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Spedizione in A.P. - 45% art. -2 comma 20/b L.662/96 DCO/DC Abruzzo Pescara

Anno V - N°1

VOX MILITIAE - CA VENDO TUTUS -

Aprile 2006

I “MONELLI”. LA MIGRAZIONE STAGIONALE ABRUZZESE Luigi TORRES “Settembre, andiamo. E' tempo di migrare. Ora in Terra d'Abruzzo i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare...”: è la poesia di G. D'Annunzio che ha reso universalmente famosa la migrazione degli abruzzesi in altre regioni più ricche, in una stagione in cui si era costretti, a causa del freddo intenso e delle abbondanti nevicate, a rimanere tappati in casa davanti ad una credenza sofferente e ad un camino fumoso e scoppiettante. Ancora oggi, sono in tanti a pensare che l'unico fenomeno abruzzese del passato sia stato la pastorizia, meglio conosciuta come transumanza, intensamente praticata sin dall'antichità, come sistema viario dedicato e organizzato già sotto la Roma imperiale, successivamente regolamentato nel 1447 sotto Alfonso I d'Aragona nella “Dogana della Mena delle pecore in Puglia”, ma non

I LA SCRITTURA E LA LINGUA DEGLI ANTICHI EGIZI Paolo SOLINI Come in precedenza detto (VOX MILITIAE luglio 2005) la scrittura geroglifica è un sistema complesso in quanto è allo stesso tempo figurativa, simbolica e fonetica. Prendiamo per esempio un'anatra e consideriamola sotto diversi punti di vista. questo disegno rappresenta un'anatra quindi possiamo tradurre questo segno “anatra”, perciò in questo caso la scrittura geroglifica è una scrittura senza dubbio figurativa (ideogramma). Se il volatile è associato al sole in una frase che riguarda il Faraone come nell'esempio la traduzione ora non è “anatra del sole” ma “figlio del sole” in quanto l'anatra non è più se stessa ma diventa simbolo di “figlio” perciò ora la scrittura è certamente simbolica. Però in alcuni casi questo disegno potrebbe non avere più alcun legame con “anatra” e “figlio” sparendo il significato delle due parole prese separatamente. Ad esempio: “re” e “te” costituiscono due parole distinte ma se si uniscono in una terza parola “rete” il significato cambia

SITUAZIONE

radicalmente, perciò in questo caso la scrittura diventa fonetica. La scrittura geroglifica ha due generi: maschile e femminile la cui differenza è caratterizzata dalla lettera “t” es. sen = fratello senet = sorella , la “e”può significare il “singolare”, “il duale” (usato per indicare coppie di cose) e “plurale”. La sequenza della frase è costituita da: verbo –soggetto complemento diretto e indiretto- avverbio. Altro particolare importante è che nella frase manca del tutto l'interpunzione, non c'è punto né virgola e tutto è scritto di continuo. Per separare le parole o isolare una frase dall'altra, bisogna individuare il “determinativo” cioè un geroglifico simbolo che è posto alla fine di una parola o di una frase. Per quanto riguarda l'alfabeto nel suo specifico, si tratta di un alfabeto di sole consonanti (la vocale infatti viene inserita nella lettura e spesso modificata dalla pronuncia) e che non tutte le lettere corrispondono con quelle dell'alfabeto italiano. (Alfabeto a pagina 2)

IN SOMALIA

Boutros Ghali: "Il peacekeeping non è lavoro da soldati, ma solo i soldati possono farlo". Dalla cacciata del dittatore Siad Barre avvenuta nel 1991 la Somalia vive in una situazione di anarchia caratterizzata dalla dissoluzione dello stato. I cosiddetti signori della guerra che ancora spadroneggiano in Somalia, a dispregio di qualsiasi diritto individuale e collettivo e vessando una

popolazione ormai esausta da una guerra ininterrotta, ostacolano il nuovo governo che almeno nelle intenzioni - vorrebbe ripristinare una Stato di diritto. La Somalia non è più una nazione, ma un'estensione di territorio controllato da bande armate. (Alle pagine 3 e 4)

è così. Accanto alla migrazione dei pastori, rimasta in funzione fino agli inizi del secolo da poco trascorso, c'è stata quella degli operai agricoli (i bracciali), dei mietitori, dei cuocitori (ossia dei carbonai per la produzione del carbone e dei calcaioli per la produzione della calce viva), dei cavallari, dei sandolari (addetti al trasporto a mezzo cavallo o mulo o barca), dei bonificatori, dei sarcinatori e via elencando. Tutti questi erano comunemente chiamati monelli, ma non nel linguaggio popolare di ragazzo, poco educato, il classico ragazzo di strada, indisciplinato, pieno di malizia e furberia, ma per indicare i prestatori d'opera, emigranti nello Stato Pontificio, indipendentemente dalla loro età, che, al contrario, dovevano essere di età maggiore e atti al mestiere. (Continua a pagina 2)

MONUMENTI AI CADUTI

Ricordano generazione di giovani e meno giovani che in ogni tempo si sono sacrificati per il bene comune e rappresentano un insegnamento per le generazioni future. Purtroppo, sempre più frequentemente vengono rimossi dalle piazze dove furono eretti perché ingombranti. “Noi potremo tutti perire sotto le rovine ma dalle rovine lo spirito balzerà vigile ed operante”- Gabriele D'Annunzio.

L’EROE E LI PUPAZZI Trilussa Quanno finì la guerra l'Eroe piantò la baionetta ar muro e si rimise a lavorà la terra. Era stato ferito cinque vorte, ma se sentiva l'anima più forte e er braccio più gaiardo e più sicuro. E disse: - Se la vanga è arruzzonita La farò ritornà lucida e bella, e invece de la morte seminerò la vita. – Mentre faceva sto ragionamento vortò la testa e vidde da lontano un omo, dritto, co' le braccia stese, in un campo di grano. - E tu che voi? – je chiese – Sei gnente er deputato der colleggio che se prepara er solito maneggio pe cojonà er paese? Cerchi per caso un popolo imbecille che pagherà le chiacchiere che fai co' le carte da mille? Chi rappresenti? forse un giornalista, un eroe de la penna stilografica ch'ha fatto l'avanzata co' le spille sulla carta geografica?... O sei piuttosto er solito tribbuno arrampicato su la groppa nostra,

ch'ammalappena che se mette in mostra nun vede più nessuno? Ah! no! te riconosco! Tu sei lo Spauracchio incaricato de spaventà li passeri der bosco… Nun hai cambiato mica, ch'Iddio te benedica! Me l'aspettavo! Doppo tanti strazzi Ch'ho sofferto sur campo de battaja, ritrovo li medesimi pupazzi imbottiti de paja, pronti a ricomincià la pantomima cor sistema de prima! Ma adesso basta, caro mio: te vojo da' foco còr petrojo… - Ma che petrojo, un cacchio! - strillò lo Spauracchio – Se doppo trenta mesi de trincea hai cambiato d'idea, te devi ricordà che tu stesso che un giorno me ciai messo: e mò, per così poco, me vorresti da' foco? Io, per lo meno, servirò a protegge er grano de li campi, e nun fo' danno come purtroppo fanno li pupazzi approvati da la legge! 1918

(pagina 5)

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APRILE 2006 I “MONELLI”. LA MIGRAZIONE STAGIONALE ABRUZZESE (continua dalla prima pagina)

