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Angelo Sala

PIETRE DI FEDE CHIESE E CAMPANILI DELLA CITTÀ DI

LECCO

Edizioni Monte San Martino Lecco

VOLUME PRIMO


Testi: Angelo Sala Progetto grafico e selezioni fotografiche: Day&Night Graphic di Simona Lissoni Mandello del Lario (LC) - graphic@dayenight.eu Stampa: Editoria Grafica Colombo s.n.c. Valmadrera (LC) Contributi alla realizzazione del libro: Un vivo ringraziamento va a don Angelo Grassi, ultimo parroco di Acquate, per la disponibilità con cui è venuto incontro alle tante esigenze di documentazione e di illustrazione; a Carla Teli che ha messo a disposizione il materiale raccolto negli anni dal marito Amanzio Aondio; a Bruno Bianchi e a Giacomo Galli; ad Aloisio Bonfanti e Claudio Bottagisi per tutto il lavoro compiuto; ad Aristide Angelo Milani e Valentino Frigerio per la ricerca fotografica storica; a Mario Marai della Foto Lariana che ha completato l’opera con le immagini fotografiche del presente.

Proprietà letteraria riservata di Angelo Sala e Claudio Redaelli a norma delle vigenti leggi nazionali per i diritti di riproduzione, parziale o totale, salvo consenso scritto © 2008 Claudio Redaelli

Nelle pagine precedenti, la benedizione della Grotta di Lourdes ad Acquate nel 1908.


QUESTE PIETRE RACCONTANO STORIA

I conti con i luoghi di culto, la città e i suoi ritmi, dovevano ancora essere fatti. Essi potranno dire se e quanto le chiese di Lecco una cinquantina, limitandosi a parrocchiali, sussidiarie e cappellanie ospedaliere - narrino le vicende di una comunità, perché questo è, alla fine di tutte le dotte interpretazioni teologiche, quel che spetta alle pietre consacrate di raccontarci. E questo in un tessuto culturale e produttivo che fu attraversato da figure - tutte popolarmente cattoliche - di maestri e testimoni del calibro di padre Giovanni Mazzucconi, don Luigi Monza, don Aldo Cattaneo, per non parlare, tra i laici, di Uberto Pozzoli. Anche questo è il libro Pietre di Fede. Chiese e campanili della città di Lecco che Angelo Sala ha realizzato per le Edizioni Monte San Martino. Prima di tutto ci viene incontro la storia. Questa città è la sua storia. Perfino quella che confina con una cronaca che le inimmaginabili accelerazioni della vita sociale e politica della seconda metà del secolo scorso hanno provveduto a distanziare nel tempo. Pensiamo soltanto alle processioni, ai canti e agli inni messi in onda dalla banda, ai festoni di fiori di carta, alle porte e finestre “parate” lungo il percorso… e a tanti altri momenti eminenti della religiosità popolare. L’occhio del pessimista vede la vanificazione o il degrado degli spazi tradizionalmente adiacenti le chiese, annotando in particolare l’avvilimento della piazza, tipico luogo di incontro o quanto meno di prospicienza della dimensione religiosa. Troppe piazze non sono ormai

più tali, ingombre come sono di auto e di altro. L’occhio dell’ottimista annota invece il pullulare di gente associata, di volontariato costante, di un oratorio che se non conserva la pregnanza del tempo antico, mantiene pur tuttavia la passione per quella dimensione umana che è via della Chiesa, tempio autentico dello Spirito. Tutto questo in una città, Lecco, che non ha più il suo volto industriale e, in faticosa ricerca di un volto nuovo, sta facendo prove tecniche di fisionomia. E le chiese, i campanili, la voce delle campane che continuano a farsi sentire mentre ormai tacciono le sirene, sono parti ineliminabili di questa ricerca. Per Giorgio La Pira “la cattedrale e il monastero sono in rapporto di essenziale collegamento, in certo senso, con l’officina, la bottega, la fattoria, la casa”. “In certo senso”, come si sa, significa un senso tuttora incerto. Per questo le prove tecniche di fisionomia sono destinate a continuare. E qui le chiese e i campanili giocano la loro chance. CHIESE NELLA TERRA MANZONIANA Siamo poi nella terra manzoniana. Non troviamo, nel romanzo manzoniano, illustrazioni di chiese come strutture architettoniche. Lo scrittore ce ne presenta però tre della terra di Lecco, inserite con una precisa funzione nella vicenda. Quella dei “promessi” anzitutto, che Lucia in fuga sull’Adda ricorda: “Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore”; e dovremmo essere a Olate. Quella del convento dei Cappuccini a Pescarenico, dove padre Cristoforo riceve i


perseguitati protagonisti, e fra Fazio protesta: “ma padre! Di notte… in chiesa… con donne…”. Quella, infine, del paesello del sarto, davanti alla quale passano l’innominato e don Abbondio (e il curato, “sentendo il concerto solenne de’ suoi confratelli che cantavano a distesa, provò un’invidia, una mesta tenerezza, un accoramento tale, che durò fatica a tener le lacrime”). Qui dovremmo trovarci a Chiuso. Questa ricerca sulle chiese disseminate nella città di Lecco prende spunto da quella luce di religiosità in cui il Manzoni colloca gli edifici sacri. Non si ha quindi la pretesa di fare un discorso d’arte; molto più semplicemente si desidera riandare alle testimonianze di fede che i nostri progenitori ci hanno lasciate. Questi messaggi non sono soltanto di pietra: proiettati sullo sfondo del lago e incorniciati tra i profili dei monti, questi templi, spesso modesti, ci recano il palpito ancora vivo degli ideali che mossero i costruttori, l’eco del salmodiare austero, l’immagine di coloro che vi trassero in fidente orazione. Farà bene anche al nostro spirito raccogliere quelle memorie che ci giungono da tempi lontani. LE PIETRE RACCONTANO LA STORIA Le chiese sono simbolo per eccellenza delle comunità locali, che spesso le hanno costruite e sempre le hanno arricchite e impreziosite della loro devozione. È affermazione ormai diffusa ed ampiamente condivisa quella che riconosce alla chiesa, così intimamente centrale ad un territorio, un vasto ed articolato interesse, perché campo e prodotto della vita e del lavoro della civiltà umana, che vi ha sedimentato le sue tracce in un gigantesco archivio di possibili informazioni. La consapevolezza dell’interesse delle chiese come documenti di tale vastità e varietà è certo meno immediata e la fruizione cosciente in tal senso è più complessa e difficile. Eppure proprio in una più vasta presa di coscienza dell’interesse comunitario dei tanti aspetti di una chiesa sta la reale possibilità di coglierne la sua presenza articolata e costruttiva, tale da arricchire, e quindi certamente non

mortificare, le risposte alle varie istanze della vita di oggi. Animati dalla certezza che la comprensione e la conoscenza reale possano garantire il processo di riappropriazione da parte delle comunità locali, abbiamo dato corso alla realizzazione di questa opera editoriale. Un’opera - articolata in più volumi - che vuole riuscire a trasmettere alla generazione di oggi e alle generazioni future le tante chiese piccole e grandi presenti nella città con una densità veramente eccezionale, testimonianze di una sedimentazione del territorio varia e ricchissima, delle quali le chiese sono appunto un fondamentale tassello della storia. Un tassello anche determinante, poiché le chiese costituiscono le più cospicue tracce rimaste della organizzazione del territorio dei primi secoli dopo il Mille, quando il paesaggio compreso tra il lago e l’Adda e le pendici del San Martino, del Resegone e del Magnodeno era punteggiato da insediamenti diversamente localizzati rispetto a quelli poi sviluppatisi fino ai nostri giorni. Basta questo riferimento per comprendere quanto l’argomento al centro della nostra iniziativa editoriale abbia in sé ampie potenzialità per un discorso di interrelazioni su scala territoriale. FEDE PERSONALE E FEDE COMUNITARIA Una iniziativa editoriale che - occorre precisarlo subito - non ha il semplice carattere di un censimento né tantomeno di un repertorio, compiti preposti ad altri compresi gli interventi conservativi. Qui si è cercato di approfondire la conoscenza delle vicende storiche delle varie chiese, al fine di fornire di esse un quadro il più possibile completo delle origini, delle trasformazioni subite nei secoli, degli interventi restaurativi o manutentivi attuati, fornendo anche notizie degli arredi conservati, con una raccolta “sul campo” così che il lettore ne abbia un riscontro diretto, immediato, una sorta di visita guidata che lo aiuti a cogliere, assieme alle evidenze proprie di ciascun edificio, quegli aspetti di memoria che appartengono alla fede


che ha messo una sull’altra quelle pietre. Fede personale e fede comunitaria. Ed è proprio per valorizzare quanto più possibile questa dimensione di memoria comunitaria, che una parte significativa delle immagini che sono parte determinante dell’opera editoriale è “datata”. Queste immagini, che consentono di risalire ormai alla fine dell’Ottocento, forniscono infatti una interessante possibilità di lettura delle vicende costruttive che hanno interessato l’architettura dell’edificio al centro della ricerca ma soprattutto il territorio circostante, consentendo così, attraverso la chiesa, di elaborare anche una proposta di lettura delle trasformazioni costruttive intervenute attorno ad essa. Questo patrimonio è giunto a noi per la devozione delle comunità e dei singoli. Ed è giunto sostanzialmente vivo, sia per religiosità sia per affezione: motivazioni che sono bastate - e bastano - alla nostra gente per conservare questo patrimonio, fonte primaria e irrinunciabile della propria storia e della propria identità. Di una storia cominciata praticamente dopo il Mille, stabilizzatasi tra il Duecento e il Cinquecento, riorganizzata dopo il Concilio di Trento e poi radicalmente trasformata nella conformazione degli insediamenti nell’ultimo secolo - il capitolo più imponente e che è ancora in corso - la chiesa rimane spesso l’unica, inequivocabile traccia, testimone di un processo fisiologico di nascita, crescita e abbandono, compagna fedele dell’umana avventura nel fluire continuo della storia. IL SENSUS FIDEI DEL POPOLO CRISTIANO Nella Divina Commedia, San Bernardo invita Dante a fissare il suo sguardo sul volto della Beata Vergine con queste parole: Riguarda ormai nella faccia ch’a Cristo Più si somiglia, ché la sua chiarezza Sola ti può disporre a veder Cristo. Dante non esagera. Il Concilio Vaticano II ha detto in modo più autorevole la stessa cosa. La Madonna “per la sua intima partecipazione

alla storia della Salvezza, riunisce e riflette, in qualche modo, in se stessa i tratti caratteristici della nostra fede”; è “il modello di virtù che risplende davanti a tutta la comunità degli eletti”, che si manifesta “nella luce del verbo, fatto uomo” (Lumen Gentium, 65). Il popolo cristiano ha vissuto questa profonda verità molto prima che venisse dichiarata solennemente e in modo ufficiale dalla Chiesa. Il suo sensus fidei lo portò d’istinto a onorare la Madonna, al di là delle motivazioni contingenti ed interessate, per una profonda convinzione che la Beata Vergine fosse la più alta protezione dei credenti. Già dal secolo III i cristiani di Alessandria si rivolgevano a Maria con questa preghiera passata poi alla liturgia della Chiesa intera: “Noi ci rifugiamo, o Genitrice di Dio, sotto la tua protezione”. I numerosissimi santuari sparsi nella Chiesa intera ne sono una piccola testimonianza. In tutti i santuari “ciò che conta è la storica manifestazione del soprannaturale nei frutti di grazia e nei prodigi che vi si operano, la fede e il culto che vi si esplicano”. La Chiesa prende quindi atto di queste attività devozionali e disciplina adeguatamente la vita pastorale che vi si svolge ritenendo che un giudizio sulle “origini dei singoli santuari - sia esso storia, tradizione o leggenda - non è oggetto di fede e non condiziona la pietà che ha per oggetto immediato Dio, la Vergine, i Santi e che nei santuari viene esercitata con più slancio e ardore”. LA DEVOZIONE MARIANA A LECCO Tutta la storia dall’inizio del cristianesimo fino ad oggi è contrassegnata da un crescente culto, assieme con quello di Cristo, anche alla sua madre Maria e con esso una devozione, differente a seconda dei tempi, e una manifestazione di fatti straordinari a vantaggio dei suoi devoti. Nella quasi totalità, l’immagine mariana che si venera in ogni chiesa, comporta accanto all’immagine di Maria quella del Figlio suo. Lecco ha sempre dimostrato, e lo dimostra tuttora, una grande devozione mariana: questo libro viene a documentarla e a testimoniarla e


ci dice come nei secoli i nostri avi hanno percepito un così grande fatto spirituale. Lo abbiamo realizzato, il libro, anche con l’augurio che l’opera serva a testimoniare e ad accrescere la devozione dei lecchesi alla Madonna. Sono prese in considerazione, tra questo primo e i successivi volumi, una cinquantina di chiese, parrocchiali e sussidiarie, sotto vari titoli perché dedicate non solo alla Madonna. Si comincia con la Basilica prepositurale di San Nicolò e le chiese del centro cittadino per continuare con le altre chiese disposte in ordine alfabetico per parrocchia di appartenenza. Nella scelta ci siamo attenuti a quanto è stampato nella Guida ufficiale della Diocesi di Milano. Sono così illustrate chiese di importanza cittadina, come ad esempio la già citata Basilica o i Santuari della Vittoria in centro e di Lourdes in Acquate, così come quelle chiese che raccolgono i devoti di una parrocchia o poco più. Si trovano chiese costruite e frequentate da tantissimi secoli come quelle costruite da poche decine di anni. Di ognuna si considerano le vicende storiche ed i caratteri così come si presentano oggi sia al credente animato dalla fede sia a chi è mosso da legittima curiosità intellettuale. Sono passati otto secoli da quando apparve il Liber Notitiae Sanctorum Mediolani nel quale Goffredo da Bussero elenca chiese ed altari della terra ambrosiana. Molte cose sono accadute, alcune documentate e quindi occasione per un confronto sicuro, altre no e quindi occasione solo per ipotesi. Parimenti gli aspetti strettamente artistici di ogni chiesa sono di proposito presi in considerazione solo sommariamente, ad eccezione di opere d’arte di assoluta rilevanza: sia perché sono già stati studiati da ben più autorevoli ricercatori sia perché si dovrebbe entrare in un universo sconfinato che ci porterebbe lontano dagli scopi che ci siamo prefissi. Si pensi che delle chiese si sono interessate tutte le arti: l’architettura, la pittura, la scultura, la miniatura, l’intaglio e l’intarsio, la musica e il canto, la poesia e la letteratura, nonché l’artigianato ar-

tistico dell’argenteria, della tessitura e del ricamo e della legatoria. Questo non vuol dire che tali aspetti non siano stati considerati perché la devozione si è manifestata e si manifesta tuttora, oltre che con una vita cristiana coerente e con un culto genuino, anche con le più varie opere d’arte. La formula editoriale usata ci sembra particolarmente adatta a questo genere di indagini: intrecciare la fotografa con il testo scritto. Lo scritto si interseca con l’immagine - spesso anche con quella d’epoca - in una varietà di livelli che si integrano vicendevolmente. Confidiamo che il risultato sia quello di fornire al lettore una documentazione stimolante, che spinga a riflettere. Ogni chiesa è così presentata con gli elementi essenziali per una visita, con fotografie e testo che la situano anche visivamente nel suo ambiente e nella sua storia e con qualche saggio di documenti interessanti le manifestazioni della devozione popolare. I secoli di vita pacifica, ma più spesso di vita dura dei nostri vecchi, si rivelano anche nelle costruzioni delle nostre chiese. Le convinzioni profonde che animavano le loro vicende quotidiane sono state materializzate appunto in questi venerandi luoghi di preghiera. Questi muri, con i loro intonaci affrescati, molte volte con delicatezza, le tele degli artisti e gli ex voto esprimenti una solida fede popolare, hanno finito per interessare anche gli studiosi di antropologia culturale oltre che i cultori di storia e dell’arte. I ricercatori locali, cresciuti di numero e di competenze in questi ultimi anni, hanno già portato in diversi casi a nuove conoscenze di interesse per gli storici e per i devoti. Questi monumenti, angusti o vasti, modesti o sontuosi, possono costituire un avvio concreto ad una più adeguata conoscenza del nostro passato. Per molte persone sarà la scoperta delle vere e lontane radici della propria fede. Claudio Redaelli Presidente Edizioni Monte San Martino - Lecco


LA BELLEZZA PER TORNARE AL SACRO

“Lo spettacolo più bello che un popolo può offrire è senz’altro quello della propria fede”. Sono le parole con le quali il Santo Padre Benedetto XVI, domenica 7 settembre 2008, ha iniziato l’omelia pronunciata nel presiedere la concelebrazione eucaristica sul sagrato del Santuario di Nostra Signora di Bonaria, a Cagliari. Queste pagine vogliono testimoniare la bellezza di Dio che brilla nelle opere d’arte che la fede ha generate. Nella fede infatti sono nati i grandi capolavori d’arte sacra e di musica sacra che hanno il potere di sollevare i nostri cuori e di condurci verso Dio, che è la bellezza stessa. L’arte sacra - ci insegna la Chiesa - è destinata alla lode e alla gloria di Dio e, allo stesso tempo, è popolare, perché deve e può essere capita e toccare i cuori dei fedeli, anche dei fedeli più semplici. Nella storia, l’arte della Chiesa funzionava anche come Biblia pauperum. Secondo Fyodor Dostoevskij, “il mondo sarà salvato dalla bellezza”. Dostoevskij non intende qualsiasi bellezza, ma si riferisce alla bellezza redentrice di Cristo che è la bellezza della verità che abbraccia anche il dolore, e persino la morte, e che la bellezza può essere trovata solo nell’accettare la sofferenza e la croce. In un testo del 2002, l’allora cardinale Ratzinger parla di “bellezza redentrice di Cristo” come di una “paradossale bellezza”. LA FORZA DI UNA PRESENZA Riprendendo e sviluppando quest’ultima affermazione, il cardinale Christoph Schonborn, arcivescovo di Vienna, nel volume A sua im-

magine e somiglianza riflette sulla tradizione orientale dell’icona, raffigurazione pittorica del Cristo e della sua spiritualità, diventata un elemento di unione, un punto di incontro per molti cristiani. Quale è il segreto del suo fascino, la chiave di lettura per la comprensione del suo mistero, e la ragione della sua grande stabilità di espressione? L’arcivescovo di Vienna così risponde: “Penso che la ragione ultima di questo sia il Mistero di Cristo stesso, Verbo Incarnato, Dio fattosi uomo, divenuto circoscrivibile, come amano dire i santi difensori delle immagini, San Teodoro Studita e San Niceforo di Costantinopoli”. L’arte dell’icona ha un fondamento comune, un’unica origine, così descritta dal cardinale Schonborn: “È il mistero del Santo Volto di Cristo Gesù. C’è quel volto unico, quel Gesù che gli apostoli hanno conosciuto, con il quale hanno mangiato e bevuto, che hanno visto trasfigurato e schernito, raggiante della gloria divina del Tabor, e flagellato e coronato di spine. È il viso unico di Gesù, figlio di Maria, Figlio di Dio, che si è impresso nella memoria di Pietro. È lo sguardo di Colui che Pietro aveva appena rinnegato, e che lo guardava in un modo che più niente al mondo ha potuto cancellare dalla sua memoria e dal suo cuore”. Quel Gesù è il fondamento dell’icona e, scrive ancora l’arcivescovo di Vienna nel suo saggio, “Essa ci attira in quanto icona del Cristo. È perché vogliamo vedere il Cristo che l’icona ci parla. È perché i fedeli (e spesso anche i non credenti) possano dire, guardando un’icona di


Cristo, è Gesù! che l’icona parla loro. Quello che conta nell’icona non è tanto la qualità artistica, la grandezza dell’opera d’arte - seppur importante e tutt’altro che trascurabile, poiché essa è una vera mediazione per l’incontro con Cristo - ma la forza della presenza, in essa, di Cristo stesso”. A questo riguardo, è significativo constatare che tutto il dibattito per giustificare l’arte cristiana, le immagini sacre di Cristo e dei suoi Santi, si è sviluppato intorno al Mistero di Cristo. Leggendo le pagine che nel libro citato il cardinale Schonborn dedica alla controversia iconoclasta, si rimane colpiti dalla chiarezza con cui i difensori delle immagini hanno visto in questo dibattito non una questione di estetica, ma innanzitutto una questione cristologica. MARIA CAPOLAVORO DI DIO Cerchiamo di immaginare ciò che avveniva nell’animo degli spagnoli e degli italiani ai racconti dei viaggiatori provenienti dal Nord sulle distruzioni delle statue della Vergine, dei crocifissi e sui colpi di spada inferti alle immagini dei santi da parte dei protestanti. Si sapeva di un dipinto della Crocifissione in cui il Cristo era stato dilaniato, mentre per satanica raffinatezza il cattivo ladrone era stato risparmiato; in una pala d’altare consacrata a San Michele, l’arcangelo era stato distrutto, ma non il demonio che teneva sotto i suoi piedi. Che cosa dovevano pensare quando apprendevano che in Germania la messa era diventata una burletta, la presenza eucaristica negata, la Vergine insultata? Colei che per secoli era stata il rifugio consolatorio della cristianità, veniva ora oltraggiata come Cristo davanti al pretorio. Il protestantesimo ha distrutto le immagini e proscritto l’arte religiosa. Il tempio protestante, imbiancato a calce, era nudo. A ciò la Chiesa, fin dalla fine del XVI secolo, contrappose lo splendore dei colori, dei marmi e dei metalli preziosi. Il Papato affermava ciò che l’eresia negava. Le distruzioni ad opera degli iconoclasti resero più amate le immagini ai cattolici. Le statue che ornavano gli angoli delle

abitazioni, le Madonne dipinte sui muri, illuminate da un tenue lume e davanti alle quali il passante recitava una preghiera, erano oggetto di ardente devozione. E tanto più erano amate quanto più erano vulnerabili. I protestanti si accanivano in modo particolare sulle immagini della Vergine essendole tutti, a qualsiasi confessione appartenessero, violentemente ostili. Tentavano di cancellare dalla mente degli uomini questa figura meravigliosa che nel corso dei secoli era diventata sempre più eccelsa, e nella quale l’umanità aveva riposto tutto ciò che di buono, di puro e di bello aveva nel cuore. Si voleva privare la cristianità di questa Vergine che aveva elevato il Medio Evo, ispirato santi, poeti ed artisti, e fatto sorgere le cattedrali. La Chiesa non se la lasciò strappare via e la difese con tutto il suo amore e la sua dottrina. Tutti gli ordini religiosi divennero suoi campioni. La Vergine venne allora venerata con ardente fervore, quasi per farle dimenticare le parole di offesa. Per prima cosa le si riconobbe la bellezza. Colei che era definita “il capolavoro di Dio”, doveva superare in bellezza non solo le figlie degli uomini, ma gli angeli stessi. Il suo viso irraggiava sempre quello splendore celeste che l’estasi talvolta concede ai santi e la sua radiosa beltà purificava coloro che la contemplavano. Il suo nome, al quale ben presto verranno consacrate molte chiese, appare ricolmo di misteriosa bellezza. Si era così sensibili all’incanto della parola che si composero insieme tutti i bei nomi dati alla Vergine attraverso i secoli, con i quali le venivano restituite purezza, bellezza, grandezza ed eternità. PIETRE DI FEDE: L’IDENTITÀ FA LA STORIA Questo libro vede la luce nell’anno in cui si celebra il 150° anniversario delle apparizioni della Vergine alla piccola Bernadette Soubirou. E Lourdes disseta la sete di bellezza. La devozione mariana è una delle componenti caratteristiche della nostra tradizione. Legato alla figura della Madonna è il tema del-


la religiosità, della spiritualità, della esemplarità della vita di fede. Vorrei, per le chiese della città, risalire all’edificio originario, non senza una punta di nostalgia per gli antichi ardimenti delle linee gotiche e la compostezza di quelle romaniche avvolte nella patina dello splendore barocco. Ripercorrendo le tappe della costruzione materiale, ma soprattutto le tappe del cammino che ha preso avvio dal luogo sacro, attraverso molte vicende, grandi e piccole, liete e dolorose. Addentrandoci nelle pieghe della storia di cui quel cammino è intessuto, sapendo troppo bene che il passato di un popolo è come l’insieme delle radici di un grande albero, di un albero secolare: non possono mai essere smentite queste radici senza che l’albero sia condannato a venir meno. E viene da ascoltare quasi visibilmente le mille e mille voci, in coro e solitarie, che da qui sono salite al cielo. Viene da considerare i mille e mille itinerari interiori che hanno preso le mosse da qui, dall’acqua rigeneratrice del sacro fonte, dal confessionale, dalla mensa eucaristica, dai piedi dell’altare, fino al momento supremo del transito dalla terra per la definitiva dimora nell’eternità. Dall’edificio di pietra, in altre parole, il pensiero è portato alla costruzione spirituale, ai prodigi di grazia e santità di cui le pareti della chiesa sono il simbolo e, in certo modo, lo strumento. Da qualunque angolazione la si voglia esaminare - dai tesori dell’architettura e della pittura, dall’intreccio degli avvenimenti susseguitisi in fasi alterne - la storia di queste pietre è una storia di fede. Essa domanda dunque di essere guardata, esplorata e raccontata con l’occhio della fede, in un atteggiamento umile e pio che consente di vedere le trama essenziale di tutti gli avvenimenti secondo il misterioso piano di Dio. Dal linguaggio delle cose, al linguaggio delle anime. Questo atteggiamento mette subito sulle nostre labbra gli accenti della gratitudine al Signore per gli incomparabili benefici che ha dispensato attraverso gli atti del culto che qui sono stati celebrati; di gratitudine ver-

so coloro che in qualsiasi modo sono stati gli strumenti dei prodigi spirituali: sacri ministri, in primo luogo, e poi i loro collaboratori, i benefattori, gli artisti e quanti si sono prestati a conservare e custodire le memorie del lungo e fecondo capitolo storico. Questa storia millenaria è una vetta dalla quale lo sguardo si distende sulla diramazione dell’avvenire. Nell’edificio di pietra i nostri antenati hanno deposto una concezione della vita: la concezione cattolica. E questa dura ininterrotta sulla mutabilità delle cose che il tempo travolge nel suo rapido scorrere. Se nella costruzione materiale si sono succeduti mutamenti, in concomitanza con esigenze tecniche o con il cambiamento dei gusti artistici, la concezione spirituale è rimasta sempre la medesima. Essa è simboleggiata eloquentemente dalla casa sulla roccia, della quale parla il Vangelo con una immagine robusta e incisiva: vennero i venti, cadde la pioggia, si abbatté la bufera ma quella casa rimase in piedi, perché era edificata sulla roccia. Mi piacerebbe, alla fine di questo lavoro, che tutti si ritrovassero nelle parole che monsignor Giovanni Galbiati, Prefetto dell’Ambrosiana, premetteva nel 1929 ad un libro del sacerdote e architetto lecchese monsignor Giuseppe Polvara, fondatore della Scuola del Beato Angelico: “Il libro s’intitola giustamente Domus Dei e potrebbe avere per sottotitolo: come si deve attendere alla costruzione della Casa del Signore. Giustamente l’autore l’ha dedicato ai Sacerdoti, come quelli ai quali già l’antico scrittore della Bibbia diceva spettare questo compito, coniando quella frase che restò famosa: Zelus Domus tuae, che noi tanto volentieri ripetiamo alla contemplazione di una nuova e imponente dimostrazione di fede che ci colpisca lo sguardo meravigliato per la bellezza dell’architettura e dell’arte”. Angelo Sala Lecco, 12 settembre 2008 Festa del Nome di Maria


INDICE

Lecco

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UN PAESE CHE CHIAMEREI UNO DEI PIÙ BELLI DEL MONDO

15

BASILICA PREPOSITURALE DI SAN NICOLÒ

17

SANTA MARTA

63

L’IMMACOLATA CONCEZIONE ALL’ORATORIO SAN LUIGI

79

SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DELLE VITTORIE

83

Acquate

103

IN PIENO PAESAGGIO MANZONIANO

105

CHIESA DEI SANTI GIORGIO, CATERINA ED EGIDIO

111

CHIESA DI SANT’ANNA O DELLA CONCEZIONE

141

LA GROTTA E IL SANTUARIO DELLA MADONNA DI LOURDES

149

CHIESA DI SAN FRANCESCO IN FALGHERA

177

CHIESA DELLA BEATA VERGINE MARIA DEL ROSARIO IN MALNAGO

181

CHIESA DELLA BEATA VERGINE ASSUNTA IN VERSASIO

187

MADONNA DELLA NEVE AI PIANI D’ERNA

195

Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi a Germanedo

207

CHIESA DEL REDENTORE E DI SANTA CATERINA

209


Lecco UN PAESE CHE CHIAMEREI UNO DEI PIÙ BELLI DEL MONDO BASILICA PREPOSITURALE DI SAN NICOLÒ SANTA MARTA L’IMMACOLATA CONCEZIONE ALL’ORATORIO SAN LUIGI SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DELLE VITTORIE

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UN PAESE CHE CHIAMEREI UNO DEI PIÙ BELLI DEL MONDO

“Un paese che chiamerei uno dei più belli del mondo”, aveva scritto Alessandro Manzoni nella prima stesura del suo romanzo. Parlava di Lecco, il “gran borgo” legato alle memorie dei suoi anni giovani, che aveva scelto come teatro per i protagonisti della sua “storia così bella”. Tanta appassionata professione ammirativa scomparve nel testo definitivo: ma alla sua patria poetica il Manzoni ha dedicato un omaggio d’amore quale nessuna terra forse mai ha avuto. Lo si scopre, alle prime pagine, nella tenerezza delle pennellate con le quali lo scrittore compone il quadro dell’ambiente, sullo sfondo di “quel ramo del lago” e del Resegone. Prorompe soprattutto nel sublime canto dell’“Addio, monti”, in cui l’autore presta a Lucia dei sentimenti che erano i suoi, per il “tristo passo” dell’allontanamento da quelle “cime ineguali” fra le quali era cresciuto e alle quali, volontariamente, non sarebbe più tornato. Sul “magnifico delle vedute” che si dispiegano in “prospetti ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi” indugia con affetto il romanziere, descrivendo la “sua” terra di Lecco. “Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al territorio, giace alla riva del lago: un gran borgo al giorno d’oggi, che s’incammina a diventar città”. Il vaticinio manzoniano si è realizzato: il “borgo già considerevole” ai tempi dell’azione dei Promessi Sposi è oggi città. La domina quel campanile alto alto, che fa sentire

dappertutto il suono delle sue nove campane. E sì che quando venne a Lecco nel 1647 per la visita pastorale, il cardinale Giuseppe Pozzobonelli trovò la chiesa maggiore senza facciata e senza pavimento. Una catapecchia. Che negli anni successivi è diventata il chiesone del quale, nelle pagine seguenti, sono raccolti alcuni frammenti di storia, di architettura e di arte. Ma prima di arrivarci, visto che qualcosa è mutato dai tempi del Manzoni e ancor più dai tempi del Pozzobonelli, pare doveroso soffermarsi su quanto, di quella storia, architettura e arte, non c’è più, come se fosse stato cancellato dal perpetuo scorrere dell’acqua dell’Adda che passa sotto il ponte. Sono altri frammenti, ripescati questa volta dalle pagine di Chiostri del lecchese di Dino Brivio. Un amico e un maestro, anche se per pochi. Una “relatione” del XVI secolo, trovata nel convento del Monte Barro e pubblicata dal valsassinese Giuseppe Arrigoni, ci fa sapere che “l’anno del Signore 1474 essendo Pontefice Sisto quarto fu edificato il Convento dedicato al glorioso apostolo S. Giacomo pochi passi discosto dalle mura della fortezza di Lecco situata alla ripa del lago. Chi fossero li fondatori di tal fabrica non si trova memoria. Si ha bensì traditione, e per scritture che tal Monistero fosse prima habitato da frati del terz’ordine del Seraf. P.S. Francesco, e poi dalli Padri dell’Osservanza”.

L’interno della Basilica di San Nicolò negli anni Cinquanta del Novecento.

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Tale convento era “di molta gelosia” alla fortezza - Andrea Luigi Apostolo in Lecco e suo territorio presenta un Giangiacomo de Medici timoroso “che quel caseggiato non servisse, in caso di ostilità, di ridotto ai nemici” - onde per ordine del detto Medeghino “fu spiantato e giettato per terra”, l’anno 1529. Rimase in piedi, prodigiosamente, un pilastro con effigiate l’immagini della Pietà e della Vergine con il Bambino, attorno al quale nel 1595 venne costruita una nuova chiesetta, dal popolo chiamata della Madonna del Pilastro”. Ma anche questa fu demolita, nel 1636, dal comandante delle truppe lecchesi Giovanni Serbelloni, per la minaccia d’un assedio al borgo da parte del francese Duca di Rohan. Si salvò ancora il pilastro e per la terza volta sorse in quel luogo una chiesa a San Giacomo, benedetta nel 1649. Nell’Ottocento essa è però scomparsa definitivamente, questa volta insieme al pilastro. In memoria del passato è rimasto il Vicolo San Giacomo, che ora dà accesso a un supermercato da via Roma. Giovanni Pozzi, quando, nel 1884, pubblicava Lecco e Barra, rilevava la presenza di una Osteria di San Giacomo, “osteria che per strana combinazione declamava sornione - è quasi sempre frequentata da preti”. L’Arrigoni sostiene che “la chiesa di S. Giacomo era nel sito ove ora trovasi l’albergo della Croce di Malta”; così anche il Balbiani. Secondo Arsenio Mastalli invece (in Memorie storiche della Diocesi di Milano, vol. I), “era ubicata in fondo dell’attuale vicolo S. Giacomo in via Roma”. In quanto si vede oggi non c’è proprio niente da ravvisare dell’antico convento.

Stoppani, ed è nome d’antiche origini. Una “storiella” lasciata da Antonio Invernizzi, parroco a San Giovanni nella seconda metà del ’700, e pubblicata dall’Arrigoni, così incomincia: “Fuori delle mura di Lecco, presso la Porta di S. Stefano, sussisteva un Monastero abitato da sei monache dell’Ordine di S. Agostino, dette le Umiliate, il quale fu soppresso. La loro Chiesa dedicata era a S. Maria Maddalena, il perché quel sito, che prima nominato era il Borgo di S. Stefano, fu poi appellato la Maddalena. In esso Monastero - prosegue lo scritto - sottentrarono sei Monache Benedettine”, il che avvenne agli inizi del XV secolo. Agli inizi del ’500, afferma ancora prete Invernizzi, “più Verginelle, spregiati gli allettamenti del Mondo”, ricorrevano alla badessa Benedetta Longhi e alla sorella Febronia “per essere annoverate nel sacro ordine”. Il solito Giangiacomo de Medici nel 1529, per aver sgombro il campo tutt’intorno alle mura di Lecco, oltre al convento di San Giacomo fece abbattere, dalla parte opposta, l’intero borgo di Santo Stefano con il Monastero e la chiesa della Maddalena. Quanto accaduto in questo piccolo angolo di città nel bel mezzo del secondo millennio dell’era cristiana invita ad un momento di riflessione su quanto è stato nella nostra storia e su quanto sarà nelle vicende di questa città nei prossimi anni segnati dai primi vagiti del nuovo terzo millennio. Una riflessione che impone una sosta per sedersi sul ciglio del sentiero della vita e per guardare con calma dentro e fuori di noi. Proprio come facciamo nell’affrontare l’ascesa ad una delle nostre vette. Se qualcosa, come è accaduto a San Giacomo e alla Maddalena, è andato perso, moltissime testimonianze di quella fede che hanno coltivato i nostri avi si sono conservate e oggi si propongono riverberanti di preziosità artistiche, monumentali, religiose. Sono le chiese e i santuari che accompagnano, in alcuni casi anche da molti secoli, il lavoro di questa città. Entrarci significa conoscere il volto più vero della nostra terra.

La vecchia toponomastica lecchese aveva una Via alla Maddalena, sulla quale hanno poi avuto sopravvento i cinque fratelli Torri Tarelli, commemorati anche dalla lapide con epigrafe di Giovanni Bertacchi collocata sulla casa che fu della lor famiglia. La Maddalena si è tuttavia continuato a chiamare l’area verso lo sbocco in lago del torrente Gerenzone, che oggi accoglie pure il monumento ad Antonio

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BASILICA PREPOSITURALE DI SAN NICOLÒ

La Basilica di San Nicolò è la chiesa principale di Lecco e per questo è chiamata la gesa granda; si trova su una piccola altura (oggi intuibile dall’alta scalinata) vicino alla insenatura che, per secoli, rappresentò l’approdo delle barche e il luogo di scarico delle merci: l’odierna piazza Cermenati, anticamente detta Ripa Maggiore.

de distretto. I Longobardi erano in buona parte pagani, in parte invece cristiani, ma seguaci della eresia di Ario. Ario era stato condannato in un grande Concilio Ecumenico a Nicea, nel 325, presente San Nicolò. I re dei Longobardi, specialmente Teodolinda, compresero che bisognava uscire dall’isolamento in cui la conquista armata aveva posto i Longobardi, pochi e poco colti rispetto agli indigeni romani. Accolsero perciò la proposta di pace di Papa Gregorio Magno e spinsero il popolo a convertirsi al cristianesimo. Lo stesso Adaloaldo fu battezzato a Monza nel 604. Ecco perché, quando infine nel 662 il re longobardo Ariberto aboliva ufficialmente l’arianesimo, il Papa inviò gruppi di missionari, venuti dall’Oriente e dall’Italia meridionale, per ricondurre vescovi e popolo al cattolicesimo romano. Lo studioso Giampiero Bognetti ha fatto l’ipotesi che anche la nostra chiesa sia stata costruita dai missionari alla fine del VII secolo, come segno di riconciliazione, entro il nucleo più frequentato. La dedicazione a San Nicolò, il vescovo orientale che era stato protagonista del concilio antiariano di Nicea, ma che era considerato anche il protettore dei naviganti e barcaioli, serviva a confermare l’adesione della popolazione alla vera fede romana.

L’ORIGINE LONGOBARDA Ai tempi romani, il centro di Lecco era un piccolo paese, chiamato Leucerae e abitato da soldati e barcaioli; ma il posto era importante perché vi passava una strada verso i passi alpini e vi era il lago, utilizzato come via d’acqua commerciale. Intorno a Leucerae esistevano vari piccoli villaggi, là dove oggi sono Rancio, Acquate, Castello, eccetera. Sulla collina oggi detta di Santo Stefano c’era un recinto fortificato e lì appunto, dove probabilmente stava il comandante militare che rappresentava il potere imperiale, venne costruita la prima chiesa, dedicata a Santo Stefano, il primo martire cristiano. Scarsi resti della chiesa e una lapide posta a ricordare la morte del prete Vigilius nel 535, fanno pensare che la comunità cristiana fosse già esistente verso il 450 dopo Cristo; anche a Olate venne trovata un’altra iscrizione, dello stesso tempo, per una famiglia cristiana. Quando nel 568 arrivarono in Italia i Longobardi, Lecco e la zona del lago resistettero per circa vent’anni. Una volta occupata, Leucerae divenne il centro principale di un gran-

LA MEMORIA DI SANTO STEFANO Sul colle situato non lungi dalle pareti più ripide del San Martino, dove alcuni resti indicano ancor oggi il perimetro incerto del Ca-

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strum Leuci, sorse, intorno al sesto secolo, la prima chiesa della nostra zona. Venne dedicata al protomartire della fede cristiana: il diacono Stefano. Nei secoli successivi, quando l’insediamento militare del colle lasciò il passo al nuovo centro civile legato ai traffici del lago e collocato nel tratto terminale del Lario, la scelta del patrono cadde su San Nicola, popolare tra i naviganti ed i marinai. Stefano rimase come compatrono, in ricordo della prima comunità cristiana lecchese. A tempi lontani risale quindi il motivo della celebrazione in onore di Santo Stefano il 26 dicembre, giorno successivo al Natale. In tale ricorrenza si brucia ancora, in Basilica, prima della messa solenne, il grosso pallone di bambagia ricamata che ricorda il sacrificio dei martiri. La nostra Basilica raffigura Stefano nell’affresco che appare sul lato sinistro della navata centrale del tempio, non lontano dall’altare maggiore. Il diacono appare con lo sguardo rivolto in alto, come gesto di fiducia e di abbandono a Dio, mentre viene sottoposto dai suoi persecutori all’interrogatorio che anticipò il martirio. L’iconografia di Stefano ci presenta molte volte un giovane rivestito della dalmatica diaconale, circondato dai suoi lapidatori che avevano deposto i mantelli, prima di assolvere il macabro incarico, dinanzi ad un giudeo chiamato Saulo. Stefano, infatti, venne lapidato fuori dalle mura di Gerusalemme per aver sostenuto pubblicamente la divinità di Cristo. Le notizie della sua vita sono scarse: è stato scelto tra i primi sette diaconi destinati ad affiancare gli apostoli nel ministero della carità. Negli Atti degli Apostoli viene ricordato come “uomo pieno di fede e di sapienza” ed accennando all’attività di diacono si sottolinea che “operava prodigi e segni grandi fra il popolo”. Dopo la lapidazione i suoi resti mortali vennero segretamente sepolti e rinvenuti solo nel

415, contribuendo a diffondere notevolmente il culto del martire, anche per la distribuzione di reliquie di Stefano in ogni regione del mondo cattolico. Ciò potrebbe spiegare perché erigendo una chiesa, intorno al sesto secolo, i cristiani di Lecco vollero dedicarla al primo martire della fede. Il giovane diacono, sempre nella sua iconografia, appare sovente circondato da pietre rosse o dal libro del Vangelo. Sono, rispettivamente, i simboli del martirio e del diaconato. Come già ricordato, anche il pallone che si brucia prima della messa, nella ricorrenza del santo, ricorda il sacrificio del martire. La cerimonia del pallone è rimasta, mentre è scomparsa da tempo la processione che i lecchesi effettuavano il giorno di Santo Stefano per salire al solitario, allora, poggio vicino al monte San Martino. Si recavano presso la cappelletta fatta costruire, nel 1790, dal prevosto Volpi per ricordare l’antica chiesa di Lecco che, per alcuni, sarebbe stata distrutta durante la terribile rappresaglia di Matteo Visconti nel 1296. Lecco fu incendiata e rasa al suolo per punire i suoi abitanti che si erano schierati con i Torriani, famiglia nemica dei Visconti. Comunque, oltre il periodo di Matteo Visconti, notizie dell’oratorio di Santo Stefano sono apparse nelle ricerche appassionate che il compianto Arsenio Mastalli ha condotto presso i documenti della Biblioteca Ambrosiana, sulle parrocchie e le chiese del Lecchese all’inizio del 1600. In quel periodo l’oratorio si presentava in condizioni disastrose. Erano rotte le pareti laterali, il tetto, il pavimento; durante le piogge la chiesa diveniva impraticabile. Aveva due altari, ridotti anch’essi in pessimo stato. Nel giorno di Santo Stefano, tempo permettendo, si celebrava la messa solenne, mentre il pomeriggio precedente il prevosto e i canonici della prepositura si recavano all’oratorio per il canto dei Vesperi, rinunciando, ad un certo punto, all’interminabile cenone natalizio.

La Basilica di San Nicolò negli anni Cinquanta del Novecento.

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Quando scomparve allora, completamente, l’oratorio dedicato a Santo Stefano? Potrebbe essere esatta la versione fornita da Mario Cermenati che scriveva: “Il prevosto di Lecco, Benedetto Volpi, considerato che la chiesa già da tempo era profanata e cadeva in rovina da ogni parte, la fece convertire in casa colonica della prebenda prepositurale. Ma a conservarne la memoria ordinò la costruzione lì presso di una cappelletta, dedicata a Santo Stefano. Oggi, al posto del vetusto tempio, sorge un caseggiato campestre e la trasformazione è avvenuta fin dal 1790”. Cermenati ricorda anche che sul colle di Santo Stefano venne trovata, nel 1799, “una sepolcrale iscrizione del 535, riferendosi ad un sacerdote di nome Virgilio”. Ciò confermerebbe la presenza di comunità cristiane nel Lecchese e l’esistenza di una chiesa nella posizione elevata, a ridosso del San Martino, nel sesto secolo.

eleggere il nuovo vescovo della Chiesa locale, decisero di far cadere la scelta sul primo cristiano che sarebbe entrato nel tempio. Apparve Nicola, figlio unico di ricchi genitori, già conosciuto per le sue doti di pietà e di carità. Divenne quindi vescovo senza essere sacerdote, ma si distinse subito per grande zelo pastorale. La sua vita è punteggiata di miracoli. Era nato, come sembra, a Patara, sempre nella Licia (Asia Minore), intorno al 270. Intervenne al Concilio di Nicea, nel 325, il Concilio che, con la condanna di Ario, vide definito il dogma della Divinità del Verbo. Morì il 6 dicembre di un anno compreso fra il 345 e il 352; fu sepolto nella chiesa di Mira circondato da grande venerazione. Divenne uno dei santi più popolari della cristianità. Raramente, nella storia religiosa, si è avuto un esempio di culto così esteso e sentito come quello tributato al santo di Mira. Chiese, abbazie, cappelle, oratori, altari, spuntarono in numero considerevole prima in Oriente e poi in Occidente. La popolarità del santo, in Europa, raggiunse il suo apogeo nel dodicesimo secolo con la traslazione dei resti mortali a Bari. San Nicola riposa infatti nella stupenda basilica che i baresi vollero erigere sull’area dell’antica residenza dei governatori bizantini e che Papa Urbano II consacrò il 29 settembre 1089. Anche l’episodio della traslazione dei resti mortali del santo si tinge di leggenda come tanti periodi della sua vita. Sessantadue marinai baresi, guidati dai sacerdoti Lupo e Grimoaldo, furono i protagonisti della traslazione, da Mira a Bari, delle reliquie di San Nicola nel 1087. Mira era, da qualche anno, sotto il dominio turco e i baresi simularono il trasporto di un grosso carico di grano per entrare, con una nave, nel porto di Andriaco e compiere, nottetempo, una audace azione sino a Mira per entrare in possesso del corpo del Santo. Divenne patrono di Bari e di tante altre città italiane e straniere, di intere nazioni come la Russia e la Grecia. I suoi miracoli per salvare marinai in procinto di naufragare, l’avventuroso viaggio dei suoi resti mor-

IL PATRONO SAN NICOLA Arriveranno anche quest’anno le mele di San Nicola? È l’interrogativo dei bambini lecchesi alla vigilia del 6 dicembre. È infatti tradizione che, nella notte della sua festa, San Nicola porti le mele ai bimbi buoni. Lecco ricorda con varie celebrazioni, e ha ricordato con diverse iniziative nel corso degli anni, il suo patrono. Può apparire, a prima vista, abbastanza strano, o quantomeno singolare, che una città dell’Italia Settentrionale, nota per le sue montagne, i suoi alpini, i suoi “Ragni”, abbia un patrono orientale, un santo popolare tra la gente di mare. Il motivo è semplice: il piccolo borgo di Lecco, poco dopo l’anno Mille, era composto da pescatori, da barcaioli, da persone che vivevano sul lago. Fu allora ritenuto opportuno scegliere un patrono popolare tra i marinai come San Nicola. La scelta di allora è rimasta nei secoli. Chi era San Nicola? Fu il vescovo di Mira, l’attuale villaggio turco di Dembre, nella Licia. La tradizione vuole che fosse vescovo, per volere divino, con insolita procedura. Il clero e i rappresentanti dei fedeli di Mira, riuniti per

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L’interno della Basilica di San Nicolò con il vecchio presbiterio sotto il quale è la cripta e, nelle pagine seguenti, il grandioso armadio confessionale della sacrestia vecchia in noce scolpito e intagliato.


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tali da Andriaco a Bari per sfuggire alla sorveglianza turca, lo fecero invocare prima, e nominare poi, patrono dei naviganti e dei viaggiatori, santo protettore nelle tempeste e nei naufragi. Il legame di simpatia, prima ricordato, fra San Nicola e i fanciulli, con la tradizione delle mele (in ricordo delle tre mele dorate che compaiono tante volte negli affreschi a lui dedicati, sopra il libro che affianca la croce a doppia traversa) si deve al miracolo dei ragazzi fatti risorgere dai barili dove un oste assassino li aveva soffocati. Lecco celebra il 6 dicembre la festa patronale in onore di San Nicola. Sempre in onore di San Nicola si celebra poi, ogni anno a fine giugno, la tradizionale festa del lago. La manifestazione si conclude con la benedizione serale delle acque con le reliquie del santo vescovo. La cerimonia prese avvio nel 1937 e, dopo la parentesi bellica, ha assunto crescente importanza. È la serata del grosso barcone, il comballo dei tempi passati, che illuminato ed imbandierato, accoglie le autorità cittadine con il gonfalone del Comune; è la serata del caratteristico corteo di imbarcazioni lungo le sponde del golfo lecchese sino a centro lago. Sono decine di migliaia gli spettatori che, ogni anno, da Malgrate a Pradello, seguono la singolare manifestazione sul Lario. La devozione dei lecchesi per San Nicola è dimostrata anche dalla statua che appare nelle acque del lago, di fronte alla punta della “Maddalena”, nelle vicinanze del monumento ad Antonio Stoppani. La statua in bronzo di San Nicola è stata collocata, nel 1955, su pilastri in blocchi di granito saldamente fissati al fondo del lago. Il santo appare con i paramenti vescovili orientali: una immagine di Nicola che si ripete in tutta la sua iconografia. La statua venne preparata dallo scultore Giuseppe Mozzanica: è alta due metri e raffigura il santo nel gesto di proteggere il lago e la città. Perché questa statua proprio all’inizio del

bacino di Lecco, a una ventina di metri dalla sponda? Nell’anno dell’inaugurazione (1955) il numero unico Pastor bonus uscito in occasione del venticinquesimo di parrocchia e del cinquantesimo di sacerdozio del prevosto mons. Giovanni Borsieri, scriveva: “Come le lanterne spesso illuminano le entrate dei piccoli porti del nostro lago e, dal molo, nelle notti buie, segnano con la loro luce tranquilla l’approdo e il calore della casa, la statua di San Nicola, sulla punta della Maddalena, diventerà il simbolo della fede dei lecchesi”. I RESTI ROMANICI DELLA BASILICA Da alcuni studi si sa che l’edificio era grande circa come la navata centrale della attuale basilica fino all’altare maggiore. Era divisa in tre navate da colonne, di cui si è trovata qualche base, sostituendo il pavimento anni fa; in fondo alle navate c’erano tre cappelle con altari; prima dell’altare maggiore si alzava una cupoletta e ai lati il soffitto era alto come per dare alla chiesa una forma di croce. Forse c’era anche un portico davanti alla facciata e uno interno. La parte della chiesa romanica meglio conservata è la facciata meridionale, verso via Mascari, del braccio più breve della croce che si chiama transetto. È una parete di belle file di pietre di lago, alta circa 12 metri e con profilo a capanna; in alto si apre una bifora, finestra divisa in due da una colonnina; ai lati la parete era rinforzata da due contrafforti, di enormi massi in parte di granito: la parte inferiore di essi si può vedere se si entra nella cappella dove oggi c’è il fonte battesimale. Fa cenno a questi resti anche Dino Brivio in Chiese romaniche intorno a Lecco rilevando che poco ancora ci è noto del più lontano passato di Lecco; si sa di un’antica operosità dei lecchesi, ma guerre e distruzioni che hanno travagliato il borgo forse hanno eliminato i segni rivelatori di una storia culturale. Soltan-

In senso orario: Sant’Anna insegna a leggere a Maria; il rimorso dell’apostolo Pietro; San Nicolò; l’Ecce Homo.

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to in anni recenti il buio è stato squarciato da un raggio di luce, piccolo ma ricco di significato, con la scoperta, nella Basilica prepositurale di San Nicolò, dei resti medioevali della primitiva chiesa dedicata al Vescovo di Mira che sarebbe diventato il patrono principale di Lecco dopo il trasferimento dell’abitato dal colle di Santo Stefano (la chiesa ivi esistente è scomparsa) alla riva del lago fra il Gerenzone e il Caldone. Le strutture rivelatesi fanno pensare - secondo Bruno Bianchi - a un edificio certamente antichissimo, forse precedente al Mille, orientato perpendicolarmente rispetto alla esistente chiesa che è una ricostruzione neoclassica ottocentesca, progettata dal Bovara. La parte ora visibile dovrebbe essere un portico duecentesco addossato a una fronte romanica inserita nel fusto del campaniletto dalla loggia seicentesca. La stessa considerazione del Borghi: questa cappella, che ha preso tale forma al tempo dei Visconti, se si osserva bene era in principio un atrio o portico, aperto sulla via con due grandi archi. Le sue pareti sono ugualmente di pietra ben lavorata, del tipo che da noi si chiama molera. Questo portico venne costruito, probabilmente come ingresso laterale, intorno al 1220-1240. Ha fatto riferimento a questi resti anche Oleg Zastrow che in L’arte romanica del comasco ha scritto, a proposito di San Nicolò: “Nella basilica, in una cappella a destra della navata maggiore, sono interessanti avanzi della primitiva chiesetta romanica, recentemente messi in luce. La cappella laterale attuale mostra larghi conci squadrati e potrebbe identificarsi con un raro esemplare di esonartece. Altre parti della chiesa si identificano in alcune finestrelle e nella base del campanile originario”. Nello stesso libro, lo studioso richiama anche l’attenzione sull’acquasantiera, allora visibile nella sacrestia della Basilica a differenza dell’odierna collocazione all’inizio della

navata, a sinistra. Scrive Zastrow: “Non è noto l’edificio da cui provenisse, ma potrebbe essere stata trasportata nel sito attuale dalla distrutta chiesa di S. Stefano. Nelle quattro posizioni polari, all’esterno della vasca marmorea a pianta circolare, sono raffigurati a rilievo i simboli dei Tetramorfi, reggenti i cartigli con i propri nomi. Il livello esecutivo è piuttosto elevato e l’elaborato è da considerarsi come un’opera della matura creatività romanica”. Lo stesso Oleg Zastrow è poi tornato a parlare dei resti medioevali della Basilica di San Nicolò in Lecco nel volume Architettura gotica nella provincia di Lecco. GLI AFFRESCHI DEL PERIODO VISCONTEO L’atrio del Duecento venne ad un certo punto, nel secolo successivo, chiuso e trasformato in una cappella dedicata a Sant’Antonio abate; venne fatta la volta a botte che ancora si vede e vennero aperte le lunghe finestre sulla parete di fondo. All’altare di questa cappella venne istituita circa il 1385 una cappellania, cioè una messa regolare curata da un cappellano; nel 1389 troviamo il primo nome, prete Vitale eletto da Carlino figlio di Pietro Gazzari fondatore della cappella. Circa la metà del Settecento la cappella fu tagliata in due: verso la navata centrale della Basilica venne lasciato un altarino, che in tempi più recenti era dedicato a San Nicolò; la parte retrostante divenne un magazzino per i ceri e un passaggio per salire al soprastante vecchio campanile. Solo nel 1955 apparvero sotto le imbiancature alcuni brani di pitture, subito staccate e riportate su tela; poi, dopo il 1962, vennero iniziati lavori di ricerca e successivamente di restauro, guidati dall’architetto Bruno Bianchi. Infine la cappella è stata trasformata in battistero. La pittura più antica, che deve essere della metà del Trecento, è una bella testa di santo,

San Francesco di Sales e San Nicolò; il paliotto dell’altare maggiore in bronzo dorato.

