacomo dei Padri Zoccolanti, edificato nel 1530 nell’odierna via Mentana. Nel 1626, il convento fu ingrandito e arricchito di opere, tra cui il gruppo della Crocifissione. A scolpirlo magistralmente fu, nel 1654, Padre Giovanni Calabrese, come attesta inequivocabilmente la scritta ai piedi della Croce. L’opera lignea comprendeva anche quattro angeli che raccoglievano in vasi il sangue sgorgante dai piedi e dalle mani del Signore. La grande ed imponente scultura venne subito esposta nel Sancta Sanctorum, dove rimase custodita fino alla soppressione napoleonica

La statua del Crocifisso. Si può ammirare nella cappella antistante alla sacrestia il gruppo scultoreo barocco, proveniente dalla distrutta chiesa lecchese di San Giacomo, che rappresenta il Crocifisso in legno e cartapesta, eseguito nel 1654 da padre Giovanni da Reggio Calabria, affiancato dalla Madonna e da San Giovanni evangelista forse riconducibili a Diego Giurati da Careri, noto per aver eseguito le statue con la Madonna sorretta da Angeli, la Maddalena e San Giovanni evangelista appartenenti alle suore dell’Ospedale Valduce di Como. Questa la segnalazione di Giovanna Virgilio alla quale la pubblicazione della parrocchia aggiunge altri particolari. Prima di passare ai quali è doveroso menzionare l’ampio, documentatissimo studio di Arsenio Mastelli su Il convento degli Zoccolanti e il Crocifisso di Castello su Lecco contenuto nel primo volume delle Memorie Storiche della Diocesi di Milano. Rimandando gli interessati alla completa lettura di quello studio, ci limitiamo a citarne le seguenti poche righe. I documenti compulsati ci assicurano che nel 1654, essendo Guardiano del Convento Padre Desiderio da Malgrate, si pose in una Cappella fabbricata di nuovo nella Chiesa dei Frati, il Crocefisso di Padre Giovanni, calabrese,

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del convento nel 1805. Il Crocifisso venne ceduto alla parrocchia di Castello e posto in una nuova cappella allestita nel 1898 per ospitare la sacra immagine. Nel 1930 il Crocifisso venne condotto in processione per le vie di Castello prima di essere sistemato definitivamente nella cappella attuale. Al solenne, fastoso ed affollatissimo evento partecipò il Cardinale Ildefonso Schuster. Di questa processione è stato cronista Uberto Pozzoli che ci ha lasciato un’altra delle sue ineguagliabili pagine, dove è ricordato anche monsignor Luigi Moneta, nato a Castello nel 1886 (una lapide lo ricorda sulla casa natale) e direttore dell’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone dal 1919 sino alla morte, nel 1955.

ti, anche se si trattava del santo di casa - poiché quel convento «era di molta gelosia» alla fortezza, nel 1529 lo fece «spiantare e gettare a terra», dando poi un’offerta perché con le limosine di molti «benefattori lechaschi» lo si ricostruisse dove vedemmo. Il nuovo convento fu dapprima, e per poco tempo, abitato dai padri dell’Osservanza; poi passò ai Riformati, i quali continuarono ad aver giurisdizione sulla chiesetta di San Giacomo in Prato, sorta sulle rovine dell’antico convento, e a litigare ad ogni buona occasione coi Cappuccini di Pescarenico, per via della cerca, e coi parroci del Territorio per via della cera dei funerali. Dopo duecentosettantacinque anni di vita, il convento fu soppresso nel 1805, e, a quanto sembra, furono posti all’asta, tra l’altro, l’ancona della Madonna e il grande Crocifisso di padre Giovanni con le statue della Vergine e di San Giovanni che gli stavano a lato, e con gli angioli che «all’altezza delle mani e dei piedi del Crocifisso Signore con vasi ricevevano il sangue che in gran parte scorreva dall’apertura fatta da chiodi»; la Madonna, con le raffigurazioni in cera «di sette dei quindici sacri misteri» toccò alla chiesa di Pescarenico; il Crocifisso venne invece assegnato alla parrocchiale di Castello. A voler aiutare un po’ la tradizione si può pensare che nel 1805, allorchè - come risulta da un «mandato» esistente - quei di Castello acquistarono alcuni oggetti del soppresso convento, vi abbiano proprio allora compreso il Crocifisso, magari su giudizio del padre di Alessandro Manzoni, a quel tempo primo deputato della chiesa, il quale voleva tanto bene ai frati di San Giacomo da disporre per la sua sepoltura nel loro convento. Nel qual desiderio non poté, com’è noto, essere accontentato, a motivo, appunto, della soppressione ordinata da quei demoni di francesi sentito il parere dei colleghi nostrani.

LA GRANDIOSA MANIFESTAZIONE DI CASTELLO Chi sa se padre Giovanni, calabrese, «servo inutile di Nostro Signore», trecent’anni fa, mentre cercava giù in fondo all’anima sua tutti i sensi di fede e di pietà per modellare il corpo straziato del Crocifisso e segnarlo delle piaghe della divina passione, pensò che l’opera sua si sarebbe levata sur una folla immensa, in una notte piena di luci e di stelle, a chiedere, a dare la pace? Certo il frate lavorò allora in dolorosa umiltà per il suo convento, per la cappella che padre Desiderio da Malgrate, guardiano, aveva «di novo fabbricato nel Sancta Sanctorum»; e non sognò nemmeno che il suo Crocifisso avrebbe ripetuto nei secoli a tutto un popolo l’amoroso invito del Golgota. Il convento di padre Giovanni era quello di San Giacomo di Castello, fabbricato nel 1530 «in sito riguardevole, nel mezzo del Territorio, in aria assai salubre, e di grandissimo concorso», e abitato dai frati Zoccolanti o della Riforma, che qui la gente chiamava del «cavigiolo». Il convento era prima più in basso, verso il lago, tra il ponte grande e la porta maggiore della fortezza, ed era stato costruito nel 1474 e dedicato fin d’allora a San Giacomo. Il Medeghino - che poneva mente assai più volentieri alle esigenze belliche che alla divozione dei san-

❊❊❊ Viva devozione s’accese a Castello e in tutto il territorio per il Crocifisso di frate Giovanni. I libri della Fabbrica della chiesa parrocchiale

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ci dicono come, fin dai primi anni, fossero frequenti le elemosine e le donazioni per la costruzione di una cappella che degnamente lo accogliesse. La cappella fu costruita quasi subito; molto più tardi venne ampliata e decorata dal parroco Pozzi, il quale provvide anche a dare alle stampe una piccola storia del Crocifisso. Nel 1895 il simulacro venne portato per le vie del paese, con una manifestazione imponente alla quale partecipò anche la popolazione del Territorio. Poi, morto il parroco Pozzi… Non si può dire che l’attuale parroco di Castello, dottor don Giovanni Sala, manchi di coraggio. Venuto in parrocchia in un giorno di cattivo tempo, anzi di tempesta, attese al sereno pensando alla sua chiesa, che, dopo tutto, come ben dice la lapide della facciata, ebbe anche l’onore di ospitare, per circa tre secoli, il Prevosto e il Capitolo, e di dare per tutto quel tempo il suo nome «Santi Gervaso e Protaso» al titolo della prevostura di Lecco. Nel 1926 don Sala restaurò l’altar maggiore. Poi s’attaccò alle campane, e chiamò a raccolta fiori di quattrini per un nuovo concerto delle medesime, che in breve poté essere benedetto dal Cardinale Tosi. Pensò quindi alla decorazione dell’interno della chiesa; più tardi alla nuova facciata; e più tardi ancora alla Via Crucis, dipinta ad olio su tavole di legno dal pittore Fumagalli, castellano di Castello. Mancava una mano per la cappella del Crocifisso, e il parroco ne diede addirittura due. Esisteva un vecchio e piccolo progetto in legno per una nuova cappella, ché il Crocifisso era stato tolto dalla primitiva: si trattava di ingrandirlo a sufficienza e di farlo diventare di pietra degna di sorreggere e custodire l’opera dell’antico devoto artista. Un semplice aumento di dimensioni con relativo cambio di materia: una sciocchezza, come si vede. I lavori cominciarono tosto, e contemporaneamente il parroco iniziò la raccolta delle offerte; che vennero come fossero state fino allora in attesa di una voce che

le chiamasse. Lo scultore Ghislandi di Bergamo e il pittore Fumagalli pensavano a tradurre man mano in pietra, in legno e in colori i soldi che affluivano. Intanto un comitato provvedeva ad organizzare la festa che avrebbe coronato l’opera compiuta. Ma non bastava ancora. Di fronte alla cappella del Crocifisso, dall’altro lato dell’altare maggiore, c’era il vano di un arco che attendeva qualcosa: perché non adattarci una cappellina del Sacro Cuore? Bastò l’idea: la cappellina venne costruita, ed ora è anche pagata; poiché l’altro ieri la Ferriera del Caleotto ha mandato al parroco un fascicoletto di carta monetata, che è proprio quel che ci voleva. Totale? La gente dice trecentomila lire in quattro anni, e certo non esagera; il parroco di Castello s’accontenta di far le lodi della Divina Provvidenza. ❊❊❊ Lunedì, al tramonto, dopo che il Cardinale Arcivescovo - ricevuto al confine della parrocchia dal clero e dalla notabilità del rione (c’erano il commendator G. B. Sala, il comm. ing. G. R. Badoni, il cav. uff. Enrico Bonaiti e molti altri) - ebbe salutato il popolo e compiute le prime funzioni della visita pastorale, vennero ripresi con gran fervore i preparativi per la processione della sera. Ogni strada gioiva nella festività degli addobbi: oro, bianco, giallo, tricolore e verde dappertutto. Su ogni casa s’andavano accendendo le luci che a notte alta avrebbero composto una luminaria bella come una canzone restata nell’aria dopo il canto di tutto un popolo. Scese le tenebre, l’inno eruppe su da ogni strada: dalle più lontane frazioni della parrocchia e dal corso Umberto, tutto una catena di fiammelle; dal piccolo campanile di San Carlo e dalle terre della parrocchiale, legata alle linee della facciata da un elegante disegno luminoso. Un numero: diecimila lampadine. Alle 20 la processione si muove dalla piaz-

Il Crocifisso, opera seicentesca di padre Giovanni da Reggio Calabria.

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za della chiesa. Tutto il rione è affollato in modo pauroso. Gli incaricati del servizio d’ordine, al comando del commissario di P.S. dott. Mazzone e del tenente Spadafora, devono faticare non poco per aprire nella folla compatta il solco nel quale la processione dovrà sfilare. Si calcolano oltre quindicimila persone (e sono certamente di più) distese su due ali fitte per la lunghezza di tre chilometri; in qualche punto d’incrocio le strade laterali brulicano di teste. Alla sfilata partecipano l’oratorio maschile di Lecco, le Confraternite delle parrocchie della città, i chierici missionari in villeggiatura al Collegio Volta e tutte le associazioni religiose di Castello, tre corpi musicali sono distribuiti nel corteo. Quando passa il Crocifisso, portato a spalle da otto uomini, un mormorio si leva dalla folla, che s’inginocchia. Precede un folto gruppo di cento uomini di Castello, i quali si sono offerti per l’ufficio di portatori. Gli ordinatori della processione l’hanno improntata a una grande serietà, risolvendo in modo veramente encomiabile il problema del faticoso cambio dei portatori. Una breve sosta, un legger batter di mani, un lieve oscillar della pesante croce, e il procedere del corteo riprende senza che una voce si levi - come purtroppo è frequente nelle funzioni all’aperto - a rompere il silenzio solenne o il sussurrar della preghiera. Tra i portatori e la croce, la gente indica i sacerdoti oriundi di Castello: mons. Moneta, i parroci Alborghetti e Crippa, e poi don Corno e don Tonolli. Sono presenti anche alcuni parroci della pieve, il curato di Osnago, don Emilio Figini; e don Tagliabue di Rancate, che ha tenuto le prediche di preparazione. Dietro il Crocifisso Sua Eminenza prega fervorosamente: gli sono accanto il parroco di Castello e quello di Olate; segue il gruppo delle autorità con alla testa il commissario prefettizio del Comune, comm. Amorth. La processione è chiusa dalle donne di Castello, numerosissime. Ogni tanto dalla folla sale un applauso: è l’entusiasmo che rompe l’incanto del raccoglimento.

Dal campanile di San Carlo un faro getta improvvisamente un fiotto di luce candida sul Corpo accasciato dal terribile supplizio. Il viso sanguinante è sbiancato, da quel chiarore, il solco delle ferite è fatto dall’ombre più profondo, i muscoli sembrano contratti dallo spasimo dell’agonia: la croce, anche nella gran luce, resta nera, a far da letto al Signore morente. Si leva un canto: Vexilla Regis prodeunt. Sulla piazza della chiesa otto sacerdoti chiedono di portare il Crocifisso. Il Cardinale, sfinito come deve essere, afferra uno dei bastoni e dà anch’egli per un breve tratto la sua fatica al grande trionfo; poi, appena la croce è tornata nella cappella improvvisata sulla piazza, sale fin sotto i piedi del Crocifisso e parla al popolo commosso. Ma c’è troppa gente sulla piazza, e altra preme nelle strade vicine: è impossibile pronunciare un discorso. Uno squillo di tromba; il Cardinale dice poche parole, indicando il Crocifisso: poi la moltitudine ondeggia, s’inginocchia: l’Arcivescovo benedice. Un applauso che dura alcuni minuti corre da un capo all’altro della piazza, dove tutto un popolo ha ritrovato, nelle piaghe del Crocifisso, la concordia da tanti anni perduta. Quando la folla si è diradata, il Crocifisso viene portato a prender possesso della sua nuova cappella. L’altare di pietra scura, i due portali finemente scolpiti, le slanciate colonne che si levano sopra la mensa, e a sostegno dell’arco della cappella, il dipinto della volta, che per la riuscita finzione prospettica del pittore Fumagalli crea lassù una altissima cupola a loggiato, fanno della nuova opera la degna cornice al Crocifisso di frate Giovanni. Ma c’è un’altra cornice attorno al Crocifisso: quella dei cuori in pace. Questa pagina di Uberto Pozzoli porta la data del 3 settembre 1930. Pochi giorni prima, il 30 agosto, presentando la visita pastorale del cardinale Schuster, lo stesso Pozzoli aveva anticipato che «a Castello, gente mia, lu-

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nedì sera succederà il finimondo. Lassù, nella parrocchiale, c’è un Crocifisso antico, scolpito nel legno da un frate zoccolante, quasi tre secoli fa: un Crocifisso tutto piaghe e lividure, che vi spaventa addirittura, e vi fa pensare - come non capita mai a guardare i ridicoli oggetti sacri di certo piccolo commercio moderno - che nel giorno terribile del divino supplizio il Signore sulla croce doveva essere proprio così. Da trentacinque anni quel Crocifisso non viene mosso dalla chiesa: cento uomini si sono offerti per portarlo in processione da un confine all’altro della parrocchia, lunedì sera, quando il Cardinale sarà salito da Lecco. E un motivo c’è perché proprio ora il Crocifisso venga fuori a rivedere nelle strade il popolo che da oltre un secolo lo circonda di viva devozione; la cappella che l’accoglierà nella parrocchiale è stata restaurata, o meglio rifatta, con una ricchezza che ha veramente sorpreso; prima di risalire sull’altare, tra lo splendore dei marmi, è giusto che il Crocifisso benedica il popolo che ha dimenticato ogni divisione per dare la sua offerta all’opera di fede; e chi sa che dalle piaghe sanguinanti del Martire di Pace non scintilli lunedì sera la luce che

tutti i cuori illumini di amore!» Il 7 settembre di quel 1930 Uberto Pozzoli scrisse ancora: «Martedì a Castello c’era ancora nell’aria tutta la grandiosità della imponentissima manifestazione della sera precedente: non mancava quindi un’altra buona ragione - con quella della Visita Pastorale - perché la giornata fosse di festa vera. E fu festa di anime: di anime conquise dalle grazie del Crocifisso piagato e dallo zelo di un Pastore che tutto sa donare al suo popolo. Il patto di conquista fu concluso al mattino, nella parrocchiale, con lo spettacolo commovente della Comunione generale, distribuita da Sua Eminenza e centinaia e centinaia di cuori ebbero il gran Dono dal quale germoglierà la nuova vita della parrocchia; e venne proclamato, il patto, nelle varie riunioni tenute dall’Arcivescovo per invitare giovani e uomini, donne e fanciulle a portare il contributo della loro fatica all’edificio della concordia e della pace». Quella visita a Castello del cardinale Schuster comprese anche «le visite rapidissime alle chiesette di San Carlo e di Arlenico». Lo stesso che faremo noi, nelle pagine seguenti.

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CHIESA DEI SANTI NAZARO E CELSO DETTA ANCHE «DI SAN CARLO» Pur non essendovi documenti antecedenti al XVI secolo che attestino l’esistenza della chiesa popolarmente detta “di San Carlo” in Castello sopra Lecco, sicuramente diversi elementi quali il campanile di chiare forme romaniche (si veda il tratto di fusto con i tipici archetti pensili riportato alla luce all’interno del sacro edificio) e la dedicazione ai Santi Nazaro e Celso, assai diffusa nel periodo longobardo, farebbero pensare ad un’epoca di fondazione di poco precedente all’anno Mille. Nel 1566 San Carlo Borromeo, che la trovò “antiquissima et male ornata”, ordinò di apportare alcune migliorie, ma è solo nel 1601 che nei registri parrocchiali si trova traccia di una nota di spesa per alcune “opre fatte nella reedificazione di San Nazaro”: non si trattò probabilmente di interventi significativi, visto che ancora nel 1608 Federico Borromeo lamentava il cattivo stato degli affreschi e la rozzezza del pavimento. La svolta nella storia del piccolo oratorio avvenne nel 1674, quando con atto rogato dal notaio Giovanni Cattaneo nella sala nova della sua dimora di Cavalesine venne ufficialmente costituita e riconosciuta la confraternita (o schola) di San Carlo - peraltro già presente “informalmente” a Castello dagli anni quaranta del XVII secolo - la quale, prima insediata nella parrocchiale dei Santi Martiri Gervaso e Protaso, decise di trasferirsi nel dimesso oratorio di San Nazaro; questo fu quindi sottoposto

ad una serie di radicali lavori di ampliamento e riforma terminati entro il 1683 (data incisa sull’architrave dell’ingresso laterale), che gli conferirono suppergiù l’aspetto attuale. A questo periodo risale anche la loggia sopra il portico rapportata alla chiesa grazie ad un’ampia serliana: qui stavano i disciplini della confraternita, e per ognuno di loro v’erano delle panche, non più esistenti, con incise le cariche principali. Coevi sono pure il complesso dell’altare con la pala raffigurante San Carlo in adorazione della Vergine col Bambino e le due portine laterali con le figure a stucco dei “veri” patroni della chiesa, il raro e prezioso architrave ligneo dorato della cappella maggiore ed il coro ove furono collocati gli stalli voluti nel 1642 dalla confraternita del Santissimo Rosario, che divideva con quella di San Carlo l’uso dell’oratorio. Dalla parrocchiale fu inoltre ivi trasferito il reliquiario della veste di San Carlo (secondo la tradizione locale era stata donata dal santo arcivescovo dopo che l’aveva sporcata visitando un opificio del luogo) realizzato nel 1647 grazie al cospicuo legato del notaio Gio. Andrea Arrigoni; scomparso purtroppo il confessionale intagliato nel 1685 dal maestro Gio. Batta Agudio di Malgrate, mentre ignoto è l’autore del seggio ligneo di fianco all’altare, anch’esso di fine Seicento. Molto più spaziosa dell’attuale era la sacrestia dove troneggiava il vestiario settecentesco trasportato nel 1802 in chiesa parrocchiale,

L’altare della Madonna nella chiesa di San Carlo; nelle pagine seguenti, funerale nel 1936.

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luogo in cui sussiste tuttora. Grazie anche alla cappellania istituita nel 1675 per volere testamentario del notaio Francesco Maria Arrigoni, la confraternita di San Carlo acquisì autonomia economica e “spirituale”: ciò causò accesi contrasti con il parroco Sacchi, già denunciato dai disciplini nel 1673 per una sua aggressione con tanto di “barcellona” nei confronti del priore David Piazzoni - fratello della trisavola di Alessandro Manzoni - avvenuta proprio all’interno dell’oratorio. Tra il 1722 ed il 1726 furono costruiti il portichetto laterale sorreggente la “loggia… per riporre l’organo nuovamente costruito” (dello strumento sopravvive solo la cassa decorata, ora proprietà di una ditta organara) e la cappella-ossario della quale si segnalano le belle inferriate esterne e l’affresco sotto la mensa dell’altare raffigurante anime purganti. Della bottega Uboldi di Milano è invece lo stendardo di San Carlo con sul retro la Madonna del Rosario, ricamato nel 1728 ed in origine custodito in un armadio posto a lato della porta principale e fronteggiato da un altro contenente il crocifisso della confraternita, attualmente visibile nell’archivio-museo parrocchiale. Nel 1739 venne asportato da un “pilastro distaccato dal muro” il lacerto di affresco quattrocinquecentesco raffigurante la Madonna con Bambino, rimurato al centro della cappella entro la “incona tutta di legno adorato et argentato e colorato” donata dal marchese Marc’Antonio Locatelli e da donna Domenica Melesi Lanfranchi. I decreti “giuseppini” portarono nel 1785 alla soppressione della schola di San Carlo, confluita nel 1795 insieme a quella del Santissimo Rosario nella rifondata confraternita del Santissimo Sacramento che si insediò nel vecchio oratorio. Quest’ultimo fu sistemato nel 1800, mentre nel 1834 si rese necessario alzare il campanile “per poter bene sentire le campane”. Da allora il sacro edificio non fu più oggetto di consistenti opere di modifica, ma si avviò verso un lento ed inesorabile declino tanto che negli anni trenta del secolo scorso si era progettato di demolirlo (!) anche per ampliare la sede stradale; scampato a questo pericolo l’orato-

rio di San Nazaro subì un primo intervento di manutenzione nel 1962-64 durante il quale fu però occlusa la serliana della loggia, riaperta finalmente in occasione degli ultimi restauri dei primi anni novanta dello scorso secolo. Questa, con precisione di dettagli e rigore di date, la storia della chiesa messa a disposizione di tutti dalla parrocchia di Castello. È possibile arricchirla di ulteriori elementi, soprattutto rifacendosi allo studio dal titolo Le antiche chiese minori del rione di Castello in Lecco di Angelo Borghi, datato 28 febbraio 1969 e pubblicato sul numero di quell’anno di Pagine di vita lecchese di Ettore Bartolozzi editore in Lecco. Lo stesso Borghi ne aveva ampiamente scritto in Terzo Ponte del gennaio febbraio 1966. La comune denominazione la indica oggi come chiesa di San Carlo, non tanto perché il suo antico cimitero abbia ospitato le vittime della famosa peste detta di San Carlo, ma piuttosto per la confraternita dei Disciplinati che la officiava ed era intitolata al Santo. Oggi, nella restaurata veste d’ocra, la piccola chiesa non svela all’esterno le particolari qualità del barocco della provincia racchiuse nel suo interno. Il contenuto volume dell’unica navata si dispiega in un coerente movimento verso la luminosa tazza poligonale dell’abside; e proprio in questa apertura lievemente scenografica, che sfonda la navata e rialza la volta, si insinua il linguaggio del barocco, altrimenti avvertibile solo nella raffinata coordinazione di ogni elemento dell’interno. Per il resto l’espressione dell’architettura - modesta articolazione delle masse fuori e internamente due campate coperte da botte ad ampie vele scaturenti da un complesso fascio di cornici - non differisce dal persistente ossequio alla tradizione controriformistica, il cui migliore esempio è dato a Lecco dal Sant’Andrea di Maggianico. La sobrietà distingue anche il partito decorativo, affidato più che alle cornici e ai medaglioni di stucco alla completa distribuzione degli elementi liturgici del tempo. Il pezzo di maggior rilievo è dato dal complesso dell’alta-

