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MERLETTI D'ARTE E FIBER ART

“Essere merlettaia oggi non è soltanto lavorare nel chiuso delle proprie case come facevano le nostre nonne e mamme a Burano, ma entrare nel mondo con occhi nuovi; essere perciò legate alle tradizioni e alle culture del passato ma non per restare fossilizzate ad esse con rimpianto, bensì per attingerne le tecniche e gli elementi necessari, per proporre idee nuove, stimoli vitali. Significa anche scrivere, disegnare, quindi essere artista; non soltanto lavorare, cioè essere artigiana, ma viaggiare e contattare persone, e quindi essere anche imprenditrice” (Lucia Costantini, maestra merlettaia, Burano)

Fiber art: espressione intraducibile a pieno nella nostra lingua. L'arte del filo, verrebbe da dire: evocando con ciò immagini e memorie di una tradizione passata più che le aggressive sperimentazioni contemporanee che ne costituiscono l'essenza. Proviamo allora a definirla così: arte, a partire dal filo, in senso stretto ma anche in senso lato, e da una manualità ricondotta alla sua essenza primordiale. Cosa si può fare, con un filo tra le dita? Due cose semplicissime: un nodo o un intreccio… e tutto parte da lì. Fiber art, allora, come punto di incontro tra due realtà contigue: l'Arte, quella con la A maiuscola, e l'arte applicata, detta anche artigianato. Dove finisce l'una e dove inizia l'altro? È un tema affascinante, oggetto di dibattito fin dal primo apparire sulla scena internazionale di opere di “fiber artists” vale a dire, grosso modo, dalla fine degli anni Sessanta del Novecento. Se ne occupa soprattutto la Bauhaus, che come è noto si interessa anche dell'arte tessile. Scrive Gropius nel 1969: “Non v'è differenza tra l'artista e l'artigiano. Sono solo rari istanti, istanti di illuminazione, o per volontà o per grazia del cielo, in cui l'opera delle sue mani diviene arte. Ma tutti gli artisti devono necessariamente possedere una competenza tecnica. E' questa la vera fonte dell'immaginazione creatrice”. Aggiungiamo a queste considerazioni la negazione dei concetti di immobilità e invariabilità dell'opera d'arte, propria, tra gli altri dei cosiddetti "cinetici" e il gioco è fatto: il tessile come lo abbiamo sempre conosciuto e immaginato cambia aspetto, subisce una profonda metamorfosi…prende vita. E il fiber artist (sia esso un tessitore o una merlettaia) si trova a riunire in sé medesimo l'artista, con la sua sensibilità e voglia di comunicare, e l'artigiano, con la sua maestria e conoscenza della tecnica.

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Il manufatto tessile diventa opera e talvolta installazione, scultura, ingigantendosi nelle misure e soprattutto acquistando la sua terza dimensione: il volume. Si punta decisamente sull'astratto; ed in particolare all'informale materico (Fautrier, Dubuffet, Tàpies, Burri). Si sperimenta ogni forma ed ogni tipo di materiali: tutto è possibile, tutto si usa, tutto si osa. Nel campo del merletto, si afferma con forza dirompente di avanguardia artistica la scuola della Repubblica ceca, il cui percorso innovativo parte dalle suggestioni jugendstil dell'Imperiale Regia Scuola di Vienna e passa attraverso le avanguardie russe e l'arte di regime facendo emergere artiste di grande spessore e rilevanza a livello internazionale. Ne ricordiamo una per tutte: Ludmila Kaprasova. Le sue installazioni utilizzano tessuti e merletti, con le loro superfici evanescenti, quasi trasparenti, per modellare “ambienti” complessi in cui la tridimensionalità e il senso del monumentale comunicano una complessa spiritualità non disgiunta da momenti di pathos. Ne è una prova evidente il suo “Non distruggiamo le cattedrali”, con cui nel 1983 vince la medaglia d'oro alla Biennale Internazionale del Merletto di Bruxelles ed entra nel circuito internazionale della fiber art.

Ludmila Kaprasova Don't let us destroy cathedrals

Suggestioni e ispirazioni analoghe sono rinvenibili non solo in riferimento alla tessitura e al merletto a fuselli, ma anche per il macramè: qui la scuola di punta è senz'altro quella spagnola che trova in Aurelia Munoz una delle sue rappresentanti più significative.

