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Sintesi del documento Il centrosinistra si presenta alle prossime elezioni con una candidata autorevole e con la convinzione di aver governato in questi cinque anni esprimendo una politica rispondente alle aspettative della società regionale, suffragata da significativi risultati. La laicità è una condizione della politica, non è la politica. Fare scelte e confrontarsi sui valori per scegliere è la strada migliore, rifuggendo sia la scorciatoia della libertà di coscienza ogni volta che si è in difficoltà, sia del riconoscimento di ogni inclinazione individuale come diritto civile. La dignità della persona è il cardine della nostra Carta costituzionale, essa è laica, ma non agnostica; da essa discende la promozione della libertà e dei diritti e la difesa della vita su cui un partito formato da una pluralità di culture, deve far emergere una posizione comune. Da questi valori e dall’impegno profuso da associazioni politiche, sociali e morali che si rifanno alla cultura del cattolicesimo democratico scaturisce la ragione del richiamo ad aggregarsi e a qualificare, nei contenuti e nell’immagine, il futuro governo della Regione. La questione istituzionale Nel Lazio la questione istituzionale è più complessa che in altre regioni e non può essere elusa. Dopo la riforma del titolo V della Costituzione, è necessaria la modifica dello statuto e della legge elettorale, la costituzione della città metropolitana con specifiche funzioni riconosciute a Roma quale capitale del Paese, in una logica di integrazione funzionale con i comuni della Provincia. La prima condizione per cogliere questo obiettivo è rendere effettivo il principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale e verticale ovvero della valorizzazione delle autonomie locali e delle formazioni sociali nel governo della cosa pubblica. La riforma del titolo V della Costituzione rendendo partecipi della sovranità repubblicana comuni, Province, città metropolitane, Regioni e Stato li rende coprotagonisti della governance ai diversi livelli. Una “sussidiarietà efficiente”, ispirata ai principi di adeguatezza e differenziazione che deve diventare anche metodo di decisione politica e amministrativa. Per noi ad un ordinamento stato centrico non deve infatti sostituirsi un neocentralismo regionale, ma subentrare un sistema plurale e democratico nel quale le pubbliche funzioni si distribuiscono in una pluralità di soggetti comunitari che si nutra di nuova linfa: la partecipazione delle formazioni sociali e culturali alla vita pubblica. Gli avvenimenti di questi ultimi anni dimostrano che il risultato più inquietante di un presidenzialismo senza contrappesi, è una rigidità istituzionale che va oltre la reale rappresentanza democratica e diviene invece salvaguardia di un ristretto gruppo dirigente. Da questa constatazione discende la proposta di modificare lo statuto e la legge elettorale regionale: a) temperando l’elezione diretta del presidente con la clausola di poter consentire l’avvicendamento, per qualsiasi motivo, con lo stesso quorum con cui è stato insediato, compreso il premio di maggioranza per metterlo al riparo dalle imboscate assembleari; b) accorciando le distanze tra eletti ed elettori suddividendo le circoscrizioni provinciali in più collegi, in particolare per quello della provincia di Roma, per la difficoltà che incontra un vero rinnovamento del rapporto fra politica ed interessi economici. L’abolizione del listino restituirà un più ampio controllo degli eletti da parte dei cittadini e sconfiggere la prassi della cooptazione politica per tutte le cariche elettive.


La seconda condizione è l’assunzione di una limpida posizione della Regione sulla compatibilità delle funzioni trasferite alla Capitale, presupposto per non accrescere gli squilibri che già caratterizzano l’assetto regionale. Una visione centripeta in contrasto con la dinamica riscontrabile nella società romana che accresce la perdita della capacità di governo e di contro rafforza le spinte centrifughe, altrettanto “egoistiche”, che portano alla fuga dalla regione, quali la richiesta di distacco di alcuni comuni verso altre regioni e l’istituzione di una nuova regione, come quella del Lazio meridionale. A tal fine Il Pd deve continuare a sostenere la richiesta, avanzata dalla Regione, di un’intesa in sede governativa sui decreti legislativi che attribuisca le funzioni a Roma capitale e riconosca il ruolo generale di indirizzo e di governo della Regione Lazio per contemperare le esigenze di tutto il territorio regionale, secondo i principi di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione stabiliti dalla Costituzione. Non è con “strappi” e conflitti istituzionali che si possono risolvere i complessi problemi del governo locale, quando invece è richiesta una grande capacità di cooperazione istituzionale e coesione sociale. Occupazione, sviluppo e coesione sociale Affrontare la crisi economica, salvaguardando le condizioni di vita delle persone con redditi medio-bassi, sostenendo le famiglie e rafforzando l' inclusione sociale è compito delle forze democratiche e riformiste. Nel Lazio, la disoccupazione ha raggiunto l’8,5% - comprendendo anche quanti oggi sono in cassa integrazione, nelle previsioni per il 2010 questa supererà il 10%. Occorre pertanto: 1- rafforzare le politiche del lavoro e di welfare realizzate in questi cinque anni e andare avanti nel Piano anticrisi regionale cui sono stati destinati 220 milioni del Fondo Sociale Europeo assegnato al Lazio e destinato agli ammortizzatori sociali dei lavoratori delle piccole imprese. Perseguire una politica dello sviluppo che consenta il riconoscimento del merito che viene ottenuto fornendo a tutti l’opportunità di migliorare la propria formazione per fronteggiare i continui cambiamenti indotti da un mercato delle produzioni dai confini sempre più larghi. Solo così potranno essere superate le squilibrate condizioni presenti nel mercato del lavoro italiano e regionale, ove cresce la domanda di lavoro a tempo (nelle molte forme in cui è possibile) e tarda la stabilizzazione ben oltre l’accettazione del periodo di tirocinio e apprendistato, sia per il lavoro dipendente e atipico, sia nell’avvio alle libere professioni. Una battaglia da vincere per affermare un elementare principio di equità sociale che necessita di soluzioni legislative e di politiche regionali mirate alla valorizzazione delle potenzialità presenti nei territori e nei settori; 2- proseguire nella progettaziione di politiche attive del lavoro e potenziare i servizi per l’impiego pubblici e privati accreditati presso le Province; 3- triplicare il reddito d’inserimento per i disoccupati, istituito con una legge innovativa dalla Giunta uscente, per riuscire a raggiungere un maggior numero di beneficiari; 4- Intervenire sulle situazioni di precariato rimaste irrisolte su cui si abbattono scelte governative di blocco, esaminando gli aspetti sociali che esse comportano e soluzioni alternative. Un’efficace politica del lavoro è inseparabile da misure a favore dello sviluppo, quali: 1. confermare gli obiettivi del nuovo Piano energetico regionale che prevede un' occupazione per 300 mila addetti nel campo delle energie alternative e rinnovabili;