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La chiesa di San Carlo in una antica cartolina e, sotto, una vecchia fotografia del lato meridionale della stessa chiesa.


re maggiore, raro esempio del buon artigianato locale. La grande ancona, di ottimo disegno, è incorniciata da due colonnine tortili in marmo nero; sul fastigio del timpano tre angeli reggono gli emblemi del Borromeo: il pallio, l’humilitas e la mitria. Ai lati dell’altare, gli accessi al retrostante coro ripetono delle porte a timpano con i rozzi simulacri plastici dei veri titolari della chiesa, fra due coppie di putti reggi candela. La pala presenta San Carlo che accanto al genuflessorio venera la Vergine con Bimbo che gli appare tra un corteo di angeli; la buona partitura delle zone e le ampie campiture di colore uniforme indica come si dispiegasse gran parte della mediocre pittura milanese del tardo Seicento. Raro esempio superstite la trave lignea dorata e dipinta e decorata da testine e festoni, che sostiene un antico Crocefisso, come pure rara la cancellata in ferro battuto di semplicissima gradevole fattura. Sulla sinistra della navata, poco prima dei cancelli, si apre la cappella della Vergine, con un gentile fregio a palmette. Nel 1739 vi fu collocato l’altare di legno a fregi d’oro e d’argento, di forma rocaille, nel quale fu inserita l’immagine della Vergine con il Bambino «quale stava quasi in un Pilastro distaccato dal muro schenale della Cappella»: probabile lacerto delle pitture che coprivano le pareti dell’antico oratorio e che si mostra interessante per chiare impronte rinascimentali. La cappella appartiene alla stesura barocca, che prevedeva forse sul lato opposto una simile costruzione non eretta, di cui resta il fornice di accesso, che ora immette sotto il portichetto laterale. Parte della chiesa è pure l’ampia tribuna o coro superiore, che precede la porta maggiore e fa da raccordo con il campanile antistante, lasciando inferiormente un caratteristico passaggio pedonale a galleria. Dalla tribuna ci si affacciava sulla navata attraverso un’ampia serliana, appartenente con probabilità a un riattamento settecentesco. I pochissimi documenti permettono di attribuire la ristrutturazione dell’oratorio ai Disciplinati che lo officiavano; il

restauro ebbe inizio probabilmente con il coro superiore poco dopo il 1663 e procedette negli anni seguenti, seguendo i caratteri comuni alle chiesine delle confraternite o dei privati, con il diverso disegno dell’abside. Al 1722-1726 appartengono varie migliorie come il portico che precede l’ingresso laterale e regge la loggia dell’organo. Le robuste proporzioni delle colonne toscane, i piedistalli, l’arco e le crociere lo avvicinano agli altri di Lecco e di Rancio, confermando l’esistenza nell’architettura religiosa locale di un «momento del portico». Giustamente, dunque, nel 1746 il visitatore cardinale Pozzobonelli lodava la piacevolezza della chiesetta, completamente trasformata rispetto alla precedente costruzione, cadente per l’incuria. L’ANTICA CHIESA E LA TORRE CAMPANARIA L’ignoto architetto del Seicento si trovava infatti di fronte un volume bloccato e probabilmente si limitò a rielaborarlo, mantenendo per gran parte le dimensioni di base della navata. La quale, secondo le visite, era antichissima e coperta di assi e tegole; sulle pareti affioravano qua e la corrose immagini dipinte. L’altare era posto sul fondo di una cappella semicircolare dipinta e coperta da una volta che, minacciando di crollare, venne rifatta nel 1603. Nell’abside si aprivano due finestrelle, antiche e piccole come quelle della navata a sud; sulla facciata se ne vedevano invece una circolare e altre due quadrate in basso. Non è difficile nella così delineata struttura riconoscere segni di antichità. Mentre si sostituiva il tetto della tribuna, apparve un breve tratto del muro del campanile prima nascosto e a buoni occhi si dimostrò tipico il paramento romanico con l’inizio di una archeggiatura tufacea. Abbiamo allora esaminato l’interno della canna, quadrato di circa metri 1,30, la cui struttura romanica si innalza per 14 metri fino alla cella campanaria, evidentemente rifatta. Sono blocchi di media grandezza in corsi orizzontali, cementati

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con giusto letto di malta biancastra durissima; predomina la pietra di lago con qualche comparsa di ciottoli e tufi. Internamente la canna appare divisa da ripiani in cinque zone, che all’esterno erano probabilmente sottolineate da archeggiature e lesene, come fan pensare i regolari ribassamenti rettangolari di oggi. La muraglia è solida e impenetrabile; solo alla base della terza zona si vedono due finestrelle murate, alte metri 0,80 e larghe 0,35, sulle facce est ed ovest, mentre un’altra simile si apre alla base del seguente tratto sulla faccia che risponde verso la tribuna: sono rettangolari, architravate e a forte strombo. Tutto fa pensare ad un maturo romanico. Ma vi sono due stranezze, sempre a dire dello scritto di Angelo Borghi. Anzitutto l’asse della torre devia verso nord di quasi 35 gradi rispetto alla chiesa; inoltre il campanile era anticamente isolato, fino al secentesco raccordo della tribuna. Si dovrebbe dunque supporre che già a proposito dell’oratorio di San Nazaro antecedente all’attuale versione secentesca e pure denotante notevole antichità, le due costruzioni ubbidissero a momenti diversi e soprattutto a una logica diversa. E la spiegazione forse più possibile è che il campanile rappresenti la riutilizzazione di un manufatto precedente. Nel mutismo degli antichi documenti, la ricerca archeologica soltanto sarebbe in grado di risolverci l’interessante possibilità di un’architettura insolita o della presenza di diverse funzionalità.

Il gruppo seguiva con attenzione le regole del 1572, radunandosi prima davanti all’altare poi sulla tribuna, per la recita del piccolo ufficio della Vergine e le altre pratiche pie. Non mancavano, come si è visto, di rendere adorno l’oratorio, né disdegnavano l’ordinata amministrazione della cassa comune: e per ambedue i compiti non mancano le lodi del Pozzobonelli. Ai Disciplinati (sciolti nel 1786) subentrarono nel 1795 i confratelli del Santissimo Sacramento. Angelo Borghi, nel fornire anche queste notizie relative ai Disciplinati di San Carlo, all’ottenimento, da parte della Comunità di Castello nell’ottobre del 1787, dell’oratorio come sussidiario della parrocchiale, ricorda anche l’antica usanza di ricevervi la popolazione cui si distribuivano le candele la domenica precedente la Candelora. E questo ulteriore accenno ai Disciplinati consente di aggiungere qualche ulteriore notizia relativa alle Confraternite nella parrocchia di Castello, costantemente ricordata negli atti delle visite pastorali compiute dagli arcivescovi di Milano e dai delegati arcivescovili nella Pieve di Lecco tra il XVI e XVIII secolo. Nel 1746, durante la visita pastorale dell’arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli nella Pieve di Lecco, nella chiesa parrocchiale dei Santi Protaso e Gervaso di Castello si avevano la Confraternita del Santissimo Sacramento, quella del Santissimo Rosario e quella di San Carlo, fondata il 28 maggio 1647 dall’arcivescovo Cesare Monti. Il numero dei parrocchiani era di 662 unità, di cui 463 comunicati. Entro i confini della parrocchia di Castello esistevano l’oratorio pubblico dei Santi Nazaro e Celso e la chiesa e monastero di Santa Maria Maddalena nel territorio di Arlenico. Cinquant’anni più tardi il numero delle anime, conteggiato tra la Pasqua del 1779 e quella del 1780, era di 817. Nel 1897, durante la prima visita dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari nella Pieve di Lecco, entro i confini della parrocchia di Castello sopra Lecco esi-

All’incuria dell’oratorio sopperì, come accennato, la Confraternita dei Disciplinati di San Carlo, eretta dal cardinale Monti il 28 maggio 1647. Nell’alveo della riforma operata dal santo, il sodalizio crebbe presto di numero e d’importanza, aggregandosi alla Confraternita di Roma e inducendo il cardinale Visconti, grande ammiratore di San Carlo, a concedere di portare lineum saccum albi coloris.

Nelle pagine seguenti, la processione con il Crocefisso nel 1955 presieduta dal parroco don Eugenio Manganini.

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stevano la chiesa sussidiaria dei Santi Nazaro e Celso, l’oratorio di Santa Maria Assunta al Caleotto e l’oratorio di Santa Maria Maddalena in Arlenico. Nella chiesa parrocchiale si aveva la Confraternita del Santissimo Sacramento. Il numero dei parrocchiani era di tremila unità.

presenta alcune stranezze, a partire dalla facciata vera e propria, che non esiste perché l’ingresso principale si apre sotto un passaggio coperto che collega l’edificio di culto con la torre campanaria, originariamente isolata. L’accesso laterale, invece, è evidenziato sul fianco destro da un elegante portico dove si apre il portale in serizzo, che reca incisa la data 1683. In effetti, se si eccettua il campanile romanico - di cui è visibile dalla navata il paramento in pietra con finiture ad archetti - l’edificio può essere considerato una delle più significative testimonianze del barocco locale per l’omogeneo apparato decorativo di dipinti e stucchi, che danno vita a soluzioni ornamentali di forte impatto visivo. La pala dell’altare maggiore, raffigurante la Madonna con Gesù Bambino e San Carlo, è inquadrata da vistose colonne tortili in finto marmo che sorreggono la trabeazione con il frontone centinato, a sua volta sormontato da statue di Angioletti. Lateralmente, San Nazaro e San Celso sono pure rappresentati da statue in stucco alla sommità delle porte che immettono nel retrocoro. Questa sistemazione è da ricondurre ai Disciplini di San Carlo, che ci rammentano l’importanza del ruolo svolto in passato dalle confraternite nei diversi settori della vita artistica, sociale, economica, oltre che religiosa, all’interno della comunità civile. Prima del loro insediamento nella chiesetta di Castello, avvenuto nel 1647, le relazioni delle visite pastorali effettuate tra il Cinque e il Seicento registrano una situazione piuttosto precaria per quanto attiene lo stato di conservazione dell’immobile. Carlo Borromeo, nella relazione del 1566, osserva che l’edificio è molto antico; quindi, prescrive di imbiancarne le pareti, di riparare la volta del presbiterio e di realizzare la copertura lignea. Gran parte di questi interventi non risultano ancora realizzati quando l’arcivescovo torna a visitare la chiesa nel 1583. Il cardinale Cipolla nel 1603 osserva che nel presbiterio, privo di decorazioni parietali, è collocata una piccola ancona e che la trave dell’arco trionfale è priva di Crocifisso. Egli, inoltre, rileva che l’antica torre campana-

❊❊❊ Della chiesa di San Nazaro a Castello si è occupato anche Bruno Bianchi in Opere d’arte a Lecco (prima edizione dicembre 1962, seconda edizione dicembre 1979): «Anche questa chiesa è il frutto di un intervento tipico della riforma voluta da San Carlo. Le tracce romaniche presenti nel campanile sono segni certi della preesistenza di un edificio medioevale, su cui si sono innestate le trasformazioni radicali del 1660-1680. L’elemento forse più interessante e curioso è il modo con cui la chiesa di San Nazaro si accosta all’impianto urbanistico del borgo di Castello, formandone una appendice e chiudendone l’estremità più a monte con la sua abside poligonale mentre l’elemento di saldatura, il portico, assume il ruolo di atrio della chiesa e di via di transito pedonale. Il portichetto laterale, del 1726, è una elegante interpretazione barocca ad arco molto ribassato, delle serliane di cui vi era pure un esempio nell’interno. L’altare è una delle più interessanti espressioni decorative presenti nell’area lecchese e presenta pure, esempio rarissimo, la trave di legno dorata e dipinta a sostegno del crocefisso sotto l’arco del presbiterio». ❊❊❊ Anche Giovanna Virgilio ha documentato l’oratorio dei Santi Nazaro e Celso sia nei suoi Itinerari attraverso le chiese tra il Medioevo e l’Ottocento (in Itinerari Lecchesi. Ambiente, arte e storia) che nell’Itinerario insolito tra le piccole chiese della città di Lecco (in Lecco Economia settembre 2004) dove è questa bella descrizione della chiesa localmente nota con il nome di chiesetta di San Carlo: «L’edificio

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Il funerale di don Giovanni Sala, nel 1950, con i confratelli del Santissimo Sacramento.

ria è disgiunta dall’oratorio. Ancora nel 1608 l’abside presenta la forma semicircolare (diversa da quella attuale, di andamento poligonale) e la navata affrescata con immagini di Santi, alcune delle quali risultano deteriorate. Solo nel 1685 il cardinale Federico Visconti annota l’avvenuta ristrutturazione della chiesa, di cui loda l’elegante aspetto. Nella visita vicariale del 1708 all’interno della struttura ecclesiastica è indicata la presenza di due altari dedi-

cati, rispettivamente, a San Carlo e alla Concezione della Beata Vergine Maria. Quest’ultimo era presumibilmente ubicato sulla parete di fondo della cappella sinistra, dove oggi, invece, si trova un paliotto d’altare in legno dipinto con la soprastante ancona che incornicia l’affresco quattro-cinquecentesco con la Madonna con Gesù Bambino, originariamente ubicato in un’altra posizione della chiesa, dalla quale fu presumibilmente staccato a massello».

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CHIESA DI SANTA MARIA MADDALENA DETTA ANCHE «DEL SEMINARIO» Una Relatione del XVI secolo, trovata nel convento del Monte Barro e pubblicata dal valsassinese Giuseppe Arrigoni, ci fa sapere che «l’anno del Signore 1474 essendo Pontefice Sisto quarto fu edificato il Convento dedicato al glorioso apostolo San Giacomo pochi passi discorso dalle mura della fortezza di Lecco situata alla ripa del lago. Chi fossero li fondatori di tal fabrica non si trova memoria. Si ha bensì tradizione, e per scritture che tal Monistero fosse prima habitato da frati del terz’ordine del Seraf. P. S. Francesco, e poi dalli Padri dell’Osservanza». Tale convento era «di molta gelosia» alla fortezza - Andrea Luigi Apostolo in Lecco e suo Territorio presenta un Giangiacomo de Medici timoroso «che quel caseggiato non servisse, in caso di ostilità, di ridotto ai nemici» - onde per ordine del detto Medeghino «fu spiantato e giettato a terra», l’anno 1529. Rimase in piedi, prodigiosamente, un pilastro con effigiate l’immagini della Pietà e della Vergine con il Bambino, attorno al quale nel 1595 venne costruita una nuova chiesetta, dal popolo chiamata della Madonna del Pilastro. Ma anche questa fu demolita, nel 1636, dal comandante delle truppe lecchesi Giovanni Serbelloni, per la minaccia d’un assedio al borgo da parte del francese Duca di Rohan. Si salvò ancora il pilastro, e per la terza volta sorse in quel luogo una chiesa a San Giacomo, benedetta nel 1649. Nell’Ottocento essa è però

scomparsa definitivamente, questa volta insieme al pilastro. In memoria del passato è rimasto il Vicolo San Giacomo, che ora dà accesso a un supermercato da via Roma. Giovanni Pozzi, quando, nel 1884, pubblicava Lecco e Barra, rilevava la presenza di una Osteria di San Giacomo, «osteria che per strana combinazione declamava sornione - è quasi sempre frequentata da preti». L’Arrigoni sostiene che «la chiesa di San Giacomo era nel sito ove ora trovasi l’albergo della Croce di Malta»; così anche il Balbiani. Secondo Arsenio Mastalli invece (in Memorie storiche della Diocesi di Milano, volume primo) «era ubicata in fondo dell’attuale vicolo San Giacomo in via Roma». In quanto si vede oggi non c’è proprio niente da ravvisare dell’antico convento. Lo stesso Giangiacomo de Medici che aveva fatto radere al suolo il convento dei frati dell’Osservanza che era a «un tiro d’archibugio fuori del borgo», «nel 1529 - ne riferisce Ignazio Cantù nelle Vicende della Brianza - per coscienza o per altri motivi ordinò che fosse comperato un pezzo di terreno in Castello vicino un mezzo miglio da Lecco e vi fosse eretto un nuovo convento coll’antico titolo di San Giacomo per gli stessi padri d’osservanza. In appresso questo cenobio si accrebbe assai colle limosine del Medeghino, dei popoli d’intorno e principalmente di quei di Lecco». Gli ampliamenti furono però eseguiti dagli Zoccolanti Rifor-

Il chiostro dell’antico Seminario prima del 1930 con il lato orientale sopralzato ad uso filanda.

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Delle costruzioni indicate dalla fotografia precedente al 1930 oggi rimane solo la chiesetta del Seminario.

mati ai quali il convento dopo appena un anno era stato assegnato, così si dice nella Relatione già citata, o che lo occuparono «scacciandone li primi possessori», a sentire la Cronichetta dei Cappuccini di Pescarenico che non dovevano avere in gran simpatia i frati del Cavigiolo (in tal modo, ci fa sapere il Balbiani, eran chiamati dal volgo quelli di Castello). Arsenio Mastalli, nel primo volume delle Memorie storiche della Diocesi di Milano, ha raccolto un’importante massa di notizie sul convento degli Zoccolanti, fino alla napoleonica cacciata dei dodici religiosi che vi risiedevano, il 24 luglio 1805, alla successiva dispersione degli arredi, alla vendita degli immobili e alla finale demolizione della chiesa dell’ex convento di Castello, perpetrata nel 1936 (il portale si trova al museo di Palazzo Belgioioso; una grande Crocifissione è stata strappata e trasferita alla Vittoria, come ricordato nel capitolo dedicato al Santuario della Beata Vergine delle Vittorie nel primo volume

di questa serie). S’è salvato anche, ed è venerato nella parrocchia di Castello, come ricordato nelle pagine precedenti, un Crocifisso del 1654 «del Padre Gioanni Calabrese riformato con meravigliosa fattura lavorato - la descrizione è nella seicentesca Relatione di mano anonima d’istraordinaria grandezza, talmente impiagata, che a risguardanti cagiona terrore, pietà devotione e de’ comessi errori compontione». DALLA MADDALENA ALL’ARLENICO La vecchia toponomastica lecchese aveva una Via alla Maddalena, sulla quale hanno poi avuto sopravvento i cinque fratelli Torri Tarelli, commemorati anche dalla lapide con epigrafe di Giovanni Bertacchi collocata sulla casa che fu della loro famiglia. La Maddalena si è tuttavia continuato a chiamare l’area verso lo sbocco in lago del torrente Gerenzone, che oggi accoglie pure il monumento ad Antonio Stoppani, ed è nome d’antiche origini. Una Storiella

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La chiesa di San Carlo e le pompe di benzina dell’autorimessa Viganò negli anni cinquanta del Novecento.

lasciata da Antonio Invernizzi, parroco a San Giovanni nella seconda metà del ’700, e pubblicata dall’Arrigoni - l’ha scovata Dino Brivio, come solo lui ha saputo fare per tantissimi altri frammenti, e l’ha parzialmente riproposta in Chiostri del Lecchese alle cui pagine queste sono debitrici - così incomincia: «Fuori dalle mura di Lecco, presso la Porta di Santo Stefano, sussisteva un monastero abitato da sei monache dell’Ordine di Sant’Agostino, dette le Umiliate, il quale fu soppresso. La loro chiesa dedicata era a Santa Maria Maddalena, il perché quel sito, che prima nominato era il Borgo di Santo Stefano, fu poi appellato la Maddalena. In esso Monastero - prosegue lo scritto sottentrarono sei Monache Benedettine», il che avvenne agli inizi del XV secolo. Nelle Notizie storiche della Valsassina Giuseppe Arrigoni asserisce che «nel 1434 quest’ospizio fu soppresso per la vita scandalosa che menavano le suore», ma che «tornò a essere abitato» nel 1460 grazie

a un’eredità di Jacopo Longo che impegnava le monache di Varenna a provvedersi di un monastero in Lecco. Agli inizi del ’500, afferma ancora prete Invernizzi, «più Verginelle, spregiati gli allettamenti del Mondo», ricorrevano alla badessa Benedetta Longhi e alla sorella Febronia «per essere annoverate nel sacro ordine»; e mentre «il nome ognora più celebre di questo luogo si spande, Dio delle imperscrutabili cose supremo facitore, acciocchè allora i fedeli suoi con più riverente osservanza venerassero la sacra magione», fece prodigiosamente lagrimare la Vergine raffigurata in un quadro «nel tempio del Chiostro». Il solito Giangiacomo de Medici nel 1529, per aver sgombro il campo tutt’intorno alle mura di Lecco, oltre al convento di San Giacomo fece abbattere, dalla parte opposta, l’intero borgo di Santo Stefano con il Monastero e la chiesa della Maddalena. Parallela la distruzione, parallela anche la riedificazione: pure per le monache della Mad-

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dalena, infatti, il Medeghino riparò con un nuovo monastero, a Castello ma nella frazione Arlenico, l’antico vicus Aurolinigus citato in un documento del febbraio 854. E, nota il Pozzi in Lecco e Barra, fu «più gentile, come di dovere, con le monache che coi frati», considerata l’importanza della costruzione. San Carlo, in visita a Lecco nel 1583, «pensando come mettere al riparo dalle ingiurie e dagli insulti il monastero, ai quali lo esponeva la sua solitudine, ordinò che fosse trasportato entro le mura stesse del borgo»; ma, riferisce Ignazio Cantù, trovò le monache «renitenti al suo salutare provvedimento», del resto rimasto lettera morta anche dopo la garanzia dell’ubbidienza resa dal governatore di Lecco al cardinale perché giustifica la Storiella di prete Invernizzi - non fu «possibile acquistar in Lecco sufficiente sito per fabbricarvi il Monastero». Ci pensarono le leggi soppressive dell’imperatore Giuseppe a sloggiare le religiose dalla casa di Castello, il 30 agosto 1784 (ciascuna ebbe lire 165 a titolo di vestiario). Dice l’Apostolo che «i terrieri ottennero che il cessato monastero potesse esser convertito in uno spedale, ma tale concessione rimase senza effetto, avvegnaché mancarono i fondi necessarj all’abbigliamento dei locali ed al mantenimento degl’infermi». Fu allora donato all’arcivescovo Visconti, nel 1795, che ne fece un Seminario. Nell’Antiquario della Diocesi di Milano di Francesco Bombognini si spiega che, «riunita verso quell’epoca alla mensa vescovile di Bergamo quella parte della diocesi milanese, che posta sulla sinistra dell’Adda era compresa nello Stato Veneto, il locale del monastero di Castello fu convertito in un seminario arcivescovile in sostituzione di quello di Celana nella valle di San Martino che rimase al vescovo di Bergamo». Il Seminario, che ospitò Tommaso Grossi, Antonio Stoppani, Antonio Ghislanzoni, fu soppresso dall’arcivescovo Gaisruck nel 1840. Cesare Cantù lo trovò «convertito in filanda e in un’officina di ferro

del Badoni, che a cilindro vi opera le verghe». Ora, restaurato, contiene abitazioni. Per chi volesse approfondire le vicende del Seminario di Castello saranno sicuramente preziose le pagine del numero 22-24 (marzo-dicembre 1931) di Humilitas, la miscellanea storica dei seminari milanesi. Il Seminario di Castello sopra Lecco (1795-1839) è il titolo del documentatissimo (anche fotograficamente) saggio di don Giovanni Anghileri. Il quale avverte subito che «queste note dovevano essere composte dal compianto pubblicista Uberto Pozzoli, mio carissimo amico, al quale era stato affidato l’incarico di una monografia sul Seminario di Castello. Per la sua modestia, non si decise mai a stendere con la sua penna brillante, il risultato delle laboriose ricerche fatte. Aveva chiesto il mio appoggio e l’avevo anche aiutato a raccogliere documenti; di comune accordo, poi, il lavoro l’avremmo in seguito redatto. La morte invece, che lo colpì il 13 novembre 1930, non gli permise l’attuazione di quello che voleva fare a beneficio del Seminario di Venegono, del cui Comitato in Lecco era attivissimo Segretario. Ho raccolto poi le sue memorie, che, unite alle mie, hanno servito a compilare questo lavoro». Va comunque ricordato che Uberto Pozzoli qualcosa aveva pubblicato sul Seminario di Castello. Si tratta di due delle sue memorabili Lettere Lecchesi uscite sul quotidiano milanese L’Italia il 22 febbraio 1930 e il 23 marzo 1930. Sono entrambe raccolte nelle pagine di Frammenti di vita lecchese. LA CHIESETTA DEL SEMINARIO DI ARLENICO Una descrizione della chiesetta è stata fatta da Angelo Borghi in Le antiche chiese minori del rione di Castello in Lecco, studio pubblicato nel numero del 1969 di Pagine di vita lecchese dell’editore Ettore Bartolozzi. Dopo averci fatto sapere che «Arlenico fu terra agri-

Nelle pagine precedenti, la cosiddetta “casa dell’arcivescovo” nel complesso del Seminario e, a fronte, l’interno della chiesa di Santa Maria Maddalena prima del 1930.