Merletto a fuselli, 1983 Dimensioni: 420x300x300 cm.

Anche qui l'elemento caratteristico è la tridimensionalità, il volume: e come molti fiber artists si passa da opere monumentali intrise di drammaticità a vere e proprie miniature tessili, frutto di grande virtuosismo tecnico e di una intima spiritualità. Il fascino di queste impostazioni in Italia si fa sentire, non senza qualche ritardo e difficoltà soprattutto in relazione alla difficile interazione con il nostro - diciamolo pure - alle volte un po' ingombrante, glorioso passato; ma alla fine la strada si è aperta e oggi la fiber art vanta un buon numero di artisti e di estimatori anche nel nostro paese.

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Aurelia Munoz (1926-2011) Estel Ancorat Monestir Macramé, 1974 - Fili di nylon. Dimensioni: 280x900x900 cm

Ricordiamo, in particolare, l'associazione “Le Arti tessili” di Montereale Valcellina (Pordenone), che dal 1986 rappresenta l'Italia nel mondo della fiber art e cura e segue l'arte tessile in tutte le sue accezioni grazie all'infaticabile attività della sua presidente, Gina Morandini (fiber artist di livello internazionale). Ricordiamo inoltre la Biennale dell'Arte Tessile di Chieri (Torino) e Miniartextil, la mostra annuale dei minitessili a Como, che da diversi anni consentono un confronto di livello internazionale tra i vari artisti e le nuove tendenze. Difficile indicare la prevalenza di una tecnica tessile sull'altra: in realtà domina la commistione. Lo stesso dicasi per i materiali, i colori, le superfici. Difficile anche indicare una “scuola”: emergono piuttosto alcune grandi figure di singoli artisti. Nel nostro caso, di artiste, che rielaborano l'arte antica del merletto e la ripropongono in una veste aggiornata ma non per questo meno affascinante, anzi! E' un merletto scapigliato, per certi versi irriverente, quello che ci presentano Fulvia Lorenzutti e Beatrice Colabianchi.

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La prima viene da studi di tessitura, passa al merletto a fuselli e poi, insoddisfatta per sua stessa ammissione, costretta dalle regole e dai vincoli della tradizione, le affronta di slancio e le supera: elabora un nuovo intreccio, un nuovo punto di base, e vola libera nel cielo dell'arte offrendo con le sue creazioni un mirabile esempio di armonia tra la maestria tecnica e il suo mondo interiore. La seconda ha vissuto molti anni in Spagna, prima a Barcellona e poi a Madrid, dove ha studiato e insegnato il macramè contemporaneo. Le suggestioni della grande scuola spagnola e delle architetture di Gaudì - a cui intitola una delle sue opere monumentali appare evidente nella sua dinamica espressiva particolarmente aggressiva, in cui l'uso del cordone crea l'effetto scultoreo e definisce gli spazi in un continuo alternarsi di linee curve che catturano la luce e poi si spezzano, grazie all'uso sapiente dei materiali più vari. Entrambe le artiste utilizzano volentieri materiali di riciclo o insoliti, a sottolineare il carattere concettuale dell'oggetto filo, in linea con le tendenze dinamiche della fiber art. Alle opere di queste artiste, tutte di grandi dimensioni, la mostra contrappone i piccoli, preziosi virtuosismi dell'ago di Mia Dvorak e i merletti gioiello di Iolanda Ottavi. La prima viene dalla grande scuola della Repubblica ceca; esperta di svariate tecniche che a volte disinvoltamente mescola fra loro, predilige il merletto ad ago boemo, ovviamente rivisitato, di cui è una delle ultime grandi interpreti. Che si tratti di piccoli gioielli o dell'immagine di Nubi, la schiava piangente, l'eleganza del tratto, l'alternarsi dei retini con inediti effetti di chiaroscuro, il ricorso a pietre semipreziose (ma anche a materiali poveri come il ferro battuto), definiscono una sensibilità poetica che trova la sua fonte di ispirazione nella natura, spesso evocata nelle sue opere. La seconda, italianissima, viene da Offida, nelle Marche, dove il merletto è di casa da secoli; una tradizione forte e tuttora viva, un patrimonio culturale importante che segna la sua formazione. Ad un certo punto del cammino, però, seguendo gli echi di sperimentazioni provenienti dall'estero, intraprende - ed è la prima in Italia - un nuovo

