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grandangolo UNO SGUARDO SULL’UOMO DI OGGI

notiziario d’approfondimento a cura dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali

FINE VITA: LIBERTÀ E DOLORE La dignità della persona e della vita umana N.09 2017 - Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola Iscritto nel registro dei periodici presso il Tribunale di Pesaro al numero 4 del 2015


SOMMARIO LA LENTE 03

OFFRIRE UN PENSIERO DI VITA

La riflessione di don Giorgio Giovanelli, docente di teologia morale

ATTUALITA’

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IL “REDDITO D’INCLUSIONE” DIVENTA LEGGE DELLO STATO

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Ecco cosa prevede

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NUOVO MINIMO STORICO PER LE NASCITE IN ITALIA

UN ARSENALE DELLA PACE Intervista a Ernesto Olivero fondatore del Sermig

DALLA DIOCESI

DAI VITA ALL’AMORE: PASSIONE, INTIMITÀ, IMPEGNO I fidanzati a Loreto con il Vescovo Armando

OBIETTIVO CULTURA 20

“PACE IN NOME DI DIO”

Lo spirito di Assisi 1986 nel nuovo libro del vaticanista Paolo Fucili

Focus sui dati Istat

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LA VITA APPESA A UN “FILO DI HASHISH”

Ne parliamo con Tonino Cantelmi, Presidente Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici

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IL DOLORE È SICURAMENTE RISCATTABILE

La riflessione di Silvio Cattarina, direttore della comunità di recupero “L’Imprevisto”

DAL MONDO

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OGNI GENERAZIONE È CHIAMATA A COSTRUIRE LA CHIESA DI CRISTO Assemblea Pastorale Diocesana con don Luciano Avenati

OBIETTIVO TURISMO

09 LONDRA SOTTO ATTACCO

Il cardinale Nichols: “Uniti nella preghiera”

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UNA COMMISSIONE DIOCESANA SUI NUOVI STILI DI VITA Ne parliamo con Gabriele Darpetti

DALL’ITALIA

21 TRAVEL BLOGGER, NARRATORI 2.0

Ne parliamo con Monica Nardella, presidente Ass. Italiana Travel Blogger

grandangolo UNO SGUARDO SULL’UOMO DI OGGI

NUMERO 09

2017

Direttore responsabile

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I 25 ANNI DELLA GIORNATA MONDIALE DEL MALATO Ne parliamo con don Carmine Arice, direttore Ufficio Pastorale della Salute CEI

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ENRICA PAPETTI Realizzazione grafica LUCA MISURIELLO Recapiti TELEFONO 0721/833042 EMAIL UCSFANO@GMAIL.COM


LA LENTE

OFFRIRE UN PENSIERO DI VITA

La riflessione di don Giorgio Giovanelli, docente di teologia morale

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lle 11.40 del 27 febbraio 2017 viene dato l’annuncio su twitter che dj Fabo è morto in Svizzera in una clinica specializzata in eutanasia. La scelta di Fabo è stata molto discussa e ha diviso l’opinione pubblica proprio sul tema del f ine vita. Di seguito, proprio in merito a questo argomento, pubblichiamo la riflessione di don Giorgio Giovanelli, docente di teologia morale. In questi giorni le agenzie come anche numerosissime pagine di social network, cavalcando l’onda mediatica delle scelte eutanasiche consumatasi in Svizzera, collegano tali scelte alla dimensione della civiltà e, soprattutto, della libertà. Tali eventi, sempre più caratteristici della società contemporanea, riportano ad un urgente bisogno di riflessione su temi così importanti per quanto delicati che, probabilmente, si danno per scontati: si assiste oggi ad un gap comunicativo che deriva dal fatto che le parole, svuotate del loro senso originario, assumono i più svariati significati proponendo così un mondo cangiante e, spesso, non reale; sto facendo riferimento proprio al concetto di libertà, di amore e, perché no, anche di civiltà; sto facendo riferimento alla quality of life che, in modo larvato e silente, si è ormai impossessata del nostro modo di pensare giungendo così a dichiarare certe vite non più degne di essere vissute perché, secondo alcuni parametri o in base a certi algoritmi, la vita – non presentando più una determinata qualità – non ha più senso in se stessa; sto facendo riferimento all’assolutizzazione dell’autonomia e della volontà dell’uomo che – divenendo autoreferenziali – sono giuste in se stesse solo per il fatto che è stata fatta una scelta, indipendentemente dal contenuto della scelta fatta; sto facendo altresì riferimento al fatto che un comportamento, oggi, è considerato sbagliato solo se nuoce all’altro e in mancanza del suo consenso: tutti gli atti compiuti così su noi stessi o sugli altri con il loro consenso sarebbero, per tale motivo, giusti e non criticabili. Il tutto parte dalla considerazione del valore della vita e, per contro,

dalla possibilità di trovare un senso anche nell’acerba esperienza del dolore che la vita in certi casi può, purtroppo, presentare. Sono stati scritti fiumi di inchiostro sulla indisponibilità della vita umana e sul necessario rispetto e tutela che ad essa vanno accordati dal suo naturale sorgere al suo naturale tramontare. Il Concilio Vaticano II denuncia come abominevoli delitti contro la vita: “ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario” (Gaudium et Spes, 27). Successivamente la Congregazione per la Dottrina della Fede ha avvertito la necessità di riaffrontare il tema dell’eutanasia ribadendo le motivazione del rifiuto di tale pratica (Congregazione per la Dottrina Della Fede, Iura et bona, 5 maggio 1980). Che cosa intendiamo quando parliamo di eutanasia? La CDF (Congregazione per la Dottrina Della Fede) è molto chiara in merito: per eutanasia si intende “un’azione o un’omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”. Si tratta, pertanto, di provocare la morte - con intenzione e azione – per evitare il dolore e la sofferenza. I punti dolenti della questione riguardano diversi concetti: la dignità della persona e della vita umana, il concetto di libertà e anche il concetto di dolore e sofferenza. Il termine persona è molto caro alla teologia che, in primis, lo elabora in relazione alle Persone Divine. La persona umana venne definita da Boezio (480-526) come individua substantia rationalis naturae: una sostanza individuale di natura razionale. Da tale definizione, completata poi da Tommaso di Aquino che vede nell’atto d’essere lo specifico della persona umana, si evince che la persona, a differenza degli enti logici, ha un valore in sé. E’ la persona in se stessa il valore a cui tutto va commisurato. Ciò deriva dalla sua dignità che, proprio perché dignità di persona, dignità personale, è indefinibile perché infinita. Noi possiamo infatti solo certificare la dignità dell’uomo, parlarne per analogia ma risulta impossibile definirla in modo univoco, questo perché grandangolo