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cola, produttrice di vino fin da tempi antichi», che «era già prima del Mille considerevole sobborgo di Lecco» e che «la sua chiesetta dovette sorgere in secoli remoti ad indicare la individualità del villaggio», Angelo Borghi ci dà le seguenti notizie. Il centro del vicus di Arlenico era probabilmente il breve slargo del «fontanone»; ma l’incrocio delle strade doveva trovarsi anche nei tempi antichi alla piazzetta antistante la chiesetta del Seminario, dove si diceva ad Sanctum Bartholomeum. La chiesa di Arlenico, dedicata all’apostolo Bartolomeo, esisteva già sul finire del XIII secolo sul posto della attuale Santa Maria Maddalena del Seminario e nel 1505 veniva probabilmente aggregata al monastero cistercense da poco eretto nel borgo di Santo Stefano di Lecco. Le monache di Santa Maria Maddalena, sfrattate dal Medeghino che intendeva migliorare le fortificazioni di Lecco, si stabilirono in Arlenico e nel 1532 era già costituito il nucleo del nuovo monastero. Del San Bartolomeo sappiamo solo che aveva un altare nel 1569, quando però da tempo doveva essere stato allungato con un’altra chiesa, dedicata alla Maddalena, secondo lo schema in uso per le costruzioni monastiche: San Bartolomeo, chiesa esterna, poteva essere aperta al pubblico. Per la sua rozzezza venne ricostruita tra il 1570 e il 1580. Dopo il 1685 gli arcivescovi ebbero la facoltà di accedere alla chiesa esterna ormai comunemente detta di Santa Maria Maddalena. La descrizione corrisponde all’assetto attuale, per quanto in parte modificato quando il fabbricato passò ad ospitare il Seminario nel 1795: allora venne soppressa la chiesa gemella interna, sostituita da una nuova cappella per i chierici dedicata all’Addolorata e a San Carlo. Quando nel 1839 il Seminario fu chiuso, il compratore Giovan Battista Sala promise e cedette poi nel 1845 alla Fabbriceria la chiesa, i cui legati si erano però già trasportati nella parrocchiale. Essendo la manutenzione troppo costosa per il capitale raccolto di 400 lire milanesi, si attese fino all’ottobre 1869 perché Arlenico riavesse il suo oratorio.

Dopo la ricostruzione del tardo Cinquecento, si ebbero altri rimaneggiamenti. Alla fine del Seicento riportano infatti i caratteri della luminosa navata, divisa in tre campate coperte da volta a botte slanciata; i fasci delle cornici si interrompono sul lato sud per lasciare adito a locali laterali e sul lato nord per le finestre rettangolari che non occupano esattamente i lunotti di intersezione delle vele. Fuori la balaustra c’è oggi (lo scritto di Angelo Borghi è datato 28 febbraio 1969) una cappella dedicata all’Annunciazione nel Settecento, mentre prima ospitava San Cristoforo, passato in altra cappella ora scomparsa. La facciata appartiene alla stessa sistemazione classicheggiante: nitida partitura che lascia vasto spazio al finestrone mistilineo sopra il sobrio portale in arenaria. L’interno gode di gustosi episodi, tra i quali noteremo la minuscola acquasantiera a destra dell’ingresso, di elegante linea settecentesca, in marmi intarsiati. Tra i dipinti, trae attenzione la pala di accurato disegno, raffigurante San Carlo in adorazione di una crocetta che gli è porta da due angioli. La pittura piena e plasticheggiante dei putti, la serrata e ben definita costruzione, l’oscuro fondale di colonne e tendaggi, gli atteggiamenti retorici, seppur privi di particolare crudezza enfatica ed anzi migliorati dalla realistica testa del Santo, sembrano i segni dell’accademia del Busca, vivificatore dell’ambiente milanese del tardo Seicento. Notizie che trovano il loro completamento in quelle fornite da Giovanna Virgilio in un Itinerario insolito tra le piccole chiese della città di Lecco, pubblicato in Lecco Economia nel settembre 2004. Sempre nel rione di Castello la chiesa di Santa Maria Maddalena, nota come chiesetta del Seminario, presenta un’altra testimonianza del culto per San Carlo nella pala dell’altare maggiore che lo raffigura. L’edificio, già citato alla fine del XIII secolo con l’intitolazione a San Bartolomeo, fu annesso a un monastero nel quale si insediarono le monache be-

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nedettine costrette ad abbandonare la loro sede lecchese di Porta Santo Stefano, distrutta da Gian Giacomo De Medici detto il Medeghino. In seguito alla soppressione del 1784, la struttura edilizia fu donata all’arcivescovado di Milano che, una decina d’anni dopo, vi insediò un seminario. Nonostante il monastero sia attualmente trasformato in complesso residenziale, sussiste la chiesa con l’elegante facciata intonacata di bianco, su cui risaltano le modanature in pietra arenaria del portale, della soprastante finestra sagomata, dei capitelli delle lesene e del superiore profilo a capanna. All’interno, oltre alla citata tela dell’altare maggiore, si segnalano, nel presbiterio, quattro affreschi staccati cinquecenteschi raffiguranti Santi vescovi, provenienti dal distrutto complesso conventuale lecchese di San Giacomo. Tra questi Sant’Ambrogio deriva dal celebre gonfalone conservato nei Musei Civici del Castello Sforzesco di Milano, realizzato nel 1565. Un certo interesse riveste anche la tela con l’Annunciazione, sulla parete di fondo della cappella destra, carica di influssi del tardo-manierismo veneto che la avvicinano al dipinto di soggetto analogo eseguito nel 1613 da Angelo Lion nella chiesa della Beata Vergine Annunciata a Linzanico, nel comune di Abbadia Lariana.

tà anche manuali dei frati, doveva essere molto, tale comunque da giustificare l’eccezionale sviluppo del chiostro. Uno sguardo d’insieme a questo chiostro fa nascere, in chi vuol cercare un nome, quello di Pellegrino Tibaldi e fa pensare al chiostro del collegio di Ascona, da lui disegnato. Un certo taglio delle colonne e del capitello toscano, il sovrapporre la serie di arcate a tre centri a quella a tutto sesto sono certo elementi di grande aiuto, ma non sufficientemente dimostrativi per una attribuzione; è comunque certa qui la presenza del suo influsso che d’altra parte aveva condizionato fino ai primi decenni del 1600 tutta l’architettura religiosa della diocesi milanese. Quanto accennato da Bruno Bianchi offre lo spunto per concludere questo capitolo con un’altra pagina da… antologia. Firmata Leucense è comparsa sul numero del marzo 1931 di All’Ombra del Resegone. FRATI O MONACHE? Non si spaventi il lettore del titolo, né faccia la brutta cera. Si tratta semplicemente di stabilire sul serio un dato di fatto. Perché bisogna sapere che questa buon’anima del dott. Pozzi di Acquate, nel suo libro Lecco e Barra, edito nel 1884, è caduto in un non piccolo errore, quando dice che lo sparviero del Lario, Gian Giacomo de Medici, dopo aver distrutto il Convento delle Benedettine a porta Santo Stefano nel Forte di Lecco, costruì un convento ad Arlenico per quelle povere claustrali. E per merito del Medeghino - più tenero per le monache che per i frati, dice lui! - sorse il così detto Monastero di Santa Maria Maddalena, che doveva poi diventare l’ospedale civico di Lecco, poi invece divenne un Seminario diocesano e poi una filanda, ma che è sempre per i lecchesi il Seminario di Castello! Prima però di entrare nel fondo della questione, domandiamoci: c’eran frati e monache nel territorio di Lecco un tempo? Se c’erano!... Forse più frati e monache che cittadini. E state un po’ a sentire. Le nostre cronache dicono che lassù sul San Martino vivevano frati; fra-

Bruno Bianchi in Opere d’arte a Lecco si sofferma invece sul cortile del Seminario di Castello, rilevando che Lecco ospitò parecchi conventi ma di nessuno è rimasta una traccia architettonica di qualche rilievo. Fa eccezione, con il suo chiostro quasi intatto, il palazzo dell’ex seminario di Castello, convento cistercense prima, poi delle suore benedettine fino al 1784. L’ampiezza del chiostro a due piani fa pensare a un nucleo religioso assai più notevole delle venti suore indicate in una visita pastorale dei primi anni del 1600. Evidentemente la comunità cistercense, cui probabilmente si deve la costruzione del convento intorno al 1530, doveva essere assai importante, numerosa e soprattutto attiva come voleva la regola benedettina, cosicché lo spazio richiesto per tutte le attivi-

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ti in due conventi a Castello, frati a San Giacomo fuori le mura orientali di Lecco, frati a Pescarenico. A Castello poi stettero i Cistercensi, i Riformati, gli Osservanti; e qualche rudero del loro convento si osserva ancora oggi in quella casa che, a guardarla, sembra una chiesa trasformata in magazzeno, lassù in via (ma che ne è ora?) Vittorio Emanuele. Oggi dei frati non c’è neppure la semente in Lecco e nel territorio, e quando il buon prevosto mons. Galli volle chiamare i Giuseppini nell’oratorio maschile, un bel mattino, non li trovò più: erano scappati! È proprio vero che i lecchesi ce l’abbiano con i frati? Oh, io credo invece che li vedrebbero volontieri, anche perché è un po’ troppo lunga la strada fino a Somasca, quando si vuol andare a scambiar quattro peccati con chi non ci conosce tanto bene… Ma lasciamola lì e torniamo al nostro argomento. Ci furono dunque prima i frati o le monache nel Monastero di Castello? Il prof. sac. don Cristoforo Allievi, prevosto di Costamasnaga, nel suo scritto sul Seminario di San Pietro Martire in Humilitas parla di un ex Convento di Cistercensi in Arlenico, presso Castello sopra Lecco, detto di Santa Maria Maddalena. A questa notizia il povero Pozzoli andò a scartabellare in quel guazzabuglio che è l’archivio dell’ex Comune di Castello e vi trovò il riassunto di una pergamena antica che val la pena di trascrivere tal quale. «1° Febbraio 1505 - Supplica sporta dalla Comunità e dalli homini del Borgo di Lecco al Papa, nella quale addimandano di poter aggregare al Monistero de l’ordine di San Bernardo, sotto il titolo di Santa Maria Maddalena presso il Borgo suddetto, eretto a norma dell’ultima disposizione di Giacomo Longhi (testamento di Giacomo Longhi 27 novembre 1488) alcune chiese a detto Monistero contigue, cioè quella di Santa Maria Maddalena e similmente la chiesa di San Martino de Agra e de’ Santi Protasio e Gervasio, previo l’accenno dei patroni delle medesime, quali a contemplazione della detta Comunità rinunciano all’juspatronato e

ciò si fa dalla Comunità per ampliare il detto Monistero. L’originale è sottoscritto dalli homini di detta Comunità con sigillo». Come si vede a Castello la fondazione del così detto Seminario risulta ab immemorabili. Il Monastero dei figli di San Bernardo non è altro che un Convento di Cistercensi che se ne andarono probabilmente quando G. G. De Medici cominciò a comandare in questi paraggi. Ma si capisce che anche costui non potè del tutto far man bassa su questo edificio, perché esso era gravato da un’ipoteca. Il prevosto di Lecco n’era quasi il patrono, avendo avuto man mano il privilegio di juspatronato sul molino d’Arlenico e sul prato che confina con l’ortaglia del Convento stesso. La chiesa poi di Santa Maria Maddalena fu data in juspatronato attivo ai Canonici di Lecco e al prevosto pro tempore della Collegiata plebana fin dal 1443. L’asserzione del Pozzi che attribuisce al Medeghino la costruzione del Convento d’Arlenico per le Benedettine è senz’altro priva di valore e la sua notizia storica è destituita di qualsiasi fondamento. Si hanno invece ragioni per ammettere che il Monastero dei Cistercensi sorse nel pieno Medio Evo. I frati allora, come oggi, andavan, come l’ape industriosa, cogliendo fior da fiore dalla madre terra e per le loro mistiche elevazioni sceglievano i posti suggestivi che più cantano la grandezza divina. E per la verità il grande fabbricato di Arlenico è in posizione incantevole e lo era ancor più una volta, isolato dalle case sorte poi. Verso nord la vallata coi suoi monti a picco, a ponente il declivio del territorio disgradante al golfo del lago e la suggestiva visione di Malgrate con la Rocca di San Dionigi, verdeggiante, a larici e abeti, e più in fondo il profilo confuso delle collinette briantee che si perdono nell’orizzonte. Ancora oggi si può ammirare questo stupendo spettacolo dall’ortaglia dell’ex Seminario; un grande vigneto, a prato, con l’ampia cinta, movimentata da cappellette e da sedili in vivo. Torneranno ancora, ad Arlenico, i frati?

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Chiuso Nel paese della conversione dell’Innominato Chiesa di Santa Maria Assunta Chiesa di San Giovanni Battista detta anche «del Beato Serafino»

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NEL PAESE DELLA CONVERSIONE DELL’INNOMINATO

Usciti momentaneamente i protagonisti dalla terra lecchese, il romanzo I Promessi Sposi racconta di don Rodrigo che va cercare l’aiuto dell’“innominato” per la sua scellerata impresa. «Il castello dell’innominato era a cavaliere a una valle angusta e uggiosa, sulla cima d’un poggio che sporge in fuori da un’aspra giogaia di monti, ed è, non si saprebbe ben dire, se congiunto ad essa o separatone, da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni di tane e di precipizi». La descrizione dell’“anonimo” informa che sul fondo scorreva un rigagnolo o torrentaccio, secondo le stagioni, che allora serviva di confine ai due stati, Ducato di Milano e Repubblica di Venezia; «del luogo, nulla; anzi, per non metterci sulla strada di scoprirlo, non dice niente del viaggio di don Rodrigo, e lo porta addirittura nel mezzo della valle, appiè del poggio, all’imboccatura dell’erto e tortuoso sentiero» che «a gomiti e a giravolte, saliva al terribile domicilio». Il silenzio dell’“anonimo” non ha tuttavia impedito di “scoprire” la rocca del «selvaggio signore» sopra Somasca, poco discosto dall’eremo di San Girolamo Miani. Si sono impegnati in tanti, analizzando la narrazione manzoniana e misurando le distanze, per costruire una “topografia” dei Promessi Sposi: esemplare lo studio appassionato del sacerdote lecchese Andrea Spreafico. «Il paese della conversione dell’innominato, la patria di quello stupendo tipo del sarto, che la stam-

pa nasconde sotto il velo dell’anonimo - scrive nelle pagine di La topografia dei Promessi Sposi nel territorio di Lecco - nella prima redazione era Chiuso, l’ultimo paese a levante del territorio di Lecco. Il sarto stesso aveva nome Tommaso Dalceppo e il parroco era Serafino Morazzone». Ma il Manzoni, raccontando la conversione dell’Innominato, si chiede in tono canzonatorio: «E chi sa se, nella valle stessa, chi avesse voglia di cercarla, e l’abilità di trovarla, sarà rimasta qualche stracca e confusa tradizione del fatto?». Quando poi accenna alla sepoltura dell’Azzecca-garbugli, lo scrittore afferma che «le tradizioni, chi non le aiuta, da sé dicon sempre troppo poco». Alle figurazioni poetiche del Romanzo la tradizione lecchese ha dato riscontri materiali; con un po’ di “aiuto”, magari, affinché non avessero a dire “troppo poco”. «E anche questa è poesia», come sostiene Dino Brivio nel suo Luoghi Manzoniani della serie Nella terra manzoniana. Dunque don Rodrigo viene portato «addirittura all’imboccatura dell’erto e tortuoso sentiero»; «lì c’era una taverna, che si sarebbe anche potuta chiamare un corpo di guardia. Sur una vecchia insegna che pendeva sopra l’uscio, era dipinto da tutt’e due le parti un sole raggiante; ma la voce pubblica, che talvolta ripete i nomi come le vengono insegnati, talvolta li rifà a modo suo, non chiamava quella taverna che col nome della Malanotte». Dopo don Ro-

L’abbraccio tra il Cardinale Federico e l’Innominato nell’affresco conservato nella canonica di Chiuso.

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drigo, e per conseguenza del suo viaggio, davanti a quell’osteriaccia dovrà passare Lucia, rapita dal Nibbio, terrorizzata, e poi ancora, con non minor terrore («fargli la festa a quel prete?» gli pareva volessero dire gli occhiacci dei bravi), il povero don Abbondio inviato dal Cardinale Federigo a liberare Lucia: «Siam qui per condurvi via. Son proprio il vostro curato, venuto qui apposta, a cavallo…». Un festoso scampanio aveva fatto nascere nell’“innominato”, dopo una notte tormentata, il desiderio di andare a sentire il Cardinale Federigo; ci andò, infatti, «come portato per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno». «Il manoscritto non dice quanto ci fosse dal castello al paese dov’era il cardinale; ma dai fatti che siam per raccontare, risulta che non doveva esser più che una lunga passeggiata». Il Romanzo naturalmente non nomina nemmeno il “paese”, che pure nella prima stesura era stato indicato in Chiuso, l’ultimo borgo di Lecco, al confine con la terra bergamasca, appartenente alla diocesi di Milano ma allora non anche alla pieve lecchese («M’ha da sentire la signora Perpetua - è il soliloquio di don Abbondio - d’avermi cacciato qui per forza, fuor della mia pieve»). Il luogo della conversione, a buon conto, è rimasto Chiuso: c’è giusto una «passeggiata» per arrivare alla rocca di Somasca. A Chiuso, ovviamente, c’è la casa della buona donna, «una donna di cuore e di testa», chiesta dal Cardinale al curato per andare a prender Lucia al castello, e del sarto suo marito, «un uomo che sapeva leggere, che aveva letto in fatti più d’una volta il Leggendario de’ Santi, il Guerrin meschino e i Reali di Francia, e passava, in quelle parti, per un uomo di talento e di scienza». Alla «casa dov’era ricoverata Lucia» volle essere condotto il Cardinale Federigo, intendendo «con quella visita rendere onore alla sventura, all’innocenza, all’ospitalità e al suo proprio

ministero in un tempo». «Arrivarono alla casa, e c’entrarono: la folla rimase ammontata al di fuori. Ma nella folla si trovava anche il sarto, il quale era andato dietro come gli altri, con gli occhi fissi e la bocca aperta, non sapendo dove si riuscirebbe. Quando vide quel dove inaspettato, si fece far largo, pensate con che strepito, gridando e rigridando: “lasciate passare chi ha da passare”; e entrò». La «compiacenza del grand’onore ricevuto» con la visita del Cardinale sarà guastata, al povero sarto sapiente, dalla «rimembranza importuna» di aver saputo trovare come sola risposta all’illustre ospite «quell’insulso si figuri!». Ma potrà rifarsi mostrando la stampa «che teneva attaccata a un battente dell’uscio, in venerazione del personaggio, e anche per poter dire a chiunque capitasse, che non era somigliante; giacché lui aveva potuto esaminar da vicino e con comodo il cardinale in persona, in quella medesima stanza». Per completare il quadro di Chiuso e della sua parrocchia occorre fare un cenno all’oratorio di San Giovanni Battista, posto appena fuori paese: un autentico gioiello artistico, costruito al tempo degli Sforza, con pregiati affreschi a lungo attribuiti a Pietro da Cemmo e alla sua scuola. Per molti anni, tramontato l’uso di cappella cimiteriale cui era stato destinato, fu adibito ad usi profani: San Carlo lo trovò, nel 1566, ingombro di immondizie, bivacco dei militari di passaggio. La chiesetta era consacrata e dedicata al martirio di San Giovanni Battista. Al tempo di don Serafino Morazzone era stata ripristinata al culto, ma poverissima di arredi e trascurata sotto l’aspetto artistico. Il cimitero adiacente alla chiesa aveva sostituito l’antico, posto dietro la chiesa parrocchiale. Dal 1856, quando la salma di don Serafino vi fu traslata, la chiesa è divenuta meta di pellegrinaggi e grazie ai sistematici restauri (l’ultimo proprio in quest’anno 2009) ha ritrovato il suo pristino splendore che la fa annoverare fra i capolavori dell’arte sacra di Lecco.