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percorso, quello dei merletti gioiello: ed è subito successo. Il disegno e le tecniche tradizionali vengono ridefinite in una raffinata progettazione di design che guarda al classico ma crea il contemporaneo apportando con mano lieve i pochi tocchi che fanno la differenza: nella tecnica (il merletto a fuselli) e nella scelta dei materiali, preziosi o semipreziosi. Si gioca con il colore e con le forme, in questo caso, per definire un look: più aggressivo, ad esempio, nella grande collana con inserti colorati; più soft nell'elegante bracciale con foglia e ametista. In tutte le opere in mostra appare evidente il connubio tra l'artigiana e l'artista, che diventa una sorta di leit motiv, come pure il richiamo ad una libertà di espressione piena e gioiosa, segno di emancipazione vera, fisica e spirituale, che diventa un messaggio di speranza delle donne per le donne; un invito a considerare il cammino percorso e a proseguire con fiducia. Mani di donna, aperte, pronte a stringerne altre, in un intreccio senza fine che assomiglia molto al cammino della vita.

Way of Life, Way of Lace Opera collettiva “in fieri” proposta dalle donne dell'Istituto per la Promozione del Merletto Merletto a fuselli, macramè, 2013. Fili in cotone

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LE ARTISTE


Beatrice Colabianchi

Beatrice Colabianchi è gentile ed estrosa come il suo macramè, modernissimo ed elegante, sia nei complementi d'arredo che negli apprezzatissimi gioielli. Maestro d'Arte, ha vissuto per molti anni in Spagna, prima a Barcellona e poi a Madrid, dove ha studiato e insegnato Storia dell'arte, disegno dal vero e macramè contemporaneo. Non teme l'approccio alla modernità nemmeno per le nuove tecnologie: ha tenuto più di una volta corsi tramite una rete televisiva satellitare italiana. La si incontra spesso nelle grandi manifestazioni dedicate all'artigianato artistico, con uno stand sempre raffinato e frequentatissimo, in cui talvolta offre la possibilità di avvicinarsi con i primi nodi all'arte del macramé contemporaneo. Nel 2005 ha esposto le sue opere a “Moacasa”, nello stand della Regione Lazio dedicato ad arte ed artigianato, in collaborazione con l'associazione “Le Artigiane.it”. Nel 2007 e nel 2008 ha esposto le sue opere a Roma a Castel Sant'Angelo, nell'ambito della Mostra europea del Turismo, Artigianato e Tradizioni Culturali, ospite della Provincia di Roma. Le sue opere sono realizzate con corde di lino, canapa, juta, passamaneria di seta, lane e fibre di ogni tipo. Opere esposte Trittico: “Riciclo”, “Marco Polo”, “Rosciolo”

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"Riciclo� Mt 1,50 x 2,50 Lino, canapa ,lana; flessibili idraulici; bulloni d'acciaio; gommini; pagliette di varie misure.

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“Rosciolo� Mt 1,95 x 2,30 ramo di nocciolo selvatico, rafia, stoppa, juta, lino grezzo, seta, zucche

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"Marco Polo" Mt 1,20 x 1,50 Campana tibetana, canapa, lana, materiali vari.