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LA LENTE

definirla significherebbe limitarla. La vita della persona umana, pertanto, non acquista un significato ed un valore in relazione alla capacità di compiere certe operazioni, sostenute dalle impostazioni utilitaristiche o funzionalistiche; io non sono persona perché sono in grado di camminare o di vedere: posso camminare e vedere perché prima sono persona. Così, di contro, la non possibilità di certe funzionalità non degrada la dignità della persona che si situa ad un livello diverso dalla mera funzionalità. Se così fosse mentre noi dormiamo non saremmo più persone e, quindi, un omicidio di una persona nel sonno non sarebbe punibile, solo per fare un esempio. La vita dell’uomo è valore in sé e non in altro; il rispetto del diritto alla vita – caratteristica delle società civili – consente il rispetto di tutti gli altri diritti: come posso garantire la libertà, l’autonomia se, prima, non garantisco il diritto che li rende tutti possibili ossia il diritto alla vita? Altro nodo è la questione del dolore che, nell’oggi, è l’esperienza del non senso. Siamo tutti concordi nel sostenere che il dolore è l’esperienza più terribile e angosciante dell’esistenza umana; siamo tutti concordi nel ribadire che il dolore va combattuto - con la possibilità di privare anche la persona della sua coscienza (dopo aver ottenuto il consenso) – fino in fondo. Combattere il dolore non significa però combattere la persona. La persona, anche se inguaribile, sarà sempre curabile. Siamo purtroppo impregnati di tecnicismo scientifico che fa perdere di vista il fatto che potremo sempre prenderci cura di una persona che, per sue condizioni cliniche, non potrà guarire. Abbiamo purtroppo ridotto i bisogni della persona alla mera clinica e ci siamo dimenticati delle esigenze psicologiche, affettive e anche spirituali che la persona, volens nolens, porta dentro di sé. Sono tante le testimonianze di persone che affermano un dolore lenito per la presenza di un qualcuno al fianco. Come non ricordare l’intuizione profetica di Cicely Saunders e l’esperienza degli Hospice? (Cfr. Cicely Saunders, Vegliate con me. Hospice un’ispirazione per la cura della vita, Edb, Bologna, 2008). Per noi credenti anche nel dolore si apre la possibilità di un’esperienza; anche e ovviamente non solo nel dolore. La nostra fede non è la fede nel dolore ma nella vita, nella resurrezione, nella gioia e noi siamo ben consapevoli che non è il dolore che salva in sé. Quando però esso, nonostante tutti i tentativi, diventa inevitabile, allora anche lì si apre una possibilità di senso, la possibilità anche lì di un incontro: l’incontro con il buon Pastore che, prima di noi, è passato nella valle più oscura e, conoscendola, ci offre una strada per percorrerla: “Il vero pastore è Colui che conosce anche la via che passa per la valle della morte; Colui che anche sulla strada dell’ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me guidandomi per attraversarla: Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della morte, l’ha vinta ed è tornato per accompagnare noi ora e darci la certezza che, insieme con Lui, un passaggio lo si trova. La consapevolezza che esiste Colui che anche nella morte mi accompagna e con il suo « bastone e il suo vincastro mi dà sicurezza », cosicché « non devo temere alcun male » (Benedetto XVI, Spe Salvi, 6). In questa contesto siamo chiamati ad offrire un pensiero di vita, del sostegno e della possibilità di un senso anche quando tale senso risulta nascosto. Il grande sforzo sta nell’utilizzo della ragione e non nel farci travolgere dall’emozione che, giustamente, reagisce in certi modi di fronte a certe situazioni. Così è ovvio che di fronte ad un neonato la nostra emozione è diversa rispetto al guardare un embrione, così come nascono certe emozioni nel vedere persone che soffrono in fin di vita. Si tratta però di scorgere una dignità che non può essere lesa e che non viene definita dal nostro sentire e dalle nostre emozioni. Siamo chiamati a far sempre più nostro l’accorato appello del Santo Padre Francesco, quando, scrivendo nel gennaio scorso ai partecipanti della Marcia per la Vita tenutasi a Parigi, afferma che la Chiesa deve essere sempre l’avvocata della vita; il Papa ha ribadito il necessario impegno di tutta la Chiesa affinchè la vita sia rispettata in tutto il suo naturale decorso. Il Santo Padre, come già San Giovanni Paolo II nel 1995, ci esorta ad edificare la cultura della vita: non possiamo desistere; è necessario far sentire la nostra voce proprio in virtù del testo evangelico tramite cui, Dio stesso presente nelle persone umane, ci chiede questo quando afferma e dichiara che ogni cosa fatta al più piccolo di noi l’abbiamo fatta Lui (Cfr. Mt 25, 40). Come non vedere questo ‘piccolo’ nel malato, nel terminale, nella persona sofferente? don Giorgio Giovanelli Docente incaricato di Teologia Morale speciale. Pontificia Università Lateranense, Città del Vaticano.

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LA LENTE

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ATTUALITA’

NUOVO MINIMO STORICO PER LE NASCITE IN ITALIA Focus sui dati Istat

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el 2016 le nascite sono stimate in 474mila unità, circa 12mila in meno rispetto all’anno precedente. È quanto emerge dal Report sugli indicatori demografici pubblicato dall’Istat il 6 marzo scorso. Il numero medio di figli per donna – si legge nel Rapporto - in calo per il sesto anno consecutivo, si assesta a 1,34. Inoltre si conferma la propensione delle donne ad avere figli in età matura. Inoltre, come si rileva dal report, un nato su cinque ha una madre straniera e il livello di fecondità è più alto nel nord Italia. “Nel 2016, come ormai da diverso tempo, è nelle regioni del Nord che si riscontra la fecondità più elevata del Paese (1,4 figli per donna), davanti a quelle del Centro (1,31) e del Mezzogiorno (1,29). Su base regionale la fecondità varia in misura ancora più considerevole, ciò dipende da numerose ragioni sia di carattere strutturale (diversa composizione della popolazione residente per età e cittadinanza), sia socio-economiche. Con 1,78 figli per donna nel 2016 la Provincia di Bolzano si conferma la regione più prolifica del Paese, seguita piuttosto a distanza dalla Lombardia (1,43). All’opposto, la fecondità è più contenuta nel Mezzogiorno e segnatamente in Molise (1,16), Basilicata (1,14) e Sardegna (1,07)”. A fronte di tutto ciò, sta aumentando negli anni la popolazione degli ultranovantenni che, al 1 gennaio 2017, risultano essere 727mila e degli ultracentenari che sono oltre 17mila. Aumento dovuto, come si legge nel Report, al progressivo abbassamento dei rischi di morte a tutte le età ma, particolarmente negli ultimi decenni, quello conseguito

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nelle età anziane. Ciò si deve, in primo luogo, a una combinazione di alcuni fattori trainanti, tra i quali i trattamenti medico-ospedalieri, la qualità dei servizi di prevenzione, le condizioni di vita in generale degli anziani, gli stili di vita in termini nutrizionali, abitativi e di contrasto ai fattori di rischio, come ad esempio la variazione nelle modalità di consumo di tabacco.


ATTUALITA’

LA VITA APPESA A UN “FILO DI HASHISH” Ne parliamo con Tonino Cantelmi, Presidente Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici

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a notizia ha diviso l’opinione pubblica. Stiamo parlando del caso del 16enne di Lavagna che si è tolto la vita, gettandosi dal balcone della sua abitazione, perché trovato con alcuni grammi di hashish durante la perquisizione della Guardia di Finanza chiamata proprio dalla mamma del ragazzo dopo aver provato tante volte a convincerlo a smettere con quella “roba”. Una madre che alcuni hanno definito coraggio, che non si è nascosta dietro il problema e che all’esequie del figlio ha invitato più volte i giovani presenti al funerale ad essere protagonisti della propria vita e ha chiesto al figlio di perdonarla per non essere stata in grado di colmare quel vuoto si portava dentro. E allora viene da chiedersi: è un problema di educazione, di comunicazione, di mancato dialogo, di differenze generazionali? Per approfondire la tematica abbiamo intervistato Tonino Cantelmi Presidente Associazione Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici. Leggendo diversi articoli di giornale sulla notizia del 16enne di Lavagna che si è tolto la vita dopo essere stato sorpreso dalla Guardia di Finanza con 10 grammi di hashish addosso c’è una parola che spesso ricorre: vergogna. Il senso di vergogna è ancora presente nei giovani di oggi? E se sì, in che modo si manifesta o può manifestarsi? Intanto registriamo una certa eclissi del senso di colpa. Pensiamo ad

alcuni casi, per esmpio a quello dei due ragazzi che hanno ucciso a colpi di ascia i genitori di uno dei due e poi si sono immersi in un videogioco, come se nulla di grave fosse successo. La vergogna è più rara della sfrontatezza e rimanda a casi complessi, di storie a volte di abuso dell’infanzia. Il dibattito sulla legalizzazione delle droghe leggere è ancora aperto. Lei che idea si è fatto di tutto questo? Registro solo un dato: la cannabis è uno dei fattori di rischio per i minori per lo sviluppo di patologie mentali anche gravissime. Il cervello di un ragazzino che impatta sostanze stupefacenti, cannabis ed alcol compresi, può, attraverso meccanismi epigenetici, sviluppare schizofrenia con un incremento del rischio anche di 6 volte. Possiamo ancora parlare di droghe leggere e di droghe pesanti o questo tipo di distinzione non esiste più? Dal punto di vista tossicologico è una stupidaggine. Quali sono i danni, soprattutto a livello psichico, che può provocare un uso frequente di droghe leggere? Non solo l’uso frequente, ma anche quello occasionale nei giovani è associato al rischio di psicopatologia: ansia, depressione e psicosi innanzitutto. “Smetto quando voglio” è davvero possibile? Purtroppo la dipendenza è un tiranno insaziabile. No, non è possibile. anche la cannabis genera dipendenza. Come si possono aiutare famiglie come quella di Lavagna? I genitori in generale hanno davvero grandi difficoltà. Alcuni genitori sono adultescenti: benchè adulti vivono insoluti temi adolescenziali e sono incapaci di trasmettere ai figli contenimento, regole e narrazioni di senso. Comunque il disagio psichico è in incremento anche nei bimbi: 1 bambino su 5 presenta un disagio emotivo che necessita cure e le famiglie sono spesso sprovvedute. Emerge chiaro un bisogno: educare i genitori ad essere genitori e a saper educare. Stanno nascendo scuole per genitori. Questa mi sembra una buona risposta. grandangolo

