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Anno 12 - n 76 - Luglio 2018 - euro 9,00 ISSN 2531-9779

16. Biennale di Architettura di Venezia

QUANTO È LIBERO

lo spazio libero

Freespace | Arcipelago Italia | Vatican Chapels Cina | Svizzera | UK | Grecia | Finlandia | Spagna

Staticità dinamica Daniel Bonilla | Rem Koolhaas Archier | Foster + Partners

I profili di LPP

La leggerezza del progetto

Luca Bruno

Architetture per l’ospitalità Elements Contract FONT Srl - Via Siusi 20/a 20132 Milano - Poste Italiane SpA Sped. in abb. postale 45% D.L. 353/2003 (conv. in. 27.02.2004 n. 46) Art. 1 Comma 1 DCB Milano


UniCredit

Architectural Design Mario Botta

Verona, 2017

Interior Architecture Studio aMDL Michele De Lucchi Nicholas Bewick

Michele De Lucchi

UniFor

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t +39 02 967 191 f +39 02 9675 0859

www.unifor.it unifor@unifor.it


Art Direction Studio Cerri & Associati

Photo Mario Carrieri


53 42 SOMMARIO IOARCH 76

8 Gio Ponti Archi-Designer Una mostra a Parigi

10 Serpentine Pavilion

I PROFILI DI LPP Luigi Prestinenza Puglisi

42 Nuovi architetti italiani | Luca Bruno

Frida Escobedo

12 Risanamento conservativo con pannelli Multipor a Padova

14 Designcafè Premi Selinunte 2018 Premi Urbanistica

WORK IN PROGRESS 16 Stefano Boeri | Arassociati | Carlo Ratti | Bjarke Ingels | Be Architekten | Scape | Zaha Hadid Architects | 02Arch | Fusari e Appendino Deorsola | Calzoni Architetti

24 La biblioteca Lib-Lab Milano Lorenteggio

25 Costruire l’identità dei luoghi Intervista a Corrado Bina

26 La buona utopia Architettura per l’accoglienza | Simone Cusenza

28 Home*, humanitarian and (un)ordinary

machine for emergency

Existenz Minimum 2.0 | Tecla Caroli e Claudio Portogallo

30 Un modello di lavoro evoluto ALD Automotive | Jacopo Rizzi

38 Contro il mimetismo Villa S | Milanese Architects Office

In copertina: 16. Mostra Biennale Internazionale di Architettura di Venezia. Installazione Bamboo stalactite di VTN Architects (foto ©Moreno Maggi).

STATICITÀ DINAMICA Carlo Ezechieli

54 Edifici multipurpose 54 Bonilla, artista del costruire Intervista a Daniel Bonilla

56 Attraversare paesaggi La cappella a La Calera | Daniel Bonilla

58 Un prisma spezzato La cappella di Los Nogales | Daniel Bonilla

60 Fluidi spazi multifunzione Auditeria di Los Nogales | Daniel Bonilla

61 Welcome to the machine La casa di Bordeaux | Rem Koolhaas

64 Artigiani coraggiosi Sawmilla house | Archier

67 Un racconto di facciata Sperone westwater gallery | Foster + Partners

69 Multi, l'ascensore trasversale Thyssenkrupp Elevator


TIME TO

REFRESH

daikin.it

contiene gas fluorurato R32 (GWP=675)


70

99

OSPITALITÀ

BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

70 Trasformazioni virtuose

99 Freespace

The Murray Hotel | Foster + Partners

101 Quanto è libero lo spazio libero

74 La scultura urbana di Macao

Luigi Prestinenza Puglisi

Morpheus Hotel | Zaha Hadid Architects

103 Meraviglie quotidiane

78 Lords of Verona

Cino Zucchi rilegge Caccia Dominioni

Simone Micheli

104 Arcipelago Italia

82 Questa casa è un maggiordomo

Mario Cucinella | team Foreste Casentinesi | team Sicilia | workshop

Glass House de Lauzet

86 Benessere alpino

109 Vatican Chapels

Waldhotel Health & Medical Excellence | Matteo Thun & Partners

Map Studio | Andrew Berman | Smiljan Radić Clarke | Carla Juaçaba | Sean Godsell | Norman Foster | Terunobu Fujimori | Souto de Moura | Javier Corvalán | Francesco Cellini | Flores&Prats

90 Quale luce per l’ospitalità Laura Bellia

116 Cina Building a future countryside

92 Il Salotto di Cracco

117 Svizzera Svizzera 240

Studio Peregalli

95 Colazione da Prada

117 Regno Unito Island

Ristorante Torre | Oma

118 Spagna Becoming 119 Fuoribiennale Marco Piva

123

120 Augmented Palermo Manifesta 12 Palermo

122 Dialogo aperto tra acqua e pietra Marmomac 2018, Verona

ELEMENTS Elena Riolo

IOARCH Costruzioni e Impianti n. 76

123 Contract per l'ospitalità

Direttore responsabile Sonia Politi Comitato di direzione Myriam De Cesco Carlo Ezechieli Antonio Morlacchi Grafica e impaginazione Alice Ceccherini Federica Monguzzi

Marketing e Pubblicità Elena Riolo elenariolo@ioarch.it Contributi Laura Bellia, Maurizio Carta, Pietro Mezzi, Luigi Prestinenza Puglisi, Clara Taverna Fotolito e stampa Errestampa

Editore Font srl, via Siusi 20/a 20132 Milano T. 02 2847274 redazione@ioarch.it www.ioarch.it Prezzo di copertina euro 9,00 arretrati euro 18,00

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118 Finlandia Mind Building

SOMMARIO

118 Grecia La scuola di Atene

Abbonamenti (6 numeri) Italia euro 54,00 - Europa 98,00 Resto del mondo euro 164,00

Reg. Tribunale di Milano n. 822 del 23/12/2004.

Pagamento online su www.ioarch.it o bonifico a Font Srl - Unicredit Banca

Spedizione in abbonamento postale 45% D.L. 353/2003 (convertito in legge 27.02.2004 n.46) art. 1, comma 1 DCB Milano

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ISSN 2531-9779


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› MOSTRE

DA OTTOBRE FINO A FEBBRAIO, AL MUSÉE DES ARTS DÉCORATIFS DI PARIGI VERRÀ CELEBRATO IL GENIO CREATIVO DEL GRANDE ARCHITETTO E DESIGNER ITALIANO. CINQUECENTO PEZZI MESSI IN MOSTRA DA ITALO LUPI E WILMOTTE & ASSOCIÉS. UNA MOSTRA CURATA DA OLIVIER GABET, DOMINIQUE FOREST, SOPHIE BOUILHETDUMAS E SALVATORE LICITRA

In alto, contenitore D.655.2, 1952-55, rieditato da Molteni nel 2012 su disegni originali di Gio Ponti e con la direzione artistica di Studio Cerri e Associati; a destra, Gio Ponti con la moglie nella casa di via Dezza a Milano; sotto, la showroom Alitalia a New York negli anni Cinquanta (©Archivio Gio Ponti).

GIO PONTI ARCHI-DESIGNER Considerato uno dei più influenti architetti e designer del XX secolo, Gio Ponti (1891-1979) sarà onorato al Musée des Arts Décoratifs di rue de Rivoli a Parigi. Progettista eclettico, interessato alla produzione industriale e artigianale, Ponti, che ha rivoluzionato l’architettura postbellica, torna a Parigi dopo esserci stato nel 1925 in occasione della consegna del premio all’Esposizione internazionale delle Arti decorative.

L’anno dopo, sempre nella capitale francese, ebbe inizio la sua collaborazione con la storica azienda Christofle. Sostenuta da Molteni&C, che da qualche anno nella Heritage Collection riedita alcuni pezzi di arredo disegnati da Gio Ponti e che ha prestato all’esposizione alcuni pezzi originali custoditi nel museo di Giussano, l'importante retrospettiva Tutto Ponti: Gio Ponti, Archi-Designer, aperta dal 19 ottobre al 10 febbraio 2019,

ripercorre con più di 500 oggetti e documenti, alcuni dei quali in mostra per la prima volta, tutta la lunga carriera del maestro, dal 1921 al 1978 e copre tutti gli aspetti del suo lavoro: dall’architettura al design industriale, dall’arredo all’illuminazione, dalla creazione di riviste all’incursione nei campi della cristalleria e della ceramica. Il progetto espositivo è stato concepito da Italo Lupi e Wilmotte & Associés. Se oggi Ponti è più apprezzato all’estero che in Italia, e più dai collezionisti che dai critici, ha ammesso Italo Lupi alla conferenza stampa di presentazione della mostra, ciò è dovuto forse anche al fatto che molti architetti negli anni Settanta consideravano il suo lavoro troppo ‘decorativo’ e perciò lontano dalle istanze politiche e sociali di quel periodo storico. Tra gli oggetti in mostra, oltre a poltrone, tavoli, librerie, ci sono i tappeti, le porcellane Richard Ginori della manifattura Doccia, i disegni di progetto della co-cattedrale di Taranto (un’opera a cui Ponti teneva moltissimo) e un suo storyboard lungo trenta metri che rappresenta le scene per una rappresentazione teatrale dell’Enrico IV di Luigi Pirandello

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› SERPENTINE PAVILION 2018

LUCE E COLORI BRITANNICI IN UNA CORTE MESSICANA FRIDA ESCOBEDO È LA SECONDA DONNA – DOPO ZAHA HADID, CHE INAUGURÒ LA SERIE – A REALIZZARE IL PADIGLIONE ESTIVO ACCANTO ALL’EDIFICIO DELLE SERPENTINE GALLERIES NEI KENSINGTON GARDENS

Nelle foto, il Serpentine Pavilion 2018 progettato da Frida Escobedo (foto Frida Escobedo Taller de Arquitectura).

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Dal 2000 il Serpentine Pavilion, architettura temporanea che ospita il programma estivo dell’omonima galleria d’arte con performance live di artisti e visite guidate di studenti, ha portato a Londra, spesso per la prima volta, nomi emergenti e grandi protagonisti dell’architettura internazionale, da Sou Fujimoto a selgascano e Bjarke Ingels. L’anno scorso fu la volta di Diébédo Francis Kéré, con un padiglione leggero e lumi-

noso ispirato agli alberi del Burkina Faso, sua terra d’origine. Quest’anno la scelta del curatore della Serpentine Hans Ulrich Obrist con gli advisor David Adjaye e Richard Rogers è caduta su Frida Escobedo, giovane architetto messicano (38 anni) nota per progetti di spazi sociali che adattandosi a utilizzi differenti riattivano spazi urbani abbandonati. Fondato sull’intersezione di due assi, l’uno parallelo alla facciata est dell’edificio della galleria e l’altro orientato nord-sud secondo il meridiano di Greenwich, lungo i quali colloca due strutture rettangolari che si accostano, Frida Escobedo crea un corte conclusa e protetta tipica dell’architettura tradizionale messicana, ma lo fa servendosi di materiali tipicamente inglesi: tegole scure di cemento poggiate le une sulle altre e rette da un’intelaiatura in acciaio creano una maglia che dall’interno permette alla vista di intravedere il verde del parco londinese lasciando filtrare la luce. Luce che viene riflessa, rimbalzando nello spazio interno, dal rivestimento interno della copertura del padiglione, e il cui ef-

Nella foto, Frida Escobedo, 38 anni (foto © Ana Hop). Con il suo studio a Città del Messico, fondato nel 2006, ha realizzato progetti importanti in patria, come la biblioteca del fondo Octavio Paz e l'ampliamento della Tallera Siqueiros a Cuernavaca, e partecipato a mostre internazionali di architettura (Biennali di Venezia 2012 e 2014, Triennale di Lisbona 2013, San Francisco, Londra e New York).

fetto viene amplificato quando raggiunge un sottile (solo 5 mm) velo d’acqua che ricopre parte della pavimentazione della corte. Come sempre il Serpentine Pavilion, sostenuto per il quarto anno consecutivo da Goldman Sachs che copre i costi di costruzione, verrà smantellato il 7 ottobre


› FOCUS

Eseguito con lastre Multipor di facile lavorazione (a sinistra e sotto, dettagli di cantiere) il restauro dell’involucro ha potuto seguire le forme dell’architettura originaria. L’intervento di risanamento ha permesso di realizzare ambienti puliti e luminosi (foto grande a sinistra di Chiara Grossi).

RISANAMENTO CONSERVATIVO

CON PANNELLI MULTIPOR Per risanare una villa dei primi del Novecento, posta a ridosso del centro storico di Padova, la proprietà e i progettisti hanno deciso di procedere seguendo il protocollo CasaClima R. Il progetto è stato predisposto da Lucia Corti e Fabio Falchi del Laboratorio di Architettura Ecologica di Padova, che propone interventi conservativi e rispettosi dell’esistente, conferendo al contempo elevate prestazioni energetiche, come nel caso della abitazione privata padovana. Prima dei lavori la villa – di 315 metri quadrati distribuiti su quattro piani – si presentava in difficili condizioni di manutenzione e con pessime prestazioni energetiche: erano presenti infi ltrazioni, umidità di risalita, distacchi di intonaci, problemi igrotermici con formazione di muffe e dispersioni termiche. Per il risanamento edilizio ed energetico è stato impiegato il pannello Multipor di Xella Italia, che ha permesso di correggere i ponti termici ed eliminare le basse temperature superficiali interne: anche grazie a queste scelte l’edificio è riuscito a raggiungere i rigidi standard del protocollo CasaClima R. [ 12 ]

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Il pannello Multipor, grazie alle sue caratteristiche, ha reso l’edificio traspirante, resistente al fuoco e immune alla muffa. La facilità di posa del prodotto ha consentito di ridurre i tempi di realizzazione, mentre la facilità di lavorazione, caratteristica dei prodotti Ytong e Multipor, ha consentito di realizzare rientranze sagomate capaci di mettere in risalto le cornici storiche in pietra delle fi nestre, garantendo così la conservazione dell’architettura originale

CREDITI Realizzazione Risanamento edilizio | CasaClima R Località Padova Committente Privato Progettazione architettonica Lucia Corti

e Fabio Falchi di Laboratorio di architettura ecologica, Padova

Progettazione impiantistica Enrico Pedretti Progettazione strutturale Stefano Debiasi Impresa esecutrice Diego Zanotta

IL LABORATORIO DI ARCHITETTURA ECOLOGICA DI PADOVA INTERVIENE SU UNA VILLA DEGLI ANNI TRENTA DEL NOVECENTO ADEGUANDOLA AGLI STANDARD DI CASACLIMA R. LA SCELTA DEI PANNELLI MULTIPOR DI XELLA ITALIA ASSICURA ADEGUATO ISOLAMENTO E OTTIMA LAVORABILITÀ PER ADATTARSI ALLE GEOMETRIE DELL’ARCHITETTURA ORIGINALE


› DESIGNCAFÈ PREMI ARCHITETTURA SELINUNTE 2018

A GUIDO CANALI E RCR ARQUITECTES Si è conclusa lo scorso 23 giugno, con l’assegnazione dei premi di architettura, l’ottava edizione di Architects meet in Selinunte, l’evento internazionale organizzato da Aiac, l’Associazione italiana di architettura e critica, e dallo studio dell’architetto Orazio La Monaca, in collaborazione con il Cnappc, l’Ordine degli architetti di Trapani, i comuni di Castelvetrano e Gibellina, il Parco archeologico di Selinunte e Cave di Cusa, la Fondazione architetti nel mediterraneo e Unicusano. Il premio internazionale di architettura Selinunte 2018 è stato assegnato allo studio catalano Rcr Arquitectes (Rafael Aranda, Carme Pigem e Ramon Vilalta, già Pritzker Prize 2017), mentre il premio speciale Selinunte è stato consegnato a Guido Canali. La manifestazione, diretta da Luigi Prestinenza Puglisi e Orazio La Monaca e di cui IoArch è editorial partner, che quest’anno

aveva per tema Play with identities - Tutto è storia, tutto è contemporaneo, ha riunito a Castelvetrano e nel parco archeologico di Selinunte centinaia di architetti che si sono confrontati sui temi legati al territorio siciliano e sulle nuove identità dell’architettura. I premi nazionali Selinunte, attribuiti agli architetti, alle imprese e ai personaggi distintisi per la qualità delle loro proposte nel convegno e nei workshop, sono stati assegnati a Ivo Celeschi, decano degli architetti catanesi, Sebastiano Provenzano, Alessio Lo Bello e Eduardo Pesquera Gonzalez; premi speciali a Enrico Baleri (Centro ricerche Enrico Baleri) e allo storico di architettura William Curtis. Ospiti speciali della manifestazione, oltre a Canali e Aranda, Andrea Bartoli, TAMassociati, Maurizio Carta, Marco Alesi, Cristina Calì, Alberto Cusumano, Vincenzo

INU, I VINCITORI DEL PREMIO URBANISTICA Proclamati i nove vincitori del Premio Urbanistica, i più votati tra quelli presentati lo scorso anno all'evento dedicato alla rigenerazione urbana Urbanpromo e pubblicati nella gallery del sito urbanpromo.it Per la categoria Nuove modalità dell’abitare e del produrre si tratta della proposta di rinascita del Mercato Orientale di Genova presentata dalla locale Camera di Commercio; del progetto di social housing Luoghi Comuni promosso dalla Compagnia di San Paolo per i quartieri di Porta Palazzo e San Salvario a Torino; e della riqualificazione del complesso di edilizia economico-popolare degli anni '70 di Rozzol-Melara a Trieste. Nella categoria Rigenerazione ambientale, economica e sociale hanno vinto i progetti: di Cdp Investimenti Sgr, per il concorso relativo all’area dell’ex Ospedale [ 14 ]

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San Gallo a Firenze; del comune di Reggio Emilia, con la proposta di trasformazione dell’arena Campovolo; e del comune di Giovinazzo, con la proposta di restauro e riqualificazione della Villa Comunale e dell’ex Monastero degli Agostiniani. Nella categoria Innovazioni tecnologiche per la gestione urbana infine le proposte dell’Azienda per i diritti agli studi universitari di Teramo con il progetto di mobilità intercomunale sostenibile MoveTe; di regione Sardegna e delle università di Cagliari e Sassari con la Rete ciclabile della Sardegna; e del comune di Forlì con il progetto di riqualificazione della piazza Guido da Montefeltro. La prossima edizione di Urbanpromo Progetti per il Paese è in programma presso la Triennale di Milano dal 20 al 23 novembre 2018.

Messina, Luca Bùllaro, Eduardo Pesquera Gonzalez e Sophia Psarra. L’incontro è stato animato anche da installazioni e performance artistiche, con Un mare d’oblio, a cura di Marco Fosella e Mario Pedron; Inside-ruin, al pronao del Tempio G di Selinunte, concept di Vito Maria Mancuso e Giuseppe Todaro, con il recital e la videoproiezione sulle rovine Eratostene, il Volto della Terra (regia di Fabio Pallotta e testi di Michela Costanzi e Fabio Pallotta) e, nella corte del baglio Florio, sede del museo archeologico del parco di Selinunte, le luci e i suoni di mapping, a cura di Antonio Mauro.

La consegna dei premi di architettua Selinunte 2018 a Rafael Aranda di Rcr Arquitectes (a sinistra, con Luigi Prestinenza Puglisi e William Curtis), e a Guido Canali (al centro nella foto qui sotto, con Luigi Prestinenza Puglisi e Orazio La Monaca).


› WORK IN PROGRESS MILANO LA CORTE VERDE DI STEFANO BOERI E ARASSOCIATI Con il progetto Corte Verde Stefano Boeri Architetti, in partnership con Arassociati, vince il concorso per il lotto di via San Cristoforo, al centro del cosiddetto quartiere della creatività, nella zona sudoccidentale di Milano. La visione architettonica e urbanistica dell’intervento anticipa uno scenario in divenire per questa parte di città, esaltandone l’identità a cavallo tra passato e futuro, memoria e innovazione. Il progetto stabilisce una marcata continuità tra la zona di Tortona-Porta Genova, storicamente dedicata alla moda e al design, e l’area residenziale e turistica lungo l’asse del Naviglio Grande. Il progetto Corte Verde prende forma in un unico edificio a corte, ad altezza crescente, posto al centro di un sistema articolato di verde pubblico e di percorsi capace di integrare l’elemento vegetale come materia viva dell’architettura. Sul piano architettonico, l’intervento si sviluppa attorno a una corte aperta, che culmina in una sorta di cuspide puntata verso nord, in direzione di Piazza Napoli. Verso sud l’impianto si allarga in un grande giardino pubblico, in diretto collegamento con il sistema dei navigli e in relazione

visiva con il piccolo borgo di San Cristoforo. Morfologicamente, l’edificio si sviluppa con una forma ascendente a spirale, a partire da una zona più bassa a sud, segnata da un grande portale di accesso, la cui copertura cresce con un andamento continuo. I pannelli fotovoltaici a elevate prestazioni energetiche che la rivestono interamente definiscono anche un tema espressivo e cromatico di grande impatto. Giunta alla quota di colmo, sul lato sud-est del fabbricato, la copertura piega in verticale lungo la parete meridionale, amplificando l’effetto percettivo. Le tre facciate principali sono scandite da un sistema alternato di balconi, sviluppati per ospitare piante e alberi ad alto fusto, mentre sul lato interno alla corte una trama di logge genera una scacchiera di pieni e

di vuoti, garantendo un elevato apporto di illuminazione naturale degli spazi interni e amplificando nello stesso tempo il legame visivo tra interno ed esterno dell’edificio. I numerosi ingressi aperti su via San Cristoforo rendono agevole l’accesso al parcheggio e alle diverse aree dell’edificio. Il grande portale a sud amplia anche visivamente la connessione tra gli spazi interni della corte e i nuovi ambienti a verde del parco pubblico circostante, che in seguito confluiranno nel futuro parco lineare risultato dalla conversione degli scali merci. Gli spazi comuni dell’edificio trovano posto sullo stesso fronte, così da generare un interscambio tra gli ambiti privati residenziali e i nuovi luoghi pubblici del quartiere. In alto, la zona di via San Cristoforo prima e dopo l’intervento alla Corte Verde; a fianco un render del complesso residenziale; sotto lo schema del prospetto del nuovo insediamento.

Realizzazione Corte Verde Località via San Cristoforo, Milano Committente Edillombarda Spa, Milano Promoter Fondazione Biffi Progetto Stefano Boeri Architetti, Stefano Boeri (partner and founder), Corrado Longa (supervisor), Francesca Da Pozzo, Moataz Faissal Farid, Laura Di Donfrancesco, Giovanni Nardi (team di progettazione), Progetto Arassociati Studio di Architettura, Marco Brandolisio, Giovanni da Pozzo, Massimo Scheurer, Michele Tadini (partner and founder); Francesca Romanò (supervisor), Luca Lazzari, Elena Raimondi (team di progettazione) Progettazione paesaggistica AG&P, Emanuele Bortolotti (partner and founder), Mariagiusi Troisi, Igino Marchesin (team di progettazione)

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› WORK IN PROGRESS SINGAPORE IL TECNOGRATTACIELO GREEN DI CARLO RATTI E BJARKE INGELS Posa della prima pietra lo scorso febbraio, consegna prevista per il 2021. È la torre alta 280 metri che sta sorgendo all’88 di Market Street, al posto di un edificio per parcheggi, nel Central Business District di Singapore, committente CapitaLand, joint venture di CapitaLand Ltd, CapitaLand Commercial Trust e Mitsubishi Estate Co. Le pulite linee verticali in acciaio della facciata e la geometria ortogonale delle schermature orizzontali delle grandi vetrate si modificano, piegandosi, in corrispondenza delle grandi oasi urbane di vegetazione tropicale – ciascuna di 30

metri di altezza – che si affacciano sulla città e arricchiscono gli ambienti interni a partire dall’ingresso su strada, con percorsi vegetati che conducono alla piazza interna, alta 19 metri, con lobbies separate per l’accesso agli uffici, al residence o agli spazi dedicati alla ristorazione. Tutto l’edificio è dotato di sensori, Internetof-Things (IoT) e intelligenza artificiale per offrire agli utenti il massimo grado di personalizzazione degli ambienti. I primi otto piani della torre saranno occupati da 299 unità di residence che oltre ai servizi di tipo alberghiero disporranno di una piscina, un percorso di jogging interno, una palestra e un ambiente cucina collettivo. Gli ultimi 29 piani sono spazi ufficio con viste panoramiche su Marina Bay. Una verdeggiante sky terrace in cima alla torre ospiterà un ristorante e la più alta vertical farm di Singapore. Realizzazione Torre mixed-use 88 Market Street, Singapore Committente CapitaLand Progettazione architettonica Cra-Carlo Ratti Associati (project lead Saverio Panata) e Big-Bjarke Ingels Group (Bjarke Ingels, Brian Yang, project manager Günther Weber) Collaboratori Rsp Architects, Dragages Singapore, Big Ideas, Big Landscape Consulenti per Cra dot-dot-dot Superficie lorda totale 93.000 mq Inizio-fine lavori 2018-2021

PARIGI L’EDIFICIO IN LEGNO DI BE ARCHITEKTEN E SCAPE La realizzazione di un edificio per uffici con una struttura in legno nel 17° arrondissement di Parigi, il primo nel suo genere nella capitale, per gli architetti Baumschlager Eberle Architekten e Scape ha rappresentato una sfida particolarmente interessante. I progettisti infatti sono stati impegnati a immaginare un progetto che fosse sostenibile e allo stesso tempo inserito nel contesto urbano. Il nuovo edificio, denominato Enjoy dal promotore dell’operazione, collocato lungo i binari ferroviari della stazione di Saint- Lazare, sfrutta il paesaggio ferroviario e un orizzonte aperto per affermarsi come prua di una nave, che annuncia, per chi arriva in treno da ovest, il nuovo quartiere di Parigi Batignolles. Con i piani superiori leggermente aggettanti rispetto a quelli inferiori, il complesso edilizio àncora le sue fondamenta tra i binari e gli scambi della Petite Ceinture (l’antica linea circolare interna): una soluzione che ha richiesto la massima attenzione nella progettazione strutturale dell’edificio. I due studi di progettazione – che hanno [ 18 ]

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lavorato assieme alla realizzazione del progetto collocato nei pressi del nuovo Palazzo di Giustizia progettato da Rpbw – hanno unito le loro professionalità in materia ambientale, tecnica e architettonica. Da questo lavoro comune è scaturito un edificio per uffici esemplare in termini di consumo energetico: a oggi è il più grande edificio terziario a energia positiva certificato Bbca (Bâtiment Bas Carbone). L’edificio verrà completato nell’autunno prossimo.

Progetto Enjoy - Lot O9 Località Zac di Batignolles, Parigi Destinazione Uffici e ristorante Affidamento Concorso a procedura ristretta Committente Bouygues Immobilier e Caisse des dépôts et consignations Progettazione architettonica Baumschlager Eberle Architekten Paris (capogruppo) e Scape (associato) Pianificazione urbanistica Paris Batignolles Aménagement Consulenti Scyna 4 (strutture), Arcora (facciate), Aia Ingénierie (strutture in legno), Energelio (sostenibilità), Latz + Partner (paesaggio), Bim (J.P. Trehen - Egis) Imprese di costruzione Mathis et Les Macons Parisiens (strutture), Arbonis (Facciate) Voisin (Paesaggio), Engie Ineo e Engie Axima (impianti) Tempi 2013-2018 Superficie dell’edificio 17.000 mq Costo di costruzione 34,5 milioni di euro Fotografie Luc Boegly


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› WORK IN PROGRESS NOVOROSSIYSK IL MASTERPLAN DI ZHA SUL MAR NERO L’idea del masterplan che Zaha Hadid Architects ha proposto e realizzato per la città di Novorossiysk, principale porto della Russia meridionale sul Mar Nero, nasce dalla constatazione dell’importanza dello sviluppo dei centri metropolitani e, al contempo, delle città di secondo livello, a cui il centro del Krasnodar appartiene. Il masterplan di Novorossiysk, esito di un concorso internazionale vinto di recente dallo studio londinese, si sviluppa su circa 14 ettari di superficie ed è costituito di nove edifici simili di diverse dimensioni, la cui superficie raggiunge i 300mila metri quadrati.

L’esito del lavoro progettuale è un complesso poroso e integrato con il tessuto cittadino, che vuole richiamare i residenti all’interno del complesso, a partire, in particolare, dal primo dei nove volumi, quello più iconico, che ospita una serie di differenti funzioni. Lungo la baia di Tsemes il progetto prevede una passeggiata, che accoglie e attraversa diverse funzioni ricreative: spazi aperti per la pratica dello sport, un club nautico, un porto per le attività di pesca, arene teatrali e cinematografiche, luoghi per concerti all'aperto. Nel masterplan il molo è stato quindi concepito come occasione di riscoperta del mare e dell’uso pedonale della città. L’obiettivo è far diventare l’area una zona attrattiva della città con un progetto che enfatizzi la presenza del mare e del porto turistico.

Una soluzione che mira anche a collegare Novorossiysk con il resto delle destinazioni regionali e a farla diventare una méta per turisti e uomini d’affari. Interessante è la tecnica utilizzata per la realizzazione del masterplan: Zaha Hadid Architects ha infatti utilizzato un modello di calcolo digitale che, a partire da un'impostazione iniziale, genera diverse alternative immediatamente valutabili sul piano urbanistico, ambientale ed economico. I nove edifici quindi sono il frutto dell’applicazione di un modello che contempla più soluzioni: una sorta di Bim territoriale che permette ai progettisti, agli sviluppatori e ai decisori politici di valutare immediatamente l’esito delle diverse ipotesi. L’avvio dei lavori è previsto per la metà del 2019. Progetto Masterplan Admiral Serebryakov Embankment Masterplan Progettazione Zaha Hadid Architects (ZHA) Direttore di progetto Christos Passas (ZHA) Progettazione architettonica Eider Fernandez Eibar (ZHA) Capi progetto Ben Kikkawa, Alicia Hidalgo Lopez, Melhem Sfeir, Kwanphil Cho, Leonid Krykhtin (ZHA) Progettisti locali Pride TPO, Mosca Consulenza paesaggistica Arteza, Mosca Consulenza urbanistica Lawrence Barth, Londra Consulenza ambientale Buro Happold, Londra

MOSCA AL VIA IL SBERBANK TECHNOPARK DI ZHA Skolkovo è un sobborgo a ovest di Mosca non distante dalla capitale. Una decina di anni fa il governo, sugli oltre 240 ettari dell’area, decise di realizzare un centro di ricerca che fosse un incubatore per le start-up russe. Oggi Skolkovo ospita 95 società internazionali e sono stati realizzati investimenti per oltre un miliardo e mezzo di rubli (20 milioni di euro). Considerata la silicon valley russa, Skolkovo è il nuovo centro dell’innovazione di Mosca nei campi informatico, biomedico, energetico, nucleare e spaziale.

Recentemente, il progetto di realizzazione dello Sberbank Technopark, il parco tecnologico della più importante banca russa, a Skolkovo ha ottenuto il permesso di costruire. Le autorità locali hanno apprezzato il design presentato da Zaha Hadid Architects, il cui progetto è stato preferito alle proposte di altri studi internazionali (i russi di Speech, Foster + Partners, Eric Owen Moss Architects, Studio Fuksas). Il Sberbank Technopark, che si svilupperà su una area di 262.000 mq, diventerà la sede dell’innovazione tecnologica della banca e ospiterà 17mila dipendenti. Il design generale è stato il frutto di un’analisi dei processi di lavoro all’interno dei vari dipartimenti dell’istituto bancario.

Le soluzioni progettuali adottate dal team di Zha favoriranno la collaborazione dei vari uffici della banca, consentendo soluzioni innovative e di qualità. I lavori di costruzione del Technopark dovrebbero iniziare tra un anno e mezzo; l’inaugurazione è prevista per la fine del 2021.

Realizzazione Sberbank Technopark Località Skolkovo, Mosca Committente Sberbank Progetto Zaha Hadid Architects (ZHA) Design Zaha Hadid, Patrik Schumacher e Christos Passas Direttore del progetto Christos Passas (ZHA) Progettazione ingegneristica Aktii, Londra Superficie intervento 262mila mq Progettazione ambientale A10, Londra Render Anima

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CONTINUA...

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Dilatazione 0,01% longitudinalmente e trasversalmente Giunto di dilatazione ogni 25 ml longitudinalmente e trasversalmente Sottofondo esistente in piastrelle Non necessita la rasatura su piastrelle con fughe <1 cm Posa in opera più veloce - 20% di tempo Stabilità dimensionale garantita fino a 70°C (temperatura superficiale tollerata) Resistente al carico statico

Evolution Vertical è il primo rivestimento murale della gamma LVT Evolution di Virag. Certificato al fuoco C-s2, d0 Effetti legni e pietra Ideale per le ristrutturazioni Basso spessore (1,8 mm) Leggerezza e flessibilità Resistenza all’acqua Facile manutenzione


› WORK IN PROGRESS SESTO SAN GIOVANNI RESIDENZE DI 02ARCH PER L'AREA EX-FALCK Lo studio 02Arch di Milano (Ettore Bergamasco, Andrea Starr Stabile, Laura Colosi, Martina Cicolari, Francesca Ambrosi e Enrico Serventi) ha vinto il concorso di progettazione House-in-Milanosesto per la realizzazione di un edificio di edilizia residenziale convenzionata indetto da Milanosesto, la società di sviluppo immobiliare proprietaria delle aree dell’ex Falck a Sesto San Giovanni. Apprezzata la scelta dei grandi balconi in legno che, oltre a trasmettere un intento ecologico e conferire un senso di qualità dell’abitare, garantisce un elevato comfort climatico e acustico alle abitazioni. Il concorso aveva preso avvio la scorsa estate e si era svolto in due fasi. Durante la prima, conclusasi lo scorso ottobre, la giuria, presieduta da Davide Bizzi e composta dagli architetti Paolo Citterio (DA-A Architetti), Alberto Ferlenga (rettore dello Iuav di Venezia), Gianluca Peluffo (Gianluca Peluffo & Partners) e Susanna Scarabicchi (Tectoo), aveva selezionato, tra più di 180 proposte progettuali presentate, le cinque da ammettere alla seconda fase

TORINO FUSARI E APPENDINO DE ORSOLA PER LE RESIDENZE THOVEZ11 A Torino, al numero 11 di viale Thovez, alle spalle di borgo Crimea, il recupero e la trasformazione del complesso che ha ospitato per oltre un secolo l’Istituto delle Suore del Sacro Cuore e, in seguito, il Lycèe Français si avvia alla conclusione dei lavori. Si tratta di un complesso di sette residenze

in funzione delle caratteristiche innovative e delle proposte che meglio intrepretavano il progetto generale di sviluppo che Milanosesto sta conducendo. Per la realizzazione del nuovo edificio la società di sviluppo prevede un investimento di circa 19 milioni di euro. La struttura a più piani, che sarà edificata in prossimità della Città della Salute e della Ricerca, avrà una superficie complessiva di 13.500 metri quadrati, a cui si aggiungeranno gli oltre cinquemila metri quadrati di parcheggi interrati.

