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VOX MILITIÆ CAVENDO TUTUS ANNO IX - N° 1

Febbraio 2010 29 GENNAIO 2010

Passaggio di consegne ufficiale tra il Commissario delegato per l’emergenza terremoto, Guido Bertolaso, e il Commissario delegato per la ricostruzione, Gianni Chiodi. Alla Presidente della Provincia Stefania Pezzopane, ed al Sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, spetterà il ruolo di Vicecommissario. Presenti anche oltre cento sindaci dei Comuni del cratere e circa 80 ragazzi abruzzesi delle scuole elementari, medie e superiori.

IL “FENOMENO LʼAQUILA” Demetrio Moretti Correva lʼanno 2009, il giorno 6 di aprile era appena iniziato e da poche ore nelle abitazioni degli aquilani era entrata la Palma benedetta, il simbolo della Pace. Ed invece stava per scatenarsi una “guerra”, con morti e distruzioni. Alle 3,32 di quella mattina arrivò il putiferio, il devastante terremoto che pochi temevano, perché da sempre abituati a convivere con quella ribellione della terra. Lʼintero centro storico distrutto, migliaia di famiglie senza casa ed un tessuto sociale ed economico in ginocchio. Forse così, tra decenni, verrà ricordato quanto accaduto nel capoluogo dʼAbruzzo, ma nei libri di storia, ne siamo certi, si parlerà del “fenomeno LʼAquila”. Nel giro di otto mesi tutti gli abitanti della città e delle zone circostanti hanno avuto un tetto per ripararsi dal gelido inverno: sono scomparse le tendopoli e tantissima gente è rientrata dagli alberghi della costa. Grazie a Silvio Berlusconi, che nella coalizione di Governo riesce ad imporre le sue scelte, LʼAquila ha ottenuto la realizzazione, nel giro di pochi mesi, di migliaia di appartamenti antisismici, in cui i bambini ed i loro genitori hanno ritrovato tranquillità e serenità. Anche se le polemiche non mancano perché qualche conticino è stato sbagliato e le famiglie di una o due persone restano per ora in albergo, tutti riconoscono che in Abruzzo si è fatto qualcosa di straordinario. Eʼ questo il “fenomeno LʼAquila”. Ma ora bisogna pensare alla ricostruzione della città. LʼAquila senza il suo centro storico rischia di svuotarsi, di non avere futuro. Dal Governo giungono assicurazioni: i fondi necessari arriveranno, ripartiti negli anni. Ma ci sarà la capacità di impiegarli in modo corretto, facendo le scelte giuste? Lʼinterrogativo è inquietante, anche perché lo Stato ha ceduto il bastone del comando agli Enti locali, o meglio al presidente della Regione Gianni Chiodi ed al sindaco dellʼAquila Massimo Cialente, in qualità di commissario e vice commissario. Saranno in grado di andare avanti senza lasciarsi condizionare dalle pressioni politiche e dai poteri forti? Ce lo auguriamo. Lʼattesa incomincia.


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IL TRATTATO DI NON PROLIFERAZIONE NUCLEARE (NPT) Raffaele SUFFOLETTA

completo – non proliferazione verticale; - sulla cooperazione internazionale nel campo Il Trattato delle attività nucleari pacifiche, affermando Il periodo che va dal termine della II^ G.M. alla il principio secondo cui i benefici della fine della Guerra Fredda è stato caratterizzato tecnologia nucleare, compresi i derivati di dalla sfida tra USA (1945) ed URSS (1949) ogni genere, che le potenze nucleari possono nellʼacquisizione degli armamenti nucleari e dei ricavare dallo sviluppo di congegni nucleari relativi vettori di lancio, seguiti da Gran Bretagna esplosivi, devono essere resi accessibili (per (1952), Francia (1960) e Cina (1964). scopi pacifici) a tutte le Parti, siano esse o La necessità di impedire o, quantomeno ridurre meno militarmente nucleari. A condizione che drasticamente, la diffusione delle armi nucleari, il trasferimento delle tecnologie avvenga sotto nella consapevolezza di una catastrofe mondiale, il controllo dellʼAgenzia Internazionale per è stata recepita sin dallʼinizio dellʼera atomica. lʼEnergia Atomica (AIEA) cui è stato delegato La percezione di questo rischio ha favorito una il controllo sullʼattuazione del Trattato. serie di accordi fino ad arrivare al “Trattato di Ogni Paese può recedere dal Trattato stesso, a condizione di darne informazione a tutte le parti ed al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con almeno tre mesi di anticipo (art. X.1). Lʼelemento qualificante del Trattato è la spontanea rinuncia delle “nazioni non nucleari” ad acquisire armamento nucleare. Il grado di accettazione di questa auto-limitazione dipende dalle garanzie di protezione e sicurezza che le stesse ricevono; “fissate in un accordo da negoziare e concludere con l’Agenzia Internazionale per l’ Energia Atomica”. Un complesso sistema di contrappesi che deve essere sempre in equilibrio. Lʼarticolo VIII prevede la realizzazione di conferenze quinquennali con lo scopo di impegnare i rappresentanti degli Stati parte a verificare il modo di operare del trattato stesso, al fine di assicurarne lʼattuazione. Le conferenze di revisione si sono svolte regolarmente. Nella conferenza di riesame del 1995, in accordo con le disposizioni contenute nellʼ art. X.2, il Trattato è stato esteso a tempo indeterminato. Il TNP ha contribuito in modo determinante a limitare la diffusione delle armi nucleari dalla Non proliferazione Nucleare” (TNP), sottoscritto data di sottoscrizione ad oggi. Diversi Paesi il 1° luglio 1968 a Londra, Mosca e Washington (Iraq, Algeria, Sud Africa, Brasile, Argentina) ed entrato in vigore il 5 luglio 1970, al quale, successivamente, hanno aderito tutte le “Nazioni Nucleari” (così definite, dallo stesso documento – art. IX.3 , per aver fabbricato o fatto esplodere un ordigno nucleare o un altro congegno esplosivo anteriormente al 1° gennaio 1967) e la quasi totalità delle “Nazioni non Nucleari”, tanto che oggi può dirsi universale. Restano fuori: Israele, India e Pakistan, che hanno sperimentato e fatto esplodere ordigni nucleari dopo la firma del trattato. Il TNP costituisce una pietra miliare nel campo della limitazione degli armamenti. Il Trattato si compone di un Preambolo e di undici articoli. Nel Preambolo si richiama la necessità di limitare la diffusione dellʼarmamento nucleare e dei relativi missili vettori al fine di promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità internazionali. Lʼintero accordo, incentrato sul libero consenso, si fonda: - sulla rinuncia allʼacquisizione di armi nucleari da parte delle “nazioni non nucleari”– non proliferazione orizzontale; - sullʼ impegno delle “nazioni nucleari” a non trasferire tali tecnologie ed a ridurre le proprie dotazioni nucleari in vista di un disarmo

