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VOX MILITIÆ CAVENDO TUTUS ANNO VIII - N° 3

Ottobre 2009

ONORE AI CADUTI IN AFGHANISTAN

PERCHÉ SIAMO IN AFGHANISTAN Pagina 2

IRAN: L’ENERGIA NUCLEARE E LE ASPIRAZIONI DI POTENZA REGIONALE Pagina 4

LA REALPOLITICK NEL MEDITERRANEO Pagina 2

Tenente Antonio FORTUNATO

Sergente Maggiore Roberto VALENTE

IL TERREMOTO A L’AQUILA 6 MESI DOPO Pagina 6

DOPO L’ULTIMO DISASTRO DI MESSINA: SEMPRE LO STESSO COPIONE Pagina 7

1° Caporal Maggiore Giandomenico PISTONAMI

1° Caporal Maggiore Massimiliano RANDINO

IL 33° REGGIMENTO ARTIGLIERIA “ACQUI” Pagina 8

9° RGT. ALPINI: CAMBIO COMANDANTE PREMIO “ALPINO ANNO 2008” AD UNA DONNA Pagina 10

1° Caporal Maggiore Davide RICCHIUTO

1° Caporal Maggiore Matteo MUREDDU

GIORNATE DI STORIA DELLE FORZE ARMATE: V^ EDIZIONE Pagina 12


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PERCHÉ SIAMO IN AFGHANISTAN Altro che esportazione della democrazia Alla fine della seconda guerra mondiale era uscito un ordine internazionale controllato dagli USA e dallʼ URSS. Le due “superpotenze” agivano come una specie di polizia mondiale, si temevano e nel timore di unʼescalations che avrebbe potuto portare ad un confronto nucleare, distruttivo per entrambi, si autolimitavano e di fatto controllavano e regolavano le controversie internazionali. La logica della deterrenza congelava la possibilità di un conflitto armato. Con la fine della “Guerra Fredda”, assente lʼautorità dellʼONU, si è creato un vuoto di potere e la Pace, tanto attesa, non è “scoppiata”. Come avviene in mancanza di autorità cʼè sempre chi ne approfitta. I vari attori del panorama internazionale, non più controllati dai due grandi “poliziotti”, si sono scatenati nelle rivendicazioni più o meno legittime innescando conflitti locali. Ne è uscito un nuovo contesto mondiale, caratterizzato da grande instabilità, che ha costretto la Comunità Internazionale ad intervenire sempre più frequentemente con missioni militari riconducibili alle varie tipologie che vanno dalle PSO (Peace Support Operations) alle CRO (Crisis Response Operations). Tali missioni cosiddette di “Pace”, a cui si è associata lʼespressione retorica, ipocrita e fuorviante di “soldati di pace” presuppongono nei fatti un uso della forza (per questo sono affidate ai militari) che crea le condizioni per il raggiungimento degli obiettivi politici. La forza militare serve a realizzare un certo ordine e fungere da deterrente. Più la Forza è grande più alto è il deterrente, meno rischi si corrono e più alto è il consenso dellʼopinione pubblica. Senza lʼimpiego della “Forza” la diplomazia si ridurrebbe a puro esercizio dialettico, a vuoti proclami da tutti disattesi. Lʼattacco dellʼ 11 settembre agli USA ha rivoluzionato la carta geopolitica mondiale e lo scenario internazionale ha subito una nuova fase di conflittualità correlata dalla presenza di fattori ad alto rischio per la sicurezza, le cosiddette “minacce asimmetriche”, fra le quali il terrorismo internazionale, le situazioni di crisi regionali e la possibile ed indiscriminata diffusione di armi di distruzione di massa. In tale contesto, lʼItalia ha fatto del suo impegno a favore delle Organizzazioni Internazionali un aspetto qualificante della sua politica estera (“libro bianco 2000” del Ministero degli Affari Esteri) e partecipa attivamente alla definizione delle linee di azione della Comunità Internazionale nelle diverse aree di crisi e nei singoli paesi per favorire convergenze tra i diversi attori ed indurre le parti in conflitto a composizioni negoziate dei loro contrasti, privilegiando il ruolo delle Nazioni Unite, ed impiegando quando ritenuto indispensabile le sue ForzeArmate. Tali scelte permettono al nostro paese di partecipare da protagonista alla scena internazionale. In linea con la seconda parte dellʼarticolo 11 della Costituzione dove afferma: “lʼItalia ripudia la guerra …consente … alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Si potrebbe osservare una contrapposizione con la prima parte dove afferma un netto ripudio della guerra, ma ne emerge un chiaro inserimento dellʼItalia nel tessuto dei rapporti internazionali che comporta la promozione e partecipazione a organismi di sicurezza e a coalizioni occasionali

implicanti limitazioni di sovranità. Pertanto, una exit strategy italiana in Afghanistan, a breve termine, è impensabile, a meno di non pagare un prezzo politico elevato. Chi lo propone o è in malafede o ignora la dinamica e la necessità di tali interventi, che hanno nel loro sviluppo futuro la possibilità di accesso a nuovi mercati mondiali. Peraltro, abbandonare ora la lotta significa lasciare campo ai signori della guerra, ai traffici di droga (lʼAfghanistan è il primo produttore a livello mondiale con la coltivazione del papavero - Poppy). Non risolvere il problema significa nascondere la testa come lo struzzo e in futuro il problema si ripresenterà ingigantito. Basta ricordare quel che è successo in Somalia. A ben vedere non si tratta di “esportare la democrazia” fine a se stessa, cosa peraltro impossibile. Lʼobiettivo è di sviluppare condizioni di sicurezza necessarie a garantire il processo di ricostruzione delle istituzioni politiche per un futuro migliore del paese al fine di inserirlo nel novero Nazioni Unite. A questi interessi si contrappongono non solo gli estremisti religiosi (pakistani per la maggioranza) ad essi si aggiungono i combattenti di Al Qaeda, i “signori della guerra”, i vari capi tribù, e la criminalità organizzata dedita al contrabbando di armi, droga, sequestri ed attività illecite. Tutti possono disporre di rilevanti risorse finanziarie. Resta evidente che la soluzione del conflitto non può che essere politica e non è una novità, è sempre stato così. “La guerra è la continuazione della Politica con altri mezzi”. In tale ottica è indispensabile acquisire la fiducia della popolazione afghana, la sola capace di conferire legittimità alla lotta, e la fiducia si conquista sviluppando una linea di azione che tende a proteggere la popolazione. Se la popolazione non si sente protetta, se non riesce a condurre una vita dignitosa a casa propria, se deve temere il ritorno degli insorti, di notte, dopo ogni azione di ISAF a danno dei collaborazionisti, non può far altro che negare il proprio appoggio. La sicurezza ultima è quella che gli afghani sapranno assicurare da soli a se stessi. Disinteressarsi di quel che avviene in Afghanistan perché il paese è lontano dai nostri confini non significa essere al sicuro. Raffaele SUFFOLETTA


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L’IMPEGNO MILITARE ITALIANO IN AFGHANISTAN (Fonte: www.difesa.it)

