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PRIMA DI REBIS vernissage 22 novembre 2012

ore 18.30 - 21.30

Chiesa Bizantina di San Michele Arcangelo – Cripta Piazza Cavour ang. via Giolitti, Torino a cura del Prof. Edoardo di Mauro


Prima di Rebis

Negli anni ’80 si entra in quella che molti definiscono, non di rado con confusione terminologica, stagione postmoderna, etichetta che va usata come parziale sinonimo di contemporaneità, a meglio indicarne una condizione di non del tutto compiuto dispiegamento. Molti segnali, manifestatisi a partire dall’inizio del nuovo millennio, fanno intendere come questo interregno sia terminato, e sono una globalizzazione economica e culturale ansiosa di essere governata con spirito giusto ed equanime, come richiedono ampi movimenti di opposizione, la cultura occidentale messa alle corde dai flussi migratori e dal terrorismo islamico, con l’abbattimento delle Torri Gemelle ad indicarci che il mondo virtuale in cui ci siamo più o meno pigramente cullati per un ventennio abbondante si è alla fine manifestato con una oggettività concreta e devastante abbattendo il confine con il reale, la crisi definitiva degli ultimi nuclei di capitalismo tradizionale, ancora non piegatisi alla necessità di collocarsi in un ambito sopranazionale di scambi ed accorpamenti governati dalle leggi della finanza internazionale, la cui accentuazione in chiave speculativa ha generato l’attuale invadenza dei mercati, e la crisi degli stati nazione, che attanaglia in maniera angosciante i paesi del bacino mediterraneo, culla della civiltà occidentale. Tuttavia, pur in presenza di una sensazione diffusa di sconcerto ed incertezza, si avverte il senso di una stagione che si libera da una sia pur compiacente stagnazione per approdare ad un orizzonte, in un modo o nell’altro, rinnovato, ad una nuova epoca. Naturalmente l’arte, e non poteva essere diversamente, ha seguito in parallelo questi mutamenti, ora assecondandoli, ora precedendoli. A partire dalla seconda metà degli anni’70 e per tutti gli anni’80, ha inizio quella fase di esaurimento dell’incedere progressivo del linguaggio delle avanguardie con l’avvento di un nuovo e diffuso clima, caratterizzato inizialmente dal ritorno della manualità pittorica ed in seguito da un eclettismo stilistico dove la citazione delle principali esperienze formali del Novecento si è abbinato al tentativo di stabilire un dialogo con una realtà caratterizzata da una presenza sempre più invasiva delle nuove tecnologie e degli strumenti di comunicazione. Gli anni’90 hanno sostanzialmente proseguito in questa direzione, con una marcata presenza della fotografia e del video ed un graduale infittirsi delle presenze operanti a vario titolo nella scena artistica, fenomeno ulteriormente accentuatosi a partire dagli anni Zero. Lo scenario attuale si presenta del tutto globalizzato; si moltiplicano eventi, fiere e biennali, Cina ed India entrano in forze nel sistema, la Russia ed i paesi dell’est le hanno di poco precedute, la bolla speculativa ed il denaro facile in possesso degli oligarchi e della finanza internazionali conducono a valutazioni assolutamente impensabili solo venti anni fa. Tuttavia il moltiplicarsi delle possibilità espositive, e l’invasività della comunicazione tramite internet, conducono anche ad effetti positivi. Non è più praticabile alcuna censura quanto meno in termini di oscuramento delle notizie ed aumenta il livello di esponibilità, quindi si determina una condizione maggiormente pluralista. Dall’altro lato si manifesta una estetizzazione diffusa della società che è stata efficacemente stigmatizzata dal filosofo francese Yves Michaud con il suo saggio “L’arte allo stato gassoso”, dove si evidenzia come il mondo è ormai straordinariamente bello ed alle opere d’arte si sono sostituite le esperienze, con l’effetto artistico a prevalere sul tradizionale oggetto.


