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Intervista a Luigi Bobba

INTERVISTA A LUIGI BOBBA

Onorevole Bobba, la sperimentazione che porta il suo nome ha inaugurato il primo vero sistema duale italiano. Perché è importante che anche in Italia ci sia un sistema formativo duale?

Che il nostro Paese avesse bisogno di un sistema formativo duale è ormai cosa scontata. È stato il confronto con gli Stati europei che vantano una lunga tradizione nell’ambito della formazione duale ad insegnarci che l’apprendistato può essere un valido strumento per combattere la piaga sociale della disoccupazione giovanile. Esso infatti riduce il mismatch fra domanda e offerta di profili professionali, avvicinando la scuola al mondo del lavoro. Questa consapevolezza giustifica senz’altro l’impegno dei Governi Renzi e Gentiloni sul duale e, in particolare, la sperimentazione che è stata fatta. Vorrei però aggiungere anche una ragione di carattere pedagogico per dimostrare l’importanza della formazione duale all’interno dei sistemi scolastici. L’alternanza fra pratica e riflessione, fra studio e lavoro è il modo con cui l’uomo naturalmente impara. Di fatto, è sempre stato così. Solo la recente evoluzione della scuola – specialmente italiana – ha visto la progressiva separazione di queste due dimensioni, facce inscindibili dell’unico processo formativo. Pertanto, vedo nello sviluppo del sistema duale il naturale riequilibrio delle nostre pratiche formative, a vantaggio dell’occupazione giovanile, ma anche della qualità stessa dell’apprendimento.

Va inoltre ricordato che l’apprendimento sviluppato nell’ambito dell’esperienza pratica si è dimostrato la più valida forma di contrasto della dispersione scolastica, in gran misura dovuta alla metodologia eccessivamente deduttiva che caratterizza la scuola italiana e che costringe, nella maggior parte dei casi, ad apprendimenti mnemonici. Debbo evidenziare inoltre che l’esperienza biennale della sperimentazione, che sta andando a conclusione, nelle sue molteplici esperienze e nella ricchezza di indicazioni che ha fornito, ci presenta un valore ulteriore del sistema duale: quello di essere un percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo. Sulla base di tale constatazione, abbiamo rapidamente tradotto in norma di legge una serie di agevolazioni contributive rivolte a quei datori di lavoro che assumono con contratto a tempo indeterminato quegli stessi giovani che avevano ospitato in alternanza o in apprendistato formativo durante il percorso degli studi. Oltre tutto, nel mondo contemporaneo, così complesso e in continua evoluzione, non è più pensabile che il momento della formazione sia precedente e separato da quello della pratica lavorativa. Non è detto infatti che le cose studiate oggi saranno valide anche domani. Allora, più che fornire conoscenze e abilità definibili a priori, rispetto al contesto concreto della loro applicazione, la scuola dovrebbe aiutare i giovani a maturare competenze personali che possano supportarli nell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita. Ebbene, poiché tale apprendimento sarà sempre

È soddisfatto dei risultati ottenuti dalla sperimentazione in termini di partecipazione e di diffusione sul territorio?

Assolutamente sì. Nel primo anno di sperimentazione i Centri di formazione che hanno aderito all’iniziativa sono stati circa 300 e gli studenti coinvolti nelle attività quasi 25.000. Naturalmente, le adesioni sono state più numerose in quelle aree del Paese dove il sistema di Iefp è più sviluppato. D’altra parte, mi sembra incoraggiante il fatto che la proposta abbia interessato anche le Regioni storicamente più restie ad avviare percorsi di Istruzione e formazione professionale. Alla fine, quasi tutte si sono attivate offrendo corsi in alternanza rafforzata o in apprendistato. Questo significa, da un lato, che il duale è stato visto come un’opportunità da non perdere, dall’altro, che esso ha sollecitato le amministrazioni a valorizzare l’Iefp. Non sono tuttavia mancati casi di criticità ed anche di gravi inadempienze da parte delle Regioni. Si è così dimostrato che il sistema duale può decollare solo se le Regioni più deboli si sapranno dotare di sistemi ben organizzati e di una programmazione dell’offerta formativa corrispondente all’evoluzione normativa avvenuta in questi ultimi anni. Per favorire il rafforzamento dei sistemi formativi più deboli sono state predisposte dal Ministero del Lavoro misure finanziarie sia per il 2016 che per il 2017. Le stesse risorse sono state stabilizzate per il triennio 2018/2020, con l’intento certo rafforzare o mettere in piedi i sistemi duali territoriali. A tal fine per il solo anno 2018 è previsto altresì un incremento di 50 milioni di euro.

