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Anno 11 - n 68 - Febbraio 2017 - euro 6,00 ISSN 2531-9779

Sovrappopolazione e stress ambientale

PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

Rafael ViĂąoly | Kristof Crolla | Sanjay Puri | Woha | Foster+Partners

Terremoti e ricostruzione

Firmitas

Aravena | Boeri | Eusebi | Piano

Herzog & de Meuron Feltrinelli Milano | Dgt Museo Nazionale Tartu John Pawson Oma Arup Nuovo London Design Museum

FONT Srl - Via Siusi 20/a 20132 Milano - Poste Italiane SpA Sped. in abb. postale 45% D.L. 353/2003 (conv. in. 27.02.2004 n. 46) Art. 1 Comma 1 DCB Milano


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IL FOREST GREEN ROVER ECO PARK, STROUD

LO STADIO IN LEGNO DI ZAHA HADID ARCHITECTS Stroud, tredicimila abitanti, piccolo centro del sud ovest dell’Inghilterra, nella regione del Gloucestershire, avrà un nuovo stadio. Il progetto di Zaha Hadid Architects, il Forest Green Rover Eco Park, non si limiterà al solo impianto sportivo, ma diventerà un importante elemento attrattivo per tutta la città, oltre a rappresentare per i progettisti dello studio inglese un esempio di architettura sportiva sostenibile, che valorizzi le caratteristiche agricole del luogo. Lo stadio, aperto tutto l’anno, sarà il fulcro dell’intervento, ma nel suo complesso il progetto intende creare nuove polarità pubbliche ricreative e lavorative. Il progetto dello studio londinese punta sull’uso del legno, materiale durevole, riciclabile ed esteticamente piacevole, anche e soprattutto per contenere i processi costruttivi che hanno un forte carbon footprint. La copertura verrà realizzata attraverso la posa di una membrana trasparente la cui elevata luminosità favorisce la crescita del tappeto erboso riducendo al contempo l’impatto dello stadio sul paesaggio circostante. Gli spalti saranno collocati a ridosso del prato, con una visuale ottimale del campo di gioco. Il progetto prevede anche uno sviluppo futuro dell’impianto sportivo: inizialmente previsto per cinquemila spettatori, potrà essere aumentato a diecimila senza eccessivi aumenti dei costi di costruzione. Il nuovo stadio sarà carbon neutral, grazie anche alla possibilità di utilizzare fonti alternative di energia rinnovabile. Il nuovo stadio è il fulcro di un piano di sviluppo del valore di 100 milioni di sterline, collocato in prossimità dell’autostrada M5. [4]

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Oltre allo stadio è prevista infatti la realizzazione di impianti sportivi d’avanguardia (campi di allenamento, hub dedicato alle scienze sportive e servizi connessi) e, per metà dell’intervento, un business park terziario e industriale con unità produttive di tipo leggero. Lo scopo è quello di realizzare un insediamento per circa quattromila addetti incentrato sulle tecnologie energetiche rinnovabili, grazie anche alla presenza di Ecotricity, la società che fornisce energia prodotta esclusivamente da fonti rinnovabili e che oggi è il principale datore di lavoro della contea (nei suoi quattro stabilimenti lavorano oltre 700 addetti). Di recente sono stati pubblicati i dati economici della Zaha Hadid Holdings. Al 30 aprile dello scorso anno, i profitti dello studio londinese sono scesi del 6% attestandosi a quota 46,6 milioni di sterline. Il calo maggiore di lavoro si è registrato in Asia, passata da 16,8 a 11,7 milioni. L’utile dopo le imposte è sceso da 4,4 milioni a 3,8 . In calo anche gli addetti: da 418 del 2014 a 379 del 2015. Va detto anche che i dati del consolidato 2016 non tengono conto di alcune importanti commesse vinte dall’aprile dello scorso anno, quali appunto il Forest Green Rover Eco Park, il centro culturale di Diriyah in Arabia Saudita, il Technopark nei pressi di Mosca e un centro culturale a Bournemounth nel Dorset in Inghilterra. Nei documenti di bilancio si legge anche dell’esistenza di 25 progetti in corso in tutto il mondo e altri 28 in fase di progettazione. La holding di recente ha aperto due nuovi uffici a Dubai e in Messico per servire i nuovi mercati in espansione

I primi render rilasciati dallo studio inglese anticipano l’aspetto del nuovo stadio, la cui architettura ricorda il London Aquatics Centre ma che sarà costruito quasi interamente in legno. Lo stadio è al centro di un progetto di sviluppo per realizzare un tecnopolo votato alla ricerca e allo sviluppo di tecnologie e sistemi per la produzione di energia da fonti rinnovabili (render ©Zaha Hadid Architects).


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LUOGHI DELLA CULTURA

IOARCH 68_SOMMARIO 6 Renzo Piano per Emergency | RPBW e Tamassociati

LUOGHI DELLA CULTURA

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8 Rigore e trasparenza | Herzog & de Meuron 15 Il moderno diventa museo | John Pawson, Oma e Arup 20 Il passato e il futuro | DGT

PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO 25 26 28 32 34 36 38 39 42

Equilibri instabili Conto alla rovescia | Intervista a Alan Weisman Densità e gravità | Rafael Viñoly Forme virtuose | Kristof Crolla Il futuro è blu | Intervista a Gunter Pauli Tra antico e moderno | Sanjay Puri I trent’anni di Ecotown | Marcello D’Olivo Terreni multipli | Woha Low cost per l’Africa | Foster+Partners

46 Nuova luce per la comunità | Giovannini e Tranquilli Speciale

FIRMITAS Terremoti e ricostruzione

50 Integrazioni spaziali | Schiattarella Associati 54 La porta urbana | Daniele Moro e Ruggero Biondo 56 Nuova aula magna | Mdu Architetti

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60 Design in quota | Simone del Portico Alejandro Aravena Bianchiveneto Stefano Boeri Enzo Eusebi Vincenzo Latina Renzo Piano RA Consulting

DESIGNCAFÈ

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4 - 24 - 65 - 66 Arte, Cultura, Attualità

Speciale FIRMITAS TERREMOTI E RICOSTRUZIONE

IOARCH Costruzioni e Impianti n. 68

In copertina, una fotografia dell’Hotel Oasia di Singapore scattata da un drone (©K. Kopter).

Direttore responsabile Sonia Politi Comitato di direzione Myriam De Cesco Carlo Ezechieli Antonio Morlacchi Grafica e impaginazione Alice Ceccherini Federica Monguzzi Cristina Amodeo

Marketing e Pubblicità Elena Riolo elenariolo@ioarch.it Contributi Grazia Gamberoni Moreno Maggi Pietro Mezzi Fotolito e stampa Errestampa

Editore Font srl, via Siusi 20/a 20132 Milano T. 02 2847274 redazione@ioarch.it

Abbonamenti (6 numeri) Italia euro 36,00 - Europa euro 84,00 resto del mondo euro 144,00

www.ioarch.it

IBAN IT 68H02 008 01642 00000 4685386

Prezzo di copertina euro 6,00 arretrati euro 12,00

Reg. Tribunale di Milano n. 822 del 23/12/2004.

Pagamento online su www.ioarch.it o bonifico a Font Srl - Unicredit Banca

Spedizione in abbonamento postale 45% D.L. 353/2003 (convertito in legge 27.02.2004 n.46) art. 1, comma 1 DCB Milano

T. 02 2847274 abbonamenti@ioarch.it

ISSN 2531-9779

© Diritti di riproduzione riservati. La responsabilità degli articoli firmati è degli autori. Materiali inviati alla redazione salvo diversi accordi non verranno restituiti.

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› EMERGENCY FOR CHILDREN CENTRO DI CHIRURGIA PEDIATRICA. ENTEBBE, UGANDA

RENZO PIANO PER EMERGENCY

RENZO PIANO, TAMASSOCIATI E GINO STRADA INSIEME PER LA REALIZZAZIONE DI UN NUOVO OSPEDALE IN UGANDA. SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE INDIPENDENZA ENERGETICA E RAPPORTO CON LA NATURA I CONTENUTI DEL PROGETTO

10 Febbraio 2017. Renzo Piano e Gino Strada posano la prima pietra del nuovo centro di chirurgia pediatrica di Emergency a Entebbe, in Uganda, sul lago Vittoria (foto ©Courtnay Robbins). A destra e sotto, schizzi di Renzo Piano. RPBW. A destra, lavori per la realizzazione del mock up (foto ©Courtnay Robbins). In basso, il piano generale dell’opera. RPBW.

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Sono partiti i lavori per la costruzione del nuovo centro di chirurgia pediatrica di Emergency a Entebbe, in Uganda. L’ospedale, dopo il centro Salam di cardiochirurgia di Khartoum in Sudan, sarà il secondo centro di eccellenza della rete sanitaria creata in Africa da Emergency. Al progetto hanno lavorato Renzo Piano Building Workshop e Tamassociati, mentre la progettazione strutturale è stata curata da Milan Ingegneria e quella impiantistica da Prisma Engineering. Sono previste tre sale operatorie e 78 posti letto, qui nascerà inoltre un centro di formazione per giovani medici e infermieri. Il centro è composto di tre corpi di fabbrica paralleli con grandi coperture piane che sono l’elemento chiave del progetto. Il primo edificio, più piccolo, è a un solo livello per gli spazi di accoglienza. Gli altri, a due livelli, sono posti ai lati della corte con sale operatorie e rianimazione nel seminterrato. La corte centrale è un giardino, su cui affacciano corridoi e camere, delimitata a ovest dall’edificio con gli alloggi del personale.

I muri di separazione dei diversi ambineti saranno costruiti con la tradizionale tecnica del pisè: una mescola di terra, sabbia, ghiaia e acqua, pressata in casseformi di legno, unita da leganti di ultima generazione sviluppati da Mapei che rendono la struttura stabile, sicura e durevole. Le grandi coperture piane, costituite da travi in legno e tiranti in acciaio, proteggono e ombreggiano gli ambienti oltre a sorreggere 5mila mq di pannelli fotovoltaici messi a disposizione da Enel Green Power. «Sarà un modello di eccellenza medica, sostenibilità ambientale, indipendenza energetica e armoniosa distribuzione dello spazio – ha affermato Piano – Utilizzeremo le risorse della terra, l’acqua e il sole, i migliori traguardi della modernità. Edificato sulle rive del lago Vittoria, sarà circondato da natura e alberi. La vegetazione sarà l’orizzonte dei piccoli ospiti; gli alberi come metafora del processo di guarigione».

SCHEDA Realizzazione Emergency Children’s Surgery Center Località Entebbe, Uganda Committente Emergency Progettazione architettonica Renzo Piano Building Workshop architects, in collaborazione con Studio Tamassociati

Team di progetto G. Grandi, P. Carrera, A. Peschiera, D. Piano, Z. Sawaya e D. Ardant; F. Cappellini, I. Corsaro, D. Lange, F. Terranova

Progettazione strutturale Milan Ingegneria Progettazione impiantistica Prisma Engineering Progetto paesaggistico Franco e Simona Giorgetta Partners e sponsor Ministero della Salute dell’Uganda, Fondazione Prosolidar, Renzo Piano Building Workshop, Studio Tamassociati, Milan Ingegneria, Agatos Energia, Duferdofin Nucor, Elettronica Santerno, Enel Green Power con Mapei, Casalgrande Padana, Fondazione Promozione Acciaio, Giugliano costruzioni metalliche, iGuzzini, Maspero Elevatori, Vimar, Perin, Stahlbau Pichler, Zintec, Salini-Impregilo, Terni Energia.


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› LUOGHI DELLA CULTURA

FELTRINELLI PORTA VOLTA. MILANO

RIGORE E TRASPARENZA Opera prima di Herzog & de Meuron in Italia, Feltrinelli Porta Volta a Milano instaura nuove relazioni con la città: per scala, qualità dell’intervento e per l’apertura degli spazi della Fondazione al pubblico. Due edifici gemelli separati da uno stretto passaggio e un corpo di fabbrica con le falde della copertura che si prolungano nelle facciate

In alto, i milanesi in fila per visitare la Fondazione il giorno dell’inaugurazione. Inserita tra le mura spagnole e Porta Nuova, l’architettura di Herzog & de Meuron si ispira alla semplicità e alla ripetizione (foto, ©Filippo Romano).

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Il progetto Feltrinelli per Porta Volta costituisce un importante intervento di valorizzazione dell’area storica di una delle cinque porte più recenti di Milano: venne infatti realizzata nel 1880 all’interno dei Bastioni per migliorare la comunicazione tra la città e il cimitero Monumentale (e anche con la vicina via Como). All’interno del nuovo contesto urbano dell’antica porta milanese, dal 13 dicembre dello scorso anno, in uno

dei due edifici di cui si compone il complesso, ha trovato la sua nuova collocazione la sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: centro di studi e di produzione di ricerche e attività didattiche e culturali, oltreché biblioteca, sede degli archivi e, soprattutto, spazio aperto alla città per la sperimentazione nei campi dell’arte e della divulgazione. Uno stretto passaggio separa la sede della

Fondazione dal secondo edificio, quello che dal mese di febbraio ospita il quartier generale di Microsoft Italia. Due costruzioni autonome, gemelle, ma allo stesso tempo parti integranti di un unico progetto. Il masterplan dell’interventio prevedeva la realizzazione anche di un terzo edificio, collocato dalla parte opposta di piazza Baiamonti e destinato a uffici, luoghi di ritrovo, spazi verdi, piste ciclabili e percorsi


› LUOGHI DELLA CULTURA

pedonali; edificio che per il momento non verrà realizzato. Quella di Porta Volta è un’area particolare, localizzata lungo il tracciato delle mura Spagnole, le antiche mura della città del sedicesimo secolo, in cui i caselli daziari offrono un importante punto di riferimento del tracciato urbanistico della città. Al piano terreno il nuovo edificio, che si sviluppa su cinque piani fuori terra e uno interrato (che accoglie i materiali della biblioteca e degli archivi della Fondazione), ospita una caffetteria-ristorante e alcuni negozi, mentre all’esterno, sul lato di Viale Crispi, è stato realizzato un boulevard, trasformando così l’immagine trascurata di questa parte di città in uno spazio di qualità, fruibile e da vivere. Il primo e il secondo piano ospitano il cuore del progetto della Fondazione, ovvero la sala polifunzionale: un luogo di ritrovo, incontro e scambio tra i cittadini e le realtà all’avanguardia della cultura nazionale e internazionale. Uno spazio aperto a sperimentazioni in campo artistico e divulgativo: 350 i metri quadrati disponibili, due palchi mobili per convegni e un foyer con uno spazio espositivo. Il terzo e quarto piano sono dedicati agli uffici della Fondazione e a spazi di co-produzione, ricerca e didattica utili a promuovere la filiera della conoscenza: nel complesso si tratta di 80 postazioni ufficio open space, due spazi informali per incontri e tre aule didattiche di cento posti in totale. Il quinto piano ospita infine una sala di lettura aperta al pubblico (su prenotazione) di 250 mq di superficie destinata all’attività di studio e di ricerca, di presentazione di eventi e seminari con 40 postazioni di consultazione, 10 poltrone per la lettura e un’aula didattica da 20 posti. I nuovi edifici si ispirano alla semplicità degli edifici storici lombardi. Struttura e ripetizione sono i principali temi della nuova architettura: lunga e stretta, dove il tetto diventa tutt’uno con la facciata dell’edificio. «L’intervento di Porta Volta – affermano gli architetti – è un progetto intrinsecamente milanese. Le dimensioni, la struttura, la ripartizione e la composizione in due edifici gemelli, si riallacciano ai temi dell’urbanistica e dell’architettura della città, testimonianze di edifici emblematici»

L’edificio di Herzog & de Meuron visto da due vie limitrofe al complesso (foto ©Filippo Romano). A destra, la nuova architettura in rapporto alla città (vista verso nord-est).

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› LUOGHI DELLA CULTURA

PILASTRI D’AUTORE Per il complesso di Milano Porta Volta, la matita degli svizzeri Herzog & de Meuron ha partorito un edificio lungo 188 metri, alto 32 e profondo 13, su un’area tutto sommato contenuta, di poco più di 17mila metri quadrati. Le attività di cantiere, durate 18 mesi, hanno previsto la bonifica dei residuati bellici, l’esecuzione di pozzi, la demolizione delle preesistenze e la realizzazione dei micropali, a cui sono succeduti gli scavi di splateamento, durati circa sei mesi. La tipologia costruttiva ha previsto una fondazione gettata in opera con più riprese, in quanto, ai piani sotterranei, l’edificio presenta una lunghezza di 190 metri e una larghezza di 30 (ridotta a 15 a partire dal livello zero dell’elevato). I solai sono tutti a soletta piena e non presentano elementi di post-tensione. Ognuno di essi, lungo 40 metri, largo 13 e con spes-

sore costante di 30 centimetri, è stato programmato con un giunto di dilazione ogni 40 metri lineari al pari dei ballatoi. I pilastri – posizionati con un interasse di 2 metri e 80 centimetri e una sezione a forma di triangolo equilatero di 70 centimetri di lato – sono stati realizzati in prefabbricazione con lo scopo di ottenere fasi di cantiere più rapide e un’aelevata qualità del prodotto finale. Una decisione assunta anche in ragione dell’alto numero di pilastri da realizzare e delle difficoltà di posa in opera, a causa delle quali il dettaglio dell’incastro tra pilastro e solaio è stato rivisto. Per rispettare le indicazioni dei progettisti, l’intradosso del solaio non doveva riportare alcuna traccia di ruggine; per ottenere questo risultato le casseforme sono state ripulite accuratamente al termine di ogni getto e, in caso di pioggia, ricoperte con altrettanta cura.

Nella foto in alto, un’immagine suggestiva dell’ultimo piano dell’edificio. A fianco, alcune foto dei lavori di cantiere (foto ©Filippo Romano).

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Herzog & de Meuron Lo studio di architettura è guidato da Jacques Herzog e Pierre de Meuron, con Christine Binswanger, Ascan Mergenthaler e Stefan Marbach come collaboratori. Nel corso degli anni le collaborazioni sono cresciute arricchendosi di ulteriori competenze. Oggi lo studio Herzog & de Meuron può contare su un team internazionale di circa 40 soci e 380 collaboratori e sta lavorando per progetti sparsi in Europa, nelle Americhe e in Asia. Tra i progetti da poco completati la Elb Philarmonie di Amburgo e la torre per residenze di 56 Leonard Street a New York. La sede principale della società è a Basilea, con uffici ad Amburgo, Londra, New York e Hong Kong. Numerosi i progetti di strutture pubbliche, come ad esempio stadi e musei. Lo studio ha inoltre realizzato numerosi e importanti progetti privati tra cui residenze, uffici e fabbriche. Altrettanto numerosi i premi ricevuti: dal Pritzker Prize nel 2001 alla Royal Gold Medal al Mies Crown Hall Americas Prize del 2014. www.herzogdemeuron.com

Nelle foto in alto (©M. Carrieri) l’ingresso della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli: sulla destra la strada urbana (via Pasubio), sulla sinistra l’area verde e pedonale pubblica. Accanto, il rapporto del nuovo edificio con l’antica Porta Volta (foto ©Filippo Romano).

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› LUOGHI DELLA CULTURA

FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI

AGORÀ E MODERNA MACCHINA CULTURALE L’opera prima in Italia di Herzog & de Meuron è un doppio edificio a tutta facciata, un

L’edificio vuole essere uno snodo, una piattaforma di confronto tra sensibilità e attori del territorio, una rete di contatti, influenze e ascolto costruttivo. Una piazza contemporanea, che sia accessibile e utile alla cittadinanza terzo del quale, dal 13 dicembre scorso, contiene una moderna macchina dedicata alla cultura: 3.600 mq di superficie interna distribuiti su sei piani, di cui uno interrato. Cuore del progetto culturale della Fondazione sono il primo e il secondo piano: per la prima volta aperti al pubblico in un confronto permanente tra le sensibilità che agiscono sul territorio, le diverse mani-

festazioni artistiche e il dibattito sociale e culturale capace di mettere a confronto il nuovo con la storia custodita negli archivi della Fondazione. Si tratta di una nuova idea di piazza capace di essere utile alla cittadinanza in una fase in cui la dimensione collettiva di cittadinanza si è progressivamente smarrita e la coscienza della partecipazione è sbiadita. Nata nel 1949 per iniziativa di Giangiacomo Feltrinelli, la Fondazione, che sviluppa attività di ricerca sulla società contemporanea, dispone oggi di un patrimonio archivistico e librario di rilievo internazionale che conta 200.000 volumi, 17.500 collezioni periodiche e un milione e mezzo di carte manoscritte.

SCHEDA Progetto Feltrinelli Porta Volta Località Milano Committente Finaval SpA Sviluppo immobiliare Coima Cronologia 2008 (masterplan) 2016 (inaugurazione) Architect Planning Herzog & de Meuron Architekten, Basel

Project team Herzog & de Meuron Partners Jacques Herzog, Pierre de Meuron, Stefan Marbach, Andrea Fries (responsabile)

Project manager Mateo Mori Meana Partner Architect SD Partner, Milano Progettazione parti meccaniche Polistudio, Riccione Progettazione strutturale Zaring, Milano Funzioni edificio Fondazione Feltrinelli Uffici, stanze di lettura, spazi multifunzionali, librerie, archivi, caffetteria

Area complessiva di intervento 17.268 mq. Superficie lorda di pavimento 10.599 mq. Superficie delle facciate 16.510 mq. Superficie pubblica 12.162 mq.

Nelle foto in alto (di ©Filippo Romano a sinistra e di ©M. Carrieri a destra), gli interni della Fondazione Feltrinelli. L’ultimo piano dell’edificio è dedicato alla lettura. Accanto, gli uffici della Fondazione (foto ©Filippo Romano).

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› LUOGHI DELLA CULTURA

LA RISTRUTTURAZIONE DEL COMMONWEALTH INSTITUTE, LONDRA

IL MODERNO DIVENTA MUSEO

Londra si arricchisce di un’altra importante architettura e dà vita al museo del design più grande al mondo. L’edificio modernista del 1962 viene reinventato da John Pawson in team con Oma e Arup nell’ambito di Holland Park un’iniziativa urbanistica in un’area esclusiva della città

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› LUOGHI DELLA CULTURA

La nuova sede del London Design Museum nell’edificio del Commonwealth britannico progettato negli anni Sessanta da Rmjm (foto ©Hufton+Crow, anche in pagina di apertura). Nella foto di cantiere a fondo pagina la singolarità della copertura dell’edifiicio (foto ©Philip Vile).

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opo quasi trent’anni - dal 1989 per l’esattezza, data in cui il suo fondatore sir Terence Conran lo aprì al pubblico - il Design Museum di Londra ha cambiato sede: dallo Shad Thames, un ex deposito di banane affacciato sul Tamigi (che ora ospiterà l’archivio dello studio Zaha Hadid Architects), all’ex istituto del Commonwealth in Kensington High Street, nella zona sud ovest della capitale britannica. Dal 24 novembre scorso, Londra dispone ora del più grande museo mondiale dedicato al design e all’architettura contemporanea: diecimila metri quadrati di superficie, che si stima attirerà 650 mila visitatori ogni anno. L’ex istituto del Commonwealth, realizzato nel 1962 su progetto di Rmjm, diventato un’icona del Modernismo britannico del dopoguerra e rimasto inutilizzato per una

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quindicina d’anni (tanto che lo sviluppatore di allora pensava di trasformarlo in una residenza destinata alla fascia alta di mercato), è stato rinnovato su progetto dell’architetto inglese John Pawson e dei team di progettisti di Oma e Arup. I progettisti, dopo aver esplorato alcune altre soluzioni, tra cui uno spazio per le sfilate di Prada e una sala concerti per la Bbc, hanno optato per la soluzione del Design Museum, agevolati in ciò da un contratto d’affitto gratuito di ben 175 anni, ottenuto in base ad un progetto di sviluppo immobiliare che ha previsto, oltre alla ristrutturazione dell’edificio di Rmjm, anche la costruzione di tre edifici residenziali di fascia alta di mercato. Il nuovo museo del Design è diventato così un esempio positivo di collaborazione inter-

disciplinare: ne sono testimoni la presenza del centro di formazione della fondazione Swarovski, la sala destinata all’Universal Design Studio, l’auditorium Bakala, la biblioteca e l’archivio Sackler, il caffé, il ristorante e il bookshop. In una logica di intervento conservativo e minimalista, Pawson ha mantenuto l’originale tetto a parabola rivestito in rame e riproposto le pareti esterne di acqua marina con vetri di colore blu sinterizzato ad alte prestazioni ed eliminata un’ala nell’angolo ovest del complesso. Dopo questo intervento di alleggerimento, il nuovo museo si presenta ora come un padiglione indipendente all’interno di un’area verde, affiancato da tre blocchi residenziali di 54 unità abitative, a forma di cubo, facenti parte dell’Holland Park – un progetto di Oma e Reinier de Graaf di sviluppo urbanistico e immobiliare dell’intera area del Commonwealth Institute – le cui facciate grigliate contrastano con le forme ardite del tetto del nuovo museo. Dal foyer d’ingresso si arriva direttamente al nuovo atrio, che è il cuore dell’edificio, dal quale si possono raggiungere le due grandi gallerie temporanee che occupano la metà settentrionale del piano terra e di quello seminterrato e la maggior parte degli spazi destinati a servizi: uffici, ristoranti, aule didattiche e spazi per eventi. Al piano interrato trovano così spazio una raccolta museale e un auditorium; al piano terra invece sono ospitati la caffetteria e un archivio delle principali riviste internazionali di architettura e design. La scala di rovere è l’altro elemento centrale del progetto di Pawson, che si amplia anche ai piani superiori a contrastare il colore grigio delle volte di cemento del tetto. Ai piani terra e seminterrato sono stati scelti i pavimenti e le pareti di colore bianco. Alcuni


› LUOGHI DELLA CULTURA

In questa pagina due immagini degli interni del London Design Museum, foto ©Hufton+Crow e ©G. Gardner).

John Pawson Ha trascorso oltre trent’anni della sua carriera realizzando un’architettura semplice e rigorosa progettando e realizzando un’ampia gamma di opere: dalle residenze private ai musei alle gallerie, dagli hotel agli interni di barche e yacht. Per l’architetto e designer britannico, nato ad Halifax nel 1949 e noto per il suo stile minimalista, ogni progetto è un’architettura: tutto è riconducibile a un insieme coerente di aspetti legati a volume, superficie, proporzioni, geometria e luce. In questo modo, anche un oggetto semplice può diventare un’occasione di circolazione delle idee e delle culture. Tra le principali realizzazioni il Cannelle Cake Shop di Londra, diversi punti vendita di Calvin Klein e di Jigsaw, il monastero di Nový Dvùr nella repubblica Ceca, l’hotel Puerta America di Madrid, la Medina House di Tunisi e il Sackler Crossing, la passerella sull’acqua nei giardini botanici reali di Kew Garden a Londra.

materiali dell’edificio originario, come i pavimenti in marmo e le finestre con i vetri colorati, sono stati conservati e impiegati come memorie dell’edificio stesso. Al primo piano, i visitatori troveranno gli spazi dedicati all’apprendimento del significato e del valore del design (Swarovski) e alla biblioteca e all’archivio (Sackler), accanto alla quale è situato lo studio cinematografico (Il Cerchio di Giotto) e la sala riu-nioni (Johnston Nijman). Sempre a questo piano è ospitata una selezione fotografica del fotografo di moda Koto Bolofo. «Ho voluto creare uno spazio in cui i curatori potessero decidere come meglio organizzare le loro mostre e in cui le persone potessero riunirsi, rilassarsi e divertirsi – sostiene Pawson – Ho previsto infatti degli ampi gradoni che possono essere utilizzati anche come posti a sedere».

Anche se il nuovo museo del design di Londra si è autoproclamato minimalista, l’architetto inglese è ottimista. «È un museo del design e come tale conterrà sempre molte anime e voci. Penso che sia possibile ottenere un equilibrio positivo tra esigenze diverse, anche perché questo museo vuole essere un forum, non un tempio». Nel museo troveranno spazio circa mille oggetti e alcune pietre miliari della storia del design internazionale, come la Vespa uscita dalla matita di Corradino d’Ascanio, la macchina per scrivere Valentine di Ettore Sottsass e Perry King, i segnali stradali inglesi di Jock Kinneir e Margaret Calvert, il walkman Sony di Nobutoshi Kihara. La nuova sede, tre volte più grande della precedente, è costata circa 73 milioni di euro e ha potuto usufruire di un contributo di 4,2 milioni di euro dalla Heritage Lottery Fund

www.johnpawson.com

SCHEDA Località Londra, Kensington High Street Progettisti John Pawson + Oma + Allies and Morrison Progetto delle facciate, delle strutture e del paesaggio OMA + Allies an Morrison + Arup + West 8 Landscape Architects

Progetto d’interni John Pawson Progetto strutturale Arup + Chapman Bdsp Superficie dell’area 10.300 mq. Superficie coperta 2.700 mq. Periodo 2008 - 2016 Inaugurazione 24 novembre 2016

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› LUOGHI DELLA CULTURA

LO SVILUPPO DI HOLLAND PARK È grazie all’attuazione del piano urbanistico di Holland Park, di sviluppo residenziale del comparto del Commonwealth Institute, nella zona di Kensington a Londra, condotta da Chelsfield Developments e Ilchester Estates, che è stato possibile finanziare la ristrutturazione del London Design Museum. Dal punto di vita architettonico, le geometrie ortogonali dei tre nuovi edifici residenziali rappresentano un voluto contrasto con le geometrie iperboliche della copertura del museo, mentre ciascuna delle facciate dei tre blocchi residenziali rappresenta un ibrido, frutto di due diverse impostazioni architettoniche, una basata sulla sequenza delle finestre verticali tra di loro identiche e l’altra sulla maglia strutturale degli edifici; due tipologie di facciata che coesistono in modo organico, grazie anche alle ampie terrazze e ai bow-window che offrono plasticità ai volumi. Particolare importanza ha assunto la progettazione del paesaggio delle aree verdi del complesso. Il carattere romantico del progetto paesaggistico aveva appunto lo scopo di contrastare sia le geometrie angolari dei nuovi edifici sia quelle dell’architettura brutalista del museo.

Dal punto di vista urbanistico, ciascuno dei tre edifici è stato dimensionato in relazione al contesto esistente: il primo è collocato in posizione arretrata rispetto a Kensington High Street allo scopo di mantenere inalterata la condizione della piazza esistente; il più alto dei tre nuovi edifici, di otto piani, collocato nella parte meno visibile dell’area, è coerente con le altezze di due edifici realizzati negli anni Sessanta presenti nell’area; il terzo, di sei piani fuori terra, è allineato alle dimensioni in altezza della copertura del Museo. Il nuovo sito residenziale e museale, non raggiungibile dalle autovetture private, è servito da un seminterrato continuo che, oltre a mettere in collegamento i tre edifici e il Museo, funziona da autorimessa per le residenze private. Al piano seminterrato sono ospitati anche una serie di servizi collettivi dedicati ai residenti, come piscina, cinema e palestra.

REINIER DE GRAAF - OMA Capo-progetto di Oma per il progetto di Holland Park e gli interventi per il nuovo Design Museum, Reinier de Graaf, in Oma dal 1996, è responsabile per le costruzioni e la pianificazione in Europa, Russia e Medio Oriente. Dal 2002 de Graaf è direttore di Amo, dove sovrintende al crescente coinvolgimento del think- tank della società di progettazione sui temi della sostenibilità e della pianificazione delle risorse energetiche e con cui ha realizzato le esposizioni On Hold (Roma, 2011) e Public works: Architecture by civil servants (Venezia, 2012 e Berlino, 2013). Recentemente de Graaf ha lavorato intensamente a Mosca, coordinando le proposte di progettazione di Oma per il masterplan del Centro per l’Innovazione Skolkovo, la silicon valley russa, e guidando un consorzio che intende realizzare un piano di sviluppo per la Grande Mosca. www.oma.eu

Il piano di sviluppo di Holland Park nei disegni di Oma e alcune immagini (foto sx ©Sebastian van Damme, dx ©Nick Guttridge).

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› LUOGHI DELLA CULTURA

SCHEDA Progetto Holland Green Park. Progetto di sviluppo residenziale del comparto del Commonwealth Institute

Località Londra, Kensington and Chelsea Committente Chelsfield Developments (Kensington) Ltd.; Ilchester Estates

Progetto Ristrutturazione del Design Museum e di realizzazione di tre nuovi blocchi residenziali

Superficie dell’area 10.400 mq. Residenza Tre blocchi residenziali di 6-8 piani, 54 alloggi e 19.788 mq. di superficie

Spazi pubblici 6.787 mq. Costo 101 milioni di euro Periodo 2008 - 2016 Progetto Oma e Allies & Morrison Responsabile del progetto Reinier de Graaf Progetto delle facciate, delle strutture e del paesaggio OMA + Allies an Morrison + Arup + West 8 Landscape Architects

Progetto d’interni John Pawson Progetto strutturale Arup + Chapman Bdsp Servizi di ingegneria Arup Progetto di interni CZL Progettazione antincendio Fire Arup Progettazione acustica Arup Acoustics Impresa costruttrice Mace

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› LUOGHI DELLA CULTURA

MUSEO NAZIONALE ESTONE, TARTU

IL PASSATO E IL FUTURO Un’architettura simbolica, carica di significati, realizzata su un’area militare abbandonata dell’aeronautica sovietica testimonia la riscoperta dell’orgoglio e dell’identità nazionale del Paese baltico. La lunga copertura del nuovo edificio diventa la continuazione della ex pista di decollo dei velivoli. L’ultima realizzazione dello studio parigino Dgt di Dorrel, Ghotmeh e Tane

La costruzione risulta ancora più imponente per effetto della sua collocazione nel nulla di un territorio che per decenni era rimasto off-limits (foto ©Takuji Shimmura).