che avevano intrapreso la strada di dotarsi di armi nucleari hanno poi desistito grazie alle pressioni internazionali. Ancora positivi sono stati i risultati nel campo delle procedure di sicurezza da osservare nellʼuso di materiali nucleari e sullʼassicurazione a non sperimentare né possedere armi nucleari da parte di quelle “nazioni non nucleari” vicine alla capacità di sviluppo. Di grande aiuto al rafforzamento del sistema di controlli sono stati gli accordi regionali, sottoscritti da numerosi Paesi, volti a costituire aree prive di armamento nucleare (Nuclear-Weapon-Free-Zones, NWFZ) e il trattao per la messa al bando totale degli esperimenti nucleari (Comprehensive Ban Treaty – CTBT). Tra le altre misure di rilievo si evidenziano gli accordi tra URSS/Russia e USA: - SALT – Strategic Arms Limitation Talks, per la limitazione delle armi strategiche offensive; - INF – Intermediate Range Nuclear Forces, per la limitazione delle forze nucleari; - START – Strategic Arms Redution Talks,per limitare lʼarsenale nucleare; - ABM – Anti Balistic Missile, per la messa al bando di unʼintera classe dei sistemi dʼarma; Problematiche Nonostante i positivi risultati ottenuti, il TNP sembra mostrare delle crepe che ne mettono in dubbio la sopravvivenza. Le principali problematiche attengono: 1. Mancato smantellamento delle testate nucleari Lʼaccusa, rivolta alle “cinque nazioni nucleari”, è di non avere una reale intenzione di smantellare i loro arsenali; 2. Scarsa cooperazione per la promozione pacifica della tecnologia nucleare Lʼaccusa, rivolta alle nazioni nucleari, è di bloccare la cooperazione volta a promuovere lʼimpiego pacifico delle armi nucleari al fine di mantenere lo stato di fatto. 3. Gestione “politicizzata” nell’applicazione delle norme LʼIran ha osservato che la tolleranza nellʼapplicazione del Trattato non è uguale per tutti, così mentre viene tollerata lʼacquisizione di armi nucleari per Israele, India e Pakistan (peraltro non sottoscrittori del Trattato), uguale tolleranza non viene accordata ad altri Paesi solo perché ostili alle “Nazioni Nucleari”. 4. Limiti nel regime ispettivo - I parametri di verifica fissati dello Statuto dellʼAIEA lasciano ampio margine di discrezione nella valutazione dello stato di avanzamento delle attività nucleari rischiando di fissare soglie, a seconda dei casi, o troppo flessibili o troppo rigide; - Le ispezioni si limitano ai siti ed al materiale fissile dichiarato. Anche se sono state previste ispezioni a sorpresa, senza limiti, con un protocollo aggiuntivo non sottoscritto da tutte le nazioni.


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5. Mancanza di meccanismi di sanzione automatici in caso di inadempienze Il Trattato si limita a rimandare allʼautorità del Consiglio di Sicurezza dellʼONU la gestione dei casi di non conformità. Ne è un esempio il contenzioso con la Corea del Nord che si è ritirata dal TNP nel 2003 (unico caso di ritiro) e ha condotto due test nucleari nel 2006 e 2009. Il Consiglio di sicurezza ha duramente condannato la Corea del Nord, ma non ha imposto che un limitato regime di sanzioni, in particolare per lʼopposizione della Cina alleata del governo di Pyongyang. LʼIran continua nel suo programma di arricchimento dellʼUranio e non vengono presi provvedimenti.

Conclusioni La prossima conferenza del riesame avrà luogo a New York dal 3 al 28 maggio 2010; la disponibilità del presidente Obama ad un approccio più collaborativo induce a sperare in un risultato positivo. Fondamentale risulta, quindi, trovare un compromesso perché lʼintrinseca accettazione dei principi che stanno alla base del Trattatopossanoessereconsiderati accettabili e vantaggiosi per tutti: non proliferazione, disarmo e cooperazione per lʼimpiego pacifico delle tecnologie nucleari,. Lʼesistenza di potenze nucleari di fatto (Israele, India, Pakistan) a cui è stato permesso di armarsi continuerà ad influire negativamente. Verosimilmente gli USA hanno permesso lo sviluppo al loro tradizionale alleato Israele e mantengono un forte interesse per India e Pakistan. Sembrerebbe, infine, che dietro la volontà iraniana a sfidare il regime internazionale ci sia la Russia (almeno inizialmente) e la Cina. Simili comportamenti conferiscono al TNP uno stato di precarietà che potrà essere superato ricercando un ampio consenso politico, ovvero, eliminando le cause che inducono alcuni stati a dotarsi di tale armamento. Lʼaltra grande problematica è la possibilità di impiego della tecnologia nucleare per la produzione di energia a scopi civili, il cosiddetto “dual – use”. Alla base di un programma nucleare militare vi è infatti il medesimo processo di arricchimento dellʼuranio 15 o di separazione del plutonio 16 necessario alla produzione di energia a scopi civili. Storicamente i programmi nucleari civili si sono sviluppati da quelli militari, ma in teoria è possibile anche il contrario. Nulla esclude che alcuni Paesi dichiarino di voler

LʼAgenzia Internazionale per lʼ Energia Atomica (AIEA) LʼAIEA (International Atomic Energy Agency) nasce nel 1957 nellʼambito delle organizzazioni ONU con il compito di promuovere lʼuso pacifico dellʼenergia atomica e di assicurare, nei limiti del possibile, che la diffusione della relativa tecnologia non favorisca lo sviluppo di progetti militari. Per questo motivo, dopo la sottoscrizione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare è stata investita di compiti ispettivi esclusivi divenendo il centro nodale del sistema internazionale di misure di monitoraggio atte a verificare lʼeffettivo rispetto dellʼutilizzo dellʼenergia nucleare solo per usi civili. Il centro operativo ha sede a Vienna, mentre alcuni uffici sono dislocati a Ginevra, New York, Tokio e Toronto. A supporto della propria attività dispone di Centri di Ricerca e laboratori scientifici. Il laboratorio centrale si trova a circa 30 km da Vienna, ricerche vengono fatte anche nei laboratori di Monaco

e Trieste. Nel quadro di specifici accordi sottoscritti con i vari governi, allʼAIEA è demandato il compito di verificare il rispetto degli impegni internazionali assunti e di non condurre programmi nucleari con fini militari. Il controllo avviene mediante le cosiddette “salvaguardie”: insieme di verifiche tecniche inquadrate in un sistema più complesso di controlli internazionali dei materiali nucleari a fini di non proliferazione. Lʼattività è, pertanto, basata sulla valutazione della correttezza e completezza delle dichiarazioni fornite dai vari Stati allʼAIEA su tutte le attività dirette e correlate concernenti i materiali nucleari. Il TNP ha obbligato ogni paese a sottoscrivere un accordo con la stessa Agenzia con il quale si impegna a sottoporre ai controlli di salvaguardia tutto il materiale nucleare in suo possesso ed a dichiararne i siti di collocazione.

sviluppare la tecnologia nucleare per scopi civili per poi, a traguardo raggiunto, uscire fuori dal TNP. Per contro cʼè da evidenziare che lo sviluppo della tecnologia nucleare è molto oneroso sia nella fase di ricerca, sia nel mantenimento. Questo dato induce molti stati a desistere dal proposito.

ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA Il termine Arma di distruzione di massa (in inglese Weapon of mass destruction) viene usato per descrivere unʼarma capace di uccidere indiscriminatamente una grande quantità di esseri viventi. Questa definizione comprende diversi tipi di armi, tra cui armi nucleari, biologiche e chimiche, indicate con la sigla NBC e armi radiologiche.


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AFGHANISTAN: VERSO UNA SOLUZIONE? Vito Di Ventura Dopo oltre otto anni di guerra al terrorismo internazionale di al-Qaeda e dei gruppi seguaci, i Talebani, rifugiatisi in Afghanistan e nelle terre senza legge ai confini del Pakistan, il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha presentato la sua nuova strategia. In realtà, non è altro che la rielaborazione di vecchi metodi, già applicati senza successo in Vietnam e con scarsi risultati in Iraq. In sintesi, gli elementi chiave sono: a. mantenere sotto pressione al-Queda ai confini tra Afghanistan e Pakistan e in altre regioni del mondo; b. lanciare una controffensiva alle forze Talebane, inviando ulteriori 30 mila soldati americani ed un numero imprecisato (circa 10 mila) di soldati della NATO e dei Paesi della Coalizione; c. intensificare lʼaddestramento delle forze militari Afghane in modo da passare loro la responsabilità delle provincie liberate ed iniziare lʼoperazione di rientro che potrebbe iniziare a partire del Luglio 2011. In quanto alle forze aggiuntive (circa 40 mila) che si dispiegheranno in Afghanistan, esse non serviranno a sconfiggere i Talebani. Lʼuguaglianza che “maggiore è il numero dei soldati presenti, maggiore è la possibilità di sconfiggere i Talebani”, è troppo semplice o semplicistica. Se così fosse la guerra al terrorismo sarebbe già finita. Lʼincremento delle truppe sul terreno, voluta dal Comandante di teatro, Gen. Stanley A. McChrystal, potrà servire solo come “input”, una specie di iniezione di fiducia al morale delle truppe, per invertire il trend negativo degli scorsi anni e creare le condizioni affinché le forze afghane possano assumere la responsabilità. Questʼultima condizione, infatti, viene descritta come il “centro di gravità” 1 ovvero la fonte primaria della capacità operativa che consente di portare a termine la missione e di raggiungere gli obiettivi. Se il centro di gravità viene a cadere, tutto il sistema crolla. Quindi, occorre incrementare lʼaddestramento, qualitativo e quantitativo, del personale sia delʼEsercito Nazionale Afghano (ANF) sia delle Forze di Sicurezza Afghane (ANSF). Operazione non semplice per una serie di considerazioni e di ostacoli che dovranno essere superati, che non riguardano solo gli aspetti economici, la Comunità Internazionale ha contribuito e contribuirà in misura sostanziale, né la pura e semplice capacità di saper fare il proprio dovere, che pure hanno la loro importanza. In termini di

reclutamento, certamente lʼaver aumentato lo stipendio del soldato Afghano a 104 dollari al mese, cifra rispettabile per lʼAfghanistan, ma la stessa cifra viene offerta dai Talebani ai loro seguaci, metterà il giovane si troverà di fronte ad una scelta “concorrenziale” e quindi la domanda di arruolamento aumenterà, anche se, onestamente, potevano fare di più per rendere più appetibile la scelta. Dʼaltronde lo stesso principio viene applicato in casa nostra. Quello che attrae inizialmente, tranne rare eccezioni, molti

giovani a scegliere la via delle armi è la “stabilità” economica, la certezza di avere alla fine del mese lo stipendio sicuro su cui poter contare e costruire il futuro. Poi, col tempo ci si affeziona al reparto, alla specialità e alla Forza Armata. Tra gli ostacoli maggiori da superare vi sono lʼalfabetizzazione delle truppe e il superamento delle etnie o clan di appartenenza. In termini di scolarizzazione, attualmente, solo il 15% delle reclute sanno leggere e scrivere, il che significa che la maggior parte del personale va prima istruita, affinché sia in grado di capire i manuali di istruzione delle armi o i regolamenti. Gli Afghani hanno vissuto, e nei villaggi ancora vivono, in case senza elettricità, acqua, servizi igienici o qualsiasi tipo di elettrodomestici che invece per noi sono di quotidiana familiarità e diamo per scontato. Se poi osserviamo la composizione dellʼEsercito Afghano, ci accorgiamo che circa il 43% è di provenienza etnica Pashtun, il 32% Tajik, il 12% Hazara e il 10% di Uzbeki, il resto appartiene a gruppi etnici minori.

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Il “centro di gravità”, concetto sviluppato da Carl von Clausewitz nella sua opera Vom Kriege, è stato ripreso dal Dipartimento alla difesa americano che lo definisce come “quelle caratteristiche, capacità o ubicazioni dalle quali una forza militare trae la sua libertà di azione, forza fisica e voglia di combattere”.


