Grandangolo - Gennaio 2016

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grandangolo UNO SGUARDO SULL’UOMO DI OGGI

notiziario d’approfondimento a cura dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali

COMUNICAZIONE E MISERICORDIA Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali 2016 N.01 gennaio 2016 - Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola Iscritto nel registro dei periodici presso il Tribunale di Pesaro al numero 4 del 2015


SOMMARIO LA LENTE

DALL’ITALIA

OBIETTIVO CULTURA

03 UN ANNO FA…NASCEVA “GRANDANGOLO” La riflessione del direttore responsabile Enrica Papetti

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DOPO LA MALATTIA IL SUO IMPEGNO NEGLI ORFANOTROFI

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Intervista ad Andrea Caschetto, giovane scrittore

DALLA DIOCESI

BELLO DA VEDERE E DOLCE DA GUSTARE

La sintesi delle tre domeniche del carnevale di Fano

OBIETTIVO SPORT

notiziario mensile a cura dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali

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IN COPERTINA

COMUNICARE LA FAMIGLIA

PER NON DIMENTICARE... TERESA GIOVANNUCCI

A Fratte Rosa intitolata la via a una Giusta fra le Nazioni

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IL MERAVIGLIOSO GIOCO DEL BASEBALL

Ne parliamo con Antonio Vallieri del FanoBaseball’94

“RIFUGIATO A CASA MIA” Anche la Caritas diocesana aderisce al progetto

La copertina di questo numero dedicata alla giornata mondiale per le comunicazioni sociali del 17 maggio 2015

N.1 geNNaio 2015 - Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola

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LA COMUNICAZIONE HA IL POTERE DI CREARE PONTI

Il Messaggio di Papa Francesco

ATTUALITA’ 06

MORIRE IN SALA PARTO

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“IL BULLISMO IN ITALIA”

Un’”epidemia” che sembra aver colpito gli ospedali italiani

Ne parliamo con l’avvocato Eleonora Nocito, criminologa

DAL MONDO

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L’AZIONE CATTOLICA DIOCESANA IN MARCIA PER LA PACE La riflessione della presidente Laura Meletti

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NUMERO 11

NOVEMBRE 2015 Direttore responsabile ENRICA PAPETTI Realizzazione grafica

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MALNUTRIZIONE: UNA QUESTIONE IRRISOLTA

Ancora 795 milioni di persone hanno scarso accesso al cibo

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LUCA MISURIELLO Recapiti TELEFONO 0721/833042 EMAIL UCSFANO@GMAIL.COM


LA LENTE

UN ANNO FA…NASCEVA “GRANDANGO” La riflessione del direttore responsabile Enrica Papetti C’era una volta…no, così iniziano solo le favole. Noi non dobbiamo andare troppo indietro nel tempo, basta risalire a circa un anno fa quando l’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali che ho l’onere e l’onore di dirigere ha voluto accogliere un’ulteriore sfida nel campo delle comunicazioni sociali: la realizzazione del mensile on line di approfondimento “Grandangolo – uno sguardo sull’uomo di oggi”, uno sguardo attento e costante su ogni realtà letta con gli occhi del Vangelo. All’inizio, lo ammetto, non è stato facile. Una nuova sfida, infatti, comporta sempre un “mettersi in gioco” a volte impegnativo, difficile, ma che alla fine ripaga delle tante fatiche. In questo anno di argomenti ne abbiamo trattati tanti, dalle stragi di profughi nel Mediterraneo agli attentati di Parigi, il tutto attraverso i volti, i racconti, le parole della gente. Abbiamo cercato, per quanto possibile, di mettere da parte i comunicati stampa pre confezionati andando al di là delle semplici parole per cercare il vissuto di ognuno. Senza retorica, voglio, a nome della redazione di “Grandangolo”, ringraziare, innanzitutto, il Vescovo Armando che, fin da subito, ha creduto in questo progetto, tutti coloro che, con grandissima disponibilità e competenza, hanno inviato riflessioni e interventi per arricchire dal punto di vista contenutistico il nostro mensile on line e i tantissimi lettori che ogni mese dedicano un po’ del loro tempo a questo nostro progetto. Ora ripartiamo, in questo nuovo anno, con le parole di Papa Francesco contenute nel Messaggio per la Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali, un messaggio che ci ricorda come la comunicazione e la misericordia creino insieme un incontro fecondo. “La comunicazione – scrive Papa Francesco - ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società. Com’è bello vedere persone impegnate a scegliere con cura parole e gesti per superare le incomprensioni, guarire la memoria ferita e costruire pace e armonia. Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli. E questo sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Pertanto, parole e azioni siano tali da aiutarci ad uscire dai circoli viziosi delle condanne e delle vendette, che continuano ad intrappolare gli individui e le nazioni, e che conducono ad esprimersi con messaggi di odio. La parola del cristiano, invece, si propone di far crescere la comunione e, anche quando deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione. Vorrei, dunque, invitare tutte le persone di buona volontà a riscoprire il potere della misericordia di sanare le relazioni lacerate e di riportare la pace e l’armonia tra le famiglie e nelle comunità”.

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notiziario mensile a cura dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali

COMUNICARE LA FAMIGLIA La copertina di questo numero dedicata alla giornata mondiale per le comunicazioni sociali del 17 maggio 2015

N.1 geNNaio 2015 - Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola

Buona lettura e Buon Anno a tutti voi!

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notiziario d’approfondimento a cura dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali

la cura della “casa comune” l’enciclica di Papa Francesco sull’ecologia

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notiziario d’approfondimento a cura dell’ufficio diocesano per le comunicazioni sociali

UN PANORAMA NUOVO SULLA FAMIGLIA Il Sinodo sulla vocazione e sulla missione della famiglia

N.6 giugNo 2015 - Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola Iscritto nel registro dei periodici presso il Tribunale di Pesaro al numero 4 del 2015

N.9 settembre 2015 - Diocesi di Fano Fossombrone Cagli Pergola Iscritto nel registro dei periodici presso il Tribunale di Pesaro al numero 4 del 2015

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IN COPERTINA

LA COMUNICAZIONE HA IL Il Messaggio di Papa Francesco

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l prossimo 8 maggio si celebra la 50° Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali dal titolo “Comunicazione e misericordia: un incontro fecondo”. Come ogni anno, in occasione di San Francesco di Sales (24 gennaio) patrono dei giornalisti, viene divulgato il testo del messaggio di Papa Francesco che riportiamo in queste pagine.

L’Anno Santo della Misericordia ci invita a riflettere sul rapporto tra la comunicazione e la misericordia. In effetti la Chiesa, unita a Cristo, incarnazione vivente di Dio Misericordioso, è chiamata a vivere la misericordia quale tratto distintivo di tutto il suo essere e il suo agire. Ciò che diciamo e come lo diciamo, ogni parola e ogni gesto dovrebbe poter esprimere la compassione, la tenerezza e il perdono di Dio per tutti. L’amore, per sua natura, è comunicazione, conduce ad aprirsi e a non isolarsi. E se il nostro cuore e i nostri gesti sono animati dalla carità, dall’amore divino, la nostra comunicazione sarà portatrice della forza di Dio. Siamo chiamati a comunicare da figli di Dio con tutti, senza esclusione. In particolare, è proprio del linguaggio e delle azioni della Chiesa trasmettere misericordia, così da toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino verso la pienezza della vita, che Gesù Cristo, inviato dal Padre, è venuto a portare a tutti. Si tratta di accogliere in noi e di diffondere intorno a noi il calore della Chiesa Madre, affinché Gesù sia conosciuto e amato; quel calore che dà sostanza alle parole della fede e che accende nella predicazione e nella testimonianza la “scintilla” che le rende vive. La comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società. Com’è bello vedere persone impegnate a scegliere con cura parole e gesti per superare le incomprensioni, guarire la memoria ferita e costruire pace e armonia. Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli. E questo sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Pertanto, parole e azioni siano tali da aiutarci ad uscire dai circoli viziosi delle condanne e delle vendette, che continuano ad intrappolare gli individui e le nazioni, e che conducono ad esprimersi con messaggi di odio. La parola del cristiano, invece, si propone di far crescere la comunione e, anche quando deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione. Vorrei, dunque, invitare tutte le persone di buona volontà a riscoprire il potere della misericordia di sanare le relazioni lacerate e di riportare la pace e l’armonia tra le famiglie e nelle comunità. Tutti sappiamo in che modo vecchie ferite e risentimenti trascinati possono intrappolare le persone e impedire loro di comunicare e di riconciliarsi. E questo vale anche per i rapporti tra i popoli. In tutti questi casi la misericordia è capace di attivare un nuovo modo di parlare e di dialogare, come ha così eloquentemente espresso Shakespeare: «La misericordia non è un obbligo. Scende dal cielo come il refrigerio della pioggia sulla terra. È una doppia benedizione: benedice chi la dà e chi la riceve» (Il mercante di Venezia, Atto IV, Scena I). E’ auspicabile che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia, che nulla dà mai per perduto. Faccio appello soprattutto a quanti hanno responsabilità istituzionali, politiche e nel formare l’opinione pubblica, affinché siano sempre vigilanti sul modo di esprimersi nei riguardi di chi pensa o agisce diversamente, e anche di chi può avere sbagliato. È facile cedere alla tentazione di sfruttare simili situazioni e alimentare così le fiamme della sfiducia, della paura, dell’odio. Ci vuole invece coraggio per orientare le persone verso processi di riconciliazione, ed è proprio tale audacia positiva e creativa che offre vere soluzioni ad antichi conflitti e l’opportunità di realizzare una pace duratura. «Beati i misericordiosi, perché troveran-