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CHIESA DI SANTA MARIA ASSUNTA

La chiesa di Santa Maria Assunta di Chiuso apparteneva all’antica Pieve di Garlate, cioè a una delle prime comunità cristiane del territorio lecchese, documentata da iscrizioni sepolcrali del V e VI secolo. Un documento del 1553 elenca fra i «benefizi dipendenti della prevostura de Garlà» la chiesa di Sancta Maria, cura de Clusio. Nel 1582 la chiesa aveva il suo curato perché eretta in parrocchia. Quando ancora San Carlo non era presente nella sua sede arcivescovile di Milano, nel 1565, il vicario generale monsignor Ormaneto visitò la chiesa di Santa Maria in Chiuso, soggetta alla prepositura di Garlate. La relazione di quella visita pastorale riferisce che «li homini di Cusio vorian esser separati cum licentia de Rev.ma Sua Signoria Ill.ma», chiedevano, cioè, che la loro chiesa fosse eretta in parrocchia. Il 13 ottobre 1566 passò da Chiuso San Carlo stesso, a cui la popolazione, con il cappellano don Francesco Gassero, rivolse la medesima petizione. Le trattative per erigere la chiesa di Santa Maria in parrocchia andarono avanti fino al 1582, quando finalmente venne firmato un accordo in base al quale i parrocchiani si impegnarono a mantenere la chiesa e a versare al curato £ 300 imperiali, oltre alla casa e all’orto. Vennero erette la Scuola del Santissimo Sacramento e quella della Dottrina Cristiana e la Compagnia del Santo Rosario. La descrizione dell’edificio, tramandataci dalla consueta minuziosa relazione che accompagna gli atti della visita di San Carlo del 1566, costituisce la prima documentazione sulla sua

consistenza e le sue condizioni: senza intonaco, della dimensione di 16 braccia (circa nove metri e mezzo) in lunghezza e 10 braccia (circa sei metri) in larghezza. L’altare maggiore dedicato alla Madonna con un Crocifisso in legno era affiancato da due altari minori, senza titoli e senza arredi; non esisteva il campanile e l’unica campana era retta da due pilastri, probabilmente un campanile a vela, sopra il presbiterio. La sacrestia era posta a sinistra dell’altare maggiore, ampia ma completamente vuota. Nella chiesa non si conservava il Santissimo Sacramento perché la popolazione era troppo povera per provvedere un ostensorio. Adiacente alla chiesa, sul lato nord, vi era come di consueto il cimitero privo di recinzione e usato talvolta dal bestiame allevato in paese. Il cappellano risiedeva nella casa annessa alla chiesa composta di «un locale in basso et uno di sopra, de un porticheto over andito e ha un piciolo horto». Nella descrizione contenuta negli Atti della visita pastorale del 1608 si riscontra qualche cambiamento: l’edificio rivolto ad oriente risultava lungo 24 cubiti (circa dieci metri) e largo 20 cubiti (circa otto metri). Aveva due porte: una in facciata e una su un fianco. Nella parete a sud era aperta una finestra; l’altare era uno solo e dietro di esso erano dipinti la Madonna, San Bernardo e Sant’Antonio. A fianco dell’altare maggiore erano collocati gli scranni in legno e l’arco che divideva il presbiterio dalla navata era attraversato da una trave in legno che sosteneva il Crocifisso. Il campanile era a ponente e ancora il cimitero risultava aperto oltre

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L’interno della chiesa parrocchiale di Chiuso; nella pagina a fronte, la facciata.


che ai fedeli anche agli animali. Risultava costituita, nel 1604, la Confraternita del Santissimo Sacramento. A pochi anni dalla erezione della parrocchia di Chiuso, il curato don Zaccaria Filippone, nei primi del Seicento, presenta lo stato d’anime: sono in tutto 187, comunicati 121, cresimati 33, in età di essere cresimati 85. Segue un lungo elenco delle famiglie, divise per fuochi. I nomi più comuni sono Castagna (oltre la metà delle famiglie), Lanteri e Frigerio. Vi erano ben 66 bambini (la differenza fra la totalità della popolazione e il numero dei comunicati). Da rilevare anche il gran numero di persone in attesa di ricevere la Cresima. Allora la cerimonia era riservata strettamente al vescovo, e quindi si amministrava il sacramento solo quando fosse presente nella comunità un sacerdote insignito della dignità episcopale, il che accadeva piuttosto raramente, specialmente in una piccola parrocchia all’estrema periferia della diocesi. Il centro del paese era costituito da poche case intorno alla chiesa. Viene annotata come fuori paese la chiesa di San Giovanni. Lo stesso Beato Serafino, due secoli dopo, accompagnava i suoi ragazzi dalla parrocchia alla chiesetta passando in mezzo ai campi. Francesca Consolini, postulatrice della causa di beatificazione, nel suo lavoro su don Serafino - Don Serafino Morazzone parroco di Chiuso (1993) - così sintetizza la vita di Chiuso nel 1700, poco cambiata rispetto al secolo precedente: «La popolazione del borgo oscillava fra le 180/200 anime, raggiungendo nei periodi di pace e di buoni raccolti, un massimo di 270 anime, per la maggior parte contadini e pescatori. Emergevano le due famiglie che potevano dirsi benestanti: i Brini, padroni del filatoio che davano lavoro a una parte della popolazione; i Castagna, titolari della cappellania più antica della parrocchia che, come succedeva spesso nei paesi, era diventata quasi un feudo di famiglia». Importante è la visita pastorale del Cardinale Pozzobonelli che nel settembre 1754 visita la pieve di Olginate e il giorno 20 settem-

bre arriva a Chiuso. Dai documenti si deduce che a Chiuso tutto era in ordine: quando arriverà don Serafino troverà una situazione ideale perché le sue notevoli doti pastorali potessero espandersi ed essere di esempio per tutto il circondario. Nel 1778, quando don Serafino era parroco da cinque anni, viene effettuata una visita pastorale da un delegato del Cardinale Pozzobonelli. Lo stato d’anime è il seguente: famiglie 46, parroco 1, preti diocesani 2, maschi secolari ammessi alla comunione 70, femmine ammesse alla comunione 67, maschi e femmine non ammessi alla comunione 45, tutti insieme sono 185. Nel registro della visita pastorale ci sono piccole osservazioni su aspetti marginali. D’altronde la parrocchia di don Serafino non poteva essere che così, guidata com’era da un pastore che aveva «cura continua di fare il suo dovere, e la sua idea del dovere era: tutto il bene possibile» (Alessandro Manzoni nel Fermo e Lucia). Sulla fine del 1700 il parroco don Serafino Morazzone descrive la chiesa soffittata con pianelle di cotto, con una arcata centrale dotata di chiave in ferro. Sono citate due cappelle laterali e il battistero, con l’organo soprastante. La tela custodita nella chiesa e raffigurante la Vergine Immacolata riproduce sulla parte inferiore del dipinto la chiesa parrocchiale così come si presentava ai tempi del servo di Dio don Morazzone. Anche da questa documentazione iconografica, oltre che dalla descrizione del santo curato, si può dedurre che la chiesa esistente nel 1800 era sostanzialmente rimasta invariata rispetto alla descrizione di San Carlo. Negli anni precedenti era stato eretto il campanile. Dal primo parroco, prete Battista Pirovano, a don Serafino, si contano 18 curati; leggendo però le varie relazioni delle visite pastorali di quegli anni ed altre note conservate nell’archivio parrocchiale di Chiuso, emerge il fatto che almeno fino al 1632 spesso la parrocchia era trascurata o vacante. È soltanto infatti con don Antonio Biffi, parroco appunto nel 1632, che comincia la redazione dei registri parrocchiali e l’inventario degli arredi sacri. Gradualmen-

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La chiesa parrocchiale addobbata a festa per la solennità dell’Assunta (archivio Aloisio Bonfanti).


te, la situazione generale della parrocchia migliorava: nel 1722 al parroco viene raccomandato: «in ecclesia purior mundities (…) et in doctrina christiana maior instructio populi» e concordia fra il curato e i confratelli del Santissimo Sacramento e della Dottrina Cristiana; già però si contavano alcuni lasciti in appezzamenti di terreno, “livelli” e diversi depositi di legati di messe. Nel 1761, dodici anni prima dell’arrivo del Servo di Dio, la parrocchia comprendeva 76 famiglie per un totale di 185 abitanti, il parroco e due preti diocesani, uno dei quali era, per tradizione, un esponente della famiglia Castagna, titolare del legato più cospicuo ed antico. Nel 1772 in parrocchia sono presenti il curato don Giovanni Bossi (che poi fu traslato a Galbiate e al quale subentrò don Serafino) e due altri sacerdoti: don Giuseppe Castagna e don Domenico Pierani della diocesi di Sarzana, che soddisfaceva l’onere delle messe di un altro Castagna, don Carlo, divenuto troppo anziano. La situazione della parrocchia è soddisfacente: la chiesa è satis ornata et perpolita; tutto è in ordine riguardo ai legati e alla popolazione che è di 183 anime. Durante i 49 anni di parrocchia di don Serafino vi è stata una sola visita pastorale fatta personalmente dall’arcivescovo. Il 6 ottobre 1795 l’arcivescovo Filippo Maria Visconti visita la parrocchia di Chiuso. Rispetto al 1761, la popolazione (in tutto 292 abitanti) è cresciuta del 63 per cento. Interessante il decreto conclusivo dell’arcivescovo: «Avendo verificato con grande gioia dell’animo nostro in questa Chiesa ogni cosa, vogliamo elogiare grandemente la diligenza del Ven. Parroco e la pietà degli abitanti». Una conferma delle grandi virtù e qualità del Servo di Dio Serafino Morazzone.

precedente soltanto il campanile e la sacrestia e ruotandone l’asse di novanta gradi, per consentirne l’ampliamento. Una relazione del 1907 del delegato arcivescovile don Ferdinando Rivolta - raccolta assieme a tanta altra documentazione utilizzata anche per queste pagine sul numero speciale di Il Buon Curato di Chiuso pubblicato nel 2000 in occasione dell’inaugurazione dei restauri e della consacrazione della chiesa parrocchiale ci fa conoscere nei dettagli le vicende della costruzione della nuova chiesa. «Eretta ab imis nel 1903, venne benedetta. Ha numero tre altari compreso il maggiore. I due laterali sono dedicati l’uno alla Beata Vergine Immacolata Assunta e l’altro a Sant’Antonio di Padova. Nessuno dei tre altari è consacrato o privilegiato. Vi è l’organo nuovo costruito or sono due anni. Nessun oggetto prezioso per lavoro ed antichità esiste in parrocchia; però avvi un quadro della S. Famiglia del 1700 che è di buona fattura. Minacciando la vecchia ed indecente chiesa parrocchiale di cadere, il delegato arcivescovile don Ferdinando Rivolta d’intesa coll’Ordinario e colla Fabbriceria dovette abbatterla e ricostruirne una nuova, molto più vasta e molto più bella dell’atterrata. Si spesero ben 26.000 lire, comprese le decorazioni, l’organo, i due altari laterali nuovi, ed il pulpito nuovo. A coprire tali spese si sopperì con £ 6.000 del fondo beatificazione Venerando Parroco Morazzone, con offerta privata, con elargizione del Sig. Brini, di Sua Eminenza il Cardinale, e del R. Governo. Compita la chiesa e benedetta la domenica della Incarnazione del 1903, rimanesi £ 9.000 di debito, che vennero man mano decrescendo sino alla somma attuale di £ 7.500 che ancora rimangono. Detta somma è coperta attualmente da imprestati graziosi di alcuni contadini-possidenti della parrocchia, che ricevono il 4% di interesse e lasciano tutto il tempo necessario per la restituzione, senza pressare e senza disturbo alcuno di scadenza fissa». Questa dettagliata relazione è stata redatta dal delegato arcivescovile don Rivolta - che

LA COSTRUZIONE DELLA NUOVA CHIESA La chiesa attuale, progettata in forme neogotiche da Antonio Piccinelli di Bergamo e terminata dall’architetto Giovanni Barboglio, fu inaugurata nel 1903, conservando della chiesa

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diventerà parroco a pieno titolo nel 1907 e resterà a Chiuso fino al 1913 - in occasione della visita pastorale del cardinal Ferrari del 1907. Con stile sobrio viene sottolineato il grande apporto e la grande generosità della gente di Chiuso. C’è da stupirsi anche per la rapidità con la quale furono condotti i lavori. Pochi mesi: un vero miracolo. Era stato proprio il cardinal Ferrari, nella sua prima visita pastorale del 15 e 16 marzo 1899, a formulare voti «perché presto sorga una chiesa capace per la popolazione e, lodando la generosa esibizione del Sig. Brini, animiamo a profittarne». Il voto del cardinal Ferrari venne ricordato in occasione della inaugurazione e benedizione della nuova chiesa, il 20 dicembre 1903, dal sindaco di Maggianico con Chiuso, Alessandro Ghislanzoni. Un discorso rimasto agli atti, enfatico secondo lo stile del tempo: «Questa nuova chiesa pochi mesi addietro era un pio desiderio, un ardente voto; oggi, a fatto compiuto, torna a gloria e vanto di Chiuso e lustro del paese che mi onoro di amministrare. Nell’attuale sublime impresa la carità e l’amore si sono date vicendevolmente la mano, poiché se il popolo ha prestato il braccio, il M.R. Delegato Arcivescovile, sormontando non poche difficoltà, vi ha consacrato l’attività sua prodigiosa, la mente intelligente e sagace e più che tutto il cuore colmo di filantropica generosità. Ma dal sentimento di gratitudine spontanea ne scaturisce l’altro dell’augurio, che cioè la buona e laboriosa popolazione di Chiuso ritragga ognora dal proprio Tempio il farmaco infallibile per opporsi a tutto ciò che è male e che sempre all’altezza della sua fede avita, in essa abbia riscontro la sua nobiltà, il suo decoro, la sua scienza. E l’eco dolce di tante speranze effettuate si ripercuota nell’Episcopio ed annunci al pio successore di Ambrogio e di Carlo, come il suo voto espresso nella visita pastorale del marzo 1899 si è realizzato e che la chiesa di sì piccola terra è stata or ora proclamata figlia della grande metropoli lombarda». Quel 20 dicembre di oltre un secolo fa la chiesa venne benedetta da monsignor Nasone

a nome del cardinale arcivescovo. «Autorità, clero e popolo - si legge nel diario di don Ferdinando Rivolta - alle ore 15 si trovano a San Giovanni da dove monsignore, arrivato dalla stazione di Calolzio, processionalmente si porta al paese, alla nuova chiesa. Monsignore benedice, predica, dà benedizione». La festa fu lunga, e monsignor Nasone partì alla sera per Milano con l’ultima corsa. Nelle pagine dello stesso diario, con molta meno enfasi delle parole del sindaco Ghislanzoni, si trovano queste significative parole relative alla costruzione della nuova chiesa: «Il sacerdote ha stabilito un turno per i contadini di Chiuso e sono otto o nove al giorno che per turno devono gratuitamente recarsi a cavar sassi o portar materiale e lavori per la nuova chiesa. Tutti esemplarmente hanno obbedito. Sono a pagare essi con la propria borsa un supplente quando o per lavori della campagna o per bachi che ora sono in furia non possono intervenire. La popolazione insomma non ha dato molto in danaro essendo tutti poveri, ma ha dato sufficientemente lodevolmente anche da questo lato, ma dal lato partecipazione personale ha fatto troppo: ha dato uno spettacolo scarsissimo a vedersi altrove ed ha risparmiato somme ingenti». Nella stessa pubblicazione realizzata nel 2000, troviamo anche queste significative annotazioni dell’architetto Bruno Bianchi sull’evoluzione della nuova chiesa parrocchiale di Chiuso. La verticalità accentuata degli archi costituenti la struttura della chiesa e la continuità delle costolature che a partire dai basamenti si sviluppano lungo le lesene e proseguono a definire gli incontri delle volte a vela, sono testimonianze di quella cultura neo-gotica, diffusa a cavallo del secolo e dedita a scelte di «stile» per le quali il gotico sembrava l’unico riferimento per una architettura religiosa e, curioso parallelismo, per alcuni edifici destinati alla produzione industriale. Negli anni quaranta, per opera dell’architetto monsignor Giuseppe Polvara, fondatore della Scuola di Arte Cristiana «Beato Angelico»,

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Una vecchia immagine dell’interno della chiesa parrocchiale di Chiuso.

vennero apportate alcune modifiche tra le quali la chiusura di due finestroni nel presbiterio e la radicale riduzione di due altre finestre collocate sulle testate dei bracci che dilatano la navata prima del presbiterio. Gli interventi più recenti, risalenti al 1990, hanno interessato principalmente la copertura, sia della chiesa che del campanile, la sistemazione del locale caldaia oltre alla ridipintura esterna. Le trasformazioni intervenute dopo l’ultima riforma liturgica hanno dato luogo alla soppressione della balaustra, lasciando inalterato l’altare maggiore in marmi policromi. È stato conservato, lungo tutto lo sviluppo dell’abside dietro l’altare, il coro ligneo a stalli. Successivamente alla realizzazione della chiesa nell’attuale dimensione e caratteristiche, si è proceduto alla sua decorazione interna. Agli archi e alle costolature che sottolineano le volte sono state affiancate, quasi a sottolineare i

contorni delle pareti e le specchiature delle volte, le fasce decorative policrome, con una soluzione non nuova a questo tipo di revival stilistico; i colori molto marcati con una prevalenza di toni scuri, sono accostati con molta perizia e con una singolare sensibilità. Le altre decorazioni si limitano a due inserti simbolici dedicati alla Croce e all’Eucaristia, dipinti in due specchiature delle volte e, nelle quattro vele della campata antistante il presbiterio, da un gruppo di quattro raffigurazioni dell’Assunzione della Vergine e le tre Virtù teologali. Sulle pareti dei due bracci, si notano due tele di buona fattura sei-settecentesca raffiguranti sulla destra la discesa dello Spirito Santo e sulla sinistra l’adorazione dei Magi. Sul fianco sinistro vi è la grande tela raffigurante l’Immacolata circondata dagli angeli ricordata sopra. La statua dell’Immacolata e la tela di Sant’Antonio Abate nelle due nicchie degli altari di sinistra e di destra sono di fattura recente.

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CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA DETTA ANCHE «DEL BEATO SERAFINO» La chiesetta detta del “Beato Serafino” ha un posto di rilievo in questa descrizione, sia per il valore intrinseco (architettonico ma soprattutto artistico) dell’edificio quasi affacciato sul lago di Garlate, sia perché ricorda una figura alla quale Alessandro Manzoni, nella prima stesura del romanzo, aveva voluto rendere un omaggio di amicizia e di venerazione. Dalla stampa stralciò poi il nome di Chiuso e quello del suo curato, vissuto due secoli dopo. Una rapida quanto efficace introduzione è la notizia che ne dà Giovanna Virgilio in Itinerario insolito tra le piccole chiese della città di Lecco, in Lecco Economia, settembre 2004: «Documentata al termine del XIII secolo, alla fine del Cinquecento presentava una sola navata con abside quadrata e copertura ad archi traversi. Tale impianto, che si è sostanzialmente conservato nell’edificio attuale, è stato parzialmente modificato nel 1676 con l’aggiunta della sacrestia e della cappella destra dove, nel 1858, è stata deposta l’urna con i resti del Beato Serafino Morazzone, già curato di Chiuso. Tra gli affreschi interni riveste particolare interesse il ciclo tardoquattrocentesco dell’abside che raffigura la Crocifissione sulla parete di fondo, Cristo in maestà circondato dal tetramorfo e i Dottori della Chiesa, sulla volta a botte, e i Profeti nell’intradosso dell’arco. Questi dipinti murali, assegnati impropriamente in passato a Giovan Pietro da Cemmo, rappresentano una testimonianza significativa dell’influsso esercitato localmente dalla cultura figurativa bresciana e bergamasca. Resta tuttora aper-

to il problema della loro attribuzione, la cui risoluzione va probabilmente cercata nella fitta rete di rapporti intessuta dagli artisti itineranti attivi nei cantieri sforzeschi». L’abitato di Chiuso e la chiesetta di San Giovanni Battista sembrano oggi a chi viene da Lecco o da Bergamo due cose distinte, che quasi non si conoscono; al contrario, la loro storia e il loro destino li ha visti strettamente collegati. La tradizione vuole che un’alluvione con relativi smottamenti abbia distrutto l’abitato che stava accanto alla chiesetta costringendo gli abitanti a ricostruire il paese più a nord, dove si trova ora Chiuso. Quello vicino alla chiesa di San Giovanni Battista era forse l’abitato denominato Cornedo: «Cornedo, ecclesia sancti iohannis baptista» scrive Goffredo da Bussero nel Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, mentre il nome di Chiuso compare per la prima volta nel secolo XV nei documenti relativi ai confini fra la Repubblica di Venezia e il Ducato di Milano. Dal 1529 il nome di Cornedo scompare dai documenti nei quali continuerà a figurare solo il nome di Cluxio o Chiuso. Il nome di Chiuso fa pensare immediatamente alla sua possibile origine dalla posizione a confine di due stati: chiusa, barriera, confine. Infatti lungo il lago di Garlate, a valle dell’abitato e fino al confine con Vercurago si sviluppava un muro di pietre squadrate di calcare che delimitava il corpo di guardia della Chiusa: rimane ancora, a testimonianza della frontiera con l’antica repubblica veneta, la casa del Dazio e una lapide con la scritta “1759 / muro milanese / che

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fa confine / con lo stato veneto” oltre ad una ancora più vetusta garitta verso il lago. La lapide potrebbe essere la testimonianza e il sigillo di conclusione delle discordie con Venezia; il muro è comunque assai più antico e già menzionato negli statuti lecchesi del XIV secolo. Le prime notizie della chiesa di San Giovanni Battista risalgono alla fine del XIII secolo; fu di pertinenza della antica pieve di Garlate mentre per la cura delle anime faceva corpo con la chiesa di Vercurago. La pieve passò da Garlate a Olginate e la parrocchia di Chiuso venne stabilita da San Carlo nella chiesa di Santa Maria, più grande di San Giovanni Battista e più sicura dalla occupazione da parte dei soldati: qui infatti San Carlo nel 1566 trovò le immondizie depositate dai soldati di guardia al confine o di passaggio, che vi alloggiavano e accendevano grandi fuochi per scaldarsi; vi notò pure l’odore dei cadaveri che esalava dalle tombe sotto il pavimento. La chiesa ai primi del 1600 aveva tre altari e già le pareti verso monte erano deteriorate dall’umidità. Lo stesso cimitero, che confinava con la chiesa, era abbastanza trascurato, tanto che, privo di recinzione, serviva da pascolo alle vacche e alle capre e vi si erano piantati noci e gelsi per nutrire i bachi da seta. La struttura attuale, tardogotica, dovrebbe appartenere al 1400 come sembra confermato dalla lapide in facciata che reca la data del 1452. Al fianco sud e forse anche di fronte si trovava il cimitero. Con tutta probabilità alla chiesetta venne aggiunta posteriormente la campata verso strada e nel 1627 la sacrestia. Verso la metà del 1800 venne costruita la cappella dedicata al Beato Serafino con altare e cancellata neoclassica: poco più tardi, forse intorno al 1867 quando venne allargata la strada provinciale, venne rifatta la facciata pure in forme neoclassiche. La nuova strada, più bassa di almeno un metro rispetto alla precedente, rese necessaria la creazione dei gradini interni, per consentire l’accesso alla porta frontale. La navata unica che costituisce la chiesa è un esempio minore ma tipico di architettura

quattrocentesca della campagna lombarda: costruita con estrema povertà perché il paese non poteva fare di più, fra pestilenze, smottamenti e soldati di passaggio, tuttavia si impone come raro esempio, rimasto incolume dagli “abbellimenti” dei fanatici della decorazione e della porporina; tre arconi gotici in muratura sostengono la copertura in travi di legno: sopra le travi principali, i travetti più piccoli sostengono le tavelle di cotto, del tutto uguali a quelle che doveva avere il pavimento. I restauri (1985) hanno rimesso in vista la soffittatura in legno e pianelle di cotto dipinte a scacchiera rosse e bianche. Le pareti erano probabilmente in gran parte decorate, ma purtroppo rimane solo una testa di Cristo, sulla lesena di destra vicino alla cappella di don Serafino oltre, subito sotto la falda destra del tetto, parte delle scene rappresentanti una Natività con l’annuncio dell’Angelo ai pastori. Sull’arcone del presbiterio si vedono le tracce di una Annunciazione e di un Eterno Padre. Queste pitture possono essere ritenute precedenti a quelle del presbiterio, attribuite invece alla bottega di Giovanni Pietro da Cemmo. I lavori di restauro hanno inoltre potuto verificare come in passato fossero stati effettuati lavori di varia natura alla chiesa, oltre quelli più importanti: ad esempio era stata aperta una finestra ad arco sul lato nord, era stata chiusa la porta ad arco acuto verso il cimitero; in sede di rifacimento della facciata, in forme neoclassiche, era stata modificata la lunetta sovrastante la porta centrale ed era stata chiusa una apertura circolare sopra la stessa porta, spostata verso destra. I restauri hanno inteso eliminare solamente quelle sovrastrutture che, oltre a non presentare nessun interesse, impedivano di cogliere gli aspetti genuini dell’edificio. Gli arconi ad esempio erano stati deformati con delle aggiunte in legno intonacato, per uniformarne la dimensione; è stato allora semplice eliminare l’aggiunta in legno e malta e ritrovare così l’arco sottostante nelle sue forme e dimensioni originali. Allo stesso modo, e nel rispetto degli stes-

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Il Cristo in maestĂ apre la sequenza, che continua nelle pagine successive, degli affreschi tardo quattrocenteschi nella chiesa di San Giovanni Battista.


si criteri, l’eliminazione della controsoffittatura in legno e malta, per di più pericolante e in parte caduta, ha consentito di rimettere in vista il bellissimo soffitto in legno e tavelle di cotto tinteggiate in rosso e bianco a scacchiera con un gradevolissimo effetto di gusto tardogotico tipicamente lombardo. Per poter ottenere questo risultato, ossia la conservazione della soffittatura in legno e cotto comprese le travi portanti assai deperite e assolutamente pericolanti, si è realizzata, superiormente all’antica, un’altra struttura in ferro effettivamente portante. Senza alterare la facciata neoclassica, ormai parte integrante e compiuta della storia di questo piccolo edificio, è stata ripristinata la lunetta sopra la porta e aperto, solo verso l’interno, l’occhio rotondo, stranamente scentrato. Un’altra gradevole sorpresa dei restuari è stato il ritrovamento, con le spallette intatte e parte dei cardini, della porta gotica verso l’attuale (e antico) cimitero.