Progetto House-in-Milanosesto Concorso Progettazione per la realizzazione di un edificio di edilizia residenziale convenzionata Progetto vincitore 02Arch, Milano (Ettore Bergamasco, Andrea Starr Stabile, Laura Colosi, Martina Cicolari, Francesca Ambrosi e Enrico Serventi) Proponente Bizzi & Partners Development (in collaborazione con il Consiglio nazionale architetti paesaggisti, pianificatori e conservartori) Costo intervento 19 milioni di euro Superficie totale 13.500 mq

(ville, attici, appartamenti), di tipologia e dimensioni differenti, comprese in un’area verde semi-collinare della città. Uno di punti di forza di Thovez11 risiede nel recupero degli edifici esistenti, circondati da un parco secolare: la trasformazione dell'esistente in un complesso abitativo contemporaneo è avvenuta nel rispetto dell’ambiente, della natura, degli elementi storici e prestando particolare attenzione al contenimento dei costi di gestione. Negli edifici principali, ristrutturati, si trovano appartamenti di tipo tradizionale, alcuni con terrazze panoramiche, mentre nelle ville del parco sono state ricavate

residenze con giardini privati. Ogni unità abitativa è dotata di un sistema di contabilizzazione individuale dei consumi e di un impianto domotico che consente di gestire anche da remoto della climatizzazione. Per il riscaldamento e il raffrescamento delle abitazioni il complesso, in classe energetica A, fa ricorso alla geotermia con pompe di calore mentre la distribuzione del clima avviene mediante pannelli radianti a pavimento. Gli standard di sicurezza sono garantiti, oltre che dal servizio di portineria, anche da un sistema di videosorveglianza a circuito chiuso per il parco e le aree comuni.

Progetto Thovez11 Località via Thovez 11, Torino Destinazione residenza Committente Gruppo Ferrero spa Progettazione architettonica Studio Fusari e Studio Appendino Deorsola & Partners Progettazione paesaggistica Studio Genta Ternavasio Direzione lavori Vittorio Neirotti Impresa di costruzioni Colombo Costruzioni Investimento 50 milioni di euro Superficie comoplessiva 30mila mq Inizio lavori 2014 Fine lavori gennaio 2019

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MILANO RESIDENZA PER STUDENTI FIRMATA CALZONI ARCHITETTI Verrà realizzato a pochi passi dal campus universitario della Bocconi il nuovo studentato di via Giovenale a Milano, progettato da Sonia Calzoni. Saranno costruiti alloggi di alta qualità per studenti, per un totale di 640 posti letto, con servizi condivisi al piano terra e al piano interrato (piscina, palestra, biblioteca e sala cinema), per un investimento di 85 milioni di euro sostenuto da Hines Italia. Il modello d’intervento è già stato sperimentato con successo in altre città, in particolare in Gran Bretagna. Oltre agli alloggi e ai servizi collettivi verranno realizzati anche mini appartamenti per le famiglie in visita ai figli e per visiting professors provenienti dall’estero. Il progetto prevede anche la realizzazione di spazi comuni aperti alla città su via Col Moschin e su via Giovenale. L’intervento si articola in quattro volumi: gli edifici più alti sono disposti nel lotto lungo via Col Moschin e fronteggiano la parte più alta della zona limitrofa rafforzando il margine stradale. All’angolo tra via Giovenale e via Col Moschin è prevista la realizzazione dell’edificio più elevato e dalla forma più slanciata (una torre di 13 piani), che si relaziona allo spazio aperto a sud dell’area. Il progetto posiziona la volumetria a ridosso del margine stradale e conferma la cortina edilizia esistente. Sul retro si genera un ampio spazio verde in grado di rapportarsi con il tessuto urbano a ovest dell'intervento. Il campus sarà organizzato in chiave internazionale da Aparto, società che gestisce 3.600 posti letto in studentati di Regno Unito e Irlanda e ne sta realizzando altri 1.400 in tutta Europa. I lavori inizieranno entro l’anno e termineranno alla fine del 2020. Realizzazione Residenze per studenti e servizi collettivi Località via Giovenale, Milano Committente Hines Italia, Milano Progetto architettonico Calzoni Architetti, Sonia Calzoni, Milano e Carmody Groarke, Londra Progetto del paesaggio Giovanna Longhi Progetto strutturale Ramboll Progetto impiantistico Esa Engineering Progetto delle facciate Faces Engineering Termine lavori fine 2020 Costo di costruzione 34,5 milioni di euro


› CONCORSI

MILANO LA BIBLIOTECA LIB-LAB DEL LORENTEGGIO L’ESITO DI UN CONCORSO INTERNAZIONALE SVILUPPATO SULLA PIATTAFORMA CONCORRIMI DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI MILANO: UN EDIFICIO POLIFUNZIONALE A CAMPATA CHE ESTENDE ALL'INTERNO LO SPAZIO PUBBLICO Nuova biblioteca di via Odazio nel quartiere Lorenteggio a Milano. Su 201 proposte progettuali selezionate, il concorso internazionale, voluto dal Comune sul bando-tipo predisposto dall’Ordine degli architetti di Milano, ha premiato la proposta del team guidato dal catalano Grau Magaña Urtzi (con il co-fondatore dello studio Fake Industries, Architectural Agonism hanno fatto squadra la progettista cilena Jocelyn Froimovich Hes e gli architetti italiani Stefano Rolla, Laura Signorelli e Cristiana Francesca Giordano). La biblioteca sarà un edificio innovativo, polifunzionale, con una struttura a campata e che si misura con il contesto circostante. La gestione del concorso è avvenuta attraverso la piattaforma telematica Concorrimi.it dell’Ordine di Milano. La biblioteca, la cui realizzazione verrà finanziata dal Comune (l’importo previsto è di sei milioni di euro), completa la sequenza di infrastrutture su via Odazio, che include la parrocchia, l’anfiteatro, la vecchia biblioteca comunale e il mercato rionale. È disposta su due livelli: il primo si sviluppa su una serie di archi, che estende lo spazio pubblico all’interno della biblioteca; il secondo verso l’alto, coperto con cupole trasparenti che rendono gli spazi luminosi. Al piano terra è prevista l’area Forum, con spazi gioco e lettura per bambini e famiglie, una sezione dedicata alla musica e ai nuovi media e un’ala per i giovani con postazioni internet. Al primo piano, raggiungibile attraverso due scale e un ascensore, l’area Lab è dedicata agli spazi per la creatività e la formazione, mentre l’area Lib comprende la sala studio e gli scaffali di narrativa e saggistica. Un'organizzazione delle funzioni che, con l'adozione di pannelli mobili che possono separare o riunire gli ambienti assicura l’indipendenza delle attività, consentendo a ogni [ 24 ]

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area di rimanere aperta al pubblico anche quando le altre zone sono chiuse. Gli ampi archi del piano terra funzionano da infrastruttura urbana e si aprono sulla grande area pubblica prospiciente la biblioteca, dividendola idealmente in tre settori paralleli: la piazza, che connette la vecchia biblioteca con il mercato comunale; l’area verde, adatta a ospitare attività come picnic e cinema all’aperto; la zona di pertinenza, con le aree gioco. Il progetto pone attenzione al tema dell’efficienza energetica; è stata inoltre prevista una base di cemento, per minimizzare gli effetti sismici, e una struttura superiore leggera e slanciata che supporta l’involucro superiore e la copertura. La realizzazione della facciata con pannelli di policarbonato multistrato favorisce il necessario isolamento acustico.


› CONCORSI

Gli ampi archi del piano terra funzionano da infrastruttura urbana e si aprono sulla grande area pubblica prospiciente la biblioteca.

COSTRUIRE L'IDENTITÀ DEI LUOGHI Intervista a Corrado Bina, direttore Periferie del Comune di Milano di Carlo Ezechieli Dal momento che a partire dal secondo dopoguerra tutte le città, e in particolare le aree metropolitane, si sono espanse a macchia d’olio, nel tempo si è accumulata una notevole estensione di tessuto urbano recente. In alcuni casi queste porzioni si sono andate consolidando, in altre sono rimaste marginali, di identità formale e sociale indefinita, incapaci di creare coesione e qualità abitativa. Ambiti estesi che rendono caldo il dibattito degli architetti sulle periferie, intese come aree da riqualificare e finalmente da trasformare in ambiti pienamente partecipi alle dinamiche urbane. Corrado Bina, già direttore dei programmi di riqualificazione del sistema delle case popolari di Milano, è da qualche tempo direttore dei programmi strategici sulle periferie. Il suo punto di vista è fondamentale per comprendere il ruolo potenziale di iniziative e progetti, alcuni risultati da concorsi di architettura molto partecipati, come quello recente per la nuova Biblioteca del Lorenteggio. Cresce l’interesse e l'attenzione verso le periferie Credo siano evidenti gli effetti di una società che si sta polarizzando, dove le periferie sono in qualche modo la rappresentazione di problematiche di più ampio spettro. Problemi di accessibilità (di carattere economico intendo) come prima cosa. Tuttavia Milano è una città compatta e zone avvan-

taggiate e svantaggiate sono vicine ed è possibile creare sinergie, con un vantaggio reciproco. Anche le aziende, molte con sedi nelle periferie, sono e devono diventare attori di queste logiche attraverso le fondazioni oppure direttamente, tramite le proprie politiche di responsabilità sociale (Csr - Corporate Social Responsibility). Ci sono già vari esempi di impatti positivi sul territorio. Mi vengono in mente il Gruppo Pellegrini (con il ristorante sociale Ruben a Giambellino) o il Gruppo Bracco con le proprie azioni a Lambrate. Quali sono i principali problemi delle periferie? Si è costantemente alla ricerca di un equilibrio tra rigenerazione e gentrificazione che, se da un lato riabilita i quartieri, dall’altro tende ad espellere certi segmenti più deboli della popolazione. In molti casi questi processi possono deflagrare, come successo in alcune aree di Londra, e pertanto questo apre il tema, fondamentale, di come governare positivamente le trasformazioni di questi luoghi. Quali sono a Milano le principali aree di intervento? Parlando di opere pubbliche, le case popolari, innanzitutto, che comprendono una grande quantità di appartamenti, circa 70.000, in cui abita il 12-13% dei milanesi. Il Comune sta per avviare la riqualificazione di un intero complesso in via Villani e Giuffrè (un intervento da 13 milioni di euro) e anche delle due torri di Via Cilea (per altri 5 mi-

lioni di euro circa). Oltre a questo è stata avviata una campagna per il recupero degli alloggi sfitti, più di mille all’anno. Inoltre l’amministrazione sta portando avanti diversi interventi relativi all’edilizia scolastica e agli impianti sportivi. Tutto questo affiancato da azioni sulle politiche sociali, l’educazione e la cultura. Un intervento iconico, risultato di un concorso internazionale di architettura, è la nuova grande biblioteca del Lorenteggio, parte di un più ampio intervento integrato dell’intero quartiere. Con interventi di figure autorevoli come Renzo Piano e altri architetti il tema delle periferie ha acquisito sempre più interesse. Quali potrebbero essere gli sviluppi? Senza dubbio il coinvolgimento di Renzo Piano ha aperto un importante dibattito culturale, sia a Giambellino-Lorenteggio sia a Ponte Lambro. Sono emersi temi di sicuro interesse che completeranno le azioni su questi quartieri. Quale potrebbe essere una visione per il futuro delle periferie di Milano? Quella di luogo in cui la gente è contenta, al quale sente di appartenere. Si tratta di ricostruire l’identità dei luoghi. Centralità come Baggio hanno un’identità molto forte, cosi come Niguarda, Dergano o Lambrate, che sono luoghi storici presenti nella memoria degli abitanti

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› TESI DI LAUREA

ARCHITETTURA PER L’ACCOGLIENZA

LA BUONA UTOPIA LA TESI DI LAUREA DI SIMONE CUSENZA (SETTEMBRE 2017, UNIVERSITÀ DI FIRENZE, RELATORE PAOLO DI NARDO) AFFRONTA IN 10 TAVOLE IL TEMA ESTREMAMENTE ATTUALE DELL’ACCOGLIENZA. UN PROGETTO CIVILE E GENEROSO DI ARCHITETTURA AL SERVIZIO DELLA COMUNITÀ

Ancorati presso il porto di Trapani, i padiglioni galleggianti possono essere aggregati tra loro dando luogo a nuove tipologie di spazi pubblici. Ogni padiglione si compone di otto moduli tronco-conici che prendono luce anche dall’alto (fotoinserimento e disegni ©Simone Cusenza).

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Se il fenomeno migratorio alimenta spesso la paura verso l’altro, il diverso, il forestiero, e se questa paura genera un clima sociale di rifiuto e di scontro, presto o tardi tutta la comunità perderà qualcosa. Perché ciascuno di noi è diverso dagli altri e una comunità cresce e prospera solo riconoscendo, legittimando queste diversità: di ceto, costumi, preferenze, opinioni. Le migrazioni di massa attraverso il Mediterraneo sollevano allora una questione più ampia, che ci riguarda indipendentemente dalla provenienza del diverso. E creano naturalmente anche problemi di ordine pratico e emergenziale che riguardano la prima accoglienza, il collocamento temporaneo e la successiva, auspicabile integrazione dei nuovi arrivati. Cosa possono dunque l’architettura e l’urbanistica di fronte a sfide così recenti che agiscono con forza su consuetudini secolari? Simone Cusenza progetta una nuova tipologia insediativa come premessa per una città interetnica. Il padiglione galleggiante, pensato avendo in mente come luogo preciso della costa si-

ciliana la città di Trapani, si presta a numerose modalità di fruizione – pregare, incontrarsi, giocare, fare musica, mangiare, dormire – che, seppur pensate per accogliere immigrati africani, riflettono gli stili di vita delle giovani generazioni e dei nuovi ‘nomadi’ dell’Occidente e si propone così come potenziale microcosmo di integrazione culturale, aperto a ‘noi’ e a ‘loro’. Mobile e smontabile, il padiglione galleggiante si compone di otto moduli tronco-conici aggregati intorno a uno spazio centrale. La forma è un’evoluzione tecnologica dell’archetipo del villag-

gio, nell’immaginario comune considerato ‘africano’ ma in realtà non diverso dai raggruppamenti abitativi da cui hanno tratto origine le diverse civiltà. I volumi si appoggiano l’uno all’altro come conci di pietra in un arco e sono realizzati con una struttura portante in tubolari d’acciaio che regge una copertura in legno, mentre la ventilazione naturale è assicurata da leggere schermature perimetrali in cannicciato, mobili per regolare l’ombreggiamento. All’interno, piccoli ambienti, sempre in legno, sono costruiti a diverse altezze per permettere di assolvere anche a funzioni più intime


› TESI DI LAUREA Con schermature solari perimetrali in cannicciato e connessi tra loro all’interno, i moduli si prestano a diverse funzioni. Sotto, il funzionamento ambientale e una sezione del padiglione (render e disegni ©Simone Cusenza).

e private. La piattaforma galleggiante su cui poggia il padiglione è realizzata anch’essa con tubolari di acciaio a cui sono ancorati serbatoi in Pvc che oltre a garantire il galleggiamento contengono il sistema di depurazione delle acque saline, di raccolta delle acque reflue, le batterie di accumulo per l’energia eolica e fotovoltaica prodotta e un serbatoio per la raccolta dell’acqua meteorica. Un’utopia buona? Forse – e l’aggettivo non merita hashtag ma vuol ricordare che molte utopie furono invece all’origine di regimi totalitari – ma sarebbe bello che se ne potesse realizzare almeno uno: per mettere alla prova il progetto di un giovane architetto neolaureato, il saper fare delle nostre imprese e le capacità di convivenza di una comunità

Antonio Morlacchi

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› TESI DI LAUREA

EXISTENZMINIMUM 2.0

HOME* HUMANITARIAN AND (UN)ORDINARY MACHINE FOR EMERGENCY CHI E COME ABITA L’EMERGENZA. L’ANALISI DI 84 CASI DI STUDIO E IL PROGETTO DI UNA CASA TRASFORMABILE E ADATTABILE A UTENTI E SITUAZIONI DIVERSE. È LA TESI DI LAUREA MAGISTRALE IN ARCHITETTURA CONSEGUITA CON LODE POCHI MESI FA PRESSO IL POLITECNICO DI MILANO (RELATORE ANDREA CAMPIOLI) DA DUE STUDENTI ITALIANI. CHE NE SINTETIZZANO COSÌ LE 270 PAGINE Testo e immagini di Tecla Caroli e Claudio Portogallo

Nella vita di un uomo la casa è riparo e protezione, memoria e immaginazione, è l’elemento inseparabile della propria identità, è presente e futuro. L’emergenza causata da disastri ambientali, povertà e guerra porta via tutto questo. Si tratta di aree diff use in tutto il mondo, in cui elettricità, acqua corrente o anche scuole, strade, sanità sono troppo lontane o sono solo un ricordo perché distrutte da un evento catastrofico. In assenza di aiuti umanitari, i tempi di attesa per la risoluzione del problema abitativo si prolungano e i campi temporanei diventano a tutti gli effetti città permanenti. La mancata tutela dei dirit[ 28 ]

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ti dell’uomo ha generato la formazione di veri e propri slum, come ad esempio il campo di Dharavi, nella periferia di Mumbai, dove un milione di persone è costretto a vivere in soli 1,7 kmq. Uno dei più recenti campi profughi, formatosi nel 2012, è quello di Za'atari in Giordania che, nel giro di tre anni, è diventato il più grande del mondo. Con la consapevolezza che le attuali strutture abitative d’emergenza non sono adeguate, bisogna agire progettando case che restituiscano dignità all’uomo, nonostante la situazione limite. Per comprendere il concetto di abitare in emergenza si deve far riferimento a

tre principi, forse scontati, eppure estremamente innovativi, perché troppo di rado applicati. Primo: eguaglianza. Ogni essere umano ha diritto a una casa a prescindere dalla condizione economica e sociale, dal sesso, dall’etnia, dalla religione e dalle opinioni. Secondo: qualità. Una casa deve poter soddisfare esigenze primarie e non, off rire un riparo che generi benessere e comporti sviluppo. Terzo: socialità. Il benessere degli abitanti all’interno di un sistema è generato dal vivere con gli altri, dai modi in cui lo spazio costruito e il contesto convivono e si sviluppano. Innovazione e tecnologia devono collaborare per generare una

In questa pagina, alcuni disegni del modulo abitativo home* e delle possibilità di aggregazione (disegni ©Tecla Caroli e Claudio Portogallo).


› TESI DI LAUREA

Render e sezioni del modulo abitativo: si trasporta, monta, adatta, integra ed espande secondo le esigenze (disegni, ©Tecla Caroli e Claudio Portogallo).

CI

SEZIONE CCI

DI

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AI

AI

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2.80 0.25

BI 3.50

3.50 3.00

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2.55

0.30

2.55

0.40

2.55

1.13 3.40

3.40

2.05

DI

A

DI

DI

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0.25

0.25

0.11

A C

4.00

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1.25

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2.15

0.30

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0.25

2.85 0.12

SEZIONE DDI

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SEZIONE AAI

efficaci. Inoltre, per gestire il problema dell’abitare in emergenza nella maniera più economica e rapida possibile, il sistema si sviluppa in due fasi. Per la fase 1, che ha inizio nel momento in cui avviene l’emergenza, è previsto un modulo abitativo semplice, un riparo per due persone ma che, allo stesso tempo, off re maggiore resistenza e sicurezza rispetto a una semplice tenda, e può essere montato, smontato e riutilizzato in differenti altri modi. Durante la fase 2, home* si trasforma e si espande, diventa un sistema complesso in continua evoluzione. I componenti off rono differenti possibilità e la loro standardizzazione nei materiali di base e nelle dimensioni permette di pensare e ripensare la propria casa in maniera differente e sempre nuova. Non si tratta di un rifugio per la sopravvivenza ma una nuova casa in cui vivere, un nuovo inizio per poter progettare il proprio futuro. home* è macchina, è sistema, è architettura, è casa

Le 84 esperienze di progetto analizzate, progettate tra il 1833 e il 2018, sono case per l’uomo ma per diversi contesti. Abitazioni utopistiche e futuristiche o reali, per vacanze balneari o rifugi alpini, temporanee o permanenti, unità singole o sistemi abitativi, isolate o in comunità, ordinarie o straordinarie; ma ciascuna pensata per abitare. Questa ricerca e raccolta di riferimenti progettuali è stata il punto di partenza per la progettazione responsabile e precisa di home*. home* off re una casa ordinaria ma straordinaria proprio come il contesto in cui è inserita. È un sistema semplice, ma anche una macchina perfetta studiata per essere efficiente per tutta la durata di tempo in cui l’abitante decide di utilizzarla. Si trasporta e si monta, si trasforma e si adatta, si integra e si espande. È un sistema sostenibile che tiene conto, in tutto il suo ciclo di vita, dei fattori ambientali ed economici e attua delle procedure e delle tecniche efficienti ed

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nuova consapevolezza sull’importanza del rapporto tra architettura e progettualità sociale. Gli otto mesi di ricerca hanno permesso di individuare le qualità che una casa deve offrire per il “buon abitare” anche in situazione di emergenza. La prefabbricazione, l’abitare minimo, la modularità, la trasportabilità e la leggerezza, la flessibilità e la sostenibilità sono caratteristiche che permettono di controllare le diverse esigenze di tipo tecnico, ovvero sicurezza, fruibilità, gestione e impatto ambientale, tipiche di una struttura emergenziale. Se le classi di esigenze, requisiti e prestazioni attese sono state individuate grazie alle esperienze pratiche, ai documenti ufficiali e alle normative vigenti, le caratteristiche dell’abitare sono valutabili grazie alla raccolta e alla lettura delle esperienze progettuali di architetti che hanno ideato e realizzato architetture residenziali – per l’emergenza e non – e hanno risposto in maniera efficace ed efficiente al problema dell’abitare.


â&#x20AC;º LUOGHI DEL LAVORO

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› LUOGHI DEL LAVORO

ALD AUTOMOTIVE ITALIA, EUR, ROMA

UN MODELLO DI LAVORO EVOLUTO I nuovi uffici della società di mobility solutions a Roma, nel cuore dell’Eur, sono stati realizzati dal Gruppo Valle Giulia in stretta collaborazione con lo staff tecnico della stessa Ald e su progetto dell’architetto Jacopo Rizzi. Così, uno scheletro di cemento armato ha acquisito la propria identità attraverso un intervento di restyling generale

Dieci anni fa si presentava come un oggetto ‘non finito’, oggi ha riacquistato forma e identità. È la nuova sede di Ald Automotive Italia di viale Luca Gaurico, nel cuore dell’Eur a Roma, inaugurata a giugno 2017. Dopo un primo processo di adeguamento e restyling generale completato nel 2007, quando divenne sede di Saipem (fino al 2015), l’edificio aveva riacquistato forma ma non identità e la più profonda ristrutturazione iniziata nel 2016 ha avuto come obiettivo quello di offrirlo in locazione ad Ald Automotive, in cerca di un prestigioso immobile che potesse ospitare i propri nuovi uffici. L’edificio infatti si presentava ancora come un oggetto incompleto con le scale antincendio e il montacarichi a vista sul lato Nord, gli atri di ingresso non segnalati in facciata e senza un ‘attacco al cielo’ che lo proteggesse da intemperie e irraggiamento. A tutto ciò si aggiungeva la tipologia di distribuzione interna, caratterizzata da batterie di stanze operati-

Due grandi portali d’ingresso al piano terra sui due prospetti principali segnalano i punti di accesso all’edificio per i dipendenti e i visitatori.

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› OCCH

Jacopo Rizzi Laureato in architettura nel 2000 presso l’Università La Sapienza di Roma. Jacopo Rizzi (Roma, 1969) svolge attività di progettazione professionale su tutto il territorio nazionale occupandosi sia di nuove edificazioni sia di riqualificazione dell’esistente. Tra i progetti più recenti quello di una piastra parcheggi e retail per la stazione Termini (nel quadro della c.d Legge Obiettivo) e la progettazione degli impianti di spegnimento automatico nerlla galleria dei Laboratori Nazionali di Fisica Nucleare del Gran Sasso. Campo di specializzaizone specifica dell’architetto Rizzi la prevenzione incendi. Per la sede Ald oggetto di questo servizio Rizzi ha progettato anche la palestra privata attualmente in costruzione.

Le zone di sosta e ristoro adiacenti ai due prospetti principali presentano dei gazebo, strutture semplici e leggere in acciaio verniciato di bianco e antracite posizionate e dimensionate secondo il modulo di facciata, predisposte per essere poi coperte con vele in Dacron tese.

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› LUOGHI DEL LAVORO La cornice che abbraccia l’edificio nasconde le scale antincendio e copre l’ultimo piano proteggendolo da irraggiamento e intemperie.

ve collocate sui lati lunghi dell’edificio e separate da un corridoio centrale cieco, ricordo di un antiquato concetto di lavoro basato sul controllo. Il completamento dell’edificio all’esterno e la riconfigurazione degli interni secondo le esigenze del nuovo locatario e della prorpietà Immobilcinque (Gruppo Valle Giulia) sono stati i temi principali del progetto di restyling a opera dell’architetto Jacopo Rizzi e di tutto lo staff tecnico coordinato da Cool Projects, società di Project & Construction Management incaricata dalla proprietà dell’immobile. Il risultato architettonico, distributivo e funzionale è frutto di una riuscita sinergia tra proprietà, Ald Automotive e lo staff tecnico tutto, in una esperienza lavorativa unica in termini di collaborazione, convergenza di interessi e partecipazione. Un team trasversale, appassionato e consapevole del risultato da ottenere, ha operato per oltre un anno al conseguimento di un obiettivo senza compromessi. Una trasformazione che ha mantenuto alcuni elementi interessanti dal punto di vista architettonico (come la maglia esterna delle facciate Est e Ovest, il cui modulo è stato ripreso come unità di misura per alcune parti del progetto), e ha previsto la realizzazione di nuovi elementi per l’adeguamento alla normativa antincendio (come la scala esterna addossata al prospetto Sud e l’innalzamento dell’altezza del solaio di copertura). Componente fondamentale del progetto è la cornice in pannelli Alucobond che abbraccia l’intero edificio. La sua funzione è duplice: da una parte nasconde le scale antincendio donando uniformità alle facciate, dall’altra completa in sommità lo stabile proteggendolo dall’irraggiamento e dalle intemperie attraverso un forte aggetto orizzontale. La cornice ha un andamento alternato, rettangolare e curvilineo, che dona dinamicità al complesso contrapponendosi al rigido schema simmetrico in pianta. Inoltre la scelta dell’alluminio come finitura si armonizza alla varietà di materiali già presenti nell’edificio. In particolare il volume che racchiude la scala antincendio sul lato Nord è caratterizzato da tagli orizzontali in lamiera stirata nera, mentre il volume sul lato Sud presenta un grande taglio verticale quale presa d’aria e segnala un distacco netto tra la cornice e i prospetti vetrati, sottolineando la netta separazione tra elementi nuovi e preesistenti. Protetti da grandi lastre di vetro a sbalzo, due grandi portali d’ingresso al

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› LUOGHI DEL LAVORO Oltre al coordinamento generale per il completamento e la riconfigurazione dell’edificio, Cool Projects si è occupata della progettazione e della direzione dei lavori per gli impianti elettrici, meccanici e speciali e ha sviluppato i sistemi hardware e software del sistema Bms di supervisione e controllo

piano terra sui due prospetti principali segnalano i punti di accesso all’edificio per i dipendenti e i visitatori. Rivestiti anch’essi da pannelli in Alucobond con finitura color antracite metallizzato, i portali seguono, in proporzione, il ritmo della facciata, distaccandosene cromaticamente. I percorsi, altro elemento significativo del progetto, sono stati rivisti ed evidenziati, come nel caso delle pensiline vetrate che collegano le quattro scale esterne, precedentemente prive di connessione all’edificio. Queste ultime mettono in comunicazione le autorimesse sottostanti con i piani d’ingresso attraverso una sorta di galleria vetrata all’esterno dell’edificio; sono costituite da un telaio a “L” rovesciata in acciaio bianco verniciato controbilanciato da un puntone in acciaio color antracite, su cui sono appese le lastre di vetro. La trasparenza e la sottigliezza dei materiali utilizzati nella composizione delle pensiline le caratterizzano come elementi leggeri ed esili, che non interferiscono con le facciate retrostanti. Il dimensionamento delle componenti della pensilina, così come il disegno del parcheggio e delle aree ristoro esterne, sono stati progettati secondo il modulo di facciata, utilizzando una segnaletica orizzontale e una grafica in linea con quella aziendale. Le aree perimetrali del lotto,

Dall’alto, la reception con una grande parete ledwall che proietta immagini legate all’attività di Ald, l’area lounge in stile ‘jungle’, con arredi Vitra forniti da XOffice, e un terminale del sistema Bms (building management system) sviluppato da Cool Projects per il controllo puntuale del comportamento e delle prestazioni dell’edificio.

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› LUOGHI DEL LAVORO

attualmente in corso di completamento, prevedono la realizzazione di un parco urbano, aree di sosta, un teatro all’aperto, isole verdi coperte, una pista per la corsa e un’area per l’allenamento. L’edificio si sviluppa su 11 piani: 2 interrati destinati ad autorimessa, un piano terra destinato ad accoglienza e ristoro, 7 piani per uffici e l’ultimo piano per attività dirigenziali. Tutto è stato ripensato secondo la logica dell’open space. Tutte le tramezzature all’interno dell’edificio

sono state demolite, con la sola esclusione dei blocchi destinati ai servizi igienici. Al piano terra due porte girevoli conducono agli ingressi principali. Accanto alla reception spicca una grande parete ledwall che proietta immagini legate all’attività aziendale. Dall’altro lato, allo sbarco ascensori, è inserita un’elegante scala elicoidale aperta, mantenuta in marmo nero d’Africa, in continuità con la pavimentazione dell’atrio, e completamente ritinteggiata in colore scuro per eviden-

ziare la scatola bianca che la contiene. Una “giungla urbana” invade il piano terra nelle aree lounge e ‘staff canteen’ disegnate dallo studio Gla: tavoli, aree relax, piante e carte da parati di ispirazione floreale rendono questi spazi rilassanti e giocosi, adatti per un pasto veloce o una breve riunione grazie alla flessibilità che li caratterizza: porte scorrevoli impacchettabili rendono possibile la suddivisione della lounge in più sale che possono assumere varie funzioni. Il layout degli uffici, ai pia-

Allo sbarco ascensori è inserita un’elegante scala elicoidale aperta in marmo nero d’Africa. Nel pozzo centrale lo studio romano di design ThirtyOne ha realizzato la pista per macchinine più lunga del mondo dove corrono modellini elettrici disegnati da Mascotte Car (altro logo di Ald).

Ergonomia e benessere al centro del progetto degli interni Frutto di una filosofia aziendale attenta al benessere dei collaboratori, il progetto di space planning, che ha portato alla radicale riconversione del precedente schema distributivo, è stato accompagnato da un progetto di arredo degli spazi, curato dalla società romana XOffice, focalizzato sull’ergonomia, con l’adozione per tutte le postazioni delle scrivanie regolabili elettricamente in altezza Tyde di Vitra (foto). Anche le sedute, sempre di Vitra (modelli ID-mesh, Uniox e Aluminium Group) rispondono alle regolamentazioni italiane ed europee in termini di salute e benessere dell’utente. Ma il benessere non è solo un fatto di norme Uni e En. Per questo il progetto di interni prevede anche ambienti per il relax dei collaboratori. In particolare, situati al piano terra, la ‘smart canteen’, sviluppata su progetto di Gla – Genius Loci Architettura e arredata con tavoli custom e sedute Vitra, e l’area’ lounge’. In entrambi questi ambienti, adottando una filosofia che XOffice promuove con la formula del jungle office, secondo la quale il verde vivo agisce in funzione anti-stress, la vegetazione agisce come vero e proprio elemento di arredo.

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› LUOGHI DEL LAVORO

ni superiori, è rappresentato da ambienti open-space molto luminosi, in cui sono state inserite le scrivanie e gli arredi Vitra scelti con la consulenza di XOffice. Scrivanie ergonomiche regolabili in altezza a gruppi di quattro, workbays o informal meeting, phone-boot disegnate custom e focus area sono i principali elementi che costituiscono questi spazi, a tutti i piani, insieme a stanze private per i dirigenti e aree break chiuse da pareti vetrate parzialmente schermate con pellicole filtranti e una grafica accattivante. Fondamentale l’attenzione nella scelta dei materiali, soprattutto per quanto concerne il fonoisolamento e il comfort ambientale dei dipendenti. L’ottavo e ultimo piano è destinato alle attività dirigenziali. La sua dimensione in pianta, inferiore a quella dei piani sottostanti, ha permesso la realizzazione di due

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› LUOGHI DEL LAVORO

Pagina di sinistra, tavolo di Mdf Italia e sedute Aluminium Group di Vitra per una sala riunioni; sotto, gli uffici operativi con scrivanie regolabili in altezza Tyde di Vitra e la pianta

e sistema distributivo di un piano-tipo.