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Il Museo Nazionale Estone realizzato a Tartu, cittadina di circa 95mila abitanti situata nel sud-est dell’Estonia, a pochi chilometri dal confine russo, testimonia il risveglio dell’orgoglio nazionale e la volontà di rappresentare la ricca storia culturale dello Stato baltico. Un Paese che intende riappropriarsi delle terre e dei luoghi che per anni sono stati sotto l’occupazione dell’ex Unione Sovietica. È in questo contesto di risveglio della coscienza nazionale e di valorizzazione delle forme artistiche locali che si inserisce il progetto del giovane studio di architettura parigino di Dan Dorrell, Lina Ghotmeh e Tsuyo-

shi Tane, uscito vincitore, con una proposta dirompente, dal concorso internazionale di architettura bandito nel 2005: quella di riappropriarsi di un’ex base militare dell’aeronautica sovietica. Una base militare, quella di Raadi, che ha rappresentato una pesante violenza territoriale e che diventa, grazie al concorso di architettura, un’occasione di riscatto nazionale e di ripartenza culturale. Per mezzo secolo l’area aeroportuale è rimasta off-limits, un luogo inaccessibile, abitato da militari russi e in cui l’unico segno di vita era quello del decollo e dell’atterraggio degli aerei militari sovietici.

Con la loro proposta (a lungo osteggiata dagli abitanti del luogo, contrari all’idea che l’identità estone potesse essere ricostruita in un luogo così martoriato), i progettisti di Dgt hanno ritenuto che il nuovo museo nazionale (quello storico fu distrutto da un incendio nel 1944) dovesse svolgere un ruolo essenziale di rigenerazione dell’area di Tartu e per farlo hanno pensato a un’architettura fortemente carica di significato e dotata di un grande segno territoriale, visibile dal satellite. L’architettura dell’edificio - una lunga stecca di un chilometro di lunghezza e 73 metri di larghezza - diventa la continuazione del cam-


› LUOGHI DELLA CULTURA

DGT. Dorell. Ghotmeh. Tane Architects Lo studio, guidato da Dan Dorell, Lina Ghotmeh e Tsuyoshi Tane, è stato avviato a Parigi nel 2006. Opera nel campo dell’architettura, dell’urbanistica e del design e collabora con un team interdisciplinare di oltre quindici architetti e professionisti di varie discipline. DGT ha vinto l’edizione 2007-2008 dell’Ajap che premia i giovani architetti e paesaggisti francesi, il premio Architettura del 2008 del ministero della Cultura francese, e nel 2010 è stato selezionato tra i “10 Visonary Architects del nuovo decennio” da European Architects Review. Tra i principali progetti realizzati negli ultimi anni: “A House for Oiso” in Giappone (2015); “The Bump” per Renault al Salone dell’automobile di Parigi (2015); “Light is time” per Citizen al Salone del Mobile di Milano (2014). DGT ha in corso di realizzazione due opere: “Ré-Alimenter Masséna” per la riqualificazione della zona della stazione di Masséna a Parigi e “Stone Gardens” per la costruzione di edifici residenziali a Beirut. www.dgtarchitects.com

L’immenso atrio di ingresso del museo consente di organizzare incontri all’aperto. È il punto più alto dell’edificio, che progressivamente digrada fino a sembrare, visto dall’alto, la prosecuzione della ex pista di decollo degli aerei (foto ©Takuji Shimmura).

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› LUOGHI DELLA CULTURA

po d’aviazione, la cui copertura è la simbolica prosecuzione della pista d’atterraggio, mentre l’ampia dimensione in larghezza dell’edificio vuole significare l’apertura a una serie di attività pubbliche come mostre, performance e convegni, in cui le persone possono anche ritrovare un pezzo di storia del loro Paese. La copertura inclinata del Museo nazionale ne consente l’uso da parte del pubblico, mentre l’ingresso, grazie all’ampia tettoia, è in grado di ospitare eventi all’aperto. L’edificio, formato da due lunghe pareti di cristallo lavorato, segue un percorso lineare e ha previsto un uso dei materiali asciutto e ben calibrato lungo i 34mila metri quadrati messi a disposizione. Il Museo Nazionale Estone, che ospita una collezione di 200mila oggetti, è suddiviso in due sezioni: la prima dedicate ai popoli ugrofinnici e la seconda sulla cultura estone

SCHEDA Località Tartu, Estonia Cliente Ministero della Cultura Estone Attività Museo etnografico (spazi espositivi, sale conferenze, biblioteca, auditorium, uffici, spazi didattici)

Inizio attività 2006 Inaugurazione Settembre 2016 Superficie 34.000 mq. Costo 65 milioni di euro Progetto architettonico DGT - Dorell, Ghotmeh e Tane, Parigi

Progetto ingegneristico Arup Londra (fase di concorso) e EA Reng Tallin (fase esecutiva)

Progettista locale HGA, Tallin Progetto di interni Pille Lausmäe, Tallin Progetto del paesaggio Kino, Tartu Impresa costruttrice EA Reng, Tallin

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Due immagini degli ambienti interni. Inaugurato nel settembre dello scorso anno, il museo ha già registrato più di 60mila visitatori (foto ©Takuji Shimmura).


› DESIGNCAFÈ

L’ESTERO È LA CARTA VINCENTE Presentato a Roma il Report 2016 relativo alle società di architettura e ingegneria italiane. Il rapporto è stato realizzato da Aldo Norsa, docente allo Iuav di Venezia. “Proger - afferma Norsa - che è la maggiore società di ingegneria italiana, è 61 volte più piccola di Aecom”. A fronte di ciò, va detto che all’estero la presenza italiana è significativa dal punto di vista qualitativo. L’esempio, in questo caso, è quello di Bertone Design che riesce a ritagliarsi una nicchia nel campo alberghiero dove è richiesta una progettazione customizzata. Nonostante questi dati generali, il 2017 in Italia pare iniziato con alcuni segnale positivi nel mondo dell’ingegneria, dove si distinguono casi interessanti come quello di Artelia che lo scorso anno si è avvicinata alle top ten dell’ingegneria italiana. Florida è anche la condizione di Spea Engineering, nell’ambito del gruppo Atlantia di Benetton, forte della fusione avvenuta lo scorso anno con Adr Engineering. Per le società di architettura, il Report 2016 indica che tra le 225 aziende più importati al mondo, l’Italia occupa solo 1%. La società di Renzo Piano, ad esempio, sommando il lavoro in Italia, Francia e Stati Uniti, raggiunge i 40 milioni di euro, contro i 660 della società di Norman Foster. All’estero le nostre società di ingegneria si confrontano infatti con realtà come Deloitte o Ernst&Young, non certo con i big del settore come Atkins o Arup. Per questo, secondo alcuni come Alfredo Ingletti, vice-presidente di Oice, “Nel prossimo futuro sarà necessario attrezzarsi per confrontarsi con grandi società di consulenza trasversale, dove architettura e ingegneria sono una delle componenti”.

Report 2016 on the Italian Architecture and Engineering Industry Istituto di Ricerca Guamari www.guamari.it Distribuito con Edilizia e Territorio n.47/2016

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LA CULTURA DEL RIUSO

RIPENSARE L’ITALIA

GLI SPAZI URBANI E ARCHITETTONICI IN CUI VIVIAMO SONO SPESSO MALATI E INSANI. SERVE LA CULTURA DEL RECUPERO, SIA PER L’EDILIZIA STORICA SIA PER QUELLA CORRENTE

ENRICO ROSSI, PRESIDENTE DELLA REGIONE TOSCANA PROPONE UN NUOVO REGIONALISMO COME CORPO INTERMEDIO SOCIALE E TERRITORIALE DI DIMENSIONE EUROPEA

La locuzione ‘seconda vita’ allude alla pratica della guarigione; implica un’idea di cura che sottende uno sguardo amorevole verso ciò che esiste, ma impone anche, di contro, la presa d’atto che gli spazi urbani e architettonici in cui viviamo sono malati, insani, affetti da disfunzionalità che solo una ben orientata cultura del riuso può sanare. Il volume si occupa dell’intervento sull’esistente nell’accezione più ampia possibile.

Toscana, Umbria e Marche. Il libro per un verso propone l’analisi di un territorio mediano che presenta più di un’affinità sul piano economico, paesaggistico, legislativo, urbanistico e artistico. Dall’altro propone la riorganizzazione in una forma unitaria e organica di questi territori come tassello di una riorganizzazione generale del Paese, così come è già accaduto analogamente in altri stati dell’unione europea.

La seconda vita degli edifici - Riflessioni e progetti a cura di Pisana Posocco e Manuela Raitano Diap Print Architettura 256 pp - 24.00 euro - ISBN 9788874627509

L’Italia centrata Ripensare la geometria dei territori a cura di Enrico Rossi - Quodlibet Studio. Città e Paesaggio 176 pp - 16.00 euro - ISBN 9788874628636

LA RICERCA TEORICA IN ARCHITETTURA

LA VIRTÚ DEL GIORNO DOPO

PIER VITTORIO AURELI FORNISCE UNA CHIAVE INTERPRETATIVA DEL PENSIERO ARCHITETTONICO E DEL CONFLITTO COME ANIMA DELLA CITTÀ MODERNA E DEL SUO PROGETTO

IL LIBRO DI BRUSATIN RACCONTA LE VICENDE STORICHE DELLA SOBRIETÀ E SI INTERROGA SU UNA VIRTÚ NECESSARIA

Il saggio di Pier Vittorio Aureli, uscito prima negli Stati Uniti nel 2008, rilegge in parallelo alcuni testi di Raniero Panzieri, Mario Tronti, Massimo Cacciari, Manfredo Tafuri, Aldo Rossi e Archizoom, comparsi circa mezzo secolo prima in un contesto segnato dallo sviluppo economico e da intensi conflitti politici, che l’autore non esita a definire irripetibile e dunque senza nessuna volontà di revival o di critica operativa.

Sofisticata sobrietà, sobrietà aggressiva, dittatura sobria: gli ossimori si sprecano. Ma cos’è la sobrietà sobria? Manlio Brusatin nel volume Stile sobrio. Breve storia di un’utile virtù si interroga su quella che, pur considerata “la virtù del giorno dopo”, è stata nel tempo riconosciuta come necessaria. Il libro ne racconta le vicende fino ai giorni nostri e al ritorno dell’uomo sobrio, “l’artigiano di sé” che sa creare e con le mani o con la “scatola magica del Maker 3D”. Le origini di questa utile virtù sono individuate nella Vita sobria di Alvise Cornaro.

Il progetto dell’autonomia Politica e architettura dentro e contro il capitalismo Pier Vittorio Aureli 192 pp - 17.00 euro - ISBN 9788874628155

Stile sobrio - Breve storia di un’utile virtù Manlio Brusatin e Marsilio Nodi Altreconomia Edizioni 236 pp - 16.50 euro - ISBN 9788831724135


PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

EQUILIBRI INSTABILI SOVRAPPOPOLAZIONE E STRESS AMBIENTALE UNA NUOVA SFIDA PER L’ARCHITETTURA Carlo Ezechieli

Secondo fonti affidabili (Scientific American, 2016) un terzo del peso complessivo dei vertebrati che popolano le superfici emerse della Terra è composto da umani, altri due terzi circa da animali addomesticati o ingegnerizzati come “cibo”, e ormai solo un restante 5% da fauna selvatica. Sono semplici numeri, che tuttavia rivelano un impoverimento biologico clamoroso. Stiamo perdendo tanto inconsapevolmente, quanto tragicamente, complessità e resilienza. Ci stiamo allontanando da un metaforico Eden per avvicinarci a una sorta di deserto, se non addirittura alla condizione di questo pianeta nella fase precedente alla comparsa della vita. A partire dalla fine degli anni Sessanta, la popolazione umana è cresciuta da 3 miliardi fino ai 7,2 attuali, il tutto nel giro di nemmeno due generazioni. Sette miliardi di persone che hanno bisogno di cibo, di energia, necessitano di infrastrutture e, ovviamente, di edifici che, malgrado tutte le esperienze di progetto sostenibile,

sono e rimangono la punta dell’iceberg di un’interminabile, profonda catena di stress ambientale. Come sottolinea Alan Weisman nel suo contributo in questo numero, sovrappopolazione e crisi ambientali vanno di pari passo. E sono un mix esplosivo. Da cui traggono origine carestie, guerre, esodi, problemi ambientali, mancanza di sicurezza, ovvero le parole-chiave dell’ultima Biennale di Architettura di Venezia Reporting from the Front. Più la popolazione aumenta più il nostro ambiente si deve modificare in vista delle nostre necessità. Ripensando alla vecchia celebre frase di William Morris, l’insieme di queste modificazioni è precisamente il “territorio” dell’architettura. Come progettare allora in un mondo sempre più affollato? Secondo Gunter Pauli - economista e saggista - osservare e comprendere in profondità le condizioni di funzionamento del sistema-pianeta è determinante, come lo sono del resto replicare processi e soluzioni che caratterizzano il mondo naturale.

Per Buckminster Fuller, illustre precursore di queste tematiche, la risposta era l’alta densità delle self contained cities e la conservazione del paesaggio incontaminato, simile a quello dell’Europa prima dell’agricoltura: prevalentemente coperto da foreste primigenie di cui oggi non rimangono che sparuti brandelli (come la Białowieža Puszcza, nell’est della Polonia, sito Unesco). A quanto pare, una sovrappopolazione di alberi - selva impenetrabile per gli umani, ma dimora perfetta per un insieme di forme di vita molto ricco e complesso - almeno in termini biologici e ambientali, non rappresentava un problema. Oggi il timore delle terre selvagge ha ormai lasciato il posto a un totale, ma non per questo assennato, dominio. Potremo mai trovare un equilibrio e progettare il nostro ambiente rendendolo simile ad un’antica foresta: capace di ospitare, anziché respingere e di rafforzare, anziché impoverire, l’insieme di condizioni che, come molte altre forme di vita, tengono in vita anche noi?


› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

CONTO ALLA

ROVESCIA La condizione attuale, la visione per il futuro e le sfide per l’architettura in una conversazione con Alan Weisman

Alan Weisman Giornalista e scrittore, Alan Weisman (1947) insegna giornalismo internazionale presso l’Università dell’Arizona di Tucson.

Mentre il bestseller Il Mondo dopo di noi era per Alan Weisman la ricerca – attraverso l’ipotesi “per assurdo” di assenza totale e improvvisa della specie umana – di come e fino a che punto i fattori antropici incidono sul funzionamento dell’ecosistema, il saggio successivo Countdown del 2013 è stato l’esperimento contrario: ovvero il tentativo, di fatto molto concreto, di comprendere la situazione di una Terra sovrappopolata e delle relative conseguenze ambientali e sociali. Entrambi i temi propongono una chiara triangolazione tra noi esseri umani, l’ambiente che ci circonda e l’insieme delle modificazioni che abbiamo introdotto in vista delle nostre necessità: in poche parole l’architettura. Ripercorrere questa esplorazione attraverso una conversazione con l’autore è stata un’opportunità speciale per comprendere il futuro delle città e le sfide per l’architettura in un mondo demograficamente sempre più sotto pressione.

Credo che la nostra specie sia meravigliosa, sia in grado di portare la materia ad un livello sublime attraverso l’arte, di esplorare, di costruire. Ma è anche vero che questo ha valore entro un giusto equilibrio che è sempre più difficile ottenere Una delle quattro fondamentali domande di Countdown era: quanto ecosistema è necessario per sostenere la nostra specie, e per

UN REPORTAGE SUL NOSTRO FUTURO Con una popolazione in crescita esponenziale e un inquinamento che altera l’intero ecosistema, il sogno di un futuro lungo e prospero rischia di trasformarsi nell’incubo di un domani incerto, funestato da carestie e tragedie climatiche. Un viaggio in venti Paesi, dalla Palestina divisa alla Cina dei figli unici, passando per alcuni Stati islamici, interrogando esperti di vari settori per comprendere meglio quel che ci aspetta. Conto alla rovescia Alan Weisman Editore Einaudi 584 pp – euro 21,00 ISBN 978-88-062-1815-7

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quanto tempo? Qual è in sintesi la risposta? Dopo la pubblicazione di Countdown ho viaggiato in tutto il mondo per un paio d’anni, non solo per parlare del libro ma anche per metterne a fuoco le questioni, e il fatto curioso è che delle quattro domande questa è quella a cui nessuno sembra avere una chiara risposta. Questo perché − a differenza di un esperimento scientifico, confutato da prove − l’unico modo per rispondere sarebbe togliere una specie dopo l’altra, finché non otterremo la risposta. E questo, ovviamente, non è possibile. Tuttavia qualche elemento emerge. Alcuni casi di estinzione, apparentemente insignificanti, danno origine a conseguenze importanti nella vita di tutti i giorni. Ad esempio, il ruolo degli impollinatori (come api e calabroni) nella produzione di una vasta parte della nostra alimentazione è ampiamente noto. Il calabrone è stato dichiarato di recente negli Stati Uniti una specie minacciata e di conseguenza lo sono le nostre risorse alimentari. Più siamo più consumiamo energia e dalla produzione di quest’ultima dipendono cambiamenti, anche importanti, nella composizione chimica dell’atmosfera e sul clima. Un altro esempio: gli uccelli non sono solo graziosi animali che volano nell’aria, ma sono specie che mangiano gli insetti. Quando, per via di cambiamenti climatici, gli uccelli non migrano più tra i conti-


› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO nenti, gli insetti proliferano dando origine a malattie prima sconosciute come Zika o Chikungunya o la malattia di Lyme, che qui nel New England dove vivo si è diffusa a macchia d’olio, tanto che io stesso ne sono stato colpito e ho faticato quasi un anno per liberarmene. Nel Mondo senza di noi non era certo mia intenzione immaginare un modo finalmente libero dagli esseri umani. Credo al contrario che la nostra specie sia meravigliosa, sia in grado di aggiungere bellezza, di portare la materia a un livello sublime attraverso l’arte, di esplorare, di costruire. Ma è anche vero che questo ha valore entro un giusto equilibrio, che è sempre più difficile ottenere. La proposta di Le Corbusier del 1930, in piena età industriale, per una città da 3 milioni di abitanti, era composta da un insieme di self-contained cities che lasciavano fondamentalmente intatto il paesaggio. Cosa dire oggi sul futuro delle città e dell’architettura? Capita che tutte le maggiori città capitali, con qualche eccezione – come Parigi ad esempio – si trovino in stretta vicinanza alle coste. Le fondazioni degli edifici, dei grattacieli in particolare, non sono pensate per sopportare un regime costante di inondazione e se – come riconosciuto da tutti (tranne forse da Donald Trump) – il livello del mare tenderà a salire, sarà necessario o spingersi nell’entroterra o costruire edifici sopraelevati. E naturalmente, se cambia il clima possono aumentare le piogge, e di conseguenza le inondazioni. Questo significa un grande lavoro da parte di ingegneri e architetti per capire come tenere sotto controllo fiumi e corsi d’acqua assecondandone la natura, dato che quest’ultima vince sempre. Circa il progetto delle città, pur con le sue criticità una maggiore densità abitativa ha senza dubbio il vantaggio di ridurre l’impronta sul terreno, lasciando ampie porzioni libere non urbanizzate ed evitando la cancellazione di terreno coltivabile. Senza contare una maggiore efficienza dei trasporti pubblici: efficienti e onnipresenti nell’iper-densa New York e pressoché inesistenti, con gravi conseguenze a livello ambientale, a Los Angeles. Le proiezioni dicono che arriveremo presto a 10 miliardi. Ma se questo è un limite possibile, come dovrebbe trasformarsi l’ambiente e gli edifici in cui abitiamo? A dire la verità non credo che arriveremo a 10 miliardi. È veramente troppo, soprattutto rispetto al modo attuale di fare le cose. Metà delle terre emerse è dedicato unicamente a sfamarci. È una condizione di enorme squilibrio che la natura tende automaticamente e inesorabilmente a correggere e che spesso ha come conseguenza tragiche riduzioni della disponibilità di cibo. La Siria, ad esempio, negli ultimi 6 anni è stata colpita da una forte siccità. I contadini si sono trovati a dover abbandonare le campagne dove avevano sempre vissuto,

La torre David di Caracas, un grattacielo di 45 piani rimasto incompiuto a causa della crisi economica del 1994 e trasformato in una sorta di slum verticale. Alfredo Brillembourg e Hubert Klumpner (Urban-Think Tank) hanno studiato per oltre un anno l’organizzazione fisica e sociale dell’edificio, dimora improvvisata per più di 750 famiglie. Il progetto, documentato da un reportage fotografico di Iwan Baan, nel 2012 è stato premiato con un Leone d’Oro alla 13esima Biennale Architettura di Venezia Common Ground. Foto ©Iwan Baan, courtesy Lars Müller publishers.

per trovarsi nelle città, disoccupati e senza fonti di sostentamento. Hanno perso la loro cultura, le loro radici. Una situazione esplosiva, che ha prodotto le conseguenze che tutti conosciamo. Guerre terribili vengono spesso innescate dalla combinazione esplosiva tra sovraffollamento e crisi ambientali. E questo non è privo di conseguenze neppure per l’Europa, date le massicce ondate migratorie in corso che tra le altre cose provocano l’affermazione di movimenti proto-fascisti. Sono condizioni inevitabilmente destabilizzanti. Ma di fronte a questi fatti innegabili quale visione per il futuro? Anche se non dobbiamo e non possiamo, i fatti confermano che stiamo puntando a una popolazione di dieci miliardi. Supponiamo che non capiti nulla di tragico – epidemie, carestie, guerre, disastri in genere – a rallentare questa corsa. La questione diventa allora: come vivremo? Di certo abbiamo necessità di spazi verdi, intatti, e questo non certo per una sorta di compiacimento psicologico. I trasporti devono modificarsi completamente, come del resto le modalità di produzione del cibo, puntando sulle alghe. Architetti, ingegneri, scienziati, ogni genere di competenze dovranno lavorare insieme per risolvere questioni progettuali del tutto nuove. Non sottovalutiamo il fatto che un mondo di dieci miliardi di persone – in una condizione come quella attuale in cui è così facile condividere informazioni e idee – è anche una formidabile intelligenza collettiva. E soprattutto con un approccio olistico. Che il risultato complessivo non coincida con la somma delle parti è un concetto fon-

damentale, ma perché? Rispondo con un esempio. Un paio di anni fa ero in India in un incontro con un’associazione di “green architects”. Mi portano

Negli ultimi 6 anni la Siria è stata colpita da una forte siccità. I contadini hanno abbandonato le campagne dove avevano sempre vissuto per riversarsi in città finendo disoccupati e senza fonti di sostentamento. Si è creata una situazione esplosiva che ha prodotto le conseguenze che tutti conosciamo a visitare un edificio certificato Leed: 120 piani, di cui 80 di appartamenti, con viste spettacolari verso il mare. L’aumento delle temperature non è un problema, dal momento che l’edificio e l’aria condizionata funzionano in base a criteri di massima ef-

Non sottovalutiamo il fatto che un mondo di 10 miliardi di persone - in una condizione come quella attuale in cui è così facile condividere informazioni e idee - è anche una formidabile intelligenza collettiva ficienza, riciclando e raccogliendo l’acqua. Però, dato che i garage si trovano inevitabilmente ai piani bassi o interrati di Mumbay, che è una città costiera, nessuno dei ricchi abitanti di questo lussuoso “green building” sarebbe contento di trovare un giorno la sua Ferrari sommersa solo perché insieme alla temperatura si è alzato anche il livello del mare. Questo è il grosso problema di non pensare a un edificio quale parte di un sistema, dato che un edificio esiste sempre in relazione e dentro un ambiente. Carlo Ezechieli

Il modello in scala 1:1 della scuola galleggiante Makoko costruita a Lagos sul delta del Niger, Leone d’Argento alla 15esima Biennale Architettura di Venezia Reporting from the Front. Fa parte del progetto di ricerca condotto da Kunlé Adeyemi (Nlé Studio) sulla costruzione di edifici per regioni soggette a frequenti inondazioni. Foto ©Italo Rondinella, courtesy La Biennale di Venezia.

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› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

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› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

432 PARK AVENUE, NEW YORK CITY

DENSITÀ E GRAVITÀ Un nuovo grattacielo arricchisce lo skyline della Grande Mela. Alto 425 metri per 85 piani, all’incrocio tra Park Avenue e Est 57th Street è stato realizzato a blocchi per resistere alla spinta del vento È firmata dall’architetto uruguaiano Rafael Viñoly la nuova torre di 85 piani fuori terra che ha cambiato lo skyline di New York City. L’edificio, secondo della città e quindicesimo al mondo per altezza, è destinato a funzioni residenziali e di tipo misto connesse alla residenza. Le residenze sono collocate ai piani intermedi e superiori del grattacielo (dal 18° al 79°), mentre ai piani inferiori (dal 1° al 15°) si trovano gli spazi comuni e i servizi. Il complesso prevede anche tre piani interrati. L’intervento edilizio si completa con due volumi di minori dimensioni adiacenti e collegati all’edificio a torre, destinati a spazi per uffici e per il commercio, ed entrambi si affacciano sulla East 57th Street. 432 Park Avenue, questo il nome del nuovo complesso, segna un passo in avanti nella progettazione e nella costruzone di edifici ad alta densità, incastrandosi nella stretta maglia urbana di Manhattan per elevarsi fino a 425 metri di altezza con un rapporto di ‘snellezza’ (la proporzione tra base e altezza) di 1:15. Dal punto di vista statico, l’edificio è com-

posto di sei blocchi, posti a diverse altezze, aventi una maglia regolare di cemento armato di tipo aperto (uno spazio meccanico aperto), che ospitano le strutture portanti verticali di cinque singoli edifici (alti ciascuno 61 metri), autonomi dal punto di vista statico. Queste soluzioni permettono all’edificio di resistere alla spinta del vento e di garantire la stabilità strutturale. Le residenze si sviluppano su 54 piani e in 104 alloggi, tutti con vista panoramica. Agli ultimi sei piani della torre sono invece collocati gli impianti di raffrescamento. La superficie complessiva di ogni singolo piano è di circa 812 metri quadrati; il taglio degli alloggi varia da una a quattro unità abitative. La sezione inferiore della torre è interamente dedicata ai servizi, utilizzabili esclusivamente dai residenti: alloggi del personale, sale per conferenze, spazi di proiezione e di incontro, ristorante con terrazza giardino, strutture sanitarie e termali, centro fitness e piscina, depositi, cantine e un’autorimessa sotterranea. Al piano terra dell’edificio è presente inol-

Lower Floors Program Diagram

Lower Floors Program Diagram

425 metri di altezza e una superficie per piano di soli 820 mq: la nuova torre residenziale di Rafael Viñoly spicca nel panorama di Manhattan (foto ©Halkin Mason).

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› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

Rafael Viñoly Architects

Single Unit Plan tre uno spazio pubblico con un’ampia aper1. Living Room Dining Room strada. tura verso la2. 56esima 3. Kitchen Il piano terra, con un’altezza al soffitto di 4. Bedroom Maids Room 3,8 metri e5.6. ambienti totalmente privi di Master Bedroom 7. Media elementi strutturali, assicura ampia fles8. Library sibilità progettuale per la configurazione 9. Gallery degli spazi e delle facility al servizio dei residenti. Tutti i servizi e i relativi accessi si trovano invece sul lato est della torre e risultano indipendenti da quelli principali. Sulla 57esima strada un secondo edificio con funzioni retail mantiene una propria identità funzionale e architettonica e, contemporaneamente, l’allineamento con la geometria della torre a cui è collegato. L’accesso al sito è segnalato da un cubo, interamente vetrato, destinato ad attività commerciali

Two Unit Plan 1. Living/ Dining Room 2. Kitchen 3. Gallery 4. Bedroom 5. Master Bedroom 6. Library

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Lo studio internazionale di architettura Rafael Viñoly Architects, che ha sede a New York e uffici a Londra, Manchester, Abu Dhabi, Buenos Aires, Chicago e Palo Alto, è stato costituito nel 1983. Negli oltre trent’anni di attività lo studio ha realizzato numerosi edifici pubblici (musei, tribunali, centri congressi, ospedali, alberghi, banche, scuole) e altrettanti edifici residenziali, commerciali e industriali. I progetti più recenti dello studio sono il Museo d’Arte di Cleveland, l’Edward Kennedy Institute di Boston, il City Football Academy di Manchester, il Mathematical Institute di Oxford, la New York University di Abu Dhabi, il Grant Park di Chicago e il nuovo ospedale di Standford. Rafael Viñoly è nato in Uruguay, ma dal 1978 vive a New York. Tra le sue realizzazioni più importanti ci sono l’International Forum di Tokyo, il centro Kimmel per le arti e lo spettacolo di Filadelfia e l’aeroporto internazionale di Carrasco a Montevideo. Fa parte dell’American Institute of Architects, del Royal Institute of British Architects e della Sociedad Central de Arquitectos di Argentina.

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www.vinoly.com 7

SCHEDA

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Realizzazione 432 Park Avenue (Park Avenue - East 57th Street, New York City; Usa) FT 5

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Single Unite Plan

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1.Living Room 2.Dining Room 3.Kitchen 4.Bedroom 5.Maids Room 6.Master Bedroom 7.Media 8.Library 9.Gallery 5

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Proprietà 56th and Park (NY) Owner, LLC Progettazione architettonica Rafael Viñoly Architects

Progettazione strutturale Wsp Cantor Seinuk Impresa costruttrice Lend Lease Altezza 425 metri Numero dei piani 85 Numero alloggi 104 Superficie del singolo piano 812 mq


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ZCB BAMBOO PAVILION, HONG KONG

FORME VIRTUOSE Progettazione digitale, antiche tecniche costruttive e materiale locale a crescita rapida

Sopra il titolo, lo scheletro strutturale in bambù del padiglione Zcb (foto ©Ramon Van Der Heuden). In basso, il progetto dello scheletro strutturale e la sezione Aa.

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Lo ZCB Bamboo Pavilion è uno spazio per eventi pubblici costruito nell’estate del 2015 per il Construction Industry Council’s Zero Carbon Building (ZCB) a Hong Kong. Si tratta di una struttura gridshell a tensione flettente di circa 350 mq, alta quattro piani e ad ampia campata. È interamente realizzata in pali naturali di bambù, ricoperti da un tessuto tensile, collegati tra loro con filo metallico in base alle tecniche cantonesi impiegate tradizionalmente per la costruzione di ponteggi. Il progetto è il risultato degli sforzi congiunti del Construction Industry

Council (Cic), della Chinese University di Hong Kong (Cuhk) e di varie imprese di costruzioni. Si basa sul lavoro di tirocinio di un uno studente presso la School of Architecture dell’Università di Hong Kong ed è stato perfezionato dal gruppo di ricerca della stessa scuola con l’aiuto di ingegneri e consulenti nel campo delle costruzioni in bambù. Il lavoro si è pertanto rivolto all’integrazione tra tecniche di progettazione computerizzate e tecniche tradizionali allo scopo di illustrare come la scuola locale di costruzione di ponteggi in bambù — ormai in via di estinzio-

ne — possa ritrovare un’incredibile attualità grazie agli strumenti digitali di modellazione, calcolo e simulazione in tempo reale. In un mondo affollato, dove la costruzione di edifici — anche nei casi qualificati come sostenibili — implica inevitabilmente un enorme dispendio di energia e di risorse, intendere un intervento non come qualcosa che semplicemente ‘riduca l’impatto’, ma come un insieme di azioni virtuose e benefiche sulla scala più ampia possibile, diventa un imperativo assoluto. ZCB è realizzato con bambù prelevato da


› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

Kristof Crolla Architetto e professore di Computational Design presso il Laboratory for Explorative Architecture & Design Ltd. (Lead) della Chinese University di Hong Kong. Dopo la laurea presso l’Università di Gand (Belgio) nel 2003 si trasferisce a Londra per il Master in Architettura presso la Architectural Association School of Architecture. Il suo lavoro di studente è stato esposto alla Biennale di Architettura di Venezia del 2006. Ha lavorato in seguito da Zaha Hadid, insegnando parallelamente presso la AA ed altre università in tutto il mondo. Attualmente stabile a Hong Kong dove con il suo studio ha ricevuto numerosi riconoscimenti per I progetti Golden Moon – 2012 Mid-Autumn Festival Lantern Wonderland. Pluripremiato, lo Zcb Bamboo Pavilion ha rievuto tra gli altri lo Small Project of the Year 2016 Award al World Architecture Festival.

Dall’alto, il completamento del cantiere con lo svolgimento del tessuto di copertura (foto ©Kevin Ng) e una vista notturna del padiglione completato (foto ©Michael Law). costruzione e, sotto una vista notturna della struttura.

una piantagione. In pratica si coltiva una foresta che, una volta tagliata e nel tempo necessario per ricrescere, potrebbe essere sostituita da un’analoga piantagione-habitat, generando un flusso altrettanto virtuoso. In questo padiglione i materiali, piante a crescita rapidissima, sono semplicemente tagliate ed assemblate con tecniche tanto antiche ed efficaci quanto la sua architettura — progettata con l’ausilio di strumenti evoluti di calcolo — è attuale e imponente

Carlo Ezechieli

SCHEDA Progetto ZCB Bamboo Pavilion a Hong Kong Committente Construction Industry Council Team di ricerca e progettazione School of Architecture della Chinese University di Hong Kong: team leader Kristof Crolla; co-leader Adam Fingrut; ricercatori Tsz Man Vincent Ip, Kin Keung Jason Lau

Consulenti ingegneria strutturale Goman Ho e Alfred Fong

Ingegnere strutturista George Chung Consulente per il bamboo Vinc Math Main contractor WM Construction Ltd Costruzione dello scheletro in bamboo Sun Hip Scaffolding Eng. Co, Ltd

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› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

IL FUTURO È BLU Alla fine potremo sopravvivere solo imitando la natura. Ecco come costruire città, edifici e fare architettura in un mondo sempre più affollato secondo Gunter Pauli, guru della sostenibiltà L’impronta interdisciplinare, sostenuta da esperienze diventate casi di studio internazionali, potrebbe fare di Gunter Pauli uno dei pionieri indiscussi di un nuovo pensiero e di una visione per il futuro. Il suo approccio è propriamente progettuale, olistico e sistemico, e pur fondandosi su questioni di ordine ambientale, si rivolge a tematiche molto estese e caratterizzate da un ampio orizzonte di trasformazione. Il suo saggio The Blue Economy del 2015, sviluppato a partire da un rapporto presentato al Club di Roma nel 2009, è un best seller. Molti temi vengono ripresi in questa intervista

Gunter Pauli Imprenditore ed economista, Pauli è il fondatore di Zeri (Zero Emission Research Initiative), rete internazionale di scienziati, studiosi ed economisti che si occupano di trovare soluzioni innovative ai grandi problemi del mondo contemporaneo, progettando nuovi modi di produzione e di consumo.