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Mia Dvorak Mia Dvorak è nata nel 1957 a Praga dove ha cominciato fin da bambina, con l'incoraggiamento e l'attenzione della sua famiglia, la sua crescita artistica. La persecuzione e l'incarcerazione dei suoi genitori da parte del governo comunista cecoslovacco e durata molti anni ha segnato la sua vita fino alla caduta del regime, nel 1989. Fino ad allora non ha mai potuto uscire dal proprio paese ed essere conosciuta all'estero. Dal 1999 vive a Manta, in provincia di Cuneo. E' conosciuta a livello internazionale per i merletti ad ago e al tombolo policromi accompagnati dalla tintura e pittura di seta, cotone e lino, doti che la rendono unica nel suo genere. E' una delle ultime maestre capaci di disegnare e realizzare il difficile e rarissimo merletto ad ago boemo. La sua ricerca artistica, ispirata dalla natura, dalla musica e dalla poesia, è continua e si sviluppa in una piena libertà espressiva. Dal connubio di pittura e scultura con l'arte antica del merletto, del macramè, dell'arazzo, del ricamo, nascono opere d'arte e progetti dal design raffinato e moderno, creazioni in fiber art con materiali riciclati, quadri ad olio o acrilico, dove è facile trovare insieme seta, merletti, terracotta, vetro, legno, cuoio e ferro battuto. Per la moda crea gioielli unici, accessori e abiti esclusivi. Nel 2012 l'abito con il cuore “Heart”, parte della capsule collection “Fragments”, di Beatrice K Newman Korlekie, appare su Vogue Uk e per le vie di Londra, nella pubblicità del marchio, e rivestito dall'attrice Anna Friel nel cortometraggio “Metamorphosis”, dedicato al Tiziano, proiettato alla National Gallery di Londra durante il periodo delle Olimpiadi. Ha partecipato più volte con le sue opere alla Biennale Internazionale del Merletto di Sansepolcro, ottenendo prestigiosi riconoscimenti. Dal 2010 gestisce il “M.ART Club”, scuola e laboratorio specificamente rivolta a bambini e ragazzi, a cui insegna le tecniche tessili.

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Opere esposte “Acquitrino” Merletto ad ago boemo policromo Terracotta, perline di vetro, filo di rame "La pietra nel muschio” Merletto ad ago, macramé ferro battuto, perline di vetro e pietra dura (citrino) "Nubi - la schiava piangente" Merletto ad ago boemo in Seta antica, cotone, pietre dure, cristalli Swarovski "Medievale" Merletto ad ago, merletto a fuselli Cotone, perle e madreperla. "100% Arabica" Merletto ad ago boemo in Seta, cotone, Swarovski "Ippolita" Merletto ad ago boemo policromo Seta antica, perline ispirato dall’eroina raffigurata negli affreschi della Sala Baronale del Castello della Manta CN “Alberello” Merletto ad ago boemo policromo Cotone, ferro battuto e Swarovski "Dall'oceano alle Stelle" Uovo alla Fabergè composto da uovo di struzzo dipinto a mano, merletto ad ago boemo, filigrana* (Filigranart - Campo Ligure GE) e ferro battuto* (Giuseppe Portaluri - Venasca CN) *realizzazione da disegno e modello di Mia Dvorak

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Fulvia Lorenzutti "Un filo, tutta la mia storia è seguita da un filo. Il filo di mamma Grazia che pazientemente ricamava e cuciva. Un filo, nella mia adolescenza, un filo tormentato e difficile, senza storia ma fatto di tentativi, per dargli un significato, una struttura portante, tentativi il più delle volte inutili. Un filo, più maturo, da giovinetta, quando tessendo orditi su telai studiavo affascinata armature per creare tessuti ed arazzi. Studiando diversi intrecci e combinazione di materiali diversi ed innovativi. Questa esperienza mi permetteva di lavorare con estrema libertà sulla trama, ma mi imponeva regole ben precise per l'ordito, intrappolato fra licci e pettini, e questo mi obbligava a seguire delle regole... di cui volevo liberarmi. Un filo, adulto, quello scoperto per caso fra le mani di una bambina che con iniziale destrezza girava ed incrociava fuselli per creare dei merletti. Furono questi pochi gesti meccanici a modificare le prospettive dei miei pensieri..." Le origini del percorso artistico di Fulvia Lorenzutti sono la tessitura e il merletto a fuselli, appreso all'Istituto Statale d'Arte di Trieste e, negli anni successivi, frequentando diverse scuole in ambito nazionale. Ma lo stimolo fondamentale è stato sempre il desiderio di superare le regole tradizionali – pur scrupolosamente acquisite – di un artigianato nobilissimo e raffinato per dare libero sfogo ad una creatività ansiosa di innovazione e di

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adeguamento ai tempi mutati, ai nuovi materiali predisposti dal progresso tecnologico, ivi compresi quelli trash o riciclati. La sua libertà ideativa e compositiva fa sì che le sue opere travalichino di gran lunga il manufatto tradizionalmente concepito come abbellimento o complemento di un abito o di un arredo domestico inglobando concezioni plastiche, spaziali, di movimento, che appartengono al mondo dell'invenzione artistica. In più, c'è il riflesso di pensiero, di considerazioni sulla vita di cui queste opere si arricchiscono, comunicando a chi le ammira la loro intensa spiritualità.

