Issuu on Google+

PER COMUNICARE... NUMERO 1

Febbraio 2007

Libertà Fermarsi e riflettere. Un’occasione rara, un bocconcino prelibato per chi oggi , come noi, vive circondato e ossessionato dalla velocità: con cellulari e minitelefonate risparmia bolletta, nel lavoro per incrementare la produttività, i trecento km in poco più di un ora delle F1, treni ad alta velocità, internet a 20 mega… Ma un po’ controcorrente (che volete, siamo giovani..) arriva la nostra proposta. Mettersi comodamente seduti, fermarsi e riflettere. Riflettere sulla libertà. Quando si argomenta un concetto il primo passo è la sua definizione, purtroppo (ci scusino i lettori) questo volutamente non accadrà. In primo luogo per non peccare di presunzione, considerato il fatto che secoli di filosofie non hanno ancora delineato in modo esaustivo ed universalmente accettato la libertà. In secondo luogo a causa della nostra convinzione che, su certe tematiche, per di più su questa, definizioni scritte su libri possono ingabbiare i concetti, e che la ricerca personale della libertà nel confronto con chi ci circonda è il miglior cammino, se non persino la meta. Nel nostro lavoro abbiamo trattato questo tema suddividendolo in vari aspetti (o libertà di…) per semplificare una realtà molto più complessa, ben consapevoli però dell’unitarietà della materia, consapevoli che entro ogni argomento si può parlare di libertà, ma che questa risulta sempre e comunque uguale a se stessa. Date tali premesse spero di avervi invogliato alla lettura del primo numero del nostro giornale e alla riflessione su un tema così fondamentale. Una riflessione che è il primo segno di libertà.

Articoli •

Quello che la storia non ci insegna

Il dono della libertà di Don GianCarlo Brilli

a pag. 2

Libertà d’artista

a pag. 3

• Il

di Eleonora Benedetti

nuovo cinema italianodi Antonio D’Ambra

a pag. 2

a pag. 4

Libertà dimenticata di Francesco Benedetti

a pag. 4

R.I.P. di

a pag.5

Cristian Tognaccini

di jonatan Brilli

Rubriche SOCIOLOGIA La sindrome di Stoccolma di Pier Paolo Giusti • ARTE Apoxyomenos, simbolo di bellezza di Eleonora Benedetti •

a pag. 6 a pag. 8

INTERNET Etilometria di Cristian Tognaccini

a pag. 7

LETTERATURA Il ciclo dei malaussène di Paolo Vecchi

a pag. 6

• ATTUALITA La crociata infinita di Francesco Benedetti

di Paolo Vecchi

1

di Francesco Benedetti

CINEMA Profumo. Storia di un assassino di Antonio D’Ambra

a pag. 8 a pag. 9


Quello che la storia non ci insegna Che sia vista come il diritto naturale di ogni uomo ad esprimersi e interagire coi suoi simili, o lo svincolamento da ogni sorta di regola, o come capacità di accettare il corso inesorabile degli eventi, la libertà è stata e rimane uno degli argomenti più controversi e discussi del pensiero umano. Scrittori e poeti, filosofi e statisti, capipopolo e intellettuali hanno affrontato questa nebulosa questione con grande impegno, producendo una quantità di interrogativi e conseguenti ragionamenti così vasta da sembrare infinita. E a quasi duemilacinquecento anni di distanza dalla prima testimonianza sulla libertà (gli scritti di Pitagora sulla virtù) questa produzione non a accenna a calare, il che significa che in tre millenni di discussioni l’uomo non ha ancora trovato il significato universale nascosto all’interno di questa parola, così luminosa eppure così avvolta nel mistero. I più illustri filosofi (da Platone ad Aristotele, da Sant’Agostino a San Tommaso, Da Hegel a Nietzche) hanno abbozzato modelli di

libertà che non hanno saputo reggere la prova del tempo, schiacciandosi contro questa o quella reazione umana agli stimoli che puntualmente ha trovato la crepa nel ragionamento, facendo crollare il pensiero come un castello di carte: né la libertà platonica fondata sull’idealismo (crollata a causa della sua utopistica perfezione), né la libertà di Sant’Agostino, forte della fede e sorretta dalla ragione (dissoltasi progressivamente con il cambiamento di mentalità nei confronti del rapporto fede – intelletto), hanno retto il confronto con la realtà moderna, governata da ritmi implacabili e da una costante rarefazione dei più basilari principi etici. Al giorno d’oggi l’unica interpretazione della libertà che il pensiero è disposto ad accettare è quella stoica, elaborata da Zenone di Cizio nell’età ellenistica, un’epoca segnata da un allargamento di orizzonti tale da disorientare enormemente il pensiero greco, fino ad allora abilmente mantenuto all’interno della solida e isolata realtà della Polis (Un’età quindi non molto diversa dalla nostra, dove l’allargamento dei confini fisici, politici e mediatici ha prodotto una generale crisi di identità sfociata nella globalizzazione dei costumi). Zenone afferma che l’unica libertà in grado di rappresentare uno stimolo per l’uomo è quella di accettare il proprio destino, di camminare fianco a fianco con lo scorrere naturale degli eventi, prendendo coscienza dell’incorruttibilità del ciclo dell’esistenza dell’uomo, nel quale la fine corrisponde all’inizio di un nuovo ciclo. Questo tipo di libertà, che può apparire come una

triste rassegnazione, Zenone la spiegava attraverso il famoso ragionamento del carro e dei cani: “ad un carro sono legati dei cani. Ai cani è dato di scegliere se opporsi al moto del carro o prendere coscienza dell’impossibilità da parte di essi di cambiare il tragitto del carro. In ogni caso essi seguiranno il carro, quindi a loro resta da decidere se essere trascinati o se seguire volontariamente il loro percorso obbligatorio…” Le scelte che si parano all’uomo sono due: o lottare per una libertà che non si è capaci di identificare (e quindi di giudicare) destinando la propria ricerca ad un impietoso fallimento, o accettare una libertà più comoda e popolare, e limitarsi alle poche certezze che possediamo, camminando di pari passo con il carro cui siamo incatenati. Ogni uomo rimane in grado di scegliere la soluzione che più lo aggrada, ma l’importante è ricordarsi che anche se la filosofia non ha ancora raggiunto il valor vero della parola “Libertà” questo non rappresenta un fallimento, ma significa che questa porta rimane aperta, rimane uno dei campi sterminati nei quali la nostra mente può vagare senza fine e senza posa, alla ricerca di un concetto che forse incarna semplicemente la nostra capacità di sognare, di andare oltre ciò che il mondo sensibile ci impone, di superare quelle barriere che noi stessi a volte erigiamo per prevenirci da pensieri scomodi, troppo responsabilizzanti per una coscienza labile come la nostra. di Francesco Benedetti