2. premiare attraverso un “pacchetto generale” di interventi sul piano fiscale e dei redditi aziendali (tax shelter, deduzioni di imposta etc...) le imprese che investono in innovazione di settore e che aumentano la percentuale di risorse economiche ed umane nella ricerca, in particolare nel campo della green economy e del risparmio energetico. 3. continuare a promuovere la nuova imprenditorialità e la ricerca nei distretti industriali del Lazio (in particolare carta, nautica, ceramica, elettronica), nei distretti integrati premiando la filiera del turismo e della cultura e nei distretti tecnologici, anche in collegamento con i poli per l' istruzione e la formazione tecnica superiore ( aereospaziale, bioscienza, audiovisivo, tecnologie per i beni culturali, logistica, Ict, agroalimentare), nella nuova agricoltura (180 milioni per 2000 potenziali nuove imprese agricole, in particolare di giovani e donne) in forza delle leggi approvate in questi ultimi cinque anni che disciplinano i distretti rurali e farmer's market, i parchi agricoli, gli OGM, la pesca, il turismo rurale e l' agriturismo; nelle imprese della cultura fra turismo, spettacolo, servizi culturali anche con convenzioni di accesso al credito e garanzie fideiussorie 4. sviluppare l' istituto del microcredito con particolare riferimento agli immigrati, ai giovani ed alle donne. 5. sostenere la nuova imprenditoria femminile sul modello dell' intervento “ Centoimprese”

La famiglia come risorsa L’influenza esercitata su ogni individuo dalla presenza o dall’assenza di un nucleo familiare rappresenta uno degli aspetti più delicati e determinanti per la qualità della vita di ognuno. E’ la ragione per la quale in ogni contesto civile si attribuisce alle famiglie una funzione di ponte nella mediazione tra individui e società. La famiglia, coerentemente al dettato costituzionale, ha una fondamentale rilevanza giuridica, sociale ed economica. Rappresenta una comunità di relazioni e di affetti, aperta alla società, soggetto di diritti e di doveri, con una sua chiara rilevanza giuridica, sociale e civile. Le politiche regionali devono sempre più costruire reti di solidarietà, servizi integrati e sostegni economici intorno alle famiglie a cominciare da quelle in difficoltà, monoparentali, con soggetti svantaggiati. Le famiglie povere, fra il 2003 ed il 2008, sono aumentate del 34.6%; è cresciuta la distanza tra ricchi e poveri e la nostra regione è da tempo quella a più elevata disuguaglianza sociale: il 5% delle persone possiede il 25% della ricchezza nazionale. Solo una politica orientata allo sviluppo e rivolta non solo al singolo individuo ma anche al contesto famigliare consentirà di porre rimedio ad un tale squilibrio. Una politica che non si limiti ad essere per la famiglia, relegata ancora una volta ad un ruolo passivo, ma che sia con la famiglia. . Le nostre priorità sono:  

elaborare e adottare un “welfare famigliare e comunitario” (family card, sconti per famiglie numerose) per consentire finalmente di riconoscere il valore sociale aggiunto che la famiglia può offrire; Tenere conto degli effetti redistributivi prodotti dalle politiche pubbliche sulle famiglie, per un principio di equità, prima ancora che di giustizia sociale, sia


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intervenendo con una propria azione di riequilibrio, sia improntando a tale criterio il rapporto con il governo nella distribuzione delle risorse; valorizzare le significative esperienze no profit, laiche e religiose e di volontariato attraverso il loro coinvolgimento nella fase di programmazione e gestione dei servizi alla comunità; sostenere il diritto alla casa attraverso la realizzazione del piano casa regionale con la nuova normativa ( rilancio del settore, riqualificazione urbanistica del territorio, snellimento delle procedure, rilancio dell'edilizia pubblica, la costruzione di case a riscatto) nonché con riferimento all'emergenza abitativa immediata, l'ampliamento dell'accesso al fondo solidarietà mutui e ai buoni casa di sostegno agli affitti; potenziare le risorse destinate dalla nuova legge regionale per la non auto sufficienza, la legge a sostegno delle famiglie con disabili, nonché alla legge per il diritto al lavoro dei disabili e salvaguardare gli stanziamenti per garantire i posti negli asili nido, nelle sezioni primavera e i servizi socio-assistenziali per gli alunni disabili nelle scuole; rafforzare la rete degli Sportelli per la famiglia allo scopo di consentire una mappatura dei motivi del disagio generazionale e delle difficoltà d’integrazione nell’ambito sociale, su tutto il territorio regionale disponendo così di uno strumento in grado di dare ascolto e fornire informazioni, orientamento e consulenza, sia nell’accesso alle prestazioni e alle opportunità, che nell’affrontare le problematiche di disagio sociale; rivolgere una particolare attenzione alle famiglie che presentano situazioni di grave disagio, agendo sempre in strettissima intesa con i Comuni e con le ASL, con l’obiettivo di offrire soluzioni di fondo in relazione a tali problematiche; rafforzare attraverso convenzioni con i Comuni e con le USL l'assistenza domiciliare per i soggetti anziani non auto sufficienti e per i soggetti disabili, attraverso l'erogazione di voucher specifici alle famiglie e in particolare agli anziani soli; diffondere l'istituzione nei Comuni degli Albi delle assistenti famigliari che hanno conseguito l' attestato o la qualifica rilasciate dalla Regione; sostenere l'esperienza delle “Assistenti materne” ovvero dei ”nidi familiari” per la conciliazione tra vita familiare e vita professionale delle donne; monitorare costantemente la condizione delle famiglie del Lazio e l' impatto delle politiche regionali anche attraverso l' Osservatorio regionale. tutelare il diritto alla maternità delle gestanti in difficili condizioni economiche e sociali, nel rispetto della legge 194/78.

GIOVANI E L'INVESTIMENTO NELLA SOCIETA' DELLA CONOSCENZA

Il modo più efficace per sollevare le giovani generazioni e quanti vengono espulsi dall’attività produttiva dal rischio di residualità è fornire loro e allo sterminato numero di piccole e micro imprese del Lazio, la possibilità di accedere alla società della conoscenza e sollecitarli ad una costante attenzione all’innovazione. Tali processi vanno innanzitutto accompagnati con misure di tutela assicurando la protezione del reddito in situazioni particolarmente critiche in aggiunta agli interventi nazionali, sperimentando forme di “universalità” dei trattamenti e precostituendo, su base territoriale, le condizioni di un welfare inclusivo, in grado di sostenere i processi di