Il tutto all’interno di una società “liquida”, come da definizione del sociologo Bauman, dove si vive un eterno presente contraddistinto per paradosso da una mobilità in cui il cambiamento non è più un passaggio ma lo strumento stesso dell’esistere. Quindi gli artisti, o gli operatori visivi in genere, devono assumersi la responsabilità di dotare di senso il qui ed ora, adoperando spunti e tracce colti con prontezza dal presente. Rebis, con il suo progetto artistico - concettuale articolato nella forma di un vero e proprio manifesto, pone dei problemi tangibili rispetto alla definizione dell’arte ed al ruolo dell’artista, oppressi, sia la disciplina che la professione, dal peso di una tradizione passata e recente, che bisogna comprendere ed assimilare per potersi proiettare in quello che gli autori definiscono un “dopo”. Significativo il fatto che l’allestimento si dispieghi nelle sale della Chiesa Bizantina di San Michele Arcangelo, nella torinese piazza Cavour, fatto che mi fa venire in mente, con piacere, una mostra da me curata nel gennaio 2009 presso la Basilica di Santo Stefano a Bologna. Nonostante l’apparente secolarizzazione avvenuta nel corso del Novecento, la parziale resa all’immanente costituito dalle ragioni della tecnica e del mercato, l’arte contemporanea è in realtà più spesso di quanto si creda alla ricerca di un confronto con la spiritualità. Quella di Rebis è una riflessione colta, ma al tempo stesso ironica ed irriverente, sul percorso della storia dell’arte, naturalmente correlata alla riflessione estetico - filosofica sulla natura e lo scopo della stessa, ed al dibattito critico, oggi alquanto carente e sostituito in prevalenza dalla pratica, generalmente passiva e culturalmente succube, della curatela. Nelle interviste e negli spunti di riflessione riportati in catalogo, Rebis pone in essere una interessante dicotomia tra Prima e Dopo che, nella sua visione, diviene una vera e propria coppia dialettica. Per lunghi secoli l’arte, a partire dalla filosofia presocratica, era sempre interpretata in relazione a qualcos’altro, la dimensione religiosa, la rappresentazione naturalistica, l’approdo catartico,. la materia, od il potere esercitato dalla committenza. In seguito la graduale emancipazione dalla dimensione metafisica che, dopo un consistente preludio manifestatosi nella stagione del Manierismo, si concretizza nell’epoca dell’Illuminismo, con la filosofia kantiana che sancisce l’universalità del giudizio soggettivo, ed il tedesco Baumgarten che, nel 1750, pubblicando il saggio intitolato “Estetica”, da corpo ad un vero e proprio consorzio culturale teorizzando una “filosofia dell’arte”, rende l’arte gradualmente estranea alla tradizionale categoria del Bello. Perché il percorso si completi occorreranno ancora due secoli quando l’arte, per effetto del progresso tecnologico e dell’avvento delle tecniche di riproduzione, in primis la fotografia, abbandonerà il suo involucro bidimensionale e la staticità del monumentalismo scultoreo, per fondersi con l’ambiente alla ricerca di un rapporto possibile tra artificio e natura o, nei casi più estremi del concettualismo di matrice tautologica, esibirà solo i meccanismi costituivi ed i procedimenti mentali del fare artistico. Il seguito è un percorso che porta all’oggi. L’azzeramento pressoché totale avvenuto nella stagione Concettuale interrompe il darwinismo linguistico dell’avanguardia novecentesca. Verso la fine degli anni Settanta gli artisti riprendono in mano la tela ed i pennelli, e si abbeverano alle fonti della citazione adottando lo schema, mutuato dalla filosofia francese di Deleuze, della “ripetizione differente”, titolo di una celebre mostra curata da Renato Barilli nel 1974. In seguito, dalla seconda metà degli anni Ottanta, entriamo in una dimensione di eclettismo stilistico dove gli artisti, pur non abbandonando la rinnovata dimensione pittorica, linguaggio in grado di adeguarsi ai tempi e di perpetuarsi all’infinito, iniziano a cimentarsi con l’invasività della tecnologia e dei nuovi media, praticando un atteggiamento che prevede la fuga dal contingente ed il rifugio nella dimensione allegorica o, all’opposto, l’adesione estrema nei confronti del reale, affrontato in molti casi nei suoi aspetti più abietti e disgustosi, alla ricerca di una nuova dimensione del Sublime. Rebis affronta nodi e contraddizioni della contemporaneità, entrata in una fase di globalizzazione omologante, come da me citato in apertura. Da un’affermazione contenuta nella prima intervista : “ Avendo perso l’arte contemporanea l’ancoraggio sia alla Metafisica che alla Realtà si propone essa stessa come Religione e Chiesa ; anzi … è diventata il luogo politeista delle tante Chiese. Oggi ogni artista è un sacerdote”. Osservazioni quanto mai opportune. L’estetologo Mario Perniola in un saggio del 2000, ma attualissimo all’oggi, intitolato “L’arte e la sua ombra” si sofferma su questo ritorno della dimensione auratica dell’arte. Walter Benjamin, nel suo fondamentale saggio del 1936 intitolato “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, sosteneva come l’arte, per effetto del progresso della tecnica, e l’avvento di strumenti di riproduzione come la litografia, poi la fotografia, quindi il cinema, avesse perso


