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RC

numero26. giugno/luglio 2010

Rapporto ConFidenziale rivista digitale di cultura cinematografica

numero26. giugno/luglio 2010

IN QUESTO NUMERO: Dennis Hopper, Pino Esposito, Jean-Luc Godard, Gaspar NoĂŠ, DuĹĄan Makavejev, Robert Fuest, Paolo Sorrentino, Roberto Bianchi Montero, canecapovolto, malastrada.film, George Waggner, Albert e David Maysles, Federico Zampaglione, Jessica Oreck. Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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Rapporto Confidenziale

Rapporto Confidenziale rivista digitale di cultura cinematografica nasce nel novembre 2007 da un’esigenza di Alessio Galbiati e Roberto Rippa.

rivista digitale di cultura cinematografica numero26 - giugno/luglio 2010 www.rapportoconfidenziale.org info@rapportoconfidenziale.org Direttori editoriali Alessio Galbiati alessio.galbiati@rapportoconfidenzale.org Roberto Rippa roberto.rippa@rapportoconfidenzale.org Grafica e impaginazione Alessio Galbiati, ilcanediPavlov! Editing Alessio Galbiati, Roberto Rippa Traduzioni Donato Di Blasi, Roberto Rippa Hanno scritto su RC25 Matteo Contin, Toni D'Angela, Michael Den Boer, Alessio Galbiati, Matteo Giuseppe Luoni, Roberto Rippa, Matteo Ruzza, Emeric Sallon, Iain Stott, Scott Telek Copertina canecapovolto | CCV239 ML_ST16 150 | Collage su carta 21x29,7 Immagini Tutte le immagini utilizzate provengono dalla rete e pertanto sono da considerarsi di dominio pubblico (ci rendiamo altresì disponibili a sanare ogni possibile controversia in merito), fatta eccezione per le seguenti: canecapovolto (pp.1,4,28-41) | Klearchos Kapoutsis (p.3) | Andy Warhol (p.10) | Esposito, Murgeri, Africanews.it, Lavorato, Pugliese e Celi (pp.12-17) | Kevin Dooley (pp.42,65). pubblicato lunedì 28 giugno 2010

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L’esigenza di cui si parla era ed è quella di trattare il cinema ed i film con assoluta libertà, svincolati dai diktat del mercato, in primis editoriale, dalla schiavitù delle uscite settimanali, dalla noia delle sale e dall’incubo delle multisale; in una parola: emancipazione, dal cinema trattato come merce, dalla visione intesa come intrattenimento. Dalla sua nascita RC parla di cinema invisibile, mai distribuito, mai arrivato in Italia, sommerso ed artigiano, cercando di dare voce alle esperienze ed alle realtà che reputiamo interessanti e ancora poco conosciute. Ma pure di cinema classico dimenticato, di cult poco conosciuti, di autori scivolati immeritatamente nell’oblio, dei classici del futuro. La gratuità è un concetto centrale per RC che si coniuga con la scelta di utilizzare sia per il sito che per il mensile una licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 2.5 Italia; questa scelta vuole essere ‘politica’ nella misura in cui sposa la causa della libera circolazione dei saperi. Sempre in quest’ottica è pensato il sistema economico di RC, allo stesso modo del software libero il sistema di finanziamento è delegato al libero arbitrio del lettore, al quale chiediamo di compiere o meno la scelta di effettuare una donazione che ci permetterà di coprire le spese sostenute nelle molteplici attività svolte (grafica, produzione video, organizzazione eventi, spese di gestione). • La pubblicazione del numerozero risale a dicembre 2007 e da allora la rivista è uscita con cadenza mensile. • RC è un file distribuito in formato PDF (Portable Document Format), può essere letto con Adobe Acrobat, Adobe Reader ed un lungo elenco di altri software proprietari e liberi; la rivista è pensata per la stampa a colori in formato A4 con rilegatura a margine. • RC è un sito consultabile, direttamente dalla homepage e senza la necessità di inserire un indirizzo differente, da qualsiasi computer come pure dall’ultima generazione di eBook Reader, PDA (personal digital assistant) e telefoni multimediali.