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in parte piccozzata per farvi aderire dell’intonaco; si trova nel breve andito (ora chiuso) che portava alla cappella di San Carlo. Gli altri affreschi, martoriati nel corso dei secoli, sono invece degli anni intorno al 13801390. Sulla parete di fondo si vede in alto la scena dell’Annunciazione; tra le due figure dell’Angelo e della Vergine c’era nel Cinquecento ancora una finestrella circolare. Sotto, tra le due finestre (anch’esse decorate a cornici e rombi variegati a fintomarmo), resti di volti e di mani fanno pensare che si sviluppasse una Crocefissione, come si vede in altri cicli simili. Più in basso ci sono frammenti di una composizione, forse una teoria o serie di santi e infine un fregio probabilmente di drappi: i pochi resti sono scomparsi nella riapertura dei vasti arconi che erano gli ingressi dell’atrio del Duecento. Sulla parete destra rimane un frammento di dipinto, ancora nascosto dalla calce (alla fine del Cinquecento la cappella era stata in buona parte intonacata e ancora imbiancata nel 1613). Dalla parte opposta invece i due dipinti si vedono abbastanza bene, specie il primo a sinistra; è una parte di Deposizione di Cristo, adagiato nel sepolcro da un santo dalla folta barba, mentre la Madonna si stringe il Figlio al volto. Nell’altra scena, un giovane cavaliere in veste rossa inginocchiato e presentato da Sant’Antonio (di cui si vede solo parte della veste e il bastone), prega la Vergine seduta in trono e il Bambino che lo benedice. Fiori e foglie decorano l’apertura per il calice e gli orcioli.

che lascia la sua ricca casa. Nel secondo riquadro lo si vede nel deserto che esorcizza un demonio in figura di giovane donna. Nel terzo riquadro si scorgono animali selvatici e un volto, forse dell’essere dei boschi che guida Antonio sempre più addentro alle selve della Tebaide dell’Alto Egitto. Ciò che resta del seguente dipinto è un interno di casa con la morte del Santo fra i discepoli. Segue una scena con un volo d’angeli, che forse portano in cielo le spoglie del Santo. Nella seconda serie, verso il fondo della cappella, si vede al terzo riquadro un santo nel cielo blu fra paesaggi di rosse rocce appuntite; nella quinta scena, ci sono solo le membra inferiori di due personaggi; nel sesto riquadro è un santo in preghiera, forse San Paolo eremita di Tebe. Ci si può chiedere come mai tanta venerazione per Sant’Antonio abate, che era uno dei primi monaci, nato in un villaggio egiziano nel 251 dopo Cristo e iniziatore nel 306 delle prime forme di vita comune. Si può capire se si osserva che la famiglia Gazzari aveva molte proprietà agricole e che Carlino, figlio del fondatore della cappella, era oltre che notaio, anche venditore di grani e biada e proprietario nel 1398 di una spezieria in contrada della Fiumicella (parte inferiore dell’attuale via Bovara) trasferita nel 1401 in contrada di Rugasterzia (l’attuale via del Pozzo). È noto che lo speziale era anche un po’ medico. Sant’Antonio, secondo le leggende e la tradizione, era protettore degli animali, delle bestie da soma e da cortile, della vita agreste, tutto ciò collegato con la sua vita eremitica nel deserto a contatto con le belve. Inoltre proteggeva contro il fuoco e le manifestazioni di morbi della pelle, dato che nella sua vita ebbe a combattere il fuoco della lussuria e il fuoco dell’inferno. E dato che si usava il grasso di maiale come medicamento, egli è anche spesso raffigurato accompagnato dal porcello. Sant’Antonio (al quale una cappella fu costruita anche in Santa Marta nel 1505), poteva dunque proteggere gli affari dei Gazzari, le

LE STORIE DI SANT’ANTONIO ABATE La volta porta due serie di sei scene ciascuna, della misura di m 1,35 per 1,05, separate da un fregio decorativo a motivi geometrici. Le scene verso il fondo sono in gran parte perdute, a causa dei fori fatti per salire al campanile e per le corde delle campane. Da sinistra si vede prima una città con le mura, una chiesa e uno sfondo di monti rocciosi come un Resegone: forse c’era Antonio

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loro bestie da soma, i raccolti, le medicine della loro bottega.

gio e Cristoforo e nel 1472 la famiglia Longhi vi aveva fondato una cappellania. Ai lati del tiburio, c’era a nord la cappella dei Santi Rocco e Sebastiano, curata dalla confraternita dello stesso nome e di San Giuseppe; a sud c’era la cappella di Sant’Antonio abate, della famiglia Gazzari, ridotta circa il 1746 e successivamente dedicata anche a San Nicolò. Sul lato nord c’era ancora la cappella di San Bernardino, il cui cappellano era designato dalla famiglia Longhi fin dal 1451; fu distrutta nel 1566 per ingrandire le mura del borgo confinanti con essa. Qui era stata sepolto nel 1532 Gabrio Medici fratello di Papa Pio IV. Ai pilastri entrando in chiesa si vedevano gli altari dedicati uno alla Madonna del Pilastro, l’altro alle Sante Barbara e Caterina: vennero presto trasferiti e rinnovati. Nella navata verso sud c’era ancora la cappella di San Pietro martire, con una confraternita antica. Tante erano le scole o confraternite: quella di San Rocco, del Santissimo Sacramento, della Madonna del Pilastro, di San Giuseppe, di San Pietro martire, che furono poi ridotte a due: del Santissimo Sacramento (1584) e della Madonna del Rosario (1592). Nel 1596, al posto della cappella di San Pietro martire vennero costruite quella del battistero nuovo e la sacristia. La chiesa aveva anche un organo e un organista.

IL CAMPANILE VECCHIO Sul perimetro della cappella di Sant’Antonio abate (ora del Battistero) è impostato il campanile vecchio della basilica. È di muratura di ciottoloni e fu probabilmente costruito nel XV secolo; anzi nel 1449 i lecchesi chiedevano che venisse restaurato dal capitano Francesco Sforza, poi duca di Milano, perché serviva anche da torre di guardia al paese ed era stato rovinato dalle guerre degli anni precedenti. La loggia in alto deve essere una aggiunta del Seicento (datate 1665 erano le campane rifuse nel 1904), restaurata nel 1811. Nel 1566 si dice che sopra la cappella di Sant’Antonio abitava il prete ad essa addetto. Infatti nel campanile si vedono i resti di una camera affrescata; lungo le pareti correva una fascia di festoni sorretti da angeli e intercalata di tondi, con varie figure, fra le quali l’Annunciata, San Giuseppe, San Giovanni Evangelista; c’era anche una testa di drago. Si possono datare agli anni 1470-1480, all’inizio del Rinascimento. LA BASILICA NEI SECOLI XV E XVI Le prime descrizioni complete della chiesa iniziano con il 1565. Ma, per ciò che sappiamo, sia precedentemente che dopo, fino circa al tempo dei lavori del Bovara, l’ossatura dell’edificio non subì grossi mutamenti. La basilica era lunga circa 43 metri e larga 18, divisa in tre navate da due file di sei colonne; la navata centrale era più alta di quelle laterali e aveva soffitto di legno dipinto. Davanti al presbiterio, dove c’era un bellissimo altare con ancona di legno e figure scolpite, si alzava un tiburio, dipinto con i Santi patroni della pieve e gli Evangelisti verso la fine del Cinquecento; nel 1588 si era anche rifatta la cappella maggiore con gli stalli del coro. In fondo alla navata settentrionale c’era la cappella dell’Assunta, già nel 1485; quella a meridione era dedicata ai Santi Ambro-

FESTA IN BORGO Ha origini negli anni del primo Seicento la festa del borgo che, nel tempo, diventerà la festa di Lecco dedicata alla Madonna del Rosario. A ricostruirne le origini è stato - come solo lui ha saputo fare in questa come in tantissime altre vicende lecchesi - Uberto Pozzoli, in uno scritto che porta la data del 6-7 maggio 1927. Per leggere il quale vale una considerazione dell’allora prevosto di Lecco, mons. Enrico Assi, in data 6 ottobre 1974, premessa al volumetto Da Santo Stefano a San Nicola di Aloisio Bonfanti, secondo delle Memorie della Pieve di Lecco delle quali lo stesso monsignor Assi si era fatto promotore. “Ci si accorge su-

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Ancora una storica immagine della Basilica nella prima metà del secolo scorso; a fronte, la stessa dopo l’ultimo restauro: in primo piano alcune figure del grandioso presepio.


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bito che la dimensione religiosa era una componente essenziale sia sul piano individuale, come sul piano sociale e del costume. È merito non trascurabile dell’autore - mons. Assi si riferisce ad Aloisio Bonfanti, ma le parole valgono anche per le pagine di Uberto Pozzoli - quello di aiutare a scoprire questo aspetto noi, lettori di oggi, tentati di ridurre, se non di negare, la rilevanza sociale del fatto cristiano. Anche se tocca poi a noi oggi il compito arduo di tradurre in forme essenziali, autentiche, incisive, quali sono richieste dal nostro tempo, la profonda ispirazione e la ricca carica religiosa che hanno consentito ai nostri antenati di superare crisi e difficoltà simili alle nostre”.

bilita la gente della vallata abbandonò le case annidate attorno alle fucine e venne in processione ad unirsi ai mercanti di Lecco. Dopo la Comunione, Padre Mariano salì il pergamo e descrisse, con la sua parola di fuoco, le pene delle anime del purgatorio: tuonò contro quelli che non si erano confessati, pregando Dio che “gli ammonisse il cuore, che pure divenuto era come l’indurato smalto diamante”; e tanto infiammò le anime che, finita la funzione, si cominciò subito a parlare dell’incoronazione della Vergine. …ALLA GRANDE FESTA Col consenso di tutto il popolo, il governatore mandò a Milano un “frettoloso messo” perché ottenesse dal Cardinal Federico Borromeo il necessario permesso; e diciassette giorni dopo, il martedì 9 aprile, terza ed ultima festa di Pasqua, il messo frettoloso tornò portando la lieta novella che l’Arcivescovo, per i buoni uffici del dott. don Giovanni Mendoza, fiscale di Como e delegato di Tortona, aveva dato il desiderato consenso. I predicatori quaresimali usavano allora pigliar licenza nel pomeriggio del martedì dopo Pasqua; ma, invece, Padre Mariano, avuta la notizia della concessione dell’Arcivescovo, salì il pergamo e con una delle sue prediche entusiasmò così i lecchesi che dopo i Vesperi, in una plenaria adunanza, fu solennemente deciso di incoronare la Madonna quattro giorni dopo, la domenica in Albis, prima che il cappuccino lasciasse il borgo. La mattina dopo furono inviati messi da tutte le parti; si cercarono dovunque tappezzerie, musici e trombe; e si incominciò ad addobbare la chiesa e le strade. Per quattro giorni e quattro notti null’altro si fece in Lecco. Furono scelte persone di grande stima a ricevere i doni: cominciò donna Anna Peralta, moglie del governatore, ad offrire una veste di broccato del valore di centocinquanta scudi, della quale vestì con le proprie mani la statua della Madonna; poi, siccome anche allora l’invidia non era morta, le altre signore “stupefat-

DAL QUARESIMALE… Si sa che nel ’600 c’era il vizio di esagerare un tantino; ma quando Giannantonio Agudio ci dice che Padre Mariano, cappuccino, era “una gran tromba della parola divina, abisso di virtù e pelago di scienze”, bisogna credergli anche senza averne tutta la voglia, perché doveva esser davvero un oratore straordinario per riuscire, in una sola predica, ad indurre i lecchesi a fare quel po’ po’ di festa, con la quale, la domenica in Albis del 1624, caduta il 14 aprile, coronarono la Madonna del Rosario acclamandola Regina e Imperatrice di Lecco! Padre Mariano, solito spargere il seme dell’evangelica dottrina in campi ben più spaziosi, quell’anno, per intercessione del governatore di Lecco - che era allora Francesco Mendoza, morto il 3 giugno 1635 e sepolto nella chiesa del convento di Pescarenico, e non Giovanni Mendoza come qualche studioso di cose manzoniane ha stampato - era venuto a predicare il quaresimale nella chiesa collegiata del borgo. Giunto a metà quaresima, benché fiaccato dalle fatiche della predicazione e ancor più dalla febbre quartana, ebbe l’idea di proporre che la mattina del venerdì 22 marzo tutto il popolo di Lecco e dei paesi del territorio si adunasse nella collegiata per una Comunione generale “acciò l’intentione sua ottenesse l’intento suo”. La proposta fu accettata, e la mattina sta-

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te restando” vollero fare altrettanto, e vennero fuori così “dai più secreti luoghi” drappi di tutte le sorte e di grande valore: tra gli altri, uno di damasco di color incarnato, ricamato d’oro e d’argento; ed uno di color cremisino, rigato d’oro. Le signore forastiere, venute a Lecco per il “Perdono”, si levarono dalle orecchie i pendenti; altre offrirono gioielli, croci d’oro con topazi; e le donne del popolo un numero infinito di anelli. Gli uomini diedero anch’essi argenti ed oro “alla Madre di Chi e dell’oro e dell’argento è donatore”.

MANDELLO E MALGRATE I primi ad entrare in Lecco dalla porta Santo Stefano furono quei del nobile borgo di Mandello; i quali, perduto il treno della mattina, dovettero scendere in processione per quella mulattiera che aveva visti i soldati del Medeghino tornar verso Lecco col cadavere di Gabrio de’ Medici. Mandello apparteneva fin d’allora alla giurisdizione di Como; ma per dar saggio della loro devozione alla Vergine e per favorire quei di Lecco, i mandellesi fecero di tutto perché la loro processione riuscisse magnifica, ed arrivarono infatti alla collegiata con due ordini di disciplini: quelli di San Carlo, “di rosso manto adorni”; quelli della Concezione, “di vesti argentine vestiti”. Ricevuti dai deputati della chiesa - i molto magnifici signori Gio. Stefano Bonacina e Giacomo Longo - e salutati sulla piazza da una salva di moschetti e dallo squillar di molte trombe, i mandellesi entrarono nella collegiata, fecero l’offerta e poi si ritirarono da parte per lasciare il posto a quelli della villa di Malgrate, che giunsero subito dopo, divisi in misteri. Veniva prima un fanciullo in vesti angeliche, che portava il gonfalone della villa con l’immagine del patrono San Leonardo; poi, dopo la sfilata dei fanciulli, un giovinetto in vesti di seta ed oro, il quale reggeva un cereo ornato da molti anelli d’oro, offerti dalle donne, e da monete d’argento, offerte dagli uomini. Il cereo era custodito da due soldati mirabilmente vestiti e con lo stocco impugnato a difesa della preziosa offerta; e due fanciulli, vestiti di bianco, portavano in un’iscrizione latina i voti coi quali i malgratesi accompagnavano il dono. Seguivano quindi tre uomini in abiti pastorali, con due tortorelle e due agnelli: poi lo stendardo degli uomini, e il gonfalone delle fanciulle, portato da una vergine fiancheggiata da due altre con l’aspersorio ed il secchiello dell’acqua santa: tutt’e tre vestite da monaca, e seguite da altre tre fanciulle di superba statura, rappresentanti Santa Caterina della ruota, Santa Lucia con gli occhi infissi sulla punta d’un ferro e Sant’Apollonia con denti e tenaglie.

IL PRIMO VESPERO I mezzi non mancavano, perché si vede che fin d’allora i lecchesi si facevano pagare bene il ferro assotigliato che mandavano fin nelle più remote regioni della Spagna e serviva per corde da cetra; e quindi, nel pomeriggio del sabato, comparve entro le mura del borgo un esercito di musici, che subito unì la voce delle sue trombe agli spari dei mortaretti ed ai colpi delle artiglierie per annunciare l’inizio della grande festa. Quella stessa sera, dopo il primo Vespero, fu innalzato sulla torre del campanile uno stendardo bianco e rosso, ed al putiferio delle musiche e delle artiglierie s’unirono le campane, seguite subito dalle sorelle di tutto il territorio. Mentre il borgo “colmo di consolatione, stillava da gl’occhi (!) amorosissime lagrime”, si lavorava, e si lavorò tutta la notte, per finire la parata della chiesa, che al mattino dopo sembrava “un piccol Cielo in terra”, tanti erano i tappeti e i tessuti preziosi che la ornavano. L’altare della Vergine “campeggiava pomposo” e sopra di esso a caratteri lucenti fulgeva il detto dei Cantici: “copritemi di fiori, colmatemi di dolori, perché languisco d’amore”. Alla Comunione generale, distribuita da Padre Mariano, seguì la messa cantata con vari cori di musica ed altri… istromenti; e tanto fu il concorso di gente che a quelli che, come noi, non videro “sarà malagevole persuaderselo”. E appena finita la messa cominciarono ad arrivare le processioni di tutti i paesi.

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Le porte dei Papi, della Misericordia e dei Santi patroni e la loro inaugurazione, presente il cardinale Giovanni Colombo, il 19 marzo 1975. Nella pagina seguente - in senso orario - le figure del Cristo, della Madonna, di Papa Paolo VI e di Papa Giovanni XXIII sulle porte in bronzo della Basilica.


Dopo queste venivano: una fanciulla vestita di rosso, coronata da diadema e circondata da uno stuolo d’angeli; venti fanciulle con livrea di colore arancio, che camminavano, chissà come, tenendo gli occhi fissi dove sorge il sole; altre dieci con un Crocifisso in mano; altre ancora con le chiome sparse sulle spalle, con una fronda d’olivo in mano e con gli occhi fissi a terra; ed, infine, le vedove e le maritate. Naturalmente, tutti questi misteri erano a quel tempo spiegabilissimi, perché allora si parlava di sibille come si parlerebbe oggi di corda spinosa.

tinaia di persone, nel borgo non si poteva girare tanta era la folla. La processione fu aperta dal gonfalone di Santa Marta, portato dal conte G.B. Preta e seguito dai disciplini in bianche vesti. Vennero poi quindici zitelle “con livrea di colore argentino, con gli quindeci misteri del Rosario, con le chiome disordinate colme di gioie”; dieci giovinette in forma di sibille, ecc. ecc. tanto per non tirare in lungo. La statua della Madonna era portata da quattro sacerdoti sotto un ricchissimo baldacchino retto dai nobili del borgo.

L’INCORONAZIONE Dopo quei di Malgrate arrivarono, in mille, quei di Valmadrera, accompagnati dal loro curato, Giovanni Besozzo, “giovane di età ma vecchio di costumi”; anch’essi con cerei di grande pregio , fanciulli vestiti da angelo, fanciulle con manti neri e veli d’argento. E dopo quei di Valmadrera, giunsero le processioni di tanti paesi pur lontani, finché giunse anche l’ora del Vespero. Quando il prevosto di Lecco - Stefano Bossi, dottore in sacra teologia e protonotario apostolico - intonò il Dominus vobiscum, squillarono da un palco eretto in chiesa tutte le trombe, mentre fuori si ripetevano le salve di moschetti. Finito il Vespero, il prevosto incoronò la statua della Madonna “tra suoni, canti, lagrime amorose e duplicate salve”; indì salì di nuovo il pergamo Padre Mariano, che “con giri di parole e amplificationi retoriche” parlò della Madonna e benedì il prevosto, il governatore, le vergini, gli affamati, gli assetati e le campagne, terminando col grido di “Viva, viva la Madre di Dio!” ripetuto da tutto il popolo. Contento come una Pasqua di aver messo a posto la testa ai lecchesi, Padre Mariano, finita la predica, partì; ed era forse appena uscito da porta San Giacomo quando la processione di Lecco s’avviò dalla chiesa: una processione di cui non si vide più l’eguale. Le porte della fortezza erano state chiuse per evitare disordini, nonostante che fuori, sul prato, vi fossero cen-

LA PROCESSIONE PER IL BORGO Partita dalla collegiata, la processione passò dal palazzo di giustizia ed entrò nella contrada di Ripa Maggiore, dove a mano sinistra, sotto un portico, era eretto il mistero dell’Incarnazione. Sulla facciata della piazza del borgo v’era una grande iscrizione latina sostenuta da un altissimo arco trionfale; e quando la processione vi giunse fu salutata da una salva di duecento moschettieri, che al comando di don Sanchio Mendoza spararono tenendo le ginocchia piegate. Grossi mortari e quattro cannoni risposero dal Castello, ed il torrione, per suo conto, aggiunse i colpi di un altro cannone, così che “parea che sotto terra concitato vi fosse terremoto crudele” e “l’aria era quasi densa nube divenuta”. Giunta in fondo alla piazza, la processione svoltò nella contrada di Rocaiola e salì alla chiesa di San Calimero (ora Santa Marta) dov’era un arco d’edera e di lauro; percorse quindi la contrada di San Nicolao, passando sotto tre archi dipinti, e tornò così alla collegiata. Deposta in chiesa la statua della Madonna, tornarono a suonare le trombe, si levarono di nuovo gli inni, tuonarono ancora i cannoni; le porte della fortezza furono aperte: quelli ch’erano dentro uscirono; gli altri, rimasti fuori durante la processione, entrarono e dovettero dormire nel borgo, perché “dall’angustia del tempo violentati” non poterono, dati anche i tempi non leggiadri, tornare ai loro paesi.

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L’Agudio, che ha cominciato la sua descrizione col panegirico del borgo di Lecco, la finisce con un ampolloso invito ai giudici, ai mercanti, alle madri di famiglia, alle anime divote, ai superbi ed agli sfrenati perché si rivolgano alla Madonna Incoronata per chiedere aiuto nelle loro miserie. E non ci dice, il furbacchione, se anche a quei tempi tutti i salmi finivano in gloria: se cioè, la sera del 14 aprile 1624, le osterie del borgo ebbero tanti avventori quanti ne hanno ora quelle della città durante le feste del “Perdono”.

tecoste, Ognissanti, Santo Stefano e nel giorno dei patroni. È caduto, da tempo, anche l’obbligo del parroco di Castello di correre in caso di necessità, nottetempo, presso gli ammalati gravi residenti nella zona situata oltre le mura del borgo ma in territorio di San Nicola. Questa disposizione aveva un motivo preciso: nelle ore notturne le porte della fortezza venivano chiuse e non era possibile ai sacerdoti di Lecco raggiungere eventuali agonizzanti nei cascinali sparsi al di fuori del perimetro difensivo. Il parroco di Castello fu sollevato da questo obbligo nel 1790. Giuseppe II aveva concesso, ormai da alcuni anni, di demolire le mura del vecchio borgo fortificato ed era quindi possibile uscire da Lecco anche nelle ore della notte. Era allora prevosto Benedetto Volpi, che rimase a San Nicolò dal 1786 al 1803. Fu il primo ad avere il titolo di prevosto di Lecco. In precedenza i prevosti avevano il titolo di Lecco e Castello proprio per ricordare l’articolazione storica in duplice sede della prevostura.

Fin qui Uberto Pozzoli. Una lettura quanto mai piacevole, prima di riprendere la ricognizione della Basilica di San Nicolò. PREPOSITURALE E BASILICA ROMANA Le vicende della sede prepositurale ebbero, successivamente, alterne vicende fra Lecco e Castello. Sarà San Carlo Borromeo ad affrontare la risoluzione della tormentata questione nel quadro di una riorganizzazione generale della Pieve di Lecco. San Carlo, nell’agosto 1584, decretò che prevosto e canonici si stabilissero presso San Nicola. Nuovi contrasti riportarono, qualche anno dopo, il prevosto a Castello. Fu risolutore l’intervento del cardinale Federico Borromeo, durante la visita pastorale del 1608. L’arcivescovo fu estremamente chiaro. Si richiamò alla disposizione di San Carlo e volle che la prevostura avesse sede a San Nicola, minacciando di togliere il riconoscimento se prevosto e canonici non avessero obbedito. Il trasferimento da Castello a Lecco prevedeva quattro condizioni, alcune delle quali permangono, in parte, ancora. La processione del Corpus Domini si svolge da Castello a San Nicolò proprio nel solco delle disposizioni del 1608, quale simbolico abbraccio fra le due sedi di Pieve. È invece scomparso l’obbligo dei canonici di salire a Castello, per celebrare le funzioni capitolari, nei giorni dell’Epifania, Annunciazione, domenica in Albis, Pen-

L’avvento della Repubblica Cisalpina recò un grave colpo al capitolo di Lecco, con l’incameramento dei beni. Il capitolo scomparve per mancanza quasi totale di mezzi. Le cappe scarlatte, foderate di ermellino, dei canonici, tornarono in San Nicolò centocinquanta anni dopo. Il decreto di ricostituzione del Capitolo reca la data del 13 maggio 1950 e la firma del cardinale Schuster. Il provvedimento dell’arcivescovo di Milano dice: “Fin dal tempo di San Carlo, nostro predecessore di santa memoria, a Lecco nella chiesa parrocchiale di San Nicolò vescovo, c’era da molti anni un Capitolo di canonici destinato al culto e al servizio divino. Capitolo che, sebbene non si possa considerare estinto poiché ne dura il ricordo nella memoria di molti e se ne vedono tuttora le vestigia, pure per il logorio del tempo e delle umane vicende è assai scaduto dal primitivo splendore. Ora niente a Noi sta più a cuore di quanto

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può servire allo splendore del divin culto e alla edificazione del popolo cristiano. E poiché i riti di Santa Madre Chiesa cattolica contribuiscono non poco ad ottenere il duplice scopo, sia esteriormente col decoro dei riti solenni, espressione esterna dell’interiore significato dei divini misteri, sia con la edificazione che producono nell’animo dei fedeli, cose tutte che per nostra esperienza vedemmo più efficacemente e più sicuramente ottenute col devoto consesso dei Canonici, abbiamo deciso di restituire al primitivo decoro il Capitolo di Lecco. A far ciò ci spinge anche il maggior prestigio che la Santa Sede Romana volle conferire ad una chiesa e a una popolazione cristiana tanto benemerita della fede cattolica, dotando il tempio di San Nicolò del titolo di Basilica minore romana. Perciò di nostra autorità, mentre approviamo le costituzioni e lo statuto, dichiariamo restituito in pristino lo stesso Capitolo con i diritti e i privilegi che riconosciamo ad esso spettanti. Curino però tutti i Capitolari che ora e in avvenire saranno nominati, di osservare diligentemente gli statuti, affinché per loro negligenza il Capitolo non abbia a decadere nuovamente. E ricordino tutti i Canonici sia effettivi sia onorari che degli onori, diritti e privilegi di cui godono, possono usare solo collegialmente”. Prima della ricostruzione del Capitolo nel 1950, la chiesa di San Nicolò aveva ottenuto altri significativi riconoscimenti. Pio XI, il 3 febbraio 1923, aveva insignito del titolo di monsignore in perpetuo i prevosti di Lecco. Il primo a beneficiare di questa onorificenza fu il prevosto Vismara. Altri prevosti erano stati monsignori, ma la nomina era riservata alla persona in riconoscimento del ministero pastorale, come avvenne per il prevosto Pietro Galli, per quarant’anni a Lecco. Con il decreto papale del 1923 la nomina a prevosto di Lecco comporta automaticamente il titolo di monsignore. Venti anni dopo, un altro Pontefice, Pio XII, elevava alla dignità di Basilica romana minore la prepositurale di San Nicolò. Il provve-

dimento, firmato dal Segretario di Stato, cardinale Luigi Maglione, ricorda che la chiesa di Lecco “è annoverata fin dal secolo XIII fra le più insigni prepositure dell’Archidiocesi, e anche ai nostri giorni vi affluiscono in folla i fedeli dalla città e dai dintorni ad invocare il patrocinio di San Nicola. La chiesa attuale è pregevole per costruzione architettonica, per vastità, per opere d’arte specialmente decorative, così che sembra davvero meritare d’essere arricchita dalla Santa Sede di speciali privilegi”. Il decreto reca la data del 22 febbraio 1943, anno quarto del Pontificato di Pio XII. La notizia della prepositurale elevata a basilica giunse a mons. Borsieri nel pomeriggio del 4 marzo, tramite una comunicazione della Segreteria di Stato della Città del Vaticano. Vi fu subito un concerto festoso di campane. I lecchesi ricordarono poi l’avvenimento con una giornata di preghiera e di riconoscenza al Pontefice il 14 marzo, prima domenica di quaresima. LA RICOSTRUZIONE DEL SEICENTO Nel 1596 era stato costruito il nuovo battistero; poco prima si era fatta anche la sacristia in quella che era la cappella di San Pietro; ma la chiesa “non è abbastanza decorosa, la sua struttura non è elegante”: così diceva il cardinal Federico Borromeo che nel 1615 ordinava di chiamare un bravo architetto che desse all’edificio una forma più bella, costruendo anche una volta nella navata centrale invece del soffitto di legno. Sappiamo che nel 1623 i lavori erano ancora in corso, su un disegno di cui non conosciamo l’autore; soltanto dopo la peste, però, fra il 1652 e il 1660 si compivano i restauri alla facciata, al campanile, e si costruiva una nuova scalinata. Intanto nel 1617 era finita una nuova cappella dedicata a San Carlo nella navata sinistra, nel 1622 si iniziava quella della Madonna del Rosario, pressappoco dove ingrandita è ancora oggi. Nell’altra navata, tra le cappelle di Sant’Antonio e del Battistero, venne rifatta la scala che scendeva alla contrada di

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Il cardinale Giovanni Colombo consacra il nuovo altare della Basilica il 5 dicembre 1968.


San Nicolao (l’attuale via Mascari) e ingrandita circa il 1670 la sacristia, con molti arredi di grande valore. Restava però incompiuta la facciata, che venne affidata con concorso ad Antonio Maria Fontana di Bissone sul lago di Lugano; egli vi lavorò dal 1768 al 1774, procurandole una veste neoclassica, col frontone sorretto da sei semicolonne corinzie.

Nel 1857 altri disegni ingrandivano la parte absidale, eseguita entro il 1862 dai capimastri Todeschini, che avevano seguito l’opera fin dal principio: vennero allora costruiti la cupola, il coro e il postcoro; rimasero invece incompiuti i bracci absidali del transetto, che avrebbero dato alla chiesa la forma di croce, ma che avrebbero distrutto anche i resti della chiesa romanica e gli affreschi della cappella oggi del Battistero. La facciata era rimasta grezza. Nel 1880 l’ingegner Giovanni Maria Stoppani, utilizzando un disegno del Bovara, provvedeva a terminarla (1883). Intanto nel 1886 l’ingegner Cosmo Pini aveva allargato il sagrato e migliorata la scalinata in granito, poi restaurata e completata ancora nel 1928.

L’INGRANDIMENTO DELL’ARCHITETTO BOVARA I lavori del secolo XVII non avevano sostanzialmente alterato la chiesa antica. Si erano fatte nuove cappelle, alcune erano state ingrandite (specie quella del Rosario, sì che la festa della prima domenica d’ottobre era già la principale nel 1672), erano state ricoperte di intonaco pareti e colonne. Ma nel 1824 venne l’idea di un ampliamento o di una chiesa totalmente nuova verso la piazza del Prato (ora piazza Garibaldi), perché l’attuale era insalubre e conteneva solo due terzi della popolazione che continuava a crescere (mentre nel 1805 il comune di Lecco e cioè Lecco centro e Pescarenico aveva 1.866 abitanti, erano 3.490 nel 1829, circa 4.000 nella parrocchia). Il Bovara, architetto famoso per le chiese di Valmadrera e Calolzio, aveva già lavorato per la basilica e nel 1822 aveva sostituito con suo disegno l’altare maggiore barocco che era stato posto nel 1751. La prima tavola che ci è rimasta è una facciata datata 1826; nel 1828 il progetto fu di ingrandire le cappelle laterali e aggiungere un vestibolo davanti la facciata. Si doveva lavorare in economia e poco per volta per non impedire le funzioni, ma col 1838 le cappelle erano finite. Nel 1845, dopo avere escluso ancora una volta di erigere una chiesa del tutto nuova, l’architetto disegnò la navata centrale e il vestibolo; nel 1853 vennero rimosse le antiche colonne e si poté gettare la grande volta a cassettoni larga oltre 14 metri.

LA BASILICA DEL BOVARA Dal 1811 al 1862 la basilica di San Nicolò rappresenta l’impegno pressoché costante, anche se non unico, dell’architetto Giuseppe Bovara. Tutta la sua vita e la sua attività professionale furono legate al grande tempio, che ci stupisce a tutt’oggi soprattutto per le sue dimensioni, ancorché non straordinarie per quel periodo di grandi ambizioni da parte delle comunità parrocchiali. Poco lontano da Lecco, la parrocchia di Valmadrera decide nel 1782 la costruzione di una nuova chiesa, nonostante le non floride condizioni economiche di una popolazione composta in prevalenza da contadini e filandieri. A Calolzio nel 1818 iniziano i lavori di un’altra grandiosa struttura, anch’essa, come quella di Valmadrera, progettata dal Bovara. L’ambizione di chi volle le grandiose dimensioni della Basilica di San Nicolò non fu, dunque, un’eccezione in quel clima nel quale all’entusiasmo della popolazione, che partecipava anche fisicamente - soprattutto a Valma-

I resti medioevali nella Basilica di San Nicolò.

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drera - ai lavori di costruzione e di trasporto dei materiali, si affiancavano le preoccupazioni dei fabbricieri. La nomina nel 1826 di don Vittorino Cremona, amico del Bovara, a primo fabbriciere diede uno sprone all’architetto affinché si avviassero i progetti dell’ampliamento. Un disegno della facciata, datato 1826, è la prima testimonianza degli studi iniziati allora e che continueranno fino al 1862. Nell’ottobre del 1830 viene firmata la petizione al Governo per l’allargamento della chiesa, con allegati i disegni e le previsioni di costo. Permarranno tuttavia molti dubbi sulle dimensioni dell’ampliamento, ritenute tanto insufficienti che nel 1830, a lavori interrotti, i dissensi circa la loro continuazione costringono don Cremona a dimettersi dalla Fabbriceria. Comunque, i fabbriceri decidono di pregare il prevosto affinché parli alla popolazione a favore dei lavori della chiesa. Nel manifesto dell’1 settembre 1855, il prevosto Antonio Mascari sollecita i parrocchiani a portare a compimento la chiesa entro tre anni: i loro sacrifici avrebbero contribuito ad arrestare l’epidemia di colera che imperversava in tutta la Lombardia, incluso il territorio di Lecco. Con questo intervento si chiude definitivamente il periodo dei dubbi e il Bovara può procedere al completamento dei progetti per il presbiterio.

vata della nuova chiesa di Lecco, dove in otto giorni feci demolire la vecchia chiesa, ch’era contenuta sotto la gran volta della nuova: vi fu cantato il Tedeum, che quattro mesi dopo venne ripetuto il Tedeum per il ritorno degli austriaci a Milano”. Con grande perizia il Bovara aveva previsto di “voltare” la nuova navata centrale, larga più del doppio di quella precedente, sopra la vecchia chiesa che nel frattempo rimaneva in piedi e poteva utilizzarsi, sfruttando i vecchi pilastri come sostegno per le armature. Il disegno del 1857, sempre realizzato dal Bovara, prevedeva anche un nuovo transetto con due bracci terminanti ad abside semicircolare, mai realizzati. Rimarrà per molti decenni questa aspettativa dei “bracci” della chiesa, invano sollecitati e la cui idea venne ripresa da una proposta dell’architetto Mino Fiocchi nel 1950. Il collaudo dei lavori avvenne il 18 marzo 1862, dopo di che non si conoscono ulteriori interventi del Bovara se non la realizzazione del suo disegno di facciata nel 1883. Nel 1896 viene realizzato il nuovo pavimento in marmo in sostituzione di quello preesistente in mattoni. In occasione del Natale 1897 la chiesa viene illuminata per la prima volta con lampade a gas. Pochi anni dopo, nel giugno 1903, l’installazione dell’impianto elettrico. Nel 1908 viene costruita la cripta recuperando uno dei vani sottostanti le mura. Il progetto è dell’ing. Giulio Amigoni. Gli altri interventi, eseguiti negli ultimi decenni dell’Ottocento e proseguiti fino al 1928, riguardano soltanto il sistema decorativo dell’edificio. Nel 1988 si è proceduto al completo restauro del manto di copertura e delle facciate. Nel 1993 inizia il restauro dei dipinti e degli stucchi, sia della volta sia delle pareti e della navata, diretto da Giacomo Luzzana.

IL GRANDE CANTIERE Il progetto definitivo del Bovara per l’ampliamento viene approvato dalla Deputazione Comunale il 7 gennaio 1846. Nella sua autobiografia Mie memorie cominciando dal 1791, d’anni dieci in avanti, il Bovara collega, con un tono non poco ironico, il completamento della “gran navata” con gli avvenimenti del 1848. Alla data 19 marzo 1848, sotto il titolo “Rivoluzione incominciata e finita in quattro mesi”, egli scrive: “Le campane annunciano la rivoluzione di Milano, e il cambiamento di governo colla venuta del re Carlo Alberto in Lombardia. In quel dì, era appena finita la gran na-

Particolarmente significative sono le seguenti considerazioni dell’architetto Bruno Bianchi, dal volume San Nicolò. Storia e arte della Basilica di Lecco.

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Completate le strutture, la Basilica è rimasta spoglia per circa un decennio e gli interventi successivi, durati dal 1815 al 1928 (ben 117 anni!) hanno percorso tutta l’evoluzione (meglio, involuzione) del gusto in questo non breve periodo di tempo: tutti gli interventi seguiti alla realizzazione delle strutture sembrano essersi ispirati ad un progressivo e crescente horror vacui, per cui nessuna zona, nessuna parete, nessun arco doveva essere esente da decorazioni a pittura o a stucco né da dorature di un gusto sempre più sconcertante. Una lettura dell’immagine originaria della Basilica, non disturbata dalle sovrapposizioni e dagli appesantimenti successivi, è a tutt’oggi possibile osservando, ad esempio, la cappella del SS. Sacramento, dove l’assenza delle incrostazioni che “impreziosiscono” la navata principale consente d’immaginare l’atmosfera complessiva del grande vuoto della navata stessa e le ombre discrete delle navate secondarie. Proprio di fronte a quest’ultima, nella cappella della Madonna del Rosario, si riscontra invece il culmine di un’atmosfera di segno opposto e si possono verificare i risultati di tardivi e non sempre felici interventi tesi anch’essi a impreziosire uno spazio più che sufficientemente valorizzato dal pregevole altare barocco e dalla statua dorata della Vergine: sotto le cornici ed i capitelli classici venivano applicati cornici e capitelli pseudo-corinzi, mentre sulle lesene ed intorno agli affreschi si sviluppavano stucchi e decorazioni di gusto decadente. Sulle pareti laterali sottostanti alla cupola, la paura del vuoto ha fatto sì che si sovrapponessero rilievi in stucco appartenenti alle più eclettiche ispirazioni, togliendo ai due grandi affreschi del Morgari (il martirio di Santo Stefano e San Nicolò al Concilio di Nicea) buona parte della loro importanza, oltre a disturbarne l’efficacia didattica. Nella non facile e delicata opera di restauro si è tenuto conto di tali riflessioni e della storia di questa chiesa, onde poter discriminare fra gli interventi che, pur appartenendo ad un’epoca e ad una cultura diversa e successi-

va a quella neoclassica, possono essere considerati ad essa complementari e quelli che, originati dalla presunzione e dal cattivo gusto, ne hanno stravolto e violentato l’immagine, risultando soprattutto di disturbo alla serena fruizione dell’ambiente sacro, che deve avere nel raccoglimento e nella partecipazione cosciente alla liturgia la sua unica ragione d’essere. IL CAMPANILE NUOVO Terminata la grande chiesa, si comincia a pensare al campanile. Verrà impostato sul massiccio torrione circolare che affianca il lato nord della chiesa e già appartenente alla parrocchia a seguito del lascito testamentario di Giuseppe Bovara sicuri della straordinaria solidità dell’antica torre del castello lecchese. Con la radicale trasformazione e l’ampliamento del Bovara il rapporto fra la chiesa di San Nicolò e il torrione - da far risalire all’epoca degli importanti interventi effettuati sulle mura del borgo dopo il 1442 - s’inverte. Se fino ad allora le mura ed il torrione circondavano la chiesa su due lati nascondendola verso monte, l’intervento del Bovara fa sì che il grande edificio soverchi mura e torre mentre il vecchio campanile, con la sua loggia seicentesca visibile tutt’ora da via Mascari e via San Nicolò e fino ad allora emergente, con quello di Santa Marta, in tutte le vedute panoramiche di Lecco, viene inglobato nelle mura perimetrali della grande fabbrica. Le sue campane non suoneranno più e, rifuse nel 1904, entreranno a far parte del “concerto” del nuovo campanile. Con la sua costruzione quest’ultimo si impone sulla chiesa e sull’intero paesaggio lecchese, visibile da lago e da monte e costituisce uno dei cardini di quella straordinaria rete di segnali emergenti che caratterizza il territorio: da Lecco al campanile di Malgrate, di Valmadrera e di Galbiate… Nel 1882 viene posta la prima pietra e nel maggio dello stesso anno s’iniziano i lavori. La muratura verrà realizzata in pietra di Moltrasio lavorata a punta fine e trasportata a Lecco con i comballi; le lesene d’angolo saranno in granito

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Alcune immagini del campanile della Basilica (anche della collezione di Valentino Frigerio) e la statua a lago di San Nicolò.


di San Fedelino e le incorniciature in ghiandone. Con diverse interruzioni, nel 1889 si completa una prima parte del manufatto. La seconda fase di lavori, che giungono fino alla cornice sottostante l’orologio, impegna fino al 1894. Nel 1902 si riprendono i lavori per concludere la struttura. Nel settembre 1903 viene posata la croce terminale. “Il campanile è felicemente terminato - scrive il prevosto Confalonieri nel gennaio 1904 - ma muto; vorremmo noi lasciarlo a lungo in un silenzio obbrobrioso?”. Le vecchie campane verranno rifuse dalla ditta Pruneri di Grosio e rivivranno nel nuovo concerto in la maggiore. Un concerto del peso di 8.800 chili. La maggiore, la nona, da sola ne pesa 2.700. Ogni campana ha un nome, a partire dalla maggiore: Santissima Trinità, Gesù Redentore, Immacolata, San Giuseppe, Santi Nicolò e Stefano, Santi Giovanni evangelista e Pietro, Santi Ambrogio e Carlo, Santi Antonio da Padova e Francesco d’Assisi e, infine, la più piccola dedicata ai giovani Santi Luigi e Agnese. Le campane vennero benedette, seguendo l’apposito rituale, il 27 novembre 1904 dal prevosto Confalonieri. Conclude Bruno Bianchi: “La notte di Natale del 1904 le nove campane cominciano a suonare e per la prima volta l’aria si riempie di un suono nuovo, mai sentito fino ad allora. Il battito lento e profondo della nona doveva aver traversato il cuore di tutti in quella notte unica e fatto aprire tutte le finestre e riempite tutte le case. Da quella notte di grande festa il concerto che da un campanile all’altro stende una maglia sonora sull’intera conca di Lecco, si completa con le campane di San Nicolò. All’alba e all’Ave Maria della sera si sono aperte e si sono chiuse per generazioni le lunghe giornate nei campi che ancora separavano la città dai paesi pedemontani e i turni nelle officine buie lungo il Gerenzone e il Caldone”.

il Bovara, nel suo testamento del 1867, aveva donato alla chiesa il torrione di sua proprietà, affinché servisse da campanile; era il cosiddetto Torrione della Chiesa, posto sul circuito delle mura e probabilmente rafforzato nel 1442, secondo la data di una lapide scoperta nelle vicinanze. Nel 1880 si iniziarono i lavori di consolidamento del torrione; nel 1883 l’ingegner Enrico Gattinoni (il costruttore delle scuole di via Ghislanzoni e della stazione) diede il disegno per un campanile grandissimo, la cui costruzione fu però interrotta qualche anno dopo: la città si trovò così per parecchio tempo con un campanile mozzo. Nel 1900 l’ingegner Giuseppe Ongania disegnò un altro progetto, ma la fabbriceria preferì chiedere al Gattinoni delle modifiche, per confermare la solidità dell’opera, che pareva dubbia. Venne però infine chiamato l’architetto Giovanni Cerutti (1842-1907), già noto per aver costruito vari padiglioni dell’Esposizione milanese del 1881, il Museo di storia naturale di Milano, la cappella Visconti di Cassago. Dal 1902 al 1904 egli eresse la cuspide di sapore neogotico, accantonando le idee del Gattinoni. La grandiosa mole colpisce tuttora, con i suoi 96 metri d’altezza che si raggiungono, in parte, con una scala a chiocciola di 400 gradini. Il campanone pesa circa 30 quintali”. Ai novantasei metri del campanile ha dedicato un capitoletto anche Aloisio Bonfanti in Il vecchio borgo. Una prosa godibilissima, che vale la pena di rileggere. I lecchesi sono affezionati al campanile della Basilica di San Nicolò. La costruzione è una componente tipica del paesaggio cittadino, non meno del lago e dei monti. Una ricompensa al duro lavoro tecnico, artistico, finanziario, al quale si sobbarcarono i nostri avi per portare a termine un’aspirazione che era nata al prevosto Mascari, intorno al 1860: quella di dotare di un nuovo campanile la prepositurale, un campanile alto e lanciato verso il cielo, quasi a testimoniare ai posteri il grande entusiasmo dei lecchesi nella sospirata indipendenza nazionale.

NOVANTASEI METRI DI CAMPANILE Al nuovo campanile ha dedicato alcune righe anche Angelo Borghi nel libretto La Basilica di San Nicolò a Lecco scrivendo: “Già

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I lavori ebbero inizio con il successore di don Antonio Mascari, il prevosto don Pietro Galli, e furono lunghi e difficili. Il 24 gennaio 1873 don Galli, che si era gettato con vivo entusiasmo nell’iniziativa, acquistava dai fratelli Antonio, Giovanni e Bernardo Bertarelli, l’avanzo di un antico torrione, della cinta difensiva del borgo, collocato vicino al coro della chiesa. Il massiccio avanzo delle fortificazioni militari doveva servire come solida base per far sorgere la nuova torre campanaria. Il 18 luglio 1884 il priore della Fabbriceria inviava in esame, alla commissione comunale di pubblico ornato (noi oggi parleremmo di commissione edilizia) il progetto, redatto dal lecchese ing. Enrico Gattinoni, per ottenere la debita approvazione prima di dar corso ai lavori. Nella seduta del 10 agosto 1884 la commissione esprimeva parere favorevole al progetto sino al cornicione superiore all’orologio, mentre per il tratto restante venivano richiesti maggiori dettagli. Il progetto Gattinoni prevedeva un campanile veramente ardito: novantasei metri di altezza, quattrocento gradini per arrivare all’ultima terrazza-belvedere. Quei novantasei metri sorpresero ed entusiasmarono, nel contempo, i lecchesi che pensarono ad una... meraviglia del mondo sulle rive del Lario. Nei pressi della basilica iniziarono ad arrivare i primi massi di pietra, già squadrati e numerati, destinati all’opera. Il lavoro era stato affidato all’impresa di Martino Todeschini, un capomastro di valore e di esperienza notevoli. Il campanile iniziò a salire, pietra su pietra, molto lentamente, perché non vi erano i mezzi attuali. Si lavorava su ponteggi non molto sicuri, con la cazzuola e i secchi di malta, e per portare i massi in alto bisognava affidarsi alla carrucola. Giunti all’altezza dell’orologio, intorno agli ottanta metri, nel 1894, i lavori furono sospesi per mancanza di mezzi finanziari. Le sottoscrizioni pubbliche e la pesca di beneficenza pasquale non erano più sufficienti a raccogliere i fondi necessari. (Nel 1903, uno spettaco-

lo musicale dato dall’Istituto dei Ciechi di Milano raccolse l’incasso record di lire 1889,35). Tra l’altro erano sorti pareri divergenti sul progetto Gattinoni nella parte terminale. Alcuni avevano chiesto una modifica della cupola, che appariva schiacciata, in senso più snello. Venne così alla ribalta l’arch. Giovanni Ceruti di Milano. L’arch. Ceruti modificò il progetto Gattinoni, come possiamo ammirare oggi, con la piramide terminale. Il 4 maggio 1901 un gruppo di fabbricieri chiedeva al sindaco, Achille Gattinoni, di poter proseguire i lavori, secondo la modifica Ceruti, essendo stati reperiti, con lasciti e sottoscrizioni, i fondi necessari. Dopo un suggerimento della Direzione dell’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti della Lombardia, il Comune pretese un ulteriore controllo (il primo era stato fatto nel 1884) alle condizioni del terreno circostante la base del campanile, e una verifica alla solidità del torrione rotondo che reggeva tutto il carico della costruzione. Con lettera del 3 aprile 1902 il direttore dell’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti, arch. Gaetano Moretti, esprimeva il suo compiacimento per il progetto Ceruti, solo avvertendo che “allo scopo di non ingenerare equivoco in coloro che s’interessano di memorie cittadine, sopprimerei la merlatura con la quale l’ing. Ceruti ha decorato la sommità dell’antico torrione”. Il consiglio venne subito accolto. I lavori ripresero con ritmo intenso; il campanile si andava completando anche se don Galli, ricordato come il prevostone per i suoi modi energici di buon brianzolo di Annone e la sua robusta corporatura, non vide l’opera ultimata perché scomparve nel gennaio del 1902. Nell’autunno del 1904 i lavori erano ormai completati e vennero sistemate le nuove campane per un peso totale di novantasei quintali. Fu un’impresa portarle nella cella campanaria, in modo particolare il campanone con i suoi ventotto quintali. Nel luglio del 1903 il Consiglio Comunale aveva deliberato l’acquisto dell’orologio per

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I due grandi affreschi di Santo Stefano e San Nicola nella navata della Basilica e il grande affresco della Madonna del Rosario nella cupola.


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il campanile della prepositurale. Vi furono poi conflitti di competenza, per la cura del medesimo, fra autorità civile ed ecclesiastica. La manutenzione dell’orologio si rivelò infatti più complessa del previsto: con il vento, ad esempio, il quadrante verso nord iniziava a camminare, e non poche volte a correre, per conto proprio. L’inaugurazione del campanile avvenne la notte dal 24 al 25 dicembre 1904, la notte di Natale, con i cittadini in trepida attesa della festosa eco dei sacri bronzi. Per diversi decenni i ragazzi che sostavano sul sagrato della basilica, quelli che affollavano i cortili dell’oratorio San Luigi, gli accoliti della prepositurale, fecero a gara per entrare nel torrione visconteo e dar vita al concerto di campane in occasione di solennità liturgiche e di cerimonie religiose. Ora funziona un impianto elettronico e le campane suonano senza bisogno di appendersi alle corde: basta premere un pulsante. Qualcuno scuote la testa e dice che lo scampanio non è più quello di una volta.

gente di qui a non giocargli un’altra volta brutti tiri, bruciò anche l’impossibile e fece sparger sale sulle rovine fumanti, perché morissero persin le radici delle case. O la chiesa esisteva anche prima dell’incendio? Vattelapesca! Fatto sta che da San Nicolò o da Santo Stefano - dove sembra avesse sede la pieve nei primi secoli cristiani - il prevosto si salvò dal rogo fuggendo a Castello, dove portò la sua abitazione e la sede del Capitolo. Nel 1535 la chiesetta di San Nicolò era ridotta tanto male che si dovette ricorrere a Francesco Sforza, perché la facesse rifabbricare, mettendo questo favore coi privilegi già concessi ai lecchesi per la loro fedeltà nella babilonia delle successioni nel ducato di Milano. Alla fine del ’500 la chiesa era affidata a un canonico, che si firmava vicecurato; e si sa di certo che verso il 1570 essa aveva un portico e una scala, poiché appunto lì il prevosto Ratazio - vicario del rev. Padre Inquisitore - si vide un brutto giorno brillare innanzi la lama lucente di un coltello. San Carlo fece poi ai lecchesi il gran regalo di restituire loro la prepositura, togliendola a quei di Castello, che cominciarono allora ad esser talvolta di malumore; e certo a quel tempo la chiesetta - diventata sede del prevosto - fu di nuovo ritoccata. Dal Seicento assai poco ci è giunto di importante. Si conoscono i titoli delle cappellanie e degli altari: nient’altro per ora. Nel 1747 il Card. Pozzobonelli la trovò senza pavimento e con la facciata cadente. Cent’anni fa il prevosto Mascari prese il coraggio a due mani, e decise che dov’era il coro lì dovesse in breve tempo arrivare la metà del tempio. Si lavorò per trent’anni, sotto la guida dell’arch. Bovara; poi si lasciò la gran chiesa incompleta. Il prevosto Galli fece aggiungere l’atrio: allora sembrava troppo ardita l’idea dei due bracci laterali. Mons. Vismara, che amava la sua chiesa, la fece costruire d’oro e di colori: l’opera sua finì quasi coi suoi giorni. Da domani, consacrata dall’Eminentissimo Cardinale Arcivescovo, la prepositurale di Lecco attenderà che le si restituisca la dignità che il ciclone napoleonico le tolse”.