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ATTUALITA’

IL DOLORE È SICURAMENTE RISCATTABILE La riflessione di Silvio Cattarina, direttore della comunità di recupero per tossicodipendenti “L’Imprevisto”

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ilvio Cattarina, direttore della comunità di recupero per tossicodipendenti “L’Imprevisto” di Pesaro, mette in evidenza come la vita dei giovani di oggi sia spesso “sconsolatamente piatta”. “Siamo riusciti – sottolinea Cattarina - a rendere la vita di questi ragazzi così sconsolatamente piatta che pensano che la realtà sia solo quello che vive dentro di essi. Niente vale se non quello che mi vive dentro. La realtà invece è immensa, infinita, sovrabbondante di bellezza, di grazia, di incontri, di persone, di fatti belli e utili, piena di corrispondenza, di meraviglia, di interesse, di avventura, il bene che in essa vive e si manifesta è senz’altro immensamente superiore al male che pure vi alberga. Non sono io a fare la vita, ma il bello e il grande è se e quando la vita fa me, mi viene incontro e mi ‘invita’ – appunto, mi chiama dentro la vita – a grandi cose. La vita è una chiamata, una vocazione - si diceva quando eravamo piccoli. Altro che mi faccio io, scelgo io, decido io. Ricordo ancora oggi con commozione che quand’ero piccolo tutto, veramente tutto ciò che era sulla terra e nell’intero mondo, tutto incitava a vivere, spingeva ad essere, smuoveva un interesse, spronava alla curiosità, sprigionava energie insperate e incredibili”. Cattarina si sofferma anche sul valore del dolore, un dolore che non deve essere emarginato, ma deve saper essere ac-

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colto. “Non la politica, la finanza, la diplomazia, l’economia, le case, le industrie… il cuore dell’uomo conta, la sua anima! Contano le infinite domande di senso che urlano dentro il cuore dei ragazzi, lo sconfinato bisogno di vita che sempre più esplode nel petto dei ragazzi. Come affronteremo la pena di tanto dolore, la sofferenza degli innocenti – si diceva un tempo, quand’ero piccolo, ricordo che le donne anziane facevano pregare, specialmente sul calar della sera, “per la sofferenza degli innocenti” -- che timore e che tremore, anzi che paura, da bambino! – come saremo in grado di consolare il dolore di ogni uomo umiliato? Non certamente con discorsi, con trattati e lezioni, con risposte astratte, con rassicuranti teorie o tecniche. Oggi, non solo da oggi, dei poveri, sui poveri, riguardo ai poveri e alla povertà, parlano in tanti, ma pochi stanno con i poveri, parlano con i poveri, vivono con i poveri. Se c’è una cosa che abbiamo capito stando così tanti anni con i nostri ragazzi è che essi non vogliono essere i destinatari del nostro servizio, i beneficiari del nostro agire… vogliono essere figli, amici, fratelli… non un numero, una cifra, un problema, ma una persona unica, con una storia unica, eccezionale, irripetibile, bella comunque… che il proprio dolore a qualcuno e a qualcosa si può consegnare, affidare, donare. I poveri, i bisognosi, cioè i ragazzi, ci devono ‘disturbare’, ‘conturbare’, ‘sovvertire’, ‘scombussolare’, ‘insurrezionare’…Teniamo aperta questa drammatica domanda, affidiamola al misterioso silenzio del nostro stare insieme, all’arcano gioco di sguardi della nostra convivialità. Occorre l’accoglienza… Occorre la misericordia. Sennò i giovani continuano a pensare che “ha ragione il più forte”. Su questa logica infatti impostano la loro vita. Pensano che la vita sia questione di potere, di riuscita. No, occorre la comunità, ci vuole una comunità. La risposta al mistero della sofferenza non è una spiegazione ma una presenza. “La risposta soffia nel vento” direbbe Bob Dylan. Il dolore non bisogna tenerlo per sé. Occorre farne dono agli altri, a tutti, allora diventa fecondo. La vita è fatta per essere donata, non per essere trattenuta. La sofferenza, illuminata dall’accoglienza, dall’amore fraterno, dalla condivisione, cambia la sorte della persona, cambia la storia personale e cambia la sorte sociale, delle comunità e dei popoli. Il dolore è via privilegiata dell’esperienza dell’amore. Il dolore è sicuramente riscattabile. Esserci, essere presenti, interessarsi al dolore che c’è nel mondo, soprattutto verso quello dei giovani. Dire, far sentire che ci teniamo, che ci preoccupiamo. Che abbiamo rispetto dei giovani, attenzione, venerazione. Verso i giovani che soffrono portiamo onore e servizio”.


DAL MONDO

LONDRA SOTTO ATTACCO Il cardinale Nichols: “uniti nella preghiera” di Silvia Guzzetti (da Londra) - SIR

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l sindaco della capitale britannica ha indetto per oggi (23 marzo, ndr) una veglia a Trafalgar Square. Le parole di sdegno e gli inviti alla preghiera dell’arcivescovo cattolico e del leader della Comunione anglicana. La premier Theresa May fa il punto sulle indagini alla House of Commons. Il Sir raccoglie le voci di una suora cattolica che lavora in arcivescovado e della segretaria della “London Islamic Cultural Society”.

to coinvolto nell’attentato. “Tutti coloro che credono in Dio – afferma Nichols – faranno risuonare questa voce, perché la fede in Dio non è un problema da risolvere, ma un punto di forza e una base su cui poggiare”. Anche l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, leader spirituale della Comunione anglicana, dà voce al dolore del Paese. Si dice “profondamente scioccato e addolorato per gli eventi a Westminster. Stiamo pregando per tutti coloro che sono stati colpiti e per chi sta rispondendo così coraggiosamente”. Nel suo intervento alla Camera dei Comuni, la premier britannica Theresa May ha riferito questa mattina (23 marzo) dei fatti di ieri e delle indagini in corso sull’attentato a Westminster, con il rafforzamento della sicurezza nel Paese e diverse ispezioni in corso, che hanno portato a sette arresti per ora. “Non abbiamo paura. La democrazia – ha dichiarato – non si farà intimidire dal terrorismo”, “i nostri valori prevarranno”. May ha parlato di un attentato “contro tutte le persone”, e la “risposta migliore viene proprio” dai londinesi che questa mattina hanno ripreso la vita normale, hanno preso il treno o la metropolitana per andare al lavoro”. Quindi un commosso ricordo dell’agente ucciso, il 48enne Keith Palmer, delle altre vittime e dei feriti, provenienti da diversi Paesi. Fra chi ha ripreso la vita di ogni giorno c’è anche suor Elizabeth O’Donohoe: abita a Shepherd’s Bush, ovest di Londra, e deve prendere la metro tutte le mattine per raggiungere gli uffici dell’arcivescovado cattolico di Westminster, vicinissimo al parlamento, dove c’è stato l’attacco e dove lavora. Questa mattina, riferisce al Sir, “avevo paura. La polizia ha detto chiaramente che è difficilissimo prevedere attacchi così rudimentali e ne temiamo altri in qualsiasi momento”, racconta, “ma voglio continuare come ogni giorno. Lo spirito di

Bandiere a mezz’asta, un minuto di silenzio osservato negli uffici del governo di Whitehall, al parlamento di Westminster e a Scotland Yard. Londra il giorno dopo l’attacco terroristico del 22 marzo, nel quale sono morte quattro persone e ne sono state ferite altre quaranta, sette delle quali in condizioni critiche, è una città a lutto. Il sindaco Sadiq Khan ha organizzato una veglia per questa sera (23 marzo) alle 18, nella centralissima Trafalgar Square, alla quale sono stati invitati politici e cittadini e dove saranno presenti i rappresentanti delle diverse fedi religiose della capitale. Un modo per tenere insieme questa città, grande esperimento di convivenza multireligiosa e multietnica, dove in interi quartieri i “British” sono ormai la minoranza. “Il mio primo pensiero va alle famiglie di coloro che hanno perso la vita. Prego per le vittime e per chi ora piange la loro perdita”. Così il cardinale Vincent Nichols, presidente della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, ha espresso il suo “shock” per l’attentato. “È importante – ha aggiunto il cardinale – che come società teniamo i nervi saldi, restiamo calmi, e lasciamo che la vicenda venga indagata così da conoscere esattamente cosa è accaduto”. In una nota diffusa questa mattina, l’arcivescovo invita quindi a “restare uniti nella preghiera”; a pregare per le vittime e per chi si è trovagrandangolo