Luigi Torres Qualche ragazzo veniva impiegato in lavori minuti, nelle cosiddette compagnie bastarde, concernenti il rifornimento di acqua e la vigilanza alla carbonaia durante la combustione, specie durante l'arco notturno, ovvero addetti alla pulizia del campo seminato a grano, dal tempo della seminagione fino alla mietitura. Anche le donne, sebbene in minor misura, venivano ingaggiate per assolvere i lavori bassi, di tipo agricolo, come quelli della semina e della mietitura, cui s'aggiungevano, volta per volta, quelli classici, destinandole alla cucina, al riassetto degli alloggi (rudimentali capanne) dei braccianti. Questa situazione era comune in quasi tutto l'Abruzzo e, in massima parte, nella C o n c a Peligna, considerata per tutto il secolo XIX e il primo ventennio del successivo, come la zona più povera di una delle regioni più povere d'Italia, dal reddito da vera fame. Tra queste ultime acquistano particolare rilevanza i comuni d'Introdacqua, ma anche di Bugnara, di Pratola Peligna, di Anversa degli Abruzzi, di Prezza, di Raiano, di Roccacasale e della stessa Sulmona, per la migrazione del bracciantato nel litorale tirrenico e dell'Agro romano (Terracina, Cisterna, Castel Fusano, ecc.). La migrazione Cansanese era rivolta preminentemente alla specialità dei cuocitori della pietra, i calcaioli, mentre i carbonai provenivano prevalentemente da Pettorano sul Gizio e dalla provincia di Chieti, da Letto Palena, da Lama dei Peligni, da Collemacine. I carbonai rappresentavano l'elite dell'emigrazione stagionale del bracciantato abruzzese; il loro lavoro era durissimo e si svolgeva da scuro a scuro, vale a dire per ventiquattro ore al giorno. Essi giungevano sul posto qualche settimana dopo che i tagliatori avevano già approntata la legna da cuocere, cioè da trasformare in carbone. Arrivavano sul finire di novembre per far ritorno alle loro case nel giugno successivo (la consegna doveva essere fatta entro S. Giovanni, 24 giugno), in squadre

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composte mediamente da 6/8 elementi specializzati, includendo sempre un ragazzo da impiegare, come ho detto poc'anzi, in servizi logistici piuttosto leggeri e di guardia alla carbonaia durante la notte. Allo stesso modo i quocitori della pietra partivano da Cansano per fare altrettanto per le calcaiole. I carbonai dovevano cuocere separatamente il legno dolce da quello forte, in quanto erano differenti i tempi di cottura e diverso era il pregio del prodotto finito. Altrettanto i calcaioli dovevano conoscere la pietra adatta per ricavarne calce di qualità. Il carbone – ben cotto, di buona qualità, di non trapassato di fuoco e netto di terra, tizzi e tara – veniva raccolto in sacchi di iuta e trasportato con muli e cavalli (i cavallari provenivano da Castrovalva e Anversa degli Abruzzi) nelle zone interne o tramite i sandalari (i sandali erano piccole barche da trasporto) attraverso i fiumi e il mare a tomoleto, a caricatoio di barca. L'arte di fare il carbone è antichissima e, purtroppo, si è persa per sempre, con l' avvento del gas butano in bombole e di metano e altri generi di combustibile meno inquinanti, rivelatisi in questi ultimi tempi abbastanza costosi perché importati dai Paesi dell'Est. Di carbonai ormai se ne contano molto pochi. Per ricordare questo mestiere, ormai di fatto estinto, qualche tempo fa gli ultimi operai rimasti, si sono accinti ad organizzare, a scopo didattico, per lo più rivolto ai giovani, una carbonaia in un'aia ai piedi di Pettorano sul Gizio, completamente funzionante. La stessa esperienza è stata ripresa a Cansano dagli ultimi cuocitori della pietra, con altrettanto successo. Dopo la scarbonatura e il trasporto del prodotto finito alle zone di caricamento e di consegna, intervenivano i sarcinaroli, quasi sempre dello stesso paese dei tagliatori, che avevano il compito di raccogliere le frasche, che si vendevano a basso costo, lasciando perfettamente pulito il luogo per evitare che si verificassero focolai d'incendio, con la conseguente distruzione delle macchie. Tanta accortezza dei nostri avi al riguardo, nell'oggi sono svanite, con la presenza di specialisti incendiari che stanno conducendo, invece, una campagna sistematica volta alla

distruzione di ettari di bosco a scopo estorsivo o per adibirlo ad altri usi tra cui, in primo luogo, all'edificazione selvaggia. Nell'oggi - e sempre con più frequenza nella stagione estiva - i movimenti migratori di un tempo fatti per necessità, con i loro ricordi, i canti, le tradizioni, le povere pietanze (in primo luogo la polenta), vengono rinnovati ed offerti come prodotto turistico durante le sagre e le feste paesane, ai visitatori curiosi, provenienti da ogni dove. Non c'è paese, dalla più piccola frazione alla città, che nei mesi invernali o estivi, in concomitanza del sempre più ricco flusso turistico, coincidenti con le festività natalizie o le escursioni in montagna, non organizzino tavolate e passeggiate, con dimostrazioni didattiche; il tutto allietato da musiche e canti tradizionali zonali. Al flusso migratorio verso il Lazio e il Tavogliere Pugliese, ormai giunto alla soglia zero, del primo Novecento, a partire dagli anni Ottanta è subentrato il flusso turistico in senso contrario. Adesso sono i romani, i pugliesi e campani, come anche qualche comunità americana, che si allontanano dal caos delle loro città, non più a misura d'uomo, per riversarsi nei nostri luoghi, ancora allo stato brado e ospitali, acquistando casolari e terreni, a basso costo, degustando i piatti tipici di un tempo che fu, nel quale era tutto più sano e genuino, lontano dal mondo contemporaneo, caratterizzato dall'usa e getta, dalla violenza, dall'opportunismo e dalla disumanizzazione. Del fenomeno migratorio molto ha scritto lo studioso introdacquese Berardino F e r r i (Japadre,1995) , attingendo da documenti n o t a r i l i conservati nella Sezione dell'Archivio di Stato di Sulmona. Al dotto Autore rimando, quindi, il lettore curioso che vuole saperne di più di quel periodo nel quale nel molto peggio si stava certamente molto meglio dell'oggi, come lo stanno confermando le tante campagne promozionali turistiche offerte dalle pro-loco e dalle amministrazioni comunali.