COME VIVERE NEI LIMITI DELLE RISORSE DISPONIBILI Nuova edizione di uno dei classici della scienza della sostenibilità, Blu Economy 2.0, sempre partendo dall’assunto che l’umanità spreca troppa energia e materiali, dà conto degli ultimi sviluppi e indica nuove prospettive per quei leader, politici e aziendali, che saranno capaci di individuare un modello economico incentrato sull’imitazione degli ecosistemi e la circolarità dei flussi di materia. BLUE ECONOMY 2.0 Gunter Pauli Edizioni Ambiente 348 pp – euro 25,00 ISBN 978-88-6627-173-4

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Che la pressione ambientale esercitata dalla nostra specie abbia raggiunto un livello ormai critico è un fatto su cui quasi tutti ormai concordano. Pensi che questo ecosistema così indebolito sia in grado di sostenerci ancora a lungo? È vero, ma dobbiamo sempre ricordarci che è sufficiente comprendere le condizioni di sistema, per riportare la Natura correttamente all’interno del suo percorso evolutivo. A Las Gaviotas (Colombia)

nel 1984, siamo riusciti a rigenerare la foresta pluviale in un’area che, da almeno 250 anni, era stata trasformata in savana. Abbiamo studiato i pollini e imparato letteralmente tutto sulle specie che un tempo crescevano in quel luogo, scoprendo peraltro che il Pinus caribaea (il pino dei Caraibi) era la specie pioniera. Quando ci siamo messi all’opera c’erano 17 specie erbacee, 11 delle quali non native, e una situazione in cui non era praticamente rimasta alcuna forma a di vita animale. Oggi abbiamo 2.656 specie di piante, ogni specie non-nativa è scomparsa e la fauna selvatica è ritornata. Spesso dimentichiamo o ignoriamo che è possibile creare i ponti biologici verso le piccole riserve che la Natura ha mantenuto. All’aumento di popolazione corrisponde più spazio occupato, più infrastrutture e più edifici. Questi ultimi, malgrado i progetti ‘sostenibili’ sviluppati finora, sono e rimangono la punta dell’iceberge di un’ampia catena di stress ambientale. Qual è il tuo pensiero circa il futuro di città ed edifici? Continuiamo a costruire le città come se


› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO non avessimo imparato nulla. Le città sono giungle di amianto e vetro, dove si continuano a sciacquare latrine con acqua potabile, a creare isole di calore. Le città non riciclano niente e non producono alcun tipo di alimento. A differenza della maggior parte degli studiosi che prevedono che il 75% della popolazione mondiale vivrà nelle città, sono convinto che la qualità della vita nelle città si abbasserà al punto che il mondo sarà costretto a ri-ruralizzarsi. Le città sopravvivranno solo se diventeranno ‘città vegetali’, dove ogni tetto produrrà alghe spirulina (Arthrospira platensis), dove ogni spremitrice di succo d’arancia sia collegata per legge alla fabbricazione di prodotti detergenti (tramite semplice fermentazione). Dove le piante per il trattamento delle acque reflue diventeranno una sorgente di energia capace di generare più entrate per le amministrazioni che

Spesso dimentichiamo o ignoriamo che è possibile ricostruire ponti biologici verso le piccole riserve che la natura ha conservato non le tasse sulla proprietà. L’architettura dovrà convertire gli edifici in strutture multi-generative, collegate in rete a quelle circostanti, che producano più energia di quella che consumano, provvedano autonomamente al proprio fabbisogno idrico e funzionino con sistemi intelligenti in corrente continua a 12V. Se molti scienziati dicono che 10 miliardi

di persone è il limite, come dovrebbero essere fatti allora città ed edifici in un mondo di 10 miliardi di persone? Se pensiamo a un mondo che funziona come oggi, allora 10 miliardi è già ben oltre il limite. Dobbiamo ripensare totalmente i nostri sistemi di agricoltura, alimentazione e gestione delle acque. Non dimentichiamo che già oggi per un miliardo di persone la vita è un inferno e non dà alcun cenno di miglioramento. Il primo passo è quello di raddoppiare o triplicare la nostra produttività, e questo non è possibile con l’attuale logica di Ogm o di agricoltura bio. Dobbiamo convertire l’agricoltura da 2D a 3D, e dobbiamo spostare la nostra principale fonte di alimenti dalla terra al mare. Esperienze in Sud Africa e Indonesia confermano che, una volta compreso il funzionamento della Natura, gli strumenti per farlo esistono.e Negli anni 1960 e 1970 le proto-megastrutture erano una risposta degli architetti al problema di città sempre più popolate e fuori controllo. Concentrarsi sulle città e sulla iper-densità abitativa potrebbe essere una soluzione valida e socialmente percorribile rispetto ai problemi ambientali? La megalopoli cadrà non a causa della sua densità ma per la sua incapacità di rispondere alle esigenze primarie per quanto riguarda acqua, cibo, energia, casa, salute, lavoro e istruzione. Se iniziamo a produrre cibo e generare acqua, se ci allontaniamo dalle modalità di alimentazione basate sui 5 cereali e sulle coltivazioni principali

e dal dominio delle proteine animali, vedremo ben presto un cambiamento fondamentale. Ma questo significa che una città non è una mega-città. La città deve essere pensata in modo che possa provvedere autonomamente almeno al 50% del proprio fabbisogno alimentare, ed essere autosufficiente in termini di acqua ed energia.

Il modello non è la mega-città ma una città in grado di provvedere autonomamente almeno al 50% del proprio fabbisogno alimentare e autosufficiente in materia di acqua ed energia Questo è il motivo per cui è importante studiare esempi concreti alla periferia, dato che il centro può mostrare solo casi di alto profilo (e costosi), mentre ciò di cui abbiamo bisogno sono 1.000 casi di basso profilo che costino poco e che propongano una trasformazione completa. Nella città di Quito in Ecuador abbiamo realizzato un insediamento di case popolari prefabbricate, con case di bambù, al costo di solo 1.000 dollari, con una produzione di 42 case al giorno ricavando il materiale da costruzione da una piantagione di bambù di 2.000 ettari in grado di filtrare e mettere a disposizione tutta l’acqua potabile necessaria. È questo il modello del nuovo pensiero che si rende necessario. A proposito, in caso di terremoto queste strutture di bambù danzano con il ritmo della terra, molto meglio di qualsiasi sistema di rinforzo o controventatura. Carlo Ezechieli La Fondazione Ford del 1968 di Kevin Roche e John Dinkeloo: uno dei primi esempi evoluzione del concetto Moderno di paesaggio e di elementi vegetali integrati al progetto di un edificio (foto licenza Creative Commons, contributor Kenlarry). Pagina di sinistra, la celebre Bamboo Courtyard Teahouse, la casa flottante realizzata dallo studio di architettura cinese HWCD a Yangzhou.

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› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

COMPLESSO PER UFFICI IN RAJASTHAN, INDIA

TRA ANTICO E MODERNO Il progetto di realizzazione di un complesso per uffici dello studio Sanjay Puri Architects rivisita in chiave contemporanea l’antica tradizione indiana dei pozzi a gradini per la raccolta delle acque Riserva d’acqua che contribuisce anche al microclima degli uffici ricavati parte nel terrapieno e parte nella depressione naturale del sito: una rivisitazione in chiave contemporanea degli antichi pozzi a gradini del Rajasthan (render ©Sanjay Puri Architects).

Le forme degli antichi pozzi di raccolta delle acque della regione del Rajasthan, in India, hanno ispirato a Sanjay Puri il progetto di realizzazione di un nuovo complesso per uffici. Si tratta di un sito, a forma di quadrilatero irregolare, con terreni in forte pendenza, al centro del quale è ricavata una grande cavità capace di raccogliere l’acqua, una risorsa qui assai scarsa. Il progetto del complesso per uffici è una

piccola porzione del piano di sviluppo della municipalità ed è collocato tra una zona residenziale e un’area a destinazione pubblica. Il complesso, di circa 400mila metri quadrati di superficie, crea una grande area pubblica utilizzata dai residenti della vicina borgata. I margini del sito sono collocati a differenti quote (da 118 a 90 metri slm), mentre al centro è presente una depressione naturale.

Il progetto si ispira alle tecniche di realizzazione degli antichi pozzi d’acqua come quello famosissimo di Chand Baori presso Jaipur, sempre in Rajasthan. Gli uffici sono stati collocati lungo il lato nord del sito su sei differenti livelli, che degradano dall’alto verso il basso formando delle terrazze panoramiche di fronte a ciascun ufficio. Il fronte sud invece, pressoché privo di aperture, è sagomato con piattaforme a gradini lungo tutto il perimetro del complesso. Per garantire un’adeguata illuminazione naturale, la profondità degli uffici varia da sei a sette metri e mezzo. Dall’esterno si notano solo i terrapieni a protezione del lato sud del sito, con passaggi per consentire l’ingresso degli autoveicoli privati al parcheggio coperto posto sotto l’edificio. Il progetto si rapporta al contesto del luogo e alla sua esposizione climatica, garantendo così bassi consumi di energia e una riserva idrica di primaria importanza. L’edificio sarà realizzato in pietra arenaria locale, disponibile nelle immediate vicinanze del sito. Grazie alle soluzioni architettoniche individuate, il progetto avrà un’elevata efficienza energetica

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› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

Sanjay Puri Architects Fondato a Mumbai nel 1992 da Sanjay Puri, lo studio Sanjay Puri Architects ha completato con successo oltre 600 progetti in più di 40 città indiane e ha vinto concorsi di progettazione negli Stati Uniti, in Spagna, Montenegro, Mauritius e negli Emirati Arabi. La società, che oggi conta 72 architetti, ha ricevuto più di 100 premi internazionali, tra cui 14 Mipim Award e, consecutivamente negli ultimi 11 anni, l’India Top Ten architects award di Construction World. Oggi lo studio prosegue la propria esplorazione di nuovi territori di percezione spaziale che, partendo dai valori intrinseci del patrimonio e della cultura indiana, possano offrire soluzioni originali e ambientalmente compatibili alle esigenze della vita contemporanea. www.sanjaypuriarchitects.com

In alto, piante, dettagli e una sezione del sito, visto qui accanto nel suo insieme in un render a volo d’uccello (render e disegni ©Sanjay Puri Architects).

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› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

Marcello D’Olivo al lavoro nel suo studio di Trieste, 1953. Courtesy Gallerie del Progetto, Udine.

Alcuni disegni di D’Olivo che rappresentano il concetto di analogia tra l’albero e la città ecologica conservati alle Gallerie del Progetto di Udine. L’architetto friulano paragona gli elementi costitutivi di un ambiente antropico a quelli del mondo vegetale. Courtesy Gallerie del Progetto, Udine.

IL LIBRO MANIFESTO DI MARCELLO D’OLIVO

I TRENT’ANNI DI ECOTOWN Era il 1986 quando l’architetto friulano, esponente dell’architettura organica sperimentale pubblicava con Pietro Mainardis de Campo la riflessione sulla città ecologica ed ecosostenibile L’Ecotown di Marcello D’Olivo e Pietro Mainardis de Campo ha compiuto trent’anni. Era infatti il 1986 quando usciva il volume Ecotown-Ecoway. Utopia ragionata, una riflessione sulla città ecologica ed ecosostenibile a cui D’Olivo, esponente dell’architettura organica sperimentale che sposava il concetto di rapporto armonioso tra architettura e natura, approdava dopo una ricerca di oltre vent’anni. Le testimonianze avanguardistiche di Ecotown sono conservate nella città natale di D’Olivo, alle Gallerie del Progetto dei civici musei di Udine, che custodiscono 5.500 disegni dell’architetto friulano per progetti realizzati tra Europa, Africa e Medio Oriente. Nell’utopia ragionata viene declinata l’ipotesi di costruire una città nel territorio compreso tra Padova, Mestre e Treviso, prendendo in considerazione una superficie di 360 chilometri quadrati su cui insediare una città per un milione di abitanti. Un anello chiuso con un diametro di tre chilometri. Alla base di tutto il concetto di analogia tra l’albero e la città ecologica, rappresentato su un disegno conservato alle Gallerie del Progetto, in cui D’Olivo paragona gli elementi costitutivi di un ambiente antropico a quelli del mondo vegetale. «Ecotown ha, come l’albero, un tronco dove corrono i trasporti e, similmente ad esso, sui rami si attaccano le foglie; qui le foglie sono le case. Queste case sono i Gradienti», scriveva D’Olivo nel suo libro-manifesto. [ 38 ]

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Il Gradiente - termine mutuato dalla matematica - è il prototipo di un’unità abitativa alla quale Marcello D’Olivo lavora già a partire dagli Anni Cinquanta: la forma dell’edificio è quella di un anello aperto che si sviluppa per tre quarti di circonferenza, con piani digradanti verso le estremità. Le zone verdi sono situate all’interno e all’esterno dell’anello, preservando un rapporto di equilibrio con la natura circostante. Nel progettare il Gradiente, l’architetto si rifà agli anfiteatri costruiti per primi dai Greci, dove gli spettatori, pur godendo di opere d’arte realizzate dall’uomo, sono a contatto con la natura circostante. Nella sua opera c’è un’ulteriore intuizione: limitare l’occupazione del suolo sviluppando gli edifici in forma di triangolo rovesciato, cioè con la punta verso il basso. Il Gradiente non è un progetto per un luogo, bensì un modello universale di mini-città autoconclusa che rispetti la natura minimizzando l’impiego di territorio e massimizzando la conservazione dell’ambiente naturale. Sostanzialmente D’Olivo riduce scientificamente i percorsi e gli spazi vuoti di una città diffusa concentrandola in macrostrutture autosufficienti. L’idea di ecologia non è quella di rinuncia, ma di simbiosi con la natura che ne riprenda i meccanismi di funzionamento mediati dallo sviluppo tecnologico: ventilazione naturale e sfruttamento delle energie rinnovabili sono tra i pilastri della sua architettura

L’archivio dei disegni di Marcello D’Olivo: www.civicimuseiudine.it


› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

WOHA

TERRENI MULTIPLI La consapevolezza nel rapporto con il contesto urbano e geografico-ambientale nel progetto per l’Oasia Hotel Downtown di Singapore di WOHA


› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

A

l momento del loro ritrovamento, le piramidi Maya si presentavano come misteriose e verdi montagne che si innalzavano da foreste sconfinate. Con il crollo di quell’antica civiltà, avvenuto quasi 500 anni prima, le città e i monumenti erano stati abbandonati, la vegetazione li aveva progressivamente avvolti fino a nasconderne completamente le sembianze. Di fatto erano stati annullati, riassimilati ad un ordine molto più esteso che non il breve periodo che era stato spettatore della loro nascita, ascesa e declino. Come per le rovine Maya, quando un edificio cade in abbandono, la vita, sotto forma di vegetali, se ne riappropria, disgregandolo lentamente. Quando però – secondo una tendenza, ormai molto diffusa in architettura – questo processo di ‘riappropriazione vegetale’ è il risultato di un’intenzione, rivela una sorta di conflitto. Un dilemma tra il ‘dovere’ di edificare e l’intenzione di negare l’esistenza stessa dell’edificio, inteso – più o meno consapevolmente – come la causa primaria della violazione di un suolo e di un ordine già fin troppo violati. Oppure tutto questo coincide, come già per i tetti piani e verdi teorizzati da Le Corbusier, con la volontà di ricostituire un equilibrio infranto? Forse entrambe le cose e, in alcuni

In apertura e in questa pagina, l’Hotel Oasia ripreso dal drone (foto ©K. Kopter).

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progetti, questo duplice approccio emerge con particolare intensità. L’Hotel Oasia di Singapore di Woha, in forma ben lontana dalla banalità di molte recenti proposte, sembra incorporare simultaneamente questi due atteggiamenti: da un lato il fascino estetizzante della rovina, dall’altro la volontà programmatica di compensare una sorta di perdita. Il criterio di base è quello della moltiplicazione di suoli attraverso una sequenza di giardini pensili. La loro scala, oltre a ricreare un sistema di visuali interne in un contesto talmente fitto da impedire viste significative verso l’esterno, si pone in diretto rapporto con la città. I grandi sky-garden si caratterizzano infatti come vere e proprie verande urbane: una sorta di moltiplicazione del suolo pubblico che risponde alle condizioni geografico-ambientali e urbane di una città di altissima densità come Singapore. Questa torre vivente offre alla luce naturale e all’aria corrente la possibilità di entrare nell’edificio, e come in passato, di assecondare le caratteristiche ambientali, rifuggendo la logica dell’involucro sigillato tipica dei convenzionali, scintillanti grattacieli. Il verde è utilizzato in modo esteso come un trattamento di superficie fino a diventare l’elemento principale, sia internamente che


› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO SCHEDA Progetto Oasia Hotel Downtown Località Singapore, 100 Peck Seah Street Committente Far East Soho Pte Ltd Progetto architettonico Woha Team di progettazione Wong Mun Summ, Richard Hassell, Phua Hong Wei, Bernard Lee, Kim Young Beom, Evelyn Ng, Christina Ong, Huang Yue, Larissa Tan, Chen Shunann, Iyan Mulyadi, Oscar Korintus, Victoria Meadows, Simopoulou Olympia Konstantinou, Donovan Soon, Ang Chow Hwee, Dennis Kwek

Progetto degli interni Patricia Urquiola Progettazione impiantistica (MEP) Rankine & Hill (S) Pte Ltd

Progettazione strutturale Ktp Consultants Pte Ltd Progetto del paesaggio (consulente) Sitetectonix Pte Ltd

Main contractor Woh Hup Ltd Tempi 2011-2016 Superficie lorda totale 19.416 mq Superficie del lotto 2.311,4 mq Altezza 199 metri Numero di piani 27 Uffici 100 Camere d’albergo 314 Sky-terraces 4 (al 6°, 12°, 21° e 27° piano) Specie vegetali presenti 54 Box per la coltivazione 1.793 Dimensioni di ogni box (mm) 1.100x650x1.050 Investimento (stima) 91.000.000 di euro

esternamente. Con una Green Plot Ratio (ovvero l’indice di sviluppo fogliare per unità di superficie occupata) di 1,10 la torre è intesa per diventare un rifugio per uccelli e altri animali, introducendo così un’isola di diversità biologica nello sterile ambiente urbano. La massa verde compensa la totale assenza di vegetazione nell’area urbana immediatamente circostante e la griglia di rivestimento, in alluminio rosso, è pensata come sfondo e supporto per le 21 differenti specie di ram-

WOHA Fondato a Singapore nel 1994 da Wong Mun Summ e Richard Hassell (nella foto di Mark Teo), con una profonda conoscenza del contesto tropicale in cui opera, Woha si distingue per le forme architettoniche porose in grado di mediare il paesaggio con gli spazi abitati. Si tratta spesso di mix unici tra funzionalità e invenzione che impattano anche sulla forma urbana delle città del Sud-Est asiatico e dell’Australia dove lo studio prevalentemente opera. Questo approccio, teso a migliorare la qualità della vita in ambienti ad alta densità urbana, è ben illustrato nel volume Garden City Mega City, che Woha ha presentato all’ultima Biennale di Architettura di Venezia. Tra i numerosi riconoscimenti ricevuti, il Premio Aga Khan nel 2007 per una torre residenziale a Singapore e il Riba Lubetkin Award nel 2011 per il Met di Bangkok. Il loro ParkRoyal on Pickering hotel inaugurato nel 2013 (v. IoArch 59) ha ottenuto un World Architecture Festival Award nel 2013, il Grand Award asiatico nel 2014 e l’Urban Habitat Award del Ctbuh nel 2015. www.woha.net

picanti, con fioriture colorate, che mettono a disposizione un habitat per uccelli e insetti. I rampicanti formano un mosaico che varia in base alle condizioni più adatte di luce, ombra o vento. L’Oasia Hotel è un’opera di architettura che, pur utilizzando la vegetazione come motivo estetico, rappresenta una concessione ad una natura programmaticamente esclusa, nella consapevolezza che quest’ultima è sempre pronta a riprendere i propri, legittimi spazi Carlo Ezechieli

Due immagini dell’atrio e le sky-terraces viste in sezione (foto ©Patrick Bingham-Hall).

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› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

DRONEPORT PROJECT, FOSTER+PARTNERS

LOW COST PER L’AFRICA Nel 2050 la popolazione africana sarà di 2,2 miliardi, il doppio rispetto a oggi, in un continente privo di infrastrutture. Con un salto tecnologico a basso costo Jonathan Ledgard e Norman Foster hanno progettato una rete di autostrade del cielo percorse da droni-cargo e piccoli aeroporti che saranno i nuovi hub delle comunità locali «Hai progettato il più grande aeroporto del mondo (il terminal 3 di Pechino, NdR) ora disegna il più piccolo». Con queste parole Jonathan Ledgard dell’Epfl ha proposto a Norman Foster di sposare l’idea dei droni-cargo. Sopra, il prototipo in scala 1:1 costruito in dieci giorni a Venezia da un team di studenti del Politecnico di Madrid e del Mit di Cambridge (foto courtesy LafargeHolcim Foundation).

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Solo un salto tecnologico permetterà all’Africa di colmare il gap tra la pressione demografica e la scarsità di infrastrutture. Del resto è appena accaduto: ovviando all’assenza di sistemi di comunicazione tradizionale, i telefoni cellulari si sono diffusi capillarmente sul continente e oggi gran parte della popolazione ne fa un uso anche più creativo di quanto non avvenga nel nord del mondo. L’idea che Jonathan Ledgard, giornalista, scrittore e docente all’Epfl di Losanna, ha condiviso con lord Norman Foster, di creare una linea di droni-cargo per il trasporto di medicinali e altri beni in Rwanda, è esattamente il salto tecnologico necessario per

evitare la costruzione, lunga e costosa, di tradizionali infrastrutture di trasporto: un drone può superare fiumi e montagne dove non esistono ponti e gallerie. Quella dei droni poi è una tecnologia in costante evoluzione. Così, se la Redline, la prima linea che nella mente di Ledgard dovrebbe avere la capacità di trasmettere una visione, come avvenne con la prima ferrovia Liverpool-Manchester (per inciso, Foster è nato a Manchester), sarà lunga 80 chilometri, in un prossimo futuro i droni potranno percorrere centinaia di chilometri trasportando carichi di almeno 20 Kg. Potrebbero nascere allora le Blueline, una rete di linee di droni-cargo che copra tutto il con-

tinente africano ma anche altri luoghi remoti del pianeta, ad esempio nella Cina interna. Ma perché costruire anche i Droneport? Un drone potrebbe semplicemente planare in una radura, scaricare beni di prima necessità e ripartire. Perché – è la risposta di lord Norman Foster – il Droneport è l’innesco del cambiamento. Pensato come una stazione di servizio dove ricaricare e riparare i droni, è soprattutto un nuovo genere di edificio civile: hub sociale, ambulatorio, farmacia e mercato. Il progetto Droneport non è semplicemente un’altra operazione umanitaria ma l’avvio di un nuovo mercato, interessante ad esempio per imprese dell’e-commerce e multi-


› PROGETTI PER UN MONDO AFFOLLATO

nazionali del farmaco (pensate a campagne di vaccinazione di massa oggi impossibili da realizzare proprio a causa dell’assenza di infrastrutture) e dove potranno trovare lavoro popolazioni locali. A cominciare dalla costruzione dei Droneport stessi, progettati con strumenti high-tech per poter poi essere costruiti con risorse locali e scarse abilità tecniche, in cantieri a bassa tecnologia e alta intensità di manodopera. L’eleganza dell’arco a doppia curvatura, che renderà i cluster di moduli-base riconoscibili dovunque sorgeranno, è conseguenza dell’idea formale e delle soluzioni tecniche pensate per renderlo leggero, economico e

Un’altra immagine del prototipo di Venezia e, a sinistra, particolare della volta a doppia curvatura costruita con tegole DuraBric in terra pressata sviluppate dal centro ricerche LafargeHolcim di Lione (foto ©Nigel Young e The Norman Foster Foundation).

la forma della volta è determinata da una rete tridimensionale di forze in compressione per cui i carichi sono il risultato del peso proprio della struttura (diagramma courtesy Block Research Group, ETH Zurigo).

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OCCH PER UN MONDO AFFOLLATO › PROGETTI strutturalmente adatto alla funzione, alle condizioni locali e all’uso di materiali in sé scarsamente robusti. Nato meno di due anni fa, il progetto Droneport ha già trovato la sua prima realizzazione pratica nel prototipo in scala 1:1 allestito in dieci giorni da un gruppo di studenti sulle rive dell’Arsenale per la Biennale Architettura di Alejandro Aravena, e per la fine del 2017 è prevista l’inaugurazione della prima Redline in Rwanda. Un progetto sviluppato globalmente per realizzazioni locali: dalla Svizzera a Londra passando per Cambridge negli Stati Uniti. Assenti di rilievo, almeno per il momento, politici e pubbliche istituzioni africane, ovvero coloro che dovrebbero occuparsi del futuro delle popolazioni che governano

Antonio Morlacchi Un momento della costruzione del prototipo (foto ©Luisel Zaias e Odb Engineering) e, sotto, una semplice struttura provvisionale regge le corde che servono da guida per seguire le curvature da progetto (foto courtesy LafargeHolcim Foundation).

SCHEDA Progetto Droneport Committente The Norman Foster Foundation, Madrid

Da un’idea di Jonathan Ledgard, Afrotech Epfl, Losanna; Lorenz Meyer, Eth Zurigo; lord Norman Foster

Progetto architettonico Foster+Partner, Londra Madrid: Norman Foster, Narinder Singh Sagoo, Roger Ridsdill-Smith, Emma Gibb, Tom Budd, Tom Cubitt, Andy Coward, Jonathan Cox, Taba Rasti

Analisi e progettazione strutturale Block Research Group, Eth Zurigo: team leader Philippe Block; team Tom Van Mele, Hannes Hofmann, Tomás Méndez, Noelle Paulson; Odb Engineering

Ricerca sui materiali LafargeHolcim Research Centre, Lione

Analisi progetto costruttivo John Ochsendorf, MIT, Cambridge Ma

Progetto costruttivo Università Politecnica di Madrid: Santiago Huerta-Fernandez, Paula Fuentes, Ignacio J. Gil

Team di costruzione Carlos Martin Jiménez, Madrid; Sixto Cordero; Luisel Zayas Sponsor LafargeHolcim Foundation for Sustainable Construction, Zurigo

ADOBE TECNOLOGICI LafargeHolcim ha sviluppato Durabric, mattoni di terra e sabbia pressate e legate da una piccola percentuale (5%) di cemento, in Indonesia, Malawi e Tanzania. Trattandosi di una tecnologia facilmente trasferibile, LafargeHolcim Foundation for Sustainable Construction ha sostenuto l’utilizzo di Durabric per costruire il prototipo esposto alla Biennale di Architettura di Venezia. Per questo obiettivo il centro ricerche LafargeHolcim ha lavorato per trasformare i mattoni, pensati per murature portanti, in briquettes più leggere adatte alla costruzione della volta del Droneport, riducendone [ 44 ]

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lo spessore ma conservando la resistenza meccanica necessaria. Si è lavorato per questo sulla composizione delle materie prime, sulla tecnica di compressione e sulla creazione di strumenti semplici per analizzare la composizione del terreno, così da poter fabbricare queste tegole direttamente in loco utilizzando la terra del cantiere, migliorando ulteriormente un carbon footprint già ridotto al minimo, dal momento che la loro fabbricazione non comporta l’uso di energia.


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› ARCHITETTURE RELIGIOSE

SAN GIOVANNI BATTISTA DI CASTENASO, BOLOGNA

NUOVA LUCE PER LA COMUNITÀ

Dopo decenni di attesa, la nuova chiesa del centro bolognese celebra il ritrovato rapporto con la città. Grazie anche a un’illuminazione essenziale e mai autocelebrativa. Il progetto di Gian Franco Giovannini e Roberto Tranquilli con i sistemi illuminotecnici di Platek Il nuovo complesso parrocchiale di San Giovanni Battista a Castenaso, centro urbano nei pressi di Bologna, inaugurato lo scorso settembre, ha una lunga storia alle spalle. L’idea di realizzare una nuova chiesa per il paese, che negli anni ha aumentato la propria popolazione ma che è privo di un luogo definibile come centro, risale agli anni Sessanta. Un’idea che si è concretizzata solo di recente sulla spinta dei parroci che si sono alternati nel corso degli anni e dei progettisti, gli ingegneri Gian Franco Giovannini e Roberto Tranquilli, che hanno lavorato questo progetto per lungo tempo. [ 46 ]

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I punti chiave connessi alla nuova realizzazione riguardano la ristrutturazione delle opere parrocchiali, la realizzazione della nuova chiesa e del nuovo campanile. «Il nostro - afferma Giovannini - è stato un progetto urbanistico, per il quale la chiesa ora è diventata davvero il cuore del paese, un punto strategico della cittadina bolognese». Il nuovo edificio di culto si colloca infatti all’intersezione di nuovi percorsi urbani, della piazza del mercato, del centro culturale e della biblioteca. Il progetto ha previsto anche la realizzazione di un maestoso campanile di 35 metri di

altezza, dove sono state collocate le quattro campane del campanile della precedente chiesa, distrutto durante la seconda guerra mondiale. A queste ne sono state aggiunte tre nuove, comandante elettricamente. Un elemento importante dell’edificio riguarda l’aspetto illuminotecnico. In un progetto di architettura contemporaneo e sinergico con la città, la luce gioca un ruolo importante per la definizione dei volumi e per dare risalto alle forme delle opere realizzate. Una valorizzazione ottenuta con il posizionamento degli incassi a pavimento Mini di


› ARCHITETTURE RELIGIOSE

Platek, prodotti lighting che esaltano la colonna portante della facciata con efficienza luminosa e un effetto di mimetizzazione. Proseguendo poi verso il sagrato e le calate della tettoia frontale, si apprezzano le linee di luce degli apparecchi Mini Corniche che definiscono i contorni e i profili della struttura. La sagoma della chiesa, cuore dell’intero intervento, fulcro accentratore di poli religiosi e laici, è disegnata nell’oscurità da proiettori One, dall’impercettibile presenza fisica e dal fascio di luce di grande efficacia, soluzione ideale per illuminare il tetto e

individuare la parrocchia come riferimento luminoso, anche da grandi distanze. La retroilluminazione dei graticci frontali, ottenuta con corpi lighting lineari mimetizzati, evoca la luce divina: accogliente, mai invasiva, un’aura che invita il fedele a varcare l’ingresso facendolo sentire apprezzato membro della comunità religiosa. Per l’antico battistero, mantenuto e ricollocato, sono stati adottati corpi illuminanti che concentrano il fascio luminoso sui soggetti religiosi, evitando di contaminare gli elementi circostanti: risultato raggiunto con due proiettori focalizzanti che pongono

in risalto il battistero rispetto alla parte di facciata buia. Il campanile si pone come emblema di tutti i cittadini, metafora non solo di un’ascesa religiosa ma anche di una rinascita laica. La nuova torre campanaria, che prende il posto di quella distrutta nel 1944, sorge da uno specchio d’acqua che simboleggia il fiume Giordano dove sono stati posizionati proiettori 2600 Atlantique Bronzo sotto il pelo dell’acqua, creando, con la loro mobilità, un effetto di luce che valorizza le pareti curve della struttura. Per illuminare poi la statua di San Giovanni, sempre collocata

In apertura, l’ingresso della chiesa con l’imponente torre campanaria, che sorge da uno specchio d’acqua (foto in alto a sinistra). A destra, l’antico battistero, recuperato (foto ©Platek).

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› ARCHITETTURE RELIGIOSE

I prospetti della nuova chiesa di Castenaso e, accanto alla foto del modello, lo spaccato assonometrico dei diversi livellli. Nelle foto, gli interni della chiesa (foto courtesy Platek, disegni Šstudio Giovannini).