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DAL MONDO

Londra non sarà mai sconfitto. Amo questa città dove sono nata e cresciuta”. “Oggi su Facebook – aggiunge la religiosa – ho messo una foto del Westminster Bridge, dove è avvenuto l’attacco terroristico, incoraggiando i miei concittadini a continuare a vivere con fede e amore per sconfiggere il male”. “Londra ha sofferto un orribile attacco terroristico. Le nostre comunità, composte da membri di fedi diverse e provenienti da varie etnie, sono unite nella condanna di questo attentato”. A parlare è Bibi Khan, musulmana, segretaria della “London Islamic Cultural Society”, una charity che gestisce la moschea che c’è tra il numero 389 e il 395 di Wightman Road, Harringay, quartiere del nord della capitale. Impegnata nel dialogo interreligioso, la Khan lavora per costruire quelle comunità multirazziali che sono la forza della capitale britannica di oggi. Harringay conta circa 260mila abitanti e alcune delle zone più povere di tutta la Gran Bretagna. Qui i “British” sono il 18%, gli europei il 29% seguiti, per importanza, da africani, asiatici e varie nazionalità. “Noi musulmani, oggi, proviamo sdegno, indignazione e rabbia”, dice. “Le nostre preghiere più profonde sono con le vittime, le loro famiglie e coloro che sono stati feriti. Questo attentato minaccia la pace e la libertà della nostra città ma non permetteremo ai terroristi di dividerci o sconfiggerci. Le azioni di pochi pazzi estremisti mettono a rischio noi musulmani pacifici

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che facciamo una vita normale e amiamo la pace. Quando capitano imboscate di questo tipo, noi moderati diventiamo più vulnerabili e rischiamo di essere vittima di crimini scatenati dall’odio religioso”.


DALL’ITALIA

I 25 ANNI DELLA GIORNATA MONDIALE DEL MALATO Ne parliamo con don Carmine Arice, direttore Ufficio Pastorale della Salute CEI

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ertamente, la ricerca scientifica è andata avanti e siamo riconoscenti per i preziosi risultati ottenuti per curare, se non per sconfiggere, alcune patologie. Auguro che il medesimo impegno sia assicurato per le malattie rare e neglette, verso le quali non sempre viene prestata la dovuta attenzione, con il rischio di dare adito a ulteriori sofferenze”. Queste le parole di Papa Francesco ai partecipanti all’incontro promosso dalla commissione carità e salute della Conferenza Episcopale Italiana lo scorso febbraio in occasione dei 25 anni della Giornata Mondiale del Malato, un’importante occasione per portare l’attenzione della comunità cristiana e della comunità civile al bisogno di una cura integrale della persona malata. Abbiamo chiesto a don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute, di spiegarci l’importanza di questa giornata Perchè l’importanza di celebrare una Giornata dedicata al Malato? La giornata è stata pensata da Giovanni Paolo II 25 anni fa come occasione per portare l’attenzione della comunità cristiana e della comunità civile al bisogno di una cura integrale della persona malata. San Giovanni Paolo II ha dato alla Giornata Mondiale del Malato sei scopi: assicurare la migliore assistenza agli infermi, aiutare il malato a valorizzare la sofferenza, coinvolgere in maniera particolare le diocesi, le comunità cristiane, le famiglie religiose, favorire l’impegno sempre più prezioso del volontariato, formazione spirituale e morale degli operatori della salute, l’importanza dell’assistenza religiosa agli infermi. È una giornata nella quale tutti siamo chiamati a fare il punto sulla cura integrale della persona. Che cosa si intende per Pastorale Sanitaria? Bisognerebbe innanzitutto parlare più correttamente di pastorale della salute intendendo anche l’aspetto educativo alla salute, quello culturale per la promozione della salute. Nel documento dei Vescovi del 1989 è scritto che la pastorale della salute è la presenza, è l’azione della Chiesa accanto alla persona sofferente, a quanti se ne prendono cura, per portare la luce e la grazia del Signore. La pastorale sanitaria è innanzitutto una presenza fisica, che si prende cura della persona malata integralmente, non solo nella sua patologia, ma anche nelle sue relazioni, nei suoi bisogni spirituali. In questo atto di prendersi cura la

Chiesa rende presente l’azione della grazia del Signore. Inoltre, sempre nel documento, si sottolinea che l’ambito della pastorale della salute è anche il prendersi cura di tutte le persone che sono attorno alla persona sofferente ovvero la famiglia, gli operatori sanitari le strutture e promuovere una cultura della vita. Nella nuova Carta degli operatori sanitari la parola chiave è “responsabilità”. Come possiamo declinare questa parola nella quotidianità, in particolare nella quotidianità di chi soffre? Papa Francesco declina la parola responsabilità anche con il termine accompagnamento. Responsabilità significa, innanzitutto, vedere. Dopo che abbiamo visto la persona e il suo bisogno responsabilità significa interessarsi completamente a questa persona e provare a fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità al fine di accompagnarla nei suoi bisogni. Ad esempio, quando una persona soffre colpita da una malattia grave o da una malattia inguaribile non sempre la si può guarire ma sempre la si può curare. Quindi la parola responsabilità va declinata con la parola accompagnamento. Quando si parla di salute emergono anche questioni etiche, in particolare per quanto riguarda l’accanimento terapeutico o il fine vita. In che modo si pone il cristiano di fronte a tutto ciò? Da un punto di vista terapeutico si pone indicando la proporzionalità della cura in grado di rispondere in maniera oggettiva al bisogno del paziente. Il cristiano ha un’attenzione particolare a non lasciare sole le persone. Come è cambiata, in questi 25 anni, l’assistenza spirituale a coloro che soffrono? Si è assistito, in questi 25 anni, a uno spostamento dalle strutture al territorio. La maggior parte delle persone malate, degli anziani attualmente vive nelle proprie case. Assistenza spirituale significa avere attenzione al malato là dove si trova. L’assistenza spirituale innanzitutto deve entrare in relazione con la persona, una relazione pastorale di aiuto che può arrivare anche ai Sacramenti ma non ne fa il punto di partenza come accadeva in precedenza. Inoltre la stessa attenzione che diamo al malato deve essere ugualmente offerta agli operatori e alle famiglie. grandangolo

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DALL’ITALIA

IL “REDDITO D’INCLUSIONE” DIVENTA LEGGE DELLO STATO Ecco cosa prevede di Stefano De Martis – SIR

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rriviamo per ultimi in Europa, ma va pur sottolineato che per la prima volta si interviene contro la povertà assoluta con una misura strutturalmente inserita nel bilancio dello Stato e unica su tutto il territorio nazionale. Insieme al Rei è prevista una serie di servizi alla persona, di cui pure la legge dispone il riordino, nell’ambito di un piano personalizzato per ciascun nucleo familiare, rivolto a incentivare l’inclusione sociale.

Il “reddito d’inclusione” (Rei) è diventato finalmente legge dello Stato con l’approvazione in via definitiva da parte del Senato, dopo il sì della Camera alla fine del luglio dello scorso anno. Arriviamo per ultimi in Europa, ma va pur sottolineato che per la prima volta si interviene contro la povertà assoluta con una misura strutturalmente inserita nel bilancio dello Stato e unica su tutto il territorio nazionale. Insieme al Rei è prevista una serie di servizi alla persona, di cui pure la legge

dispone il riordino, nell’ambito di un piano personalizzato per ciascun nucleo familiare, rivolto a incentivare l’inclusione sociale. Con l’impegno a seguire corsi di formazione per favorire la ricerca di un lavoro, per esempio, o a mandare i figli a scuola e a vaccinarli. Requisiti. Il provvedimento viene presentato come universale, ma in concreto non lo è perché – stante la limitatezza delle risorse – arriva a coprire poco più di un terzo dei potenziali destinatari. Quindi i beneficiari saranno individuati prioritariamente tra i nuclei familiari con figli minori o con disabilità grave o con donne in stato di gravidanza o con disoccupati con più di 55 anni. Per gli stranieri sarà richiesto il requisito di un minimo di durata della residenza sul territorio nazionale (dovrebbe trattarsi di cinque anni di presenza regolare). L’erogazione sarà subordinata alla “prova dei mezzi”, quindi si terrà conto dell’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente),