Gli stessi criteri che hanno informato il restauro dell’architettura sono stati seguiti nella sistemazione del verde a monte e sul fianco della chiesa cercando di ottenere un ambiente omogeneo con la costruzione: semplice e domestico con piante a foglia caduca di tradizione locale. LE PITTURE DEL PRESBITERIO Le pitture del presbiterio sono rimaste l’unico ciclo completo di decorazione quattrocentesca presente nell’area lecchese e l’unica testimonianza di quel clima tardorinascimentale, debitore attraverso il Foppa, del grande Mantegna; sono attribuibili secondo alcuni a Giovanni Pietro Grechi da Cemmo, il migliore pittore di una famiglia di artisti bergamaschi poi trasferiti in Valcamonica. Sono precedute da tracce di altre pitture nel resto della chiesa. Lungo il colmo delle pareti correva un fregio a dentelli e fiori, solo in

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parte superstite; fiori coprivano anche parte degli archi traversi. Sull’angolo della cappella del Beato Serafino è dipinta una piccola Imago Pietatis, col busto del Cristo sorgente dal sepolcro e recante i simboli della Passione. Nell’ultima campata, sulla destra, rimangono due scene frammentarie, raffiguranti il Battesimo di Cristo nel Giordano e la Natività. Sono scene ingenue, ma composte, vicine a miniature della metà del XV secolo e ricche di possibili riferimenti all’area della Valcamonica (Esine e Berzo). Sull’arco trionfale appare al centro il Padre Eterno nel nimbo, il quale si rivolge in segno di pace verso la Vergine Annunciata, che si intravede entro architetture; nel cielo si librano angeli con trombe ed il segno della croce, oltre a vari putti; sulla sinistra resti di architetture racchiudevano l’angelo Gabriele. L’intradosso della volta porta riquadri di profeti, che si affacciano da incorniciature tri-

lobate; al sommo si riconosce il Battista, che venne però replicato nel primo riquadro di sinistra, forse nel Seicento, in quanto o le scialbature avevano cancellato le figure o in quel tempo non era più facilmente riconoscibile dal popolo la precedente iconografia. Il Battista conclude comunque il ciclo dei profeti, introducendo l’avvento di Cristo e della Chiesa. Sulla volta campeggia Cristo Pantocratore, entro la mandorla del trono celeste, i cui colori rappresentano forse le sette schiere angeliche che lo reggono nell’apparizione finale; ha un volto umanissimo e pieno di pace, già ravvisabile in altri esempi trecenteschi (oratorio di Mocchirolo) e sottolineato dalla scritta che lo indica come via e verità. Lo circondano i simboli degli Evangelisti con cartigli tipici che li individuano, con parole tratte dal Messale ambrosiano, secondo l’uso del tempo. Sulle pareti i quattro Dottori della Chiesa latina: a sinistra Gregorio Magno ed Ambro-

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gio, a destra Agostino e Gerolamo, assisi in cattedre dal grande impianto monumentale; libri appaiono su scansie e da socchiusi armadietti. Sul fondo è tracciata la Crocefissione, in versione strettamente narrativa, affollata di personaggi, seguendo con precisione i racconti evangelici, con qualche inclusione simbolica, come gli angeli che raccolgono il sangue di Cristo, simboli agostiniani del Battesimo e dell’Eucarestia. Secondo Bruno Bianchi, che si è più volte occupato di questi affreschi, anche scrivendone in numerosi articoli il cui riassunto è ritrovabile nelle pagine di Opere d’arte a Lecco, la crocefissione, dalla composizione iconografica assai consueta nella seconda metà del secolo XV, costipata di figure, cavalli, stendardi, angeli, alabarde e cartigli, rivela la sua affinità con quella dipinta da Giovanni Pietro a Esine anche nel disegno dei nudi, nei panneggi delle donne, ancora di più in quel modo di gestire dei personaggi secondari di questo palcoscenico popolaresco, irto di gesti accentuati, di bocche spalancate e di barbe feroci; sembra di avvertire un certo impaccio nel disporre gli angeli, anche loro in pieno melodramma, alterati e contorti, per poterli incastrare nel poco spazio che rimane libero attorno ai bracci della croce. Si potrebbe dire che la crocefissone di Chiuso è meno ieratica di quella dipinta da Giovanni Pietro a Borno in Valcamonica, ma è certo meno calligrafica di quella da lui dipinta a Esine; più vera per lo svolgersi più spontaneo degli stendardi e per la stanchezza assolutamente umana del volto del Crocefisso, come in attesa di riposo. Ai lati del Pantocratore, chiuso in una mandorla iridata, i quattro dottori della Chiesa sembrano invece divenuti il pretesto per soddisfare finalmente quella esigenza di “interno” che il dramma della croce non consentiva. Un interno a cavallo fra il casalingo e il surrealista e che vede accostati certi armadietti socchiusi, cari alle “annunciazioni”, allo straordinario impianto monumentale di un trono marmoreo goticheggiante e prospetticamente un po’ acerbo. Anche qui non sono difficili da tro-

vare gli accostamenti ad altre opere di Giovan Pietro da Cemmo, a cominciare dal modo di descrivere gli elementi di contorno, analoghi a quelli usati dal maestro nell’Assunta della chiesa di Borno. L’aria di indulgente scetticismo, già presente in altre figure di Giovan Pietro e che fa alzare un poco le sopracciglia ai quattro scriventi imprigionati nel loro splendido arredamento, si ritrova in alcune delle figure di profeti che fasciano l’arco del presbiterio; ciascuno di questi, affacciato ad una apertura gotica, sventola senza convinzione il proprio cartiglio con una espressione appena poco più contenuta di quella messa in viso alle “Sibille” che il nostro pittore dipingerà un poco più tardi (nel 1493) in analoga composizione, nella chiesa di Bienno. Le rigorose prospettive di questi interni e di questi arredi apparenta il lavoro del nostro pittore, montanaro con gli occhi bene aperti, agli altri più noti pittori “metropolitani”: al Giovanni Donato da Montorfano della cappella Portinari e San Pietro in Gessate al Butinone dei tondi di Santa Maria delle Grazie oltre che al Foppa sempre nella cappella Portinari. Si può comunque proporre un confronto interessante, soprattutto dal punto di vista iconografico, con i Dottori della Chiesa dipinti sugli spicchi della volta dell’oratorio di San Giovanni alle Cascine Olona. Certamente coevi, perché l’oratorio di Cascine Olona fu terminato di decorare alla fine del 1400, i personaggi in cattedra presentano molte affinità di atteggiamento e risultano singolarmente affini anche per l’importanza e la precisione nel disegno dell’arredo che li accoglie e li incornicia. Come si è intuito, rimane da sciogliere il nodo attribuzione, che si è riproposto di recente, in questo 2009 in cui si sono conclusi gli interventi di restauro degli affreschi presbiteriali della chiesa di San Giovanni Battista, a Chiuso, più nota come chiesa del Beato Serafino. Sia le analisi preparatorie che il restauro sono stati realizzati con molto rigore dallo studio di Giacomo Luzzana, mentre i lavori stessi sono stati seguiti dall’architetto Bruno Bianchi, che, co-

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me già accennato, ha cara la chiesetta alla quale ha dedicato uno spazio di rilievo nel suo libro Opere d’arte a Lecco. Lo stato di degrado degli affreschi del presbiterio ha richiesto, per realizzare un recupero efficace, al predisposizione di una serie di sonde termoigrometriche di rilevamento, in grado di verificare puntualmente i valori di temperatura e di umidità dell’aria esterne ed interne. L’isolamento della parete di fondo del presbiterio è stato completato anche nell’area cimiteriale adiacente e nel contempo si è verificato lo stato della copertura. Una volta esaurito il lavoro di indagine, il restauro degli affreschi si è rigorosamente limitato al fissaggio delle parti minacciate di stacco dal supporto murario e alla ripresa con colorazioni neutre delle parti mancanti, senza tentare di rifare quello che non c’è, ma consentendo una lettura non eccessivamente frammentata della composizione.

ra dalla Val Varrone, da Dervio e da Bellano e - come ricorda don Carlo Gottifredi nel suo libro Prete Serafino Morazzone Curato di Chiuso - andavano a Chiuso per devozione, attratte dalla fama di taumaturgo del prete. Già nel 1865 era uscita l’ennesima ristampa della biografia stesa dal Laini nel 1830. Allora la preghiera e i discorsi su temi religiosi santificavano le lunghissime ore di lavoro. E così anche le bambine, che a sei anni erano già occupate nella filanda, venivano a conoscere don Serafino. L’indizione dell’attuale Anno Sacerdotale ha offerto l’occasione per fare memoria di quel gennaio 1922 quando l’arcivescovo Achille Ratti - che pochi giorni dopo assumeva il governo della Chiesa universale con il nome di Pio XI si propose di fare una commemorazione degna, nel settembre di quell’anno, del centenario della morte di don Serafino con l’intervento del clero diocesano a Chiuso. L’arcivescovo divenne Papa e il disegno fu abbandonato, ma anche gli arcivescovi suoi successori, come vedremo in queste pagine, non hanno mai mancato l’occasione di presentare il Morazzone modello di santità e di ministero parrocchiale.

❊❊❊ Tutto questo contribuisce a mantenere vivo l’interesse attorno al Servo di Dio don Serafino Morazzone, peraltro confermato, proprio nell’agosto di quest’anno 2009, dalla visita a Chiuso del prefetto della Congregazione pontificia per le cause dei Santi, l’arcivescovo Angelo Amato. La venerazione per il curato di Chiuso è tradizionale nella terra lecchese, come in modo eloquente testimonia quel maestro di pietà cristiana che è Alessandro Manzoni e il ritratto che del prete Serafino Morazzone - riportato integralmente nel prosieguo di queste pagine - l’autore dei Promessi Sposi fece nella prima stesura del romanzo. La sua effigie ornava le mura domestiche e le nonne, in particolare, conoscevano tante notizie della vita del Beato Serafino ed in modo particolare della sua predilezione per la fanciullezza, comprovata anche da interventi ritenuti miracolosi, ad esempio il miracolo delle fragole in pieno inverno. Le filandiere, in particolare, prima ancora del compimento del processo informativo diocesano (1866-1867) scendevano addirittu-

IL BUON CURATO DI CHIUSO Giuseppe Domenico Serafino Morazzone nasce a Milano l’1 febbraio 1747 da Francesco Saverio prestinaro di miglio (cioè fornaio) e da Anna Saldarini. Viene battezzato il giorno seguente nella parrocchia di San Tommaso in Terra Mala. Il 29 settembre 1760 chiede ai superiori del Seminario di vestire l’abito talare. Il 18 gennaio 1761 riceve la tonsura dalle mani del cardinale Pozzobonelli, arcivescovo di Milano. Il 17 dicembre 1762 riceve i primi due ordini minori, ostiariato e lettorato. Nel settembre 1765 entra a far parte dei chierici addetti al servizio del Duomo, con un piccolo stipendio (10 lire al mese). Il 22 febbraio 1765 riceve gli altri due ordini minori, accolitato ed esorcistato. Il 23 marzo 1773 viene tenuto il concorso per la parrocchia di Chiuso, alla presenza del cardinale Pozzobonelli. Vi concorrono due sacerdoti e cinque chierici: risulta vincitore Sera-

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fino Morazzone. Viene eccezionalmente investito del beneficio parrocchiale di Chiuso dall’allora cardinale arcivescovo Giuseppe Pozzobonelli, prima ancora di diventare prete, perché già stimato e apprezzato per la semplicità del suo vivere, per l’umiltà evangelica, per il fervore nella preghiera, per le sue eminenti virtù cristiane. Il 10 aprile 1773, Sabato Santo, riceve il suddiaconato. Il 18 aprile, Domenica in Albis Depositis, riceve il diaconato. Il 9 maggio riceve l’ordinazione sacerdotale nella chiesa di Santa Maria presso San Satiro. Il 10 maggio celebra la sua prima messa a Chiuso, nella chiesa di San Giovanni Battista, dove ora è sepolto. In quarantanove anni, dal 1773 al 1822, egli rimane fedele alla sua parrocchia. Si fa tutto a tutti: la sua fama di santità va al di là dei confini parrocchiali (meno di 200 anime), per raggiungere il circondario. È vicino ai suoi fedeli condividendone gioie e dolori anche nei momenti più difficili (tra l’altro durante il suo ministero si è combattuta la battaglia di Lecco tra francesi e austro russi, nel 1799, con lutti e devastazioni fra la popolazione civile). Nel 1790 è anche colpito da una grave infermità, dalla quale guarisce in modo miracoloso per la intercessione di San Gerolamo Emiliani. Il 12 aprile 1822 gli viene amministrato il viatico e l’estrema unzione. Il 13 aprile, come si legge nel Compendio della vita scritto dal Laini nel 1830, «benedisse gli astanti primieramente, poi tutto il popolo e, proferendo le ultime parole che aveva sempre sulle labbra - Sia lodato e glorificato sempre Gesù Cristo - accomodatesi le mani al petto in forma di croce (…) rese placidissimamente la sua beata e veramente benedetta anima a Dio, senza essersi punto mutato in volto». Quando lasciò questa terra per entrare nella Gerusalemme celeste, la fama delle sue virtù correva già in tutta la Diocesi ambrosiana. L’anno successivo il Manzoni scriveva la sua ce-

leberrima pagina. Prima di passare alla quale è significativo ricordare un episodio legato al cardinale austriaco Gaysruck, arcivescovo a Milano dal 1818, testimoniato da Carlo Roncaletti nel processo canonico: «Circa la riverenza e la venerazione profonda che professava al proprio arcivescovo, mi ricordo il seguente fatto, che più volte mi ripeteva mio padre. Una volta che l’Arcivescovo Gaysruck si portava in barca qua a Chiuso, assieme al Signor Prevosto Vicario Foraneo; appena avutone avviso il nostro Parroco Morazzone, presi con sé i suoi fanciulli, che aveva sempre in sua compagnia, corsegli incontro alla riva del lago, e là si gettò in terra per baciare i piedi dell’Arcivescovo in segno di ossequio, ma il Prelato lo rilevò da terra dicendogli in presenza di tutti: dovrei io piuttosto baciare i vostri piedi!». E quanto valga questa affermazione dell’arcivescovo può essere valutato quando ci si riferisca ai tempi, nei quali il superiore teneva un notevole distacco dall’inferiore, e alla personalità del Gaysruck, nobile e abituato a frequentare un ceto sociale del tutto diverso da quello dell’umile curato di Chiuso. Era evidente che, appena giunto in diocesi - l’episodio può essere collocato nei primissimi anni del ministero del Gaysruck - gli parlarono di questo umile sacerdote, attivo nell’estrema periferia della sua immensa diocesi, che aveva fama di santità. L’episodio non può essere datato altrimenti, perché il Morazzone neanche quattro anni dopo l’ingresso dell’arcivescovo in Milano, avvenuto il 26 luglio 1818, moriva. DON SERAFINO MORAZZONE NEL «FERMO E LUCIA» Un interessante confronto tra il brano manzoniano sul curato di Chiuso e le testimonianze del processo canonico è stato fatto da Aldo Decò in uno dei numeri (l’1 del 2001) di Il buon curato di Chiuso. Un invito a rileggere insieme quanto scrive il Manzoni, ricordando

Celebrazioni liturgiche in occasione della festa del Beato Serafino; quella sotto con il vescovo Luigi Stucchi.

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che egli colloca esplicitamente in Chiuso, nel Fermo e Lucia, l’episodio della conversione del Conte del Sagrato. E questo è ricordato accanto alla chiesa dalla lapide commemorativa dove si legge: «Chiuso, il paese della conversione dell’Innominato, della liberazione di Lucia, e del sarto erudito». Dopo aver descritto l’incontro del Cardinal Federigo con il conte che diverrà l’Innominato nella redazione definitiva, il Manzoni introduce due personaggi, convocati dal cardinale: uno lo conosciamo bene ed è don Abbondio. L’altro è nuovo: don Serafino Morazzone. La pagina è ben nota, ma riteniamo comunque utile ripresentarla: «Il curato di Chiuso era un uomo che avrebbe lasciato di sé una memoria illustre, se la virtù sola bastasse a dare gloria fra gli uomini. Egli era pio in tutti i suoi pensieri, in tutte le sue parole, in tutte le sue opere: l’amore fervente di Dio e degli uomini era il suo sentimento abituale: la sua cura continua di fare il suo dovere, e la sua idea del dovere era tutto il bene possibile: credeva egli sempre adunque di rimanere indietro ed era profondamente umile, senza sapere di esserlo; come l’illibatezza, la carità operosa, lo zelo, la sofferenza, erano virtù ch’egli possedeva in un grado raro, ma che egli si studiava sempre di acquistare. Se ogni uomo fosse nella propria condizione quale era egli nella sua, la bellezza del consorzio umano oltrepasserebbe le immaginazioni degli utopisti più confidenti. I suoi parrocchiani, gli abitatori del contorno lo ammiravano, lo celebravano; la sua morte fu per essi un avvenimento solenne e doloroso; essi accorsero intorno al suo cadavere; pareva a quei semplici che il mondo dovess’esser commosso, poiché un gran giusto ne era partito. Ma dieci miglia lontano di là, il mondo non ne sapeva nulla, non lo sa, non lo saprà mai: e in questo momento io sento un rammarico di non possedere quella virtù che può tutto illustrare, di non poter dare uno splendore perpetuo di fama a queste parole: Prete Serafino Morazzone Curato di Chiuso». Meno note le altre citazioni.

Dopo che il Cardinale l’ha incaricato di cercare una donna per andare a liberare Lucia, don Serafino risponde: «Ne corro in cerca, Monsignore illustrissimo, e Dio compirà l’opera buona». Sottolinea il Manzoni: «Detto questo uscì; i radunati nell’altra stanza lo guardarono curiosamente, ma nessuno lo fermò per interrogarlo, giacché si sapeva ch’egli era così avaro delle parole inutili, come pronto a parlare senza rispetto quando il dovere lo richiedesse». Un altro gioiello è il brano successivo alla liberazione di Lucia, quando il Cardinale invita a pranzo il Conte: «Bene, bene,» rispose il Cardinale, «io voglio cominciare a provare se posso farmi obbedire da voi,» e traendolo per la mano si avvicinò al buon curato di Chiuso, che se ne stava cheto fra gli altri, e gli disse, con aria sorridente: «Signor curato, voi siete tanto umile che sarebbe dabbenaggine il non far da padrone in casa vostra. Io invito il signor Conte a pranzare con noi.» Il curato che non lasciava mai scappare l’occasione di rispondere con un testo della Bibbia, disse levando le mani al cielo, e poi stendendole amorevolmente verso il Conte: «Benedictus qui venit in nomine Domini.» E ancora più in là: Il curato di Chiuso poi aveva un modo di pensare molto singolare. Egli riteneva che trattare sontuosamente un uomo il quale predicava a tutta possa la povertà e la modestia, sarebbe stato un dirgli coi fatti, se non in parole: - io vi credo un ipocrita -. Per altra parte, la borsa del curato era ordinariamente e tanto più in quell’anno, fornita ad un di presso come quella d’un figlio scialacquatore che abbia il padre spilorcio: e l’aspetto poi della miseria universale era tanto terribile, e tanto presente ad ogni momento che un trattamento fastoso avrebbe fatto ribrezzo anche a chi non avesse avuta la carità delicata e profonda del Cardinale Federigo e del Curato di Chiuso. Fin qui il Manzoni nel Fermo e Lucia. Come sappiamo, nell’edizione ventisettana la figura del buon curato di Chiuso scompare, per lasciare il posto ad un anonimo curato e tale resterà anche nell’edizione definitiva del 1840.

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L’omaggio alla statua di don Serafino Morazzone a Chiuso.


Comunque la sua figura non era certo adattabile alle esigenze narrative dell’autore, in quanto Serafino Morazzone era ancora lì, a un anno dalla morte, monumento vivente di carità ed umiltà. D’altra parte il medaglione non è essenziale allo sviluppo del romanzo, per cui se il Manzoni non avesse voluto portare una propria testimonianza diretta a quanto la gente già pensava e sapeva, non avrebbe avuto alcuna ragione di inserirlo nel Fermo e Lucia, tanto più che la sua figura fa certo ombra agli altri personaggi essenziali per lo sviluppo narrativo del romanzo. Sul perché poi nell’edizione definitiva scompaia don Serafino Morazzone ha molto indagato il compianto don Umberto Colombo, direttore del Centro Nazionale di Studi Manzoniani, che ha sempre avuto cara la figura di don Serafino. Le sue conclusioni, che sono poi quelle di gran parte degli studiosi, si riducono alla necessità di eliminare un evidente anacronismo (ricordiamo che don Serafino è vissuto dal 1747 al 1822, quindi oltre un secolo dopo i fatti narrati nel romanzo); la parallela figura del Cardinal Federigo che doveva risaltare al meglio, senza avere confronti immediati e forse anche l’affievolirsi di un dolce ricordo che, vivissimo nell’immediata dipartita del curato (nel 1822 il Manzoni sta stendendo il romanzo che terminerà l’anno dopo) andava a spegnersi in una rimembranza meno prepotente. Tutto ciò però non offusca minimamente la validità della testimonianza, tanto più che essa è supportata ampiamente da quanto i testi, sotto giuramento, hanno deposto nel processo canonico tenutosi a Chiuso nel 1861-1864. Tutti i personaggi sono stati però trasfigurati dal Manzoni, piegandoli alle esigenze letterarie e narrative del romanzo. Per don Serafino questo non è accaduto, anche perché si tratta di un inserimento fine a se stesso, come abbiamo detto, senza alcuna conseguenza sullo sviluppo narrativo. È un semplice riconoscente ricordo di

un uomo vero che Manzoni ha ammirato. Già il cardinale Achille Ratti, nei pochi mesi durante i quali è stato arcivescovo di Milano tra il 1921 e il 1922, prima di diventare Papa Pio XI, aveva pregato il sacerdote Carlo Gottifredi, altro biografo di don Serafino, di fare ricerche di archivio per documentare la tradizione che vuole il curato di Chiuso confessore del Manzoni. Queste ricerche, se sono state portate avanti, non hanno approdato a nulla, comunque niente vieta di supporre che la circostanza sia vera, vista anche la confidenza esistente fra i due. Nel Fermo e Lucia si dice che don Serafino era tanto pio e tanto innamorato di Dio e degli uomini da fare tutto il bene possibile. Vi si dice che era umile e zelante e che i suoi funerali furono un trionfo. Si ricordano poi la sua povertà e l’estrema modestia della sua mensa. L’interrogatorio dei testimoni al processo avvenne sulla base di un questionario di oltre un centinaio di domande, che investivano tutti gli aspetti della vita del Servo di Dio. I trentadue testi interrogati, compreso gli oltre venti testi oculari, sono concordi. Qui basta scegliere qualche risposta, analoga a tutte le altre. Dice un teste: «Di male non ho mai sentito che ne abbia fatto ad alcuno; invece era tutto intento a fare del bene, quando poteva, anche nelle temporali necessità». Un altro teste precisa: «Somma era la sua carità con i poveri, avanzava niente per sé e per i suoi, e ritengo che per fare carità ai poveri non mangiasse nemmeno a sufficienza». A proposito dell’umiltà un teste precisa: «Egli non amava emergere e il suo contegno era tale che indicava a sufficienza l’umiltà del suo cuore». E ancora un altro: «A prova del disprezzo che egli aveva per i beni del mondo, viveva parchissimamente». Lo stesso teste ancora: «So che era frugalissimo per se stesso e del resto del suo tenue beneficio lo disponeva ai poveri». E a conferma un altro teste: «La sua vita era penitente, la bevanda era l’acqua, mangiava magramente». E si potrebbe conti-

Due storiche immagini della chiesa di San Giovanni Battista che documentano le trasformazioni intervenute sull’edificio.