“Fili di Storia” Nastro di resina acrilica ed elaborazioni di merletto in resina, filo di metallo, ottone, stagno, materiali vari.

Opere esposte Trittico: “Marea”, “La porta dei ricordi”, “L'albero del tè”.

“L'albero del tè” - 140 x180 cm Juta, lino, cotone, sughero, bustine di the in seta .

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“Fili di Storia”


“Marea” Mt 1,40 x 1,80. Bronzo, juta, lino

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“La porta dei ricordi� 140x180 cm. Resina acrilica, rame, juta, cotone, lino, chiavi, maniglia, oggetti vari.

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Iolanda Ottavi E’ nata nelle Marche, a Offida, dove la lavorazione del merletto a tombolo vanta una tradizione plurisecolare. Nel corso degli anni ha approfondito le varie tecniche del merletto a fuselli fino a sviluppare una nuova e personale interpretazione del merletto. I suoi lavori riprendono i segni di un antico passato per unirsi con eleganza ad un design tutto rinnovato ed al passo con i tempi: si tratta di veri e propri merletti-gioiello, in un connubio di merletto, oro e pietre preziose e semipreziose nelle forme più svariate, che hanno incontrato l'interesse del pubblico ed un successo sempre crescente, tanto da dare vita prima a numerosissimi tentativi di imitazione e poi a quella che possiamo definire una vera e propria nuova tendenza del merletto contemporaneo. Le sue creazioni sono state ripetutamente esposte e premiate in Italia (ha partecipato a numerose edizioni della Biennale Internazionale del Merletto di Sansepolcro dove ha ottenuto molti prestigiosi riconoscimenti; nel 2009 è stata invitata a “Oro di Roma”) e all'estero (da ultimo, nel 2012, in Canada e in Spagna). Le sue creazioni sono state presentate anche in alcune trasmissioni televisive (SKY, 2009; Sereno Variabile, RAI2, 2009) e alla BIT di Milano. Tiene corsi di merletto classico e contemporaneo da molti anni, sia privatamente che nell'ambito di iniziative di formazione professionale e di divulgazione finanziate dalla regione Marche. OPERE ESPOSTE Ciondolo nero con perle a forma di grande foglia Merletto gioiello. Fuselli Collana nera composta da piccoli cerchi con diamantino centrale Merletto gioiello. Fuselli Farfalla con perle Merletto gioiello. Fuselli

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Orecchini colorati a forma di fiore con perla centrale Merletto gioiello. Fuselli Bracciale con foglia e ametista Merletto gioiello. Fuselli Ciondolo a forma di fiore con pietre semipreziose colorate al centro Merletto gioiello. Fuselli Ciondolo con quattro spicchi colorati Merletto gioiello. Fuselli Ciondolo a forma di serpente Merletto gioiello. Fuselli Collana grande colorata Merletto gioiello. Fuselli Orecchini a forma di quadrifoglio con perla centrale Merletto gioiello. Fuselli Bracciale alto cm 5 con Swarovski Merletto gioiello. Fuselli Ciondolo a forma di giglio con pietre semipreziose colorate Merletto gioiello. Fuselli I gioielli sono stati realizzati con la collaborazione dell’orafo Giuseppe Coccia

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L'Istituto per la Promozione del Merletto