Il dono della libertà

2

Mi inserisco volentieri nel dibattito sulla libertà, ospitato in questo numero dell'ESPERANTO. Lo faccio con delle osservazioni, che hanno tutt'altro che la pretesa della completezza. Vogliono solo comunicare alcune mie convinzioni, alle quali sono pervenuto cercando di leggere questa esigenza, così irrinunciabile per ogni persona, alla luce della rivelazione biblica e in particolare della fede in Dio, così come essa ce lo fa conoscere. Per esempio, la Bibbia ci dice che la libertà è la condizione irrinunciabile per entrare in rapporto

con Dio in modo corretto. Dio chiede di essere scelto e seguito attraverso una decisione del tutto personale, nella quale ogni essere umano deve decidere l'orientamento della propria esistenza in modo autonomo e responsabile. La libertà, quindi, è in funzione della conoscenza di se stesso e impegna alla ricerca del "senso". Essa è la condizione necessaria che rende possibile il cammino verso la maturità umana e ne è il frutto più bello. Ma se uno non sa in che direzione andare o non si pone il problema di avere una direzione verso cui

muovermi, come può dirsi e sentirsi libero? Nella vita del credente, in particolare, la libertà ha bisogno di essere realizzata in rapporto a Dio. Se l'uomo sa di essere una "creatura", Dio non è un accessorio della propria esistenza, ma il fondamento. Il riferimento a Lui gli è necessario a che possa dirsi e sentirsi veramente se stesso e quindi anche libero. Nel vangelo c'è scritto: "la verità vi farà liberi (Gio. 8,32)". Lo ha detto Gesù. E' un accostamento che contrasta radicalmente con l'idea di libertà affidata unicamente a convinzioni


soggettive, a un pensiero auto referenziale. Ma esiste la verità? Lo chiedeva Pilato a Gesù (Gio. 18,38). Il problema rimane del tutto attuale. Quando si parla di "natura", di "essere umano", di " diritto alla vita", di "eutanasia", di "matrimonio", di "famiglia", di "amore", di "pace", esiste un modo oggettivo di considerare questi valori in rapporto alla natura dell'uomo, una specie di minimo denominatore comune, a cui poter far riferimento per definire alcune regole, che facciano da orientamento alle scelte personali e sociali di tutti, al di là delle legittime diversità di credo religioso o culturale o politico? Oppure ognuno può muoversi seguendo unicamente i propri convincimenti e i propri desideri, per non dire il proprio tornaconto? L'af-

fermazione del Vangelo è molto precisa e perentoria: si può parlare di vera libertà solo quando l'agire umano sa rispettare la verità ontologica delle cose e delle persone. L'idea biblica di libertà porta con sé anche la consapevolezza che gli ostacoli più grossi l'uomo li incontra proprio sulla strada per realizzarla. Nascono dai condizionamenti interni ed esterni, che continuamente insidiano l'agire umano. Nella Bibbia, quindi, si parla spesso di liberazione. La libertà, cioè, va conquistata giorno per giorno, momento per momento, combattendo contro le forze del male, molte delle quali hanno le proprie radici proprio nel "cuore" di ognuno di noi. La libertà ha raggiunto la sua pienezza di significato in Gesù Cristo e attraverso Gesù. Con il suo insegnamento

e con tutta la sua vita, Gesù ha fatto vedere che essere liberi significa essere capaci di amare, fino al dono totale di sé. Il cristianesimo è la libertà di amare, ossia di servire e di appartenere all'altro. Lo ricorda S. Paolo in una sua lettera: "Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri (GaI. 5, 13)". La libertà vera, la cui condizione è la liberazione dalla carne, cioè dai desideri egoistici, ha per scopo il fiorire dell'amore a servizio di tutti. di Don Giancarlo Brilli

Libertà d’artista “Ho cominciato a lavorare su un soggetto moderno, una barricata…e, se non ho vinto per la patria,almeno dipingerò per essa…”. Così parla E.Delacroix nel 1830, riferendosi alla sua “Libertà che guida il popolo”. Fu uno dei primi forti gridi di libertà dagli inizi della produzione artistica (ma si riferiva ad una libertà “politica”). Prima di allora gli artisti erano vincolati dal volere dei committenti, signori, re , papi e dalla gerarchia dei generi che questi avevano imposto e che vedeva la pittura celebrativa e mitologica al di sopra di tutto. Già col neoclassicismo, questa subì alcuni cambiamenti, l’estetica neoclassica riproponeva le forme dell’arte greca classica e con esse anche il ritorno della razionalità, dell’equilibrio, delle proporzioni… si reagì alla ricchezza barocca e alla concezione dell’arte come messaggio religioso, proponendo un’arte che esaltasse i valori (classici) di dignità, indipendenza, uguaglianza, libertà. Si parla di David e del neoclassicismo etico, dell’arte come messaggio sociale, ma anche di spirito antiaccademico, di “libertà artistica”. Si parla contemporaneamente di rivoluzione popolare, nel caso di David quella francese del 1789 e di ribellione ai canoni artistici tradizionali. L’artista non è più il bottegaio ma è il borghese economicamente indipendente e consapevole della realtà storica in cui vive. Combatte dando una forma agli ideali che spingono il popolo alla rivoluzione, combatte per la “loro libertà” e nello stesso tempo per la “sua”, che è quella di poter dipingere