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APRILE 2006

SOMALIA: DALLA DISSOLUZIONE DELLO STATO AD OGGI Raffaele SUFFOLETTA

La Somalia è stata tra le prime vittime dei cambiamenti geopolitici conseguenti alla fine della Guerra Fredda. Infatti, Siad Barre, sfruttando la posizione strategica del Paese (situato sul Corno d'Africa assume rilievo per il controllo del golfo di Aden e dell'Oceano Indiano) aveva sfruttato tale situazione per ottenere vantaggi dai due blocchi che si contrapponevano ed aveva instaurato un regime brutale, tirannico e clientelare. Il 27 gennaio 1991 la dittatura cade sotto la spinta di formazioni politiche clandestine e, dal quel momento, apparvero nella scena politica i clan, le faide tribali i “signori della guerra”; tra questi i principali protagonisti furono Mohamed Farah Aidid e Ali Mahdi Mohamed, inizialmente alleati per la cacciata del dittatore. La lotta per il potere sfocia in gravi episodi di violenza sulla popolazione civile che conta migliaia di morti, carestia, epidemie, criminalità ed esodo di massa. I media diffondono le immagini di quel che accade e, sotto la spinta emotiva, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU il 24 aprile 1992 approva la risoluzione n. 751 dando inizio all'operazione UNOSOM I (United Nations Operations in Somalia) che prevede l'impiego di 50 osservatori militari incaricati di controllare il rispetto del cessate il fuoco deciso dalle fazioni il 3 marzo 1992. Nel corso dell'estate seguono altre risoluzioni (767 e 775) per l'impiego di circa 5000 uomini per la “sorveglianza del cessate il fuoco in Mogadiscio, la protezione e la sicurezza del personale, degli equipaggiamenti e dei rifornimenti e la scorta dei convogli umanitari, ma non autorizzavano l'uso della forza ”; condizione che aveva reso impotente il contingente ONU. Il 9 settembre dello stesso anno, Aidid, entra con le sue milizie a Mogadiscio, e impone il ritiro dei caschi blu dell'ONU. La situazione cambia nel dicembre 1992 a seguito di una nuova risoluzione ONU (la n. 794 del 3 dicembre) che prevede l'invio di una coalizione multinazionale, denominata UNITAF (Unified Task Force), posta sotto il comando degli USA con il compito ristabilire le condizioni di sicurezza idonee allo svolgimento delle missioni umanitarie, ripristino della stabilità e legalità impiegando tutti i mezzi necessari (l'ONU autorizzava per la prima volta nella sua storia l'uso della forza). L'operazione viene denominata “Restore hope” (ridare speranza). Il comando del contingente viene assunto dagli Stati Uniti. L'Italia partecipa all'operazione con un proprio contingente denominato ITALFOR IBIS al comando del Gen. D. Giampiero Rossi (Forze italiane: circa 2000 paracadutisti della B. par. Folgore varie unità di supporto, una componente della Marina Militare di circa 1200 uomini ed una dell'Aeronautica Militare di circa 100 uomini, ognuna con propri assetti – Ibis è il nome di un uccello stanziale del Corno d'Africa). La situazione sembra migliorare e si pensa al ritiro graduale delle forze con una riarticolazione del dispositivo di intervento: con la risoluzione 814 del 5 maggio 1993 l'ONU riprende il comando diretto delle operazioni dando inizio alla missione UNOSOM II – “Continue Hope”. Gli americani si ritirano, lasciando sul posto solo una brigata logistica e la “Quick Reaction Force”, l'ONU assume la responsabilità mediante un Consiglio Politico, con sede a New York, e una direzione multinazionale delle operazione “assemblata” dai rappresentanti delle 27 nazioni partecipanti; il comando militare viene assunto dal Gen. C.A. Cevik Bir (turco). Il contingente italiano assume la denominazione di ITALFOR - IBIS II con un'area di responsabilità di gran lunga superiore a quella iniziale poiché ora include anche l'area in precedenza controllata dai canadesi. Il gen. Rossi cede la responsabilità del comando al Gen. B. Bruno Loi comandante della B. par. Folgore; Il 6 Settembre 1993, la B. par. "Folgore" viene avvicendata dalla B. mec. "Legnano" comandata dal Gen. B. Carmine Fiore. Tale dispositivo comincia a non funzionare e la situazione degenera al punto che i vari stati partecipanti iniziano a ritirare i propri contingenti, nel quadro di un calendario fissato dall'ONU e la Somalia viene lasciata al proprio destino in una spirale di violenza tribale e terroristica non ancora conclusa. Il contingente italiano conclude il proprio ritiro il 21 marzo 1994 con un bilancio di 14 morti (11 militari, 1 crocerossina e 2 giornalisti RAI) e diversi feriti. Gli ultimi contingenti ONU abbandonano la Somalia il 28 febbraio 2005. Negli anni seguenti, dal 1995 e fino al 2000, si registra un clima di anarchia diffuso con forte aumento della presenza terroristica alimentata dall'ingerenza del fondamentalismo islamico.

SCHEDA SOMALIA I primi tentativi di giungere alla normalizzazione del Paese hanno inizio nel 2000 su iniziativa dei Paesi dell'IGAD (Kenia, Etiopia, Gibuti, Eritrea, Uganda e Sudan), sostenuti dall'Unione Europea ed incoraggiati dagli USA e dall'ONU, con la convocazione di una Conferenza di Riconciliazione Nazionale. Il nuovo processo, tuttora in atto, è riuscito a gettare le fondamenta (non consolidate) con l'elezione di un'Assemblea Parlamentare provvisoria e del presidente transitorio della Repubblica Federale Somala ABDULLAHI YUSUF AMED (etnia Darod clan dei Migiurtini, Capo del Puntland) e la nomina del primo ministro ALI MOHAMED GELI (etnia Hawiye, clan Abgal). Dopo 14 anni di anarchia la Somalia ha un nuovo governo, con pochi potere sul territorio somalo. Esso è, infatti, costretto ad insediarsi a Nairobi perché a Mogadiscio i signori della guerra (come HUSSEIN AIDEED e MOHAMED QANYARE AFRAH) non vogliono rinunciare alle posizioni di privilegio acquisite. L'opposizione al nuovo governo procede anche da parte degli altri poteri: economici, etnici, clanici e dei fondamentalisti islamici. Questi ultimi, a disprezzo di qualsiasi diritto individuale e collettivo arrivano a profanare il cimitero italiano di Mogadiscio (19 gennaio 2005), distribuiscono volantini anti-italiani e, sullo stesso suolo, costruiscono una rudimentale moschea costantemente vigilata da milizie islamiche. Nonostante la protesta del Governo italiano e le scuse del presidente YUSUF l'incidente non viene risolto. Il governo somalo, per il controllo del territorio e la sicurezza delle Istituzioni statali in previsione del trasferimento delle stesso in territorio somalo, su proposta italiana, ha approvato l'intervento di una Forza Multinazionale di Pace costituita da Unità della Lega Africana e della Lega Araba. Iniziativa al momento fortemente contrastata. Gli ultimi avvenimenti hanno visto il trasferimento del governo da Nairobi, Kenia, a Jowhar in Somalia (90 KM a nord di Mogadiscio) e il tentativo del presidente YUSUF di costituire una milizia per garantire la sicurezza del governo composta da uomini del Puntland a lui fedeli. Sostanzialmente nel governo si scontrano due partiti: il primo filo occidentale ed estraneo al fondamentalismo maggioritario, l'altro nazionalista controllato dai clan Habar Gedir e Abgal detentori del potere a Mogadiscio dove sono rifugiati i ministri dissidenti, ma il quadro generale è molto complesso con interessi trasversali ai principali orientamenti e quindi gli equilibri per soddisfare gli appetiti di ciascuno sono difficili da raggiungere. Sulla situazione incombe, infine, l'ombra di AL QAIDA, si da per certa la notizia della costituzione di una formazione terroristica a Mogadiscio dal nome emblematico: “Nuova Jihad”. 13/05/'93 02/07/'93 02/07/'93 02/07/'93 03/08/'93 15/09/'93 15/09/'93 31/10/'93 12/11/'93 09/12/'93 30/12/'93 06/02/'94 20/03/'94 20/03/'94