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DALL’ITALIA

ancora deciso se ricaricabile o prepagata). L’importo dovrebbe passare dai 400 euro mensili del Sia a 480 e soprattutto si allargherà la platea dei beneficiari: la stima per il 2017 è di circa 400 mila nuclei familiari, pari a un milione e 700mila persone. Non sono poche, ma quelle in condizione di povertà assoluta sono quasi il triplo: 4 e 600mila. Il problema, si diceva, sono le risorse. Le somme stanziate complessivamente, anche a tener conto dei finanziamenti europei aggiuntivi, si aggirano sui due miliardi di euro. Il confronto con i venti miliardi per il salvataggio delle banche è inevitabile.

dell’effettivo reddito disponibile e degli indicatori della capacità di spesa. Saranno i Comuni, con il monitoraggio nazionale del ministero del Lavoro e il contributo dell’Inps, a gestire operativamente il Rei. Beneficiari. Peraltro, quella approvata è una legge-delega e quindi per conoscere tutti i dettagli bisognerà attendere i decreti attuativi del governo. Un passaggio spesso lento e faticoso. Il ministro competente, il titolare del Lavoro Giuliano Poletti, ha tuttavia assicurato che ci sarà un solo decreto e in tempi rapidissimi. Del resto i tecnici del ministero hanno già avuto modo di lavorare sul testo potendo contare sulla sperimentazione compiuta con il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) che da settembre ha coinvolto circa 200mila famiglie, soprattutto al Sud. Come il Sia, anche il Rei si materializzerà in una carta (non è stato

Punto di partenza. Dal ministero fanno notare che il Rei sarà un’uscita stabile nel bilancio dello Stato, non un investimento temporaneo destinato a rientrare. Però la sproporzione è così forte che non si può non chiedere alle istituzioni uno sforzo di gran lunga maggiore. Cristiano Gori, coordinatore scientifico dell’Alleanza contro la povertà, giudica con realismo il Rei “un buon punto di partenza”. Ma dà appuntamento ad aprile, quando il governo dovrà varare il Def (Documento di economia e finanza), per valutare quali saranno le risorse destinate in futuro a finanziare la lotta alla povertà. È stato calcolato che occorrerebbero almeno 7 miliardi di euro per aggredire in modo sostanziale il problema. Un impegno finanziario arduo, per i nostri conti pubblici, ma non impossibile. Questione di priorità. È pur vero che il Rei non è l’unica misura di sostegno sociale nel nostro ordinamento, ma allora diventa ancora più urgente mettere a punto quel Piano nazionale contro la povertà che diventerà il banco di prova di quel che davvero si intende fare su un fronte decisivo per la qualità umana e civile di un Paese.

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UN ARSENALE DALL’ITALIA

Intervista a Ernesto Olivero fondatore

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ai ruderi dell’ex arsenale militare di Torino a una struttura di pace. È questa, in sintesi, la storia del Sermig, il Servizio Missionario Giovani, nato nel 1964 da un’intuizione di Ernesto Olivero e da un sogno condiviso con molti. Ce ne parla proprio il suo fondatore.

Perché un Arsenale della Pace? Da dove nasce questa idea? Nasce tutto da un incontro con un uomo di Dio: Giorgio La Pira. Era sindaco di Firenze, io ero un giovane ed ero affascinato da questo uomo di Dio che era amico dei poveri e credeva nella pace. Fu lui a farmi innamorare della Bibbia e della profezia di Isaia: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra” (Is2,4). Isaia annunciava un tempo di pace e capii che avremmo potuto vivere questo tempo almeno nella nostra vita, partendo da noi, dalle nostre scelte, dalle possibilità alla nostra portata. La storia e incontri davvero particolari ci hanno fatto incrociare i ruderi dell’ex arsenale militare di Torino. Era immenso, sarebbero serviti miliardi per rimetterlo a posto. Noi non avevamo una lira, ma un grande sogno. Eravamo un gruppo di giovani senza arte né parte, ma eravamo determinati a vivere i nostri ideali. L’arsenale è diventato Arsenale della Pace grazie al lavoro gratuito di migliaia e migliaia di giovani e adulti che si sono commossi, che hanno donato il loro tempo, i loro soldi, i loro talenti. Un luogo di morte è diventato così una casa di pace, un inno quotidiano alla vita e alla possibilità concreta di cambiare. Se lo ha fatto una fabbrica di armi, possiamo farlo tutti. Nell’incontro di preghiera per la pace ad Assisi il Papa più volte ha sottolineato che mai il nome di Dio può giustificare la violenza e che non si può non tenere conto di chi sta soffrendo e fuggendo da

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zone di guerra. Che cosa, secondo voi, può e deve fare in tutto questo l’Italia ma soprattutto l’Europa? Dovremmo tutti imparare la regola dell’imprevisto accolto. All’Arsenale siamo cresciuti così. Avevamo piani, idee, progetti, ma il campanello li ha sempre cambiati. La gente arrivava alla nostra porta con problemi immensi, ferite, situazioni che nemmeno immaginavamo. Avremmo potuto mandare via tutti con gentilezza, indirizzare ad altri, ma abbiamo accettato di farci interpellare sempre. Questo metodo può funzionare anche su larga scala. Penso all’immigrazione, alla violenza, all’odio che ci circonda. Sono problemi, inutile nasconderlo. Ma ogni problema può diventare un’opportunità per la politica, per una comunità, per i singoli. Serve però molta chiarezza, lucidità, preparazione. È una sfida non solo per l’Italia ma per l’Europa: mi auguro che i governi si mettano seriamente in ascolto, riflettano sulle cause che spingono intere popolazioni a migrare, scelgano la via di un dialogo costruttivo, trovino una linea condivisa e si impegnino concretamente. Come mai si ha così paura dello “straniero”? Abbiamo davvero paura che ci rubi la nostra identità, libertà? I cambiamenti sono sempre complessi e quello che stiamo vivendo lo è in modo particolare; per l’estensione del problema, per il numero di persone e di nazioni che coinvolge, percepiamo che stiamo vivendo un cambiamento epocale, di quelli che si studiano nei libri di storia. La paura dunque è un sentimento umanamente comprensibile, non mi scandalizza. Ma non possiamo accettare di vivere in balia degli eventi e della paura che ci trasmettono. I muri non ci ripareranno dal nuovo che avanza. Possiamo andare oltre la paura e fare una scelta di intelligenza, di saggezza: scegliere di capire cosa sta accadendo, di conoscere l’altro nella sua diversità, scegliere di riconoscerlo come persona con pari dignità, con pari diritti e doveri. Allora inizia un cambiamento,


DELLA PACE

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e del Sermig

senza buonismo, senza demagogia, nel rispetto di regole condivise. Bisogna cominciare a riconoscere che ogni persona, ovunque provenga, ha diritto a vivere in pace, ad avere un lavoro, una casa, il cibo, cure sanitarie, istruzione, ha diritto a migrare per migliorare la qualità della sua vita. Si entra in un cambiamento quando, anche solo da un punto di vista umano, si accetta l’insegnamento di Gesù: dare da mangiare agli affamanti, vestire chi è nudo, accogliere lo straniero. Per chi crede, queste parole sono una scelta d’amore, ma anche per chi non crede sono una scelta di civiltà, sono la radice di un nuovo umanesimo. Sono un fatto per tutti. Torniamo al Sermig, quali sono le vostre attività principali? Il Sermig è una realtà di persone normalissime, con gioie e fatiche, con il desiderio di essere semplicemente cristiani. È questa scelta che ha dato qualità e completezza alla nostra vita. Ci ha spinti e ci spinge ogni giorno a metterci in gioco là dove siamo, per dare testimonianza attraverso i fatti della nostra vita di quel Gesù che ci ha cambiati dentro, di quel Gesù che ci ha appassionati all’uomo e alla sua felicità. Per noi la sintesi di tutto questo è “amati amiamo” amati da Lui, ci apriamo alle persone come a fratelli e sorelle e come per Lui, anche per noi, i più deboli i più poveri sono i prediletti. In questo senso ci occupiamo da sempre di accogliere uomini e donne che la vita ha impoverito e reso fragili: piccole o grandi comunità di accoglienza per mamme e bambini, rifugiati, uomini e donne di strada, bambini e ragazzi disabili… ma anche una scuola di italiano, cure mediche, servizi di emergenza. Pur accogliendo quelli di casa siamo sempre aperti alla prima chiamata: vivere la mondialità, essere un aiuto concreto nelle realtà di sottosviluppo. A oggi abbiamo realizzato oltre 3400 interventi e progetti di sviluppo in 154 nazioni dei 5 continenti: scavato pozzi, potabilizzato l’acqua, illuminato scuole con il fotovoltaico, costruito ospedali, … Ma là dove siamo in Italia, in Brasile o in Giordania la priorità sono i giovani. Sono loro i destinatari principali del nostro lavoro: che sia il Laboratorio del Suono (produzione discografica, scuola di musica), La Scuola per Artigiani Restauratori o l’Arsenale della Piazza (200 bambini e ragazzi del quartiere di Porta Palazzo accolti per doposcuola, attività sportive ecc.); l’Università del Dialogo per creare cultura e aiutare i giovani a dire i sì e i no che rendono migliore la loro vita e quelle di tanti o che siano le settimane di formazione, le proposte alle scuole, sono sempre i giovani i nostri primi interlocutori.