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› ARCHITETTURE RELIGIOSE

Gian Franco Giovannini Roberto Tranquilli Gli ingegneri Gian Franco Giovannini e Roberto Tranquilli (entrambi laureati a Bologna) collaborano in via continuativa presso lo studio Ingegneria Architettura Urbanistica Giovannini di Castenaso. L’attività di progettazione dello studio, che comprende altri tre professionisti, spazia, con approccio integrato, dalla scala urbanisticoattuativa a quella architettonico-esecutiva, con l’intento di sintetizzare nel progetto il rigore dell’ingegneria e la creatività dell’architettura e prestando grande attenzione alle simulazioni economiche con modelli di fattibilità e di resa economica. Negli ultimi anni una parte dello studio ha approfondito, in stretta collaborazione con liturgisti, artisti, lighting e sound designer, tematiche relative all’architettura degli spazi sacri. Gian Franco Giovannini è stato anche membro della commissione edilizia dei Comuni di Minerbio e di Imola nonchè del comitato consultivo della Regione Emilia-Romagna come esperto in urbanistica. L’ingegner Tranquilli, oltre all’attività professionale, è collaboratore didattico presso la facoltà di Ingegneria dell’università di Bologna dopo essere stato per diversi anni professore a contratto presso la sede di Ravenna.

nel laghetto esterno, il proiettore Nettuno diventa fisicamente la metafora della luce che nasce dall’acqua, ancestrale icona della vita. Le grandi vetrate della chiesa, alternate ad ampie pareti effetto brise-soleil in listelli di cotto, sono state progettate in modo da consentire costante illuminazione diurna della struttura, in posizione zenitale a nord nel fonte battesimale, a sud nella custodia del Santissimo e nel coro. L’interno si trova così avvolto perimetralmente da tenui bagliori di luce, mutevoli con il passare delle ore, conservando nel cuore dell’aula domenicale un’atmosfera soffusa e raccolta, ideale per la meditazione e la preghiera. Dai primi momenti del crepuscolo, invece, fino all’oscurità della notte, l’illuminazione degli spazi interni mima il comportamento di quella diurna attraverso la sapiente collocazione della luce in punti strategici come i corridoi, lo sfondo dell’aula e il presbiterio, che ospita altare, ambone e sedute dei ministranti. L’immagine del Cristo in croce è illuminata contemporaneamente dall’alto e dal basso con l’utilizzo di apparecchi illuminotecnici dalle ottiche ellissoidali, prodotti che, con la loro perfetta miniaturizzazione, imitano la pienezza della luce solare senza dare percezione della loro presenza

SCHEDA Progetto Chiesa della Madonna del Buon Consiglio Committente Parrocchia di San Giovanni Battista Località Castenaso (BO) Progettazione architettonica e direzione artistica

CORPI ILLUMINANTI LED DI PLATEK 1700 Nettuno Proiettore potenza sorgente 14,5W, flussi luminosi da 1000 a 1500 lm o da 1501 a 2000 lm

Mini Corniche 900 e 1200 da incasso a pavimento Potenze sorgente 10, 35 o 50W, flussi luminosi da 1 a 1000 lm o da 1001 a 1500 lm

Ing. Gian Franco Giovannini e Ing. Roberto Tranquilli

Nano XL proiettore Potenze sorgente 7 o 15W, flussi luminosi da 1 a

Direzione lavori Ing. Gian Franco Giovannini Progetto strutturale Ing. Marco Fabbri

Pix 26 parete Potenze sorgente 7,5 o 11W, flussi luminosi da 1 a 1000

e Ing. Cesare Prampolini

Analisi energetica e impiantistica Ing. Alessio Amorati e Ing. Francesco Piergiovanni

Percorso iconografico Prof. Luigi Enzo Mattei General contractor Cmcf (Cooperativa Muratori Cementisti Faenza)

Sistemi illuminotecnici Platek Srl Area di intervento 15.000 mq Posti a sedere 500

1000 lm o da 1001 a 1500 lm lm o da 1001 a 1500 lm

One e Mini One Proiettori 900 Micro Potenze sorgente 2,5 o 5W Tetra Parco colonna Altezze da 1300 a 2600 mm, potenze sorgente 24, 35, 37 o 70W, flussi luminosi da 2001 a 4000 lm o da 4001 a 10000 lm

400 Nano Potenza sorgente 2,5W, flussi luminosi 210/230 lm 1200 Small Proiettore 2600 Atlantique proiettore Bronzo Potenze sorgente 29 o 40,5W Spring Proiettore Potenze sorgente 37 o 45W, flussi luminosi fino a 10000 lm

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› ARCHITETTURA D’INTERNI

SCUOLA SPAGNOLA DI STORIA E ARCHEOLOGIA, ROMA

INTEGRAZIONI SPAZIALI Vuoti verticali e partizioni smaterializzate rendono luminosi gli ambienti distribuiti sui cinque piani di un palazzo nel centro storico della capitale oggi sede di questa fondazione culturale. Progetto di Schiattarella Associati con Salvatore Nicoletti

La biblioteca al piano terra, caratterizzata da una vela a onde che ne aumenta la luminosità, è aperta al pubblico. Nella foto piccola una vista esterna del palazzo acquistato dal governo spagnolo oggetto del progetto di ristrutturazione. Le foto della pagina di destra illustrano la qualità dell’intervento, volto a creare ambienti interni luminosi attraverso la creazione di volumi vuoti, orizzontali e verticali, e la smaterializzazione di alcune pareti (foto ©Luigi Filetici).

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La Escuela Española de Historia y Arqueologia di Roma, che dal 1910 svolge attività di ricerca storico-archeologica e promozione culturale e scientifica, ha recentemente deciso di acquistare e recuperare un edificio storico nel centro della città, all’angolo tra le vie delle Tre Cannelle e di Santa Eufemia, a pochi metri da piazza Venezia. Il Consejo Superior de Investigaciòn Cientifica del Ministerio de Economia y Competitividad, proprietario dell’immobile, ha affidato l’incarico della totale riprogettazione dei cinque piani del palazzo allo studio romano Schiattarella Associati, che vanta un know how legato ad alcuni progetti significativi, tra cui il Seul Metropolitan Museum, il Children Museum di Kyonaggi e un centro polifunzionale a Pechino. L’Eehar - questa la sigla della scuola -

promuove le attività scientifiche svolte da specialisti del settore e da borsisti residenti e assolve anche a un’attività di divulgazione scientifica pubblica. Per questa ragione, l’edificio è concepito per un utilizzo multifunzionale che è allo stesso tempo didattico, archivistico e documentale, di comunicazione e promozione culturale, di laboratorio, amministrativo e residenziale. L’edificio, che si compone di cinque piani per una superficie complessiva di 1.600 metri quadrati, è servito da due ascensori e due corpi-scala, che distinguono nettamente i collegamenti destinati ai visitatori da quelli per gli impiegati e i ricercatori. L’obiettivo principale del progetto è stato quello di integrare le diverse attività da un punto di vista operativo-funzionale, nonchè spaziale e percettivo. Per questo, gli interni sono caratterizzati da una serie


› ARCHITETTURA D’INTERNI

di cavità verticali e orizzontali che tagliano i solai, permettendo alla luce di penetrare profondamente nell’edificio attraverso vere e proprie incavature passanti. Allo stesso tempo molte pareti si smaterializzano per permettere alla luce di diffondersi e creare compenetrazioni. Anche i movimenti delle forme e i materiali prescelti sono funzionali all’ottenimento della massima illuminazione, in un sistema equilibrato di vuoti dove si sviluppano gli spazi entro i quali si svolge la vita dell’istituto. È proprio questa complessità spaziale, disegnata da un’architettura rigorosa di linee essenziali, a rappresentare il filo conduttore della logica progettuale. La biblioteca situata al piano terra, vera e propria vetrina dell’attività pubblica dell’Istituto, è anche il manifesto del progetto: una superficie rigata e corrugata sembra levitare, leggera, su uno spazio fatto di luce e dai toni cromatici soffusi. Il primo piano, che accoglie le aree destinate a convegni e attività seminariali, ospita la sala conferenze, definita da uno spazio fortemente allungato che taglia orizzontalmente il volume dell’edificio, sopra la quale è sospesa una superficie in legno rigato. Il secondo piano ospita invece gli ambien-

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› ARCHITETTURA D’INTERNI

Schiattarella Associati Schiattarella Associati è uno studio internazionale di progettazione fondato nel 1970 con sede a Roma che opera nel settore dell’architettura, dell’urban planning e del design. Il team di lavoro, composto da Amedeo, Andrea e Paola Schiattarella e da un folto gruppo di giovani architetti e designer, è attualmente coinvolto in un numero significativo di progetti in Europa e in Medio Oriente (il più recente, l’Addirriyah Contemporary Art Center in Arabia Saudita, ha già ricevuto due premi) e vanta molteplici premi e riconoscimenti a livello internazionale. Numerosi i riconoscimenti per l’attività di Amedeo Schiattarella: presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma dal 1999 al 2012, fondatore nel 2001 della Casa dell’Architettura di Roma, insignito nel 2005 del titolo di Officier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministero della Cultura della Repubblica Francese, Professore Emerito dal 2012 e Accademico dell’International Academy of Architecture dal 2014. www.schiattarella.com

ti destinati alla ricerca, le sale lettura e i laboratori, mentre al terzo piano si trovano due ali distinte: in una sono ubicati gli uffici amministrativi e nell’altra le residenze per i visiting professor e i borsisti. Il quarto piano accoglie gli studi individuali dei ricercatori, una sala riunioni, gli archivi, alcuni spazi di servizio e una saletta coffee break. Al quinto piano infine trova spazio la residenza del direttore della scuola. Qui e sul piano superiore si trovano anche le due terrazze che coronano il palazzo, l’una servita direttamente da un ascensore panoramico in vetro e l’altra, posta sulla sommità dell’edificio, dominata dalla presenza delle cupole barocche della chiesa del SS. Nome di Maria e di quella di S. Maria di Loreto, con uno straordinario affaccio sui Fori Imperiali e sulla [ 52 ]

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Colonna di Traiano. La Scuola Spagnola, con la serialità delle sue linee e le forme sospese, restituisce volume al vuoto, inteso come spazio intermedio e funzionale, spazio vissuto dai diversi interlocutori e ospiti della struttura. Un progetto che incarna il concetto di responsabilità nei confronti della collettività, in cui ogni innovazione strutturale, stilistica e formale è sempre indirizzata a favorire le esperienze, gli scambi e le relazioni all’interno di accurati progetti architettonici e urbanistici. L’idea progettuale di Schiattarella Associati sviluppa un principio teorico che da anni è oggetto di sperimentazione e ricerca presso lo studio: il rapporto tra le geometrie solide e i vuoti, il dialogo armonico e ambivalente tra la staticità e il dinamismo dello spazio

SCHEDA Progetto Recupero architettonico, estetico e funzionale della Escuela Española de Historia y Arqueologia di Roma

Committente Consejo Superior de Investigaciòn Cientifica - Ministerio de Economia y Competitividad

Località Roma, via Santa Eufemia 13 Anno 2011-2016 Progettazione Schiattarella Associati e architetto Salvatore Nicoletti

Progetto delle strutture Proge 77, Ing. Braga Impianti Ing. Guerrisi, Ing. Giovannella Impresa costruttrice Cleop (Valencia) Superficie dell’intervento 1.600 mq

Altre immagini degli ambienti interni della Escuele Espanola de Historia y Arqueologia (foto ©Luigi Filetici) e il disegno concettuale dell’intervento: dallo stato di fatto alle richieste della committenza alla soluzione spaziale e strutturale adottata.


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› SEGNALETICA

Daniele Moro | Ruggero Biondo Entrambi laureati in Architettura al Politecnico di Milano, con una formazione basata sul recupero dell’esistente, restauro, nuove costruzioni, housing, interior, dal 2013 collaborano stabilmente nella realizzazione di opere pubbliche e private caratterizzate da una continua ricerca di nuove soluzioni capaci di coniugare elevate prestazioni, innovazione e qualità architettonica. Insieme hanno partecipato a concorsi nazionali e internazionali e sono in corso di definizione progetti a grande scala in Albania, Brasile e Vietnam. Alla progettazione architettonica affiancano - con il supporto di Alessio Biondo, ingegnere - lo studio di strutture complesse, la realizzazione di allestimenti per mostre ed eventi, grafica e design. Come membri della Commisisone Cultura dell’Ordine degli Architetti P.P.C. di Novara collaborano all’organizzazione della manifestazione biennale novarArchitettura.

IL PIANO DELLA SEGNALETICA STORICO-CULTURALE DI NOVARA

LA PORTA URBANA Totem, infopoint e portali confluiscono in un sistema unitario sviluppato da un team di progettazione interdisciplinare che favorisce la fruizione turistica di 88 beni di interesse storico-culturale della città di Novara

In alto, un info-point a portale. Realizzato in CorTen con pannelli grafici pensati per offrire la massima leggibilità. (foto ©Francesca Garagnani).

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Malgrado le migliori intenzioni progettuali ogni città, oltre che di oggetti architettonici, è densamente popolata di segni grafici incoerenti, legali, semi-legali o spontanei, che aggiungono confusione al paesaggio urbano. Considerando da vicino il solo tema del vasto patrimonio storico-culturale dal quale tale paesaggio, specie in Italia, trae origine, il danno è duplice: da un lato la confusione semantica nasconde i gioielli storici, dall’altro ne rende difficile l’individuazione a un turismo sempre più attento alla visita e alla scoperta delle città. In questo panorama il piano unitario di una segnaletica informativa e direzionale sviluppato dal team guidato dall’architetto Daniele Moro per la città di Novara e da poco completato, che censisce 88 beni di interesse storico-culturale organizzandoli in cinque diversi percorsi tematici, merita di essere studiato e imitato da altre amministrazioni come esempio concreto di marketing territoriale.

Ideato per valorizzare monumenti cittadini, valorizza in realtà lo stesso ambiente urbano, dove apporta pulizia formale e un’estetica contemporanea compatibile con tutti gli strati storici che la città hanno formato nel suo odierno esistere. Il concetto iniziale è quello di una nuova porta urbana – richiamata dalla forma degli info-point – che introduca i turisti alla città sia in senso figurato sia fisico e multimediale. Trattate come episodi di micro-architetture, come oggetti all’interno di uno spazio urbano inteso come museo diffuso, le installazioni segnalano le partenze e le stazioni dei percorsi attraverso il sistema degli info-point, dei totem e dei leggii. Ogni elemento racconta la storia dell’edificio: la presenza ne sottolinea l’importanza senza tuttavia risultare invadente rispetto all’architettura. Le strutture dei nuovi elementi della segnaletica sono ancorate a terra, senza in-

taccare le superfici murarie degli edifici, risultando reversibili e poco invasivi rispetto al bene da valorizzare. Il progetto comprende diversi tipi di segnaletica: 18 leggii, 81 totem e 2 info-point a portale e i suoi elementi caratterizzanti sono il CorTen delle strutture e pannelli grafici pensati per offrire la massima leggibilità. Una banda colorata sul margine verticale del pannello consente un’immediata individuazione; il numero del pannello e le indicazioni del bene permettono al visitatore di individuare facilmente la propria posizione nel tessuto cittadino. Una mappa stilizzata e icone simili a quelle del trasporto pubblico semplificano l’orientamento del turista. Ogni elemento è corredato di un QR code che, via smartphone, conduce a un sito web – curato dal Centro Elaborazione Dati del Comune di Novara – che con ulteriori informazioni permette di approfondire la conoscenza del bene indagato


› SEGNALETICA Qui accanto uno dei 18 leggii. A sinistra uno degli 81 totem. Ogni elemento, oltre a riassumere le principali informazioni storico-artistiche dell’edificio, ne sottolinea la presenza nel contesto urbano con una neutra eleganza contemporanea che non risulta invasiva rispetto all’architettura (foto ©Silvia Fiorello).

SCHEDA Località Novara Progetto sistema di segnaletica turistico/informativa dei beni storico-culturali

Committente Città di Novara Team di progettazione Daniele Moro, Ruggero Biondo, Susanna Borlandelli, Lucia Ferraris, Francesca Garagnani, Laura Maestri, Luca Maio

Beni censiti e segnalati 88 Installazioni 101 (2 info-point, 18 leggii, 81 totem) Responsabile Unico del Procedimento (Rup) Comune di Novara Paolo Cortese Realizzazione Apogeo Srl – Reggio Emilia Progetto finanziato da Fondazione Cariplo

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Wayfinding Systems Wayfinding significa letteralmente ‘trovare la strada’ utilizzando tutti i mezzi utili a ricercare un percorso. Apogeo risponde a questa esigenza: il nostro compito è quello di inserire i prodotti all’interno di un ambiente carico di stimoli, far sí che questi emergano e siano facilmente riconoscibili, grazie allo studio e all’utilizzo di materiali, colori e personalizzazioni appropriati. L’attenzione nei confronti dell’integrazione paesaggistica e culturale è un punto cardine, i nostri interventi sono funzionali, ma non invadenti. Gli ambiti nei quali ci muoviamo, progettando, realizzando e installando soluzioni di segnaletica specifiche e customizzate, sono quattro: sanitario, pubblico, privato e turistico. La collaborazione con gli architetti Daniele Moro e Ruggero Biondo per il comune di Novara, ci ha permesso di far parte di un intervento innovativo sia in termini di design sia di tecnologia applicata. Ecosostenibilità e innovazione sono al centro dei nostri progetti di Smart City come quello che ha coinvolto Novara; le nostre soluzioni hanno sempre ben saldi questi due concetti e mirano a concretizzare un messaggio di comfort funzionale ambientale.

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› ARCHITETTURA D’INTERNI

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO

NUOVA AULA MAGNA Mdu architetti e Giovanna Masciadri hanno portato a termine il progetto di ristrutturazione dell’aula magna dell’Università degli Studi di Milano nel pieno rispetto del progetto originario. Incastonato in una delle corti della Ca’ Granda, l’edificio viene ricostituito liberandolo dalle disorganiche aggiunte di carattere tecnologico

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Il progetto di ristrutturazione dell’aula magna dell’Università degli Studi di Milano operato da Mdu Architetti insieme a Giovanna Masciandri ha rappresentato l’occasione per ridare organicità ad un luogo che nel tempo e per effetto di successivi adeguamenti normativi e impiantistici aveva smarrito la chiarezza dell’impianto originario. Il complesso storico è quello della Ca’ Granda nel centro di Milano la cui realizzazione risale alla seconda metà del ’400 ad opera del Filarete. L’edificio dell’aula magna, incastonato in una delle corti, è stato invece realizzato negli anni ’50 dall’architetto Liliana Grassi in occasione del programma

di ricostruzione della porzione di edificio danneggiata a causa dei bombardamenti del 16 agosto 1943. L’equilibrio formale che l’architetto Grassi aveva conferito alla sala dell’auditorium viene ricostituito attraverso il recupero dei profili orizzontali delle pareti originarie reinterpretando i materiali, le trasparenze e le linee che davano forma al grande spazio centrale. In definitiva, là dove possibile, viene liberato lo spazio dalle disorganiche aggiunte di carattere tecnologico, recuperata la dimensione generale dello spazio e sovrapposto un nuovo rivestimento in legno coerente con i caratteri del progetto originario.


› ARCHITETTURA D’INTERNI

Il foyer e gli spazi di distribuzione vengono anch’essi recuperati nella loro originaria configurazione e dotati di nuovi arredi che valorizzano puntualmente la qualità architettonica generale. Il paramento in legno contiene e nasconde le nuove componenti impiantistiche oltre a determinare una adeguata risposta acustica anche per effetto dei pannelli a configurazione variabile posti a delimitazione del perimetro del palcoscenico. La sala viene di fatto rivestita di una nuova ‘cassa armonica’ con elevate performance tecnico-qualitative che la rendono idonea ad ospitare conferenze, concerti e spettacoli in genere. Il rivestimento è concepito in tre fasce

In alto, il paramento in legno contiene e nasconde le nuove componenti impiantistiche e determina una adeguata risposta acustica. Il banco relatori è a scomparsa. l Qui accanto, un esterno della Ca’ Granda del Filarete, seconda metà del ’400.

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› ARCHITETTURA D’INTERNI

MDU Architetti MDU nasce a Prato nel 2001, è attualmente costituito da tre soci (da sinistra nella foto): Cristiano Cosi, Marcello Marchesini e Alessandro Corradini. L’approccio progettuale nasce dall’analisi delle dinamiche della società contemporanea e si basa sul concetto di collisione in architettura. La collisione è legata non solo alla sua dimensione concettuale e poetica, ma anche a quella delle forme. Tra le opere realizzate: il Teatro Polivalente di Montalto di Castro (VT); la Biblioteca Comunale di Greve in Chianti (FI); la Galleria d’Arte dedicata alle opere di Giuliano Vangi (FI), il Circolo Ricreativo di Castelnuovo (PO), la nuova Camera di Commercio di Prato, l’Italian Trade Centre a Quanjiao, in Cina. Tra quelle in cantiere e i progetti in corso: il Teatro Comunale di Acri (CS), quelli per il PIUSS di Lucca, la sede per uffici CGF costruzioni, il Complesso Parrocchiale della Chiesa della Visitazione a Prato e il restauro della villa di Vitigliano a Greve in Chianti (FI). www.mduarchitetti.it

SCHEDA Committente Università degli Studi di Milano Progetti e direzione operativa MDU architetti (Alessandro Corradini, Cristiano Cosi, Marcello Marchesini), arch. Giovanna Masciadri

Direzione dei lavori arch. Peppino D’Andrea Collaboratori arch. Mario Scaglia, arch. Federico Motta, arch. Claudia de Cunto

Imprese esecutrici Barth, Videoworks, Silvestri, F&M progetti

Conclusione dei lavori fine marzo 2015 Fotografie Pietro Savorelli

Qui accanto, la scala d’ingresso all’Aula e il foyer, con il nuovo, elegante sistema di illuminazione.

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› ARCHITETTURA D’INTERNI

Sopra, pianta e sezione dell’aula magna Mdu Architetti; arch. Giovanna Masciadri.

sovrapposte caratterizzate da una diversa composizione di listelli in legno di rovere montati verticalmente: la fascia bassa costituisce una cortina continua e inclinata che ripropone, nella casuale alternanza di listelli grandi e piccoli, il movimento della tenda che originariamente delimitava l’intero spazio al livello del suolo; la fascia intermedia è costituita da una cortina di listelli alternati tra pieno e vuoto, scostata dalle pareti, che maschera gli impianti tecnologici retrostanti; la fascia alta, infine, è costituita anch’essa da una cortina

inclinata di listelli posti a un interasse più rado in modo tale da conferire maggiore leggerezza al coronamento superiore del rivestimento. La diversa caratteristica realizzativa dei pannelli così come l’inclinazione degli stessi e il disegno delle partizioni tra ogni singolo livello, che ricalca quello delle divisioni della parete degli anni ’50, rendono di nuovo percepibile l’originaria conformazione della sala restituendole una corretta proporzione generale e ricollocando infine la balconata della galleria, con la bella rin-

ghiera in bronzo, al centro del progetto. Il palcoscenico viene reso ampiamente accessibile con una scalinata che lo pone di fatto in continuità con il piano della platea. Il progetto prevede inoltre un nuovo sistema di illuminazione costituito da una moltitudine di elementi led puntiformi, la completa riorganizzazione dei sistemi audio-video con l’installazione di soluzioni multimediali allo stato dell’arte e l’installazione di nuovi arredi fissi e mobili a corredo dell’aula, del foyer e degli spazi distributivi

inside

barth

building interior architecture barth realizza interni su misura e chiavi in mano di altissima qualità, in ambito sia pubblico sia privato, operando in molteplici settori: auditori, musei, sedi aziendali, negozi, hotel e residenze private. Nei 140 anni di attività barth si è trasformata da piccola falegnameria ad azienda all’avanguardia nella lavorazione, oltre che del legno, di numerosi altri materiali, ponendo sempre il binomio artigianalità e innovazione alla base di tutte le realizzazioni. Fiore all’occhiello dell’azienda è il team di project manager che supporta i progettisti in tutte le fasi del lavoro: dalla stesura dei disegni esecutivi alla discussione dei dettagli tecnici, dalla scelta dei materiali e delle tecnologie più appropriate alla produzione (tutta rigorosamente effettuata nella sede di Bressanone) e al montaggio in cantiere. Clienti prestigiosi quali Buccellati, Canali, Microsoft, Rolex e Technogym testimoniano l’esperienza e l’affidabilità di barth che opera, ormai da anni, in tutto il mondo. Per l’intervento di ristrutturazione dell’Aula Magna dell’Università degli Studi di Milano barth ha realizzato tutti i pannelli di rivestimento fonoacustici in rovere naturale, compresi quelli ruotabili e traslabili del palcoscenico (nelle foto) e quelli traslabili del foyer, il banco relatori a scomparsa e la relativa piattaforma meccanizzata.

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©Jürgen Eheim

Via Julius Durst, 38 39042 Bressanone BZ T. 0472 271900 www.barth.it

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› LUOGHI DELL’OSPITALITÀ

HOTEL NIRA MONTANA, LA THUILE

DESIGN IN QUOTA Nella progettazione di interni del primo hotel a cinque stelle del borgo valdostano ai piedi del Monte Bianco il legno non è protagonista assoluto ma viene accompagnato da pitture carte da parati ed elementi in ferro e corten creando un equilibrio leggero e suggestivo

Nelle foto, gli interni dell’hotel Nira Montana a La Thuile. Sotto, una vista notturna della struttura (foto ©Andrea Martiradonna).

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Legno e non solo, si potrebbe dire a proposito della progettazione degli interni dell’hotel Nira Montana a La Thuile in Val d’Aosta: il primo hotel a cinque stelle del piccolo borgo ai piedi del Monte Bianco. Nell’immaginario collettivo la residenza di montagna si identifica con atmosfere nelle quali, per tradizione, la forte presenza di

materiali naturali caratterizza gli ambienti, tanto negli arredi quanto nelle finiture. Il progetto, di tre piani fuori terra più sottotetto e interrato, messo a punto dall’architetto milanese Simone Del Portico e dal suo team non disattende le aspettative creando un sistema in grado di generare le stesse suggestioni attraverso la leggerezza delle linee e con scelte di accostamenti materici attente e originali. Il legno insomma non è più l’assoluto protagonista, ma le pitture, le carte da parati, il ferro e il corten intervengono in un complesso di accostamenti in cui la diversità dei materiali determina l’equilibrio generale. I bianchi intonaci si alternano alle calde tinte color cioccolato; le carte da parati a soggetto arboreo spesso sostituiscono il legno; i pavimenti di rovere a doghe irregolari delle camere sono scanditi dalle bianche zoccolature; il legno grezzo di recupero che compone gli estrusi degli arredi è rifinito da profili in ferro, generando

accostamenti netti e puliti tra entità apparentemente opposte. L’obiettivo del progetto era quello di riuscire a estendere i caratteri tipici dei materiali naturali anche a elementi neutri e concettualmente distanti da tali riferimenti percettivi, in un sofisticato equilibrio d’insieme. Lo stesso equilibrio si è cercato di mantenere nella scelta di complementi e accessori, selezionati tra i marchi di design contemporaneo. In particolare, per l’arredo dei terrazzi è stata scelta Aria di Nardi nei toni dell’antracite, un’ampia poltroncina per esterni con cuscini in tessuto, realizzata in resina fiberglass con struttura a doghe. Mood, toni e finitura matt di poltroncina e tavolino ben si adattano al contrasto materico con il legno, oltre a essere elementi d’arredo studiati specificamente per l’outdoor essendo inalterabili e resistenti a qualsiasi temperatura. Non richiedono, inoltre, alcuna manutenzione e sono completamente riciclabili.


› LUOGHI DELL’OSPITALITÀ

DON

ALE COR PER

SALA

CUCINA

CUCIN

A

A CUCIN

85 H.CM

E RANT RISTO

11

SO PE

EE

SSO INGRE

H.CM

85

H.CM

85

BAR

SALA

BAR

E

RANT

RISTO

SALA

BAR

TERRAZZA BAR

pavimento in lastre di pietra fiammata sp.cm.2.

SALA

lucernario

soglia di contenimento in lastre di pietra fiammata sp.cm3, larghezza cm.20 posate a correre

te 10 alza .16 h. cm

?

lucernario

PRESA ARIA UTA

INGRESSO

HALL

AREA TV

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Lettino massaggio 2x28 ugelli

ZONA RELAX

RIPOSTIGLIO

SPOGLIATOIO FEMMINILE

docce

RECEPTION

CABINA MASSAGGI

UFFICIO

Piastra aria 600x600

PORTICO

CABINA MASSAGGI

CABINA MASSAGGI

docce

SPOGLIATOIO MASCHILE

Massaggio panca 6 ugelli D32

Vasca piscina contenuto acqua ca. 70m³

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rivestimento muratura in pietra

griglia di areazione autorimesse

N.B.: tutte le griglie di raccolta acque larghezza min. cm.25

Nel disegno, la pianta del piano terra dell’hotel (architetto Simone Del Portico).

LABI

LE A CIC PIST

DRENAGG

ZONA R

CABINA M

150


scala di sicurezza aperta

› LUOGHI DELL’OSPITALITÀ

SOPPALCO

copertura piana non praticabile P11 F33

7

22

5

3 1

h 230

P13

LOCALE TECNICO

22

8 6

4

19

h 30

2

Nel disegno, la pianta del primo piano dell’hotel (architetto Simone Del Portico). Nella foto una zona relax dedicata agli ospiti.

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› LUOGHI DELL’OSPITALITÀ

Studio Del Portico Lo Studio apre a Milano nel 1997. Partecipa a concorsi e opera nel campo della progettazione nei settori residenziale e terziario, del design e della comunicazione. Oggi ci lavorano gli architetti Simone Del Portico, Silvana Citterio e Anna Quattrocchi. Lo studio si avvale inoltre della consulenza di numerosi professionisti esterni, con i quali intrattiene un consolidato rapporto di collaborazione. www.studiodelportico.it

Nelle foto, la sala ristorante, la reception e un terrazzo dell’hotel. In basso, la spa con piscina, sauna, bagno turco, sale massaggio e zone relax (foto, ©Andrea Martiradonna)

SCHEDA Località La Thuile (Aosta) Intervento Progettazione di interni Hotel Nira Montana

Progetto di interni Studio Del Portico Team di progettazione Simone Del Portico, Anna Quattrocchi, Simone Battani, Silvana Citterio

Superficie interna 2.500 mq. Destinazione Hotel 5 stelle Arredi Nardi Pavimenti e Rivestimenti Cotto d’Este

In alto particolare di una camera dell’ultimo piano.

Uno dei fiori all’occhiello del nuovo hotel è rappresentato anche dalla grande spa: piscina, sauna, bagno turco, vitarium, cabina per bagno, sale massaggio, zone relax e sezioni accessibili alla clientela in forma privata sono alcuni dei servizi a disposizione della struttura. Dal punto di vista impiantistico l’elemento maggiormente qualificante è rappresentato dal moderno sistema di teleriscaldamento adottato, collegato alla centrale termica di La Thuile: la centrale, alimentata a biomas-

se legnose, opera in cogenerazione, garantendo sia il riscaldamento delle utenze sia l’immissione di corrente elettrica pulita nella rete pubblica. L’hotel è dotato di pannelli solari, utilizzati per il riscaldamento dell’acqua calda sanitaria. Tutte le rubinetterie adottano aeratori in grado di limitare il consumo di acqua in uscita, miscelandola con l’aria. Il sistema di ricircolo e depurazione dell’aria interna lavora a temperatura costante. La sezione illuminotecnica prevede un uti-

lizzo quasi totale di apparecchi a led; ne deriva un consumo energetico inferiore ai sistemi alogeni tradizionali. A livello costruttivo l’involucro edilizio è stato progettato per massimizzare il contenimento energetico attraverso l’uso di materiali ad elevato isolamento termico; infissi e serramenti sono stati scelti tra i migliori prodotti offerti dal mercato in termini di risparmio energetico

inside

NARDI

Your outdoor living Nardi progetta e realizza arredi per l’outdoor sia per il settore residenziale sia per l’hospitality. I terrazzi del Nira Montana sono stati arredati con poltroncina e tavolino Aria, entrambi in resina fiberglass trattata anti-UV e colorata in massa, ideali per resistere alle condizioni climatiche più estreme e mantenere i colori inalterati nel tempo senza particolari manutenzioni. Con motivo a doghe, pendant di cuscini imbottiti e finitura matt che evoca il legno laccato, la poltroncina Aria è anche estremamente personalizzabile grazie a 48 varianti di colore struttura/cuscino ed è riciclabile al 100%.

NARDI SPA Via Arso, 4 - 36072 Chiampo VI T. 0444 422100 info@nardigarden.it | www.nardigarden.com

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› SOLUZIONI

Il pavimento di nuova generazione a zero dilatazioni con posa a secco e incastro a click

EVOLUTION ZERO Evolution Zero è il nuovo pavimento vinilico di Virag che non si dilata, nemmeno se sottoposto ad alte temperature. È velocissimo da posare: fa risparmiare il 20% del tempo rispetto ai normali pavimenti a click e presenta superfici decorative di grande effetto. Le finiture sono infatti opache e riproducono fedelmente il legno, la resina, il cemento, il ferro, il rame e la lava, con un effetto superficiale materico che ricorda anche al tatto i materiali di riferimento. È un pavimento rigido, molto stabile, che può essere posato anche su sottofondi non perfettamente lisci. Realizzato in pvc, è impermeabile e quindi idoneo anche ad essere posato nelle cucine e negli ambienti bagno, e offre un’elevata resistenza al carico statico e al calpestio. Evolution Zero è una linea di grande impatto ed eleganza, indicata nel retail, in ambito residenziale e più in generale negli spazi dell’architettura contemporanea.

Dilatazione zero longitudinalmente e trasversalmente pari a 0,01% Giunto di dilatazione longitudinalmente e trasversalmente ogni 25 ml Sottofondo planare e liscio fughe piastrelle fino a 1cm di larghezza senza rasatura purché planari

Posa in opera meno 20% di tempo Stabilità dimensionale garantita fino a 70°C Improntamento resistente al carico statico Misure doghe effetto legno 178x1219 mm - piastre tendency 305x610 mm

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› DESIGNCAFÈ IL TERMOSTATO BTICINO

È SMARTHER

BTicino ha vinto l’edizione 2017 degli IF Design Award con il suo innovativo termostato Smarther, all’interno della categoria Building Technology. Smarther di BTicino è un termostato connesso da incasso o a parete, dal design innovativo, per la gestione di riscaldamento e climatizzazione. Il termostato fornisce un’esperienza intuitiva per un controllo perfetto del clima. Il design elegante e minimale scompare sulla superficie della parete e appare solo quando ci si avvicina. La finitura effetto vetro bianco si adatta ad ogni ambiente e la leggera illuminazione bianca dell’interfacccia comunica piacevolmente la tecnologia nascosta. La funzione Boost permette di

MADE DAL DIRE AL FARE

L’iF Product Design Award, introdotto nel 1954, viene annualmente conferito dall’IF International Forum Design, ed è uno dei più importanti premi internazionali di design di prodotto.