ciò che vuole, come vuole. Così farà Delacriox nel 1830, durante i moti parigini di luglio. Mentre Byron e Chopin avevano partecipato attivamente ai moti di indipendenza in Grecia e in Polonia, Delacroix non salirà mai sulle barricate ( è comunque un borghese! ), ma rende la libertà protagonista della scena artistica. La “sua Libertà” è una donna dalle forme classiche, che guida il popolo all’insurrezione. Una libertà politica, il cui corpo potrebbe però diventare marmoreo, in contrasto col realismo di tutto ciò che le sta intorno. Secondo Delacriox, infatti, la libertà doveva essere un valore che sta al di sopra delle categorie di tempo e spazio, un valore universalmente riconosciuto: “i filosofi…voglio dire, quelli veri, Marco Aurelio, Cristo, non hanno mai parlato di politica. Dell’uguaglianza dei diritti e di altre chimere simili non si sono mai occupati…” Ma l’artista si trova sempre a far da tramite tra l’idea e la realizzazione di questa, tra l’interiore e l’esteriore, tra l’astratto e il concreto;

la rappresentazione della libertà diventa più semplice se si parla di una libertà “politica” o comunque un valore strettamente connesso alla realtà, mentre diventa difficile se si parla di libertà come valore astratto. Perché è difficile darne una definizione universalmente valida. In effetti, se si considera la libertà come valore universale ed eterno, fisso come le

idee platoniche, questa sarà sempre vista come una donna dal corpo di una statua di Fidia, ma gli artisti erano e sono uomini, e come tali sentono, riflettono, evitano o dipingono la libertà della loro realtà e nella loro realtà, che per definizione è relativa. di Eleonora Benedetti

3


Il nuovo cinema italiano Una rinascita “in ordine sparso”. Nei primi anni ‘50, in Italia nacque un nuovo movimento cinematografico, il Neorealismo, ma conobbe una breve stagione. La rivoluzione cinematografica cresceva, ai capolavori acclamati in tutto il mondo si sovrap-

pose una certa stasi creativa: la democrazia italiana in crisi trascinò il cinema nel suo marasma. Con la fine degli anni '50 le nuove prospettive politiche, derivanti dall'apertura alle sinistre, permisero un risveglio anche del cinema nazionale. Con l'introduzione di nuove leggi, la censura attenuò i suoi rigori; l'affluenza di pubbli-

co si elevo, 750 milioni di biglietti furono venduti alla fine del decennio e per la prima volta, il cinema nazionale fu al vertice degli incassi precedendo le proposte straniere (soprattutto americane). Dallo scandalo de “La dolce vita” (1959) al non meno scandaloso “Teorema” (1968), scorsero una decina di anni, durante i quali il cinema italiano si dette una nuova conformazione.I “grandi” (Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini) svilupparono temi e stili personalissimi che li proiettarono ai massimi vertici della cinematografia mondiale. Nella loro om­bra, si affacciò una nuova generazione di talenti che, apparsi nei primi anni '60, ebbero modo di affermarsi verso la fine della decade: Paolo e Vittorio Taviani (con I sovversivi, 1967), Bernardo Bertolucci (con Partner, 1968), Ermanno Olmi (con Un certo giorno, 1968), Marco Ferreri (con Dillinger è morto, 1969), Ettore Scola (con Dramma della gelosia..., 1970). Ma emersero anche gli autori della generazione di mezzo come

Luigi Comencini, Dino Risi e Mario Monicelli, che svilupparono una carriera ultratrentennale. Ma in realtà in Italia non sorse un "nuovo" cinema (fenomeno che, al contrario, si sviluppò in Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti...) ma rinacque un cinema nazionale a lungo rimasto in letargo. In effetti il neorealismo non fu mai rinnegato: cambiò semplicemente di pelle, apparse sotto forme diverse, nel cinema sociale come nella commedia. Il contesto generale (la precarietà politica, le conseguenze molteplici del "miracolo economico industriale"...) incoraggiarono una certa contestazione sociale. E alcuni cineasti di talento s'inserirono nel fermento, offrendo "in tempo reale" un quadro dell'Italia di grande efficacia. Questi "film contro" cercarono e cercano, talvolta con approccio incerto o utilizzando lo schema della commedia, di analizzare la società italiana del dopoguerra con durezza e senza i patetismi che talvolta emergevano nel neorealismo. Il cinema acquistò quindi una sua libertà, senza restrizioni, censure e limitazioni, fu in quel periodo che i registi potevano finalmente esprimere le loro emozioni, la loro passione e i loro sentimenti, ma anche le idee, politiche, religiose, scientifiche e romantiche, spesso non accettate, disprezzate e discusse, ma mai oscurate, bensì viste su pellicola dal mondo intero. di Antonio D’Ambra

Libertà dimenticata

4

“Trova il costo della liberta, sepolto sotto terra…la madre terra ti avvolgerà, lasciati cadere giù…” così dice il testo di una delle più celebri canzoni della band Crosby Still Nash & Young, e queste quattro righe riassumono il desiderio di un’intera società (quella degli anni ’70) di una pace fondata su un nuovo rapporto tra l’uomo e la natura, compresi i suoi simili. Il corpo si abbandona alle cure di una terra amorevole, in grado di sostentarlo e di fargli comprendere qual è il costo della libertà che tanto cerca: un cambiamento di mentalità, un cambiamento del punto di vista umano, il raggiungimento di una dimensione pura fatta di contatto diretto, non solo con la terra, ma anche con se

stesso. La musica degli anni ’70, sostenuta dai movimenti culturali pacifisti e libertini è stata ed è tutt’ora quella che maggiormente analizza il significato della libertà, ed il suo possibile spessore nella realtà umana. Nelle liriche di quel periodo le utopie sulla possibile integrazione dell’uomo con il mondo che per millenni lo ha accolto con amore, e che adesso proprio l’uomo sta violentando, propongono un mondo nel quale la libertà sia un bene comune, messo a disposizione da società pacifiche e democratiche, dove è bandito tutto ciò che infanga il sereno vivere civile. Con il passare del tempo, tuttavia, il fallimento delle utopie di quegli anni e la sempre più forte “narcotizzazione”

della società di fronte a tematiche di una qualità troppo elevata per gli standard (Grande Fratello viene premiato come “Miglior Veicolo di diffusione della Cultura”) hanno prodotto un generale disinteresse. La musica sta perdendo quel ruolo di veicolo culturale che fino ai nostri giorni l’ha caratterizzata. Il progressivo svuotamento di significato delle liriche e la standardizzazione delle tematiche su una linea barocca traboccante di fronzoli e banalità sta rendendo la musica fine a se stessa, incapace di comunicare qualsiasi valore. Non ci rimane quindi che rimpiangere: ricordare con nostalgia ciò che resta di una musica in agonia, che un tempo mosse intere masse di giovani spronati a


sfidare la società perbenista dai loro eroi armati di chitarre e sogni. Di tutto questo movimento non restano che pochi nostalgici, ancora convinti che la musica abbia un ruolo comunicativo ben più grande di qualunque tribuna politica, di qualsiasi program-

ma di Maria de Filippi, di tutti i distributori di emozioni a pagamento come i reality. Nient’altro che l’immagine di un’epoca da basso impero che si nutre autoconsumandosi, e nella quale la libertà è facilmente

sacrificabile (se chi te la toglie sa darti la giusta ricompensa…). di Francesco Benedetti