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IN COPERTINA

L POTERE DI CREARE PONTI

no misericordia [...] Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,7.9). Come vorrei che il nostro modo di comunicare, e anche il nostro servizio di pastori nella Chiesa, non esprimessero mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliassero coloro che la mentalità del mondo considera perdenti e da scartare! La misericordia può aiutare a mitigare le avversità della vita e offrire calore a quanti hanno conosciuto solo la freddezza del giudizio. Lo stile della nostra comunicazione sia tale da superare la logica che separa nettamente i peccatori dai giusti. Noi possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato – violenza, corruzione, sfruttamento, ecc. – ma non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore. È nostro compito ammonire chi sbaglia, denunciando la cattiveria e l’ingiustizia di certi comportamenti, al fine di liberare le vittime e sollevare chi è caduto. Il Vangelo di Giovanni ci ricorda che «la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Questa verità è, in definitiva, Cristo stesso, la cui mite misericordia è la misura della nostra maniera di annunciare la verità e di condannare l’ingiustizia. È nostro precipuo compito affermare la verità con amore (cfr Ef 4,15). Solo parole pronunciate con amore e accompagnate

da mitezza e misericordia toccano i cuori di noi peccatori. Parole e gesti duri o moralistici corrono il rischio di alienare ulteriormente coloro che vorremmo condurre alla conversione e alla libertà, rafforzando il loro senso di diniego e di difesa. Alcuni pensano che una visione della società radicata nella misericordia sia ingiustificatamente idealistica o eccessivamente indulgente. Ma proviamo a ripensare alle nostre prime esperienze di relazione in seno alla famiglia. I genitori ci hanno amato e apprezzato per quello che siamo più che per le nostre capacità e i nostri successi. I genitori naturalmente vogliono il meglio per i propri figli, ma il loro amore non è mai condizionato dal raggiungimento degli obiettivi. La casa paterna è il luogo dove sei sempre accolto (cfr Lc 15,11-32). Vorrei incoraggiare tutti a pensare alla società umana non come ad uno spazio in cui degli estranei competono e cercano di prevalere, ma piuttosto come una casa o una famiglia dove la porta è sempre aperta e si cerca di accogliersi a vicenda. Per questo è fondamentale ascoltare. Comunicare significa condividere, e la condivisione richiede l’ascolto, l’accoglienza. Ascoltare è molto più che udire. L’udire riguarda l’ambito dell’informazione; ascoltare, invece, rimanda a quello della comunicazione, e richiede la vicinanza. L’ascolto ci consente di assumere l’atteggiamento giusto, uscendo dalla tranquilla condizione di spettatori, di utenti, di consumatori. Ascoltare significa anche essere capaci di condividere domande e dubbi, di percorrere un cammino fianco a fianco, di affrancarsi da qualsiasi presunzione di onnipotenza e mettere umilmente le proprie capacità e i propri doni al servizio del bene comune. Ascoltare non è mai facile. A volte è più comodo fingersi sordi. Ascoltare significa prestare attenzione, avere desiderio di comprendere, di dare valore, rispettare, custodire la parola altrui. Nell’ascolto si consuma una sorta di martirio, un sacrificio di sé stessi in cui si rinnova il gesto sacro compiuto da Mosè davanti al roveto ardente: togliersi i sandali sulla “terra santa” dell’incontro con l’altro che mi parla (cfr Es 3,5). Saper ascoltare è una grazia immensa, è un dono che bisogna invocare per poi esercitarsi a praticarlo. Anche e-mail, sms, reti sociali, chat possono essere forme di comunicazione pienamente umane. Non è la tecnologia che determina se la comunicazione è autentica o meno, ma il cuore dell’uomo e la sua capacità di usare bene i mezzi a sua disposizione. Le reti sociali sono capaci di favorire le relazioni e di promuovere il bene della società ma possono anche condurre ad un’ulteriore polarizzazione e divisione tra le persone e i gruppi. L’ambiente digitale è una piazza, un luogo di incontro, dove si può accarezzare o ferire, avere una discussione proficua o un linciaggio morale. Prego che l’Anno Giubilare vissuto nella misericordia «ci renda più aperti al dialogo per meglio conoscerci e comprenderci; elimini ogni forma di chiusura e di disprezzo ed espella ogni forma di violenza e di discriminazione» (Misericordiae Vultus, 23). Anche in rete si costruisce una vera cittadinanza. L’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale, ha la sua dignità che va rispettata. La rete può essere ben utilizzata per far crescere una società sana e aperta alla condivisione. La comunicazione, i suoi luoghi e i suoi strumenti hanno comportato un ampliamento di orizzonti per tante persone. Questo è un dono di Dio, ed è anche una grande responsabilità. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”. L’incontro tra la comunicazione e la misericordia è fecondo nella misura in cui genera una prossimità che si prende cura, conforta, guarisce, accompagna e fa festa. In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità. grandangolo

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ATTUALITA’

MORIRE IN SALA PARTO Un’”epidemia” che sembra aver colpito gli ospedali italiani di Michele Partipilo – SIR

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e cronache natalizie raccontano purtroppo di madri e bambini morti in sala parto. Una sorta di “epidemia” che sembra aver colpito gli ospedali italiani, alcuni dei quali – per altro – come il S. Anna di Torino, specializzati in ostetricia. I medici continuano a ripetere, spesso inascoltati, che al di là di eventuali responsabilità che potranno emergere, di parto si può morire e si muore. Anche se siamo nel Terzo Millennio e siamo convinti che grazie a scienza e tecnologia l’uomo sia diventato immortale, almeno fino a una certa età Diventare genitori è forse la gioia più grande che si possa provare. Di fronte alla presenza fisica e dolcissima della nuova creatura si percepisce il mistero della vita. I sentimenti, le emozioni, gli affetti si rimescolano fino a cambiarci completamente: si realizza un rapporto che ci legherà per sempre a quella nuova parte di noi che ci è stata data. Si possono comprendere allora il dolore e la disperazione di chi vede svanire questo sogno nel suo momento più bello. Le cronache natalizie raccontano purtroppo di madri e bambini morti in sala parto. Una sorta di “epidemia” che sembra aver colpito gli ospedali italiani, alcuni dei quali – per altro – come il S. Anna di Torino, specializzati in ostetricia. Sono più che comprensibili la rabbia, la voglia di trovare un colpevole, di capire il perché di tragedie che sembrano assurde nel Terzo millennio. Le indagini doverosamente ci sono ed è giusto che si vada fino in fondo, per verificare se ci sono state leggerezze, disattenzioni o imperizie.