flessibilità del mercato del lavoro in corso nelle società moderne, che mettono a rischio intere generazioni. La Regione Lazio ha tempestivamente predisposto ammortizzatori per evitare che oltre un centinaio di migliaia di lavoratori perda l’occupazione e, con il reddito minimo, ha fornito un primo sostegno ai cittadini in più gravi difficoltà economiche. La cassa integrazione in deroga in particolare, ha nella formazione il principale punto di forza per il reinserimento. Ciò in prospettiva non è più sufficiente e alla Regione che pur ha dimostrato grande impegno nell’individuazione e gestione delle politiche della formazione, sono richieste ulteriori iniziative, rese più urgenti per il previsto perdurare di elevati tassi di disoccupazione. L’assetto istituzionale demanda alle regioni la competenza, per alcuni versi esclusiva e per altri nel rispetto dei livelli minimi essenziali stabili dalla Stato, a provvedere in materia di istruzione e di formazione professionale. Ciò è inseparabile da scelte che restituiscano all’Ente Regione la capacità di incidere significativamente nel sistema socio –economico e di governare i processi di sviluppo nell’attuale fase di transizione. Il riconosciuto impegno per il risanamento della finanza di sua competenza e nella individuazione e gestione delle politiche dedicate, non riducono i molti ambiti di intervento richiesti alla Regione per iniziative più efficaci nella formazione e per il lavoro. A questo riguardo va:  completato l’insieme di azioni intraprese di riordino e di miglioramento dell’offerta formativa, assicurandone capillarità ed equilibrio sul territorio, anche attraverso un collegamento forte, strutturato, non episodico con il mondo del lavoro e il sistema delle imprese. Le azioni dovranno tener conto sia dei nuovi processi determinati dalla crisi, sia delle strategie per la ripresa e a tal fine si propone la costituzione di un Osservatorio in funzione di cabina di regia. Nella programmazione dell' offerta scolastica e formativa affidata dal titolo V alla Regione è centrale il ruolo delle Province, degli Enti locali e della rete delle autonomie scolastiche ma deve continuare un forte impegno, anche nella Conferenza Stato Regioni per contrastare l' azione del Governo di forte e costante riduzione delle risorse nel sistema scolastico che sta determinando pesanti criticità in relazione a personale e strutture con forte impatto negativo sul servizio educativo e sulle attività di sostegno agli alunni svantaggiati.  Una particolare attenzione anche finanziaria va rivolta alla realizzazione e consolidamento dei percorsi triennali per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione e per l’acquisizione della qualifica, strumenti fondamentali contro la dispersione scolastica e l’insuccesso formativo;  rivisto il quadro giuridico di riferimento, portando a compimento le proposte di legge sul diritto allo studio scolastico e sulla formazione permanente, entrambe già in avanzato grado di elaborazione, per promuovere e facilitare la frequenza scolastica (servizi di orientamento, borse di studio, mense scolastiche, trasporti …) e offrire a ciascuno durante tutto il ciclo di vita, occasioni e opportunità di acquisizione, manutenzione, aggiornamento, sviluppo delle competenze;  implementato il Repertorio Regionale delle qualifiche con la definizione di profili e figure professionali nuove, specie relative ai settori della green economy e della energia;  mobilitate tutte le risorse locali (scuole, agenzie formative mondo produttivo locale) coinvolgendo le famiglie e gli stessi giovani con un’adeguata comunicazione, informazione e strumenti specifici di welfare, per raggiungere, nel 2015, gli obiettivi concreti: a) della diminuzione del 20% dell’ abbandono scolastico dei giovani senza titolo o qualifica professionale; b) dell’ aumento fino all’85% della popolazione giovanile che consegue il diploma di scuola secondaria;


rafforzato il finanziamento per la formazione nell’apprendistato, da incentivare sia per l’accesso delle donne al mercato del lavoro, sia per i diplomati e i laureati, per garantire l’acquisizione, di concrete competenze, consentendo in tal modo forme di flessibilità meno precarie rispetto al ventaglio dei rapporti atipici; predisposto un piano di nuove iniziative che diano la priorità agli investimenti in ricerca e innovazione, in formazione e istruzione, in particolare nei settori della green economy e dell’energia, rivisitando a questo scopo la programmazione industriale e di sviluppo regionale; confermato e ampliato il ricorso all’erogazione di voucher per la conciliazione lavoro- famiglia, per agevolare l’ occupazione femminile e per facilitare la frequenza di percorsi di formazione superiore per i giovani e di apprendimento e formazione per gli adulti; stabilito un collegamento stabile e sinergico tra mondo della ricerca e mondo produttivo con modalità avanzate di integrazione tra università e imprese, favorendo anche lo spin-off.

Seppur in diversa misura le Province si sono proposte come agenti di sviluppo locale testimoniando protagonismo, capacità progettuale, stimolo all’innovazione, nella convinzione che non sia più sufficiente rappresentare interessi sempre più parcellizzati. E’ di loro competenza e va assolutamente perseguita, l’integrazione della rete dei servizi per l’impiego pubblici, da rafforzare, con i servizi privati accreditati e collegati con il sistema dell’offerta formativa territoriale e con il sistema delle imprese. Con il loro concorso vanno predisposte le necessarie azioni di stimolo affinché le piccole aziende si riuniscano in cluster omogenei in grado di varare progetti comuni. Per la realizzazione degli obiettivi previsti dal “Patto contro la crisi”, sarà anche opportuno procedere ad una verifica della struttura burocratica, decisiva per il pieno successo della strategia messa in atto L’insieme di questi obiettivi prefigura l’esigenza di una nuova governance che consenta di:  ottimizzare l’uso delle risorse del territorio per attrarre gli imprenditori a scegliere il Lazio, regione che può far aprire un’impresa in un giorno;  stimolare e sostenere l’aggregazione tra imprese, il sostegno alla specializzazione verso produzioni ad alto valore aggiunto che le rendano qualitativamente più competitive sul mercato globale.  inserire un meccanismo premiale che incentivi le imprese a superare le distorsioni presenti nel mercato, a partire da quello del lavoro. Per una cultura non localistica Roma e il Lazio, devono poggiare sulle diffuse strutture culturali presenti, in particolare nella Capitale; un “atout” spesso trascurato, soprattutto se si considera la forza economica e sociale che sviluppano su scala nazionale e non solo. L’ “industria” dell’ intrattenimento culturale, del turismo e la produzione multimediale hanno assunto negli ultimi anni nella Regione Lazio dimensioni di prima grandezza. Fatto salvo il lavoro di ricucitura della memoria e di salvaguardia delle specificità provinciali, la Regione Lazio deve sviluppare l’ industria del cinema, della televisione e della produzione culturale in genere con investimenti specifici che accolgano la sua natura di richiamo della intellettualità di tutto il centro sud del Paese ed in alcuni casi ( il cinema e la televisione) di buona parte dell’Italia. Investimenti sui giovani e le nuove aziende, formazione professionale per cinema, teatro, editoria, sostegno alle scuole di eccellenza di settore (archivistica, restauro, doppiaggio tra le altre) sono un investimento a basso costo sul futuro della Regione stessa ed un modo per praticare nei fatti un federalismo fiscale concreto fatto di direzionalità politica per tutto il sistema azienda del Lazio.