Testo originale

Traduzione

Daylight again, following me to bed I think about a hundred years ago, how my fathers bled I think I see a valley, covered with bones in blue All the brave soldiers that cannot get older been askin' after you Hear the past a callin', from Ar- -megeddon's side When everyone's talkin' and none is listenin', how can we decide?

Ancora giorno, mi segue fino al letto Penso a cento anni fa, a come i miei padri sanguinavano Credo di vedere una valle blu coperta di ossi Tutti i soldati coraggiosi che non potevano invecchiare ti stanno chiamando Si sente una voce dal passato, da parte dell’apocalisse Quando tutti parlano e nessuno sta ascoltando, come si può decidere? Trova il costo della libertà, sepolta nella terra (?) La madre terra ti inghiottirà, lasciando il tuo corpo a terra Trova il costo della libertà, sepolta nella terra La madre terra ti inghiottirà, lasciando il tuo corpo a terra (Trova il costo della libertà, sepolta nella terra)

(Do we) find the cost of freedom, buried in the ground Mother earth will swallow you, lay your body down Find the cost of freedom, buried in the ground Mother earth will swallow you, lay your body down (Find the cost of freedom buried in the ground)

R.I.P. "A egregie cose il forte animo accendono / l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella / e santa fanno al peregrin la terra / che le ricetta[...]" scriveva Foscolo nel carme Dei Sepolcri. Succede a volte che le tombe di altri che per qualcuno non sono stati sì forti, bensì deboli e atei - accendano l'animo a cose tutt’altro che egregie. Accade allora che i "vivi" si impiccino della libertà dei morti. Ovvero, che vadano a rompere le scatole - e le lapidi - agli estinti. Come molti sanno il cimitero di Castelfranco è stato teatro, in questi anni, di numerosi episodi di profanazione a danno delle tombe dei coniugi Milani, le uniche del cimitero che non hanno ricevuto una sepoltura religiosa. Tali azioni possono essere liquidate con semplicistiche conclusioni del tipo "sarà un cretino che non ha nulla da fare e si diverte così". Oppure si possono

considerare come un fatto molto più grave, perché frutto di una discriminazione religiosa. Prendetela pure come una provocazione un po' sopra le righe, ma sarebbe stato, secondo me, meno scabroso scoprire un adepto di una setta satanista a disegnare croci rovesciate e simboli anticristiani sulle tombe dove compaiono le effigi di Cristo o della Madonna… non mi pare, infatti, che il satanismo contempli concetti come la pietas e la misericordia, sentimenti che dovrebbero contraddistinguere la religione Cristiana. Qualunque sia la motivazione che spinga a queste azioni, è innegabile che si tratti di atti di viltà e inciviltà della peggior specie. Non c’è rispetto neanche per i morti? di Cristian Tognaccini

5


6

a cura di Pier Paolo Giusti a cura di Paolo Vecchi

Soltanto aggettivi straordinari

Letteratura:

Sociologia: UMANAmente

Rubriche

La sindrome di Stoccolma Stoccolma, 23 agosto 1973. Un evaso fa irruzione in un agenzia della Sveriges Kreditbanken e prende quattro persone in ostaggio chiedendo la consegna del contenuto delle casseforti. Riesce dopo ore a negoziare il rilascio di un ex compagno di cella che lo raggiunge nella banca. Ne vengono subito fuori notizie incredibili: che alcuni ostaggi dichiarino “piena fiducia” nei banditi? Impossibile! e che “li proteggano dalla polizia”? impensabile! Durante la liberazione alcuni ostaggi si frappongono fra i criminali e la polizia. Molti di loro al processo non testimonieranno. Molti di loro andranno a far visita ai due banditi in carcere. Cos’è accaduto in quei sei giorni all’interno dell’edificio? Ad una prima analisi sembra il classico crimine compiuto nel tentativo di arricchirsi e poi fuggire lontano con il bottino. In realtà si tratta di un caso in cui equipe di psicologi hanno lavorato nel tentativo di spiegare un fenomeno apparentemente assurdo ma che nella storia si è più volte verificato, e che prende il nome di “Sindrome di Stoccolma”. Come si spiega infatti che persone minacciate di morte e detenute contro la propria volontà prendano le parti dei sequestratori? Perché in alcuni

casi la vittima si allea con il carnefice? Partendo dall’elemento fondante, il trauma, si può subito dire che ad una cattura o una minaccia di morte segue meccanicamente uno shock: la mente è bombardata da immagini assurde, l’esistenza della vittima passa in pochi minuti dalla tranquillità della fila in banca all’essere appesa ad un filo sottilissimo. Il cervello umano non è in grado di elaborare in modo raffinato troppe informazioni nello stesso lasso di tempo, e quando è costretto ad un tale lavoro il soggetto rimane pietrificato, incapace di reagire proprio a causa di una paralisi fisiologica del sistema nervoso. Lo stress che ne segue è estremo, si arriva facilmente alla confusione mentale passando per l’inerzia assoluta, cadono i punti di riferimento psicologici e siamo vulnerabili a qualsiasi rimaneggiamento psichico. La prima vera vittima è la nostra “illusione dell’immortalità”, la spinta che ci fa compiere le azioni quotidiane senza l’onere di monitorare continuamente lo spettro della morte, quella morte che invece può darci un rapinatore da lì a dieci minuti davanti allo sportello di una banca. La seconda fase è la cattura vera e propria, in cui l’impotenza della vittima fa da padrona: la regressione allo stadio pre-edipico è quasi la regola, e per tutti i bisogni vitali l’unico a cui possiamo affidarci è proprio il “rapitoregenitore”: lo schema affettivo è simile a quello madre-bambino. Ammirazione-amore-identificazione. Quello