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È probabile però, come emerge dai primi accertamenti, che per queste madri non si potesse fare nulla più di quello che è stato fatto. Il destino, la volontà di Dio, il caso, chiamiamolo come vogliamo, ha disposto che quella gioia immensa non si compisse. I medici continuano a ripetere, spesso inascoltati, che al di là di eventuali responsabilità che potranno emergere, di parto si può morire e si muore. Anche se siamo nel Terzo Millennio e siamo convinti che grazie a scienza e tecnologia l’uomo sia diventato immortale, almeno fino a una certa età. Il parto è fisiologicamente uno dei momenti più difficili e pericolosi nella vita di una donna. “Partorirai con dolore”, è scritto nella Bibbia a testimoniare un problema antico, vissuto per secoli come una sorta di “maledizione”. Molto, anzi tanto è stato fatto nel corso dei secoli per alleviare il dolore e per abbassare i rischi, tanto nei confronti delle puerpere che dei nascituri, nonostante le forzature alla natura. Perché oggi si concepiscono i figli quando ci fa comodo, non quando il corpo è nelle migliori condizioni; perché se un figlio non arriva si ricorre a ogni tipo di intervento pur di soddisfare il proprio desiderio di genitorialità; perché abbiamo perso la paura di morire. E invece nel parto c’è un momento indicibile in cui la vita in un lampo può trasformarsi in morte. L’esperienza dei medici, la dotazione della struttura, l’attenzione di chi interviene sono fondamentali, ma resta sempre quel momento oscuro in cui tutto può precipitare irrimediabilmente. Un’eventualità di cui non riusciamo a farcene una ragione. La verità è che abbiamo rimosso il concetto di morte dalla nostra esi-


ATTUALITA’

stenza. La cultura laicista ha stabilito che la morte – in una curiosa rielaborazione del pensiero epicureo – è qualcosa che non ci appartiene, riguarda sempre gli altri. E allora è finita anche la paura, che è l’unica spinta a essere prudenti e dunque a difenderci dalla morte. Non c’è più paura quando al sabato sera si guida ubriachi; non c’è più paura quando si accoltella il coniuge; non c’è più paura quando si commette un’azione indegna, perché se non c’è la paura della morte non c’è più alcun’altra paura. Ecco allora le stragi, i femminicidi, la corruzione, la disperazione davanti ai morti in sala parto. Ci sono stati tempi in cui si è calcata la mano sulla paura della morte. Lo testimoniano quelle opere d’arte in cui sono presenti teschi a tutto spiano. Oggi siamo all’eccesso apposto: da farne un incubo siamo passati al silenzio completo, sorretti dalla nostra superbia tecnologica.

Ci interroghiamo soltanto quando per un caso o per accanimento mediatico sembra di trovarci di fronte a un fenomeno, a una deviazione dal normale andamento delle cose. Se quelle puerpere fossero morte a maggiore distanza di tempo, le loro storie non sarebbero finite sui giornali, il dolore dei mariti e dei familiari sarebbe rimasto segreto senza costringerci a interrogarci sul senso della morte e della vita. Ed è quello che accadrà adesso: spenti i riflettori dei media, accertate responsabilità o fatalità, tutto tornerà come prima. Anzi, se si scoprirà qualche negligenza o qualche errore si rafforzerà il convincimento che la morte è solo un accidenti dovuto a fattori umani. Le nostre sicurezze torneranno a dominare facendoci preoccupare più del bilancio dell’economia che del bilancio delle nostre coscienze. Il Paradiso può attendere.

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ATTUALITA’

“IL BULLISMO IN ITALIA”

Ne parliamo con l’avvocato Eleonora Nocito, criminologa

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el 2014, poco più del 50% degli 11-17enni ha subìto qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale”. Sono questi alcuni dei dati emersi dal report Istat “Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi” pubblicato il 15 dicembre scorso. Continuando a sfogliare il report si evince che tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o Internet, il 5,9% denuncia di avere subìto ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. Le ragazze sono più di frequente vittime di Cyberbullismo (7,1% contro il 4,6% dei ragazzi). Per conoscere più da vicino questo fenomeno abbiamo intervistato l’Avvocato Eleonora Nocito Criminologa. Dal Rapporto Istat emerge che le adolescenti tra gli 11 e i 17 anni sono più spesso vittime di cyber bullismo. Ci può spiegare che cos’è il cyber bullismo e quanto può condizionare la vita di un adolescente? Il cyberbullismo può essere definito come un insieme di atti di vessazione, umiliazione, molestia e diffamazione effettuati attraverso mezzi informatici come ad esempio email, sms, chat, blog, social network. Questa forma di bullismo “online” è molto semplice perché richiede solamente un click di un mouse o lo schiacciare dei tasti per compiere delle prevaricazioni. Con uno smartphone o un computer si possono inviare messaggi offensivi, diffondere pettegolezzi, pubblicare fotografie imbarazzanti o informazioni personali. Seppure gli attacchi online siano ancora una parte minoritaria degli atti di bullismo, sono in costante crescita e l’impatto sulla vittima che li subisce è maggiore perché la stessa non è più sottoposta solamente a chi osserva l’atto di bullismo ma ad un numero illimitato di persone che sono gli utenti della Rete. Inoltre gli adolescenti che sono oggetto di atti di cyberbullismo possono andare incontro a seri danni psicologici che vanno ad incidere sull’autostima e sul piano della socialità: i ragazzi iniziano ad uscire di rado, non vogliono più andare a scuola o smettono di frequentarla, cala il loro rendimento scolastico fino ad arrivare, negli episodi più gravi, anche al suicidio. Inoltre il bullismo che si è subito da ragazzini potrebbe causare, una volta diventati adulti, delle altre conseguenze come una scarsa autostima, depressione e sfiducia negli altri. Come può un genitore capire che suo figlio è vittima di atti di bullismo? Quali sono i primi campanelli d’allarme da non trascurare? Ogni genitore conosce meglio di chiunque altro il modo in cui il proprio figlio esprime un disagio. Il miglior indizio, spesso, è un cambiamento nel comportamento. Per esempio, se un ragazzo che è sempre andato volentieri a scuola inizia a non voler più andarci, c’è una ragione sufficiente per prestare attenzione alla situazione più da vicino, ragionando sulle cause dell’improvviso cambiamento. Inoltre il proprio figlio potrebbe essere sempre nervoso, perdere l’appetito, avere degli incubi notturni, dolori addominali o mal di testa frequenti, chiedere insistentemente dei soldi o addirittura rubarli dal portafoglio dei genitori (per consegnarli al bullo o ai bulli di turno), tornare a casa con

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dei lividi o graffi o con i vestiti/zaino strappati, oppure essere spesso da solo, senza amici, non portando mai nessun compagno a casa. È possibile che un ragazzo vittima di bullismo possa diventare, col tempo, lui stesso un bullo? Sì, anche una vittima potrebbe, con il tempo, diventare un carnefice. Anche essere bulli è una cosa che si impara. La vittima infatti potrebbe arrivare a pensare che per guadagnare potere nel gruppo e per ricevere ammirazione dagli altri compagni deve necessariamente utilizzare dei comportamenti aggressivi e prevaricatori. Addirittura nel caso di cyberbullismo un’indagine svolta della Polizia Postale ha evidenziato che il cosiddetto cyberbullo potrebbe anche essere una vittima di bullismo tradizionale che utilizza la Rete per vendicarsi e perseguitare il suo persecutore. Quanto è importante, in queste situazioni, il dialogo con la propria famiglia? Parlare del problema è il modo più diretto ed efficace per risolverlo. Spesse volte, però, i nostri ragazzi non hanno voglia di parlare della situazione con i propri genitori per paura di quello che stanno subendo, per vergogna, perché non li vogliono fare preoccupare mentre è molto importante provare a stabilire delle routine familiari che aiutino i giovani a parlare e a fornire supporto. Le domande quotidiane che i genitori possono fare ai propri figli sono fondamentali perché forniscono informazioni, oltre che sullo svolgimento della giornata scolastica, sull’umore del ragazzo e sulle sue relazioni con gli altri compagni. In aggiunta alle parole è importante “ascoltare” i sentimenti, il tono della voce e prestare attenzione alle espressioni facciali e ai gesti dei propri figli. Le domande indicano che i genitori sono interessati a sapere cosa è successo a scuola e possono essere utili a discutere di possibili problemi con i compagni. Il proposito non è quello di “interrogarli”, ma di avere un dialogo in cui entrambe le parti raccontino che cosa sia successo durante la giornata. Le vittime di bullismo riescono sempre a trovare il coraggio di denunciare? Non sempre le vittime trovano da sole il coraggio di denunciare soprattutto perché la maggior parte dei ragazzi che subiscono atti di bullismo sono minorenni; è proprio per questo che è molto importante il supporto e l’aiuto dei genitori o degli insegnanti. Se la situazione è grave, io consiglio di denunciare per uscire dalle vessazioni: questi fenomeni vivono grazie all’omertà, al silenzio delle vittime quindi prima si individueranno e puniranno i responsabili prima si porrà fine alle vessazioni messe in atto dai bulli. Quali sono gli atti di bullismo più frequenti? Le prepotenze più comuni sono mettere soprannomi ingiuriosi, deridere, provocare, minacciare, diffamare, escludere dal gruppo, diffondere pettegolezzi sul conto della vittima. Casi di bullismo fisico si verificano meno frequentemente sebbene siano i casi di cui più parlano i media. Ricordiamoci che gli insulti verbali, pur non lasciando dei segni fisici, incidono sul concetto che la vittima ha di se stessa. La sua autostima, infatti, potrebbe essere danneggiata per sempre e la sua fiducia negli altri minata irrimediabilmente.