L'Istituto per la Promozione del Merletto, associazione culturale senza fini di lucro, si pone l'obiettivo di riscoprire, rivalutare e diffondere l'arte e la cultura del merletto italiano in tutte le sue forme (merletto ad ago, a fuselli, chiacchierino, macramè) mediante una serie di iniziative didattiche, formative ed informative. L'associazione nasce nel 2009 dall'esperienza maturata dalla sua presidente, Alessandra Caputo, nella gestione di “Merletto Italiano”, primo sito italiano dedicato al merletto come fenomeno culturale e storico. “Merletto Italiano” nasce il 6 gennaio 2002 con l'obiettivo di riscoprire, divulgare e diffondere informazioni sul complesso dei manufatti che, per le loro caratteristiche e per le tecniche con cui sono eseguiti, vengono definiti come merletti, promuovendo i contatti tra persone accomunate dalla stessa passione e, in ultima analisi, la diffusione di una cultura del merletto in Italia. Ad oggi, il sito ha superato la considerevole cifra di 800.000 contatti. Info:

www.merletto.org memoria.merletto.org www.merlettoitaliano.it

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I PERCORSI DEL FILO. DALLE IFI AL NUOVO MERLETTO (Reading inaugurale. Letture di Alessandra Caputo e Alessandra Di Lernia) Desidero innanzi tutto salutare e ringraziare tutti gli amici e le amiche che ci onorano in questa serata inaugurale con la loro presenza, ed in particolare tutte le donne che sono qui presenti in una ricorrenza così importante come quella dell'8 marzo. Per noi oggi è un giorno di festa, certo, ma è anche soprattutto - un giorno in cui si riflette, si fa il punto della situazione, si guarda al cammino percorso e a quello ancora da percorrere. Il Dipartimento cultura di Roma Capitale quest'anno offre un'opportunità di riflessione sul rapporto tra le donne e l'arte del merletto attraverso una serie di eventi che si susseguono in questi giorni: segnalo in particolare la mostra di Susan Harbage Page "Lo strappo della storia, conversazione con merletti", alla Casa della memoria, e il reading "Tessere e filare: Penelope e le altre", letture di attrici sul tema delle tessitrici e della tela tratte da opere della letteratura di tutti i tempi, alla Casa dei Teatri. Il nostro contributo, il contributo delle artiste - tutte donne - che a partire da questa sera espongono le loro opere nella Sala Santa Rita vuole essere di segno positivo. Vogliamo trasmettere a chi verrà a visitare la mostra il sentimento di un impegno che è anche una sfida raccolta e condivisa; la nostra voglia di superare gli ostacoli e di guardare avanti, aprendosi al futuro. Vi presentiamo dunque un merletto gioiosamente libero nelle forme, nella tecnica e nei materiali; un merletto lontano dai clichés della tradizione e dell'immaginario collettivo che lo vuole in qualche modo confinato ai capi da corredo, all'intimo o agli abiti da sposa. Un merletto fuori dagli schemi, quindi, frutto della maestria e della sensibilità di donne del nostro tempo, libere, colte, emancipate, per le quali il merletto è divertimento e voglia di esprimersi: una forma d'arte.

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Non è stato sempre così; e in una sera come questa non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo. Nato come raffinato esercizio di virtuosismo con l'ago di nobili dame e diventato in breve e per secoli uno status symbol e un capriccio della moda sia maschile che femminile, il merletto ha rappresentato per migliaia e migliaia di donne di umile condizione in tutta Europa un duro lavoro, sfruttato e mal pagato…un mezzo per sopravvivere. Sul collo xe trina

Sul balon xe pan Si lavorava nelle cantine, perché l'umido facesse scorrere il filo di lino, alla luce di qualche candela; e molte merlettaie perdevano precocemente la vista e la salute. Si lavorava la sera, la notte, dopo il lavoro dei campi e le faccende domestiche. Si lavorava su commissione o a cottimo, tramite intermediari senza scrupoli (sempre uomini; alle donne non fu mai consentito organizzarsi diversamente) che non esitavano a sfruttare la situazione offrendo un pagamento misero per il frutto di ore di sacrificio che a loro invece fruttava cento volte tanto. Le pochissime che osavano vendere da sé erano oggetto di scherno e di riprovazione generale, e spesso se ne metteva in dubbio la moralità, complice il fatto che spesso si trattava di donne sole: vedove, zitelle, orfane…