che difficilmente l’appartenente medio alla specie homo sapiens sapiens riesce a sopportare è la disumanizzazione: la vittima diventa una oggetto, merce di scambio con le autorità. L’unico modello umano disponibile è il rapitore, che dopo giorni di contatto con le vittime cerca sempre un interlocutore nell’ostaggio, restituendogli dunque un valore umano. Questo rinforza l’identificazione della vittima con il carnefice. Una volta che il sistema di valori è destrutturato ci si sente dipendenti dall’aggressore in tutto e per tutto, e scatta l’unico modulo comportamentale disponibile e atto alla sopravvivenza (almeno quella psichica). E a nc ora : a m m i ra z i one - a m ore identificazione… Sappiamo che per la psiche umana è più economico agire che rimanere passiva: quindi la collaborazione è l’unica azione possibile e dà più possibilità di sopravvivere. Ma c’è dell’altro: vittima e carnefice vedono la situazione da un punto di vista simile: ritrovare la libertà. Condividere un progetto lega molto le persone! Infatti, tale legame non può venir fuori se fra rapitore e ostaggio c’è odio razziale, divergenza religiosa, disprezzo per la disparità di genere o per la classe sociale: in questi casi alla vittima non si può restituire nessuna umanità toltagli dalla sua mercificazione coatta. Inoltre gli psicologi hanno constatato che la sindrome non si verifica in persone informate della sua esistenza. Quindi se avete letto quanto sopra…

Il ciclo dei Malaussène Una famiglia anomala, formata dal protagonista Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio, una nidiata di fratelli (stessa madre, padre diverso), un cane epilettico (dall’alito disgustoso), una madre assente che si fa viva soltanto in gravidanza, una fidanzata freelance, Julie, più tutta Belleville, quartiere parigino ambientazione dei romanzi, dove francesi, arabi, kabili, berberi, senegalesi, vietnamiti, cinesi convivono in un brulicate movimento. Culture che si intrecciano. Il nero Loussa impara il cinese; lo jugoslavo Stojil traduce Virgilio in serbo-croato. Belleville, come metafora del mondo moderno: “la Geografia rassegnata alla Storia”, come dice un vecchio governatore

coloniale anticolonialista ne "La fata carabina". E’ su questi personaggi che si posa l’architettura del ciclo di romanzi noir di Daniel Pennac. Noir “no smoking”, l’ambientzioni fumose, infatti, sono soppiantate da tutta la scala dei colori e da odori tipici di ogni cultura, mentre il ruolo dominante non è assegnato al detective preposto alla risoluzione dei casi, bensì al povero Benjamin, incolpato immancabilmente di ogni misfatto. Pennac, nato nel ’44 a Casablanca (Marocco), consegue la laurea in lettere all’Università di Nizza, diventando contemporaneamente scrittore e insegnante di francese in un liceo parigino. Nel 2005 è stato insignito della legion d'onore per le arti e la

letteratura. Il ciclo dei Malaussène è composto da sei romanzi: “Il paradiso degli orchi” 1985, “La fata carabina” 1987, “La prosivendola” 1989, “Signor Malaussène” 1995, “Ultime notizie dalla famiglia” 1997, “La passione secondo Thérèse” 1999. L’orrore nascosto nel tempio pagano moderno, un grande magazzino dove fra giocattoli e Babbi Natale brillano bombe, vecchietti consumatori di stupefacenti uccisi a rasoiate, una pallottola piantata in fronte all’inventore del “realismo liberale” J.L.B alle presentazione del suo ultimo romanzo, la scomparsa di prostitute tatuate, l’interruzione di gravidanza di Julie, due sorelle che restano vedove ancor prima di sposarsi…ecco alcuni degli


enigmi da risolvere, capi di imputazione dai quali Benjamin dovrà discolparsi, lui che attira le sciagure come una calamita. La sua è una condanna, quella di essere nato capro espiatorio, nella vita e persino nel lavoro. Prima all’ufficio reclami dei grandi magazzini, poi alle “Edizioni del Taglione” Ben è il parafulmine di ogni problema, la sua dote è quella di “compatire”, come svela la Regina Zabo (direttrice delle “Edizioni del Taglione”) ne “La prosivendola”. Ma questa dote lo rende anche eroe, capace di tirar su fratelli e nipoti in assenza della madre con un amore e una bontà che quasi trascendono l’umano. Buono, ma non buonista, non buono a tutti i costi, non Divino.

Infatti torna “solo” un uomo quando l’abisso lo colpisce con quegli accadimenti brutali di cui spesso l’umanità si macchia, ed è costretto alla reazione. Lo stile di Pennac è moderno, rapido, intuitivo, i periodi sono molto brevi, ogni frase è una staffilata pungente, precisa e decisa, il finale mai scontato (dopotutto sono comunque dei noir). Infine l’ironia (degna del miglior Wilde), inaspettata in un genere come questo, è il punto di forza dei romanzi, una chiave di lettura di questi nonché della vita stessa, come confessa ne “Il parad i s o de g l i o r c h i ” d i c e n d o : “l’umorismo, irriducibile espressione dell’etica”.

Rubriche

Etilometria bevanda per dissetarti durante una partita a calcio?"; "Hai mai bevuto una ragazza bionda pensando fosse una birra alla spina?"; "Rinnegheresti tua madre per una birra? E te stesso? L'hai già fatto?"; "ti sei mai trovato in un fosso senza un rene?"; "hai mai bevuto a tal punto da pisciare con la schiuma?". Spassosissimo, ma tremendamente vero e verificabile. Più "politically correct" e forse più autorevole è lo strumento offertoci da MSN all'indirizzo http:// sanihelp.msn.it/minicheck/ etilometro.htm. Dopo aver inserito i dati relativi a quello che aveva tracannato un caro amico alcuni capodanni fa è uscito quello che segue: "SEMAFORO ROSSO. Il tuo tasso alcolico è 2.4625. Codice della strada: hai superato il limite consentito per poter guidare. Effetti sulla persona: forte confusione mentale, incapacità di stare in piedi o camminare, vomito, incontinenza, coscienza alterata, sonno e sguardo fisso nel vuoto, possibile coma e possibile decesso per arresto cardiocircolatorio. Conseguenze sulla guida: guida impossibile. Tempi di recupero: prima di metterti alla guida occorre attendere almeno 16 ore". Non male.