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Segue da pagina 4 Queste percentuali riflettono la composizione della popolazione civile, anche se non è mai stata ufficialmente censita. Ciò vuol dire innanzitutto che lʼAfghano possiede un forte senso di “appartenenza” e devozione al proprio gruppo etnico o clan e non si sente “cittadino” di una Nazione, lʼAfghanistan. Se poi a questo si aggiunge la provenienza geografica e quindi le difficoltà dovute alle tradizioni e ai costumi regionali, la segmentazione diventa ancora maggiore e lʼinterazione problematica. Ciò, in campo militare, assume un valore penalizzante in quanto lʼamalgama rende il gruppo coeso, gli infonde il senso del cameratismo e lo spirito di corpo o di appartenenza. Sentimenti che sono alla base delle unità. Occorre quindi un cambiamento di mentalità che può avvenire solo con un cambio generazionale. Non è un problema che si può risolvere in poco tempo. Di conseguenza, lʼaddestramento dei militari non è soltanto in termini di saper sparare, quello lo sanno fare già, lo hanno sempre fatto. Assumere la responsabilità significa essere in grado di far funzione la “macchina militare” che è uno strumento molto complesso che a fatica riusciamo noi a far funzionare. Se poi estendiamo la visione alle forze di polizia il problema si allarga a macchia dʼolio poiché significa innanzitutto avere un corpo normativo di leggi “democratiche”, comprensibili e comprese, che sarà per forza completamente nuovo e diverso da quello cui la gente era abituata. In secondo luogo, si dovrà procedere a formare i professionisti delle legalità, altrimenti si potrebbe dare vita a nuove “milizie” al servizio dei signori della guerra o di personaggi corrotti. La corruzione, infatti, è il principale fattore da debellare non solo nel governo centrale, ma soprattutto ai vari livelli, nei villaggi sperduti, poco controllati e controllabili dallʼautorità

centrale, nelle mani di potenti capi clan, dove fiorisce la coltivazione del papavero ed il commercio dellʼoppio è la fonte principale di sostentamento. Ma questo tema meriterebbe un capitolo a parte! A tutto questo cʼè da aggiungere la possibilità che elementi Talebani si infiltrino nelle fila dellʼEsercito e della Polizia. La costruzione delle forze militari Afghane è ovviamente unʼopportunità per i Talebani e per i loro simpatizzanti per infiltrarsi e non sarà facile distinguerli dai soldati fedeli; lʼideologia non è visibile. Tramite gli infiltrati, i Talebani conosceranno i movimenti ed eviteranno lʼEsercito Afghano e, inoltre, sapranno e sfrutteranno i punti deboli. Sapendo che gli americani si stanno ritirando, come fece lʼNVA in Vietnam, razionalmente la strategia dei Talebani sarà quella di ridurre il ritmo delle operazioni, agevolando il ritiro delle truppe, e quindi trarre vantaggio delle informazioni e delle abilità di sfaldare le truppe Afghane dallʼinterno per lanciare la loro offensiva. Da questa analisi, si deduce che il compito di “addestrare le truppe Afghane, per lasciare loro la responsabilità” non solo non è facile,

ma richiede molto tempo e pazienza. E questo non può avvenire certamente entro i tempi stabiliti del 2011. Dʼaltronde lo stesso Presidente Afghano, Hamid Karzai, a margine della Conferenza Internazionale tenutasi a Londra lo scorso 28 gennaio, ha tenuto a precisare che la presenza delle truppe della Coalizione si dovrà necessariamente protrarre ben oltre il 2011, e, a suo parere, ci vorranno almeno dieci anni prima di poter essere in grado di garantire la piena sicurezza del Paese. Il piano di Karzai, di “riconciliazione nazionale”, prevede il reinserimento nella società dei militanti Talebani che vorranno dissociarsi dalla lotta. Questo obiettivo si intende raggiungere offrendo loro un posto di lavoro sicuro ed una prospettiva futura, nonché la cancellazione del loro passato. Qualcosa di simile avvenuta in Sud Africa a termine dellʼApartheid. In Sud Africa ha avuto successo, ci auguriamo che lo stesso avvenga in Afghanistan. Ma per cambiare non basta immettere 40 mila soldati in più. Il problema non sta nel numero, ma nella qualità. E per qualità intendo innanzitutto un cambio di mentalità degli stessi americani. Intendo, lʼumiltà, che significa fidarsi degli alleati e magari saper riconoscere che “altri” sono più capaci. Gli americani si fidano solo di loro stessi. Hanno in mente una cosa e la impongono a tutti. Bombardano per “sbaglio” le truppe amiche e non chiedono nemmeno scusa, ma lo addebitano ad “incidenti di percorso” che ci possono essere, anzi ci stanno in certe situazioni. Non basta un briefing di cinquanta o cento lastrine per convincere che il loro punto di vista è quello giusto. In Iraq si sono persi dietro alle “figurine” dei principali ricercati. Hanno perso un anno importante in cui potevano consolidare il consenso e invece hanno dato tempo e modo ai terroristi di riorganizzarsi, ai criminali e agli imbroglioni di salire al potere e alla popolazione di scoraggiarsi e addirittura fiancheggiare i terroristi. Se veramente si ha voglia di cambiare, allora bisogna cominciare a fidarsi, aprirsi agli altri. Valga un esempio: non appena fu dichiarata la fine della guerra in Iraq, i soldati Britannici tolsero lʼelmetto e indossarono il basco. Un gesto semplice, ma profondamente significativo: “non siamo più qui per difenderci, ma per aiutarvi a ricostruire”. E la gente questo segnale lo ha colto!


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“IL CONTINENTE AFRICANO”: SQUILIBRI, STABILITÀ O INSTABILITÀ

L’Africa: un paese stabile o in sviluppo? Massimo Coltrinari

Una idea da rivedere Potrebbe sembrare irrealistico proporre un articolo come quello che segue, in cui si sostiene la tesi che il Continente Africano, è un continente, due/terzi della sua estensione è in un sostanziale equilibrio geostrategico e permeato di consistenti valori di sicurezza e stabilità, o addirittura in sviluppo nel breve e medio periodo. Il restante terzo, la fascia centrale del Continente che presenta squilibri e conflitti evidenti oltre che povertà a livelli tale perché le risorse che ivi sono localizzate, non sono state e non sono messi a disposizione degli Africani o degli Stati Nazionali Africani alimentando divisioni, conflitti, e diatribe che generano questo squilibrio. Eʼ una analisi macrometrica, ovvero una visione del Continente da 100.000 piedi, dallʼalto, che ci riconcilia con una immagine positiva del Continente, superando quella negativa che ci viene proposta di continuo. Il sistema di paratremazione adottato Lo studio del continente africano si è sviluppato attraverso lʼesame dettagliato di cinque macroaree: Nord Africa, Africa Occidentale, Corno dʼAfrica, Africa Centrale e Africa Australe, individuate sulla base della rispettiva posizione geografica. Questa analisi macroscopica ha permesso di individuare i fattori di rilievo ritenuti più attuali e caratterizzanti lʼintero continente. Il passo successivo è stato sviluppato attraverso lʼesame dei singoli Paesi costituenti ciascuna macroarea, in termini di: - individuazione dei possibili fattori di squilibrio agenti nei settori di interesse; - acquisizione di ogni elemento utile per configurare il ruolo ricoperto dai principali attori strategici esterni; - descrizione qualitativa delle linee evolutive dei fattori sopra delineati per la caratterizzazione dei possibili scenari futuri. Pur nel rispetto della specificità dei 53 Paesi esaminati, il portato dellʼanalisi effettuata è costituito principalmente dallʼindividuazione di un complesso di elementi, di carattere generalmente strutturale, agenti a fattor comune nellʼarea in esame, con intensità variabile a seconda del Paese interessato ed interagenti tra loro in uno “schema a blocchi”, di seguito mostrato, nel quale sono rappresentati: - possibili fattori di squilibrio: sono originati da situazioni oggettive o processi in atto allʼinterno del Paese o effetto di azioni/omissioni di agenti esterni, la cui gestione richiede una efficace politica di contromisure e/o investimenti; - shocks: sono intesi come fattori di squilibrio più incalzanti ed imprevedibili, in grado di esercitare una notevole pressione