Il completamento della serie dei grandi interventi strutturali, qui evocata anche con gli scritti di Bruno Bianchi, Aloisio Bonfanti e Angelo Borghi, si completa nel 1930 con la consacrazione della Basilica di San Nicolò da parte del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster. Ne dava notizia, ai lecchesi ma non solo a loro visto che la notizia uscì sul quotidiano milanese L’Italia, Uberto Pozzoli, il 30 agosto 1930. Irripetibile, quella paginetta, anche per la capacità di riassumere, in poche righe, le vicende ormai plurisecolari della prepositurale della città di Lecco. “E la chiesa che l’Arcivescovo consacrerà lunedì? Due parole bisogna pur dirle anche di quella. Nessuno finora è riuscito a sapere a quale epoca risalga nella sua prima, diciamo così, edizione la chiesa di San Nicolò di Lecco. Si sa che al principio del 1300 esisteva; e forse fu allora costruita, dopo il gran fuoco acceso su Lecco da quel Matteo Visconti che, per insegnare alla

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nel 1881-1883, restaurata nel 1955. Vi risaltano le tre porte di bronzo, realizzate nel 1975 dallo scultore Enrico Manfrini, allievo di Francesco Messina, e volute dalla Banca Popolare a ricordo del suo presidente, come dice una epigrafe incisa all’interno della porta centrale. Sulla tazza o cupola del vestibolo, che è stato innalzato nel 1848, il pittore torinese Luigi Morgari (1857-1935) ha dipinto nel 1927 il trionfo di Cristo su tutti i popoli della terra. Sulla controfacciata, una completa cantoria di legno dorato contiene il vecchio organo, prezioso strumento costruito utilizzando parte di un precedente dei famosi Serassi, da Giuseppe Bernasconi varesino nel 1860; è stato restaurato nel 1967. Fin dal XVI secolo la chiesa aveva un organo e un organista. Alla fine del XIX secolo si diede vita alla banda di San Giuseppe, nel 1903 iniziò il gruppo corale della Cappella Leonina. Tra gli organisti, merita di essere ricordato come valente compositore Giuseppe Zelioli (1880-1949), che vinse nel 1904 il concorso per la chiesa di Lecco e vi restò fino alla morte.

SISTEMAZIONI RECENTI Del compimento della basilica secondo il progetto Bovara non si parlò più per lungo tempo. Intorno al 1940 sia l’ingegner Giulio Amigoni sia l’architetto Mino Fiocchi presentarono proposte di migliorie e nel 1950 ricomparve per l’ultima volta l’idea di costruire il transetto. Frattanto si era proceduto alla decorazione della chiesa, che nel 1930 fu consacrata dal cardinale Ildefonso Schuster, come si legge nella lapide posta in chiesa fra l’ingresso laterale e la cappella dell’Eucaristia. Negli anni 1960-1968 numerosi adattamenti alle esigenze nate col Concilio sono state compiute ad opera dell’architetto Bruno Bianchi, specialmente nella parte presbiteriale, col nuovo altar maggiore. LA FACCIATA E IL VESTIBOLO L’accesso principale avviene dalla grande scalinata in granito, la cui sistemazione, avviata nel 1928, si deve all’ingegner Giulio Amigoni. Davanti alla facciata, il sagrato rappresenta lo spazio dell’antico cimitero di San Nicolò che già nel XVI secolo attorniava la chiesa, sotto le cui scale e i cui pavimenti si usava ugualmente seppellire: questo cimitero fu riordinato e benedetto nel 1756, ma pochi decenni dopo, nel 1804, venne aperto quello di San Giacomo e nel 1810 quello della Bergamina, che è poi ancora l’attuale cimitero monumentale, naturalmente trasformato e ingrandito. La basilica si presenta come un organismo grandioso, lungo oltre 80 metri e largo quasi 30, ma composito e senza un disegno unitario. Ciò dipende in particolare dal fatto che l’architetto Bovara dovette costruire poco alla volta e non ebbe la possibilità di terminare i suoi progetti. Per di più egli si lasciò prendere dal gigantismo proprio all’ultimo periodo neoclassico, proponendo così una costruzione costosa e poco adatta né alla sobrietà delle tradizioni locali, né ai nuovi tempi. La facciata del vestibolo, che precede il vero corpo della chiesa, è di stile ionico, costruita

LE DECORAZIONI DELLE NAVATE L’interno della basilica si presenta fastoso, sia nella veste classica della navata centrale, sorretta da pilastroni corinzi, sia nell’oro zecchino che nel 1927 ha coperto i 126 rosoni. Fra le semicolonne delle prime campate, Casimiro Radice (1834-1908), buon ritrattista, ha affrescato in 10 riquadri alcune scene evangeliche. Il Radice, e dal 1879 Giovanni Valtorta (1811-1882), sono gli autori anche dei 40 tondi con le effigi dei santi vescovi della diocesi milanese. Dal 1925 al 1927 il pittore Morgari fu impegnato nei lavori della basilica; dapprima decorò la grande cupola con l’apoteosi della Madonna del Rosario e la battaglia vinta nel 1571 a Lepanto dalla flotta cristiana protetta dalla Vergine contro quella turca; sulle pareti sottostanti dipinse la predicazione di Santo Stefano e il miracolo simbolico della Trinità compiuto da San Nicolò al Concilio di Nicea.

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Nelle cupolette delle navate laterali affrescò quindi otto fatti della vita di Cristo. Altri fregi decorativi corrono lungo le pareti del presbiterio, in buona parte dovuti all’artista valsassinese Luigi Tagliaferri; fra l’altro i dottori della Chiesa, San Bonaventura e San Tommaso a sinistra, San Bernardo e San Carlo a destra. Gli evangelisti e le tavole della legge mosaica sono scolpiti sul pulpito ligneo, opera del tardo Ottocento. La Via Crucis della basilica è formata da 14 pannelli di bronzo, creati ancora dal Manfrini negli anni 1968-1969, e sostituisce i quadri ad olio dipinti nel 1852 da Antonio Dassi. La grande vetrata ad arco fu posta nel 1923, come si legge nel tondo sottostante.

è collocata la vasca circolare di marmo bianco, sulla cui superficie sono scolpiti a rilievo i simboli degli Evangelisti, ciascuno con il libro su cui è segnato il proprio nome: SIOHS (Sanctus Iohannes) l’aquila, SMAR (Sanctus Marcus) il leone, SLUCAS (Sanctus Lucas) il toro, SM (Sanctus Matheus) l’angelo. La bella vasca, alta cm 25 e del diametro di cm 79, appartiene al principio del XII secolo ed è quindi contemporanea alla ricostruzione romanica della chiesa di San Nicolò. Secondo vecchie tradizioni, questa scultura sarebbe però un avanzo della distrutta chiesa di Santo Stefano, convertita in casa colonica circa il 1790. Comincia quindi, con quella di San Carlo, la sequenza delle cappelle. Nella prima si trova un bell’olio su tela di inizio Seicento raffigurante San Carlo in adorazione del Cristo defunto. Fanno parte dell’arredo di questa cappella anche la scultura del Bambino Gesù benedicente e le sculture lignee di Sant’Antonio e di Sant’Anna con la Vergine bambina. Secondo Oleg Zastrow questa scultura, della seconda metà del Cinquecento, raffigura la Madonna con il piccolo Gesù. Nella successiva cappella dei Santi, assieme ad una tavola raffigurante San Rocco e all’urna con le spoglie di Santa Aurelia martire, sono le statue di Sant’Antonio da Padova, Sant’Antonio abate, San Giuda Taddeo, Santa Rita e San Francesco d’Assisi. La terza cappella è dedicata al patrono San Nicolò. Sull’altare è collocata la statua lignea del santo vescovo donata alla Basilica dal prevosto Borsieri nel 1937, l’anno in cui prese avvio la festa del lago. A fianco dell’altare si trova il tintinnabolo, sorta di ombrellone giallo rosso che significa il riconoscimento di basilica romana minore avuto nel 1943. Negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso, nelle solenni processioni del dopoguerra, il tintinnabolo venne portato alcune volte e precedeva il clero. Nella quarta cappella, posta proprio di fronte all’ingresso laterale della Basilica, è collocato il Crocefisso di inizio Cinquecento, straordinaria opera in legno intagliato, policromato e

IL PRESBITERIO E L’ALTAR MAGGIORE L’architetto Bruno Bianchi nel 1968 ha radicalmente modificato il presbiterio. Rimossa l’antica balaustra, è stato posto un altare in un solo blocco di marmo di Carrara di 30 quintali e a lato un sobrio ambone o leggio. Nello sfondo è rimasto il vecchio altare di marmo, posto nel 1910 ad imitazione di quello disegnato da Andrea Appiani pel duomo di Monza: di sapore classico, ha dei bellissimi angeli, cesellati, insieme col tabernacolo, da Angelo Ronchi; vi era stato sovrapposto un tempietto di gesso, ora tolto. La mensa porta un paliotto in bronzo di due quintali, donato dal prevosto Galli nel 1892. Lo scultore Eugenio Bellosio (1847-1927) vi ha raffigurato l’ultima cena di Leonardo. Sotto l’altare si apre una cripta predisposta nel 1911 e riattata ancora dall’architetto Bianchi. Utilizza una parte di antichi sotterranei. LA SEQUENZA DELLE CAPPELLE All’ingresso della Basilica, sul lato sinistro del vestibolo, è collocata la statua raffigurante San Pietro, in legno dipinto a imitazione del bronzo. Si tratta di una copia, del primo Novecento, della statua in bronzo del Duecento nella Basilica di San Pietro in Roma. Dopo la statua

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Nel 1963 per decisione del prevosto mons. Enrico Assi venne portata in processione, da Santa Marta alla Basilica, l’antica statua della Madonna (anche nelle pagine seguenti).


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dorato. Ai lati le statue lignee, ottocentesche, della Madonna Addolorata e di San Giovanni. L’altare custodisce l’urna con le spoglie di Sant’Eufrasio, martire, provenienti dalle catacombe di San Callisto in Roma. Il corpo del santo martire, già nel monastero di San Paolo e poi nel collegio di Sant’Alessandro, entrambi in Milano, giunse a Lecco nel giugno 1811 e venne posto nella chiesa di Pescarenico da dove, il 14 luglio, mosse la solenne processione verso la basilica prepositurale di Lecco. Cento anni dopo, nel 1911, su iniziativa del prevosto Vismara avvenne la ricomposizione con ricognizione ufficiale del corpo del santo, come testimoniato dalla relazione del dottor Alessandro Colombo, figura di spicco del mondo cattolico, genitore di una numerosa famiglia residente in via Mascari che vede tuttora vivente il conosciutissimo maestro Giuseppe Colombo, ultranovantenne. Mancano quindi tre anni ai due secoli di presenza a Lecco del corpo del martire. La festa in onore di Sant’Eufrasio, nella seconda domenica di luglio, ha visto sino agli anni Sessanta del Novecento una processione pomeridiana all’interno della basilica con l’urna del santo portata dai confratelli del Santissimo Sacramento, ancora con l’abito dalla bianca tunica e dalla mantellina rossa. La successiva è la barocca cappella del Rosario. Rinnovata nel 1837, vi venne posta una nuova statua della Vergine col Bambino, di grandezza quasi naturale e ricoperta da una lamina d’oro cesellata. L’altare è invece lo stesso costruito nel 1746 in marmi rossi e neri, di gusto barocco. Nel giorno di Sant’Anna, si usava porre sull’altare un grande quadro raffigurante Sant’Anna che insegna a leggere a Maria: è una preziosa tela di Carlo Francesco Nuvoloni detto Panfilo (1608-1665). Gli affreschi della cappella appartengono al pittore lecchese Pio Pizzi (1880-1959), fratello di un altro conosciuto artista, Luigi. Li dipinse circa il 1911. Di fronte, sul lato destro della Basilica, è la cappella del Santissimo (già di San Carlo e San Nicolò). Completa la serie delle cappelle quella neoclassica di San Giuseppe con le sculture lignee

di San Giuseppe con in braccio il Bambino e, più antiche, dei Santi Rocco e Sebastiano. Secondo Oleg Zastrow queste ultime due statue facevano parte di un altare cinquecentesco assieme alla Madonna con il Bambino della prima cappella. Nella cappella è affrescato anche il transito del santo. Alla sequenza delle cappelle segue la sagrestia nuova. Sulla parete della navata è appeso il quadro del Beato Pagano da Lecco, domenicano e padre inquisitore, ucciso nel 1277 (come si legge anche in altra lapide posta all’esterno della Basilica nel 1904) dai sicari del signorotto Corrado Venosta in Valtellina. È un quadro del XVII secolo, restaurato da Luigi Pizzi. Una scritta dice: “B. Pagano da Lecco che fu ucciso dagli eretici l’anno 1277”. Sul lato destro, alla già citata cappella dell’Eucarestia segue la cappella del Battistero, l’antica e già descritta cappella di Sant’Antonio abate nella quale, oltre agli importanti affreschi, si deve segnalare il fonte battesimale, scolpito nel 1596. La vasca è in marmo di Varenna, scolpita a petali, le cui volute di sostegno sono in parte formate da zampe leonine di bronzo. La copertura è in forma di tempietto ottagonale alto metri 2,20, in legno di noce scolpito e dipinto. Nelle nicchie dei due piani stanno alcune statuine dei patroni delle chiese lecchesi: 5 nel primo piano, tra cui il Redentore tra i Santi Pietro e Paolo; 6 nel secondo, tra cui San Nicolò, Sant’Andrea, Santa Caterina. La cupoletta a scaglie termina con una lanterna e la statuetta dorata del Battista. Il fonte è dunque un bell’esempio di arte del maturo Rinascimento. LA PORTA LATERALE L’architetto Bovara ricostruì poco più arretrata la scalinata e la porta già aperta alla metà del Seicento. Sotto il breve portico sono murate due lapidi in marmo nero collocate nell’anno 1600. La prima, a sinistra, tradotta dice: “Dio Ottimo e Grandissimo. I lecchesi vessati dalla guerra e dalla carestia fecero voto di celebrare la festa di San Giuseppe e di recitare ogni giorno cinque orazioni dominicali

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(Pater) e saluti angelici (Ave Maria) e infatti, mentre celebravano i sacri riti il quarto giorno delle calende di aprile dell’anno 1528 furono liberati dall’assedio. Così pure afflitti dalla peste, nel giorno di Santa Caterina fecero voto di voler santificare le vigilie della Concezione della Beatissima Vergine Maria, di San Rocco, Sebastiano e Caterina, e confermando il vecchio voto a San Giuseppe, la peste cessò e li lasciò liberi il quarto giorno delle calende di aprile 1581. Nell’anno del santissimo giubileo 1600”. L’altra lapide, che un tempo era posta sul piastrone del pulpito della vecchia prepositurale, dice: “Dio Ottimo e Grandissimo. Poiché, per allontanare le grandinate da cui da lungo tempo era infestata la campagna lecchese, data la apostolica benedizione, con i voti di tutti in pubblica assemblea il giorno 9 maggio 1599 fu stabilito di celebrare solennemente e in perpetuo la festa del serafico San Francesco, e fu consacrato e dedicato il tempio dei Cappuccini, i medesimi lecchesi pensando ai posteri posero questo pubblico ricordo, il primo luglio dell’anno del santissimo giubileo 1600”.

gliatori bergamaschi Fantoni, e può essere di Grazioso (1630-1693). LA SACRESTIA NUOVA La razionale sacrestia aquilonare, cioè posta a nord, è dovuta ancora a Bruno Bianchi ed è del 1962. Pezzo scultoreo d’eccezione è il nervoso Crocefisso da tavolo, che si deve attribuire ad Andrea Fantoni, maestro dell’arte lignea secentesca (1659-1734). In una particolare custodia si trova la grande Croce capitolare in argento, cesellata da Armando Grisoni nel 1955 e dono del prevosto Borsieri: segue la tradizione dell’oreficeria comasca del Cinquecento. Da ricordare anche il baldacchino grande comperato nel 1887 e lo stendardo della Confraternita del Santissimo Sacramento ricamato nel 1833 e oggi appeso ai lati dell’altare. Gli altri stendardi delle confraternite sono ora appesi in quadri nella chiesa di Santa Marta. LE PORTE DELLA MISERICORDIA E DEI SANTI PATRONI Le porte di bronzo dello scultore Enrico Manfrini - autore anche della statua bronzea di Papa Giovanni XXIII che domina la scalinata del Santuario della Madonna del Bosco a Imbersago - quella centrale e le due laterali minori che la Banca Popolare di Lecco ha voluto dedicare alla memoria del suo presidente Mario Bellemo, non sono soltanto insigni opere d’arte che completano e abbelliscono la facciata della Basilica di San Nicolò, ma sono documenti significativi che, sottolineò nel 1975 l’allora prevosto di Lecco mons. Enrico Assi, “trasmettono ai nostri giorni, e trasmetteranno ai futuri, il più alto e benefico messaggio di speranza: quello evangelico della misericordia”. La porta laterale sinistra - la porta dei Papi - raffigura i due grandi Pontefici del Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII e Paolo VI, pastori della Chiesa in un momento storico drammatico ed eccezionale, portatori nel mondo, attraverso la testimonianza della bontà e della

LA SACRESTIA VECCHIA O PENITENZIERIA La sacrestia ottocentesca è stata restaurata nel 1967 su progetto di Bruno Bianchi ed è utilizzata come penitenzieria, cioè per la confessione. Domina in essa sulla parete ad oriente un grandioso armadio-confessionale di noce scolpito e intagliato; la lunghezza è di metri 6,30 e l’altezza di 4,75. Il corpo centrale è diviso in cinque scomparti da sei colonnine tortili sulle quali poggiano degli angeli che sorreggono la trabeazione. Alle estremità vi sono due avancorpi per confessionale, coronati da angeli seduti con cartigli in mano. L’armadio venne qui portato nel 1832 dalla precedente sacrestia ed era stato costruito poco dopo il 1673: lo aveva ammirato nella sua visita del 1746 il cardinale Pozzobonelli. Quella bella opera barocca è generalmente attribuita alla bottega degli inta-

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verità, di una grande speranza di rinnovamento e di pace. La porta laterale destra - la porta dei Patroni - rappresenta i santi che legano la storia delle origini cristiane della nostra città alla storia più recente del suo sviluppo: Santo Stefano, il primo martire della Chiesa, e San Nicolò, vescovo e popolare taumaturgo. “Due Santi - sono sempre parole di mons. Assi - due momenti diversi di un’unica fede, di una medesima speranza, di un’identica carità”. Ma è nella porta centrale che l’artista proclama l’annuncio fondamentale della sua opera: la storia della salvezza è storia di misericordia. Lo scultore traduce plasticamente questa idea grandiosa attraverso l’armonia dei ritmi compositivi, la dolcezza e la nitidezza degli episodi evangelici scelti per la loro densità di significato, soprattutto attraverso la centralità delle figure del Cristo e della Vergine che danno la più alta unità espressiva a tutti i momenti del piano generale. L‘artista ha svolto il tema in modo dinamico, come una storia: la storia di Cristo, dei suoi gesti, del suo insegnamento, che sono gesti e insegnamenti di misericordia. Questa storia ha inizio nei grandi misteri che aprono la vita di Cristo: l’Annuncio a Maria, la Nascita, l’Epifania, il Battesimo. Altri gesti ce lo rivelano: istruisce di notte Nicodemo, insegna alle folle sul monte delle beatitudini, chiama e converte Zaccheo, consola la vedova di Naim. Ancora: Gesù moltiplica i pani, cambia l’acqua in vino, adombra l’amore nella parabola del padre che accoglie e riveste il figlio prodigo e la carità nel samaritano che si china sul ferito, lo cura e lo affida all’albergatore. Ma il poema della misericordia tocca il suo vertice nei quattro misteri che chiudono la vita di Cristo e danno inizio alla sua presenza nella storia: l’Ultima Cena supremo gesto di misericordia con Cristo che dona se stesso nell’Eucarestia; la Croce dove consuma il suo sacrificio per dare una vita nuova agli uomini; la Resurrezione che ci dà la certezza che egli vince la morte e il peccato; la Pentecoste con l’effusio-

ne dello Spirito Santo che anima e costruisce la Chiesa come umanità riconciliata in Cristo e riconciliatrice con il mondo, per tutto l’arco della storia, fino all’ultimo giorno. “A chi sale al tempio, carico di tensioni e di speranze - sottolineava monsignor Enrico Assi in occasione dell’inaugurazione il 19 marzo 1975 - la porta ricorderà che ad attenderlo c’è il Dio delle misericordie; a chi lascia il tempio la porta ricorderà che il cristiano non esaurisce la sua vocazione con le opere del culto, ma la invera con le opere di misericordia, contribuendo, nell’era della scienza e della tecnica, a rendere più umana la famiglia degli uomini e la sua storia”. ❊❊❊ Il patrono di Lecco, si sa, è il Vescovo di Mira San Nicola (festa il 6 di dicembre), e il compatrono è il protomartire Santo Stefano (si brucia il pallone, secondo la tradizione ambrosiana, il 26 di dicembre). La festa di Lecco per antonomasia, però, cade la prima domenica d’ottobre, ed è celebrata in onore della Madonna del Rosario. Uberto Pozzoli nei suoi Frammenti di vita lecchese spiega che in origine l’autunnale festa del Rosario era un momento - un momento centrale - della vita della Confraternita del Santissimo Sacramento e della Carità cristiana, eretta nel borgo il 26 aprile 1795, erede forse della preesistente Confraternita del Santissimo Sacramento fondata da San Carlo Borromeo. Non si sa come diventasse l’appuntamento religioso più solenne dei lecchesi, attorno alla statua della Vergine con il Bambino venerata nella prepositurale (tre volte a loro si unì l’ora Beato arcivescovo Andrea Carlo Ferrari), e quindi la “Festa di Lecco” che ebbe, sul finire dell’Ottocento, il contorno di regate sul lago e il corollario di una fiera del bestiame. Notava malinconicamente il Pozzoli riferendo che dopo la grande guerra erano tornate le processioni (il suo scritto è del 1924): “La festa di Lecco ha ripreso; non è più però la fe-

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sta del borgo che si commuove e con fervore si prepara a un giorno d’esultanza; è la festa della città che, in tutt’altre faccende affaccendata, più non bada alla poetica bellezza delle feste cristiane e ascolta con indifferenza la voce giuliva delle campane che squillano per otto giorni a ricordare la fede degli antichi”. Fosse stato ancora sulla scena di questo mondo, nell’Anno Mariano (7 giugno 1987 15 agosto 1988) avrebbe potuto consolare il suo animo buono scoprendo che quella fede si sta riaccendendo. Proprio in coincidenza con l’Anno Mariano, infatti, avrebbe potuto vedere - oltre la ricca cornice delle manifestazioni civili - una Festa di Lecco ricaricata dei valori d’un tempo dalla partecipazione di un popolo che li sa ancora condividere e vivere. In quell’anno il simulacro settecentesco della Madonna del Rosario della Basilica di San Nicolò venne esposto nell’Istituto “Alessandro Manzoni” di via Amendola, la casa lecchese dei Servi della Carità, i figli del Beato Luigi Guanella: il centenario della sua opera è stato ricordato a Lecco con questa presenza mariana. E la sera di sabato 3 ottobre 1987, vigilia della Festa di Lecco, il vescovo Renato Corti, vicario generale della Diocesi milanese, dettò alcune riflessioni mariane alla rappresentanza della gente lecchese riunita in preghiera davanti alla Vergine del Rosario nell’Istituto guanelliano. Al suo fianco il prevosto di Lecco, mons. Ferruccio Dugnani, e il vicario generale dei Servi della Carità, don Nino Minetti. L’indomani, prima domenica di ottobre, la Madonna con il Bambino - incoronati del diadema regale che fu loro imposto dal cardinale Alfredo Ildefonso Schuster il 10 febbrario del 1946, durante una imponente cerimonia rievocata da Aloisio Bonfanti in Da Santo Stefano a

San Nicola, alla quale intervennero i Vescovi di Como e di Casale Monferrato, mons. Macchi e mons. Angrisani (si riparava così a un furto sacrilego consumato nel 1944) - è stata riportata processionalmente al suo altare, in San Nicolò. La tradizione ripristinata, certamente meritevole di essere resa sempre più amata e seguita, ha avuto dei precedenti molto lontani nel tempo, che si collegano alla cinquecentesca statua della Madonna del Rosario ora conservata nella chiesetta di Santa Marta in via Mascari. Ancora Aloisio Bonfanti, nel suo importante saggio tra le memorie della Pieve di Lecco, ricorda che essa fu incoronata nel 1624 (quattro anni prima dell’incontro di don Abbondio con i bravi di don Rodrigo narrato dal Manzoni), essendo prevosto Giovanni Stefano Bossi, fra gli spari di festa della guarnigione spagnola, e che fu rivestita di “una veste di brocato con li ricami d’oro superbissimi” donata da Anna Peralta, consorte del governatore Francesco Mendozza. Riferisce altresì di processioni che con quel simulacro si tennero nel 1629 e nel 1763, ma anche nel 1963 dopo che era stato sottoposto a restauri, nei festeggiamenti per l’ingresso del prevosto Enrico Assi. Il carattere cittadino della festa di Lecco è testimoniato dalla presenza, a lato dell’altar maggiore della Basilica di San Nicolò, durante la solenne celebrazione della messa in onore della Vergine, del gonfalone della città. Esso sembra collegarsi idealmente con il grande stendardo appartenuto alla Confraternita del Santissimo Sacramento, che si vede sulla parete a fianco dell’altare dov’è stato esposto permanentemente perché la Confraternita più non esiste. Vi è raffigurata proprio la Madonna del Rosario, fra San Domenico e San Carlo.

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San Carlo in adorazione del Cristo defunto, olio su tela del primo Seicento.


SANTA MARTA

La festa di Santa Marta: questo il titolo di un articolo di Uberto Pozzoli pubblicato sul quotidiano L’Italia di Milano e poi ripreso, in sede locale, dal mensile All’ombra del Resegone (agosto 1929) ma non in Frammenti di vita lecchese, la raccolta di scritti del Pozzoli curata dall’amico Aristide Gilardi e pubblicata nel 1932, due anni dopo la sua morte.

II la soppresse con le altre due confraternite esistenti nel borgo di Lecco. In origine i “michini” venivano distribuiti gratuitamente nella chiesetta di San Calimero, che era appunto in possesso dei disciplinati. Nel pomeriggio della festa di Santa Marta, dopo i vesperi, due scolari lasciavano il coro, scendevano in chiesa e davano “michini” a tutti i figli, in esecuzione di un legato di cui si è perduta la memoria; poi, cantate le litanie dei santi, un segno di campana annunziava l’inizio della distribuzione del pane e del vino, disposta da un altro legante. Il priore raccomandava i benefattori alle preghiere dei beneficati; ma i ragazzi sgranocchiavano già i “michini” e ci sarà voluta tutta l’autorità e qualche scuffiotto delle buone mamme antiche perché i birichini attaccassero il panem nostrum e giungessero, a bocca piena, fino all’amen del Pater. Soppressa la scola l’usanza fu raccolta dalla confraternita del SS. Sacramento, istituita nel 1795: ma da allora i “michini” si dovettero pagare, perché i beni della scola erano passati alla Fabbrica della prepositurale e coi proventi si celebravan le Messe festive nella chiesetta, salvo soltanto il frutto di due lire e quindici soldi che maturava su di una certa somma lasciata dal disciplino Francesco Vitario perché il 31 luglio, festa di San Calimero, il prevosto celebrasse la messa e recitasse privatamente l’ufficio da morto in suffragio dell’anima del legante. Si dovettero quindi pagare, i “michini”; e prima i confratelli ne diedero un cartoccio per una palanca, poi ci vollero due soldi, poi

I “MICHINI” Anche quest’anno, per Santa Marta, gli anziani della Confraternita del SS. Sacramento hanno piantato il banco dei “michini” sotto il portico dell’antica chiesetta di San Calimero; chiesetta che quantunque venga chiamata col nome della sollecita sorella di Lazzaro, è tuttora dedicata al santo vescovo milanese finito in un pozzo, col capo all’ingiù, per aver esortato alcuni sacerdoti pagani a desistere dal bruciare incenso ad Apollo. Ed ancora una volta si sono visti i ragazzi delle contrade più antiche della città alle prese coi vecchi e tenacissimi confratelli, che perderebbero la testa se domani si proibisse loro di vendere, nel giorno della festa di Santa Marta, i “michini”: minuscoli panini di farina non lievitata, che portano impressa l’immagine della santa, e sono, per un giorno, la leccornia dei ragazzi, mentre per le nostre mamme erano il rimedio più efficace contro il mal di ventre. La tradizione dei “michini” è antichissima ed è legata al ricordo di una potente scola dei disciplini di Santa Marta, che contava parecchi secoli di vita quando nel 1786 Giuseppe

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diventò piccolo il cartoccio, e quest’anno con cinquanta centesimi non si comperavan due dozzine di “michini”. Come si fa ad andare innanzi con questo carovita?

ro poi vendute a peso di bronzo; ventotto rubbi (230 chilogrammi) a quindici lire il rubbo diedero 420 lire, che son fin troppe per una compagnia di… cani. E il campanile restò muto. Possibile, direte voi, che queste cose sian successe al tempo di Napoleone il quale assicurava di “non udir mai dalla Malmaison la squilla del prossimo villaggio senza restarne commosso?”. Possibilissmo: tant’è vero che son successe!

LE CAMPANE La gente si lagna, ma non sa che i confratelli devono pagare, col provento dei “michini”, le spese della festa di Santa Marta! Una festa che, anche ridotta ai minimi termini, costa sempre qualche cosa. Bisogna tirare le “sandaline”, mettere in ordine la chiesetta ed accender fior di cera: e poi c’è il triduo di preparazione, la messa cantata e la benedizione. Oggi non si pretende certo di invitare alla festa, come nel 1738, il prevosto, cinque canonici, otto parroci, quattro padri riformati di Castello, due cappuccini di Pescarenico e cinque altri sacerdoti; ma le usanze sono usanze e i vecchi confratelli - costi quel che costi non le lasciarono cadere. I soldi sono pochi? Niente paura! Invece di “parare” tanto, si suonano di più le campane: e si fa sapere così a tutta Lecco che in Santa Marta c’è festa: dan din den, din den dan. Le campane sono tre e pettegolano ch’è un piacere: e quando tacciono le sorelle maggiori della prepositurale, riempiono del loro trillo tutte le stradicciole che i lecchesi d’una volta pare - tanto sono strette - abbian lasciato tra le file di case a sghimbescio, non per camminarci, ma per segnare dove una casa finisce e l’altra incomincia. Ciarlano, le tre piccole campane, e raccontano la storia delle loro - come dire? - delle loro mamme, le campanelle che c’erano prima sulla torretta di Santa Marta. Storia curiosa, dei tempi napoleonici. I dilettanti drammatici patriottici di Lecco volevano unirsi in società, ma non avevano i soldi per le spese di impianto. Una idea geniale e tutto fu combinato: si chiesero e si ottennero in dono le campanelle di Santa Marta, che venne-

LA CHIESETTA E IL RITUALE I confratelli, mentre attendono che i compratori dei “michini” s’affollino attorno al loro banco, han tutti gli anni una protesta da fare. La chiesetta di San Calimero o Santa Marta è stata costruita dalla confraternita e della confraternita dovrebbe quindi essere ancora in possesso, se i fabbricieri della prepositurale non avessero - chi sa da quando - approfittato di un po’ di confusione per calpestare, nientemeno!, il diritto di proprietà. Dicono questo i confratelli, perché è arrivato fino a loro il lamento degli antichi disciplini, che devono aver deposto molto mal volentieri il loro bianco abito dal cappuccio crociato di rosso; e se nella protesta la verità storica è alquanto storpiata, sta di fatto che i disciplini disponevano della chiesetta come di cosa loro, mentre i confratelli del Sacramento furono costretti, quando il prevosto la concesse in uso alla nuova confraternita nel 1795, a promettere che non si sarebbero “sviati” dalla prepositurale e non avrebbero ripetuto - diceva sempre il prevosto - il sopruso dei disciplini: i quali, avuto un dito, avevan tirato dalla loro parte tutto il braccio, ed eran così diventati, tanti secoli prima, padroni della chiesetta, liberandosi dalla sudditanza del prevosto e prendendo cert’arie che… C’è ancora un rituale - forse l’unico documento che si conservi - della scola dei disciplinati. Un rituale - centosettanta pagine ma-

L’interno della chiesa di Santa Marta e, nelle pagine seguenti, Santa Marta in Gloria in due fotografie del 1959 (archivio Bruno Bianchi).

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noscritte - che fu dedicato “alli impareggiabili meriti ed innata pietà” del priore Giuseppe Antonio Pagani, ed a lui offerto per la festa di Santa Marta del 1710. Lavorarono alla compilazione del volume due deputati, i quali avevano avuto l’incarico da dodici procuratori eletti e costituiti nell’Universal Compagnia con istromento rogato due anni prima dal causidico e notaio procuratore della stessa scola. Una cosa semplicissima come si vede ad occhi chiusi.

Insomma, letto tutto il rituale voi potete tranquillamente mettere una mano sul fuoco e giurare che quei disciplini eran tutti fior di cristiani: tanto, state certi che son tutti morti, e non c’è pericolo che qualcuno s’alzi a smentirvi dicendo: “Io non sono stato longo sino alla morte”. ❊❊❊ La ripubblicazione di questo “frammento” - come avrebbe detto Uberto Pozzoli che ne è l’autore - bene introduce ad altri “frammenti” che servono come punti di riferimento per una delle più belle chiese dell’intera città di Lecco: l’antica chiesetta di San Calimero, ora nota con il titolo di Santa Marta. Il restauro felicemente portato a compimento solo pochi anni fa, consente di coglierne nella loro interezza quei segni che possono diventare - per chi li sappia guardare con occhio attento - utili insegnamenti di vita. La chiesa di San Calimero, arcivescovo di Milano intorno alla metà del III secolo, esistente a Lecco è già ricordata dal Liber Notitiae Sanctorum Mediolani, del secolo XIII. Poche erano in diocesi le chiese dedicate a questo santo vescovo. Di questa chiesa, nella visita del 1569 è detto che è lunga 36 passi e larga 12, è ben pavimentata, ha la volta, ha l’altar maggiore il quale è ornato di pala dorata e dipinta e vi sono diversi quadri. Vi era il pulpito in mezzo alla chiesa, appoggiato al muro e la chiesa era tiepida d’inverno. Aveva cinque finestre munite d’inferriate e due avevano anche i vetri. Sulla sinistra vi era una cappella dedicata a San Giovanni Battista con un’ancona dipinta. Sulla destra un altare dedicato a Sant’Antonio. Aveva anche un campanile con due campane e un portico. Erano annessi alla chiesa quattro locali per ospitare i poveri. Allora i Disciplini scusavano la loro negligenza nel confessarsi perché non sempre trovavano un confessore. I reddi-

“LONGHI” SINO ALLA MORTE Aprite il rituale e vedrete che gente pia e timorata erano quei lontani disciplini! Pensate che nelle prime quindici pagine si parla soltanto, brevemente, delle virtù di ogni buon disciplino; ed in seguito vi sfilano innanzi le pratiche di pietà della scola: l’ufficio divino con tutte le ore, il vespero, la compieta; la disciplina, inginocchiati davanti all’altare; le funzioni dell’Avvento, le Comunioni generali, le processioni, le feste, le visite agli infermi; e ad ogni pagina tornano insistenti le esortazioni alle tre virtù principali e necessarie: umiltà, ubbidienza, carità di Dio e del prossimo. E persino le istruzioni sull’abito della scola offrono ai compilatori la occasione di intrattenere devotamente i confratelli. L’abito doveva essere “bianco e netto e longo che arrivi almeno - almeno?! - sino alle scarpe, con il cordone di canapo con sette nodi”; e ciascuna parte aveva una virtù “appropriata”. L’abito era lungo perché il “disciplinato deve esser longo cioè perseverante sino alla morte”; le maniche lunghe tutt’e due ad una misura volevan dire che il “disciplinato deve esercitar le opere della misericordia con larga mano tanto spirituali che corporali”; il cingolo di corda significava che “il perfetto disciplinato deve star sempre unito saldamente e costantemente con Dio”; e i sette nodi del cordone rappresentano “le sette volte che Gesù sparse il suo sangue preziosissimo”.

Santa Marta in Gloria, particolare, 1959 (archivio Bruno Bianchi).

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ti della confraternita dei Disciplini erano annue 100 lire imperiali che venivano spese nell’ospitare infermi poveri, nel celebrare la festa di Santa Marta, nel comperare la cera, nel far fare le ufficiature per i defunti. Vi era poi una distribuzione di pane nella festa di Santa Marta e nei due giorni successivi, e a Natale. Dai decreti della Visita del cardinale Federico Borromeo (1608) appare che gli altari laterali hanno cambiato titolo: quello dedicato a San Giovanni Battista è divenuto l’altare di San Carlo e l’altro l’altare dell’Immacolata e di Sant’Antonio. Per il primo è detto che nella nicchia scavata si metta il quadro di San Carlo oppure la statua; nelle nicchie laterali i santi più venerati dai lecchesi. Si dovrà poi costruire vicino all’altar maggiore una sagrestia congrua a questa chiesa, dall’architettura elegante. Qualche traccia di quei decreti di quattro secoli fa la troviamo nell’articolo che sulla chiesa di Santa Marta ha scritto Bruno Bianchi in Terzo ponte del dicembre 1965.

L’importanza della piccola chiesa ne favorì in passato l’abbellimento. Infatti la stessa prepositurale di Lecco non possiede nulla che possa paragonarsi all’affresco seicentesco che decora la volta sopra il presbiterio della chiesa di Santa Marta. La dimenticanza degli uomini nel secolo scorso e nel presente, la salvò dalle troppo frequenti sovrapposizioni eclettiche, caratteristiche della seconda metà dell’Ottocento e dai vandalismi decorativi più recenti, così che oggi la chiesa ci rimane intatta nel miglior barocco lombardo, senza ombra di sovrastrutture. Oltre a quello principale, dedicato a San Calimero, la chiesa aveva due altari minori, quello di San Giovanni Battista, sulla sinistra entrando, e quello dedicato a Sant’Antonio sul lato opposto, che doveva occupare parte dell’attuale sacrestia. Il portichetto che caratterizzava la facciata e un po’ tutto l’ambiente della piazzetta, è frutto di un’aggiunta posteriore; la struttura dell’insieme rimase però ugualmente libera e chiara ed ora leggiamo facilmente dall’esterno la posizione del coro sopra il portichetto. Due finestre, che dalla chiesa davano sulla strada, vennero chiuse in passato, probabilmente prima dell’aggiunta del portico. La biografia strutturale della chiesetta è abbastanza semplice, e la sua storia stilistica fortunatamente priva di dolorose incoerenze. Il suo spazio è un rettangolo coperto da una volta appena ribassata con sei piccole vele in corrispondenza delle aperture. I lati lunghi sono assolutamente lisci, la unica nota decorativa essendo rappresentata dai quattro arazzi. Il presbiterio sollevato di due gradini dal piano della chiesa, è decorato sulla volta da un grande affresco il cui tema è la gloria di Santa Marta. L’abbondanza del partito decorativo rispetto all’argomento centrale è tutta barocca; tuttavia è cosa quasi eccezionale trovare come qui tanta chiarezza di rapporti tra il soggetto principale e il compiacimento decorativo delle prospettive architettoniche. La cosa che però affascina maggiormente è il tonalismo tipicamente lombardo, tanto singolare in questo af-

ESEMPIO DEL MIGLIOR BAROCCO LOMBARDO Dell’impianto medioevale della chiesa di San Calimero ora detta Santa Marta, non rimangono tracce visibili. Non è improbabile che la struttura posteriore abbia ricalcato la pianta primitiva. Ce lo fa pensare la situazione urbanistica della chiesa: la strada su cui si affaccia era, infatti, uno degli assi principali della viabilità cittadina: quindi è quasi certo che l’orientamento attuale della chiesa ripete quello primitivo. Rimane da sapere se la sua dimensione e le sue forme stesse siano state alterate notevolmente: si può pensare che avesse un’abside semicircolare osservando una mappa dei primi anni del secolo XIX la quale indica una pianta absidata. Questo non significa necessariamente che l’abside fosse stata eliminata recentemente, ossia dopo la redazione di quella mappa; questa probabilmente indica con la forma semicircolare i confini di proprietà della chiesa, più che la sua struttura.

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La statua della Vergine del Rosario, nel 1624 incoronata regina del borgo di Lecco.


fresco da farlo pensare disegnato con l’entusiasmo spaziale dei barocchi ma dipinto con la delicatezza tonale, leggermente malinconica, dei pittori lombardi del primo Ottocento. Un’uguale coerenza con l’ambiente distingue i quattro arazzi rappresentanti rispettivamente la Madonna Immacolata, la Madonna del Rosario fra i Santi Domenico e Calimero, Santa Marta mentre calpesta il drago e infine San Giuseppe col Bambino. Il fondo degli arazzi è un damasco rosso cupo, ad eccezione di uno di seta naturale con ricami a mano. Il colore delle figure, dei drappeggi sottolineati da forti rilievi, è mantenuto entro toni fondi, piuttosto cupi, in perfetto accordo col colore del fondo e coi colori stessi dell’affresco. La parete di ingresso è occupata, sopra la bella porta disegnata dal Bovara, dalla loggia illuminata assai bene da una grande finestra che si vede in facciata. Nel complesso la chiesa di Santa Marta è uno spazio nitido piacevolissimo nella sua atmosfera: uno spazio fatto sulla misura fisica e spirituale di uomini semplici e devoti. Una chiesa costruita con una sapienza architettonica ammirevole e con un raffinato equilibrio decorativo, in un periodo di esuberanze spesso incontrollate e di vanitose espressioni di una fede che sembrava ormai tutta portata all’esterno dell’uomo. Una chiesa semplice, solida e senza parole inutili, come il linguaggio dei lecchesi.

za di questa chiesetta anticamente dedicata a San Calimero e ancora così chiamata nel 1608, data nella quale l’archivio spirituale della Curia milanese la descrive specificando che l’altare principale era affrescato con “figure abbastanza decenti”. Non è pensabile che queste “figure abbastanza decenti” fossero quelle dell’affresco che oggi vediamo. Le acrobazie prospettive dei soffitti barocchi non si erano ancora manifestate vigorosamente come avverrà qualche decennio più avanti con Pietro da Cortona, col Guercino e poi con Andrea Pozzo. Bisogna quindi collocare la pittura di Santa Marta almeno nella seconda metà del 1600. La follia virtuosistica che finirà con lo sfondare tutti i soffitti d’Europa e fiorirli di grappoli di figure naviganti nel vuoto, ha lasciato un segno anche a Lecco; nell’affresco di Santa Marta però il barocco ha assunto colori nuovi e toni più morbidi e ombrati che forse impediscono alle prospettive di “sfondare”, ma sono tuttavia frutto di una lettura e di una interpretazione genuina e spontanea della grande maniera romana. Le figure stesse, nel gruppo centrale, sembrano non voler uscire dalla chiesa, non si lasciano proiettare in alto: non c’è linea prospettica che tenga, il loro colore “da interno” le tiene legate alla terra. Descrizione, questa di Bruno Bianchi, alla quale aggiungere solo una considerazione. Quest’arte è stata concepita negli anni tragici nei quali il Papato aveva visto staccarsi una parte della cristianità. L’arte non poteva più, come era stato nel Medioevo, esprimere la pace nella fede, ma dovette lottare, affermare, contestare. Essa divenne così ausiliaria della Controriforma e fu uno degli aspetti dell’apologetica. Difese ciò che il protestantesimo attaccava: la Vergine, i santi, il papato, le immagini, i sacramenti, le opere, le preghiere per i defunti. Sviluppò temi che l’arte del passato aveva appena sfiorato, ed espresse sentimenti nuovi

LA GLORIA DI SANTA MARTA Lo stesso Bruno Bianchi ha dedicato più di una scheda alla chiesa di Santa Marta nella sua fondamentale ricognizione nel patrimonio artistico cittadino raccolta in Opere d’arte a Lecco. Quella qui proposta è relativa all’affresco che, sulla volta del presbiterio, celebra la Gloria di Santa Marta. L’affresco che fodera tutta la volta del presbiterio di Santa Marta, testimonia l’importan-

Una storica immagine della via Mascari con il portico di Santa Marta (collezione Valentino Frigerio); l’affresco del Cristo nell’avello; celebrazione in Santa Marta: all’altare don Martino Alfieri e don Luigi Stucchi.

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e nuove forme di devozione. Nata in un tempo in cui la Chiesa, purgata e tutta tesa a dare il suo sangue, intraprendeva a riconquistare il Vecchio Mondo e a portare la fede nel Nuovo, l’arte prese parte al suo entusiasmo. Celebrò il martirio e mise il cristiano faccia a faccia con la morte per insegnargli a non temerla, ma nello stesso tempo gli spalancò il cielo. I grandi santi del XVI secolo, sembravano aver vissuto ai confini di questo mondo, e talvolta li varcavano per unirsi a Dio. L’estasi fu intesa non solo come ricompensa del suo amore, ma come prova della loro missione: l’eresia non metteva in comunicazione con il Cristo, non vedeva il suo volto luminoso, non udiva la sua voce. L’estasi divenne il punto più alto della vita cristiana e il supremo sforzo dell’arte: vi mise tutto il suo prestigio e tutta la magia delle luci e delle ombre. Mai prima l’arte religiosa aveva tentato tanto: e anche qui arrivava all’estremo limite del possibile. In tal modo l’arte nata dalla Controriforma ha aggiunto qualche cosa ai mezzi espressivi dell’arte cristiana, ha trovato degli accordi profondi che non erano mai stati uditi prima. È stata dunque l’interprete perfetta di un’epoca. Chi ha letto Sant’Ignazio di Loyola e Santa Teresa d’Avila ritrova il loro spirito guardando i dipinti delle chiese poiché l’artista partecipa di un pensiero infinitamente più ampio del proprio.

anni di guerre e di pestilenze, hanno favorito il diffondersi della cultura barocca nel Lecchese: alcune chiese vennero abbattute, ma più spesso ampliate, allungando l’abside o spostando in avanti la nuova facciata; il soffitto in legno a vista e gli arconi trasversali (ancora visibili a Pescarenico e a San Giovanni di Laorca) cedono il posto alle nuove volte dalle curve un poco ribassate; i muri laterali si raddrizzano con l’aggiunta di nuovi tavolati o si arricchiscono di lesene; trionfano le cornici di malta e di gesso; alle facciate di pietre squadrate si accostano altre facciate a intonaco; si alzano le porte di ingresso per lasciar passare le statue e gli stendardi processionali. Più tardi arriva anche il portichetto come in Santa Marta, a Rancio e a Castione. Sull’altare una nuova pala sostituisce il rustico dipinto affrescato della parete dell’altar maggiore: al santo patrono ed alla Vergine si aggiunge l’immancabile San Carlo. Santa Marta esisteva già alla fine del 1200 dedicata a San Calimero, ma l’aula ed il campanile potrebbero essere più antichi. Vi erano annessi locali destinati ad ospizio tenuti dalla confraternita dei Disciplini di Santa Marta. L’importanza di questa chiesa, che si trovava proprio su una delle due strade principali del vecchio borgo (l’altra era l’attuale via Bovara) giustifica sia la presenza del grande affresco sulla volta del presbiterio, sia l’aggiunta del portico, verso il 1720-30, sia anche lo sviluppo inconsueto della facciata, esempio unico in Lecco di una espressione così vivace del colorismo barocco. All’interno si trovano le statue di Santa Marta e della Madonna (detta “della peste” perché portata in processione nel 1629), l’altare con formelle di legno e bassorilievo e quattro arazzi ricamati, un tempo stendardi delle confraternite.

Ma Santa Marta non è un caso isolato, come ci testimonia ancora Bruno Bianchi. Vi è un gruppo di chiese a Lecco e nei dintorni, legate da un unico filo conduttore: Santa Marta a Lecco, San Carlo a Castione, San Nazaro a Castello, San Carlo al Porto, Santa Maria Gloriosa a Rancio, Santa Maria Maddalena al Seminario. Tutte queste chiese ci si presentano ora così come gli interventi precisi e perentori di San Carlo Borromeo le hanno volute. Ogni visita pastorale, da San Carlo in avanti, documenta lo stato di ogni edificio religioso con minuziosa precisione; alle visite faranno poi seguito le ordinanze di intervento. Il riordino della Diocesi e della vita religiosa e insieme un certo assetto economico di ripresa dopo una lunga serie di

UN FRAMMENTO DI MEDIOEVO “I recentissimi restauri, che hanno coinvolto tutto il complesso della chiesa di Santa Marta, con gli edifici annessi, hanno tra l’altro messo in luce un riquadro affrescato, con l’imma-

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gine del Cristo defunto posto entro l’avello. Il dipinto è ubicato all’interno del locale che affianca, al piano terreno, il lato nord del settore presbiterale. L’immagine è visibile sulla parete settentrionale di tale ambiente, ad una quota piuttosto elevata. Lo stato di conservazione è discreto, ad eccezione di una cospicua lacuna, presso l’angolo superiore di sinistra, così come è del tutto carente la porzione inferiore del riquadro. Tracce di intonaci affrescati, che si prolungano ai lati dell’icona al di fuori della cornice rettilinea a doppia fascia, permetterebbero di ipotizzare che una ben maggiore superficie della parete fosse occupata da altre raffigurazioni affrescate. “Secondo morfemi iconografici consueti per l’epoca, la rappresentazione di Gesù nell’avello appare del tutto canonica: il Cristo sporge, eretto, dal piccolo sarcofago a cassetta, per la metà superiore dell’immagine; ha il capo reclinato verso la spalla destra, gli occhi socchiusi e un’amara espressione caratterizzante i lineamenti del volto; le mani sono incrociate davanti al ventre. Sullo sfondo è collocata la croce, dal cui braccio orizzontale pendono due staffili, mentre sul corno di destra è annodata una benda. Lateralmente stanno appoggiate la lancia di Longino e l’asta porta spugna di Stephaton. “La diffusione di questa singolare immagine, fra i secoli XIV e XV, si giustifica con la specifica venerazione per un particolare repertorio di figure taumaturgiche (come quella per i santi Antonio abate, Rocco, Sebastiano), collegate alla invocazione ed alla protezione contro le malattie contagiose ed epidemiche. Nel caso specifico qui in oggetto, una più pregnante connessione si può identificare con la presenza operativa della Confraternita dei Disciplini di Santa Marta; non è casuale che un’analoga immagine la si ritrovi in altri templi del territorio, similmente reintitolati alla santa di Betania, come le chiese di Santa Marta di Bellano e di Merate. Né si può sottacere la connessione concettuale, fra la raffigurazione della divina immagine del defunto (prima della sua resurrezione) e quella del fratello di Marta di Be-

tania (santa alla quale era intitolata la Confraternita), Lazzaro, che fu risuscitato, uscendo dall’avello per il miracoloso intervento di Gesù secondo il vangelo giovanneo. “In merito ad alcune considerazioni specifiche, di ordine tecnico e cronologico per l’affresco qui considerato, va rilevato che, in contrasto con la maggioranza di similari riquadri pressoché coevi reperiti nel territorio (e che sono opere di genere per lo più sommario), l’elaborato della Santa Marta di Lecco appare una esecuzione discretamente accurata, per mano di un pittore piuttosto capace. La constatazione merita di essere sottolineata, in quanto sembrerebbe che per la più parte di tali immagini ci si sia prevalentemente curati del valore devozionale e simbolico, piuttosto che di quello intrinsecamente qualitativo. Al contrario, in questo caso si può rimarcare sia una attenta e calibrata ricerca dei valori espressivi ed anatomici del defunto (senza cadere in banali effetti, melodrammatici e dozzinali), sia una moderata presenza di quegli orpelli minori, simbolizzanti strumenti della passione, che rendono spesso la raffigurazione un coacervo di tasselli scoordinati, sia pure emblematici e non raramente pervasi di sapido umore popolare, ma con un risultato complessivo piuttosto discutibile. L’alta qualità del dipinto e le non marginali reminiscenze trecentesche dell’immagine del Cristo morto, propongono una datazione che non dovrebbe allontanarsi da una prima fase del secolo XV, con talune connessioni, per l’ambito artistico, con le contemporanee espressioni dei più prossimi territori, all’epoca, d’ambito veneto”. Quanto riportato è parte di una pagina di Oleg Zastrow, in Affreschi gotici nel territorio di Lecco, II. Conclude questa ricognizione nella chiesa di Santa Marta, che si è aperta con un’altra delle memorabili pagine di Uberto Pozzoli così definito dal vescovo Enrico Assi: “Uno studioso tenace, un ricercatore appassionato, un giornalista pieno di sensibilità e di estro, di passione, un uomo libero e forte, un cristiano purosangue”.