L’eccellenza sanitaria ed il risanamento del sistema L’entità del debito accumulato dalla sanità laziale ed i limiti che ha posto alla spesa dell’intero sistema regionale, richiedono una riflessione senza reticenze sulle ragioni che hanno determinato un tale stato di fatto. Per questa ragione non è saggio nel rapporto con i cittadini offuscare le origini di una situazione dalla quale si uscirà solo lentamente, sia per i tempi medio-lunghi per recuperare una maggiore liquidità della finanza regionale, sia perché il sistema continua a produrre deficit di oltre un miliardo l’anno ed il rientro da questo deficit richiede riforme strutturali sistematiche, progressive, coerenti, efficienti e efficaci. Permangono nel dibattito sulle soluzioni delle ambiguità. Almeno tre di fondo: - il rapporto tra soggetti erogatori pubblici e soggetti erogatori privati; - il nuovo rapporto che la tecnica organizzativa, le tecnologie, i progressi in medicina impongono tra assistenza ospedaliera, prevenzione, diagnosi e cura sul territorio; - i nuovi bisogni di assistenza. La prima ambiguità da sciogliere con coraggio, senza timidezze, è quale rapporto si vuole riservare ai soggetti pubblici e a quelli privati nella gestione della sanità e con quale burocrazia si intende assicurare i risultati della gestione. Solo con evidenti ed efficienti cambiamenti si può giustificare un ulteriore ricorso alla pressione fiscale. La seconda ambiguità risiede nella pigrizia culturale con la quale si continua a declinare il modello di organizzazione dei servizi sanitari elaborato alla fine degli anni Settanta. In questo modello il territorio era l’elemento portante ed esso si combinava con le politiche di prevenzione. I cambiamenti intervenuti sono strutturali e per brevità si delinea solo il punto di arrivo. La struttura sanitaria più costosa e più complessa, l’ospedale, ha subito profondi cambiamenti innestati dalle tecnologie e dal progredire rapidissimo della scienza e della tecnica medica. L’ospedale oggi è una concentrazione elevatissima di capitali e di professionalità, anche esse ad altissima capitalizzazione, per la formazione iniziale e continua che richiedono. Non sono più distribuibili sul territorio, anche quando disponiamo di bacini di utenza ottimali per la relazione con la morfologia, i riferimenti istituzionali e la storia del territorio. Questi elementi devono, invece continuare ad ispirare la organizzazione della prevenzione. Su queste basi si può ottenere una grande riduzione della spesa, ormai divenuta necessaria, ma come è stato evidente in questi anni, è necessaria determinazione politica e capacità di comunicazione con i cittadini. Essi chiedono servizi sanitari, specie se ospedalieri, qualunque sia la loro qualità, sotto casa. Soddisfazione di un bisogno psicologico di sicurezza irrealizzabile poiché le risposte sanitarie sono sempre più complesse per i successi che segna la lotta alla malattia, con un avanzare sempre più tumultuoso. Da qui la necessità di sostituire gli ospedali con i “distretti”. I nuovi bisogni di assistenza sono la terza ambiguità. La cura dei pazienti terminali e la dignità dell’anziano sono le premesse per reclamare il rispetto della vita. Sono l’alfabeto della vita. Senza difendere questi valori non si è credibili sul crinale in cui la vita non deve essere sinonimo di efficienza, perché non è un bene prodotto e destinato a produzione. La vita rimane sempre un dono. Da chiunque si crede che provenga questo dono. E invece qui si annida la privatizzazione più selvaggia. Altra rendita: questa volta direttamente ricavata sulle persone più deboli. L’elevato impegno di risorse che la Giunta Regionale del Lazio ha avviato per il risanamento finanziario del sistema sanitario, dovrà necessariamente essere accompagnato da una profonda revisione del modello organizzativo, senza il quale il


rallentamento della dinamica della spesa, non sarà sufficiente per rientrare nei parametri fissati dal governo. Le proposte: Il rilievo dato agli aspetti finanziari e al taglio dei posti letto ha messo in ombra presso i cittadini l’impegno profuso per migliorare la sanità laziale, che è giudicata una delle migliori in assoluto in Italia, anche se rimangono da risolvere alcuni problemi a partire dai tempi di accesso alle prestazioni sanitarie. Il piano di riordino regionale della rete ospedaliera che in un primo momento aveva trovato l’opposizione, per opposti motivi, del governo e delle forze sociali, alla luce del Patto per la salute non è più rinviabile. Il futuro piano dovrà garantire la qualità dei Livelli Essenziali di Assistenza e rispondere al principio di assicurare universalità ed equità del sistema, tenendo conto della specificità e dei fabbisogni del territorio. La mancata attuazione ha consentito al Governo di attivare la gestione commissariale laziale su cui esprimiamo riserve poiché un atto tanto rilevante per la collettività non può essere sottratto al giudizio di un’assemblea legislativa e pertanto per una credibile opposizione al commissariamento, sarà necessario che il Presidente adempia subito all’impegno di predisporre un nuovo piano di rientro. Riteniamo poi che la Regione Lazio debba dotarsi di una legge di riforma del sistema sanitario regionale (l’ultima legge in materia è la 18/94): a) per adempiere nel modo migliore a quanto dettato dall’art.117 della Costituzione che assegna alle regioni la responsabilità di programmazione, fissazione degli obiettivi e allocazione delle risorse, in relazione ai quali verranno definiti gli incentivi; b) per le sue peculiarità (basti pensare all’elevata presenza di policlinici, istituti di ricovero e cura a carattere scientifico – IRCCS - e alla presenza di ospedali classificati) che necessitano di assetti istituzionali ed indirizzi strategici e normativi specifici. La regionalizzazione del sistema sanitario da tempo richiede di:  indagare sulle dinamiche che intervengono in relazione all’innovazione gestionale dei servizi e delle prestazioni sanitarie;  ripensare il ruolo ed il peso dei singoli soggetti, nei processi decisionali, nei vari ambiti;  indicare le procedure che consentano di dare certezza di attuazione alle decisioni programmatiche: dall’assegnazione delle risorse, alla gestione del personale, alla valutazione sulla creazione di nuove strutture;  commisurare le proprie risorse (compatibilità e sostenibilità) ai mutamenti osservati a livello sociale e produttivo, quali l’incremento del tasso di senescenza; l’elevata disponibilità di nuove terapie e farmaci, che influiscono sull’allungamento delle aspettative di vita, ma pesano sui bilanci delle Asl; il ruolo che stanno assolvendo i fondi sanitari integrativi categoriali, divenuti i primi committenti della sanità privata a scapito di quella pubblica. Alla luce di questi fattori di cambiamento diviene urgente rendere efficiente il sistema sanitario pubblico con:  il riequilibrio dell’offerta ospedaliera, a favore delle strutture sul territorio (distretti con autonomia tecnico-gestionale ed economico-finanziaria, ambulatori H24, hospice, presidi territoriali di prossimità, gestiti dai medici di medicina generale), trasformazione degli ospedali minori in Rsa, centri per la riabilitazione e la prevenzione;


il monitoraggio dell’appropriatezza delle prescrizioni diagnostiche e farmacologiche da migliorare attraverso la diffusione di protocolli terapeutici per le diverse patologie, specie quelle croniche, elaborati dalle società scientifiche e condivisi con le rappresentanze dei medici di medicina generale (MMS) e dei pediatri di libera scelta (PLS), nonché dei medici ospedalieri;  la concreta attuazione dei regolamenti approvati dalla Giunta Regionale nel 2006/2007 in ossequio alla L.R. 4/2003 relativi all’autorizzazione e all’accreditamento delle strutture sanitarie pubbliche, private e classificate, ponendo così fine allo stato d’incertezza e provvisorietà che riguarda oggi tali strutture e porre così mano in via definitiva all’accreditamento e alla conseguente contrattazione delle prestazioni con tutte le strutture interessate;  l’inserimento nel Re.CUP di tutti gli istituti pubblici, compresi quelli universitari e IRCSS, classificati e accreditati per almeno il 70% delle prestazioni ambulatoriali rese al fine di abbattere seriamente le liste di attesa;  la revisione del sostegno economico-finanziario ai Policlinici universitari, assegnando, alla Regione, nel rapporto con questi, la titolarità della programmazione per gli aspetti concernenti le attività assistenziali. Per una gestione improntata ai più aggiornati modelli organizzativi si propone:  il ridisegno dei confini delle AA.SS.LL. territoriali ai fini della riduzione del numero delle stesse e per riequilibrare la disponibilità di posti letto a favore delle aree meno dotate;  l’istituzione della “Area Vasta”, onde poter programmare all’interno di tali comprensori un’adeguata rete di servizi territoriali ed ospedalieri con presenza, per ogni Area, dei reparti di alta specialità fino al DEA di 2° livello;  assegnazione obbligatoria all’Area Vasta, (per la quale va individuata la migliore formula di direzione) della delega, da parte di ogni ASL per:  acquisti di beni e servizi, sanitari e non;  gestione del personale;  programmazione e gestione del sistema informatico, secondo le direttive della Lait regionale.  l’effettiva autonomia gestionale delle strutture ospedaliere a gestione diretta con budget annuale concordato con la Direzione Generale delle ASL di appartenenza, gestito dalla direzione di presidio, coadiuvata da un consiglio ospedaliero eletto dai dipendenti;  la stabilizzazione di tutto il personale precario in servizio con i requisiti delle leggi finanziarie 2007/2008, sia del comparto che della dirigenza, secondo le modalità e le scadenze stabilite dagli accordi Regione-OO.SS. del luglio 2009;  regole e standard organizzativi comuni tra il settore pubblico e quello privato, comprese le qualifiche del personale, i requisiti specifici di studio e di carriera della dirigenza medica e non e dei diversi ruoli di personale sanitario e tecnico, quale premessa per un accreditamento definitivo di quest’ultimo, da sottoporre a verifica attraverso un ente terzo, autonomo ed indipendente in grado di implementare l’eccellenza qualitativa e l’efficienza economico-gestionale;  il mantenimento e il rafforzamento dell'attuale sistema di pagamento ai fornitori di beni e servizi, compresi gli istituti accreditati, onde eliminare dal sistema sanitario la spesa per oneri finanziari, spesso occulta, ma sempre terreno di coltura per le rendite parassitarie, che rischiano di strangolare la finanza regionale;  l'affidamento ad un organismo terzo della gestione dell'albo dei Direttori Generali, sia per il bando e relativi adempimenti, sia per la valutazione dell'effettivo possesso dei requisiti previsti dalla normativa vigente nonché sui risultati raggiunti. I Direttori