Fin dai momenti immediatamente successivi agli attentati terroristici perpetrati negli USA il giorno 11 settembre 2001, lʼItalia ha manifestato la volontà e la piena disponibilità a partecipare alle iniziative politiche, economiche e militari assunte dalla Comunità Internazionale per sconfiggere la piaga del terrorismo internazionale. In particolare, per quanto attiene gli aspetti politico-militari, il Governo ha deciso lʼimpiego delle Forze Armate nellʼambito della missione International Security Assistance Force (ISAF), posta sotto comando NATO, dal 2003. La guida politica di ISAF è esercitata dal NAC (North Atlantic Council), in stretto coordinamento con i Paesi non NATO che contribuiscono allʼoperazione, avente il compito (iniziale) di assistere lʼAutorità Interinale Afgana nel mantenere la sicurezza in Kabul e nelle aree limitrofe, così che detta Autorità ed il personale dellʼONU possano operare in un ambiente sicuro. Successivamente, con la Risoluzione n. 1510 del 13.10.2003, lʼONU ha autorizzato lʼestensione del mandato di ISAF al di fuori di Kabul e dei suoi dintorni. La missione di ISAF è quella di condurre operazioni militari, secondo il mandato ricevuto dallʼONU al fine di assistere

il governo afgano nel mantenimento della sicurezza e favorire lo sviluppo e la ricostruzione del paese. Nellʼambito del contingente italiano costituito da oltre 3000 uomini, con responsabilità nella Regione di Kabul e nella Regione Ovest della provincia di Herat, operano: 1. Unità dell’Esercito a: - Kabul, dove operano nellʼambito del Quartier Generale di ISAF (sia come componente nazionale sia nellʼambito del rischieramento del NATO Rapid Deployable Corps - Italy (NRDC-ITA), del Regional Commando Central (RCC) a guida francese e di ITALFOR; - Herat, dove lʼItalia è titolare del Regional Command West (RC-W) ed è responsabile delle attività svolte nellʼintera provincia. In essa operano circa 2000 militari nellʼambito della struttura del Comando, del Provincial Reconstruction Team (PRT) e della Forword Support Base (FSB); - Mazar-e-Sharif, da dove operano i velivoli Tornado. Dal luglio 2006, nellʼambito del proprio PRT di Herat, operano gruppi italiani OMLT (Operational Mentoring and Liaison Team) che sono strutture in cui i nostri partecipano da istruttori dellʼesercito afghano e da guida nelle operazioni insieme ai militari afghani. 2. Unità della Marina a; - Kabul; - Herat, presso la FSB. 3. Unità della Aeronautica Militare a: - Al Bateen, Abu Dhabi (E.A.U.), da gennaio 2002, con la Task Force Air a Comando AM, incaricata di concorrere

Attività operativa in Afghanistan

con due/tre velivoli C-130J al sostegno logistico ai Contingenti nazionali schierati nellʼarea; - Kabul; - nella FSB di Herat; 4. Personale della Croce Rossa Italiana; 5. Inoltre, per le esigenze connesse con le missioni in Afghanistan, è presente a: · Al Bateen (Abu Dhabi - Emirati Arabi Uniti), dove è costituita la Task Force Air; · Tampa (USA); · Bahrein. 6. Personale dell’Arma dei Carabinieri e della Finanza Nella missione EUPOLAFGHANISTAN (European Union Police Mission in Afghanistan) opera personale dellʼArma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, già presente in ISAF dal secondo semestre 2006, per lʼaddestramento della Polizia di Frontiera. Ha sede a Kabul (organismo di direzione) ed è previsto che operi a livello sia regionale (presso i 5 Comandi regionali della Polizia nazionale afgana) sia provinciale (presso i PRT). Ha il compito di contribuire alla ricostruzione della locale Polizia. Il personale è soggetto al codice Penale Militare di Pace dal 01.07.2006. In precedenza è stato soggetto al Codice Penale Militare di Guerra, così come previsto nelle operazioni militari internazionali, anche per garanzie inderogabili del diritto umanitario. Tale Codice, con le modifiche intervenute in occasione della conversione in legge del decreto-legge n. 4/2003 (legge n. 42 del 18.03.2003), è stato oggetto di allineamenti al dettato costituzionale.

Medici italiani operano a favore della popolazione civile


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L’IRAN ALLA RICERCA DELL’ENERGIA NUCLEARE E LE ASPIRAZIONI DI POTENZA REGIONALE ispettori dell’AIEA in Iran lo scetticismo e la prudenza sono ancora d’obbligo I colloqui del gruppo di contatto “5+1” (i Paesi componenti il Consiglio Permanente delle Nazioni Unite più la Germania) e lʼIran si sono conclusi con risultati in apparenza apprezzabili sia per la Casa Bianca sia per Teheran. Eʼ stato raggiunto lʼaccordo preliminare di arricchire al 20% lʼuranio iraniano presso un Paese terzo, Russia e Francia. Lʼaccordo è stato discusso durante i colloqui di Vienna che sono iniziati il 19 ottobre u.s., nel vertice tra Usa, Russia, Iran e Francia. In tale sede, lʼIran ha confermato il proprio parere favorevole ad arricchire lʼuranio al 20% presso strutture francesi e russe. Questʼapertura acquista maggiore credibilità e la volontà di perseguire una linea dʼazione di collaborazione, poiché avviene a seguito dellʼattentato suicida nel sud dellʼIran da parte del gruppo separatista sunnita dei cosiddetti “Soldati di Dio”, dove hanno perso la vita una trentina di persone, oltre ad alte cariche militari, tra cui Noor Ali Shooshtari, capo delle forze di terra dei “Pasdaran”, e Rajabali Mohammadzadeh, Comandante provinciale del Sistan-Baluchistan. Le accuse, lanciate da Teheran, sia agli americani sia agli inglesi, rei di fomentare i terroristi contro il regime di Ahamadinejad, restano pertanto solo “formali” ovvero confinate alla diplomazia. Lʼaltro risultato positivo raggiunto è stato che la Commissione dellʼAIEA, presieduta dal Mohammed El Baradei, potrà ritornare in Iran e ispezionare il sito di Qom. Lʼispezione inizierà il 25 ottobre p.v., secondo quanto dichiarato dallo stesso El Baradei dopo aver incontrato a Teheran il capo del programma atomico iraniano, Ali Akbar Salehi. Questi i fatti. Proviamo ora a leggere tra le righe cosa questo possa significare per i principali protagonisti. A livello diplomatico, e non solo, la posizione