CREDITI Realizzazione ALD Automotive Italia Località Roma, Eur Committente Immobilcinque, Gruppo Valle Giulia

Superficie dell’intervento 6.500 mq Cronologia 2008 (completamento); 2016 (adeguamento); giugno 2017 (consegna)

Project, Construction & Safety Management Cool Projects

Progetto architettonico Jacopo Rizzi Progetto impianti elettrici, meccanici e speciali Cool Projects Progetto strutturale e dir. lavori Studio Cfr Interior aree ufficio, reception, connettivo e servizi Jacopo Rizzi Interior meeting & It rooms Cool Projects &

Davide Stolfi

Interior Staff Canteen Gla Interior, illuminazione semovente atrio e corpo scala ThyrtyOne Gardening & Landscape design ThyrtyOne,

Jacopo Rizzi

Contract arredi XOffice Foto Moreno Maggi

ampie terrazze coperte collegate da lunghi ballatoi. La copertura con struttura a tetto piano, rivestita in Alucobond, è provvista di grandi fori, tondi sul lato nord e rettangolari sul lato sud, per l’esalazione di fumo in caso di incendio. In posizione strategica, dalle terrazze si gode di un bel panorama verso il quartiere Eur a Ovest e verso il quartiere di Vigna Murata a Est. Su tutte le pareti in vetro trasparente è stata applicata una pellicola satinata a gradiente che permette di godere del pa-

norama anche dall’interno. L’edificio inoltre rappresenta un esempio importante in termini di efficientamento energetico, raggiungendo la più alta classe di riferimento, nonostante le grandi superfici vetrate, perché dotato di un sistema di Building Automation realizzato da Cool Projects, capace di controllare tutti i parametri funzionali dello stabile, consentendo agli utenti l’intuitiva gestione delle condizioni ambientali tramite semplici pannelli touch screen

In questa pagina, le terrazze dell’ottavo piano hanno pavimento flottante in gres porcellanato effetto legno. Sono arredate per accogliere i dirigenti e i loro ospiti e attrezzate per lo svolgimento di eventi aziendali.

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› RESIDENZE

VILLA S. A SANTA LUCIA DI PIAVE, TREVISO

CONTRO IL MIMETISMO In una campagna urbanizzata che da tempo ha smarrito i suoi caratteri originari, l’intervento di Milanese Architects Office disegna un monolite bianco che attualizza gli elementi della tradizione costruttiva del luogo e induce un ripensamento del rapporto tra architettura e paesaggio

Sezione longitudinale e trasversale di villa S. In alto, l’ampia vetrata che si apre sul giardino (foto e disegni ©Milanese Architects Office).

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Forse è frutto di un atteggiamento snobistico, ma attraversare oggi la pianura del Veneto orientale e ripensare alle ville palladiane che erano fulcro dell’attività agricola di estese proprietà genera un po’ di rimpianto. Se l’urbanizzazione della campagna, in Veneto, è fenomeno di lunga data, sicuramente gli anni del boom economico hanno dato luogo a uno sprawl diffuso nel quale un’agricoltura tuttora rilevante, talvolta anche di qualità, si mischia a insediamenti indu-


› RESIDENZE

striali, big box commerciali dalle orrende insegne e quartieri di villette definiti dai Pgt di singoli piccoli Comuni ma in assenza di una strategia territoriale di lungo respiro. È in uno di questi quartieri, a Santa Lucia di Piave nell’opitergino, che sorge l’edificio tutt’affatto diverso dal contesto progettato dallo studio trevigiano Mao (Milanese Architects Office) di Erich Milanese. Una geometria moderna, un solido monolitico bianco chiuso verso

l’intorno ma aperto sugli elementi che compongono la natura del luogo, inseriti al proprio interno per sottrazione di volumi. Come un cristallo luminoso l’edificio rifiuta ogni mimetismo per rileggere in chiave attuale gli elementi tipici della tradizione costruttiva del luogo: la copertura a falde, che diventa qui un’astrazione geometrica; la corte ritagliata nel volume, perno intorno al quale ruotano gli ambienti domestici e che contiene la

Milanese Architects Office Fondato da Erich Milanese, Mao (Milanese Architects Office), con sedi a Treviso e Portogruaro, è uno studio di architettura e design multidisciplinare che da oltre vent’anni opera su scala internazionale con progetti che spaziano dal residenziale all’ospitalità, dall’urban design al masterplanning al retail. L’attività del team multidisciplinare è caratterizzata da un profondo rispetto per I luoghi e – specie in campo alberghiero – per l’identità dei marchi. www.maoarchitects.com

Accanto, il portico sul fronte est. La foto dal drone, in alto a destra, restituisce la natura monolitica del manufatto bianco nel cui volume sono stati ritagliati la corte e una stanza a cielo aperto (foto ©Milanese Architects Office).

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› RESIDENZE

natura del luogo; il portico, scandito dal ritmo di moderne paraste, che diventa una rilettura delle antiche barchesse. Perché il passato, secondo Erich Milanese, può vivere soltanto nella misura in cui viene riletto e reinterpretato. Se i canoni della villa veneta, tradotti nella tradizione novecentesca del razionalismo italiano, assumono infine le forme di un oggetto architettonico proveniente dal futuro, ne trae vantaggio una

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fruizione del tutto contemporanea degli ambienti: con grandi spazi interni luminosi in costante dialogo con l’esterno. Il silenzio espresso dall’architettura induce così più di una riflessione sulla natura dei luoghi, sulla loro storia inevitabilmente passata ma soprattutto sui modi con i quali dovrebbe, potrebbe incidere oggi un pensiero architettonico colto sulla perduta bellezza di un paesaggio che genera rimpianti

«l’edificio si inserisce nel contesto attraverso una geometria piena dal disegno monolitico – aspetto sottolineato dall’omogeneità monomaterica che viene prevista sia per il trattamento degli alzati sia per quello della copertura – cambiando la percezione dello spazio circostante e imponendo una riflessione sul rapporto tra architettura e territorio» Erich Milanese


› RESIDENZE

CREDITI Località Santa Lucia di Piave, Treviso Committente Privato Fine lavori 2017 Superficie 600 mq Progettazione architettonica

Milanese Architects Office (Erich Milanese, Michela Vanin, Federico Saccarola)

Progettazione strutturale

Geo Engineering, Daniele Guerrieri

Progettazione d’interni Pierantonio Longo Direzione lavori Erich Milanese Impresa costruttrice Impresa Edile Cardazzo Cav. Ermenegildo

Facciate e sistema di copertura Mapei Illuminazione Erco Serramenti Fabbio design Rivestimenti in pietra Perinot Marmi Fotografie Milanese Architects Office

Evidente nelle foto notturne il ruolo del progetto illuminotecnico (corpi illuminanti di Erco) per sottolineare gli aspetti salienti del monolite bianco. A sinistra e nella planimetria accanto, la villa si inserisce nel lotto con orientamento prevalente nord-sud. Sulla sinistra, a fianco del vialetto d’ingresso, la rampa di accesso al livello inferiore (foto e disegni @Milanese Architects Office).

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â&#x20AC;º I PROFILI DI LPP

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› I PROFILI DI LPP PROSEGUONO CON LUCA BRUNO GIOVANE ARCHITETTO DI EBOLI I PROFILI DEGLI STUDI EMERGENTI SCELTI DA LUIGI PRESTINENZA PUGLISI. LE QUATTRO OPERE CHE PUBBLICHIAMO AFFRONTANO CON CULTURA E INTELLIGENZA SITUAZIONI E PROBLEMATICHE TIPICHE DELLA PROVINCIA ITALIANA. DOVE MOLTO ANCORA CI SAREBBE DA FARE

Nuovi architetti italiani

LUCA BRUNO Luigi Prestinenza Puglisi Ho chiesto a Luca Bruno chi fosse il suo architetto preferito. Mi ha risposto con un lungo elenco di nomi. Tra questi: Luis Barrágan, Peter Eisenman, Richard Meier. Come succede, si è dimenticato dell’architetto a cui tiene di più: Carlo Scarpa. Tanto che mi ha telefonato dopo un po’ per dirmi di questa amnesia. La cui ragione è semplice: più il confronto è ravvicinato, più è impegnativo. Perché, se siamo buoni allievi, i maestri li sentiamo vicini ma ci impegnano in un continuo corpo a corpo per distanziarci da loro. Ci chiedono di dimenticarli. E, difatti, sarebbe molto azzardato passare Luca Bruno come uno scarpiano. Ha un modo di progettare più spigliato, più fresco, meno ossessivo. Eppure senza Scarpa, ma anche senza Umberto Riva e Guido Canali, non si capirebbe l’estrema attenzione da lui mostrata per i particolari

costruttivi, per il piacere di far giocare le forme e mettere insieme materiali diversi, per il bisogno di integrare l’arredamento nello spazio dell’involucro puntando alla valorizzazione di entrambi. Luca Bruno, oggi quarantacinquenne, si forma nell’università di Napoli e si laurea con Antonio Rossetti, un progettista generoso, colto e aperto a ogni sollecitazione, che gli insegna a dialogare con il contesto, inducendolo alla curiosità per l’architettura organica, un genere non troppo praticato nelle facoltà italiane. La prima opera impegnativa che lo attende è una cappella funeraria del cimitero di Eboli, la città nella quale dimora ed ha aperto lo studio professionale. La cappella è il banco di prova per lavorare con il cemento a vista, l’intonaco bianco e il corten. A loro il compito di suggerire insieme la durata e il passaggio del tempo. Al sistema

Domus OMA Nella foto accanto, il prospetto principale scaturito dalla rotazione di due assi che ne esaltano l’architettura ed i giochi di ombre. Nella foto grande, il blocco centrale a doppia altezza illuminato dall’alto e schermato grazie a lamelle in cls armato intonacate di bianco (foto ©Moreno Maggi).

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› I PROFILI DI LPP dei bulloni a vista quello di decorare e ornare l’edificio con un approccio che, oltre ai lavori di Scarpa, ricorda quelli di un altro maestro, Nicola Pagliara, le cui lezioni Bruno ha frequentato a Napoli. «Avevo scelto – mi racconta – di restare a Eboli e a Eboli non ha senso puntare agli edifici spettacolari delle archistar. Però, se eseguito con perizia e attenzione ai dettagli, un oggetto minuto, anche un mobile, può avere la rilevanza di un grattacielo. La provincia è un limite, e insieme uno stimolo continuo alla creatività». Sempre nel 2016 realizza il monumento a un eroe della resistenza: il maresciallo maggiore Vincenzo Giudice, trucidato dai nazisti per aver cercato di difendere la popolazione civile. Si tratta di un’opera di recupero di pezzi preesistenti, quali il bassorilievo e il busto. Ma l’impianto è nuovo e consiste di una composizione architettonica tridimensionale che evita un prospetto privilegiato relazionandosi per dissonanza con l’ovale della piazza della Repubblica nel quale è ubicato. Ogni segno allude o ricorda qualcosa: dalle luci disposte a cerchio che riprendono la geometria della vecchia fontana, alla lingua di pavimento del precedente piano stradale. La nuova fontana a pioggia isola idealmente il monumento dal rumore della piazza, conferendole un sottile carattere metafisico. Mentre il monumento accoglie chi lo visita, lasciandolo sedere sul monolite di pietra nera. Le due opere più importanti sono la Domus OMA del 2017 e l’Osteria dell’Orologio del 2018. La prima è una ristrutturazione con ampliamento di una

Luca Bruno di Bruno Architettura

A sinistra il prospetto lato strada. A destra un particolare del prospetto in cui si leggono i volumi che lo compongono, le ombre e le rotazioni su cui viene generato il progetto. Sotto, particolare del volume ponte che accoglie la zona notte (foto ©Moreno Maggi).

casa che trasforma i vincoli sulle distanze e i distacchi in un pretesto di architettura. Da qui una casa a ponte che non consuma ulteriore terreno ed è direzionata in modo da favorire il gioco delle aperture, alcune delle quali guardano il cielo. La casa, per evitare gli allagamenti frequenti nella zona, è staccata dal terreno anche al piano terreno e sembra fluttuare. E se ricorda modelli razionalisti, ad un esame più attento, grazie a piccoli scarti di direzione nelle giaciture dei muri, suggerisce la morbidezza spaziale dell’espressionismo. La seconda opera è un ristorante piccolissimo a Fiumicino, caratterizzato da una sala di circa 40 metri quadrati. Coinvolgendo l’arredamento, Bruno la articola lungo le tre dimensioni facendola apparire confortevole e spazialmente interessante. I mobili e le quinte sono disegnati con accuratezza, a tratti maniacale, alternando frassino, mogano, abete di recupero e ferro ossidato, con una maturità di segno che ci suggerisce una sempre più originale sintesi tra arredamento e architettura. La provincia, e non c’era da dubitarne, si presenta come uno dei più rilevanti serbatoi di talenti dell’architettura in Italia

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› I PROFILI DI LPP

BRUNO ARCHITETTURA

LA LEGGEREZZA DEL PROGETTO Domus OMA Domus OMA insiste su un lotto di circa 300 mq in un contesto semi-periferico di scarsa qualità architettonica. È un progetto di ristrutturazione e ampliamento di un fabbricato esistente (interamente demolito e ricostruito), di cui occorre mantenere la pianta. E soprattutto, date le sue ridotte dimensioni, sottrarre meno terreno possibile al lotto. L’idea è dunque di ampliare al piano superiore costruendo un ponte sotto al quale poter vivere uno spazio aperto ma nello stesso tempo coperto. Un ponte che crea, quasi naturalmente, un’ampia finestra esterna a piano terra aperta sulla campagna a Est. Con l’obiettivo di sottrarre meno spazio possibile al giardino la casa non viene mai trattata come un perimetro chiuso. Al piano terra quinte murarie che scorrono su un asse immaginario e ampie pareti in vetro creano un continuum tra interno e esterno. La stessa pavimentazione esterna, in pietre calcaree eburine – assimilabili al travertino bianco – che venivano estratte dalle cave locali, sono in continuità materica con quelle del ballatoio esterno e del piano terra.

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› I PROFILI DI LPP

A destra, le piante del piano terra e del piano primo. Sotto, il nucleo centrale della casa, con la cucina a doppia altezza e la scala (foto ©Moreno Maggi).

CREDITI Realizzazione Domus Oma Località Eboli Progetto architettonico

Bruno Architettura, Luca Bruno

Progetto strutturale Bruno Architettura, Luca Bruno e Rosaria Grippa

Progetto degli impianti Bruno Architettura Impresa costruttrice Edil Ricrea (Eboli) Periodo di realizzazione 2015-2017 Superficie del lotto 300 mq Superficie lorda di pavimento 176 mq Fotografie Moreno Maggi

Il piano superiore, il ponte di cui si parlava, traslato verso est, è invece un volume interamente chiuso. Una sola lunga finestra a nastro comunica che all’interno la luce è dosata, filtrata, generatrice di un’atmosfera riposante: si tratta del blocco destinato alla zona notte. Staccata rispetto al terreno argilloso e poco pendente – che in caso di piogge abbondanti è spesso causa di allagamenti – la casa dà a chi la osserva la sensazione del galleggiamento, della sospensione e dello scivolamento senza radicamento. Radicamento affermato invece dai due contrafforti centrali in cls armato che ne rappresentano il perno intorno al quale ruotano i volumi dei due livelli. Il fulcro della casa, poi, idealmente mantiene i solai staccati da terra ed è bucato solo sulla sommità, dove trova posto un lucernario filtrato da lamelle in cls armato intonacate di bianco, non potendo aprire vedute ad est. Il lucernario, anche con l’aiuto del bianco delle pareti che riflette luce in ogni direzione della casa, rende luminosi i diversi livelli, fino al piano terra, nelle ore in cui la cucina, lì posizionata, viene utilizzata. Interessanti sono anche i giochi di luce azzurrati e cangianti che si ottengono e si diffondono all’interno secondo il colore del cielo.

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› I PROFILI DI LPP Il monumento e la piazza I monumenti invecchiano e con loro invecchiano i ricordi. Il significato originario – in questo caso il coraggio del maresciallo maggiore Vincenzo Giudice che nel 1944 offrì la propria vita in cambio di quella dei civili rastrellati dalle Ss – svanisce agli occhi delle generazioni più giovani. I tempi ne invecchiano la forma, trasformando in retorica il valore simbolico che esprimevano quando venivano posati. Ma eroismo e coraggio sono virtù senza tempo. Per questo motivo, riprogettando il monumento al maresciallo maggiore della Guardia di Finanza Vincenzo Giudice, Luca Bruno, in collaborazione con Romina Majoli, ne conserva gli elementi fondativi: bassorilievo, motivazione della medaglia d’oro e busto, inserendoli tuttavia in un contesto contemporaneo che riqualifica la piazza, offre viste ottimali da tutti i percorsi che vi convergono e crea un nuovo punto di incontro della comunità. Bruno raggiunge l’obiettivo in due modi: immaginando un asse tangente al monumento che parte dal centro della piazza e definisce l’orientamento della composizione; mettendo in gioco il sobrio rigore di linee tese che racchiudono busto e bassorilievo con una nuova fontana, una vasca che raccoglie le gocce d’acqua che scendono a pioggia e i cui bordi diventano sedute per i cittadini, rompendo la tensione generata dal dramma che il monumento racconta. Ridimensionato rispetto al precedente, ora il monumento apre la vista sull’intera piazza, nel frattempo trasformata in zona pedonale, restituendo ordine e profondità allo spazio pubblico. Semplici e rigorosi i materiali, prevalentemente locali: la pietra bianca di Eboli recuperata dalla precedente fontana, pasta di resina color latte per la pavimentazione della vasca, marmo nero assoluto dello Zimbabwe per il monolite, travertino bianco per il rivestimento della struttura. La motivazione della medaglia d’oro è incisa su una lastra imbullonata di acciaio corten.

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Accanto, la pioggia d’acqua che isola dal contesto invitando alla riflessione. Sopra, uno dei primi schizzi di studio del monumento. Sotto, la cornice in travertino bianco che inquadra il monolite nero, basamento del busto oltre che tomba simbolica dell’eroe, e il bassorilievo in bronzo recuperato.

CREDITI Realizzazione Monumento alla memoria Località Eboli, piazza della Repubblica Progetto architettonico Bruno Architettura: Luca Bruno e Romina Majoli

Progettazione impianti Bruno Architettura Impresa di costruzioni Geo Cantieri Anno 2014 Fotografie Oriana Majoli


› I PROFILI DI LPP

Cappella funeraria

CREDITI Realizzazione Cappella funeraria Località Eboli Progettazione architettonica

Bruno Architettura, Luca Bruno (collaboratrice Romina Majoli)

Progettazione strutturale Bruno Architettura, Bruno Cirigliano

Progettazione impiantistica Bruno Architettura Impresa di costruzioni Costruire (Eboli) Anno 2016 Fotografie Oriana Majoli

Due prismi ruotati tra loro di 90°, il primo che accoglie le salme dei defunti e il secondo, a forma di ‘C’, che serve da edicola per i visitatori, e due concetti a cui si ispirano l’architettura e i materiali: il tempo e il cielo. Il tempo che scorre, a cui è inevitabile pensare visitando un cimitero, nel progetto viene tradotto nel corten non trattato e nel cemento facciaa-vista, un materiale invecchiato artificialmente affinché l’ossidazione superficiale protegga l’anima dell’acciaio, e un materiale su cui il tempo lascia segni e cicatrici come la vita sui volti degli uomini quando invecchiano. Al contrario della retorica cimiteriale corrente (sei terra e terra ritornerai) la cappella nel cimitero di Eboli guarda al cielo. Lo fa – e ben si legge dai prospetti – con il prisma bianco che svetta verso l’alto; con le lamelle in calcestruzzo in alto che, poste parallelamente una all’altra, lasciano entrare nel monumento, filtrandola, la luce; e lo fa tenendo sospesi i loculi, che si distaccano dal terreno in una spinta verso l’alto. Come tutti vorremmo che accadesse una volta concluso il nostro tratto di vita terrena.

In alto, le lastre in corten che rivestono i loculi sono ancorate alla struttura mediante una cucitura di bulloni in acciaio inox (particolare qui accanto, dove è visibile anche lo stacco dal terreno). Al centro, lo slancio verso il cielo e le lame in calcestruzzo che filtrano la luce. A sinistra, i prospetti in schizzi di studio acquerellati.

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› I PROFILI DI LPP

Schizzo/modello descrittivo. In basso, il sistema d’ingresso al ristorante, realizzato con listelli in frassino e pannellature in mogano e frassino. Sul fondo la nicchia con tavolo d’epoca come richiamo al passato.

L’Osteria dell’orologio Ancora una traslazione di asse per il lavoro più recente di Luca Bruno, la trasformazione di un piccolo ambiente – poco più di 35 metri quadrati – con volte a botte all’interno di un palazzo storico ottocentesco disegnato da Giuseppe Valadier, in un ristorante con 30 coperti. Servivano anche un banco bar e cassa, tre frigoriferi, un guardaroba e un piccolo deposito, oltre naturalmente a servizi igienici a norma. La missione impossibile è riuscita ruotando di 20° rispetto all’impianto esistente la disposizione degli elementi e assegnando a ciascuno di essi una precisa funzione. Il nuovo asse si concretizza in una struttura lignea all’interno dell’esistente volta a botte in mattoni, che parte dall’alto con due lame parallele di sei metri in mogano e si proietta a terra, suddividendo – come rimarcato anche a pavimento dalla giustapposizione di legno di recupero e geomalta – il piccolo spazio in ambienti distinti. A sinistra dell’ingresso è stato ricavato il piccolo guardaroba, mentre sulla destra una nicchia più grande, che con un tavolo antico in ciliegio e poltroncine Apelle (design Beatriz Sempere) ricorda gli ambienti dell’Ottocento, diventa un piccolo privé in contatto visivo con l’esterno attraverso il finestrone esistente. Una lama verticale in legno di frassino nasconde il frigorifero dei vini pregiati, raggiungibile salendo le sbarre orizzontali che completano la parete di fondo in legno di abete. Anche l’area del bar e della cassa è separata dagli ospiti da una leggera parete, sempre in legno, che scende dall’ultima delle assi orizzontali che scandiscono lo spazio in quota. Riportare a vista il mattone della volta ha permesso inoltre, insieme all’ampio impiego di legni (di castagno, frassino, abete e mogano), di limitare la quantità di pannelli necessari per la riduzione del riverbero acustico in sala. L’uso del ferro ossidato infine sottolinea la trasformazione che, in breve tempo, il materiale metallico subisce a contatto con l’aria iodata (il locale si trova a Fiumicino, in prossimità della Foce Micina).

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› I PROFILI DI LPP

Le tre foto mettono in evidenza l’utilizzo dei materiali: l’abete di recupero sulla parete di fondo e parte del pavimento, il mattone antico portato a vista con un intervento di rimozione degli intonaci esistenti e sabbiatura della struttura esistente, il pavimento realizzato con geomalta grigia. Sotto, schizzi di studio relativi al nodo “banco/panca/lama”.

CREDITI Realizzazione Ristorante L’Osteria dell’orologio Località Fiumicino, Roma Progetto architettonico, impiantistico e direzione artistica Bruno Architettura: Luca

Bruno

Direzione lavori Damiano Nobile Impresa di costruzioni Al.Mi.Edil (Eboli) Superficie di pavimento 38 mq Anno 2018 Fotografie Oriana Majoli

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› LIBRI IL DESIGN DI CAIMI BREVETTI

IL BAUHAUS NEGLI SCATTI DI MOLITOR

Dal 1949 Caimi Brevetti è protagonista di una grande storia aziendale, fatta di progetti ma soprattutto di persone. Un racconto che è diventato un volume, edito da Skira, in cui progettisti e azienda raccontano quasi 70 anni di storia di design industriale. Dietro ogni oggetto c’è la componente umana, in relazione a chi lo progetta e lo produce e, soprattutto, a chi decide di acquistarlo. È questo uno dei capisaldi della filosofia Caimi Brevetti, nata con il fondatore Renato e condivisa dai figli, che ha ispirato il lungo dialogo su cui si struttura l’intera narrazione ad opera di Aldo Colonetti. In questo circolo virtuoso fatto di persone e di relazioni umane è determinante il ruolo dei designer e del loro rapporto con l’azienda che, nel rispetto dell’autonomia inventiva, sono in collegamento costante con l’innovazione tecnologica e di processo che sta dietro alla nascita di ogni prodotto. Le fotografie di Raoul Iacometti accompagnano la narrazione di questo libro corale, nel quale le immagini rappresentano il filo conduttore della storia.

Nel centenario della fondazione del Bauhaus (1919-1925), la scuola fondata da Walter Gropius continua a vivere attraverso le sue idee. Il Bauhaus – è noto – rappresentò il punto di riferimento fondamentale per tutti i movimenti d’innovazione nel campo del design e dell’architettura legati al razionalismo e al funzionalismo. La scuola di Gropius non solo ha significato chiarezza del design, ma ha coniato un vocabolario architettonico unico, diventando l’epitome della costruzione funzionale. Nel suo libro Bau1Haus - Modernism

Around the Globe, il fotografo berlinese Jean Molitor va alla ricerca degli eredi del Modernismo, nelle sue differenti declinazioni e a tutte le latitudini, come testimoniano ad esempio le architetture fotografate in Burundi, Guatemala, Romania o Israele. Accanto, sede dei supermercati Kesko a Helsinki, 1940, architetti Toilo e Jussi Paatela; sotto, stazione della metropolitana di Londra Arnos Grove, 1932, architetto Charles Holden.

Bau1Haus - Modernism around the Globe Jean Molitor Hatje Cantz pp 160, 100 illustrazioni, euro 44 ISBN 978-3-7757-4468-3 ISBN 978-3-86922-683-5

Essere Design Caimi Brevetti a cura di Aldo Colonetti Immagini di Raoul Iacometti Skira Editore - pp 207

IL PROGETTO TOTALE DI OSVALDO BORSANI È stato architetto, designer, imprenditore; ha attraversato l’intero XX secolo con una grande capacità evolutiva sia sotto il profilo del progetto sia delle tecniche produttive. Stiamo parlando di Osvaldo Borsani (1911-1985). La sua è stata una storia densissima, che dalla fine degli anni Venti, con il disegno del mobile a cavallo tra le esperienze déco e le prime manifestazioni del razionalismo in Italia, si è sviluppata fino agli anni Ottanta, quando con la Tecno, la sua azienda, ha conquistato fama internazionale. Lungo questi sessant’anni Borsani ha interpretato in maniera autonoma [ 52 ]

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e originale uno dei percorsi più significativi della storia del design italiano celebrato nel mondo. Il libro di Giampiero Bosoni, ordinario di Storia del design architettura degli interni al Politecnico di Milano, grazie anche al lavoro di riordino dell’Archivio Borsani, sviluppa una serie di approfondimenti che restituiscono la qualità e la quantità dei lavori svolti dall’architetto-designer. Un documento – come scrive lo stesso Bosoni – che non può ancora dirsi un’opera ragionata completa, ma porta sicuramente alla luce, in un nuovo quadro ordinato, quasi tutta la sua vastissima opera.

Osvaldo Borsani Architetto, designer, imprenditore Giampiero Bosoni Skira Editore pp 608 - euro 98 ISBN 987-88-572-3670


STATICITÀ DINAMICA LA TECNOLOGIA PERMETTE ORMAI DI REALIZZARE EDIFICI SEMPRE MENO ‘IMMOBILI’, MENTRE CRESCE LA DOMANDA DI FLESSIBILITÀ DEGLI SPAZI. UN TEMA DI ARCHITETTURA IN LARGA PARTE ANCORA DA ESPLORARE

Carlo Ezechieli

Foster + Partners, Sperone Westwater Gallery, New York, foto ©Nigel Young | Foster + Partners


› STATICITÀ DINAMICA

Edifici multipurpose ESIGENZE ATTUALI ED EVOLUZIONE DELLA MECCANICA DANNO ORIGINE AD ARCHITETTURE AD ASSETTO VARIABILE, SPESSO CON ESITI DI ALTISSIMA QUALITÀ Robin Chase, guru della sharing economy, in un’intervista pubblicata un anno fa proprio su questa rivista, aveva dichiarato: «L’intero ambiente costruito dovrebbe essere modellato in modo da facilitare e permettere il multipurposing, ovvero l’alternanza di differenti modalità di utilizzo. Palestre e auditorium scolastici dovrebbero avere ingressi alternativi, che permettano l’accesso dal quartiere. Le pareti dovrebbero essere mobili. Fino a che punto lo spazio dovrebbe avere un uso esclusivo quando potrebbe funzionare anche meglio per un utilizzo condiviso?» Malgrado i principi classici di simmetria a staticità, anche gli edifici tradizionali cambiano il proprio assetto, e con questo il sistema di relazioni architettoniche tra ambienti interni o con l’intorno. Da esempi quasi paradigmatici come le case tradizionali giapponesi alle limonaie del Garda, a noi più vicine, una variabilità di assetto e di consistenza degli spazi interni o dell’involucro è sempre stata una caratteristica ricorrente in molte architetture. Ma in una società molto più fluida, dove sistemi internet based permettono, almeno potenzialmente, un’efficienza e un’alternanza di utilizzo senza precedenti, quasi in risposta a queste esigenze sistemi meccanici complessi permettono di realizzare enormi edifici 'shapeshifter' come The Shed, a Manhattan – attualmente in costruzione, una specie di carro-ponte abitabile – o architetture minute e di estrema raffinatezza, come quelle di Daniel Bonilla o di Archier, pensate per cambiare forma in base ad un principio di adattamento a situazioni contingenti. Nella casa di Bordeaux Rem Koolhaas aveva proposto, invece di convenzionali pareti scorrevoli, un solaio scorrevole: un ascensore di 3 metri per 3, cuore “meccanico” dell’abitazione. Da allora sono passati 20 anni, la società è cambiata, la tecnologia si è evoluta, ed è interessante comprendere le ricadute di questi concetti sulla pratica dell’architettura. CE [ 54 ]

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BONILLA, ARTISTA DEL COSTRUIRE Intervista a Daniel Bonilla, esponente di spicco del rinascimento architettonico colombiano di Carlo Ezechieli

È interessante notare che talvolta, se non spesso, le architetture più belle e più originali scaturiscono da contesti che – per condizione geografica e socio-culturale – sono meno direttamente influenzati dal nuovo che avanza, insieme alle mode del momento. Daniel Bonilla è un architetto colombiano, Paese che rispetto all’Europa potrebbe essere definito geograficamente e culturalmente distante. Questo non significa tuttavia che dalla Colombia non produca architetture di grandissimo interesse. Negli ultimi anni Bonilla ha prodotto opere decisamente connotate dal punto di vista dell’appartenenza regionale ma allo stesso tempo capaci di influenzare non solo un contesto molto più ampio, ma anche di proporre un approccio inedito a temi molto attuali per le cosiddette “internet based economies”: dallo studio sull’involucro quale dispositivo relazionale, alla ricerca intorno al tema della flessibilità di utilizzo ed assetto degli edifici. Tutti temi ricorrenti in quest'intervista. In cosa consiste il tuo lavoro?

Seguiamo tre principi chiave, gli stessi descritti nella pagina web dello studio. Il primo è la ricerca della relazione dell’edificio con l’intorno, tra il pieno e vuoto, tra

l’edificato e il non edificato. Non ci importa se ci si trovi in città o in campagna, mentre è fondamentale il disegno della pianta al suolo. Il secondo é lo studio della flessibilità, pensando a un’architettura capace di continui adattamenti. Il terzo è l’esplorazione del sistema di relazioni tra muro e vano attraverso l’involucro. Questo ci permette di inserire l’architettura nella contemporaneità. Come del resto, per concludere, la ricerca di un’architettura unitaria ma composta da parti individuali, che è un tema che abbiamo iniziato ad affrontare con il progetto di edifici scolastici. Edifici stupendi 'mutaforma' di altissima qualità artigianale. Come ci sei arrivato?

Una delle variabili più interessanti del progetto di architettura è che questo può seguire fondamentalmente tre percorsi: partire da un concetto, relativamente astratto, e tradurlo in un forma costruita; partire dall’osservazione dell’opera realizzata, di come viene abitata, e di lì sviluppare un progetto; comprendere le domande del committente. In genere il cliente, l’utente finale, ha idee molto chiare sulle esigenze ma, inesorabilmente, una percezione molto vaga del risultato. Il concetto della cappella di La Calera par-


› STATICITÀ DINAMICA

Nei disegni, pianta e sezione della cappella realizzata da Daniel Bonilla a La Calera, provvista di pareti mobili che ne modificano sensibilmente la capienza instaurando al contempo forme di relazione mutevoli con il paesaggio e con la luce

te dal fatto che il committente non aveva idea delle dimensioni. Parlava di uno spazio adatto ad un pubblico di venti, cento, fino a quattrocento persone. Ed è per questo che abbiamo iniziato a pensare ad uno spazio adattabile ed espandibile, in breve, uno spazio ad assetto variabile

Paesaggio e luoghi: come ti relazioni a questo tema?

Il punto di partenza è la consapevolezza che, a partire da una situazione 'vergine', incontaminata, stiamo gradualmente trasformando questo pianeta in una gigantesca proprietà privata. Il paesaggio, non importa se urbano o rurale, è ovviamente il termine di rapporto per qualsiasi architettura. Piccola o grande, un’opera ha delle conseguenze su un intorno molto più ampio. Quando si perde la consapevolezza di questo si generano forme sgraziate e paesaggi scellerati. Quali sono le tue fonti di ispirazione?

Vengo da un viaggio in Giappone dove mi hanno fatto esattamente la stessa domanda. Posso ritenermi fortunato perché almeno so come rispondere! Direi che le fonte principale è precisamente il modo in cui si forma la conoscenza individuale e questo coincide con la costruzione di una vita intera. È fondamentale saper osservare, osservare in modo sensibile. Ed infi ne esiste una serie di coincidenze e di esperienze da cui deriva un’influenza diretta: come un viaggio, un libro, un fi lm, ogni cosa al di fuori dell’architettura ha un’influenza importante. Tutto questo fornisce elementi non semplicemente per risolvere problemi ma per proporre soluzioni in modo originale e corretto.

Colombia, architetture notevoli, anche se per ora poco conosciute. Come vedi il tuo Paese nel quadro internazionale?