DAL MONDO

MALNUTRIZIONE: UNA QUESTIONE IRRISOLTA Ancora 795 milioni di persone hanno scarso accesso al cibo di Dario Gilmozzi, Senior Programme Officer della FAO1

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onostante il raggiungimento parziale degli Obiettivi del Millennio, fame e malnutrizione continuano ad essere problemi enormi che affliggono il mondo. La povertà dilagante, i numerosi conflitti, la crisi dell’ambiente ed insufficienti investimenti in agricoltura sono tra i principali fattori che contribuiscono alla gravità della presente situazione. Ad oggi, circa 795 milioni di persone sono ancora sottonutrite o malnutrite globalmente, quindi una persona su nove. Questo numero è calato di ben 167 milioni nell’ultimo decennio e di 216 milioni dal 1990, ma il progresso è ancora lento ed insufficiente, e dipende da svariati fattori tra cui il rallentamento nella crescita economica mondiale e varie situazioni di instabilità politica in regioni come l’Africa centrale ed il Medio Oriente. Gli obiettivi che erano stati fissati per il 2015 durante il Vertice Mondiale sull’Alimentazione e dagli Obiettivi di Sviluppo del Millennio erano molto più ambiziosi: si parlava infatti di una riduzione a circa 500 milioni. Purtroppo ci sono ancora numerose situazioni di emergenza a cui l’Organizzazione è chiamata a dare risposta, assieme ad altri partner. Tra quelle più recenti, le crisi che si sono sviluppate in Siria, Sud Sudan, Repubblica Centroafricana e Yemen sono sicuramente tra le più pressanti. Non si possono però certo dimenticare le altre regioni dove il problema della fame e della povertà - che sono ovviamente correlati - sono ancora persistenti. L’Africa sub-sahariana rimane, con 220 milioni di persone, la regione con la più alta prevalenza di sottonutrizione (circa una persona ogni quattro). D’altro canto, l’Asia è di gran lunga la regione con il più alto numero di persone che soffrono la fame oggigiorno; infatti, sono circa 500 milioni, anche se la regione mostra un trend positivo ed incoraggiante. Diversi governi sono molto impegnati per cercare di risolvere il problema. Innanzitutto, circa 90 paesi hanno raggiunto, o sono molto vicini a farlo, il primo obiettivo del millennio per il 2015, cioè ridurre almeno della metà la percentuale della popolazione che vive in condizioni di povertà e che soffre la fame. Tra i cosiddetti “donatori”, cioè i paesi che mettono a disposizione - per esempio tramite la FAO - risorse per combattere il problema della fame nel mondo, partner come gli Stati Uniti d’America, l’Unione Europea, il Regno Unito, la Norvegia, il Giappone, l’Olanda, la Germania, il Brasile, il Belgio e l’Italia, per citarne alcuni, continuano a dimostrare il loro forte impegno nell’affidare alla FAO risorse per migliorare la situazione. Inoltre, vi è una novità di rilievo negli ultimi anni: un crescente numero di paesi in via di sviluppo, che stanno affermandosi dal punto di vista economico, stanno cominciando ad approvare risorse, tramite la FAO, per finanziare programmi di sviluppo nel proprio paese. Alcuni stati, inoltre, hanno cominciato ad aiutare anche altri paesi più bisognosi. Per esempio, la Guinea Equatoriale, con un contributo di 30 milioni di dollari, e l’Angola, con un contributo di 10 milioni di dollari, stanno finanziando un fondo di solidarietà per l’Africa. Altri donatori emergenti includono la Turchia, la Cina, il Messico e, più recentemente, il Camerun. L’Italia ha sempre avuto un rapporto molto stretto e particolare con la FAO, specialmente da quando la sede è stata spostata a Roma nel lontano 1951. La cooperazione con la FAO è cominciata molto tempo fa e l’Italia rimane uno dei maggiori contributori di risorse volontarie tramite la FAO, in supporto a un notevole numero di iniziative pen-

sate per migliorare la sicurezza alimentare e ridurre la povertà. Al momento, ci sono circa 40 progetti attivi finanziati dall’Italia tramite la FAO. Gli interventi hanno per obiettivo soprattutto i paesi del Medio Oriente, dell’Africa del nord, dell’Africa dell’ovest e la regione del Sahel. Nel campo delle risposte alle emergenze, negli ultimi anni l’Italia ha finanziato interventi FAO principalmente nell’Africa sub-sahariana (40%), in Medio Oriente (25%) e in Asia (20%). Tra questi, un progetto volto alla diversificazione dei mezzi di sussistenza in Somalia, un progetto per la produzione di grano in Siria, e uno in supporto delle popolazioni più vulnerabili del Burkina Faso. Recentemente, l’Italia e la FAO hanno lanciato un progetto, molto attuale, che si concentra su politiche rivolte alle cause della mobilità economica. L’intervento prevede di aiutare i giovani Etiopi a trovare lavoro in agricoltura nelle aree agricole del paese, senza vedersi costretti a emigrare. Nonostante i successi parziali ottenuti fino ad ora, la situazione è ancora drammatica. Nonostante ciò, dobbiamo imporci di continuare ad essere ottimisti su questo punto. Progressi ce ne sono stati e bisogna insistere con interventi sempre più strategici e mirati per fare in modo che fame e povertà vengano ridotti drasticamente nei prossimi anni. Abbiamo la tecnologia e, potenzialmente, le risorse necessarie. Quello su cui dobbiamo sicuramente migliorare è la determinazione, a tutti i livelli, e principalmente quello politico, a risolvere il problema. Ogni singolo cittadino, nel suo piccolo, può contribuire alla soluzione del problema. Per esempio, essere consapevoli dell’impatto delle proprie scelte per quanto riguarda gli sprechi alimentari. Sappiamo che circa un terzo del cibo prodotto annualmente nel mondo, approssimativamente 1.3 miliardi di tonnellate, va perso o sprecato. Le perdite alimentari ammontano a circa 680 miliardi di dollari nei paesi industrializzati e a 310 miliardi di dollari nei paesi in via di sviluppo, per un totale di quasi 1000 miliardi di dollari! Ogni anno, i consumatori nei paesi ricchi sprecano circa 220 milioni di tonnellate di cibo, grossomodo la quantità prodotta in tutta l’Africa sub-sahariana. I cittadini possono anche contribuire, direttamente o tramite i propri rappresentanti nelle istituzioni, ad aumentare le risorse per lo sviluppo sostenibile specialmente per i paesi meno fortunati e più bisognosi.

<<l’Asia è di gran lunga la regione con il più alto numero di persone che soffrono la fame>>

1 Dario Gilmozzi è un Dottore Agronomo con oltre 27 anni di esperienza con la

FAO, l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura. Dopo aver lavorato per molti anni negli uffici decentralizzati dell’Organizzazione, ora lavora presso la sede a Roma come Senior Programme Officer nella Divisione responsabile per il Supporto agli Uffici Decentralizzati (Office of Support to Decentralized Offices, OSD).

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DALL’ITALIA

DOPO LA MALATTIA IL SUO IMPE

Intervista ad Andrea Caschetto, giovane scritto

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o affrontato la mia malattia con tranquillità e forse anche con l’ingenuità di un ragazzino”. Andrea aveva solo 15 anni quando gli venne diagnosticato un tumore al cervello che, fortunatamente, oggi gli ha lasciato solo un cicatrice in testa e qualche piccolo vuoto di memoria. Andrea Caschetto, scrittore, dopo aver vinto la sua battaglia contro la malattia, ora sta facendo il giro del mondo in particolare portando un aiuto e un sorriso ai bambini negli orfanotrofi. La sua storia ci ha toccato, colpito, a tratti commosso, e abbiamo voluto conoscerla meglio proprio attraverso le sue parole. Raccontando di te sul tuo profilo facebook scrivi: Affrontate le vostre giornate ringraziando la vita. Solo così tutti i vostri problemi, non saranno solo tali, ma saranno delle piccole situazioni da trasformare in positività nel miglior tempo possibile. Come sei riuscito a fare della tua malattia un punto di forza per iniziare una nuova avventura a servizio dei poveri in particolare dei più piccoli? Non sono stato io che sono riuscito a trasformare la mia malattia in un punto di forza ma, sinceramente, quando l’ho dovuta affrontare l’ho fatto con tranquillità senza vederci nulla di male. Probabilmente l’ho affrontata anche con l’ingenuità di un ragazzino o posso dire che mi è andata bene. Quando ho difficoltà di memorizzazione ho trovato delle tecniche precise e quindi va ancora meglio. Quale viaggio e quali volti ti sono rimasti maggiormente nel cuore? I viaggi che mi rimangono più nel cuore sono quelli in cui incontro i volti dei bambini. Sono stato in tantissime nazioni e con loro ho svolto tante attività. Non potrò mai dimenticare la mia permanenza in Amazzonia dove ho trascorso giorni senza tv, cellulare, internet e ho

potuto immergermi in maniera straordinaria nella natura e conoscere tanti volti che sono nel mio cuore. Quali sono stati i Paesi che hai visitato dove la situazione dei più piccoli è maggiormente a rischio? Da un punto di vista psicologico, anche se mi rendo conto che è brutto dirlo, in Europa la situazione non è sicuramente rosea, parlo dei bambini viziati. Con questo lancio un po’ anche un’accusa ai genitori che