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nuare, perché le testimonianze occupano centocinquanta pagine del secondo volume della Positio. E spesso i testi usano le stesse parole del Manzoni. Ma a questo proposito va ricordato che al tempo dell’istruttoria canonica il Fermo e Lucia non era ancora stato pubblicato: lo sarà solo nel 1904 per opera dello Sforza. Pertanto non vi era possibilità di inquinamento. Veniamo ai funerali, ai quali possiamo pensare che anche il Manzoni partecipò; se non vi partecipò ebbe certo informazioni dirette, di primissima mano, tanto collima quanto egli scrive con le testimonianze. Prima testimonianza: «Riguardo al funerale ci fu uno straordinario concorso spontaneo come al funerale di un santo. Popolo, gente di ogni condizione; ed alcuni che avrebbero potuto intervenire e non intervennero, provarono grande dispiacere, quando udirono raccontare le meraviglie di quel funerale». Seconda testimonianza: «È vero il dolore che destò la morte del parroco di Chiuso ed è vero il generale entusiasmo del popolo intorno al suo cadavere, per dividerne le vesti, i capelli, eccetera. Fu veramente straordinario il concorso dei paesi circostanti e tale che erano invase non solo le strade, ma anche le campagne, segno che l’opinione pubblica, pronunciavasi che l’uomo trapassato era considerato come un uomo straordinario». Terza testimonianza, un po’ lunga ma spiega bene l’atmosfera che accompagnò al sepolcro don Serafino: «Appena spirato fu rivestito dei suoi abiti e portato nella stanza parrocchiale detta la scuola. Allora tutto il popolo piangendo accorse a mirare il cadavere dell’amato pastore. Verso sera con l’accompagnamento di tutto il popolo e di molti forestieri dei vicini paesi fu portato all’oratorio di San Giovanni e durante tutto il tempo che vi rimase esposto era una continua gara della folla degli accorrenti per appropriarsi qualche cosa di quanto apparteneva al Servo di Dio, per modo che gli si dovette mettere due volte le vesti. Il giorno seguente seguì il suo funerale al quale convenne oltre a tutta la popolazione di Chiuso moltissimo popolo anche degli altri paesi,

numerosissimo clero il quale non era stato invitato. Intervennero pure diverse confraternite ed alcune bande musicali spontaneamente. Per grande concorso bisognò lasciarlo esposto fino al martedì seguente (il funerale fu la domenica in Albis depositis) e solo dopo la mezzanotte si poté a stento seppellirlo». C’è da chiedersi: nessun testimone (tutti parlano dei funerali) ha notato un intervento come quello presunto del Manzoni? Egli era certo persona nota a Lecco ed al Caleotto, ma forse qui a Chiuso era meno importante, tanto da non ritenere necessario citarlo. Forse perché non c’era? Ma allora perché tanta corrispondenza fra la realtà del funerale, le testimonianze e lo scritto manzoniano? Il dubbio rimane. Parlando di questa gente accorsa così numerosa, gente umile per un prete umile, vien fatto di pensare quanto fosse sbagliata la considerazione di Don Rodrigo nell’XI capitolo dei Promessi Sposi: «Chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra, non hanno neanche un padrone, gente di nessuno!». Che poi il Manzoni non sia stato un buon profeta risulta dal fatto che anche noi, dopo duecentosessantadue anni dalla nascita e centottantasette dalla morte, ricordiamo ancora con venerazione un prete, anche grazie alla testimonianza dello scrittore. FARE MEMORIA DI DON SERAFINO Fare memoria nella Chiesa è rendere attuale ed operante un evento passato. È rivedere attuale e operante una presenza di coloro che essendo vissuti in una determinata epoca della storia - vivono ora in Dio e perpetuano nei nostri confronti quei carismi dei quali Dio li ha dotati durante la loro permanenza in terra. In questo senso essi sono insieme compagni di viaggio e modelli da imitare. Questo vale anche per don Serafino, umile prete, parroco di un piccolissimo borgo agli estremi confini della Diocesi ambrosiana, che non ha scritto nulla, che non ha fondato nessuna istituzione, che è rimasto fra i suoi quasi cinquant’anni, facendo solo del bene. E noi lo ricordiamo ancora

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La chiesa di San Giovanni Battista detta anche ÂŤdel Beato SerafinoÂť.


con affetto e devozione. È straordinario questo fatto. Il costante accorrere di tanta gente, non solo di Chiuso e dei dintorni, alla sua tomba nella bellissima chiesetta di San Giovanni ne è una testimonianza. Ha detto monsignor Bernardo Citterio: «Non era e non è una fiumana di gente, salvo il giorno della commemorazione, ma è una goccia continua. Era ed è difficile entrare in San Giovanni senza trovarvi qualcuno, di Chiuso o forestiero, che prega per chiedere grazie». La sua tomba è sempre illuminata da moltissimi ceri, segno di una devozione che si fa preghiera. È importante sottolineare quanto gli arcivescovi di Milano che si sono succeduti sulla cattedra di Sant’Ambrogio e San Carlo hanno detto e fatto in rapporto a don Serafino, interpreti anche in questo caso dei sentimenti di devozione della popolazione. Si deve al Beato Cardinale Ferrari il primo intervento operativo, per così dire, per una ripresa della causa di beatificazione dopo il processo canonico degli anni 1864-1867. Arrivato a Chiuso in visita pastorale ordina di togliere dalla tomba qualsiasi segno di devozione popolare (rigorosamente proibita dalle disposizioni ecclesiali per i Servi di Dio con causa in corso) e però impone al parroco di segnalargli qualsiasi fatto straordinario che dovesse verificarsi per l’intercessione del buon curato di Chiuso. Ne è nata una raccolta di eventi che saranno registrati dai vari parroci fino ai nostri giorni. Sono fatti che dimostrano quanto siano vive ancora la memoria e la fiducia della gente per il Servo di Dio. Ma è con il Beato Cardinal Schuster che la causa riprende con decisione. Più di una volta l’arcivescovo sollecita preghiere e interessamento per la causa da parte del clero ambrosiano, in particolare di quello della zona di Lecco. Non solo, ma lo paragona a due figure splendide del clero. «Don Serafino Morazzone - dice è il nostro Curato d’Ars» e in effetti molte sono

le analogie con il prete francese. E ancora: in una lettera al postulatore paragona don Serafino a padre Placido Riccardi, monaco benedettino a Farfa, suo maestro nella vita monastica. Se si tiene conto di quanto il Cardinal Schuster abbia per tutta la vita venerato questo monaco si può capire quanto altrettanto egli abbia venerato il Buon Curato di Chiuso. Poi è arrivato il Cardinale Montini. In don Serafino egli sottolineò le virtù evangeliche, la carità, l’umiltà, e ne diede una definizione splendida: «Egli è grande perché è povero, perché umile, perché ha dato e cercato di dare». E ancora: «Egli è un santo di popolo. È stato l’amico di tutti con un cuore così grande. Lui così piccolo con un cuore ricco con i poveri di cuore, con gli umili e soprattutto con chi ama e sa donare». Esistono del Cardinale Montini anche alcune lettere indirizzate a Papa Pio XII nelle quali sollecita la prosecuzione della causa di beatificazione. Il successore Cardinale Colombo ha più volte visitato la tomba del Servo di Dio e ha pronunciato parole piene di devozione: «Sono stato a visitarla [la tomba], a pregare, a chiedergli che ottenga tanti aiuti a me… e a tutti i miei sacerdoti». E ancora: «In questa chiesa io sento che mi accoglie con la sua potente intercessione il vostro Santo Curato Serafino Morazzone… Del santo curato di Chiuso io, per primo, ho bisogno immense grazie; per me in questo momento trepido, per i miei sacerdoti e per tutto il popolo». Il Cardinale Martini è stato presente in alcune celebrazioni solenni riguardanti il Servo di Dio, come il duecentocinquantesimo anniversario della nascita (1747-1997). Sotto il suo episcopato la causa di beatificazione ha avuto un notevole sviluppo con la presentazione della Positio e il parere unanime della commissione storica. Anch’egli ha colto un aspetto importante della santità di don Serafino: «Dunque quale è il messaggio ancor oggi del Beato Serafino?

La chiesetta di San Giovanni Battista, illuminata (sotto) per la festa del Beato Serafino.

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Il vescovo missionario Aristide Pirovano presiede la concelebrazione liturgica nell’anniversario del Beato Serafino Morazzone.

È racchiuso in poche parole. Facciamoci santi, non aspiriamo a cose superiori alle nostre forze, a grandi opere esteriori, ma viviamo la carità cristiana nella vita di ogni giorno». Infine il Cardinale Dionigi Tettamanzi. In una omelia proprio nella chiesa di San Giovanni, che noi chiamiamo del Beato Serafino, dice: «Al Servo di Dio don Serafino Morazzone e al-

le sue preghiere al Signore chiediamo sì le grazie di cui sentiamo di aver bisogno per noi, per le nostre famiglie, per gli altri, ma non dimentichiamo di implorare innanzi tutto la grazia, ossia una vita cristiana gioiosamente e coraggiosamente fedele al nostro Battesimo». Ed è il migliore elogio che si possa fare del Buon Curato di Chiuso.

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Germanedo Alle pendici del Resegone Chiesa dei Santi Cipriano e Giustina Chiesa della Beata Vergine Immacolata Chiesa di Maria Addolorata detta anche ÂŤdella RovinataÂť

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ALLE PENDICI DEL RESEGONE

«Siamo agli ultimi di luglio dell’anno di grazia 1886. Un’alba di rose; un cielo di cristallo: una mattina di quelle che caccian fuori di casa per forza i villeggianti, colla smania nelle gambe di raggiungere un’altura, per respirarvi a grandi boccate l’aria imbalsamata dall’olezzo dei prati o dal profumo del bosco, anche a costo di irrigare più tardi di sudore l’erta sassosa e riportarci a casa la pelle riarsa dal sole. La grande ombra del Resegone ricopre ancora il bel bacino di Lecco, e passa distesa sul lago, per risalire il monte di faccia, dove poco distante, sulle punte più elevate degli ignudi greppi, cominciano a disegnarsi, come orlature d’oro fiammante, i primi raggi del sole nascente». Queste parole aprono Che cosa è un vulcano, operina di divulgazione scientifica scritta da Antonio Stoppani, nello stile del Bel Paese. L’abate-geologo soggiornava in quel periodo nell’ex Convento dei Cappuccini a Pescarenico (vi passò le vacanze estive dal 1884 al 1889, «a godere le fresche aure natìe», come ricorda ancora un’epigrafe). Appunto la mattina introdotta dal brano riportato sopra venne invitato da una brigata d’amici a una passeggiata «alla Rovinata». Ne nacque una paginetta, per mano dell’abate, riportata nella quarta parte di questo capitolo e rispetto alla quale ben poco è cambiato percorrendo il vecchio acciottolato della ripida gradinata risalente a svolte nell’ombra e scan-

dita dalle stazioni della Via Crucis che sono un invito a meditare, e tra quel poco il colore della chiesetta della Rovinata, non più bianco, come argomenta di suo Dino Brivio nelle pagine di Montagna facile, primo dei suoi Itinerari lecchesi. La devota chiesetta, in centocinquant’anni, deve averne raccolte di preci e di lacrime... Alla Rovinata, comunque, «nulla che meriti di fermarsi, salvo la bella vista», dice lo Stoppani. In ogni modo, basta salire ancora un poco e guadagnare lo sperone di Campo de’ Boi donde si possono contemplare «sempre nuove meraviglie, nella pace solenne che fascia ogni cosa» (così notava Ariberto Villani in Dalle dolomie del Resegone alla verde Valsassina) e seguire fantasie sugli antichi Galli Boi che forse qui, al dir del Pozzi in Lecco e Barra, ebbero «il loro centro più importante, giacché vi si rinvennero avanzi di antichissime costruzioni». Qui arrivò, il 18 luglio 1608, il delegato arcivescovile monsignor Albergato per conto del cardinale Federico Borromeo. Negli Atti della visita si legge che «questo nucleo detto Campo de boi è abitato da diciassette famiglie. Le persone d’ambo i sessi sono circa cento. Poiché dista dalla chiesa parrocchiale un miglio e mezzo, e ivi non si celebra la domenica e gli altri giorni festivi, il popolo soprattutto d’inverno e anche in altre feste non ascolta la Messa. Molto di rado accedono alla chiesa parrocchiale per assistere ai divini offici, però siccome so-

La bianca statua della Madonna, a Campo de’ Boi, al cospetto del Resegone.

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no più vicini alla chiesa di Germanedo, si recano a quella». Solo in anni recentissimi l’oratorio di San Giovanni Battista a Campo de’ Boi è passato sotto la giurisdizione della parrocchia di Germanedo. Apparteneva quindi ancora ad Acquate quando, oltre tre secoli dopo l’Ormaneto, vi arrivò il cardinal Schuster. Il 7 settembre 1930 il quotidiano milanese L’Italia pubblicava la cronaca di un’altra tappa della visita pastorale a Lecco del cardinale arcivescovo. Eccone la parte che riguarda proprio Campo de’ Boi, firmata da Uberto Pozzoli.

alla parrocchia di Acquate dalla quale quella chiesetta dipende; e benedisse un tabernacolo costruito recentemente verso la valle, in un luogo che c’è proprio da augurarsi non sia più, d’ora innanzi, il teatro di certe feste campestri delle quali, parlandosi di cose tutte belle e tutte buone, è meglio tacere. Poi, tornato al Collegio, l’Arcivescovo iniziò senz’altro la discesa, salutato dagli applausi e dagli evviva di tutti, ma specialmente dei ragazzi, che tagliarono a rompicollo tutte le volute della mulattiera per esser pronti a ripetere ad ogni svolta il loro saluto, fino a quando non li tenne in soggezione la cinta di confine della proprietà del Collegio e un pochino anche l’ordine perentorio di don Sartorelli: «Indietro ragazzi!».

Da quasi duecent’anni non saliva a Campo de’ Boi un Arcivescovo di Milano. L’ultimo che si era recato a far visita lassù era stato il Card. Pozzobonelli, nel 1746, ché anche il Card. Ferrari, che pure toccò ogni angolo della diocesi, non poté raggiungere quell’ameno altipiano. L’avvenimento, quindi, anche ridotto quasi a una corsa podistica, non mancava d’importanza. All’ultima casa di Germanedo c’erano ad attendere due cavalcature bardate di drappi rossi. L’ Arcivescovo s’accontentò di un umile bastone, e subito intraprese la salita, accompagnato dal convisitatore mons. Polvara, dal segretario don Terraneo, da un gruppo di superiori e di alunni del collegio, scesi ad incontrarlo, e da un po’ di gente unitasi per istrada alla comitiva. Abolite le fermate - il Cardinale accondiscese a brevissime soste di qualche minuto - in un’ora la «Madonnina» fu in vista. Squillò la campanella del Collegio, rispose l’altra dell’Oratorio di San Giovanni, i ragazzi s’abbandonarono alle più festose acclamazioni e i superiori furono subito d’attorno all’Eminentissimo, invitandolo a riposarsi un istante. Invece, a quanto sembrò, la ripida e non breve salita non aveva stancato l’Arcivescovo che volle entrar subito nella cappellina - un cantuccio di paradiso - per parlare ai giovani che vi si erano riuniti. Dopo colazione, accompagnato dai superiori del Collegio, dal cav. Nava e da molti villeggianti, Sua Eminenza visitò l’Oratorio di San Giovanni, anticipando così un po’ della visita

Nulla, se non un semplice accenno, alle due chiesette sull’altipiano morenico alle pendici del Resegone. Della chiesa di Campo de’ Boi, dedicata a San Giovanni Battista, non si conosce l’anno di fondazione. Per Amanzio Aondio, che ha raccolto tutto quanto è stato possibile trovare su Acquate, esisteva già nel 1500. Doveva essere un edificio molto semplice, almeno a giudicare dalla descrizione dell’Ormaneto che vi trovò un unico altare non consacrato, aderente alla parete, dotato di croce, candelieri, tovaglie, palio e tabella delle segrete. La volta che copre l’altare - si legge sempre negli Atti borromaici del 1608 - gli è così vicina che si può facilmente e comodamente pulire. La stessa cappella dell’altare aveva forma quadrata, in parte ornata di pitture, in parte solo imbiancata. Quanto al resto dell’edificio risulta di una sola navata, pavimento in calcestruzzo, pareti intonacate e imbiancate, copertura con tavolato. Il visitatore rilevava la mancanza di un’immagine del santo al quale l’oratorio è dedicato - il dipinto esistente di San Giovanni Battista è del pittore lecchese Angelo Moioli, eseguito nella prima metà degli anni trenta del Novecento - così come di un confessionale e della pila dell’acqua santa. Una piccola campana era collocata su due colonnine sopra la facciata (il campanile attuale venne costruito nel-

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Campo de’ Boi: la chiesetta di San Giovanni Battista e, sotto, la Madonnina.


La chiesa di San Giovanni Battista a Campo de’ Boi.

la metà del Settecento). Non c’è traccia nemmeno di una sacrestia: tutte le suppellettili si conservavano in una cassa di legno nella cappella dell’altare. È stato il parroco di Acquate, don Alessandro Luoni, a predisporre, nella seconda metà del secolo scorso, i lavori di restauro di un edificio ormai pericolante a cagione dell’azione del tempo. I lavori sono poi stati eseguiti dai residenti estivi, così che l’Oratorio di San Giovanni Battista ha ritrovato la sua centralità. Ciò che fa apparire ancora più lontano nel tempo un altro rilievo degli Atti del 1608 dal quale apprendiamo che «a questo altare non è imposto alcune onere, tuttavia vi celebra qualche volta il curato di Acquate, per amministrare il santissimo sacramento dell’Eucaristia». Situazione che non era mutata ottant’anni più tardi. In un documento datato Acquate 21 ottobre 1688 si legge: «Altro oratorio di S. Giò Batta posto nel monte d.to campobonio è largo braza n. 9 longo quinde-

ci. Ha una sola fenestra et una sola portina; un solo paramento vecchio, cioè camise, cordone, amito, pianeta, stola, manipolo, calice con suo ornamento, et un misale. Ha una sola campanella. Questo oratorio serve ad deferenda eucarestia infirmis per essere ne’ monti distante più di tre miglia dalla cura». Nella cronaca prima citata della visita del Cardinal Schuster, si fa cenno ad una cappellina. Era stato don Giuseppe Polvara, il sacerdote e architetto nativo di Pescarenico e fondatore della scuola d’arte cristiana Beato Angelico nonché della Famiglia Beato Angelico, ad indicare la zona di Campo de’ Boi, a quota 600 sulle pendici del Monte Magnodeno, al cospetto della cresta dentata del Resegone, per la costruzione della casa di vacanze montane per i collegi arcivescovili di Saronno, Desio e Tradate. La realizzazione è avvenuta negli anni compresi tra il 1920 e il 1922, quando la località

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Gli ospiti della Madonnina nell’estate 1946; nella pagina seguente, altre due immagini della casa di montagna nel 1952.

era ancora in territorio comunale di Germanedo ed il collegamento era affidato alla mulattiera che saliva verso la chiesetta della Rovinata, passava della fontanella della Mariett e saliva quindi a Campo de’ Boi. Al piano terra dell’edificio del collegio, sul lato destra, è la cappella dipinta da Ernesto Bergagna, tra i primissimi collaboratori di monsignor Polvara alla Beato Angelico, con gli allievi della scuola. Ernesto Bergagna eseguirà poi, nel 1952, i dipinti nella chiesa delle Suore Misericordine a Lecco. Il collegio estivo di Campo de’ Boi ha cessato di funzionare negli anni 1975-1976, avendo come ultimo responsabile don Fernando Pozzoli - poi a Lecco prima parroco a Castello e poi rettore del Santuario della Vittoria - allora rettore a Saronno. Ha sempre mantenuto rapporti con Campo de’ Boi e presiede ogni anno la funzione serale del 15 agosto con la processione che partiva dal vecchio nucleo e terminava davanti alla bianca statua della Madon-

na, sul piazzale belvedere dell’ormai ex collegio, dove viene celebrata la messa. Da alcuni anni la cerimonia serale del 15 agosto non raggiunge più il piazzale della Madonnina, in quanto i Collegi riuniti hanno venduto la proprietà e la zona è stata recintata, anche per ragioni di sicurezza. La processione si svolge intorno al vecchio nucleo di Campo de’ Boi, partendo dalla chiesetta di San Giovanni e terminando nel prato attiguo dove nel pomeriggio si svolgono i giochi campestri. C’è poi da ricordare che per una buona parte della permanenza dei Collegi riuniti a Campo de’ Boi, un sacerdote della comunità assicurava la celebrazione della messa festiva, da fine giugno a fine agosto, ai piedi della croce sulla vetta del Resegone. La messa, con tutta probabilità, ha cessato di essere celebrata con il recupero della chiesetta dei Piani d’Erna, dopo l’entrata in funzione della funivia di Versasio negli anni ’65-’66.