Storicamente la Colombia, a differenza di molti altri paesi delle Americhe, non è una terra dove siano arrivate grandi ondate migratorie. Evidentemente non aveva molte attrattive, ma il risultato è che, dopo l’insediamento degli spagnoli più di quattro secoli fa, possiede una cultura che si è sviluppata in modo quasi autoctono. La Colombia ha una specie di padre fondatore dell’architettura contemporanea che é Rogelio Salmona, un architetto molto influente su tutti quanti. Dopo 30 anni arriva la nostra generazione. La prima che può viaggiare, ha l’internet e tutto il resto. Quello che è successo è che, per fortuna, malgrado tutti i contrasti di questo paese, abbiamo avuto politici e sindaci che hanno capito il valore dell’architettura. Tutti i progetti pubblici di sviluppano attraverso i concorsi. L’opera pubblica ha un valore altissimo, tutti i concorsi sono a procedura aperta e non ci sono preselezioni sulla base di 'requisiti', come sta capitando ultimamente in Italia, più le qualifiche, conta il valore delle proposte. Finalmente, dopo un’epoca molto pesante di narcotraffico, stiamo vivendo una sorta di rinascimento.

Daniel Bonilla Architetto, laureato nel 1986 presso l’Università delle Ande di Bogotà, con un master nel 1990 in Progettazione Urbana presso la Oxford Brookes University (Uk) e studi complementari presso il College of Technology di Dublino e il Politecnico di Milano. Apre nel 1997 con Marcela Albornoz lo studio Tab (Taller Arquitectura Bogotà). Un tema caratteristico e ricorrente nei progetti di Bonilla, oltre alla particolare attenzione al contesto, è quello di indirizzare grande attenzione al tema della flessibilità e della mutazione, con un’estesa ricerca nel campo degli involucri edilizi. Daniel Bonilla partecipa attivamente all’attività accademica, con conferenze in molte università locali e straniere. Il suo lavoro ha ottenuto numerosi riconoscimenti e pubblicazioni internazionali. http://tab.net.co

Per concludere, un consiglio per chi si affaccia alla professione di architetto.

È una professione piena di opportunità. Con alcuni colleghi docenti in vista delle lauree, abbiamo fatto un elenco di possibilità di occupazione per un architetto, trovando più di 30 campi di attività. Ma pure, l’architettura è senza dubbio un mestiere duro ed un campo molto esigente. Tuttavia, dopo aver osservato molti casi, vedo che ciò che ha fatto la differenza non è tanto il talento, quanto la dedizione. Chi si dedica con passione e attenzione, riesce infine anche in questo campo

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› STATICITÀ DINAMICA

Attraversare paesaggi La variabilità di assetto, funzionale ad accogliere gruppi più o meno numerosi di fedeli, nella cappella a La Calera, in Colombia, diventa un dispositivo di rapporto con un sistema relazionale che si estende al paesaggio, includendolo

Sopra il titolo, la chiesa 'aperta' in una bella foto notturna. Nella pagina di destra, altre immagini che testimoniano della stretta relazione che intercorre tra l'architettura e il luogo (foto ©Alberto Fonseca).

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La cappella di La Calera è inserita nel paesaggio nell’ottica di alterarlo il meno possibile. Si tratta di una piccola chiesa nel paesaggio, un involucro, e un vero e proprio dispositivo di rapporto tra l’individuo e il luogo. Pur rispondendo a requisiti funzionali in costante modificazione – come la capacità di accogliere ciclicamente sia piccoli gruppi di persone sia grandi raduni – la caratteristica principale dell’opera è la modificabilità dello spazio architettonico al fine di aprire e istituire modalità alternative di rapporto con l’intorno e con una dimensione spirituale. Secondo le parole dell’autore,

la relazione tra un volume fisso e uno mobile «rappresenta il passaggio tra due mondi, tra il conosciuto e l’ignoto, tra la luce e l’ombra. Quando la porta si apre si rivela un mistero, ed ha un valore sia dinamico che psicologico, non solamente mostrandoci il paesaggio, ma anche invitandoci ad attraversarlo». Un doppio movimento, dove il visitatore attraversa il paesaggio e ne è allo stesso tempo attraversato. La stessa composizione volumetrica conferma la concezione di fondo: elementi semplici, stereometrici, cadenzati e parzialmente isolati che misurano il paesaggio. E quello interno, una

volta chiusa la porta, incredibilmente introvertito, che si contrappone all’incanto di un’esperienza completamente differente quando aperto. La Cappella di La Calera è un esempio eccellente di come un concetto, paradossale e del tutto contemporaneo, di staticità dinamica (una sorta di alterazione della vitruviana firmitas) corrisponda, più che ad un semplice concetto di adattamento funzionale, a un’idea di rapporto e percezione con un insieme di riferimenti indefinitamente esteso e direttamente riferito all’esperienza interiore

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â&#x20AC;ş STATICITĂ&#x20AC; DINAMICA

1. Percorso d'accesso 2. Atrio 3. Area confessionale 4. Ingresso 5. Navata principale 6. Altare 7. Tabernacolo 8. Specchio d'acqua 9. Percorso d'accesso laterale 10. Area di sosta all'aperto 11. Stagno 12. Campanile 13. Giardino coltivato a grano 14. Croce

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› STATICITÀ DINAMICA

1. Altare 2. Navata principale 3. Tabernacolo 4. Statua di Nuestra Señora de los Nogales 5. Ingresso principale 6. Coro 7. Specchio d'acqua 8. Deposito 9. Piazza 10. Campanile 11. Spazio aperto 12. Sacrestia 13. Patio del silenzio 14. Facciata apribile (portali) 15. Portico

Un prisma spezzato La Cappella della scuola di Los Nogales Uno spazio interno inondato di luce diventa un ragionamento su come esprimere architettonicamente il rapporto dell’individuo con il sacro. Secondo l’interpretazione dell’autore un solido essenziale rappresenta l’armonia e l’equilibro della presenza di Dio mentre le spaccature nello stesso prisma rappresentano le crepe della ricerca spirituale individuale e la presenza della luce in

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un mondo che, fondamentalmente, ne è privo. Un dualismo del resto confermato dall’apertura delle enormi porte dove la convenzionale assialità longitudinale viene alterata, diventando trasversale e proponendo, con una variazione delle coordinate spaziali, anche una modificazione della tradizionale simbologia e liturgia cristiana. Una variazione che, oltre a modificare le

caratteristiche funzionali e di abitabilità dello spazio – che diventa capace di raddoppiare la sua ricettività – soprattutto ne altera completamente sia la scala sia il rapporto tra interno ed esterno. Un edificio capace di mutare il proprio assetto e che trova in questa capacità un motivo di espressione architettonica

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› STATICITÀ DINAMICA

L'apertura delle grandi porte aumenta considerevolmente la capienza della chiesa di Los Nogales, con i fedeli che trovano posto sul prato antistante (foto ©Jorge Gamboa). Sotto, le possibili configurazioni. Alla pagina di sinistra, le funzioni della chiesa e due immagini degli interni (foto courtesy Daniel Bonilla).

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› STATICITÀ DINAMICA

Fluidi spazi multifunzione Un spazio multifunzionale nella auditeria della scuola di Los Nogales La Auditeria progettata da Daniel Bonilla è uno spazio di ritrovo – equipaggiato con una cucina e con un caffetteria – e un grande spazio fluido, multifunzionale, capace di adattarsi e ospitare incontri ed eventi di un complesso scolastico. Due piani orizzontali in cemento, pensati per galleggiare sopra il prato, sono sostenuti da pilastri in cemento a V: una soluzione dettata dalla necessità di realizzare una struttura antisismica e efficacemente controventata. Il risultato è uno spazio fluido dove – e questa è una costante del lavoro di Bonilla – le distinzioni tra spazio interno ed esterno sono attenuate, in qualche modo alterate. Come del resto è un elemento ricorrente la definizione di spazi in cui la caratterizzazione sia funzionale sia architettonicospaziale muta in continuazione definendo modalità alternative di rapporto tra interno ed esterno e tra assetti relazionali interni

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Due immagini dell'auditorium che può trasformarsi nella caffetteria della scuola di Los Nogales (foto ©Rodrigo Dávila).


› STATICITÀ DINAMICA

MASTERPIECES RELOADED

WELCOME TO THE MACHINE A vent’anni di distanza, il pavimento mobile di Rem Koolhaas che attraversa tutti i livelli della casa di Bordeaux è un paradigma della progettazione di assetti variabili in architettura

Due immagini del pavimento mobile della casa di Bordeaux (foto ©Hans Werlemann).

A machine is its heart. Così si conclude la relazione del progetto della casa di Bordeaux di Rem Koolhaas. Quest’opera che nel 2018 compie 20 anni esatti era stata a suo tempo raccontata in S, M, L, XL. Un tomo gigantesco, più di 1.300 pagine che vendette, nel giro di pochi mesi, tutte le 30.000 copie della prima edizione. Tutti gli architetti del mondo, se non lo lessero, almeno lo sfogliarono. Un testo che di fatto consacrò Koolhaas e allo stesso tempo consacrò quest’opera, anticipatrice di una domanda molto attuale. Mentre tradizionalmente la variabilità di assetto interno degli spazi viene gestita su un piano orizzontale, attraverso grandi pareti scorrevoli – come nelle antiche abitazioni giapponesi – cosa succede se moderni sistemi meccanizzati permettono di variare l’assetto relazionale interno in senso verticale? Questa casa è un’invenzione che par-

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› STATICITÀ DINAMICA te da una questione progettuale e programmatica molto chiara. Durante un periodo di ricerca di terreni e architetti per una nuova villa fuori città, il committente è vittima di un incidente stradale: sopravvive miracolosamente, ma rimane paralizzato. Due anni dopo, la splendida casa medievale del centro, in cui abitava con la famiglia, si trasforma in una prigione e la nuova villa, più che un desiderio, si trasforma in una vera e propria esigenza. Il sito è la sommità di una collina appena fuori città, dove tre piani di abitazione si sviluppano attorno a una piattaforma mobile di 3 metri per 3. La casa definisce il mondo dell’abitante, si sviluppa intorno a lui permettendogli di muoversi con una libertà altrimenti impensabile tra il piano seminterrato dello studio, quello intermedio di soggiorno, completamente vetrato, metà interno e metà esterno, e il piano superiore delle camere. Una macchina per abitare, o meglio, una macchina da abitare, dove alla traduzione in architettura della possibilità di accesso corrisponde sia un sostanziale corto circuito del tradizionale concetto di staticità, sia uno schema dinamico di relazioni funzionali e architettoniche

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› STATICITÀ DINAMICA

Sezioni e due piante della casa di Bordeaux. Alla pagina di destra, la piattaforma mobile attrezzata per funzioni diverse. Il 'vano di scorrimento' tra i piani crea dei vuoti che modificano la percezione dello spazio (foto ©Hans Werlemann e @OMA).

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› STATICITÀ DINAMICA

La parete esterna in lamelle di legno scorre con facilità e, provvista di cerniere, può essere parzialmente ripiegata (foto courtesy Archier).

ARTIGIANI CORAGGIOSI La pluripremiata Sawmill House degli australiani Archier è un eccezionale esempio di reimpiego di materiali di costruzione, di artigianato di alto livello e di un concetto dell’abitare amplificato dalla possibilità di cambiare l’assetto di partizioni e spazi Una casa di 100 mq in un villaggio di nemmeno mille anime nell’entroterra australiano a circa 200 chilometri da Melbourne, è stata per gli autori una ricerca su due temi fondamentali: il recupero dell’enorme quantità di materiali edili di risulta e un concetto dell’abitare basato sulla costante variabilità, sia dell’assetto distributivo interno sia dei rapporti dell’abitazione con il paesaggio che la circonda. Costruita con soluzioni messe a punto e realizzate direttamente sul posto – grazie anche alla capacità artigianale del committente, lo scultore e costruttore Ben Gilbert (fratello di Chris, uno dei fondatori dello studio Archier, autore dell’opera) – la Sawmill House è un programma semplice, fondato su pochi elementi di base e tagliato su misura per un cliente che, a detta degli architetti «malgrado impertinente e meravigliosamente erratico, aveva una routine ampiamente prevedibile: si alzava alle prime luci

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› STATICITÀ DINAMICA

Archier

DECK

LOUNGE

DINING

MASTER

COURTYARD

KITCHEN BATH

ROBE

WATER TANK

SERVICES

1M

WOOD STORE

2M

5M

Fondato nel 2014 da Josh FitzGerald, Chris Gilbert e Chris Haddad (da sinistra nella foto), cui di recente si è aggiunto Jon Kaitler, Archier è uno studio composto da dieci professionisti con sedi a Melbourne e Hobart. Dopo avere studiato insieme all’Università della Tasmania di Hobart i tre fondatori avevano lavorato al servizio di altri studi australiani incontrandosi spesso per discutere delle rispettive esperienze e immaginando di aprire uno studio-laboratorio indipendente dove sviluppare, insieme a progetti di architettura, anche oggetti di design a piccolo scala da realizzare sul posto con strumenti di prototipazione rapida. Sawmill House, il primo progetto firmato da Archier, ha ricevuto premi regionali e nazionali. Più recentemente anche un secondo progetto, Five Yards house, ha ricevuto un premio. www.archier.com.au

Pianta e planimetria di Sawmill house. Sotto, il deck esterno diventa un ambiente interno quando la parete in legno viene chiusa (courtesy Archier).

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› STATICITÀ DINAMICA CREDITI Realizzazione Sawmill House Località Yackandandah, Victoria, Australia Committente Ben Gilbert Progettazione Archier Superficie 100 mq Anno 2014 Premi National Architecture Award, Victorian Architecture Award, Houses Award

Blocchi grezzi ciclopici per i muri portanti, rivestimenti e setti in legno, ampie vetrate e arredi essenziali per Sawmill house (foto courtesy Archier).

dell’alba, e pertanto la camera da letto doveva essere rivolta a Est; si distraeva solo cucinando o mangiando, e perciò la cucina doveva essere un elemento centrale; e voleva vivere il più possibile all’aperto, e per questo motivo l’involucro doveva essere adattabile». Quest’opera accosta, con finezza non comune, muri portanti realizzati in blocchi grezzi ciclopici, rivestimenti e setti in legno di grande onestà e razionalità, e un arredamento ridotto all’essenziale, secondo un concetto di abitabilità più che attuale. La pareti sia interne che esterne scorrono, lo spazio è fluido e tale da annullare qualsiasi distinzione non solo tra interno ed esterno ma anche i rapporti tra spazi, o meglio, ambienti il cui assetto è del tutto variabile. La veranda, che si estende per tutta la lunghezza della casa, è normalmente uno spazio di transizione tra interno ed esterno, ma anche, qualora le grandi pareti vengano chiuse, parte integrante del soggiorno/sala da pranzo. La camera da letto è uno spazio chiuso, ma virtualmente esteso al patio e pertanto proteso all’esterno. Mentre l’ispirazione di questo progetto può essere immediatamente ricondotta alle case tradizionali giapponesi, è anche vero che le tecniche tradizionali non permettono di realizzare pesanti elementi di grande scala – resi possibili invece da sistemi meccanizzati e moderni carrelli e cerniere – che rendono questo edificio un organismo mobile, in grado non solo di adattarsi ma di cambiare, propriamente, forma

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› STATICITÀ DINAMICA

UN RACCONTO DI FACCIATA L’architettura dinamica della Sperone Westwater Gallery di Norman Foster and Partners a New York

Il volume rosso in facciata è visibile grazie al materiale traslucido di cui è composta. La verticalità dell’edificio è enfatizzata dalla forma stretta e lunga dei tipici lotti della Bowery Lower East Side di Manhattan (foto ©Nigel Young | Foster + Partners).

La Sperone Westwater Gallery è una delle principali gallerie d’arte di New York. La decisione di spostarla dalla centralissima 13° Strada al Bowery Lower East Side di Manhattan, seguendo un programma di riqualificazione dell’area, rappresenta un significativo intervento nella reinvenzione del quartiere come centro artistico, ponendo la sfida di come rappresentare il tradizionale dialogo tra contesto urbano e galleria d’arte. Nello stesso tempo il nuovo edificio rappresenta sia una risposta al carattere dinamico del quartiere, sia un

desiderio di ripensare il modo in cui lo spettatore si relaziona all’arte all’interno di una galleria. Il sito di progetto è un tipico lotto lungo e stretto della Bowery, largo 7,60 e lungo 30,5 metri, in cui la verticalità dell’edificio è naturalmente enfatizzata. La risposta progettuale all’inserimento nella tipica cortina è stata quella di rappresentare l’attività della galleria verso la strada con una facciata traslucida in vetro fresato, all’interno della quale è costantemente visibile il movimento della grande massa

rossa dell’ascensore montacarichi. Una stanza mobile di 3,6 x 6 metri, una risposta fisica al programma dinamico della galleria, il cui andamento lento contrasta con l’attività della città e il suo traffico frenetico. Contenuta all’interno di una scatola rosso vivo, la stanza si innalza gradualmente per collegare i quattro piani superiori, fungendo, una volta parcheggiata, da spazio espositivo in aggiunta alle altre sale grazie alla flessibilità spaziale che caratterizza tutti i piani della galleria. In questo


› STATICITÀ DINAMICA

Accanto, l’interno di un piano della galleria; sullo sfondo si intravede l’ingresso al volume mobile. Sotto, l’interno della scatola rossa Moving Room foderata dai materassi misura bambino dell’artista argentino Guillermo Kuitca (foto ©Nigel Young | Foster + Partners).

caso un ulteriore ascensore e delle scale forniscono percorsi alternativi in tutto l’edificio. Il volume della stanza si basa su un’estetica e una scala adeguate al contesto, che sebbene in transizione rimane, per la maggior parte, di carattere industriale. Una sorta di architettura cinetica, e un approccio del tutto moderno ad un’estetica di facciata, che anziché essere fissa e immutabile, cambia continuamente il proprio assetto

La galleria mobile è formata da una struttura in acciaio con rivestimento esterno in calcestruzzo dipinto di rosso, azionata da un sistema di pistoni idraulici. Il volume mobile serve i piani delle gallerie pubbliche. Al di sopra di queste si trovano gallerie private e uffici amministrativi.

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› FOCUS

THYSSENKRUPP ELEVATOR

MULTI, L'ASCENSORE TRASVERSALE MULTI DI THYSSENKRUPP ELEVATOR È UN SISTEMA DI TRASPORTO IN GRADO DI RIVOLUZIONARE LA MANIERA DI PROGETTARE GLI EDIFICI ALTI OFFRE INFATTI LA POSSIBILITÀ DI MUOVERSI ANCHE IN ORIZZONTALE

Senza ascensori non esisterebbero i grattacieli, ma ascensori e scale mobili tradizionali occupano fi no al 40% della superficie al piano. Ad oggi si tratta ancora di sistemi tipicamente bidimensionali: un vano per ogni cabina, così che con l’altezza e il numero di occupanti cresce il numero di vani necessari per garantire un trasporto fluido e ridurre i tempi di attesa. Al contrario, Thyssenkrupp Elevator ha portato a termine la sperimentazione del sistema senza funi Multi. Agganciate a un motore lineare sviluppato adottando la stessa tecnologia Transrapid sviluppata per i treni a levitazione magnetica, più cabine possono muoversi contemporaneamente – come vagoni della metropolitana – all’interno dello stesso vano. Di più, il motore può ruotare di 90° consentendo alle cabine di viaggiare anche in direzione orizzontale. Le sperimentazioni condotte hanno dimostrato che il sistema Multi può aumentare fi no al 50% la capacità di trasporto delle persone, mentre la motorizzazione e l’alleggerimento del peso – nuove cabine in materiali compositi in fibra di carbonio del peso di 50 kg contro i 300 di una cabina tradizionale – riducono del 60% i picchi di energia elettrica richiesti per l’alimentazione. Come in un sistema metropolitano, il movimento delle cabine è affidato a un centro di controllo remoto che frena automaticamente una cabina nel caso in cui venga superata una distanza di sicurezza da quella che la precede. Ma non è solo una questione di efficienza e di energia: le potenzialità del sistema e la possibilità di muoversi anche in orizzontale aprono nuove prospettive al modo di progettare edifici alti e sistemi urbani complessi. Il primo Multi sarà installato ufficialmente nella East Side Tower di Ovg Real Estate progettata da Bjarke Ingels Group che verrà completata a Berlino nel 2020.

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› OSPITALITÀ

In alto a destra e sopra il titolo, la base della torre con la sequenza degli archi alti quattro piani. A sinistra, l'edificio dopo la ristrutturazione e una sezione longitudinale (Foto ©Nigel Young / Foster+Partners).

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› OSPITALITÀ

THE MURRAY HOTEL, HONG KONG

TRASFORMAZIONI VIRTUOSE La ristrutturazione funzionale ed estetica di un edificio pluripiano della fine degli anni Sessanta nell’ex colonia britannica trasforma una sede governativa in un albergo sfarzoso. Il progetto di Foster + Partners ripropone il dialogo con la città e con il sistema del verde circostante

The Murray Hotel a Hong Kong è una delle più recenti realizzazioni dello studio Foster + Partners. L’edificio, di 25 piani d’altezza e 336 camere, è un albergo di lusso frutto della ristrutturazione del Murray Building, realizzato nel 1969 su progetto di Ronald Phillips e che ha ospitato, fino a pochi anni fa, gli uffici governativi del dipartimento dei lavori pubblici dell’ex colonia britannica. L’edificio di Phillips, collocato tra il Tai Chi Garden e il giardino botanico dell’ex colonia britannica con una vista sull’altura di The Peak, è stato uno dei primi esempi di edificio sostenibile (nel 1994 si era infatti aggiudicato il premio Energy Efficient Building). La torre ha uno skyline riconoscibile grazie alle profonde finestre, alla bianca facciata e agli imponenti archi del piano terra. La trasformazione proposta dallo studio londinese punta a reinventare il

quartiere attraverso la ricucitura tra il tessuto urbano e gli spazi verdi: l’edificio fu infatti realizzato in un’epoca in cui l’uso dell’automobile condizionava la progettazione della città e anche il vecchio edificio governativo, circondato da una serie di strade, era difficilmente accessibile ai pedoni. Uno degli obiettivi centrali del progetto ha riguardato proprio la necessità di riconnettere l’edificio con la città a livello del suolo, creando anche un nuovo affaccio, trasparente e accogliente, su Garden Road. La base della torre è formata da una sequenza di archi alti quattro piani, intersecati da un podio e da una rampa di accesso per gli autoveicoli. Uno dei segni distintivi del progetto è la presenza e il mantenimento di un grande albero secolare, intorno al quale è stato creato un vuoto del piano del podio. I livelli del podio sono stati rimodellati per consentire alle alberature di

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› OSPITALITÀ CREDITI Realizzazione Murray Hotel Committente The Murray Limited Progettazione Foster + Partners Team di progettazione Norman Foster, Luke

Fox, Armstrong Yakubu, Colin Ward, Andy Lister, Stefano Cesario, Tim Dyer, Lawrence Wong, Won Suk Cho, Benjamin Stevenson, Carl Bonas, Amy Butler, Charlotte Gallen, Catt Godon, Manuela Guidarini, Tanja Heath, Abbie Labrum, Harry Twigg, Bong Yeung

Collaboratori Wong e Ouyang Architects HK Consulenza strutturale Wong e Ouyang Consulenza economica Rider Levett Bucknall Progettazione meccanica Wong e Ouyang Building Services

Consulenza paesaggistica Urbis Progettazione illuminotecnica Tino Kwan Lighting

Impresa costruttrice Gammon Inizio lavori dicembre 2013 Fine lavori dicembre 2017 Apertura 2018 Superficie dell’area 6.330 mq Piani 25 Stanze 336 Altezza 93,83 m Lunghezza 51,5 m Larghezza 31,5 m

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› OSPITALITÀ

schermare il rumore e l'inquinamento provocati dal traffico della zona. Il progetto di ristrutturazione conserva le facciate, appositamente progettate in origine per schermare l'apporto solare, e aggiorna alcune caratteristiche costruttive. La torre si caratterizza così per la sua facciata bianca e per la griglia di finestre quadrate incassate: una soluzione architettonica che connette l’interno con l’esterno e che ispira il principio organizzativo modulare delle camere. Ai livelli superiori le suite sono collocate ad angolo per disporre di ampi spazi abitativi centrali, mentre le suite più lussuose beneficiano di una doppia esposizione con vista sul porto, sul Peak e sui giardini circostanti. Dal punto di vista tecnologico, nella ristrutturazione dell’edificio sono state posate nuove vetrate isolanti, con vetri stratificati a tutta altezza con profili in acciaio inox color platino, mentre le pareti e i pavimenti degli interni sono

rivestiti da pannelli in pietra naturale e rame. Dal soffitto del podio e della rampa inferiore scendono, in verticale, dei profilati di alluminio di colore oro platino. Il progetto di Foster + Partners è riuscito insomma a creare un dialogo tra il vecchio e il nuovo attraverso un’ope-

razione di riadattamento dell’esistente e di aumento del ciclo di vita dell’edificio. Un’operazione che è riuscita a ridefinire il concetto di lusso attraverso la generosità degli spazi, la bellezza dei materiali e il senso di tranquillità che le diverse zone dell’hotel sono in grado di offrire

Nelle foto, alcuni spazi comuni dell’albergo e, sotto, la sequenza di finestre angolari di una delle suite (foto © Nigel Young / Foster + Partners).

Nei disegni in alto, a sinistra, la pianta del livello del podio dell’albergo; a destra le piante dei livelli 23 (presidenziale) e 2 (piano tipo delle stanze). Nelle foto a sinistra, la hall di ingresso (foto © Michael Weber).

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› OSPITALITÀ

Nelle immagini, l’esterno e alcuni interni del Morpheus Hotel di Macao progettato da Zaha Hadid Architects. L’architettura si ispira alla tradizione cinese di intaglio della giada. La maglia strutturale dell’edificio funziona da esoscheletro a forma libera. Nel disegno, la sezione dell’albergo che si sviluppa su 42 piani e 160 metri di altezza (foto © Virgile Simon Bertrand; disegno © Zaha Hadid Architects).

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› OSPITALITÀ

MORPHEUS HOTEL

LA SCULTURA URBANA DI MACAO Il nuovo albergo progettato da Zaha Hadid Architects è una torre di 40 piani a pochi passi da City of Dreams, la zona dei casinò. Un grattacielo con una maglia strutturale esterna: un esoscheletro a forma libera con una serie di vuoti sinuosi che ricercano il dialogo con l’esterno e con la città

Inaugurato a metà giugno scorso, l’hotel Morpheus a Macao è una delle ultime realizzazioni di Zaha Hadid Architects. Il nuovo albergo sorge a Cotai, nella zona dei casinò, a fianco della City of Dreams, il secondo grande resort cittadino, dopo The Venetian Macao, che raggruppa, oltre le sale da gioco, teatri, una zona commerciale, ristoranti e hotel. L’ex colonia portoghese, che basa la sua economia sul turismo, è una delle mete più frequentate del continente asiatico: lo scorso anno si sono contati 32 milioni di presenze. Il nuovo hotel di Zha raccoglie e soddisfa questa forte domanda di ospitalità con un’architettura ispirata alla tradizione cinese di intaglio della giada.

Il design di Morpheus è il frutto di un processo di deformazione verticale di un parallelepipedo a base rettangolare, con una serie di vuoti al centro ('finestre urbane' che collegano alcuni spazi comuni dell’albergo con la città). L’esito finale del lavoro dello studio londinese è una scultura urbana sinuosa, racchiusa dalle facciate continue attorno alle quali cresce la maglia strutturale dell’edificio. Un esoscheletro a forma libera che permette spazi interni ininterrotti senza muri o colonne e che sale verso l’alto con una maglia strutturale più leggera al vertice. Il nuovo hotel, che conta 770 tra camere e suite e che al livello del suolo è collegato con il podio di tre piani al City of Dre-

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› OSPITALITÀ

Interni dell’albergo di Macao; in basso, la piscina posta alla sommità della torre e contornata dagli elementi strutturali dell’edificio (foto © Virgile Simon Bertrand).

«Morpheus combina la sua disposizione con l’integrità strutturale e la sua forma scultorea attraverso un design che non fa riferimento alle tipologie tradizionali. Morpheus ha una propria architettura, tipica di questa città»

Viviana Muscettola | Zha

L’ambiente di Morfeo Nel Morpheus Hotel l’irraggiamento solare è stato ridotto al minimo grazie all’impiego di vetri ad alte prestazioni, mentre anche l’esoscheletro strutturale svolge una funzione di riduzione dell’apporto solare. La climatizzazione dell’edificio è garantita, oltre che nelle camere, anche nelle aree dedicate agli ospiti e allo staff; la hall d’ingresso non è invece climatizzata. Sono state inoltre adottate soluzioni tecniche per aumentare l’efficienza energetica, comprese le unità di trattamento dell’aria con l’impiego di refrigeratori ad alta efficienza e velocità variabile, con raffreddamento ad acqua e con scambiatori per il recupero di

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energia dall’aria espulsa. Una pompa di calore acqua-acqua pre-riscalda l’acqua domestica, mentre il sistema di gestione intelligente dell’edificio risponde in tempo reale all’utilizzo e alle differenti condizioni ambientali. Per ridurre i trasporti e sfruttare le competenze e le attrezzature locali, buona parte delle forniture proviene dalla zona attorno a Macao. La proprietà, Melco Resorts, ha richiesto infine l’applicazione di specifiche tecniche tese a limitare al massimo i requisiti di manutenzione e sostituzione di componenti e materiali.


› OSPITALITÀ

Nel disegno, un particolare della sezione della torre in corrispondenza dei collegamenti orizzontali dei due nuclei verticali, in cui trova posto il ristorante stellato dell’albergo (©Zaha Hadid Architects).

ams, si completa con spazi pubblici, sale da gioco, ristoranti, sale per conferenze, spa e piscina sul tetto. L’incarico di progettazione risale al 2012: all’epoca erano già state realizzate le fondazioni di quella che avrebbe dovuto diventare una torre residenziale. L’idea progettuale è partita proprio dalle fondazioni e dalle sue dimensioni, per estrudere le fondazioni esistenti e definire un nuovo edificio di 42 piani con due nuclei verticali collegati tra loro alla base e in sommità, generando un blocco monolitico di 160 metri di altezza, limite imposto dalle normative locali. Un blocco che è stato appunto scolpito con una serie di vuoti che generano, a loro volta, degli spazi interni con suite angolari originali. Tale scelta progettuale ha avuto il vantaggio di massimizzare il numero di stanze con vista sull’esterno, garantendo allo stesso tempo una distribuzione uniforme delle camere su entrambi i lati dell’edificio. Nelle parti di collegamento tra le due colonne verticali della torre sono state collocate le aree ristorante e le sale destinate a grandi chef ospiti, come Alain Ducasse e Pierre Hermé. L’edificio è dotato di dodici ascensori in vetro che offrono una vista straordinaria degli interni e degli esterni dell’hotel (la manutenzione delle facciate è affidata alla società italiana Flyservices Engineering). La soluzione architettonica di Zaha Hadid Architects per Morpheus attinge alla ricerca pluridecennale dello studio riguardo l’integrazione tra interno ed esterno, tra pubblico e privato, tra pieni e vuoti

CREDITI Realizzazione Morpheus Hotel Località Macao Committente Melco Resorts & Entertainment Progettazione architettonica Zaha Hadid Architects (Zha)

Progetto Zaha Hadid e Patrik Schumacher Direttori del progetto Viviana Muscettola,

Michele Pasca di Magliano (Zha)

Direttore del progetto delle facciate Paolo Matteuzzi (Zha)

Progettisti Michele Salvi, Bianca Cheung, Maria Loreto Flores, Clara Martins (Zha)

Progetto ingegneristico, strutturale e facciate Buro Happold International, Hong Kong

Direzione lavori Leigh & Orange, Hong Kong Consulenti Caa City Planning & Engineering

Consultants, Macao (progettisti locali); J. Roger Preston (progettazione meccanica ed elettrica)

Progettazione illuminotecnica Isometrix Progettazione antincendio Arup, Hong Kong Consulenza acustica Shen Milson & Wilke,

Hong Kong

Consulenza del traffico Mva, Hong Kong General contractor Dragages, Macao Altezza 160 m Piani 42 Dimensioni dell’edificio 52 x 99 m Superficie lorda di pavimento 147.860 mq Altezza atrio 40 m Ascensori 12

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› OSPITALITÀ

LUXURY APARTMENT

LORDS OF VERONA Inaugurato recentemente in piazza dei Signori, nel centro storico della città scaligera, un condotel dal design contemporaneo, connotato da forte identità. Trentadue luxury apartment luminosi e tecnologici. Progetto di interior e lighting design di Simone Micheli

In alto, uno spazio del Lords of Verona, nel centro storico della città. Un’atmosfera frutto del progetto di interni di Simone Micheli. A destra, la Piazza dei Signori di Verona (foto, Jürgen Eheim).