I CADUTI ITALIANI Mogadiscio par. Giovanni STRAMBELLI Mogadiscio S.ten. Andrea MILLEVOI Mogadiscio S.M. Stefano PAOLICCHI Mogadiscio par. Pasquale BACCARO Mogadiscio par. Jonathan MANCINELLI Mogadiscio c.le Rossano VISIOLI Mogadiscio c.le Giorgio RIGHETTI Roma S.M. Roberto CUOMO Mogadiscio M.C. Vincenzo LICAUSI Sorella Maria Cristina LUINETTI Mogadiscio Strada Afgoye-Balad lanc. Tommaso CAROZZA Balad Ten. Giulio RUZZI Mogadiscio Dott.ssa Ilaria ALPI Mogadiscio Sig. Miran HROVATIN

(Principali dati: FONTE GLOBAL GEOGRAFIA: AFRICA/SOMALIA)

Superficie: 637.305 Km² Abitanti: 7.489.000 (stime 2001) Densità: 12 ab/Km² Forma di governo: Governo di transizione Capitale: Mogadiscio (997.000 ab.) Altre città: Hargeisa 75.000 ab., Merca 60.000 ab. Gruppi etnici: Somali 95%, Bantu, Arabi, Indiani, Pakistani, Europei e altri 5% Paesi confinanti: Gibuti a NORD-OVEST, Etiopia e Kenya ad EST Monti principali: Surud Ad 2408 m Fiumi principali: Uebi Scebeli 900 Km (tratto somalo, totale 2050 Km), Giuba 875 Km (tratto somalo, totale 1650 Km) Laghi principali: Isole principali: Isole Giuba Clima: Equatoriale - arido Lingua: Somalo (ufficiale), Arabo, Italiano, Inglese Religione: Musulmana sunnita 99% Moneta: Scellino somalo La Somalia è suddivisa in 18 regioni amministrative: Awdal, Bakool, Banaadir, Bari, Bay, Galguduud, Gedo, Hiiraan, Jubbada Dhexe, Jubbada Hoose, Mudug, Nugaal, Sanaag, Shabeellaha Dhexe, Shabeellaha Hoose, Sool, Togdheer, Woqooyi Galbeed. Il territorio dell'attuale Somalia, indipendente dal 1° luglio 1960, risulta dall'unione della Somalia (in amministrazione fiduciaria italiana dal 1950) e del protettorato britannico del SOMALILAND. La cacciata del gen. Siad Barre (27 gennaio 1991), al potere dal 1969, ha aggravato la guerra civile e neppure l'intervento dell'ONU (1992-95) è riuscito a portare la pace. Si è innescato invece un processo di frammentazione in diverse Repubbliche con istituzioni politiche, amministrative e militari autonome: già nel 1991, nel nord, si era autoproclamato indipendente il Somaliland; nel 1998 era la volta del PUNTLAND, seguito nel 2002 dalla SOMALIA DEL SUD-OVEST (SWS). Qualsiasi forma di convivenza civile resta preclusa.

Bandiera della Somalia, Sfondo Blue con una grande stella bianca a 5 punte al centro

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LA MIA SOMALIA: L'ESPERIENZA SOMALA DAL DIARIO DI UN UFFICIALE ITALIANO Giuseppe Muto*

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Il 6 settembre 1993 la Brigata Paracadutisti “FOLGORE” viene avvicendata dalla Brigata Meccanizzata “LEGNANO” che assume il comando del contingente “ITALFOR IBIS 2” nell'ambito dell'Operazione UNOSOM II “Continue hope”. L'area di responsabilità è abbastanza vasta: da Mogadiscio, sede di ciò che resta dell'ambasciata italiana sino ad un distaccamento al confine con l'Etiopia, Mataban, lungo tutta la strada, cosiddetta imperiale, che collega Mogadiscio ad Addis Abeba, costruita dagli italiani al tempo del regime. I nostri trascorsi, in quella terra così lontana e martoriata, sono stati un aiuto al lavoro svolto. Molti somali parlano ancora la nostra lingua, sono i più anziani e gli Ufficiali che hanno studiato in Accademia a Modena. Infatti avevamo bisogno di traduttori solo negli incontri ufficiali. Peraltro molti dei laureati somali provengono dall'università di Perugia. Ritengo che queste cose abbiano notevolmente agevolato il nostro contingente all'arrivo, ma, di contro, abbiano reso più difficile e a volte pericoloso il distacco, in quanto la popolazione non voleva essere abbandonata da una nazione che riteneva amica. La situazione al nostro arrivo sicuramente non era facile: il 2 luglio era stata una giornata dura per noi, ma anche gli altri contingenti avevano avuto i loro caduti. I “Signori della Guerra” avevano, ormai, capito che l'eco dei morti in Somalia era molto forte nel mondo occidentale ed era l'unica via per rispedire a casa i contingenti militari e riassumere il controllo totale del Paese. In tale situazione non era facile continuare l'opera di pacificazione e di distribuzione degli aiuti umanitari, e pertanto venivano tentate tutte le strade, non solo quelle politiche e amministrative, ma anche religiose. La mia avventura somala cominciò il 28 agosto del '93, con un volo notturno Alitalia su un aerbus 300, insieme a quasi tutto il Comando Brigata e parte del Reparto Comando. Dopo uno scalo tecnico in Arabia Saudita, dove saliva un equipaggio volontario (si andava in zona a rischio), siamo arrivati all'aeroporto di Mogadiscio a metà mattinata. Non è facile descrivere la sensazione: dall'alto guardando dal finestrino dell'aereo si vedeva l'aeroporto. Strutture murarie fatiscenti e sabbiose si alternavano a vesciconi enormi di carburante, a velivoli di ogni tipo, a moderni ospedali da campo sotto tende pneumatiche. In un'area separata una moltitudine di “Black Hock” (elicotteri da combattimento americani) allineati e protetti da muri di sacchetti a terra dal tiro dei mortai o RPG, davano un senso di potenza a cui non ero abituato. Mi sembrava di rivedere una scena di Guerre Stellari. A terra l'organizzazione logistica era perfetta. Muletti di carico provvedevano a scaricare e a sistemare il materiale. L'aeroporto era gestito, in toto, dal Comando USA, sia nel controllo aereo sia per il sostegno logistico. Ogni contingente, poi, provvedeva all'accoglienza del proprio personale ed al controllo. Mi sono soffermato sull'aspetto logistico perché ritengo che la missione “IBIS 2”, anche se non ha avuto il risultato sperato, sia stata sicuramente un successo ed una preziosa esperienza per quanto attiene la logistica. Il lungo braccio, 7000 km dalla madre patria, non consentiva errori. Parlando di elicotteri mi ritorna in mente la tragedia dell'abbattimento dei due black hock. Il contingente americano era alla ricerca di Aidid, reputato la controparte cattiva, Habr-gedir, cioè quelli che non avevano voluto consegnare le armi e fomentavano, almeno così sembrava, la lotta con le tribù rivali. L'idea che ci eravamo fatti all'inizio di due tribù dominanti, Habr-gedir e Abgal, presto è risultata ben diversa. Il nucleo familiare, che è la base sociale nel nostro mondo, lì non ha l'importanza che