Che cosa c’è nel futuro del Sermig? Posso dirvi che il 13 maggio 2017 saremo in migliaia a Padova per il 5° Appuntamento Mondiale dei Giovani della Pace, per dire insieme “L’odio non ci fermerà. Ripartiamo dall’amore”. Sono appuntamenti periodici nei quali noi adulti ci mettiamo in ascolto dei giovani, dei loro bisogni ma anche dei loro sogni. Ascoltarli è il primo passo perché noi adulti ci riconciliamo con le nuove generazioni che abbiamo “tradito” con la nostra indifferenza, con la nostra non credibilità. Fino ad allora lavoreremo con loro per preparare questo appuntamento e riscrivere insieme ai giovani della pace il manifesto del loro impegno. Dopo ci saranno segni che riceveremo dalla concretezza della vita, dalle persone che incontreremo, segni del tempo che viviamo… Ci indicheranno da che parte andare, ma soprattutto ce lo indicherà la nostra disponibilità intima, un sì da rinnovare ogni giorno per non cadere nell’abitudine e nella superbia. Io dico sempre che ogni storia, la vita dovrebbe sposarsi con una frase: “Io la vela, Tu il vento”. Se sei vela, vai dove l’amore ti porta. Spero che sia sempre questo il futuro del Sermig. grandangolo

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DALLA DIOCESI

OGNI GENERAZIONE È CHIAMATA A COSTRUIRE LA CHIESA DI CRISTO Assemblea Pastorale Diocesana con don Luciano Avenati

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omenica 19 marzo la chiesa diocesana ha vissuto un momento importante di comunità con l’assemblea pastorale diocesana. Tema della serata “Ogni generazione è chiamata a costruire la Chiesa di Cristo aperta al mondo e accogliente verso tutti”. A riflettere proprio su queste parole è intervenuto don Luciano Avenati, parroco terremotato di Preci, che ha offerto ai presenti diversi spunti su cui riflettere e meditare a cominciare dalla vocazione della Chiesa ad accogliere, vivere, testimoniare, annunciare agli uomini di oggi “la gioia del Vangelo”, gioia “contagiosa”, perché “ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca per se stessa la sua espansione, e ogni persona che vive una profonda liberazione, acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri.”. Don Luciano si è soffermato poi sulla chiesa locale dove si fa abituale esperienza di fede e di fraternità evangelica, sottolineando due caratteristiche della Chiesa popolo di Dio: la “comunione”, cioè l’unione in Cristo di tutti i battezzati, e la “sinodalità”, cioè la necessità di “camminare tutti insieme” per l’attiva partecipazione di tutti i membri della chiesa. Ogni generazione di cristiani, in stretto collegamento con le generazioni precedenti e aperta a quelle future (è assolutamente improduttivo, oltre che storicamente falso, il “si è fatto sempre così”!), è chiamata a dare il proprio originale contributo per la costruzione della Chiesa in vista della missione ricevuta dal suo Signore e da attuare sotto la guida dello Spirito di Dio. E allora la domanda: quale chiesa locale vogliamo costruire? Alcune indicazioni: • a fondamento di tutto sta “la Parola di Dio” incontrata nella “lectio divina”, cioè in una lettura orante, che permetta di entrare in profondo e vitale rapporto con il testo biblico • è indispensabile rafforzare il senso di appartenenza alla propria chiesa. L’appartenenza alla chiesa “è come un cognome: se il nome è “sono cristiano”, il cognome è “appartengo alla chiesa” (papa Francesco). Don Luciano ha semplificato: “Il mio nome è cristiano, il cognome è Chiesa!” • la manifestazione più significativa della Chiesa e della sua edificazione è l’eucaristia soprattutto quando è presieduta dal vescovo con il suo presbiterio e gli altri ministri nella chiesa cattedrale. Di qui la necessità di riscoprire la celebrazione eucaristica domenicale come indispensabile alimento della vita ecclesiale e della missione evangelizzatrice. E’ grave responsabilità della comunità cristiana curare

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adeguatamente la preparazione dell’eucaristia della domenica, con una particolare attenzione all’omelia • è necessario ritrovare le motivazioni che fondano la “corresponsabilità” nella chiesa, attivando gli “organismi di comunione”: consigli pastorali e per gli affari economici a tutti i livelli, parrocchiale, vicariale, diocesano. La vita e la missione della chiesa devono “stare a cuore” a tutti i cristiani • la Chiesa esiste per il mondo e al suo servizio, soprattutto a favore degli uomini svantaggiati e feriti dalla vita. Perciò il comportamento dei cristiani e delle comunità cristiane si caratterizza per la compassione, la simpatia per questo nostro mondo, la cordialità verso tutte le persone senza esclusioni di sorta, la misericordia • è da evitare, infine, ogni forma di chiusura, imparando a incrociare le strade degli uomini per una “chiesa in uscita”, cioè una chiesa aperta a tutti gli uomini e a ciascuno colto nella sua personale situazione, avendo a cuore le persone prima della strutture, dei programmi, delle iniziative. Di qui scaturiscono, fra le tante, due particolari attenzioni: • la formazione di laici che si giocano la loro credibilità in primo luogo nella dedizione al bene comune e alla edificazione della casa comune, cioè la città e il mondo • la cura delle famiglie, tenendo conto di quelle in difficoltà e di quelle che fanno fatica a vivere e anche ad accogliere la bellezza della proposta cristiana.


DALLA DIOCESI

UNA COMMISSIONE DIOCESANA SUI NUOVI STILI DI VITA Ne parliamo con Gabriele Darpetti

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el mese di marzo ha preso avvio, nella nostra Diocesi, la Commissione di pastorale integrata Nuovi Stili di Vita nella nostra Diocesi composta dall’ufficio diocesano di pastorale sociale e del lavoro, di pastorale giovanile, dal Centro Missionario Diocesano, dalla Caritas diocesana, dall’ufficio di pastorale famigliare, dall’ufficio Migrantes ed è presieduta dal vicario per la pastorale don Marco Presciutti. Per conoscere più da vicino di che cosa si occuperà nello specifico la Commissione abbiamo intervistato Gabriele Darpetti segretario organizzativo di questa nuova commissione pastorale. Innanzitutto che cosa si intende per nuovi stili di vita e perché è divenuto oggi un tema di grande attualità? La Commissione diocesana si prefigge di diffondere la “cultura” dei Nuovi Stili di Vita, intendendo con ciò “l’amore per il creato e per tutte le sue creature”. I nuovi stili possono essere sintetizzati in nuovi rapporti con le persone, con le cose, con la natura, con la mondialità e con Dio. In pratica, la Commissione ha come obiettivo quello di aiutare le comunità cristiane a vivere il Vangelo nell’attenzione e nella cura del prossimo e della nostra casa comune, anche tramite attività concrete. D’altronde “anche la fede se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta” (Giacomo 2,17). Oggi la questione di realizzare nuovi stili di vita è divenuta di attualità sia per l’urgenza di un intervento a favore del creato non più procrastinabile, sia per il grande riconoscimento ricevuto anche da ambienti laici sull’azione di Papa Francesco con l’enciclica “Laudato Si’”