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Come si sa, le buone realizzazioni sono il frutto di una commistione sapiente tra la volontà del committente e gli intenti dei progettisti. La realizzazione di 32 luxury apartment (triplex e duplex da 50 a 110 metri quadrati) da poco completati in piazza dei Signori nel centro di Verona, ne è la conferma. Un risultato reso possibile grazie alle intenzioni dei proprietari della struttura, Icaro e Michela Olivieri (la gestione è di AllegroItalia Hotel & Condo), e all’opera dell’architetto Simone Micheli, che ne ha curato il progetto di interior e lighting design, del direttore tecnico Marco Molon, che si è occupato del progetto di recupero e della direzione dei lavori, della


› OSPITALITÀ

Simone Micheli Fonda l’omonimo studio di architettura nel 1990 e nel 2003 la società di progettazione Simone Micheli Architectural Hero con sedi a Firenze, Milano, Puntaldia, Dubai, Rabat e Busan. Ha curato diverse mostre tematiche di fiere internazionali di settore. Nel 2007, al 30° Congreso Colombiano de Arquitectura, a Baranquilla in Colombia, rappresenta l’interior design italiano. Nel 2008 firma la mostra La Casa Italiana nel Museo della Scultura Mube a San Paolo in Brasile; nel 2009 le mostre al Museo Franz Mayer di Città del Messico e al Centro de las Artes a Monterrey. È docente al Poli. design e alla Scuola Politecnica di Design di Milano.
Opera nel campo dell’architettura, dell’interior design, del design e del visual design con creazioni sostenibili e attente all’ambiente. www.simonemicheli.com

In questa pagina, alcuni ambienti del luxury condotel. La luce è una dei protagonisti del progetto (foto ©Jürgen Eheim).

società Ingea, che si è dedicata alla progettazione degli impianti, e di Ilaria Segala, che ha curato quella delle strutture. Non appena varcata la porta di accesso, infatti, ci si trova immersi in uno spazio altro, la cui dimensione temporale è dettata dal connubio tra passato e futuro: la struttura della Casa della Pietà e della sua torre medievale sono in sintonia con l’intervento vitale e lineare di Micheli: la luce entra con forza dalle aperture, riflettendosi sulle superfici specchiate e amalgamandosi con il colore delle pareti e degli arredi. La regia illuminotecnica crea piani di luce che si sovrappongono e si mescolano, permettendo alle ombre di giocare con lo spazio, ai colori di variare di intensità, offrendo una sensazione di serenità e di benessere diffuso. Nel progetto generale di ridistribuzione degli interni, gli appartamenti sono sta-

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› OSPITALITÀ

ti concepiti come parti terminali di un sistema di percorsi storici della città per accompagnare l’ospite attraverso reperti storici di epoca altomedievale. Le due trombe delle scale sono state trasformate grazie all’intervento pittorico degli studenti del liceo artistico Carlo Anti di Villafranca di Verona, un’opera in cui leggerezza e impatto visivo convivono e invitano l’ospite a indugiare davanti a un’installazione contemporanea, in cui i colori che hanno fatto la storia di Verona rivivono nel presente. Sulle pareti sono presenti le immagini di Maurizio Marcato, che raccontano la storia della città: dalle fondamenta romane, ai monumenti medievali fino ad arrivare alle costruzioni austriache. Immagini che danno vita a un continuum tra dentro e fuori, tra aperto e chiuso, favorendo l’unione e l’integrazione. L’area notte è delicata e accogliente: il grigio e le diverse tonalità di bianco utilizzate si mescolano per dare forma a un luogo che offre tranquillità. L’area bagno, infine, è sinonimo di candore e purezza: specchi, trasparenze, immagini e giochi di luce invitano l’ospite ad abbandonare lo stress

CREDITI Realizzazione Lords of Verona Località Verona, piazza dei Signori Committente Innovazioni Gestione Allegroitalia Hotel & Condo Progetto distributivo e di recupero

Marco Molon studio Mmww (hanno colloborato Alessio Benini, Giulia Manzoli, Tomas Meghi, Elisa Ziviani)

Progetto di interior e lighting design Simone Micheli

Direzione lavori Marco Molon Progetto strutturale Ilaria Segala Progetto impiantistico Ingea Progetto decorativo Maurizio Taioli e Guido

Airoldi (con il contributo degli studenti del liceo artistico Carlo Anti di Villafranca di Verona)

Fotografie artistiche Maurizio Marcato Superficie 3.000 mq Appartamenti 32 Sistemi di climatizzazione Mitsubishi Electric Ingresso automatico Geze Italia Sanitari, rubinetterie e top cucine Porcelanosa Altri Fornitori Oikos, Skin Wall, Cesana, Eclisse, Kerakoll, Bticino

Fotografie Jürgen Eheim

Sulle pareti delle stanze sono presenti le immagini di Verona realizzate da Maurizio Marcato (foto © Jürgen Eheim).

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› OSPITALITÀ inside

MITSUBISHI ELECTRIC ITALIA Impianti automatizzati per limitare i consumi energetici

UNA SOFISTICATA STRATEGIA IMPIANTISTICA FAVORISCE IL COMFORT E IL RISPARMIO ENERGETICO. LA MODULARITÀ DEL SISTEMA E L’INFORMATIZZAZIONE PERMETTONO DI CONTABILIZZARE I CONSUMI INDIVIDUALI

Nel Lords of Verona gli impianti di condizionamento e di ventilazione sono di Mitsubishi Electric Italia. Si tratta di un sistema a espansione diretta a volume di refrigerante variabile che genera sia potenza frigorifera sia potenza termica per le differenti unità immobiliari, con unità interne canalizzate Le unità esterne sono collocate in un locale tecnico al secondo piano, con un canale di espulsione dell’aria che arriva in copertura. Per limitare le vibrazioni e i rumori i componenti sono stati collocati su un basamento, dotato di piedini insonorizzati, che smorza le vibrazioni e distribuisce al meglio i carichi sulle strutture edili. Il funzionamento in pompa di calore dell’impianto evita l’uso di combustibili fossili. L’automazione e informatizzazione del sistema consentono di contabilizzare i consumi energetici. Per quanto riguarda la ventilazione meccanica a recupero di calore, l’immissione dell’aria negli ambienti avviene tramite una sezione della bocchetta di mandata del ventilconvettore. Silenziatori da canale prima dell’ingresso negli appartamenti limitano il rumore fluidodinamico migliorando il comfort interno. Infine, due caldaie a gas completano il fabbisogno energetico per la produzione di Acs durante i picchi di richiesta.

Mitsubishi Electric Italia

Centro Direzionale Colleoni - Palazzo Sirio Viale Colleoni, 7 - 20864 Agrate Brianza MB Tel 039.60531 www.mitsubishielectric.it

inside

inside

GEZE

PORCELANOSA GRUPPO

Per la ristrutturazione dell’edificio che accoglie l’apart-hotel, Geze Italia ha installato un ingresso automatico Geze Slimdrive. Una scelta in linea con il design ricercato ed elegante della struttura. Le porte scorrevoli Geze richiedono poco spazio, sono eleganti e al passo con le moderne esigenze progettuali. Lo spessore in altezza della porta, unico nel suo genere, è di soli sette centimetri, mentre le varianti delle automazioni Slimdrive si integrano in modo quasi invisibile in qualsiasi contesto architettonico. La scelta del vetro soddisfa al meglio la richiesta di illuminazione naturale e, nello stesso tempo, i requisiti estetici e costruttivi.

Gli apparecchi sanitari e le rubinetterie impiegati nella struttura sono di Noken Porcelanosa Bathrooms, realizzati su disegno di Simone Micheli. La serie dei sanitari si caratterizza per le forme organiche, le linee rette e gli angoli pronunciati, mentre per le rubinetterie la doppia cromatura conferisce al prodotto una forte luminosità naturale. Comodo, leggero e di facile manutenzione, il rubinetto Lounge incorpora la maniglia sul lato della canna, facilitandone l’uso. Un altro prodotto di Noken per rubinetterie di cucina è Urban, che si distingue per la forma ergonomica. Per i lavandini e i top della cucina è stato impiegato Krion Snow White Systempool, un minerale composito che regge le alte temperature e gli attacchi di agenti esterni.

Geze Italia Srl

Porcelanosa Gruppo

Stile ed eleganza fin dall’ingresso

Via Fiorbellina 20 – 20871 Vimercate MB Tel 039 9530401 italia.it@geze.com | www.geze.com

Sanitari e rubinetterie per l’hotel di lusso

12540 Vila-real, Castellón, Spagna Tel +34 964507140 grupo@porcelanosa.com | www.porcelanosa.com/it

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Passa a una gestione più intelligente delle tue aree bagno

qualità costante maggiore efficienza

Tork EasyCube™ utilizza dispositivi connessi, un’app user-friendly e statistiche intelligenti per trasformare la gestione delle aree bagno. Le informazioni disponibili in tempo reale indirizzano la pulizia laddove necessaria, liberando gli addetti dai compiti superflui e facendoli concentrare sul lavoro essenziale. Le statistiche permettono di ottimizzare le operazioni, con un ulteriore risparmio di tempo e risorse. Avrai la certezza che zone critiche come le aree bagno saranno sempre pulite, fresche e pronte ad accogliere i visitatori. Il risultato è un’ospitalità sempre migliore, approvvigionamenti molto più efficaci e addetti alla pulizia più motivati.

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› OSPITALITÀ

GLASS HOUSE DE LAUZET

QUESTA CASA È UN MAGGIORDOMO Presentata alla design week milanese, la Glass House de Lauzet è l’evoluzione della suite realizzata due anni fa nel Monferrato. Intelligenza artificiale, rilevazione biometrica, comandi vocali la trasformano in una suite interattiva che si adatta ai desideri degli ospiti

Nelle foto, esterno e interno della Glass House de Lauzet sulle colline del Monferrato. Il layout degli interni è di Piero Lissoni; la consulenza scientifica di un istituto italiano specializzato nell'innovazione tecnologica.

Vivere nella natura senza gli estremi di Into the Wild. Questa l’idea iniziale della suite costruita due anni fa sulle colline del Monferrato da Giorgio Caire di Lauzet, imprenditore con oltre 20 anni di esperienza come tour operator (la sua Dream&Charme gestisce un circuito turistico di circa 500 ville in Italia che muove ogni anno 50mila ospiti e dà lavoro a 10mila persone): una ‘bolla climatica’ interamente in vetro, aperta sul paesaggio – un giardino progettato ad hoc da AG&P per dare il meglio lungo tutte le stagioni in termini di fiori, luci e colori – progettata con il coordinamento e il layout degli interni di Piero Lissoni. L’esperimento del Monferrato è servito per dare vita oggi al progetto della Glass House de Lauzet, un prototipo della casa del futuro, che oltre ad essere completamente trasparente – una versione prevede addirittura vetri elettro-

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› OSPITALITÀ

I prospetti trasversali e, pagina di destra, un render della nuova Glass House de Lauzet, prototipo di casa del futuro in cui la tecnologia svolge un ruolo di forte cambiamento. Nelle foto altre immagini dellas Glass House realizzata due anni fa nel Monferrato con il coordinamento di Piero Lissoni.

cromici in luogo delle tende schermanti – è responsiva perché adotta criteri di intelligenza artificiale per interpretare e addirittura anticipare le esigenze del padrone di casa. Nella Glass House la domotica, utile per creare scenari variabili in funzione delle esigenze e delle condizioni ambientali, fa un passo avanti rispetto a quanto abbiamo visto finora. La consulenza fornita da un noto istituto italiano specializzato nella progettazione di androidi è servita a Giorgio Caire di Lauzet per individuare i criteri di analisi dei dati più utili e realizzare una suite adattiva e a creare esperienze personalizzate per gli ospiti. Sensori che rilevano le scelte individuali in termini di climatizzazione e più in generale di gestione dell’abitazione vengono associati ai dati dell’ospite acquisiti al momento della registrazione, andando a incrementare la quantità di informazioni associate alle diverse tipologie di utenti. Progressivamente la Glass House saprà così anticipare le preferenze dell’ospite, [ 84 ]

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› OSPITALITÀ GLASS HOUSE DE LAUZET Versione a 4 posti 80 mq

Living, spa (bagno turco, sauna, docce cromoterapiche), camera ospiti, camera da letto doppia con scrivania e salottino, cucina a scomparsa

Versione a 2 posti 35 mq

Camera da letto con salottino e angolo cottura, bagno (bagno turco, doccia cromoterapica)

Partner

Boffi, Cassina, De Padova, Eberhard EdilKamin, Effegibi, Gessi, Lualdi Mitsubishi Electric, Nemo, Roda Platek, Salvatori, Samsung On House Milano, Solbian Technogel Sleeping, Technogym Wekiwi, Xenia Design

Giorgio Caire di Lauzet fondatore di Dream&Charme

Dream&Charme che a sua volta potrà modificarle con un semplice comando vocale. Un ‘androide abitativo’, come ama definirla il suo ideatore, che ama la comodità ma non i robot-maggiordomo tra i piedi. Numerose naturalmente le prestazioni in termini di comfort e di sicurezza che si possono definire vere e proprie esperienze abitative, dall’assenza della chiave di ingresso, nel nuovo modello in fase di realizzazione sostituita dalla rilevazione biometrica, alla possibilità, tramite un mix di temperatura, umidità e aromatizzazione, di scegliere il clima di Capri o quello di Cortina, del lago o della campagna. La sola fonte di energia è l’elettricità, ricavata dai pannelli fotovoltaici in co-

pertura e dalla rete: nella versione ‘Nomad’, completamente autonoma, un set di batterie ricaricabili fornisce il fabbisogno per il suo funzionamento. Installabile ovunque, la Glass House può arricchire con una supersuite esperienziale l’offerta di operatori turistici sui generis: grandi ville con parco, produttori di olio o di vino, resort di campagna

La Glass House, disponibile in due versioni, può essere installata ovunque; è dotata di sensori, rilevazione biometrica agli ingressi, comandi vocali; è autonoma dal punto di vista energetico.

Con una decennale esperienza nel segmento lusso del settore turistico, nel 2006 Giorgio Caire di Lauzet fonda Dream&Charme creando un circuito di residenze storiche, ville e castelli in Italia interessati ad affittare per soggiorni brevi parte delle proprietà a una clientela internazionale selezionata. Nella sua qualità di tour operator, Dream&Charme fornisce ai proprietari il necessario konwhow per gestire una clientela facoltosa e agli ospiti una serie di esperienze culturali e di intrattenimento capaci di rendere più interessante e attraente il soggiorno. Ad oggi Dream&Charme propone ospitalità turistica di alto livello per più di 500 residenze in Italia a una clientela di circa 50.000 turisti registrati, provenienti da tutto il mondo. Disponibile per privati che intendano ampliare la propria offerta o aggregabile in una nuova forma di luxury resort, la Glass House de Lauzet rappresenta oggi l’evoluzione di questa offerta.

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› OSPITALITÀ

WALDHOTEL HEALTH & MEDICAL EXCELLENCE, BÜRGENSTOCK

BENESSERE ALPINO Inaugurato lo scorso dicembre, il nuovo hotel 5 stelle superior progettato dallo studio milanese Matteo Thun & Partners estende al campo medico il concetto di benessere e completa l’offerta turistica del Bürgenstock Resort Lake Lucerne

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10 m

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Sopra il titolo, legno di larice e pietra locale per la facciata del Waldhotel di Matteo Thun sopra il lago di Lucerna. La illustra40 m 10 msezione20trasversale m la disposizione dei volumi rispetto al pendio della montagna (foto ©Waldhotel).

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40 m


› OSPITALITÀ

Matteo Thun & Partners Lo studio di architettura, interior e product design ha uffici a Milano e a Shanghai. Opera da oltre venti anni a livello internazionale su progetti legati all’ospitalità, al residenziale, al retail, all’urban design e al masterplanning. Attualmente il team di lavoro dello studio è composto di 70 collaboratori tra architetti, interior e product designer e grafici, impegnati nella gestione di opere complesse e con un approccio interdisciplinare. Nell’ambito dell’ospitalità Matteo Thun & Partners (nella foto ©Nacho Alegre l’architetto Matteo Thun) propone concept architettonici e di interior design personalizzati e chiavi in mano studiati per garantire durabilità estetica e funzionale sviluppati in funzione di un ideale di healthy living. www.matteothun.com

Le suites dell'albergo sono dotate di terrazze o logge protette dal sole protette da pergolati in legno di larice (foto ©Waldhotel).

Per gli ospiti il passaggio in battello dalla stazione ferroviaria di Lucerna e la successiva ascesa su un trenino a cremagliera – realizzato nel 1905, il primo ad alimentazione elettrica di tutta la Svizzera – sono gratuiti. Anche se esiste una strada carrabile è questo il modo migliore per raggiungere il resort, che si sviluppa lungo le pendici del Bürgenberg, 450 metri sopra la città di Lucerna, che vanta, oltre alle altre dotazioni turistiche di alto livello – tre hotel tra cui un cinque stelle superior, 67 residence suites, una Spa alpina di 10.000 mq, 12 bar e ristoranti e un campo da golf a 9 buche – anche il Waldhotel Health & Medical Excellence progettato da Matteo Thun. Rivestiti in pietra locale ricavata dal Bürgenberg stesso e da intelaiature in legno di larice che riecheggiano la tradizionale architettura Walser, due volumi rettilinei posti a differenti quote abbracciano in altezza il pendio della montagna sfruttando i livelli sfalsati per realizzare

ampie terrazze per le 160 suites che compongono l’albergo. Elementi che arricchiscono il comfort degli ospiti, queste terrazze, protette dai brise-soleil in legno che compongono la facciata, diventano in parte dei ‘tetti verdi’ che migliorano

l’efficienza climatica dell’edificio, a cui contribuisce anche, nella stagione fredda, l’esposizione prevalente a sud delle ampie finestrature delle camere. Sempre sul piano ambientale, nel sito si fa largo uso di gabbioni di contenimento

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› OSPITALITÀ

Level 02 Una delle piscine situate al livello 2 (pianta qui sotto). In basso, la pianta del livello 8 (foto @Waldhotel).

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E

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40 m

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AIR IN

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› OSPITALITÀ CREDITI Realizzazione Waldhotel Health & Medical Excellence

Località Bürgenstock, Svizzera Committente Bürgenstock hotels & resort Progettazione architettonica Matteo Thun & Partners

Progettazione d’interni Matteo Thun & Partners Periodo 2012 - 2017 Camere 160 Dimensioni camere da 42 a 150 mq Superficie complessiva 25.000 mq Superficie Spa e area fitness 4.200 mq

in acciaio e pietra, che al contrario dei setti in cemento armato si trasformano in habitat per la flora e la fauna locali. Fin dal 1888 inoltre, i fondatori del sito ottennero una concessione per utilizzare l’acqua del lago. Con questa autorizzazione oggi un sistema di tubazioni trasforma il flusso d’acqua in energia che soddisfa l’80% dei fabbisogni per il riscaldamento e il 100% di quelli richiesti per il raffreddamento. Ma la caratteristica più rilevante del Waldhotel è la formula delle cure mediche, con 4.300 mq di ambienti dedicati a servizi diagnostici e terapeutici integrati da attività termali riabilitative, il tutto sotto il controllo di un’equipe professionale e di un direttore sanitario. La versione contemporanea del sanatorium di Davos raccontato da Thomas Mann

Una piscina di acqua calda su una delle terrazze all'aperto. Sopra, altre immagini dell'hotel cinque stelle superior progettato da Matteo Thun & Partners (foto @ Waldhotel).

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› OSPITALITÀ

QUALE LUCE

PER L’OSPITALITÀ? Laura Bellia Laura Bellia è Professore Ordinario di Fisica Ambientale presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università degli Studi Federico II di Napoli. È docente di Illuminotecnica in alcuni corsi di laurea e laurea magistrale dell’Ateneo. Svolge attività di ricerca nei settori della termofisica dell’edificio e principalmente dell’illuminotecnica, su temi che riguardano la qualità dell’illuminazione, la luce naturale, il comfort visivo, l’abbagliamento, gli effetti non visivi della luce, e in particolare l’influenza dell’illuminazione sui ritmi circadiani, le sorgenti Led, i sistemi di controllo automatico per l’integrazione luce naturale/artificiale. È stata ed è promotore di numerosi accordi di collaborazione scientifica e convenzioni, stipulati tra il Dipartimento di afferenza e istituzioni ed enti sia pubblici che privati. È responsabile scientifico del Laboratorio di Illuminotecnica presso il Dipartimento di afferenza. L’attività di ricerca è testimoniata da circa 120 pubblicazioni. Svolge attività di referee per qualificate riviste internazionali sui temi di ricerca. È presidente della sezione territoriale Campania di Aidi (Associazione Italiana di Illuminazione).

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LA QUALITÀ DELL’ILLUMINAZIONE NEGLI SPAZI DELL’OSPITALITÀ DEVE ASSICURARE UN SENSO DI BENESSERE, CONTENERE I CONSUMI E CONFERIRE IDENTITÀ AGLI AMBIENTI di Laura Bellia

I luoghi dell’ospitalità sono quegli ambienti dove ognuno dovrebbe sentire ‘come a casa’, a partire da alberghi, ristoranti, luoghi di ritrovo, centri benessere fino a residenze per studenti, per anziani, per lavoratori fuori sede, includendo sia spazi privati che comuni, utilizzati nelle diverse ore della giornata o della notte. L’illuminazione di tali luoghi rappresenta da un lato un terreno ricco e stimolante e dall’altro una sfida per i progettisti: non esistono specifiche normative, data anche la varietà delle attività che vi si svolgono, le diverse categorie di individui e loro specifiche esigenze, nonché i molteplici compiti visivi. Il mutuare alcuni parametri dalle omologhe prescrizioni per i luoghi di lavoro non è sufficiente a realizzare quella cosiddetta qualità dell’illuminazione che in qualche modo dovrebbe coincidere con il senso di benessere e il desiderio di permanere in un ambiente che ci ospita. Al progettista è quindi richiesta una particolare competenza e sensibilità nel bilanciare e armonizzare gli aspetti più puramente

tecnici con quelli legati agli effetti psicologici e fisiologici dell’illuminazione, tenendo anche conto delle preferenze e delle aspettative di particolari tipologie di individui in alcuni casi, o alle loro peculiari caratteristiche in altri. Come per tutte le altre applicazioni illuminotecniche, vi è anche l’esigenza di ridurre al massimo i consumi energetici e i costi economici, tenendo conto del fatto che tali luoghi differiscono sia dai luoghi di lavoro, in quanto non si è obbligati a permanervi per un periodo di tempo prefissato svolgendo attività ben determinate, sia dagli ambienti residenziali, poiché in questi ultimi sono gli occupanti stessi a scegliere come illuminare un ambiente e sono sempre loro, in modo diretto, ad attivare strategie per ridurre le spese. In questa molteplicità di ambienti e situazioni che caratterizzano l’ospitalità, si può fare una prima distinzione tra luoghi collettivi e luoghi privati. Inoltre, per quanto riguarda i luoghi collettivi, in relazione alla destinazione d’uso, l’illuminazione può favorire le relazioni


› OSPITALITÀ

tra le persone e la comunicazione durante lo svolgimento di attività o, al contrario, creare ambientazioni che consentano agli occupanti, pur trovandosi nello stesso locale, di avere la percezione di poter godere di un proprio spazio individuale o condiviso con pochi. Attraverso l’illuminazione, con opportune scelte progettuali, ovviamente sempre in armonia con il contesto architettonico e l’arredo, un ambiente destinato alla consumazione di cibi può assumere i connotati di una sala mensa in cui ognuno può interagire con gli altri o di un ristorante in cui i commensali percepiscono una condizione di riservatezza o addirittura di intimità. Anche la tipologia degli ospitati, qualora ben definita, ad esempio una ben determinata fascia di età oppure le caratteristiche socio-culturali, deve essere un fattore da considerare nella progettazione illuminotecnica, ben al di là quindi delle pur necessarie finalità legate alle prestazioni visive ed al comfort. I luoghi privati, come ad esempio le residenze per studenti o le stanze d’albergo sono anch’essi da trattare con molta attenzione, proprio perché questi sono i luoghi che sostituiscono, anche se temporaneamente, le zone più riservate della propria abitazione, in cui gli individui rimangono soli ed interagiscono maggiormente con l’ambiente circostante, in cui si devono sentire “padroni” e in grado

di controllare tutti i parametri ambientali in modo semplice e intuitivo. Per questi ambienti l’illuminazione dovrebbe sempre essere sufficientemente flessibile, basandosi sulla presenza di molteplici punti luce e sulla possibilità di realizzare condizioni differenziate in relazione ai diversi desideri delle persone. In base al budget disponibile, è possibile operare in modo più tradizionale (controlli manuali tramite interruttori) oppure implementando le più recenti tecnologie oggi disponibili, sia per quanto riguarda le sorgenti che la loro gestione e il controllo, che permettono di realizzare sistemi dinamici potenzialmente in grado di adeguarsi, anche automaticamente o mediante uso di dispositivi di interfaccia come smartphone o tablet, alle più disparate esigenze. La vera sfida che l’immediato futuro riserva ai progettisti della luce, al di là della complessità dei sistemi, sta proprio nell’utilizzare al meglio tali tecnologie realizzando ambienti luminosi gradevoli e facilmente gestibili da tutti gli ospiti

L’illuminazione di un hotel rappresenta da un lato un terreno ricco e stimolante e dall’altro una sfida per i progettisti: per tali luoghi non esistono specifiche normative data la varietà delle attività che vi si svolgono, le diverse categorie di individui che vi sostano, le loro specifiche esigenze e i molteplici compiti visivi cui rispondere

In alto, atrio del Morpheus di Macao, particolare. Zaha Hadid Architects (foto ©Virgile Simon Bertrand).

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› OSPITALITÀ

GALLERIA VITTORIO EMANUELE, MILANO

IL SALOTTO DI CRACCO In alto, l'ascensore che porta al ristorante al secondo piano; sotto, il bistrot (foto ©Andrea Passuello).

Il progetto di Laura Sartori Rimini e Roberto Perogalli crea un’atmosfera ottocentesca, in sintonia con il luogo, per gli ambienti del nuovo ristorante inaugurato poco tempo fa a Milano. La tecnologia c’è ma non si vede Il progetto estetico del nuovo ristorante Cracco a Milano parte dal presupposto imprescindibile della sua collocazione: la Galleria Vittorio Emanuele. Costruita dall’architetto Mengoni tra il 1865 e 1877, la Galleria è da sempre il Salotto di Milano, il punto di riferimento per la città. Fin dall’inizio ha ospitato negozi, caffè e ristoranti, alcuni dei quali proseguono la tradizione pur in un’atmosfera turistica ben diversa dall’originaria. All’interno di un progetto generale di restauro e riqualificazione della Galleria, avviato dal Comune in accordo con la Soprintendenza, la presenza del ristorante Cracco assume un significato essenziale. La qualità e la professionalità che hanno reso il cuoco famoso in Italia e nel mondo si traducono anche nel progetto estetico. Questo rimanda prima di tutto all’architettura estremamente forte di questo luogo: lesene, trabeazioni, bas-

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› OSPITALITÀ

In alto, l’ingresso al ristorante; a destra, una delle sale del ristorante al secondo piano (foto ©Andrea Passuello).

sorilievi, grottesche, mosaici e la cupola in ferro che conclude il tutto verso l’alto. Il progetto, che porta la firma di Laura Sartori Rimini e Roberto Perogalli dello studio Perogalli di Milano, ha cercato di portare sensazioni e segni della storia all’interno dei locali. Al piano terreno è collocato il Cafè Cracco. Si tratta dell'ambiente più legato all’esterno. Qui echi della Galleria sono presenti negli ornati, nella sagoma in stucco che collega le pareti al soffitto, nei pilastri. Un bancone bar al centro della stanza riporta le atmosfere dei caffè di Milano di fine secolo. Il pavimento è in mosaico con un disegno a tessere grandi,

CREDITI Realizzazione Ristorante Località Milano, Galleria Vittorio Emanuele II Committente Carlo Cracco Progetto di restauro Laura Sartori Rimini e Roberto Perogalli, studio Perogalli, Milano

Climatizzazione Daikin Fotografie Andrea Passuello

a evocare le cromie presenti nella Galleria. Sul fondo, un ascensore in ferro (dipinto a finto bronzo) e vetro con pannelli decorati, porta alle sale del ristorante e alla cantina. Quelle del primo piano, con le finestre affacciate sulla Galleria e sull’Ottagono, sono precedute da una sala di accoglienza, che ospitava già un soffitto originario in stucco e decorazioni pittoriche della seconda metà dell’Ottocento, che è stato restaurato e valorizzato, come anche il pavimento in legno. Alle pareti di questa stanza c’era anche una boiserie di colore grigio-azzurro con un disegno d’inizio Novecento, sopra la quale è stata posata una carta da parati dipinta a mano, ispirata alla stessa epoca, raffigurante grandi corolle di fiori. Le altre tre sale, in infilata, ospitano i tavoli. Hanno un’architettura segnata dalle doppie porte esistenti, dalla finestra, centrale in ogni stanza, attorno a cui si dispone una decorazione di lesene a bassorilievo, archi che incorniciano specchi, sopraporte ispirate ai decori a bassorilievo della Galleria. Luci soffuse e

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› OSPITALITÀ

A sinistra e in basso, alcune delle sale da pranzo del ristorante; al centro la cantina dei vini pregiati (foto ©Andrea Passuello).

una moquette a disegno, creata appositamente per questi spazi, contribuiscono a rendere il passato glorioso della Galleria un viaggio nella memoria. Completa l'infilata una stanza fumoir, interamente rivestita in tessuto metallico color verde muschio, con un bancone degli anni Venti al centro e banquette a parete con tavolini, , in un’atmosfera da gentlemen club. La cucina del ristorante è interamente rivestita di piastrelle, con un disegno di Gio Ponti a tre colori alternati giallo, bianco e nero. Gli elementi in acciaio, in parte smaltati in giallo riecheggiano, al pari dei servizi di piatti, bicchieri e posate, i disegni dell’architetto milanese. Il secondo piano, riservato alle occasioni speciali, ha al centro la grande Sala Mengoni, divisa in tre campate, a cui si acce-

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de da una hall rivestita in panno verde reseda, che ospita gli armadi, e una sala con un bancone in marmo di Levanto degli anni Venti, con le pareti rivestite da una carta a rilievo a doppio disegno, secondo una tradizione di fine secolo. Una fuga prospettica di pilastri che sostengono le trabeazioni si modella ancora una volta sugli ornati delle architetture in ferro e stucco tipiche della seconda metà dell’Ottocento, sovrastate dai soffitti, di cui quello centrale originale dell'epoca. Specchi incastonati nei pilastri e nei riposi delle decorazioni a rilievo creano un gioco di rimandi e di riflessi, formando un dialogo continuo con le viste della Galleria

Clima contemporaneo in un ambiente storico L’IMPIANTO CUSTOM PROGETTATO DA DAIKIN PER SODDISFARE LE ESIGENZE FUNZIONALI DELLA CUCINA E GARANTIRE IL MASSIMO COMFORT AGLI OSPITI Il progetto di climatizzazione di Cracco in Galleria, sviluppato in stretta collaborazione tra l’ufficio tecnico di Ferrario Impianti di Sesto San Giovanni e i tecnici di Daikin, presenta un elevato grado di personalizzazione. Le caratteristiche del locale e il grado di comfort che deve garantire ai clienti, i grandi volumi d’aria – prelevata da un cavedio retrostante e opportunamente filtrata – da immettere nelle cucine in compensazione all’aria aspirata dalle cappe e soprattutto il carattere storico degli ambienti, hanno imposto soluzioni custom sia per quanto riguarda la realizzazione delle macchine sia per la loro collocazione e per lo studio dei sistemi di distribuzione. L’impianto è misto e consiste di due gruppi frigo idronici, uno destinato ad alimentare sei unità di trattamento dell’aria (Uta) e l'altro specificamente dedicato al mantenimento delle condizioni termoigrometriche della cantina dei vini pregiati, e di due sistemi a espansione diretta VRV condensati ad acqua utilizzati per il raffrescamento e riscaldamento delle sale ristorante. Le macchine sono collocate in parte in un locale tecnico ricavato nel piano interrato, in parte nell’interpiano sopra il piano nobile, nel quale si trovano anche le Uta, realizzate con un’altezza molto limitata (circa 60 cm), coerentemente con l’altezza ridotta del piano di servizio, provvidenzialmente previsto da Giuseppe Mengoni nel suo progetto della Galleria. La distribuzione del clima nei 1.100 mq dei diversi ambienti distribuiti su tre piani, è stata agevolmente risolta grazie alle dimensioni estremamente ridotte della distribuzione tipica del sistema VRV: i terminali ambiente sono nascosti dietro le pannellature dei locali e l’immissione in ambiente avviene tramite pregiate bocchette in rame collocate a pavimento o lungo il perimetro dei soffitti, piuttosto alti e perciò invisibili al pubblico. Il funzionamento dell’impianto è interamente elettrico e quindi senza emissioni in loco – anche le cucine sono prive di fuochi – con un impegno di energia elettrica complessivo di soli 100 kW circa.


› OSPITALITÀ

RISTORANTE TORRE, MILANO

COLAZIONE DA PRADA Modernità, cultura e ristorazione. Un trinomio sempre più raro ma a Milano oggi è possibile cenare tra opere di Lucio Fontana, arredi di Saarinen e Mies van der Rohe e la ricostruzione degli ambienti del Four Seasons di New York di Philip Johnson (1958). Con vista sulla città

Sopra, la sala con opere, da sinistra a destra, di Wesley, Copley, Macuga e Fontana. A destra, il bar del ristorante (foto ©Delfino Sisto Legnani e ©Marco Cappelletti).

A maggio è stato aperto a Milano il nuovo ristorante Torre, ospitato al sesto e settimo piano del nuovo edificio che completa la sede di Milano di Fondazione Prada, progettata da Rem Koolhaas con Chris van Duijn e Federico Pompignoli dello studio Oma. Il ristorante si presenta come “un collage di temi ed elementi preesistenti” (Rem Koolhaas) che combina opere d’arte e arredi di design. La sala si trova al sesto piano e occupa una superficie di 215 metri quadrati suddivisa in due aree: il bar e il ristorante. I due ambienti sono caratterizzati dal contrasto tra le ampie vetrate a tutta altezza, che offrono una vista inedita della città, e i toni caldi del parquet, della boiserie in legno di noce e dei pannelli in canapa che rivestono le pareti.

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› OSPITALITÀ

Sopra, la terrazza; sotto, una sala del ristorante con i primi 'piatti d'artista' alle pareti (foto ©Delfino Sisto Legnani e ©Marco Cappelletti).

Il bar ha un bancone centrale, con una bottigliera sospesa davanti alla grande vetrata che affaccia sulla terrazza. Sulla sinistra del bancone si trova un camino attorniato da poltroncine Soviet e tavolini Tulip disegnati nel 1957 da Eero Saarinen. In questo ambiente sono presenti due opere – Cappa per caminetto (1949) e Testa di medusa (1948-54) – di Lucio

Fontana. Sempre di Fontana la ceramica policroma Pilastro (1947) che introduce alla sala del ristorante, un ambiente disposto su tre livelli leggermente sfalsati tra loro a ricreare un’ideale belvedere. I primi due sono arredati con tavolini in legno, sedie Executive di Eero Saarinen e poltroncine Brno di Knoll disegnate da Mies van der Rohe per casa Tugendhat,

e presentano una selezione di quadri di William N. Copley, Jeff Koons, Goshka Macuga e John Wesley. L’ultimo livello accoglie arredi originali del “Four Seasons Restaurant” di New York progettato da Philip Johnson nel 1958 ed elementi dell’installazione di Carsten Höller The Double Club (2008-2009). Ispirandosi alla tradizione del ristorante italiano, le pareti presentano piatti d’artista realizzati per il ristorante Torre da John Baldessari, Thomas Demand, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Elmgreen & Dragset, Joep Van Lieshout, Goshka Macuga, Mariko Mori, Tobias Rebherger, Andreas Slominski, Francesco Vezzoli e John Wesley, parte di una serie aperta a nuovi contributi. La terrazza esterna, a pianta triangolare, si affaccia sullo spazio urbano e presenta la stessa pavimentazione in porfido e griglie metalliche che caratterizza degli esterni della Fondazione. La superficie di 125 metri quadrati della terrazza è divisa in una zona ristorante con 20 coperti su tavoli e sedie pieghevoli in stile bistrot e in un’area bar in cui tavoli scorrevoli posti lungo il parapetto si compongono o scompongono in base alle esigenze. Al settimo piano è presente invece lo chef’s table, uno spazio esclusivo e riservato con servizi dedicati, caratterizzato da una parete vetrata con vista sulle cucine e da una terrazza privata

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› OSPITALITÀ

CREDITI Realizzazione Ristorante Torre, Fondazione Prada

Località Milano Committente Fondazione Prada Progettisti Oma, Rem Koolhaas,

Chris van Duijn e Federico Pompignoli

Superficie 215 mq (bar e ristorante) Coperti 84 (+ 20 su terrazza) Fotografie Delfino SIsto Legnani e Marco Cappelletti

A destra, uno spazio del ristorante con le opere di Lucio Fontana (Pilastro, 1957, ceramica smaltata policroma; Testa di medusa, 1948-54, mosaico a pasta di vetro e cemento; Cappa per caminetto, 1949, ceramica smaltata policroma) (foto ©Delfino Sisto Legnani e ©Marco Cappelletti).