Fonte “LIMES” Rivista italiana di geopolitica di Teheran ne esce rafforzata in quanto ha disse sì con entusiasmo, anche se non seguirono ottenuto il consenso allʼutilizzo per scopi sviluppi concreti e conseguenti per lʼinsorgere pacifici dellʼenergia atomica. Lʼarricchimento della crisi politica ed istituzionale dopo le al 20% fatto presso un altro Paese non solo non contestate elezioni presidenziali di giugno. toglie nulla al programma del sito di Qom, ma Sintesi: lo scetticismo o la prudenza è ancora consentirà di acquisire nuove tecnologie e al dʼobbligo. La linea politica del Presidente personale tecnico nuove “expertice”, poiché Ahmadinejad è quella di “sedere sulla sponda sicuramente Teheran vorrà inserire un certo del fiume ed aspettare che il cadavere del numero di propri tecnici nel processo industriale nemico passi” ovvero di dare tempo al tempo. di arricchimento presso le industrie russe e Anche il Presidente degli Stati Uniti, Barack francesi. Quanto agli scopi reconditi dellʼuso Obama, può definirsi soddisfatto per aver dellʼuranio arricchito (leggasi bellici), questo colto un risultato positivo. Sicuramente lʼIran resta nei piani dellʼIran, ma rimane rinchiuso ha ammorbidito le sue pretese anche in virtù nei laboratori dei siti sotterranei che mai della posizione di Mosca che si era associata nessuno visiterà, né tantomeno la Commissione ad Usa ed Europa nel condannare molto AIEA, e nemmeno i sofisticati satelliti spia fermamente Teheran dopo la scoperta del sito americani riusciranno ad individuare. I recenti atomico segreto di Qom, la cui costruzione è lanci dei missili “Sharab 3”, con portata utile stata rivelata da Barack Obama, nel corso del fino ad arrivare a colpire Israele testimoniano G20 di Pittsburgh. La posizione russa è stata la volontà iraniana di certamente influenzata dalla decisione USA di possedere armi di un rinunciare allo scudo missilistico in Polonia. certo “peso strategico” Con questa mossa, infatti, Mosca, che riteneva e, quindi, di fatto di essere il vero destinatario di quel progetto, si il riconoscimento è tranquillizzata ma, allo stesso tempo, anche del ruolo di potenza Teheran ha potuto tirare un sospiro di sollievo regionale, cui hanno poiché, almeno sulla carta, i missili polacchi aspirato tutti i erano indirizzati sul suo suolo. leader iraniani sotto Sintesi: Barack Obama conquista un punto qualunque regime. Un importante sulla scacchiera della politica primo passo verso tale estera e potrà concentrarsi su quella interna, riconoscimento era fortemente in agitazione dopo le polemiche e stato implicitamente le critiche suscitate dal suo “pacchetto sanità”. fatto in marzo, In conclusione, il quadro internazionale con la richiesta da potrebbe evolvere in una nuova direzione, fatta parte americana al di relazioni “cooperative” con il mondo arabo. governo di Teheran di Molto dipende dal comportamento “concreto” partecipare al contrasto che avrà lʼIran sulla questione nucleare, ma del narcotraffico in anche da quanto si impegneranno Russia ed Afghanistan. Teheran Europa. Siti nucleari iraniani. Fonte “Limes” Vito Di Ventura Rivista italiana di geopolitica


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MEDITERRANEO: SPAZIO COMPLESSO IN CUI TRIONFANO REALPOLITICK E CANALI BILATERALI

Fonte “LIMES” Rivista italiana di geopolitica Il Mediterraneo di oggi non è certo quello auspicato nel novembre 1995 dalla Conferenza di Barcellona e dal Partenariato euromediterraneo: non si presenta né come una vasta zona di pace e prosperità, né come una free trade area. Non meraviglia quindi che in questa regione - a causa di alcuni fattori collaterali- non riescano a partire progetti più complessi e di ampio respiro come lʼUnione per il Mediterraneo, bloccata a qualche mese dal suo varo a causa della ripresa delle ostilità nel teatro mediorientale. Indubbiamente non si può negare che molte iniziative poste in essere in questo arco di tempo abbiano contribuito ad attutire (ma non a far cadere completamente) pericolosi stereotipi tra Europa e mondo arabo, nonché a promuovere un certo dialogo, ma i risultati sono di gran lunga inferiori alle aspettative e ai bisogni effettivi di tutti i partners delle due sponde. In realtà, in questo momento storico, è più che mai evidente una caratteristica peculiare di questo “Mare in mezzo alle terre”: il suo essere un mosaico di culture, di tradizioni, di politiche e di economie. Un coacervo di elementi che, per essere messo a sistema, necessita di una lungimiranza, una prospettiva e un approccio olistico, caratteristiche sempre richiamate a livello formale ma poi difficilmente sostanziabili in ogni progetto posto in essere. Sono i canali bilaterali a fissare le regole di questo spazio complesso, secondo una logica di corsi e ricorsi storici, ora più di prima: Spagna-Marocco; Francia-Marocco, Francia-Algeria, FranciaTunisia, Italia-Tunisia e, soprattutto, Italia-Libia determinano delle linee precise politiche ed economiche. Il rapporto tra Roma e Tripoli è indubbiamente quello più

particolare, fatto di contraddizioni, di silenzi, di tentativi falliti, di interessi commerciali e vantaggi reciproci. Il trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione firmato il 30 agosto 2008 dal Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, e dal Colonnello Gheddafi ha inaugurato una nuova fase ed ha coronato gli sforzi compiuti negli ultimi anni da diversi politici nostrani. Come non ricordare gli approcci di Moro, Andreotti, Craxi, Dini, Prodi, DʼAlema, Amato fino a giungere allʼattuale governo? Ognuno di essi, seppure con vesti diverse, ha cercato di “ricucire” i rapporti con la Grande Giamahiria messi in discussione dallʼespulsione dei nostri connazionali nel 1970, dalle continue richieste di risarcimenti, dalla “giornata della vendetta” voluta dal leader libico per ricordare la battaglia di Sciara Sciat dellʼottobre 1911, nella convinzione che nonostante le “bizzarrie” di Gheddafi fosse più conveniente il dialogo piuttosto che la rottura definitiva dei rapporti. Il Trattato in questione ha destato molte perplessità perché ha significato chiedere scusa di un passato ormai sepolto dal tempo, impegnarsi a dare 5 miliardi di dollari in 20 anni, annullando al tempo stesso con un colpo di spugna i danni subiti dalle imprese italiane e dalle famiglie costrette alla fuga un quarantennio fa. Tale scelta può essere giustificata solo con il termine “interesse” declinato secondo una logica economico-commerciale e politica. Il nuovo corso è guidato dalla realpolitick, tout court. La Libia rappresenta un partner strategico per il nostro paese sia perché è una fonte inesauribile di petrolio (30% del nostro fabbisogno) e di gas (12,5% del gas da noi acquistato sul mercato internazionale), sia perché può garantire il lavoro delle imprese italiane (di certo i grandi gruppi come ENI, Impregilo, Alenia, FinMeccanica), sia perché si è dimostrato un interlocutore con cui combattere lʼimmigrazione clandestina. Pattugliamenti congiunti delle acque e politica dei respingimenti sono due elementi essenziali dellʼintesa italo-libica. Questo per quanto riguarda i vantaggi italiani: non sono tuttavia minori quelli libici. Tripoli avrà un accesso privilegiato negli investimenti nel nostro paese e sarà in grado di diversificare le operazioni allʼestero, ma soprattutto avrà un fedele alleato che ha contribuito in buona parte allo sdoganamento internazionale della Grande Giamahirya. Un gioco a somma positiva, dunque, la cui implementazione potrebbe contribuire alla stabilità nel Mediterraneo. In fin dei conti anche agli altri protagonisti europei conviene puntare su questo connubio: un canale bilaterale ben funzionante può solo essere garanzia aggiuntiva per costruire un Mediterraneo di pace e prosperità condivisa. Maria Egizia Gattamorta


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IL TERREMOTO A L’AQUILA LA SITUAZIONE A SEI MESI DAL SISMA “Il terremoto, la distruzione: nulla è più come prima, niente lo sarà mai più. Il terremoto parte dalla terra e arriva dentro ciascuno, dentro le famiglie, le comunità, le città, si installa come un ospite non voluto che è impossibile allontanare. Una presenza che cambia peso e intensità col passare dei giorni. I primi sono quelli del lutto, dei soccorsi, dei senzatetto da mettere al riparo. Poi ci sono quelli della solidarietà, tra chi è venuto ad aiutare e chi ha trovato rifugio, dellʼaccoglienza, della voglia di far festa per ogni piccolo segno di vita buona, come una scuola che riapre o la nascita di un bimbo che diventa simbolo di speranza per tutti. Poi ci sono i giorni duri del tempo che rallenta, delle televisioni che non hanno più inviati, della routine dei campi che si vive con il fastidio crescente di essere come separati, da quei teli blu, dal resto del mondo e dal proprio futuro. Adesso è il periodo del tempo che non passa, perché ogni entusiasmo si è raffreddato, e ogni attesa provoca dolore, perché, costretti dalle cose ad essere realisti, a guardare in faccia la realtà per comʼè, arriviamo a non sopportarla più”. (estratto dalla lettera del dottor Guido Bertolaso agli aquilani).