Internet: Web items

chieri di vino, 2 birre medie e 1 superalcolico: rhum, tequila o cocktail alcolici forti a stomaco pieno nell'arco dell'ultima ora ... questi sono gli effetti alla guida: lo stato di ebbrezza è chiaramente visibile, mancanza di attenzione, il livello di capacità visiva è minima, i tempi di reazione sono disastrosi. Prima di riprendere il volante devi aspettare almeno 3 ore. Oppure fai guidare un amico od un'amica che... non hanno bevuto! ATTENZIONE: la soglia prevista dal codice della strada e' stata superata". Capolavoro di incoerenza è la community di Mondobirra (http:// www.mondobirra.org/ etilometro.htm) dove sulla homepage si legge "Questo portale si è sempre contraddistinto per la cultura birraria che non può prescindere da un consumo consapevole e moderato delle birre. Ne esaltiamo le qualità, ma non bisogna mai dimenticare che l'abuso, specie delle bevande di scarsa qualità, può portare a gravi danni collaterali, che ci sentiamo di sottolineare e condannare"; poi inserisci nel loro etilometro virtuale quello che hai tracannato e come risposta ottieni "il servizio è momentaneamente sospeso". Se pensate che sia solo un caso, e che gli autori del sito siano veramente attenti alle normative vigenti in materia di prevenzione all'alcolismo, allora provate il "beer test". Noterete che sarete riconosciuti come esperti consumatori di birra solo se risponderete affermativamente a domande del tipo "hai mai ruttato in faccia ad un amico dopo 1 birra? E in faccia alla tua ragazza? (o ragazzo?)"; "hai mai usato birra come

a cura di Cristian Tognaccini

AVVISO IMPORTANTE!!! Se avete alzato un po' troppo il gomito e temete che l'allegra ed efficente combriccola del pantalone rossobandato, vigliaccamente nascosta dietro ad un cassonetto, stia aspettando proprio voi e la vostra quattroruote, perché non cercare un etilometro virtuale? Non vi preoccupate, l'articolo non si ordina su MediaShopping alle 3:45 antimeridiane, ma lo offre la rete in numerose versioni. La pazzia è ovviamente quella di poter immaginare il Nosferatu di turno, magari pure privo della più basilare conoscenza informatica, totalmente ubriaco, vagare assorto (e assopito) alle 3 di notte in cerca di un internet point aperto. Se qualcuno ci riuscisse troverebbe tante opportunità per quantificare il proprio tasso alcolemico. Questi sono i siti che più mi hanno colpito. Il primo (www.stradanove.net/crash/ etilometro/index.htm) sembrerebbe la trasposizione on-line dei contenuti di Isoradio 103.3, se non altro per l'accentuato tentativo pedagocico; lodevole, ma persino le pagine di educazione civica dei sussidiari sono più interessanti ed esplicative. Quella che ci interessa però è l'interfaccia dell'etilometro virtuale, molto semplice ed intuitiva - come tutte del resto - che offre la possibilità di inserire il sesso della "cavia", il peso e le quantità di alcool (divise per birre, cocktail, aperitivi, ecc.) consumate dalla stessa. Oltre al tasso di alcolemia previsto, espresso in grammi, viene fornito anche un esaustivo commento. Ecco allora che "se sei maschio e pesi 78 Kg., e hai bevuto 1 aperitivo: campari o martini, 3 bic-

7


8

a cura di Eleonora Benedetti a cura di Francesco Benedetti

Impressione al levar del sole

Attualità: Politically (s)correct

Arte:

Rubriche

Apoxyomenos, simbolo di bellezza Si tratta di un bronzo classico in mostra a Palazzo Medici Riccardi, a Firenze. E’ un atleta che si deterge dopo una gara, copia romana del I sec. a.C. di un originale greco del IV sec a.C., recuperato nel 1999 nel mar Adriatico vicino all’isola croata di Lussino. Il restauro è durato quattro anni, mentre per altri tre i restauratori hanno sfidato le leggi della statica al fine di ricollocare il colosso – alto ben 1 metro e 93 centimetriin posizione verticale. “apoxyomenos” è la parola greca che indica l’atleta che si deterge dal sudore e dagli unguenti che aveva cosparso sul corpo prima della gara, soggetto tipico dell’arte classica. L’atleta ha i capelli intrisi di sudore sulla fronte. Ma questo è l’unico particolare tardo-classico, l’unica pecca nella perfezione idealizzata del corpo bronzeo. Un inno all’equilibrio, alla proporzione, alla simmetria. Il gesto è elegante anche se di per sé non avrebbe nulla di nobile. Ma il corpo umano, atletico e sano, era per i greci la miglior forma di creazione naturale. Nell’estetica umana erano racchiusi a i valori morali da seguire, per cui la figura dell’uomo era modello estetico ed etico nello stesso tempo. E l’atleta era indubbiamente colui che più degli altri curava e temprava il fisico, colui che più degli altri dimostrava nella

forma e nella sostanza di essere equilibrio ed eleganza, anche nel gesto meno raffinato. Perché la sostanza doveva dimostrarsi nella forma, e perché il corpo umano era il metro con il quale i greci misuravano e il riferimento per ogni loro creazione, fisica o psicologica. Pensiamo anche solo alla mitologia: gli dèi greci avevano tutti sembianze fisiche e caratteri psicologici umani, così profondamente umani da sembrare esagerati, tanti Es freudiani dai poteri illimitati ( e infatti le discussioni divine provocavano un bel caos tra le esistenze terrene). Ogni dio greco era l’esagerazione di una caratteristica umana, un eccesso, ma pur sempre derivato dall’uomo stesso. Forse la mitologia greca aveva non solo il compito di spiegare l’origine del mondo e dell’uomo, ma anche quello di far notare agli umani quanto potessero essere distruttivi gli eccessi. E si torna al concetto di equilibrio e proporzionalità, e al loro essere insiti nella realtà umana, fisica e spirituale. Esteticamente, i greci avevano studiato le proporzioni delle varie parti della figura umana e che applicavano in tutto, anche negli ordini architettonici. Era il modello per eccellenza. Nel 300 a. C. l’uomo era consapevole delle proprie debolezze ma nello stesso tempo trovava in sé qualcosa di

divino, vedeva nelle proprie linee, nella propria fisicità qualcosa di quasi sacro, da dover ricreare, riproporre sotto altre forme. E se si guarda una statua classica si sente la bellezza, come se fosse non solo gradevole accozzamento di linee, ma come qualcosa di spirituale ( eppure stiamo osservando un corpo umano). E ci sentiamo bene, perché non siamo abituati a pensare alla bellezza come a un valore morale, non curiamo il nostro corpo come se fosse espressione dei princìpi in cui crediamo. Ci pensiamo come portatori di due realtà divise e differenti: fisico fuori e spirito dentro, e non capiamo di essere entrambe le cose in ogni nostra parte e contemporaneamente, eterei nel fisico e concreti nell’essenza.