noi attribuiamo. E' il clan che garantisce tutto ciò che necessita e gestisce i rapporti con gli altri clan all'interno delle tribù. Spicca la figura del Capo clan. A volte è capitato di fare dei danni economici causati o dal movimento dei mezzi oppure dall'occupazione di aree di nostro interesse, o a volte durante i lavori per l'estrazione dell'acqua dal sottosuolo (100 metri), un bene importantissimo in quelle terre e vitale. Quando si cercavano i contatti, i referenti erano i capi clan, che gestivano anche la proprietà delle singole famiglie e ripartivano i beni ricevuti. La povertà causata da lunghi anni di guerra aveva trovato in questa forma di governo le possibilità di sopravvivenza. Chi aveva potuto, dopo la caduta di Siad Barre, era andato in Kenia. Un giorno ero a colloquio con la prima moglie di Ali Mahdi, donna laureata, di bell' aspetto, non più tanto giovane, e si parlava appunto di come fosse composta la società somala. A me è capitato di dire che, girando, avevo avuto modo di vedere i coccodrilli sul fiume Uebi Scebeli, avevo visto anche alcuni facoceri, ma dei famosi leoni somali neanche l'ombra. La risposta, in cui era chiaro il doppio senso, fu questa “i leoni somali si sono rifugiati in Kenia”. Ho capito allora che i personaggi più importanti se ne erano andati, lasciando il paese in balia del caos e della guerra fratricida. Ritornando agli elicotteri, faccio cenno al contributo italiano nell'ora più nera per il contingente americano in Somalia: l'abbattimento dei due black hock. Era l'ora di cena quando arrivò al telefono una chiamata dal Quartiere Generale della d i v i s i o n e americana, che c h i e d e v a l'intervento a Mogadiscio della nostra compagnia carri M60, gli unici carri presenti in quel momento in terra somala. B i s o g n a v a intervenire in modo rapido per liberare un' unità a s s e d i a t a all'interno dello s t a d i o d i Mogadiscio (nel film prodotto dagli americani sulla tragedia, intitolato “Black Hock down” questa operazione è attribuita ai Pakistani, per inspiegabile motivo). Si era sotto Comando UNOSOM, ma ogni contingente dipendeva dalla propria Nazione per le operazioni non pianificate e concordate in precedenza. Erano le otto di sera e bisognava fare in fretta: mentre si chiedeva la necessaria autorizzazione allo Stato Maggiore, che è arrivata in breve tempo, le unità si preparavano. A mezzanotte il raggruppamento tattico composto da carri, bersaglieri e paracadutisti era già a Magadiscio, tenuto conto, tra l'altro che eravamo circa 20 Km a nord sulla strada imperiale nei pressi di Balad. Per fortuna non è stato necessario l'intervento dei carri armati in città, che avrebbero causato parecchie vittime innocenti, ma la loro presenza è stato un deterrente sufficiente a risolvere la situazione. L' Operazione “IBIS 2” si concluse il 20 marzo 1994. Il rientro fu purtroppo funestato dalla morte di due giornalisti della RAI caduti sotto il fuoco di una delle tante bande armate che flagellano il Paese. Il prezzo pagato è stato alto e il nostro rientro è stato duro, ma ricordo ancora gli occhi di un “Cappellone” (con tale termine viene indicato l'allievo più giovane dell'Accademia Militare di Modena) somalo, mutilato ad una gamba su uno dei tanti campi di battaglia di quella terra insanguinata. I suoi occhi nel silenzio dei saluti esprimevano tutta l'amarezza e la delusione di un popolo abbandonato al proprio destino. Ma noi siamo soldati e il nostro compito è quello di fare al meglio ciò che ci viene ordinato di fare. *Generale di Brigata della Riserva – Già Capo di Stato Maggiore della Brigata Meccanizzata “ Legnano” In SOMALIA.

PREVENZIONE, GESTIONE E RISOLUZIONE DEI CONFLITTI (PGSC) IN AFRICA (http://www.esteri.it/ita/4_27.asp) La prevenzione, gestione e risoluzione dei conflitti (PGSC) in Africa è stata, fin dal Vertice del Cairo (aprile 2000), uno dei temi prioritari del Dialogo UE-Africa, in considerazione del ruolo critico che l'Africa riveste nello scenario della sicurezza internazionale e dell'imprescindibile precondizione rappresentata dalla pace al fine del raggiungimento di un pieno sviluppo del continente. Tuttavia, in una prima fase, la discussione su questo delicato tema si è focalizzata principalmente sulla sola prevenzione dei conflitti (e sui programmi di aiuto per la ricostruzione post-conflitto), vertendo quasi esclusivamente sull'individuazione di metodi politici e diplomatici per comporre pacificamente le controversie ed evitare che esse possano degenerare. Per quanto riguarda i conflitti già in corso, invece, sia l'Italia che l'Unione Europea cercavano di favorirne la composizione, ovvero di appoggiare i processi di pace avviati dalle Nazioni Unite e dall' Unione Africana. Tale approccio potrebbe ora registrare un significativo salto di qualità a seguito di alcune iniziative assunte dagli stessi PaesiAfricani. Infatti al vertice di Evian (giugno 2003) si e' pervenuti all'adozione di un piano congiunto G8/Africa per il rafforzamento delle capacità africane di condurre operazioni di sostegno alla pace attraverso la costituzione, entro il 2010, con il sostegno logistico e finanziario dei Paesi sviluppati, di una forza di pace africana capace di condurre operazioni di “peacekeeping” fino a 18 mesi di durata e dotata di una componente civile e di una di polizia militare. Al Vertice G8 di Sea Island (giugno 2004) tale progetto è diventato ancora più ambizioso, tanto da prevedere l'impegno dei Paesi G8 ad addestrare ed equipaggiare truppe di “peace-keeping” per 75mila uomini in tutto il mondo, ma soprattutto inAfrica. Il Vertice G8 di Gleanagles del luglio 2005 ha riconfermato il rafforzamento del dialogo, approvando lo specifico Piano d'Azione per l'Africa, che prevede una serie di concrete iniziative quali la cancellazione del debito multilaterale per 14 Paesi, l'incremento dell'aiuto pubblico allo sviluppo (APS), destinato all'Africa, di 25 miliardi di dollari entro il 2010, il rilancio degli impegni nelle otto tematiche di base (pace e sicurezza, governance, commercio e investimenti, debito, educazione, sanita', agricoltura e risorse idriche, infrastrutture di base). Accanto allo sforzo dei Paesi G8, anche l' Unione Africana ha provveduto ad adottare ed avviare proprie istituzioni, alcune delle quali modellate sull'esempio dell'Unione Europea, quali: · Il “Consiglio Africano per la Pace e la Sicurezza”, costituito nel maggio 2004, da 15 Paesi membri, di cui 5 con mandato triennale rinnovabile e 10 con mandato biennale non rinnovabile. Tale organo sovrintende a sua volta ad un “Meccanismo di Pace e Sicurezza” composto da: o un “Comitato degli Stati MaggioriAfricani Riuniti”; o una (costituenda) “Forza Permanente di Pace Africana” (African Stand-by Force), che dovrà essere in grado di condurre operazioni di “peacekeeping” nel continente africano sotto l'egida delle Nazioni Unite e che sarà articolata in 5 brigate regionali, ciascuna dipendente da un'organizzazione sub-regionale. · Con il Vertice di Durban del 2002: o L'Assemblea Generale dei Capi di Stato e di Governo; o Il Consiglio dei Ministri; o Il Comitato dei Rappresentanti Permanenti. · Con il Vertice di Maputo del 2003: o La Commissione Africana, composta di 8 membri e presieduta dall'ex presidente del Mali; o Il Parlamento Panafricano – avente sede in sud Africa – e composto di 230 deputati (5 per ognuno dei 46 Paesi aderenti, avente ancora poteri non vincolanti). Analogamente, a livello sub-regionale, si assiste al rafforzamento e consolidamento delle organizzazioni regionali africane, quali ECOWAS (Economic Community of Western African States), IGAD (Intergovernmental Authority on Development, che raggruppa gli Stati del Corno d'Africa) e SADC (Southern African Development Community).