Quattro saloni specializzati, otto eventi speciali, più di cento convegni e appuntamenti, 1.400 espositori, 65mila metri quadrati di esposizione. È il biglietto da visita di Made expo, la fiera internazionale dell’architettura e delle costruzioni. dall’8 all’11 marzo a Fiera Milano Rho. Quattro, dicevamo, i saloni specializzati: Costruzioni e materiali (pad. 6-10); Involucro e serramenti (1-3 e 2-4); Interni e finiture (5-7); Software, tecnologie e servizi (10). Numerosi gli eventi in programma, tra cui Build Smart, Made4Contract, Forum Involucro e Serramenti; Forum Holzbau e Real Architecture. Per quattro giorni, Made expo sarà il luogo privilegiato di confronto degli operatori internazionali delle costruzioni e di accompagnamento delle aziende nei Paesi emergenti e sui mercati esteri, grazie anche alla collaborazione avviata con Ice, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internalizzazione delle imprese. Da rimarcare anche il rapporto recentemente instaurato con Arexpo, la società pubblica proprietaria delle aree di Expo, per un progetto di riuso temporaneo di uno dei cluster presenti sul sito: verrà promosso un bando di concorso per identificare i possibili usi del cluster, con la possibilità, per il vincitore, di gestirne lo spazio per un periodo di circa tre anni per sviluppare un’idea di business. La precedente edizione di Made expo, nel 2015, aveva registrato più di 200mila visitatori, di cui 36mila stranieri, e 1.450 espositori.

www.bticino.it

www.madeexpo.it

accelerare il riscaldamento o il raffrescamento per un breve periodo di tempo con un solo click. Il dispositivo ospita le funzioni essenziali quotidiane, mentre la programmazione più raffinata è realizzata attraverso una app intuitiva su smartphone dove possono essere impostate modifiche con semplici passi guidati. Smarther fa parte del programma Eliot di BTicino dedicato agli oggetti connessi (IoT, Internet of Things).

MARMO, DESIGN & TECNOLOGIA WIRELESS PER LA RICARICA DEI DEVICE DIGITALI Niccolò Garbati

MILANO, AL VIA LA FIERA DELLE COSTRUZIONI

IL MARMO HIGH TECH DI PROGETTO99, DOPO IL FORTUNATO LANCIO A MAISON & OBJET, È PRONTO PER L’INSERIMENTO IN TUTTI I PRINCIPALI SETTORI DI RIFERIMENTO: ALBERGHI, AEROPORTI, SHOWROOM E IN GENERALE NEL RETAIL La ricarica del cellulare è un problema risolto: basta fili, prese non compatibili, ora è sufficiente appoggiare il telefono sul piano di marmo e oplà il gioco è fatto. L’intuizione è nata dalla passione per la materia, il marmo di Carrara, per le nuove tecnologie e dalle competenze in termini di Design di Niccolò Garbati. I suoi piccoli oggetti in marmo (dischi di ricarica a induzione del diametro di 10 cm) sui quali appoggiare lo smartphone offrono una serie infinita di applicazioni: collocati in appositi alloggiamenti scavati nel materiale completano qualsiasi piano. Cucine, bagni, negozi, bar e ristoranti, tavoli per ufficio: in qualsiasi ambiente le superfici in marmo possono svolgere funzioni di ricarica wireless conservando l’eleganza e la bellezza del materiale e la qualità della finitura prevista dal progetto. Un led luminoso visibile attraverso la superficie della pietra segnala sempre l’esatta posizione dello spazio di ricarica.

www.progetto99.com | info@progetto99.com

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› DESIGNCAFÈ ASSICURAZIONI

PROFESSIONISTI E

L’ARCHIVIO DI BERLINO

LE NORME DEI LAVORI PUBBICI E PRIVATI ESPONGONO I PROFESSIONISTI A FREQUENTI RISCHI. BASTANO LE POLIZZE STANDARD?

MILLE ILLUSTRAZIONI SCELTE TRA MEZZO MILIONE DI DISEGNI, PROGETTI FOTOGRAFIE E DOCUMENTI, COMPONGONO UNA PUBBLICAZIONE CHE RACCONTA DUE SECOLI E MEZZO DI ARCHITETTURA TEDESCA

Le norme che nella realizzazione di opere pubbliche e private regolano la responsabilità solidale fra l’impresa, il professionista e gli altri soggetti coinvolti (committente, progettisti, fornitori, ufficio di direzione dei lavori, collaudatori, manutentori, responsabili della sicurezza eccetera) espongono il professionista ad un rischio potenzialmente critico. Qualora egli venga riconosciuto responsabile di un danno insieme ad altri soggetti, ad esempio l’impresa e altri professionisti, può accadere che il soggetto danneggiato reclami l’intero risarcimento da uno solo dei soggetti corresponsabili, in genere il soggetto più solvibile per ottenere con ampio margine di certezza quanto ritiene che gli spetti. Il soggetto che risarcisce l’intero danno ha diritto di rivalsa sugli altri corresponsabili, in proporzione alle loro rispettive quote di responsabilità. E se un altro soggetto corresponsabile dichiara fallimento? Allora non sempre chi ha risarcito l’intero danno riesce a recuperare le somme dovute dagli altri corresponsabili: restano pertanto a suo carico anche le quote non imputabili a una responsabilità propria. Inoltre, nell’eventualità di una condanna in solido a cui uno o più responsabili non fanno fronte, per fallimento o perché insolvente, la quota di quest’ultimo viene ripartita tra gli altri corresponsabili. La fattispecie trae origine dal codice civile agli articoli 2055 (Responsabilità Solidale) e 1292 (Nozione di Solidarietà). Con la polizza di assicurazione di Rc Professionale è possibile tutelarsi da questo rischio? Le polizze standard coprono solo la quota di responsabilità propria dell’assicurato, ma non quella che deriva dal vincolo di solidarietà con altri soggetti. Bisogna quindi ricorrere a testi più evoluti per avere una scrittura della clausola che comprenda la responsabilità solidale.

Apre le porte uno dei più importanti archivi di architettura esistenti in Germania: per la prima volta l’Accademia delle Arti di Berlino presenta, a mezzo stampa, una panoramica degli archivi e delle collezioni di architetti, ingegneri, paesaggisti, fotografi e critici. Con quasi mille illustrazioni, il libro edito da Dom Publishers propone una selezione di circa mezzo milione di disegni e progetti, fotografie, modelli e documenti scritti. Il volume tratta due secoli e mezzo di storia dell’architettura, con un focus principale sul XX secolo. L’editore e direttore degli archivi di architettura, Eva-Maria Barkhofen, presenta i 71 archivi e le 80 collezioni complete delle biografie degli autori e ne descrive in dettaglio la natura e la portata delle collezioni. Attraverso questo libro, l’autrice fornisce anche una vivace panoramica della storia degli archivi di architettura: dall’anno di fondazione, il 1696, alla prima testimonianza presente in archivio risalente alla fine del XVIII secolo, che documenta le attività di docenti e studenti

RESPONSABILITÀ SOLIDALE

Rocco Bellanova - Wide Group

www.widegroup.eu

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Due disegni di Hans Scharoun (1893-1972): un salone delle feste (1913) e il progetto di una galleria per l’esposizione di lavori di architettura (1912 circa)

dell’Accademia. La pubblicazione propone la storia dell’architettura tedesca dal periodo prussiano ai disegni utopistici del periodo espressionista e alle opere degli architetti che hanno dovuto emigrare dopo il 1933. L’architettura del Dopoguerra e quelle che arrivano sino ai nostri giorni sono abbondantemente rappresentate. Per tutti gli appassionati di architettura questa pubblicazione collega la diversità e la vitalità della storia dell’architettura agli artisti che l’hanno creata.

Architecture in Archives The collection of the Akademie der Künste Dom Publishers 559 pp – 68 euro – ISBN 978-3-86922-552-4 (ediz. in inglese)

NON STRAPPARE LE ERBACCE Con le sue considerazioni e le sue pratiche sui ‘giardini in movimento’ Gilles Clément quarant’anni fa è stato un precursore delle green infrastructures, ripensando gli spazi vegetali in funzione delle relazioni tra l’uomo e la natura e soprattutto della possibilità di lasciare spazio alla biodiversità negli anfratti dell’ambiente costruito. Il tema, trattato dieci anni fa nel Manifesto del Terzo Paesaggio, è oggi centrale nei progetti del verde anche in funzione di un approccio ‘resiliente’ verso i cambiamenti climatici. Oggi questo testo fondamentale viene ripubblicato da Quodlibet ampliato con nuovi esempi e un saggio di Filippo De Pieri.

Manifesto del Terzo paesaggio Gilles Clément Editore Quodlibet 120 pp – 14.00 euro ISBN 978-88-7462-758-5


Speciale

FIRMITAS Terremoti e ricostruzione

Alejandro Aravena Bianchiveneto Stefano Boeri Enzo Eusebi Vincenzo Latina Renzo Piano RA Consulting


FIRMITAS TERREMOTI E RICOSTRUZIONE 69 72 74 76 77 79 81 86 90 94 96 97 98 99 100 104 105 107 108 111 111 112 115 116

Cinquant’anni di terremoti | Dal Belice ad Amatrice La ricostruzione come rigenerazione urbana | Vincenzo Latina I soldi ci sono ma non si spendono Ci chiamavano ingegneri | Architetti per l’emergenza Ho un progetto | Renzo Piano in Senato Serve un cambio di paradigma | Intervista a Giovanni Azzone Amare Amatrice | Stefano Boeri I cubi musicali di Renzo Piano | Auditorium L’Aquila Ipogeo umbro | Enzo Eusebi+Partners Impariamo dai Borbone | Gennaro Matacena, RA Consulting Antisismica e restauro strutturale | Il caso di Postignano Mongiana da fabbrica a museo Storie e segreti dei terremoti L’importanza di pareti e controsoffitti | Saint Gobain Gyproc Intanto, in Cile | Elemental La prevenzione è una questione politica | Intervista a Paolo Bazzurro Momentaneamente permanente Leggera e resistente | Ytong Opificio di seconda generazione MapeWrap EQ System | Mapei I sistemi costruttivi solidi leggeri e riciclabili | Prefa La ricostruzione ai tempi del Bim Innovazione in antisismica | Atena Il rammendo | Camilo Giribas

Pagina precedente: L’Aquila 2009, da un reportage fotogiornalistico di Moreno Maggi (foto ©Moreno Maggi).


› FIRMITAS DAL BELICE AD AMATRICE

50 ANNI DI TERREMOTI A causa della particolare convergenza tra la zolla africana e quella euroasiatica, l’Italia è uno dei Paesi a maggior rischio sismico. Le zone più esposte sono la dorsale appenninica, la Calabria, la Sicilia e alcune zone del nord del Paese come Friuli, Veneto e Liguria occidentale. In mezzo secolo costi per 145 miliardi di euro

In 25 secoli l’Italia è stata interessata da oltre 30mila terremoti di media e forte intensità e da 560 eventi di intensità uguale o superiore all’ottavo grado Mercalli. Nel solo XX secolo, sette terremoti hanno avuto una magnitudo uguale o superiore a 6,5, vale a dire tra il decimo e l’undicesimo grado Mercalli. Nel nostro Paese il rapporto tra danni prodotti dai terremoti e l’energia rilasciata nel corso degli eventi è molto più alto rispetto a quello di altri Paesi a elevata sismicità, a causa dell’elevata densità abitativa e della fragilità del nostro patrimonio edilizio. Dal sisma del Belice del 1968 al terremoto del centro Italia del 2016, i danni economici causati dagli eventi sismici sono stati valutati, a cifre attualizzate, in 145 miliardi di euro (i dati, recenti, sono del Dipartimento della Protezione Civile), a cui vanno aggiunti i danni al patrimonio storico, artistico e monumentale.

BELICE 1968

Fu un violento terremoto di magnitudo 6,4, che nella notte tra il 14 e il 15 gennaio colpì una vasta area della Sicilia occidentale tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo. Il costo della ricostruzione è arrivato a 9.179 milioni di euro.

FRIULI 1976

Quello del Friuli fu un sisma di magnitudo 6,5 e colpì la regione friulana e i territori circostanti: erano le nove di sera del 6 maggio. La zona interessata fu quella al bordo di Udine, l’epicentro tra i comuni di Gemona e Artegna. La scossa, avvertita in tutto il Nord Italia, colpì 77 Comuni, coinvolgendo circa 80mila abitanti e provocando 990 morti e 45mila senzatetto. A consuntivo, il costo della ricostruzione fu di 18.540 milioni.

IRPINIA 1980

La mappa della pericolosità sismica nella versione più aggiornata della Protezione Civile. L’unità di missione Casa Italia, voluta dal governo Renzi, prevede una sistematizzazione delle diverse banche dati, oggi frammentarie, e la micro-zonazione, prima a livello comunale e in seguito del singolo edificio.

Il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre colpì Campania e Basilicata. Fu un terremoto di magnitudo 6,9 con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania: in tutto 17mila kmq. Causò oltre 2.900 morti, più di 8.800 feriti e 280mila sfollati. Dei 679 Comuni delle otto aree interessate dal sisma 506 furono danneggiati. Le tre province maggiormente colpite furono Avellino (103 comuni), Salerno (66) e Potenza (45). In 36 Comuni compresi nella fascia dell’epicentro vennero distrutti o resi irrecuperabili circa 20mila alloggi. Altri

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› FIRMITAS

L’aerogramma a fondo pagina indica i costi in milioni di euro attualizzati per i principali eventi sismici degli ultimi 50 anni in Italia. Si tratta di dati a consuntivo sulle risorse effettivamente stanziate dallo Stato. Per i terremoti dell’Aquila e dell’Emilia Romagna si tratta di previsioni di spesa delle autorità locali preposte alla ricostruzione. Il dato relativo al Centro Italia è una stima che include i costi della prima emergenza (fonte Centro Studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri su dati del Dipartimento della Protezione Civile).

50mila alloggi subirono danni da gravissimi a medio-gravi e 30mila furono colpiti in maniera lieve. Il costo finale delle risorse stanziate dallo Stato fu incredibilmente alto: 52.026 milioni.

UMBRIA E MARCHE 1997

Il sisma di Umbria e Marche interessò parte delle due regioni dell’Italia centrale dal 5 maggio 1997 al 26 giugno 1998. L’inizio della crisi tellurica avvenne con una serie di scosse registrate nel comune di Massa Martana, in provincia di Perugia. Il 26 settembre si registrò la scossa più intensa con epicentro ad Annifo, di magnitudo 6,0. Alla fine, tra dirette e indirette, si contarono 11 vittime e ingenti danni ai monumenti e alle opere d’arte. Secondo i dati dell’osservatorio sulla ricostruzione della regione Umbria, al dicembre di due anni fa risultava rientrata

nelle abitazioni il 97% della popolazione. Il costo per lo Stato fu di 13.463 milioni.

MOLISE 2002

Il 31 ottobre San Giuliano di Puglia fu l’epicentro del terremoto di magnitudo 5,8 che colpì diversi comuni della regione e della provincia di Foggia. A San Giuliano crollò una scuola dove morirono 27 bambini e un’insegnante. In totale si registrarono 30 vittime. 1.400 i milioni stanziati dallo Stato.

L’AQUILA 2009

Erano le 3 e 32 del 6 aprile quando la terra iniziò a tremare a L’Aquila, nella conca aquilana e in parte della provincia. La scossa principale fece registrare una magnitudo di 6,3. Alla fine si contarono 309 vittime, 1.600 feriti e 65mila sfollati. La città aquilana fu evacuata dalla quasi totalità della popolazio-

ne. Gravissimi furono i danni agli edifici e al patrimonio storico-artistico della città e dei comuni vicini. Tra i crolli più drammatici la Casa dello Studente, le sedi dell’università e della questura. Onna, piccola frazione dell’Aquila, fu letteralmente rasa al suolo con 41 vittime. Il costo finale è stato di 13.700 milioni.

EMILIA-ROMAGNA 2012

Alle 4 e tre minuti del 20 maggio una scossa di terremoto di magnitudo 5,9 colpisce il Centro Nord Italia e l’Emilia Romagna in particolare, con epicentro Finale Emilia, in provincia di Modena, e ipocentro a 6,3 km di profondità. Alla fine si contano sette vittime e ingenti danni a diversi edifici nel modenese e nel ferrarese. Nei giorni successivi si registrano altre scosse oltre la magnitudo 4. La stima delle spese delle autorità locali

9.179

18.540

52.026

13.463

BELICE

FRIULI

IRPINIA

UMBRIA e MARCHE

MOLISE

L’AQUILA

15 gennaio 1968

6 maggio 1976

23 novembre 1980

26 settembre 1997

31 ottobre 2002

6 aprile 2009

6.4

6.5

6.9

6.0

5.8

6.3

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1.400

13.700


› FIRMITAS

Pericolosità Vulnerabilità Esposizione L’Italia ha una pericolosità sismica medio-alta, una vulnerabilità molto elevata e un’esposizione altissima. Siamo dunque ad elevato rischio sismico in termini di vittime, danni alle costruzioni e costi diretti e indiretti attesi a seguito di un terremoto, che la scienza non è in grado di prevedere. L’unica previsione possibile è di tipo probabilistico: possiamo individuare le aree pericolose classificandole in funzione della probabilità che si verifichino forti terremoti e della frequenza con cui ce li possiamo aspettare. Per definire con maggiore precisione l’intervallo di tempo entro il quale può accadere un evento catastrofico occorrerebbe conoscere quanta energia si è accumulata nella struttura sismogenetica e il modo in cui essa si libererà, cioè se un po’ per volta con molte scosse di bassa magnitudo, oppure con pochi eventi molto forti. Ma anche attraverso lo studio approfondito delle strutture sismogenetiche non saremmo in grado di stabilire il momento esatto in cui avverrà il prossimo terremoto. La prevenzione - costruire bene resta dunque l’unico modo efficace per ridurre le conseguenze di un terremoto. preposte alla ricostruzione raggiunge i 13,3 miliardi di euro.

CENTRO ITALIA 2016

Due immagini dei recenti eventi sismici in Centro Italia (foto courtesy Dipartimento di Protezione Civile).

In piena notte, alle 3 e 36 del 24 agosto, il Centro Italia trema. Quello che colpisce Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e numerosi Comuni e borghi dell’Appennino laziale, marchigiano e umbro è il secondo peggior terremoto per numero di vittime di questo secolo. L’epicentro viene registrato a una profondità di 4 km in corrispondenza di Accumoli, seguito da uno sciame di repliche, la più forte di magnitudo 5,3 con epicentro Norcia. Alla scossa del 24 agosto ne sono seguite altre 53mila, incluse quelle più forti del 26 e del 30 ottobre e del 18 gennaio. I costi dell’emergenza e la stima dei danni per l’intera sequenza sismica dal 24 agosto ai giorni nostri ammonta a 23.530 milioni

GLOSSARIO DEI TERREMOTI MAGNITUDO L’unità di misura che permette di esprimere l’energia rilasciata dal terremoto attraverso un valore numerico della scala Richter.

INTENSITÀ MACROSISMICA L’unità di misura degli effetti provocati da un terremoto, espressa con i gradi della scala Mercalli.

SISMICITÀ Indica la frequenza e la forza con cui si manifestano i terremoti ed è una caratteristica fisica del territorio.

PERICOLOSITÀ SISMICA

13.300

23.530

EMILIA ROMAGNA

CENTRO ITALIA

20 maggio 2012

24 agosto 2016

5.9

6.0

La probabilità che in una data area e in un certo intervallo di tempo si verifichi un terremoto che superi una determinata soglia di intensità, magnitudo o accelerazione di picco (Pga). Gli studi di pericolosità sismica vengono impiegati nelle analisi territoriali e regionali finalizzate a zonazioni (pericolosità di base per la classificazione sismica) o microzonazioni (pericolosità locale) per individuare le aree a scala comunale che, in occasione di una scossa sismica, possono essere soggette a fenomeni di amplificazione e fornire indicazioni utili per la pianificazione urbanistica. Gli studi di pericolosità possono essere utilizzati anche nelle analisi di sito, per localizzare opere critiche dal punto di

vista della sicurezza (centrali elettriche, installazioni militari, ospedali). Valutare la pericolosità significa, in questo caso, stabilire la probabilità di occorrenza di un terremoto di magnitudo superiore al valore di soglia stabilito dagli organi politici/ decisionali, portando all’eventuale scelta di aree diverse.

VULNERABILITÀ SISMICA La predisposizione di una costruzione a essere danneggiata: quanto più un edificio è vulnerabile (per tipologia, progettazione inadeguata, scadente qualità dei materiali e modalità di costruzione e scarsa manutenzione), tanto maggiori saranno le conseguenze.

ESPOSIZIONE La maggiore o minore presenza di persone e beni esposti al rischio: di subire cioè un danno economico alle persone e ai beni.

RISCHIO SISMICO È determinato dalla combinazione di pericolosità, vulnerabilità ed esposizione. È la misura dei danni attesi in un dato intervallo di tempo, in base al tipo di sismicità, di resistenza delle costruzioni e di antropizzazione (natura, qualità e quantità dei beni esposti).

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› FIRMITAS

LA RICOSTRUZIONE COME

RIGENERAZIONE URBANA IL TERREMOTO COME OCCASIONE DI RISCATTO Vincenzo Latina

Vincenzo Latina Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana nel 2012 per il padiglione di accesso agli scavi dell’Artemision a Siracusa, l’architetto Vincenzo Latina svolge attività didattica e di ricerca presso la facoltà di Architettura di Siracusa Sds.

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L’Italia è geomorfologicamente fragile e vulnerabile e il recente inestricabile e micidiale mix di eventi di gennaio – i terremoti nelle aree del cratere sismico e le nevicate record – ha messo in evidenza criticità ed efficienze del sistema. Siamo ciclicamente colpiti da calamità naturali. L’impegno profuso a volte non basta, nonostante l’encomiabile sforzo dei vigili del fuoco, della protezione civile e di chi è preposto a intervenire nella fase acuta delle emergenze, contraddistinta da alcuni ‘eroici salvataggi’ da parte degli operatori impegnati nei soccorsi ma anche da diffuse inefficienze del sistema. Il Paese necessita di maggiori risorse, di un loro migliore utilizzo e di efficaci sinergie tra le istituzioni. Un’unica regia che possa operare in autonomia le scelte e che sia in grado di adottare soluzioni e celeri decisioni, utilizzare il personale e i mezzi adeguati; sempre pronti a intervenire in poche ore, in qualsiasi luogo. Quasi sempre dopo la prima fase dell’emergenza ci si trova davanti ad un inestricabile sistema burocratico, quello che genera lungaggini e sovrapposizioni di pareri, di autorizzazioni e interpretazioni delle norme. Servirebbe uno speciale Ufficio di program-

mazione strategica, sempre attivo, anche nei momenti di quiescenza. Un bureau che con motu proprio operi durante e dopo l’emergenza, svincolato dagli attuali enormi lacci burocratici, che raccordi con adeguate risposte, in tempi brevi, la complessa congruità delle aspettative, le esigenze degli enti locali e le previsioni di ampia scala del governo centrale. In tale istituto dovrebbero conferire – a rotazione, di volta in volta – le migliori professionalità e le personalità di cultura economica, scientifica e umanistica di comprovata esperienza, operando in sinergia con ‘conferenze dei servizi’ nelle varie fasi del progetto. I recenti terremoti dell’Italia centrale hanno nuovamente innescato un ampio e interessante dibattito, quello che puntualmente si ripresenta ciclicamente in media ogni 5-10 anni, ogni volta che avviene un disastro di tal genere. Molti sono gli slanci dell’ultima ora, i dibattiti, i convegni, i confronti sui diversi approcci e sui diversi criteri da adottare: sia per la riparazione dai danni e la ricostruzione delle città recentemente distrutte, sia per migliorare la risposta sismica e la sicurezza del territorio nazionale da potenziali altri simili rischi.


› FIRMITAS

Ma ogni volta si ha la sensazione di ricominciare daccapo. Infine per recuperare il tempo delle ‘chiacchiere’ e dei dibattiti – puntualmente – vengono assunte le più recenti esperienze maturate nella ricostruzione cercando di correggerne le criticità, di aggiornare di volta in volta l’esperienza. Al di là dei differenti orientamenti e dell’immancabile confronto fra gli ortodossi conservatori, quelli del ‘dov’era e com’era’, e degli eterodossi sperimentalisti delle ultime tendenze dell’architettura, bisogna cercare altri approcci, in quanto tali estremismi rischiano di generare pericolosi stalli. A L’Aquila, dopo l’iniziale inerzia, attraverso atti d’urgenza sono state prese importanti decisioni d’autorità le quali si sono tradotte in rapide soluzioni. Le stesse, nel frattempo, hanno generato anche diverse problematiche.

Le newtown dell’Aquila sono state in grado di assegnare 5.653 abitazioni per 25mila sfollati in 100 giorni ma hanno anche favorito la disgregazione degli originari nuclei familiari

A sinistra, abitazioni dell progetto C.A.S.E. all’Aquila (foto courtesy Wood Beton Spa). In alto, i primi interventi della Protezione Civile e i sopralluoghi in una scuola di Amatrice (foto courtesy Dipartimento di Protezione Civile).

Le Newtown, consistenti nella realizzazione di più di cinquemila nuovi alloggi, al di là del crollo di qualche balcone a causa di qualche isolato errore d’esecuzione, sono state una grande impresa di ricostruzione. Furono in grado di assegnare 5.653 abitazioni in 100 giorni, 4.549 in muratura, 1.204 in legno per circa 25mila sfollati. Al confronto risulta altresì singolare il recente sorteggio di fine gennaio di Amatrice per la consegna delle prime 25 casette prefabbricate, diventato evento mediatico, avvenuto davanti a tanti cameramen e reporter. Il tutto a distanza di oltre cinque mesi dai primi eventi sismici. Nello stesso momento una valanga aveva spazzato via un albergo in Abruzzo intrappolando decine di ospiti sotto i detriti e la neve. Le newtown dell’Aquila, indifferentemente dislocate nella campagna, hanno anche generato quartieri dormitorio, favorito la disgregazione degli originari nuclei familiari, sparsi in distanti aree residenziali. Lontane dalle città di origine, sempre più svuotate dei residenti. Tali interventi hanno anche evidenziato

l’assenza di un’idea urbana, tra la forma del nuovo insediamento e alcune essenziali interazioni tra gli abitanti e i pressoché assenti luoghi e spazi aggregativi, perdipiù trascurando gli aspetti legati alle infrastrutture e alla gestione dei servizi urbani. La ricostruzione delle città terremotate deve richiedere non soltanto l’attuazione di programmi che riescano ad impiegare al meglio le risorse: è necessario trovare nella discontinuità del nuovo una connessione tra quello che resta dell’antico – dell’esistente – e il contemporaneo. Lontano dalle emulazioni, dalle restituzioni retoriche o dalle repentine e fuggevoli mode della sperimentazione spettacolare. I terremoti sono la cartina di tornasole della vulnerabilità di un patrimonio a rischio, che sisma dopo sisma va, di volta in volta, assottigliandosi. Si assiste a una parziale cancellazione di alcune parti del patrimonio. Si rende pertanto necessario ritrovare l’orgoglio della rinascita anche di nuove città, se necessario anche in altri siti, più sicuri, e di ristabilire le complesse relazioni ad esse correlate. Di favorire le interazioni sociali – cosa diversa dai quartieri dormitorio – così da riscoprire l’orgoglio di rifondare un nuovo patrimonio d’arte, di architettura, di valori urbani e ambientali. Tali valori sono stati anche una delle peculiarità universalmente riconosciute del nostro Paese a partire dal Settecento e dai viaggiatori del grand Tour. L’antico ha sempre generato grandi emozioni e l’idea della ricostruzione dell’esistente distrutto dal terremoto (quello del dov’era e com’era), balenata ad alcuni rappresentanti delle pubbliche istituzioni di governo locale e nazionale, rassicura o meglio rasserena: nell’evocazione di improbabili evasioni nostalgiche, sotto l’onda emotiva, crea

continue richieste di recupero della città consolidata e della ricostruzione dei centri terremotati. Tali interventi – da prediligere quelli di carattere non imitativo – possono insinuarsi nelle pieghe dei resti della città, nei resti della struttura urbana e riproporre la naturale rigenerazione della città. Per cui la riconfigurazione spaziale di alcuni isolati storici può prevedere interventi di restauro che comportino le demolizioni, le integrazioni o anche addizioni puntuali di edifici o di brani di città. Rinnovare i tessuti urbani con la demolizione, d’altronde, non significa solamente ‘liberare’ o ‘togliere’. Una demolizione abile riesce a dare valore e presenza anche attraverso la mancanza. Negli interventi all’interno di realtà consolidate non esistono ricette precostituite. La specificità dei luoghi e degli edifici è fondamentale per optare o meglio integrare diverse filosofie d’intervento. Gli interventi nelle città consolidate richiedono grande competenza ed equilibrio perché il confine tra demolizione, ristrutturazione, innovazione e restauro è veramente labile. Così facendo si potrà migliorare, anche con finalità antisismiche, il patrimonio edilizio e quello architettonico italiano. Senza ricette speciali e prototipi da generalizzare, senza ‘dieci comandamenti’ da applicare in modo esteso e uniforme alle molteplici peculiarità. Serviranno interventi di recupero in laparoscopia, nei casi acclarati. Per il resto è necessario riprendere la rigenerazione delle città, il rinnovamento dei tessuti urbani, e di conseguenza il miglioramento strutturale, lontano da leggi eccezionali e da ricette miracolose da somministrare diffusamente

Rinnovare i tessuti urbani con la demolizione non significa solamente levare. Una demolizione abile riesce a dare valore e presenza anche attraverso la mancanza nell’immaginario comune un facile consenso. Il progetto architettonico del contemporaneo e il disegno urbano del nuovo, invece, devono dare una risposta anche alle

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› FIRMITAS SIAMO IL PAESE DEI TERREMOTI MA NONOSTANTE CIÒ, QUANDO CI SONO, NON RIUSCIAMO A SPENDERE LE SOMME MESSE A DISPOSIZIONE. È IL CASO DEL FONDO NAZIONALE PER LA PREVENZIONE DEL RISCHIO SISMICO. LE NOVITÀ 2017 IN MATERIA DI INVESTIMENTI E INCENTIVI

I SOLDI CI SONO MA NON SI SPENDONO Siamo un paese di terremoti. Metà del nostro Paese è a rischio sismico. L’intera catena appenninica è più o meno in pericolo e sommate alle zone del Nord Italia, sono a rischio 23 milioni di italiani (in prevalenza concentrati in Sicilia e Campania): il 39% per cento della popolazione nazionale, che vive in 5,1 milioni di edifici ad elevato rischio sismico (il dato è dell’associazione nazionale dei costruttori edili). Nei mesi successivi al 24 agosto e al 30 ottobre scorsi diverse fonti hanno indicato quali potessero essere le cifre necessarie per mettere in sicurezza il Paese: c’è chi sostiene che siano 40 i miliardi necessari per rendere sicuri tutti gli edifici pubblici italiani, chi invece stima in 93 miliardi l’investimento indispensabile per intervenire sul tutto il patrimonio edilizio nazionale, edifici privati compresi. Cifre impressionanti, ma ancor più impressionanti sono le immagini dei disastri che negli anni abbiamo dovuto vedere e commentare: dal Belice ad Amatrice gli ultimi cinquant’anni dell’Italia sismica sono sotto i nostri occhi e nei ricordi di molti. E quando si parla di cifre non si può dimenticare quanto, dal Dopoguerra ad oggi, sono costati, oltreché in termini di vittime e di danni, i terremoti che hanno sconvolto i paesi del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, dell’Umbria, dell’Emilia, dell’Aquila: 145 miliardi di euro. Nel paese dei terremoti però, tanto per non smentire le contraddizioni italiche, un obbligo di legge, uno tra i tanti, quello relativo alla redazione dei piani di emergenza, non viene rispettato: solo 6.159 comuni su oltre 8mila (il 77%) ne ha predisposto uno (i dati sono del Dipartimento della Protezione civile). Campania e Lazio, colpite in passato da pesanti sismi, sono le due regioni fanalino di coda: solo il 40 e il 39% dei comuni campani e laziali si è dotato di un piano che sarebbe previsto per legge. Altra contraddizione: sembra che i soldi per la prevenzione non ci siano mai, poi però scopriamo che quando ci sono accade che le regioni e i comuni si dimentichino di utilizzarli. È il caso del fondo nazionale per la prevenzione del rischio sismico, che nasce nel 2009 con la legge 77, voluta dal governo Berlusconi all’indomani del terremoto de [ 74 ]

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L’Aquila. Un fondo di 963 milioni di euro, che avrebbe permesso di finanziare 4.000 interventi. In realtà, dal 2010 al 2016, degli interventi previsti ne sono stati conclusi solo 660. Dai dati della Protezione Civile aggiornati al novembre dello scorso anno, sono due regioni del Sud, Calabria e Sicilia, ad avere ottenuto una buona fetta degli oltre 739 milioni di euro della legge del 2009: 105 per la prima, 102 per la seconda. Poi, Campania (con 99 milioni), Abruzzo (55), Emilia (45), Lazio (44), Molise (38), Marche (37), Umbria (34) e via via le altre. Da aggiungere anche un altro dato: dei 1.608 studi di micro zonazione solo 916 risultano ad oggi consegnati. Le risorse di Casa Italia Dopo il terremoto del 24 agosto che ha colpito il Centro Italia e dopo aver dato vita a Casa Italia, la struttura di missione della presidenza del Consiglio dei ministri per la prevenzione dei rischio sismico, il governo ha messo a disposizione una serie di risorse sia per l’immediato sia per prossimi anni: 7 miliardi dedicati alla ricostruzione del post-terremoto, 6 per l’edilizia privata e le attività produttive e un miliardo per l’edilizia pubblica, mentre 11,6 sono i miliardi di incentivi per le misure antisismiche (e di efficienza energetica) nel periodo che va dal 2017 al 2032. Da quest’anno inoltre sono state introdotte delle novità in materia di bonus e incentivi che riguardano non più solo il singolo appartamento, ma l’intero condominio. Da quest’anno sarà infatti possibile detrarre le spese anche per la verifica sismica, con un recupero degli investimenti effettuati non più in dieci anni, ma in cinque. Benefici che

sono estesi anche ai comuni classificati in zona sismica 3. Il provvedimento del governo offre poi incentivi per la ristrutturazione antisismica per aumentare il livello di sicurezza sia delle singole unità immobiliari (fino all’80% della spesa sostenuta) sia per i condomini (fino al’85% del totale)