Dopo sei mesi dalla scossa principale del 6 aprile 2009 procede il piano per dare un tetto a tutti i cittadini colpiti dal terremoto prima dellʼinverno e per dotarli degli strumenti per ricostruire le proprie abitazioni e ripartire con le loro attività, la loro vita sociale, culturale e familiare. Nel mese di settembre, a cinque mesi dal terremoto, la Protezione Civile ha avviato una nuova stagione che vede il progressivo alleggerimento dei campi di accoglienza con il trasferimento dei cittadini ancora ospitati in tenda nelle strutture alberghiere ed in abitazioni agibili del territorio aquilano (circa 430 persone sono state alloggiate nella caserma della Guardia di Finanza, nei locali ristrutturati per ospitare il G8) e la consegna dei primi alloggi: il 15 settembre con lʼinaugurazione del nuovo villaggio di Onna e il 29 settembre delle nuove abitazioni antisismiche del Progetto C.A.S.E. nei quartieri di Bazzano e Cese di Preturo. Il piano di consegna di tutti i nuovi alloggi verrà portato a termine entro la fine dellʼanno. I giorni dellʼemergenza sono terminati ed è tempo per lʼinizio della rinascita. La volontà di “tornare a volare” non manca. Ma come e da dove partire? I pilastri per

lo sviluppo sono tre: casa, lavoro, scuola. Per la casa il quadro degli interventi per la ripresa si è tradotto in una serie di ordinanze governative per la ricostruzione “leggera” e “pesante”. La consapevolezza del rischio deve essere alla base delle scelte economiche ed urbanistiche da seguire per azzerare, se possibile, ridurre, di certo, i pericoli di abitare un territorio fortemente sismico. Esperti nella prevenzione del rischio e nella gestione del territorio non mancano. Basterebbe ascoltarli senza lasciarsi guidare da altre considerazioni speculative di natura economica e politica. Per il lavoro, al momento, la sfida principale è il rilancio dellʼeconomia. LʼAquila, in linea con la tendenza nazionale della grande crisi perdeva posti di lavoro già da tempo. Occorrerà, allora, ridare slancio allʼeconomia promuovendo insediamenti industriali ed altre realtà economiche. Una importante iniziativa per la spinta alla rinascita è il provvedimento straordinario, sollecitato dalla Regione Abruzzo, dellʼistituzione della “Zona Franca” (ce ne fu uno analogo anche nel 1703). Il provvedimento consiste nellʼagevolare (con esenzione Irpef, Irpeg

e contributi per i lavoratori dipendenti da 5 a 14 anni) piccole e medie aziende (max 50 dipendenti) per un bacino dʼutenza non superiore a 30.000 persone. Le scuole sono state riaperte dal mese di settembre come nel resto del territorio nazionale. Gli studenti dellʼAquila sono oltre 11mila e meno del 5% ha presentato domanda di trasferimento in una scuola fuori dal ʻcratereʼ sismico. Oltre 5600 gli alunni degli altri comuni del cratere sismico. 6000 il numero degli alunni che andranno nei Moduli ad uso scolastico provvisorio (MuSP). Prima di accogliere gli studenti, ogni scuola è stata sottoposta a severi test di agibilità. Per LʼAquila è certamente lʼinizio di una nuova vita. Il tessuto sociale cambierà, ci saranno nuovi insediamenti mentre molti lasceranno la città in cerca di una terra più sicura. Lo spopolamento è un fenomeno che accompagna quasi sempre i terremoti. Indispensabile diventa, pertanto, un progetto di sviluppo economico capace di convincere gli aquilani a rimanere. Raffaele Suffoletta

CONCORSO ALLA PROTEZIONE CIVILE CONTRIBUTO DEI MILITARI Attività svolte

Messa in sicurezza della S.S. 17 bis Paganica - Assergi

Presenza “al suono della prima campanella”

Controllo varchi di accesso al centro storico


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L’UOMO DI FRONTE ALLA CATASTROFE - IL TERREMOTO NELLA MENTE (Consulenza scientifica a cura della Dott.ssa Noemi D’Addezio del Dipartimento di salute mentale ASL – 04 AQ)

Ci ha cambiato la vita. Eʼ questa la frase più comune che si sente ripetere quando si incontra un amico o un conoscente. Nei giorni immediatamente seguenti allʼevento sismico i sentimenti diffusi tra la popolazione erano di fratellanza e solidarietà per essere scampati alla morte. La casa ed i beni terreni apparivano lontano e non rappresentavano unʼesigenza primaria. Persone che nella vita avevano avuto screzi e dissapori, anche con contrasti violenti, si incontravano e si abbracciavano. Negli incontri dei primi giorni, dopo calorosi saluti, cʼera lo scambio delle novità: come è andata? La famiglia sta bene? Come sei sistemato nellʼemergenza? Con il passare dei giorni si è tornati alla realtà. Nelle tendopoli i problemi di adattamento sono tanti e così negli alberghi dove qualcuno ha dichiarato di sentirsi “confinato”, “agli arresti domiciliari”. Insieme a tante altre persone, ma soli nei ricordi. Si riflette e si pensa alla casa che non cʼè più, allʼintimità della famiglia dispersa, al lavoro andato perduto. Le persone camminano come zombi, non sorridono più. La diaspora degli aquilani nelle località costiere per trovare una sistemazione sicura dove attendere il giorno del ritorno ha allontanato amici e parenti. Tornare a vivere come una volta nella normalità quotidiana è lontano. LʼAquila è irreale, i palazzi sono tutti vuoti,

le strade deserte. Nelle ore diurne la città vive freneticamente e caoticamente nelle strade periferiche intasate dai mezzi di soccorso. Nelle ore serali tutto tace ed è desolazione totale. In Centro la notte è spettrale. Nelle strade, permeate dal lezzo proveniente dalle abitazioni abbandonate frettolosamente, tra le macerie piene di erbacce, vagano senza meta cani e gatti randagi in cerca di cibo. Lʼaquilano vive una vita nuova, fuori dalle mura cittadine, nelle case in periferia che hanno resistito alla scossa sismica del 6 aprile. Non ha più luoghi dove riunirsi, dove trovarsi. Gli manca la normalità, la possibilità di ricostruire la propria storia con oggetti, luoghi e frequentazioni. Poter fare lo shopping in centro. A ciò si aggiunge la disgregazione degli uffici pubblici ed Enti, la necessità di conoscere dove è ubicato il tal ufficio per chiedere informazioni e trovare soluzione ai tanti problemi quotidiani per chi ha perso una casa, cosa fare per usufruire di agevolazioni e contributi e, poi, lunghe file agli sportelli; sono tutte situazioni che creano grandi disagi. Casa distrutta o inagibile, lontano da amici, senza la possibilità di ritrovarsi o di fare una passeggiata tra le strade amiche della propria città, lʼattesa per la normalizzazione senza poter intervenire nella pianificazione della propria vita equivale a dire depressione. Il nervosismo monta di gran carriera.