La sperimentazione – oramai divenuta finanziamento strutturale con l’ultima Legge di bilancio – sollecitando i Cfp ad aprirsi ai servizi per il lavoro e a progettare percorsi formativi duali, ha reso senz’altro più evidente la peculiarità dell’offerta formativa dell’Iefp. Secondo lei, tale circostanza ha riportato al centro del dibattito politico questo segmento del sistema educativo nazionale?

In parte sì. L’implementazione delle politiche per il lavoro e l’introduzione della formazione duale sono state tra le priorità dell’ultima legislatura. Lo sforzo profuso in questi ambiti ha potenziato il sistema educativo nazionale in tutti i suoi settori. Del resto, l’apertura delle istituzioni formative verso i servizi di placement e l’offerta di percorsi duali, dovrebbe caratterizzare sia l’Istruzione che la Iefp, sia gli studi secondari che quelli terziari. La grande duttilità e capacità di innovazione con cui i Cfp hanno saputo interpretare i compiti loro affidati dalla sperimentazione – specialmente il modo in cui molti di loro sono riusciti a coniugare la progettazione di percorsi formativi duali e l’offerta di servizi per il lavoro, mettendo a frutto i legami con le imprese – hanno sicuramente messo in evidenza le enormi potenzialità dei sistemi regionali di Istruzione e formazione professionale. In altre parole, mi sembra di poter dire che la sperimentazione, abbia dimostrato come l’Iefp, almeno nelle Regioni dotate di una cornice normativa adeguata, abbia tutte le carte in regola per affrontare le sfide educative che la società contemporanea oggi pone. Non so se questo si possa già considerare un riscatto dell’Iefp rispetto all’Istruzione, da sempre considerata, a torto, il ramo nobile del nostro sistema educativo. In ogni caso, il fatto stesso che il D.Lgs. 61/2017 1 riconosca esplicitamente la pari dignità della Iefp, che preveda un sistema biunivoco di passaggi fra essa e i percorsi di Istruzione nel quadro dell’unica Rete nazionale di scuole professionali, ma soprattutto che prenda spunto dalle modalità didattiche tipiche dell’Istruzione e formazione professionale (laboratorio, personalizzazione, unità d’apprendimento multidisciplinari) per indirizzare il rinnovamento degli Istituti professionali di Stato, la dice lunga su come la reputazione dell’Iefp stia cambiando. Tuttavia, la centralità del duale nelle politiche regionali non si può considerare omogenea e tanto meno unanime.

Secondo i dati raccolti dall’Inapp, al 31 dicembre 2016 la quota di apprendisti rispetto al totale di alunni coinvolti nella sperimentazione era ancora piuttosto ridotta: 1.524 giovani (7%). Di fatto solo 8 Regioni avevano attivato un’offerta formativa in apprendistato. Cosa serve oggi per diffondere l’apprendistato di primo livello?

Indubbiamente l’apprendistato è più impegnativo dell’alternanza scuola-lavoro. Questo vale sia per l’impresa, che deve assumere l’apprendista, sia per le istituzioni formative, che devono riprogettare la propria offerta formativa in funzione di un alunno che trascorre in azienda in media almeno la metà dell’orario scolastico annuale. Inoltre, il carico burocratico è maggiore per entrambe. Cionondimeno, l’apprendistato rimane la via maestra della formazione duale sia perché più conveniente per le imprese, che per la possibilità di crescita professionale e personale. Per questo ritengo che oggi, con un quadro normativo ormai chiaro e cospicui incentivi ancora in vigore, a frenare l’apprendistato sia soprattutto un’inerzia che deriva dal pregiudizio più che da una decisione ponderata. D’altra parte, l’apprendistato funziona solo se tutti i soggetti istituzionali coinvolti coordinano la propria azione a tal fine. Anzitutto, le aziende e le associazioni di categoria devono assumersi una responsabilità educativa in parte inedita, ripensando, per esempio, l’organizzazione aziendale, ma anche investendo sulla formazione pedagogica dei tutor. In secondo luogo, le parti sociali devono aggiornare i contratti collettivi al fine di prevedere clausole specifiche per l’apprendistato formativo di primo livello. Come è noto, infatti, la mancanza di chiarezza nella disciplina ha sempre costituito un forte ostacolo per la diffusione dell’apprendistato. Insomma, occorrerà del tempo perché l’apprendistato si diffonda, ma oramai siamo sulla buona strada: le condizioni normative ci sono e mi pare chiaro che le parti sociali siano intenzionate a sfruttare questa opportunità. In merito alla individuazione del numero di contratti il Ministero ha definito, con decorrenza 2017, che le rilevazioni vadano fatte unicamente attraverso le Comunicazioni Obbligatorie, evitando di comparare sistemi di osservazione del fenomeno del tutto diversi. Il 2016 è stato un anno parzialmente influenzato da dati “inquinati” proprio perché è stato il primo anno di entrata a regime del nuovo apprendistato formativo e, soprattutto nel primo semestre, si sono certamente sovrapposti il vecchio regime delle assunzioni, regolato dal Testo Unico del 2011, con il nuovo regime dell’apprendistato formativo. Proprio al fine di evitare possibili contaminazioni, il Ministero ha deciso di adottare una rilevazione su un periodo più lungo. Tra il 2015 e il 2017, i contratti di apprendistato formativo sono cresciuti complessivamente nel biennio del 37% su base nazionale, con effetti molto diversificati tra le Regioni del Nord e quelle del Centro-Sud.