Generali dovrebbero essere nominati per un quinquennio, salvo il superamento delle verifiche di legge, onde sottrarli alle pressioni indebite e ai condizionamenti legati ai rinnovi; le figure apicali (Primari e Direttori di Struttura Complessa) dovrebbero essere individuati attuando la recente normativa deliberata dalla Giunta Regionale, che prevede una graduatoria finale dei candidati elaborata dalla commissione di concorso e non più la semplice idoneità degli stessi al posto messo a concorso; le AA.SS.LL., liberate dalla gestione degli ospedali, oggi preminente, dovrebbero potenziare tutti i servizi territoriali al fine di realizzare servizi di reale prevenzione per i cittadini e pervenire finalmente alla "presa in carico" dei pazienti cronici e non autosufficienti, il cui numero è purtroppo destinato ad aumentare nel tempo a causa della maggior durata di vita della popolazione, gestendo inoltre in via diretta i presidi dismessi e trasformati in PTP, RSA, hospice, ponendo così fine all'attuale stato di sostanziale privatizzazione di tali servizi; alle AA.SS,LL. così riorganizzate potrà essere affidata anche la gestione dei servizi sociali, in accordo con i Comuni, onde dare più concreta attuazione alla legge 328/2000 ed eliminare i confini istituzionali e di campi di competenza oggi esistenti fra le esigenze di carattere sociale e sanitario spesso frammiste nella realtà fortemente fra di loro; va definito inoltre il Piano Ospedaliero Regionale che porti, oltre alla definizione delle reti hub e spoke per le alte specialità, anche al rafforzamento e alla concentrazione dei tanti piccoli ospedali fotocopia presenti nelle province, con lo scopo di creare nuove, moderne e adeguate strutture, che giustifichino, per dimensione e qualità la presenza di quelle dotazioni professionali e tecnologiche che costituiscono oggi la sostanza degli ospedali e ne giustificano l'esistenza, solo così si potranno evitare gli esiti spesso funesti e invalidanti dovuti a ricoveri in strutture inadeguate. In sostanza si tratta di moltiplicare le operazioni già avviate con l'Ospedale dei Cartelli Romani e con quello del Golfo a Latina, creando una rete ospedaliera nelle province non più tributaria di quella romana; tutti gli istituti accreditati e classificati, che abbiano al loro interno reparti per acuti e non abbiano un servizio di Pronto Soccorso dovranno essere inseriti nel circuito dell'emergenza, almeno per il 50% dei posti letto, perché non è più concepibile che siano solo le strutture pubbliche e quelle accreditate con Pronto Soccorso a farsi carico dell'onere dei posti letto in emergenza, mentre altri scelgono ogni giorno il tipo di pazienti da ricoverare, lucrando i DRG più costosi; i controlli sulle prestazioni di ricovero e ambulatoriali, per tutti gli istituti pubblici, privati accreditati e classificati vanno effettuati da un uno stesso ente terzo, in base a medesime regole stabilite, onde evitare disparità di trattamento e di interpretazione; va ulteriormente incentivato l'obbligo della contabilità analitica per centri di costo delle singole AA.SS.LL. e Aziende Ospedaliere, che abbiano alla base una pianta organica certa del personale per ogni macrostruttura ospedaliera e territoriale. Si ritiene che solo un sistema basato sui criteri del budget e sulla responsabilità totale (e senza alibi dei dirigenti e dei quadri intermedi, con relative verifiche periodiche) può dare la direzione di un reale controllo della spesa. Il sistema con le dovute cautele, andrà esteso anche ai MMG e PLS, che costituiscono le figure primarie sia dell'assistenza sul territorio, sia come ordinatori di spesa. Il loro coinvolgimento dovrà essere costante e prioritario fino ad affidare loro, non solo la gestione dei PTP e dell'assistenza medica nelle RSA, ma anche la copertura dei territori con servizi di continuità assistenziale H12 e H24 e codice di priorità nella richiesta agli ospedali e ai presidi territoriali delle prestazioni diagnostiche e terapeutiche;


vanno inoltre valorizzate, specie nei territori montani o comunque lontani dai presidi sanitari, le risorse delle farmacie convenzionate e pubbliche e le relativi potenzialità assistenziali,incrementandone ulteriormente le competenze stabilite dalle recenti norme di legge innovative. L'insieme di questi provvedimenti dovrebbe trovare concreta attuazione con singoli atti deliberativi e legislativi entro il 31 dicembre dell’anno in corso, mentre il Piano Ospedaliero dovrebbe essere inviato al Governo subito dopo l’elezione del nuovo presidente della Regione e comunque entro il prossimo 30 giugno, come da impegni presi in ossequio al nuovo Patto per la Salute 2010/2012, approvato il 3 dicembre scorso dalla Conferenza Stato/Regioni. Il tutto integrato, con il Piano Sanitario Regionale 2010/2012 approvato il 18 dicembre scorso dal Commissario ad acta, per l'attuazione del Piano di Rientro. L’obiettivo ambizioso, ma alla nostra portata, è rispettare le scadenze, rientro programmato dal deficit annuale (oggi di 1.300.000.000 euro), per un definitivo risanamento finanziario del Servizio Sanitario Regionale e conseguente eliminazione dei prelievi d'imposta aggiuntivi al momento ancora in essere.