Da un inizio di grande fratellanza e solidarietà si è passati allʼesasperazione. I conflitti interpersonali si scatenano per futili motivi, banalità per la convivenza forzosa e la mancanza di privacy. Ma lo stesso avviene anche allʼinterno delle famiglie. Il futuro viene percepito in modo molto negativo, quasi senza speranza. “Disturbo Post - Traumatico da Stress” è il nome con cui i psicologi definiscono le problematiche conseguenti al terremoto. Eʼ un disturbo causato da un forte trauma, che coinvolge una molteplicità di fattori psicologici, di chi vede polverizzata in pochi secondi una vita fino ad allora normale. Chi ne soffre rivive persistentemente lʼevento traumatico, anche attraverso incubi notturni. La persona cerca di evitare di pensare al trauma o di essere esposta a stimoli che possano riportarglielo alla mente, ma immagini e pensieri si insinuano quando meno se lo aspetta. A volte può essere incapace di ricordare aspetti importanti dellʼevento traumatico. Soffre di insonnia, ha difficoltà a concentrarsi, ed ha reazioni incontrollate ed esagerate, attacchi di panico. Altri problemi che si associano spesso a questo disturbo sono ansia, depressione, rabbia, senso di colpa, abuso di sostanze e tendenza allʼauto medicazione, problemi coniugali e sul lavoro.

DOPO L’ULTIMO DISASTRO DI MESSINA SEMPRE LO STESSO COPIONE: le responsabilità dei singoli, le autorità inadempienti, le vittime ignare e buonissime, i controlli carenti, le leggerezze procedurali, le leggi non rispettate e distorte Colpisce nella disastrologia del nostro paese il monotono ripetersi, ad ogni sciagura, di eguali discorsi, davanti a eguali situazioni. Come capita ai dementi senili, il passato anche recente non diviene memoria, non satura le riflessioni, non crea una sedimentazione che induce a non ripetere ciò che è si appena detto. Non si riesce mai a ricominciare partendo da qualcosa, almeno da quel tre di cui si accontentava Troisi. Invece, qualsiasi cataclisma tocca un qualche punto dello stivale, si assiste sempre allo stesso copione: le responsabilità dei singoli, le autorità inadempienti, le vittime ignare e buonissime, i controlli carenti, le leggerezze procedurali, le leggi non rispettate e distorte. La cosa sconcertante è che, ogni volta, chi denuncia, chi rivede le bucce al potere facendo più o meno gli stessi discorsi di sempre, ha puntualmente ragione. In effetti, i responsabili e le responsabilità non mancano mai, si resta stupefatti dalla leggerezza di chi vive nella località colpita e di chi lʼamministra. Ma la conclusione di questa routine non è, come qualcuno potrebbe pensare, una considerazione positiva: le sciagure avvengono laddove lʼhomo italicus non si comporta bene. Non è così. In realtà la natura ogni tanto sceglie un territorio, lo strapazza un poco e tanto basta a scoprire tutte le magagne degli uomini del posto. Eʼ come se, in una classe di somari, il professore si diverta ad estrarre a sorte lʼinterrogato. Lʼestratto non è il peggiore della classe ma solo il più sfigato. Oggi il terremoto chiama alla lavagna gli amministratori aquilani e ce li mostra sprovveduti, inadempienti e superficiali, con i rapporti premonitori nel cassetto e lʼinclinazione a tirare a campare. Ma i loro colleghi, lo sappiamo tutti, non sono migliori. La sensazione è che, se domani esce il numeretto di Catanzaro o di Canicattì, chi risponderà delle manchevolezze sarà più o meno lo stesso tipo di somaro. Più o meno con le stesse responsabilità, gli stessi atteggiamenti. Se

non ci hanno già pensato per conto loro, suggerirei ai giornalisti di mettere da parte gli articoli scritti a proposito dellʼAquila, lasciare i nomi e i luoghi in bianco, aspettare il prossimo sisma e cambiare allora solo i nomi e i luoghi. Il vero pericolo viene dal ritardo con cui escono certi numeri. Probabilmente, se LʼAquila avesse subito qualche sgrullata più energica nei decenni precedenti, il 6 aprile avrebbe avuto dinamiche diverse. Pensiamo al ritardo della ruota del Vesuvio. La sparizione del pennacchio ha moltiplicato la crescita degli insediamenti abusivi, delle sanatorie, degli accomodamenti tra potere e interessi privati. Il giorno in cui il gigante assopito si sveglierà e cercherà di nuovo di tornare a Pompei, scopriremo un coro di sdegno, di “lo sapevamo tutti”. Ed usciranno i lugubri lamenti, le amare conclusioni, le mille retoriche degli intellettuali più o meno politicanti che amano tracimare ad ogni occasione sopra le superfici di carta stampata. Leggeremo allora dei complici silenzi, della fatale passività, della mancanza di lungimiranza del passato. Ebbene, il passato delle tragedie future è ora. Eʼ adesso. E, adesso, siamo tutti qui a parlare del Vesuvio con unʼaria salottiera e impotente, mentre le case si moltiplicano e salgono sulle pendici fitte e tenaci come la ginestra leopardiana. Persino qui, a LʼAquila, siamo tornati ad “adesso”, cioè ad un tempo vago e irresponsabile, dove si lavora già per le tragedie di domani. Stavamo per ricostruire il campus universitario sulla faglia, più o meno dove e come abbiamo costruito gran parte dellʼAquila degli anni ʻ80. Per fortuna è arrivata la televisione. Eʼ bastata una trasmissione televisiva. Abbiamo avviato la ricostruzione partendo dal vecchio posizionamento, dal livello “B”, quindi da criteri di sicurezza non massimi. Ma se LʼAquila, questa città che non cʼè più, questa enorme carcassa colma di macerie, è a livello sismico “B”, chi dobbiamo mettere a livello “A”?

Umberto Dante


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Intervista al Comandante del 33° Reggimento Artiglieria Terrestre Semovente ACQUI Il reggimento è stanziato nelle caserma “Pasquale – Campomizzi” nella sede di LʼAquila. Alimentato con personale a Ferma Prolungata (25%) ed in Servizio Permanente Effettivo è stato fortemente impegnato nelle operazioni in soccorso alla popolazione civile nel dopo sisma, in supporto alle Forze di Sicurezza nel G-8 a LʼAquila e nellʼ operazione “Strade Sicure” a Roma. Il personale, fortemente motivato, ha assolto tutti i compiti con professionalità e generosità. Irrilevanti le assenze per malattie o per altre motivazioni.