quell’aura di esclusività che l’aveva, per lunghi secoli, caratterizzata, per passare dal territorio della magia e della ritualità, a quello della politica. Quell’aura è viceversa, in diversi modi e maniere, ricomparsa sulla ribalta con incedere progressivo fino ai giorni nostri. Ma fu lo stesso Benjamin, con lungimiranza, a prevedere la possibilità di un terzo regime dell’arte e dell’esperienza estetica, da lui definita “sex appeal dell’inorganico”. Un’ arte che partecipa della patologia dell’esperienza religiosa nella forma del feticismo, così come all’immaginazione tecnologica nella forma dell’animazione del non vivente, per citare le osservazioni di Perniola. La nuova aura dell’opera d’arte è determinata dalla sua volontaria esclusività, rafforzata da un tacito patto con le istituzioni, e dal brand dell’artista alla moda, diventato partecipe dello star system, e per questo collezionato a cifre stratosferiche, con buona pace del pubblico dei fruitori, sempre più escluso da questa perversa corsa alla novità, che sostanzialmente condanna il sistema dell’arte ad una perenne stagnazione. Quanto vale per il sistema non vale per l’artista, sembra dire Rebis. Consci della lezione della tradizione, non bisogna rimpiangere l’antica categoria del Bello, oggi non più proponibile. Occorre andare oltre, in una dimensione di consapevolezza del proprio lavoro e della propria funzione, quanto mai attuale in una civiltà di estetica diffusa. Ed allora il percorso si allarga dalla dimensione teorica a quella concreta delle opere esposte in questo allestimento. I lavori, di solido impianto tecnico, dimostrano la volontà di Rebis di porsi in sintonia con il presente adoperando una sorta di corto circuito tra prospettive spazio-temporali diverse, avvalendosi della tradizione dell’avanguardia così come della stagione moderna per proiettarsi nella dimensione del “qui ed ora” . Si parte con la serie di tele ad olio intitolata “Oltre lo spazialismo concettuale”, dove monocromi “tagliati” alla maniera di Lucio Fontana a significare la violazione simbolica della materia, vengono “penetrati” da frutti di vario genere dipinti con raffinata manualità, ad indicare come l’arte compia da sempre un percorso curvilineo esteso a trecentosessanta gradi, come ebbe già ad intuire nell’Ottocento il critico e storico dell’arte John Ruskin, che amava di pari lo sguardo rivolto al passato dei Preraffaelliti e le sperimentazioni al limite dell’informale del Turner maturo. Seguono poi le riproduzioni di due celebri opere del Caravaggio, “La crocifissione di Pietro” e il “Bacco”, dove i fori seguono in questo caso una traiettoria circolare, invertendo il significato concettuale rispetto alla serie precedente, ma giungendo ad un risultato sostanzialmente omologo. Abbiamo poi due icone del Novecento, Kasimir Malevich e Andy Warhol, ritratti in chiave neo pop, nella serie “Kinder”, che stigmatizza efficacemente la serializzazione in atto nella scena dell’arte, per passare ai “Ritratto - autoritratto”, olio su legno e specchio, ad indicare il perenne guardare ed essere al contempo guardati che caratterizza l’atto della visione sin dalla concezione estetica vigente nella Grecia antica. Altri lavori che completano questa stimolante personale sono una tela che mescola vari stilemi della pittura contemporanea in un eclettico caleidoscopio di piani tra loro intrecciati, una bandiera italiana in dissolvenza, corrosivo omaggio, in relazione alla nostra incerta situazione attuale, ad un 151° anniversario dell’unificazione, ed un contenitore, decorato con vernice dorata, contenente musicassette dedicate ad artisti di fama, ironico riferimento allo strapotere del mercato dell’arte.

Edoardo Di Mauro, luglio 2012.


PRIMA DI REBIS - Testo critico mostra