I NUMERI

DEI TERREMOTI IN ITALIA 40 miliardi

il costo per mettere in sicurezza gli edifici pubblici italiani

93 miliardi

il costo per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio nazionale

145 miliardi

il costo dei terremoti negli ultimi 50 anni

6.159 (su 7.983)

i comuni italiani a essere dotati di piani di emergenza

963 milioni

del fondo nazionale di prevenzione del rischio sismico (legge 77 del 2009)

660

gli interventi conclusi (su 4.000 previsti)

1.608

gli studi di micro-zonazione (finanziati con la legge 77 del 2009)

916

gli studi conclusi

7 miliardi

per la ricostruzione post terremoto del Centro Italia

6 miliardi

per l’edilizia privata e le attività produttive

1 miliardo

per l’edilizia pubblica

11,6 miliardi

incentivi per le misure antisismiche (e di efficienza energetica) dal 2017 al 2032


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› FIRMITAS ARCHITETTI PER L’EMERGENZA

CI CHIAMAVANO INGEGNERI Sei architetti volontari raccontano la loro esperienza tra le macerie nelle zone colpite dal sisma nel Centro Italia. Un’iniziativa del presidio dell’Ordine degli Architetti di Bergamo coordinati dalla Protezione Civile provinciale «Ci chiamavano ingegneri. Proprio così, ingegneri». A parlare sono Gianluca Erroi e Marco Persico, due architetti dell’Ordine di Bergamo impegnati nella squadra P490 come volontari nei sopralluoghi ad Accumoli, paese distrutto dal terremoto del 24 agosto dello scorso anno. «Ci chiamavano così forse perché, secondo una convinzione diffusa, il compito di censire i danni di un sisma appartiene più alla figura dell’ingegnere che non a quella dell’architetto. Noi architetti, in contesti di questo tipo, siamo considerati un po’ fuori luogo, quasi non all’altezza». Così non è stato, almeno per quanto riguarda

Ci chiamavano così forse perché il compito di censire i danni del sisma appartiene più alla figura dell’ingegnere che dell’architetto il lavoro svolto dalle tre squadre di architetti (oltre a Erroi e Persico, Maurizio Orlandi, Andrea Fischetti, Monica Aresi e Silvia Vitali) del Presidio Oab (Ordine degli Architetti di Bergamo), che tra la fine di settembre e i primi di ottobre sono state impegnate a censire e valutare le condizioni statiche di centinaia di case ad Accumoli in provincia di Rieti e a San Ginesio in provincia di Macerata. Gli architetti del presidio bergamasco non sono nuovi ad azioni di emergenza volontaria: operano in stretto contatto con la protezione civile provinciale, che indica loro tempi e luoghi di intervento. «L’esperienza che abbiamo vissuto nei luoghi

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del terremoto – sostiene Erroi – ha dimostrato che anche le convenzioni più radicate possono essere scardinate. L’insegnamento che ho tratto da questa esperienza drammatica riguarda la specificità del nostro ruolo, la sensibilità culturale dell’architetto, la sua forma mentis, fattori questi che gli consentono anche di contribuire alla rinascita di quelle realtà colpite dalla furia del sisma». «Questa esperienza – ribadisce Persico – ci lascia una certezza: che all’architetto, e solo a lui, è riservato il difficile compito di ricucire quell’indissolubile legame tra la pietra e l’uomo». Un’altra squadra, la P670 composta da Maurizio Orlandi e Andrea Fischetti, ha lavorato alle operazioni di verifica dell’agibilità degli edifici colpiti dal sisma di Arquata del Tronto nel comune di San Ginesio. Compito dei tecnici era compilare le schede di ogni singolo edificio devastato dal sisma, completato con interviste ai proprietari e reportage fotografici. Al termine, le squadre ritornavano al centro di coordinamento dei soccorsi per definire il giudizio di agibilità di ogni singolo fabbricato esaminato. «Ciò che ci ha più colpiti – affermano Orlandi e Fischetti – è stato l’aspetto umano. Siamo stati accolti dalle persone come degli angeli soccorritori, anche quando dovevamo comunicare loro l’inagibilità della casa». A San Ginesio ha lavorato anche la squadra P669 di Monica Aresi e Silvia Vitali. Un comune, quello sui monti Sibillini, che simboleggia l’Italia bella e unica, ma allo stesso tempo fragile. Un’Italia impareggiabile dal

punto vista del paesaggio, fatto di contrade, monasteri, fattorie, palazzi nobili, case sparse, e dell’arte. «Pur da un esame speditivo qual è stato il nostro – affermano i due architetti – abbiamo rilevato un’infinità di errori costruttivi: murature discontinue o non ammorsate, assenza di connessioni tra gli orizzontamenti e i muri perimetrali, sfilamento di travi e travetti dei solai, presenza di murature a secco, inefficienza di presidi e rinforzi locali, solai appoggiati al solo paramento interno delle

Abbiamo documentato un’infinità di errori costruttivi: murature discontinue, assenza di connessioni, sfilamento di travi e travetti dai solai, presenza di murature a secco, coperture spingenti e pesanti murature, coperture spingenti e pesanti e così via. Tutti fattori, quelli riscontrati nei numerosi sopralluoghi effettuati, che davano l’idea immediata della debolezza intrinseca degli edifici ordinari». Nel loro lavoro di indagine, gli architetti dell’Ordine di Bergamo hanno rilevato anche tracce di presunti consolidamenti, realizzati anche di recente; interventi che hanno ignorato la struttura esistente e optato per l’utilizzo di criteri costruttivi che si utilizzano invece per i nuovi edifici. Oltre a quelli descritti, sono stati notati cordoli e coperture in cemento armato non ammorsati alle murature, murature irregolari e con giunti e letti di malta quasi del tutto mancanti

Una squadra degli architetti volontari di Bergamo in un sopralluogo con il commissario alla ricostruzione in Centro Italia, Vasco Errani. Sotto, due immagini di San Ginesio colpita dal terremoto.


› FIRMITAS RENZO PIANO E LA RICOSTRUZIONE

foto ©Marco Nirmal Caselli

HO UN PROGETTO E DIREI CHE È UN PO’ FORTE La sintesi dell’intervento di Renzo Piano, pronunciato nell’aula del Senato il 29 settembre scorso nel corso del primo dibattito sul terremoto in Centro Italia «In relazione al sisma del Centro Italia, nella mia attività di senatore a vita, per rendere utile questo mio ruolo, ho pensato a un progetto. Da tre anni, nella mia stanza di Palazzo Giustiniani mi occupo di periferie: un tema dei nostri tempi. Ma c’è un tema ancora più urgente e riguarda il sisma. È un progetto che intendo affrontare come senatore a vita, utilizzando il gruppo di lavoro che ho costituito, per il quale non intendo chiedere nulla in più di ciò che mi viene attribuito in relazione al mio ruolo. Serve un progetto generazionale, che deve durare forse due generazioni, mezzo secolo. Un progetto di lungo termine: si tratta

di salvaguardare il Paese e il suo patrimonio abitativo. Vorrei occuparmi delle case, per concentrare lo sforzo e perché la casa è il rifugio di noi tutti. La casa come luogo del silenzio, in cui ritroviamo noi stessi. Un luogo sicuro per definizione. In passato ho lavorato su questi temi e il primo passo da compiere è la diagnostica. Per fare ciò serve entrare nel campo della scienza e uscire da quello dell’opinione e per farlo occorre introdurre il concetto di diagnosi. La diagnosi scientifica si applica anche al costruito, così come avviene in medicina. La diagnostica degli edifici è il punto di partenza, perché la precisio-

ne della diagnostica consente di passare subito alla cantieristica leggera. Come in medicina, più la diagnosi è precisa più la chirurgia diventa leggera. Oggi esistono tecnologie non invasive. Perché è così importante la diagnostica? Per una ragione umana fondamentale:

«Se cerchi un uomo c’è sempre una casa. Bisogna ricostruire tra le pietre, le soglie e la gente che le abita» perché le persone non devono essere allontanate dalla propria casa. Esiste una connessione fortissima tra la casa e chi la abita, tra le mura e coloro i quali stanno al

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› FIRMITAS

foto Dipartimento di Protezione Civile

loro interno. È un’unità inscindibile e non è immaginabile separarle. Non dover spostare gli abitanti dalla propria casa significa anche ridurre i costi di intervento: fisici, economici, umani. Occorre allora pensare a un progetto che inizi subito e che sia destinato a durare nel tempo. Il nostro Paese è bravissimo nell’intervenire nell’emergenza. La Protezione Civile italiana è un grande esempio internazionale. Siamo meno bravi sulle cose da fare in tempi lunghi. Propongo di fare dieci prototipi. Non bastano le parole e nemmeno serve scrivere. Bisogna creare esempi, costruire dei prototipi. Occorre costruirli lungo i paesi dell’Appennino, nella zona sismica italiana per eccellenza.

«Siamo custodi della bellezza italiana. Spesso però ce ne dimentichiamo. Dal sisma dobbiamo trarre una lezione culturale» Occorre selezionare con attenzione tra il patrimonio residenziale vetusto e quello del dopoguerra. Poi serve parlare di tecniche costruttive: la pietra, il laterizio, le strutture miste, il cemento. Nel dopoguerra italiano sono stati costruiti edifici spaventosi per quanto riguarda la sicurezza. Realizzare i dieci prototipi è quindi fondamentale. L’idea è di realizzarli nei prossimi anni, non nei prossimi cinquanta. Le competenze ci sono. Per farlo occorrono alcune cose: un’organizzazione e risorse finanziarie distribuite nel tempo. Stiamo parlando di un patrimonio residenzia-

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le di 10-11 milioni di case che è quello collocato sulle cime degli Appennini, un patrimonio fatto di borghi. Un patrimonio che può essere messo in sicurezza, in salvaguardia. Non so dire quanti soldi occorrano, ma sono risorse che possono essere trovate nei bilanci di ogni anno. E sono risorse che rientrano immediatamente in circolo, perché vogliono dire microfinanziamenti, microimprese, microcantieri. Torno a parlare, come fatto per le periferie, di rammendo. Si tratta di iniziare a rammendare e non smettere più. Dobbiamo anche abbandonare il terreno oscuro della fatalità. La fatalità non esiste. Il terremoto ci accompagna da sempre. Non è fatale però che non si reagisca. La natura non è cattiva e nemmeno buona. La natura è indifferente. Però, la natura ci ha dotati dell’intelligenza, che è una dote naturale. Che ci ha permesso nel tempo di difenderci, costruire case, argini, infrastrutture. Occorre smettere di parlare di fatalità.

«Propongo di fare dieci prototipi. Non bastano le parole e nemmeno serve scrivere. Bisogna creare esempi, costruire dei prototipi. Occorre costruirli lungo i paesi dell’Appennino, nella zona sismica italiana per eccellenza» Esiste anche una responsabilità collettiva. Accettiamo l’idea di essere entrati in una fase diversa dal passato e accettiamo la responsabilità collettiva. Chiudo con un’altra considerazione rivoluzionaria. Noi italiani ci siamo assuefatti

alla bellezza del nostro Paese e questo senza rendercene conto. Mi riferisco alla bellezza delle nostre cento città, dei cento, mille, diecimila borghi. In particolare quelli dell’Appennino, che sono quelli più a rischio. La bellezza di quei luoghi non appartiene a noi, ma al mondo: quei borghi appartengono al mondo in quanto patrimonio dell’umanità. Ci accorgiamo della bellezza

«La fatalità non esiste. Il terremoto ci accompagna da sempre. Non è fatale però che non si reagisca. La natura non è cattiva e nemmeno buona: la natura è indifferente. Ma la natura ci ha dotati dell’intelligenza» che ci circonda solo quando ci crolla addosso. In questa considerazione c’è qualcosa di sbagliato. Noi siamo custodi di una bellezza straordinaria, che ci viene invidiata e di cui dobbiamo essere custodi. Una bellezza che abbiamo ereditato e che dobbiamo restituire ai nostri figli e nipoti. Se continuiamo a rimanere disattenti rischiamo di essere eredi indegni. Non lo siamo, ma potremmo diventarlo, se non stiamo attenti. Per questo serve un progetto di lunga durata. Un progetto generazionale, attraverso l’azione delle scuole, tra i giovani che tra vent’anni saranno uomini. Il nostro è una Paese bellissimo, ma fragile. E della sua difesa io sento la responsabilità. Essere senatore a vita è un privilegio. L’idea di difendere il mio Paese, anche da qui, mi piace. Un’idea, un progetto che ben si adatta all’istituto di senatore a vita. E questo è il progetto che vi propongo»


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PARLA IL PROJECT MANAGER DI CASA ITALIA

SERVE UN CAMBIO DI PARADIGMA All’ex rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone, il compito di coordinare una squadra di esperti e preparare un piano di prevenzione sismica di lungo periodo. Quattro i pilastri del lavoro: datebase unico, progetti pilota, nuove politiche di prevenzione, formazione. Per un progetto che deve durare più generazioni Giovanni Azzone – ingegnere, milanese, 54 anni, fino a pochi mesi fa rettore del Politecnico di Milano, da un anno circa presidente di Arexpo – dal 2 settembre del 2016 è stato nominato project manager di Casa Italia, il progetto di messa in sicurezza sismica del territorio italiano. Un incarico che l’ex premier Renzi gli ha affidato subito dopo il terremoto del 24 agosto scorso che ha colpito il Centro Italia. Un incarico del tutto nuovo nel panorama nazionale per un’operazione inedita per la politica italiana: quella di mettere a punto un piano nazionale pluridecennale per la messa in sicurezza del territorio nazionale e dei suoi edifici. Un piano generazionale, di lungo periodo, per passare dall’emergenza alla prevenzione. Un compito non facile, da mettere a punto in dodici mesi, caricato sulle spalle esperte del professore milanese. Al project manager di Casa Ita-

lia abbiamo rivolto alcune domande. A distanza di qualche mese dal suo incarico ci conferma i pilastri dell’azione di Casa Italia? Confermo quanto dichiarato all’inizio del mandato. Stiamo lavorando su quattro fronti contemporaneamente e lo stiamo facendo - io e gli altri quattordici esperti - con una struttura molto snella e senza costi per lo Stato. Compito degli esperti è definire un progetto di lungo periodo per accrescere la prevenzione del rischio sismico e sociale in Italia. Un piano che, una volta approvato dal governo, darà vita a una struttura tecnica stabile per un’attività di coordinamento di tipo continuativo. È un lavoro progettuale composto di quattro blocchi. Il primo riguarda la sistematizzazione delle banche dati esistenti in materia di fragilità, vulnerabilità, pericolosità ed esposizione al rischio. Un’attività oggi

frammentaria e dispersa che ha bisogno di essere unificata e resa pubblica. Il secondo fronte di lavoro riguarda l’attività con il gruppo di Renzo Piano, il G124, per l’individuazione e la realizzazione di alcuni cantieri emblematici. Il nostro compito è identificare i luoghi più opportuni e le tipologie edilizie su cui dare vita a veri e propri cantieri sperimentali. A oggi abbiamo definito, e sottoposto alla presidenza del Consiglio dei ministri, un primo elenco di comuni adatti a ospitare i cantieri-pilota. Il terzo fronte su cui stiamo lavorando è la ricognizione delle politiche adottate in Italia in questi ultimi anni per evidenziare i punti di forza e di debolezza del sistema. Questi tre fronti dovrebbero dar luogo al piano generale di prevenzione, che indicherà il quadro informativo, le ipotesi di intervento a partire dai cantieri concreti e

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› FIRMITAS poi l’indicazione delle politiche di intervento più idonee. Il quarto fronte? Il quarto pilastro della nostra azione, forse il più importante, riguarderà la formazione. Agiremo su due livelli: il primo nei confronti della collettività, il secondo dei professionisti, del sistema delle imprese e dei numerosi committenti pubblici. Ci può dire qualcosa di più del lavoro con il senatore Renzo Piano e il suo gruppo? Gli esperti di Casa Italia stanno lavorando congiuntamente con il gruppo G124 sul tema della progettazione dei dieci cantieri simbolici sui cui, in un momento successivo, verranno realizzati gli interventi di ristrutturazione edilizia. Per fare ciò serviranno delle risorse e quest’attività farà parte della seconda fase del progetto. A oggi abbiamo selezionato e individuato una trentina di luoghi idonei. Quali sono i tempi di Casa Italia? Dopo l’estate termineremo la prima fase del nostro lavoro, sia quella informativa sia sui cantieri. L’obiettivo è realizzare tutto ciò a legislazione ordinaria, per rendere trasferibili alle amministrazioni pubbliche le esperienze concrete che andremo a realizzare. Negli scorsi mesi abbiamo sentito parlare di micro-zonazione sismica. Di cosa si tratta? La prima fase del lavoro, quella informativa sulle banche dati, avrà come area di analisi il singolo comune. Per ciascuno degli oltre ottomila comuni italiani saremo in grado di fornire il grado di pericolosità sismica, idrogeologica, vulcanica. L’obiettivo successivo, quando avremo una struttura organizzativa stabile, è di arrivare a un’analisi a livello del singolo edificio. Con due tipi di informazioni essenziali: le caratteristiche del terreno e poi quelle dell’edificio, per stabilire modalità di intervento idonee. Qual è il motivo per cui indagate tutte le tipologie di rischio? Spesso, come è avvenuto per il caso tragico di Rigopiano, abbiamo due eventi di rischio congiunti, che amplificano il rischio stesso. Dobbiamo sì occuparci degli edifici, ma anche del sistema delle infrastrutture che vi gravitano attorno e all’economia locale. In altre parole, possiamo realizzare interventi ben fatti, ma in luoghi disabitati. Quindi occorre capire le sorgenti di rischio che agiscono sul luogo per affrontarle complessivamente. Ciò complica il nostro lavoro, ma questo è il problema che dobbiamo affrontare. Sino a oggi mi pare che i problemi siano stati affrontati con logiche parziali, settoriali, occasionali. Noi dobbiamo guardare alle interdipendenze. Un’attività utile, ad esempio, qualora si dovesse ricorrere allo strumento del bonus sismico, che potrebbe essere differenziato in relazione alla presenza di altri rischi contemporaneamente. [ 80 ]

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A suo avviso cos’ha impedito finora di affrontare il rischio sismico in modo organico? Non saprei, ma ciò che posso dire è che serviva un cambio di strategia per passare da politiche frammentarie, verticali, casuali a politiche organiche durature. Casa Italia è un cambio di rotta che punta a un piano ventennale, anzi senza limiti di tempo. Non possiamo pensare di sistemare lo stock di abitazioni e poi pensare che nulla

sicurativa fosse di cento euro ad alloggio, vorrebbe dire che il costo post-sisma per lo Stato sarebbe di tre miliardi di euro l’anno. Che è il costo medio annuale che lo stesso Stato sostiene per la ricostruzione. Quindi, da un punto di vista strettamente economico, se le compagnie assicurative chiedessero meno di cento euro converrebbe assicurarsi, se dovessero chiedere di più non converrebbe. È un tipico tema di domanda e offerta

più accada. La città, come l’edificio, è un organismo vivente. Dobbiamo metterci nella prospettiva di una politica che pensi in modo organico alla sicurezza del Paese.

Amatrice il giorno dopo la prima scossa del 24 agosto 2016 (foto courtesy Dipartimento di Protezione Civile).

Non saprei dire esattamente cosa non abbia funzionato in Italia nella prevenzione sismica ma ciò che serve è un cambio di strategia per passare dalla frammentarietà a politiche organiche e durature Un’ultima domanda. Alcuni esperti sottolineano l’importanza del sistema delle assicurazioni come soluzione al problema dei costi di costruzione. Lei cosa ne pensa? La soluzione dipende dal tipo di obiettivo che si intende perseguire. Se l’obiettivo è la salvaguardia della vita umana, il tema non è rilevante. Se invece ci poniamo la domanda a chi spetta intervenire a valle di un sisma, se allo Stato o ai singoli, per rispondere dobbiamo distinguere i piani. Nel primo caso sono i contribuenti, a partire da quelli a maggior reddito, a dover sostenere i costi della ricostruzione. Nel secondo è il modello assicurativo che pone in capo ai singoli il costo, in relazione al maggiore o minore grado di rischio sismico esistente. È una scelta politica. Non esiste una soluzione corretta a priori. In Italia ci sono trenta milioni di alloggi. Se la polizza as-

GLI ESPERTI DI CASA ITALIA Oltre al project manager Giovanni Azzone ecco i nomi degli altri esperti che compongono il team di Casa Italia. Massimo Alvisi architetto Michela Arnaboldi ingegnere gestionale Alessandro Balducci urbanista Marco Cammelli giurista Guido Corso giurista Daniela De Leo urbanista Carlo Doglioni geologo Manuela Grecchi tecnologia dell’architettura Massimo Livi Bacci demografo Maurizio Milan ingegnere strutturale Fabio Pammolli economista Pietro Petraroia beni culturali Davide Rampello attività culturali Piercesare Secchi statistico


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MENSA SCOLASTICA

AMARE AMATRICE Il progetto di Stefano Boeri, operato con i fondi raccolti dal Corriere della Sera e La7, punta a ricostruire subito la vita della comunità con un polo gastronomico che sia anche luogo di incontro e nuovo motivo di richiamo turistico

La mensa di Amatrice, inaugurata il 23 dicembre scorso, è un refettorio scolastico ma anche un punto di aggregazione e in estate, insieme ad altre strutture, sarà il fulcro di un polo gastronomico che potrà diventare un richiamo turistico per la località del reatino. Accanto, Stefano Boeri con Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, e il direttore de La7 Enrico Mentana il giorno dell’inaugurazione.

La grande vetrata che si apre sui Monti della Laga è l’essenza del refettorio di Amatrice inaugurato la vigilia di Natale dopo soli 28 giorni di cantiere. Ovvero, parafrasando Marshall McLuhan, qui l’architettura è il messaggio, e il messaggio è la volontà di restituire rapidamente a questa comunità la bellezza del luogo, su cui si fonda anche larga parte dell’economia bruscamente interrotta dalla prima scossa del 24 agosto. Un’opposizione all’irreversibilità del terremoto «che in un secondo cancella storie di secoli e la memoria collettiva di decenni» – ci spiega Stefano Boeri, che da subito si era messo a disposizione dell’iniziativa nata dalla campagna di sottoscrizione lanciata dal Corriere della Sera e La7 – e che però precisa «operando per la ricostruzione è fondamentale essere consapevoli di questa discontinuità tra il prima e il dopo. Perciò è importante coinvolgere i cittadini e in questo caso anche gli abitanti non residenti, i proprietari di seconde case legati da molto tempo a questi luoghi. Perché dopo l’emergenza occorre salvare la comunità e le forme della sua economia.

Ma bisogna avere il coraggio di affrontare anche la costruzione del nuovo, partendo da analisi approfondite e interdisciplinari, a cominciare dalle valutazioni geologiche» – prosegue l’architetto milanese, che non crede molto nel ‘com’era dov’era’. «Dove è possibile è anche giusto ricostruire com’era, per non perdere i simboli della memoria

collettiva, che però non va confusa con il pittoresco, altrimenti rischiamo di costruire dei falsi. Non si tratta solo di questioni legate alla sicurezza, per coraggio intendo dire che bisogna riconoscere che la storia cambia, che molti borghi dell’Appennino centrale sono in larga parte abbandonati perché nel corso degli anni coloro che li

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› FIRMITAS abitavano si sono trasferiti in città, o anche che edifici costruiti con funzioni agricole oggi sono utilizzati esclusivamente come residenze turistiche». La mensa da poco inaugurata è, nelle parole di Boeri «una piazza. Un posto in cui gustare i prodotti tipici. Ma anche un luogo dove incontrarsi, per giocare e stare insieme, in uno spazio polifunzionale aperto verso le montagne con una grande vetrata». Si tratta della prima delle strutture del nuovo polo della ristorazione che si chiamerà Amate Amatrice e che prevede la costruzione, sempre con elementi modulari prefabbricati in legno, di nove ristoranti di diversa capienza (da 85 a 500 mq, secondo le richieste dei diversi ristoratori), da realizzare intorno a uno spazio pubblico aperto, costituito da una pavimentazione esterna pedonale, attrezzata con sedute e illuminazione, e uno spazio centrale sistemato a verde e attrezzato con sedute. Un polo turistico-gastronomico che alla fine darà lavoro a 130 persone. La mensa, con involucro esterno e strutture portanti costruite con elementi prefabbricati in legno, serramenti perimetrali in alluminio e vetrocamera e una copertura in lamiera coibentata, occupa una superficie di 490 mq e contiene una sala da pranzo per circa 150 posti a sedere, un’area bar aperta e una serie di spazi di servizio destinati a cucine e locali tecnici e di servizio. Gli ambienti interni sono delimitati da partizioni a secco e la pavimentazione è in cemento elicotterato (in grès per i locali di servizio e la cucina). L’edificio è stato costruito in 28 giorni al solo costo dei materiali da un’Ati guidata da DomusGaia insieme alla Filiera del

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Legno Fvg. Del resto le prime esperienze sistematiche riguardanti le capacità strutturali del legno nelle costruzioni si fecero proprio in Friuli, nel corso della ricostruzione successiva al terremoto del 1976. È da allora che dovremmo avere imparato che gli edifici non si consolidano aumentandone il carico superiore

Antonio Morlacchi

SCHEDA Soggetto Promotore Comitato Un aiuto subito terremoto Centro Italia 6.0 promosso da Corriere della Sera e La7

Soggetto Beneficiario Comune di Amatrice Progettazione architettonica Stefano Boeri Architetti (Stefano Boeri, Corrado Longa, Marco Giorgio, Julia Gocalek, Daniele Barillari)

Progettazione strutturale Ing. Mirko Degano, Ing. Loris Borean

Progettazione impiantistica Ing. Paolo Zuccolo Progettazione urbanizzazioni Arch. Sandro Stefanini Valutazioni economiche Gad Srl Soggetto appaltatore Filiera del Legno Friuli Venezia Giulia – Ati Domusgaia Srl e Legnolandia Srl

La pianta della mensa e un render del futuro polo della ristorazione di Amatrice (©Stefano Boeri Architetti). A sinistra, immagini del cantiere (foto ©Francesco Mattuzzi e ©Stefano Boeri Architetti).


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Sezione orizzontale Nodo Trave-Serramento

UN’OPERA DELLA FILIERA DEL LEGNO FVG La mensa di Amatrice è stata costruita in 28 giorni da un’Ati guidata da DomusGaia insieme alla Filiera del Legno Friuli Venezia Giulia. Anche a causa dei tempi dettati dall’emergenza, per quest’opera non esistevano soluzioni tecniche standardizzate: per fornire prestazioni importanti con il migliore rapporto costi-benefici è stata sviluppata una ricerca ad hoc dal punto di vista dei materiali e degli impianti che ha comportato una serie di approfondimenti specifici relativi anche al luogo di costruzione.

LA SCELTA DEL LEGNO Per le sue doti antisismiche il legno è un materiale da costruzione ideale: leggero, elastico e flessibile, assorbe le sollecitazioni ed è in grado disperderle nel terreno attraverso le fondazioni, deformandosi in modo reversibile senza subire danni. Un edificio in legno non è un corpo monolitico, ma si compone di elementi uniti tra loro attraverso connessioni meccaniche che assorbono e compensano le vibrazioni fungendo anche da elementi di dissipazione.

INTEGRAZIONE CON L’AMBIENTE Amatrice si adagia all’interno di una vallata attorniata dagli Appennini. Per questo sono state studiate

soluzioni architettoniche specifiche per minimizzare l’impatto ambientale e massimizzare il rapporto tra edificio e paesaggio. La mensa infatti si affaccia sui Monti della Laga per mezzo di un’ampia vetrata che sfrutta i principi della bioclimatica. Le facciate continue, sostenute da telai in alluminio, sono costituite da vetrocamera con vetro basso-emissivo e basso fattore G, per minimizzare la dispersione termica, mentre lo sporto della copertura la protegge dal surriscaldamento estivo. Tutti i compiti strutturali sono demandati alla struttura in legno mentre la vetrata funge da tamponamento. La costruzione principale è stata realizzata Pilastro 160x400 con pilastri e travi in legno lamellare a Telaio in alluminio vista e completata con pareti a telaio Vetrocamera sfruttando un isolamento in fibra di legno e rivestimento in pannelli di larice finemente lavorati. La mensa, con i suoi 50 mc di legno, è caratterizzata da elementi snelli in grado di coprire ampie luci. Sia per la sua importanza in termini sociali, sia per le sue dimensioni, rappresenta un’opera Sezione orizzontale importante, in grado di dimostrare le contenerlo. nodo trave-serramento grandi potenzialità di questo materiale. Per garantire l’arieggiamento dei La soluzione adottata per la facciata locali interni sono stati previsti alcuni Nodoapribili Finestremediante - PILASTROazionamento vetrata consiste nell’inserimento del TAVOLA:elementi Scala: 1:20 vetro all’interno di un profilo di alluminio meccanico motorizzato. fissato direttamente sulla struttura verticale in legno che va quindi a www.filieralegnofvg.it GSPublisherEngine 227.10.99.99

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AUDITORIUM, L’AQUILA

I CUBI MUSICALI DI RENZO PIANO Un progetto di elevato valore simbolico, voluto da Renzo Piano e Claudio Abbado dopo il terremoto dell’Aquila per ritrovare attraverso la musica il senso di una comunità. È in legno, materiale antisismico, che qui dialoga con la pietra del Forte cinquecentesco

In alto, il disegno dell’Auditorium così come è stato pensato da Renzo Piano. Nella pagina a fronte, i volumi in legno colorato del nuovo spazio musicale del capoluogo aquilano (©Rpbw - Renzo Piano Building Workshop).

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Inaugurato il 7 ottobre 2012 alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con un concerto dell’Orchestra Mozart diretta da Claudio Abbado, l’Auditorium dell’Aquila era stato pensato come un impianto temporaneo da utilizzare in alternativa al “Nino Carloni”, la sala da concerti ricavata in una delle torri del Forte Spagnolo resa inagibile dal terremoto del 2009. L’edificio si compone di tre volumi cubici in legno della Val di Fiemme (la stessa località che per secoli ha fornito la materia prima ai maestri liutai di Cremona) disposti in maniera apparentemente casuale, come se fossero rotolati sul terreno del parco antistante lo stesso castello, con le cui pietre cinquecentesche dialogano anche nel contrasto cromatico. Il volume più grande, di 18,5 metri di lato ma vistosamente inclinato e parzialmente incastrato nel terreno, tanto che lo spigolo anteriore raggiunge un’altezza di soli 9

metri dal suolo, è quello dell’auditorium vero e proprio, che all’interno contiene 238 posti a sedere disposti a gradinata su 8 file (con altre due file dietro il palco dell’orchestra, all’occorrenza occupate dal coro). Ad esso sono collegati, alla quota di circa un metro mediante passerelle coperte in parte vetrate, i due volumi minori del foyer con biglietteria e caffetteria e, sui livelli superiori e inferiore, vani di servizio e impianti, e quello degli artisti, con accesso esterno per strumenti e attrezzature ingombranti. Antistante il foyer, un deck prolunga all’esterno il servizio della caffetteria, creando un polo di attrazione che invita alla sosta e alla conversazione. Nella loro astrattezza, i volumi dissimulano la presenza di un edificio vero e proprio. Sono cioè non forme o, piuttosto, forme pure, che si confrontano il più silenziosamente possibile con la massa compatta e tesa del Forte cinquecentesco. I loro assi

si proiettano in una piazza esterna, che si sviluppa nel parco di fronte all’auditorium e che in estate può trasformarsi in platea per spettacoli all’aperto in grado di ospitare 500 persone. Le facce esterne dei cubi, rivestite in doghe di larice di 25 cm di larghezza e 4 di spessore, colorate e protette con trattamenti volti ad assicurare un omogeneo processo di ossidazione nel tempo, sono tra loro diverse e declinate secondo criteri architettonici vari e alternati che rendono l’edifico vivo, leggero e vibrante, e caratterizzate da una serie di incidenti che alterano l’omogeneità e la stereometria della superficie. Come i vani scala contenuti in volumi vetrati sovrapposti alle superfici lignee, le superfici color rosso sangue in corrispondenza degli spazi di collegamento, le scale di sicurezza aggrappate alle facciate, le canalizzazioni dell’impianto di condizionamento che, nella parete posteriore del foyer, fuoriescono dalla facciata, trattata


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› FIRMITAS con finitura cementizia. All’interno dell’auditorium, la superficie in legno grezzo delle pareti è attrezzata con una serie di pannelli acustici che riflettono il suono orientandolo verso il pubblico. Anch’essi in legno ma con finitura di elevata qualità, i pannelli appaiono come sospesi nello spazio, in alcuni casi sovrapponendosi alle pareti verticali, ma sempre staccati da esse, in altri casi appesi dall’alto, mentre sui lati del palco due pareti acustiche di circa due metri di altezza riflettono il suono verso l’orchestra creando condizioni di ascolto ottimali. La costruzione, sostenuta dalla Provincia Autonoma di Trento, ha coinvolto studenti di ingegneria delle università dell’Aquila e di Trento che hanno così avuto modo di maturare un’esperienza concreta di cantiere

A sinistra in alto, la pianta del piano terra dell’Auditorium; in basso, la sezione longitudinale. Nella pagina a fronte, in alto, la sezione trasversale (© Rpbw - Renzo Piano Building Workshop); sotto, un concerto all’interno della struttura musicale (foto ©Marco Nirmal Caselli).