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DALL’ITALIA

EGNO NEGLI ORFANOTROFI

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danno troppo ai loro figli dal punto di vista materiale, credendo di dare affetto attraverso dei giochi invece di dare loro il proprio tempo, mentre nelle nazioni che ho visitato ho riscontrato che ovunque c’è il rischio perché i bambini negli orfanotrofi purtroppo sono un vero business, li fanno crescere a scopo di lucro. Da dove è nata questa tua passione per i “viaggi solidali” e soprattutto come riesci a mantenerti in questo? La passione per questi “viaggi solidali” è nata subito dopo il primo quando ho scoperto la bellezza di ricordarmi tutte queste emozioni e ho deciso, quindi, di continuare. Ovviamente il viaggio l’ho fatto con i miei 4 mila euro attraverso le borse di studio. Poi ho

avuto contributi da tutta l’Italia per spostarmi in maniera tranquilla ma sempre facendo tutto nel massimo del risparmio. “Quando si sogna si è sempre bambini”. Che cosa sognava Andrea Caschetto da piccolo e che cosa sogna oggi? Da piccolo sognavo di fare il pensionato perché vedevo i miei nonni, pensionati, che stavano a casa, giocavano a carte, uscivano in campagna. Crescendo, ho voluto fare il magistrato per combattere la mafia, poi, ovviamente, i miei problemi di memoria mi hanno fatto cambiare strada. Adesso Andrea la cosa che sogna non è più “chi vuole essere” ma “cosa vuole fare”. Oggi vorrei fare aprire un centro pediatrico o una scuola per bambini in Africa.

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PER NON DIMENTICARE..

A Fratte Rosa intitolata la via a una Giust

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l libro racconta, allo stesso tempo – e paradossalmente – di un odio e di un amore, di un disprezzo e di un affetto, di un rifiuto e di una tolleranza. L’odio e il disprezzo e il rifiuto di chi ha dichiarato e mosso guerra agli ebrei e il coraggio di chi, eroicamente, a quella proclamazione di guerra, ha saputo opporre, sempre e soltanto, amore, affetto e tolleranza”. Lo scrive il giornalista Italo Arcuri nel suo libro “Memme Benilatte salvata da Teresa” (2015, Suraci editore), un libro che in 74 pagine racconta una storia di straordinaria generosità, quella di Teresa Giovannucci (nella foto a destra tratta dal libro), originaria di Fratte Rosa, e di suo marito Pietro Antonini che, per nove mesi, hanno nascosto nella propria casa una famiglia di ebrei salvandoli così dalla deportazione nazista e dalla morte nei campi di sterminio. Proprio il comune di Fratte Rosa, mercoledì 27 gennaio 2016 nella Giornata della Memoria, ha voluto intitolare alla sua concittadina Teresa una via per non dimenticare la sua generosità. Per conoscere più da vicino la figura eroica di Teresa abbiamo intervistato l’autore del volume Italo Arcuri. Italo, come è nata l’idea di scrivere questo volume e come è venuto a conoscenza della storia di Teresa? “Vivo a Riano, il paese in cui la storia è ambientata. Un giorno del 2010, passando vicino a casa di Teresa, dove oggi abita la primogenita Felice, lessi la lapide affissa per volere della famiglia Vivanti-Dell’Ariccia, in ricordo delle gesta eroiche della Giovannucci e del marito Pietro Antonini. La curiosità giornalistica e la passione ideale mi spinsero a bussare alla porta e a parlare con i figli. La storia di Teresa era troppo bella per non essere raccontata. Da quel momento, grazie a Felice, mi misi in contatto con Miriam, alias Memme, che all’epoca dei fatti aveva appena due anni e mezzo, e da lì in poi, innamoratomi dei protagonisti, ho buttato giù appunti su appunti, rintracciato lettere e foto e registrato ricordi e aneddoti. L’idea del libro, quindi, mi è scattata appena sono entrato nella piccola e umile abitazione di Teresa. La memoria di ciò che

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era avvenuto lì dentro meritava di essere fatta conoscere e tramandata, soprattutto alle future generazioni”. Come descrive nel suo libro la figura di Teresa e di Pietro riconosciuti Giusti fra le Nazioni? “Donna orgogliosa ed energica, istintiva e generosa, capace di sfidare persino la paura e il regime pur di difendere le persone che amava e cui si sentiva legata. Teresa, che fu costretta a lasciare casa Vivanti a causa delle incivili leggi razziali, non dimenticò e abbandonò mai la famiglia in cui era andata a prestare servizio. In quella casa, Teresa, era considerata una figlia: la terza figlia del rabbino Marco Vivanti e di Silvia Terracina. Ogni giorno di festa partiva da Riano, dove si era trasferita dopo il matrimonio, per andare nella Capitale e sincerarsi di come andavano le cose e assicurarsi delle condizioni della famiglia. Coetanea delle figlie del rabbino, Teresa considerava Enrica ed Emma le sue sorelle. La figura di Teresa, insieme con quella di Pietro, nella vita futura della famiglia ebrea, diventa essenziale, fondamentale e salvifica, tanto da essere nominata Giusta tra le Nazioni”. Che cosa può insegnare questo volume in particolare alle nuove generazioni? “Insegna l’amore e la solidarietà. Parla di fratellanza e di altruismo. Il libro usa appositamente un linguaggio semplice e veloce, facile e diretto, proprio per andare incontro agli studenti, ai giovani, al loro modo di leggere e interpretare le cose che sfogliano. Il volume non ha l’ambizione di istruire o imbeccare ma solo quello di catturare la loro


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..TERESA GIOVANNUCCI

ta fra le Nazioni

No a ideologie e regimi che considerano alcuni esseri umani inferiori

attenzione: la storia di Teresa e di Memme Bevilatte è un romanzo di vita vissuta e come tale va presentato. Chi legge il libro, quindi, vive un terribile diario. Una cronaca di ciò che è successo in nove mesi, dal 30 settembre 1943, giorno in cui comincia la vita segreta degli otto cittadini di religione ebraica in casa Giovannucci, al 6 giugno 1944, giorno in cui anche Riano è liberata dagli Alleati”.

Nei ringraziamenti finali, lei scrive che “il senso di una comunità si costruisce con la Storia”. Può spiegarci questa sua affermazione? “Una Comunità è l’unione di più vissuti che diventano unione attraverso il filo conduttore della Storia, che ha il compito di intrecciare le vite di ognuno fino a fonderle in una più grande realtà. In questo senso, il racconto tramandato di Teresa, Pietro e di Memme Bevilatte diventa il collante su cui dare forma all’idealità, alla spiritualità e alla materialità di chi lo legge e di chi lo rivive con nuovi occhi. La Storia, dunque, come maestra di vita. Per sapere, capire, interpretare e formare. Solo attraverso la conoscenza e il racconto si cresce e si migliora. Il silenzio e l’ignoranza, o peggio ancora il disinteresse, aprono le porte all’inciviltà, all’oscurantismo e alla barbarie. Quella barbarie che, negli anni difficili e tremendi del nazifascismo, persone come Teresa e Pietro hanno invece saputo contrastare con il loro atto d’amore”.