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ARISCHIA (AQ) – REQUIEM PER UN MONUMENTO Angelo Zaccagno In Italia non esiste paese, pur piccolo e sperduto, che non abbia nella sua piazza almeno un monumento dedicato ai caduti in guerra. Anche Arischia, il mio paese, ne possiede uno. I nostri (pro)genitori lo hanno eretto al centro della piazza, di fronte alla Chiesa parrocchiale, in ricordo dei morti sia della prima sia della seconda guerra mondiale. In cima al monumento non hanno posto simboli laici (soldati, ceppi, corone di alloro, ecc.) ma la statua della Vergine Maria, la Madre di Dio e Madre nostra alla quale Gesù ci ha affidato: “Allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “<Donna, ecco il tuo figlio!>. Poi disse al discepolo: <Ecco tua madre!>”. Ella è raffigurata con le braccia aperte come una madre amorevole che accoglie i propri giovani figli morti in difesa della libertà delle loro famiglie e della loro Nazione (la Patria terrena), consegnandoli alla Vita eterna (la Patria Celeste). Sono stato in molti luoghi, in Italia ed all'estero, ho visto molti monumenti ai caduti, spesso anche di pregevole opera artistica, ma posso assicurare che è rarissimo trovarne di uguali che esprimano una tale immagine di profondo senso di Amore, di Carità, di Compassione e di Speranza. Infatti, in rappresentanza delle madri che piangono i figli morti, non è stata messa l'iconografia dell'Addolorata, Maria Dolens, che ai piedi della croce ha visto morire il proprio Figlio, ma la figura della Vergine, Madre del Cristo che quella morte ha sconfitto il giorno della Resurrezione, dando speranza a tutti gli uomini. Tale immagine trasmette l'idea alle madri naturali che i figli non sono svaniti nel nulla ma che, impazienti, essi sono in attesa di ricongiungersi con loro nella Casa di Padre. Quelle madri che con sofferenza ne hanno sempre tenuto vivo il ricordo in terra, pregando e piangendo nel segreto delle loro case e del loro cuore, sanno che quel pianto nel monumento si fa solenne preghiera di accettazione della volontà di Dio. È per questo che al monumento di Arischia si possono benissimo adattare la parole del Venerabile Santo Padre Paolo VI, il quale, nel benedire una campana dedicata ai caduti in guerra, affermò che “il pianto umano della campana si fa perenne, quasi a perpetuare la deprecazione e, insieme, la virtù espiatrice delle sofferenze generate dalle guerre; si fa sacro per il senso religioso che gli si attribuisce, capace perciò di svegliare nei cuori di chi fu partecipe e testimonio di quella storia crudele e specialmente nei cuori delle nuove generazioni innocenti e avide di vita e di pace, sentimenti nuovi, non certo vili ed infingardi, ma generosi e forti per un'energia migliore che non quella dell'odio, l'energia della bontà e dell'amore”. Tutto questo, semplicemente, è quello che mi trasmetteva il monumento ai caduti di Arischia, quando era posto davanti alla chiesa parrocchiale. Poi qualche illuminato amministratore locale, integralista della religione laicista, ha pensato che il posto dove si trovava dava fastidio (non capisco a cosa e a chi) e ha deciso di spostarlo in un remoto angolo della stessa (come si diceva una volta “a cantò”), in un posto dove bisogna andare di proposito per poterlo vedere (come si dice: lontano dagli occhi, lontano dal cuore), approfittando forse del fatto che le madri di quei ragazzi sono morte e che i loro eredi si sono distratti.

Sicuramente per poter giustificare tale decisione saranno state vergati fiumi di parole, ma dubito che qualcuno abbia pensato al rispetto della “sacralità” del ricordo che deve suscitare appunto un monumento in memoria di chi è morto per un ideale di Patria e di libertà, nella convinzione che questo dipendesse dall'obbedire in quanto soldato. Forse è proprio questo che dava fastidio. Oggi imperversano i “pacifisti a senso unico”, persone del “pensiero debole” che sono convinte che la libertà e la pace si ottengano solo con le parole, senza impegno e sacrifico personale, disprezzando e insultando chi, anche oggi, concorre veramente al mantenimento della pace e della libertà, servendo la propria Patria in Italia e all'estero. Penso agli uomini impegnati contro la malavita organizzata e il terrorismo come il commissario Ninni Cassarà, il giudice Borsellino, il commissario Calabresi, il Colonnello Varisco, l'Agente di Polizia Petri e tutti i nostri soldati in missione di pace nel mondo, ma soprattutto vorrei ricordare i nostri militari impegnati a Nassirya, alcuni dei quali sono morti per un ideale più ampio di Patria, ideale ribadito recentemente anche da Benedetto XVI che, ricordando “i tanti soldati impegnati in delicate operazioni di composizione dei conflitti e di ripristino delle condizioni necessarie alla realizzazione della pace”, ha ribadito le parole del Concilio Vaticano II, riportate nel Catechismo della Chiesa Cattolica (Ed. 1992): “… Coloro che si dedicano al servizio della Patria nella vita militare sono servitori della sicurezza e della libertà dei popoli. Se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente al bene comune della nazione e al mantenimento della pace”. Quindi, anziché spostare il monumento, sarebbe stato meglio integrarlo con un'epigrafe che ricordasse chi ha contribuito, dal secondo dopoguerra ad oggi, con il sacrificio della propria vita, a mantenere l'Italia libera e democratica. Ugo Foscolo scrisse che “l'uomo affida ai monumenti il compito di trasmettere i propri insegnamenti alle generazioni future”. Ma anche i monumenti, se non sostenuti poeticamente da un sentimento collettivo delle comunità, sono destinati a scomparire. Sempre Foscolo affermava, a proposito dei marmi monumentali, che “il tempo li distruggerà e allora ci sarà la poesia a rendere "eterno" il loro insegnamento”. Pertanto, anche un senso di naturale poesia, oltre che di trascendente religiosità, avrebbe voluto che il monumento non fosse rimosso dal centro della piazza, come insegnamento alle giovani future generazioni che la pace e la libertà sono valori da difendere a tutti i costi. Purtroppo la poesia non resiste alla realtà e quindi ha vinto il pragmatismo di chi forse cinicamente pensa: “Ma cosa vogliono quei nomi scritti sui marmi laterali: ricordarci forse tutti i giorni che sono morti anche per noi? Vogliono forse suscitare continuamente in noi testimonianza di pietà e venerazione solo perché fecero sacrificio di loro stessi per obbedire alle leggi della Patria? No!! Basta un giorno all'anno, quindi, spostiamoli in un luogo dove si possono vedere e non vedere” “quindi mettemogliu a cantò”. Primo passo verso l'oblio. Ora la piazza, priva del fastidioso