La politica dei servizi sociali I compiti ad essa connessi sono crescenti e complessi. Da questa consapevolezza scaturisce la proposta di una nuova legge di riordino del sistema integrato dei servizi sociali con l’approvazione della proposta di legge regionale, già predisposta che era all’esame del Consiglio Regionale. A tale scopo è opportuna l’approvazione di una legge regionale che sostenga un percorso di sperimentazione per l’integrazione socio-sanitaria, con la creazione in alcuni distretti (attualmente i distretti socio-sanitari della Regione sono 17 nella Provincia di Roma; 5 nella Provincia di Frosinone; 5 nella Provincia di Rieti; 5 nella Provincia di Latina; 5 nella Provincia di Viterbo, per un totale di 36 distretti, che sommati ai 19 Municipi del Comune di Roma, fa complessivamente 55 distretti socio-sanitari) di una agenzia, a totale gestione pubblica, per la gestione centralizzata e integrata di tutti i servizi sociali e sanitari del territorio. Per il Terzo Settore e le Organizzazioni Onlus si propone la redazione e l’approvazione di una nuova organica legge regionale come testo unico. Essa deve comprendere le tre leggi vigenti sulle cooperative sociali, le associazioni di volontariato, le associazioni di promozione sociale e tenere conto della legislazione nazionale in mutamento. Per le Cooperative sociali occorre prevedere in particolare: 1. norme e incentivi economici ai Comuni che affidano alle Cooperative la gestione dei servizi socio-assistenziali, per consentire ed esigere l’applicazione del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro; 2. riduzione dell’IRAP regionale per le Cooperative sociali iscritte all’albo regionale. Agli Anziani vanno dedicati specifici interventi fra loro coordinati, a partire dal rafforzamento dei Centri importante luogo di socializzazione, incontro e valorizzazione del protagonismo sociale e l’istituzione del Coordinamento regionale, articolato su base provinciale, dei Presidenti del Centri anziani, quale luogo di condivisione e concertazione degli interventi regionali a loro favore. Va sostenuta la costituzione di gruppi d’acquisto collettivo anche nei centri anziani, in collaborazione con l’Arsial, al fine di consentire l’acquisto a prezzo agevolato di un paniere di alimenti e prodotti dell’agricoltura regionale. Per sostenere gli anziani fragili e malati di Alzheimer occorre favorire l’istituzione, in ognuno dei distretti socio-sanitari, di un Centro diurno.


Agli anziani non autosufficienti al di sotto di una soglia di reddito, si dovrà assegnare un contributo economico per il pagamento dei contributi previdenziali per il contratto di assunzione di un assistente familiare (badante), con il risultato di favorire anche l’emersione di contratti di lavoro in nero degli immigrati.

Per la famiglia Le carenze denunciate nel sostegno alla famiglia, conseguenza della concezione e del ruolo assegnatole dal nostro sistema sociale sollecitano un’articolata politica sociale, a partire da quanto rilevato sul territorio. Pertanto di sollecita: 1. la realizzazione dell’Osservatorio sui problemi delle Famiglie, per disegnare un quadro aggiornato sulle loro difficoltà, per ogni zona del territorio regionale sulla quale viene riconosciuta la necessità di una programmazione di servizi specifici. 2. d’intesa con Comuni, ASL ed altre istituzioni la creazione una rete di Centri di Ascolto allo scopo di consentire una mappatura dei motivi del disagio generazionale e delle difficoltà d’integrazione nell’ambito sociale, su tutto il territorio regionale. Tali Centri saranno inoltre uno strumento in grado di fornire informazioni, orientamento e consulenza, sia nell’accesso alle prestazioni e alle opportunità, che nell’affrontare le problematiche di disagio sociale. 3. una particolare attenzione verrà rivolta alle famiglie che presentano situazioni di particolare disagio, agendo sempre in strettissima intesa con i Comuni e con le ASL, con l’obiettivo di offrire soluzioni di fondo in relazione a tali problematiche: - attraverso piani personalizzati, nel rispetto della libertà e dell’autonomia dei loro componenti; - riconoscendo la parità di diritti e doveri nella coppia per la gestione e il mantenimento del nucleo familiare, la crescita e l’istruzione dei figli; - con particolare attenzione deve essere posta all’informazione, alla prevenzione, al sostegno della fragilità familiari, alle adolescenti, alle difficoltà dell’età adulta e alle nuove cittadine. A tal fine dovranno essere realizzate nuove strutture di Consultori familiari, potenziare ed innovare gli esistenti ed includere tutte le professionalità necessarie, per una più efficace risposta ai nuovi bisogni sociali e sanitari; - ridurre le differenze delle condizioni di vita di coloro che appartengono a tipi di famiglia diversi per numero dei figli o per la presenza di altre persone adulte a carico o di persone prive di autonomia fisica o psichica; - rimuovere gli ostacoli presenti nelle famiglie per la piena conquista dell’autonomia personale di tutti i loro membri; - promuovere il coinvolgimento e la partecipazione delle famiglie e delle loro associazioni; - agevolare e sostenere la formazione e lo sviluppo dei nuovi nuclei familiari, con interventi diretti a rendere più agevoli le conseguenti scelte e responsabilità: - sostenere il diritto della coppia a scelte libere e responsabili di procreazione e rimuovere gli ostacoli che ad essa si frappongono; - sostenere le persone cui competono funzioni genitoriali, promuovendone la corresponsabilità; - agevolare e sostenere le scelte di autonomia rispetto alle famiglie di origine dei giovani e delle giovani maggiorenni; - riconoscere il valore sociale del lavoro domestico e di cura, in quanto attività essenziali per la vita delle famiglie e per la società stessa, rendendo compatibili, anche attraverso l’estensione e la diversificazione dei servizi, le esigenze derivanti dagli impegni di lavoro dei coniugi con quelle derivanti dalle responsabilità familiari;


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favorire la piena corresponsabilità dei membri della famiglia e la redistribuzione del carico del lavoro domestico e di cura tra i sessi; favorire il mantenimento del rapporto tra le generazioni nelle diverse forme in cui esso si può realizzare, favorendo ove possibile la permanenza dell’anziano nella comunità familiare o nel suo ambiente; formulare progetti mirati, sempre in accordo con i Comuni, per il sostegno delle famiglie monoparentali; promuovere ed agevolare l’istituzione dell’affido familiare in tutti quei casi dove ne viene ritenuto opportuna l’applicazione; promuovere ed agevolare l’istituzione dell’adozione in tutte le sue forme, familiare o a distanza; realizzare campagne per lo sviluppo del sostegno a distanza; promuovere forme di cooperazione tra famiglie; promuovere il sostegno delle istituzioni negli eventi critici della vita familiare; intervenire nei Comuni che al momento non possono permettersi la costituzione degli asili nido, agevolando forme diversificate del servizio; costruire la rete dell’associazionismo secondo le indicazioni dell’art. 16 della Legge 328/00; favorire quei progetti che riconoscono e sostengono il valore della genitorialità, particolarmente verso quelle madri a rischio di emarginazione; realizzare il coordinamento dei Centri di Mediazione Familiare del territorio.

Per i minori Sostegno ai piccoli comuni (al di sotto dei 5.000 abitanti) per il pagamento delle rette per l’inserimento di minori, a seguito di provvedimento dell’autorità giudiziaria, in case famiglia. Sostegno alla conoscenza e diffusione dell’affido familiare, con l’istituzione in ogni distretto socio-sanitario, di un servizio per la formazione e selezione delle coppie e dei singoli che si rendono disponibili all’affido familiare. Per l’integrazione degli immigrati Nonostante la grave latitanza del governo centrale sul riordino della normativa sulla immigrazione e l' Asilo, la Regione Lazio ha approvato in questa legislatura la Legge Regionale sull' immigrazione, che di linea le strategie di costruzione di percorsi di inclusione e di cittadinanza sociale in tutti gli aspetti. Esiste però un tema culturale di fondo: è difficile praticare questo approccio se Il tema dell' immigrazione a livello nazionale è tornato ad essere prevalentemente una questione emergenziale, senza strategie di integrazione e precarizzando ulteriormente le condizioni di vita degli immigrati e delle loro famiglie. Considerare ancora “alunni extracomunitari” bambini della scuole materne quando il 75% di loro è nato in Italia vuol dire praticare una esclusione di tipo etnico. Occorre invece accelerare l' approvazione della legge per conferire la Cittadinanza italiana a bambini nati in Italia da genitori immigrati regolari e praticare nelle scuole l' approccio dell' interculturalità secondo la Strategia definita in Europa. La questione della non discriminazione degli immigrati non è stato ancora correttamente assimilato; non tutti loro sono assimilabili ad una categoria debole, basti riflettere che il tasso di crescita delle imprese individuali straniere nel Lazio è di molto superiore (stimato fino a tre volte) quello delle stesse imprese italiane. Si pone quindi un serio problema d’inserimento graduale di questi nuovi concittadini che oramai sono alla seconda generazione.