Come mai l’esigenza di creare in Diocesi una commissione nuovi stili di vita e di che cosa si occuperà nello specifico? L’esigenza è nata per dare continuità ad iniziative e percorsi che troppo spesso rimanevano episodici e quindi non incidevano nella vita della comunità cristiana. Pertanto l’obiettivo è far crescere un gruppo di persone che all’interno della Diocesi attuino una attività pastorale permanente su questi temi ed a cui tutti (parrocchie, movimenti e associazioni) possono riferirsi; La Commissione intende contribuire inoltre a far nascere una “presenza” attiva in ogni parrocchia per la diffusione dei temi e delle prassi dei nuovi stili di vita, supportata dalla commissione diocesana, nonché aumentare la collaborazione con tutti i componenti della società civile, favorire una presenza attiva della Chiesa nel dialogo con le città e paesi, e strutturare una collaborazione con tutte le persone di buona volontà che operano per i medesimi obiettivi. Tra le prime cose che la Commissione intende realizzare è quella di raccogliere le buone prassi e le iniziative già esistenti, al fine di individuare i criteri per eventuali ulteriori forme di sostegno, e aumentare la conoscenza dell’Enciclica “Laudato Si’” attraverso piccoli percorsi formativi possibilmente tramite laboratori; La Commissione è promossa dagli uffici diocesani di pastorale sociale e del lavoro, di pastorale giovanile, del CMD (Centro Missionario), della Caritas, della Famiglia, dei Migrantes ed è presieduta dal Vicario per la pastorale, Don Marco Presciutti, a sottolinearne il carattere di integrazione/collaborazione tra diverse pastorali. grandangolo

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DALLA DIOCESI

DAI VITA ALL’AMORE: PASS I fidanzati a Loreto con il Vescovo Armando

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na giornata all’insegna della condivisione iniziata nel primo pomeriggio a Fano per concludersi nella Basilica di Loreto. Tante le coppie di fidanzati, oltre 90, che hanno preso parte proprio a Loreto all’incontro con il Vescovo Armando per riflettere insieme sul tema del matrimonio. Un bel gruppo a cui il Vescovo ha offerto tanti spunti per meditare a cominciare proprio dal significato del matrimonio quale segno prezioso, perché “quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si “rispecchia” in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. (Amoris laetitia n. 121). Il Vescovo, durante l’incontro avvenuto nella Sala Pomarancio della Basilica, si è soffermato su alcuni aspetti dell’amore maturo. L’amore per poter divenire “eterno” non può essere solo un sentimento, bensì deve divenire un “atto di volontà”, una decisione consapevole di voler unire la propria vita a quella di un’altra persona. Quindi amare qualcuno non è solo un forte e intenso sentimento, ma è soprattutto una scelta di vita, una promessa e un impegno che prendiamo con gli altri e soprattutto con noi stessi. Infatti se l’amore fosse solo ed unicamente una emozione o un sentimento non potrebbe durare “per sempre”, poiché le sensazioni vengono e vanno., difficilmente mantengono la loro forte intensità per lunghi periodi. Affinché una coppia riesca a “durare” nel tempo vivendo intensamente il rapporto e non “sopravvivendo” ad esso, è necessario che il rapporto sia strutturato secondo il triango-

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lo dell’amore. Il triangolo a cui ci riferiamo non è quello adulterino: lei, lui, l’altro. Ma quello della teoria elaborata da Robert J. Sternberg, psicologo statunitense. Egli sostiene che l’amore maturo e “vissuto” è quello composto da tre componenti, che possono essere graficamente collocate ai vertici di un triangolo equilatero: la passione, l’intimità e la decisione-impegno. “La misericordia – ha proseguito il Vescovo - è l’unica cosa che può salvare oggi il matrimonio. Avviene nel matrimonio qualcosa di simile a quello che è avvenuto nei rapporti tra Dio e l’umanità (non per nulla la Bibbia descrive questo rapporto proprio con l’immagine di uno sposalizio). All’inizio di tutto, in Dio, c’è l’amore, non la misericordia; questa interviene soltanto dopo la ribellione umana. Gli uomini hanno preso una brutta strada, si sono ribellati a Dio e dati in braccio al serpente. Dio risponde con la misericordia. Dal dono si passa al perdono. Dall’amore di donazione si passa a un amore di sofferenza. Sì, perché Dio soffre di fronte al rifiuto del suo amore. “Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me” (Isaia 1,2). In Gesù, Dio non si accontenta più di perdonare i peccati dell’uomo; fa infinitamente di più. Se li prende su di sé, se li addossa, li espia lui. “Cristo si è fatto peccato per noi perché noi diventassimo giustizia di Dio, cioè santi e graditi a Dio” (2 Cor 5,21). Così avviene anche nel matrimonio. All’inizio non c’è, tra marito e moglie, la misericordia; c’è l’amore e un amore giustamente appassionato. Non ci si sposa per misericordia, o almeno non lo si dovrebbe fare. Ma poi, con il passare del tempo, emergono i limiti reciproci, i problemi, di salute o di


DALLA DIOCESI

SIONE, INTIMITÀ, IMPEGNO

finanze, interviene l’abitudine, la routine…Quello che può salvare un matrimonio dallo scivolare in una china senza risalita è la misericordia, intesa nel senso pregnante della Bibbia, e cioè non solo come perdono delle offese, ma anche come compassione e tenerezza. San Paolo dava queste raccomandazioni che valgono in modo speciale per i coniugi: “Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro” (Col 3,12-13). Il matrimonio risente oggi della mentalità corrente dell’ “usa e getta”. Essa non è applicata solo all’uso delle siringhe e dei rasoi. Se un apparecchio o uno strumento subisce qualche danno o una piccola ammaccatura, non si pensa di ripararlo (sono ormai scomparsi quelli che facevano questi mestieri) ma si pensa subito a sostituirlo. Si vuole la cosa nuova di zecca, anche perché a volte costa meno che riparare il vecchio indumento o paio di scarpe. Applicata al matrimonio, questa mentalità risulta del tutto errata e micidiale. Il matrimonio appartiene all’ambito della vita e ne segue la legge. Come si mantiene e si sviluppa la vita? Forse mantenendola staticamente sotto una campana di vetro, al riparo da urti, cambiamenti e agenti atmosferici? La vita è fatta di continue perdite che l’organismo sconfigge, facendo entrare in azione i propri anticorpi. Almeno finché esso è sano. Anche il matrimonio dovrebbe essere in grado di produrre i propri anticorpi. Che cosa suggerire ai coniugi che vorrebbero tentare questa strada del continuo rinnovamento? Una cosa semplicissi-

ma: riscoprire un’arte dimenticata in cui eccellevano le nostre nonne e mamme: il rammendo! Alla mentalità dell’ “usa e getta” bisogna sostituire quella dell’ “usa e rammenda”. Non c’è bisogno di spiegare cosa significa rammendare gli strappi nella vita di coppia. L’apostolo Paolo dava ottimi consigli a questo riguardo: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date occasioni al diavolo”. Si dice: “L’amore non è bello se non è litigarello”. Attenti però a non ingannarsi. Questo può essere vero se i piccoli litigi vengono subito superati e ci si riconcilia, altrimenti si trasforma in un litigio permanente. Bisogna ricordare ai coniugi di non permettere che l’orgoglio e il puntiglio inseriscano un cuneo tra di loro. Quando ci sia ccorge che questo sta avvenendo bisogna reagire, magari con un gesto coraggioso. La cosa importante da capire è che in questo processo di strappi e di ricuciture, di crisi e di superamenti, il matrimonio non si sciupa, ma cresce, si affina, migliora. Appunto, come la vita. Il segreto è saper ricominciare sempre da capo. Come la vita ricomincia ogni mattina e ad ogni istante. Sapere che nonostante tutto, proprio tutto, è possibile, volendolo insieme tutti e due, ripartire da capo, azzerare il passato, cominciare una storia”. Il Vescovo ha concluso parlando dell’educazione all’affettività e al matrimonio citando l’esortazione apostolica Amoria Laetitia: preparare a scelte libere e consapevoli; preparare al rispetto della promessa scelta liberamente; preparare a relazioni vere e autentiche; preparare a valutazioni obiettive dell’altro; preparare al sacrificio all’attesa; preparare al confronto e al dialogo”. grandangolo

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OBBIETTIVO CULTURA

“PACE IN NOME DI DIO”