Più passa il tempo, più c’è bisogno di ritrovarsi in questa occasione. Se la Shoà rimane un ‘unicum’ della storia contemporanea, ciò che l’ha costruita e realizzata non è affatto scomparso, anzi. Le conquiste di civiltà e democrazia che sembravano inviolabili, sciolpite in decine di Dichiarazioni universali scritte all’indomani di quella tragedia, sembrano archeologia letteraria. Dobbiamno essere sinceri, ci capita di guardare con più sospetto ogni diversità, valutiamo bene viaggi e spostamenti, i cuori si scaldano molto più difficilmente al suo di parole come pace, convivenza, solidarietà, accoglienza e famiglia umana. I malefici del terrore ci hanno resi più chiusi, più cupi, ingrigiti. Sono le relazioni la scommessa più grande ed importante che abbiamo da vivere. Dobbiamo gridare un no a ideologie e regimi che considerano alcuni esseri umani inferiori. L’Olocausto ci ricorda che se non si riconosce che tutti gli uomini e donne fanno parte di un’unica famiglia e se non conviviamo con il nostro vicino e con lo straniero, quello che ci aspetta è la disumanità. Il suo ricordo è anche un monito a non cedere a ideologie che giustificano il disperezzo della dignità umana. Quanto terrorismo e guerre sono perpetrate oggi in nome di Dio. “Da un lato c’è l’abuso del nome di Dio per giustificare una violenza insensata contro persone innocenti; dall’altro, c’è il cinismo che dimostra il disprezzo di Dio e ridicolizza la fede in Lui” (Osservatorio Permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite a Vienna). “L’innata dignità di ciascuno e di ogni persona – ha proseguito – esige che a nessun regime o ideologia si possa permettere di non considerare e trattare tutti gli esseri umani come pari, ai quali il Creatore ha dato diritti e dignità inalienabili”. La Chiesa è determinata a continuare il suo impegno contro ogni forma di anti-semitismo, perché, come ha affermato Papa Francesco alla Sinagoga di Roma, “Sei milioni di persone, solo perché appartenenti al popolo ebraico, sono state vittime della più disumana barbarie, perpetrata in nome di un’ideologia che voleva sostituire l’uomo a Dio” e “il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro”. In qualsiasi ottica la si veda e ogni riflessione l’Olocausto comporti, credo che esperienze come queste sconvolgano il cuore e macchino per sempre di vergogna e orrore chi le ha vissute; per tali ragioni nella Giornata della Memoria è importante non fermarsi solamente al passato, ma ricordare che bisogna vigilare attentamente per far sì che nulla del genere si ripeta nel futuro.

LA RIFLESSIONE DEL VESCOVO ARMANDO grandangolo

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“RIFUGIATO A CASA MIA”

Anche la Caritas diocesana aderisce al progetto

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a famiglia sarà il perno dell’iniziativa “Rifugiato a casa mia”, un progetto di accoglienza e integrazione lanciato dalla Caritas Italiana al quale ha aderito anche la Caritas di Fano Fossombrone Cagli Pergola. Un’iniziativa che nei territori testimonia ancora una volta autentica cultura e valori umani condivisi nell’ottica del bene comune, e si auspica possa produrre scelte di responsabilità perché le nostre comunità siano laboratori di un nuovo umanesimo, fatto non di divisioni e contrapposizioni, ma di relazioni e di incontri. Sono già oltre 170 le famiglie, 150 le parrocchie e 30 gli istituti religiosi in tutta Italia – come si legge sul sito di Caritas Italiana – che hanno aderito al progetto mettendo a disposizione circa 1.000 posti per altrettanti cittadini stranieri in difficoltà. Uomini, donne, famiglie che avranno la possibilità di trascorrere almeno 6 mesi in un contesto familiare protetto che cercherà di ridargli fiducia e speranza. Sarà dunque la famiglia il perno di questa iniziativa: anche nel caso di accoglienza in parrocchia o nell’istituto religioso, infatti, il beneficiario sarà comunque seguito da una famiglia della comunità che dovrà accompagnarlo in un percorso di integrazione che oggi, più che mai, appare la vera sfida dell’immigrazione. Si tratta di un’esperienza portata avanti nella totale gratuità in quanto i costi relativi all’accoglienza saranno interamente a carico delle famiglie e delle parrocchie. I costi finali saranno circa 6 volte inferiori a quelli ordinariamente sostenuti dalle Istituzioni per la sola accoglienza. Nella nostra diocesi sono presenti circa 130 rifugiati, ospitati in diverse strutture di accoglienza denominate CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria). Si trovano a Magliano, Belgatto e Roncosambaccio nel comune di Fano, Calcinelli a Saltara, Acquaviva di Cagli e Cagli. Si tratta di un servizio di prima temporanea accoglienza per richiedenti asilo, ovvero persone in attesa della conclusione dell’iter giuridico per il riconoscimento della protezione internazionale. Le strutture sono gestite dalla cooperativa sociale “Il Labirinto”, affidate con bando pubblico dalla Prefettura di Pesaro. Un’iniziativa dunque che pone al centro la famiglia, stimolata a scommettere sul protagonismo dei rifugiati per consentire loro di raggiungere quel grado di autonomia e di emancipazione così difficile da realizzare in grandi strutture e centri.

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L’AZIONE CATTOLICA DIOCESANA IN MARCIA PER LA PACE La riflessione della presidente Laura Meletti

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ono state oltre settecento le persone che, sabato 30 gennaio, hanno preso parte alla Marcia della Pace organizzata dall’Azione Cattolica diocesana a cui non sono voluti mancare neppure il Vescovo Armando e il Sindaco di Fano Massimo Seri. In corteo dalla stazione ferroviaria fino in Cattedrale, varcando la porta della misericordia. Il vescovo Armando ha lasciato ai presenti alcune consegne: “Ai ragazzi e i giovanissimi, voglio dire che la pace è servizio e consiste nell’aprire la propria casa agli altri, senza gelosie, ambizioni, interessi. Mentre agli adulti ricordo che noi siamo quello che pensiamo: educhiamoci a fare pensieri positivi, riconoscendo nel volto dell’altro il riflesso di Dio stesso”.

“Da sempre l’Azione Cattolica – sottolinea Laura Meletti presidente diocesana - abbracciando e raccogliendo le istanze e le attenzioni della Chiesa tutta, dedica gennaio al tema della pace nei suoi itinerari formativi e solitamente si conclude con una festa, incontro, iniziative varie; tutto questo accade in tutte le diocesi di Italia e anche da noi da tanti anni! Quest’anno il consiglio diocesano ha accolto la proposta dell’equipe Azione Cattolica Ragazzi di progettare qualcosa insieme ragazzi, giovani e adulti, e dare un segno concreto a tutta la città di Fano. Allora abbiamo pensato che una marcia potesse essere una proposta bella e significativa! Ci piace però anche dire che l’evento è importante ma che prende forza e senso se inserito in un contesto, in

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un progetto; è stato quindi pensato un sussidio unitario che potesse aiutare i gruppi ACR giovani adulti delle varie parrocchie a camminare durante il mese della pace che ha preso spunto dal sussidio nazionale calato nella nostra realtà locale. Anche l’idea di partire dalla stazione del treno è un richiamo al cammino annuale dei ragazzi che hanno come iniziativa proprio quella del viaggio in treno , perché per ogni cosa anche per la pace è importante partire, salire su quel treno, ma anche sapere dove andare , quale direzione prendere, quali tappe fare e quali sono i nostri compagni di viaggio. Quella del mettersi in cammino nelle vie della città – prosegue Laura Meletti - è segno concreto di volerci essere, di voler camminare insieme nelle vie della pace, della conoscenza dell’altro, della vicinanza che diventa prossimità. Particolarmente toccante è stato il minuto di silenzio nel piazzale davanti al Duomo e il passaggio della porta della Misericordia. Poi abbiamo affidato a Lui i nostri passi, i nostri progetti di pace, le situazioni di non pace che viviamo nelle nostre case nelle nostre famiglie e nel mondo, e abbiamo ascoltato le parole del nostro Vescovo. Dal numero di gadget distribuiti, calamite con lo slogan della marcia “La Pace è di Casa”, eravamo sicuramente più di ottocento persone e soprattutto da tutta la diocesi! Abbiamo anche sostenuto il progetto mattone dell’associazione Urukundu raccogliendo offerte durante il.mese.di gennaio nei vari gruppi. C’è stata una bella partecipazione e sostegno anche da parte delle istituzioni e delle associazioni di Fano che avevamo invitato. Insomma un bel momento per la nostra associazione ma per la Chiesa diocesana tutta e per la città di Fano, un po’ di aria fresca e buona! Cosa bolle in pentola per il futuro? Tutto quello che l’AC ha sempre fatto (più o meno bene), vivere il nostro essere cristiani insieme – risponde Laura Meletti in modo associato, nelle nostre parrocchie, nella diocesi e nella vita ordinaria che ogni giorno siamo chiamati ad affrontare”. FOTO Paolo Giommi