Col. Clemente DʼAmato, C. te 33° Rgt. Acqui Cosa è successo la notte del 6 aprile in caserma e qual è stata la reazione del reggimento subito dopo la scossa? Quali sono state le prime disposizioni impartite e gli ordini ricevuti? Dopo quanto tempo il reggimento è intervenuto in soccorso alle popolazioni? Il reggimento nelle fasi immediatamente successive al sisma inviava il proprio Ufficiale di collegamento presso la Prefettura e, presa visione della drammatica situazione della sede della stessa prefettura, irrimediabilmente compromessa, nonché della tragica situazione del centro storico cittadino, rientrava in sede per riferire sullo stato delle cose. Preso atto della situazione ho allora agito dʼiniziativa inviando squadre di primo soccorso (tutte le squadre disponibili in sede erano operative entro le due ore dopo il sisma) nellʼarea più colpita del centro cittadino ed ho allarmato tutto il personale, aperte le porte della caserma per agevolare il transito dei mezzi e lʼattività di pronto soccorso attivando il personale dellʼinfermeria interna. Nel frattempo, il personale militare residente nellʼaquilano (uomini e donne del reggimento) affluiva nella sede stanziale con i propri nuclei familiari a bordo delle autovetture private per metterli in sicurezza, vista la frequenza e lʼintensità dello sciame sismico di assestamento. Il Reggimento sosteneva quindi un duplice sforzo nellʼassicurare i soccorsi allʼesterno a salvaguardia della vita umana, come allʼinterno della Caserma ove si procedeva ad allestire una tendopoli per dare riparo ai nuclei familiari e fornire un primo aiuto a chiunque fosse in difficoltà. La disponibilità e la piena efficienza delle cucine da campo del reparto consentivano la distribuzione di un pasto caldo a tutti coloro che si erano rifugiati presso il reggimento già nel corso della stessa giornata. Operazione “Gran Sasso”. Quali sono i compiti del reggimento? LʼOperazione “Gran Sasso” è nata per fornire il concorso delle unità delle Forze Armate al

Dipartimento della Protezione Civile per venire incontro alle innumerevoli esigenze della popolazione aquilana, in conseguenza degli effetti del terremoto. Il Comandante del 33° Reggimento è stato individuato dallo Stato Maggiore dellʼEsercito quale Comandante della Task Force configurata in termini di risorse umane, mezzi e materiali per fornire le proprie capacità peculiari. La stessa Caserma “Pasquali - Campomizzi” è stata impiegata per alloggiare e allocare le unità, in stragrande maggioranza del Genio, giunte nellʼarea di operazioni nelle ore immediatamente successive al tragico evento sismico. I compiti che sono stati assegnati al Reggimento ed alle unità ricevute in concorso riguardano tra gli altri: − il comando, il controllo ed il coordinamento sia delle forze proprie sia di quelle ricevute in rinforzo del genio, delle trasmissioni, delle unità di manovre di fanteria, cavalleria ed artiglieria, che si sono alternate nellʼambito dellʼoperazione; − il supporto logistico alle unità delle Forze Armate e Guardia di Finanza nel più ampio spettro delle attività (rifornimenti, recuperi e sgomberi, mantenimento, vettovagliamento, assistenza sanitaria); − gli interventi tecnico specialistici delle unità del Genio; − il soccorso alla vita umana e supporto medico; − gli interventi di allestimento/smantellamento dei campi di accoglienza e loro urbanizzazione, il trasporto di personale e cose, le ricognizioni di aree ed itinerari; − la raccolta e lʼelaborazione dati per il censimento, lʼassistenza al personale dellʼIstituto Geografico Militare nellʼattività di rilevamento dei dati geotopografici post-sisma, presenza di personale a supporto dei direttori scolastici per la riapertura delle scuole. Le infrastrutture della caserma hanno tenuto

bene? Quali sono stati i principali danni? La Caserma “Pasquali - Campomizzi” nel suo complesso ha resistito bene alla scossa tellurica del 6 aprile ed allo sciame sismico susseguente, in particolare non si è avuto alcun ferito anche se i danni alle strutture sono in alcuni casi ingenti. Un edificio a due piani adibito a uffici, magazzini ed alloggiamento del personale sarà demolito per i danneggiamenti patiti a seguito delle scosse. Numerosi interventi saranno necessari per ripristinare la piena agibilità di tutte le strutture. Va evidenziato che tre edifici della Campomizzi sono stati nel corso del mese di agosto temporaneamente ceduti dallʼEsercito Italiano al provveditorato alle Opere Pubbliche per esigenze della Protezione Civile, nellʼambito della ricerca di opzioni alternative per gli ospiti dei centri di accoglienza ancora in tenso-strutture, in vista dellʼimminente inverno. Il G8 a LʼAquila. Il reggimento ha ricevuto compiti particolari? Sono state incontrate difficoltà nellʼassolvimento di tali compiti? Il Reggimento nellʼambito dellʼOperazione “Giotto” istituita per concorrere al dispositivo di sicurezza messo in atto in occasione del grande evento, riunione G-8 a LʼAQUILA, ha fornito un complesso minore in armi alle dipendenze del 1° reggimento bersaglieri della Brigata “Garibaldi”, schierato nel vicino abitato di PIZZOLI. I compiti assegnati allʼunità sono stati quelli consueti in questa tipologia di operazioni, ovvero controllo del territorio, costituzione di Posti di Osservazione ed Allarme, nonché presidio di infrastrutture ed obiettivi sensibili. Nel contempo, si è provveduto a potenziare il dispositivo di sicurezza interna della sede stanziale al fine di prevenire eventuali minacce o atti dimostrativi, a tutela del personale e dei beni dellʼAmministrazione della Difesa. Nellʼassolvimento dei compiti assegnati non si sono riscontrati problemi di alcun genere ed il personale impiegato ha operato con la consueta abnegazione e motivato impegno. segue a pag. 9

La bandiera di guerra del Reggimento

Obice semovente M109 in dotazione al Reggimento


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Operazioni strade sicure. Dove e come è stato impegnato il reggimento? Eʼ stato svolto un addestramento specifico: sia sotto il profilo operativo sia sotto il profilo giuridico? Le regole di comportamento / di ingaggio sono ben definite? Come è stata lʼaccoglienza della popolazione civile per tali compiti? I militari impegnati come considerano tale servizio? Ritenete che il vostro intervento sia importante per risolvere il problema della criminalità? Il reggimento è stato impegnato in concorso al 1° Reggimento “Granatieri di Sardegna” nella città di ROMA con un complesso minore di circa 120 uomini, dal 4 agosto 2008 alla prima decade di giugno 2009. Le risorse sono state preventivamente addestrate per assolvere i compiti tipici di questo tipo di intervento in concorso alle forze di polizia per incrementare la sicurezza delle aree urbane delle principali città italiane. Il ritorno in termini operativi e la positiva reazione della pubblica opinione sembra non dare adito sulla valenza dellʼiniziativa. Il reggimento, peraltro, è attualmente in fase di addestramento per sostituire il 9° reggimento alpini nel delicato compito di sicurezza direttamente riconducibile alla Operazione “Gran Sasso”, il passaggio di responsabilità avverrà entro la metà del mese di ottobre. Nelle Operazioni delineate ci sono stati momenti di particolare difficoltà/criticità? Sono state impiegate le Volontarie? Hanno avuto difficoltà nellʼassolvimento dei compiti? NellʼOperazione “Gran Sasso” molte sono state le difficoltà incontrate, soprattutto nelle prime fasi caotiche immediatamente successive allʼevento sismico. Lʼimmagine dei miei uomini con lo sguardo attonito e sgomento, gli occhi lucidi di chi nellʼimmediatezza dellʼevento si è catapultato in Caserma con i propri familiari, abbandonando le proprie case e gli averi, talvolta frutto di sacrifici anche di una vita, per ripartire subito dopo a bordo dei mezzi militari, resterà sempre impressa nella mia memoria. Lʼesigenza di contemperare simultaneamente le esigenze di servizio con quelle personali sono state il primo ostacolo da superare. Ciò, unitamente