monumento, sembra più grande, vi si può parcheggiare e fare manovra liberamente con ogni tipo di autoveicolo; vi si può svolgere ogni tipo di manifestazione senza il fastidio “degliu monumentu piazzatu loco mezzu”. Adesso le bancarelle, molto utili, “stau pure appiccicate 'nnanzi la Chiesa”. Sì! È proprio un bel vedere! In più di un'occasione ho cercato timidamente di far presente il mio disagio per tale decisione. Mi è stato risposto che era stato fatto un “sondaggio”(!!!?) tra la popolazione residente e tu, che ormai non sei più di Arischia, che cosa vuoi?”. Io sono nato ad Arischia e ho dei bellissimi ricordi della mia infanzia, tra i quali metto anche il monumento, intorno al quale sono cresciuto giocando, e ho sempre considerato i caduti in esso elencati non semplici nomi ma amici e mai, dico mai, mi sono posto il problema di toglierlo di mezzo e, quindi, lo vorrei nuovamente al posto dove era precedentemente per poter salutare “i miei amici” appena arrivo in piazza, leggendo l'epigrafe impressa nella lastra marmorea centrale: ARISCHIA / ALLA MADRE DI DIO / NELLA VIRTÙ E NELLA PACE / RIPORTI / L'AUSPICATO TRIONFO /AVE MARIA/A.D. 1953. Vorrei rivederlo di fronte alla Chiesa.

AI NOSTRI EROI Raffaele SUFFOLETTA Ai nostri Eroi è il titolo di un libro, scritto da un nostro caro socio e collaboratore Luigi TORRES, recensito nel precedente numero di VOX MILITIAE, sulla storia dei monumenti in Italia e, in particolare, in Sulmona pubblicato da Edizioni Qualevita – Settembre 2005. Il libro, conclude l'autore, “vuole essere, preliminarmente, un doveroso omaggio a tutti: indistintamente: i valorosi caduti, mutilati e combattenti della nostra città e dei paesi del circondario che in ogni tempo si sono sacrificati per il bene della Patria, con la donazione spontanea del sangue e della vita. Ma anche, e soprattutto, un documento accusatorio delle offese arrecate, in modo diretto o indiretto, a quegli Eroi indifesi e a coloro che, negli anni, si sono prodigati nel tenere su l'epopea eroica peligna, col tempo venuta meno, contribuendo, sempre e comunque, a sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sulla necessità di non disperdere il prezioso patrimonio di valori che quegli eroi ci hanno tramandato e che taluni uomini ingrati cercano di disperdere”. Specifico riferimento viene fatto a quanto avvenuto nel comune di Pettorano Sul Gizio (AQ). Nel 2000, a Pettorano fu inaugurato un monumento alla Medaglia d'Oro della 1^ G.M. Umberto Pace; “sono passati pochi anni e l'artistico bronzo è stato rimosso dalla piazza dove era stato eretto per depositarlo in un buio e malsano scandinato” ricavato nel sottoscala dell'ingresso alla chiesa parrocchiale. “Si è rinnovata così la classica presa in giro in diretta dell'eroe, dell'autore dell'opera e dei paesani, ingannati tanti nell'amor patrio quanto nello spreco di denaro pubblico”. Da informazioni assunte il busto dovrebbe essere ridislocato (?) nel parco degli impianti sportivi che saranno intitolati alla Medaglia d'Oro. Ovvero è di ingombro alla piazza dove c'è necessità di spazi utili per feste e sagre paesane. Signor sindaco Le chiediamo di riposizionare il monumento là dove era stato inizialmente posto perché tutti debbano sapere che Pettorano è “Uno dei Borghi più belli d'Italia” anche per la grandezza morale e spirituale dei propri cittadini. E, soprattutto, rimuova immediatamente quel busto dal sottoscala depositato come un oggetto inutile.

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MODELLO 730/2006 Il modello 730 è una dichiarazione semplificata che permette di ottenere eventuali rimborsi direttamente con la retribuzione o con la pensione, in tempi rapidi.

Il nostro socio e collaboratore Galliano DI CREDICO nonno per la Quarta volta in dodici mesi. Vivissime congratulazioni ai nonni, genitori ed ai piccoli: AURORA, BEATRICE, ELISA e FILIPPO.

Aurora è nata il 1.1.05

Elisa è nata il 3.2 06

NOTIZIE

Filippo è nato (a Boston) il 4.3.06

Beatrice è nata il 19.07.05

Il Comando Organizzazione Penitenziaria Militare (OPM) si trasferisce a Santa Maria Capua Vetere (CE). Giovanni Papi

Dopo oltre 15 anni di permanenza a Sulmona, il Comando OPM si trasferira' a S.Maria C.V. e cosi' un altro Ente militare lascera' l'Abruzzo e la provincia di L'Aquila che, per uno strano destino, ha gia visto la gloriosa Divisione ACQUI, dopo decenni di permanenza in Abruzzo (a vari livelli ordinativi) , ricostituirsi proprio in quella cittadina in provincia di Caserta . Questa Organizzazione trae le proprie origini nel 1822 dalla “Catena Militare” del Regno di Sardegna ma, per non dilungarci troppo, saltiamo al 1979 quando gli Stabilimenti Militari di Pena facevano capo al Comando della Regione Militare nel cui ambito territoriale erano dislocati; a Gaeta, oltre il leggendario (e, per la verita', molto panoramico) carcere era situato il Comando degli Stabilimenti Militari di Pena (SMP) che aveva funzioni matricolari ed addestrative anche per tutti gli altri reclusori che erano situati a Peschiera del Garda, Torino, Roma, Cagliari, S.Maria C.V., Bari e Palermo. Questa configurazione ordinativa e' stata trasformata nel 1991 quando è stato costituito a Sulmona, con il personale dei disciolti X° Comando Militare di Zona e Comando SMP di Gaeta, l' OPM da cui dipendevano le carceri Militari di Peschiera , Roma e S.Maria C.V.; passavano in posizione Quadro le rimanenti strutture ad eccezione della Rocca di Gaeta ceduta alla Guardia di Finanza. Il Comando OPM aveva ed ha alle dipendenze anche il 57° Battaglione “ABRUZZI “come unita' per il proprio supporto ed addestrativa per tutte le carceri. E' da sottolineare che presso il 57° vengono svolti i corsi ai militari (prima di leva e volontari oggi) per conseguire l'incarico di Vigilatore e Custode con compiti in tutto e per tutto simili a quelli della Polizia Penitenziaria dello Stato. Nelle Carceri militari, in ottemperanza alla legge n. 121 dell' 1.4.1981, sono ristretti a domanda anche gli appartenenti a Forze di Polizia sottoposti a privazione della libertà. E'singolare, però, che i militari incarcerati per reati non militari non vi possano essere ristretti! A seguito della sentenza datata 30.7.1993 della Corte Costituzionale, relativa alla detenzione militare degli obiettori di coscienza, le carceri militari, che fino ad allora avevano come ospiti più numerosi i Testimoni di Geova, sono rimaste popolate quasi esclusivamente proprio dagli appartenenti alle Forze di Polizia ed e' iniziato il lento declino che vede nel Decreto Ministeriale n. 253 del 30.11.2005 la sua ridislocazione in senso riduttivo in quanto ha gradualmente diminuito il numero delle carceri militari fino all'unico attualmente operativo a S. Maria C.V. . Nelle varie carceri situate prevalentemente in antiche strutture come la Rocca di Gaeta, quella di Peschiera e il Forte di Boccea, negli anni sono stati ospitati diversi detenuti divenuti noti alla pubblica opinione come Kappler e Reder a Gaeta; la banda Savi e il Gen. Delfino a Peschiera; alla fine della 2^ G.M. il Gen. Carboni (Comandante la difesa di Roma l'8 settembre '43), il Maresciallo Graziani e piu' recentemente uno dei fratelli Savi e Priebke a Forte Boccea; per il caso Contrada fu riaperta temporaneamente la Sezione di Palermo. Persino Giuseppe Mazzini sperimentò la durezza del carcere di Gaeta. Ora questa antica Organizzazione risente delle norme attuali sulla abolizione della leva e della diminuzione della popolazione carceraria tanto da dover essere ridotta forse di rango nella figura del Comandante il cui grado sara' quello di Colonnello e non piu' di Generale.