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BELLO DA VEDERE E D

La sintesi delle tre domeniche del carnev

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ello da vedere e dolce da gustare. E così è stato, complici tre domeniche di tempo stabile a tratti quasi primaverile. Il 24, il 31 e il 7 febbraio migliaia di persone, turisti e cittadini fanesi, si sono riversati in viale Gramsci per la tradizionale sfilata dei carri allegorici accompagnati da coloratissime mascherate e per assistere al famosissimo “getto” armati di prendigetto dell’artista fanese Paolo Del Signore. I maestosi carri alti fino a 18 metri, più belli che mai baciati dal sole, hanno riempito già dalle 14 di domenica 24 gennaio viale Gramsci in attesa del via ufficiale del Carnevale. Dalle 15, poi, dopo i consueti tre botti, è esplosa l’allegria. “Un esordio straordinario - ha commentato il sindaco di Fano Massimo Seri - testimoniato dai tanti fanesi presenti e dai numerosissimi turisti che mi hanno fermato e fatto i complimenti per la manifestazione. La bella giornata di oggi ha messo la ciliegina sulla torta per una giornata di successo totale”. “Forse 50.000 persone la prima domenica di Carnevale non si erano mai viste – ha aggiunto il presidente dell’Ente Carnevalesca, Luciano Cecchini -, questo è il premio più bello per chi, come tutti i consiglieri dell’Ente, mette impegno e passione in questa manifestazione. L’appuntamento per tutti i fanesi è per domenica prossima per riempire ancora di più, se possibile, viale Gramsci. Intanto posso solo ringraziare e augurare a tutti: buon Carnevale”. Primo corso mascherato che ha entusiasmato anche la delegazione del Carnevale di Viareggio, presente con le sue maschere più famose, Ondina e Burlamacco e da alcuni dei maestri carristi toscani, tra cui Simone Politi: “Immaginavo fosse spettacolare – ha dichiarato – ma vederlo di persone fa venire davvero i brividi. A Viareggio siamo avvantaggiati perché il viale che ospita la sfilata non ha barriere infrastrutturali e quindi i carri possono essere molto grandi, ma lo spettacolo che viale Gramsci regala, con i vostri giganti di cartapesta seguiti dalla marea di persone è davvero suggestivo”. Primo fra i carri, in ordine di apparizione, è stato “Nel paese delle meraviglie”, ideato e creato dal maestro carrista Ruben Eugenio Mariotti con il suo “neonato” Renzi che agita soddisfatto un mattarello. A seguire le due opere realizzate dai maestri carristi Luca Vassilich e Matteo Angherà con La Forza delle Maschere”, inno d’amore al Carnevale e il nuovo “Habemus Carnevalem”, . Ha chiuso la sfilata, “Spirito… di Carnevale” ideato e creato dall’associazione “Gommapiuma per Caso” che ci ha fatto rivivere un’Italia in decadenza, salvata dalla magia del Carnevale. Sono scesi in pista anche 3 carri di 2^ categoria: “Carnival Street Band” e “Te dag el brudet”, creati dai maestri carristi Palamoni e Isotti, ;“Spiriti... Allegri”, realizzato dall’Oratorio “La Stazione” di Cuccurano. A completare la festa di colori e allegria ci hanno pensato le mascherate “No Cupcake, No Carneval” realizzata da “Laboratorio Geniale”, “Che Bona... idea” del club “Non solo Donna”, “Spiriti Allegri” dell’Oratorio di Cuccurano e “Costa Parchi” mascherata dedicata ai parchi: Acquario di Cattolica, Oltremare, Aquafan e Italia in Miniatura, realizzata dalla collaborazione di “Laboratorio Geniale” e Daniele Mancini Palamoni. Sole primaverile, allegria, famiglie mascherate, un getto dolcissimo e un po’ di magia. I presupposti per una domenica da record c’erano tutti e il Carnevale non ha deluso portando su viale Gramsci 75.000 visitatori. Ad aprire una domenica “magica” l’Orchestra sinfonica Rossini che alle 14.30 dalla torretta centrale ha eseguito “La sinfonia del Nuovo Mondo” alla presenza dei giganti di cartapesta illuminati dal sole. Oltre alla sfilata dei giganti di cartapesta, i coloratissimi carri di 2^ categoria e le allegre mascherate, erano presenti le magiche fatine marchigiane. Le

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OBBIETTIVO CULTURA

DOLCE DA GUSTARE

vale di Fano

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OBBIETTIVO CULTURA

Winx hanno fatto impazzire i tanti giovani presenti al Carnevale già dal mattino. Alle 10.30 infatti, dopo aver aperto le sfilate del Carnevale dei bambini, hanno dato il via ai laboratori per i più piccoli all’interno del Winx Village di via Montegrappa, che è stato preso da assalto da migliaia di bambini. “Nel paese delle meraviglie”, ideato e creato dal maestro carrista Ruben Eugenio Mariotti è stato il capofila dei giganti di cartapesta, seguito dalle coloratissime mascherate Apego di Acqualagna, Marche 800, “Che Bona Idea” del club Non solo Donna e il Carnevale Antigliese di Cuneo. Dalle mascherate si è passato all’omaggio ad uno dei più importanti piatti fanesi con il carro di 2^ categoria “Te dag el brudet”, creato dai maestri carristi Palamoni e Isotti. La coreografia a terra del gruppo “Happy Days” ha preceduto il secondo protagonista della sfilata, “La Forza delle Maschere”, carro di 1^ categoria ideato e creato dai carristi Matteo Angherà e Luca Vassich, la mascherata “L’arte” di Montegranaro e il 3° gigante di cartapesta “Habemus Carnevalem” idea e creazione sempre della coppia Vassilich e Angherà. “Spiriti... allegri” carro di seconda, creato dall’oratorio di Cuccurano e “Spirito di... Carnevale” carro di 1^ di “Gommapiumapercaso”, hanno continuato la spettacolare sfilata di viale Gramsci. A chiudere il corteo ci hanno pensato le mascherate Costa Parchi e “No CupCake, No carneval” di Laboratorio Geniale che hanno preceduto la pietra miliare della kermesse fanese: la storica “Musica Arabita” attrezzata, per l’occasione, con 4 postazioni getto. Protagonista indiscusso della giornata è stato il “Getto” che con i suoi 90 quintali di cioccolata ha affogato di dolcezza la folla. Dopo il suggestivo giro della luminaria, che ha chiuso la sfilata, l’attenzione si è spostata in piazza XX Settembre dove le Winx hanno dato il via ad uno spettacolo magico che ha stregato grandi e piccini e incontrato i giovani fan. La giornata si è chiusa con la classica estrazione dei premi fedeltà della “Lotteria del Carnevale”. Domenica 7 febbraio la minaccia del maltempo non ha spaventato i 60.000 visitatori che, come un’onda colorata hanno invaso viale Gramsci e spazzato via il grigiore del cielo. In terra, invece, si scatenava la tempesta di getto: 90 quintali di dolciu-

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OBBIETTIVO SPORT

mi, per l’ultima volta in questa edizione, sono stati lanciati sulla folla creando uno spettacolo unico con nuvole di cioccolatini e caramelle che invadevano la folla. Tra i lanciatori più scatenati, il primo cittadino fanese Massimo Seri che, dal carro della storica “Musica Arabita”, con indosso la maschera ufficiale di Fano ha gettato chili e chili di cioccolato sulla folla. “È un onore essere il sindaco di una città così ricca di passione per le proprie tradizioni e di voglia di divertirsi – ha detto il primo cittadino – Caratteristiche dei fanesi che, insieme alla maestosità delle nostre opere in cartapesta create da maestranze eccezionali hanno impressionato le delegazioni di Wolfburg, Sant’Albans e Wieliczka, le città gemellate con Fano, che hanno fatto tanti complimenti alla nostra manifestazione. Sono sicuro che la promuoveranno nei rispettivi paesi”. “Quest’anno abbiamo calato un tris d’assi – ha detto il presidente dell’Ente Carnevalesca, Luciano Cecchi - Domenica dopo domenica siamo riusciti a far esplodere viale Gramsci con la magia del Carnevale, senza intoppi e soprattutto dando una risposta di divertimento sano e gioioso alla marea di gente proveniente da tutta Italia che si è lasciata travolgere dalla nostra kermesse. Sono davvero felice perchè siamo riusciti anche a dare una mano ai tanti ristoratori e operatori economici della città. Voglio ringraziare i tanti volontari delle associazioni e le forze dell’ordine per avere garantito il loro impegno. Sono un asse portante di un evento sempre più internazionale”. Un’ultima domenica che ha avuto anche un tocco di comicità grazie alla partecipazione straordinaria del “Duo Idea” di Zelig, nomitati sindaci del Carnevale. Daniele Mignatti e Adriano Battistoni, hanno sfilato lungo il corteo con la fascia tricolore e si sono poi spostati in piazza XX Settembre al termine della sfilata e dell’estrazione dei premi fedeltà della “Lotteria del Carnevale” dove si sono esibiti in un esilarante spettacolo musicale. FOTO: Marina Montanari - Foto Art Fano

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OBBIETTIVO SPORT

IL MERAVIGLIOSO GIOCO DEL BASEBALL Ne parliamo con Antonio Vallieri del FanoBaseball’94