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Due immagini della chiesa di Santa Marta che consentono anche un confronto sulle modificazioni intervenute nel centro storico di Lecco.


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Ancora una immagine di Santa Marta con la facciata barocca, esempio unico in Lecco.


L’IMMACOLATA CONCEZIONE ALL’ORATORIO SAN LUIGI

Ricorda la costruzione della cappella dell’oratorio di San Luigi, accanto alla Basilica di San Nicolò, una paginetta di un fascicoletto realizzato nel 1932 e dedicato ai primi cinque lustri di presenza nell’oratorio maschile del sacerdote don Luigi Verri. Quando nel 1907 il prevosto mons. Luigi Vismara chiamava don Luigi Verri, nell’Oratorio tutto era da rifare. I fabbricati esigevano un completo rifacimento: il torrione sul quale sorgeva il campanile (ora tutto inverdito d’edera, angolo pittoresco dell’Oratorio) era ancora in parte circondato dal fossato di difesa, ed ecco che coll’opera degli stessi maggiori dell’Oratorio viene riempito con materiale tolto nel luogo dove fu poi costruita la sala dei confirmandi. Il teatro sorge sul terreno di quello precedente non senza una certa linea architettonica. I vari altri locali - si legge sempre in quello scritto del 1932 - vengono sistemati. Più tardi per uso palestra veniva completato il salone attuale della cancelleria che dapprima era solamente un portico. Il grande portico d’ingresso rifatto, per riparare dalle intemperie e dal sole estivo i ragazzi. Pure la nostra chiesetta (Santuario dell’Immacolata, per i lecchesi) sorgeva su disegno dell’ing. Giulio Amigoni, presentandosi il progetto dell’ing. Chiappetta troppo costoso. È rimasta per alcuni anni greggia nei muri, e senza l’attuale loggia. Solo i maggiori potevano perciò assistervi alle funzioni, mentre gli altri dovevano restare nel salone teatro dal quale era possibile attraverso l’atrio divisorio partecipa-

re alla Messa e Benedizione. Venne poi la decorazione dell’altare. Per benefica elargizione della famiglia Delù, fu costruita in seguito la loggia, buon lavoro intonato allo stile della chiesa, e per quanto fu possibile ottenere la presente sistemazione a inginocchiatoio delle panche per la comunità. La decorazione completa della cappella era ormai il sogno di don Luigi, ripetutamente esternato dal pulpito, ed infatti nel 1914 venne decisa. Il contributo di lire 5 per ogni metro quadrato richiesto ai devoti dell’Immacolata mise a disposizione la cifra occorrente. Man mano che le impalcature andavano scomparendo apparvero agli occhi attoniti dei ragazzi le arcate celesti, le stelle riprodotte sulla volta, gli archi delle finestre e i dorati capitelli. Un sabato sera quando noi ragazzi eravamo riuniti per prepararci alla Confessione, don Luigi ci ha detto: “Oggi il pittore Giovanni Battista Jemoli è venuto coi cartelloni per i quadri istoriati della vita di San Luigi (nascita, voto di castità, prima comunione, rinuncia, angelo di carità, transito). Quando questi saranno finiti la nostra chiesa sarà completata”. Tale opera fu terminata nel 1915 e noi l’ammiriamo tuttora. In questo devoto e pio luogo - continua quella storica paginetta del 1932 - gli oratoriani sentono nuovo invito alla preghiera ed i cuori si effondono in Dio, si rivolgono alla Santisssima Vergine in santa fiducia ed amore. Il suo ricordo rimane indelebile nell’animo di chi vi pregò, vi pianse di gioia e di pentimento. Lontani il suo ricordo si fa

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La chiesetta dell’oratorio vede ogni anno, dal 1909, la ormai storica e secolare Festa dei Cooperatori (archivio Aloisio Bonfanti).


più vivo e parte di questa terra che chi ebbe per patria non può dimenticare è quest’aurea chiesetta dove piccoli e grandi della popolazione lecchese ebbero palpiti di casti affetti e di fervorosi propositi. Varie opere poi susseguitesi completarono la sistemazione generale. Così la sala dei confirmandi, e più tardi per merito del cooperatore Antonio Bosisio, il recinto dei giuochi delle bocce e delle altalene. Così finisce quella paginetta del fascicolo celebrativo dei primi 25 anni di don Luigi Verri all’oratorio, che Giacomo Galli, che lo conserva tra le sue cose care, ha voluto completare ricordando varie altre opere realizzate dagli assistenti succeduti a don Luigi Verri: il nuovo tabernacolo con don Filippo Spina (1940-1947); il nuovo pavimento, l’impianto di riscaldamento, la corona per la Madonna con tanto di raccolta dell’oro necessario, con don Giuseppe Tagliabue (assistente dell’oratorio dal 1948 al 1967); l’altare rivolto verso i fedeli con don Giuseppe Longhi (1968-1976); e infine gli assistenti successivi che cureranno l’adeguamento degli impianti elettrici, la posa delle effigi degli oratoriani Caduti e degli assistenti defunti, la sostituzione delle panche con quelle già nella chiesa di Santa Marta, i restauri degli affreschi con la vita di San Luigi. Aloisio Bonfanti custodisce invece una cronaca del dicembre 1959 dalla quale si apprende che si è svolta domenica 20 l’incoronazione della Madonna dell’oratorio maschile di Lecco. Alla mattina nella cappella splenden-

te di luci e di paramenti monsignor Luigi Pirelli, vescovo nativo di Varenna, ha celebrato la messa, durante la quale è stata offerta e benedetta la corona d’oro donata dai ragazzi, dai giovani e dai cooperatori dell’oratorio. Alla comunione un numero veramente rilevante di ragazzi e di giovani si è accostato al divino sacramento, ricordando tutte le persone che in questi 50 anni di vita della cappella sono passati ed in modo particolare quelli già ritenuti degni del premio eterno. Al pomeriggio si è tenuta l’incoronazione della Madonna e la bella e commovente benedizione dei novelli cooperatori Luigi Mangola e Valerio Molteni. Mons. Pirelli, nel discorso di chiusura, ha sottolineato come la Madonna debba restare nella vita di ognuno. Una meravigliosa pioggia di stelle dal campanile ha concluso la bellissima giornata, che s’iscrive a caratteri fulgidi nella già gloriosa storia dell’oratorio maschile di Lecco. Il diadema con il quale è stata incoronata la Madonna dell’Oratorio è in argento e oro sbalzato e cesellato con incastonatura di pietre preziose: si tratta di 12 ametiste rettangolari e di 12 topazi nella fascia, di 6 topazi bruciati e di 12 palline di calcedonia nella parte superiore forgiata a margherite e a gigli, in ricordo evidente dell’immacolato privilegio della Madonna. Il lavoro fine e pregevole è opera della Scuola Beato Angelico di Milano. Il metallo prezioso necessario è stato offerto dai bambini, dai ragazzi e dai giovani dell’Oratorio, dalle loro famiglie e dalle madrine benefattrici dell’oratorio stesso.

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SANTUARIO DELLA BEATA VERGINE DELLE VITTORIE

È il tempio alla Vergine nel cuore della città. Assiso sopra il suo alto piedistallo, Alessandro Manzoni evocato nel bronzo del Confalonieri sembra vegliare Colei che ha avuto da lui cantato il Nome, la “mira Madre” che proclamò “beata” nel Natale, la “regina de’ mesti” dalla quale invocò il “per noi prega” nella Passione, la “Donna alma del cielo” alla quale ripetè quel “per noi prega” nella Risurrezione annunciando che lo stesso Dio cui fu nido “prescrisse che sia legge il tuo pregar”. Esaltato da poeti d’ogni tempo, il Nome di Maria ha anche una propria celebrazione liturgica, nel calendario ecclesiastico. Scrive Emilio Campana in Maria nel culto cattolico: “Le prime tracce di una tal festa si hanno a Cuenca nella Spagna. Un diploma pontificio del 1513 nel mentre la riconosceva ufficialmente, ne fissava la celebrazione per il 15 settembre, ottava della Natività di Maria, e di più vi accordava un’officiatura particolare. Poi avendola Pio V nella riforma dei Divini Offici abrogata, fu rimessa in onore dal suo immediato successore Sisto V, a ciò mosso dalle istanze del cardinale Deza. Gregorio XV nel 1622 la estendeva alla diocesi di Toledo. Ma dopo il 1625, la Sacra Congregazione dei Riti era in dubbio se estenderla o no ad altre diocesi che ne facevano domanda. Ciò non di meno la si trova celebrata nella Spagna dai Trinitari verso il 1641, e nel 1658 fu concessa all’Oratorio di Francia sotto il titolo di Solemnitas gloriosae Virginis. Con il nome invece primitivo di Solemnitas SS. Nominis Mariae

fu nel 1671 estesa a tutta la Spagna e al Regno di Napoli. Nel 1683 Innocenzo XI la costituiva festa universale di tutta la Chiesa, destinata a commemorare la grande vittoria riportata con evidente intervento di Maria dal Sobieski sopra i Turchi assedianti Vienna, e minaccianti seriamente tutta la civiltà europea. Qualche anno dopo, il suo successore Innocenzo XII ne fissava la celebrazione con officio proprio nella domenica fra l’ottava della Natività. Fu però malvista dai giansenisti, e poiché Giuseppe II, come si sa, era dominato dal loro spirito, nel 1771 ordinò che questa festa insieme ad altre, che pure cadevano in domenica, non venissero più nel calendario segnate in rosso, ma in nero. Non sembra però che si sia tenuto gran calcolo di questi ordini imperiali. Anche nel progetto di riforma del Breviario preparato sotto Benedetto XIV corse serio pericolo di essere soppressa insieme ad altre feste, in tutto 85, fra le quali quelle del Carmine, dell’Expectatio partus, della Mercede, del Rosario, della Traslazione della Santa Casa di Loreto. Ma fortunatamente non ne fu nulla, perché quel progetto non venne attuato. Pio X nella sua riforma della divina ufficiatura fissava la festa del Nome di Maria al 12 di settembre che è l’anniversario della sconfitta dei turchi sotto le mura di Vienna”. Avendo però il nuovo messale cambiato il prefazio, può sembrare significativo richiamare le parole con le quali quello precedentemente in uso si rivolgeva all’Eterno Padre: “Al nome di Gesù, ogni ginocchio in cielo, in terra

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e negli inferi, si piega alla tua maestà divina. Al nome di Maria, il cielo si inchina, la terra si prostra, trema l’inferno, proclamando, nel mistero della Vergine, la tua adorabile onnipotenza”.

si stava ormai rapidamente sviluppando nella zona oltre il corso del Caldone, compresa, grosso modo, tra via Visconti e il vecchio Lazzaretto (oggi via Leonardo da Vinci). L’inaugurazione del novembre 1932 - è sempre Aloisio Bonfanti - nonostante il grande cuore di mons. Salvatore Dell’Oro, vedeva la chiesa ancora incompleta nelle strutture edilizie ed artistiche. Il campanile, ad esempio, era solo costruito nel tratto iniziale; mancavano gli affreschi sulle pareti e presso gli altari laterali. Lentamente, con l’opera zelante di mons. Dell’Oro, i consistenti lasciti testamentari di qualche benefattrice, le offerte di numerosi fedeli, il tempio venne completato. Dei giorni precedenti il rito celebrato dall’arcivescovo Schuster sono le colonne di cronaca pubblicate dalla rivista All’ombra del Resegone (settembre 1932) che ci piace riproporre: “Il nuovo tempio che noi possiamo ammirare nelle sue linee imponenti e severe, viene a colmare una lacuna veramente sentita da tutto un rione della città e a esaudire voti antichi e tuttora ardenti del popolo nostro. Quando una degnissima signora oriunda valsassinese e nostra concittadina di elezione Domenica De Dionisi ved. Manzoni volle, ancora vivente, destinare una parte cospicua del suo patrimonio - un vasto fabbricato in via Fratelli Cairoli - perché col ricavato della vendita si provvedesse all’erezione del nuovo tempio, le aspirazioni della città parvero ben prossime a divenire una realtà. Mons. Vismara acquistava immediatamente l’area adatta e interessava vari architetti, affinché concretassero in progetti di massima le linee del tempio; ma, impegnato nella raccolta dei fondi per le decorazioni della chiesa prepositurale, si trovò nell’impossibilità di attuare l’idea con i mezzi disponibili ormai inadeguati e si spegneva due anni or sono, lasciando il terreno e un discreto capitale accantonato per l’erezione del tempio. “Fu il vicario spirituale che gli successe, il

UN SANTUARIO NEL CUORE DELLA CITTÀ Comincia da Lecco centro anche l’itinerario per i santuari mariani. Comincia da quello dedicato a Nostra Signora della Vittoria: santuario, come affermava don Aldo Cattaneo celebrando i quarant’anni della consacrazione, il 5 novembre del 1972, non di miracoli - se per miracoli s’intendono guarigioni istantanee, apparizioni, lacrimazioni - ma devozionale, dove la Grazia lavora prodigiosamente nelle anime, ogni giorno, e insieme tempio civico in memoria dei Caduti per la Patria, una falange dei quali attende il giorno della risurrezione nella cripta-ossario. Lo si era cominciato a pensare durante la Grande Guerra mentre s’allungava la lista di quelli che non sarebbero tornati vivi dal fronte, anche perché la città richiedeva una nuova chiesa per il servizio alla gente che aveva la casa troppo distante dalla prepositurale. Ma se il terreno fu acquistato già nel 1917, e l’anno successivo il Cardinal Ferrari venne a Lecco a benedire la prima pietra, in realtà la costruzione non prese il via che agli inizi degli anni Trenta. Il cardinal Schuster, poi, poteva procedere alla consacrazione il 5 novembre del 1932, mentre il campanile doveva attendere l’inaugurazione fino all’anno 1940. Aloisio Bonfanti, in Da Santo Stefano a San Nicola aggiunge qualche ulteriore particolare: due furono i motivi principali che suggerirono la realizzazione della nuova chiesa in una zona allora periferica rispetto al centro di Lecco: un tempio votivo in memoria dei lecchesi caduti nel primo conflitto mondiale e la necessità di assistenza religiosa per il nuovo quartiere che

L’interno del Santuario della Beata Vergine delle Vittorie.

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concittadino can. don Salvatore Dell’Oro (già benemerito per altre grandi realizzazioni nel campo della beneficenza) a riassumere decisamente l’iniziativa facendosi interprete dei voti di tutto un popolo, e a raccogliere intorno a sé un forte nucleo di volonterosi per la raccolta dei mezzi finanziari e per l’attuazione dell’opera. E quando il Comune, in occasione della messa giubilare, in un solenne ricevimento nel palazzo municipale, gli consegnava una medaglia d’oro di benemerenza, egli, riconoscente, diede l’annuncio che destinava alla fabbrica del nuovo tempio una cospicua somma; ciò nel cuore di tutti aprì la fiducia che la nuova chiesa ben presto sarebbe condotta a termine. Il comitato frattanto aveva incaricato il valente architetto Piero Palumbo (di Siena) dello studio del progetto artistico del nuovo tempio e questi assolveva rapidamente e degnamente il suo compito, presentando un progetto che riscosse le unanimi approvazioni. “La voluta monumentalità del tempio venne raggiunta dall’architetto con semplici movimenti di masse accuratamente ponderate e opportunamente ravvivate dal contrasto di tono fra i vari materiali impiegati. All’interno le grandi pareti murali completamente disadorne inquadrate dalle cornici e dal soffitto hanno realmente dato all’ambiente il voluto carattere di semplicità severa e grandiosa. In questa sua veste di nobile semplicità l’edificio rivela reminiscenze romaniche dimostrando la possibilità di creare del nuovo senza rinnegare l’antico. “Il nostro giovanissimo concittadino ing. Pietro Amigoni ebbe a sua volta l’incarico dello studio dei particolari costruttivi e della direzione dei lavori, fra molte e gravi difficoltà. Il piano del pavimento del santuario è costituito da un’impalcatura continua in cemento armato perfettamente rigida e calcolata per sopportare senza pericolo il peso di una folla compattissima di persone: lasciando posto sotto di sé ad ampi sotterranei variamente utilizzabili. Anche la copertura è sorretta da grandi incavallature in cemento armato di lunghezza, an-

che pei tempi che corrono, abbastanza eccezionale, che vennero gettate in basso e sollevate successivamente sino al piano del tetto. Il nuovo tempio ha le seguenti dimensioni all’interno: lunghezza m 46; larghezza, escluse le cappelle, m 16; altezza del soffitto m 19. “L’impresa Lotario Bigoni ha condotto i lavori con lodevole solerzia ed ampiezza di mezzi, vincendo non lievi difficoltà nelle manovre di sollevamento dei materiali a grande altezza specialmente dei grossi massi di pietra viva e delle incavallature del tetto. Nessun incidente è venuto a turbare l’ordine e il rapido progresso dei lavori. “Anche la provvista e la posa della pietra da taglio che costituisce una pregevole caratteristica esterna del santuario ha incontrato notevoli difficoltà, specialmente nella scelta della pietra scura necessaria a creare con il granito bianco quel contrasto di toni che costituiva un’esigenza inderogabile del progetto Palumbo. La pietra adatta mai sinora impiegata venne per iniziativa dell’antica ditta lecchese Paolo Noli scoperta a Prata nei dintorni di Chiavenna; essa è di un bel nero inalterabile e uniforme, superiore allo stesso granito di Biella tanto apprezzato. La fornitura dei graniti che raggiungono i settecento metri cubi pari a centocinquanta vagoni venne ripartita tra questa ditta e la ditta Giuseppe Marella che ha grandi cave ben note a Samolaco, a Chiavenna ed altrove. “Se la decorazione esterna del Santuario per necessità della sua particolare costruzione ha dovuto raggiungere la sua sistemazione definitiva, fatta eccezione del campanile arrestato a un terzo della sua altezza, non altrettanto può dirsi dell’interno, che nel concetto che ha ispirato l’architetto avrebbe dovuto avere larghi rivestimenti lapidei e marmorei. La navata superiore si presenta con un’imponenza incontestabile. L’interno è rifinito con semplice rinzaffo grezzo delle murature. Ma i pilastri, gli archi, le fasce, le cornici in mattoni scoperti, i capitelli in pietra viva, costituiscono tuttavia, benché grezzi, un tale elemento suggestivo dell’ambiente che impone il senso del-

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La Campana dei Caduti collocata sul campanile il 4 novembre 1968. Nelle pagine seguenti gli affreschi provenienti dal distrutto convento di San Giacomo a Castello.


la grandiosità e del raccoglimento, quale veramente si addice a un tempio. “La cripta dedicata alla memoria dei Caduti lecchesi avrebbe dovuto assumere aspetto particolarmente severo e veramente monumentale dal completo rivestimento in granito animato da quattro figure di angeli vigilanti alla base delle ampie gradinate di accesso. La prospettiva della cripta disegnata dall’arch. Palumbo nella sua sistemazione definitiva dà un’idea dell’ambiente veramente bella e suggestiva. Pur così com’è attualmente la nuova chiesa, dotata degli elementi liturgici essenziali, sarà consacrata al culto con rito solenne il 5 novembre prossimo come tempio che la fede religiosa e patriottica della nuova Lecco ha voluto dedicare alla memoria dei suoi figli Caduti, indimenticabili Eroi, artefici della Vittoria”.

parroco nella propria chiesa e potrà compiere in essa tutte le funzioni per sé o mezzo di altro sacerdote suo coadiutore” - spiega questa decisione: “Senza incrinare l’unità parrocchiale di Lecco, senza ricorrere ad elementi estranei, la Madonna si è creata in Lecco il proprio Santuario, chiamandovi i Padri Oblati, cioè il Clero diocesano che presenta le migliori garanzie di obbedienza e di fedeltà alle direttive dell’Arcivescovo, che sono appunto direttive di unità, di pace, di collaborazione, di zelo per la salvezza delle anime”. Nello stesso anno 1937 giungevano alla Vittoria numerosi affreschi della chiesa del distrutto convento di San Giacomo a Castello, dei quali si parlerà più avanti. Era il convento degli Zoccolanti, soppresso nel 1805, caro al padre di Alessandro Manzoni, che vi voleva essere sepolto, come lasciò nelle disposizioni testamentarie. Il nobile Pietro Manzoni venne invece tumulato nella chiesetta della villa del Caleotto, perché alla sua scomparsa il convento di Castello non esisteva più. Fra gli affreschi spicca la grande Crocefissione collocata nell’altare laterale di fronte a quello della Madonna. Il campanile di 61 metri fu completato il 18 ottobre 1940 con l’erezione, sul culmine, di una grande croce di ferro con inserita una reliquia della Santa Croce di Cristo. Il 4 novembre si procedette alla benedizione. Per l’esaltazione della Santa Croce e per l’inaugurazione del campanile furono stampati due opuscoletti-ricordo. Ideato dall’architetto Pietro Palumbo, lo stesso progettista della chiesa, il campanile si presenta con l’identica alternanza tra granito bianco e pietra nera. La reliquia della Croce di Cristo, racchiusa nella croce di tre metri in cima al campanile, è conservata in una cassettina di rame argentato e circondata da quattro liste di pergamena con le firme di oltre mille lecchesi. Le quattro pergamene, ricorda Aloisio Bonfanti, erano state preparate, con accurati ornamenti, dalle suore e dalle ragazze del

SANTUARIO MARIANO DIOCESANO Lo stesso giorno della consacrazione il cardinal Schuster proclamava il tempio di Nostra Signora della Vittoria santuario mariano diocesano, nel quale si venerasse l’icona della Madonna Nicopeia, Regina delle Vittorie. Lo stesso arcivescovo, quattro anni dopo, faceva trasportare nel santuario l’antico quadro della Madonna con bambini che si trovava nella prepositurale di San Nicola. È il dipinto cinquecentesco che ancora oggi è al centro dell’attenzione dei fedeli che visitano il Santuario: rappresenta la Madonna nel gesto di proteggere con il manto alcuni bambini che la circondano. Nel 1937 ancora il cardinal Schuster costituiva lo stesso santuario in rettoria, affidandolo agli oblati vicari dei Santi Ambrogio e Carlo. Un autografo in data 28 novembre 1937 dello stesso cardinal Schuster - che nel decreto del 1932 (27 ottobre) aveva scritto: “La Chiesa di Santa Maria della Vittoria appartiene alla Parrocchia di San Nicolò in Lecco, cosicché il parroco di San Nicolò avrà su detta chiesa tutti i diritti concessi dai sacri canoni al

Due immagini del Santuario della Vittoria e della attigua piazza Manzoni e una storica immagine della costruzione (collezione Valentino Frigerio).

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vicino Istituto San Giuseppe delle Figlie di Betlem. La preziosissima reliquia, donata da don Paolo Colli superiore degli Oblati, rimase esposta in chiesa durante il triduo di preparazione alla festa votiva della Santa Croce e poi solennemente benedetta dal prevosto mons. Giovanni Borsieri. Franco Ghilardi, in Il Santuario di Nostra Signora della Vittoria in Lecco, articolo pubblicato su Archivi di Lecco (anno XVI, numero 1, gennaio-marzo 1993), aggiunge qualche ulteriore particolare. “La torre posa su di un terreno poco resistente, ma se ne sta ugualmente sicura perché a sostenere l’ingente peso le si è preparata una base corrispondente, studiata con amore dall’ing. Pietro Amigoni e dall’arch. ing. Mario Ruggeri: una platea nervata in calcestruzzo che misura ben m 13,20 di lato e m 1,60 in altezza. Su questo zatterone la torre può navigare impavida sul grande fiume e l’immenso oceano dei secoli, pur attraversando le grosse procelle della storia. Dall’ultima parte del granito sporge poi la croce di ferro del peso di kg 180, dono della Società Anonima Badoni di Lecco. Sul fronte dell’architrave, sopra la porta d’accesso al campanile da via Trieste, in caratteri romani, venne scolpita la seguente epigrafe commemorativa: Nob. Catharinae Cornelio populique leucensis pietate Crux D.N. Jesu Christi caelo extollitur salus victoria triumphus. Die IV novembris a. MXMXL (la nob. Caterina Cornelio e il popolo di Lecco, mossi dalla loro devozione, con questa robusta torre innalzarono al cielo la Croce di Nostro Signore Gesù Cristo la quale è salvezza, vittoria e trionfo. Il 4 novembre 1940)”.

quale di più e quale di meno, dalle famiglie singole, da ricchi e da poveri, tanto e poco, dal Comune, dalle associazioni, dai sacerdoti e dai laici, in molti modi, da tutti, E quando si dice tutti, non si esclude nessuno”. Ma il Santuario non era finito, e don Lucchini scrive: “Parecchie cose importanti mancano, e bisogna provvedere. Fu messo a posto, e bene, l’altare maggiore con quel bellissimo nartece o tempietto che ammiriamo; ma… e l’altare della Madonna, che è la padrona di casa? Non lo potremo lasciare per molto tempo ancora così, come ora trovasi… I disegni di quello che si deve fare sono pronti e sono belli: saranno usati marmi speciali e di effetto; e speriamo di vedere presto eseguito questo lavoro. (…) Questa chiesa - concludeva don Lucchini - non tollera pitture né stucchi decorativi: marmi preziosi, pochi bronzi semplici, e mosaici, mosaici e mosaici. Questa e non altra decorazione tollera e merita il Santuario di Lecco”. I mosaici auspicati da don Carlo Lucchini nel 1940 arriveranno sessant’anni più tardi, nel 2000. Non all’interno, ma all’esterno, nelle lunette sopra le tre porte di ingresso alla chiesa, sotto il portico su via Azzone Visconti. Realizzati dai fratelli Bernasconi di Como, su progetto del pittore lecchese Angelo Bellini, i mosaici sono dedicati rispettivamente alla Madonna della Vittoria, della Pace e della Giustizia. Una piccola targa ricorda, sul lato dell’ingresso principale, che i mosaici sono dedicati alla memoria di don Aldo Cattaneo, che tanto bene volle al Santuario, operandovi per oltre cinquant’anni. La realizzazione dei mosaici si deve all’impegno di Lucia Sozzi, per tantissimi anni infaticabile animatrice del Laboratorio Missionario Lecchese al fianco di don Aldo Cattaneo. Un’ulteriore pagina di storia trascorsa dal Santuario della Vittoria è relativa alle celebrazioni del maggio 1972 quando - il ricordo è di Aloisio Bonfanti - “al termine del mese mariano, per ricordare il quarantesimo del tempio, su iniziativa del rettore don Pietro Mazzoleni, venne consacrato il nuovo altare maggiore, costruito secondo le attuali norme liturgi-

LE ULTIME OPERE DI COMPLETAMENTO Nel suo studio, Franco Ghilardi cita anche la relazione del sacerdote oblato Carlo Lucchini - è datata 3 novembre 1940 - nella quale, tra l’altro, si legge: “Da ogni parte della città vennero offerte di rilievo e piccole offerte, a mano diretta e a mezzo di sottoscrizioni a scadenza, dalle ditte rappresentanti le grandi industrie,

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che su progetto dell’arch. don Gaetano Banfi. L’antico altare è stato trasformato in custodia dell’Eucarestia, con due angeli adoranti in rame sbalzato, opera della Scuola Beato Angelico di Milano”.

il vicesindaco Antonietta Nava. Era stata anche promossa, con ottimi risultati, una pubblica sottoscrizione cittadina. “Nostra Signora della Vittoria dal suo santuario di Lecco - conclude Dino Brivio il capitolo qui integralmente ripreso, dedicato a questa chiesa nel suo primo tomo Segni della pietà mariana della serie Itinerari lecchesi - si fa sentire anche con la voce di un bronzo, a portare conforto e serenità. La grande campana ogni sera suona l’Ave Maria. Son rintocchi somiglianti a una voce velata di pianto che ripeta a uno a uno i nomi dei Morti per la Patria, addormentati nella pace sotto l’ala protettrice della Nicopeia”. Il tempio dedicato ai Caduti e in onore della Madonna della Vittoria iniziò già negli anni Trenta ad accogliere i resti mortali di diversi giovani lecchesi caduti sul vasto fronte della guerra 1915-1918. Ufficiali e soldati, militari di tutte le armi e specialità, provenienti in larga parte dai cimiteri di guerra, venivano pietosamente raccolti nei loculi della cripta sottostante l’altare maggiore della chiesa. Un elenco di Caduti che si è notevolmente allungato con le vittime del secondo conflitto mondiale 19401945. Il 5 e 6 ottobre 1962, in particolare, le “penne nere” del Gruppo Grigna del quartiere lecchese di Castello, che fa capo alla sezione di Lecco dell’Associazione Nazionale Alpini, vedono coronati i loro sforzi per riportare in patria 82 salme di Caduti della città di Lecco e del territorio, fra i quali 20 alpini, giunte dai cimiteri di guerra dei fronti greco-albanese e jugoslavo. La cerimonia, con corteo per le vie di Lecco e ufficio funebre nella Basilica di San Nicolò, richiama decine di migliaia di persone che rendono ininterrotto, commosso, reverente omaggio ai Caduti. Le spoglie giunte a Lecco sono quelle di oltre duecento Caduti, anche di altre province lombarde. È presente anche il labaro nazionale della Associazione Alpini, decorato di 279 medaglie d’oro, proprio

LA CRIPTA E LA CAMPANA DEI CADUTI Su quel campanile, disse allora l’oblato Carlo Lucchini, sarebbe stata bene una sola grossa campana “che battesse dignitosamente un la basso di 435 vibrazioni”. La Campana dei Caduti è arrivata il 4 novembre 1968, nel cinquantesimo anniversario della Vittoria, e ogni sera effonde sulla città i suoi rintocchi gravi (non so se le vibrazioni siano proprio nel numero che proponeva il Lucchini) come un invito a ricordare i morti e ad affidarli alla misericordia della Madre. La cerimonia della solenne benedizione della campana si svolse al monumento ai Caduti, sul lungolago, con l’intervento del vescovo ausiliare di Milano, mons. Luigi Oldani. Prima della benedizione venne tagliato il nastro tricolore dalla madrina, Gisella Cesaris Orio, sorella del sottotenente degli Alpini, Guido Orio, medaglia d’argento del primo conflitto mondiale 1915-1918, caduto sul Pasubio nel 1916. “La voce di questa campana - disse mons. Oldani nel suo discorso - ad ogni tramonto del sole inciterà al raccoglimento, alla preghiera, al ricordo; risusciterà tante memorie; diffonderà un senso di conforto, di fiducia, di speranza. Ma questa campana non vuole essere solo un ricordo di guerra, ma anche una voce, un augurio, una implorazione di pace”. La grande campana dei Caduti, che fa scendere ogni sera sulla città, dal campanile del Santuario, alle ore 19, i suoi rintocchi, era stata caldeggiata dalla sezione lecchese dell’Associazione Famiglie Caduti e Dispersi in Guerra, tramite la sua presidente Maria Fusi. Aveva trovato favorevole eco nell’amministrazione comunale con il sindaco Alessandro Rusconi e

Nelle pagine seguenti, l’altare e il presbiterio prima della trasformazione attuata nel 1972.

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perché fra i Caduti c’è una medaglia d’oro. Le salme lecchesi verranno tumulate nella cripta sacrario del Santuario della Vittoria, le altre nei paesi natali del Lecchese. Ad esse si aggiungeranno dieci anni più tardi, nel 1972, le spoglie dei Caduti giunte dai cimiteri di guerra del fronte libico e, a partire dal 1991, anche le salme dei Caduti sul fronte russo.

dici partendo dal 1530 aveva fatto costruire a Castello sopra Lecco dopo aver ordinato l’abbattimento dell’originaria sede dei frati la quale era fuori dalle mura del borgo quasi davanti alla Porta Milano e così poteva nascondere eventuali assalitori provenienti dal ponte visconteo. La chiesa del convento (abbandonato dai religiosi nel 1805 per i noti provvedimenti napoleonici) fu demolita nel 1936; gli affreschi si salvarono grazie agli interventi dell’avv. Carlo Corti e dell’ing. Enrico Gandola, benemeriti cittadini lecchesi. Gli “strappi” e i riporti su tela furono eseguiti dal concittadino Enrico Scary, esperto in tal genere d’operazioni, mentre il pittore milanese Italo Josz curò il lavoro di ritocco. Lo stesso Scary ha lasciato uno scritto sugli affreschi di San Giacomo approdati nel santuario di Nostra Signora della Vittoria nella rivista Lecco, n. 5 del 1940. Per quanto riguarda in particolare la Crocifissione si possono trovare altre annotazioni, riguardanti attribuzione e datazione, in Opere d’arte a Lecco di Bruno Bianchi. Eccole. Nel 1936 veniva demolito a Castello il convento e parzialmente la chiesa di San Giacomo, costruita a partire dal 1530. Oltre che una parte della chiesa, vennero salvati dalla distruzione il portale di gusto rinascimentale ora al museo civico di Lecco e alcuni affreschi. La Crocefissione fa parte del ciclo di pitture che decoravano la parete di accesso al presbiterio. Il tema principale era infatti circondato da altre scene della Passione: la cena, la cattura di Gesù, il giudizio di Pilato, la flagellazione, l’incontro con le pie donne, la resurrezione; inoltre una serie di profeti. Nella chiesa della Vittoria si trovano, oltre alla Crocefissione, quattro scene della Passione e quattro profeti. Fra le pitture che decoravano la chiesa di San Giacomo, alcuni frammenti raffiguranti dei santi vescovi si possono vedere nella chiesetta del Seminario, altri tre nel museo civico di Lecco e qualche altro dipinto si trova in case private. È stato fatto per queste pitture il nome di Gaudenzio Ferrari e certamente qualcosa del

GLI AFFRESCHI PROVENIENTI DA SAN GIACOMO Come accennato, su uno degli altari laterali, lustro di marmi, è l’antica immagine della Madonna circondata da bambini. Era nella basilica prepositurale di San Nicola fra una parata di ex voto. Il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster la fece portare nel santuario. Affreschi di varia provenienza ornano la “Vittoria”. Una Madonna fra Sant’Antonio e San Rocco, di scuola lombarda del primo cinquecento, era sulla casa Turba d’Acquate (ne è data notizia in Immagini di Lecco nei secoli, di Mario Cereghini). Accanto a questo trittico, di fianco all’altar maggiore del santuario, è incorniciato un altro affresco raffigurante la Vergine con Bambino fra due santi. Una targhetta d’ottone porta scritto che proviene da Oggiono ed è di scuola lombarda del primo ‘500. Si dice anche che è stato donato “in memoria dell’avv. Carlo Corti”, come il trittico precedentemente segnalato, del quale il Cereghini attribuiva la proprietà alla signora Delfina Bonaiti Aldè Corti. Una delle composizioni pittoriche più importanti della singolare “collezione” formatasi nel santuario è la Crocifissione che campeggia sopra uno degli altari laterali, attribuita ad allievi di Gaudenzio Ferrari con probabilmente qualche tocco del maestro, il quale ai tempi dell’esecuzione, nella prima metà del secolo XVI (epoca peraltro controversa), pare si spostasse fra Milano e la Valtellina dove si trovava la moglie, presso Morbegno. L’affresco era parte di un ciclo esistente nella chiesa di San Giacomo degli “Zoccolanti”, annessa cioè al convento dei Riformati che Giangiacomo Me-

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Il 5 e 6 ottobre 1962 giunsero a Lecco le spoglie di oltre duecento Caduti sui fronti di guerra greco-albanese e jugoslavo: le salme lecchesi vennero tumulate nella cripta sacrario della Vittoria.


maestro e della sua maniera degli ultimi anni è reperibile nella crocefissione; le somiglianze con la sua pittura sono però troppo generiche per risalire ad una attribuzione siffatta; certe figure, come la Maddalena inginocchiata, il gruppo con la Vergine, il San Giovanni Evangelista, qualcosa nel taglio dei cavalli e l’immancabile cagnetto bastardo, sono piuttosto patrimonio iconografico della pittura lombarda tra il XV e il XVI secolo, che non caratteristici di Gaudenzio. Il quale ebbe imitatori e seguaci assai numerosi fra i quali un frate pittore presente nel convento dei Riformati di San Giacomo e anche a Lecco con una “Cena” e due altre pitture. Questa presenza nella zona di Lecco dovuta anche all’appartenenza di frate Gerolamo all’ordine dei Riformati, il suo frequente operare in questi conventi e la sua abitudine all’utilizzo di cartoni di celebri maestri come il Luini e il Ferrari, non sono i soli motivi che fanno pensare al suo nome per questa Crocefissione: vi sono infatti tracce non secondarie che la apparentano alle figure della “Cena” quasi certamente sua ed ora nella penitenzieria della Basilica di Lecco. L’atteggiamento delle figure e il loro modo di muoversi e di agitarsi col corpo e coi panneggi, un agitarsi melodrammatico, quasi feroce nel ladrone di destra, sono un poco la firma del frate pittore originario di Premana, come pure il modo un poco forzato e innaturale di disporsi delle teste nei confronti dei rispettivi corpi. La composizione risente poi di un certo imbarazzo nell’addensamento di figure delle parti alte e di qualche scorrettezza, in parte incolpabile forse al restauro, nei disegni di alcune figure, come la bambina finita fra le gambe del cavallo. I tratti migliori e più originali si ritrovano in alcuni dei personaggi principali: il citato ladrone di destra e il Cristo; gli angeli presentano invece una impressionante aderenza di disegno, a quelli dipinti da Gaudenzio nella crocifissione di San Cristoforo a Vercelli. Qualche altro riferimento (nei ladroni, nel soldato gozzuto) può essere rintraccia-

to nella Crocefissione di Gaudenzio a Santa Maria delle Grazie a Milano. Arsenio Mastalli, nel suo documentatissimo studio dedicato al convento degli Zoccolanti e pubblicato nel primo volume delle Memorie storiche della Diocesi di Milano, a proposito degli affreschi formula una interessante ipotesi. Lo spunto è fornito dalla visita pastorale effettuata nel 1794 dall’arcivescovo di Milano Filippo Visconti che trovò l’oratorio dedicato a San Giacomo “quasi nudo e abbandonato, col pavimento sporco, con le pareti oscure senza decorazioni e semi-scrostate”, fatto che “ha tanto più addolorato l’animo nostro perché abbiamo sentito che in questo oratorio si celebra con grande frequenza e divozione del popolo”. L’arcivescovo perciò comandava che “l’Oratorio sia del tutto pulito, restaurato, assicurato e decorato”. I frati ubbidirono con celerità e, annota il Mastalli, “restaurarono la loro chiesetta in modo veramente superbo affidando la decorazione interna a pennello di certo valore che alcuni nostri concittadini, fra cui l’egr. sig. ing. Enrico Gandola e il compianto avv. Carlo Corti, attribuirono alla Scuola di Gaudenzio Ferrari”. Ma ecco invece la tesi di Arsenio Mastalli: “Secondo noi, e questo lo diciamo sottovoce perché la nostra competenza in fatto di arte pittorica è piuttosto limitata, e perché non intendiamo contraddire quanto hanno affermato i predetti esaminatori la cui parola non dovrebbe essere discussa, l’artista o gli artisti che hanno decorato l’Oratorio di San Giacomo dal 1797 al 1798, copiarono quasi fedelmente gli stessi affreschi che Francesco Prata, pittore e orafo, allievo certo della Scuola del grande Ferrari, dipinse nel 1531 sui muri della Chiesa di San Bernardino in quel di Caravaggio, fondata nel 1472 dalla pietà dei caravaggini i quali vi eressero anche il Convento dei Cappuccini ceduti poi ai Padri Riformati nel 1543. “Abbiamo detto: gli stessi affreschi; infatti anche nel San Bernardino di Caravaggio, oltre alla grande scena della Crocefissione, si vedono i quadri raffiguranti la Cena, la Flagellazio-

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Migliaia di persone resero omaggio alle spoglie dei Caduti rimpatriate il 5 e 6 ottobre 1962.


ne, la Resurrezione, ecc., quasi identici a quelli che ornarono le pareti di San Giacomo e che si ammirano oggi nel Santuario della Vittoria in Lecco. “Noi pensiamo che il Padre Guardiano del Cenobio di Castello conoscesse i dipinti del San Bernardino di Caravaggio, custoditi dai religiosi dello stesso suo Ordine ed abbia mandato colà l’artista o gli artisti a cui aveva affidato la decorazione del suo Oratorio perché dagli affreschi del Prata prendessero ispirazione e sapessero come voleva fosse decorata la Chiesa del San Giacomo”. Pur essendosi dichiarato di limitata competenza in fatto di arte pittorica, Arsenio Mastalli dà anche un giudizio degli affreschi collocati nel Santuario della Vittoria quando si procedette alla demolizione della chiesa dei frati di Castello: “I quadri raffiguranti la Cena, la Flagellazione, la Resurrezione, ecc., sono opere buone, ma non certo pregevoli; la Crocefissione, invece, dipinta ad imitazione di quella celebre di Gaudenzio Ferrari che si ammira nella Basilica del Sacro Monte di Varallo, è opera di grande rispetto. Il Prata, in una delle molte figure poste ai piedi della Croce, ha raf-

figurato Gioppino: il Gioppino classico della tradizione, il Gioppino gozzuto, col cappellino tondo, vestito da pastore. Anche nella Crocefissione del San Giacomo, e ora della Chiesa della Vittoria, l’artista sconosciuto ha posto dietro la croce lo stesso Gioppino bergamasco, gozzuto, raffigurandolo nel milite che offre a nostro Signore morente la spugna impregnata di aceto. “Il Gioppino raffigurato in ambedue le Crocifissioni, quella di Caravaggio e quella di Lecco, ci persuade ancor più che l’artista affrescatore della chiesa dei Frati di Castello abbia davvero tolto l’ispirazione dal capolavoro del Prata e ci fa concludere anche che la maschera del Gioppino col gozzo, esistesse già nel 1530 e dovesse essere da quel tempo assai nota. “La nostra è un’ipotesi che potrebbe rispondere alla realtà; lasciamo comunque ai competenti la ricerca dell’artista ignoto che ha affrescato la chiesa di San Giacomo copiando un’opera che Fra Paolo da Olate, Guardiano del Convento, doveva certamente avere ammirato nel San Bernardino di Caravaggio, dove altri Frati, del suo stesso Ordine, conducevano la medesima sua vita in povertà ed umiltà”.

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Acquate IN PIENO PAESAGGIO MANZONIANO CHIESA DEI SANTI GIORGIO, CATERINA ED EGIDIO CHIESA DI SANT’ANNA O DELLA CONCEZIONE LA GROTTA E IL SANTUARIO DELLA MADONNA DI LOURDES CHIESA DI SAN FRANCESCO IN FALGHERA CHIESA DELLA BEATA VERGINE MARIA DEL ROSARIO IN MALNAGO CHIESA DELLA BEATA VERGINE ASSUNTA IN VERSASIO MADONNA DELLA NEVE AI PIANI D’ERNA

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IN PIENO PAESAGGIO MANZONIANO

La toponomastica lecchese dei nostri giorni ha dato il nome di Via ai Poggi alla strada carrozzabile che, staccandosi dall’abitato di Acquate appena passato il cosiddetto tabernacolo dei bravi e la viottola che “saliva verso il monte, e menava alla cura” - qui l’ambiente è tutto manzoniano e non si può sfuggire alle reminiscenze - s’introduce sinuosa nel vasto deposito morenico appoggiato ai fianchi d’Erna e Resegone. È un insieme, questo, che ha quasi la foggia - le immagini sono del Fumagalli, nella sua ormai più che centenaria Guida di Lecco - delle gradinate d’un anfiteatro gigantesco ovvero di una “fantastica conchiglia scoperchiata, coll’estremo lembo circolare sollevato all’insù a rappresentare la cresta del Resegone”. “Morbide e calme colline” chiama questi “Poggi” il Nangeroni, ed è definizione ammirativa di non poco conto essendo contenuta in un Itinerario geomorfologico e geografico nella zona fra Lecco e Bellano per la Valsassina edito dal Club Alpino Italiano, opera cioè prettamente scientifica nella quale si spiega che tali colline sono “costituite di calcari marnosi del carnico, coperti di morenico, ma ben visibili percorrendo la strada che da Lecco sale alla stazione bassa della funivia” per Erna. Già l’antico nucleo d’Acquate è in posizione elevata (sopra il corso del Caldone che poi si nasconde sotto i condomini) “siedendo - come

scrive l’Apostolo in Lecco e suo territorio - sulle apriche falde del Resegone”: terra “importante” quella d’Acquate, si afferma sempre nella “memoria” ottocentesca dell’Apostolo, con campagne che “si stendono oltre la sommità del Resegone e presentano il più esteso dei catasti lecchesi”, con una parrocchia che “risale a tempi immemorabili”, con “i decenti suoi caseggiati” a dimostrare “che vi fiorirono delle agiate famiglie”. Non si potrà dimenticare quel Giovanni Antonio Airoldi, notaio, il quale morendo nel 1594 lasciò i suoi beni in eredità alla Madonna affinché fosse aperto nella sua casa un Ospedale per gli anziani del territorio lecchese, che sopravvive tuttora negli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi a Germanedo. Nel Monte d’Acquate (“promontorio assai bene accidentato” secondo il Pozzi della Guida alle Prealpi di Lecco) i “Poggi” sono eccezionalmente attraenti, e si capisce quindi perché intorno ai vetusti agglomerati spontanei d’una civiltà prevalentemente contadina siano spesso spuntate costruzioni abitative nuove che sarebbe bugia dir belle. E meno male che qualche santo ha impedito più massicce manomissioni che sarebbero derivate da una già decisa, ma poi revocata, destinazione della zona a piani di edilizia economico-popolare. Non s’è invece salvato dai casermoni opprimenti, purtroppo, lo zoccolo del Montalbano, fra Luera e Varigione.

Una storica immagine del vecchio nucleo di Acquate.

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Un tempo, lo ricorda Angelo Borghi in Dal cielo di Lecco, “sul monte di Acquate crescevano olivi e noci, viti e moroni; si tenevano capponi e animali da cortile per il mercato di Lecco, tanto pregiati che un cappone del 1652 costava ben 50 soldi, il doppio di una libbra d’olio”. “Di terra agricola ce n’è abbastanza ancor oggi - scriveva Dino Brivio, nel 1980, nel suo Montagna facile, primo della sua insuperata serie di Itinerari lecchesi - perfino salendo in automobile per la strada che fa quasi da cucitura fra i nuclei di case e ville si ha la percezione di essere in un ambiente diverso da quello cittadino. Già può bastare il soffermarsi qua e là per dilettarsi di visioni bucoliche nei primi piani e di piani lunghi spazianti con armonie indicibili sul quadro circostante di monti, di laghi, di città e paesi. Ma vuoi mettere - continua Dino Brivio - l’impressioni che si possono cogliere, il respiro che viene offerto, a prendere per le mulattiere d’una volta, che tagliano in su per l’erta muovendo, per esempio, dalla grotta celebrante le apparizioni mariane di Lourdes, cara meta di lontani oranti incontri; e per i sentieri che van dentro per i prati e fra i vigneti, al cospetto delle fin maestose rocce d’Erna che di sotto guardi incombenti?”. Sono tre i nuclei principali d’età secolare che s’incontrano a scala ascendendo per i Poggi, ognuno con una propria chiesetta di non pochi anni. Falghera è il più basso, già Foligaria o Folgera, “culla dei Pozzi famosi ghibellini” come riferisce il Borghi. Proprio su terreno di un Antonio Pozzi e fratelli, in luogo detto il Calvario, il 2 luglio 1605 venne iniziata la costruzione dell’oratorio che gli uomini della frazione, “ispirati dal Signore Iddio e dallo Spirito Santo”, avevan deciso di dedicare a San Francesco, ma si riuscì a celebrarvi la prima volta soltanto nel 1648, il 4 ottobre festa del patrono (il quadro con raffigurato il “poverello d’Assisi” era stato donato due anni prima dal notaio d’Acquate Paolo Marchesino de Ajroldis, come insieme al resto e a tante altre cose ha raccontato Amanzio Aondio qualche anno fa

agli alunni della scuola elementare di Malnago, in conversazioni sulla storia acquatese raccolte poi in un opuscolo ciclostilato). In mezzo è Malnago. Afferma ancora il Borghi - nell’opera citata in cui commenta fotografie aeree di Renato Seregni - che “fin dal 1373 Mannago era un gruppo di cascine dei Valsecchi di Olino detti poi Gattinoni. La gente produceva drappi di lana e vino, e infatti c’è ancora un bel torchio con la data 1716. Il paese si sviluppò nel XVIII secolo lungo la gradinata che scende ad Acquate. Sorse allora a monte la piccola chiesa del Rosario; benedetta nel 1733, i fratelli Manzoni del luogo vi collocarono una vaga statua della Vergine in marmo di Carrara”. Solitario, alla fine, quasi fuori dal mondo, è il piccolo villaggio di Versasio, “in una natura che si direbbe ancora vergine se non fosse rattristata dal passaggio di elettrodotti in alta tensione che - letteralmente, come bene scrive Dino Brivio nelle pagine citate - gemono sopra le contorte viti in fila. Li si sente ancora quando si è seduti sulla pietra del muricciolo che chiude il breve sagrato della chiesetta sacra all’Assunta”, di origine cinquecentesca assicura l’Aondio, descritta minutamente negli atti della visita pastorale effettuata il 18 luglio 1608 dal delegato del cardinale Federico Borromeo. “Ora è in programma la realizzazione di una strada che, per collegare in nuova sede la Valsassina a Lecco o meglio alle sue uscite per Milano, dovrebbe lambire o intaccare la fascia dei Poggi - scriveva ancora Dino Brivio nel 1980 - I posteri potranno registrare i danni che all’ambiente collinare del Monte d’Acquate, fin qui mantenutosi in condizioni accettabili specialmente intorno a Versasio, potrebbero essere inferti. Sia lecito sperare che la futura strada non debba lasciare un ricordo peggiore della grande frana che proprio a Versasio, alle ore 11 del 16 settembre 1882 (e la rievocazione è in Vicende di antichi Comuni lecchesi di Aloisio Bonfanti) seminò lutti, dolori e rovine”. Cinquant’anni esatti prima dell’invito di

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Due immagini dei “Poggi�, quella dello sviluppo con in primo piano la scuola di Malnago (foto di Carlo Cardini) e quella del paesaggio rurale (collezione Valentino Frigerio).