Il riconoscimento dei permessi di soggiorno continua ad essere un tema spinoso, soprattutto sul piano burocratico. Occorre procedere alla stipula di un Protocollo di intesa con il Ministero degli interni e l’ANCI Regionale per un progetto sperimentale che affidi ai Comuni, previo conferimento di apposite risorse, il rinnovo dei permessi di soggiorno, al fine di abbattere drasticamente gli attuali tempi di attesa presso i Commissariati e le Questure Gioverà a calibrare meglio gli interventi a livello territoriale, l’istituzione, sulla base della recente nuova legge regionale sull’immigrazione, delle Consulte Provinciali degli immigrati, quale luogo di condivisione e concertazione delle politiche regionali sull’immigrazione.

Dai diritti delle donne nuove opportunità per una società solidale La crisi economica e la rimessa in discussione di valori fondativi l’ordinamento democratico del nostro Paese, richiede anche da parte delle regioni un impegno per l’affermazione di una società dinamica, aperta ai cambiamenti e alle sfide del tempo e nel contempo forte per solidarietà e rispetto della diversità. Le donne possono dare un contributo straordinario, nelle attività economiche e sociali come in quelle culturali e per l’affermazione dei diritti di cittadinanza. La Regione Lazio deve quindi porre nell’agenda programmatica dei prossimi cinque anni la valorizzazione dei talenti e delle esperienze delle donne promuovendo strategie politiche dirette a favorire la partecipazione e la presenza delle donne nei diversi contesti di vita tenendo conto delle variegate realtà delle cinque province del Lazio. Particolare rilievo riveste la partecipazione delle donne al mercato del lavoro che sebbene nella nostra regione sia superiore alla media nazionale, è ancora al di sotto del 60% rispetto ai parametri fissati dalla strategia di Lisbona. Come dimostrano i paesi a maggiore industrializzazione il lavoro delle donne rappresenta per la regione una grande opportunità per rilanciare lo sviluppo e contribuire alla crescita del PIL. La crisi economica ha prodotto un calo dell’occupazione femminile nel lavoro dipendente pari all’1,3%, e per la prima volta registra un calo occupazionale anche tra le donne straniere; cosa ancor più grave ha originato una crescita dell’inoccupazione femminile che oltre a motivi familiari e culturali indica la sfiducia delle donne nel trovare una buona occupazione. Sulla scelta dell’abbandono del lavoro o della mancata ricerca, incidono più fattori:  L’assenza di una “rete” di sostegno alla conciliazione famiglia-lavoro;  la disponibilità del partner a condividere i carichi familiari;  l’offerta di servizi, economicamente accessibili, di supporto. Peraltro la posizione lavorativa delle donne è contrassegnata da ingiustificate disparità contrattuali, retributive e previdenziali, a cui si sommano disparità sociali, anche a carattere territoriale. Nel corso dell’ultima legislatura la Regione Lazio si è molto impegnata per generare pari opportunità ponendo in tutti i progetti di sviluppo l’obiettivo di rimuovere gli ostacoli alla loro partecipazione in tutti i settori produttivi e la conciliazione tra ruoli familiari e lavorativi. L’attenzione riservata dalla Regione alla formazione delle donne, all’accesso al credito, alla nascita delle imprese, all’inserimento lavorativo e alle politiche di conciliazione, ha dimostrato il fermento che anima i talenti femminili e la capacità di


produrre innovazione, nell’agricoltura, nella cultura, nel terziario, con la valorizzazione delle risorse presenti e producendo un innalzamento della qualità di vita dei territori. Ne è prova l’impegno verso le donne “over 40”, età in cui le donne decidono di rimettere in gioco le proprie competenze, dopo una interruzione per maternità o la cura dei figli di tenera età, o l’espulsione dal mercato del lavoro. In molti casi, sia le donne italiane, sia le straniere, hanno dimostrato di saper superare le difficoltà del reinserimento, con entusiasmo e creatività, riscoprendo le proprie abilità, in risposta alle esigenze dei settori produttivi, dei consumatori e dei cittadini. Alla luce di quanto evidenziato la Regione Lazio, deve proseguire verso gli obiettivi già individuati dando ulteriore impulso all’innovazione del welfare tradizionale e generando un insieme di provvidenze riconducibili al workfare, per una politica attiva del lavoro. Sono parte di questo impegno:  la realizzazione di un welfare regionale innovativo, con al centro la persona, che la accompagni nelle diverse esigenze di vita: dal sostegno alle fragilità, al ruolo della famiglia, ai servizi per l’infanzia da potenziare, alla genitorialità, al trasporto degli anziani  gli interventi di sostegno alla buona occupazione delle donne, riducendo il precariato e favorendo l’occupazione stabile, anche con incentivi alle imprese;  la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro anche attraverso la flessibilità dell’orario di lavoro ed il telelavoro.  la nascita, l’affermazione e l’espansione dell’impresa femminile, anche attraverso l’individuazione di sistemi di accesso al credito, la formazione manageriale, l’accompagnamento dell’impresa. Il riconoscimento dei diritti delle donne è inseparabile da una strategia politica mirata a far crescere la cultura del rispetto della dignità umana e delle pari opportunità in tutti gli aspetti della vita collettiva, che contrasti le intolleranze razziali, di genere e di religione, con progetti mirati capaci di favorire il senso civico e la cultura dell’accoglienza, dell’inclusione e della solidarietà. Anche per queste politiche si pone l’esigenza di monitorare e misurare i risultati che si otterranno e a tal fine sarà opportuna la predisposizione di un bilancio di genere, teso ad individuare le ricadute delle scelte economiche sulle diverse esigenze di donne e uomini e per il benessere collettivo. Per dare maggior impulso a queste politiche è necessario non solo agire sui singoli settori ma rilanciare la partecipazione paritaria dei generi alla vita politica ed amministrativa. In questo senso la riforma della legge elettorale regionale non può in alcun modo rappresentare un arretramento rispetto alla normativa attuale che con pari numero di candidate e candidate nel listino ha permesso un risultato positivo nella composizione del Consiglio regionale mai raggiunto nelle precedenti legislature. Le questioni poste e la capacità di condividere un progetto alternativo a quello della destra, sulla base dell’innovativo lavoro realizzato dalla giunta di centrosinistra in questi cinque anni nel Lazio, riteniamo consentano un rigoroso confronto con Emma Bonino. Un contributo, quello dei firmatari del documento, non limitato all’appuntamento elettorale regionale che guarda alla vita politica e democratica dell’Italia e al ruolo del PD. Essi ci stanno a cuore e ci coinvolgono per un futuro che valga la pena di preparare e di sentire nostro.