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SOMMARIO

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COVER26 | canecapovolto EDITORIALE | Roberto Rippa DIRECTED BY DENNIS HOPPER. BORN TO BE WILD | Toni D'Angela IL NUOVO SUD DELL’ ITALIA | Roberto Rippa UN VIAGGIO A RITROSO. INTERVISTA A PINO ESPOSITO | Roberto Rippa VACUITÀ DEL MONDO, EFFERVESCENZA DELLE IMMAGINI | Emeric Sallon SWEET MOVIE | Matteo Ruzza L’ABOMINEVOLE DR. PHIBES | Scott Telek DI UN ALTRO LONTANISSIMO PIANETA | Matteo Contin RIVELAZIONI DI UN MANIACO SESSUALE AL CAPO DELLA SQUADRA MOBILE | Michael Den Boer L'OBSOLESCENZA DEL FUTURO | Alessio Galbiati INTERVISTA A CANECAPOVOLTO & MALASTRADA.FILM | Alessio Galbiati CANECAPOVOLTO COLLAGES | canecapovolto THE WOLF MAN. UN MOSTRO TRA ATTUALITÀ E LEGGENDA | Roberto Rippa WHAT'S HAPPENING! E GIMME SHELTER: LA CONTROCULTURA RIPRESA DAI MAYSLES | Matteo Giuseppe Luoni SHADOW | Matteo Contin BEETLE QUEEN CONQUERS TOKYO | Alessio Galbiati RC _ LIBRI THE ONE-LINE REVIEW | Iain Stott CINETECA

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COVER:26 | canecapovolto canecapovolto nasce a Catania nel 1992. In una continua sperimentazione, supportata dall'uso di vari mezzi quali film acustici, video, installazioni, happening, collages, canecapovolto sviluppa un'indagine sulle possibilità espressive della visione e sulle dinamiche della percezione, adoperando tecniche originali di trattamento e manipolazione dell'immagine. Partendo dal cinema, dunque da esperimenti visivi e sonori inizialmente legati al cortometraggio in super-8, il gruppo ricorre a diverse pratiche di produzione audio-video, "sabotando" l'immagine mediatica di partenza con l'intento di attuare strategie di spiazzamento. Grande attenzione è rivolta ad indagare la matrice scientifica della comunicazione e la sua risposta nello spettatore; le tematiche affrontate nei video fanno dunque riferimento ad un universo sociale in continuo mutamento, con una considerazione particolare per la società dello spettacolo, che rinsalda il legame già esistente con alcune pratiche del Situazionismo francese. Più recentemente, canecapovolto ha realizzato progetti multisensoriali, quali Helmut Doppel, Uomo Massa e Presente Continuo. Attualmente, con il progetto Stereo_Verso Infinito, sta perfezionando un sistema di catalogazione e classificazione audiovisiva secondo una metodologia affine alla creazione di un "metalinguaggio". (A.T.) www.canecapovolto.it galleria di riferimento: gianluca collica catania distribuzione home video e proiezioni festival: malastrada.film titolo: CCV239 ML_ST16 150 autore: canecapovolto tecnica: Collage su carta dimensioni originali: 21x29,7mm

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Editoriale di Roberto Rippa

Finalmente, con il numero che avete sotto gli occhi in questo momento, possiamo rispondere concretamente a tutti coloro che nelle ultime due settimane ci hanno scritto preoccupati (sono soddisfazioni!) chiedendoci ragione del ritardo di questa uscita. La verità è che stavamo lavorando a questo numero doppio ed è stato impossibile riuscire a chiuderlo nei tempi auspicati inizialmente. Il senso di questa uscita, che copre i mesi di giugno e luglio, risiede nel desiderio di uscire, per la prima volta nell’esistenza di RC, con un numero singolo in agosto, anziché con il consueto numero doppio estivo. Tanto per non lasciarvi soli neppure durante le vacanze e accorciare la distanza tra l’ultimo numero di questa stagione e il primo della prossima, la nostra quarta! Intanto, in questo numero troverete Hopper, Noé, Godard, Makavejev, Fuest e Vincent Price, Sorrentino (di cui pare impossibile smettere di parlare, fortunatamente), Bianchi Montero, Waggner, i fratelli Maysles, Oreck e i nostri compagni di strada Nomadica, Malastrada. film e canecapovolto (a cui abbiamo dedicato un ampio speciale, con tanto di pubblicazione, in CINETECA, della versione integrale di una delle loro ultime creazioni cinematiche: Uomo Massa - www.vimeo. com/11832969). Non solo: oltre ai collaboratori storici, dalla presenza più o meno regolare, trovate nomi nuovi che si sono affacciati in RC dallo scorso numero: Toni D’Angela, Michael Den Boer, Scott Telek e Emeric Sallon. Concludo con un’esplicita richiesta di aiuto: per poter lavorare al meglio, ci serve avere la disponibilità per al massimo un articolo al mese di traduttori. Dal francese, dall’inglese, dallo spagnolo e dal tedesco, innanzitutto. Ma anche, più saltuariamente, dal serbo, dal rumeno, dal croato e dall’arabo. E non è ancora tutto: c’è qualcuno che abbia voglia di prestarsi a farci da correttore di bozze? Questo ci sgraverebbe da un po’ di lavoro e ci permetterebbe di dedicarci ad altro. L’indirizzo email lo conoscete, fateci sapere. Grazie e buona lettura.