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CHIESA DEI SANTI CIPRIANO E GIUSTINA

Nella visita del 1550 è interrogato prete Joseph de Isachis figlio del fu signor maestro Giovanni, capellanus mercenarius Sanctae Justinae, il quale risponde che «ne la sua detta giesia non si tene il Corpus Domini perché la visinanza de detto logo è tanta povera che non può patir la spesa: è vero che gli sono de gli terreni de li quali se ne potria cavar circa 200 lire l’anno ma gli vicini ne hanno venduto in parte et in parte gli usurpano le entrate ancora che detto terreno sia lassato in beni de le anime de quelli che gl’hanno lassato. Ha sotto la sua cura circa 36 o 40 anime di comunione quali ha tutti in scritto et tutti si sono quest’anno comunicati. Ha dui calici quali hanno la coppa et patena d’argento et una planeta di veluto di crimisino frusta et un camiso et altri ornamenti circa a la messa et uno pallio de raso verde novo. Li soi curati se occorre che alcuno porta de l’olio per la lampada per le feste che portano via detto oleo. Et così ancora li danari che si cavano de le offerte loro le pigliano et ne pagano de le taglie poste sopra li beni de li vicini cioè de quelli che hanno fatto li legati». La dedicazione della chiesa a Santa Giustina richiama la diffusione del culto di questa martire, dovuto all’influsso di missionari mandati dal patriarca di Aquileia nel territorio comasco. Appartenente a una distinta famiglia padovana, durante la persecuzione di Diocleziano, arrestata per la fede, fu condotta in tribunale. Non riuscendo a farla apostatare, il giudice la condannò alla pena capitale, eseguita il 7 ottobre del 304. La diffusione della Congrega-

zione benedettina di Santa Giustina, che elesse la martire come sua patrona, insieme con San Benedetto, contribuì a propagare il suo culto in Italia e in Europa. Anche Venezia la elesse patrona di tutti i suoi domini, dopo la vittoria di Lepanto, riportata nel giorno festivo della santa, nel 1571. Cipriano nacque a Cartagine verso il 210. Dopo tre anni dalla sua conversione al cristianesimo, fu eletto vescovo della sua città. Ritiratosi in clandestinità durante la persecuzione di Valeriano, venuto a conoscenza di essere stato condannato a morte, tornò a Cartagine per dare testimonianza di fronte ai propri fedeli e venne decapitato nel 258. Nella visita del 1569 questa chiesa, che risulta consacrata, è lunga 25 passi, larga 15; sulla facciata oltre alla grande porta con il sovrastante occhio vi sono due altre finestre. La cappella dell’altar maggiore si presenta con la volta, con una finestra e una porticina che mette nel campanile. Sull’altare una bellissima ancona (altare consecratum cum ancona pulcherrima picta et aurata) e nel gradino sopra l’altare e l’ancona c’è il tabernacolo con il Santissimo. L’arcata della cappella è attraversata da una trave dipinta che porta nel mezzo il Crocifisso. Ai lati dell’altare due panche di noce. A fianco dell’altar maggiore due altari: uno dedicato a San Pietro Martire, l’altro ai Santi Rocco e Sebastiano. La cappella a mano destra dedicata a Santa Giustina ha la volta ed è dipinta con figuris antiquis. La finestra ha l’inferriata ma nella cappella piove. Vi è pure una porta che mette nella sagrestia in cui, con il banco per i paramenti, si tro-

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Vedute dell’esterno e un interno della chiesa parrocchiale di Germanedo prima della trasformazione.


va anche vaso uno a vino. A sinistra si entra in un cimitero chiuso e coperto. In questo cimitero è rappresentata una certa santa, non bene individuabile, che ha attorno a sé i segni, meglio gli emblemi delle diverse arti, simboli non condecentibus. Nella precedente visita San Carlo aveva dato ordine di toglierli, ma nulla era stato eseguito. Dal detto cimitero coperto per mezzo di una scala si saliva alla casa del prete. Questo appartamento era composto di due locali e di un solaio. Vi era pure un cimitero all’aperto, circondato da un muro, ma aperto alle bestie. Vi stava anche un campanile con due campane, però mancavano il battistero e il confessionale. Mancava anche il cappellano e le funzioni sacre erano compiute dal prevosto di Lecco o da un suo supplente o dal Curato di Acquate. Nel 1608, il 20 luglio, la visita di monsignor Albergato, negli Atti della quale, per la prima volta, accanto a quello di Giustina compare il nome di Cipriano. Rispetto agli Atti del 1569, la chiesa ha un battistero di granito grossolano, di forma rotonda, sostenuto da una piccola colonna della stessa materia. È ricoperto da un ciborio che si innalza a modo di piramide. Non esiste però una cappella per il battistero, ma il fonte battesimale è stato costruito in un angolo presso la porta maggiore, dal lato del Vangelo. C’è anche il confessionale, costruito con tavole robuste secondo la forma prescritta ma «collocato più vicino del conveniente alla cappella maggiore, in luogo così esposto, che tanto il confessore quanto il penitente possono essere visti da tutti». La cappella maggiore «ha una icona, circondata da ogni parte con cornici in oro, costruita con eleganza; essa è divisa in varie figure: nella prima si vede Dio Padre; al suo lato destro e a quello di sinistra sono accuratamente raffigurati i misteri dell’annunciazione della B.M.V. In un’altra parte Cristo che risorge dai morti, con ai lati le immagini dei Santi Ambrogio e Antonio; da ultimo nella parte inferiore, al centro l’immagine della Vergine Ma-

dre con in braccio il bambino, alla destra Santa Giustina e alla sinistra San Cipriano vescovo; tutte le immagini si presentano artisticamente dipinte». Dagli stessi Atti del 1608 apprendiamo - e questo è particolarmente significativo per una parrocchiale che ha cambiato radicalmente forma in anni recenti - che «questa chiesa parrocchiale è consacrata, come della sua consacrazione e dedicazione risulta dalla piccola nota trovata nel vecchio messale, dalle croci rosse e dalla celebrazione della dedicazione. È volta a oriente, abbastanza ampia e capace di molta gente; consta di una sola navata. Il pavimento è in calcestruzzo, in qualche punto sollevato, per cui quelli che camminano in chiesa facilmente incespicano. Le pareti sono intonacate e imbiancate; sono anche adorne di immagini dipinte di alcuni santi, tutte però squallide e corrose». Non dovevano avere un rapporto facile con le immagini dipinte, quelli di Germanedo, visto che nei decreti dati nel 1615 dal cardinal Federico appare che si era dedicata una cappella a San Carlo, canonizzato nel 1610, ma il quadro raffigurante il Santo con Sant’Antonio e Sant’Apollonia doveva essere molto brutto (nullam elegantiam) e perciò lo si doveva sostituire con un’altra tavola (aliam peritiori manu pingendam) dipinta da una mano più abile. Anche la parete sopra l’altare doveva essere imbiancata meglio mettendo prima l’intonaco. Dagli Atti del 1608 sappiamo che quelli che per età si possono accostare al sacramento dell’Eucaristia, di ambo i sessi, sono in numero di 136; complessivamente gli abitanti sono 218. «La cura d’anime affidata al Rettore di questa chiesa è facile, perché non vi sono cascine né frazioni lontane dal paese». I padri di famiglia sono 42, i poveri 3, le vedove 6, gli orfani 4. Da documenti successivi si rileva una significativa presenza di Todeschini e Invernizzi che hanno trovato d’accordo un po’ tutti nell’attribuire, ai primi, un’origine tedesca (lo stes-

Due immagini della chiesa parrocchiale rinnovata e l’affresco dipinto sull’antico portale murato.

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to della chiesa, opera culminata, nel 1847, con la costruzione dell’organo ad opera del milanese Giuseppe Valli. Negli anni successivi al primo conflitto mondiale venne costruito il nuovo campanile, progettato dall’ingegner Bernardo Sironi e costruito tutto in cemento armato dalla Ditta Bigoni di Lecco. La Ditta Barigozzi di Milano curò la fusione delle campane che furono collaudate dal maestro Perosi - «il lavoro è perfetto nella intonazione, il suono è pastoso e simpatico», lasciò scritto nella sua relazione - e nella solennità di Ognissanti del 1931, nel terzo centenario della parrocchia, fecero udire per la prima volta la loro voce a richiamo dei fedeli. L’edificazione del nuovo campanile fu una soluzione di ripiego ad un disegno di più ampio respiro che prevedeva l’edificazione di una nuova chiesa o, quantomeno, dell’ampliamento di quella esistente. Se ne era cominciato a parlare nel 1916 - lo spunto era stato dato dalla rottura di una delle campane, ispezionando la quale fu trovato pericolante tutto il campanile - ma le ristrettezze imposte dalla guerra consigliarono di rimandare a tempi migliori. Il disegno di ampliare la chiesa esistente si limitò poi alla sola realizzazione del campanile perché i proprietari dei terreni circostanti rifiutarono di venderli. L’idea venne poi congelata quando, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, venne iniziata la costruzione del «Villaggio» all’interno del quale era prevista anche una grande chiesa. Non se ne fece nulla e bisognò aspettare gli anni sessanta, con l’arrivo a Germanedo nel 1963 di don Italo Maria Ceriani, per veder prendere il via un programma relativo a tutte le infrastrutture parrocchiali, compresa la chiesa.

so abitato di Germanedo, peraltro, viene associato allo stesso etimo di Germania) e ai secondi l’origine… bergamina in quanto montanari che, in inverno, scendevano in basso con le mandrie. Non è questa la sede per indagare la sostenibilità di queste deduzioni. Qui preme ricordare che Germanedo, cappella curata nel 1566, fu eretta in parrocchia l’1 febbraio 1648, con territorio smembrato alla chiesa prepositurale di Lecco, come risulta dall’atto rogato da Giovanni Battista Anguissola. Nella visita pastorale del cardinale Giuseppe Pozzobonelli, nel 1746, è citata la Confraternita del Santissimo Sacramento - la cui erezione risulta dagli atti della visita dell’arcivescovo Federico Visconti - mentre entro i confini della parrocchia non esistevano altri oratori. Bisognerà infatti aspettare la prima visita pastorale dell’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari alla Pieve di Lecco, nel 1897, per trovare la presenza dell’oratorio o santuario della Beata Vergine Maria Addolorata alla Rovinata; dell’oratorio privato dell’Immacolata Concezione, detto oratorio Invernizzi; dell’oratorio privato dell’Immacolata delle Figlie della Carità di San Vincenzo, detto oratorio Kramer e Muller. La chiesa parrocchiale, che alla fine del Settecento non doveva discostarsi molto dalla descrizione dell’edificio trovato dai visitatori apostolici dopo la seconda metà del Cinquecento, venne profanata dai soldati francesi il 2 giugno 1800: essi rubarono l’ostensorio e la pisside, spargendo le particole in essa contenute. Nel 1823, su disegno dell’ingegner Bovara, vennero realizzati il coro e l’altare in marmo a tempietto. Nel 1836, per iniziativa del marchese Serponti, venne abbellita secondo un disegno che allora venne definito «stupendo». I Serponti avevano affidato il progetto di riforma della chiesa di Germanedo, in stile neoclassico, all’architetto milanese Felice Pizzagalli il quale, costruendo la nuova parrocchiale di Germanedo, la dotò anche di una cupola, elemento architettonico a lui particolarmente caro. I Serponti contribuirono poi all’arredamen-

Su Il Resegone del 24 giugno 1966 si legge la seguente cronaca. Trepidazione, gioia e smania di arrivare in fondo, ecco gli stati d’animo che caratterizzano la vita di Germanedo in questi giorni. Domenica - 26 giugno 1966 alle ore 17 - il prevosto di Lecco monsignor Enrico Assi benedirà e porrà la prima pietra del nuovo complesso di ope-

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re che la popolazione di Germanedo si appresta a realizzare. Sorgerà una nuova chiesa, di proposito studiata dall’architetto Bruno Bianchi, in modo tale da trovarsi addossata e sullo stesso piano di quella già esistente, così da formare con essa un unico tempio: l’altare, il coretto, l’organo, eccetera, saranno tutti nella nuova chiesa, e la vecchia fungerà poi da cappella del SS. Sacramento nei riguardi della nuova chiesa. Questa infatti è stata progettata tenendo conto delle nuove disposizioni liturgiche conciliari, e avrà l’altare posto in mezzo all’assemblea dei fedeli. Sotto la nuova chiesa sarà allestito il salone teatro per le grandi riunioni parrocchiali e per il divertimento. Sul lato anteriore sono invece previste cinque salette di riunioni culturali, ricreative, catechistiche, eccetera. Si potrà accedere indipendentemente alla chiesa, al salone, alle salette. Di fianco alla chiesa sarà sistemato il sagrato con dei portici e un cortile per ricreazione e sport. Viene così risolto l’annoso e urgente problema di dare alla popolazione di Germanedo che si è andata ingrossando di anno in anno una chiesa capace, calda e comoda; un centro parrocchiale dove la vita delle associazioni possa svilupparsi; e un ritrovo per la gioventù che va crescendo nel numero e nelle esigenze. Il grande vantaggio della nuova costruzione è che essa sta - si può dire - al baricentro della parrocchia, infatti risulta egualmente lontana dalle abitazioni periferiche di essa. Ma un’altra novità va segnalata: la nuova chiesa sarà intitolata alla Madonna dei Monti. Il buon popolo di Germanedo ha voluto scegliere quale protettrice la Madonna sotto questo titolo per ottenere da Lei queste grazie: più nessun ragazzo cada nel cogliere stelle alpine o fiori di montagna; più nessun giovane muoia o si faccia del male nelle scalate e nelle ascensioni sui nostri monti; quelli che purtroppo sono già caduti (si contano a decine ormai le lapidi sulle rocce), abbiano la pace eterna; e le persone che li piangono abbiano rassegnazione; tutti quelli che amano la montagna e vi salgono in

cerca di svago e di salute, siano sempre scampati da tutti i pericoli di anima e di corpo; e vedano Dio nella bellezza dei panorami, delle persone e delle cose. Per questi motivi l’attesa per la nuova chiesa è grande non solo a Germanedo, ma anche nel cuore di tutti i lecchesi che amano la montagna e lo sport. Domenica dunque sarà giorno di grande festa a Germanedo, e tutti sono invitati a rendere solenne e bella la storica ricorrenza del nostro rione ridente e aperto come le guglie del suo Resegone. Ancora Il Resegone il 20 ottobre 1967 tornava sull’argomento. Il 21 settembre 1631 l’arcivescovo di Milano cardinale Federico Borromeo erigeva a parrocchia - stralciandola dalla prepositurale di Lecco - la chiesa dei Santi Cipriano e Giustina di Germanedo. Il primo parroco fu don Giovanni Battista Bertucci che rimase in parrocchia fino al 1677 (46 anni). Ne seguirono altri 15 fino all’attuale don Italo Maria Ceriani. Quello che vi rimase più a lungo fu don Attilio Mettica (50 anni). La chiesa antichissima era a soffitto e l’altare appoggiato al muro. Fu devastata due volte (1792 e 1800); la seconda volta con profanazione del tabernacolo e dell’eucarestia. La cupola fu eretta nel 1836 ad opera del marchese Serponti. Anch’essa però una volta cadde essendo stata costruita di tufo, e una volta bruciò essendo stata rifatta in legno. Rifatta in modo definitivo ricoperta d’intonaco, regge ancora bene (almeno internamente) alle insidie del tempo. Germanedo allora contava poco più di 200 abitanti e, in proporzione, la chiesa di allora era veramente un monumento di rara bellezza. Oggi Germanedo rasenta le 4.000 unità ed era impossibile continuare con la chiesa così piccola. Si mise mano il 22 maggio dell’anno scorso a costruire quella nuova, che essendo contigua ed allacciata con la vecchia, forma un tutt’uno con essa. L’altare rimane quindi centrale, tra le due costruzioni, ed è conforme alle nuove disposizioni liturgiche conciliari.

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L’opera, progettata dall’architetto Bianchi ed eseguita dall’impresa Todeschini & figlio, non è ancora completa, però è tale da poter già accogliere i fedeli per le sante funzioni. Per questo - rimandandone la consacrazione a maggio - sabato 21 alle ore 16 monsignor Ferraroni verrà a benedirla e ad inaugurarla. Conceda il buon Dio ai fedeli di Germanedo di vedere la loro chiesa non solo grande, bella, libera da ogni impegno finanziario, ma frequentata e gremita specialmente dalla gioventù.

che giusto che tutti quanti gli abitanti di Germanedo sentano e dimostrino il grande giubilo del loro cuore per questo storico avvenimento. Sabato 12 ottobre alle ore 16,30 S.E. mons. Teresio Ferraroni celebrerà la prima santa messa nella nuova chiesa ed amministrerà la cresima ai bambini che in maggio hanno fatto la prima comunione. Sarà presente alla cerimonia anche il sindaco di Lecco, Alessandro Rusconi. Il giorno seguente, 22 ottobre, sarà invece presente a solennizzare la circostanza monsignor prevosto di Lecco che canterà la messa solenne alle ore 11. Lunedì poi, alla sera, una raccolta concelebrazione darà un tono nuovo a un solenne ufficio funebre in suffragio dei morti di Germanedo. Queste celebrazioni devono segnare non solo una data memorabile nella vita della nostra parrocchia, ma soprattutto un nuovo slancio spirituale da parte di tutti, a miglioramento dei vicini, ed a risveglio dei lontani.

E lo stesso settimanale Il Resegone, il 23 ottobre 1967, aggiungeva i seguenti dettagli. Pur rimandando a primavera la grande festa della consacrazione della nuova chiesa e dell’inaugurazione delle opere parrocchiali, non sarebbe giusto passare sotto silenzio un avvenimento come quello dell’inizio della nuova vita per la parrocchiale di Germanedo ed entrare così alla chetichella nella nuova chiesa. È più

La posa della prima pietra della nuova chiesa parrocchiale il 26 giugno 1966, protagonista - con il prevosto di Lecco monsignor Enrico Assi (a destra) - il parroco di Germanedo don Italo Maria Ceriani.

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Storiche immagini della chiesa della Beata Vergine Immacolata, conosciuta anche come oratorio degli Invernizzi: non c’è traccia delle costruzioni sorte poi tutt’attorno, come documenta anche la fotografia alle pagine 204-205, scattata prima del 1955 (archivio famiglia Invernizzi Bonacina).


CHIESA DELLA BEATA VERGINE IMMACOLATA

La chiesa della Beata Vergine Immacolata, che caratterizza scenograficamente il contesto urbano di via Oratorio a Germanedo, si presenta eccezionalmente intatta e coerente nella sua concezione originaria non solo per quanto riguarda la struttura, ma anche e soprattutto per lo splendido ciclo decorativo e per gli arredi che arricchiscono gli interni. Questo perché il piccolo oratorio privato, voluto e fatto costruire tra il 1828 ed il 1831 dai fratelli Invernizzi detti Danis, è stato gelosamente custodito dai loro discendenti fino ad oggi, sopravvivendo indenne a modifiche e stravolgimenti che al contrario hanno interessato le altre chiese del Lecchese soprattutto durante il ventesimo secolo.

redatto nel 1829 testimonia che gli Invernizzi Danis possedevano poco meno di sessanta ettari di terreni tra Acquate e Germanedo, oltre a fucine, mulini, una casa d’affitto con botteghe a Lecco, ed un’osteria a San Giovanni alla Castagna. Dunque una famiglia di abili imprenditori del ferro, che fu anche attiva «fucina» di vocazioni religiose: nel giro di tre generazioni il casato diede difatti i natali a ben cinque parroci (Carlo lo fu di Brumano, Giuseppe di Bellano, Pietro di Garlate, Bernardo di Laorca e Angelo di Armio), diverse suore e due frati e cioè Pietro, «rispedito» a casa dopo le soppressioni napoleoniche, e Ilarione che fu cappuccino col nome di Alessandro da Germanedo.

Diffusi nelle zone di Morterone e di Ballabio, gli Invernizzi si ramificarono anche a Lecco dove svilupparono diverse attività artigianali: nella seconda metà del Settecento alcuni rami del casato, di professione speziali o cappellari, acquistarono prestigiose dimore della zona quali gli ex palazzi Piazzoni e Locatelli a Castello sopra Lecco, o fondandone di nuove come nel caso del facoltoso Francesco Invernizzi detto Il Galante, che a San Giovanni alla Castagna principiò la costruzione del bel palazzo barocchetto poi appartenuto agli Agliati. Da Ballabio provenivano anche gli Invernizzi Danis che grazie al commercio del ferro (da loro intrapreso non solo nel Lecchese ma anche nel Bresciano e nella Bergamasca) raggiunsero rapidamente lo status di possidenti, investendo i loro floridi guadagni in immobili. Un inventario

Sono contenute, queste note sui committenti così come quelle qui di seguito relative alla costruzione dell’oratorio, alla sua struttura architettonica e al contesto dove è collocato nonché alla decorazione pittorica e agli arredi, in un pieghevole diffuso la sera del 26 maggio 2008 in occasione di un concerto organizzato dall’Associazione Musicale «Annum per Annum» assieme alla parrocchia di Germanedo e in collaborazione con le famiglie Invernizzi e Bonacina. Chiesa della Beata Vergine Immacolata di Germanedo. Una sconosciuta perla del neoclassicismo lecchese l’eloquente titolo del testo redatto da Francesco D’Alessio, dell’Associazione «Giuseppe Bovara» di Lecco e collaboratore della rivista Archivi di Lecco e della Provincia. In quella occasione è stato anche ricordato il periodo nel quale, alla fine de-

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gli anni Sessanta del Novecento, l’oratorio privato supplì alla chiesa parrocchiale trasformata in cantiere per la costruzione della nuova chiesa consacrata dal cardinale arcivescovo Giovanni Colombo il 15 ottobre 1970.

nel 1829 («In questi Roncali vi è il nuovo Oratorio, che stassi erigendo», come recita un documento di quell’anno), risulta completata entro il maggio del 1831, almeno secondo la lapide commemorativa murata all’interno dell’edificio sopra l’ingresso principale.

Proprio all’ex frate cappuccino Pietro Invernizzi ed al fratello Gaspare (che agirono anche a nome e a ricordo dei già defunti Francesco e Giovanni) si deve l’iniziativa di costruire sul fondo detto Roncali che possedevano a Germanedo un nuovo «Oratorio privato sotto il titolo dell’Immacolata Concezione di Maria Vergine», sia per testimoniare il prestigio familiare, sia molto più probabilmente come ringraziamento devozionale per la prosperità delle loro attività commerciali. Ciò suscitò il malumore del parroco di Germanedo Alessandro Bolis, giacché la “concorrenza” della nuova chiesa degli Invernizzi avrebbe potuto creare pericolose divisioni all’interno della comunità parrocchiale. A dirimere la questione intervenne l’arcivescovo di Milano cardinale Carlo Gaetano Gaisruck, che nel dicembre del 1827 scrisse al prevosto di Lecco Antonio Mascari, esortandolo a mediare un accordo tra le parti: «L’ex Cappuccino Sacerdote Pietro Invernizzi unitamente al proprio fratello Gaspare, vorrebbe far erigere in Germanedo a proprie spese un Oratorio da aprirsi a comodo del pubblico dotandolo di un legato di messe numero 12, e garantendone a proprio carico la perpetua manutenzione. Risultando dai qui annessi documenti alcuna differenza insorta tra i predetti Invernizzi, ed il Parroco locale, si crede quindi di far conoscere l’occorrente a V.S. ond’Ella voglia in primo luogo verificare se l’erezione del divisato Oratorio risulti veramente utile al pubblico Spirituale vantaggio di que’ terrieri, e nel caso affermativo venga procurato col di Lei mezzo di avvicinare le parti medesime con un amichevole, e ragionevole accordo». L’intesa fu raggiunta nel gennaio successivo. La chiesa degli Invernizzi fu realizzata in tempi relativamente brevi: già in costruzione

Gli Invernizzi fecero decisamente le cose in grande: la tradizione familiare assegna addirittura il progetto dell’oratorio all’ing. arch. Giuseppe Bovara, ma sembra più probabile l’intervento di un professionista legato al suo entourage come l’ing. Cosmo Pini (peraltro all’epoca tecnico “ufficiale” della famiglia Invernizzi nelle questioni catastali e divisionali) autore negli stessi anni (cioè tra il 1825 ed il 1829) dell’esistente portale della parrocchiale di Germanedo insieme al perito agrimensore Francesco Provasi, altro nome da includere nella “rosa” dei possibili progettisti della chiesa Invernizzi. Da non scartare anche l’ipotesi che a quest’ultima abbia messo mano il celebre architetto milanese Felice Pizzagalli (che soleva soggiornare nella villa di Germanedo detta «Eremo», allora di proprietà della famiglia della moglie Margherita Serponti), autore dei disegni redatti nel 1835 per la riforma della vecchia chiesa di Germanedo: ovviamente tutte queste sono attribuzioni che necessitano di ulteriori verifiche documentarie. L’oratorio voluto dagli Invernizzi risente comunque dell’influsso tardoneoclassico, a partire dall’impostazione volumetrica dell’edificio costituito da una navata unica a pianta quadrata (coperta da una finta cupola poggiante su quattro pennacchi angolari) e da un ampio presbiterio dove troneggia l’altare maggiore. Molto raffinata è la facciata concepita a mo’ di tempio, con lesene laterali sorreggenti una trabeazione con decori dentellati e superiore timpano. Più spogli gli altri fronti dell’edificio, comunque movimentato da due bassi corpi laterali (dove trovano posto un ripostiglio ed una comoda sacrestia) e dal campanile con fasce marcapiano che ne equilibrano il semplice disegno.