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ove giocatori per squadra che si affrontano in nove riprese in un rombo chiamato diamante. Stiamo parlando del gioco del baseball, del meraviglioso gioco del baseball come lo definiscono gli americani. Uno sport dove il fisico senza dubbio conta, ma anche la mente è importante che faccia la sua parte. Antonio Vallieri, responsabile del settore giovani del FanoBaseball’94, ci racconta, attaverso un’intervista, questo meraviglioso sport. A che età ci si può avvicinare a questo sport? Sono necessari particolari requisiti fisici? Lo sport del baseball è praticabile fin dalla tenera età. Consigliamo comunque la pratica dello sport a partire da 6 anni, età in cui si raggiunge una maggiore coordinazione di movimenti ed equilibrio. Non esiste nessuna preclusione fisica alla pratica di tale sport, anzi la stessa, con l’allenamento, tende a migliorare le proprie attitudini e caratteristiche fisiche. Quali sono le regole fondamentali in campo? Non è semplice rispondere a questa domanda: di-

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ciamo che il baseball, altresì denominato “ Batti e Corri “, si gioca in 9 e vengo ora a darne una breve spiegazione: Innanzitutto il campo ha la forma completamente diversa da qualsiasi altro campo sportivo, forse per questo lo troverete strano e complicato da capire, Per la sua forma viene chiamato DIAMANTE, negli atri sport il campo è sempre rettangolare e le squadre si fronteggiano e


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devono portare la palla nell’altra metà campo cercando di realizzare un gol, una meta, un canestro od altro.. Nel baseball invece i giocatori si schierano tutti in campo in difesa e devono impedire agi avversari, uno alla volta, di fare punto. Come si fanno i punti? Oltre alla difesa esiste l’attacco, ed è in attacco che si realizzano i punti. Per meglio comprendere l’ attacco è il giocatore con la mazza ( battitore ) ed il difensore indossa il guantone e si

Il baseball è uno sport costoso in termini di equipaggiamento e di iscrizione? Lo sport del Baseball è paragonabile come costo ad un qualsiasi altro sport di squadra per attrezzatura ed iscrizione. La differenza più evidente è che viene giocato in estate ma gli allenamenti si svolgono anche durante il periodo invernale ed abbiamo anche la possibilità di giocare Tornei Indoor invernali, quindi è uno sport che si praticata

schiera in campo. Il compito quindi del battitore è quello di colpire più lontano la pallina e correre verso le basi cercando di conquistarne più possibile fino a segnare un punto.I difensori invece devono cercare di eliminare il battitore avversario che si appresta a battere la palla lanciata dal lanciatore della squadra in difesa. Dopo 3 eliminati i difensori vanno in panchina per il loro turno in attacco e gli avversari che prima battevano con la mazza ed erano in attacco prendono il guantone e vanno in difesa.Questa alternanza di attacco e difesa si chiama INNING, la partita finisce quando si sono giocati 9 INNING.

tutto l’anno. In Italia il baseball è uno sport seguito? A questa domanda posso rispondere che il baseball, come tanti altri sport considerati minori non ha sicuramente il seguito qui in Italia che ha in altri paesi del mondo come U.S.A.,Giappone, Corea, Cuba,Venezuela. Rep.Dominica ma a livello di Nazionale ci facciamo rispettare. Siamo campioni d’ Europa a vari livelli ed apparteniamo all’ Elite del Baseball mondiale. grandangolo

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Parliamo ora del Fano Baseball. Quando nasce la società? Il gioco del batti e corri nasce a Fano nel 1973 non con il Baseball, ma con i softball ( versione femminile del baseball ), dopo qualche anno è nata, per merito del prof. Massimo Ceresani la prima società di Baseball fanese con una squadra composta da diversi ragazzi americani,

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figli di emigranti rientrati in Italia. È degli anni ‘80 la costruzione dell’’ attuale campo di via Frusaglia realizzato dal colonnello dell’ esercito italiano Di Carlo aiutato dai militari della caserma di Fano e di molti genitori dei ragazzi. Dopo un decennio di piena attività, agli inizi degli anni novanta la società si sfasciò e chiuse l’ attività. Nel 1994 nasce l’attuale e nuova società chiamata Fano Baseball’94 che inizialmente con molte difficoltà è riuscita a ricostruire dapprima il vivaio e poi la squadra. Dopo alti e bassi tra serie C e B ed ancora B nel 2000 vince il campionato di serie C ed arriva in serie B. Nel 2002 la squadra viene affidata a Rodolfo Furiassi, tecnico pesarese di grande qualità. che nel 2006 arriva ad un passo dalla serie A perdendo l’ ultimo incontro di spareggio. Nel 2007 e 2009 il Fano Baseball’94 ha vinto la COPPA ITALIA ed è storia recente, dopo essere ridiscesa in serie C, la nuova promozione in serie B conquistata questa estate a spese della squadra LAZIO di Roma. In questi anni abbiamo avuto la fortuna di avere convocati nelle varie nazionali di categoria diversi atleti che hanno partecipato, oltre alla Nazionale Maggiore, ad importanti tornei nazionali ed internazionali. È proprio di questi giorni, mentre sto scrivendo, la presenza di un nostro giovane atleta, classe 2000, all’Accademia della MLB di Boca Chica in Repubblica Dominicana dove vengono selezionati i migliori prospetti arrivati da tutto il mondo e che avranno la possibilità di giocare da professionisti in America. Da parte mia e di tutta la società un grosso in bocca lupo sperando di portare in alto il nome di Fano in


OBBIETTIVO SPORT

tutto il mondo!!! In termini di valori e di crescita personale cosa può insegnare uno sport come il baseball? IL MERAVIGLIOSO GIOCO DEL BASEBALL, così è soprannominato negli States oltre al miglioramento delle qualità fisiche, come ogni altro sport, tonifica anche la mente, nel senso che è nello stesso tempo sport di squadra ed individuale. Non si arriva da nessuna parte se non si fa affidamento al compagno quando si è in difesa e non si aumentano le possibilità di vittoria se non si batte la pallina quando si è in attacco. Queste duplici attività accrescono le capacità aggregative dello stare assieme e soffrire con agli altri componenti della squadra e nello stesso momento la propria autostima nell’essere importante al fine del risultato stesso. Inoltre il rispetto delle decisioni dell’ arbitro è insindacabile e intaccabile. Concludo con una delle più belle lettere sull’ argomento scritto dal più grande giocatore di tutti i tempi Babe Ruth. Ascoltami Jimmy, stai commettendo un grosso sbaglio a non interessarti di baseball. È il più bel gioco del mondo e ogni uomo dovrebbe sentirsi orgoglioso d’averci qualcosa a che fare. Non importa cosa; anche semplicemente sedersi sulle gradinate dello stadio e gridare alla squadra del cuore di farsi sotto e di battere un “fuori campo”. Per giocare a baseball occorre essere veri uomini. È il gioco più completo che si conosca al mondo e per riuscire bene occorre saper fare di tutto. Bisogna essere robusti e coordinati nei movimenti, bisogna possedere velocità, intelligenza, fegato e grinta. Soprattutto “grinta” ra-

gazzo; perché se tu, anche per un solo attimo, mostri timidezza, i giocatori avversari ti spazzolano la testa con lanci velocissimi, i corridori ti fanno a fette con i ferri delle scarpe e le stesse riserve, in panchina, ti prendono in giro f ino a distruggerti. In una partita di baseball non puoi mollare neppure un attimo. Devi spendere ogni briciola delle tue energie e devi usare, con la massima accortezza, il tuo cervello. Se tu sbagli una palla in aprile ti accorgi poi, magari in settembre che quella palla costa il campionato alla tua squadra. Non puoi permetterti mai distrazioni né rilassamenti. Quando sei alla battuta o corri sulle basi, ti devi rammentare che contro di te ci sono 9 uomini in campo e un robusto cervello in panchina, quello del manager avversario, che cercano in ogni maniera di farti fare la f igura dello sciocco. Non è mai esistito un gioco più adatto del baseball per misurare l’autentico valore di un uomo, quanto a fegato, prontezza, velocità, intelligenza. Il baseball “è un gioco che assomiglia alla vita e che alla vita ti prepara”. È un gioco di squadra e individuale nello stesso tempo. È un grande gioco. Ognuno di noi, che cammina nella vita, sarà più pronto ad aiutare un compagno se sul campo di baseball avrà imparato che un lanciatore può lanciare anche il suo cuore insieme alla palla e che qualcuno dovrà pur fermare in qualche modo le palle radenti e qualcun altro arrampicarsi sul recinto del campo per agguantare quelle al volo e poi andare a battere e fare qualche punto, altrimenti il lavoro del lanciatore non sarà servito a nulla. È come in una famiglia, in un gruppo di fratelli che lavorano insieme per raggiungere la stessa meta. È l’unico gioco al mondo che non hai bisogno di giocare per sapere quanto sia bello, nobile e leale. Babe Ruth

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UNO SGUARDO SULL’UOMO DI OGGI

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