Allegati Scheda 1 Riorganizzazione delle società regionali Molto è stato fatto in questo ultimo anno, ma molto c’è da fare. Risulta nettamente rafforzato il legame tra la holding Sviluppo Lazio e le società partecipate, mentre molto ancora va fatto per quanto riguarda il legame tra la Regione e la società holding. Sotto questo profilo, una cabina di regia potrebbe risultare paralizzante; più efficiente e razionale sembra essere l’ipotesi di un ufficio del programma, organo di staff della Presidenza della Regione che è incaricato di inoltrare alla holding delle richieste della Regione inserendole in un disegno coerente di azione evitando duplicazioni di richieste; esso dovrebbe essere incaricato anche delle valutazioni delle performances delle società, della congruità delle mansioni dei managers delle società e delle relative remunerazioni. Sul versante delle società le audizioni condotte da Sviluppo Lazio hanno messo in luce che le nove società del sistema potrebbero essere ridotte a tre. Una prima società di sostegno alle attività della Regione che si occupi di studi analisi e proposte; gestione dei bandi e promozione all’estero delle merci della regione. Questa società potrebbe essere l’attuale Sviluppo Lazio che manterrebbe il ruolo di holding operativa, ma con compiti più delimitati. Una seconda società di sostegno creditizio, finanziario ed assicurativo alle imprese e per nuove iniziative Questa società sarebbe costituita dalla fusione e riorganizzazione dell’Unionfidi e della BIL-BIC; il suo compito non sarebbe solo di svolgere un ruolo fondamentale per l’economia regionale, ma anche di porre mano ad inefficienze e costi inusitatamente elevati; Una terza società per la ricerca, l’innovazione e i distretti industriali. Essa dovrebbe curare i rapporti con le Università in modo nuovo, ad esempio attraverso incentivi (eliminazioni tasse universitarie, sussidi ecc) agli studenti universitari delle facoltà scientifiche; sostegno a poli scientifici e di eccellenza; indagine sui settori in declino; attività di supporto ai distretti industriali, alla innovazione di prodotto e di processo come il sostegno alle fonti energetiche alternative e alla green economy). Questa società potrebbe essere costituita dalla attuale FILAS. Questa riorganizzazione porterebbe: a) ad una riduzione notevole delle inefficienze e dei costi di gestione; b) ad un più razionale utilizzo delle persone e delle professionalità prodotto dall’accorpamento di funzioni contigue; c) alla creazione di uno strumento della politica economica regionale più snello per effetto della riduzione dei soggetti coinvolti. Scheda 2 Il riordino del sistema d’istruzione e formazione professionale La riappropriazione del ruolo regionale implica che siano rese disponibili più risorse ordinarie a carico del bilancio regionale e meno dipendenti da risorse UE, nello specifico previste dal Programma Operativo Obiettivo II FSE 2007-2013. Se per gli interventi formativi riconducibili alla macrotipologia Formazione superiore e Formazione continua, le opzioni che si pongono in campo sono destinate ad incidere su


cittadini già con un vissuto alle spalle, ovvero con formazione umana già consolidata, e forse a basso rischio di incidenza sugli equilibri psico-fisici, diverso è per gli interventi relativi alla macrotipologia denominata impropriamente obbligo formativo che comprende l’assolvimento dell’obbligo di istruzione e il diritto dovere di istruzione e formazione professionale. La mancata risposta, in termini di risorse finanziarie disponibili, produce la perdita di speranza e di prospettiva in soggetti che non hanno altra via di uscita. Si tratta di attività di istruzione e formazione professionale rivolta ai giovani della fascia di età 14 – 18 anni, quale percorso per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione e per l’acquisizione di una qualifica professionale corrispondente almeno al secondo livello europeo nonché, di prossima attivazione, per l’acquisizione di un diploma professionale; una proposta di formazione che rappresenta un segmento rilevante delle competenze regionali. Inoltre i percorsi triennali contribuiscono non poco a ridurre la dispersione scolastica e a rimotivare i giovani verso il proseguimento degli studi con rientri nel sistema scolastico. A tal fine, nel Lazio, sono operanti convenzioni sottoscritte tra istituzioni formative e istituzioni scolastiche per il reciproco riconoscimento dei crediti e delle competenze, ovvero per favorire il passaggio tra un sistema e l’altro. Ad oggi quasi 10.000 ragazzi dispersi o a forte rischio di dispersione scolastica sono stati coinvolti in questi percorsi e l' indice di abbandono si è ridotto, in cinque anni, dal 15% all' 11% ponendo il Lazio tra le Regioni italiane più vicine all'obiettivo stabilito da Lisbona del 10% entro il 2010. Un obiettivo che rischia di non essere raggiunto se continueranno ad essere praticati gli attuali tagli dal Governo, nonostante il grande investimento della Regione Lazio. Va annotato che l’utenza dei percorsi di istruzione e formazione professionale è caratterizzata anche da soggetti ad elevato rischio educativo-formativo (extracomunitari, soggetti deboli per situazioni socio-economico ambientali e/o familiari, portatori di handicap) per i quali tali percorsi spesso sono l’ultima opportunità per un reinserimento socio-lavorativo oltre che scolastico. Gli enti convenzionati con le Amministrazioni provinciali espletano un servizio di natura pubblico nella qualità di titolari delle funzioni delegate dall’Amministrazione regionale, per un volume di attività affidato annualmente a seguito di avviso pubblico. Per i crescenti compiti che ricadono sugli enti, la Regione deve prevedere una diversa azione programmatica che consenta: a) di superare la norma esistente, risalente al 1992 (lr 25 febbraio 1992, n. 23), per disciplinare in modo organico: l’intervento afferente i percorsi triennali di istruzione e formazione professionale; gli interventi relativi alla Istruzione Tecnica Superiore, ai Poli formativi, alla formazione continua e permanente con o senza il concorso del FSE; l’orientamento, nelle sue diverse accezioni (scolastico, professionale ed al lavoro), riconducendolo, per quanto possibile, ad unitarietà visto che è destinato sempre ad interagire con una persona; la modalità di finanziamento e di rendicontazione, specie per i percorsi triennali che, trattandosi di attività ordinamentale e non più occasionale e sporadica, deve necessariamente trovare copertura con fondi a valere sul bilancio regionale e/o su finalizzati trasferimenti statali. sempre per i percorsi triennali, la durata delle convenzioni sottoscritte con le Amministrazioni provinciali che, stante la triennalità o addirittura la quadriennalità dei percorsi, non possono continuare ad essere di durata annuale; b) di adeguare l’entità degli stanziamenti nel bilancio di previsione regionale a partire dall’esercizio finanziario 2010 e pluriennale 2011 e 2012 in misura tale:


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da assicurare la dovuta continuità ai percorsi in atto per l’anno formativo; da consentire di fornire le necessarie risposte alla prevedibile domanda da parte dei giovani e delle famiglie che potrebbero optare per i percorsi triennali di istruzione e formazione professionale di competenza regionale in luogo della iscrizione agli Istituti Professionali di Stato che, per effetto del riordino del secondo ciclo di istruzione i cui Regolamenti sono in corso di completamento del previsto iter, a partire dall’anno scolastico 2010/2011 non rilasciano piÚ la qualifica professionale.


Contributo cattolici democratici a programma Bonino.