Dino Brivio, aveva preso per le mulattiere d’una volta il Cardinale Arcivescovo di Milano, Alfredo Ildefonso Schuster, durante la sua visita pastorale ai primi dell’autunno del 1930. Testimone e cronista d’eccezione di quella visita Uberto Pozzoli, che ne scrisse giorno per giorno su L’Italia di Milano, il tutto poi raccolto da Aristide Gilardi, assieme a molto altro di Uberto Pozzoli, in Frammenti di vita lecchese. Da dove è tratta la paginetta che segue, che porta la data del 4 ottobre 1930.

essere uno dei bravi incaricato di portare a lui - che ha due mani che par di sentirsele dure dure sul viso - certe missive da don Rodrigo. Un giorno un altissimo personaggio gli fece visita e, partendosene, gli disse: “Sono lieto di aver potuto conoscere il successore di don Abbondio”. E lui secco: “Grazie tante”. Voleva aggiungere: del bel complimento). È inutile ripetere che anche ad Acquate giovedì mattina vi fu gran gente alla messa di Sua Eminenza e alla Comunione generale, e che più tardi l’Arcivescovo amministrò la Cresima e tenne le adunanze delle varie e numerose associazioni. La nota, diciamo così, originale della visita venne data dalla corsa del Cardinale sui poggi di Falghera, Malnago e Versasio, dove la pietà degli antichi edificò cappelline e oratorii. Anzi, Sua Eminenza voleva salire fino a Erna, all’Oratorio della Madonna del Carmine, che protegge i pascoli meravigliosi coronati di rocce (o perché non esser di maggio, quando i narcisi stendono sul verde il profumato candore dei loro petali?); ma oramai la stagione inoltrata ha fatto scappare dalle baite di lassù i bergamini, e la visita si sarebbe ridotta a una lunga e quasi inutile fatica. Il nuovo pellegrinaggio montanino del Cardinale si inizia all’oratorio della Concezione, più su della parrocchiale. Nella chiesetta Sua Eminenza parla ai confratelli. Fuori sosta a commentare un antico dipinto: “Quello è San Carlo, questo Sant’Antonio, l’altro San Rocco; e quaggiù c’è qualcosa che vorrebb’essere un cane”. Alla grotta di Lourdes sono riuniti i membri della sezione dell’Unital. Ci sono anche due miracolate: una giovane e una bimba di dieci anni. “La vita avuta in dono dalla Madonna - dice loro il Cardinale - bisogna spenderla tutta per la Madonna”. Il canto dell’Ave Maria di Lourdes si fonde con gli applausi della folla che segue l’Arcivescovo. La processione - è una vera processione arranca su per la mulattiera cordonata. Il Cardinale non adopera il bastone: lo lascia a don Giulio Spreafico, che gli fa da guida. Di tanto in tanto si incontrano donne e vecchi che sa-

L’ultima tappa della visita pastorale portò l’Arcivescovo in pieno paesaggio manzoniano: Olate e Acquate. I due ex paesi - che ora sono rispettabilissimi “rioni” della città ex borgo - si disputano, come si sa, l’onore di aver dato i natali ai promessi del Manzoni, e di aver avuto entro i loro confini don Abbondio, buon uomo, la sua Perpetua, e quella furbacchiona di Agnese. La contesa, veramente, non ha mai avuto nemmeno in ombra il carattere di quelle “rixe” antiche che finivano in “bruciamenti” e peggio; anzi, si può dire oramai sfociata in una pacifica via di mezzo. Si sono create due case di Lucia: una ad Acquate, l’altra a Olate; tutti sono contenti; ed è così scongiurato qualsiasi pericolo per la salute e la tranquillità pubblica. Alle 17, in processione, il Cardinale fu accompagnato al confine, dove attendevano quei di Acquate. Baciato il Crocifisso, Sua Eminenza scese subito al cimitero; poi risalì alla parrocchiale, che domina da un poggio tutta la città. Anche lassù c’erano luci e fiori e fronde. A dir la verità, il Parroco era d’accordo coi suoi di non far spese per gli addobbi, e di offrire generosamente per il Seminario; ma all’ultimo momento l’entusiasmo ebbe il sopravvento: “Daremo l’obolo per il Seminario - dissero gli acquatesi - ma vogliamo anche noi far festa all’Arcivescovo. E certo il curato non fu malcontento di vedere il suo popolo preso dall’entusiasmo. (Il parroco di Acquate, don Giovanni Piatti, non ha niente a vedere con don Abbondio: ha tutt’altra aria! Per conto mio non vorrei

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I Poggi a metĂ degli anni Trenta, con il Santuario di Lourdes appena completato. Qui sotto, Peregrinatio Mariae in corso Promessi Sposi, alla Giazzera, nel maggio 1948.


lutano il Cardinale. A Falghera le spose hanno distesa la loro dote fuori delle povere case. Nella cappellina - dedicata ai Santi Francesco e Agostino - l’Arcivescovo rivolge un breve discorso alla gente della frazione. “Vi lascio la benedizione - conclude - e andiamo innanzi”. A Malnago suonano a festa le campane, che devon essere due soltanto. Il campanaro, entusiasmato, non la smette nemmeno quando l’Arcivescovo entrato nella piccola chiesa della Vergine del Rosario, sta per parlare al popolo. Proprio allora si sente una gran voce che grida: “Piantela!” e la chiacchierata delle due campanelle finisce di botto. Su di una tavola di candido lino i contadini offrono l’uva al Cardinale che ne accetta un grappolo. E la corsa riprende di nuovo. A Versasio altra predica, nell’oratorio dell’Assunta. La gente di lassù è in gran festa, e ha sfrondato i castagni per addobbare le stradicciole perdute tra i prati trionfanti nel sole, che fa brillare ogni filo d’erba. Anche qui le campanelle vogliono la loro parte, e gli squilli corrono giù giocondamente per la vallata della

Bonacina. La discesa si fa da questa parte, fino alla Ca’ d’Inferno, in fondo alla valle. I ciottoli della mulattiera sono umidi; con le scarpette si fatica a star ritti: stavolta il Cardinale chiede il bastone. Ma vuol correre ancora, ché son quasi passate le due ore messe in preventivo per la visita alle chiesette del monte. “Che gamba!” esclama un vecchietto che fa di tutto per star vicino al Cardinale. Prima di arrivare alla frazione di Movedo, giunge dalla Bonacina l’eco di una salva d’applausi. L’Arcivescovo si ferma e benedice dall’altra costa della valle quella buona gente, raccolta vicino alla chiesa nuova, tutta bianca nel sole alto. Alle 10,15, giunto ad Acquate, il Cardinale incomincia la visita agli infermi. Sua Eminenza lasciò la parrocchia alle 16. Fu accompagnato fino alla Giazzera da tutto il popolo, in processione. L’ultimo suo atto, laggiù, fu la visita a due poveri vecchi ammalati. Poi partì per Lecco, dov’era riunita la congregazione plebana del clero, che attendeva l’Arcivescovo per sentirlo tirare le somme di un intero mese di fatiche apostoliche.

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CHIESA DEI SANTI GIORGIO, CATERINA ED EGIDIO

Chi meglio di uno dei figli più illustri di questa terra - il sacerdote don Andrea Spreafico (1874-1957), manzonista come pochi a Lecco - può introdurci alla storia della chiesa di Acquate? Ecco il suo scritto, apparso nella Guida di Lecco del 1927. Bisogna dire che i documenti dell’archivio parrocchiale di Acquate, donde si sarebbe potuto trarre la storia di questa chiesa, si siano perduti per istrano accidente, perché mentre vi si trovano notizie sugli oratori di Erna, Falghera, Malnago, Versasio, della chiesa madre non c’è niente di niente. Per giunta, fin dal 1758 il parroco Giovanni Battista Pagano, il quale s’interessò di cercarne le origini, scrive che “la fondiaria di questa cura non s’è potuta trovare nell’archivio arcivescovile, dopo esatte diligenze fatte fare dal parroco”. La chiesa dev’essere molto antica; certamente la sua fondazione è anteriore al 1400. Una vaga induzione si può trarre da questa minuzia: le varie chiese sparse nel nostro territorio in origine furono officiate da canonici della collegiata di Lecco o da sacerdoti avventizi approvati dal prevosto di Lecco. Estendendosi i paesi, le chiese divennero parrocchie, perciò autonome; tuttavia, quasi a riconoscimento dell’antica dipendenza, i parroci furono obbligati ad invitare il prevosto di Lecco a certe funzioni parrocchiali, come ai funerali, ed a pagargli un annuo tributo che, almeno per qualcuno, consisteva in un capretto. Ora Acquate non ebbe mai questi obblighi verso Lecco; ciò significherebbe che Acquate era già parrocchia indipendente,

quando le altre parrocchie non erano ancora sorte, cioè stralciate da Lecco. A proposito di questa antichità, Giuseppe Fumagalli nella sua Guida di Lecco ci dà una notizia meravigliosa: “La sua chiesa - quella di Acquate - ora ridotta ad uso oratorio, credesi sia la più antica che i cristiani abbiano innalzata nell’alta Lombardia, risalendo al 1200. Quella che si vede davanti al paese è moderna…”. La riduzione ad oratorio dell’antica chiesa è una spiritosa invenzione del Fumagalli. In Acquate, non esiste altro oratorio che quello dell’Immacolata Concezione. Ora ecco che cosa si legge nel testamento del sac. Francesco Airoldi, uno dei più insigni benefattori di Acquate: “(il cappellano della Concezione) sia obbligato a celebrare tutti i giorni feriali e festivi la Messa nella chiesa che io ho fatto costruire nella nostra vigna (era uno dei possessi di casa Airoldi che lasciò poi il nome all’osteria della Vigna) dietro le case sotto il titolo ed a lode e onore della Concezione…”. Il testamento fu rogato il 23 luglio 1563; dunque l’oratorio fu fondato pochi anni prima, quando la parrocchiale esisteva già da chi sa quanto tempo. Forse però la notizia del Fumagalli che ne porta la fondazione al 1200 merita la stessa fede della sua trasformazione in oratorio. Sembra invece di valore indiscutibile una pergamena sfuggita, non si sa come, al naufragio dell’archivio, la quale parla di “sedizioni, discordie, guerre mortali che regnarono nel territorio di Lecco ed in pressochè tutta la Lombardia nei quattordici anni che seguirono al 17

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agosto 1403” e pare che siano i tristi fatti successi dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti, durante i quali si sa che per tutto risorgevano furibondi i partiti guelfo e ghibellino, con la decapitazione di Gabriele Maria, l’uccisione in San Gottardo di Gian Maria e la successione di Filippo Maria nei possessi di tutti i Visconti e in quelli di Facino Cane, fino alla morte dell’infelice Beatrice di Tenda. “Il territorio di Acquate fu più volte teatro di risse per opera di uomini inumani, specialmente nel luogo dove era posta la chiesa di San Giorgio e il suo cimitero (che era là dov’è adesso il sagrato). Per questo ritenendosi violati l’uno e l’altra, fu rimosso l’altar maggiore e ricostruito, e il 27 maggio del 1418 il parroco Giovanni de’ Botani li fece riconsacrare da frate Bartolomeo da Cremona e Vescovo Castionese, alla presenza delle autorità religiose e civili del luogo, tra cui il nobile uomo Antonio de’ Capoli di Piacenza, podestà di Lecco, e “il magnifico ed eccellentissimo Signore signor Pandolfo Malatesta”, che avendo perduto i suoi domini negli anni precedenti per opera del Carmagnola, allora generale di Filippo Maria Visconti, s’intitolava però ancora “signore di Brescia, Bergamo e Lecco”. Dunque la chiesa di Acquate c’era già nel 1418. Il Fumagalli dice che la pergamena in questione ricorda il seguente fatto: “Nell’anno 1403 quelli di Brumano per contestazioni insorte con quei d’Acquate per certi diritti di proprietà boschive, scesero dalla bocchetta del Fo (faggio) ad Acquate ed a tradimento appiccarono il fuoco al paese distruggendolo quasi completamente”. Di tutto questo la pergamena non dice nemmeno una parola. Forse il Fumagalli confonde una delle tante questioni che nascevano tra paese e paese con il fatto grave avvenuto pochi anni dopo: “nel 1427 Lecco e il territorio ritornarono in potere del Duca (Filippo Maria Visconti) e Acquate, in pena per aver favorita ad oltranza la rivolta (in favore di

Venezia) fu abbruciata” (Pozzi, Lecco e Barra). Non sappiamo se fosse bruciata la chiesa. Le notizie storiche successive, che ho potuto racimolare, si riferiscono alle fondazioni delle cappellanie inerenti agli altari laterali, che già fino dal 1418 erano sei. Nel 1506 Maddalena del Prato fondò la cappellania della Visitazione di Santa Elisabetta, con l’onere originario di tre messe settimanali e l’annuo reddito di 69 lire imperiali, che fu poi aumentato per altri legati, fra cui uno di lire 10 milanesi fatto il 27 settembre 1849 dal prevosto di Lecco Antonio Mascari. L’11 febbraio 1513 Giorgio del Pozzo di Acquate istituì una cappellania per l’altare della Madonna, assegnando come competenze al cappellano i redditi di dieci pertiche di terreno, e 25 lire imperiali annue. Tre membri della nobile famiglia Airoldi detti i Marchesini, rispettivamente nel 1567, nel 1619 e nel 1629, istituivano e dotavano la cappellania dell’altare di S. Lucia, perché un cappellano celebrasse per loro ogni giorno. Oltre questi tre cappellani di patronato particolare, c’era anche un coadiutore, sovvenzionato annualmente dal parroco. In un “Notificato alla Curia Arcivescovile” del novembre 1758 il parroco G. Battista Pagano dice che al suo coadiutore conferiva annualmente 130 lire imperiali che detraeva dal suo beneficio di lire 488 in totale. E poi non c’è più nulla fino al sec. XIX. Nel 1847, come si legge in una nota incidentale d’un documento di nessuna importanza storica, parroco e coadiutore (di cappellani non si parla) “furono occupatissimi per la costruzione della chiesa parrocchiale”. Nel 1817, come ricordano ancora i membri delle famiglie di Pasquale e Battista Locatelli, fu soppresso il cimitero attorno alla chiesa; i Locatelli regalarono alla parrocchia il primo pezzo di terreno che servì per il cimitero odierno. Liberata così dalle tombe l’area circostante ed essendo la chie-

L’interno della chiesa parrocchiale di Acquate.

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sa troppo piccola in confronto con la popolazione aumentata, si abbattè, si modificò (chi ne sa qualche cosa?) l’antica e si costruì quella che esiste ora. I nostri vecchi dicevano che il disegno primitivo di essa fu fatto dall’ingegner Bovara e che la sua architettura avrebbe dovuta essere molto simile a quella della chiesa di Calolzio; ma che poi essendo venuti meno i soldi, gli avi, ch’erano di taglio un po’ grosso, s’accontentarono d’un povero camerone che aveva il vantaggio, l’unico vantaggio, di essere grande. L’organo che c’è nella chiesa di Acquate le fu regalato dall’infelice Massimiliano d’Austria, quando fu governatore, tra il 1857 e il 1859, del Lombardo Veneto e non risparmiò favori e benevolenze (intempestive ormai) per rendere accetto ai nostri maggiori il governo austriaco. A ricordare che l’organo era dovuto alla sua munificenza, l’arciduca vi fece sovrapporre una grande corona di ferro dipinta, visibilissima per chi guardasse all’organo. Venne il ’59; gli Austriaci dovettero fare il loro primo sgombero e gli Acquatesi, che erano patrioti e poveri, tolsero di là sopra quella corona che non aveva più ragione di starvi e la innalzarono sull’altar maggiore a sostenere il moschetto: e lo sostiene ancora. La decorazione con cui si tentò di abbellire la nostra chiesa nel 1914, si deve alla borsa del parroco vivente don Giovanni Piatti, ed al pennello di Davide Beghi. Una povera storia d’una povera chiesa appartenente ad una popolazione molto ricca di fede e di nobili sentimenti cristiani.

Si può vedere dalla tavola che correda gli atti della visita pastorale effettuata nel 1608 dal cardinale Federico Borromeo alla Pieve di Lecco come già agli inizi del XVII secolo la chiesa di San Giorgio in Acquate fosse di ragguardevoli dimensioni. Acquate del resto era una delle parrocchie più importanti della Pieve e la chiesa parrocchiale, dominante dal poggio lambito dal torrente Caldone, manifesta i segni di un’antica nobiltà. In effetti si tratta di una delle migliori chiese della Pieve di Lecco, meritevole quindi di ogni tutela. La chiesa parrocchiale di Acquate è dedicata ai Santi Giorgio, Caterina ed Egidio. È antica, tanto che le sue origini sono ancora sconosciute nonostante le diligenti ricerche fatte fare anche dai parroci del passato. Nel 1300 c’era già, sorgeva nella stessa posizione di adesso, ma era più bassa. Di essa se ne parla negli Statuti di Lecco, istituiti appunto verso la fine del XIV secolo, e nei rogiti del notaio Zanolo Cafferario da Castello che rogò nel 1373. Il documento più antico che si conserva in parrocchia è una pergamena del 1417. In essa si parla della riconsacrazione della chiesa, avvenuta in quell’anno, per nefandezze compiute dentro e fuori il luogo sacro. La sua antichità è provata anche in un documento del 1700. In esso si riafferma la preminenza che aveva nei confronti delle altre chiese della Pieve. In passato il parroco di Acquate godeva di alcuni privilegi anche nei confronti del prevosto di Lecco. Nella sua chiesa si chiamava prelato e aveva la stessa autorità di un prevosto con il capitolo di una chiesa collegiata. La parrocchia di Acquate, a differenza di tutte le altre, non ebbe mai nessun obbligo né di capretto né di ceri né altro verso il prevosto di Lecco in segno di riconoscimento di un’antica dipendenza. Ciò dimostra che non fu separata o smembrata dalla prepositura di Lecco. Intorno al 1570 San Carlo ordinò agli acquatesi si assoggettarsi al prevosto di Lecco.

UNA DELLE CHIESE PIÙ ANTICHE DELLA CITTÀ Né povera in se stessa, né tantomeno povera di storia è la chiesa di Acquate, come vogliono testimoniare queste pagine. Vi si troveranno conferme a quanto scritto da don Spreafico, altre testimonianze documentarie e qualche ulteriore approfondimento.

I busti reliquiari lignei del secolo XVIII: in senso orario, dall’alto, San Magno, San Liberto, San Faustino, San Benigno.

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Essi rifiutarono dicendo che la parrocchia era di collazione arcivescovile per diritto antico, perciò non soggetta alla prepositura. San Carlo appianò la faccenda. Nel 1605, all’epoca dell’inizio della fabbricazione dell’oratorio di Falghera, si agitavano ancora le questioni della traslazione della chiesa prepositurale da Castello a Lecco e il 25 agosto 1605 fu firmato un documento definitivo di conciliazine, che fu rogato a Castello, e fra le tante convenzioni si stabilì anche questo: al punto 6 che “la processione del Corpus Domini abbia sempre inizio da Castello dopo la Messa solenne”; al punto 7 “nulla pregiudica il diritto del capretto”. A ben intendere il valore di quest’ultimo punto si sappia che nella Pieve di Lecco, ad ogni stralcio della chiesa matrice per l’erezione di qualche nuova parrocchia, imponevasi a questa, in ricognizione dell’antica sudditanza, il tributo di un capretto, da corrispondere al prevosto nella ricorrenza delle feste pasquali. Ne erano esentate le parrocchie di Acquate e di Ballabio. Quella di Acquate non aveva onere di sorta. Quella di Ballabio, in forza dell’istrumento di erezione dell’anno 1412, doveva ogni anno al prevosto una liretta di pepe (la lira - libbra - grossa di Valsassina da once 30 pesava circa 800 grammi; la liretta, libbra piccola, da 12 once pesava circa 350 grammi). La questione del capretto teneva banco ancora durante il rettorato di Paolo Garimberti, prevosto di Lecco e Vicario foraneo della Pieve con bolla del 16 maggio 1755. Al ricorrere delle feste pasquali, ogni anno le parrocchie della pieve dovevano contribuire al prevosto un capretto buono e pingue, oppure l’equivalente in soldi 50. Nel 1769 il supremo Consiglio di Economia dello Stato di Milano aveva sospeso quel tributo. Ricorse il Garimberti alla giunta economale, il 14 novembre 1776, citando i documenti di erezione delle parrocchie quali risultavano dal Liber jurium ecclesiarum plebis Leuci dell’archivio arcivescovile. Bastò perché il tribunale con decreto 20 settembre 1780 ripristinasse l’obbligo. Tut-

te le comunità ubbidirono, all’infuori di San Giovanni alla Castagna a costringere la quale fu necessario un nuovo ricorso. Le parrocchie soggette a fornire il capretto erano Brumano, Maggianico, Castello, Malgrate, Rancio con Castione, San Giovanni alla Castagna, Olate, Germagnedo e Laorca. Dall’elenco manca Acquate, a conferma del privilegio. In Valsassina, per immemorabile consuetudine, il parroco esigeva un capretto dalla famiglia del primo neonato che si battezza usando il crisma nuovo, il quale crisma consacrato nel Giovedì Santo in Duomo, suole distribuirsi ai parroci della Pieve nella prepositurale di Primaluna il giorno di lunedì che immediatamente segue la Pasqua. Anche ad Acquate c’era l’usanza del capretto per il primo neonato che veniva battezzato nell’acqua santa nuova, quella cioè benedetta nel giorno di Sabato Santo. I parroci che si susseguirono alla guida della parrocchia furono parecchi. L’elenco inizia con il parroco sac. Giovanni Botani nel 1417. Quelli di cui finora conosciamo i nomi sono 25 fino a don Alessandro Luoni, cui aggiungerne altri tre: don Luigi Zoja, don Cesare Lauri e don Angelo Grassi, arrivando così a 28. Ciascuno di loro ha lasciato, piccola o grande, una traccia. Così il manoscritto (l’anno è illeggibile nella sua terza cifra, ma dovrebbe trattarsi del 1687) Novo estrato fatto per me Infra.to Curato delli beni et redditi perpetui della cura di S. Giorgio d’Aquate cavati dalli libri et scritture antiche di d.a cura. Io P. Giuseppe Tartari Nottaro Apostolico e Curato della sudd.ta Cu.a di Acquate dall’anno 1645 in qua. Laus Deo Beate gr V.M. ac. S.to Joseph. Descrive la chiesa che ha sette altari (il maggiore dedicato alla Natività di Gesù, la Madonna, San Rocco, Santa Lucia, Sant’Antonio da Padova, San Carlo, Santa Caterina) e il battistero; il campanile con orologio e tre campane, la sacrestia. Descrive le suppellettili. Quindi elenca quanto fatto da lui: il vestibolo davanti alla porta maggiore come aveva ordinato San Carlo; le finestre che danno luce a tutta la chiesa; le cancelle di ferro alle cap-

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pelle; “un bellissimo trono adorato per esporre il Sant.mo (e) li quatro busti per ripore le sacre reliquie de Santi a me donate con li autentiche”. “L’anno 1668 fecci fare dodici pezzi quadri delli dodici apostoli con pensiero di lasciarli alla chiesa mia parochiale e fra tanto tenerli nella sala, l’anno 1682 e 1683 li ho fatto fare, et aggiustato le corizze d’intaglio, et con l’occasione della solennità del Corpus Domini li ho fatti reponere attaccati nella chiesa per sempre, con patto che non si rimovano dal suo luogo per imprestarli ad alcuno”. “L’anno 1685 si è fabbricato l’organo di perfettione di 10 registri dal virtuoso sig. Giulio Cesare Ferrario di Milano”. Oppure, altrettanto importante per i riferimenti alla storia acquatese, il manoscritto del 1758 del parroco don Giam Batta Pagano: “La cura di S. Egidio, Giorgio, e Cattarina d’Acquate Pieve di Lecco è antichissima, come consta dal catasto del Ducato di Milano. La fondiaria di questa cura non s’è potuta trovare nell’Archivio Arcivescovile dopo esatte diligenze fatte fare dal parroco moderno anche con sue spese. La sua antichità si pruova dalla translazione e nuova consacrazione dell’altare maggiore della chiesa parrocchiale seguita il 7 maggio dell’anno 1417 come da ricapito legale presso il parroco. Nell’anno 1563 25 luglio il R.do Sacerdote Francesco Airoldi, come da suo testamento rogato dal pubblico notaro di Milano Gio. Ant.o Airoldi ha lasciato una cappellania perpetua con obbligo di messa quotidiana nell’oratorio dell’Immacolata Concezione della cura di Acquate, argomento chiave che prima vi era la d.ta Cura d’Acquate”. De Parochiali ecclesia Aquate è il titolo di un documento senza data - secondo Arsenio Mastalli che lo ha tradotto con la collaborazione del parroco di Bonacina don Giovanni Arosio dovrebbe essere del XVI secolo; secondo lo stesso don Arosio del secolo successivo - dove si legge: “Come viene giudicato il motivo di precedenza nelle Chiese Generali, la Chiesa Romana tiene il primo posto fra le altre, quella Alessandrina il secondo, quella Antiochena

il terzo, così si deve tenere anche lo stesso criterio nelle chiese speciali, nelle diocesi e nelle pievi, perché non c’è nessuna ragione di usare diverso criterio nell’uno e nell’altro caso, da cui deriva che dove c’è un medesimo motivo si debba stabilire il medesimo diritto. Ammesso questo principio è da stabilire quali delle chiese curate della pieve di Lecco sia la maggiore, la più degna e la più antica così di avere la precedenza. A questo riguardo non c’è alcun dubbio che la Chiesa Parrocchiale di S. Egidio e Giorgio di Acquate sia la maggiore la più degna e la più antica della pieve; sia perché di questa chiesa fanno menzione gli statuti di Lecco nella rubrica generale “degli ufficiali” emanati nel 1450 sia perché la detta chiesa fu ed è fin dall’antichità affatto distinta e separata dalle altre cure e dalla stessa Chiesa Prepositurale di Lecco il cui prevosto nella parrocchiale di Acquate non ha altra giurisdizione fuori di quella prepositurale; ma il parroco (di Acquate) nella sua parrocchia si chiama prelato e ha la stessa autorità di ogni prelato col capitolo di una collegiata. La qual cosa non avviene nelle altre chiese curate della pieve di Lecco, le quali un tempo erano vice cure sottoposte direttamente alla prepositura di Lecco dalla quale se vollero separarsi ed erigersi in parrocchie titolari fu necessario il consenso del prevosto, che per non perdere il diritto della sua supremazia volle e stabilì che i curati gli dessero un’annua prestazione per quanto questa prestazione, coll’andare del tempo, per lo più sia passata in dimenticanza; cioè da alcuni un capretto e da altri qualche cosa d’altro per questo riconoscimento, ciò che non presta il curato d’Acquate e che non diede mai. Provato pertanto la superiorità della detta chiesa parrocchiale d’Acquate nel confronto con le altre della medesima Pieve, sia per ragione della sua antichità che per ragione della sua dignità e preminenza derivante dalla sua libertà e separazione dimostrata, non c’è alcun dubbio che il suo curato, nelle pubbliche funzioni debba tenere il primo posto (avere la precedenza) in confronto degli altri”.

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I due altari della chiesa parrocchiale di Acquate.


L’interno della chiesa parrocchiale di Acquate prima dei rifacimenti postconciliari.


La chiesa parrocchiale, sullo stesso perimetro di un tempo, venne ricostruita quasi totalmente nel 1847. Il progetto fu dell’ing. Adriano Gazzari di Castello. Le spese furono sostenute quasi totalmente dal Comune di Acquate. Sempre nel 1847, in presenza dei lavori di restauro e di ampliamento della chiesa, il parroco e la fabbriceria chiesero in Curia la dispensa di alcuni legati per provvedere la chiesa stessa degli arredi mancanti. Ci soccorre, al riguardo, la seguente scheda del sac. Andrea Spreafico: “Il 4 febbraio 1847 il parroco e i fabbricieri della chiesa di Acquate espongono al Vicario Generale Capitol. della Curia di Milano che la Deputazione Comunale di Acquate con dispaccio sanzionato con decreto vicereale ha ottenuto il permesso di restaurare ed ampliare questa chiesa parrocchiale resasi per la di lei antichità rovinosa, il tutto a carico comunale. Per far fronte a simili spese di ampliamento e restauro venne approvata la somma di lire austriache 23650. Ma la superiorità non pensa all’arredamento della chiesa. Gli altari (7) sono fracidi, il maggiore indecentissimo e mancante del moschetto e del baldacchino. Abbisogna un organo, essendo l’attuale inservibile. Abbisognano i paramenti in terza rossi e uno bianco. Abbisognano tutti i pallii. In chiesa non c’è che una trentina di banchette. La chiesa è mancante già da gran tempo del tappeto dell’altare maggiore e paramenti per il presbiterio. I tre confessionali di legno per la loro antichità trovansi al presente nel deprecabile stato per la pura decenza d’essere senz’altro costrutti di nuovo. La fabbriceria fu obbligata dall’autorità superiore a pagarle per dodici anni lire austriache 300. Per supplire a queste mancanze e spese i fabbricieri chiedono la dispensa dei legati di Falghera, Malnago e Versasio per 12 anni, nei quali si chiede che si possa celebrare in detti oratori una messa festiva, il che era già stato concesso per tre anni il 12 gennaio 1842”. C’è un’aggiunta di Amanzio Aondio relativa alla spesa totale del restauro e rifacimento della chiesa: al prezzo fissato di 23650 lire austriache, si aggiunsero spese addizionali per

7201 lire e 79 centesimi e altre per modifiche all’atto pratico pari a 343 lire e 58 centesimi: il totale della spesa fu quindi di 31195,37. Progettista dell’opera, come già accennato, l’ing. Adriano Gazzari di Castello di Lecco. Costruttore il capomastro Francesco Vassena di Lecco. I lavori iniziati nell’agosto 1846 furono terminati nel dicembre 1847 e collaudati nel 1848 dall’ing. Gregorio Scandella di Barzio. Questo il riassunto dei lavori compiuti: demolizione del vecchio tetto, del vestibolo davanti alla porta d’ingresso principale, delle due cappelle laterali davanti al presbiterio. Uniformato il pavimento, raddrizzati e sopraelevati i muri perimetrali. Nuove costruzioni: la grande volta a tutto sesto, la volta del presbiterio, il coro, il locale adiacente al campanile, il tetto, le tre cappelle sul lato sinistro rispetto all’ingresso principale, la cantoria, il pronao neoclassico. Furono anche demolite la stalla e la cascina poste nel giardino parrocchiale per consentire l’allargamento della piazza davanti alla chiesa. Le decorazioni eseguite nel 1914 dal pittore Davide Beghi si devono alla borsa personale del compianto parroco don Giovanni Piatti. La chiesa veniva riconsacrata dal Card. Ferrari, arcivescovo di Milano, nel 1914. Imponenti poi i restauri e gli abbellimenti, esterni ed interni, apportati dal parroco don Luoni lungo il periodo del suo ministero in parrocchia (1948-1973). In parrocchia si venera particolarmente Santa Lucia. Negli atti di una visita pastorale del 1400 si legge che in chiesa di Acquate, fin d’allora, c’era già l’altare (cappella) dedicato alla Santa Martire di Siracusa. La tradizionale festa di Santa Lucia, che si celebra annualmente in parrocchia il 13 dicembre, richiama in paese gran folla di fedeli. Essi giungono da ogni parte del territorio e partecipano devotamente. In virtù di questa particolare devozione, il compianto cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, donava alla parrocchia una preziosa reliquia della Santa nel 1935. Il sagrato: prima delle leggi napoleoniche (1805-1808) intorno alla chiesa c’era il cimite-

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ro. Nella forma attuale il sagrato fu costruito nel 1853 e terminato nel 1877 a spese del Comune di Acquate. Gli ippocastani furono piantati dal parroco don Nava nel 1879. Il campanile è antico. Le ricerche fatte ci confermano che il suo stile è romanico. Le impronte delle antiche bifore sono ancora visibili all’interno della torre. In antico fungeva anche da torre comunale. La manutenzione dell’orologio ancora oggi spetta al Comune. Il campanile venne sopraelevato nel 1887, anno in cui fu dotato del nuovo concerto di 6 campane, cioè l’attuale. Al parroco don Luoni si deve la sistemazione del castello delle campane, la loro automazione, nonché i restauri degli intonaci e la tinteggiatura della torre. L’organo esistente in chiesa parrocchiale fu donato dall’arciduca Massimiliano d’Austria nel 1858. Lungo il corso degli anni subì notevoli restauri. Alla cura del parroco don Luoni si deve l’allargamento della cantoria e il rifacimento completo della parte strumentale, lavori eseguiti rispettivamente nel 1959 e nel 1963. Quello di eleggere il parroco è un diritto antico degli acquatesi. Posto in discussione nel 1598 dal parroco di allora sac. Ambrogio Pozzi, il diritto venne confermato e sancito con sentenza 6 maggio 1598, emessa dal vicario generale della Diocesi Bartolomeo Giorgio. Gli aventi diritto all’elezione, come appare da un avviso dell’1 agosto 1828, “sono i possidenti e i capi famiglia dell’accennato Comune (Acquate) e di tutte le frazioni costituenti il circondario parrocchiale di San Giorgio”. Approssimativamente riferibile a questo stesso periodo (intorno al 1828) è una lettera conservata nell’archivio parrocchiale, senza firma e senza data: “Per quante indagini siensi fatte per ritrovare la fondiaria di questa Parr. le di Acquate finora non si è potuto rinvenirla, neanche citata la data in qualche posizione, solo si scorge che deve essere stata quella chiesa eretta in parrocchia prima del 1590 perché nel 1555 alli 18 febbraio viene eretta in quella chiesa una cappellania da certo Santino de Ponti (sarà poi forse un Pozzi?), altra nel 1582

eretta da Francesco Airoldi ma fin qui non si qualifica quella chiesa col titolo di Parrocchiale. Solo nel 1590, 1 dicembre, viene eretta la Scuola del SS. Sacramento ed in questa circostanza trovasi qualificata come parrocchia e nel 1594 viene eretto in quel Comune un Ospitale da certo Antonio Airoldi. Nello stato 1712 è citata una sentenza emanata dal Vicario Generale d’allora Bartolomeo Giorgio colla quale veniva dichiarato esser quella chiesa di Patronato esclusivo di quella comunità in data 6 maggio 1598. Bisogna supporre che vi sia stata qualche controversia nelle antecedenti elezioni. Tutte le nomine poi che succedettero dal 1645 in avanti che sono in numero di otto furono fatte regolarmente dalla stessa comunità con vari istrumenti e le ultime nomine cioè quella del 1828 a favore Valsecchi e quella del 1809 a favore Pozzi e quella del 1801 a favore Gattinoni esistono in Curia”. Secondo Amanzio Aondio, quest’ultimo riferimento dovrebbe almeno approssimativamente datare il documento in oggetto: parla di otto elezioni di parroci che si succedettero dal 1645, perciò facendo i conti si arriva al parroco Valsecchi, 1828. Non parla dell’altro parroco Valsecchi eletto nel 1842, perché i conti non tornerebbero. Gli acquatesi hanno rinunciato a questo diritto con la nomina del parroco don Cesare Lauri. TESORI D’ARTE E DI FEDE Le pagine che seguono propongono solo alcuni dei frammenti artistici - naturalmente i più evidenti ed importanti - che una storia così ricca ha lasciato nella chiesa di Acquate. Lo spunto è dato da quella luce di religiosità in cui il Manzoni colloca gli edifici sacri. Non si ha quindi la pretesa di fare un discorso completo di storia e di arte. Molto più semplicemente si desidera andare alle testimonianze di fede che i nostri progenitori ci hanno lasciate. Queste opere, assieme alle pietre che le custodiscono, ci recano il palpitare ancora vivo degli ideali che mossero i costruttori, l’eco del salmodiare antico, l’immagine di coloro che vi

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trassero in fidente orazione. Farà bene anche al nostro spirito raccogliere quelle memorie che ci giungono da tempi lontani.

nel 1610 (Borghi, Un’opera del Procaccini ad Acquate, Il Terzo Ponte, luglio 1967; Borghi, Note sull’architettura religiosa del Seicento e Settecento a Lecco, Il Terzo Ponte, 1968, numero 4-5). Nella stessa cappella è il dipinto raffigurante L’Eterno fra donatori, della seconda metà del sec. XVI, olio su tavola di 25x172 cm. La tavola costituisce la predella della pala dell’altare. Al centro in un ovato sostenuto da due angeli ignudi dalle ali rosso vivo, è raffigurato l’Eterno in veste rossa e mantello verde; al suo fianco contro lo sfondo di un tendone scuro sostenuto da due angeli in vesti rosate sono in ginocchio a sinistra quattro devoti, a destra cinque donne. Degli uomini il primo verso il centro ha una veste di colore verde spento, in azzurro scuro è il secondo anziano che regge un panno rosso; bruna e verde le vesti degli altri due. I ricchi abiti delle quattro dame sono rosso il primo e verdi gli altri; al fondo è una vecchia con panno bianco sul capo. A destra e a sinistra di questa raffigurazione principale sono due decorazioni su sfondo scurissimo, con vasi e fiori in colore bruno oro. Le dorature in particolare rivelano segni di restauri. La tavola certamente cinquecentesca e proveniente da altro altare, è un esempio assai interessante di pittura di carattere allo stesso tempo popolare e raffinato. Si tratta probabilmente di una famiglia del luogo raffigurata al completo ed è evidente l’intento ritrattistico. Secondo Bianchi (1962) e Pica (1964) si tratterebbe della famiglia degli Airoldi detti i Marchesini che presso la chiesa di Acquate aveva istituito una cappellania nel 1567.

Nella chiesa parrocchiale la prima cappella a sinistra è dedicata a Santa Caterina. Sull’altare è un’ancona di legno intagliato, dipinto di verde chiaro e avorio, in parte dorato. Posta su base rettangolare con dipinto; ornata con cartiglio ovale verde scuro e dorato con pendoni di frutti. Ai lati della pala colonne scanalate con capitello corinzio dorato. Sormontata da timpano spezzato, ornato nella parte inferiore con pendoni di frutti e teste di cherubino, al centro statua a tutto tondo raffigurante il Padre Eterno benedicente. L’ancona è opera secentesca di tipica fattura lombarda, ridipinta in epoca recente. All’interno dell’ancora è il dipinto raffigurante Santa Caterina d’Alessandria, un olio su tela di 180x120 cm, dell’inizio del sec. XVII e attribuito a Camillo Procaccini (Bologna 1551/55, Milano 1629). La Santa è raffigurata in piedi in un paesaggio con qualche elemento architettonico a destra e alberelli nello sfondo. Porta una veste violacea con manto giallo ed un drappeggio verde sulla spalla sinistra, una collana di perle al collo. Ha sul capo circondato da leggera aureola una corona; accanto a lei a destra è una grossa ruota di legno. Lo sfondo è bruno, illuminato e chiaro con riflessi a sinistra in alto dove da una nube si sporge un angelo con drappino rosato a posare sul capo della Santa una corona di fiori variopinti. Negli atti della visita pastorale del Cardinale Pozzobonelli (1746) la tela viene attribuita a Camillo Procaccini, tuttavia essa non si trova menzionata fra le opere dell’artista comunemente citate. Sia i caratteri iconografici che i colori, i panneggi confermano l’attribuzione. Affinità si notano in particolare con Il martirio di S. Agnese già nel Duomo di Milano (ora Isola Bella, Palazzo Borromeo). Angelo Borghi (1968) la dice collocata nella chiesa

La terza cappella a sinistra è dedicata all’Immacolata, un’opera della fine del XIX secolo, di artigianato locale, in marmo e legno intagliato e dorato. Altare a due piani di marmo rosato, con decorazioni dorate e semplice paliotto ornato al centro con monogramma di Maria e corona, riprese sul tabernacolo dipinto avorio e

Chiesa parrocchiale di Acquate: dall’alto, in senso orario, Santa Lucia, Santa Caterina d’Alessandria, San Pietro, San Giacomo.

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bruno e sulla cimasa dell’ancona. Ai lati della mensa decorazione dorata con motivi vegetali. Sormontato da ancona liscia con nicchia curvilinea delimitata da cornice lignea dorata e contenente la statua coeva dell’Immacolata con putti e decorata con leggeri ormamenti applicati e dorati. È un arredo di semplice fattura. La quarta cappella a sinistra ospita il Crocefisso, del quale si parlerà più avanti. L’altare a due piani di legno intagliato e dipinto è opera di maestranze lombarde e viene fatto risalire al XVII secolo. Ai lati della mensa due putti, in forte rilievo, volti di tre quarti, con drappo dorato, il braccio sinistro appoggiato sul ginocchio, sembrano sorreggere con la destra la base del piano inferiore dell’altare. Il tabernacolo è ben inserito nei piani, ornati con decorazioni dorate ad intaglio. L’ancona, con fondo bruno è ornata ai lati con due lesene decorate a “squama di pesce” e cariatidi su fondo avorio in parte dorate. Sormontata da timpano spezzato con teste di cherubino alato ed edicola centrale con scritta illeggibile. L’arredo molto ridipinto, pur essendo di fattura secentesca, presenta aggiunte non coeve, probabilmente ottocentesche, che tolgono il carattere originale. Inserito nei due piani dell’altare il tabernacolo di legno intagliato, dipinto e dorato, ornato ai lati da pendoni di frutta dorata e teste di cherubini a guisa di capitelli, su fondo bruno. Portina lignea raffigurante in rilievo due putti in parte dorati, che sorreggono una pisside; sulla parte superiore nuvole grigie e teste di cherubini su fondo avorio scuro. Sulla parte superiore testa di cherubino e decorazione a volute intagliate. Parte coeva dell’altare, ancora di fattura secentesca, realizzata da maestranze lombarde. La seconda cappella a destra è dedicata a Santa Lucia - alla cui devozione sarà dedicata qualche riga più avanti - contenente il dipinto raffigurante Santa Lucia, del secolo XVIII, un olio su tela di 180x120 cm. La Santa è in piedi con veste bianca a fiorellini rosati, violacei, gialli, manto rosso chiaro e sciarpa azzurra. Un angelo con ali azzurre e piccolo panno giallo a destra regge un piatto con due occhi; un altro

in alto porge una corona di fiori. A destra due testine di cherubini. Le tinte di fondo sono sui toni azzurri pallidi. La tela è posta entro una ricca cornice come pala all’altare. Il dipinto presenta alcuni elementi stilistici seicenteschi (ad esempio negli angeli che hanno anche qualche durezza di forma) ma i colori chiari e delicati specialmente nello sfondo e lo stesso taglio del viso della santa fanno propendere piuttosto per una datazione al sec. XVIII. Due interessanti dipinti sono collocati nella controfacciata, a destra e a sinistra della cantoria. A destra è il dipinto raffigurante San Carlo in adorazione, del secolo XVII, olio su tela, 250x150 cm (ovale). Il Santo è raffigurato inginocchiato in atteggiamento di adorazione, con mozzetta rossa. Accanto a lui sono due angeli in preghiera in vesti chiare, azzurro quello di destra. In alto due angeli e testine di cherubini poste simmetricamente fra raggi dorati. Scura la zona centrale. L’ovale è posto entro cornice in legno. L’iconografia del dipinto è tipicamente seicentesca. Il disegno è duro e la composizione statica e fredda. Rivela la mano di un pittore provinciale. A sinistra è il dipinto raffigurante La Madonna di Caravaggio, del secolo XVIII, olio su tela, 250x150 (ovale). La Vergine in piedi con veste rosata e manto azzurro benedice la giovane contadina in ginocchio a mani giunte con veste rossa e grembiale bianco. Accanto a lei una falce e un mazzetto di spighe. Sullo sfondo una chiesa gotica e al di sopra due angioletti in volo. La cornice è in legno dorato. Nell’iscrizione si legge: GIO BATTA MANZONE Fece Fare P. Sua Divozione. Il dipinto sembra settecentesco ma dimostra di aver subito radicali restauri. Non è noto chi sia il donatore dato che si tratta di nome assai diffuso nella zona. Custoditi nella chiesa parrocchiale e utilizzati solo in particolari solennità sono quattro bellissimi busti reliquiari risalenti al secolo XVIII. Sono opera di artigianato lombardo, in legno intagliato dorato, argentato e dipinto,

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66x40 cm. Base mistilinea su piedi a mensola poggiante su volute schiacciate. Al centro testa di cherubino alato, in parte argentato. Il primo rappresenta San Magno. Busto del Santo con corazza e drappo. Capelli bruni. Al centro una grande teca lignea dorata, ornata con pesanti volute, contenente la reliquia. Sulla teca iscrizione: OSS. S. MAGNI M. Stilisticamente del tutto simile agli altri tre busti reliquiari. Uno raffigurante San Benigno, il busto del Santo, con corazza e drappo, il capo reclinato a destra, lunghi capelli bruni, la bocca aperta. Sulla teca l’iscrizione: OSS. S. BENIGNI M. Un altro busto reliquiario raffigura San Faustino, il busto del Santo barbuto con ampio mantello, la testa, con lunghi capelli bruni, reclinata a sinistra. Sulla teca l’ iscrizione: OSS. S. FAUSTINI M. Infine il busto reliquiario raffigurante San Liberato, il busto del Santo barbuto, con corta capigliatura, la bocca semiaperta, con corazza e drappo. Sulla teca iscrizione: OSS. S. LIBERATI M.. Più antichi di un secolo rispetto a questi busti reliquiari sono due angeli portacero, del secolo XVII, opera di artigianato lombardo in legno intagliato, dipinto e dorato. L’angelo portacero è posto su base lignea sagomata e dorata, a figura intera, il capo dai capelli bruni, volto di tre quarti, con tunica, manto e gambali dorati, una mano sul petto, mentre con l’altro braccio sostiene il portacero dorato. D’intaglio grossolano, pur con un certo gusto decorativo a carattere popolare, sono opera secentesca di bottega locale, pesantemente ridipinti in tempi recenti.

Pietro. Il Santo è rappresentato a figura quasi intera, con le chiavi nella destra e un grosso libro nella sinistra. Porta un mantello giallo dorato su una veste grigio azzurra. Lo sfondo è scuro. I dipinti fanno parte di una serie avente più o meno le stesse dimensioni (questi due misurano 183x110 cm) e appartenenti presumibilmente alla stessa mano. Forse in origine la serie comprendeva anche altre figure. I caratteri stilistici appartengono alla prima metà del Seicento lombardo. Sono rimasti un dipinto raffigurante San Gerolamo. Il Santo è raffigurato a figura quasi intera, con una croce nella destra e un grosso libro nella sinistra. Indossa un mantello bruno che gli lascia scoperti una spalla e il petto, sopra una veste grigia. Lo sfondo è scuro. Un altro dipinto raffigurante San Luca. Il Santo è raffigurato seduto con una mano al petto, l’altra posata su di un grosso libro aperto. In basso a sinistra compare la testa di un toro. Le tinte sono tutte su toni bruni su sfondo scuro. E un dipinto raffigurante San Giovanni Evangelista. Il Santo è raffigurato seduto con una penna nella destra e un libro aperto sulle ginocchia. Accanto a lui è un grande calice. Le tinte sono brune e scure tranne il manto rosso sulle ginocchia del Santo. LA NATIVITÀ TRA I SANTI EGIDIO, GIORGIO, AMBROGIO E CATERINA Quanto qui descritto è una sorta di “assaggio” del gioiello custodito in questa chiesa, la grande pala che ornava la cappella maggiore e che tuttora si ammira nello stesso luogo, già definita pulcra dall’estensore degli atti della visita borromaica del 1608. Ma già San Carlo Borromeo, nel 1566, l’aveva definita pulcram anconam. Si tratta di un dipinto ad olio eseguito su supporto ligneo, di notevoli dimensioni (cm 300x257), nel quale i Santi Giorgio, Egidio, Ambrogio e Caterina (a parte Ambrogio gli altri sono i Santi ai quali è intitolata la chiesa) fanno corona alla Natività.

Sempre nella chiesa parrocchiale si ammirano due dipinti seicenteschi. A sinistra, rispetto all’altare, San Giacomo Maggiore. Il Santo è raffigurato a figura quasi intera, in piedi, con un bastone da pellegrino nella sinistra. Porta una veste gialla dorata con risvolti azzurri. Lo sfondo è scuro. A destra, rispetto all’altare, San

Nelle pagine seguenti: la Natività - con a fronte alcuni particolari della stessa - alla quale fanno corona i Santi Giorgio, Egidio, Ambrogio e Caterina.

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La presentazione della restaurata pala d’altare di Acquate è avvenuta sabato 4 giugno 1983, nella chiesa parrocchiale, accompagnata da un concerto della Corale di San Giovanni diretta da Angelo Biella. Per l’occasione, sul cartoncino invito, è stata stampata la seguente scheda. La pala lignea posta sul lato sinistro dell’altare della parrocchiale di Acquate raffigura la Natività tra i Santi Egidio, Giorgio, Ambrogio e Caterina. Di notevoli dimensioni (mt. 2,50x3) e di rilevanti qualità cromatiche, è particolarmente cara alla popolazione di questo quartiere. Già San Carlo, nella sua visita pastorale del 1566 alla parrocchia, parlava di questa pala definendola pulcram anconam; indicativa in questo senso, anche se erronea, l’attribuzione del Cardinale Pozzobonelli all’artista Jacopo della Palma il Vecchio nella sua visita pastorale del 1746. Di quest’opera interessante, anche per i diversi moduli stilistici con cui è costruita, rimane tuttavia ancora dubbia l’attribuzione ad un preciso artista lombardo operante, questo certamente, intorno alla metà del XVI secolo e nell’area bergamasca-milanese. La pala di Acquate sino a poco tempo fa si presentava in condizioni tutt’altro che buone: sollevature e cadute di colore con successive ridipinture, fessurazioni delle tavole, incrostazioni e una patina opaca contribuivano a celare le originali caratteristiche del dipinto. Per questi motivi si è reso necessario, oltre ad una normale azione di pulitura, stuccatura delle crepe e consolidamento del colore, un restauro pittorico basato sull’uso del “sottotono” per le lacune, in modo che rimanga visibile, da vicino, l’operato dei restauratori. Tutte queste opere sono state pazientemente e accuratamente effettuate dal Laboratorio di restauro dell’Accademia Carrara di Bergamo, in stretto collegamento con la Soprintendenza ai Beni Storici e Artistici di Milano. Il restauro è stato reso possibile dalla collaborazione tra: Comune di Lecco - assessorato Istruzione e

Cultura, Musei Civici, Consiglio di Quartiere di Acquate, Parrocchia di Acquate, e grazie a un contributo dell’Amministrazione Provinciale di Como. In occasione della cerimonia di presentazione della pala di Acquate vennero allestiti nella chiesa parrocchiale una serie di pannelli illustrativi riguardanti i lavori di restauro e le notizie storico-artistiche su quest’opera cinquecentesca. Per quella mostra documentaria del restauro, Letizia Stefani predispose il testo che si conclude con queste ipotesi sulla attribuzione: “È nel 1746, nella visita pastorale del cardinale Pozzobonelli, che ritroviamo la prima attribuzione della nostra pala a Jacopo della Palma il Vecchio (Serina 1480 ca. - Venezia 1528), un artista che fu in diretto contatto con Giorgione e Tiziano e che elaborò, attraverso un morbido colorismo, un tipo di bellezza muliebre che ebbe successo nelle pale di altare. Anche se errata, l’attribuzione del Pozzobonelli è indicativa per collocare l’opera del nostro artista in un preciso contesto e clima veneto. Ma questa non è l’unica componente: numerose sono le correnti artistiche che influenzano il nostro pittore con dominanza della scuola bergamasca della prima metà del ‘500 e più precisamente lottesca. Di quel Lotto che nato a Venezia (1480 ca.) e morto a Loreto (1556), cresciuto in un clima belliniano con influenze antonellesche, guardò, dopo l’esperienza romana con Raffaello, il Peruzzi, il Sodoma e il Bramantino, ai lombardi ed a Leonardo stesso. Il Lotto è a Bergamo nel 1513 e nella tradizione pittorica lombarda trova il modo di esprimere quell’attenzione, quel gusto alla dimensione umile e domestica della realtà umana. Quello stesso gusto e amore che ritroviamo nella nostra pala. “Nel territorio bergamasco numerosi sono i pittori che guardano a lui: primo fra tutti lo stesso Andrea Previtali che divenne un collaboratore paziente e divulgatore del Lotto. Ed

Chiesa parrocchiale di Acquate: il Crocifisso ligneo gotico.