La crociata infinita I Recenti Conflitti in Iraq e in Afghanistan appaiono sempre di più come guerre infinite. Le democrazie occidentali sono andate in questi paesi mosse dall’aberrazione per feroci dittature come quella di Saddam Hussein e quella dei Talebani, con la certezza di portare un nuovo ordine di pace e benessere. Hanno rovesciato i poteri tirannici, per portare la libertà alle popolazioni oppresse, ma tutti questi buoni propositi si sono dissolti in un gigantesco fiasco. A più di sei anni di distanza l’Afghanistan e’ praticamente tornato sotto il controllo dei Talebani (ad esclusione della zona circostante Kabul, governata da Karzai, un re fantoccio manipolato dall’occidente). Inoltre, le notizie dall’Iraq sono sconcertanti: in media ogni sei ore muoiono un marine e 15 civili, ed il fragilissimo governo democratico irakeno non e’ in grado neanche di estendere la sua autorità

oltre i confini della provincia di Baghdad. Perché questo fallimento? Perché un popolo per lungo tempo oppresso da un tiranno si sta rivoltando al suo liberatore? Da anni oramai ci chiediamo cosa non abbia funzionato nel piano, quale fosse l’anello debole di tutta questa faccenda. Personalmente non sono mai stato un sostenitore della guerra, perlomeno non di una guerra tesa ad esportare la democrazia. Ed il giorno in cui la guerra venne dichiarata, e ancor di più il giorno in cui è stata proclamata ufficialmente “Vinta”, ho capito che “Enduring Fredom” sarebbe diventata una crociata infinita, dove sarebbero periti migliaia e migliaia di giovani soldati. Ancora non riesco a comprendere la necessità di “esportare” la democrazia. Costringere, cioè, un popolo che vive sotto una monarchia assoluta, o un regime dittatoriale di qualsiasi stampo, ad

abbandonare la sua tradizione per abbracciare, sotto la minaccia delle armi, un sistema politico totalmente estraneo. Questa conversione forzata non può avere successo, ed è, per me, sbagliato sostenere il contrario. Si pensi per un attimo a cosa succederebbe se gli islamici portassero in Italia il modello politico della repubblica islamica, o del califfato, convinti che il loro sia un sistema perfetto. Quale sarebbe la nostra reazione? Ancor di più si pensi all’Italia fascista: come l’Iraq di Saddam,il nostro paese era dominato da un ristretto gruppo di potenti che si appoggiavano alle forze più reazionarie per governare. Se nel periodo più buio della dittatura, l’Italia fosse stata aggredita da un esercito di Turchi decisi a trasformarla in una repubblica islamica come avremmo reagito? Avremmo accettato la caduta del nostro tiranno italiano, correndo incontro alla nostra


nuova vita da islamici? O forse tutti, saremmo diventati più fascisti dei fascisti stessi, imbracciando i fucili e facendo di tutto per respingere l’invasione? Probabilmente, la seconda via non sarebbe stata dettata da un’incondizionata adesione al fascismo, ma dal naturale stimolo a difendersi da qualsiasi imposizione straniera. Detto ciò, è facile affermare che i governi della coalizione (ed è triste dirlo, anche molti italiani) non hanno ancora capito che la nostra democrazia non appartiene ne’ all’islam ne’ all’Afghanistan. La democrazia occidentale e’ frutto di secoli di mutamenti, di lotte, di pronunciamenti militari, di filosofia, di cultura, di religione e, soprattutto, di ben due guerre mondiali. Come possiamo pensare che più di venti secoli di storia possano realizzarsi in una spedizione militare di qualche mese? Come possiamo anche solo immaginare che un popolo come quello irakeno, frustrato dalla sconfitta militare appena subita, travagliato da una crisi di identità e perso nelle lotte tribali possa apprezzare la democrazia? Secondo me, i problemi che ad

oggi affrontano gli irakeni sono ben più materiali della libertà di parola, o del diritto di voto. Stime Unicef attestano che sedici milioni di irakeni su ventidue non riescono a mangiare tutti i giorni almeno una volta, che la disoccupazione ha raggiunto picchi del 34% e che dall’inizio della guerra sono morti cinquantasettemila civili, mentre la moneta subisce un’inflazione del centoquaranta per cento e una famiglia su quattro ha perso almeno un componente adulto. La priorità, per questa gente, e’ nutrirsi, avere di che vestire i propri bambini e non saltare su qualche mina inesplosa. Può svilupparsi , in una situazione da medio evo, la necessità di un governo democratico? Può un popolo aspirare a lussi quali la corretta informazione, la libertà di sciopero e di associazione quando non ha di che sfamare i suoi figli? Ammesso e non concesso che la democrazia sia il sistema politico migliore per tutti i popoli, dobbiamo constatare, che al di fuori della ristretta cerchia dei paesi europei e di quelli nord americani, vi sono Stati in cui la democrazia e’ un regime politico corrotto, governato da potenti

forze indipendenti (esercito, mafia, denaro Americano ed Europeo, figure autoritarie semi – dittatoriali) e che dunque non rispecchia il nostro modo di vedere il “governo del popolo”, ma soltanto un modo di dare veste legale alla dittatura. In questi paesi la democrazia e’ una entità artificiale, imposta dai vecchi padroni come pre-condizione a termine di un colonialismo sfrenato durato in certi casi persino cinque secoli. Un sistema politico che non ha cambiato i vecchi centri di potere, ma li ha rivestiti della tunica regale e ha garantito loro l’intoccabilità. E’ questa la democrazia che volevamo per i nostri antichi schiavi? Abbiamo fatto di tutto per schiavizzarli, depredarli, stuprare le loro mogli e vendere i loro figli, e adesso andiamo da loro, armi in pugno, e reclamiamo ancora una volta la nostra superiorità, costringendoli a piegarsi al nostro “Codex Justinianeum”? La Democrazia, e tutti i suoi sistemi collaterali, sono come una banconota di grosso taglio: Se ne dessi una ad un bambino, pensi che sarebbe in grado di valutare il valore che ha questa banconota?