allʼimpegno comunque assicurato dal reggimento per alimentare e supportare il proprio complesso minore su ROMA nellʼoperazione “Strade Sicure”, ha reso ancora più complessa lʼorganizzazione e la gestione dei soccorsi fino al completamento dellʼapprontamento dei campi di accoglienza. Il personale femminile circa 20 unità in forza al reparto è stata impiegato senza limitazione alcuna ed ha fornito il consueto contributo di alta valenza e professionalità alla pari dei loro colleghi. In definitiva, tutto il personale dipendente e quello avuto in concorso ha operato in condizioni estreme meritando la stima e lʼammirazione da parte della popolazione in difficoltà. Evidenzio che in questa circostanza ho apprezzato soprattutto nel personale più giovane una maturazione professionale molto rapida ed una immediata presa di conoscenza delle proprie capacità fisiche e psicologiche. Il sisma è stato per noi tutti una dura palestra di vita ed una prova severa di verifica delle capacità di resistenza allo stress operativo e dellʼefficacia dellʼaddestramento militare. Il Reggimento nel suo insieme è cresciuto ed ha saputo ergersi a punto di riferimento nel complesso scenario che si è costituito allʼindomani della catastrofe. Qual è il suo primo pensiero mattutino e lʼultimo prima di andare a letto? Inizialmente, devo ammettere che ad ogni risveglio speravo di essere stato vittima di un incubo, purtroppo così non è. Ultimamente, il mio primo pensiero è quello di cercare di essere allʼaltezza dei compiti assegnati, compiti che da quellʼalba nefasta hanno sconvolto la vita e le attività non solo del reparto, ma della stragrande maggioranza del personale dipendente e delle loro famiglie. Ho comunque la certezza di aver ricevuto e di ricevere quotidianamente il massimo apporto dai miei artiglieri (uomini e donne) i quali, nonostante le difficoltà, non hanno mai lesinato sforzi e sacrifici nellʼadempimento del loro dovere nei confronti della popolazione bisognosa. Questa abnegazione e lʼimpegno profusi mi confortano tutte le sere, terminate le attività quotidiane, dandomi ulteriori energie per il futuro che non potrà che essere migliore per tutti noi.

LʼAquila 15 ottobre 2009

Il 9° Reggimento Alpini ha ceduto la responsabilità dellʼoperazione “Strade sicure 2” al 33° Reggimento Artiglieria “Acqui” nel controllo degli accessi alla Zona Rossa

OPERAZIONE “STRADE SICURE” I militari operano con lo status di “Agente di Pubblica Sicurezza” D. L. 25/1992 n. 349, articolo 1 Poteri principali: · Procedere alla identificazione ed · Accompagnare le persone identificate · Comunicare, entro 48 ore, al immediata perquisizione sul posto di presso i più vicini uffici o comandi Procuratore della Repubblica gli esiti persone e mezzi di trasporto a norma della Polizia di Stato o dellʼArma delle operazioni di perquisizioni. dellʼart. 4 della L. n. 152/1975, con dei Carabinieri consegnando le lʼesclusione delle funzioni di polizia armi, gli esplosivi e gli altri oggetti giudiziaria; eventualmente rinvenuti ;


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CAMBIO AL COMANDO DEL 9° REGGIMENTO ALPINI

Passaggio in consegna della Bandiera

Col. Andrea MULCIRI Venerdì 2 ottobre 2009 si è svolto il cambio del comandante del 9° reggimento alpino alla caserma “F. ROSSI” di LʼAquila. Il colonnello Andrea Mulciri ha ceduto il comando dellʼunità al colonnello Franco Federici, proveniente dal Comando Operativo di Vertice Interforze di Roma e vecchia conoscenza del reggimento abruzzese per essere stato in passato il comandante del battaglione Alpini “L´Aquila”. Al comando del colonnello Mulciri, il 9°

reggimento Alpini è stato impegnato in Afghanistan come diciottesimo contingente nazionale a Kabul; ha preso parte alle operazioni ancora in atto “Gran Sasso” e “Strade Sicure”, in soccorso della popolazione abruzzese ed in concorso alle forze dell´ordine, per il controllo del centro storico di L´Aquila e di altri punti sensibili dell´hinterland cittadino a seguito del sisma dello scorso 6 aprile e all´operazione “Giotto 2009” in occasione del vertice dei capi di Stato e di Governo dello scorso luglio. Nel corso della cerimonia, alla presenza del comandante della brigata alpina “Taurinense” da cui il 9° reggimento alpini dipende, delle autorità religiose, civili e militari sono state consegnate alcune onorificenze ai familiari del maresciallo capo Luca Polsinelli, vittima

Col. Franco FEDERICI di un attentato terroristico in Afghanistan nel 2006, e ai familiari del 1° maresciallo Salvatore Ruggiero, deceduto durante una delle attività di servizio in montagna del reggimento. Il colonnello Andrea Mulciri andrà a frequentare un corso d´alta formazione presso l´Istituto Alti Studi per la Difesa (IASD). Al colonnello Federici un grosso “in bocca al lupo” per il suo periodo di comando.

35ª edizione del Premio Nazionale «L’ALPINO DELL’ANNO» Alpina del 9° Reggimento premiata a Pietra Ligure

Il premio “alpino dell’anno 2008” è stato assegnato al 1° caporal maggiore Cristina Zodda; siciliana di Venetico Marina - in provincia di Messina - Cristina, 30 anni, presta servizio al 9° reggimento Alpini dellʼAquila con lʼincarico di aiutante di sanità. A tributarle lʼimportante riconoscimento istituito nel 1974 è stata una commissione della sezione di Savona dellʼAssociazione Nazionale Alpini (ANA), organizzatrice del Premio “LʼAlpino dellʼAnno 2008” che ha lo scopo di valorizzare gli alpini, in armi o in congedo che, hanno evidenziato umiltà, riservatezza e generosità verso gli altri senza peccare di protagonismo. La giovane alpina è stata la prima donna a ricevere il premio il 27 settembre a Pietra Ligure, nei pressi di Savona, in occasione dellʼannuale raduno della locale sezione dellʼANA. A consegnarlo è stato il generale Claudio Berto, comandante della brigata Alpina Taurinense assieme al presidente nazionale dellʼANA, Corrado Perona. Cristina Zodda è partita dalla sua Sicilia cinque anni fa per arruolarsi nellʼEsercito ed entrare quindi nel Corpo degli Alpini. A spingerla nella scelta, è stata allʼinizio la semplice curiosità. Poi, un pò per grinta personale, un pò per lʼamore verso la natura e gli sport estremi, Cristina si è appassionata alla montagna e alle attività che ogni giorno migliaia dʼalpini svolgono in addestramento lungo le creste e sulle montagne dʼItalia e del mondo. Queste doti personali hanno portato il 1° caporal maggiore a primeggiare nellʼaddestramento alpino. 1° Caporal Maggiore Lʼalpina del 9° reggimento è stata premiata Cristina ZODDA per la bravura dimostrata in Afghanistan nellʼagosto del 2008, quando - in unʼoperazione condotta dal contingente italiano nei dintorni di Kabul – la sua pattuglia veniva attaccata e lei, con prontezza prestava soccorso al veicolo che seguiva coinvolto in unʼesplosione; in tale circostanza dimostrava coraggio, freddezza, professionalità, e spiccato spirito di servizio nellʼaiutare i colleghi feriti.