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ecco che anche il Previtali, sulla scia del Lotto, ricerca un contatto autentico, non eroico, col mondo della realtà; ecco che i santi del Previtali acquistano schiettezza ed umanità. E il nostro maestro della pala cammina su questa strada, nel tentativo di recuperare ed esprimere lo stretto rapporto tra l’uomo e la sua realtà quotidiana. Tuttavia tra i seguaci del Lotto non vi è alcuno che possa identificarsi con certezza con il nostro artista. Alcuni hanno fatto il nome di Agostino Facheris, ma se il clima in cui opera il nostro può essere lo stesso, perché il riferimento al Lotto anche in Agostino è costante, manca una identità tra il nostro pittore ed il Facheris nella tipologia delle figure. Analogie si trovano ancora con qualche dipinto attribuito a Gerolamo Colleoni, un altro bergamasco operante nell’area lottesca, ma si ha ancora la sensazione che il nostro artista attinga dal Lotto in un altro modo e non immediatamente in territorio bergamasco. Lo si dice per quelle influenze correggesche che si rivelano nella parte superiore della pala con angeli e putti, non molto felici in verità. “Tra i seguaci del Lotto val la pena di ricordare i discepoli marchigiani: Durante Nobili, Giovan Andrea de’ Magistris e i figli Giovan Francesco e Simone. Durante fu assai legato al Lotto e questi se ne servì per molto tempo quale aiutante e collaboratore. Giovan Andrea lo imitò in modo abbastanza arcaicizzante, rimanendo soprattutto legato agli elementi figurativi e compositivi lotteschi quali, per esempio, gli angeli musicanti del polittico di Recanati del 1508 che rielaborò e tradusse nella sua pala per la parrocchiale di Pieve Torina nel 1541. Nel 1552 Giovan Andrea dipinge e firma alcune tavolette nelle quali l’influenza del Lotto è tale da giustificare, anzi da rendere certa, una comunanza di lavoro. Può essere che Giovan Andrea si sia appropriato anche di qualche disegno o composizione del Lotto, quando ormai l’artista s’era rifugiato nella quiete di Loreto. Simone fece addirittura l’alunnato sotto il Lotto e le sue prime opere rivelano questa precisa e dominante influenza

lottesca. Si riscontrano indubbie analogie tra questi maestri, in particolar modo con Giovan Andrea, e l’artista della pala di Acquate, nella composizione compatta delle figure, nel motivo del paesaggio di sapore lombardo brulicante di personaggi popolari (si pensi agli analoghi paesaggi del Previtali), nella tipologia stessa delle figure, forme rigide dalla muscolatura piatta, caratterizzate da panneggi rigidi quasi metallici, negli stessi angeli che sostengono o cavalcano nubi compatte e pesanti. Si dice che Giovan Andrea abbia lavorato anche in territorio comasco, ma forse lo si è confuso con il suo omonimo Giovan Andrea de’ Magistris padre (o forse meglio fratello secondo studi in corso) di Sigismondo che lasciò numerose opere, in predominanza affreschi nella nostra zona. Rimane, tuttavia, da verificare l’esattezza di questa strada ancora tutta da percorrere. “Se il maestro della pala può essere effettivamente identificato con Giovan Andrea, che operò in predominanza nelle Marche meridionali tra il 1529 e il 1555, e questo è il primo passo da farsi, bisognerà in seguito accertare anche se realmente l’artista operò nel comasco. Oppure si dovrà parlare di semplice temperie culturale e spirituale tra i due artisti. In ogni caso il maestro della pala di Acquate operò tra il 1540 e il 1560, probabilmente più verso la fine del ventennio, assimilando dal Lotto quelle componenti lombarde e venete che si ritrovano nella tavola”. IL CROCIFISSO GOTICO Significativamente, proprio nel giorno di Giovedì Santo del 1985, la comunità parrocchiale di Acquate torna in possesso dell’antico crocefisso ligneo. L’opera viene esposta nella chiesa parrocchiale, assieme ad una mostra fotografica che ne documenta lo stato di conservazione precedente e le diverse operazioni di recupero e di restauro. Sono di Amanzio Aondio le brevi note storiche ricavate dall’archivio parrocchiale di Acquate e utilizzate per corredare la mostra che affianca l’esposizione del crocefisso ligneo. Sappiamo così - sono gli

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L’altare solennemente parato: la corona che regge il moschetto è quella asburgica che stava sull’organo.


atti della visita pastorale del cardinale Federico Borromeo, nel 1608 - che “l’arco della stessa cappella nella parte inferiore è tenuto insieme da una grossa trave trasversale, ornata di pitture. Nel suo mezzo è collocata l’immagine del Crocifisso che si copre con un velo di seta color rosso”. Altre notizie, rivelatesi poi preziose per l’opera della restauratrice Sonia Bozzini, sono del 1652 quando “si fece l’architrave dell’altare maggiore e, con la spesa per l’indoratore che la dipinse, costò lire 96”; del 1680 quando fu “pagato un mandato di lire 14 al sig. Carlo Merliano, indoratore di Bellagio, per aver comodato il Cristo”; del 1693 “pagato all’indoratore per aggiustare il Crocifisso”; del 1719 “speso in far fare la croce grande dell’architrave spezzata dal fulmine”; fino alla notizia registrata nel liber chronicus in data 26 marzo 1902 quando “nel calare l’arco della volta maggiore il sacrista fece cadere il Crocifisso che v’è appeso, ma rimase quasi miracolosamente sospeso all’arco stesso cosicché poté calarlo fino a terra e poi riporlo”. Tappe storiche che hanno poi trovato conferma nello stato di conservazione dell’opera, sottoposta in passato a ben tre interventi di restauro collocati cronologicamente nei secoli XVI, XVII e XIX che consistettero prevalentemente in una integrale ridipintura delle parti seguendo le tendenze tecniche e artistiche dei rispettivi periodi. Ma altre vicissitudini subì il crocefisso, legate alle modificazioni intervenute nella struttura dell’edificio parrocchiale acquatese, e nei suoi spostamenti per esigenze liturgiche. Il Cristo presenta infatti numerosi segni di abrasioni sul legno, caratteristiche dell’attrito provocato da corde o funi scorrenti sotto pressione. La mancanza assoluta di questi segni sulla croce e la presenza di due grandi buchi sull’asse verticale della stessa servono a confermare questa ipotesi: cioè che la croce fosse fissata all’arco trionfale della chiesa mentre il Cristo, munito di aureola, venisse calato giù con una certa periodicità probabilmente per essere esposto in occasione di importanti funzioni

religiose. Qualche calata maldestra, unitamente al fulmine del 1719, spiegano anche lo stato di conservazione dell’opera, dove si è registrato, ad esempio, un violento trauma dovuto a una caduta da considerevole altezza che ha interessato l’intero supporto. L’opera torna ad Acquate recuperata, fin dove è stato possibile, in tutto il suo originario valore. Con la pulitura l’immagine del Cristo è apparsa liberata, con la sua linea scultorea e il suo genuino corredo cromatico, lacunoso ma perfettamente intelligibile, in stretto rapporto di unità stilistica. Un pezzo di rara bellezza, come conferma anche lo studio di Oleg Zastrow, pubblicato in Legni e argenti gotici nella provincia di Lecco. L’ORGANO DELL’IMPERATORE Sabato 25 settembre 1999 torna a suonare pubblicamente, dopo due anni di paziente e meticoloso restauro, l’organo nella parrocchiale di Acquate. Un organo di grande valore storico, legato nientemeno che a Massimiliano d’Asburgo, il fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, che ne fece dono alla chiesa di Acquate nel 1858. Casa d’Asburgo inviava nel Lombardo Veneto l’arciduca ereditario Massimiliano in veste di paciere e di mediatore per ingraziarsi gli italiani. Un bel mattino, circondato da un modesto seguito di funzionari e dignitari (esclusa ogni rappresentanza delle forze militari) Massimiliano capitò inaspettato ad Acquate e fu ricevuto nella nuova chiesa parrocchiale che era stata allora eretta su disegno dell’ing. Adriano Gazzari. Terminata la funzione religiosa, l’ospite fu accompagnato con deferenza in casa del parroco don Giosuè Valsecchi che pur di sentimenti italianissimi doveva conciliare, come era suo stretto dovere, i suoi sentimenti liberali con l’ossequio alle autorità costituite. Massimiliano che, dicono, fosse un buon musicofilo come lo sono del resto tutti i viennesi, chiese al parroco il perché l’organo durante la funzione si fosse chiuso in un ostinato silenzio e non avesse accompagnato con la sua voce

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L’organo donato alla chiesa parrocchiale di Acquate da Massimiliano d’Asburgo.


il canto del Te Deum. Il vecchio parroco rispose con voce candida: la chiesa è nuovissima, il paese è povero e mancano i fondi per acquistare perfino un modesto armonium; speriamo che in avvenire qualche benefattore ci venga in aiuto. Ebbene, per Acquate voglio essere io quello, rispose il viceré. Lo farete costruire subito e bello e monumentale a mie spese perché la sua voce durante le funzioni accompagni i sacri riti e i canti religiosi del popolo. Passerete dalla Real Cassa a ritirare la somma per il pagamento. Il parroco, i fabbricieri e gli acquatesi colsero al volo quella straordinaria donazione. Poco dopo, però, l’Austria lasciava la Lombardia e quell’organo degli Asburgo fu occasione di curiose e gustose diatribe. Massimiliano d’Asburgo, uomo di grande sensibilità, amministratore capace e rispettoso - nella migliore tradizione asburgica - delle identità e delle specificità locali, cristiano dalla fede intensa e adamantina, chiese dunque agli acquatesi quali fossero le maggiori necessità per la loro parrocchia a cui egli potesse soddisfare. La risposta fu: un nuovo organo per la chiesa, e il grande Asburgo rispose nel più generoso dei modi, provvedendo a far dono ad Acquate di uno splendido, maestoso strumento con cui innalzare gloria a Dio. Di lì a non molto tempo le truppe piemontesi avrebbero portato all’annessione del Lombardo Veneto al nascente regno sabaudo e l’organo regalato dal pio arciduca sarebbe stato usato per suonare la profana e retorica colonna sonora del Risorgimento, il “Va pensiero” di Verdi, simbolo dell’orgoglio patriottico italiano. L’intera vicenda è stata da me ricostruita insieme ad Amanzio Aondio nelle pagine di Due note dall’anima, volume presentato in occasione del concerto inaugurale.

di Acquate”. Ancora una volta è Amanzio Aondio, infaticabile ricercatore di storia e tradizioni locali, a ricordare questo particolare, per testimoniare come la devozione per Santa Lucia sia sempre stata fortissima ad Acquate. E ogni 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, la chiesa di Acquate - dedicata ai Santi Giorgio, Caterina ed Egidio, ma nella quale è conservata una reliquia di Santa Lucia, martire siracusana - è meta di pellegrinaggio per molti lecchesi. Fuori dalla chiesa, i colori della festa, anche se il fasto delle bancarelle non è più quello di qualche anno fa. “Beh, i tempi sono cambiati - commentava qualche anno fa ancora Amanzio Aondio - ma se oggi ci sono soltanto poche bancarelle non è certo perché la ricorrenza di Santa Lucia abbia perso d’importanza. Perché ancora oggi i lecchesi vengono da tutte le parti della città per baciare la reliquia di Santa Lucia. Se le bancarelle sono diventate poche è perché adesso ciascuno ha più roba in casa propria. Un tempo, in casa c’era poco o niente e c’era più roba sulle bancarelle. Oggi ci sono molte ghiottonerie, un tempo c’erano solo lo zucchero filato e le mele, quelle grandi. E ci si sbizzarriva. Oggi non c’è più quella gioia nel comprare e nel mangiare una mela. Ma la festa non ha perso d’importanza, la devozione è rimasta intatta. La gente viene da tutte le parti della città”. L’origine di festeggiare Santa Lucia si perde nella notte dei tempi e le motivazioni di questa particolare ricorrenza sono abbastanza incerte anche se è presumibile che la consuetudine sia arrivata nella nostra città dalla vicina Bergamasca e da Venezia - i confini della Serenissima un tempo correvano lungo il territorio acquatese, che per un certo periodo fu anche terra di San Marco - dove la festa di Santa Lucia ha grande importanza. Di fatto, non c’è lecchese che non sia andato, almeno una volta nella sua vita, a baciare la reliquia di Santa Lucia, protettrice degli occhi, perché Lucia vuol dire luce. E le reliquie di Santa Lucia sono ar-

LA FESTA DI SANTA LUCIA “Anche la famiglia Manzoni aveva il suo banco davanti all’altare di Santa Lucia, nella chiesa

Nelle pagine seguenti, la solenne processione del 31 marzo 1935 con la reliquia di Santa Lucia donata dal Cardinale Schuster ad Acquate.

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rivate nella chiesa di Acquate proprio per la devozione della popolazione. Raccontava Amanzio Aondio: “Un tempo, il cardinale Schuster venne da queste parti e si stupì per il pellegrinaggio dei lecchesi alla chiesa di Acquate il giorno di Santa Lucia. Un altare dedicato alla martire siracusana, infatti, c’è sempre stato nella chiesa acquatese, anche prima che venisse restaurata nella metà dell’Ottocento. Quando nel 1935 Schuster venne in possesso della preziosa reliquia della santa, si ricordò della devozione dei lecchesi, della chiesa di Acquate, e decise di donare quella reliquia - che pure era stata richiesta da molte chiese - agli acquatesi”. La storia di Santa Lucia porta, comunque, lontano da Acquate, a Siracusa, in Sicilia, dove il 13 dicembre 304 la giovane vergine Lucia venne decapitata per non aver abiurato la fede cristiana. A Siracusa, Lucia era nata da nobile famiglia, poco più di vent’anni prima. Affrontò con grande coraggio il martirio, durante la persecuzione di Diocleziano. Sepolta a Siracu-

sa, nel 1039 i suoi resti mortali furono portati a Costantinopoli dal generale bizantino che aveva liberato la Sicilia dal dominio arabo. Ma da Costantinopoli, in tempi successivi, prese il mare verso Venezia, grazie al doge Enrico Dandolo. Da allora la salma della giovane martire riposa nella chiesa dei Santi Geremia e Lucia, a Venezia, mentre Siracusa venera la sua patrona il 13 dicembre con una grande festa e con una solenne processione portando una statua argentea di Lucia alta quasi quattro metri. Da Venezia, il culto della santa si è esteso su tutto il territorio della Serenissima Repubblica di San Marco, giungendo anche ai confini del Ducato di Milano, come nel caso di Acquate. Nella iconografia tradizionale, Lucia viene rappresentata con gli occhi in mano e indicata come protettrice per le malattie della vista. Cadde, martire, sotto un colpo di spada, entrando nella gloria senza fine dei Santi e in quella terrena che, diciassette secoli dopo, porta ancora tanti fedeli ad Acquate, frammento del grande mosaico della devozione.

Nella pagina seguente l’arco trionfale eretto ad Acquate per una visita pastorale ai primi del Novecento, probabilmente del cardinal Ferrari.

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CHIESA DI SANT’ANNA O DELLA CONCEZIONE

“Una navata ampia con volta ribassata a crociera su due campatelle; dalla balaustra secentesca in molera a semicerchio si accede al profondo presbiterio ugualmente a crociera, sul cui fondo, fra incorniciature classicheggianti, è affrescata Maria bambina fra i Santi Gioachino e Anna, opera d’inizio Seicento. Ivi era una tela di simile soggetto, offerta nel 1657 dal patrono Giovan Paolo Airoldi Marchesini, ora collocata sulla controfacciata. Una vaschetta marmorea pare ancora cinquecentesca. Le decorazioni di gusto barocco sono del 1964 e del bergamasco Ferrari. Il campanile, a lato dell’ingresso laterale, era già presente nel 1608 e è coronato da bifore di probabile restauro”. Così Angelo Borghi, in Il lago di Lecco e le valli, terzo volume della serie Sacralizzazioni. Strutture della memoria, presenta la chiesa di Sant’Anna in Acquate, conosciuta anche come chiesa, o oratorio (denominazione quest’ultima condivisa dallo stesso Borghi) della Concezione. Un edificio non semplice da individuare, per chi non è acquatese, compresso com’è tra gli edifici adiacenti, con ingresso dalla via Lucia. Ma un edificio ricco di storia e le cui vicende coinvolgono alcune delle grandi famiglie che hanno intrecciato la loro storia con quella di Lecco, dagli Airoldi agli Airoldi Marchesini, dai Tartari ai Serponti fino ai Manzoni. Il fondatore della cappellania (quindi non necessariamente della chiesa) sarebbe un Presb. Franciscus Airoldi loci Aquati nel suo testamento del 23 luglio 1563. Un legato fu successivamente fatto al cappellano da Giacomo Ai-

roldi nel suo testamento fatto in Venezia l’anno 1590, 11 agosto. In questo testamento di Giacomo Airoldi, il fratello Francesco viene definito fondatore dell’oratorio e del beneficio dell’Immacolata Concezione. Nel documento si fa dunque riferimento al testamento del Rev.di Presbit. Francisci Airoldi fundatoris dictae Capella. Nel testamento di Francesco Airoldi si legge che il cappellano della Concezione era tenuto ed obbligato in tutti i giorni feriali e non feriali a celebrare la messa nella chiesa che io feci edificare sub titulo et nomine ac ad laudem et honorem Conceptionis Bea.mae Virginis Mariae. Il testamento della fondazione della cappellania dell’Immacolata Concezione di Acquate fu rogato da Antonio Airoldi pubblico notaio di Milano il 25 luglio 1563. Il relativo “istrumento di fondazione, dotazione ed erezione” è interamente trascritto negli Atti della visita pastorale del Cardinale Federico Borromeo alla Pieve di Lecco nel 1608. Sei anni dopo la chiesa era costruita. Se ne fa infatti cenno negli Atti della Visita del 1569. Sappiamo così che non è consacrata, ma ha la volta e le pareti ben rivestite di calce. Nella chiesa sono aperte tre finestre e l’altare è ornato cum pluribus quadris beatae Virginis pulcris, i quali quadri coprono tutta la facciata dell’altare. Si accede alla chiesa per mezzo di un gradino. Vi è un campanile su due pilastri con due campane. La chiesa è di patronato del convento francescano di San Giacomo di Castello e di Giovanni Antonio e Francesco Airoldi. Vi è

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e Chiese della Pieve di Lecco ai primordi del 1600 aggiunge qualche altro particolare: “Costruita nel 1563 dal prete Francesco Airoldi nella vigna di sua proprietà e dotata dallo stesso con i suoi propri mezzi come risultava dall’atto di fondazione, era rivolta ad oriente, constava di una sola navata, aveva pareti grezze, si scopava di rado come di rado si toglievano le ragnatele e la polvere dalle pareti e dai quadri. Gli acquasantini, nei quali uomini e donne si aspergevano promiscuamente, non si pulivano mai. Il campanile, posto vicino alla cappella maggiore, recava sulla sua sommità una grande croce di ferro ed era dotato di due campane non ancora benedette. La spesa per l’acquisto delle funi era a carico del Cappellano che custodiva pure le chiavi della chiesa. Anche questa chiesa aveva il suo cimitero a meridione, davanti alla porta laterale. Essendo privo del muro di cinta era accessibile alle bestie. La casa del cappellano distava dalla chiesa quindici passi ed era composta di un piccolo cortile con panche, di una cantina e di un locale che serviva come camera da letto e da cucina. Volete conoscere quali mobili ed effetti abbellivano la casa del Cappellano? Eccovi l’elenco: un letto di noce con materasso, un cuscino di piuma d’oca, una coperta bianca ricamata in giallo e rosso e due lenzuola lise e sporche. Un saccone di strame, una cassa di noce, due sedie liscate, un secchio di rame per l’acqua, una pentola sporca di fuliggine, due stoviglie di rame, due alari detti dal volgo capifuoco, una molle ed una pala di ferro per il focolare, un soffietto, cinque piatti, due piatti fondi, una scodella di stagno, una botte da dodici piedi metrici ed una di sei piedi per il vino e per pigiare l’uva”. Nel 1610 cappellano titolare è ancora il sacerdote Francesco Gattinoni nativo d’Acquate, eletto l’anno 1606. Tre anni dopo, nel 1613, è titolare il sacerdote Giuseppe Gattinoni. Si parla della nomina di un cappellano anche in un documento del 17 ottobre 1630.

anche una nota senza firma che all’interno porta la scritta “ordinazioni per l’oratorio di Acquate” compresa quella che fra due mesi siano strappati gli arboles mori che danneggiano. Venivano anche date indicazioni al cappellano - allora era il sacerdote Giuseppe Bolis detto Dordino - perché celebrasse messa ogni giorno, perché con l’olio ricavato dagli olivi della località Canto tenesse accese le lampade nei giorni di sabato e nelle vigilie delle feste della Beata Vergine Maria, che alla messe solenni partecipassero altri sette sacerdoti; che nella festività di Sant’Anna si celebrassero messa e vesperi con particolare solennità e con la partecipazione di altri sacerdoti ai quali il cappellano era tenuto ad offrire frugali refectione. Oltre a cantare i vesperi, nel giorno dell’Immacolata il cappellano doveva pulsari facere organo, e cioè fare suonare l’organo. Una notizia, questa, assai preziosa perché nella descrizione delle chiese di Lecco contenute negli Atti di quella visita (1569) questa della Concezione è la sola in cui si parla di un organo. Altri frammenti documentari ci forniscono ulteriori notizie. Sappiamo così che nel 1565 nella chiesa della Concezione c’è la scuola del Santissimo Sacramento, e nei secoli successivi la chiesa sarà spesso identificata con la Confraternita. Nel 1608, negli atti della visita del cardinale Federico Borromeo, il prete Francesco Gattinoni cappellano della Concezione è indicato come “maestro”. Le campane sono, abbastanza sonore e non benedette. La torre campanaria di forma quadrata è edificata vicino alla cappella maggiore. In cima c’è una croce di ferro cospicua. La porta si chiude a chiave la quale sta presso il cappellano. Le caratteristiche della chiesa erano sostanzialmente immutate rispetto a quelle risultanti dagli Atti della visita del 1569. Le pareti, infatti, “sono solo intonacate e del tutto rozze”. Arsenio Mastalli, nel suo studio Parrocchie

Il campanile della chiesa della Concezione.

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Un documento del 3 marzo 1661 dice che il Guardiano del Convento di Castello pater Salvator a Barzanore elegge e nomina cappellano Carolum Ripam loci Albiati e un altro documento degli eredi Airoldi conferma la detta elezione. Al Guardiano del Convento di Castello torna a fare direttamente riferimento un documento successivo. Porta la data del 21 Xre 1688 questo inventario: “La Cappella dell’Immacolata Concettione nella Terra di Acquate è longa braza n. 28 larga b.a n. 13 ha un sol altare verso levante, con la sacristia a mano sinistra et il campanile con due campane vicine. Fu fondata dal fu P. Francesco Airoldi con obbligo di messa quotidiana. Ha per dote un luogo che si dice in Canto, una vigna che si dice in Rivolta, un campo che si dice in Via Croce, un giardino intorno alla chiesa e la casa propria del beneficio. La sacrestia ha due calici, due camesi, quatro pianete. Il Capellano titolare presente è il sig. R. Luca Antonio Giorgio dot. di S. Teologia di Mandello Diocesi di Como. Li documenti della Fondatione sono appresso al sud.to Titolare, come anche tutte le scritture pertinenti al sud.to Beneficio, e difficilmente si potranno havere. La ragione di eleggere il titolare aspetta al P.re (priore) Guardiano di S. Giacomo di Castello”. Nel 1733 c’è una “ordinazione” contro il cappellano dell’Immacolata Concezione perché sia obbligato a risiedere nella casa del beneficio, servire alla chiesa, e celebrare quotidianamente nell’oratorio per se stesso personalmente e non per mezzo d’altro sacerdote. Nel 1746 il parroco Gio Batta Pagano attesta che il Rev.do Sig. Carlo Antonio Tartari che ogni anno in tempo di sua villeggiatura celebrava giornalmente nell’oratorio ha fatto fare “a sole sue spese molti raddrizzi”. Tra l’altro nell’anno 1746 “venne in sentimento di far mettere nell’estremità dell’oratorio alcune banche che servissero per ornamento ed anche per uso e comodo in occorrenza di donne inferme e vecchie, mentre non vi era altro luogo di sedere nell’oratorio”. E nota che

“nessuno particolare antecedentemente aveva mai avuto banca, né sedia di qualunque sorta, a riserva del solo banco della casa Airoldi Marchesina ottenuto con facoltà dalla Curia nel tempo ero io Curato, con mia condiscendenza e consenso a riflesso d’essere la casa compadrona del Beneficio in detto oratorio”. Il 6 settembre 1747 un “innominato” - nulla a che spartire con il personaggio di manzoniana memoria, si tratta dell’espressione utilizzata dal parroco per assicurare l’anonimato del donatore - regala all’oratorio 11 quadri di diversi santi da tenere sempre appesi alle pareti. Il 12 agosto 1845, essendo morto il sacerdote Gerolamo Sala titolare di questa cappellania, fu investito della stessa il sacerdote Arsenio Meles nativo di Laorca ed abitante in Acquate. Nella bolla e rescritto arcivescovile d’investitura (il documento porta la firma del cardinale Carlo Gaetano di Gaisruck) di questo che probabilmente fu l’ultimo sacerdote investito di questa cappellania soppressa nel 1867, compaiono i nomi di Paolo Serponti e di Alessandro Manzoni. Ad un Serponti faceva già riferimento un precedente documento. L’autore dei Promessi Sposi vi figura probabilmente per i suoi legami di parentela con gli Airoldi Marchesini. Le cose, come si vede, erano evidente cambiate rispetto all’origine quando lo jus nominandi del testamento spettava “Alli eredi di Giacomo Airoldi, fratello di detto testatore istitutore. Alli eredi di Francesco Airoldi, figlio del q.m Gio Antonio. Alli eredi di Gio Antonio Airoldi figlio del q.m Polidoro” che rogò il testamento. “Alli PP. Guardiani pro tempore di S. Giacomo di Castello”. Degli Airoldi non c’era più traccia nei registri parrocchiali di Acquate già dall’anno 1710 quando la continuità della famiglia era assicurata dagli Airoldi Marchesini di Acquate. La cappellania fu soppressa nel 1867 in seguito alle nuove leggi del governo italiano di allora. Il titolo per cui il ministero delle finanze soppresse definitivamente la cappellania era che “alla cappellania dell’Immacolata Concezione non è inerente l’obbligazione princi-

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pale e precisamente di coadiuvare il Parroco nella cura delle anime”. Veniamo a giorni a noi più vicini e precisamente al 1957 quando viene effettuato il primo significativo intervento di restauro che interessa il tetto, il soffitto, il pavimento, il nuovo impianto elettrico, gli intonaci delle pareti esterne e del campanile. Nell’occasione viene realizzato il dipinto che c’è sopra la porta d’ingresso, all’esterno, da parte del prof. Volpi di Bergamo. Nel 1966 si provvede alla sistemazione dell’altare secondo le nuove norme liturgiche. Nel 1967, nel rimuovere il quadro pala d’altare con San Gioachino, Sant’Anna e la Madonna bambina, si rinvenne sul muro un affresco raffigurante lo stesso soggetto. L’antica pittura risalente “senza dubbio” al 1500 - quel “senza dubbio” è nella relazione di restauro - fu restaurata dal pittore prof. Marcello Bonomi da Bergamo. Costui, a suo tempo, col prof. Pelliccioli aveva collaborato al restauro della “Cena” di Leonardo da Vinci, in Milano. Nel 1968 viene eseguita la nuova decorazione interna ad opera del prof. Ferrari di Bergamo coadiuvato in parte anche dal pittore acquatese Giovanni Frigerio detto Pipeta. Dei restauri del 1967 e della decorazione successiva esiste la seguente relazione: “Si fa risalire alla fine del ’500 la costruzione dell’Oratorio di S. Anna. È certo che, dopo l’istituzione da parte di S. Carlo delle Confraternite, la chiesetta fu continuamente adibita a luogo di convegno dei confratelli del SS. Sacramento, i quali vi si recavano a recitare l’ufficiatura ed a tenere le loro frequenti riunioni. Nel ’600 sulla parete sovrastante l’altare, da un ignoto pittore fu dipinto un affresco, raffigurante S. Anna con S. Gioacchino che attendono alla Madonna ancora in tenera età. Negli anni successivi, all’affresco è stato sovrapposto un quadro che copiava esattamente l’insieme dell’affresco. E così è stato fino a qualche settimana fa. Dovendosi infine procedere a lavori di restauro della

chiesetta, per riparare, almeno parzialmente ai danni provocati dal tempo e dall’umidità, si è scoperto, sotto il quadro, ciò che rimane dell’affresco, quasi irrimediabilmente perduto. Il Sig. Parroco allora ha chiamato un valente pittore, il prof. Marcello Bonomi di Bergamo, il quale è accorso a restaurare con mirabile maestria l’antico affresco, avvalendosi delle immagini del quadro e di quel poco che era ancora accennato sul muro. Per far risaltare maggiormente la preziosità del dipinto, un bravissimo decoratore bergamasco, il prof. Gianantonio Ferrari, ha eseguito in stile secentesco delle decorazioni che formano un tutto armonico di squisita fattura e di rara bellezza”. L’ultimo restauro dell’intero edificio è stato eseguito nel 1987. Amanzio Aondio ne approfittò per effettuare rilievi sulle due campane. Sulla prima ci sono le seguenti iscrizioni: Ex Comuni Vicinorum Aquati elemosina refundita 1725 e Franciscus Pencius Capelanus. Nella fascia centrale di questa campana ci sono le figure di Sant’Antonio da Padova, Sant’Ambrogio, il Crocifisso con ai piedi la Maddalena, la Madonna con il Bambino (Maria Ausiliatrice); nella fascia inferiore Sant’Anna con la Madonna bambina inginocchiata che sta imparando a leggere, e lo stemma del fonditore sul quale, a fatica, si legge Nicolaus Bonavillensis. All’interno della campana, dipinto grossolanamente, si legge ancora il numero 2337 assegnato alla campana quando fu requisita in tempo di guerra, nel mese di luglio del 1943. Sulla seconda campana c’è l’iscrizione Ex Communi Aquatensium Elemosina 1737 e ci sono le figure del Crocifisso con la Madonna a San Giovanni, un santo (probabilmente San Benedetto), la Madonna con il Bambino, Sant’Antonio da Padova, e lo stemma del fonditore sul quale si legge chiaramente soltanto Nicolaus. Anche all’interno di questa campana si trova dipinto un numero, il 2339, riferito alla requisizione della stessa nel periodo bellico.

Nelle pagine seguenti, una panoramica del vecchio nucleo di Acquate sul quale svetta il campanile della parrocchiale.

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L’altare della Concezione con la pala dei Santi Gioachino e Anna e la Madonna bambina.

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LA GROTTA E IL SANTUARIO DELLA MADONNA DI LOURDES

“Andare alla Madonna d’Acquate era un gioioso momento di devozione ma insieme di passatempo quando s’era ragazzi; gli anni prima della guerra non offrivano grandi occasioni di svago anche qui intorno a Lecco, e la gita alla Grotta di Lourdes sotto l’ombra del Resegone, dopo la lunga sequenza di gradini acciottolati, era quasi un premio. Il pio luogo è però ancora centro d’attrazione e d’irradiazione mariana, mentre persiste la tradizione delle Giornate della Carità dedicate agli ammalati”. Inizia così il capitoletto sulla Madonna di Lourdes ad Acquate nel primo dei due libri Segni della pietà mariana nella serie Itinerari lecchesi di Dino Brivio. Ad Acquate, il complesso di opere esistenti si è formato in tre tempi: dapprima fu costruita la Grotta; venne successivamente il Santuario dell’Immacolata; da ultimo si provvide al piazzale e alla scalinata. Il tutto è raccontato da Amanzio Aondio, in un opuscolo pubblicato nel 1984 per il compimento dei cinquant’anni della chiesetta. Al caro Amanzio, che ha amato tutto quello che è di Acquate e in modo specialissimo il gioiello consacrato alla Madonna di Lourdes, è più che giusto lasciare la parola. Era l’anno 1908. Ricorreva il 50° dell’apparizione dell’Immacolata a Lourdes e il 50° di episcopato di Pio X. In marzo, i Missionari di Rho avevano predicato in paese la Missione e di tutto questo si volle lasciare un ricordo perpetuo. Il parroco don Giovanni Piatti propose al popolo di adattare una caverna esistente in

cima al paese, in località detta “al Comune”, e formare una grotta come quella di Lourdes. Fu tale il favore che incontrò la proposta che la prima questua fatta il 29 marzo diede un gettito di lire 1093. Sull’indirizzo dato dal compaesano sacerdote Carlo Corti che era stato a Lourdes e vi aveva fatto buoni rilievi, si diede subito principio ai lavori. Fu uno spettacolo veramente edificante il vedere l’impegno di tutti, dai bambini dell’asilo che portavano il pentolino di sabbia ai più vecchi che non volevano essere ultimi in quell’opera. Furono così portati dal paese sul posto 20 carri di sabbia, 96 carri di tufo scavato dalle grotte di Pomerio, 1000 sacchi di cemento. L’altare, il pulpito, la fontana e il crocione vennero trasportati da Lecco e costarono lire 5000. La cancellata di ferro che costò lire 700 fu lavorata gratuitamente dalla ditta Carlo Milani. Un particolare: la friabilità della roccia rendeva impossibile la copertura della grotta, per cui la si dovette fare con blocchi di cemento. Questa notevole difficoltà, nonché la caduta di un masso - avvenuta il 12 luglio per la pioggia - che rovinò parte dei lavori già fatti, diede motivo al foglio socialista La Spinta di canzonare l’opera dei volenterosi, i quali invece di interrompere i lavori continuarono con ardore più fervoroso. I lavori incominciati in aprile terminarono in ottobre. A lavoro compiuto, il giorno 15, fu collocata nella nicchia la bella statua dell’Im-

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La statua della Vergine, in marmo di Carrara, all’interno del Santuario.


L’interno del Santuario di Acquate con l’altare e le vetrate istoriate.


macolata, opera dello scultore Carlo Nardini di Milano, insieme alla Bernadette, e fu messa in opera la grande croce che sovrasta la grotta. Eccetto le costruzioni di cemento - l’altare, il pulpito, la fontana, il crocione del peso di 10 quintali - tutto fu eseguito gratuitamente dalla popolazione di Acquate. La grotta fu benedetta dal canonico metropolitano monsignor Cesare Viola il 26 dello stesso mese di ottobre, ma la prima messa solenne si poté celebrare soltanto l’8 dicembre successivo, con un concorso spettacoloso di popolo. E la grotta, costruita nel 1908, non subì nessun danno fino ai nostri giorni. La scena raffigurata è quella ben nota dell’apparizione di Maria a Bernadette Soubirous alla quale si presentò, nella grotta di Massabielle, presso Lourdes, la mattina del giorno 11 febbraio 1858, e dichiarò, nell’ultimo incontro, nella festa dell’Annunciazione, il suo nome: “Io sono l’Immacolata Concezione”. Era il dono privilegiato per Maria che Papa Pio IX aveva riconosciuto e proclamato come dogma quattro anni prima, l’8 dicembre 1854. Il concorso dei pellegrini alla Grotta - continua il racconto di Amanzio Aondio - si manifestò sin dal principio assai lodevole e, allo scoppio della guerra europea (1915-1918), si intensificò grandemente. In quel triste periodo storico l’Immacolata raccoglieva le preghiere e la lacrime di tante mamme che non sapevano trovare maggior conforto che nella bianca Madonnina. Finita la guerra, il popolo di Acquate si preparava a celebrare il 25° di sacerdozio dell’amatissimo parroco don Giovanni Piatti. Questi dichiarava di accettare i festeggiamenti a una condizione: che sul piazzale della Grotta si erigesse un monumento ai Caduti. In breve anche il monumento fu cosa fatta. Il 25° di sacerdozio fu celebrato solennemente il 28 settembre 1919; il monumento ai Caduti fu inaugurato il giorno seguente, dopo l’ufficio solenne celebrato nella chiesa parrocchiale. Va poi ricordato che nel 1959 gli Alpini di Acquate hanno installato sul monumento una fiamma

ardente, in ricordo di tutti i Caduti e dispersi sui campi di battaglia della guerra 1940-1945. Accaddero poi due fatti importantissimi: primo, il divieto da parte dell’autorità ecclesiastica di celebrare la messa all’altare della Grotta; secondo, la costituzione della sezione lecchese dell’Unitalsi, allora Unital, con la nomina a segretario del sacerdote Giulio Spreafico, coadiutore di Acquate. Nell’agosto del 1928 egli conduceva a Lourdes, con il pellegrinaggio degli ammalati, il primo nucleo degli Unitalsiani: tra questi era la giovane Barbara Manzoni che presentava esiti gravi di encefalite letargica e ritornò perfettamente guarita. Il miracolo compiuto dalla Madonna a favore di una figlia di Acquate e il divieto di celebrare nella Grotta determinarono, in don Giulio, l’idea di erigere un Santuario vicino alla Grotta. Senza far motto con alcuno, dall’architetto monsignor Spirito Chiappetta si fece abbozzare il disegno seguendo lo stile e la configurazione del complesso basilicale di Lourdes. Don Giulio ebbe quel disegno nel mese di settembre 1929 e, sin da allora, più volte lo portò a Lourdes per porlo sotto i piedi della Madonna, perché lo benedicesse e facesse diventare una realtà il suo sogno. Questo, per bontà divina, incominciò ad avverarsi nell’autunno 1930, dopo la visita pastorale del cardinale Schuster ad Acquate. In seguito egli fece sviluppare lo schizzo del Chiappetta dal geometra Attilio Villa di Lecco e affidò i lavori di costruzione alla ditta Guglielmo Colombo di Acquate. Comunicata al popolo la nuova idea, questo l’accolse, come sempre, con grande entusiasmo. Nel 1931, tra aprile e settembre, si fecero gli scavi occorrenti alla formazione del piazzale di appoggio alla costruenda chiesa. La prima pietra fu benedetta dal parroco don Giovanni Piatti il 30 aprile 1933. Fra le innumerevoli trovate escogitate da don Giulio per finanziare l’opera del Santuario resterà famosa quella dell’uovo. Nella Pasqua del 1934 distribuì a ciascuna famiglia di Acqua-

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Una delle prime cartoline con l’immagine del Santuario e, sotto, la grotta di Lourdes ad Acquate.


te un uovo di cioccolata pregando le massaie che “lo facessero covare”; a tempo opportuno sarebbe poi passato a raccoglierne il frutto. Fu una cosa meravigliosa! Dalle uova di cioccolato nacquero galline, pollastri, oche, anitre, tacchini, conigli, agnelli e… perfino un vitello. Tutto questo prodotto eterogeneo, messo all’asta, diede una somma cospicua. Di quelle uova, con pulcino di ovatta, don Giulio ne aveva acquistate 670. E nelle case ogni uovo fu distribuito insieme a questa lettera: “Stimatissimo Signore. Un uovo! Che è mai? È come un grano di frumento, una cosa insignificante che, messa in terra può diventare una pagnotta. L’uovo che in men che non si dica è bevuto e… addio, se lo si cova darà un pulcino che a suo tempo diventerà un pollastro, cappone, gallo, gallina, tacchino, che valgon più che un uovo. Non vi pare? Ed io, fatta questa considerazione al lume dei soldi che mancano ancora per finire il nostro Santuario, ho pensato che nessuna famiglia della parrocchia vorrà rifiutarsi di far diventare pollastro, cappone, gallo, gallina, tacchino un semplice uovo se glielo regalo, tanto più che, essendo vicina la Pasqua, è di stagione. Ed allora, conoscendo la sua generosità quando si tratta di onorare la cara Madonna, anche a Lei offro un uovo coll’augurio sincero di buona Pasqua, fiducioso che l’ultima domenica di agosto vorrà restituirmi un pollastro, cappone, gallo, gallina, tacchino. Che se l’uovo offertole non le sembrasse atto a diventare… tacchino, ed Ella non avesse la possibilità di procurarsene uno da cova, il sottoscritto accetta volentieri anche il corrispondente di un pollastro… tacchino in denaro. La prego, l’accetti con grazia e non me ne voglia male. Si fa di tutto ad onore della Vergine Santissima che non sarà avara di sue benedizioni”. Alle continue offerte, alle quali s’erano spontaneamente obbligati gli acquatesi, s’aggiungeva l’aiuto finanziario prestato generosamente dagli Unitalsiani lecchesi e del terri-

torio. Fra le tante offerte fatte dagli acquatesi, tutte meritevoli di lode, figura anche quella della Giornata Pro Santuario che la gente d’ogni ceto offrì nel 1937, dopo aver ricevuto una busta contenente la seguente supplica: “Chi sei? Cosa vuoi? Sono la mano tesa della Madonna che ti chiede la carità per pagarsi la casa che non è ancor sua. Ciò che prendi in una giornata del tuo lavoro, regalalo a me; a suo tempo andrò al mio destino; hai tempo tutto l’anno. Sarà poco, sarà molto? Certo è un sacrificio e se lo farai di buon animo, non sarà fatto inutilmente. Se anche un bicchier d’acqua dato al povero nel nome di Gesù avrà il suo premio, che dire di una giornata completa di lavoro data alla Madre di Dio? Credi tu che sentirai la mancanza di queste lire? Certo la sentirai, ma tu hai già provato altre volte il godimento di compiere un’opera buona; non vale forse la pena di procurartelo spesso? Hai tu bisogno di protezione del Cielo per te e per i tuoi figli? Fatti debitrice la Madonna e non ti mancherà il suo favore. Ti ringrazio della buona accoglienza che mi fai, sono certo che non mi butterai al fuoco. Ti prometto che il tuo nome sarà scritto su di un album e conservato lassù al Santuario della Madonna perché non si dimentichi della tua offerta!”. Il Santuario, a opera finita, costò la bella cifra di lire 400.000. Esso fu inaugurato nei giorni 22, 23, 24 settembre 1934. In quell’anno ricorreva il 40° di messa del parroco Piatti e don Giulio e il popolo offrirono al festeggiato il nuovo tempio consegnandogli le chiavi. Dallo svelto campanile della Lourdes acquatese mandavano il loro suono, limpido e argentino, tre bellissime campane che don Giulio aveva comperato dagli abitanti di Bonacina. Erano appartenute alla chiesetta di San Bernardino. Furono fuse nel 1867 dalla Fonderia Pruneri di Grosio, in Valtellina, e sono dedicate la prima a Dio e a San Bernardino, la seconda alla Beatissima Vergine Maria, la terza a San Carlo.

In questa a fronte e nelle pagine seguenti due immagini del cantiere per la costruzione del Santuario di Acquate.

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Rimaneva ancora qualcosa da fare: sistemare il piazzale e il terreno attorno al Santuario e ricostruire definitivamente la scalinata tra la Grotta e la chiesina. L’idea di questa nuova opera venne dal Gruppo Lourdiano, in seguito a una numerosissima adunanza di soci tenutasi ad Acquate nella sala parrocchiale. Don Andrea Spreafico, figlio anch’esso di Acquate, si apprestava a celebrare il 50° della sua messa. Si volle quindi dar mano ai lavori per offrire al festeggiato, che era pure un infaticabile socio dell’Unitalsi, la nuova opera. Il popolo accolse l’idea e ne fu entusiasta. Con mezzi raggranellati qua e là, con il continuo affluire delle offerte, con il molto lavoro gratuito prestato dagli acquatesi, l’opera fu completata nell’agosto del 1947. La nuova scalinata venne inaugurata il 21 settembre, giorno in cui si celebrò la diciottesima Giornata della Carità. Per un’improvvisa malattia che aveva colpito don Andrea, i festeggiamenti in suo onore furono però rimandati al settembre dell’anno successivo. Fu una manifestazione indimenticabile, animatore lo stesso vecchio parroco Piatti, ormai al termine del suo cammino (morirà quattro mesi dopo). Ne ha lasciato una bella paginetta Amanzio Aondio: “I festeggiamenti per la messa d’oro di don Andrea Spreafico vennero celebrati nei giorni 4, 5, 6 settembre (sabato, domenica, lunedì) e riuscirono veramente imponenti. Il triduo di preparazione alla festa fu predicato da don Pietro Invernizzi d’Acquate. Proveniente da Milano, don Andrea giunse ad Acquate nel pomeriggio di sabato. Pioveva a dirotto! Dopo il ricevimento il festeggiato impartì la benedizione solenne. Intanto il tempo si rimise al bello, così da permettere tutte le cerimonie programmate per quei giorni. Alla sera, all’oratorio maschile, fu aperta la pesca di beneficenza che era stata allestita magistralmente da Felice Salvi e da molti altri suoi collaboratori. Il paese, tutto pavesato a festa e illuminato all’inverosimile da miriadi di luci multicolori, pareva un giardino fiorito. Il centro della festa fu la giornata di domenica. In mattinata furo-

no distribuite numerose comunioni. Prima di celebrare la messa giubilare, don Andrea salì al Santuario ad inaugurare la nuova gradinata offertagli dal popolo acquatese e a scoprire la lapide ivi murata per onorare il suo mezzo secolo di sacerdozio. La messa solenne, celebrata alle ore 10, con discorso di don Franco Longoni, rettore del Collegio Arcivescovile Alessandro Volta di Lecco, fu accompagnata da numeroso clero, da gran folla di fedeli e dalla giovane corale parrocchiale che si distinse per le musiche scelte ben eseguite. Erano presenti anche alcune autorità e molti ex allievi di don Andrea. Alla sera, dopo la processione eucaristica per le contrade del paese, gli ex allievi convenuti ad Acquate in numero assai rilevante, si ritrovarono nel salone dell’asilo e il vecchio maestro con i suoi allievi rivisse qualche momento della sua vita di educatore. Al mattino di lunedì don Andrea salì di nuovo al Santuario a celebrare la messa. Alla sera venne portato in trionfo per le vie del paese il simulacro della Madonna Assunta, con grande concorso di fedeli anche dei paesi circonvicini. Furono giornate intense, vissute da tutti con fede ed entusiasmo, che ripagarono il tanto lavoro speso per prepararle; ma soprattutto resero un degno riconoscimento ai meriti di sacerdote, di educatore e di cittadino di questo illustre figlio della nostra terra”. La grotta ricostruita a imitazione di quella di Lourdes sopra l’abitato di Acquate, nella parrocchia dei Santi Giorgio, Caterina ed Egidio, compie proprio in questo anno 2008 il centesimo anno della sua storia. Durante questo lungo tempo la Vergine ha visto qui un ininterrotto fluire di devoti. E il piccolo Santuario di Acquate che si è voluto costruire lassù, sopra un poggio ridente alle falde del Resegone, perché dall’alto della sua reggia la bianca Regina vedesse meglio e proteggesse i suoi figli sparsi a valle, continua a vivere, oggi più di ieri, e testimonia a tutti la fede e la generosità di un popolo. Come nella grotta miracolosa della terra francese, anche in quella d’Acquate sgorga una fonte d’acqua. Venite a bere, è scritto so-

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Altre immagini dei lavori di costruzione affidati alla ditta Guglielmo Colombo.


Una pausa durante i lavori di costruzione della Grotta di Lourdes nel 1908 e il trasporto della croce in cemento.


La terza festa lourdiana celebrata ad Acquate il 27 settembre 1931.


pra, e le nonne non mancano di accompagnare amorevolmente i nipotini a dissetarsi con l’acqua della Madonna, e a recitare una preghiera, trasmettendo così di generazione in generazione il senso della fede. La chiesetta costruita più in alto della grotta ripete le linee del grande Santuario di Lourdes. Anche qui si onora l’Immacolata ricordando l’apparizione, e si affidano i malati alla materna pietà della Vergine. Della raccolta chiesetta dà questa efficace descrizione Angelo Borghi nel paragrafo dedicatole nel volume Il lago di Lecco e le sue valli terzo della serie Sacralizzazioni. Strutture della Memoria: “Il grazioso santuario, rivestito di marmi e di cotto, ha il portale a sesto acuto sovrastato dalla torre campanaria a cuspide. L’altare del 1935, completato con il tabernacolo nel 1958, è un bel manufatto in cui sono inserite le statue in bronzo delle donne forti dell’Antico Testamento, e si accompagna ad arredi tipici del periodo; la statua della Vergine, in marmo di Carrara, è opera della bottega di Cesare Paleni di Bergamo. Le vetrate istoriate subirono un restauro nel 1977, aggiungendosi allora quella centrale dell’Immacolata”. A quelle citate si sono poi aggiunte altre pubblicazioni. Un ampio capitolo sul Santuario della Vergine di Lourdes è nel libro realizzato nel 2006 Don Angelo dono del Signore alla comunità di Acquate. Freschissimo (è stato presentato nel settembre di questo 2008) è il libro 80 anni di impegno nel quale Barbara Garavaglia ricostruisce la storia, cominciata nel 1928, della sottosezione di Lecco dell’Unitalsi. Tantissimi sono poi gli articoli che, sui giornali, accompagnano le varie celebrazioni al santuario. Abbiamo scelto, tra i tanti, una parte del servizio di Giorgio Spreafico, pubblicato sul quotidiano La Provincia del 12 febbraio 1985. “Freddo, nuvole basse che si confondono con la nebbia. Accenni di pioggia, o forse di neve piccola piccola, gelata. La cornice non è invitante, ma la gente non se ne cura. Arriva alla spicciolata e sale i gradini bassi resi viscidi dalla fanghiglia. Passi cauti, anche più cau-

ti quando a muoverli sono gli anziani - tanti sorretti a braccetto dai familiari. Il richiamo è un tempio piccolo dalle guglie aguzze, il santuario dedicato alla Madonna di Lourdes proprio sopra l’abitato di Acquate. Visto dal basso, dal piazzale, il campanile svetta tra il verde del bosco e il bianco latte dei fumi dell’umidità. Domina la grotta oggi anche più scura, e con quella è anche più d’ogni giorno un crocevia della fede e della speranza. Lunedì 11 febbraio, ieri. È il giorno dell’anniversario dell’apparizione della Vergine a Lourdes, è il giorno - qui - d’una festa tradizionale e sentita, appena attutita dal maltempo che invita a restare chiusi in casa. La gente lecchese all’appuntamento non manca. Alla messa delle 10, a quella delle 15. E, a sera, alla celebrazione nella parrocchia di Acquate. Un legame profondo, che non viene meno e che dura dal ’34, l’anno dell’inaugurazione di questo piccolo tempio legato a un avvenimento straordinario di portata universale, ma anche di respiro locale: sono ancora molti a ricordare l’agosto del ’28, quando una ragazza del rione - Barbara Manzoni - tornò perfettamente guarita da Lourdes dove andò pellegrina con il primo gruppo dell’Unitalsi lecchese: un attimo, e un male terribile (l’encefalite letargica) diventato soltanto un ricordo. Se ne parla ancora, qui ai piedi del santuario”. Quella scala scivolosa in quell’11 febbraio 1985 rimase tale ancora per poco. Ai primi di marzo si mettono all’opera gli operai della Colombo Guglielmo & Figli, il cui titolare ha deciso di regalare i lavori di sistemazione. E anche questa è una testimonianza di fede nei confronti della Madonna dei miracoli. Il progetto originario della costruzione prevedeva che la chiesa si potesse raggiungere attraverso due scalinate. Poi i soldi vennero a mancare e si costruì una scalinata soltanto. Adesso si realizza quella scalinata che era stata lasciata in sospeso. Non è una scalinata come tante altre. Gradino dopo gradino, rimonta la pendice alle spalle del rione Acquate non solo per guadagnare quota, ma anche per innalzare lo spirito.

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La benedizione e la posa della prima pietra del Santuario il 30 aprile 1933. Nelle pagine seguenti la processione sale alla grotta per la benedizione del 1908.


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È la scalinata che conduce alla chiesetta mariana, vivo richiamo del grande santuario di Lourdes, che a quello anzi si intitola perpetuando tra lago e montagna una devozione tanto radicata anche tra la nostra gente. Il piccolo tempio vive domenica 15 settembre 1985 la sua grande giornata annuale - la cinquantasettesima Giornata della Carità indetta dall’Unitalsi e quella scala, proprio quella, è la sorpresa graditissima di quanti fin lassù salgono spinti dalla fede. Nuova, la gradinata, completamente rifatta e donata da quella stessa impresa Colombo Guglielmo & Figli - nel frattempo è diventata la Colombo Costruzioni ma i legami con le radici acquatesi sono rimasti solidi - che lo stesso santuario edificò più di mezzo secolo prima e che con questa iniziativa ha voluto ricordare i propri ottant’anni di attività in terra lecchese. Dal 1997 la Madonna di Lourdes ad Acquate diviene ancora di più centro di attrazione e di irradiazione mariana con la processione che raggiunge il Santuario da tutte le parrocchie della città. Iniziata nell’anno della missione cittadina, si ripete annualmente nel mese di maggio. Si parte da tre punti diversi accendendo le candele che uniscono il guizzare delle loro fiammelle al calore della partecipazione delle anime. È sempre una grande folla, fanciulli, giovani, adulti, anziani, che sale pregando, con le candele in mano, unita alla Chiesa che celebra la Madre di Dio. Si sente, nella vibrante, commovente manifestazione, quanto è viva la religiosità della nostra gente. La stessa raccontata da Uberto Pozzoli su All’ombra del Resegone dell’ottobre 1929. Sotto il titolo Manifestazione lourdiana ad Acquate vi si racconta quanto accaduto il 22 settembre 1929.

pacata del pallido sole fosse il commento migliore alle sofferenze della turba raccolta dalla voce del miracolo a chiedere altri miracoli; sembrava che in quella luce si fondesse senza contrasto l’altra luce della fede e della speranza, che illuminava ogni volto. Quest’anno, invece, il lago e i monti tripudiavano nella serenità più lieta, e v’era nell’aria come un canto di festa, che soffocava la sommessa preghiera della folla dolorante, e riempiva il cuore di grande tristezza. Poiché non v’è cosa più triste di un raggio di sole o di un lembo azzurro di purissimo cielo riflessi nella morta pupilla di un cieco; e niente v’è che più addolori del vedere un corpo consunto dal male trionfare nell’aureola che il nostro cielo, quando è bello, dà a tutte le cose. Ma i cinquecento ammalati che hanno formato sulla piazza del paese manzoniano - troppo angusta per tanto male - come una grande corona di umane miserie, non si sono forse accorti del contrasto, ché avevano l’anima colma di preghiera e di speranza, e si erano quasi estraniati, benché ne fossero stretti da ogni parte, dalla folla curiosa che tentava soverchiare, col brusio molesto di tutte le folle curiose, le invocazioni ardenti che salivano a dire Lassù, dove tutto si può, il desiderio di tanti cuori straziati. Quando il corpo non ha saputo opporsi al male, quando la scienza degli uomini ha confessata la sua impotenza, quando la vita sta per soccombere nel duello tremendo con la morte, un grido di ribellione si leva dall’anima: ribellione alla materia, che è anelito di cielo, che è distacco da tutte le cose terrene, che è la fine di ogni umana paura. E allora, anche se non si è pregato mai, si ha la forza di piegare le ginocchia davanti ad un’immensa folla curiosa e di gridare ad alta voce, con l’occhio luccicante perduto in uno sguardo d’amore all’Ostia divina: “O Signore, se tu vuoi, puoi guarirmi. O Signore, sia fatta la tua volontà. O Maria, salute degli infermi, pregate per noi”. Ed è così che il Signore sospende talvolta le leggi della natura e dà all’uomo il miracolo.

❊❊❊ Troppo sole, troppo azzurro hanno incorniciato ad Acquate la solenne manifestazione lourdiana. L’anno scorso la giornata era grigia, soffusa della mestizia che le veniva dal velo teso da monte a monte; e sembrava che la luce

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Il prevosto di Lecco mons. Giovanni Borsieri benedice la nuova chiesa e la folla il 23 settembre 1934. Sotto, il prevosto di Lecco mons. Ferruccio Dugnani distribuisce la comunione il 10 settembre 1978, cinquantesimo dell’Unitalsi e della festa lourdiana. Nelle pagine seguenti, la benedizione della Grotta nel 1908.


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anni, sordomuta: un angioletto bruno, che tutto sembrava voler dire con gli occhi irrequieti. Quando il Signore passò, ella non potè, come gli altri, chiedere sottovoce la grazia: un breve suono, lieve come un soffio, fu tutta la sua preghiera. C’erano infermi dal corpo disfatto, coricati su lettucci improvvisati: una gran fiamma accese il loro viso quando il sacerdote levò su di essi il Santissimo. C’era un cieco: un giovane aitante, che rivelava il suo male con l’immobilità del volto quasi proteso costantemente a cercare, per portare fin nel cuore, attraverso vie misteriose, la luce che i suoi occhi cerchiati di sangue hanno da tanti anni perduta. Sorrise, quando capì che il Signore l’aveva benedetto: tracciò lentamente un segno di croce; e le sue palpebre ebbero una improvvisa vibrazione di speranza, che si sciolse in un nuovo sorriso di rassegnazione. Lì accanto un bimbo malato piangeva: il cieco cercò con la mano malferma la testolina ricciuta, e l’accarezzò, come volesse, così, infondere al piccolo infermo un po’ della sua pace, lenirgli un po’ il dolore.