SCHEDA Progetto Auditorium del Parco Località L’Aquila Cliente Provincia Autonoma di Trento Progetto Renzo Piano Building Workshop in collaborazione con Atelier Traldi, Milano

Team di progettazione P. Colonna, C. Colson, Y. Kyrkos

Impianti Favero & Milan Progetto acustico BBM Progettazione paesaggistica Studio Giorgetta Progettazione antincendio Gae Engineering Progetto della sicurezza Mew Engineering Periodo 2010-2012

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OPIFICIO SALPI, PRECI

IPOGEO UMBRO Pensato per minimizzare l’impatto ambientale, l’opificio progettato da Enzo Eusebi+Partners nel parco dei MONTI Sibillini si è dimostrato anche un’eccellente soluzione antisismica

Opificio Salpi: l’edificio della produzione, parzialmente interrato e con una copertura verde (pagina di destra in alto) si apre sulla vasca al piano terra del complesso. Il corpo uffici, rivestito in legno di castagno, poggiato su pilotis in acciaio emerge alla vista (foto Nothing Studio, ©Piero Savorelli).

Il terremoto del 30 ottobre scorso con epicentro tra Norcia e Preci non ha minimamente scalfito l’opificio Salpi, che da più di tre anni produce prosciutti di Norcia Igp nel parco dei Monti Sibillini. Probabilmente perché, oltre alla qualità della progettazione e della costruzione, in una struttura ipogea l’accelerazione che si trasmette alle strutture è di un terzo rispetto a quella che si scarica sulle parti fuori terra. Ispirato alla filosofia e agli standard costruttivi Leed lo stabilimento, parzialmente interrato e con una copertura a verde del blocco produttivo di 7.000 mq, si sviluppa con un layout a ‘C’ con l’area delle lavorazioni aperta su una vasca d’acqua al centro della quale si erge, su pilotis in acciaio, il corpo degli uffici, il solo elemento del complesso che emerge chiaramente dal pendio collinare. Il progetto dell’opificio è stato concepito

da Enzo Eusebi+Partners con una forte attenzione all’ambiente, sia dal punto di vista estetico e paesaggistico sia per gli aspetti energetici e la scelta dei materiali. La copertura a verde, ad esempio, oltre a minimizzare l’impatto visivo dell’impianto nel paesaggio circostante, garantisce isolamento termico sia estivo sia invernale, riduzione dei picchi di deflusso idrico e dell’inquinamento acustico, mitigazione del microclima, fissaggio delle polveri sottili e risparmio sui costi di manutenzione. Il manto erboso, che in parte riproduce il profilo collinare, sarà in futuro piantumato con un agrumeto a maglia regolare che beneficerà del calore residuo proveniente dall’impianto produttivo. Le parti fuori terra del blocco produttivo (con struttura in prefabbricato in c.a), moltiplicano lo spazio naturale sfruttando la dimensione illusoria delle finiture a spec-

chio dell’involucro. Riflettendo il sole oltre al paesaggio, la stessa superficie garantisce anche il giusto apporto di luce naturale alle aree lavorative. Le parti non specchianti fuori terra sono rivestite con facciate realizzate con un pannello sandwich caratterizzato da una lastra esterna liscia in acciaio zincato preverniciato di colore nero: un sistema di parete innovativo che alle qualità termoisolanti del pannello sandwich unisce la valenza estetica dei pannelli per facciate architettoniche.

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PR


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Il blocco direzionale, dove tagli verticali forniscono armonia e snellezza all’insieme con spazi luce intervallati a sequenze regolari, è caratterizzato invece dall’utilizzo di materiali e finiture biocompatibili, con rivestimenti di facciata in alluminio (in doghe a finitura inox da 200 mm piegate a cassetta e fissate su profili di alluminio assicurati alla superficie dei pannelli sandwich di base) e legno di castagno, essenza che vanta un’eccellente resistenza all’umidità: dimensioni, forma e volume rimangono

pressoché inalterati al variare delle temperature e delle condizioni esterne. L’area lavorativa del personale, adiacente alla vasca d’acqua su cui si erge il blocco direzionale su pilotis in acciaio, si proietta su un ampio spazio verde aperto, con un leggero dislivello rispetto al piano di campagna, consentendo uno stacco netto dalla ripetitività dell’attività lavorativa. Uno specifico sistema di gestione e stoccaggio delle acque meteoriche garantisce poi la riduzione della produzione di acque

SCHEDA Località Preci, Z.I. Il lago Committente Salpi Uno Srl Anno di progetto/realizzazione 2010/2015 Progetto architettonico Enzo Eusebi con Nothing Studio (Y. Consorti, F. Varese)

Strutture G. Figliola (consulente), Nothing Studio, Promo SpA (facciate)

Progettazione impiantistica G. D’Ottavi Imprese costruttrici Di Carlo Srl (strutture in c.a), Promo Spa (strutture in acciaio e rivestimenti)

Superficie lotto 7.000 mq

ROSPETT O NORD - SCALA 1:600

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Enzo Eusebi+Partners All’attività come progettista, Enzo Eusebi ha associato negli anni un intenso lavoro di approfondimento e riflessione critica sui temi dell’architettura sociale e sostenibile. Con una duplice formazione di ingegnere e architetto Eusebi si mantiene all’altezza delle più avanzate soluzioni estetiche proposte dalla cultura contemporanea, in un equilibrio che si rinnova in ogni sua opera, testimoniato dalle numerose realizzazioni in Italia e all’estero. I riconoscimenti ricevuti ne hanno consolidato l’immagine internazionale. Recentemente ha partecipato alla Saint Petersburg Design Week, alla Tianjin Design Week 2015 ed è stato selezionato per la direzione artistica e la progettazione del Padiglione dell’Associazione Mondiale degli Ingegneri Agronomi per Expo Milano 2015. Fondato nel 2000, lo studio ha sede a Martinsicuro (Teramo) e un ufficio aperto di recente a Pechino. www.enzoeusebi.it

DETAIL A: CONSTRUCTION SYSTEM VERTICAL SECTION - SCALE 1:30 1- ROOF COMPRISING GREEN ROOF TO VARIABLE DEPTH, NON-WOVEN FABRIC FILTRATION LAYER, 2” (50 MM) BAGGED PERLITE WATER RETENTION SUBSTRATE, DRAINAGE MAT, WATERPROOF POLYOLEFIN LAYER, NON-WOVEN FABRIC LAYER, 4” (100 MM) CONCRETE STRUCTURAL SCREED, 20 1/4” (515 MM) PRE-STRESSED EXPANDED CONCRETE SHEETS 2- DRAINAGE WELL WITH INSPECTION OPENING, LEAF GUARD AND OUTLET CONNECTED TO RAINWATER GUTTERING 3- FLOOR-TO-CEILING CONTINUOUS GLAZED FAÇADE WITH 3/8” (10 MM)

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GLASS AND ALUMINIUM FRAME, 2 1/8” (55 MM) AIR SPACE, 5 7/8” (150 MM) FOAMED POLYURETHANE AND GALVANIZED SHEET SANDWICH PANEL INFILL ANCHORED WITH STEEL L-PROFILES, PERIMETER L-BEAM 27 5/8” (700 MM) REINFORCED CONCRETE COLUMN (PARALLEL TO PLANE OF SECTION) CONCRETE GUTTER POOL FED BY RAINWATER COMPRISING STONE FLAGS, SCREED, WATERPROOFING MEMBRANE, CONCRETE FILL FINISH TO VARIABLE THICKNESS, 15 3/4” (400 MM) REINFORCED CONCRETE SLAB, GRAVEL, EARTH EAR TH, 15 3/4” (400 MM) CAST-IN-PLACE REINFORCED CONCRETE SLEEVE FOOTING, CONCRETE FILL FINISH

8- 3/4” (20 MM) IPÈ TIMBER DECKING, STRUCTURE OF 3/4” (20 MM) TIMBER BATTENS, WATERPROOFING MEMBRANE, CONCRETE SLAB WITH ELECTROWELDED REINFORCING MESH, VENTILATION SPACE WITH RECYCLED PLASTIC VOID FORMERS 9- Ø 11 3/4” (298 MM) REINFORCED CONCRETE COLUMN (PARALLEL TO PLANE OF SECTION) 10- SUSPENDED CEILING COMPRISING PERFORATED METAL PANELS ANCHORED TO SLAB BY STRUCTURE OF C-PROFILES AND DROPPERS, 3 1/8” (80 MM) ROCKWOOL RIGID INSULATION 11- SHEET ALUMINIUM DRIP MOULDING 12- 3/4” (20 MM) TRAVERTINE OF TIVOLI FLOORING, 3 1/8” (80 MM) SCREED

WITH 1 1/4” (30 MM) RADIANT PANELS, INSULATION LAYER OF 1 5/8” (40 MM) EXPANDED POLYSTYRENE PANELS, 4 3/4” (120 MM) COMPOSITE SLAB OF CONCRETE FILL OVER CORRUGATED SHEETING, HEB 230 I-BEAM (PARALLEL TO PLANE OF SECTION) 13- 1/16” (1 MM) SEAMED MIRROR-FINISH SHEET ALUMINIUM CLADDING, 4 3/4” (120 MM) FOAMED POLYURETHANE AND GALVANIZED SHEET SANDWICH PANEL INFILL, 4 3/4 X 3 1/8” (120X80 MM) BENT C-PROFILES, 3 1/8” (80 MM) ROCKWOOL RIGID INSULATION, CAVITY WALL WITH DOUBLE GYPSUM BOARD 14- SUSPENDED CEILING COMPRISING

PERFORATED METAL PANELS ANCHORED TO SLAB BY STRUCTURE OF C-PROFILES AND DROPPERS, 3 1/8” (80 MM) ROCKWOOL RIGID INSULATION 15- SHEET ALUMINIUM CAPPING 16- ROOF WITH STEEL GRILLE SUNSHADING ON ADJUSTABLE GALVANIZED STEEL PEDESTALS, POLYOLEFIN WATERPROOFING MEMBRANE, SCREED FORMING SLOPE, POLYSTYRENE FILM, 4 3/4” (120 MM) EXPANDED POLYSTYRENE RIGID INSULATION, VAPOUR BARRIER, 4 3/4” (120 MM) COMPOSITE SLAB OF CONCRETE FILL OVER CORRUGATED SHEETING, HEB 230 I-BEAM


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Altre immagini del complesso produttivo di Preci (foto Nothing Studio, ©Piero Savorelli). Nella pagina di sinistra, disegno di dettaglio delle soluzioni costruttive adottate e, sotto, prospetto ovest.

reflue e la richiesta di acque potabili. Per ciò che riguarda la riduzione dell’impatto ambientale ed economico legato all’uso di energia da combustibili fossili, il complesso è dotato di 50 moduli fotovoltaici e di dieci collettori solari per la produzione in loco di energia da fonti rinnovabili. Si tratta di un complesso di elevato valore estetico e ambientale realizzato al costo – dichiara Enzo Eusebi – di 853 euro/mq: è la prova che costruire bene si può, mentre i recenti eventi ne hanno dimostrato anche il valore in termini di sicurezza, tanto che i titolari dell’azienda hanno accolto alcuni produttori artigiani della zona che qui hanno potuto proseguire la propria produzione alimentare di pregio dopo che i loro laboratori erano usciti danneggiati dal sisma

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› FIRMITAS GENNARO MATACENA, RA CONSULTING

IMPARIAMO DAI BORBONE

Per costruire edifici sicuri dal punto di vista sismico può servire rifarsi alle regole e alle tecniche del passato, al regolamento antisismico del 1785, ad esempio. E non essere ideologici sulle tecniche da utilizzare. Il punto di vista di un architetto esperto in restauri e messa in sicurezza di edifici storici

La specializzazione dell’architetto Gennaro Matacena è il restauro monumentale, ilrecupero dei beni culturali e la progettazione di spazi museali. Ha iniziato a lavorare per la ricostruzione dell’Irpinia, dopo il terremoto del 1980 e da allora ha accumulato una vasta esperienza in costruzioni antisismiche.

Alcune immagini del castello di Postignano, interamente ricostruito seguendo rigorosi criteri antisismici dall’architetto Gennario Matacena. Il terremoto dell’Umbria del 1997 lo aveva lasciato nelle condizioni documentate nella foto a destra.

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«Mi piace ricordare che il primo regolamento per le costruzioni antisismiche venne firmato da Ferdinando IV di Borbone alla fine del Settecento, dopo un catastrofico terremoto che colpì la Calabria nel 1783». Non tutti sanno che nei regolamenti borbonici di allora venivano prescritti non solo i metodi costruttivi degli edifici (murature portanti intelaiate in legno), ma anche alcune regole urbanistiche di base, che prevedevano, per i centri abitati, le larghezze minime delle strade (per evitare che gli edifici crollassero uno addosso all’altro), le altezze degli edifici, piazze di diverse dimensioni pensate come luoghi di raccolta della popolazione in caso di emergenza. Va detto anche che furono proprio i Borbone, avvalendosi di fondi ecclesiastici, a far ricostruire i villaggi distrutti e a emanare il primo regolamento antisismico, che definiva forme e tecniche di costruzione degli edifici. Sempre in quel periodo, in Portogallo il marchese di Pombal aveva emanato un rigido regolamento per la città di Lisbona colpita dal terremoto del 1755: norme che determi-

narono il successivo sviluppo del quartiere centrale della Baixa, una zona centrale della capitale portoghese formata dall’incrocio di strade ortogonali e da architetture importanti e, soprattutto, antisismiche (i test antisismici sui nuovi edifici venivano realizzati mediante l’utilizzo di truppe in marcia a simulare le vibrazioni del sisma). «Nel nostro Paese i terremoti, specie nelle zone appenniniche del Sud, sono una realtà inevitabile, una realtà che è bene fare interamente nostra. Peraltro, per l’edilizia storica non c’è molto da fare: si tratta di edifici costruiti con

materiali poveri, in zone sismiche, malfermi, ed è inevitabile che quando si manifesta un terremoto vengano giù. Per mettere in sicurezza il nostro patrimonio, nel progettare e realizzare edifici sicuri, è bene sapere che occorre partire dal basso, dalle fondazioni. E poi un’altra cosa da tenere sempre presente è questa: è impensabile che lo Stato possa mettere in sicurezza tutto il patrimonio edilizio esistente. Può agevolare questa operazione, ma la ricostruzione dell’intero patrimonio edilizio a rischio sismico rappresenta un problema finanziariamente insormontabile, al


› FIRMITAS

quale si aggiungono le complicazioni burocratiche e l’ignoranza delle buone tecniche di intervento». In materia di terremoti, Matacena (che con i suoi tecnici ha lavorato sul borgo di Postignano in Valnerina, vicino a Perugia, vedi servizio su IoArch 60), riconosce la lungimiranza tecnica di alcuni enti, come la regione Umbria, che per la ricostruzione dopo il terremoto del 1997 ha privilegiato le unità minime di intervento come entità su cui intervenire, invece che le singole abitazioni. «Il nostro borgo di Postignano per esempio è stato suddiviso in blocchi, quindici per l’esattezza, e successivamente sono stati posati dei giunti sismici elastici per isolare un blocco di edifici dall’altro». Sul come e dove ricostruire gli edifici colpiti da un terremoto, l’architetto napoletano esprime una posizione laica. «La ristrutturazione sismica degli edifici è, a mio avviso, un tema da affrontare caso per caso. A Postignano esistevano i materiali e le fotografie che documentavano com’era prima il borgo; di conseguenza, la scelta di rifarlo così com’era è stato un atto di umiltà dell’architetto che non ha voluto lasciare ad ogni costo il proprio segno sul territorio e sulla cultura del luogo. Il borgo era parte integrante del paesaggio umbro, da tramandare ai posteri. Va anche detto che, pur ricostruito nelle sue forme originarie, il borgo oggi si integra con le più moderne tecnologie che lo

rendono abitabile e vivibile. Un’altra cosa va ribadita: i territori, le città, gli edifici devono poter avere una motivazione – abitativa, economica, turistica – per continuare a vivere. A Postignano, come da altre parti, il terremoto ha fatto danni ingenti anche perché nel corso degli anni gli edifici erano stati abbandonati, si erano ammalorati ed erano crollati su parti

Siamo custodi della bellezza italiana. Spesso però ce ne dimentichiamo. Dal sisma dobbiamo trarre una lezione culturale sane, provocandone a loro volta il crollo. L’abbandono di un luogo determina inevitabilmente un circolo vizioso difficile da spezzare». Anche per quanto riguarda le tecnologie da utilizzare, secondo l’architetto Matacena ogni caso è un caso a sè. «Non c’è una tecnologia di intervento da privilegiare. In taluni casi la scelta può anche cadere sulle strutture in acciaio. Un esempio? Una fabbrica di zucchero di canna in Calabria, un edificio del 1400 che siamo riusciti a trasformare in un ristorante sul mare. O la Fabbrica d’Armi di Mongiana, vicino a Vibo Valentia in Calabria, che ora è un museo borbonico del ferro e dell’acciaio. In quest’ultimo caso, la copertura dell’edificio non poteva poggiare sui muri portanti e, per questo, sono stati creati dei pilastri al cui interno è stata collocata una struttura autonoma in acciaio»

Gennaro Matacena - RA Consulting Fondata nel 1986 dall’architetto Gennaro Matacena, laureato nel 1970 alla facoltà d’Architettura dell’università di Napoli, RA Consulting presenta un approccio interdisciplinare sin dalla fase iniziale della progettazione, in particolare nel recupero dei beni culturali, nel restauro monumentale e nella museologia. La società ha vinto numerosi concorsi internazionali. Tra le opere più significative il restauro del museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano a Roma, il museo Mediterraneo di arte contemporanea della Zisa a Palermo, il Centro di raccolta di opere d’arte in caso di eventi catastrofici a Spoleto. Nel 1987 è diventato socio di RA Consulting l’architetto Matteo Scaramella; nel 2002 gli architetti Antonio Gravagnuolo e Albino Osnato; nel 2015 gli architetti Francesco Ferraro, Pierre Gratet e Monica Rispoli. www.raconsulting.it

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ANTISISMICA E RESTAURO STRUTTURALE IL CASO DI POSTIGNANO LE SOLUZIONI STRUTTURALI PER IL CONSOLIDAMENTO DEL BORGO DI POSTIGNANO, VERIFICATE ALLA LUCE DELLA NORMATIVA SISMICA, SONO COERENTI CON LE LINEE GUIDE DELLA REGIONE UMBRIA PER IL RESTAURO DI EDIFICI CON VALENZA STORICO-ARCHITETTONICA, CON INTERVENTI E TECNOLOGIE SIMILI A QUELLE ORIGINALI E CON CARATTERE DI REVERSIBILITÀ. A SEGUITO DELLA VERIFICA SISMICA DELL’INTERO ABITATO, SONO STATI INDIVIDUATI QUINDICI BLOCCHI (U.M.I.) STRUTTURALMENTE AUTONOMI, E LE CONSEGUENTI POSIZIONI DEI GIUNTI SISMICI FONDAZIONI Gli edifici presentano muri che fondano a quote diverse, su terreni inclinati di consistenza non omogenea. Sono stati eseguiti scavi anche in roccia ai piani terra per realizzare cordoli in c.a. per l’allargamento delle fondazioni esistenti, ancorate perimetralmente con solette orizzontali di collegamento. In alcuni casi sono state rea-lizzate sottofondazioni murarie anche su micropali. STRUTTURE MURARIE Sono stati eseguiti interventi di consolidamento mediante iniezioni di malta con miscele a base di calci idrauliche di origine calcarea con l’aggiunta di leganti idonei a base non cementizia; ricostruzioni di porzioni di muratura crollata con intervento di scuci e

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cuci in mattoni pieni; inserimento di diatoni e catene / barre di acciaio longitudinali nei cantonali; placcaggio con piastre di acciaio di cantonali in fondazione; ristilatura dei giunti con malta composta da miscele a base di calci idrauliche di origine calcarea e l’aggiunta di leganti idonei a base non cementizia; intonaco armato con rete elettrosaldata; cerchiature delle bucature con profili di acciaio. STRUTTURE ORIZZONTALI I solai sono stati realizzati con travi di legno lasciate a vista, a sezione sbozzata rettangolare, sulle quali è stato disposto un tavolato o un’orditura secondaria di legname e pianelle di cotto sulla quale è stata realizzata una soletta armata ancorata con connettori di acciaio alle travi e perimetralmente a profilati

di acciaio ancorati alle murature con barre filettate.Per alcuni ballatoi esterni sono state utilizzate strutture di acciaio, opportunamente inghisate alle murature esistenti, rivestite di legno. Le volte sono state consolidate mediante la realizzazione di solette armate sull’estradosso, integrate a mezzo di perforazioni passanti e barre di acciaio inossidabile con possibilità di riportare in tensione la catena con capichiave, o completamente ricostruite secondo le tecniche tradizionali. COPERTURE Realizzate con struttura portante di legno, tavolato, soletta armata, isolante termico, impermeabilizzazione e strato finale con coppi di recupero simili a quelli esistenti.


› FIRMITAS

MONGIANA, DA FABBRICA A MUSEO Nel 1972 il comune di Mongiana e la comunità montana delle Serre Calabre, in provincia di Vibo Valentia, avviarono il programma di acquisizione e recupero della Fabbrica d’Armi, eredità di un complesso siderurgico realizzato nel 1852. Il restauro dello stabilimento industriale si concluse nel 2011 con la sua trasformazione in museo delle Reali ferriere borboniche, la cui inaugurazione avvenne nell’ottobre di due anni dopo. Pur non protetta – salvo che per l’atrio con colonne in ghisa alte 4,8 metri originariamente prodotte dalla ferriera stessa – da vincolo monumentale, la Fabbrica d’Armi è un edificio interessante per il suo valore di archeologia industriale.

Il progetto di restauro ha dovuto confrontarsi con un contesto ampiamente degradato, ad eccezione dell’atrio d’ingresso. I vari corpi di fabbrica, nel tempo, sono diventati abitazioni private con la realizzazione di solai, balconi e finestre. Le coperture, soprattutto nelle officine di grandi dimensioni, erano crollate. Il restauro condotto da RA Consulting ha incluso il miglioramento antisismico della fabbrica: oltre al consolidamento statico delle murature di pietrame esistenti, è stato realizzato un esoscheletro in pilastri e travi in acciaio con il compito di sostenere il carico delle nuove coperture, anch’esse realizzate con capriate metalliche di luce superiore ai 15 metri.

Nelle foto, il restauro della Fabbrica d’Armi di Mongiana. L’intervento ha previsto il miglioramento antisismico della fabbrica. Oltre a consolidare le murature esistenti, è stata realizzata una struttura composta di pilastri e travi in acciaio con il compito di sostenere autonomamente il carico delle coperture realizzate con capriate metalliche.

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› FIRMITAS

MUSEO DI STORIA NATURALE, MILANO

STORIE E SEGRETI DEI TERREMOTI

C’È TEMPO FINO AL 30 APRILE PROSSIMO PER APPROFONDIRE LE CONOSCENZE SUI TERREMOTI E PER FAR CRESCERE LA CULTURA DELLA PREVENZIONE SISMICA Fino al 30 aprile prossimo, il museo di Storia naturale di Milano ospita una mostra sui terremoti: Terremoti. Origini, storie e segreti dei movimenti della Terra. Accumoli, Arquata del Tronto, Norcia: gli eventi degli ultimi mesi ricordano che l’Italia è un territorio ad elevato rischio sismico, ma dopo ogni disastro si pongono gli stessi interrogativi: si poteva prevedere? Perché si verificano tanti danni? Con l’approccio di divulgazione scientifica Alcune immagini della mostra in corso al Museo civico di Storia naturale di Milano. Dall’alto in senso orario, effetti del terremoto dell’Emilia; una piega strutturale sulla Jurassic Coast in Inghilterra; stratificaizone verticale nei pressi di Zumaia, Paesi Baschi; una faglia diretta sull’isola di Santorini (immagini courtesy Msnm).

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che caratterizza il museo milanese la mostra ha l’obiettivo di creare una cultura pubblica del terremoto e degli strumenti di prevenzione. L’esposizione è suddivisa in sette sale che illustrano il fenomeno a partire dall’anatomia della crosta terrestre, la posizione e i movimenti dei continenti e cosa sono le faglie. Si passa poi allo studio dei sismi: in mostra ci sono le rocce e i minerali della collezione del museo, gli strumenti antichi e moderni usati da geologi e sismologi per la misurazione dei movimenti tellurici, la spiegazione delle scale Richter e Mercalli, e immagini satellitari scattate della Nasa. Ampio spazio è dedicato anche agli eventi sismici del passato, tra cui quello di Messina del 1908, riprodotto in un modello tridimensionale, e quello dell’Emilia del 2012. L’ultimo capitolo della mostra tratta invece il tema della prevenzione: dalle tecniche di adeguamento antisismico degli edifici fino al decalogo delle azioni da compiere in caso di terremoto, a partire da quelle previste dai protocolli in uso nelle scuole del Giappone e degli Stati Uniti.


› FIRMITAS - SOLUZIONI

TERREMOTI: COSTRUIRE IN SICUREZZA. SOLUZIONI RESISTENTI ALL’AZIONE SISMICA. VIVIAMO IN UN PAESE A RISCHIO TERREMOTI MA ANCORA NON SAPPIAMO CHE ANCHE GLI ELEMENTI COSIDDETTI “SECONDARI” COME LE PARETI DIVISORIE E PERIMETRALI E I CONTROSOFFITTI DEVONO RESISTERE ALL’AZIONE SISMICA. UNA MANUALE CI SPIEGA COME FARE

L’IMPORTANZA DI PARETI E CONTROSOFFITTI L’Italia, è noto, è un Paese a rischio sismico. In particolare, ad essere a rischio è buona parte del patrimonio edilizio esistente, sia residenziale, sia terziario e commerciale. Sette milioni di edifici sono stati costruiti prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica del 1974 per le nuove abitazioni. Anche gli edifici realizzati dopo quella data, se non manutenuti, non sempre garantiscono adeguati livelli di sicurezza sismica. In tutto questo, la tutela della popolazione, il risanamento del territorio e la messa in sicurezza del patrimonio edilizio sono questioni prioritarie per il Paese. La normativa vigente impone che anche gli elementi secondari che non svolgono funzione portante, come pareti divisorie interne, pareti perimetrali di tamponamento, controsoffitti, siano verificati per resistere all’azione sismica, senza che ci siano collassi di tipo fragile ed espulsione di materiale. Le pareti divisorie interne e di tamponamento perimetrale esterno vengono sottoposte a numerose prove sperimentali, allo scopo di verificarne la resistenza all’azione sismica. Le prove

riguardano sia i singoli componenti e materiali sia i sistemi costruttivi assemblati. Altro elemento secondario presente all’interno degli edifici è rappresentato dai controsoffitti che, oltre a svolgere una funzione di contenimento degli impianti, di finitura estetica, di miglioramento dell’isolamento termico e acustico dei solai, hanno un importante ruolo per la sicurezza delle persone. In caso di evento sismico, devono essere infatti in grado di assorbire l’azione sismica e assecondare gli eventuali spostamenti della struttura portante dell’edificio a cui sono vincolati, garantire tenuta e resistenza in caso di crolli o cedimenti di porzioni di solai, senza subire danni ed evitando espulsione di materiale. Sul tema della sicurezza sismica, Saint-Gobain Gyproc ha realizzato il documento Terremoti: costruire in sicurezza. Soluzioni resistenti all’azione sismica, contenente la normativa, le prove sperimentali e le principali tipologie costruttive per pareti e controsoffitti.

Antisismica, il manuale Saint-Gobain Gyproc Il volume fornisce risposte concrete ed efficaci, sia in termini legislativi (normativa più stringente, controlli più accurati, incentivi fiscali per l’adeguamento sismico, ecc.), sia in termini di tecnologia costruttiva. Saint-Gobain Gyproc è in prima linea nel proporre soluzioni e sistemi costruttivi performanti e tecnologicamente all’avanguardia, promuovendo studi di ricerca e prove sperimentali al fine di garantire la sicurezza degli occupanti gli edifici.

SAINT-GOBAIN GYPROC Via Ettore Romagnoli, 6 - 20146 Milano www.gyproc.it/sismica

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› FIRMITAS

CONSTITUCIÓN, ELEMENTAL

INTANTO, IN CILE

Progettazione partecipata, visione territoriale e capacità di sintesi: la ricetta del gruppo di Alejandro Aravena per la ricostruzione della cittadina cilena dopo lo tsunami del 2010

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› FIRMITAS

C

ome l’Italia o il Giappone, anche il Cile è un Paese ad elevato rischio sismico. Il 27 febbraio 2010, alle 3:34 ora locale, un terremoto di intensità 8,8 della scala Richter (un’intensità 30mila volte superiore al terremoto dell’Aquila del 6 aprile dell’anno prima) colpì la costa in prossimità della municipalità di Constitución. Si trattò del terremoto più potente registrato nel Paese dopo il grande terremoto cileno del 1960, ma il peggio arrivò 18 minuti dopo la prima scossa, con un’onda di tsunami che distrusse quasi per intero la città di Constitución, dove persero la vita quasi 500 persone. Allo studio Elemental, chiamato a lavorare alla ricostruzione, vennero dati 100 giorni di tempo per progettare praticamente tutto: dalle case agli edifici pubblici a un piano urbanistico in grado di mettere al riparo la città da futuri maremoti. Elemental valutò diverse alternative, tra le quali la possibilità di espropriare terreni privati – che in ogni caso sarebbero stati occupati illegalmente dai senzatetto per costruirvi dei rifugi – all’idea di costruire una grande muraglia e pesanti infrastrutture capaci di resistere all’urto delle onde (ma quanto è successo a Fukushima nel 2011 ha dimostrato che nulla è in grado di resistere alla forza della natura). Poichè però non c’è niente di peggio che dare la giusta risposta alla domanda sbagliata, Elemental pensò di coinvolgere la

comunità in un processo di progettazione partecipata mirante a individuare con precisione quali fossero le priorità ma anche quali fossero le aspettative della popolazione nei confronti della città che abitavano. Emerse che, al di là delle distruzioni causate dallo tsunami, la città soffriva di periodiche inondazioni; che c’erano pochi spazi pub-

blici, e degradati; che il fiume – il rio Maule – era inaccessibile. Se le minacce sono di natura territoriale anche le risposte devono riguardare il governo della geografia. Elemental decise per questo di creare un’area boschiva tra l’acqua e la città: in un futuro maremoto gli alberi non avrebbero tentato di resistere – inutilmente

In apertura, un mirador della passeggiata ciclopedonale affacciato sull’oceano. Sopra, alcune delle abitazioni ‘incrementali’ costruite. Una mappa della città con le aree colpite dallo tsunami (immagini courtesy Elemental).

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› FIRMITAS

Elemental Guidata da Alejandro Aravena, Gonzalo Arteaga, Juan Cerda, Victor Oddó e Diego Torres, Elemental è un Do Tank fondato nel 2005 che si concentra su progetti di interesse pubblico e di impatto sociale: abitazioni, spazi pubblici, infrastrutture e trasporto. L’approccio si basa sulla progettazione partecipata, coinvolgendo gli abitanti e gli utenti. Elemental ha svolto lavori in Cile, Stati Uniti, Messico, Cina e Svizzera. Alejandro Aravena (1967) si è laureato in architettura presso l’Università Cattolica del Cile nel 1992 e ha poi proseguito gli studi a Venezia presso lo Iuav. Nel 1994 ha fondato il suo studio Alejandro Aravena Architetti. Dal 2000 al 2005 ha insegnato ad Harvard, dove nel 2005 con Andrés Iacobelli ha fondato Elemental. International Fellow del Riba dal 2010, nel 2016 Aravena è stato direttore della 15esima Biennale Architettura di Venezia. www.elementalchile.cl

Nelle immagini il waterfront fluviale di Consitución. Sopra, i lavori in corso, che prevedono anche la realizzazione di un molo turistico; al centro la situazione dopo lo tsunami e, sotto, un render del Mitigation Park fronte fiume una volta che sarà completato. Nella pagina di destra, due delle abitazioni ‘incrementali’ realizzate, un render degli impianti sportivi che verranno realizzati di fronte all’oceano e il concept del Mitigation Park (immagini courtesy Elemental).