La dichiarazione dei redditi Mod. 730/2006 Invece: 1.per le assicurazioni sulla vita stipulate fino presenta delle novità, tra cui in particolare: al 31.12.2000, occorre verificare che 1.introduzione della "deduzione per oneri di l'attestazione riporti la dicitura che il famiglia" attraverso la “family area” in contratto non consente la concessione di sostituzione delle detrazioni per carichi di prestiti per la durata minima di cinque famiglia; anni; 2.possibilità di dedurre dal reddito complessivo le spese sostenute per gli 2.le assicurazioni stipulate a partire dal addetti all'assistenza personale e/o 01.01.2001 sono detraibili solo se hanno familiare; per oggetto il rischio di morte o di invalidità permanente superiore al 5% da 3.detrazione d'imposta per spese sostenute qualsiasi causa derivante, ovvero la non per la frequenza di asili nido; autosufficienza nel compimento degli atti 4.possibilità di dedurre dal reddito della vita quotidiana, se l'impresa di complessivo erogazioni liberali effettuate assicurazione non ha facoltà di recesso dal a favore di ONLUS, associazioni di contratto, per un importo promozione sociale e alcune fondazioni e complessivamente non superiore a Euro associazioni riconosciute, nonché a favore 1.291,14. L'attestazione dell'assicurazione di enti universitari e di ricerca dovrà pertanto riportare tale dicitura; 5.possibilità di destinare una quota pari al 5 per mille dell'IRPEF a finalità di sostegno 3.le spese sanitarie generiche documentate da scontrini farmaceutici devono essere del volontariato, delle organizzazioni non elencate in apposito modello di lucrative di utilità sociale e delle autocertificazione; associazioni di promozione sociale, di finanziamento della ricerca scientifica e 4.le ricevute sanitarie, se superiori a Euro delle università, di finanziamento della 77,47 devono avere la marca da bollo da ricerca sanitaria, nonché ad attività sociali Euro 1,81. svolte dal comune di residenza del contribuente

U.N.I.T.A.L.S.I SOTTOSEZIONE DI L'AQUILA IL 29 gennaio 2006 è stato rinnovato il g r u p p o D i r e t t i v o d e l l ' U N I TA L S I sottosezione di L'Aquila. Al direttivo uscente, presieduto dalla signora Romana CALISTI va un grandissimo ringraziamento per l'attività svolta e la dedizione senza limiti sempre profusa nell'affrontare le difficili problematiche

degli amici diversamente abili. Al nuovo Direttivo, presieduto dal dottor Raffaele PACCHIAROTTI, buon lavoro nella certezza che sarà data continuità ai progetti avviati e nuove iniziative saranno messe in cantiere con la guida sapiente, la generosità e la professionalità del nuovo presidente.

COMUNICATO PER I SOCI Oggetto: ConvocazioneAssemblea Ordinaria dei Soci. La S.V. è invitata a partecipare all'Assemblea Ordinaria dei Soci che avrà luogo lunedì 24 aprile 2006 alle ore 13.00, in prima convocazione, e giovedì 27 aprile 2006 alle ore 16.00, in seconda convocazione, presso i locali dell' “Istituto Abruzzese per la storia della Resistenza e dell'Italia contemporanea ” in via Monteguelfi n°4 in L'Aquila, per discutere e deliberare sul seguente ORDINE DEL GIORNO -Approvazione bilancio consuntivo anno 2005; -Approvazione bilancio di previsione anno 2006; -Informazioni sul Convegno annuale di ricerca storica: discussione ed approvazione programma di massima. Firmato IL PRESIDENTE Raffaele SUFFOLETTA

VOX MILITIAE L’Associazione culturale “VOX MILITIAE” si propone di: Catalizzare le persone che condividono i Valori della Società Militare;

! Diffondere la Cultura ed il Ruolo dei Militari nella Nazione che cambia;

!

Condividere momenti di Vita (Solidaritisco-Ricreativo) con persone che hanno identici Valori;

! Fornire ai Soci assistenza giuridica e amministrativa.

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A tutti i vostri quesiti sarà data risposta. La partecipazione è aperta a tutti i soci che vogliono far sentire la loro voce. Gli articoli investono la diretta responsabilità degli autori e ne rispecchiano le idee personali, inoltre, devono essere esenti da vincoli editoriali. Di quanto scritto da altri o di quanti riportato da organi di informazione occorre citare la fonte. La Redazione si riserva di sintetizzare gli scritti in relazione alla spazio disponibile; i testi non pubblicati non verranno restituiti. Contattateci tramite telefono: 338.2161989 - 338.4977614 E-mail: acvm@libero.it - dafesta@katamail.it

L’ASSOCIAZIONE E’ APERTA A TUTTI COLORO CHE NE CONDIVIDONO LE FINALITA’

DIRETTORE GENERALE

QUOTA ASSOCIATIVA ANNO 2004

DIRETTORE RESPONSABILE

Raffaele Suffoletta

Alessia Di Giovacchino

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COORDINATORE Davide Festa

CI SI ASSOCIA INVIANDO DOMANDA, CORREDATA DEI DATI ANAGRAFICI A: ASSOCIAZIONE CULTURALE “VOX MILITIAE” VIA PUGLIA, 18 - 67100 L’AQUILA Il versamento della quota associativa per i nuovi soci e del rinnovo della tessera per gli associati può essere effettuato sul CC Postale n° 29710878 utilizzando l’apposito bollettino.

Hanno collaborato Colasimone Italo, Muto Giuseppe, Papi Giovanni, Solini Gianpaolo, Tirabassi Pio, Torres Luigi, Zaccagno Angelo.

Impaginazione e Grafica Alessandro Zaffiri Tipografia: “LA ROSA” Via la Costa Bagno Piccolo -67042 L’Aquila Autorizzazione Tribunale di L’Aquila N.480 del 21.11.2001 VOX MILITIAE -- Tel. 338.2161989 Stampato il 7 aprile 2006 - Spedito il 13 aprile 2006


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