sulle strutture del Paese in esame; - capacità dello Stato: sono intese come attitudine alla gestione dei possibili fattori di squilibrio e potenziali shocks, sono rappresentative del livello di reattività del sistema ai suddetti fattori; - fattori esterni stabilizzanti: comprendono una serie articolata di grandi attori strategici coinvolti nel processi di trasformazione dellʼarea in esame. I possibili fattori di squilibrio e gli shocks rappresentano le cause forzanti dello schema a blocchi e lʼeffetto risultante della loro interazione con le capacità dello Stato determina una azione di feed-back che tende ad esaltare o contenere i fenomeni politici, economici e sociali, che ne sono allʼorigine. Diviene così possibile delineare che, in funzione delle singole specifiche realtà, si instaurerà un “circolo virtuoso” o un “circolo vizioso” in cui tutti gli elementi sopra descritti giocano il rispettivo ruolo per la definizione di un possibile scenario di instabilità/ stabilità/sviluppo. Lo sforzo metodologico è stato concentrato sulla ricerca di un sufficiente numero di parametri tra loro correlati che concorrono ad una rappresentazione oggettiva dei 23 possibili fattori di squilibrio individuati e della loro interazione con le capacità dello Stato. Per ciascuno dei 53 Paesi interessati, tutti i parametri rappresentativi dei 23 possibili fattori di squilibrio sono stati quantificati sulla base di dati resi disponibili da fonti autorevoli ed a ciascuno di essi è stato attribuito un valore, opportunamente pesato, in funzione dellʼincidenza sulla capacità dello Stato interessata. La media pesata di queste valutazioni ha consentito di attribuire un valore a ciascuna capacità dello Stato e quindi reso possibile la definizione di indicatori di capacità, ciascuno con il proprio peso. La media ponderale delle valutazioni relative alle cinque capacità dello Stato identifica il possibile scenario di instabilità/stabilità/sviluppo per ciascun Paese. Nelle tabelle seguenti sono riportati il valore di ciascun indicatore delle capacità dello Stato e dei possibili scenari per ogni Paese.


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segue a pag. 6 Tale metodo ha reso possibile delineare i possibili scenari futuri dei Paesi del continente africano. Il risultato finale dellʼanalisi è sintetizzato nella rappresentazione grafica. Come appare evidente, il Nord del continente africano, gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, presentano possibili scenari che vanno dalla relativa stabilità al possibile sviluppo. La stessa tendenza si rileva nellʼAfrica Meridionale o Australe, dove emergono fattori che configurano la stessa tipologia di possibili scenari. Quindi il Nord ed il Sud del continente africano presentano elementi relativamente positivi per i quali è possibile tracciare scenari di sviluppo, conseguenti a fattori di relativa stabilità. Di segno totalmente contrario è il Centro del continente africano, gli Stati che gravitano intorno allʼequatore terrestre. La situazione rilevata è quanto mai drammatica e caratterizzata da possibili scenari di instabilità, aggravata dal persistere di conflitti, sia di antica che di recente data, che conducono a presumibili scenari di regresso e di mancato sviluppo. Osservando più da vicino le varie macroaree, a partire da quella Settentrionale, si rileva la presenza di scenari di stabilità relativa e possibile sviluppo; i fattori più importanti che, peraltro, condizionano e rallentano questa tendenza, sono la disoccupazione, il contenzioso in essere del Sahara Occidentale e la presenza di regimi autocratici in alcuni Paesi. NellʼAfrica Occidentale, nel Corno dʼAfrica, e in quella Centrale, i possibili scenari di instabilità ed i conflitti in essere sono determinati dallʼeffetto perverso dello sfruttamento delle risorse naturali (principalmente il petrolio), da forti contrasti etnici e religiosi, da condizioni geoambientali avverse e, nellʼambito della organizzazione statuale, dalla corruzione dilagante che alimenta una criminalità diffusa, facendo venire meno il rispetto della legge e minando le regole del vivere comune. NellʼAfrica Australe, i possibili scenari di stabilità e sviluppo sono condizionati dalla diffusione dellʼAIDS e dalla disoccupazione.Nonostante lʼazione destabilizzante degli squilibri sopra citati e la visione relativamente pessimistica precedentemente esposta, il continente africano è destinato ad occupare un posto di rilevo nei futuri equilibri politici mondiali, nel lungo termine. Realisticamente sussistono, ancora oggi, problematiche - malattie, carestie, conflitti, sottosviluppo – che limitano notevolmente le potenzialità dei Paesi in esame. Tuttavia, il problema dello sviluppo e della stabilità del continente non può più essere considerato come in passato una questione esclusivamente “africana”. Al contrario, la rilevanza geopolitica dellʼAfrica è tale che la sua stabilità sociale, il contenimento dei conflitti e le emergenze sanitarie siano un problema di numerosi attori esterni. Contrariamente a quanto accaduto in passato, lʼAfrica, liberata dalla competizione bipolare, non occupa più una posizione marginale, ma è oggetto di molta attenzione sia da parte dellʼOccidente, sia da parte dellʼAsia. Per questo motivo, le tradizionali strategie riguardanti lo sviluppo africano sono state sostituite da nuovi approcci sia per il ruolo geostrategico ricoperto attualmente dallʼAfrica sia per le numerose contraddizioni che affliggono il continente. E quando le carestie, le malattie ed i conflitti raggiungono le dimensioni che solitamente rivestono in Africa, è impensabile che restino circoscritti al solo continente africano. Da qui, infatti, hanno origine le spinose questioni del flusso migratorio incontrollato verso Paesi più ricchi, il fondamentalismo religioso ed altri estremismi che si “nutrono” delle profonde disuguaglianze socioeconomiche. Tra gli attori esterni interessati allo sviluppo, a soddisfare le nuove esigenze geopolitiche e a sollevare le gravi emergenze del continente africano si annoverano lʼONU, con le sue circa 50 agenzie e programmi, lʼUnione Africana, le Organizzazioni Regionali Africane, lʼUnione Europea, le grandi potenze ed altre entità.