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Notevole è l’inserimento nel contesto urbano: alla chiesa si accede dalla strada per mezzo di una breve scalinata (chiusa da un cancello con istoriate le iniziali dei nomi dei fratelli Invernizzi Danis) che ne accentua l’effetto scenografico. Dalla parte opposta della strada, in asse con l’oratorio, si apre un terrazzo belvedere semicircolare, gemello di quello vicino che si apre di fronte all’ingresso della casa degli Invernizzi, di semplice struttura ma di sobrie ed eleganti proporzioni che con l’annesso oratorio costituisce un pregevole esempio di ridisegno urbano.

nella sala principale di villa Manzoni. Tra gli arredi spiccano due quadri dell’Immacolata, uno collocato sull’altare principale, l’altro sulla parete sinistra della navata. Molto probabilmente sono le stesse tele che nell’inventario del 1829 figurano nella vecchia casa Invernizzi, situata poco distante, nella parte più antica del centro di Germanedo. Notevoli sono anche l’armadio della sacrestia ed un quadro di San Giuseppe col Bambino ivi conservato, nonché una bella statua di uguale soggetto posta nella navata e realizzata nel 1929 dalla celebre ditta Nardini. Nel complesso, dunque, la chiesa degli Invernizzi Danis si qualifica come opera notevole sia sotto il profilo architettonico che decorativo; la collocazione in un contesto urbano che si è eccezionalmente conservato nella sua concezione originaria ne rendono necessaria un’attenta e mirata tutela, trattandosi di un prezioso patrimonio di storia, arte e fede della comunità di Germanedo.

Ancora sconosciuto è l’autore della straordinaria decorazione interna dell’edificio, anche se l’uso di medaglioni, grisaglie, festoni monocromi richiamano decisamente qualcuno vicino alla cerchia di Giuseppe Lavelli, autore di simili soggetti nella chiesa di Casatenovo, nella celebre “sala d’oro” di palazzo Manzi a Dongo, in villa Annoni a Cuggiono e, secondo alcuni,

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CHIESA DI MARIA

ADDOLORATA DETTA ANCHE «DELLA ROVINATA» La chiesa è stata edificata tra il 1849 e il 1859, anno della sua inaugurazione, nella località detta della Rovinata, posta in Comune di Lecco, censuario di Germanedo. Appartenente alla parrocchia dei Santi Cipriano e Giustina in Germanedo di Lecco, l’edificio sorge al di fuori dell’abitato, su un terrazzo panoramico posto sul pendio morenico, da cui il nome della località, soprastante il vecchio nucleo del rione. Si raggiunge mediante una ripida mulattiera in acciottolato che si snoda in territorio boscoso, lungo la quale sono distribuite le prime tredici cappelle dedicate ad altrettante stazioni della Via Crucis; le ultime due sono invece poste a fianco del santuario stesso. In origine, in quella località vi era solamente una cappelletta dedicata alla Madonna Addolorata. Si trattava di uno dei tanti luoghi di fede costruiti dall’uomo lungo i percorsi che portavano ai lavori dei campi e dei boschi, segni del cammino storico di fede di una comunità. Si tratta di costruzioni di carattere religioso che differiscono dalle chiesette sia per la forma e le dimensioni sia per la funzione che è anch’essa diversa. Decorate con affreschi murali raffiguranti la Madonna e i Santi, hanno la funzione precipua di richiamare verso ciò che è sacro: disseminate nel mondo profano, le cappellette costituiscono dei punti di riferimento, dei segni che indicano una via, la via del cielo.

all’urto, rimase intatta. Il fatto, giudicato miracoloso dalla popolazione, portò ad una crescente venerazione ed attenzione per il luogo, tanto che l’allora parroco don Andrea Magni, con l’assistenza e l’aiuto della popolazione, decise di erigervi una chiesetta. L’edificio fu benedetto il 16 agosto 1859 con la collocazione sull’altare di un quadro raffigurante la Madonna Addolorata appositamente donato dal marchese Paolo Mirasole Serponti. L’intera vicenda è stata ricostruita nel maggio 1959, in occasione del centenario del santuario, dall’allora parroco di Germanedo don Attilio Mettica. «Come era la località - Vi erano due terreni: l’uno sopra l’attuale chiesina, del beneficio parrocchiale. L’altro di proprietà privata. I due terreni erano divisi da un sentiero che si staccava dalla strada che vi è ancora, quella che sale alla fontana Mariett: un sentiero stretto che si collegava a quello che vi è sopra la fontana. Alla svolta tra il primo ed il secondo sentiero vi era la cappelletta che vi è ancora, con il dipinto dell’Addolorata coi Santi Francesco e Carlo. La piazzetta e il sagrato non c’erano. «Cosa avvenne - Per la pioggia e scosse di terreno, una frana precipitò dal terreno superiore alla cappelletta, travolgendo terriccio, piante, sassi... Ma la cappelletta resistendo all’urto della frana rimase intatta... Il fatto della resistenza della cappelletta, tra le rovine, fu giudicato miracoloso dalla popolazione. Di qui la venerazione sempre più crescente. Pellegrinaggi. E grande attenzione.

UN LUNGO CAMMINO STORICO Una frana mossasi dal terreno soprastante si abbatté su quell’area e la cappella, resistendo

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Due cappelle durante l’ultimo restauro e, a restauro finito, con una stazione della Via Crucis in bronzo.

«La chiesetta - Il parroco, don Andrea Magni, vedendo l’entusiasmo, la devozione della popolazione, anche per qualche grazia privata concessa per la intercessione della Addolorata, nel 1849 decise di erigere una chiesina vicino alla cappelletta. Fu assecondato dal popolo e tutte le feste, dopo le funzioni, uomini, donne e giovani salirono portando legno, cemento, sabbia per la costruzione. Si formò la piazzetta davanti la chiesa. Il 16 agosto 1859, alla presenza di otto sacerdoti e d’una moltitudine di popolo, don Magni benedisse la nuova chiesa. Si fece una grande festa e fu portato in processione dai confratelli il quadro della Madonna Addolorata, ora posto sopra l’altare. Nell’interno della cappelletta le pareti vennero coperte di cuori e quadretti per grazie ricevute. Queste, col tempo, per l’umidità vennero deteriorate e furono appese internamente alla chiesa. «La festa annuale - Stabilita alla terza do-

menica di settembre, era visitata non solo dai germanedesi ma dalle popolazioni vicine. Antecedente la festa si faceva un triduo di preghiera verso sera. La notte precedente era illuminata la facciata della chiesa. Falò. Era aperta la chiesina; un uomo s’aggirava nei prati attorno a raccogliere elemosina pro chiesa, poiché tre giorni prima della festa venivano i visitatori a stendere le loro tende per vendere dolci e giocattoli. Fatti che io stesso vidi 40/45 anni fa. Non mancarono i brutti tiri da parte di ladri che, varie volte, salendo sul tetto della sacrestia e rompendo il plafone, scendevano a rubare i soldi, i cuori d’argento, il calice; una cassetta, asportata anni fa, fu poi trovata vuota in un cespuglio. Durante l’ultima guerra la chiesa era visitata di giorno e anche di notte. Durante gli allarmi parecchie persone salivano alla chiesa a pregare e abbiamo fatto alcune processioni in domenica.

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Il Santuario della Rovinata (anche a pagina 208) dopo l’ultimo restauro e con il nuovo sagrato.

«Le cappelle - Sulla strada vennero erette delle cappelle dal compianto sacerdote don Fiorenzo come attestato di amore all’Addolorata e come desiderio dello zio. Prima che io arrivassi a Germanedo, costarono 15.000 lire. Oggi sono rovinate e da rimettere a nuovo. Io stesso fin dall’anno scorso suggerivo di improntare le cappellette a Via Crucis». Fin qui le notizie raccolte da don Mettica. Il piccolo tempio viene costruito in posizione stupenda, eloquente scrigno del messaggio evangelico della lucerna posta in alto ad illuminare la casa. Il cammino per arrivarci, attraverso una mulattiera adagiata nella natura, dove i rombi di motore sono lontanissimi, è parimenti messaggio eloquente sul tempo che scorre verso l’eternità, fissato nella pietra. Anche la zona su cui la chiesetta è collocata ci regala ipotesi di tempi antichissimi, di Galli Boi e di Romani. Negli anni successivi alla sua costruzione, la

chiesa è stata oggetto di alcuni piccoli interventi destinati agli arredi sacri, alla sistemazione del campaniletto posto sul tetto, e ad alcune decorazioni. Nei primi anni del secolo scorso viene intrapresa la realizzazione delle cappelle poste lungo la mulattiera, dedicate originariamente ai misteri del Rosario e decorate con affreschi del pittore valsassinese Tagliaferri. Nel 1959, ricorrenza del primo centenario del santuario, si forma un comitato parrocchiale allo scopo di ristrutturare sia la chiesa che le cappelle. Per la prima vengono decise opere di sistemazione interna con sostituzione di arredi e finiture. Per le seconde, che si presentano ormai con gli affreschi deteriorati, viene decisa la trasformazione in stazioni della Via Crucis realizzate con altorilievi in terracotta. Questi ultimi vengono irreparabilmente compromessi a seguito di atti vandalici ad ope-

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Lo scoprimento della nuova Via Crucis in bronzo il 19 settembre 1993; nella pagina a fianco, sotto, una cartolina ricordo della Rovinata, come quella della pagina seguente, realizzata dopo i restauri del 1959.


ra di ignoti nell’anno 1976. È così che nel 1989 si forma un nuovo comitato Amici della Rovinata che promuove il restauro delle cappelle. Esse vengono dapprima risanate nella struttura e rinnovate nelle finiture con materiali tecnologicamente adatti alla loro ubicazione; gli altorilievi in cotto vengono sostituiti da quindici formelle in bronzo con bassorilievi raffiguranti le stazioni della Via Crucis eseguite dallo scultore lecchese Fulvio Simoncini e inaugurate il 19 settembre 1993. È proprio sulla spinta di quest’ultimo intervento, sostenuto dalla volontà e dal contributo di tutta la popolazione di Germanedo, che nasce il desiderio di intervenire anche sull’edificio del santuario.

tura ad edicola con cornici sagomate in gesso e porzione interna con volta a botte. La cappella di sinistra corrisponde all’originaria cappelletta della Madonna Addolorata, rinominata poi, nella tradizione popolare, Madonna della Rovinata; sul retro di questa si sviluppa una tettoia costituita da una struttura in legno con copertura in coppi al cui fianco è posta una fontanella. Dietro la cappella di destra è invece ubicato il piccolo corpo di fabbrica, annesso alla chiesa, che contiene il locale destinato a sagrestia. All’interno l’aula e il presbiterio hanno entrambi dimensioni in pianta pressoché quadrata, le pareti sono scandite da lesene e cornici e culminano con un cornicione aggettante dal quale partono le volte a botte che ne costituiscono la copertura. Il presbiterio, con pavimentazione sopralzata di tre gradini rispetto al piano dell’aula, presenta due nicchie laterali e un altare a parete con tabernacolo centrale sovrastato da un’edicola destinata a contenere il quadro dell’Addolorata.

Due note descrittive di quest’ultimo. Si tratta di un oratorio ad una navata dalle contenute dimensioni planimetriche e dalle semplici forme architettoniche. Non vi è traccia di disegni di progetto. Probabilmente, come testimoniano gli elenchi dei lavori, i conteggi e le relative ricevute di pagamento, l’edificazione è opera di un capomastro locale, così come la costruzione è avvenuta con il contributo della manovalanza di volontari e della manodopera di artigiani locali. Improntato ad uno stile neoclassico, il disegno si richiama a numerosi oratori di quell’epoca edificati nel territorio su disegno dell’architetto Bovara. Il corpo principale, a pianta rettangolare, comprende la navata con l’aula e il presbiterio; ha il tetto con copertura a tre falde (a padiglione anteriormente, a capanna sul retro) e la facciata di ingresso prospettante sul sagrato caratterizzata da un disegno estremamente semplice; essa è delimitata da due lesene laterali e da una cornice di gronda, presenta un portoncino di ingresso e due piccole finestre con inferriata che permettono di vedere all’interno; in alto un’ampia apertura semicircolare con serramento in legno a riquadri vetrati. A fianco di detto fronte sono ubicate le cappelle che, attualmente, ospitano le ultime due stazioni della Via Crucis. Esse hanno una strut-

DA PIETRA DISTRUTTRICE A FORZA COSTRUTTRICE Nel 1959, nella ricorrenza del primo centenario del santuario della Rovinata, il consiglio delle Acli di Germanedo decide di proporre ai parrocchiani l’esecuzione di opere di restauro sia delle cappellette che del santuario. L’assistente don Giovanni Bellani propone un immediato sopralluogo. Domenica 5 aprile 1959 un gruppetto di volenterosi si reca alla Rovinata per un «sondaggio preventivo» dei lavori di riparazione sia del santuario come pure delle caratteristiche cappellette che lo precedono sull’erta strada alpestre ai piedi del Resegone. Il giorno dopo il programma dei lavori viene sottoposto al parroco e due giorni dopo ancora, l’8 aprile, si forma il comitato parrocchiale e si tiene la prima assemblea nella quale viene formato il comitato esecutivo. La prima decisione è quella di far partecipi tutti, mandando a tutte le famiglie una busta mensile con la quale raccogliere offerte e reclutando uomini e giovani volenterosi che alla domenica prestino

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il loro aiuto materiale gratuito onde alleggerire le spese. Ma la decisione più importante adottata dall’assemblea è quella relativa alle cappellette. Si tratta di decidere se restaurare le quindici cappellette dedicate ai Misteri del Rosario o se apporvi i bassorilievi in terracotta delle stazioni della Via Crucis che, spiega don Giovanni Bellani, «bene si intonano col titolo dell’Addolorata cui è dedicato il santuario». In 30 si pronunciano per la Via Crucis, 2 per i Misteri del Rosario, 8 si astengono. I giovani del convegno parrocchiale e i ragazzi dell’oratorio danno l’esempio: tra il pomeriggio di sabato 18 aprile e l’intera giornata di domenica 19 sgomberano ben dieci cappellette da diversi metri cubi di terriccio, sassi, siepi nonché dalle piante che ormai le nascondevano. E contemporaneamente alcune famiglie decidono di «adottare» il restauro di una cappelletta ciascuna. Il restauro viene completato rispettando i tempi: il 17 settembre inizia il triduo di preparazione; domenica 20 alla Rovinata viene celebrata la messa solenne; domenica 27 settembre il cardinale Giovanni Battista Montini, a Germanedo per la celebrazione della cresima e della messa vespertina, chiude i festeggiamenti del primo centenario. Nel 1989, ricorrenza del 130° anniversario del santuario, vengono rifatte le cappelle dalle fondamenta al tetto e i muri perimetrali, con la partecipazione anche degli allievi della scuola professionale edile. Il 19 settembre 1993, per mano di don Giovanni Meraviglia (già parroco a Germanedo e sostenitore di questi ultimi restauri) e con il nuovo parroco don Mario Bodega, viene inaugurata e benedetta la nuova Via Crucis con l’augurio e l’auspicio «che possa servire alla meditazione e alla preghiera per tante persone, consolazione e forza a chi, attraverso questa via, per intercessione dell’Addolorata, chiede aiuto e protezione». Nel 1999 - nuovo parroco di Germanedo è

Il Santuario nei primi anni Cinquanta del secolo scorso.


don Lorenzo Passoni - vengono completati i lavori di restauro, progettati dall’architetto Antonio Piefermi. Nell’edicola posta sopra l’altare a parete viene reinserito il quadro della Madonna Addolorata donato in occasione dell’inaugurazione dell’oratorio della Rovinata. In tal modo viene rispettata la volontà dei costruttori testimoniata dalla documentazione esistente e viene sottolineato il valore artistico dell’opera. Gli affreschi recuperati dalle cappelle esterne vengono poste sulle pareti laterali dell’aula. Un nuovo altare viene realizzato al centro del presbiterio. Un monolito in serizzo ghiandone bocciardato, un masso squadrato scolpito nelle stesse macerie dello smottamento che, secondo la tradizione popolare, è all’origine del santuario. La pietra, da forza distruttrice della frana, diviene forza costruttrice, pietra sulla quale edificare l’altare e la chiesa. Anche l’uso del serizzo, che ben si inserisce nel contesto, è legato alla tradizione costruttiva locale. Infatti, in questa zona prealpina la presenza di grandi massi erratici in granito, rimasti sui residui morenici a seguito delle glaciazioni, è diventata riserva preziosa di materiale da costruzione. Viene anche rifatta la pavimentazione del sagrato con acciottolato in «riccioli» delimitato da riquadri in serizzo ghiandone bocciardato. Infine viene sottolineata la presenza dell’acqua della fontana mediante la realizzazione di un canale a cielo aperto e di una vasca a raso pavimento.

chiale o al massimo cittadino. La Rovinata si è venuta così configurando come santuario ricercato dal pellegrino solitario. Ed è forse questa la caratterizzazione che distingue la chiesetta dedicata alla Madonna Addolorata. A recarvisi è il singolo fedele che sale il non lungo ma erto sentiero, esprimendo in questo modo la sua devozione o il suo spirito di penitenza. Oppure è il camminatore solitario che, percorrendo i sentieri dei nostri monti, non manca di passare dal santuario per una brevissima sosta di omaggio e di preghiera a Maria. Qualche volta è la persona con il cuore afflitto da una pena segreta o bisognosa di una grazia che viene a cercare ai piedi di Maria un po’ di conforto e di aiuto. Altre volte è il nucleo familiare che traduce in pellegrinaggio alla Rovinata un momento di svago e di distensione; e così genitori e nonni alimentano in figli e nipoti il senso religioso, la devozione a Maria, l’attaccamento al paese d’origine e l’interesse per la sua piccola storia. Gli esiti di questi incontri discreti e le emozioni di questi silenziosi colloqui tra Maria e i suoi devoti non vengono documentati nei libri di storia e nemmeno nelle cronache parrocchiali, ma restano affidati alla memoria del cuore e diventano importanti per la pedagogia con cui Dio educa e conduce a salvezza i suoi figli. La devozione alla Madonna Addolorata, che trae origini dai passi del Vangelo, dove si parla della presenza di Maria Vergine sul Calvario, prese particolare consistenza a partire dalla fine dell’XI secolo e fu anticipatrice della celebrazione liturgica, istituita più tardi. Il Liber de passione Christi et dolore et planctu Matris eius di ignoto, costituisce l’inizio di una letteratura, che porta alla composizione in varie lingue del Pianto della Vergine. Testimonianza di questa devozione è il popolarissimo Stabat Mater in latino, attribuito a Jacopone da Todi, il quale compose in lingua volgare anche le fa-

PELLEGRINI ALLA ROVINATA Il piccolo santuario in questo anno 2009 che vede anche la nascita della comunità pastorale Madonna della Rovinata tra le parrocchie di Belledo, Caleotto e Germanedo - compie i 150 anni. La modestia delle origini e della costruzione, l’inaccessibilità ai veicoli, il limitato ambito di fama e di frequentazione fanno della Rovinata un santuario di interesse solo parroc-

L’inaugurazione della nuova Via Crucis nel 1993 e, sotto, la messa nella festa di settembre.

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mose Laudi; da questa devozione ebbe origine la festa dei Sette Dolori di Maria Santissima. I Sette Dolori di Maria corrispondono ad altrettanti episodi narrati nel Vangelo: 1) la profezia dell’anziano Simeone, quando Gesù fu portato al Tempio: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima»; 2) la Sacra Famiglia è costretta a fuggire in Egitto: «Giuseppe destatosi, prese con sé il Bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto»; 3) il ritrovamento di Gesù dodicenne nel Tempio a Gerusalemme: «Tuo padre ed io angosciati ti cercavamo»; 4) Maria addolorata incontra Gesù che porta la croce sulla via del Calvario; 5) la Madonna ai piedi della Croce, in piena adesione alla volontà di Dio, partecipa alle sofferenze del Figlio croficisso e morente; 6) Maria accoglie fra le sua braccia il Figlio morto deposto dalla Croce; 7) Maria affida al sepolcro il corpo di Gesù, in attesa della risurrezione. Nel secolo XV si ebbero le prime celebrazioni liturgiche sulla compassione di Maria ai piedi della Croce, collocate nel tempo della Passione. Nella prima metà del secolo XIII, nel 1233, sorse a Firenze l’Ordine dei frati Servi di Maria, fondato dai Santi Sette Fondatori e ispirato dalla Vergine. L’Ordine, che già nel nome si qualificava per la devozione alla Madre di Dio, si distinse nei secoli per l’intensa venerazione e la diffusione del culto dell’Addolorata. Il 9 giugno del 1668, la Sacra Congregazione dei Riti permetteva all’Ordine di celebrare la messa votiva dei Sette Dolori della Beata Vergine, facendo menzione nel decreto che i frati dei Servi portavano l’abito nero in memoria della vedovanza di Maria e dei dolori che essa sostenne nella passione del Figlio. Successivamente Papa Innocenzo XII, il 9 agosto 1692, autorizzò la celebrazione dei Sette Dolori della Beata Vergine la terza domenica di settembre. Ma la celebrazione ebbe ancora delle tappe, man mano che il culto si diffondeva. Il 18 agosto 1714 la Sacra Congregazione approvò una celebrazione dei Sette Dolori di Maria, il venerdì precedente la Domenica delle Palme e Papa Pio VII, il 18 settembre 1814, estese la fe-

sta liturgica della terza domenica di settembre a tutta la Chiesa, con inserimento nel calendario romano. Infine Papa Pio X (1904-1914) fissò la data definitiva al 15 settembre, subito dopo la celebrazione della Esaltazione della Croce (14 settembre), con memoria non più dei Sette Dolori ma più opportunamente come Beata Vergine Maria Addolorata. «Per chi non conoscesse il territorio di Lecco, dirò che si chiama Madonna della Rovinata un vecchio tabernacolo, ridotto di fresco a chiesuola, circa una mezz’ora di salita sopra Germanedo, sulla sponda sinistra del Bione. Edificata sopra uno scoglio, che sporge dal ciglio minaccioso d’un grande mucchio di sfasciume roccioso (pel geologo una morena), che è tutta una colossale rovina, su cui ogni acquazzone esercita spietatamente sempre nuova rapina, quella chiesuola pare un miracolo. Di notte, quando sono spenti tutti i lumi, anche le stelle del cielo, il lumicino della Rovinata veglia perenne in seno al monte, quasi spiando, con timido sguardo, dappertutto, fino in fondo al piano, fino al di là del lago. Di giorno è la stessa bianca cappelletta, che si affaccia dovunque all’occhio di chi penetra entro il diadema de’ monti che incoronano il Territorio di Lecco, invitando, chi voglia salirvi, colla promessa di una magnifica vista». Così, nell’Ottocento, l’abate Antonio Stoppani indicava la Madonna della Rovinata ai visitatori della città di Lecco e della bella cerchia dei suoi monti. Con stupore si può guardare alla stessa cerchia colpiti dalla grande devozione della nostra gente a Maria: da Rancio dov’è il santuario di Santa Maria Gloriosa a Germanedo sopra cui si eleva la Madonna Addolorata della Rovinata passando per Acquate con la Madonna di Lourdes e i poggi con l’Assunta in Versasio, e dirimpetto la Madonna di San Martino in Valmadrera. Su ogni colle sta la profezia di Maria: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata». Proprio quest’anno si compie il 160° dell’accadimento che portò all’edificazione, dieci anni

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più tardi, del modesto santuario che nella sua semplicità evoca una specie di allegrezza comunitaria, affraternante ceti ed età. È la gente che accorre a pregare, con le lodi e le invocazioni della pietà popolare, antiche e sempre

nuove. La devozione alla Madonna della Rovinata, in particolare, è giunta ad oggi attraverso un lungo cammino di pietà e di fede, richiamata dalla Vergine, la cui nascita «fu annuncio di gaudio per il mondo intero».

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Si ringraziano per la collaborazione:

Comunità Montana

del Lario Orientale

Di quest’opera “Pietre di Fede - Chiese e campanili della città di Lecco” di Angelo Sala sono stati impressi 1.500 esemplari

Quest’opera è stata impressa sotto la cura delle Edizioni Monte San Martino.

Finito di stampare nel mese di novembre 2009 da Editoria Grafica Colombo srl Via Roma, 87 - Valmadrera (Lecco)


Pietre di Fede  

di Angelo Sala volume secondo

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