La Torre bianca di Oma Il 20 aprile scorso, poche settimane prima dell’apertura del ristorante, aveva aperto al pubblico la Torre Prada. L´edificio ha così completato la sede di Milano della Fondazione, inaugurata nel maggio di tre anni fa. Riconoscibile e visibile anche da lontano con i suoi 60 metri di altezza, la Torre completa il repertorio di forme e soluzioni architettoniche del progetto di Rem Koolhaas, Chris van Duijn e Federico Pompignoli. La Torre è realizzata in cemento bianco strutturale a vista. Ciascuno dei nove piani offre una percezione inedita degli ambienti interni attraverso una specifica combinazione di tre parametri spaziali: pianta, altezza e orientamento. Metà dei livelli si sviluppa su base trapezoidale, gli altri su pianta rettangolare. L’altezza dei soffitti, crescente dal basso all’alto, varia dai 2,7 metri del primo piano agli 8 metri

dell’ultimo livello. Le facciate esterne sono una successione di superfici di vetro e cemento, che offrono un’esposizione alla luce sui lati nord, est e ovest dell’edificio; il lato sud della Torre presenta una struttura diagonale che la unisce al Deposito e nella quale è inserito un ascensore panoramico. La terrazza sul tetto dell’edificio, di 160 metri quadrati, è caratterizzata da una decorazione optical in bianco e nero del pavimento e da un rivestimento del parapetto in specchi che crea un effetto di riflessione, in grado di eliminare visivamente la barriera tra lo spazio e la vista sulla città. Alla realizzazione della Torre, costruita da Colombo Costruzioni, ha contribuito tra gli altri Aderma Locatelli, che ha realizzato i rivestimenti in facciata ventilata.

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› OSPITALITÀ/MERCATO HOMESHARING EFFETTO AIRBNB SU NYC

SCENARI IMMOBILIARI ALBERGHI, IL MERCATO VA

Non sempre lo sharing è sinonimo di modernità. È questo almeno quanto emerge da un recente studio condotto da David Wachsmuth, docente di Urban planning della McGill University di Montreal. Il tema è l’effetto dell’homesharing, e di Airbnb in particolare, sulla città di New York. Se all’avvento della piattaforma i dubbi si concentravano sull’affidabilità degli ospiti, col tempo gli effetti di questa particolare modalità di affitto degli allogi si sono trasferiti alla scala immobiliare urbana. La ricerca di Wachsmuth ha infatti dimostrato che il proliferare del numero di immobili gestiti da Aibnb ha portato a un aumento del costo degli affitti e a una diminuzione del numero di alloggi in affitto, contribuendo alla ‘gentrificazione’ della città, con l’espulsione da alcune zone delle fasce di popolazione meno abbiente, in particolare di colore. Per Airbnb, New York è il terzo mercato al mondo per importanza e tra le prime metropoli in cui è stata avviata la sperimentazione. Due fattori che inducono a pensare che Nyc possa diventare un modello di riferimento per altre città. Insomma, stando a quanto scrivono gli universitari canadesi, dell’idea iniziale dei fondatori di Airbnb, Joe Gebbia e Brian Chesky, molto è cambiato. E mentre ancora oggi la piattaforma viene utilizzata come undici anni fa, si scopre che a Nyc il 12% degli affittuari (6.200 su un totale di 50.500) sono operatori commerciali, il cui guadagno è pari al 28% delle entrate di Airbnb su New York (184 milioni di dollari su 657). Si è scoperto anche che gli operatori della homesharing hanno comportamenti identici agli albergatori tradizionali, che spesso giocano sull’indeterminatezza delle tariffe, non pagano le tasse di proprietà, alberghiere e sulla pubblicità. Comportamenti che hanno effetti sull’economia della città e che introducono elementi di concorrenza sleale nei confronti degli albergatori ufficiali. Dal canto suo, Airbnb ha contestato i dati di Wachsmuth e da alcune parti è stato fatto notare come la ricerca della McGill University sia stata in parte finanziata da alcuni nemici dichiarati della homesharing: il New York City Hotel Trades Council e le associazioni che tutelano i diritti degli inquilini della città.

Segnali positivi per il mercato alberghiero italiano. Rispetto all’anno precedente, nel 2017 si è registrata una decisa crescita (+14,6% con 2,75 miliardi di euro di fatturato) mentre le previsioni per l’anno in corso parlano di un aumento complessivo del fatturato del 13%. Un leggero rallentamento è invece previsto per il 2019, anche se di segno sempre positivo. Questo secondo le recenti previsioni del “Rapporto 2018 sul mercato immobiliare alberghiero” di Scenari Immobiliari e Castello Sgr. L’andamento del mercato italiano si colloca in pieno nel trend positivo che sta attraversando il mercato immobiliare alberghiero europeo, che nel 2017 ha registrato un andamento in controtendenza rispetto al trend globale, con un aumento dei volumi transati del 22 per cento rispetto al 2016 (fonte Hvs), arrivando a 21,7 miliardi di euro; a livello globale il mercato ha segnato una flessione di circa il dieci per cento, raggiungendo un ammontare complessivo di 58 miliardi di euro (fonte Rca). Il numero complessivo di camere compravendute nel continente è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2016, circa 133mila camere l’anno, ma il volume totale transato più elevato (erano 17,5 miliardi nel 2016) è dovuto a una qualità media delle strutture più alta, fatto questo che ha

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comportato un leggero innalzamento del valore medio a camera. Nel complesso, il 55 per cento circa delle stanze è passato di mano attraverso l’acquisto di portafogli. L’ammontare complessivo di stanze interessate nelle transazioni avvenute in Italia nel 2017 si stima sia stato di poco inferiore alle novemila, con una concentrazione maggiore per le strutture 4 stelle, seguite dai 5 stelle. La quota maggioritaria va alle “altre destinazioni”, catalizzate principalmente dai villaggi turistici scambiati sia in montagna che al mare. Lo studio ha individuato le tendenze più importanti della ricettività in Italia, ripercorrendo ancora una volta i più significativi interventi di aperture, cambi di gestione e ristrutturazioni avvenute negli ultimi quattordici mesi. Sono state analizzate 59 iniziative che hanno interessato più di ottomila camere, considerando il periodo tra il secondo semestre 2017 e primo semestre 2018. Sono state rilevate 27 nuove aperture per più di 2.370 camere, circa 22 interventi di cambio di gestione e ristrutturazione per 4.327 camere e dieci interventi di ristrutturazione per poco più di 1.300 camere. Il dinamismo delle iniziative è stato particolarmente intenso nel secondo semestre del 2017. Tra le regioni più dinamiche si è collocata la Lombardia, con nove interventi che hanno riguardato tutte le categorie 3, 4 e 5 stelle. Milano ha continuato a essere un laboratorio di nuove proposte ricettive.

OSPITALITÀ IN ITALIA C’È SPAZIO PER LE GRANDI CATENE Negli ultimi anni l’Italia è stata particolarmente attrattiva nel settore dell’hospitality. Tre anni fa, un’indagine della Horwath Htl, una delle più importanti organizzazioni di consulenza nel settore dell’ospitalità, rilevava quanto il nostro Paese cominciasse a piacere anche alle grandi catene alberghiere internazionali, prevedendo una crescita rilevante del mercato, in particolare, nei segmenti luxury e 4 stelle. Del rapporto tra mercato e progetto si è discusso di recente in un dibattito, organizzato da Lombardini22 con la presenza di Zoran Bačić, managing director di Horwath Htl Italy, e Marco Stoppelli, managing partner di Società Rinascimento Valori. Il primo tema affrontato ha riguardato la specificità dell’asset alberghiero. «L’albergo – afferma Bačić – è spesso confuso con il residenziale, il commerciale e il terziario, settori basati sull’importanza del metro quadrato. Nel settore alberghiero invece ciò che importa è il business che si riesce a generare e ciò dipende dalla buona definizione del concept iniziale. Gli operatori dovrebbero partire da un’attenta analisi di mercato». In parte d’accordo Marco Stoppelli: «il concept è importante, ma è un insieme di

fattori che contribuisce a creare valore». Un secondo tema ha riguardato il modello della ricettività italiana, basato sulla piccola impresa familiare, in difficoltà di fronte a un’agguerrita concorrenza internazionale. «Oggi e per i prossimi tre-cinque anni – prevede Zoran Bačić – gli investimenti nel settore della ricettività, al di fuori delle location star, per risultare produttivi devono essere caratterizzati da un’attenta ricerca di un vantaggio competitivo». Terza questione. Su quali fattori puntare per sviluppare il mercato nazionale? «Oggi la domanda è spezzata in due grandi tipologie – ha precisato Stoppelli – il budget hotel e il lusso. Il 4 stelle sta scomparendo a vantaggio di un budget hotel che ha saputo cambiare pelle». «In Italia, il valore aggiunto – ha precisato Bačić – sta proprio nell’alberghiero. Abbiamo poche catene alberghiere: la più grande, la Star Hotel fa meno dell’1% della Accor Hotels, che con i suoi quattromila alberghi è la più grande catena di origine europea. C’è uno spazio enorme per far nascere le catene italiane. Oggi abbiamo uno strumento interessante e nuovo con il Fit, il Fondo investimenti per il turismo, che ha come obiettivo la separazione della proprietà immobiliare dalla gestione».


16. MOSTRA BIENNALE INTERNAZIONALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

FREESPACE IN VISITA ALLA MOSTRA DIRETTA DA YVONNE FARRELL E SHELLEY MCNAMARA CHE RIMARRÀ APERTA NEGLI SPAZI DELL’ARSENALE E AI GIARDINI FINO AL PROSSIMO 25 NOVEMBRE. CON IL VIAGGIO E I WORKSHOP DI MARIO CUCINELLA, CURATORE DI PADIGLIONE ITALIA, NELL’ITALIA INTERNA E LA PRIMA VOLTA DELLA SANTA SEDE CHE CON UNDICI ARCHITETTI REALIZZA ALTRETTANTE CAPPELLE SULL’ISOLA DI SAN GIORGIO MAGGIORE


I pionieri dell’architettura usano zintek®. Zintek con Sean Godsell per il Padiglione della Santa Sede “Vatican Chapels” alla 16a Biennale Architettura di Venezia.

ZINTEK Srl – via delle Industrie 22 – 30175 Porto Marghera (VE) – Italia – tel +39 041 290 1866 – www.zintek.it – www.mrtinsmith.it


› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

BIENNALE ARCHITETTURA 2018

QUANTO È LIBERO LO SPAZIO LIBERO Visitando la 16. Mostra internazionale di architettura di Venezia troverete di tutto, dal progettista che combatte le multinazionali a Diller & Scofidio+Renfro. E ogni installazione è accompagnata dai commenti apposti dalle curatrici di Luigi Prestinenza Puglisi

In copertina, del collettivo londinese Assemble l’installazione The factory floor, migliaia di piastrelle d’argilla pavimentano l’atrio del padiglione centrale ai Giardini. In questa pagina, Bamboo stalactite dei vietnamiti Vtn Architects (foto ©Moreno Maggi).

La parola Freespace, scelta dalle Grafton come titolo di questa 16. Mostra internazionale di architettura della Biennale di Venezia, si presenta come una promessa di felicità. La stessa che proviamo quando pensiamo di comprarci una cassettiera, una scatola di matite colorate o un blocco da disegno fatto di fogli bianchi immacolati. A renderci felici è la speranza che riempiremo la cassettiera con gli oggetti importanti della nostra vita che finalmente troveranno un ordine oppure che riusciremo a raffigurare sulle pagine bianche, aiutandoci con le matite colorate, i nostri sogni. Freespace è lo spazio pulito, libero, disponibile alle nostre proiezioni fantastiche. Dove potrà rappresentarsi la vita degna di essere vissuta. La libertà dalle costrizioni e dal dio denaro. Un tema particolarmente rilevante in un periodo

in cui, oltretutto, la dimensione pubblica sembra cedere il passo all’avidità degli imprenditori privati e alla loro ricerca ossessiva del profitto. Freespace è il mito dell’agorà contrapposta al centro commerciale; dello spazio creativo all’existenz minimum imposto da metri quadrati sempre più costosi; dei luoghi autentici agli spazi che ci chiedono password, dati biometrici e informazioni personali. Bellissima idea, quindi. Per le curatrici che così possono proclamare il loro essere politicamente corrette, anzi più che corrette, e per la Biennale che continua nel suo sforzo titanico di sottrarsi alla logica commerciale dello star system. Come accade a tutte le utopie, bisogna però chiedersi se non siano proprio queste a veicolare le strategie commerciali e antistoriche che, a parole, mostrano

di combattere. E, d’altra parte, basta guardare le pubblicità che girano nello spazio non particolarmente libero delle televisioni, dei cartelli pubblicitari, del wi-fi dei cellulari per accorgersi che la gran parte dei prodotti oggi in vendita promettono anch’essi il freespace. Dalle scarpe da ginnastica che ci permetteranno di correre come il centometrista nelle campagne alle automobili che ci faranno vivere in pieno la nostra dimensione ecologica. Ma le Grafton sono un’altra cosa. Ecco il punto. Sono un’altra cosa? Girate per questa mostra e datevi voi stessi una risposta. La mia è molto dubitativa. Anzi, peggio. Perché nella sedicesima biennale di architettura da loro curata troverete di tutto: dal progettista che combatte le multinazionali a Diller & Scofidio+Renfro, dallo studio indiano

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› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

Sotto, Crimson Architectural Historians, A city of comings and goings (foto ©Moreno Maggi). Pagina accanto, Meraviglie quotidiane di Cino Zucchi su Caccia Dominioni.

allo svizzero Mario Botta e al giapponese Toyo Ito. E troverete pure Moneo e tanti altri. Legati solo da questa parola magica: che vuol dire tutto, che vuol dire niente: freespace. Anzi, se volessimo essere maliziosi, nella quale le logiche non commerciali sono usate per rafforzare quelle che lo sono. Un po’ come quando nella pubblicità di una multinazionale

hi-tech viene proiettata la figura di un Gandhi, di un Martin Luther King o di un villaggio di pescatori sfuggiti alla civilizzazione. Non vorrei che, a questo punto, si generasse un equivoco. Che la mostra sia insulsa perché persegue logiche commerciali. Se ne possono fare di meravigliose perseguendole. La colpa di questa ker-

messe è che le curatrici non capiscono le implicazioni del tema che lanciano e lo trattano da sprovvedute. Da maestrine sprovvedute, se pensate che si sono date la briga di inserire un commentino in ogni opera da loro scelta ed esposta. Errore che non farebbero mai un Koolhaas o una Miuccia Prada, i quali giocano sulle contraddizioni della società contemporanea sapendo bene quanto siano ambigue e scivolose le parole di libertà nel momento in cui giocoforza entrano a far parte dell’universo dei segni. Veicolate, per di più, da una società che da tempo produce plusvalore economico facendo leva sulle sue stesse contraddizioni. Una biennale, allora, da dimenticare? Per fortuna una macchina espositiva così complessa e gigantesca come la Biennale di Venezia riesce a sopravvivere ai suoi stessi passi falsi. Un po’ come il festival di Sanremo, è arrivata a una fase della vita in cui la sua stessa esistenza, il suo darsi come spettacolo è motivo di interesse e di stupore, chiunque siano i curatori, anche i peggiori, e qualsiasi siano le scelte fatte, anche le più inette. Insomma: se siete seri vi arrabbierete, ma troverete sempre qualcosa per la quale sia valsa la pena di andare a Venezia

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› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

IDEATA DA CZA-CINO ZUCCHI ARCHITETTI PER FREESPACE, LA MOSTRA È L’OCCASIONE PER UNA SERIE DI LETTURE TEMATICHE DEL LAVORO DI LUIGI CACCIA DOMINIONI (1913-2016), RACCOLTE NEL VOLUME INTITOLATO EVERYDAY WONDERS A CURA DELLO STESSO CINO ZUCCHI E DI ORSINA SIMONA PIERINI

PADIGLIONE CENTRALE / CINO ZUCCHI RILEGGE CACCIA DOMINIONI

Meraviglie quotidiane Luigi Caccia Dominioni riletto da Cino Zucchi, in questa mostra-installazione che si concentra sul complesso edilizio di Corso Italia 24 a Milano. La capacità di Caccia Dominioni di proporre un piano sequenza in grado di controllare le diverse scale del progetto emerge nell’allestimento dal linguaggio contemporaneo, composto da disegni originali e modellini in mdf grigio che disvelano le gemme progettate dal Caccia, incastonate nel tessuto milanese. «Un’installazione deve evocare piuttosto che spiegare, comunicando in una forma non verbale e forse neanche visiva», afferma Cino Zucchi, che all’ingresso in una sorta di preview inedita mostra al visitatore i lavori di Caccia a Milano attraverso una serie di fotografie in bianco e nero montate su esili supporti di acciaio dello stesso colore del pavimento, nero. Lo stesso nero dello stucco della biblioteca di Asplund a cui Cino Zucchi si è ispirato, e che è anche il colore di cui è verniciato il nuovo volume, cuore tematico dell’installazione. In una sorta di cappella - tholos dal carattere introverso, dipinta all’interno del tipico ‘rosso Caccia’, viene fatta una lettura serrata del TiKiVi, il complesso di Corso Italia. L’involucro è ricavato da una cupola a base ellittica sezionata da piani verticali disposti secondo un poligono irregola-

re; l’intersezione di questi con la cupola determina degli archi ribassati, penetrati in due punti da setti che ne definiscono gli accessi. Sulle pareti disegni originali di Caccia Dominioni e bozzetti di Francesco Somaini; nello spazio, sorretti da basi a profilo svasato, quattro plastici interpretano l’edificio a diverse scale. Ecco emergere così le capacità di controllo delle diverse scale del progetto, rappresentate dalle sue facciate, dai suoi ingressi, dai suoi atri, ma anche da elementi di arredo, come la lampada Grappolo che cala nel padiglione attraverso il foro ellittico al centro della cupola. La mostra è stata sostenuta tra gli altri, da Lualdi, l’azienda che Caccia aveva scelto per le sue realizzazioni e per la quale aveva progettato alcune delle porte più iconiche della produzione

Meraviglie quotidiane. CZ legge LCD Ideazione Cino Zucchi Ricerca e coordinamento scientifico Orsina Simona Pierini

Progetto di allestimento Cino Zucchi, Stefano Goffi, Michele Piolini, con Matteo Ardone

Organizzazione e grafica Giulia Novati Modelli architettonici Oneoff Mostra realizzata con il supporto di B&B Italia, Lualdi, Pedrali

e con Spada&Partners, De Castelli, 3Dearthscan

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› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

PADIGLIONE ITALIA

ARCIPELAGO ITALIA Arcipelago Italia è il tema-manifesto del Padiglione Italia alla Biennale di Architettura 2018. L’obiettivo è quello di raccontare e far conoscere al meglio l’Italia, quella più invisibile e ferita, ma anche quella più ricca di potenzialità e di bellezza

Sopra. Tesa 1, Sala degli itinerari. “Un percorso che possa essere di ispirazione per future riletture e integrazioni, affinchè la linea che lo rappresenta possa aggrovigliarsi ulteriormente e dare forma alla densità di valori che questo Paese è in grado di esprimere” (foto ©Moreno Maggi).

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Dopo il focus sulle periferie con il progetto curato da Tamassociati nel 2016, il tema del Padiglione Italia alla 16. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia indaga la qualità dello spazio pubblico e privato, del territorio e del paesaggio, quali riferimenti principali e finalità dell’architettura stessa. Di questi e altri temi ha tenuto conto il curatore della mostra, Mario Cucinella, rispondendo in modo originale e innovativo alle tematiche proposte. Arcipelago Italia è una sorta di ricercaazione su quel 60% di territorio italiano abitato dal 25% circa della popolazione nazionale, fisicamente e temporalmente lontano dalle grandi aree urbane, detentore però di un patrimonio inestimabile. L’eterogenea identità culturale di questi territori, riflessa nella diversificazione

del loro paesaggio, insieme a una vasta estensione territoriale e alla lontananza dai servizi essenziali, ha spinto Cucinella a considerarne il rilancio come un tema strategico per il Paese. Egli spiega con convinzione che «Arcipelago Italia è un manifesto che indica possibili strade da percorrere per il rilancio dei territori interni, per dare nuovamente valore e importanza all’architettura e perché il lavoro degli architetti torni ad avere un ruolo di responsabilità sociale». Il Padiglione di Cucinella si configura come viaggio collettivo, risultato di un iter multidisciplinare e inclusivo. Concepito come un percorso in grado di guidare il visitatore attraverso il Paese, esso si snoda tra presente e passato, per poi sfociare in futuri scenari possibili. Otto grandi libri, metafora di una guida

turistica, accolgono il visitatore alle Tese delle Vergini all’Arsenale conducendolo attraverso altrettanti itinerari inediti. La call lanciata a giugno 2017 si proponeva l’obiettivo di individuare esempi concreti di progetti realizzati e in corso, capaci di sottolineare il ruolo dell’architettura in luoghi distanti dagli agglomerati urbani ma centrali nel dialogo tra stratificazione storica e paesaggio, insieme a nuove esigenze sociali. Tra le 500 candidature pervenute sono state scelte una settantina di opere contemporanee raggruppate in otto itinerari: Alpi Occidentali, Alpi Orientali, Appennino Settentrionale, Appennino Centrale, Appenino Sannita‑Campano‑Lucano, Subappennino Dauno‑Alta Murgia‑Salento, Appennino Calabrosiculo, Sardegna. Nella seconda Tesa un sistema di tavoli


› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

Mario Cucinella Mario Cucinella si laurea in Architettura all’Università di Genova nel 1986 con Giancarlo De Carlo (Medaglia d’Oro Riba 1993) come relatore. Dal 1987 al 1992 ha lavorato con Renzo Piano (Premio Pritzker 1998) presso Renzo Piano Building Workshop sia nello studio di Genova che a Parigi. Ha fondato Mario Cucinella Architects a Parigi nel 1992 e a Bologna nel 1999. Mca ha oggi sede a Bologna, con uno staff di 60 persone tra architetti, ingegneri ed esperti di sostenibilità. Nel 2017 è stata aperta una sede a New York. La progettazione di edifici sostenibili e l’uso razionale dell’energia è tra le principali tematiche nel lavoro e nella ricerca di Mca. www.mcarchitects.it

– che riconfigura un arcipelago in tre dimensioni – ospita l’esito del percorso progettuale, frutto del lavoro di un collettivo di sei studi emergenti in collaborazione con università e professionisti, selezionati dallo stesso Cucinella, che raccontano la storia, lo stato dell’arte e possibili scenari futuri di questo Arcipelago. In questo luogo libero e fruibile trovano spazio i cinque progetti sperimentali di ‘edifici ibridi’ che propongono l’architettura come strumento essenziale di risposta al possibile rilancio di questi territori. La scelta delle aree è già un’occasione per far emergere i temi su cui è necessario lavorare: il Belìce e

Gibellina fanno da sfondo al dibattito sul ruolo dell’arte e del patrimonio culturale nelle città; Camerino offre lo spunto per parlare di ricostruzione e del rapporto tra temporaneità e permanenza; in Barbagia c’è bisogno di nuovi spazi per la cura e la salute; nella Valle del Basento e nella collina materana la mobilità e le connessioni materiali e immateriali sono motore di sviluppo; dalle Foreste Casentinesi parte il rilancio del bosco e della filiera produttiva del legno. Una sfida sperimentale che Cucinella ha voluto lanciare per avviare un processo di ricostruzione di realtà altrimenti destinare a scomparire

Tesa 1, Sala degli itinerari. Il viaggio è lo strumento scelto per portare il Padiglione Italia sui territori e viceversa (foto ©Moreno Maggi).

Curatore Mario Cucinella Coordinamento di progetto a cura di MCA Irene Giglio

Ricerca e sviluppo a cura di MCA Valentina

Porceddu, Valentina Torrente, Laura Zevi con la collaborazione di Roberto Corbia

Management e sponsorship a cura di MCA Giulia Floriani

Process development a cura di MCA Giuliana Maggio

Progetto di allestimento a cura di MCA Mario Cucinella, Giovanni Sanna con la collaborazione di Cecilia Perotti

Modelli a cura di MCA Yuri Costantini,

Andrea Genovesi, Ambra Cicognani, Antonino Cucinella, Alessandra Filipelli, con la collaborazione di Roberto Righetti e Anna Ciotti

Social media a cura di MCA Alessia Ravaldi Advisor del curatore Mario Abis,

Antonella Agnoli, Lorenzo Bellicini, Aldo Bonomi, Maurizio Carta, Luca De Biase, Roberta Franceschinelli, Alex Giordano, Andreas Kipar, Ezio Micelli, Antonio Navarra, Manuel Orazi, Federico Parolotto e Francesca Arcuri, Fabio Renzi, Paolo Testa, Edoardo Zanchini

Progetto grafico allestimento, brand identity e catalogo a cura di Zup Design Marco Williams Fagioli, Francesco Perticaroli, Karen Balest, Marta Latini

Ideazione e produzione video Francesco Paolucci

Docufilm prodotto da Someone srl, realizzato

da Studio Nicama con la collaborazione di Rai Cinema

Allestitore Arredart Studio srl Sponsor Iris Ceramica Group, Nice SpA, FederlegnoArredo, Gruppo Ospedaliero San Donato

Sponsor tecnici iGuzzini, Riva 1920, Specchio Piuma srl, URBO

Knowledge partner

SOS – School of Sustainability

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› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

PADIGLIONE ITALIA

Off-cells, un progetto per le foreste casentinesi

Tesa 2, sala dei workshop, il progetto per il Parco delle Foreste Casentinesi. La matrice strutturale in legno di faggio si replica e definisce spazi e volumi del progetto all’interno della foresta (foto ©Moreno Maggi).

I bolognesi di diverserighestudio, con OffCells, presentano un progetto di nuove opportunità per il Parco delle Foreste Casentinesi (una delle più belle faggete tra Toscana ed Emilia-Romagna), che mette a sistema le risorse e le peculiarità della stazione di StiaPratovecchio, Località Montanino, Vivaio di Cerreta e Località Cancellino. L’ispirazione nasce dall’integrazione di più funzioni sviluppata dai sistemi insediativi delle aree montane e dei contesti isolati, tramite l’uso versatile di spazi talvolta limitati. Oggetto della proposta sono piccoli insediamenti in cui convivono funzioni abitative e produttive – legate alla filiera del legno e alle risorse della foresta – a cui poter affiancare spazi per la formazione, la ricerca, l’accoglienza, con lo scopo di supportare e motivare gli abitanti e le attività già presenti e, nello stesso tempo, aumentare il flusso di nuovi residenti e turisti.

L’intervento pilota prende forma su un sito ai margini della foresta, dove una preesistenza che ospita una strada forestale con spazi di stoccaggio del legname potrebbe trasformarsi in luogo adibito allo scambio di mezzi di trasporto a propulsione elettrica. Poco distante da qui e leggermente sopraelevato si sviluppa l’edificio multiibrido il cui profilo è la sintesi formale dei criteri ispiratori dell’intervento: la trasmissione del sapere, l’armonia e le proporzioni degli edifici religiosi, l’integrazione di più attività, l’empatia con la foresta, la cura nella scelta dei materiali e delle geometrie e l’adattabilità nel tempo. L’area su cui insiste l’ibrido è rialzata rispetto al piazzale centrale, dove confluiscono i percorsi pedonali e veicolari che si diramano verso il deposito merci, l’accesso principale e il sentiero che si inoltra nella foresta fino agli spazi dell’ospitalità. I disli-

velli del terreno sono superati grazie ad appoggi puntiformi che permettono di mantenere gli impalcati alla stessa quota dei volumi, a vantaggio della flessibilità d’uso degli spazi interni. Un sistema di doppie travi in microlamellare di faggio genera la struttura, caratterizzata da nodi a scomparsa e geometrie chiuse, che consentono un numero minore di appoggi. L’edificio è composto da ambienti le cui funzioni ne definiscono le qualità spaziali. Singoli volumi a sezione triangolare si allineano ad uno spazio connettivo esteso su tutta la lunghezza dell’edificio. Il volume della caffetteria, che funge da ingresso principale, prosegue con i volumi della scuola dei saperi artigiani e quello dedicato alla ricerca sui materiali. Il volume più grande ospita gli spazi produttivi, con aree adibite alla lavorazione del legno, alla ricerca e alla direzione. Sul versante opposto si trovano le residenze per i lavoratori. Il modulo da cui nasce il progetto è indipendente e dislocabile in luoghi diversificati da cui innescare nuovi insediamenti o installare attività complementari alle esistenti

COMPOSIZIONE DEL “TEAM FORESTE CASENTINESI” Progettisti diverserighestudio (Simone

Gheduzzi, Nicola Rimondi, Gabriele Sorichetti) collaboratori (Caterina Spadoni, Margherita Gavazzi, Elisa Perego, Gionata Carcioffi, Lorenzo Masotti Edoardo Traversa, Riccardo Simioni, Federico Lazzarini, Francesco Di Leo)

Università Alma Mater Studiorum Università di Bologna, Dipartimento di Architettura prof. Andrea Boeri, prof. Ernesto Antonini

Ideazione e conduzione percorsi di progettazione partecipata Ascolto Attivo, Agnese Bertello

Render Paris Render (Luca Stortoni, Paolo Sinibaldi)

Supporto di Domus Gaia (Matteo Marsilio) [ 106 ]

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› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

COMPOSIZIONE DEL “TEAM SICILIA” Progettisti AM3 architettura (Marco Alesi, Cristina Calì e Alberto Cusumano), Arch. Vincenzo Messina

Collaboratori Francesca Mazzola,

Alice Franchina, Stefania Miccichè, Liucija Berežanskyte, Carlo Mastrosimone

Università Università di Palermo

prof. Maurizio Carta (Presidente della Scuola Politecnica di Palermo), prof. Barbara Lino, Arch. Federica Scaffidi.

Consulente Giuseppe Zummo (Artista Gibellinese)

Partecipazione Stefania Latuille (Ascolto Attivo) Racconto Urban Reports

PADIGLIONE ITALIA

Belìce laboratorio di futuro sulle impronte del passato di Maurizio Carta

Per progettare il futuro del Belìce il Team Sicilia del Padiglione Italia è partito dalle radici profonde di questa terra che fin dagli anni Sessanta è stata luogo di sperimentazione. Qui Danilo Dolci e altri visionari combatterono per sconfiggere mafia, fame, sete dei campi e ignoranza, immaginando una città-territorio fondata sull’agricoltura di qualità connessa all’abitare rur-urbano e connessa alle infrastrutture. Una potente visione di futuro, anch’essa sepolta sotto le macerie del sisma del gennaio 1968 e sopraffatta dalla distopia urbanistica della ricostruzione, figlia miope delle utopie radicali che attraversavano Italia ed Europa, che ha scelto di ricostruire altrove i centri maggiormente colpiti, tradendo il piano per lo sviluppo democratico delle valli del Belice, Carboi e Jato, simulando città-giardino senza comprenderne la sottesa visione sociale. Noi siamo ripartiti da quelle battaglie, con un lavoro corale e intenso, guidato da Mario Cucinella e condiviso con la comunità, per ridare a questo territorio resiliente un progetto di futuro che integri l’agricoltura di qualità, l’arte e l’architettura contemporanee, gli incubatori digitali, i castelli e borghi medievali, i sistemi museali diffusi, i paesaggi viticoli e le cantine. Il Belìce città-territorio che abbiamo proposto è un arcipelago per 80.000 abitanti, scalabili a dimensioni sempre

più estese nello sviluppo del programma. Una visione policentrica e reticolare composta da tre strategie (agricoltura e innovazione d’impresa, borghi e turismo rurale, patrimonio e creatività) che ibridino in maniera fluida le diverse vocazioni e potenzialità, individuando per ognuna gli epicentri e i sistemi complementari. Una strategia che si fa progetto attraverso il riciclo creativo del Teatro di Consagra come laboratorio territoriale che ibridi agricoltura, formazione,

arte e comunità. Un dispositivo vivo e aperto che genera paesaggio e rigenera la comunità. Per non ripetere gli errori del passato, la strategia proposta è incrementale e adattiva e non si attua con un programma funzionale precompilato, ma si arricchisce della partecipazione con il territorio, si adatta agli usi, e soprattutto cresce con una comunità che si sviluppa insieme all’arcipelago rur-urbano del Belìce

Tesa 2, sala dei workshop, l’esposizione di modelli e risultati del lavoro di progettazione sul Belìce e Gibellina (foto ©Moreno Maggi).

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› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA Tesa 2, Cinque Progetti per il Paese. L’obiettivo è che i cinque edifici ibridi progettati dal collettivo possano contribuire a risolvere i problemi generati dallo spopolamento e dalla carenza di servizi (foto ©Moreno Maggi).