approccio che lega il problema del ritardo nello sviluppo socioeconomico a quello della carenza di una buona governance (amministrazione statale efficiente e fattivamente operante), uno dei principali responsabili dellʼindigenza africana. Questo approccio ha, dunque, messo in chiara evidenza non solo la necessità della lotta contro la povertà e lʼesigenza di predisporre soluzioni efficaci per la difficile situazione sanitaria, ma soprattutto, ha rilanciato il problema dellʼamministrazione a livello locale e nazionale da parte dei governi, le cui carenze pregiudicano notevolmente lʼattività di gestione dello Stato. Fra le potenze di grande rilevanza per il futuro dellʼAfrica si annoverano gli Stati Uniti e la Cina, che guardano entrambi alle enormi potenzialità di tipo economico-commerciale offerte dal continente, rendendo di fatto lʼAfrica un ulteriore terreno di competizione tale da ricordare, secondo lʼopinione di molti osservatori, la competizione U.S.A. - URSS nello stesso “territorio” durante gli anni della Guerra Fredda. Lʼintervento degli attori internazionali nel continente Africano può avere un senso se si stabiliscono le seguenti priorità di questo intervento: - attenuare, contrastare o comporre i conflitti in essere, anche con azioni a vasto raggio di Paece Support Operations (PSO), sia a guida ONU, che a guida dellʼUnione Africana, sostenuta dagli altri attori internazionali, in primo luogo quelli europei (OSCE) o euroatlantico (NATO); - rafforzare la democrazia, sia lì dove questa è già radicata, anche se in modo non esteso, sia in quegli Stati che, nella presente analisi, sono considerati in regime di transizione (tra anocrazia e democrazia), ossia in regime di “anocracy”; - sviluppare il più possibile la comprensione fra le varie fazioni etniche e religiose, attraverso la diffusione di idee e sentimenti di tolleranza reciproca; in questa chiave riveste un ruolo primario lʼazione delle Chiese di ogni confessione; - incrementare la capacità economica, intendendo lo sviluppo come un tutto armonico tra sfruttamento delle risorse, distribuzione della ricchezza e rispetto ambientale; forme di capitalismo selvaggio, di rapina o di forme simili dovrebbero essere contrastate, con unʼorganizzazione equilibrata dellʼattività produttiva; - realizzare lo sviluppo sociale, attraverso la cura della diffusione Il Ruolo degli attori strategici internazionali della sanità pubblica, lʼelevazione della scolarità di base, media e In particolare i programmi lanciati dallʼONU e dalle sue istituzioni, superiore e la diffusione di un costante benessere materiale. dallʼUnione Europea e dagli Stati Uniti hanno sostenuto un nuovo


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LA DIDATTICA DELLA MEMORIA David Adacher Le celebrazioni dedicate alle giornate Della Memoria (27 gennaio) e Del ricordo (10 febbraio), riportano in primo piano il problema della “didattica della memoria”. Cosa raccontare? come raccontare? con quali argomenti? con quali supporti? Soffermiamoci ad esempio sulla Shoah e su come si deve operare: “solo” storicizzarla, e dunque definirla come uno dei tanti massacri del ʻ900 (siano essi il genocidio degli armeni o i gulag staliniani o gli eccidi cambogiani o quelli ruandesi etc etc), oppure “solo” evidenziarne lʼunicità, quindi considerarla qualcosa di ineffabile, indicibile, straordinario? A mio modo di vedere, occorre trattare la Shoah sì in termini di “unicità”, ma parlandone in termini razionali, arrivandone a enucleare quei meccanismi ed articolazioni propri del tempo in cui è nata e si è sviluppata: cioè, in altre parole, storicizzandola. Di fatto si esce così dal semplicistico, passo del revisionismo che pone la Shoah sullo stesso piano di altri (pur terribili) eventi, i quali necessitano a loro volta di specifiche ricerche ed adeguati criteri di interpretazione storica. Questa indagine non può prescindere dallʼetica dellʼinsegnamento: non può cioè essere una “semplice” attività di insegnamento/apprendimento, ma deve avere come scopo primario la formazione di cittadini coscienti dei loro diritti, come anche dei loro doveri e delle loro responsabilità. Ne “I sommersi e i salvati” Primo Levi osserva che “I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare, ricordare, commisurare ed esprimersi”. Ecco, mi pare che – fatte le dovute distinzioni – questa virtù non sia ancora ai giorni nostri esercitata appieno, preferendosi una più comoda mimetizzazione nellʼindifferenza, per cui possa non apparire così abnorme il fatto che sulle bustine del caffé siano stampate barzellette

La classe V A dellʼIstituto Prof. Servizi Comm. li - I.I.S. “Colecchi” di LʼAquila in visita ad Auschwitz, accompagnata dal Dirigente Scolastico Prof. Carlo Fonzi e dal Prof. Davide Adacher - Febbraio 2009 antiebraiche. Dallʼindifferenza al revisionismo al negazionismo il passo è breve. Giovanni De Luna afferma che “La memoria nazionale è sempre più descritta come una questione di cui si occupano fazioni residuali e il passato raccontato in televisione o è un deserto di cadaveri o un impasto di buoni sentimenti privi di contesto. Lʼatteggiamento del nostro Paese nei confronti della Storia è come quello che si può avere verso un luogo esotico: è come andare a Sharm el Sheik e tornare a casa senza averne cavato nulla”. La Storia usa e getta, dunque (da qui il successo delle fiction di argomento storico). E così periodici tentativi di parificazione profittano di questi atteggiamenti. Cosa fare dunque? Come prima accennato, occorre operare razionalmente, utilizzando in modo fattivo le fonti, con il dovuto senso del dubbio proprio del lavoro storico; confrontare gli elementi a disposizione; presentare i documenti non solo per quel che vi è scritto o rappresentato, ma indicandone anche la loro natura e il loro scopo (ad es. non solo far vedere cosa cʼè scritto su un atto, ma spiegare come era fatto, a cosa serviva, inserendolo nellʼapparato in cui si era formato); utilizzare le fonti audiovisive; riportare lʼottica sulle persone, non sul numero (Eichmann affermava che quando il numero delle vittime supera le centinaia diventa statistica e perde lʼaspetto umano): da qui la necessità di analizzare non solo i documenti ufficiali, ma anche quelli privati della vita quotidiana. In questo modo si riesce ad entrare in quei meccanismi che hanno contribuito a produrre quella che Hanna Arendt ha definito “la banalità del male”, cioè lʼinsieme stratificato di quelle operazioni