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E H T E ! V ! SA VER R E S

Ancora una volta abbiamo bisogno del vostro aiuto per proseguire l'avventura di Rapporto Confidenziale. Entro la metà di luglio dobbiamo pagare la rata annuale del server che ospita il sito e l'archivio di RC. La spesa è ingente (oltre 500 euro) dato che il "peso" complessivo dell'intero archivio è oramai decisamente importante ed il numero degli accessi e dei download sono in costante ed inarrestabile crescita; quasi diecimila download al mese fra numero corrente e numeri in archivio, un traffico impressionante, che sorprende e rende fieri noi per primi. Vorremmo continuare ad esistere gratuitamente ma per farlo abbiamo bisogno del vostro aiuto. Per questo, al solito, vi chiediamo di metter mano al portafoglio, ma questa volta le modalità per farlo si articolano, dal momento che nel frattempo siamo diventati un'associazione culturale denominata, e non poteva essere altrimenti, Arkadin. Date un occhio alla pagina accanto...

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Directed by Dennis Hopper. Born to Be Wild. di Toni D'Angela Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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Che cosa diavolo pensava Dennis Hopper quando girava il visionario e aggressivo The Last Movie o lo scandaloso Out of the Blue? Autore maledetto, controverso, discontinuo, hippie e repubblicano, un paradosso vivente che sfotte analisi e definizioni. Una tenebra. Tenera è la notte della sua recitazione sempre aggrovigliata come in una figura di Francis Bacon, teso, docile e perverso in Corman, Wenders, Coppola, Lynch, Ferrara. Un James Dean furioso che disfa la sua carriera di astro nascente così come il bel divo si era sfasciato il corpo contro un muro. L’immaginario adolescenziale e autobiografico (Holywood) è in fiamme e ha lasciato la cenere di verità sgradevoli. The Last Movie (1971) è una bal(l)ade, un Golgota sospeso fra Peckinpah, Paradjanov e Carmelo Bene, una decostruzione dei cliché che strozzano il sogno americano nella crisi ma non una parodia o un esercizio di disprezzo. Piuttosto una coscienza critica del cliché, una deriva in cui si respira ancora una volta l’aria della frontiera, la sperimentazione di nuove forme (come già in Easy Rider), la libertà delle forme di espressione, l’improvvisazione nell’interstizio di luce e movimento, una cascata del desiderio, una stratigrafia della fantasticheria che rimandano all’avventura dell’ignoto quando i pionieri si inoltravano nel folto del mondo sconosciuto e ancora informe, sebbene qui, infine, criticamente, la realtà cruda non lascia più spazio se non alla fuga disperata e al delirio, al sogno di andare e vedere. (Ma in Easy Rider i due motociclisti errabondi, nella società civile trovano accoglienza solo proprio presso la fattoria di un cowboy-farmer erede del Mito del West e della sua legge dell’ospitalità presso i bivacchi attorno al fuoco). The Last Movie è crudo e lisergico, tentacolare e caleidoscopico, intenso viaggio di perdizione, elogio della rottura, dispendiosa deriva, una scopata incestuosa di immagini e, capolavoro nel capolavoro, prodotta con capitali hollywoodiani (da quelle parti ben si pensava di sfruttare il successo di Easy Rider): Hopper fa l’amore in modo violento con Hollywood. E il suo film più celebre, Easy Rider (1969), è come la bandiera americana di Jasper Johns (che ritorna nell’incipit ironico dello sregolato, confuso, sconnesso, disorganico Chasers, il suo ultimo film, un altro elogio del disordine): non può staccarsi dall’oggetto che contesta: l’America, il suo immaginario e il suo potenziale. E quando attraversa la Monument Valley non c’è parodia, solo estasi e poesia: insieme a John Huston, pochi anni dopo, si siederà sul letto di John Ford ormai malato mortalmente, al capezzale del Cinema e dell’America – ma questa è pure quella che ha seppellito sotto terra, raso al suolo, gli Indiani e la loro civiltà. Out of the Blue (1980) non lo redime dagli eccessi degli anni Sessanta e Settanta. È un film radicale, che va fino alle radici, dentro l’abisso dell’anima, fra i rifiuti di una discarica abitata da poetici gabbiani. Opera invisibile. Hopper è stato un peccatore fino alla fine, consegnandoci immagini strepitose e sublimi, incluse quelle vertiginosamente desertiche dell’incipit di quel bacio della morte che è il febbricitante e vaporoso Hot Spot (1990), insensato, dissennato e sensuale noir da incubo tratto, sintomaticamente, da un romanzo di Charles Williams e musicato da Miles Davis e John Lee Hooker (e Jack Nitzsche): i suoi film sono sempre molto musicali, una costellazioni di suoni e visioni (Neil Young, Kris Kristofferson, The Band, Byrds, il rap e Herbie Hancock in Colors, fino al cameo di Bob Dylan in Backtrack). Ancora una deriva di un loser, improbabile Fred McMurray con postura da Brando, un po’ Bob Mitchum (Don Johnson), avviluppato nel delirio di una altrettanto implausibile e manierata Barbara Stanwick (Virginia Madsen) femme fatale fumettistica e strega rivoltante che più l’allontani e più tu ti avvicini, che più ti morde e più ti piace: la perversione disconosce la logica. Hard-boiled ha un’aria di famiglia con il B-Movie che Hopper ha abitato negli anni Sessanta, Hopper rivolta brutalmente dal di dentro il genere mostrandone le budella. Omaggio esasperato al cinema e alla follia. Hopper lascia comunque un segno anche in Colors (1988). È il suo film più convenzionale, eppure questo scenario di guerra mostra una Los Angeles fra la Proposition 13 (1978) e la rivolta nera del 1992, una West Side Story nel giorno del giudizio, inabissata nell’apartheid urbano, una città degli angeli in cui la posta in gioco è la sorveglianza, il controllo dei corpi irredenti, la guerra dispiegata dallo Stato (il LAPD e i suoi elicotteri) contro quella Società ancora senza Stato, ai margini, non inquadrata e non disciplinata, che trova espressione e sfogo solo nella violenza e nei colori dell’appartenenza tribale distribuita nei ghetti, zone di difesa e conquista dove si consuma la guerra fra gli ultimi intervallata dalla guerra che lo Stato dichiara alla forza-lavoro espulsa dal mercato. Una Los Angeles poco fascinosa, divorata nelle fiamme dei vicoli e del sudiciume delle baracche, dove i reietti non possono che appellarsi agli dei del caos: gli