UN DITTICO PER CAMERINO Progetto MoDus Architects Università Università degli Studi di Camerino, scuola di architettura e design

Supporto GeoMore srl, EcCoItaly srl LABORATORIO BASENTO Progetto Bdr Bureau (Scalo Ferrandina);

Gravalos Di Monte Arquitectos (Scalo Grassano)

Università Università degli Studi della Basilicata Consulente Emmanuele Curti (archeologo) Supporto m_ap collettivo

PADIGLIONE ITALIA

Connessioni sperimentali Dalla ricostruzione ai nuovi spazi per la salute, fino alla mobilità, i workshop di Camerino, Barbagia e della Valle del Basento hanno un denominatore comune: le connessioni. Il progetto per l’area di Camerino, colpita dal terremoto del 2016, traccia due traiettorie di intervento per generare nuovi spazi ibridi, di connessione tra centro e margini urbani. All’esterno, per contrastare la dispersione attuale, un nuovo agglomerato si accalca fuori dall’arco di Porta Bonaparte, definendo un’insolita urbanità rurale lungo l’asse principale che collega la città storica al suo improvvisato alter ego, a circa 2 km di distanza. All’interno un nuovo accesso si insinua nelle mura medievali, conquistando spazi ipogei ed emergendo con un corpo loggiato di fronte al monumento più antico di Camerino, la chiesa di San Francesco del XIII secolo. E se a Camerino si parla di connessioni in parti diverse di una stessa città, per la Valle del Basento il discorso si allarga su scala territoriale, coinvolgendo i piccoli centri dell’entroterra fino a Matera. Due progetti di rilancio (gli scali di Garaguso/Grassano e Ferrandina) mirano a sanare il paesaggio interrotto e a favorire le comunicazioni concentrandosi sul sistema discontinuo degli scali di fondovalle. L’ultimo progetto è quello per un luogo di cura per la Barbagia. Il sito scelto occupa uno dei nodi che compongono l’asse territoriale strategico di riferimento e coglie le interrelazioni tra comunità, identità, cultura, ambiente e salute. La proposta è quella di un paesaggio contemporaneo fondato su un nuovo concetto di salute pubblica e sostenibile. L’acqua e la terra, elementi simbolo di questa rigenerazione, rappresentano la connessione simbolica con la natura, l’armonia e il benessere. Il progetto coglie nella valorizzazione delle risorse termali, del patrimonio idrico e dei sistemi produttivi rurali la strategia fondamentale per il rilancio territoriale

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LA CASA DEI CITTADINI IN BARBAGIA Progetto Solinas Serra Architetti Università Università degli Studi di Cagliari, Dip. di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura

Consulenti Sardarch


› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

In alto il cardinale Gianfranco Ravasi con il curatore Francesco Dal Co e il patriarca di Venezia all’inaugurazione del padiglione Vatican Chapels. A sinistra (foto courtesy Alpi) il padiglione introduttivo progettato da Map Studio, una capanna-rifugio dalla copertura a falde dalla proporzione verticale enfatizzata, rivestita da scandole lignee.

PADIGLIONE DELLA SANTA SEDE / ISOLA DI SAN GIORGIO

VATICAN CHAPELS Per la prima volta del Vaticano alla Biennale di Architettura, il curatore Francesco Dal Co ha messo in campo undici cappelle costruite ad hoc da altrettanti architetti. Regole del gioco: i progetti dovevano includere l’ambone e l’altare, a significare la parola e il sentimento Il bosco della Fondazione Cini sull’Isola di San Giorgio ospita la mostra con cui la Santa Sede partecipa quest’anno, per la prima volta, alla Biennale di Architettura di Venezia, dopo una doppia presenza gli anni scorsi alla Biennale d’Arte. Una sorta di trittico che prende forma con un progetto ideato dal Professore Francesco Dal Co sulla base di un modello ben preciso, la Cappella nel bosco costruita nel 1920 dal celebre architetto Gunnar Asplund nel Cimitero di Stoccolma, alla quale è dedicato uno spazio

espositivo in apertura del percorso. Si parte da qui, dal Padiglione costruito da Map Studio, interamente realizzato in legno, unico manufatto a tema non espressamente religioso a servizio dell’esposizione. Questo elemento intende alludere sia alla stereometria degli edifici d’appoggio disegnati da Asplund e Lewerentz, sia al tema e alla spazialità della capanna-rifugio nella natura. Lungo 11 metri e alto 8, sorretto da 11 portali in legno lamellare, si configura come una copertura a falde dalla proporzione verticale enfatizzata, con un rivestimento continuo in scandole lignee interrotto da lucernari triangolari filofalda su entrambi i lati. All’interno disegni, testi e plastici del progetto di Asplund sono ospitati nello spessore delle pareti, integrati nella stessa struttura del padiglione. Il percorso prosegue nel bosco dell’isola,

MAP Studio MAP Studio nasce a Venezia nel 2004 dalla collaborazione tra gli architetti Francesco Magnani e Traudy Pelzel. Lo studio svolge incarichi pubblici e privati, coniugando attività professionale e di ricerca.

un’area verde che non esisteva prima del 1962, e che ospita le dieci cappelle disegnate da altrettanti progettisti internazionali, diverse l’una dall’altra. Ciascuna è stata realizzata da differenti aziende con un materiale distintivo a comporre la struttura, una cifra che «esprime quasi un decalogo di presenze incastonate all’interno dello spazio», ha dichiarato il commissario nazionale del padiglione, Cardinale Gianfranco Ravasi. Per la costruzione delle cappelle sono state definite pochissime regole: le dimensioni ridotte, di circa 10x7 metri, e la presenza di altare e ambone. «Le dieci cappelle – afferma Dal Co – non sono chiese consacrate, piuttosto punti di orientamento nel labirinto della vita. In molte, anche se non era stato richiesto, ricorre il simbolo della croce, in tutte si trovano invece l’altare e il leggio»

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Andrew Berman è un architetto americano, fondatore dell’omonimo studio newyorchese Andrew Berman Architects. La sua opera si concentra sulla realizzazione di edifici unici eseguiti in maniera raffinata, con un’attenzione particolare al sito e all’uso equilibrato dei materiali.

VATICAN CHAPELS

Andrew Berman IL VESTIBOLO APERTO SUL PAESAGGIO E LA LUCE CHE FILTRA DALL’ALTO INVITANO ALLA MEDITAZIONE

La cappella di Berman ha una “forma precisa di origini anonime”, come l’architetto stesso la descrive, “una presenza indefinita nel paesaggio”. La struttura triangolare è composta da travi e perni in legno lamellare prefabbricato, rivestita all’esterno da lastre in plexiglass alveolare e all’interno da tavole in compensato dipinte di nero. Il portico come luogo di incontro e di passaggio da cui guardare verso l’esterno e la panca come luogo di sosta da cui guardare verso l’interno sottolineano l’attenzione all’equilibrio tra costruito e paesaggio naturale. Un aspetto che

da sempre contraddistingue i lavori dell’architetto newyorchese, che ha voluto marcare l’esigenza di raccoglimento e solitudine dell’uomo, un “antidoto alla fretta” di questi tempi. Il messaggio di Berman è orizzontale, la cappella non ha porte, è aperta al passaggio di persone e di luce. Essa contiene uno spazio per l’introspezione, un luogo buio irradiato dalla luce sacrale. L’interno come oscurità, come momento di raccoglimento, in contrapposizione all’esterno che è luce, dove riposare e osservare la natura circostante.

La cappella ha pianta triangolare di 7 m per lato, con struttura in pannelli intelaiati pre-assemblati in stabilimento e montati in loco. I pannelli interni hanno finitura lignea nera, all’esterno la finitura è in plexiglass alveolare con struttura lignea verniciata di bianco. La copertura ad una falda, inclinata verso il fronte d’ingresso, è anch’essa costituita da pannelli lignei. Il pavimento è in pannelli intelaiati rivestiti con doppio strato di compensato (foto ©Alessandra Chemollo).

Moretti la tecnica e il sacro

Costruzione dei pannelli prefabbricati in legno lamellare per la cappella di Berman.

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Progettate da Andrew Berman e Smiljan Radić, le due cappelle del Padiglione del Vaticano realizzate da Moretti SpA impiegano tutto il know-how tecnico di cui l’azienda è portatrice. Il tema è quello della prefabbricazione, in cemento armato per la cappella di Radić, in legno lamellare per quella di Berman. Un tema che rimanda a quelli della tutela e del rispetto dello spazio naturale circostante, insieme alla possibilità di riuso della cappella al termine dell’esposizione. Moretti Spa, gruppo edile bresciano tra i più grandi in Italia, si era già cimentato in passato nell’edificazione di architetture del sacro – a Rodengo Saiano (Brescia), Fossa (L’Aquila) e Snagov (Bulgaria) –, con ottimi risultati nella sperimentazione di soluzioni originali. Queste esperienze hanno permesso all’azienda di cimentarsi nello sviluppo di idee e concetti diversi (ma non antitetici) per le cappelle alla Biennale di Venezia, in stretta collaborazione con gli architetti.


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Smiljan Radić Clarke si è laureato presso l’Università Cattolica del Cile nel 1989 per poi proseguire gli studi allo Iuav di Venezia. Nel 1995 ha fondato il suo studio in Cile. Smiljan Radić è una delle figure più importanti nell’architettura cilena, noto per l’approccio distintivo alla forma, ai materiali e ai contesti naturali.

VATICAN CHAPELS

Smiljan Radić UN’EDICOLA VOTIVA DELLA TRADIZIONE POPOLARE RILETTA ATTRAVERSO IL TRATTAMENTO DEI MATERIALI

Chiusa su se stessa, introspettiva ma con una forte aspirazione ascensionale, la cappella del cileno Smiljan Radić Clarke si mimetizza nel paesaggio grazie all’uso di materiali grezzi e imperfetti. La scelta dell’architetto si è orientata verso il calcestruzzo armato prefabbricato, un cilindro testurizzato chiuso da due lastre di vetro in copertura, con un tronco decorticato al centro: una piccola cappella in cui bisogna voler entrare. L’ingresso è segnalato attraverso una porta in legno di larice socchiusa: un invito ad entrare con cautela. All’interno un tronco alto 5 m,

che poggia su un apposito sostegno in cemento al centro, disegna una croce con la grande trave in acciaio che sostiene la copertura, un elemento al tempo stesso strutturale e vettore dell’anima al cielo. Per questo progetto Radić ha tratto ispirazione dagli altarini votivi spontanei lungo le strade cilene. Secondo un detto popolare cileno “un’edicola è una trappola per l’anima. D’altra parte qualsiasi cappella spera sempre di essere più grande di quanto non sia. La sua scala è un trucco. In questo modo, in una cappella il monumentale e il domestico convivono in armonia”.

La cappella ha una forma a tronco di cono alto 5 m, con diametro di 5,56 m, realizzata con 8 conci di cemento armato di spessore 10 cm, ricavati da un cassero tridimensionale apposito. I conci hanno matrice interna in pluriball e lato esterno staggiato sabbiato. Il pavimento è in lastre cementizie. La fondazione ha struttura lignea catramata, come da tradizione veneziana. La copertura è composta da due lastre di vetro stratificato 3x6 metri, spessore 4 cm, appoggiate su supporti in acciaio brunito (foto ©Alessandra Chemollo).

Costruzione dei pannelli prefabbricati in cemento armato per la cappella di Radić.

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› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

VATICAN CHAPELS

Carla Juaçaba Carla Juaçaba ha fondato il proprio studio di progettazione a Rio de Janeiro nel 2000. Costantemente impegnata nel mondo accademico, è impegnata anche in programmi culturali e progetti privati.

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Due grandi croci, una verticale e una orizzontale, parallela al terreno. Barre in acciaio che riflettono l’ambiente intorno facendo quasi scomparire la cappella. È una scultura poetica e minimale quella di Carla Juaçaba, giovane architetto brasiliano divenuta celebre per il padiglione espositivo temporaneo progettato per humanidade 2012 di Rio de Janeiro. L’astrazione assoluta riflessa nell’idea della croce e della panca sospese su un unico punto di appoggio è impressionante. La sua proposta per la cappella del Padiglione del Vaticano alla Biennale di Venezia è una griglia composta da profili leggeri e sottili che si intersecano, linee pure ed essenziali che evocano uno spazio astratto e metafisico immerso nel verde. Quattro travi in acciaio lunghe 8 metri e spesse 12 cm disegnano il progetto: una di queste poggia su 7 lastre di cemento dove potersi sedere. Se in altre cappelle la croce era forma della struttura o oggetto-simbolo per identificare un luogo, nella cappella

di Carla Juaçaba la croce dà corpo allo spazio, su cui converge il silenzio. Quasi fossero degli assi che segnano le coordinate di un determinato luogo, le croci in acciaio inox nascono da un punto comune. Non ci sono muri, non ci sono altari, solo la natura delimita lo spazio e il terreno ha la funzione di pavimento. Nonostante l’assenza di elementi, come l’altare o il leggio, le sedute o più semplicemente muri che racchiudano lo spazio e favoriscano il raccoglimento, questa scultura risulta comunque un luogo di preghiera, una sosta in mezzo al cammino sull’Isola di San Giorgio. La cura del dettaglio costruttivo, nata dalla collaborazione tra il giovane architetto brasiliano e Secco Sistemi, è decisiva per l’efficacia dell’opera: nell’equilibrio perfetto dei pochi elementi della cappella l’esecuzione è impeccabile.

Secco Sistemi ha dato forma alla struttura – 4 travi lunghe 8 metri – nella materia lucente e nobile dell’acciaio inox. Il metallo riflette e amplifica i colori e la luce del bosco circostante, quasi a lasciare evidente solo la propria ombra sulla radura (foto ©Moreno Maggi).


› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA Per il rivestimento della cappella, Sean Godsell ha scelto lo zintek, una lega in zinco-rame-titanio di alto pregio qualitativo prodotta dalla Zintek Srl di Porto Marghera (Ve). Il laminato zintek è caratterizzato da grande lavorabilità e malleabilità, che permettono di ottenere manti di copertura omogenei su ogni tipo di progetto.

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Sean Godsell PER SECOLI PUNTO DI ATTRAZIONE DELLE COMUNITÀ, IL CAMPANILE TECNOLOGICO È LUOGO DI RACCOLTA DELL’ASSEMBLEA

La cappella di Sean Godsell, che dall’alto assume una forma a croce, trae ispirazione da molteplici fattori: l’amore per i campanili di Venezia, la citazione “Dio è nei dettagli” di Mies van der Rohe, l’ammirazione per il senso dello spazio e del sacro di Le Corbusier, insieme al peculiare rapporto con la tecnologia e la contemporaneità. La torre, con struttura portante in acciaio e rivestita in laminato in zinco-titanio zintek, ha le dimensioni di un container e si apre sui quattro lati grazie a portali verticali che rivelano l’altare, un semplice parallelepipedo anch’esso in zintek. I sostegni angolari a doppio angolo d’acciaio sono un chiaro riferimento all’architetto tedesco Mies van der Rohe, mentre i banchi collocati davanti all’altare sono realizzati con pali di attracco veneziani riciclati.

La cappella di Godsell vuol essere un luogo pacifico e sicuro, coinvolgente, dove le persone si sentano a proprio agio e siano disposte a radunarsi. Il progetto di Godsell, attento anche alla sostenibilità della costruzione, è trasferibile e può essere reimballato, trasportato e riutilizzato ovunque ne esista la necessità, così come la chiesa. Godsell, educato nell’infanzia da gesuiti, percepisce infatti la chiesa come un’entità dinamica e resiliente, capace di sopravvivere a migliaia di chilometri da Roma.

Sean Godsell è un noto e pluripremiato architetto australiano, a capo dell’omonimo studio con sede a Melbourne. Nei suoi oltre 30 anni di carriera Godsell ha progettato edifici in tutto il mondo, affinando la sua personale visione dell’architettura e di come essa definisca il nostro modo di vivere. Nel 2002 la rivista Wallpaper lo ha citato come una delle dieci persone destinate a cambiare il mondo.

Oltre a Zintek, hanno partecipato alla costruzione della cappella di Sean Godsell il Gruppo Nice, per l’automazione dei portali, e Maeg, general contractor specializzato nella lavorazione di carpenteria metallica (foto courtesy Zintek, disegni ©Sean Godsell).

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› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

Lo studio Foster + Partners ha aperto la strada, negli ultimi cinquant’anni, a un approccio sostenibile all’architettura e all’urbanistica attraverso una vasta gamma di lavori. Norman Foster è anche presidente dell’omonima Fondazione con sede a Madrid.

VATICAN CHAPELS

Norman Foster LA RAFFINATA INSTALLAZIONE DI NORMAN FOSTER, TRA LE PIÙ VISITATE ALL’ISOLA DI SAN GIORGIO, È UNA STRUTTURA COMPLESSA DI LEGNI LEGGERI ATTRAVERSATI DA LAME DI LUCE

La cappella di Norman Foster sorge in un luogo appartato dell’isola di San Giorgio, personalmente scelto dall’architetto londinese. Ha una lunghezza di 12 m e un’altezza di 6, interamente realizzata in legno e metallo da Tecno, azienda con cui Foster collabora da oltre trent’anni. Il concept del progetto ha come punto di partenza tre croci simboliche e un ponte di legno, definendosi progressivamente in una tensegrity structure formata da cavi e puntoni di acciaio che sorregge un graticcio in legno di larice. La cappella è

orientata a est e l’appendice estrema, che come una prua guarda sulla laguna, rientra verso l’interno costituendo l’altare. Una raffinata struttura dai tetti spioventi e dalle linee svettanti attraversate da lame di luce, un richiamo alle architetture nordiche; ma per questa tipologia di edificio, su cui non aveva mai lavorato, Lord Norman Foster si è ispirato anche alla cappella di Ronchamp di Le Corbusier e all’architettura organica di Frank Lloyd Wright. Una sfida che l’architetto ha accettato con entusiasmo e curiosità.

Un luogo di orientamento e di incontro, di meditazione in un bosco, inteso quale fisica evocazione del labirintico percorso della vita (foto ©Moreno Maggi).

Terunobu Fujimori, classe 1946, è una delle personalità più eccentriche dell’architettura giapponese. Antimodernista, spesso definito “surrealista”, ha realizzato case da tè, musei e case private che sembrano uscite direttamente da una fiaba.

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Terunobu Fujimori L’USO DEL LEGNO NON SOLO COME MATERIALE COSTRUTTIVO, MA COME SCELTA ACCORTA E BEN PRECISA DI BUONA ARCHITETTURA, NEL RISPETTO DELL’AMBIENTE E IN GRADO DI STUPIRE [ 114 ]

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Quando gli hanno chiesto il progetto ha mandato un foglio disegnato a matita. Terunobu Fujimori, per la realizzazione della sua cappella per il Padiglione del Vaticano, ha scelto la forma a capanna come sintesi di due millenni di templi a Dio. Estraneo al cristianesimo, ha tratto ispirazione, per il progetto, da una riflessione sulla sua simbologia: mentre le altre grandi religioni sono identificabili da molti simboli, il cristianesimo viene universalmente riconosciuto nella croce. Per questo motivo l’architetto giapponese ha incorporato questo simbolo negli

elementi verticali e orizzontali della struttura lignea, sollevandola da terra e illuminandola dall’alto grazie alle aperture in copertura. Le pareti esterne sono nere e identificano un luogo chiuso e di raccolta, in contrapposizione al bianco dell’interno, interrotto da pezzi di carbone che incorniciano lo sfondo su cui si staglia la croce. Le panche e l’altare, prodotti dall’azienda Barth, si sommano agli elementi lignei di raccordo tra esterno ed interno ma anche tra la costruzione e il paesaggio circostante.

La struttura realizzata da LignoAlp è semplice e lineare, interrotta da travi apparentemente grezze che donano movimento alla cappella con un richiamo evidente al paesaggio, sia esso quello dell’Isola di San Giorgio o di un bosco sulle pendici del monte Fuji (foto ©Alessandra Chemollo).


› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA VATICAN CHAPELS

Souto de Moura

VATICAN CHAPELS

Javier Corvalán

Il progetto del Pritzker portoghese, nonché vincitore di un Leone d’Oro alla Biennale di quest’anno, è un piccolo capolavoro: non una cappella, non un santuario, non una tomba. Semplicemente un recinto costruito con spessi blocchi modulari in pietra di Vicenza, in parte coperto da due lastre monolitiche. Una scelta materica avvenuta dopo una visita a una cava vicentina. Un’alta pietra al centro potrebbe simboleggiare l’altare, con una croce incisa sullo sfondo. Le pareti, all’interno, hanno una sporgenza che corre tutt’intorno al perimetro, come una seduta su cui aspettare. Il pavimento è leggermente inclinato per rendere lo spazio più grande. L’altezza minima da cui si parte è 2,26 m, chiaro riferimento all’uomo con il braccio teso di Le Corbusier. All’ingresso un albero scherma la prospettiva e rallenta il tempo, per immergersi nell’atmosfera di questo spazio dalle linee semplici sommerso dalle fronde degli alberi.

L’architetto paraguayano focalizza l’attenzione sugli aspetti strutturali e materici della cappella, posizionata con grande sensibilità all’interno del bosco. Nonostante fosse stata concepita con una struttura sperimentale in legno, calcolata dall’Ing. Andrea Pedrazzini, essa è stata realizzata in acciaio per motivi pratici. L’unico punto di appoggio è composto da un insieme di tre cilindri di acciaio di sezione 30 cm. Il treppiede fa da supporto al braccio metallico che riceve il peso del volume circolare. Quest’ultimo disegna uno spazio centrale che ha le stesse dimensioni di quello della cappella di Asplund. Lo spazio sospeso è un segno di rispetto per la natura: essa viene toccata solo in un punto, la terra e il cielo costituiscono il basamento e la copertura della cappella. La croce che sovrasta lo spazio è un simbolo che deve essere rispettato affinché ogni persona possa comprendere l’utilità di questo luogo.

VATICAN CHAPELS

Francesco Cellini

VATICAN CHAPELS

Flores&Prats

Una riflessione sulla natura tipologica della cappella ha portato Francesco Cellini a progettare una struttura semplice e lineare, un parallelepipedo rettangolare con un transetto centrale che interseca perpendicolarmente il soffitto. Cellini afferma che «ogni cappella è già in se stessa un’idea costruita o un simbolo, prima ancora che un edificio veramente destinato a un uso compiutamente rituale». L’opera di Cellini pone al centro della costruzione la progettualità e la sua interazione con l’ambiente circostante attraverso un’architettura razionale priva di parte dell’involucro per interagire con il senso di raccoglimento dato dalla configurazione del giardino. La cappella poggia sul terreno in pochi punti, a sottolineare la natura effimera del progetto e la sua durata limitata. Il luogo dovrà rimanere intatto. Due elementi figurativi sono ospitati all’interno della cappella: l’altare e il leggio, due immagini simboliche e semplificate necessarie all’identificazione del luogo.

Lasciata alle spalle la città ci si immerge nella natura dell’isola attraverso un lungo percorso, su cui è collocata la cappella di Ricardo Flores e Eva Prats. Un muro longitudinale e compatto parallelo al sentiero in cui si apre una porta che, una volta attraversata, permette di immergersi nella natura, in un luogo dalla forte spiritualità che vuole trasmettere gioia e senso di comunità. La cappella è pensata come uno scavo in un muro, una cavità ricavata nello spessore di un setto aperta da un lato, una superficie continua dall’aspetto ruvido e solido. Il carattere primitivo della forma la rende quasi un frammento di una costruzione preesistente. Per questo carattere i due architetti hanno preso ispirazione dalle chiese distrutte nei luoghi terremotati italiani che hanno visitato, in cui alcune parti, come altari o cupole, sono rimaste intatte. Caratteristica principale del progetto è il colore, legato al contesto in cui la cappella è inserita. I toni sono quelli del cocciopesto, materiale tipico veneziano usato anche dal Palladio, colori caldi in contrasto al verde delle chiome degli alberi.

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› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

PARTECIPAZIONI NAZIONALI | CINA

BUILDING A FUTURE COUNTRYSIDE

In alto la struttura stampata in 3D “Cloud Village”, dello studio Archi-Union, ispirata all’ingresso di un villaggio cinese tradizionale. In basso alcune immagini della mostra.

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Curata da Li Xiangning – docente alla Facoltà di Architettura e Urbanistica dell’Università Tongji – l’ambiziosa mostra del Padiglione Cinese vuole indagare lo sviluppo dell’immensa provincia rurale della Cina e come questo possa combinare modernizzazione e tradizione. La mostra rappresenta le aree rurali cinesi attraverso sei sezioni tematiche: le abitazioni poetiche, la produzione locale, le pratiche culturali, il turismo agricolo, la ricostruzione della comunità e l’esplorazione del futuro. Per ogni sezione è stato invitato un architetto (o studio) a creare un’installazione site-specific. «La motivazione di questa mostra oltrepassa la xiangchou, termine cinese che si riferisce alla nostalgia per i territori ru-

rali. Torniamo a esplorare la campagna dove è nata la cultura cinese, per riportare alla luce valori dimenticati e possibilità ignorate. Da lì costruiremo la campagna futura», afferma Li Xiangning. In Cina le aree rurali sono diventate frontiere sperimentali, la modernizzazione e il progresso tecnologico promettono condizioni di vita migliori, ma nello stesso tempo sembrano recidere il legame tra la vita rurale e la tradizione. Gli architetti stanno cercando un compromesso tra tradizione e innovazione, sfruttando la tecnologia contemporanea per cercare di creare una connessione locale. Lo sviluppo architettonico e urbanistico può essere un elemento determinante

per definire nuove opportunità. Quale futuro avrà lo sviluppo rurale? La mostra delinea uno spazio libero – freespace – per le opportunità future

Building a future countryside Commissario Li Jinsheng, Wang Chen Curatore Li Xiangning Principali espositori Zhang Lei (AZL Architects), Hua Li (Trace Architecture Office), John Lin + Joshua Bolchiver (Rural Urban Framework), Liu Yuyang (Atelier Liu Yuyang Architects), Dong Yugan, Philip F. Yuan (Archi-Union Architects Co. Ltd), Philip F. Yuan (Shanghai Digital Fabrication Engineering Technology Center) Partner Shanghai Digital Fabrication Engineering, Technology Center


› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA PARTECIPAZIONI NAZIONALI | SVIZZERA

SVIZZERA 240 I giovani architetti del Politecnico federale di Zurigo hanno ritirato il Leone d’Oro per la miglior Partecipazione Nazionale. Da sinistra: Li Tavor, Ani Vihervaara, Matthew van der Ploeg e Alessandro Bosshard

La mostra del Padiglione Svizzero, Leone d’Oro per la miglior Partecipazione Nazionale, celebra una forma particolare di rappresentazione architettonica, ovvero il ‘tour della casa’ (da ‘Svizzera 240: House Tour’), focalizzando l’attenzione sugli interni senza arredi degli alloggi contemporanei. Un tour di ambienti domestici conven-

zionali ma ‘fuori scala’ al quale i visitatori sono invitati con una percezione ad altezza d’occhio. Un volume di circa 240 cm di altezza con pareti bianche, battiscopa, pavimenti in legno o piastrelle e componenti e rifiniture standard invita a modalità percettive alternative. La mostra dal carattere ludico e provocatorio rovescia il modello classico dell’esposizione architettonica tradizionale poiché “invece di rappresentare la costruzione, gli architetti costruiscono la rappresentazione”. L’installazione costruita sulla raccolta di fotografie di ambienti interni senza arredi tratte da siti internet di studi di architettura svizzeri crea un paesaggio domestico onirico che suscita nuovi interrogativi. Gli architetti hanno voluto sfidare la tradizione attraverso la presenza paradossale di immagini di interni in una sequenza labirintica di prospettive. Riallacciandosi al tema della Biennale “Freespace”, quello affrontato dalla mostra coinvolge in modo differente il visitatore per cogliere potenzialità nascoste anche nelle condizioni architettoniche più restrittive

Curatori Alessandro Bosshard, Li Tavor, Matthew van der Ploeg e Ani Vihervaara Progetto Milena Buchwalder Commissari Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia; Marianne Burki, responsabile Arti visive; Sandi Paucic, responsabile di progetto; Rachele Giudici Legittimo, coordinatrice

Il Leone d’Oro è stato assegnato per un’installazione coinvolgente che al contempo affronta le questioni chiave della scala costruttiva nello spazio domestico.

PARTECIPAZIONI NAZIONALI | REGNO UNITO

ISLAND

Commissionato dal British Council, il Padiglione della Gran Bretagna risponde al tema Freespace costruendo un nuovo spazio pubblico ai Giardini. Il primo padiglione post Brexit intitolato ‘Island’ si interroga proprio sulla dimensione dell’isolamento, sia geografica che politica. «Ci sono molti modi per interpretare l’esperienza di visitare Island, e la condizione dell’edificio suggerisce numerosi temi, tra cui l’abbandono, la ricostruzione, il riparo, la Brexit, l’isolamento, il colonialismo e i cambiamenti climatici. È intesa come una piattaforma, in questo caso letteralmente, per un inizio nuovo e positivo», ha dichiarato il team di curatori. I visitatori trovano le sale interne dell’edificio storico del padiglione britannico completamente vuote, una sottrazione che mostra tracce contraddittorie di decenni di utilizzo. Un sistema di impalcature copre invece l’edificio all’esterno e sostiene una piattaforma di legno a livello della copertura. Lungo un lato della costruzione una scala conduce a una piazza sopraelevata aperta verso il cielo e la laguna. Il tè viene servito ogni gior-

no alle quattro con sedie e ombrelloni. Il vertice del tetto spunta dal pavimento richiamando un’isola e un mondo sommerso. Nel corso di tutta la Biennale di Venezia il Padiglione ospita eventi e performance che affrontano diversi argomenti: migrazione, decolonizzazione, lingua e confini, isolamento e identità, paesaggio ed edifici

Curatori Adam Caruso, Peter St John, Marcus Taylor Commissari Sarah Mann, British Council Project Manager Sara Black, British Council Graphic Design John Morgan studio

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› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA PARTECIPAZIONI NAZIONALI | GRECIA

LA SCUOLA DI ATENE Gli ambienti accademici comuni come spazio libero per la progettualità. La Grecia allestisce una mostra – che nasce da una collaborazione tra l’AA di Londra e il Politecnico di Atene – ispirata ad esempi classici, disegnata da gradinate continue in legno chiaro, un’area aperta e informale su cui sono sospesi 56 modelli stampati in 3D di istituzioni di diverse epoche, dall’Accademia di Atene di Platone all’Infinite corridor del Mit. Il Freespace ellenico è costituito da spazi accademici comuni come prototipi architettonici. I modelli rivelano gli spazi comuni all’in-

terno di ogni università, sottolineandone l’importanza come luoghi vitali per la continua vivacità di queste istituzioni. Costruendo un pae-saggio gradinato, il padiglione diventa una Scuola di Atene del XXI secolo, rafforzando il tema sociale e collaborativo della mostra, e al tempo stesso consentendo ai visitatori di partecipare ad eventi informali

Curatori Ryan Neiheiser, Xristina Argyros Commissario Ministero Greco per l’Ambiente e l’Energia, Segretariato Generale alla Pianificazione e Urbanistica

PARTECIPAZIONI NAZIONALI | FINLANDIA

MIND BUILDING Il Padiglione della Finlandia – disegnato da Alvar Aalto nel 1956 – ospita una mostra che affronta oltre 100 anni di storia e presenta 17 esempi di biblioteche, dalla prima di Rikhardinkatu a Helsinki del 1881, fino all’apertura della Biblioteca Centrale di Helsinki, Oodi, prevista per la fine di quest’anno. Il Freespace finlandese è incarnato nelle biblioteche pubbliche, «il luogo più democratico del mondo», come sosteneva Doris Lessing. La mostra affronta diversi temi che celebrano le biblioteche come luoghi che donano nuova linfa al consesso sociale. I bibliotecari e i progettisti di biblioteche sono “mind-builders”, architetti della mente: l’architettura delle biblioteche è una forma d’arte che traduce nel reale i valori fondanti di una società

PARTECIPAZIONI NAZIONALI | SPAGNA

BECOMING

Il Padiglione spagnolo – progettato da Vaquero Palacios nel 1952 – mostra uno strato informativo sulle pareti stesse attraverso 400 opere provenienti da ambienti educativi spagnoli e raccolti attraverso un bando, che raccontano l’architettura del futuro. 55 aggettivi definiti dalla curatrice di questa mostra intitolata becoming, definiscono 143 proposte esposte e altre 293 presentate nel padiglione virtuale che duplica quello fisico, di altrettanti architetti (e in cui le donne sono in numero maggiore degli uomini). becoming si concentra sui prodotti degli studenti e vuole dimostrare la complessità della nostra logica operazionale, cercando di trasformarla in sistemi semplici accessibili a tutti

Curatrice Axtu Amann Alcocer Co-curatori María Mallo, Gonzalo Pardo, Andrés Cánovas, Nicolás Maruri

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Curatrice Anni Vartola Commissario Hanna Harris Organizzatore Archinfo Finland


› 16. BIENNALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA

Lo studio di Marco Piva realizza progetti per piani di area, masterplan, complessi residenziali e uffici, alberghi e villaggi turistici, centri congressi, sale meeting, gallerie espositive, mostre tematiche e scenografie urbane ed è coinvolto con i suoi lavori in alcuni dei siti più importanti del mondo. La sede principale è a Milano, le filiali sono a Dubai e Abu Dhabi, San Pietroburgo, Mosca, Mumbai, Pechino, Shanghai, Doha, Los Angeles.