Lo spirito di Assisi 1986 nel nuovo libro del vaticanista Paolo Fucili

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l 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II riunisce ad Assisi tutti i principali responsabili religiosi per un incontro internazionale di pace. “È infatti la mia convinzione di fede – sottolineava Giovanni Paolo II nel suo discorso ad Assisi - che mi ha fatto rivolgere a voi, rappresentanti di Chiese cristiane e comunità ecclesiali e religioni mondiali, in spirito di profondo amore e rispetto. Con gli altri cristiani noi condividiamo molte convinzioni, particolarmente per quanto riguarda la pace. Con le religioni mondiali condividiamo un comune rispetto e obbedienza alla coscienza, la quale insegna a noi tutti a cercare la verità, ad amare e servire tutti gli individui e tutti i popoli, e perciò a fare pace tra i singoli e tra le nazioni. Sì, noi tutti siamo sensibili e obbedienti alla voce della coscienza di essere un elemento essenziale nella strada verso un mondo migliore e pacifico. Potrebbe essere diversamente, giacché tutti gli uomini e le donne in questo mondo hanno una natura comune, un’origine comune e un comune destino? Anche se ci sono molte e importanti differenze tra noi, c’è anche un fondo comune, donde operare insieme nella soluzione di questa drammatica sfida della nostra epoca: vera pace o guerra catastrofica? Per la prima volta nella storia – proseguiva Giovanni Paolo II - ci siamo riuniti da ogni parte, chiese cristiane e comunità ecclesiali e religioni mondiali, in questo luogo sacro dedicato a san Francesco per testimoniare davanti al mondo, ciascuno secondo la propria convinzione, la qualità trascendente della pace. La forma e il contenuto delle nostre preghiere sono molto differenti, come abbiamo visto, e non è possibile ridurle a un genere di comune denominatore. Sì, ma in questa stessa differenza abbiamo scoperto di nuovo forse che, per quanto riguarda il problema della pace e la sua relazione all’impegno religioso, c’è qualcosa che ci unisce”. E proprio dello spirito di Assisi parla Paolo Fucili, vaticanista di TV2000, nel suo ultimo libro “Pace in nome di Dio. Lo spirito di Assisi tra storia e profezia (1986-2016) (Tau Editrice 2016). Paolo, che cosa ha rappresentato per la Chiesa e non solo Assisi ‘86? E cosa è rimasto, 30 anni dopo? Pensiamo al progresso materiale - tecnico e scientifico – dell’umanità, alle grandi scoperte che lo hanno scandito dalla preistoria ad oggi: il fuoco, la ruota, poi l’elettricità, il motore a scoppio, l’energia atomica e via discorrendo. Parallelamente c’è anche un progresso “morale” nella storia, molto più faticoso però, più fragile, perché nessun “avanzamento” parziale è acquisito per sempre, ogni nuova generazione se ne deve riappropriare. Prova ne è che proprio nel secolo più progredito di tutti, il ‘900, la storia parla di due guerre mondiali, della Shoah, di totalitarismi sanguinari, pulizie etniche, atrocità varie eccetera eccetera. Ebbene, per me Assisi ‘86 vale sul piano “morale” quanto una sensazionale scoperta scientifica. Anzitutto perché mai, prima di allora, i leader delle religioni mondiali si erano riuniti nel nome di una grande causa dell’umanità come la pace. E considerato che le religioni – o meglio le caricature di esse – avevano fomentato fin lì un’infinità di guerre, già non è poco. Il problema semmai è che 30 anni dopo siamo qui ancora a parlare di odi e violenze “in nome di Dio”: basta leggere un giornale per realizzare che la religione oggi è un fattore decisivo della politica e delle relazioni internazionali, ma ahinoi in negativo, spesso, più che in po-

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sitivo. E allora a cosa è servito lo “spirito di Assisi”, vien da chiedersi? Domanda legittima, certo, ma facciamocene pure un’altra; cosa succederebbe se quello spirito si spegnesse per sempre? Parlare di pace oggi è ancora possibile senza cadere nella mera retorica? È possibile, sì, e non solo: è doveroso, direi. Quanto alla retorica il rischio c’è sempre, parlando di qualunque ideale seppur nobile, specie quando di mezzo ci sono tornaconti personali o di partito. La pace però è un’aspirazione umana così elevata che al fondo dei cuori, se non nella bocca, sarà sempre sincera. Poi non c’è solo il “parlare”, c’è anche l’agire per la pace. Proprio questa perciò è stata la genialità di Wojtyla convocando Assisi ‘86: scommettere cioè sulle religioni come “serbatoi” di energia per “fabbricare” la pace, mentre le ideologie allora dominanti le consideravano fenomeni residuali del passato, avviate verso una sostanziale irrilevanza pratica. Con quali modalità i papi che citi nel libro hanno trattato il tema della pace? Parliamo di un tema così intimamente connaturato al cristianesimo, e dunque al magistero dei papi, che è difficile rispondere in breve. Se invece ci limitiamo ai “contributi” offerti da Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio allo spirito di Assisi, azzardare una sintesi allora si può. Quello di san Giovanni Paolo II è stato anzitutto l’audacia dell’idea, il coraggio di realizzare un avvenimento assolutamente inedito sfidando pure enormi scetticismi e resistenze. Benedetto XVI ci ha richiamato l’urgenza del dialogo con la ragione, per purificare ogni religione da pulsioni fideistiche, irrazionali, fondamentaliste e potenzialmente violente e intolleranti. Francesco infine è il Papa che insegna a guardare la realtà con gli occhi dei piccoli, degli ultimi, come stile del cristiano. In questa epoca di globalizzazione, migrazioni, mescolanza di popoli, e culture proviamo a guardare in questa prospettiva i problemi del convivere nella quotidianità con lo straniero, l’uomo di un’altra fede. Sono sempre i piccoli, gli ultimi, a scontare il peso di tensioni e ostilità fomentate dai potenti, dai grandi. Ecco perché lo “spirito di Assisi” non è un’idea astratta, ma tocca da vicino tutti noi.


OBBIETTIVO TURISMO

TRAVEL BLOGGER, NARRATORI 2.0

Ne parliamo con Monica Nardella, presidente Ass. Italiana Travel Blogger

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a una passione può nascere un lavoro. È questo il caso del travel blogger, una sorta di “narratore 2.0 capace di emozionare attraverso le parole e le fotografie”, una figura professionale che, negli anni, ha arricchito sempre più le sue competenze. Per conoscerla più da vicino, abbiamo intervistato Monica Nardella, presidente dell’Associazione Italiana Travel Blogger. Come e quando nasce l’associazione italiana travel blogger? AITB, l’Associazione Italiana Travel Blogger nasce il 25 giugno 2015 grazie a 7 blogger italiani determinati a valorizzare, tutelare e affermare il ruolo del blogger di viaggio e, al contempo, a dare supporto a enti e operatori del turismo in tutte le attività legate alla promozione turistica di un territorio tramite blog e piattaforme social. Come possiamo definire il travel blogger? Il travel blogger è un viaggiatore appassionato e, al contempo, un nar-

ratore 2.0 capace di emozionare attraverso le parole, le fotografie o i video un’ampia platea di lettori, non solo quelli fidelizzati. È una figura professionale che negli anni è andata affinando e arricchendo le sue competenze tanto da diventare un punto di riferimento per tutti coloro che ricorrono al web per pianificare un viaggio fai da te o reperire gratuitamente informazioni aggiornate e attendibili. Lo scorso aprile a Bologna si è tenuta la prima assemblea annuale. Di che cosa si è parlato principalmente? Durante l’assemblea abbiamo fatto il punto della situazione, illustrando le attività svolte nei mesi precedenti e anticipando i progetti su cui eravamo già al lavoro e abbiamo partecipato a due momenti di formazione, indispensabili per crescere dal punto di vista professionale. Ovviamente tanti travel blogger riuniti in città non potevano restare reclusi in un’aula a lungo e quindi abbiamo organizzato visite e degustazioni alla scoperta del territorio: abbiamo invaso Bologna – come Roma qualche mese prima – fisicamente e digitalmente! grandangolo

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OBBIETTIVO TURISMO

Quali sono le mete più ambite dai travel blogger? Non ci sono mete più ambite di altre, ci sono differenti filosofie di viaggio e ognuno segue la propria. Io, ad esempio, preferisco luoghi meno battuti dal turismo di massa e cerco sempre di dare un tema al mio andare. A volte sono ispirata da un romanzo, a volte da una cucina, a volte da un film. “Di una città non apprezzi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda”. Concordo con la saggezza di Calvino.

Qual è il vostro codice etico? La nostra categoria professionale non prevede un albo e quindi neppure un codice deontologico eppure quando abbiamo fondato AITB il primo obiettivo è stato definire un codice comportamentale improntato a 5 requisiti (indipendenza, responsabilità, rispetto, onestà e accuratezza meglio dettagliati nel nostro sito) a cui tutti i nostri associati avrebbero dovuto aderire pena l’esclusione dall’Associazione. Il codice etico rappresenta la nostra volontà di relazionarci con tutti gli opera-

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tori del settore travel e, nel contempo, con i nostri lettori, con estrema trasparenza, consapevoli di rivestire un ruolo chiave nella comunicazione tra territorio e viaggiatore.


UNO SGUARDO SULL’UOMO DI OGGI

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ucsfano@gmail.com

Grandangolo 09/2017  
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