– alla forza delle onde ma l’avrebbero smorzata, dissipandone l’energia prima che le onde raggiungessero le abitazioni. La prova in fondo era di poche settimane prima: alte 12 metri, le onde dello tsunami avevano toccato per prima l’isola che si trova a nord di Constitución abbattendone le foreste, ma la loro altezza e intensità all’arrivo sulla città si era dimezzata. L’idea di riforestare il waterfront portava con sè altri vantaggi, triplicando lo spazio pubblico a disposizione degli abitanti e rendendo pubblicamente accessibile il fiume, ma dal punto di vista politico e sociale era la più complessa perchè comportava l’esproprio di terreni privati con la ricollocazione di più di 100 famiglie che risiedevano in questa zona esposta alle inondazioni. Tuttavia il consenso ottenuto attraverso il coinvolgimento della popolazione ne rese possibile l’attuazione. Rimaneva il problema del finanziamento: 48 milioni di dollari. [ 102 ]

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Un attento esame dei conti pubblici dimostrò tuttavia che una cifra maggiore era già stata stanziata per finanziare altri progetti promossi ‘all’insaputa’ uno dell’altro da tre diversi ministeri per affrontare uno ad uno i problemi che l’intervento emergenziale ma globale di Elemental risolveva. Evidentemente il problema non è il denaro ma il coordinamento delle risorse. Forse però anche in Cile un approccio olistico ai problemi e ai necessari investimenti toglierebbe

ossigeno ai molti che sulla redistribuzione “a pioggia” delle risorse pubbliche fondano il proprio potere. Tra i progetti già conclusi a Constitución, 484 abitazioni “incrementali” che hanno reso celebre lo studio di Alejandro Aravena, mentre altri lavori sono tuttora in corso per restituire alla città cilena una vivibilità che aveva già perduto prima del terremoto

Antonio Morlacchi


› FIRMITAS LA RICOSTRUZIONE La ricostruzione di Constitución è finanziata dal Pres Constitución Consortium, consorzio composto dal Ministero dei lavori pubblici cileno, dalla municipalità di Constitución e dalla società quotata Arauco (multinazionale del legno e dei derivati con un fatturato di più di 5 miliardi di dollari) proprietaria dello stabilimento di produzione di cellulosa che dà lavoro alla maggior parte degli abitanti della città. Area interessata (la città) 5,1 milioni di mq Progettazione Elemental Partner di progetto Tironi, Arup, Fundacion Chile, Marketek, Università di Talca

I PROGETTI

MITIGATION PARK Committente Pres Consortium Superficie 260.000 mq Status in corso PASSEGGIATA TURISTICA CICLO-PEDONALE Committenti Banco Santander, Gore Maule, Comune di Constitución

Lunghezza 4,5 km Status completato CAMPO DI CALCIO E PISCINA DI MUTRUN Committente Pres Consortium Superficie 22.000 mq Status completato CENTRO CULTURALE Committenti Comune di Constitución, Arauco, Consiglio nazionale per le arti e la cultura

Superficie 830 mq Status completato MOLO TURISTICO FLUVIALE Committente Banco Security Superficie 4.154 mq Status 2012-2016 TEATRO MUNICIPALE Committente Banco BCI Superficie 1.526 mq Status progetto PIAZZE PUBBLICHE Committenti Comune di Constitución, Banco de Chile, Arauco Security

Superficie 8.500 mq Status progetti COMPLESSO RESIDENZIALE VILLA VERDE Committente Fondo per la casa dei dipendenti Arauco

Area di lottizzazione 85.000 mq Numero di abitazioni 484 Superficie di ogni residenza consegnata 56,88 mq; incrementale 28,22 mq; finale 85,1 mq

Status completato

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› FIRMITAS LA PAROLA ALL’ESPERTO

LA PREVENZIONE

È UNA QUESTIONE POLITICA Secondo Paolo Bazzurro, docente dello Iuss e responsabile dell’Eucentre di Pavia, per fare prevenzione in materia di rischio sismico in Italia bisognerebbe cambiare la cultura dei nostri amministratori pubblici. E puntare sul sistema delle assicurazioni Paolo Bazzurro è docente allo Iuss di Pavia, si occupa di pericolosità e rischi causati dagli eventi naturali. Per alcuni anni ha insegnato alla Stanford University e guidato diversi progetti di ricerca con lo United States Geological Survey, il Pacific Earthquake Engineering Research Centre e il Fondo Monetario Internazionale. È responsabile dell’area Analisi di pericolosità e rischio dell’Eucentre di Pavia. Dal 2013 fa parte della Commissione nazionale grandi rischi. A lui abbiamo rivolto alcune domande sul tema del rischio sismico in Italia, sul ruolo della politica, delle norme e della tecnica. Ecco cosa ci ha risposto. «Prima di tutto mi piacerebbe che scomparisse dal vocabolario tecnico la parola antisismico. Perché una casa a rischio sismico zero non potrà mai esistere, non tanto dal punto di vista tecnico, ma da quello dell’accettazione singola e collettiva, perché si tratterebbe di costruire e vivere all’interno di un bunker. È per questo che i codici normativi di tutto il mondo parlano di grado minimo di sicurezza accettabile in un determinato contesto. In altre parole, quando siamo alle prese con il tema della sicurezza sismica occorre trovare un compromesso tra grado di sicurezza ed entità delle risorse da mettere in campo». Professore, a suo avviso qual è il vero problema per il quale nel nostro Paese non si riesce a garantire una politica di prevenzione degli eventi sismici organica e di lungo periodo? Il problema sta nella politica e nel governo della cosa pubblica. Non è una questione

tecnica, né tantomeno normativa. E neppure un problema legato alle risorse. Perché, ad esempio, per quanto concerne le risorse, basterebbe agire sulla leva fiscale per iniziare a mettere in sicurezza il vasto patrimonio edilizio del nostro Paese e, soprattutto, assicurarlo, come si fa in altre parti del mondo, in Paesi ad elevato rischio sismico come Cile, Messico, Perù, Filippine. Purtroppo l’Italia fonda le sue basi sull’assistenzialismo e la politica trova più conveniente agire a posteriori mettendo a disposizione le risorse statali, risorse che oggi sono sempre meno e che non riusciranno mai a coprire le esigenze indispensabili della gestione dell’emergenza e della ricostruzione post-sisma. Quindi non è un problema di tecniche, di leggi, di norme, ma squisitamente di volontà politica? A mio avviso sì. Le nostre tecniche di intervento sono valide, tant’è che le esportiamo. Le norme sono ben fatte, le competenze scientifiche in materia più che adeguate, il trasferimento tecnologico in Italia è avvenuto con buoni risultati. Ciò che manca è una visione di strategia. Occorre incentivare i singoli proprietari a mettere in sicurezza il loro patrimonio, ma per far questo servono politiche finanziarie rigorose, che non tengano conto del respiro breve della politica nazionale. E poi le risorse dello Stato non saranno mai sufficienti a garantire la sicurezza sismica, per cui credo che il ricorso a forme di assicurazione sia una delle vie da battere. Se ne discute dopo ogni evento tellurico: ri-

costruire sui luoghi terremotati oppure fuori da essi. Lei cosa ne pensa? Credo che l’idea di ricostruire paesi e città sui luoghi esistenti colpiti dal sisma sia la strada corretta. E non è solo un problema di attaccamento ai luoghi e di identità collettiva da ricostruire,: il motivo è da ricercare nel fatto che il terremoto colpisce donne, uomini e case, ma anche le economie locali, indispensabili per la sopravvivenza stessa dei luoghi.

Il problema della mancanza di prevenzione sismica sta nella politica e nel governo della cosa pubblica del nostro Paese. Non è una questione tecnica, né tantomeno normativa. Quali vincoli esistono quando si mette in sicurezza sismica un edificio, un alloggio? I vincoli sono soprattutto di ordine economico e spesso legati alle esigenze abitative dei proprietari. Mi spiego. Spesso capita che le esigenze abitative – dimensioni dei locali, disposizione delle aperture, funzioni da ospitare – incidano non poco nella scelta delle soluzioni tecniche più idonee per la messa in sicurezza di un edificio o del proprio alloggio. La tecnica non rappresenta un problema e neppure le tecnologie e i materiali oggi sul mercato. Un altro vincolo importante riguarda l’agibilità dei locali di un’abitazione sottoposta a messa in sicurez-

L’idea di ricostruire paesi e città negli stessi luoghi colpiti dal sisma è la strada corretta. Non solo per mantenerne l’identità ma perchè oltre le case occorre ricostruire le economie locali. za sismica. Operare in contesti in cui gli affittuari o i proprietari di un alloggio vivono è un problema non di poco conto. Ultima domanda. Un consiglio da dare ai progettisti italiani Dipendesse da me, eviterei di progettare e realizzare case in muratura nelle aree ad alto rischio sismico e se proprio fossi obbligato le realizzerei con murature armate. In quei contesti sceglierei la struttura in cemento armato. E per gli edifici pubblici, e solo per quelli, qualora vi fossero le risorse, utilizzerei strutture portanti in acciaio

La tavola vibrante del laboratorio Eucentre di Pavia: un simulatore di terremoti in grado di riprodurre, su prototipi di grandi dimensioni, eventi sismici reali.

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› FIRMITAS TERREMOTO IN MOSTRA A SPOLETO, LE CREPE DI PALAZZO COLLICOLA DIVENTANO OPERA D’ARTE

MOMENTANEAMENTE PERMANENTE

DIVENTANO ARTE I SEGNI INFERTI DAL TERREMOTO A PALAZZO COLLICOLA DI SPOLETO LE CREPE D’INTONACO COME TERRENO DI UNA CUCITURA ICONOGRAFICA E MORALE, UNA SUTURA VIVA NEL CORPO DELLA CONSUNZIONE NATURALE

A Palazzo Collicola di Spoleto (la cui costruzione risale al 1730) i segni inferti dal terremoto sono diventati arte. Vincenzo Pennacchi ha creato un’installazione dando valore estetico e simbolico alle fessure causate dal sisma sulle pareti del museo di arte contemporanea. Dopo un terremoto che ha colpito il palazzo in forma superficiale ma evidente, il direttore di Palazzo Collicola Arti Visive Gianluca Marziani ha pensato di trasformare il danno in un valore costruttivo. «Volevo che le crepe d’intonaco – afferma Marziani – diventassero il terreno di una cucitura iconografica e morale, una sutura viva nel corpo della consunzione naturale». I danni del sisma del 24 agosto si sono concentrati su diverse pareti del piano zero e su alcune opere della collezione

2.0. Si è trattato di piccole porzioni d’intonaco saltato, crepe superficiali, minimi dissesti che pesavano, e pesano ancora, sulla pulizia estetica del candore museale.

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› FIRMITAS - SOLUZIONI FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA, L’AQUILA

LEGGERA E RESISTENTE PER LA REALIZZAZIONE DELLA NUOVA SEDE UNIVERSITARIA DEL CAPOLUOGO ABRUZZESE E PER RISPONDERE ALLE NORME VIGENTI IN MATERIA SISMICA, SONO STATI UTILIZZATI I BLOCCHI IN CALCESTRUZZO CELLULARE YTONG

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In un mercato dell’edilizia che pone sempre più l’accento su soluzioni che siano ecocompatibili e performanti dal punto di vista energetico, nelle aree colpite da eventi sismici importanti è d’obbligo l’attenzione progettuale e la scelta di sistemi che assicurino prestazioni di resistenza all’azione sismica. Oltre che nell’edilizia residenziale, sistemi costruttivi antisismici sono stati utilizzati per la realizzazione di edifici pubblici importanti, come la nuova facoltà di Lettere e Filosofia del capoluogo abruzzese (il progetto è dell’ingegner Antonello Salvatori). Il terremoto che ha colpito L’Aquila nella primavera del 2009 aveva reso inagibili gli edifici della facoltà che avevano subìto crolli e lesioni. Nel 2012, in soli due anni di lavoro, è stata inaugurata la nuova sede universitaria, per la cui realizzazione delle pareti di tamponamento sono stati scelti i sistemi Ytong. In questo intervento costruttivo sono stati utilizzati circa 2.100 mq. di blocchi: leggeri, versatili e performanti, che hanno permesso di realizzare pareti omogenee, traspiranti, isolate e, soprattutto, rispondenti ai parametri previsti dalla normativa antisismica. Com’è noto le tipologie strutturali degli edifici più diffuse in Italia sono essenzialmente due: gli edifici con struttura portante a telaio e quelli realizzati in muratura portante. I sistemi costruttivi Ytong, in calcestruzzo cellulare, grazie alla loro leggerezza e resistenza

meccanica, assicurano un comportamento adeguato in caso di sisma in entrambe le tipologie realizzative. Infatti, minore è il peso della struttura, minori saranno le masse in gioco che gravano sulle fondazioni e minore sarà anche la forza orizzontale trasmessa durante un terremoto. Ytong propone soluzioni per la realizzazione di pareti esterne in zona sismica, sia che si privilegi la tipologia costruttiva del tamponamento esterno di edifici con struttura portante in cemento armato o acciaio, sia nel caso si scelga di costruire utilizzando murature portanti. Per la realizzazione di pareti di tamponamento, i blocchi Ytong Climaplus e Climagold si differenziano dagli elementi costruttivi tradizionali per la loro capacità isolante termica e acustica, traspirabilità e ridotto peso specifico. I sistemi Ytong sono adatti anche a livello strutturale, soprattutto in caso di sisma, grazie alla loro leggerezza, alla capacità di deformazione e di dissipazione energetica tipica del materiale. In questo modo, utilizzando un unico prodotto e senza dover ricorrere a stratigrafie aggiuntive, è possibile ottenere pareti di tamponamento monostrato omogenee strutturalmente e isolate, che assicurano il raggiungimento dei parametri di coibentazione previsti dalla legge sia in estate che in inverno, senza necessità di isolanti aggiuntivi, garantendo la costanza delle prestazioni nel tempo.

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Nella foto il cantiere dell’Università di Filosofia dell’Aquila dove sono evidenti le pareti di tamponamento Ytong.

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› FIRMITAS

IL NUOVO STABILIMENTO DI CERAMICA SANT’AGOSTINO, FERRARA

OPIFICIO DI SECONDA GENERAZIONE

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› FIRMITAS

Il terremoto dell’Emilia del 2012 ha obbligato a ripensare le tipologie e le tecnologie costruttive degli edifici industriali. Il caso del magazzino autoportante verticale di seconda generazione dell’azienda ferrarese Il terremoto dell’Emilia del 2012, che ha colpito in modo violento soprattutto l’economia locale, composta da una miriade di imprese artigiane, ha messo in evidenza la necessità di ripensare le tipologie costruttive degli edifici industriali, non solo come tecnologie, ma dal punto di vita concettuale. Il caso rappresentato dalla realizzazione del nuovo stabilimento produttivo di Ceramica Sant’Agostino — una delle più importanti aziende del settore ceramico che ha sede nell’omonimo centro in provincia di Ferrara — ne è la riprova. Ad essere messi a dura prova dal sisma del 2012 furono soprattutto i capannoni industriali prefabbricati, spesso a causa dello sfilamento dei nodi trave/colonna e talvolta, come nel caso di Sant’Agostino, per il movimento oscillatorio delle scaffalature interne, direttamente proporzionale al peso delle merci in deposito. Peso che, nel caso di un’azienda ceramica con un’ampia gamma di offerta come Ceramica Sant’Agostino, è indubbiamente notevole. Peraltro e in generale, negli ultimi decenni la gestione dei magazzini merci si è notevolmente evoluta: per rispondere al meglio alla logica del just-in-time, assicurando

consegne veloci e personalizzate limitando al contempo gli stock, dalla digitalizzazione si sta passando alla robottizzazione, con picker automatici che, guidati dal software di gestione ordini, percorrono velocemente le corsie prelevando esattamente quanto richiesto. Il processo, a condizione che tutto sia preventivamente organizzato e codificato, incrementa notevolmente la produttività e consente di ridurre gli spazi tra gli scaffali, dal momento che i robot rendono obsoleti i tradizionali “muletti”. Per queste due ragioni, la prima riguardante la sicurezza presente e futura e la seconda di ordine più generale, per la ricostruzione del magazzino crollato i vertici aziendali si sono rivolti a Stahlbau Pichler che ha concepito un progetto rivoluzionario di Mav (magazzino autoportante verticale), portato a termine in un anno esatto dall’avvio dei lavori. Il nuovo magazzino è il primo deposito realizzato interamente con acciaio strutturale e la prima costruzione di questo tipo progettata con le norme tecniche per le costruzioni per quanto riguarda la risposta alle azioni sismiche. Saldamente ancorate alle fondazioni e controventate in sommità da capriate reticolari in acciaio, le scaffalature sono la struttura stessa del magazzino, che ne rende superfluo (se non per protezione dalle intemperie) l’involucro esterno. I 18 metri di altezza dell’edificio si elevano da una base che in pianta che misura 134 metri per 26 circa, base dislocata esatta-

mente dove si trovava la precedente sede produttiva dell’azienda. Gli elementi destinati all’immagazzinamento sono di tipo a cella monoposto e biposto e si sviluppano per 16 metri in altezza. I telai, con celle a doppio posto, sono cinque e si trovano al centro dell’edificio; le celle monoposto invece occupano i lati del magazzino, in aderenza alle strutture di rivestimento: in totale i livelli di carico sono supportati da 64 telai metallici per una capacità complessiva di 18.852 posti pallet su 13 livelli. Ciascuna spalla della struttura è solidarmente vincolata alle fondazioni, recuperate da quelle preesistenti, mediante piastre metalliche nervate in lamiera di acciaio di grande spessore, saldate e zincate. In sommità, le spalle sono solidarizzate a una capriata reticolare in acciaio, che forma, di fatto, una struttura intelaiata su più colonne. Nel complesso, nel nuovo magazzino di Ceramica Sant’Agostino sono state fornite

Lo stabilimento di Ceramica Santagostino è uno dei primi depositi realizzati interamente in acciaio strutturale e che risponde alle norme tecniche per le costruzioni in zona sismica.

SCHEDA Progetto Magazzino Autoportante Verticale Committente Ceramica Sant’Agostino Località Sant’Agostino (Fe) Progetto esecutivo Associazione Consortile Sismica Engineering - ing. Gianluca Loffredo

Progettazione strutturale e direzione lavori ing. Walter Salvatore

Collaudatore ing. Mauro Cuoghi Costruttore Stahlbau Pichler Direzione lavori Archliving

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› FIRMITAS

e posate 2.400 tonnellate di acciaio strutturale e 8.700 mq. di rivestimenti metallici delle pareti. L’edificio, realizzato in un anno esatto dall’avvio dei lavori, è concepito per rispondere a terremoti con un comportamento di tipo non dissipativo con un fattore “q” di struttura (fattore di correzione della scala Richter che tiene conto della distanza dall’epicentro della stazione di rilevamento; nda) pari a uno

Stahlbau Pichler progetta, produce e realizza strutture in acciaio e facciate continue per edifici gestendo tutte le fasi del progetto. Il concept aziendale punta alla sintesi tra design italiano e precisione tedesca. Il core business è costituito dalla realizzazione di impianti industriali, edifici commerciali e amministrativi, di ponti e infrastrutture. Stahlbau Pichler ha lavorato con Renzo Piano, Sauerbruch&Hutton, Massimiliano Fuksas, Zaha Hadid e Kenzo Tange. [ 110 ]

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› FIRMITAS - SOLUZIONI MAPEI MAPEWRAP EQ SYSTEM PER L’ABBATTIMENTO DELLE VULNERABILITÀ SISMICHE MAPEI PROPONE MAPEWRAP EQ SYSTEM IL SISTEMA ANTISISMICO SICURO E CERTIFICATO MapeWrap EQ System è il sistema testato e certificato presso il Dipartimento di Ingegneria Strutturale dell’Università Federico II di Napoli, indicato per il presidio antiribaltamento degli elementi secondari degli edifici e antisfondellamento dei solai latero-cementizi. La speciale “carta da parati” antisismica MapeWrap EQ Net applicata sulla superficie con l’adesivo MapeWrap EQ Adhesive determina una ripartizione più uniforme delle sollecitazioni dinamiche, sia in ambienti interni sia esterni, evitando il collasso delle partizioni secondarie o il ribaltamento fuori dal piano, e aumenta il tempo di evacuazione dagli edifici. Questi prodotti e i sistemi Mapei sono sviluppati nei laboratori di Ricerca & Sviluppo di MIlano e sono testati e verificati da istituti che ne certificano l’affidabilità in caso di evento sismico. www.mapei.it

PREFA I SISTEMI COSTRUTTIVI SOLIDI LEGGERI E RICICLABILI LE COPERTURE IN ALLUMINIO BEN SI ADATTANO AL PAESAGGIO E AGLI IMPIEGHI IN ARCHITETTURA I sistemi per copertura in alluminio PREFA sono la soluzione ideale in tutte le occasioni che richiedono grande versatilità, design ricercato ed elevate prestazioni tecniche. Le caratteristiche dell’alluminio e le forme che è possibile conferire agli elementi di rivestimento permettono una buona integrazione con il paesaggio circostante e con le preesistenze architettoniche. Tali sistemi sono particolarmente indicati in interventi di ristrutturazione residenziale. L’alluminio è un materiale naturale, ecologico e riciclabile al 100%, senza perdita di qualità. L’elevata resistenza abbinata all’estrema leggerezza e all’eccellente duttilità, rendono i sistemi PREFA la soluzione ideale per qualsiasi progetto. www.prefa.com

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› FIRMITAS EDIFICI INDUSTRIALI A CAVEZZO, BASSA MODENESE

LA RICOSTRUZIONE AI TEMPI DEL BIM Il sisma dell’Emilia del maggio 2012 aveva messo in ginocchio uno dei distretti industriali più fiorenti d’Italia. Per la ricostruzione il tempo era una variabile fondamentale. Il ruolo del Building Information Modeling

Il masterplan del complesso produttivo di Wamgroup a Cavezzo, interamente riprogettato in Bim. L’azienda ha potuto riprendere l’attività a pieno ritmo entro sei mesi dal sisma (immagini courtesy bimO).

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Il terremoto del 2012 che ha colpito l’Emilia, iniziato con una serie di scosse rilevanti e culminato con la scossa devastante del 29 maggio che ha causato ventisette vittime nella Bassa modenese, ha messo in ginocchio uno dei distretti più fiorenti della piccola e media industria italiana. Si è trattato del primo sisma in Italia a colpire tanto duramente un’area produttiva, un tessuto urbano ad alta concentrazione di edifici industriali, primo fra tutti il comparto biomedicale di Mirandola: un territorio che vale il 2% del Pil italiano. Il terremoto ha interessato 51mila imprese, di cui poco meno di ottomila attive nel settore manifatturiero, che rappresentano il 12,4% della realtà produttiva regionale e che impiegano circa 190mila addetti. Imprenditori e manager di importanti realtà, locali e multinazionali, si sono trovati presto di fronte alla sfida della continuità produttiva, da garantire attraverso la delocalizzazione temporanea e una veloce ricostruzione, allo scopo di scongiurare il rischio del fermo produttivo, la perdita delle commesse, il crollo del fatturato, la chiusura delle attività e le ricadute negative sull’occupazione. Quella ingaggiata dal comparto della Bassa modenese è stata una vera e propria battaglia contro il tempo, che è diventato la variabile

fondamentale della ricostruzione. Franco Rebecchi e Eleonora Beatrice Fontana, fondatori di bimO, una start-up di Carpi, spin-off di uno studio di progettazione che ha maturato una vasta esperienza nel campo della progettazione di edifici industriali, sono stati incaricati di intervenire, come general contractor della progettazione, nella ricostruzione di diversi comparti industriali, tra i quali la sede produttiva di Wamgroup di Ponte Motta di Cavezzo, in provincia di Modena, un’azienda leader mondiale nella produzione di coclee, filtri per abbattimento polveri e valvole di vario tipo. La vastità e la complessità del comparto, che si estende su di un’area di 190mila mq. e una superficie coperta di 61.000 mq. circa, lo rendono uno dei principali insediamenti produttivi della provincia di Modena. Il campus produttivo, gravemente colpito dal sisma, ha subìto danni ingenti ai fabbricati e alle infrastrutture, con crolli nella maggior parte degli edifici. Lo scopo principale dell’azienda modenese era quello di riprendere il più presto possibile le attività in un quadro di sicurezza per la produzione e per i lavoratori. Per i progettisti la sfida è stata quindi duplice: da un lato mettere in sicurezza, riprogettare e ristrutturare sismicamente in 30

giorni 40mila mq. di edifici produttivi costruiti in epoche diverse e portarli a un livello sismico importante; dall’altro, ricostruire 21mila mq. di fabbricati crollati, rivedere il progetto urbanistico dell’intero compound, riprogettare la viabilità e le infrastrutture, modificare i sottoservizi, con una consegna del primo fabbricato produttivo di 6mila mq. entro sei mesi (un periodo decisamente inferiore rispetto ai tempi medi di progettazione e costruzione di tipo tradizionale). Progettare con tempi così ridotti ha imposto uno sforzo organizzativo enorme, in quanto le professionalità tecniche da mettere in campo erano molteplici. In questo contesto è diventato fondamentale il coordinamento delle varie competenze per gestire l’intero processo progettuale. In questo complesso processo lavorativo è balzato subito all’occhio che il vero collo di bottiglia dell’intera operazione era rappresentato dalla mole di informazioni interconnesse al progetto, dalla velocità di condivisione e dalla necessità del costante aggiornamento con i vari operatori. Un in-


› FIRMITAS

sieme di attività che doveva essere gestito con tecnologie avanzate di progettazione e di project management. La progettazione, che va sotto il nome di Building Information Modeling, in sigla Bim, è diventata così la piattaforma di coordinamento dell’intero processo progettuale e il punto di svolta per la riduzione dei tempi di progettazione e di esecuzione. A tale scopo è stato subito creato un team di progettisti competente, capace di utilizzare la progettazione Bim, consapevole delle tempistiche e del protocollo di interscambio delle informazioni (tramite il linguaggio universale .ifc) per creare un modello tridimensionale completo di tutte le informazioni architettoniche, strutturali e impiantistiche a disposizione degli operatori. Grande attenzione è stata posta al calcolo e alla modellazione strutturale, tramite l’elaborazione di un modello che viene continuamente integrato e aggiornato nel catalogo Bim dei progetti. Dal modello Bim di ciascun fabbricato sono state estratte tutte le tavole esecutive, i dise-

Un’immagine delle distruzioni del sisma e la palazzina uffici, lesionata e resa nuovamente agibile con la progettazione e la costruzione di contrafforti in acciaio su basamento in cemento armato (foto courtesy bimO).

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› FIRMITAS

bimO Spin-off dello studio di progettazione RS2 di Carpi, bimO è una società di consulenza per la progettazione Bim guidata da Franco Rebecchi e Eleonora Beatrice Fontana. Franco Rebecchi, architetto e general manager di bimO, fonda uno studio associato specializzato nella progettazione di edifici produttivi. Nel 2013 fonda Solid Solution Italian Design, società di progettazione e consulenza con sedi a Milano, Modena e Belgrado. Nel 2006 è tra i primi in Italia a lavorare in Bim con il suo staff. Eleonora Beatrice Fontana, architetto, responsabile della pianificazione strategica di bimO, è laureata al Politecnico di Milano, dove ora si occupa di formazione Bim nell’ambito del master per Bim manager (scuola Pesenti) dopo avre operato come progettista e direttore lavori gestendo la progettazione e la realizzazione di edifici industriali e di alcuni comparti televisivi nel milanese e successivamente come consulente nella definizione di piani strategici di gestione del patrimonio immobiliare. Nel 2013 consegue il master executive in Business administration del Mip. Dall’incontro con Franco Rebecchi nasce, la start-up bimO. www.bimopin.it

gni costruttivi e i computi per la gestione e l’assegnazione degli appalti nei tempi e nei costi stabiliti. Tutte le fasi e le tempistiche sono state verificate con il gruppo dirigenziale creato ad hoc dalla committenza e sono stati monitorati lo stato di avanzamento dei lavori e i costi. I risultati di tale approccio sono stati positivi: i primi spazi produttivi sono stati messi in sicurezza in soli trenta giorni; la palazzina uffici è stata ristrutturata in soli cinque mesi. Un mese dopo è stata avviata la prima linea di produzione.

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Gli elementi chiave del processo Bim nella ricostruzione sono stati l’interoperabilità, la multidisciplinarietà, la velocità e la trasparenza. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, va detto che tutte le informazioni di progetto sono integrate in un unico modello e disponibili a tutti. Questo genere di progettazione consente una clash detection efficace, eliminando le tipiche interferenze e gli errori progettuali che vengono a crearsi tra il lavoro architettonico, strutturale e impiantistico. Oggi, dopo l’esperienza maturata sul cam-

po, esiste un modello Bim completo di tutti i fabbricati del comparto, compresa la parte infrastrutturale, che rimane un valore a disposizione per la futura gestione del facility management da parte degli occupanti degli edifici. Nelle terre del terremoto, insomma, la tecnologia Bim si è imposta come soluzione idonea per progettare la ricostruzione, mettendo insieme lo spirito imprenditoriale degli emiliani e la loro disponibilità all’innovazione

In alto, uno dei disegni strutturali di un nuovo edificio produttivo del compound e il render dello stesso edificio. Sotto, due degli interventi di messa in sicurezza adottati per edifici esistenti e ora di nuovo attivi (immagini courtesy bimO).


ATENA SPA E IL DICEA, DIPARTIMENTO DI INGEGNERIA CIVILE, EDILE E AMBIENTALE DELL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA INDAGANO IL COMPORTAMENTO SISMICO DEI CONTROSOFFITTI

ATENA INNOVAZIONE IN ANTISISMICA

In alto, prove sperimentali di resistenza sui giunti. Al centro, Easy Antisismico, brevetto Atena. Sotto, controsoffitto Atena 15 Linear Design con struttura a vista Atena Easy Line.

La sicurezza sismica dei controsoffitti è un tema di grande attualità. Già nel 2008, a seguito dell’entrata in vigore della Ntc, gli aspetti antisismici sono stati resi più stringenti e particolare attenzione è stata posta alla vulnerabilità dei diversi componenti non strutturali, che in caso di rottura o caduta possono rappresentare un pericolo per le persone e ostacolare i soccorsi. Atena, azienda da sempre estremamente attenta alle prestazioni sismiche dei propri prodotti, ha brevettato una sua Linea Antisismica, di cui fa parte il Kit Antisismico. Con la volontà di approfondire le tematiche legate alla sicurezza dei propri controsoffitti testandone ulteriormente le prestazioni, l’azienda ha avviato nel 2015 una collaborazione con il Dicea: Dipartimento di ingegneria civile, edile e ambientale dell’Università degli Studi di Padova. Nel 2016 sono iniziati i lavori del gruppo di ricerca composto dagli ingegneri Roberto Scotta, responsabile scientifico, specializzato nella progettazione e realizzazione di sistemi innovativi nel settore delle costruzioni; Laura Fiorin, che si occupa dello studio dei controsoffitti e delle loro criticità; Sara Brandolese, titolare dell’assegno di ricerca FSE Safe ceilings – Tecnologia per la sicurezza statica e sismica di controsoffitti nuovi ed esistenti, Monica Iogna Prat, responsabile qualità di Atena.

L’attività di ricerca - spiega Roberto Scotta - inizialmente concentrata sullo studio locale delle connessioni dei profili portanti a T mediante prove di laboratorio presso l’Università, prosegue con la costruzione di un apparato sperimentale innovativo in grado di testare il comportamento sismico globale dei controsoffitti di Atena. Parallelamente all’attività sperimentale è prevista la realizzazione di modelli matematici in grado di prevedere il comportamento

L’azione sismica può provocare deformazione dei profili a T, rottura delle connessioni interne e perimetrali, con conseguente crollo dei pannelli o di parte del controsoffitto. Tutti gli impianti che interagiscono con il controsoffitto, come ad esempio i corpi illuminanti, costituiscono un ulteriore elemento di rischio se non adeguatamente vincolati. sismico dei sistemi oggetto di studio. Questo approccio definisce un nuovo metodo di calcolo delle sollecitazioni agenti su tali elementi e completa la metodologia tradizionale proposta dalla normativa. La fase conclusiva del progetto mira all’utilizzo dei risultati ottenuti e delle analisi svolte per ottimizzare la Linea Antisismica esistente e brevettare tecnologie innovative. www.atena-it.com

In basso, controsoffitto Atena Baffle.

Controsoffitti per ambiente ufficio Atena baffle | grigliati | pannelli Enigma a struttura nascosta.

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› FIRMITAS LOW-TECH

IL RAMMENDO Un sistema di corde che avvolge orizzontalmente e verticalmente le pareti. È quanto sta facendo la Fundación Altiplano in Cile per consolidare costruzioni in mattoni di terra cruda molto diffuse nei villaggi rurali delle Ande Anche se esistono testimonianze che risalgono all’epoca preispanica, la tecnica moderna del rinforzo con corde (drizas) nasce nel 2013 da una ricerca condotta da un team dell’Università Cattolica del Perù guidato dall’ingegner Julio Vargas Neumann, ed è stata applicata per la prima volta l’anno seguente dalla Fundación Altiplano – un’organizzazione che dalla fine degli anni Novanta opera per preservare l’eredità e la dignità di piccole comunità andine – nel restauro della chiesa di San Pedro de Atacama dopo un sisma che aveva colpito la regione cilena di Antofagasta. Attualmente la fondazione sta lavorando al restauro di due edifici di valore storico a Belén, sulle Ande del nord del Cile, a 3.500 m slm. Anche qui, oltre al consolidamento dei plinti e al recupero dei tradizionali tetti andini e dei serramenti esistenti, il consolidamento strutturale delle pareti in mattoni adobe è affidato alle drizas. La tecnica consiste in un sistema di funi che circondano le pareti verticalmente e orizzontalmente. La distanza tra una corda e

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l’altra dipende dalle dimensioni dei mattoni di terra cruda con cui è costruita la parete. Si crea in questo modo una maglia che evita il collassamento in caso di terremoti, qui molto frequenti. Rispetto alle reti in Gfrp o alle maglie metalliche elettrosaldate, le drizas presentano alcuni vantaggi: migliorano il comportamento sismico della struttura; sono economiche, di facile smaltimento e meno invasive per il genere di materiale con cui sono formate le pareti. Una delle case di Belén in fase di restauro ha una superficie di 125 mq e le pareti di adobe, con mattoni di 50 cm di spessore, poggiano su un basamento in pietra. Si stima che sia stata costruita 300 anni fa come sede di un tribunale popolare. La maggior parte dei villaggi andini, in tutta l’America latina, vennero costruiti con mattoni adobe: metterli in sicurezza conservandone le caratteristiche significa anche preservare la cultura e l’identità delle comunità

Camilo Giribas, architetto della Fundación Altiplano


MapeWrap EQ System La risposta sicura in caso di terremoto.

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SOLAIO SFONDELLATO

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Il sistema di presidio brevettato e certificato di minimo spessore e di facile e veloce applicazione, indicato per l’ANTISFONDELLAMENTO dei solai. MapeWrap EQ Adhesive Adesivo monocomponente all’acqua pronto all’uso in dispersione poliuretanica MapeWrap EQ Net Tessuto bidirezionale in fibra di vetro pre-apprettato

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Rivestimento Easy Wand

Leggero, resistente, isolante.

EASYWAND Il rivestimento in alluminio Easy Wand è un pannello coibentato di nuova generazione, completamento liscio, isolato, leggero e maneggevole. Moderno, dai colori e dimensioni variabili, consente varie soluzioni per la personalizzazione delle facciate. L’alluminio pesa un terzo rispetto all’acciaio, resiste al tempo, alla corrosione, ed è 100% riciclabile. Per questo con Easy Wand dai più valore al tuo immobile.

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IoArch 68 Jan_Feb 2017  

IoArch, il magazine degli architetti italiani IoArch, the Italian architects' magazine

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