burocratiche – se vogliamo banali e ripetitive – tuttavia intelaiatura delle deportazioni di massa e dellʼannientamento. La coscienza storica degli studenti deve essere inoltre arricchita dalla conoscenza della storia locale, anche attraverso un approccio multidisciplinare. La domanda “come è potuto accadere?” trova così delle risposte che di fatto hanno validità anche nella contemporaneità (ricordiamo che Croce affermava che “Ogni Storia è Storia contemporanea”), entrando nei meccanismi di formazione della “invenzione del nemico”, del pregiudizio razziale, dei comportamenti razzisti verso gli immigrati o in genere verso i “diversi”, propri di colui che Fiamma Nirenstein ha definito “il razzista democratico”: Da questa base nasce lʼaltra domanda: “Potrà accadere di nuovo?” Questo impianto didattico va poi integrato ove possibile con lʼascolto diretto di testimonianze e con la visione dei luoghi in cui sono avvenuti i fatti più emblematici. Quando, con la classe quinta dellʼIstituto Professionale per i Servizi Commerciali dellʼAquila nel febbraio 2009 siamo andati a visitare Auschwitz 1, Auschwitz Birkenau e i resti del ghetto di Cracovia, quello che si era studiato o che appariva su una foto o si leggeva, lo si è poi visto con i propri occhi; questo si è unito allʼimpatto emotivo fortissimo del camminare di fatto su un enorme cimitero; ciò: ha portato ad una evidente maturazione degli studenti(e non solo di loro…). Lʼimpegno della “didattica della memoria” fa proprio lʼammonimento di Primo Levi: “Meditate che questo è stato”. La conoscenza degli eventi è fondamento della democrazia basata sui concetti di uguaglianza / differenza e dei diritti umani. In questo modo insieme con le nuove generazioni, grazie al nesso memoria – storia i valori vengono dunque riscritti: dallʼetica dellʼinsegnamento si arriva così a quella che Avishi Margalit ha definito “Lʼetica della memoria”.


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L’organizzazione sanitaria per l’emergenza sisma Raffaele GIORGI (medico di base)

Il terribile sisma che ha colpito la popolazione aquilana è stato, dal punto di vista sanitario, una vera emergenza per il fatto che è venuto meno lʼospedale regionale come punto di riferimento. Praticamente nei primi giorni dopo il terremoto lʼassistenza sanitaria è avvenuta sul territorio a tutti i livelli attraverso i medici di Medicina Generale, di Continuità Assistenziale e del 118. Dal giorno dopo il sisma i medici di famiglia, ancor prima di input dalla ASL, usando tavoli di plastica e sedie prese qua e la e poggiate nei pressi delle future tendopoli hanno incominciato a visitare, rassicurare e rifornire di farmaci la popolazione completamente disorientata e sprovvista di qualsiasi terapia; un problema grave se pensiamo a pazienti diabetici, cardiopatici, ecc. Il lavoro durava 12 ore (08.00-20.00) allʼaperto con qualsiasi tempo fino allʼapertura delle tendopoli dove la sistemazione è migliorata solo di poco trattandosi di tende buie, fredde, sporche, scomode e con la gente in attesa fuori sotto la pioggia o in mezzo alla polvere. Le postazioni fisse erano dislocate nelle tendopoli più grandi : Piazza dʼArmi, Acquasanta, Centi Coltella, Monticchio e Paganica. Ogni postazione gestiva anche i campi più piccoli sparsi per il Comune a rotazione fra tutti i medici. Fino al mese di giugno era attiva, presso i campi più grandi, anche la distribuzione gratuita di farmaci di qualsiasi tipo e genere, vitamine comprese. Lʼassistenza notturna e festiva delle urgenze è stata affidata alla Continuità assistenziale dislocata in cinque postazioni: Piazza Dʼarmi, Acquasanta, Centi Coltella, Monticchio e Paganica, affiancata e

supportata dal PMA (postazione Medica avanzata). Ogni PMA era fornita di autoambulanza, infermieri e volontari ed era gestita dalle varie associazioni di volontariato che facevano capo alla tendopoli. Il servizio era fornito per ogni postazione da 1 medico alloggiato nello stesso posto dei medici di famiglia (prima tende e poi container). Le emergenze vere erano gestite dal 118 dislocato in più container nei pressi dellʼospedale San Salvatore. Questa organizzazione è durata fino allo smantellamento delle tendopoli iniziato dai primi di Settembre. Attualmente per quanto riguarda i medici di famiglia, molti hanno riaperto studi privati o comunque normali (in muratura); gli altri sono distribuiti in tre postazioni: stadio Acquasanta, nei pressi dellʼOspedale San Salvatore, ex presidio di Collemaggio; tutti questi ambulatori sono dislocati in container o casette di legno con orario 08.00-20.00 dal lunedì al venerdì. La Continuità Assistenziale si è riunita in unʼunica sede dislocata presso la Scuola della Guardia di Finanza di Coppito. Presso la sede, che controlla lʼintero territorio del Comune dellʼAquila, ci sono tre medici a turno con orario 20.00-08.00 e nei giorni festivi. Il servizio del 118, in attesa di una sistemazione definitiva allʼinterno dellʼospedale, è dislocato sempre nei pressi dello stesso in più container con orario h.24. Anche questa è una sistemazione provvisoria in attesa che la ASL ripristini i locali e che nei villaggi C.A.S.E. e M.A.P. decidano se mettere lʼassistenza medica o no.


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La mia città si sveglia con il manto bianco della brina che lʼavvolge come un velo da sposa. Sbadiglia nellʼaria tersa delle montagne innevate, si stende nella valle del fiume che la lambisce; si copre del verde dei suoi parchi cittadini. Parco nel Parco, tigli profumati, fruttuosi alberi di noci lungo le strade trafficate, giardini segreti nei cortili dei vicoli del centro dove i passi riecheggiano sul selciato. Alzi lo sguardo e ammiri una bifora, quellʼ antico portone porta inciso il monogramma del Santo, oppure un fiore nella pietra, un simbolo, un sentimento. La mia città profuma di pane sfornato, del fumo dei camini, dei bracieri dei venditori ambulanti, di cioccolata, di dolce. La mia città canta. Canta nelle chiese, nei tanti cori, nelle scuole, nel conservatorio, canta musiche colte e popolari, canta nei colori della festa e nella mestizia di una processione. Eʼ una città sonora. Cantano le campane in piazza, segnano il passeggio ed il tempo lento o velocemente inesorabile. Nella mia città non cʼè il mare, ma si fanno “le vasche” per incontrare, parlare, salutare, commentare, discutere, passeggiare, lavorare, corteggiare. Nella mia città si studia, è fatta per lo studio, è una città colta, amante di chi la ama e vuole conoscerla. Eʼ come i suoi cittadini, fa finta di niente e poi si lascia conquistare per sempre mostrandosi in tutta la sua bellezza, rivelando i suoi grandi tesori racchiusi nei luoghi del cuore e della mente. La mia città è una meta dello spirito. Lʼanima trova nutrimento nei luoghi sacri e la ricerca scopre arcani misteri. Nella mia città non si soffre il freddo anche se è la più fredda dʼItalia. Ci si incontra nei bar, nei pubs, in biblioteca; si passeggia anche con la neve e anche quando di notte il termometro scende ….scende. Con i nasi rossi e le mani gelate nella mia città ci si veste come a Roma. Nella mia città si gioca a Rugby, qui non è solo uno sport, è lʼamore. Tutti amano lo strano pallone ovale e chi non ci “pazzìa” segue con passione i nostri giovanottoni simbolo di questo sport. Nella mia città i bambini si chiamano “quatrani” e restano tali fino a 100 anni;”J quatrani” e “le quatrane” di tutte le età si incontrano e si riconoscono nel tono, nellʼaccento, nei termini unici, inconfondibili. Nella mia città si corre, per le strade, per i viottoli di montagna, nei perimetri pedonali cittadini, si allenano i muscoli per raggiungere la meta. La mia città è generosa: dona le sue bellezze, la sua cultura, il sapere dei suoi studi, la gastronomia, lʼarte, la profonda spiritualità dei luoghi sacri. La mia città ora è lontana, soffre tra i suoi monti, versa le sue calde lacrime di pietra tra i vicoli che le facevano da gioielli; i suoi figli sono lontani e anche se camminano per le sue strade ora caotiche i loro sguardi sono altrove, si incontrano, si abbracciano, si danno tutti del “tu” in una dolorosa fratellanza che li allega. Città amata, io sono qui, torna anche tu. La mia città è LʼAquila.