FUORIBIENNALE / PALAZZO BEMBO

Marco Piva

LO STUDIO MARCO PIVA PROTAGONISTA DI UNA INSTALLAZIONE DI TIME SPACE EXISTENCE 2018. IN MOSTRA A PALAZZO BEMBO FINO AL 25 NOVEMBRE

Come Milano con il suo Fuorisalone, anche Venezia ha una Fuoribiennale. In occasione della 16. Mostra internazionale di Architettura, dove i protagonisti della scena internazionale si raccontano al pubblico di tutto il mondo, altri architetti e artisti partecipano con mostre, installazioni ed esposizioni. È il caso della mostra Time Space Existence 2018, giunta alla sua quarta edizione e in programma a Palazzo Bembo dal 26 maggio al 26 novembre prossimo, in cui lo Studio Marco Piva è stato il protagonista di un racconto dal titolo Lo Spazio della Ricerca, il Tempo della Materia, l’Immaginazione del Futuro. Lo studio milanese è stato incaricato dalla Gaa Foundation, la fondazione culturale no-profit olandese specializzata sui temi dell’architettura e dell’arte, come unico rappresentante italiano tra

cinquanta studi di architettura selezionati, tra i quali Peter Eisenman, Odile Decq e Kengo Kuma. A Time Space Existence Piva ha portato tre progetti – Uxa, Yuhang Cultural and Art Center e Calle Vista 1152 – esemplificativi di un percorso professionale e di un lavoro che indaga le diverse scale del progetto: dal residenziale allo spazio pubblico a nuovi pezzi di città, in territori che spaziano dagli Stati Uniti all’Europa alla Cina. Il progetto è stato reso possibile grazie alla collaborazione di Vitaera, azienda specializzata nella produzione e vendita di pietre semipreziose. Con l’azienda di Cremona, lo Studio Marco Piva ha realizzato un allestimento composto di tre volumi retroilluminati, sui quali sono posizionati i modelli in scala dei progetti, accompagnati da grandi pannellature che ne raccontano il concept e i materiali identificati per rappresentarli.

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› MANIFESTA 12

AUGMENTED PALERMO A Manifesta 12, biennale itinerante di arte contemporanea che quest’anno fa tappa nel capoluogo siciliano, una mostra-evento che fonde architettura, pianificazione urbanistica e arte per formulare proposte concrete di rigenerazione della città

In alto il plastico di Urban ReGeneration che illustra le proposte per il waterfront di Palermo. A destra il gruppo di studenti dell’Università di Palermo al lavoro con il coordinatore del workshop Maurizio Carta, ordinario di urbanistica e presidente della Scuola Politecnica dell’UniPa (in piedi al centro della foto).

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Manifesta 12 Studios, negli spazi recentemente ristrutturati dall’UniPa dell’ex mulino di Sant’Antonino a Palermo, è un progetto espositivo di Ippolito Pestellini Laparelli, mediatore creativo di Manifesta 12 e partner di Oma, che mette insieme in un’unica piattaforma quattro importanti centri universitari di ricerca per riflettere sui possibili scenari futuri della città di Palermo. Un centinaio di studenti di architettura ha lavorato, lungo l’arco di due semestri, a questo progetto, investigando e delineando gli scenari futuri della città insieme a quattro studi internazionali, che hanno affiancato i centri di ricerca nella fase di analisi. Il progetto è liberamente ispirato al Palermo Atlas, la ricerca svolta da Oma per Manifesta 12, e ha messo in stretto contatto i quattro studi coinvolti con esperti del territorio, attivisti, accademici e cittadini per affrontare diversi temi: Palermo come centro di produzione culturale e il suo rapporto con Manifesta; natura e ‘giardinaggio’ come possibili piattaforme per formulare nuove dimensioni di coesistenza e pratiche urbane; domestic institutions come modelli alternativi di partecipazione politica e rappresentanza civica; il ruolo del digitale nel processo di pianificazione di città resilienti. Un pro-

getto di ricerca e sviluppo a lungo termine, un’occasione per la città siciliana di far crescere il suo ruolo di riferimento come capitale dell’incontro fra culture. Hyper-City Studio: Augmented Palermo è il progetto proposto dall’Università di Palermo con il Dipartimento di Architettura, nel quadro dell’accordo siglato dal rettore, Prof. Fabrizio Micari. Attraverso PalermoLab, un collettivo di laboratori progettuali che agisce come un’agenzia

di didattica-ricerca-progettazione per produrre soluzioni innovative, Palermo è stata identificata come una hyper-city, un arcipelago di spazi e comunità che richiedono un miglioramento a diverse scale attuabile attraverso la rivisitazione di spazi pubblici e architetture, la riqualificazione di infrastrutture e paesaggi. Palermo è progettata come città aumentata attraverso alcune aree di progetto disposte lungo due dorsali: il waterfront


› MANIFESTA 12 Università coinvolte Università degli Studi di Palermo

Dipartimento di Architettura: Maurizio Carta, Alessandra Badami, Renzo Lecardane, Marco Picone, Filippo Schilleci, Zeila Tesoriere

The Architectural Association School of Architecture di Londra Prof. Giulia Foscari, Harikleia Karamali, Giacomo Ardesio

Delft University of Technology

Paul Cournet, Ippolito Pestellini Laparelli, Giulio Margheri, Mariapaola Michelotto

The Royal College of Art

con Anna Puigjaner, Ippolito Pestellini Laparelli, Marina Otero Verzier

e la circonvallazione, proponendo nuove funzioni ecologiche, culturali, sociali e produttive per gli spazi in transizione. Sono stati proposti più di venti progetti che si caratterizzano per l’immediatezza realizzativa, in quanto «possono essere attivati già domani», come afferma con fierezza il professor Maurizio Carta, coordinatore del progetto, che prosegue: «abbiamo fatto progettare il futuro di Palermo al futuro di Palermo», riferendosi ai giovani studenti. E in fatto di futuro i

professori hanno già avviato un dialogo con la comunità locale per la realizzazione dei progetti. «Il prossimo passo sarà donarli all’amministrazione comunale per farli entrare nel Piano Regolatore, affinchè diventi imprescindibile realizzarli», rivela Maurizio Carta. Tutta la mostra è inoltre basata sull’interattività con il visitatore che è stimolato a interagire con i progetti, a portarne via alcune parti, ad avere un approccio sensoriale ed emozionale con le proposte

in modo che diventino corali e come tali possano essere portate avanti come esito di una comunità, nello spirito di Manifesta 12. Il cambiamento ambientale e il ripensamento dei modelli di sviluppo chiedono di progettare le città come risorse per riattivare i meccanismi vitali per entrare nel Neoantropocene. Palermo in questo senso sta già cambiando, e i lavori degli studenti sono una testimonianza attiva di questo cambiamento

Lungo l’arco di due semestri, quattro laboratori internazionali di quattro importanti scuole di architettura – Università degli Studi di Palermo (UniPa), Architectural Association e Royal College of Arts di Londra, TU Delft – hanno investigato, studiato e delineato scenari futuri per la città di Palermo.

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› FOCUS

MARMOMAC 2018 | VERONA | 26-29 SETTEMBRE

LE MOSTRE IN PROGRAMMA

DIALOGO APERTO TRA ACQUA E PIETRA Sarà l’elemento acqua ad animare The Italian Stone Theatre, il padiglione dedicato all’eccellenza litica italiana, che tornerà dal 26 al 29 settembre a Verona in occasio-

ne di Marmomac 2018, il salone internazionale della pietra. La fiera più importante del settore – che lo scorso anno ha fatto registrare il record delle presenze (68mila visitatori provenienti da 147 Paesi) e 1.650 espositori (di cui il 64% stranieri provenienti da 56 nazioni) – presenta il nuovo concept espositivo del Padiglione 1, curato dal designer Raffello Galiotto e dall’architetto Vincenzo Pavan. Il tema dell’edizione 2018 è l’acqua che, come materia fluida, entra in dialogo con la solidità della pietra, inserendo materiali litici nella creazione di arredi, prodotti, complementi ed elementi architettonici. The Italian Stone Theatre ospiterà cinque mostre (vedi riquadro), lo Spazio Forum e l’American Bar, un nuovo progetto di allestimento curato da Giorgio Canale in collaborazione con Pimar

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Liquido, solido, litico La mostra intende promuovere nuove idee per i luoghi di benessere attraverso la creatività di designer di grande talento, abbinati ad aziende, per produrre prototipi di arredi e complementi per bagni, saune, terme, spa. Architetture per l’acqua Alcune aziende collaboreranno con importanti architetti per l’elaborazione di progetti che hanno come tema il rivestimento delle facciate e gli elementi architettonici specchianti negli ampi spazi liquidi della Hall 1. Brand&Stone In questa mostra sono coinvolti brand di alta gamma legati al mondo dell’arredamento, interessati a sviluppare concept e prototipi da inserire nelle loro collezioni grazie alla collaborazione con aziende di materiali, lavorazione e macchine nella realizzazione di opere di design e di interior design. Percorsi d’Arte Gli spazi d’acqua del padiglione saranno arricchiti da percorsi d’arte che accoglieranno opere di artisti internazionali, con esperienza nella lavorazione numerica del marmo in collaborazione con aziende produttrici di macchine. Ristorante d’Autore ‘Stone Pool’ Adottando il concept del padiglione, il progetto realizzato dalla delegazione Veneto e Trentino Alto Adige di Adi eleva l’acqua come elemento della natura e la celebra nei suoi diversi aspetti - forma, colore, suono e movimento - interpretandola per dare forma agli oggetti che arredano il ristorante e far sentire gli ospiti accolti dal movimento e dalle sensazioni di un torrente.


elements contract per l’ospitalità a cura di Elena Riolo

Mosaico ceramico della collezione Denim di Appiani

Il brand Italia, data la sua desiderabilità, è applicato a un’infinità di prodotti ma paradossalmente ancora poco al territorio e all’ospitalità che offre a coloro che da tutto il mondo intendono visitarlo. Perché così spesso lo stile italiano, la qualità dei materiali e delle lavorazioni non trovano posto nel mondo dell’ospitalità, dove si allarga il gap tra catene internazionali con adeguati livelli di comfort e soluzioni ancora improvvisate? In un mercato del valore stimato nel 2016 in 93,9 miliardi di euro c’è ancora molto da fare per gli architetti, i designer e le aziende che migliorando l’offerta ricettiva possono incrementare il valore delle proprie strutture. Nelle pagine che seguono, una selezione di prodotti, materiali e soluzioni per la ristrutturazione e l’arredo che ci parlano di stile, design, gusto, innovazione e qualità.


elements_contract ospitalità

LAPITEC TRE PREMI IN UN SOLO PRODOTTO La pietra sinterizzata a tutta massa Lapitec – in particolare nella variante di colore bianco crema – ha di recente ottenuto tre importanti riconoscimenti dal Plus X Award. La giuria ha infatti riconosciuto i caratteri di qualità del materiale in tre categorie: high quality, design e functionality. Oltre alla capacità di unire estetica e proprietà meccaniche e fisiche del grès porcellanato all’eleganza, alla lavorabilità e alle finiture tipiche della pietra naturale, la composizione minerale del prodotto, senza leganti a base di resine o idrocarburi, rispetta le persone e l’ambiente. La tonalità delicata e mediterranea del bianco crema si sposa con i colori della natura, ed è disponibile in sette diverse finiture. La pietra sinterizzata a tutta massa è stata infine premiata per le caratteristiche di resistenza alle alte temperature e ai raggi ultravioletti, per non temere l’umidità, per risultare inalterabile agli acidi e agli alcali, per essere autopulente e resistente ai batteri. La durezza la rende resistente a graffi, abrasioni e usure.

www.lapitec.com

ITALGRANITI GROUP LISTONE D PER IL MILAN SUITE HOTEL Italgraniti Group, importante società del settore ceramico, firma un nuovo progetto nel comparto ospitalità: il Milan Suite Hotel. Design e qualità del grès porcellanato sono i caratteri salienti della realizzazione. Listone D è la collezione utilizzata per la pavimentazione di suite, bagni e terrazze di 40 camere, in cui l’effetto legno è riprodotto attraverso colorazioni che richiamano la materia naturale. È la finitura Shabby, nella tonalità Canyon, a essere stata scelta per questa realizzazione, in quanto, oltre a essere antiscivolo, conserva i segni delle assi tagliate artigianalmente. Il formato (15 x 90 cm) e la posa a doghe valorizzano l’estetica della materia. Listone D è adatto a superfici indoor e outdoor: è antigelo, resistente a usura, umidità, intemperie e facile da pulire.

www.italgranitigroup.com

FANTONI 4AKUSTIK, FONOASSORBENTI SICURI E SALUBRI 4akustik è il prodotto fonoassorbente a base legno più performante attualmente sul mercato, formulato per ottenere prestazioni al vertice nella sicurezza e nella salubrità. 4akustik è infatti conforme allo standard F 4 stelle secondo la norma JIS, certificata dal Ministero giapponese e considerata la più rigorosa al mondo, relativamente al bassissimo contenuto di formaldeide e quindi alla salvaguardia ambientale. Un prodotto altamente ecocompatibile dunque, adatto all’utilizzo in ambienti pubblici ove il committente ricerchi alte prestazioni tecniche combinate a soluzioni sostenibili, non trascurando l’aspetto estetico. 4akustik è inoltre l’unico pannello fonoassorbente a base legno in classe B-s1,d0 (classificazione CE per quanto riguarda la reazione al fuoco).

www.fantoni.it [ 124 ]

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elements_contract ospitalità

LE SEDUTE MALMÖ (DESIGN

CAZZANIGA MANDELLI PAGLIARULO) PENSATE PER ESSERE USATE IN LUOGHI DI CONVIVIALITÀ

ESPRIMONO UN CLIMA DOMESTICO GRAZIE AL PIACERE TATTILE DEL

FRASSINO, L’ESPRESSIVITÀ DELLE

FORME TORNITE, L’AFFINITÀ CON

UN IMMAGINARIO TRADIZIONALE. LE SEDUTE DELLA COLLEZIONE MALMÖ SONO COSTITUITE DA

UNA SCOCCA IN MULTISTRATO DI FRASSINO CHE APPARE SOSPESA QUASI FLUTTUANTE, SU UN

TELAIO IN LEGNO MASSELLO. GLI

ELEMENTI STRUTTURALI APPAIONO NELLA LORO PURA COSTRUZIONE,

AUMENTANDO DI SPESSORE NELLE CONNESSIONI, AFFUSOLANDOSI

PEDRALI

ARREDI PER UN CONTESTO URBAN CHIC

IN MODO NATURALE A FAVORIRE LEGGEREZZA ED ELEGANZA

Dopo una parentesi all’estero Ezio Gritti, chef di fama internazionale, ha riaperto il Ristorante Ezio Gritti nella centralissima piazza Vittorio Veneto a Bergamo, sua città natale. È un nuovo spazio elegante e dal gusto urban-chic: un locale moderno, raffinato, ma al tempo stesso familiare. A creare un’atmosfera che invita a cogliere e vivere emozioni non solo gastronomiche, contribuiscono anche le grandi stampe della vecchia fiera di Bergamo che incorniciano le pareti della sala centrale, mentre formelle tridimensionali giocano con la luce che le retro-illumina all’ingresso, creando un decoro di design minimal. In questo contesto, la scelta degli arredi è andata su una azienda italiana, Pedrali, che già si è misurata con gli ambienti che ospitano l’alta cucina internazionale. Le scelte operate per la nuova location di Ezio Gritti hanno teso a esaltare il connubio tra design e tradizione culinaria italiana: un esempio riuscito di promozione dell’eccellenza italiana e del made in Italy in generale.

Il carattere moderno e nello stesso tempo familiare del locale si ritrova nelle sedute Malmö, disegnate da Cazzaniga Mandelli Pagliarulo e presentate nella versione in pelle nera, e nei tavoli Arki-Table, con struttura metallica di colore bianco e doppio piano a contrasto di colore, che ne esaltano il disegno pulito. Elementi di arredo in cui ogni dettaglio si basa sui concetti di semplicità, di gusto estetico e sull’importanza del legame con il territorio, esprimendo al meglio la filosofia dello chef. Nell’elegante terrazza esterna panoramica, resa esclusiva dai vasi Kado, le sedute Ara Lounge, disegnate da Jorge Pensi, e Intrigo, ideate da Marco Pocci e Claudio Dondoli, insieme ai tavoli Fabbrico e Ikon di Pio e Tito Toso contribuiscono a rendere speciale una cena o un aperitivo di lavoro.

www.pedrali.it

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elements_contract ospitalità

LA RISTRUTTURAZIONE DI UN ALBERGO A JESOLO HA TRASFORMATO

UN ANTIQUATO HOTEL IN UN MODERNO QUATTRO STELLE DI 37 STANZE.

LE PORTE DELLE CAMERE SONO

ELETTRIFICATE GRAZIE ALLE CERNIERE A SCOMPARSA SIMONSWERK

SIMONSWERK

TECTUS, ISOLAMENTO ACUSTICO E SICUREZZA ALL’HESPERIA DI JESOLO Il nuovo Hesperia Hotel & Residence, che sorge a due passi dalla zona storica di Jesolo, nasce da una ristrutturazione profonda che ha unito due edifici, uno dei quali, il vecchio hotel Hesperia, alto solo due piani, è stato demolito. A ideare il nuovo layout la proprietà, la famiglia Coppe. L’architetto Giuseppe Zorzenoni ha curato il progetto strutturale, mentre gli architetti Giovanni Ligorio e Luiza Paste si sono occupati dell’interior design. L’albergo è un quattro stelle con 37 appartamenti di dimensione variabile da 50 a 120 mq, balconi e terrazze con vista panoramica verso il mare e la laguna di Venezia. Nelle camere, l’impiego di parapetti a tutto vetro ha migliorato e reso suggestiva la vista verso l’esterno mentre l’impiego di serramenti dalle elevate prestazioni ha migliorato l’efficienza e l’isolamento termico e acustico. Le porte delle camere sono dotate di cerniere a scomparsa della gamma Tectus di Simonswerk, che permettono la trasmissione di impulsi elettrici, soddisfano i requisiti d’isolamento acustico e garantiscono una comoda e sicura apertura delle porte. Due i modelli utilizzati: le versioni Tectus Te 340 3D e Tectus Te 340 3D Energy, finitura satin chrome, con trasmissione di energia integrata. Tutte le cinquanta porte d’ingresso delle camere hanno una protezione antincendio di 45’ e un

Realizzazione Hotel Hesperia Committente Famiglia Coppe Località Lido di Jesolo, Venezia Progetto strutturale Giuseppe Zorzenoni Interior Design Giovanni Ligorio e Luiza Paste

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valore di isolamento acustico di 35 dB. Ciascuna porta è realizzata in finitura grigia e bianca e dispone di serrature con tre punti di chiusura. Le cerniere a scomparsa sono nascoste alla vista della porta e nessun cavo elettrico è visibile, anche a porta aperta. Le cerniere Tectus possono essere utilizzate per porte con telai in legno, acciaio e alluminio. Tra i principali vantaggi, l’apertura a 180°, l’impiego di cuscinetti di scorrimento e i valori di carico fino a 80 kg.

www.simonswerk.com


elements_contract ospitalità MICRODEVICE RICERCA E AFFIDABILITÀ NELLA BUILDING AUTOMATION Microdevice, una delle principali aziende italiane specializzate nella building automation, realizza sistemi integrati intelligenti per hotel, residence, ospedali, case di cura, aziende, uffici e abitazioni di prestigio. La produzione dell’azienda bresciana, fondata nel 1981, è formata da un’ampia gamma di sistemi e tecnologie per la supervisione e la conduzione di ogni tipo di attività. Microdevice, sulla base delle esigenze del cliente, produce su misura le applicazioni domotiche, grazie anche all’ampia scelta di materiali dal design innovativo e di sistemi adatti alle specifiche esigenze dell’utenza. Alle spalle di ogni soluzione adottata è facile rintracciare il lavoro costante di ricerca tecnologica che guida l’attività dell’azienda, interamente made in Italy: un modo di produrre che rende affidabile ed efficace la proposta della società di Flero (Brescia).

VMZINC FACCIATA VENTILATA A DOGHE IN PIGMENTO

www.microdevice.com

I profili a doghe Vmzinc sono un sistema di facciata ventilata che prevede la posa di profili a incastro Vmzinc su una sottostruttura discontinua in metallo o legno, ancorata alla struttura portante dell’edificio, al tamponamento o alla carpenteria primaria. I profili sono stati utilizzati nel progetto di ristrutturazione dell’Hotel de la Gare di Bologna. Sono assemblati l’uno all’altro tramite giunto maschiofemmina, con fissaggio a scomparsa. La gamma Pigmento è l’ultima nata dei prepatinati Vmzinc. È prodotta a partire da un substrato di Quartz-Zinc al quale vengono aggiunti dei pigmenti minerali. La finitura preserva la trama naturale dello zinco prepatinato e possiede qualità anti-corrosive.

www.vmzinc.it

IN OCCASIONE DELL’INTERVENTO DI RIQUALIFICAZIONE DELL’EXCELSIOR HOTEL GALLIA DI MILANO, UNO DEI PIÙ PRESTIGIOSI ALBERGHI CITTADINI SONO STATI MODIFICATI GLI ACCESSI PRINCIPALI. LA PREFERENZA È CADUTA SULLE PORTE GIREVOLI AUTOMATICHE TSA 325 DI GEZE. QUALITÀ, DESIGN, ELEGANZA E SICUREZZA I MOTIVI DELLA SCELTA

GEZE PORTE GIREVOLI AUTOMATICHE TSA 325 L’Excelsior Hotel Gallia di Milano è uno dei più prestigiosi alberghi della città. È un edificio, realizzato nel 1932, che richiama gli stili architettonici della Belle Époque, rinnovato grazie al progetto di ristrutturazione dell’architetto milanese Marco Piva. L’ingresso principale dell’hotel, le cui caratteristiche estetiche e prestazionali si fondono con la qualità dell’albergo, e di un ingresso secondario, dal quale si accede alla spa, alla meeting room e al rooftop terrace. In entrambi i casi la scelta del progettista è caduta sulle porte girevoli automatiche TSA 325, prodotte dalla tedesca Geze. Si tratta di porte di forte impatto estetico, capaci di garantire sia l’eleganza indispensabile in strutture di lusso come il Gallia, sia di creare un’efficace barriera isolante tra il clima interno e quello esterno, che migliora l’efficienza energetica complessiva dell’edificio. Le porte girevoli Geze possono avere un diametro massimo di 3.600 mm e vengono attivate mediante rilevatori di movimento collocati sia all’interno sia all’esterno della bussola. In presenza di un alto numero di persone, la porta è dotata di un sistema di rotazione che, grazie alla possibilità di impostare la velocità di movimento, consente il deflusso rapido degli ospiti.

www.geze.it

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elements_contract ospitalità

LUALDI STILE, FINITURE E TECNOLOGIA PER LE PORTE DEL MANDARIN ORIENTAL MILANO Chiamata da Citterio&Viel per realizzare le porte del Mandarin Oriental Hotel Milano, Lualdi ha dovuto affrontare e risolvere le molteplici problematiche legate allo sviluppo del progetto. Oltre ad un linguaggio ricercato, neutro e rigoroso, le chiusure dovevano convivere con colori e materiali capaci di accentuare il fascino e il valore storico del luogo e rispondere alle specifiche esigenze in termini di stile, tecnologie e finiture. Ogni porta di ingresso alle camere è fornita ad esempio di un portale a sbalzo con il lato verso il corridoio inclinato a 45°, quasi un invito ad entrare. La messa a punto di elementi fortemente decorativi, come la maniglia delle porte ingresso delle camere o i colori, differenti per tipologia di stanza - ci spiega Federico Saibene, project manager dell’azienda - sono stati infine punti importanti per il successo di questo impegnativo lavoro.

www.lualdi.com

AGOSTINI GROUP INFINITY, LA NUOVA DIMENSIONE DEGLI SCORREVOLI ALZANTI Al cuore dei nuovi scorrevoli Infinity di Agostini Group la tecnologia Fibex Inside, un materiale composito con elevate doti di isolamento (Uw fino a 0,80 W/m²K) e eccellente resistenza meccanica, per ante di grandi dimensioni con ingombri ridotti. L’adozione di singoli binari componibili permette di progettare molteplici soluzioni su più binari, sia ad ante simmetriche sia con la parte fissa composta dal solo telaio e vetro. Il telaio è studiato per poter essere incassato nella muratura facendolo scomparire alla vista dal lato esterno. In questo modo il vetro sarà l’unico elemento in vista. Gli scorrevoli Infinity sono disponibili anche con finitura interna Total Glass, nella quale il vetro, libero dalla cornice, diventa il solo elemento in vista del serramento. La configurazione del telaio impedisce l’apertura forzata dell’anta per sollevamento.

www.agostinigroup.com

ARMSTRONG I SOFFITTI DISCONTINUI CANOPY E BAFFLES I soffitti discontinui Canopy e Baffles di Armstrong Building Products introducono nell’indoor nuove forme e armonie, aggiungendo profondità, prospettiva e ritmo. Sono adatti a essere installati in contesti affollati come ristoranti, reception di hotel e ampi spazi aperti, per plasmare ambienti dal look&feel originale ed acusticamente efficienti. Le due collezioni offrono ai progettisti la possibilità di modellare ambienti di tendenza con forme convesse, concave, trapezoidali, a cerchio, esagonali e quadrate.

www.armstrongsoffitti.it

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TREVIRA CS I TESSUTI TREVIRA CS SUPERANO TUTTE LE PIÙ IMPORTANTI NORME ANTINCENDIO INTERNAZIONALI DEL SETTORE ALBERGHIERO E CONSENTONO DI REALIZZARE IN MODO SICURO TENDE E STOFFE DECORATIVE TESSUTI OSCURANTI, PARASOLE INTERNI, TESSUTI PER MOBILI SOPRACOPERTE, CUSCINI O PASSAMANERIA, BIANCHERIA DA LETTO E PER LA TAVOLA

ESTETICA E SICUREZZA FLAME-RETARDANT Nell’ospitalità alberghiera l’arredo tessile svolge un ruolo importante: funzionale, estetico e di sicurezza. I tessuti infatti influenzano l’innesco e la propagazione delle fiamme. Le proprietà ignifughe dei tessuti Trevira CS sono saldamente ancorate nella catena molecolare della fibra e, a differenza dei tessuti trattati flame retardant, non si modificano nel tempo e con i lavaggi. Questi tessuti si distinguono inoltre per l’elevata brillantezza e la solidità alla luce dei colori. Sono resistenti e conservano la loro bellezza anche in caso di uso intenso, non sbiadiscono, sono facili da pulire, non sgualciscono e mantengono la loro forma anche dopo il lavaggio attraverso il quale non rilasciano sostanze dannose per l’ambiente. Le macchie possono essere rimosse facilmente con metodi di pulizia tradizionali e detersivi comuni. Trevira esercita un attento controllo sull’utilizzo del proprio marchio testando i tessuti nei propri laboratori: solo i tessuti in 100% fibra Trevira flame retardant che superino i test di reazione al fuoco previsti possono essere marcati Trevira CS. Con Trevira CS è possibile realizzare gli elementi tessili presenti negli hotel: tende e stoffe decorative, tessuti oscuranti, parasole interni, tessuti per mobili, sopra coperte, elementi decorativi, cuscini o passamaneria, biancheria da letto e per tavola. I tessuti sono conformi alle più importanti norme antincendio internazionali per i diversi ambienti del settore alberghiero.

www.trevira.de

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ANAUNIA PARETI SCORREVOLI E INSONORIZZATE PER AMBIENTI FLESSIBILI Anaunia, società specializzata nella progettazione, realizzazione e installazione di pareti tecnologiche, propone soluzioni da impiegare nel settore dell’ospitalità. Si tratta di elementi modulari manovrabili ad alto isolamento acustico (fino a Rw 58 dB). I pannelli sono scorrevoli e facilmente impacchettabili, mediante guide e carrelli solo a soffitto; possono raggiungere anche i

12 metri di altezza senza limiti in lunghezza e possono essere rivestiti con qualunque materiale e tipo di finitura. Le pareti tecnologiche Anaunia sono consigliate laddove può sorgere la necessità di suddividere – fisicamente e acusticamente – gli ambienti, siano essi destinati alla ristorazione piuttosto che a sale per conferenze e convegni.

www.anaunia.it

THYSSENKRUPP ELEVATOR PRESTAZIONI STRAORDINARIE E MASSIMA AFFIDABILITÀ Thyssenkrupp Elevator Italia presenta synergy 300, la soluzione per le strutture alberghiere realizzata con materiali ricercati, ultra efficiente e infinitamente robusto. Tecnologia tedesca e design personalizzabile, questo modello si distingue per un innovativo concept di decorazione che offre oltre 50 combinazioni, compresa la versione panoramica. synergy 300 garantisce la massima efficienza per abbracciare i più alti standard di sostenibilità e sicurezza, È conforme alla nuova normativa europea En 81-20:50, ed ha conseguito la Classe A di efficienza energetica secondo Vdi4707. Dotato di modalità sleep, illuminazione Led e sistema rigenerativo, synergy rispetta le norme ambientali, come Iso 9001 e Iso 14001 e i requisiti delle norme per ascensori En 81-20 ed En 81-50 con conformità CE.

www.thyssenkrupp-elevator.com/it

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GRUPPO BONOMI PATTINI MATERIALI INNOVATIVI PER L’OSPITALITÀ

STARON SOLID SURFACE

CONCLAD PRET A PORTER E VALCHROMAT SONO

MATERIALI E PRODOTTI PARTICOLARMENTE ADATTI AL MONDO

Staron Solid Surface, del Gruppo Bonomi Pattini, azienda specializzata nella distribuzione di prodotti innovativi per l’arredamento e l’architettura, è un materiale adatto agli ambienti destinati all’ospitalità. È composto di minerali naturali e componenti acrilici; è simile alla pietra naturale, con i vantaggi dei prodotti minerali. È riciclabile, riparabile, resistente, facile da pulire e privo di batteri. Adatto agli interni dell’hospitality è anche Conclad Pret a Porter, un prodotto a effetto cemento facilmente lavorabile. Si tratta di pannelli ad alto impatto estetico, per soluzioni d’interni di qualità, facili da posare (il cemento-non-cemento evita le difficoltà di posa del cemento tradizionale). Valchromat è un pannello in fibra di legno dalle caratteristiche simili a un Hdf. Il prodotto si presenta colorato, grazie all’impasto di una speciale resina con coloranti organici che, oltre a conferire un aspetto naturale, offrono al prodotto le capacità meccaniche per le lavorazioni in 3D. Il pannello è atossico e resistente alla flessione.

www.gruppobonomipattini.com

DELL’HOSPITALITY

RDZ SISTEMA RADIANTE A SOFFITTO E PARETE B!KLIMAX+ b!klimax+ è il sistema di climatizzazione radiante a soffitto e a parete di Rdz, ideale per ambienti dove è indispensabile mantenere il comfort in tutte le stagioni. In particolare, la bassa inerzia termica e gli alti rendimenti lo rendono adatto agli edifici dedicati al turismo e all’ospitalità. Risultando invisibile, b!klimax+ permette di utilizzare tutti gli spazi disponibili, migliorando l’estetica dei locali. Cuore del sistema sono i pannelli radianti, di semplice e rapida installazione, disponibili con isolamento in polistirene o in lana di roccia e costituiti da una lastra in cartongesso sulla quale sono fissati i circuiti idraulici, tramite un diffusore metallico di alluminio. Grazie agli ingombri ridotti, alla velocità di risposta e alle prestazioni estive e invernali, b!klimax+ è la soluzione idonea per disporre di ambienti confortevoli, salubri e belli.

www.rdz.it

LG ELECTRONICS PRO:CENTRIC DIRECT LA TV DIVENTA INTERATTIVA I sistemi per la gestione dei contenuti degli apparecchi televisivi degli hotel sono strumenti importanti per gli operatori dell’hôtellerie. Per soddisfare le esigenze dei professionisti del settore, LG Electronics propone Pro:Centric Direct. Una soluzione che, abbinata al server LG PCS400R, può essere implementata all’interno della struttura dell’hotel e trasformare i televisori in strumenti interattivi, che consentono a ospiti e staff di comunicare tra loro. LG mette a disposizione tre diversi prodotti per l’Hospitality Content Management: Pro:Centric Smart, Pro:Centric V e Pro:Centric Direct. Quest’ultima soluzione semplifica la progettazione dell’interfaccia utente del televisore dell’hotel e fornisce diversi servizi, come la gestione remota basata su rete Internet Protocol.

www.lgbusiness.it/

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IL RIVESTIMENTO MURALE

DELLA GAMMA

LVT EVOLUTION DI VIRAG CON

SPLENDIDI EFFETTI LEGNO E PIETRA

VIRAG

EVOLUTION VERTICAL E PANEL Evolution Vertical è il primo rivestimento murale della gamma Lvt Evolution di Virag. È il primo Lvt ideato ed evoluto con caratteristiche e prestazioni che facilitano la posa a parete. Evolution Vertical è nato per offrire, ai designer più esigenti, le migliori soluzioni estetiche, garantendo un rapporto ottimale tra qualità e prezzo. Grazie alla sua gamma decorativa, permette di creare ambienti residenziali e pubblici con effetti e finiture di grande impatto che si ispirano al design moderno e tradizionale. Evolution Vertical può essere abbinato ai pavimenti della gamma Evolution, offrendo la possibilità di creare un ambiente omogeneo in ogni situazione abitativa o commerciale. Nel settore dell’ospitalità i sistemi di assorbimento acustico hanno un’importanza notevole, in funzione delle esigenze di comfort acustico ambientale. Evolution Panel è un sistema di contropareti e controsoffitti fonoassorbenti che coniuga estetica e velocità di applicazione anche sull’esistente, con bassi costi di installazione. Le speciali finiture della collezione conferiscono allo spazio una grande coerenza progettuale, grazie al sistema integrato che permette la realizzazione di nicchie, librerie, contenitori, un tutto monomaterico, rigoroso ed essenziale.

www.virag.com www.evolution-virag.com

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EVOLUTION VERTICAL rivestimento murale

EVOLUTION PANEL acoustic absorbing system

Certificato al fuoco C-s2, d0

Elevata capacità fonoassorbente

Effetti legni e pietra

Design lineare e ricercato

Ideale per le ristrutturazioni

Differenti finiture e colori

Basso spessore (1,8 mm)

Semplicità di posa

Leggerezza e flessibilità

Facilità di manutenzione

Resistenza all’acqua

Resistenza all’umidità

Facile manutenzione

Resistenza al fuoco B-s2.d0


FONT Srl - illustrazione di Jochen Schittkowski / Germany

Il pavimento incontra il progetto

Pavimenti tecnici vinilici e in PVC di ultima generazione in legno prefinito, in laminato, in gomma, linoleum e moquettes. Soluzioni specifiche per pavimenti ad uso residenziale, sportivo, industriale, per la nautica, per il settore scolastico, ospedaliero e contract.

virag.com evolution-virag.com


We build for people at work

Milano RoMa Munich PaRis Malta

www.constructors.it

IoArch 76 Jun-Jul 2018  

Il magazine degli architetti italiani. Italian architects’ magazine #architettura #città #territorio #ambiente #architecture #built_environ...

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