IL MARTELLAR DI UNA BREVE PREGHIERA… Queste manifestazioni, per le quali è stata forgiata una barbara parola - lourdiane - nascono dal desiderio dei pellegrini reduci da Lourdes di rivivere nelle loro terre, e di farle vivere a chi fino a Lourdes non è ancora giunto, le sovrumane impressioni della città della Vergine. Impresa ardua, d’accordo: poiché l’uomo non può ripetere un atto della divina volontà, non può in ogni paese creare l’atmosfera celestiale che il Signore ha voluto intorno alla Grotta destinata a cantare la gloria della Madre sua: ma è certo che tali manifestazioni, indette in città e paesi favoriti dalla Grazia, assumono carattere di feste della riconoscenza, alle quali il popolo, che ha visto qualcuno dei suoi figli tornare guarito, partecipa con entusiasmo; e se ben lontane restano - per ambiente e per imponenza - dalle funzioni di Lourdes, lasciano però in chi vi partecipa il desiderio vivo di pellegrinare a quella terra benedetta per tuffarsi nel divino mare della Grazia. Quando poi, come ad Acquate, la devozione dell’Immacolata conta decenni di fervore nel popolo - che ha eletto la bianca Vergine dei Pirenei a Signora del paese - ed è irrobustita una testimonianza vivente del miracolo, la manifestazione lourdiana può raggiungere l’importanza che appunto quest’anno ha avuto. Oltre cinquecento ammalati, venuti da vicini e da lontani paesi, sull’umile carretta brianzola o sulla moderna autolettiga, tutti accesi di speranza; migliaia di persone, che han fusi il loro augurio e la loro preghiera coi voti degli infermi: e, su tutto, il martellar continuo della breve e sublime preghiera mariale, erompente di quando in quando nell’invocazione altissima ripetuta con accenti di viva implorazione da tutta una folla elevata a colloquio con l’Altissimo. Infine la benedizione: il Signore, fatto piccolo per miracolo d’amore, che si leva come a segnare sulla fronte e sul corpo di ogni infermo il simbolo che è ricordo di divino dolore e insieme infallibile promessa di vita. C’era tra gli ammalati una bimba di tre

INCREDIBILE, MA VERO Anima delle manifestazioni lourdiane sono specialmente coloro che hanno seguito a Lourdes, come brancardiers o come infermiere, i treni dell’Unital (Unione nazionale trasporto ammalati a Lourdes). Anzi, le stesse manifestazioni danno motivo a cordiali riunioni di brancardiers e di infermiere di diverse zone, che servono a tener vivo lo spirito, diciamo così, lourdiano, e a stringere tra questi volontari dell’Immacolata quei nodi che davanti alla Grotta benedetta han fatto di essi un piccolo esercito, o meglio una buona famiglia votata al servizio degli infermi sulle strade luminose che conducono alla città del miracolo. Così ad Acquate erano rappresentate la sezione di Monza, quella di Bergamo, e le zone di Missaglia, Oggiono e Besana. Gente, questa, che tutti gli anni consacra otto giorni all’ufficio pietoso che si è assunto, e vi spende per sovrappiù quasi un migliaio di lire. Tutti gli anni, sicuro: perché è oramai pa-

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La festa lourdiana celebrata il 22 settembre 1929 e, sotto, la processione per l’apertura del Santuario il 24 settembre 1934.


cifico che chi va a Lourdes con un treno ammalati torna a casa col proposito fermo di rifare il viaggio l’anno seguente, e poi l’altr’anno ancora, e poi ancora, finchè si posson pagare le spese. Incredibile, ma vero. Incredibile perché, dopotutto, non si tratta di un viaggio di piacere: i brancardiers e le infermiere devono affannarsi, per una settimana, nei servizi anche più umili, attorno ad ammalati spesso afflitti da mali ripugnanti: ascoltarne ogni desiderio, portarli dal treno all’Asile, dall’Asile alla piscina, dalla piscina alla Grotta, dalla Grotta alla spianata, tutto il giorno, da mattina a sera; e poi, qualche volta, di notte, la veglia in un padiglione dell’Asile! Eppure è vero: questi giovani vanno a Lourdes come ad una festa; basta ascoltare quel che raccontano i brancardiers, basta sentire una volta con quanta convinzione si dicono arrivederci per l’anno dopo, basta por mente all’entusiasmo col quale si danno a convincere gli altri della santità, della bellezza della loro impresa. Una ragione di questo fervore, di questa abnegazione c’è, ed è chiara: i brancardiers e le infermiere, a differenza degli altri pellegrini, hanno vissuto, ogni volta che si sono recati a Lourdes, a contatto diretto col miracolo. Qualcuno portava il graziato sulle braccia, proprio nell’istante in cui ha gridato la sua guarigione; qualche altro ha seguito ora per ora il lavorio della divina potenza su di una vita perduta; altri ancora hanno visto, nella carrozzella da essi trascinata, un viso cereo farsi improvvisamente roseo, ed ha sentito una voce soffocata dalla commozione levarsi a benedire il Signore, ed han pianto dinanzi al miracolo compiutosi sotto i loro occhi. È per questo che una dolce e maliosa catena li lega alla Grotta lontana; ed è per questo che ogni anno, ai primi di agosto, quando i lunghi convogli del dolore lasciano la verde terra lombarda per portare nella città della Vergine il loro carico di sofferenze e di implorazioni, i giovani brancardiers e le bian-

che sorelle degli infermi sono al loro posto, ad assistere, a consolare, ad infondere fiducia. UNA PACIFICA RIVINCITA A Lourdes i brancardiers e le infermiere dimenticano se stessi per vivere della vita dei loro malati, in un’atmosfera di dolore, di invocazioni, di speranze, di grazie. Hanno il Rosario attorcigliato ad una mano, l’Ave Maria sul labbro, una grande pietà ed una lieta certezza nel cuore: la Madonna può fare tutto. E sanno compiere in silenzio, quando nessuno li vede, atti da eroi. Non è eroismo il chinarsi a lambire piaghe che ogni uomo fugge? Non è eroismo chiedere come segnalato favore di portare sulle braccia un corpo ricettacolo di terribili mali? Non è eroismo il faticoso lavoro alle piscine a contatto, per ore ed ore, con tutte le malattie che possono travagliare un corpo d’uomo? Soltanto quando i padiglioni dell’Asile sono avvolti nelle tenebre e nel silenzio questi uomini, questi giovani - se non tocca loro il turno di veglia - si concedono un po’ di riposo. Tornano essi, allora, i giocondi ambrosiani di tutto l’anno: e, all’albergo, per la cena, ridono volentieri, rumorosi come sempre, alle prese col vocabolario, coi camerieri, col cuoco: anche col cuoco. Gli intingoli della cucina francese, si sa, non sono fatti per gli stomachi lombardi; per questi ci vuole eccellente risotto. A Lourdes i brancardiers a riposo si sono fatti quest’anno maestri di cucina ad un cuoco francese: per il risotto alla milanese ci vuole tanto di riso, tanto di brodo, tanto di zafferano, tanto di cipolle… O come le chiamate le cipolle voi?... Ma sì, le cipolle, le cipolle ci vogliono? Non capite?! Possibile che con voi non ci si possa intendere senza il manuale di conversazione? Una sera qualcuno fu punto da un nostalgico pensiero: e se mangiassimo la polenta? Il cuoco capisce - intelligente quel cuoco! - perché anche in francese la polenta è polenta,

Il Santuario di Lourdes svetta sulle case del vecchio nucleo di Acquate.

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cibo internazionale: tutto sta ad intenderci sulla farina e sulla… lavorazione. Dateci un po’ di farina che al resto, dicono i brancardiers, penseremo noi. Il cuoco porta la farina, pallida farina di mais, accolto da un grido di protesta: “Ma quel cuoco è matto da legare: maledett demoni, el voeur famm mangià i granéj!”. Ad Acquate i brancardiers hanno trovato gradita sorpresa dei colleghi di qui - una meravigliosa polenta sormontata da un volo d’uccelli; ed a sera, prima di lasciare il paese, si sono raccolti a cordiale convito, han rievocato scene e ricordi di Lourdes, han fatto progetti per l’anno venturo, e si sono presa una pacifica rivincita sul cuoco francese.

radunato mille persone, che si sono prostrate dinnanzi al candore dell’Ostia e dell’Immacolata. Più tardi, nella parrocchiale, al Vangelo della Messa in canto, don Paolo Locatelli, segretario della sezione bergamasca dell’Unital, ha narrato le meraviglie di Lourdes. Nel pomeriggio le giovani del circolo femminile han portato alla grotta tutti i loro fiori; lassù don Locatelli ha commentato i misteri di gloria del Rosario; poi la processione Eucaristica è scesa fino alla piazza gremita di malati e di popolo. Dopo la commovente benedizione degli infermi - recava il SS.mo il parroco don Giovanni Piatti - il prevosto di Oggiono, prof. don Gottifredi, venuto con molti dei suoi, ha illustrato con forbita parola l’alto significato della funzione. A sera un imponentissimo corteo è salito alla grotta recando fiaccole accese: mille e mille fiamme e il canto possente dell’Ave Maria han detto nella notte fonda l’amore di un popolo all’Immacolata. Durante la funzione della benedizione dei malati ha prestato lodevole servizio la “Croce Verde” di Lecco, che aveva provveduto, con le sue autolettighe, al trasporto degli infermi più gravi. L’assistenza è stata offerta dalle infermiere e dai brancardiers dell’Unital. C’erano tra questi il sig. Pietro Bianchetti, presidente della sezione lombarda, il prof. Corno, il cav. Morerio e Citterio di Monza, Cattaneo di Oggiono, e altri. Erano presenti anche tre miracolati: la giovane Barbara Manzoni, il piccolo Ezio Castagna, e la miracolata di quest’anno: Maria Corti di Oggiono. Naturalmente, la giovane è stata circondata dall’attenzione della folla, che ha voluto sentirla raccontare “come ha fatto a guarire”. La Corti, che ora ha il viso sempre illuminato dal sorriso, ha accontentato tutti, e quando una amica prendendole una mano le ha detto: “Oh, che pora Maria!” ella ha risposto subito, quasi protestando: “Ma adess soo ’na sciura”. Signora: ricca di salute e di grazia divina.

“ADESS SOO ’NA SCIURA” Ogni giorno si allunga l’elenco di coloro che l’anno venturo seguiranno da qui i treni dell’Unital. Nel 1928 partirono un sacerdote - don Giulio Spreafico - e i due brancardiers Francesco Milani e Alessandro Turba. Quest’anno il comitato di zona, che risiede ad Acquate ed è diretto dallo stesso don Spreafico, ha raccolti e condotti a Lourdes sei brancardiers, quindici infermieri e trentaquattro ammalati. Le previsioni per l’anno venturo raddoppiano addirittura questi numeri. Certamente occorreranno tante braccia, tante buone volontà, tanto amore cristiano, perché possano essere accettati tutti gli infermi che insistono nella domanda di inscrizione: occorreranno molti brancandiers e molte infermiere. Un gruppo di operai ha già cominciato a quotarsi settimanalmente, per trovar pronto ad agosto il gruzzolo che permetterà il viaggio: esempio a coloro che potrebbero, con minor sacrificio, gustare le gioie della carità cristiana esercitata in nome della Vergine. Chi sa che la giornata lourdiana non abbia acceso altri desideri? La giornata di Acquate si è iniziata alla grotta, che dalle falde del Resegone domina il paese e il territorio. La Comunione generale ha

Nella pagina a fronte il Santuario della Madonna di Lourdes ad Acquate; nella successiva, la chiesa di Falghera.

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CHIESA DI SAN FRANCESCO IN FALGHERA

Nel 1605 tutti gli uomini di Falghera, “ispirati dal sig. Iddio e dallo Spirito Santo”, stabiliscono di edificare l’oratorio o chiesa “sotto il titolo vocabolo e nome del Serafico Sancto Francesco, nel quale si habbi a celebrare Messa conforme al Instituto della Sancta Chiesa Cattolica Romana, a honore del Signor Iddio, della Beata Vergine Maria e del Sancto Francesco”. Il 2 luglio dello stesso anno, gli uomini del luogo invitano il parroco di Acquate, don Ambrogio Pozzi, a mettere la prima pietra “nel fondamento della Cappella del detto Oratorio quale è incominciato in una selva di Antonio Pozzo et fratelli, filioli del qm Bernardo, vicino alla strada che va in Malnago”, in località denominata il Calvario. Affinché la fabbrica proceda bene stabiliscono pure di eleggere gli amministratori i quali dovevano attendere ad essa, tenere conto delle elemosine date per spendere in detta impresa e rendere conto dei soldi spesi ai loro successori che di volta in volta sarebbero stati eletti. Gli amministratori, fino al 1733, furono eletti dagli uomini di Falghera, successivamente furono nominati dal parroco di Acquate. Le elezioni venivano fatte alla presenza del popolo nella chiesa parrocchiale o nella piazza di Falghera. I primi officiali (ossia amministratori) furono eletti nella chiesa parrocchiale di Acquate alla presenza del parroco Ambrogio Pozzi. Erano Pellegrino da Pozzo e Ambrogio Pozzo, sindaci; Antonio da Pozzo qm Bernardo, tesoriere; Ludovico da Pozzo qm Bernardo, cancelliere; Giuseppe Bolis qm Francesco,

priore; tutti abitanti in Falghera. Questi però, il 7 agosto 1605, furono sostituiti con altri nuovamente eletti dagli uomini di Falghera. Dopo la posa della prima pietra e per tutto il primo trentennio del XVII secolo, per ragioni sconosciute - ma è facile pensare all’invasione dei lanzichenecchi e alla successiva pestilenza che travagliarono il nostro territorio, nonché alla mancanza di fondi - i lavori della fabbrica procedettero molto a rilento. Un certo risveglio delle opere si ebbe dopo il 1633, probabilmente in seguito a nuove acquisizioni di fondi. Infatti fra elemosine, lasciti e legati, fatti in quel periodo a favore dell’oratorio, si registrano la cospicua donazione di 1200 lire imperiali fatta da Beltramo Pozzi nel 1630 e quella fatta da Ambrogio Manzone di Malnago, nel 1634, il quale lasciò al detto oratorio la selva detta il Brughiero che messa all’incanto venne acquistata da tale Francesco Gattinoni da Malnago, detto il Governo, al prezzo di 63 lire imperiali. Dal 1633 al 1647, compatibilmente con i mezzi di allora, le opere procedettero alacremente perché in quel periodo si registrano diverse spese per operai (muratori, manovali, fabbri) e per materiale edile (mattoni e legname). La calchera (fornace) per fabbricare la calce occorrente all’opera venne attivata nel 1633 nella località detta il Selvetto, i sassi si cavavano nella selva detta la Rossa e la sabbia in località detta Sabbionera, tutte in territorio di Falghera. Parte della calce veniva fornita gratuitamente anche dagli abitanti di Versasio. Nel 1641 la costruzione era praticamente

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arrivata al tetto ma le opere erano ancora lontane dall’essere completate. Infatti è soltanto nel 1647 che i nuovi amministratori, appena eletti, si impegnano “a compire alla perfettione del tetto et fabbrica et provvedere de paramenti per la celebrazione della Messa”. Nel 1646 il notaio Domino Jo Paulo Marchesino de Ayroldis d’Acquate aveva donato all’oratorio di Falghera il quadro di San Francesco con le stigmate. Nel 1648 l’opera può dirsi sostanzialmente compiuta e nell’ottobre di quell’anno, in occasione della festa di San Francesco, si celebra la prima messa. L’anno seguente si incomincia a parlare della campana e per acquistarla si spendono 96 lire e 18 soldi imperiali. Dal 1648 in poi la festa di San Francesco si celebra annualmente. La messa, sempre cantata, veniva celebrata dal parroco di Acquate al quale per la cera, le ostie e i paramenti si pagavano 3 lire imperiali. Nel 1676 Giovanni Gattinoni di Malnago, detto il Governo, con testamento rogato da Barone Cattaneo da Cavalesino lasciò all’oratorio di Falghera 1000 lire imperiali, con l’obbligo di celebrare dal ricavo tante messe annuali da morto. Nel 1677, su commissione degli amministratori, Antonio Manzone da Cabadone costruisce l’incona del quadro di San Francesco (cioè le colonne e il frontone della pala d’altare, ora rimossi). Nel 1683 le opere continuano perché nel mese di maggio tale Gioanina Locadela di Versasio, con Rocho et Antoni suoi filioli consegna alla chiesa di Falghera centenara II de calcina. Nel 1685, nei decreti emanati dal cardinale di Milano Filippo Visconti, in occasione della visita pastorale effettuata ad Acquate, a proposito della chiesa di Falghera si legge: “La sua struttura è incominciata ma non finita. Venne edificata a spese del popolo secondo il disegno approvato nella Cancelleria Arcivescovile, lunga braza 32, larga braza 18. Ha un solo altare, una campana e quattro finestre da ogni parte. I cancelli chiudono il coro. Manca di sacristia e poiché la chiesa è senza tetto si proibisce di celebrare finchè non si è coperta e il

pavimento compiuto”. La gente di Falghera si rimette al lavoro con nuovo impegno e finalmente nel 1688, come si legge in un inventario degli oratori della cura di Acquate, redatto dal parroco Giuseppe Tartari, l’opera è compiuta. Nello stesso anno, con istrumento 11 febbraio rogato dal sacerdote Tommaso Buzzo, attuario della Curia arcivescovile di Milano, viene eretto anche il beneficio ecclesiastico legato a detta chiesa, sotto il titolo di Santa Maria Vergine e dei Santi Francesco e Agostino. Nel 1699 si incomincia a costruire il piccolo sagrato antistante la chiesa, come si legge nel libro cassa dell’oratorio. Il 1° settembre 1703 si costruisce l’architrave e la si fa dipingere. Il 17 novembre 1704 viene pagata la cornice del quadro di San Giovanni Battista. Nel 1721 viene rivoltato il tetto della chiesa. Nel 1728 viene chiesto (e ottenuto) il permesso per costruire il campanile con il quale sostituire i due pilastrini che reggevano la campana. Il campanile viene realizzato all’esterno della chiesa, sul lato dell’altare opposto a quello della sagrestia, con l’ingresso dirimpetto a quello della sagrestia stessa. Nel 1733 viene benedetto il nuovo oratorio di Malnago e da quel momento in poi, anche in seguito alle nuove disposizioni arcivescovili, per tutti gli oratori della parrocchia il diritto di eleggere gli amministratori spetta esclusivamente al parroco. Perciò, da allora, quelli di Falghera perdono il diritto che era loro fin dalla fondazione dell’oratorio. Nel 1764 si costruisce l’altare. In data 30 settembre, infatti, si registrano queste spese: “pagate a Marco Manzone da Moggio (Valsassina) per gradini e tabernacolo dell’altare lire 15 imp.li e per li homini a portarlo lire 1 e soldi 10 imp.li. Pagato al sig. Pietro Pagano indoratore di Castello di Lecco per pitturare ed adorare l’ancona, lire 25 e soldi 10; e più a Giò Batta Manzone di Olate per pittura ed altre vernici per la suddetta ancona lire 20, soldi 12, denari 6; e più per cibarie al suddetto lire 12, soldi 15 e denari 3 imp.li. Sulla porticina del

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tabernacolo è scolpita la figura di San Carlo. Nel 1930 il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, quando visitò l’oratorio di Falghera, fu colpito dal San Carlo scolpito sulla porticina del tabernacolo; tanto che ne fece un cenno nella sua lettera pastorale sulla Confraternita del Santissimo Sacramento emanata in occasione del primo Congresso delle Confraternite di Lombardia tenuto a Milano il 16 novembre 1930 (questa nota è del parroco don Giovanni Piatti nel liber chronicus della parrocchia). Nel 1776 si incomincia a parlare di una seconda campana e per essa, inizialmente, si spendono 20 lire imperiali. Nel 1778 il parroco Giuseppe Bordoli chiede in Curia il permesso di poter dare la benedizione col Santissimo nel giorno della festa di San Francesco. In quella supplica si legge: “Facendosi la festa di San Francesco d’Assisi nella seconda domenica di ottobre nell’oratorio di Falghera dedicato al medesimo Santo, desidera quel popolo che si dia la benedizione col SS. S.to dopo il Vespero. Standovi però il cappellano di detto oratorio alla custodia del tabernacolo per consumare alla mattina seguente le specie Sacratissime, onde non potendo queste effettuarsi senza la facoltà di V.S.Ill.ma e Rev.ma, il parroco della suddetta cura a questa fa ricorso umilmente supplicandola di concedere tal licenza che della grazia, sì esso, che quel suo popolo ne saranno sempre memori”. La facoltà venne concessa dal 1778 in avanti. A quel tempo il cappellano titolare era il sacerdote Francesco Gattinoni. Nel 1783 venne sistemata la faccenda della dotazione di ostie e vino per la messa e si convenne quanto segue: “Resta convenuto anche per norma de cappellani futuri che tutta la manutenzione delle Messe di jus patronato del Beneficio posseduto dal Rev.do Gattinoni sii a carico del Sindico ed amministratori del sudd.to Oratorio a quali restano devoluti tutti li paramenti e qualunque altra cosa esiste nell’accennato Oratorio. Coll’obbligo a medesimi di mantenerli colla riserva soltanto che il detto Rev.do Gattinoni ponga a sue proprie spese la

cera, vino e ostie. Similmente che detto Cappellano Gattinoni e Cappellani successori passi a detto Oratorio un soldo per ciascuna Messa che celebri in detto Oratorio”. Angelo Borghi, nel più volte citato Il lago di Lecco e le valli, riassume evidenziando che la chiesa di San Francesco in Falghera è una semplice costruzione dall’alta fronte a capanna con portale rifatto e finestrone, tre campate a botte irregolari, che probabilmente segnano le fasi costruttive, un presbiterio con volta a vele che è forse la prima parte edificata. L’esterno è segnato da contrafforti. Il sacratello, formato nel 1699-1702, riattato nel 1970 con la chiesa stessa, gode di un bellissimo panorama e ancora significativo è il relativo isolamento del tempietto. L’interno è ormai spoglio dei quadri secenteschi di un certo rilievo, trasferiti alla parrocchiale, mentre rimane la tipica ma alterata trave lignea del presbiterio. Nel 1800, nonostante che i tempi siano più vicini ai nostri, le notizie ci sfuggono e quelle in nostro possesso sono incomplete. Di importante va segnalato che verso il 1870, in seguito alle nuove leggi dello Stato italiano, il beneficio dell’Oratorio di Falghera venne soppresso e incamerato dallo Stato. I beni legati ad esso vennero venduti all’asta ai privati e da allora il beneficio ecclesiastico di Falghera, come quello di Versasio, di Malnago e della Concezione (Sant’Anna) in Acquate, spogliato di tutti i suoi beni, non esiste più. Quella del 1900 è storia molto vicina alla nostra, perciò talune cose sono ancora vive nella memoria dei padri e dei figli e talaltre saranno già state raccontate dai nonni ai nipoti. Perciò ricordiamo soltanto che nel 1927 furono fatte riparazioni all’oratorio di Falghera, compreso il rifacimento del tetto, per una spesa di 7 mila lire, e che nel 1931 si incominciarono i lavori di decorazione che vennero eseguiti dal pittore Ripamonti di Pescarenico con una spesa di 4 mila lire. Giova ricordare che in quello stesso anno 1931 vennero iniziati, ad Acquate, gli scavi per la costruzione del Santuario di Nostra Signora di Lourdes. Nel 1949, all’inizio

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del suo ministero in parrocchia, il parroco don Alessandro Luoni fece sistemare il malandato pavimento della chiesa di Falghera. Nel concludere questi cenni storici giova ricordare una particolare pagina di storia, quella relativa alle campane, e in particolare a quando, nel corso dell’ultima guerra mondiale, vennero requisite per essere fuse. Grazie a Dio la distruzione non avvenne e le stesse, dopo un viaggio breve ma penoso, ritornarono a squillare sul campanile della parrocchiale e su quelle degli oratori da dove erano state levate. Le notizie sono state rilevate dal liber chronicus della parrocchia. “1942, 15 settembre. Ricevuto l’annuncio della requisizione delle campane della parrocchiale, di Versasio e di Falghera. 1943, 10 maggio. È venuto il fonditore di campane sig. Ottolina di Seregno per concordare la consegna delle campane. Fu stabilito che si sarebbe ceduta la 6a e la 5a della parrocchia, le due dell’oratorio di Sant’Anna, le due di Versasio e le due di Falghera. 1943, 15 giugno. Si incomincia il grande sacrilegio di levare le campane dai rispettivi campanili. Fu levata una in Versasio, due in Falghera, due all’oratorio di Sant’Anna, la 5a e la 6a in parrocchia. Lasciate lì per più giorni. 8 luglio 1943, ore 18. Il grande delitto è compiuto! Le belle campane partivano dalla parrocchia ad stantibus et lacrimantibus omnibus!”. Le campane di Falghera erano state levate tutte e due, ma poi al momento di portarle via la più piccola fu lasciata in casa del parroco con la condizione che se l’impresario l’avesse richiesta, il parroco l’avrebbe a proprie spese fatta recapitare a Seregno ove furono portate tutte le altre.

Torniamo al liber chronicus. “1943, 29 ottobre. Per la munificenza della ditta Frigerio e Manzoni che si offerse a pagare la spesa di lire 17.000 e per la prestazione della Società SAE, alla sera, alle ore sette, le nostre belle campane rientravano in paese con grande giubilo di tutti. Si tennero però nascoste perché la tempesta non era ancora passata. Segnalo alla riconoscenza dei posteri la generosità della sunnominata ditta Frigerio e Manzoni. 13 maggio 1945. Si sono collocate le due maggiori campane sul campanile a opera della ditta Frigerio e Manzoni, gli operai della SAE hanno fatto l’operazione. 14 maggio 1945. Dopo due anni di silenzio le nostre belle campane hanno squillato ancora sulla torre con giubilo di tutti”. La campana maggiore di Falghera ha l’iscrizione Fatta per oblazione deli posesori abitanti in Folgera 1777 e le figure del Crocifisso, di Sant’Antonio da Padova, San Francesco e della Madonna Assunta. Nella parte inferiore, incise in una borchia, si leggono le tre lettere NMF che potrebbero corrispondere al marchio del fonditore. La campana minore non ha iscrizioni ma solo la data 1688 e le figure del Crocifisso e della fuga in Egitto, oltre a due altre figure indecifrabili. Nel 1970 completamento dei lavori di restauro interni ed esterni: riparazione del tetto; sistemazione sagrato e ingresso; rinnovato tutto l’interno; pavimento, pareti, piano navata alzato di cm. 70; tinteggiatura pareti; nuovo altare secondo le vigenti norme liturgiche; lavori imponenti, spesa lire 7 milioni circa. Un quarto di secolo dopo viene attuato l’ultimo intervento di restauro, che dà alla chiesa di Falghera la veste attuale.

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CHIESA DELLA BEATA VERGINE MARIA DEL ROSARIO IN MALNAGO In posizione eminente rispetto al nucleo di Malnago, sta una tipica chiesuola mariana a protezione del villaggio, iniziata circa il 1724 sopra una cappella antecedente per volontà dei fratelli Giuseppe, Giovan Battista e Antonio Manzoni del luogo, su terreno donato da Giovanni Gattinoni detto Bocchino. L’oratorio fu benedetto nel 1733, quando era già posta sull’altare la bellissima statua della Vergine in marmo di Carrara, commissionata da Giuseppe Manzoni. L’oratorio è un tipico prodotto delle campagne, a sala con soffitto piano, piccolo presbiterio quadrato, campaniletto e sacristia, facciata lineare a capanna preceduta da un sacratello rialzato e chiuso da muretto. Antonio Sibella nel 1883 affrescò la Trinità sul presbiterio e forse anche l’Immacolata Concezione della navata. A leggere queste righe che Angelo Borghi dedica all’oratorio del Rosario in Malnago nel suo Il lago di Lecco e le valli si sarebbe indotti a pensare ad una storia dell’edificio lineare e semplice quanto la stessa chiesetta. Non è però così. Già don Andrea Spreafico, che ha lasciato in un piccolo fondo custodito nell’archivio parrocchiale di Acquate, gli appunti di alcune sue ricerche, ci fa sapere che sì, l’oratorio di Malnago fu eretto su terreno donato da Giovanni Gattinoni detto Bocchino fin dal 1724 ma pare che il parroco fosse contrario a tale edificazione, come risulta in un ricorso dei frazionisti di Malnago al Papa. Nel loro ricorso al Papa, i malnaghesi si lamentano perché il parroco non vuole ammettere che l’oratorio si bene-

dica. Nello stesso ricorso, si dice anche che il detto oratorio fu visitato dal Vicario Foraneo, che trovò decente l’oratorio e la sacristia. Non esiste risposta al ricorso. Lo stesso, da Roma, viene inviato a Milano, alla Curia arcivescovile. Il Vicario Generale della Diocesi a sua volta rimanda questo memoriale al prevosto di Lecco, “per informazione”, il 7 settembre 1734. Nel frattempo era già arrivato l’ordine di benedire l’oratorio di Malnago, ordine dato dal Cardinale Benedetto Odescalchi arcivescovo di Milano al prevosto di Lecco Gio Batta Bovara il giorno 25 settembre 1733. L’oratorio di Malnago nella fondazione era intitolato alla Beata Vergine del Rosario. Lo sappiamo dalla corrispondenza intercorsa tra il parroco di Acquate, il prevosto di Lecco e la Curia di Milano, negli stessi mesi in cui il ricorso dei malnaghesi aveva preso la strada di Roma. Il 2 luglio 1733, quindi due mesi prima dell’ordinanza del Cardinale Odescalchi, il parroco Gio Battista Pagano attesta che “desiderando li abitanti di Malnago la costruzione d’un oratorio… per compiacere alle replicate istanze di quei parrocchiani e principalmente a quella di Giuseppe e Gio Batta fratelli Manzoni figli del fu Angelo… à saldamente raccomandato quest’opera a tutto il popolo di Acquate. Di più, il coadiutore Giò Francesco Gattinone avendo assistito alla morte del fu Gio Gattinone di Malnago seguita il 28 settembre 1724 attestò come il suddetto Gattinone prima di morire a titolo di legato aveva ordinato di sua bocca che si desse in una sua selva tutto il sito bisognevole per la

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costruzione del suddetto oratorio, come senza difficoltà alcuna i di lui figlioli di ciò consapevoli hanno di poi eseguito. Trova così conferma, dalla nota del parroco Pagano, che il sito in cui è fabbricato l’oratorio fu donato per tal fine dal fu Giovanni Gattinoni. Il già citato Bocchino. Il primo legato all’oratorio di Malnago è di un capitale di lire 800 imperiali lasciato dal fu Gio Batta Manzoni fu Angelo con istrumento 8 maggio 1733. Questo istrumento consente di fissare almeno due date: il 28 settembre 1724 si lasciava il posto per fabbricarlo; il 4 agosto 1729 era constructo de novo. Chiarito il tutto? Assolutamente no. Ad ingarbugliare la matassa pensa il libro manoscritto del parroco don Gian Battista Pagano, oblato, notaio apostolico e curato di San Giorgio di Acquate. A proposito di Malnago leggiamo che “tal oratorio fu terminato sino nell’anno 1724 a spese principalmente delli tre fratelli Giuseppe, Antonio e Gio Batta Manzoni qu.m Angelo di Malnago con il concorso di tutte le altre famiglie Manzoni e Gattinoni di detto luogo. Vi concorse anche la comunità con li altri membri di Acquate con vino, legnami e materiali, essendo ciò stato raccomandato dal Parroco, però il concorso fu tenue respettivamente alle contribuzioni delli di Malnago e spetialmente delli tre suddetti fratti Manzoni. Perché nell’istrumento di dotazione si riservarono li Manzoni suddetti e li altri Vicini di Malnago il jus patronato privato dell’oratorio, d’eleggere essi l’amministratore, o sia sindico dello stesso, ed altre cose contrarie alli Sinodi e Concilij, mai dalla Curia fu permessa la facoltà di benedirlo anche dopo replicato due altri istromenti rogati tutti dal sig.r Salvatore Arrigoni di Castello. La Comunità si oppose al preteso jus patronato, e il Parroco alle pretenzioni a lui pregiudiziali, sicché finalmente verso il fine di settembre 1733 fu fatta ordinatione giuridica a favore della Comunità che si concedes-

se facoltà di benedire l’oratorio senza jus patronato delli di Malnago per interim, e con libertà delle parti d’essere udite in altro giudizio. Circa il Parroco venne patente dalla Curia spedita il giorno 25 settembre 1733 di prima consegnare le chiavi dell’oratorio, e della cassetta per l’elemosina al Parroco, che l’Amministratore dovesse eleggersi dal Parroco in uno delle famiglie Manzoni e Gattinoni di Malnago in difetto delle suddette, ma che l’elezione sia fatta dal solo Curato con la riserva allo stesso di tutte le ragioni parrocchiali, sicché non fu admessa dalla Curia una sola delle pretenzioni delli di Malnago e tutti li istrumenti sono stati considerati come non fatti anche circa il tempo e modo pretesi di celebrare le Messe in detto oratorio, e però in ogni dubbio doverà il Curato pro tempora ricorrere alla patente della Curia, di cui copia si conserva nelle Scritture Parrocchiali, e nelli atti del notaro sig. Pompeo Redaelli di Lecco a cui è stata consegnata ad ogni buon fine la Patente originale con rogito di istrumento, e registro nelle abbreviature il giorno 28 maggio dell’anno 1736. Il giorno dunque 28 settembre 1733 fu fatta la benedizione dell’oratorio di Malnago dal sig. Prevosto Vicario Foraneo alla presenza di numeroso clero, popolo, e sig. notaro Salvatore Arrisone, che nel luogo e giorno suddetto rogò istrumento a favore dell’oratorio ma prima furono al parroco consegnate tutte le chiavi, ed egli sopra il limitare della chiesa alla presenza di tutti i suddetti fece venire a sé Carlo Manzone, gli consegnò una chiave dell’oratorio, e della cassetta per le limosine, lo elesse da se solo in pubblico e pacificamente in amministratore ossia sindico del nuovo oratorio obbligandolo sotto giuramento a fedele amministrazione, a rendere i conti ogni anno, anzi ogni volta sarà richiesto al curato di Acquate pro tempora, e ad ogni altro superiore ecclesiastico, e disse e fece tutt’altro a tenore della Patente della Curia ed il suddetto Carlo Man-

Il campanile della chiesa di Malnago e, nelle pagine seguenti, la chiesetta di Malnago veglia sulla località lungo i Poggi.

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zone ha ricevuto le chiavi, ha accettato l’elezione in lui fatta nel modo come sopra, ha promesso, anzi giurato di adempire tutto ciò veniva a lui imposto, e tutte queste cose sono seguite alla presenza di tutte le famiglie, e particolarmente delli uomini di Malnago, che in tal giorno fecero festa, e non seguì opposizione alcuna, anzi fu il tutto approvato. In fede, il giorno ed anno suddetto. Gian Battista Pagano oblato curato di Acquate e notaro apostolico che avverte in Malnago non esservi da tal tempo altre famiglie che Manzone e Gattinone come da libri dello stato delle anime”.

La statua della Madonna che si trova nella chiesa di Malnago è in marmo di Carrara, alta circa 80 centimetri. È una Madonna con in braccio il Bambino e nelle mani il rosario. Sul piedestallo si leggono le lettere G. e M. e P.S.D. e cioè: Giuseppe Manzoni (probabilmente il donatore della statua) per sua devozione. Nel 1971 sono stati eseguiti restauri interni alla chiesa comprendenti la sistemazione del pavimento, la tinteggiatura delle pareti escluso il soffitto; confessionale e banchi; sistemazione ex novo della sacristia dotata di impianto idrico, sistemazione armadio e suppellettili. Anche quella di Malnago viene sottoposta in anni ancora più recenti a nuovi ed accurati restauri, così come tutte le altre chiese esistenti nel territorio di Acquate. Si tratta di una precisa scelta attuata dal parroco don Angelo Grassi, sotto il quale due delle chiese già di Acquate… traslocano. Si tratta della chiesa di Sant’Egidio passata alla parrocchia di Bonacina e di quella di San Giovanni Battista a Campo de Boi passata alla parrocchia di Germanedo. La chiesetta di Malnago viene riaperta al culto domenica 10 ottobre 1993 dopo il periodo di chiusura dovuto all’ampia ristrutturazione resasi necessaria per le precarie condizioni in cui si trovavano in particolare il campanile e gli intonaci. La messa inaugurale viene celebrata da don Angelo Grassi, preceduta dal taglio del nastro sorretto da un lato dal bambino più piccolo di Malnago e dall’altro dalla persona più anziana, quasi a volere simboleggiare l’alba e il tramonto. La campana, muta da tempo, saluta la festosa cerimonia. Su di essa l’iscrizione Virgo Maria defende nos, nella fascia centrale le figure del Crocifisso con ai piedi la Madonna e San Giovanni, Sant’Antonio da Padova, San Rocco e San Luigi Gonzaga, nella fascia inferiore lo stemma del fonditore nel quale si legge Pruneri - Grosio - 1894.

Il diritto di amministrazione era riservato alla famiglia Manzoni di Malnago, come quella che più d’ogni altra si era distinta nel favorire l’erezione di questo oratorio. Oratorio che, oltre quello appena citato del 1733, fu dotato di parecchi altri lasciti. Con la legge di soppressione del 1867 i beni dell’oratorio furono svincolati dai patroni Gattinoni Giovanni Antonio fu Giacomo e Manzoni Francesco fu Serafino insieme con un mutuo al Comune di Acquate ed un credito verso tale Riva Casimiro per la somma stimata di lire 2421,70 più il mutuo di lire 436,42, più un credito di lire 1000 per un totale di lire 3858,12. Fu pagata al Governo la tassa di rivendicazione di lire 248,79 (il 22%). Il patrono Manzoni Francesco cedette poi i suoi diritti al compatrono Gattinoni per lire 150. Il 30 settembre 1883 Giovanni Gattinoni cedeva tutti i beni dell’oratorio di Malnago a Gattinoni Giacomo fu Giuseppe per lire 2000. I beni dell’oratorio furono poi amministrati da questo Giacomo Gattinoni, finché l’8 ottobre 1912 durante la visita pastorale del Cardinal Ferrari ad Acquate ottenne di essere padrone di detti beni mediante lo sborso di lire 4000, depositate in Curia a Milano il 2 dicembre 1912.

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CHIESA DELLA BEATA VERGINE ASSUNTA IN VERSASIO

Dall’alto della sua posizione panoramica la chiesa della Beata Vergine Assunta di Versasio guarda da secoli Lecco e il lago. È un piccolo edificio costituito da un ambiente rettangolare terminante in un’abside ribassata e affiancato da una sagrestia e da un campanile. Un bel portale di pietra scolpita, che mostra la data 1697, conduce all’interno. Della storia della piccola chiesa non si sa molto. Non è possibile, almeno per ora, stabilire con sicurezza il periodo in cui fu costruita. Sappiamo però che esisteva ai tempi di San Carlo Borromeo, perché compare nei documenti relativi alle visite pastorali effettuate nel territorio di Lecco dal Borromeo stesso o da suoi incaricati. Le descrizioni dell’edificio non sono particolarmente dettagliate ma, associate e confrontate con quelle che ci fornisce la visita compiuta dal cardinale Federico Borromeo nel 1608, possiamo farcene un’idea. Ne deduciamo anche che, nel periodo intercorso tra le visite dell’epoca di Carlo e di Federico Borromeo, non dovettero verificarsi grandi trasformazioni. La chiesa era, anche allora, a una sola navata, con un’abside dipinta e coperta da volta a botte; c’era una sagrestia di cui manca la descrizione; non c’era il campanile ma sulla facciata era collocata, su due colonnine, una campana; una finestra rotonda si apriva al di sopra della porta principale. Ma ecco il testo della descrizione, negli Atti della visita pastorale del Cardinale Federico Borromeo, dell’“Oratorio dell’Assunzione della B.V. Maria in Versasio entro i confini di Ac-

quate”. Questo oratorio ha un solo altare non consacrato, il quale non è costruito secondo la forma prescritta. Manca di mensa di legno e di pietra sacra. La sua predella, decente, dista dalla parete posteriore due cubiti, dai cancelli invece quattro cubiti. Questo stesso altare è dotato di una croce, di due candelieri d’ottone, di due piccole statue rappresentanti angeli, ornate in oro, poste su due gradini di legno, di tre tovaglie e di un palio. Non ha capocielo, ma al suo posto c’è la volta che copre tutto l’altare e gli è così vicina che può essere facilmente e comodamente pulita. Manca la regolare finestrella nella parete per gli orcioli. La cappella è a volta e ha forma quadrata; in parte è solo imbiancata, in parte è adorna di sacre pitture; vi si ascende per due gradini di pietra. È recinta da cancelli di legno. Vi è inoltre una finestra dal lato dell’Epistola, munita di inferriata. Il suo pavimento è fatto in calcestruzzo. I laici entrano nel recinto dell’altare per ascoltare la messa. A questo altare si celebra qualche volta per amministrare il santissimo sacramento dell’Eucaristia. Gli Atti della visita del 1608 ci informano anche dei legati annessi a questo oratorio e di alcuni oneri di anniversari, fornendone il relativo elenco. Primo. Un legato di alquante messe e alquanti divini offici, da celebrarsi a giudizio degli infrascritti Gattinoni, apposto al testamento del fu Giacomo Gattinoni, figlio del fu Giovanni Maria, ricevuto da Giovanni Antonio Airoldi, notaio in Milano, il 27 aprile 1560; il

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testatore ha lasciato ai sopraddetti Gattinoni per questa celebrazione un pezzo di terra. Questo legato - informano gli Atti del 1608 devono osservare e assolvere gli eredi del soprascritto Gattinoni. Secondo. Un legato di alquante messe da celebrarsi a giudizio dei Vicini della località di Versasio; inoltre delle messe della Beata Vergine Maria e di San Gregorio da celebrarsi una volta sola, legato aggiunto al testamento fatto dalla fu Giovanna Gattinoni di Versasio, ricevuto da Antonio Airoldi, notaio in Milano, l’11 dicembre 1579; per l’adempimento di questo legato essa ha lasciato ai Vicini di Versasio un pezzo di terreno a selva. Questo legato devono quindi osservare e assolvere i Vicini di Versasio. Terzo. Un legato di una messa da celebrarsi ogni anno in ciascun mese, apposto al testamento di Biagio Gattinoni di Versasio, ricevuto dal fu Giacomino Airoldi, notaio in Milano, il 14 ottobre 1537; per questa celebrazione lasciò un terreno a prato e a selva. Gli stessi Atti della visita del 1608 aggiungono poi altri particolari descrittivi dell’oratorio di Versasio. Sappiamo così che è rivolto a oriente, risulta di unica navata, il pavimento è in calcestruzzo e vi si ascende con unico gradino, le pareti sono intonacate e imbiancate; che ha una porta sulla facciata e un’altra sul lato settentrionale; che sopra la porta principale non si vede alcuna immagine della Beata Vergine Maria alla quale l’Oratorio è dedicato; che sulla facciata si nota una finestra rotonda. Nell’oratorio c’era un confessionale in tavole di pioppo, costruito non secondo le norme, ma non c’era la pila per l’acqua santa. Sulla facciata era collocata, su due colonnine, una piccola campana. Grossi cambiamenti si dovettero verificare invece alla fine del XVII secolo, quando vennero sopraelevati i muri, rifatta l’abside e costruito il campanile. Tale notizia è riportata in una relazione tecnico illustrativa del 1993, re-

lativa agli interventi di restauro e manutenzione dell’edificio che sono stati eseguiti in quegli anni. In via del tutto ipotetica, la data 1697 che si legge sul portale potrebbe essere riferita a questi lavori di rifacimento e anche la finestra, attualmente rettangolare, potrebbe essere stata modificata in questa occasione. Quanto all’attuale sagrestia, la già citata Relazione riferisce che sarebbe posteriore all’abside, senza però fornire ulteriori precisazioni cronologiche. Risulta perciò difficile, in mancanza di riferimenti precisi, avanzare qualunque ipotesi. Sul campanile sono collocate due campane. La maggiore presenta l’iscrizione Sub umbra alarum tuarum protege nos (Proteggici sotto l’ombra delle tue ali), nella fascia centrale le figure di Santa Caterina d’Alessandria, del Redentore, di San Giovanni evangelista e della Madonna Immacolata, nella fascia inferiore, assieme ad alcuni fregi, il Sacro Cuore di Gesù, il Sacro Cuore di Maria, lo stemma del fonditore in cui si legge Opus Pruneri, 1871. All’interno, dipinto grossolanamente, si legge ancora il numero 2338 assegnato quando fu requisita in tempo di guerra, nel mese di luglio 1943. Sulla seconda campana si legge l’iscrizione Miraculum sentio agnosco misterium seguita dalla data 1704. Nella fascia centrale le figure del Santo Crocifisso, di Sant’Ambrogio, di una Santa Martire non identificata, di due figure di Santi con sottoscritto unde venit auxilium. Nella fascia inferiore il fregio del fonditore, alquanto elaborato. Delle “cose sacre” della chiesa, ovvero le suppellettili, gli arredi e le opere d’arte, le fonti archivistiche forniscono talvolta elenchi o brevi descrizioni: la visita pastorale del 1569, effettuata da incaricati di San Carlo Borromeo, presenta un inventario, essenziale ma prezioso, degli oggetti conservati nella chiesa; quella del 1608 di Federico Borromeo ci descrive l’altare con tutti gli arredi e annuncia l’inventario di tutte le suppellettili, che poi sfortunatamente

Una storica immagine della chiesa di Versasio e, nelle pagine successive, la chiesa di Versasio nel bel mezzo di prati e filari di uva.

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nel documento è omesso. Gli elenchi inoltre e il discorso è valido per tutte le visite pastorali - si limitano a indicare gli oggetti ma non li descrivono, se non raramente. Identificare perciò un pezzo risulta particolarmente difficile e, per serietà scientifica, sembra più corretto formulare delle ipotesi piuttosto che considerare sicuro il suo riconoscimento. Anche per il crocifisso ligneo della chiesa, le fonti archivistiche possono fornire alcune notizie che devono tuttavia essere considerate con il dovuto margine di incertezza: la già citata visita pastorale del 1569 elenca nell’Inventario de le cose sacre di S. Maria di Versasio “uno crucifixo”; le visite del cardinale Giuseppe Pozzobonelli del 1746 e dell’arcivescovo Filippo Visconti del 1794 parlano di un crocifisso velato collocato sull’arco trionfale della chiesa. Come si nota, si tratta di dati troppo incerti per proporre l’identificazione con il crocifisso in questione, anche se la sua collocazione sull’arco trionfale della chiesa potrebbe essere molto suggestiva in questo senso. Di un fatto però si ha la certezza: della sua antichità e della sua buona qualità artistica. Lo provano i numerosi confronti compiuti sia con materiale pittorico che scultoreo e lo provano le poche fotografie che ne documentano l’esistenza. Le fotografie sono recenti: risalgono infatti ai restauri della chiesa che sono stati preceduti dalla relazione tecnico-illustrativa del 1993 di cui si è già detto. In occasione di questi interventi, il crocifisso venne smontato dall’arco trionfale, fotografato e restaurato. A lavori ultimati, nel 1996, vi venne riposizionato. È andato distrutto nell’atto vandalico dell’aprile 1999. Cita il crocifisso anche Angelo Borghi che in Il lago di Lecco e le valli così descrive la chiesa dell’Assunta: “Punto di riferimento sopra un piccolo promontorio, la chiesetta precede le vecchie case di Versasio e quasi fronteggia il piccolo gruppo di fabbricati in rovina denominati Zucco. Dal piccolo sacrato recintato si alza la chiesetta in semplici forme del barocco locale, in due campate a volta a botte (ripresa in un restauro del 1762), campanile e una

facciata in parte a vento decorata da un ricco portale lavorato datato 1697; di quel periodo sono la balaustra in molera e del pieno Seicento la buona statua della Vergine. Il presbiterio a botte rappresenta invece il resto dell’edificio più antico, decorato di frammenti di affreschi cinquecenteschi, che seguono moduli arcaici, raffigurando il Pantocratore, angeli e santi. Riposto è l’ugualmente antico Crocifisso in cartapesta. Per quanto citata solo nel 1537, la chiesa ebbe forse origine nel primo Quattrocento, come indicherebbero l’arco trionfale e una finestra a meridione nel presbiterio”. Nella primavera del 1995 inizia il restauro dell’antica chiesetta di Versasio. Solitaria sul verde pendio che spalanca lo sguardo su Lecco, il lago e i monti, miracolosamente scampata alla frana che nel settembre 1882 cancellò Versasio provocando sei morti. Alla realizzazione del progetto di restauro, preparato dagli architetti Giorgio Melesi e Massimo Brambilla, lavorano gli allievi dell’Espe, l’Ente scuola professionale edile. La prima fase vede la sistemazione di facciata, pareti, sagrato e campanile. La seconda dell’interno della chiesetta. E non mancano le sorprese. Dopo due anni di lavoro, la chiesetta viene restituita al culto domenica 13 ottobre 1996. Non solo è stata consolidata tutta la struttura, ma all’interno sono stati anche scoperti affreschi risalenti al Cinquecento. Il taglio del nastro da parte del parroco don Angelo Grassi non solo restituisce alla città un’impronta incancellabile di storia, ma ha anche portato alla luce, grazie all’opera del restauratore Ernesto Monti, frammenti di affreschi cinquecenteschi di rara bellezza. La chiesetta sarà poi al centro, anni dopo, di un drammatico episodio. Un brivido. Un orrore. Non sappiamo cosa sia potuto passare nella mente di Carlino Vitali di Versasio quella notte del 6 aprile 1999 quando, affacciandosi alla finestra, ha visto la chiesetta della Vergine Assunta in fiamme. Di sicuro conosciamo invece lo sgomento, la rabbia, il ribrezzo provato dai fedeli di Acquate

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e dell’intero Decanato di Lecco dopo l’azione dei vandali che, in una notte di aprile, hanno accatastato nella navata della chiesa panche, mobili, statue e paramenti sacri e vi hanno dato fuoco. Hanno tracciato scritte e simboli inneggianti al demonio nella tinta color del sangue, hanno divelto la statua lignea della Madonna per buttarla sul rogo sacrilego. E al suo posto, nella nicchia, hanno inciso una croce capovolta. E ancora bestemmie, citazioni latine, scritte blasfeme con lo spray rosso. Il crocifisso ligneo cinquecentesco è stato trattato come legna da ardere, assieme alle poltroncine della sacrestia, alle dodici panche, alle sedie ed al confessionale. Per terra un enorme cerchio rosso è stato tracciato sui lastroni di beola. Non sappiamo che cosa sia successo prima di quel rogo infernale, che cosa abbia mosso fino a compiere un gesto del genere. Il rogo di Versasio rappresentava il momento culminante di un’azione iniziata nella notte del 6 febbraio quando viene presa di mira la chiesa parrocchiale di Belledo e continuata sabato 6 marzo di quel 1999, quando vengono prese di mira le facciate delle chiese parrocchiali di Acquate e di Bonacina. Un mese dopo è la volta del raid nella chiesa della Madonna Assunta, a Versasio. “Un gesto che offende la sensibilità credente e civile dell’intera comunità diocesana e, in particolare, della città di Lecco”, commenta il cardinale Carlo Maria Martini. Nel verde della primavera, la navata della chiesa dell’Assunta appare come una caverna nera di carboni ancora fumanti, la volta a tutto sesto che ospitava le immagini dei santi cui si rivolge la fede popolare della gente semplice si è trasformata in un altoforno. I doppi vetri delle finestre sono esplosi per l’altissima temperatura raggiunta dall’ambiente, e solo questo ha permesso che non prendessero fuoco le travi delle capriate in legno. Ma in tutto questo inferno, la statua della Vergine non è bruciata. Solo l’indice della mano sinistra è stato spezzato mentre il basamento di angioletti e nuvole bianche, oltre il manto blu sormontato dalla veste porpora, ri-

sultano solamente anneriti. Una comunità sgomenta, una comunità che deve trovare fiducia. In quell’occasione tocca a don Angelo Grassi, il parroco, il difficile compito di consolare i parrocchiani, di essere il loro pastore in un momento incomprensibile: “Ci sarà una grande reazione di bene” pronuncia il parroco, con la commozione in gola, quel sabato 17 aprile mentre tutta la città di Lecco si ritrova sul piazzale della funivia per una fiaccolata di preghiera che si conclude nel prato di Versasio, accanto alla chiesetta, alla presenza del vicario episcopale monsignor Giuseppe Merisi, ora vescovo di Lodi. “Un’espressione di fede e di amore alla Madonna che ha voluto restare con noi”, dice don Angelo alle migliaia di presenti. Un chiaro riferimento, il suo, anche alla statua lignea della Vergine scampata al rogo sacrilego. La domenica, in tutte le parrocchie lecchesi, i fedeli pregano per la “conversione di chi ha compiuto gesti così sconsiderati” e “perché la testimonianza di ciascuno possa opporsi e vincere il male”. Quanto alla chiesetta, interamente restaurata fra il 1995 e il 1996, bisogna rifare tutto daccapo. È il cardinale arcivescovo Carlo Maria Martini, la domenica 24 giugno 2001, a riaprire la chiesa di Versasio: “Riapriamo in questo luogo splendido una chiesa che appartiene alla storia di Lecco - dice nell’occasione - e che un incomprensibile gesto di vandalismo e di profanazione ha tentato di cancellare. Ancora una volta dobbiamo affidarci a Maria. La sua effigie non è stata rovinata dal fuoco ed ha resistito al progetto di distruzione. Da quell’atto empio la pietà mariana è rifiorita grazie al parroco che ha incoraggiato la comunità a reagire in maniera giusta. I responsabili di quanto accaduto dovrebbero venire qui pentiti e pensosi a rendere omaggio e a chiedere perdono”. Papa Giovanni Paolo II, in viaggio apostolico in Ucraina, non vuole mancare alla festa inviando un telegramma nel quale esprime “vivo compiacimento per il restauro della chiesa seguito al riprovevole atto sacrilego”.

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La scultura di Angelo Casati raffigurante la Vergine delle Nevi; nelle pagine seguenti, festa di Erna con processione nell’estate 1927.