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L’8 SETTEMBRE 1943 in albania STORIA IN LABORATORIO - COLTRINARI MASSIMO pubblicato nel 2009

Perché la Divisione “Parma” che doveva proteggere e tenere il porto di Valona, il punto di collegamento fondamentale con lʼItalia, vitale per ogni sopravvivenza, crollò nellʼarco di 48 ore, e permise ad una colonna motorizzata tedesca esile e decisa di occupare il predetto porto di Valona senza colpo ferire? Perché la Divisone “Arezzo”, stanziata nel corciano, passò quasi al completo nelle file tedesche, rinnegando ogni tradizioni, anche i simboli più cari come bandiere e stendardi? Perché la Divisone “Puglie”, in piena crisi di movimento, fu completamente lasciata al suo destino e nel Kossovo fu oggetto di vendetta e rappresaglia da parte di kossovari, che avevano prestato giuramento di fedeltà al Re Imperatore? Perché la Divisone “Firenze” lasciata Dibra, mosse verso il mare per raggiungere lʼItalia e combattè il 22 settembre 1943 una battaglia contro i tedeschi a Kruja e, sconfitta, salì in montagna e raggiunse il Comando dellʼEsercito di Liberazione Nazionale Albanese quasi al completo? Perché la Divisone “Brennero”, composta da Altoatesini e Veneti fu al completo rimpatriata, dai tedeschi, In Italia, a Trieste

e Venezia e poi, scelse di essere internata in Germania? Perché la Divisione “Perugia”, in marcia da Argirocastro a Santi Quaranta, in armi, tenne questo porto fino ai primi di ottobre 1943 presi i contatti con Brindisi, avuti ordini di resistere, dopo la caduta di Cefalonia e Corfù, respinse un attacco dal mare di forze tedesche e ricevuto lʼordine dal Comando Supremo Italiano di lasciare le armi ai partigiani albanesi e di portarsi a Porto Palermo, 45 km più a nord, per essere evacuata in Italia, fu abbandonata a se stessa ed alla rappresaglia tedesca? Per tanti soldati italiani in terra albanese arrivò il momento delle scelte, ognuno a fronteggiare tutti i nemici: i criminali, i briganti, i collaborazionisti, i tedeschi ed anche la diffidenza dei partigiani albanesi combattuti fino a poche settimane prima. Soli con la loro coscienza. Queste pagine voglio tratteggiare le loro vicende, non per dare giudizi, o attestati meritori, ma solo per ricordarli e per ricordare quella che fu una tragedia, prima di tutto materiale e più ancora morale, come è stato lʼarmistizio dellʼ8 settembre in Albania. Massimo Coltrinari, è titolare di Storia Militare alla cattedra di Dottrine Strategiche allʼIstituto superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI) presso il Centro Alti Studi per la Difesa. Collabora, con progetti di ricerca, con Il Centro Militare di Studi Strategici (CeMISS). Eʼ Cultore della materia alla Cattedra di Geografia Politica ed Economica, Facoltà di Scienze Politiche, Università “La Sapienza”, Roma. Per la collana “Storia in Laboratorio”, ha preparato, insieme a Laura Coltrinari, La Ricostruzione e lo studio di un avvenimento storico-militare, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2008, e con Paolo Colombo, “La Divisione “Perugia”. Dalla Tragedia allʼOblio. Albania 8 settembre - 3 ottobre 1943, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2009


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GIORNATE DI STORIA DELLE FORZE ARMATE ITALIANE Vª EDIZIONE La nuova edizione delle Giornate di Studio sulla Storia delle Forze Armate si svolgerà come tutti gli anni a LʼAquila, nel mese di novembre. Si tratta di un segno di continuità e di resistenza che si intende dare alla città e allʼintero Paese. Ovviamente, la nuova edizione non potrà ignorare lʼaccaduto, anche se non è intenzione degli organizzatori risolvere la riflessione e lʼapprofondimento nellʼambito del terremoto, mantenendo il livello e la finalità complessiva sugli standard delle precedenti edizioni. Come in passato le iniziative si svilupperanno attorno a due settori fondamentali, uno proiettato sullʼattualità, lʼaltro destinato allʼapprofondimento storiografico. La prima giornata verrà dedicata alla vicenda del terremoto e prenderà in esame per un primo bilancio complessivo lʼintervento effettuato a LʼAquila, con particolare attenzione per il ruolo svolto dalle Forze Armate; più in generale si andrà ad affrontare il tema del ruolo dellʼEsercito in occasioni delle situazioni di emergenza.

CALENDARIO INIZIATIVE LʼAQUILA 18 – 19 - 20 novembre 2009 18 NOVEMBRE 2009 ITIS (Istituto Tecnico Industriale Statale) 10,00 - 10,30: Alza Bandiera, onori ai caduti ed alle vittime del terremoto 10,45 - 11,30: Consegna del premio “Martiri di Cefalonia” assegnato alla brigata “Garibaldi”; incontro intervista con il Comandante; 11,30 - 12,30: Concerto della fanfara della Brigata Garibaldi. .

La seconda sezione riguarderà un convegno dedicato a pagine significative della Resistenza dei militari, con particolare attenzione allʼItalia meridionale, allʼAbruzzo ed alla Brigata Maiella.

19 NOVEMBRE 2009 ITIS (Istituto Tecnico Industriale Statale)

Accanto a questi due momenti di approfondimento saranno consegnati, come tutti gli anni, i seguenti premi: Ettore Troilo, dedicati allʼeditoria; Martiri di Cefalonia, dedicato a uomini e unità dellʼEsercito Italiano distintesi per dedizione al dovere.

10,00 - 12,00: Riflessione sul terremoto e sull’intervento della Protezione Civile a L’Aquila; 12,00 - 12,30: Consegna premio “Ettore Troilo” assegnato all’ Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’ Esercito incontro intervista con il Capo Ufficio.

20 NOVEMBRE 2009 Palazzo Emiciclo, Sala Conferenze 16,00 - 18,00: Tavola rotonda sull’Italia della Prima Resistenza.

VOX MILITIÆ

LʼAssociazione Culturale VOX MILITIÆ si propone di: · Catalizzare le persone che condividono i valori della Società Militare; · Diffondere la cultura e il ruolo dei militari nella Nazione che cambia; · Condividere momenti di vita (solidaristico-ricreativo) con persone che hanno identiche motivazioni; · Fornire ai soci assistenza e consulenza giuridica e amministrativa. La partecipazione è aperta a tutti coloro che vogliono far sentire la loro voce. Gli articoli investono la diretta responsabilità degli autori e ne rispecchiano le idee personali, inoltre devono essere esenti da vincoli editoriali. Di quanto scritto da altri o di quanto riportato da organi di informazione occorre citare la fonte. La redazione si riserva di sintetizzare gli scritti in relazione agli spazi disponibili; i testi non pubblicati non verranno restituiti. Contattateci tramite telefono: 320 1108036 e-mail: acvm@libero.it

DIRETTORE GENERALE Raffaele Suffoletta

ASSOCIAZIONE CULTURALE VOX MILITIÆ QUOTA ASSOCIATIVA ANNO 2009 euro 25,00 CI SI ASSOCIA INVIANDO DOMANDA, CORREDATA DI DATI ANAGRAFICI, A: ASSOCIAZIONE CULTURALE VOX MILITIÆ Via Puglia, 18 - 67100 LʼAquila Il versamento della quota associativa per i nuovi soci ed il rinnovo della tessera per gli associati può essere effettuato sul c/c bancario n. 104934 intestato a «ASSOCIAZIONE CULTURALE VOX MILITIÆ» CARISPAQ di LʼAquila, sede centrale.

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PERCHÉ SIAMO IN AFGHANISTAN IL TERREMOTO A L’AQUILA 6 MESI DOPO Tenente Antonio FORTUNATO CAVENDO TUTUS 1° Caporal Maggiore Giandomenico PIS...

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