Sempre secondo i dati Inapp gli iscritti alle attività formative attivate all’interno della sperimentazione nell’ambito dell’Istruzione e formazione tecnica superiore (Ifts) erano soltanto il 5% del totale, tutti concentrati in Lombardia. Con il progressivo consolidamento dell’Istruzione tecnica superiore (Its) e la recentissima istituzione delle c.d. lauree professionalizzanti, crede che l’Ifts sia diventata superflua? No. Anche se il pericolo c’è. Per questo bisognerà fare in modo che l’Ifts non venga schiacciata dalla concorrenza dell’Its. L’Istruzione e formazione professionale superiore è il segmento post-secondario della Iefp ed assume oggi una rilevanza particolare nell’architettura del nostro sistema educativo. Infatti, grazie alla previsione introdotta dalla L. 107/2015, essa consente agli studenti che concludono la filiera formativa della Iefp di passare all’Its. Quindi sacrificare l’Ifts significherebbe impedire il collegamento fra i sistemi della Iefp e dell’Istruzione a livello post-secondario, negando di fatto la loro pari dignità sancita dalla legge. In merito ai numeri dei frequentanti dei percorsi è indiscutibile che la Lombardia abbia avuto performance significative, che derivano da un collaudato e ben strutturato sistema di Iefp, ma anche dall’aver scommesso sui passaggi tra i sistemi e sulla verticalizzazione della filiera.

Come vede, invece, il sistema duale nell’Istruzione? Secondo lei, prenderà piede?

Se il nostro sistema scolastico vorrà essere competitivo in futuro, ciò dovrà accadere per forza. Le condizioni oramai ci sono. Non parlo solo della novellata normativa sull’apprendistato di primo e di terzo livello, ma anche dell’abolizione della terza prova all’esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione (D.Lgs. 62/2015). Senza la terza prova, infatti, i docenti dei Consigli di classe sono più liberi di progettare percorsi personalizzati che contemplino anche esperienze lavorative differenziate per ciascun studente, anche in apprendistato. Mi rendo conto che le Istituzioni scolastiche non sono ancora pronte per questo salto, benché alcune importanti sperimentazioni siano già state completate con successo (penso ad Enel ed Eni). Resistenze culturali, rigidità organizzativa, scarsa consuetudine a praticare le metodologie didattiche dell’alternanza e ad istaurare relazioni durevoli con le aziende del territorio – competenze su cui i Cfp sono in vantaggio – rendono il passaggio al duale nell’Istruzione non certo facile, almeno non subito e non dappertutto. Teniamo conto che questa possibilità è una peculiarità del sistema italiano. In Germania, per esempio, l’apprendistato si svolge normalmente nell’ambito della formazione professionale, dunque gli apprendisti non possono ottenere un diploma di maturità e il titolo da loro conseguito al termine dell’apprendistato non dà accesso agli studi di livello terziario. In Italia, invece, è possibile ottenere qualsiasi titolo di studio (dalla qualifica professionale al dottorato di ricerca) in apprendistato o in alternanza. Si tratta, dunque, di una posizione molto avanzata e proprio per questo di non immediata realizzazione. Per quanto riguarda l’apprendistato di primo livello i dati attuali ci dicono che il 10% è realizzato nel sistema della secondaria superiore e che il rimanente 90% è frutto dei percorsi di Iefp.

L’accordo preso in Conferenza Stato-Regioni del 24 settembre 2015, che ha avviato la sperimentazione, prevedeva due linee di intervento. La prima finalizzata al rafforzamento dei servizi placement dei Centri di formazione professionale. La seconda all’implementazione dei percorsi duali. È giusto dire che i due interventi sono inscindibili? Perché?

Sì. Questo è un punto fondamentale. Mi sembra doveroso che una scuola, mentre forma i propri studenti,