MADONNA DELLA NEVE AI PIANI D’ERNA

Il fraticello del convento de’ Cappuccini di Pescarenico addetto alla cerca aveva il suo bravo calendario e tutte l’istruzioni acconce alla bisogna nella Cronichetta da fra Bernardo d’Aquate, stato guardiano due volte, compilata proprio perché fosse lume per sapere ciò che si doveva fare e si poteva operare e praticare “per bene del Convento”. Per la provvista di latticini queste erano le istruzioni: “Si suole andar in Erna vicino alla Festa di S. Gio. Batta, ove per ordinario si impostano da que’ Bergamini due, e alle volte anche trè formaggie e per accertar meglio l’andata, sarà bene, che il Cercatore s’intendi colli Bergamini al Sabbato sul Mercato di Lecco, per sapere quando potrà andare. Quel giorno, che fanno la formaggia conducono al Convento il butirro, e la mascarpa, che fanno col med. latte, col quale fanno la formaggia, la quale poi la conducono al Convento quando è alquanto staggionata. Sarà bene che il R.P. Guad.o procuri un poco di Zafrano, per dar al Cercatore, perché alcuni Bergamini lo desiderano, per dar il giallo alla formaggia”. Il riferimento ai bergamini d’Erna nello scritto di fra Bernardo concorre a convalidare l’asserzione di Angelo Borghi, in I Piani d’Erna, che la distesa di prati fra il Pizzo e l’attacco del Resegone fu per secoli “soprattutto un’alpe, cioè un grande pascolo stagionale”; del resto, come lo stesso ricorda, la costruzione della chiesetta alla Madonna del Carmine venne promossa, all’inizio del Settecento, “a comodo de Pastori e Montanari che ne quattro mesi

estivi dimorano su quell’alpi, onde possano almeno ne giorni Festivi udire la Santa Messa”. “Oggi l’oratorio, restaurato - ricorda Dino Brivio in Montagna facile, primo dei suoi Itinerari lecchesi - è dedicato alla Vergine delle Nevi, raffigurata in una bella scultura di Angelo Casati che ha sostituito la precedente statuetta mutilata in un’azione bellica e conservata nel museo della Resistenza di Lecco; lo decora inoltre una splendida Via Crucis affrescata su laterizi dal pittore Orlando Sora”. Il nome Ospitale rimasto a un minuscolo nucleo di casolari - ricorda ancora Dino Brivio nel capitolo Piani d’Erna del citato libro degli Itinerari - nel punto più basso dei Piani, sta a testimoniare che in altri tempi doveva esserci un passaggio per Erna fra Lecco e zone montane circostanti, che faceva capo al passo del Giogo; all’Ospitale dunque i viandanti trovavano un luogo di sosta e di ristoro, qualcosa di simile al rifugio alpino attuale. Vi fu un periodo durante il quale il monte d’Erna, oltre ai bergamini con le mandrie all’alpeggio d’estate, accolse gente impegnata nella ricerca e nello sfruttamento di minerali di ferro: “Non ha molto - annotava Carlo Amoretti in Viaggio da Milano ai Tre Laghi, 1814 - che nei vicini monti sopra Acquate si sono scoperti de’ filoni di buon ferro spatico che fondesi al forno Arrigoni” (si trattava, riferisce il Borghi, del primo altoforno lecchese “in una forma mediana tra la norvegese e la bergamasca”, avviato nel 1794 a Cariggio, in quel di Rancio, dal valsassinese Giuseppe Ar-

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rigoni Socca). L’apporto delle miniere d’Erna alla metallurgia lecchese fu tuttavia modesto e di breve durata. È quindi venuta la stagione dell’escursionismo. A Erna Giovanni Pozzi dedica un itinerario nella sua Guida alle Prealpi di Lecco che è del 1883, ma incomincia subito con l’affermare che “Erna è una montagna poco bella”; aggiunge però che, “vista da Lecco quando una nube va a porsi dietro di essa e la distacca dal Resegone, o quando il sole a tramontana projetta grandi ombre che ne disegnano in modo spiccato le linee maestose, sembra un masso messo là apposta da un sapiente artista per accrescere il bello estetico del Resegone”. “Guardando Erna da Lecco - continua il Pozzi - si vede benissimo un rientramento piuttosto profondo denominato Beugia formante uno spazio a lento declivio su cui cresce rigoglioso un bosco di faggi. Alla sinistra havvi il sentiero più frequentato detto Passo della Corna, a destra si può guadagnare il piano di Erna ascendendo per un ripido calle piuttosto pericoloso che costeggia la lunga frana di ghiaja distinguibile anche da lontano. Quest’ultimo calle si può ritenere ormai abbandonato dai montanari, mentre è più favorevolmente percorso l’altro che da Costa ascende alla Bocchetta d’Erna. La vetta più alta chiamasi Pizza, e quella laterale a sinistra Palo. Alla chiesa di Erna ci si può arrivare in due ore e mezzo da Lecco passando per il Passo della Corna”. Il Pozzi dà anche qualche descrizione dei percorsi, accennando fra l’altro a un sentiero che “correndo piano ci fa attraversare stupende accidentalità del monte, sopra una delle quali si eleva in bellissima posizione la chiesa da dove si vedono giù basso spaziose baite (alpi)”; e finisce: “Non par vero che sul monte Erna, che sembra visto da Lecco nulla più d’un enorme macigno, vi si trovino poi così spaziosi pascoli e boschi tanto rigogliosi”. “Sin dal principio di questo Secolo - si legge in un documento relativo alla chiesetta di Erna, datato 1761 - fu incominciata la Fabrica d’un Oratorio publico nell’alto monte di

Erna Parochia d’Aquate Pieve di Lecco distante dalla Parochia da sei miglia, a comodo de Pastori, e Montanari, che ne quatro mesi estivi dimorano su quell’alpi, onde possano almeno nei giorni Festivi udire la Santa Messa”. “Iniziata dunque al principio del Settecento, quando l’afflusso dei malghesi era intenso, la chiesetta venne alzata a poco a poco con le offerte e il lavoro degli stessi alpigiani, presso le Case di Erna, anzi su terreno donato dal barone Giorgio Cattaneo ed adiacente alla masseria di proprietà dello stesso; - si legge nelle pagine di I Piani d’Erna del Resegone di Lecco - nel 1722 l’edificio era già tutto delineato, ma solo nel 1761 apparve completo e dunque suscettibile di essere aperto al culto”. Il 5 agosto di quell’anno Pietro Locatelli fu Carlo, Rocco Locatelli fu Giovanni, Pietro Giuseppe Invernizzi figlio del negoziante Giovan Andrea, Domenico Invernizzi fu Carlo Domenico e Carlo Antonio Invernizzi fu Pietro, tutti abitanti di Erna, deputavano don Giuseppe Valsecchi di Olate come loro procuratore presso la Curia per ottenere la facoltà di benedire l’oratorio. Di norma occorreva una congrua dote, affinché fosse assicurato il funzionamento; ma si ottenne dal comprensivo cardinale Pozzobonelli che l’importo del reddito annuo venisse ridotto a lire 15. Per esse i suddetti abitanti di Erna impegnavano rispettivamente i fondi detti Il prato d’Erna, Teggia nuova con stalla e cassina, All’Ospitale, In Ravali, Il Piazzolo della Valle. Alle famiglie era riservata l’elezione del cappellano e dell’amministratore dell’oratorio; il primo sacerdote fu lo stesso don Valsecchi. La chiesetta era costruita da poco ma ottenne rapidamente il soddisfacimento della richiesta per la concessione di indulgenze. “A tutti i fedeli cristiani che leggeranno questa lettera salute e apostolica benedizione. Per aumentare la pietà dei fedeli e per favorire con devoto amore la salvezza delle anime coi celesti tesori della Chiesa, a tutti i fedeli d’ambo i sessi, i quali, veramente pentiti, confessati e comunicati, visiteranno devotamente la Chiesa o Ora-

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ne specificava che la Domenica in cui lucrare l’Indulgenza di sette anni e sette quarantene restava fissata per la seconda di agosto, vicina alla Madonna della Neve (5 agosto). La scarsezza della dote mosse ancora il barone Giorgio Cattaneo di Mandelbergh, abitante la villa di Cavalesino e grande latifondista del territorio, a far obbligo nel 1778 al suo erede di far celebrare una “Messa pure festiva, e sino in perpetuo nell’oratorio di Erna, solo però questa nelle Feste, che correranno in tempo della dimora dei Bergamini col bestiame in quel Paese”. L’obbligo del legato passò così nelle mani dell’erede del Cattaneo, il cugino conte Giulio Fedeli che nel 1783 si obbligava ad erogare lire 130 annue per il legato nella chiesa, secondo il procedimento già usato dal Cattaneo nel 1774. Con testamento del 23 marzo 1793, il conte Fedeli lasciò alcuni beni all’Ospedale Maggiore di Milano, che mise tutto in vendita con l’obbligo per il compratore di “pagare annualmente al sagrista dell’oratorio della B. Vergine del Carmine posta sul monte d’Erna, in oggi Giovanni Manzoni, pella celebrazione delle messe festive durante la dimora dei Bergamini in que’ monti la somma di lire cento”. L’acquirente fu Gerolamo Campelli, negoziante di seta domiciliato in Maggianico. Ma l’oratorio era poco curato, anche perché solitario. Una nota dei redditi del 1803 dice che distava 4 ore di viaggio “su strada la più incomoda e quasi impraticabile” ed era tenuto in piedi dalle elemosine dei 50 e più bergamini che vi salivano d’estate. Una nota della fabbriceria nel 1829 avverte che la chiesetta va in rovina e coloro che si erano obbligati alla manutenzione non si fanno vivi. Il disinteresse continuava a tal segno che l’oratorio era “divenuto rovinoso” e ci si chiedeva se valesse la pena di restaurarlo. Il subeconomo Giovanni Gattinoni scrive nel 1847 alla fabbriceria ponendo il quesito; dato però che la messa era sempre celebrata, si sarebbe potuto “verificare chi siano e dove si trovino gli eredi e attuali possessori dei fondi… ed invitarli a prestarsi alle opere e forniture

torio pubblico di S. Maria della Neve situata sul monte di Erna nei confini della Parrocchia di Acquate pieve di Lecco della Diocesi di Milano, alla qual Chiesa e alle sue cappelle e altari sia in generale che in particolare non si trova concessa nessun’altra Indulgenza, nell’ultima Domenica del mese di luglio dai primi Vesperi fino al tramonto del sole di questo giorno e quivi rivolgeranno al Signore devote preghiere per la concordia dei Principi cristiani, l’estirpazione delle eresie e la esaltazione della santa madre Chiesa, concediamo misericordiosamente nel Signore l’Indulgenza plenaria e la remissione di tutti i loro peccati. Inoltre ai medesimi fedeli veramente pentiti, confessati e comunicati che accompagneranno la processione del Clero e del Popolo di detto luogo da farsi con licenza dell’Ordinario della Chiesa Milanese tutti gli anni in ogni seconda Domenica di qualunque mese, e nella medesima Domenica visiteranno devotamente la stessa Chiesa e quivi pregheranno come detto sopra, l’Indulgenza di sette anni e sette quarantene in una delle Domeniche di questo mese da specificare dal medesimo Ordinario: in qualunque Domenica poi delle undici di questo tempo cento giorni: dispensiamo poi nella consueta forma della Chiesa delle debite penitenze in qualunque modo ingiunte. Le presenti Indulgenze avranno valore solamente per un settennio. Vogliamo poi che, se nel passato fosse stata concessa ai fedeli che in ogni altro giorno dell’anno visiteranno la detta Chiesa o Cappella o Altare ivi esistenti qualche altra Indulgenza durata in perpetuo o per un tempo non ancora trascorso, oppure se per ammissione dell’impetrante si toglie qualche cosa anche minima alla pubblicazione della presente, o si venga meno al compimento di quanto promesso, (questa lettera) sia nulla (con le relative Indulgenze). Dato a Roma presso S. Maria Maggiore con l’anello del Pescatore il giorno 9 luglio 1744, sesto del nostro Pontificato. (Papa Clemente XIV). L’ordinario milanese nella pubblicazio-

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ad essi incombenti”. Gli eredi degli antichi costruttori della chiesetta accettarono di rinnovare il loro impegno. Il 20 settembre 1847 Carlo Invernizzi fu Andrea, Domenico Locatelli fu Pietro, domiciliati in Erna, Pietro Invernizzi fu Natale domiciliato in Barzio si obbligarono anche a nome di Rocco Locatelli fu Angelo di Erna a pagare lire 3 ciascuno, ipotecando i seguenti terreni: l’Ospitale di pertiche 500, il Prato d’Erna di pertiche 700, i Ravalli di pertiche 600, il Piazzolo della Valle di pertiche 300; inoltre fecero un donativo globale di lire 500 milanesi. Difficoltà venivano anche dalla parrocchia, che a volte non poteva soddisfare il legato per scarsità di clero. Perciò nel 1878 l’arcivescovo permise al parroco Nava di celebrare messe feriali invece che festive “e così supplire in qualche modo ai bisogni di quelle anime, che, per la distanza del luogo, potendo essere maggiore di tre ore, si credono disobbligate di venire alla Parrocchia”. Quest’ultima invece non veniva meno ai suoi impegni. Due riti particolari venivano celebrati in apertura e in chiusura della stagione dell’alpeggio estivo. Tra maggio e giugno, all’inizio della malga, veniva impartita la benedizione ai “ratti” perché rovinavano i prati rendendo difficoltoso il taglio dell’erba. Tra settembre e ottobre, a fine malga, con l’ultima messa che si celebrava in Erna il parroco di Acquate passava in ogni malga a benedire le case, le stalle, le mandrie prima che scendessero a valle.

chi, oriundo di Acquate, saliva da Cabiate ad Erna per dare la benedizione all’oratorio rinnovato. Un successivo e più radicale restauro è avvenuto nel 1966. La chiesa di Erna riflette la semplicità delle strutture locali del Settecento, visibile anche nell’oratorio di Malnago. Si tratta di una breve navata voltata a botte, sulla quale si innesta il presbiterio quadrato con volta ugualmente a botte e due vele laterali. La fronte è del tipo a capanna, con portale e finestrone; la campana è fissata su una torretta a vela, presso la sacristia. La campana non ha iscrizioni ma solo la data 1759. Nella fascia centrale ci sono le figure del Crocifisso (con la croce però divisa in due pezzi, spostati di circa un centimetro, forse per un difetto di fusione), la figura di un Santo con un fiore nella mano destra e un libro e una croce nella sinistra, la Madonna con le mani giunte, una Santa inginocchiata con una palma nella mano destra. In basso, in una borchia, si legge Opus Castelli, probabilmente il fonditore. Oggi la chiesa totalmente rinnovata mantiene ancora l’aspetto originario grazie alla cura tenuta nella sua parziale ricostruzione. Nell’interno non ci furono mai opere d’arte particolari. L’antico simulacro della Madonna, “ormai indecente”, venne sostituito nel 1902 con un altro offerto dal parroco Piatti: si tratta della stessa statuetta che patì il mitragliamento dell’ultima guerra ed ora si trova in Lecco nello spazio museale dedicato ai ricordi della Resistenza lecchese. In luogo della modestissima Madonnina, si eleva ora sul fondo del presbiterio una scultura marmorea della Madonna delle Nevi, felice sintesi della storia religiosa della montagna, dovuta alla mano dello scultore Casati; mentre un vero saggio d’arte, colore e comunicazione armoniosa, decora le bianche pareti della navata, in una Via Crucis del pittore Sora. “Rimane da augurarsi che la chiesetta di Erna ritorni dunque a fermare in quel piccolo brano di terra il sogno di una semplice pace concludono gli estensori delle pagine di I Piani d’Erna del Resegone di Lecco, Angelo Bor-

Restauri di un certo peso si ebbero nel 1926: occorreva sistemare il tetto, la sagrestia e i piccoli locali retrostanti la chiesetta e destinati all’ospizio. Tutti gli abitanti di Erna si diedero da fare e si trasformarono in muratori e imbianchini, si organizzarono feste, lotterie, vendite di canestri con il risultato che si ebbe a disposizione una somma sufficiente per fare fronte ai lavori. La chiesetta di Erna venne totalmente devastata nelle tragiche giornate dell’ottobre 1943. Il 30 giugno 1946 don Giuseppe Valsec-

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Nella primavera del 1967 il pittore Orlando Sora realizza in affresco, su formelle di cotto, la Via Crucis per la chiesetta della Madonna della Neve ai Piani d’Erna. Nel luglio dell’anno precedente c’era stata l’inaugurazione della funivia da Versasio ai Piani d’Erna della Società SPER: nella foto, da sinistra, il sindaco di Lecco Alessandro Rusconi, don Pierino Zappa, il cardinale Giovanni Colombo e don Martino Alfieri. In quello stesso giorno - 6 luglio 1966 - il cardinale Colombo inaugurava anche la chiesetta dei Piani d’Erna rimessa a nuovo dopo le devastazioni del 1943.


ghi con la collaborazione di Amanzio Aondio per la parte storica e Angelo Beretta per il piano di sviluppo - lontana dall’orrore disumano delle guerre e da quello non meno degradante dello sconvolgimento dilagante dell’equilibrio naturale”.

parve completa nel 1761, anno in cui venne aperta al culto. Fu costruita dai malghesi di Erna in un terreno donato dal barone Giorgio Cattaneo di Mandelbergh, abitante a Cavalesine (San Giovanni), grande latifondista del territorio lecchese. I patroni della chiesa erano i proprietari di Erna, ai quali spettava l’obbligo della conservazione dell’edificio. L’impegno di tenerlo in efficienza venne rinnovato dagli eredi degli antichi costruttori con istromento 20 settembre 1847. Durante il rastrellamento ivi operato dai tedeschi nell’ottobre del 1943, la chiesa subì grave devastazione all’interno. La statua della Madonna fu mitragliata ed ora si trova al Museo della Resistenza di Lecco, al quale fu donata nel 1970. Questa statua della Madonna era stata comperata il 29 aprile 1902, “essendosi la vecchia resasi indecente”. Il simulacro fu benedetto il 10 agosto 1902 dal parroco don Giovanni Piatti che si portò in Erna a cantare la messa e a benedirlo. Il 30 giugno 1946 il sacerdote Giuseppe Valsecchi, coadiutore di Cabiate ma originario di Acquate, recatosi in Erna con una compagnia di cento dei suoi ragazzi, su delega del prevosto di Lecco benedisse quell’oratorio che era stato dissacrato dai soldati nel 1943. “La chiesina di Erna - scrisse allora nel Chronicus il parroco di Acquate don Giovanni Piatti - non fu bruciata ma molto devastata. Distrutte tutte le suppellettili, non si potè più celebrare”. La chiesa infine fu rimessa a nuovo dalla Società SPER e venne inaugurata (con la funivia) dal cardinale Giovanni Colombo, arcivescovo di Milano, il 6 luglio 1966. Dieci anni prima della inaugurazione della funivia e della rinnovata chiesetta, il 22 luglio 1956 veniva inaugurata la Croce in Erna. L’avevano voluta gli Alpini del gruppo “Pizzo d’Erna” di Bonacina, che era sorto ufficialmente il 24 luglio 1954, con 30 soci. I lavori erano iniziati il 1° maggio del 1955 ed il 14 luglio del 1956 la Croce ed il suo monumento erano terminati. Nella chiesetta di Erna veniva quindi col-

C’è ancora un capitoletto al quale fare cenno. Per andare in Erna, sia a pascolare vacche, sia a cercare formaggi, sia a scavare minerali di ferro, sia a raccogliere fiori, s’era sempre dovuto usare le gambe sugli erti sentieri: come fecero, naturalmente, quegli uomini d’Acquate che nel 1609 avevano voluto piantare una croce sulla pizza d’Erna. Uberto Pozzoli così narrava il fatto in uno scritto raccolto in Frammenti di vita lecchese: “Quella croce prima fra tutte le croci salite alle vette dei nostri monti - fu portata lassù il 24 giugno, giorno della natività di San Giovanni Battista. Era allora arcivescovo di Milano il cardinale Federico Borromeo, e rettore delle chiese di Acquate don Ambrogio Pozzi, il quale, forse, invitò alla cerimonia quel suo collega in ministero, don Abbondio, che diciannove anni dopo, la sera del 7 novembre, tornando bel bello dalla passeggiata verso casa, avrebbe fatto, al confluente delle due viottole a ipsilon, quel tal brutto incontro che tutti sappiamo. La croce eretta per tener lontane le nequizie del demonio e ad onor di Dio Ottimo e Massimo, fu benedetta con grandissimo concorso di popolo e certamente col permesso dei due sindaci di Acquate: Giovanni Paolo Marchesino d’Airoldi e Giovanni Battista Tartari”. Dal 1965 un cavo d’acciaio sospeso in aria consente di farsi tirar in Erna da Versasio in pochissimi minuti, solo sborsando qualche soldo per il biglietto della funivia. La chiesa di Erna, come si rileva dalle note storiche di Amanzio Aondio, è dunque dedicata alla Madonna della Neve. In antico andava anche sotto il titolo della Beata Vergine del Carmine. La costruzione della chiesa ebbe inizio al principio del 1700. Già delineata nel 1722, ap-

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locata la nuova statua della Madonna della Neve. “Un forte altorilievo” il titolo con il quale Il Resegone del 22 agosto 1969 presentava l’opera eseguita dallo scultore prof. Angelo Casati (di Inverigo, dov’era l’autore del monumento a don Carlo Gnocchi) in pietra San Germano di Vicenza nel 1968. Dimensioni cm.96x45x206 di altezza; con un rilievo della profondità massima di centimetri 30. Dopo aver preso atto del fatto storico e della leggenda quale origine della secolare devozione per la Madonna della Neve, l’autore ha risolto il tema occupando interamente lo spazio della nicchia esistente a tergo dell’altare con una composizione scultorea in forte altorilievo, caratterizzato da profondi squarci che mettono in evidenza la grande e dominante figura della Vergine e del Bambino. Gli elementi laterali della composizione fanno da contorno alla figurazione ed i volumi ad arco, come sospesi dalla tormenta, si dispongono a mo’ di aureola. La leggenda parla solo della Vergine e non del Bambino: mentr’invece il Casati realizzando la sua Madonna della Neve si è preso una licenza, raffigurando anche il Bambino Gesù in un atteggiamento originale ed imprevedibile: questa interpretazione dell’artista ed altri elementi danno, con notevole evidenza, un’opera nuova ed originale; come originale l’aver realizzato e figurato la neve in volumi e con il “cristallino” nella mano del Bambino. Da quanto risulta e si conosce le “Madonne della neve” esistenti potrebbero avere qualsiasi altra denominazione non avendo un preciso richiamo. In questa, invece, la Madre ha un’espressione assorta ed insieme felice, tiene il Figlio fra le braccia nell’amorevole intento di ripararlo dal freddo col proprio manto e trattenere il gioioso slancio che, con le braccine innalzate, lo porta con una manina ad accarezzare amorevolmente la Madre e con l’altra prendere al volo un fiocco di neve: l’artista, con questo originale e felice atteggiamento del Bambino, ha voluto mettere in chiara evidenza la prefigurazione del drammatico momento della crocifissione. Inoltre, l’artista, mettendo

al centro della composizione la figurazione sacra in modo dominante ha inteso sottolineare il significato protettivo sull’ambiente fisico, vegetale, umano ed urbano (vedi la casa, la chiesina, la baita, il grande e vetusto abete ed infine la roccia stratificata con l’inevitabile allusione alla cresta del Resegone: il tutto così da sembrare coperto di neve). Per benedire la statua, tornò ai Piani d’Erna nel pomeriggio del 24 agosto 1969 il cardinale Giovanni Colombo, aderendo all’invito del parroco di Acquate (don Alessandro Luoni). Il cardinale benedì il nuovo lavoro e celebrò la messa. Nell’occasione il cardinale donò alla chiesa di Erna un prezioso calice ricevuto in dono dalla SPER il 7 giugno 1964 quando benedisse in Versasio la prima pietra dell’erigenda funivia. Fu una giornata dal tempo inclemente, quella del 24 agosto 1969. “Se il tempo fosse stato più galantuomo - disse il cardinale nella sua breve omelia - avrebbe permesso a moltissima gente di gioire col proprio Pastore delle bellezze naturali che il buon Dio ci ha donato per il ristoro del corpo e l’elevazione dello spirito”. Quasi come ultimo saluto, poco prima della partenza del cardinale, qualche fiocco di neve è sceso sul Pizzo d’Erna. Naturalmente non è mancato chi interpretò il rarissimo fenomeno in pieno mese di agosto come un segno di gradimento della Madonna della Neve, la cui statua era stata appena benedetta. Il 30 marzo 1970, festività dell’Angelo, avveniva la donazione della statua della Madonna al museo storico di Lecco. Con semplice ma commovente cerimonia svoltasi nel pomeriggio, il parroco don Alessandro Luoni consegnava al prof. Antonio Balbiani, direttore dei musei cittadini, la statua della Madonna mitragliata dai tedeschi nell’ottobre 1943. Il simulacro, recante ancora i segni dell’oltraggio subito allora, da tempo era stato richiesto al parroco di Acquate per essere allineato fra il materiale documentale che si stava raccogliendo in tutto il territorio allo scopo di eternare in campo locale e nazionale il glorioso periodo della Resistenza lecchese. Alla consegna erano pre-

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senti don Martino Alfieri, già coadiutore della chiesa di Erna di Acquate nel 1943; le benemerite sorelle Villa di Acquate, patriote della Resistenza deportate in Germania; membri del comitato partigiano lecchese ed altri fedelissimi acquatesi. La statua venne esposta nella sala dedicata alla Resistenza sorta presso il museo storico di piazza XX Settembre a Lecco ed inaugurato il 25 aprile 1970 dal sindaco Alessandro Rusconi. Ma l’oratorio di Erna contiene anche, come già accennato, una Via Crucis dipinta da Orlando Sora. Orlando Sora, di antica famiglia artigiana, è nato a Fano nel 1903 ed è da considerarsi autodidatta. Un brillante inizio lo portò presto a un buon livello in campo nazionale. Ma da Milano egli preferì nel 1931 ritirarsi a Lecco e qui dedicarsi alla ricerca pittorica in tutta semplicità nella bella cornice del paesaggio manzoniano. In I Piani d’Erna del Resegone di Lecco si trova questa presentazione. Si tratta di una serie di mattoni trattati a fresco, un tipo di componimento nato all’inizio come prova per i grandi affreschi di cui il maestro ha arricchito molti edifici pubblici e privati del Lecchese, a partire dal 1951; ed ora divenuto un momento di particolare ricerca nella delineazione della sua arte. Riportando a brevi dimensioni gli effetti artistici dell’affresco, i problemi del colore e del ritmo richiedono una più stringente formulazione architettonica. Gli affreschi della Via Crucis sono perciò sentiti prima di tutto come arte, mentre la presentazione del fatto religio-

so rimane un’occasione. Esiste però un rapporto per così dire mistico tra ogni fatto della storia e della natura e colui che lo fissa e lo esprime. Questo rapporto trova appunto la sua versione armonica in moduli propri al pittore, che popola di un clima disincantato e nello stesso tempo impalpabilmente smaterializzato le sue composizioni. In esse domina la figura umana, ma la vicenda dolorosa della Via Crucis non resta l’odissea conturbante di uomini, ma assume movimenti pacati e vive di modi emblematici. È in un certo senso un vedere in astrazione, ciò che impone uno studio più esatto delle forme e dei colori. Questi soprattutto colpiscono, esili ma profondi, in campiture ampie come d’aria; e si dispiegano prendendo immediato contatto alla considerazione in volumi e masse risaltanti nel segno. Il contorno marcato è caratteristico della recente pittura di Sora, anche se l’interesse per la linea di chiara individuazione dell’oggetto si trova costantemente nella sua produzione. Non è né intento calligrafico, né una vera limitazione dell’oggetto; è un elemento che segna l’apparire corporeo della forma, ma è anch’esso colore che sfonda e trapassa in altro, materializza e smaterializza vicendevolmente. Anche la composizione si avvale di simile dinamica. I corpi pieni, i volti tondeggianti, le diagonali delle croci, gli ambienti di fondo appena sbozzati si articolano intorno a una struttura architettonica delle partiture, le cui linee cadono su punti di forza, che intensificano il coordinamento e l’armonia dei gesti.

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Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi a Germanedo CHIESA DEL REDENTORE E DI SANTA CATERINA

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CHIESA DEL REDENTORE E DI SANTA CATERINA

Nelle litanie lauretane la Chiesa, dopo aver salutata la Vergine con i titoli di Salute degli infermi e di Rifugio dei peccatori, titoli che rivelano la premura di Lei in favore dei sofferenti nel corpo e degli infermi nell’anima, invoca la Madre di Dio con un altro dolce titolo che esprime la cura che Ella ha di altri infelici, Consolatrice degli afflitti. Agli infermi e ai peccatori da Lei soccorsi si possono quindi aggiungere altri infelici, privi di ogni allegrezza e travagliati o da sventure domestiche, o da pubbliche calamità, o da altri particolari infortuni. A tutti costoro porge amorevole conforto Maria, detta perciò Consolatrice degli afflitti, tali per quel che dice Giobbe: “Homo brevi vivens tempore repletur multis miseriis”. Questo è lo spessore spirituale al quale porre attenzione nel raccontare una storia della carità in atto a Lecco da oltre quattro secoli, e che oggi continua negli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi.

sostanziale coerenza, continuità e fedeltà. Trovano posto qui, in prosecuzione del capitolo dedicato ad Acquate, le vicende relative alla chiesa degli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi, che pure hanno sede a Germanedo, proprio perché acquatesi sono le origini, individuando nel 1590 o nel 1594 l’anno di fondazione, e acquatese è la sua storia fino ai primi anni Venti del secolo scorso. In materia di date relative alla fondazione c’è una certa confusione. Non l’aveva chiarita nemmeno il visitatore apostolico, ad Acquate nel 1608, quindi nemmeno vent’anni dopo la fondazione stessa, per conto del cardinale Federico Borromeo. Sia nell’introduzione del capitoletto sia all’inizio della trascrizione del documento di erezione dell’Ospedale dei poveri in Acquate l’amanuense estensore degli Atti di quella visita indica come giorno di formazione del testamento di (Giovanni) Antonio Airoldi il 4 maggio 1590, mentre nella successiva trascrizione dello stesso testamento l’anno diventa 1593, tutto in lettere. Angelo Bonaiti, in Gli Istituti Riuniti Airoldi-Muzzi nel 350° di fondazione - 15941944 (Lecco, 1945) ricorda il 1590 come anno di stesura del testamento e indica nel 5 marzo 1594 la data della morte del notaio Airoldi. L’originale, conservato nell’archivio parrocchiale di Acquate, reca la data del 4 maggio 1590 in apertura, mentre la chiusura, del 5 marzo 1594, è d’altra mano: verosimilmente quando l’Airoldi

GLI ISTITUTI RIUNITI AIROLDI E MUZZI Ho cercato in un precedente lavoro - 15941994 Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi. Quattrocento anni vissuti nella storia - di offrire una panoramica delle sue vicende che hanno una rilevanza unica non solo nella storia di Lecco ma anche della Lombardia. E hanno soprattutto il filo conduttore di una tradizione rimasta intatta per oltre quattrocento anni con

La chiesa degli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi.

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era ormai prossimo alla morte è intervenuto il notaio con i testi a dare carattere pubblico al testamento scritto quattro anni prima. Da segnalare che anche la vedova dell’Airoldi, Lucrezia Vitalba, lascerà ogni suo bene allo stesso Ospedale, con testamento del 1609 pure conservato nell’archivio parrocchiale d’Acquate. Veramente bello è questo testamento di Giovanni Antonio Airoldi che, dopo aver disposto vari legati, istituisce erede universale la Madonna. Colpito dalla lettura del Vangelo della messa, la parabola delle cinque vergini prudenti e delle cinque stolte, che invita a vigilare “quia nescitis diem neque horam”, Antonio Airoldi pensa di far piacere alla Madre celeste beneficando i figli di Lei, i più poveri, i più abbandonati, con l’istituzione di un Ospizio. Invece di erigere un santuario prezioso per opere d’arte e arredi, mette i suoi beni nelle mani della Vergine consolatrix afflictorum perché siano soccorsi quanti sono afflitti dalla miseria e dalla solitudine. L’Ospedale di Acquate voluto dal notaio Airoldi è tuttora vivo. Il Bonaiti, nel cenno storico citato, ricorda che esso ha resistito ad avvenimenti di grande portata tra cui la calata dei lanzichenecchi e la peste; anche se non sono mancate difficoltà. Fu grazie a un importante lascito di don Attilio Gilardi, parroco di Bernareggio, che nel 1914 poté essere iniziata la costruzione di una nuova sede, perché il fabbricato in uso era in condizioni precarie. L’edificio purtroppo dovette essere ceduto, durante la Grande Guerra, per fini militari, e quando venne riconsegnato avrebbe richiesto tali spese di sistemazione che l’amministrazione dell’Opera Pia, priva di disponibilità, ritenne di venderlo al Comune. Ne fu fatta la scuola elementare, tuttora in funzione in viale Montegrappa. Cittadini lecchesi nel 1888, sotto la guida di Antonio Muzzi che aveva fornito il primo fondo, e con l’iniziale presidenza onoraria dell’abate Antonio Stoppani, scomparso poco dopo, costituirono una Società di Beneficenza con lo scopo di creare un ricovero per vecchi poveri. Un primo modesto asilo venne aper-

to nel 1896 in via Spirola; in breve tempo gli ospiti passarono da quattro a venticinque e si dovette pensare a una sede più ampia, acquistata in via Visconti. Nel 1910 i soci erano oltre 400 e il patrimonio della Società superava le 250.000 lire. Il 29 gennaio 1914 l’istituzione veniva eretta in Ente morale. Con regio decreto 16 maggio 1926 veniva sancita la fusione fra la Società Antonio Muzzi di Lecco e il Ricovero Airoldi di Acquate sotto la denominazione di “Ricovero dei vecchi poveri di Lecco e territorio Airoldi-Muzzi”. Con regio decreto 13 dicembre 1928 allo stesso Ente veniva aggregato anche il Legato Calloni, con il quale Isidoro Calloni aveva disposto che il suo patrimonio fosse impiegato per l’erezione in Rancio di un Ospizio per gli anziani. Da via Visconti gli Istituti Riuniti AiroldiMuzzi si trasferiscono successivamente a Germanedo, dove era stato acquistato, per 675.000 lire, il complesso dell’ex filanda della famiglia Muller, sistemato con una spesa di oltre un milione; l’anima di quel programma, ricorda ancora il Bonaiti nell’opuscolo dedicato al 350° di fondazione, fu l’avvocato Carlo Corti; generosa fu la partecipazione dei lecchesi, e anche la Banca Popolare di Lecco fu presente, avendo legato il suo nome al Pensionato maschile. La benemerita Istituzione, cresciuta e progredita per il costante apporto della privata beneficenza, nel solco dell’esempio di questo notaio Antonio Airoldi, continua nella sua attività preziosa che ha raccolto l’eredità destinata alla Beata Vergine Maria. LA CHIESA DI MARIO CEREGHINI Un cenno particolare merita la chiesa, realizzata negli anni Trenta del secolo scorso a completamento della sede degli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi a Germanedo. Per primo la parola ad Angelo Bonaiti, che nel 1944 realizzava un fascicoletto celebrativo dei 350 anni di fondazione dell’istituto, ricordando l’acquisizione, avvenuta nel 1929, del complesso degli stabili di proprietà Bonazzi, già appartenenti alla famiglia Muller e adibiti

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Facciata e controfacciata della chiesa: nel coro, sopra l’ingresso, l’affresco di Morlotti.


ad uso di filanda. L’antico stabilimento serico diventò l’Airoldi e Muzzi nel corso del 1931 e, ricorda Angelo Bonaiti nel suo scritto, “più tardi sorge la nuova chiesa che sullo sfondo verde della collina spicca e si staglia nitida nelle sue linee semplici e… vorremmo dire bella, se non temessimo di risollevare qualche critica mossa al riguardo. La costruzione di una nuova chiesa fu suggerita dalla necessità di una migliore sistemazione logistica dei servizi interni ed anche dal fatto che la vecchia cappella era diventata insufficiente per raccogliere la sempre più numerosa famiglia. Il servizio religioso non può essere qui considerato secondo ad alcun altro, perché se è vero che lo spirito del nostro popolo è intimamente ed essenzialmente religioso, è ancor più vero che specialmente nella tarda età, le pratiche ed il culto religioso costituiscono motivo di vero conforto”. L’opera è stata progettata dall’architetto lecchese Mario Cereghini. Uno dei protagonisti dell’architettura del Novecento, Alberto Sartoris, così efficacemente la sintetizza: “L’ordito dell’ombra e della luce consacra gran parte della plastica compositiva e dell’inventiva costruttiva nella chiesa degli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi, a Lecco, innalzata negli anni 19381939. Un’accogliente navata il cui ingresso principale e l’alta vetrata si stagliano su pareti semi circolari, sfocia in un largo coro. Sui collaterali, che portano i matronei, si aprono due accessi ai piani superiori. Un dinamismo di volumi, di forme e di solidi della geometria (tanto esterno che interno) è affermato da una tessitura architettata del chiaroscuro e della luminosità. Malgrado la mancanza di bussole (pur indispensabili alle varie entrate), si può considerare questo edificio religioso come una delle opere più generose, più rigorose e più complete di Mario Cereghini”, opere che “meritano, specialmente, di entrare nella storia dell’architettura razionale italiana, perché hanno contribuito all’etica di un periodo non effimero nei campi diversificati delle ideazioni”. Un’opera che fa parte, a pieno titolo, dei beni culturali della città di Lecco, anche per-

ché ad affrescarla venne chiamato dallo stesso Cereghini un giovane pittore allora non conosciuto, pure lui lecchese, Ennio Morlotti. Un’opera che - come avvenuto per l’architettura della chiesa da parte di Alberto Sartoris - ha avuto un significativo sigillo, sul numero di gennaio-aprile 1986 dei Quaderni della Brianza, da Giancarlo Vigorelli, uno dei protagonisti della critica del Novecento: “Dietro guardiamolo bene, con gli occhi di quegli anni oltre che di oggi - dietro c’era una investitura artistica, non politica: era la nostalgia dei mosaici di Ravenna e di quel grande Giotto che Carrà esaltava, e che aveva esaltato Cézanne; era quel ritorno al mosaico da Severini a Funi, con un recupero di arte sacra già proposto da Persico e variamente attuato da Birolli a Sassu e da Garbari a Tomea, a Grosso, e per altre strade, più mitologiche che cristiane, da Sironi a Cagli. Magari Ennio aveva dato una sguardata al foglio torinese Arte Cattolica ascoltando perfino qualche lezione beatangelica di Eva Tea. Quei gerarchi piuttosto disarmati erano messi lì sul muro, in mancanza di condottieri del passato: d’altra parte, il bisogno di imparare a fare storia, più come storia sacra che come spazio al sole, in Africa, in Morlotti e in altri artisti e letterati di quegli anni era diventata una bella tentazione, anche per reagire di trionfi eccedenti di una pittura, o di una poesia, unicamente da natura morta. Bisognava pure ridare una faccia all’uomo, e dargliela un po’ più intimamente. Gli eroi in processione di Morlotti sembrano venire fuori dalle catacombe, non dalla casa del fascio”. La processione di Ennio Morlotti è un affresco che corre lungo la parete curva della cantoria sopra l’ingresso. L’affresco misura 21 metri di lunghezza. I personaggi raffigurati sono gente di allora: il cardinale Schuster, l’architetto progettista, il pittore stesso, avvocati, cavalieri, pittori, giornalisti, imprenditori, giudici, notai, ed altri, compresi mogli e figli e tre gruppi di monache. L’opera, piuttosto realistica, suscitò non pochi commenti, come peraltro la chiesa stessa

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Uno dei due gruppi femminili che assiste al passaggio della processione; religiosi, cavalieri e suore nelle pagine seguenti.


che, completata nel 1939, tardava ad essere consacrata perché ostacolata da una parte del clero contrario a quel modernismo. Fu lo stesso cardinale Ildefonso Schuster a consacrarla personalmente nel 1942, dedicandola al Redentore e a Santa Caterina da Siena e officiandovi la prima messa. “Quale trauma deve aver creato questo edificio tondeggiante, tutto bianco, che in cima ad un’altura dominava il giardino dell’Istituto?”, si chiede Maria Grazia Furlani Marchi in L’esperienza razionalista di Mario Cereghini (in Archivi di Lecco, luglio-settembre 1983) così continuando: “Il linguaggio tipico dell’architettura religiosa nella chiesa dell’Airoldi e Muzzi è usato in modo non convenzionale. La pianta, rettangolare, termina su di un lato con un’abside a forma di semicerchio, che non è collocata però, come d’uso, nella parte retrostante l’altare, ma nella fronte d’ingresso. Il campanile, poi, è metafisico. Due muri ortogonali, coronati da finestrelle nella parte superiore, simulano una cella campanaria che non esiste, perché le campane sono sostituite da una registrazione trasmessa da un impianto di altoparlanti. Questo pseudo campanile, che ricorda l’atmosfera di certi quadri di De Chirico, ha solamente la funzione di concludere, contrastandolo, il volume della chiesa che è esteso prevalentemente in orizzontale”. All’interno l’edificio è a tre navate, la maggiore più alta, le laterali sovrastate dal matroneo che prosegue nell’abside con funzione di coro. Nella parte opposta una parete in vetrocemento crea una cascata di luce sull’altare. La luce entra anche attraverso tre serie di finestre sulle pareti laterali: una prima serie sotto i matronei, una seconda all’altezza dei matronei, una terza dove la muratura della navata centrale si alza sulle navate laterali. Il risultato è così sintetizzato da Maria Grazia Furlani Marchi: “Gli spazi non eccessivamente alti, il portico d’accesso di proporzioni modeste, l’arredo semplice e funzionale, le porte stesse (di quelle tipiche delle abitazioni in quegli anni), danno alla chiesa l’aspetto di un piacevole luogo di riunione piuttosto che

di un monumento, parlano cioè un linguaggio che appartiene alla dimensione umana più che a quella trascendente”. LA PROCESSIONE DI ENNIO MORLOTTI La scelta di Ennio Morlotti come affrescatore era stata fatta dal progettista della chiesa, Mario Cereghini, allora trentaseienne e architetto ormai affermato. “Fin dagli inizi della sua professione - ricorda Gian Luigi Daccò in La processione di Ennio Morlotti nella chiesa degli Istituti Riuniti Airdoldi e Muzzi di Lecco - si era legato al gruppo di architetti razionalisti comaschi coinvolti in un profondo rinnovamento dell’architettura: Terragni, Uslenghi, Lingeri, Giussani, Mantero ed Ortelli. A Como, in quegli anni, opera, in collegamento con il gruppo Terragni anche Alberto Sartoris, noto teorico della nuova architettura, illustrata nel suo libro del 1932 Gli elementi dell’architettura funzionale. Questi architetti propongono l’integrazione delle arti, cioè una collaborazione interdisciplinare tra progettisti, pittori e scultori e l’interesse profondo per la pittura astratta è condiviso da tutti i giovani architetti del gruppo Terragni”. “Cereghini, in questo fervido ambiente, approfondisce i suoi rapporti anche con il gruppo di pittori del cosiddetto Astrattismo Comasco e con il gruppo di artisti che gravitava intorno alla Galleria Il Milione di Brera. Dato il suo profondo interesse per la pittura - continua Daccò - nel 1937 organizza a Lecco la mostra del Paesaggio Lecchese, a cui invita Del Bon, De Grada, Breveglieri, Frisia e Sora e anche il giovane Morlotti, del quale conosce i lavori che apprezza, intuendone il valore. E quando l’anno dopo progetta la chiesa degli Istituti Airoldi e Muzzi chiamerà proprio lui per affrescarla”. Di questa scelta, nella pubblicazione citata e realizzata nel 1996 per celebrare il restauro dell’affresco attuato da Claudio Fociani per conto del Rotary Club Lecco con il presidente Luigi Andreotti, Gian Luigi Daccò dà questa spiegazione: “Per un edificio tanto essenziale e inconsueto - l’abside innalzata nella facciata,

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L’altro gruppo femminile che assiste al passaggio della processione.


la torre campanaria simulata - Cereghini non poteva certo ricorrere ad un pittore legato ai modi aulici del regime allora in voga, un artista che ben difficilmente avrebbe potuto accordarsi allo spirito della sua architettura; per questo scelse il giovane e, allora, misconosciuto Morlotti”. E conclude con un’altra interessante considerazione: “Rileggendo, oggi, l’insieme della vicenda artistica di Morlotti, partendo proprio da questo che è uno dei suoi primi lavori, si può dire che il suo destino è stato sempre quello di vedere la sua opera considerata con intelligenza e passione proprio da coloro che gli erano più congeniali e quindi capaci di aderire ai tratti salienti della sua poesia. Non si è trattato mai di una coincidenza casuale: è invece un fatto significativo del potere di coinvolgimento radicale di una identità espressiva che, all’inizio, può anche respingere, ma che non lascia scampo quando ti coglie nel profondo. Congeniali l’uno all’altro Morlotti e Cereghini in questa chiesa, da lì le loro strade si biforcano, il primo avviato verso i vertici della sua arte, il secondo giunto, proprio a Germanedo, all’apice della sua vicenda artistica con questa, irripetibile, realizzazione”. L’affresco, come già accennato, raffigura una processione con personaggi noti a Lecco, oltre al cardinale Ildefonso Schuster rappresentato in abiti pontificali sotto il baldacchino. I volti si identificano con Mario Cereghini, progettista della chiesa, vestito da chierico e reggente un turibolo a fianco del notaio Gaetani, lo stesso pittore Morlotti, pure vestito da chierico, recante un cero, il pittore Umberto Lilloni con gli occhiali, vestito da frate francescano. Vi sono inoltre gli avvocati Luigi Lillia, Adolfo Rosa, Floriano Sordo, Carlo Corti e Vincenzo Condò, l’allora presidente dell’Airoldi e Muzzi, Angelo Bettini, Gino Lui, Angelo Pizzi, Pino Tocchetti, l’ing. Uslenghi, Giovanni Cereghini, Ulisse Guzzi, i giudici Di Matteo e Primo Repetto con altre persone. Non vi è sfondo alcuno. La rappresentazione è alquanto complessa. Si snodano ben ottantatre figure e sette cavalli. All’inizio ed alla fine dell’affresco troviamo due elementi archi-

tettonici, due archi marcatamente dell’epoca littoria davanti ai quali sostano due gruppi di donne con dei bambini intenti a salutare il passaggio della processione sventolando un fazzoletto. Una donna ha il braccio alzato e nel gesto c’è chi vede il saluto fascista. Quanti sono intervenuti al passaggio della processione sono solo figure femminili e bambini. Vi sono dipinti anche tre gruppi di monache: le prime sono dell’ordine delle Suore di Maria Bambina delle Sante Gerosa e Capitanio (che sono quelle presenti nei padiglioni degli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi) e gli altri due sono di religiose presenti nelle comunità di Lecco. Tra le prime vi è rappresentata suor Berenice Biancotti, sacrestana della chiesa e presente a Germanedo fin dal 1936. “La figurazione è marcatamente accademica - sottolinea Franco Cajani, che all’affresco eseguito dal Morlotti a Germanedo ha dedicato un documentato saggio su i Quaderni della Brianza (numero 44/45, gennaio/aprile 1986) - e ricorda soprattutto nei gruppi delle donne posti ai lati dell’affresco l’influenza della scuola romana che sta tra Carena e Scipione, tra Rosai e Mafai, la cui tendenza espressionista avversava la restaurazione fascista nel campo delle arti figurative. Del resto un corteo di sacerdoti e di laici che portano per le vie della città lecchese l’Eucaristia doveva rispettare il protocollo ed i canoni dell’era fascista: quell’era che aveva vissuto la firma dei Patti Lateranensi ovvero il Concordato tra Chiesa e Stato. Pertanto era d’obbligo che vi fosse nel seguito una rappresentazione di gendarmi in alta uniforme a rappresentare la dittatura del fascismo (nel nostro caso carabinieri e camicie nere) ovvero l’esaltazione nazionalistica e il corporativismo ormai perdurante in Italia. Il tono aulico di questo avvenimento storico, voluto tale dall’esecutore dell’affresco, è identificabile nella milizia equestre e questo per dare ufficialità e importanza alla consacrazione della chiesa. Ma vi è dell’ironia in questa rappresentazione - sostiene Cajani - ed è qui che emerge il Morlotti vero che trasla nel lavoro un quid d’ironia e di

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L’altare della chiesa con la grande vetrata di Santa Caterina da Siena.


sarcasmo”. E più oltre rimarca: “Non possiamo pensare ad un Morlotti convinto di eseguire una monumentale opera d’arte sacra votata ad essere ricordata nel tempo bensì di realizzare la rappresentazione di un momento di vita provinciale locale che i suoi committenti volevano trasmettere alla storia per siglare delle vicende lecchesi. Una rappresentazione cioè di popolo, senza santi e madonne, con tutti i crismi delle cerimonie religiose dell’era fascista”. “Sarebbe stupido voler processare di fascismo, un fascismo adolescenziale subito capovolto, un uomo e un artista integro come Morlotti”, scrive ancora Giancarlo Vigorelli nel brano citato da i Quaderni della Brianza così continuando: “Indubbiamente in quei venti metri di affresco spira un’aria ritardata da Patti Lateranensi e di clerico-fascismo: ma di evidentissima innocenza. Si sa che è stato il cardinale Schuster a tagliar corto su certe mezze polemiche che l’affresco aveva suscitato in una Lecco più clericale che fascista. Nel suo serafico candore l’arcivescovo Schuster, allora, vedeva di buon occhio ogni connubio tra Chiesa e Stato, e quell’incrocio tra monaci e gerarchi, senza esaltarlo, non gli dispiaceva: la sua buona fede era addirittura patetica. Morlotti, invece, che sul terreno politico già aveva aperto gli occhi durante la guerra di Spagna, pur andando a tastoni come ognuno di noi tra ignoranza della democrazia e crescente intolleranza del fascismo (che oltretutto si nazificava), non era per niente su posizioni clerico-fasciste”. Giancarlo Vigorelli, che passava ogni anno le vacanze a Lecco fin dalla lontana infanzia, aveva conosciuto Ennio Morlotti intorno al 1931-1932 senza più cessare la frequentazione. Può così scrivere: “Sarebbe idiota buttare addosso a Morlotti un sospetto di pittura fascista, appellandosi a questo affresco del ’39: che in luogo d’essere incriminato, o anche soltanto deplorato, va invece restituito ad incunabolo, non da scartare e persino prezioso, del suo apprendistato pittorico. Certo, il mondo che subito prese corpo, fatica su fatica, in Morlotti, non ha niente da spartire con quell’affresco,

tutt’altro da ignorare criticamente: sotto lo scenario sono visibili una linearità, una limpidezza che è il rovescio di ogni retorica di quegli anni. La prova, appunto, che non era e non è un affresco littorio, è data anzi dall’antiretorica che lo pervade e lo svolge: Morlotti, anche nei suoi sopravvenuti tumulti, squarci, dilaniamenti, strati rocciosi, non è mai caduto in nessuna retorica. La sua stessa corposità, e austerità, è tuttora intattamente innocente: solo i consapevoli, restano innocenti. È la mai tradita innocenza che ha garantito l’accumulata gravità della pittura di Morlotti”. Quest’opera di Morlotti eseguita con la tecnica dell’affresco ha comunque una grafia leggibilissima. Alcuni tratti dei volti sono curati nei minimi particolari e ripropongono la lezione della pittura lombarda dei primi esempi lecchesi del suo amico Orlando Sora. Era stato Sora ad incentivare la sua pittura. La figurazione ha poi una pulizia formale accentuata dalla parete curva della cantoria sopra l’ingresso della chiesa. Manca però il calore del raccoglimento e della devozione che si dovrebbe leggere sui volti degli intervenuti rappresentati. Il cardinal Schuster sotto il baldacchino con il Santissimo tra le mani ha una somiglianza straordinaria. Franco Cajani sostiene che il pittore abbia voluto rappresentarlo così “con un rito collaterale alla consacrazione della chiesa dedicata al Redentore e a Santa Caterina, auspicando l’avvenimento storico della consacrazione” che, ricordava Mario Cereghini nel suo Immagini di Lecco nei secoli, “tardava ad avvenire perché ostacolata da una parte del clero contraria a quel modernismo”. Sulla facciata esterna della chiesa si legge infatti la data della dedicazione e dell’ultimazione dei lavori, il 1939: “Sanctissimo / Redemptori / et Divae Catharinae / Senesi Virgini / Dicatum / A.D. 1939”. Nell’interno, una lapide recita gli estremi della consacrazione della chiesa, nel 1942: “Templum hoc / Hildephonsus Card. Schuster Arch. / consecravit / Die XXIV octobris MCMXLII”.

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Esterno e intero della chiesa progettata dall’architetto Mario Cereghini.


Si ringraziano per la collaborazione:

Comunità Montana

del Lario Orientale

Istituti Riuniti “Airoldi e Muzzi” Lecco

Di quest’opera “Pietre di Fede - Chiese e campanili della città di Lecco” di Angelo Sala sono stati impressi 1.500 esemplari

Quest’opera è stata impressa sotto la cura delle Edizioni Monte San Martino.

Finito di stampare nel mese di settembre 2008 da Editoria Grafica Colombo snc Via Roma, 87 - Valmadrera (Lecco)


Pietre di Fede volume 1  

di Angelo Sala

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