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Ma se questa, in estrema sintesi, è la storia nei secoli, ad un certo punto le cose cambiano. Le donne, un po' ovunque, cominciano ad organizzarsi. Si parla di rivendicazioni sindacali, di voto, di diritti… Siamo sul finire dell'Ottocento, ci si affaccia al nuovo secolo. E proprio in Italia in quegli anni un manipolo di coraggiose prende l'iniziativa e dà vita a un'esperienza unica nel suo genere, che fece scalpore all'epoca e che questa sera vogliamo di ricordare proprio per il suo carattere emblematico di azione positiva, di riscatto e di progresso, delle donne per le donne. Il 22 maggio 1903 si costituisce a Roma una società cooperativa che prende il nome di Industrie Femminili Italiane. Non viene dal nulla: è l'atto finale di un processo iniziato alcuni anni prima, con la ripresa di interesse per i “lavori donneschi” e il fiorire di scuole e istituzioni un po' su tutto il territorio nazionale grazie all'impegno diretto e all'abnegazione di alcune signore della buona società di cultura e mentalità evoluta, impegnate nel sociale e nel nascente movimento delle donne italiane. Questo pugno di energiche, aristocratiche signore si sporcò le mani, scese in campo direttamente - per usare una metafora calcistica - e osò immaginare un sistema nuovo che nell'agire in comune attraverso lo strumento della società cooperativa trovò lo strumento più efficace per realizzare l'obbiettivo. Vediamo di che cosa si tratta:

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“Nel 1902 la signorina Rosy Amadori ottenne che la Federazione romana delle opere di attività femminile promovesse in Roma un'Esposizione e vendita di lavori muliebri…ora l'Esposizione cede il posto ad una forma durevole d'impresa e si tramuta in Società cooperativa. Vogliamo creare un vigoroso strumento di economia commerciale, che apra le vie internazionali ai prodotti femminili italiani…vogliamo creare mediante la cooperazione una grande casa industriale, capace di eliminare gli intermediari che sfruttano il timido lavoro delle donne, procurando un guadagno più umano alle nostre lavoratrici. Vogliamo insomma elevare la loro condizione economica sia coi mezzi diretti sia con quelli indiretti… Vogliamo elevare il tenore del lavoro femminile con più equi compensi, affinché esportando questi prodotti si diminuisca l'esportazione della donna italiana e si conservi alla Patria sano ed artistico il genio della sua stirpe. Nello svolgere questo programma ci accompagna il conforto di ingentilire la lotta per la

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vita che le nostre lavoratrici combattono col refrigerio dell'arte, e guardiamo fiduciose all'avvenireâ€? (tratto dal preambolo allo statuto delle Industrie Femminili Italiane) L'organizzazione delle Industrie Femminili Italiane, in quanto cooperativa, permetteva alle donne impegnate nei lavori di tessitura, ricamo e merletto su tutto il territorio nazionale (parliamo di migliaia e migliaia di donne) di saltare ogni forma di intermediazione - quell'odiosa, ingiusta intermediazione - tra committente ed acquirente e di partecipare in modo diretto e significativo alla ripartizione degli utili: lo statuto prevedeva infatti che il 65 per cento del venduto andasse alle lavoratrici e che con sole 10 lire esse potessero diventare azioniste di fatto. Un progetto molto concreto, quindi, e un aiuto concretissimo; che comprendeva anche la formazione professionale e la fornitura dei materiali. Il successo fu immediato e consistente e produsse un visibile miglioramento generale delle condizioni di vita di tante, tante donne. Amelia Rosselli in un celebre articolo definĂŹ le Industrie Femminili Italiane “uno dei piĂš grandi trionfi del femminismo italianoâ€?: non solo per le dimensioni dell'impresa,