Rossana Pellegrino – aquilana di adozione


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LA MICROZONAZIONE SISMICA NELLʼAREA AQUILANA Dopo un terremoto, lʼosservazione dei danni provocati alle costruzioni e alle infrastrutture spesso evidenzia differenze sostanziali in centri abitati anche a piccola distanza tra loro. In alcuni casi si osservano crolli e danni notevoli in località che si trovano a grandi distanze dallʼepicentro. Situazioni di questo tipo sono state riscontrate in diverse zone sia allʼinterno del territorio comunale dellʼAquila sia in alcuni comuni lontani, come a S. Pio delle Camere, nella frazione di Castelnuovo (circa 30 km a SE dallʼepicentro). Sicuramente la qualità delle costruzioni può influire sullʼentità del danno, ma spesso le cause vanno ricercate in una differente pericolosità sismica locale, determinata anche dal diverso modo in cui si propaga il terremoto o dallʼinstabilità del suolo. Tutto ciò è oggetto degli studi di Microzonazione Sismica (MS), attraverso i quali è possibile individuare e caratterizzare le zone stabili, le zone stabili suscettibili di amplificazione locale e le zone soggette a instabilità, quali frane, rotture della superficie per faglie e liquefazioni dinamiche del terreno. Gli studi di MS hanno lʼobiettivo di razionalizzare la conoscenza sulle alterazioni che lo scuotimento sismico può subire in superficie, restituendo informazioni utili per il governo del territorio, per la progettazione, per la pianificazione per lʼemergenza e per la ricostruzione post sisma. Il piano di microzonazione sismica, stabilito dallʼ ordinanza n. 3772 per le zone colpite dal terremoto nellʼarea aquilana, avviato a partire da maggio 2009, ha visto il coinvolgimento di 150 ricercatori e tecnici di 9 Università italiane, 8 istituti di ricerca, 4 Regioni e 1 Provincia autonoma. Lo studio ha riguardato i Comuni che hanno subito unʼintensità macrosismica almeno pari o superiore al VII grado della Scala Mercalli. Per ciascuna località sono disponibili: carta dʼinquadramento geografico, carta geolitologica, sezioni geolitologiche, carta delle indagini, carta delle microzone omogenee in prospettiva sismica (crata di livello 1), carta di micro zonazione sismica (carta di livello 3).

CAMPAGNA TESSERAMENTO ANNO 2010 Il rinnovo della tessera per lʼanno 2010 potrà essere effettuato tramite bonifico bancario sul Conto Corrente Intestato a:

Associazione Culturale VOX MILITIAE Codice IBAN:

IT 71 I 06040 03601 000000104934 La quota di adesione, sia per i vecchi soci sia per i simpatizzanti che volessero contribuire è pari a:

· Diffondere la cultura e il ruolo dei militari nella Nazione che cambia; · Condividere momenti di vita (solidaristico-ricreativo) con persone che hanno identiche motivazioni; · Fornire ai soci assistenza e consulenza giuridica e amministrativa. La partecipazione è aperta a tutti coloro che vogliono far sentire la loro voce. Gli articoli investono la diretta responsabilità degli autori e ne rispecchiano le idee personali, inoltre devono essere esenti da vincoli editoriali. Di quanto scritto da altri o di quanto riportato da organi di informazione occorre citare la fonte. La redazione si riserva di sintetizzare gli scritti in relazione agli spazi disponibili; i testi non pubblicati non verranno restituiti. Contattateci tramite telefono: 320 1108036 e-mail: acvm@libero.it

€ 25,00

VOX MILITIÆ

LʼAssociazione Culturale VOX MILITIÆ si propone di: · Catalizzare le persone che condividono i valori della Società Militare;

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DIRETTORE GENERALE Raffaele Suffoletta

ASSOCIAZIONE CULTURALE VOX MILITIÆ QUOTA ASSOCIATIVA ANNO 2009 euro 25,00 CI SI ASSOCIA INVIANDO DOMANDA, CORREDATA DI DATI ANAGRAFICI, A: ASSOCIAZIONE CULTURALE VOX MILITIÆ Via Puglia, 18 - 67100 LʼAquila Il versamento della quota associativa per i nuovi soci ed il rinnovo della tessera per gli associati può essere effettuato sul c/c bancario n. 104934 intestato a «ASSOCIAZIONE CULTURALE VOX MILITIÆ» CARISPAQ di LʼAquila, sede centrale.

CODICE IBAN IT71I0604003601000000104934

DIRETTORE RESPONSABILE Alessia Di Giovacchino COORDINATORE Gianluca Romanelli Hanno collaborato Adacher Davide, Coltrinari Massimo, Di Ventura Vito, Giorgi Raffaele, Moretti Demetrio, Papi Giovanni, Pellegrino Rossana

Impaginazione e grafica TIPOGRAFIA LA ROSA Via La Costa 40 (Bagno Piccolo) 67100 LʼAquila - Tel. 0862 751786 Autorizzazione Tribunale di LʼAquila N. 480 del 21.11.2001 VOX MILITIÆ Tel. 320.11.08.036 Stampato il 18 febbraio 2010 Spedito il 25 febbraio 2010


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