Rubriche

Profumo: storia di un assassino

noscendo l’impossibilita di imprimere su pellicola lo straordinario e impalpabile mondo degli odori, nato dalla penna ironica e brutale di Süskind. Il tentativo di Tykwer riesce solo in parte. S’intuisce appena la bellezza e la profondità di una storia

che evidentemente non sente sua fino in fondo. Osa dove non dovrebbe e si frena dove dovrebbe calcare la mano. Il montaggio frenetico delle immagini che accolgono Grenouille nel mondo sono uno stratagemma insignificante, i viaggi di camera in fast motion per raggiungere l'origine dei profumi sono disorientanti, ma quando si concentra su ciò che sa fare meglio (i primi e primissimi piani, l'indagine minuziosa dei corpi) Tykwer sorprende come al solito, incanta con la sua fine sensibilità, ci regala pura poesia d'immagini grazie anche alla fotografia del maestro Frank Griebe che si lascia andare a continui, raffinati giochi di luci ed ombre che svelano e nascondono, immergendo la storia nelle tonalità scure che rimarcano la miseria del tempo narrato e nella luminosità degli spazi aperti quando la libertà per il protagonista sembra essere ad un passo. Ben Whishaw nel ruolo di Grenouille rivela un talento incredibile, riesce a sostenere più di due ore di film senza quasi dire una parola, lasciando parlare essenzialmente il corpo, come chi, smarrito nel mondo sconosciuto, è guidato solo dal proprio naso.

Cinema: 8 millimetri

così al genio della pellicola Tom Tykwer, reso celebre nel 1998 dalla candidatura al 55’ festival di Venezia per il suo Lola Corre, di cimentarsi in questa ardua impresa che persino Stanley Kubrick aveva rifiutato rico-

a cura di Antonio D’Ambra

Il regista tedesco Tom Tykwer presenta sullo schermo il film tratto dal celebre romanzo di Patrick Süskind. “Il Profumo” di Süskind uno dei romanzi più fortunati della letteratura tedesca, arrivato in Italia a puntate sul Corriere della sera per poi conoscere 11 differenti edizioni, è diventato in breve tempo un vero e proprio caso editoriale, con 15 milioni di copie vendute in tutto il mondo, si credeva fino ad oggi un opera intraducibile in linguaggio filmico. Il protagonista Jean-Baptiste Grenouille, rifiuto umano e artista assoluto della Francia del diciottesimo secolo, elemosina solo briciole di pietà che mai gli sono state e gli saranno concesse. Dotato di un olfatto cosi acuto da riuscire a far propri tutti gli odori ed arrivare all’anima di ogni più piccola cosa, è vittima della tragedia massima per un essere umano: è incapace di amare e di essere amato. La diversità di Grenouille non sta nel suo aspetto fisico, ma nel fatto imperdonabile che il suo corpo non emana alcun odore, un'anomalia "demoniaca" che lo rende quasi invisibile a chiunque. Dopo vent’anni dalla pubblicazione del libro la Costantine- film ne acquista i diritti cinematografici permettendo

9


“GUERRE” POSTALI L’idea di questo giornale nasce dall’esigenza di confronto su alcune tematiche, nonché di scambio reciproco delle proprie esperienze di vita. Ecco come lo spazio della posta assume una importanza centrale in quanto strumento di collegamento sia tra la redazione e il lettore, che tra lettore e lettore. Invitiamo pertanto chiunque sia interessato ad esprimere la propria opinione a contattarci tramite posta elettronica all’indirizzo sotto riportato. Saranno bene accette lamentele, critiche, consigli, spunti di riflessione e articoli. Nel caso in cui si voglia scrivere un articolo per favore ci si attenga al tema della prossima uscita, anch'esso sotto riportato. Tutto ciò che ci perverrà entro Domenica 25 Marzo 2007 sarà pubblicato nel numero seguente, se possibile. Il nostro augurio e quello che il giornale, tramite questo spazio diventi uno strumento vivo di dialogo. MPORTANTE: per motivi di tutela legale prenderemo in considerazione soltanto i testi in cui compare nome e cognome del mittente.

Per contattarci esperanto.posta@hotmail.it IL PROSSIMO NUMERO VERRA’ DISTRIBUITO NEL MESE DI APRILE, TRATTEREMO IL SEGUENTE TEMA:

LA DIPENDENZA INVITIAMO GLI INTERESSATI AD INVIARE ARTICOLI , PROPOSTE , SUGGERIMENTI E QUANT’ALTRO ENTRO E NON OLTRE DOMENICA 25 MARZO

L’Esperanto Registrazione Tribunale Arezzo N. 1/2007 RS in data 29/01/2007 Direttore Responsabile: Angela Sannai Proprietario: Parrocchia di Castelfranco di Sopra Sede: via Piave 17 Castelfranco di Sopra (AR) 52020 Ciclostilato in proprio 10

La redazione: Eleonora Benedetti Francesco Benedetti Don GianCarlo Brilli Jonatan Brilli Marco Celli Antonio D’Ambra Pier Paolo Giusti Cristian Tognaccini Paolo Vecchi

APPUNTI Martedì 27 Febbraio: ORE 21.00 “Willy Signori e vengo da lontano”

CINEFORUM organizzato dalla redazione de L’Esperanto presso il salone del Circolo M.C.L.

Mercoledì 7 Marzo: ORE 21.00 “Caruso Pascoski di padre polacco”

CINEFORUM organizzato dalla redazione de L’Esperanto presso il salone del Circolo M.C.L.

Mercoledì 14 Marzo: ORE 21.00 “Tutta colpa del Paradiso”

CINEFORUM organizzato dalla redazione de L’Esperanto presso il salone del Circolo M.C.L.


ESPERANTO - La Libertà