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ma perché le donne avevano dimostrato praticità, capacità organizzativa e dirigenziale, tutte qualità che all'epoca non venivamo comunemente riconosciute alla natura femminile…ma che il bilancio della cooperativa, più che raddoppiato nel giro di due anni e in costante crescita negli anni successivi, certifica in modo evidente con i suoi numeri. Tra le promotrici ed instancabili animatrici delle Industrie femminili Italiane, oltre alla presidente, Cora Slocomb di Brazzà, ricordiamo Liliah Nathan (figlia di Ernesto Nathan, futuro sindaco di Roma), la contessa Lavinia Taverna, personaggio di spicco del nascente movimento delle donne italiane, e Carolina Amari, figlia di Michele Amari, storico e patriota siciliano del Risorgimento, la quale non si fermò all'esperienza delle Industrie Femminili Italiane a cui pure contribuì con passione e impegno ma andò oltre spingendosi fino a New York per fondare (con l'aiuto di un'altra donna eccezionale, Florence Colgate) una Scuola d'Industrie Italiane al fine di sostenere con un aiuto fattivo le donne italiane emigrate oltre oceano. Ascoltiamo, anche qui, di cosa si tratta, direttamente dalla sua voce: “Al Regio Commissario per l'Emigrazione Preg.mo Signore, desidero di avvertirla che secondo gli accordi presi mi dispongo a partire per New York via Genova ai primi di ottobre portando con me tutto l'occorrente per impiantare la piccola scuola di lavoro fra le operaie emigranti italiane della quale abbiamo fatto parola con lei a Roma l'inverno scorso” “Il pubblico ha rivolto la sua attenzione ai problemi più ovvii che presenta la nostra numerosa immigrazione italiana, ma non ha preso che poco interesse alla ricerca ed attuazione dei modi di migliorare la condizione economica delle donne venute a New York dall'Italia e delle figliuole qui nate da esse. Il numero di queste va crescendo ogni giorno e moltissime si trovano costrette a procurare il

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pane per sé o per la famiglia lavorando in una o l'altra delle grandi fabbriche della metropoli. Ma poiché esse…non riescono ad acconciarsi a tal genere di lavoro finiscono spesso per soffrirne fisicamente e moralmente, e i loro salari si mantengono meschini…i fondatori hanno ferma fiducia che i prodotti del lavoro delle scolare, portati alla conoscenza diretta del pubblico, verranno presto debitamente apprezzati e si creerà una domanda sempre più larga e sempre più viva, la quale permetterà alla giovine scuola di assicurare un impiego stabile alle sue frequentatrici”. La "piccola scuola" americana chiuse i battenti nel 1927. Le Industrie Femminili Italiane conclusero la loro attività, dopo una lenta decadenza, nel 1935. Sono storie affascinanti e ingiustamente dimenticate, che segnano l'inizio di un percorso che ha visto le donne abbandonare le gonne lunghe a favore di quelle corte per poi passare ai pantaloni… e diventare poco a poco protagoniste nel mondo del lavoro e nella società. E' un cammino incompiuto, ancora lungo e pieno di ostacoli da abbattere. Molto resta da fare; qualcosa è stato fatto; e noi che siamo qui stasera possiamo a buon diritto considerarci più fortunate di tante nostre consorelle. A tutte loro e a tutte noi è dedicata questa mostra. Visitandola, non vi troverete di fronte graziosi centrini o corredi appena usciti dai bauli delle nostre nonne: vedrete materiali e fili di ogni genere strappati e ricomposti, intrecciati, annodati e riannodati; colori chiari, colori scuri, luci ed ombre… È il cammino delle donne, è il cammino della vita, in cui si intrecciano i sentimenti, i percorsi, le relazioni; in cui non mancano gli strappi e i rammendi che però

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arricchiscono la nostra tela con il loro segno e ci portano ad andare oltre, a cercare nuove soluzioni per nuovi problemi, in un viaggio senza fine‌ Way of life, way of lace: è il nome che abbiamo voluto dare al grande arcobaleno che vedete alle mie spalle in fondo alla sala e che vuole essere una metafora della nostra vita, con le sue luci, le sue ombre, i suoi molteplici intrecci e passaggi, il suo continuo ripartire verso il domani in un viaggio pieno di colori e di speranza. Lo stesso che auguro a tutti i presenti. Ringrazio l'assessore Gasperini e tutto il Dipartimento cultura di Roma Capitale che ha creduto in questo progetto ed in particolare la dottoressa Lucia Roncaccia, la dottoressa Roberta Perfetti e tutti i loro collaboratori per il loro fattivo contributo nella realizzazione della mostra. Ringrazio inoltre Alessandra Di Lernia che ci ha accompagnato in questo viaggio con la sua elegante interpretazione. Ringrazio tutte le artiste che sono qui stasera e le socie - le amiche - dell'Istituto per

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la Promozione del Merletto, che mi supportano e mi sopportano. Ringrazio, infine, tutti voi che avete avuto la pazienza di ascoltarmi. Buon 8 marzo a tutte, buona serata!

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I percorsi del filo