spacciatori in Mercedes, quelli che ce l’hanno fatta, il sogno americano riadattato alla periferia (anche in Easy Rider la droga è al centro della messa in scena, solo che là era pura vida, qui morte). La città degli angeli nel film di Hopper, come in Essi vivono di John Carpenter, è nel Terzo mondo, i bianchi che giocano a golf o protestano per le tasse troppo alte nemmeno si vedono. La periferia trabocca ma lo Stato sa solo reprimere o controllare abituando gli adepti delle bande ad accettare non il dialogo ma l’affermazione di una pedagogia basata sul rituale, crudele, certo, ma è una crudeltà in lotta contro una violenza ancora più grande, quella dello Stato, legge separata che tenta di cooptare e assimilare la società della marchiatura, del graffito, del tatuaggio, del colore, della legge primitiva inscritta nel corpo (torturato, cioè picchiato, nel rito di iniziazione) che si oppone alla terribile legge dello Stato. Ancora una volta, dopo Easy Rider, un antagonismo senza mediazione, raccontato in un film convenzionale sotto tutti i rispetti, compreso quello delle regole del gioco, delle metafore ricorrenti nella storia del cinema, come quella fra amico/nemico, cioè la con-divisione, il percorrere dialetticamente una strada in comune e scontrarsi con le asperità e le ostilità interne ed esterne. Di nuovo una pedagogia, come quella rituale delle bande di LA, che rimanda al western, al classicismo, al rapporto padre-figlio, fratello-avversario, ad Hawks ma anche All’ombra del patibolo o Gioventù bruciata dell’amico Nick Ray dove il rapporto è compromesso, spezzato, i “giovani” sono insofferenti, ribelli, frustrati e in questo senso il Jack Nicholson di Easy Rider è il punto di passaggio fra quei giovani bruciati degli anni Cinquanta e quelli arrabbiati degli anni Sessanta: giovane fuori posto che beve, è alcolizzato, ma che, insieme a Fonda e Hopper, i capelloni, prova l’erba. Anche in Colors salta la trasmissione generazionale, fallisce, senza mediazione: Robert Duvall non ha il tempo per educare Sean Penn e questi non viene neanche compreso dal suo nuovo socio. Hopper non è mai conciliante. Grezzo, sventurato, ciondolante, Hopper sfila la tela del ribellismo nichilista (sempre ridicolizzato da certo bolscevismo che privilegia l’eternità piuttosto che l’istante), ben oltre Johnny Rotten, colando a picco dentro l’oscurità della mente sospesa fra l’immagine di una bambina che succhia il pollice e sogna le scarpette rosse della ballerina e quella di una violenza irrimediabile e irredimibile (Out of the Blue). Uno stordimento uguagliato solo dalle bal(l)ades di The Last Movie, che non è semplicemente un cinema del disprezzo e della parodia à la Altman, e nemmeno un’eterodossa riflessione metafilmica, ma piuttosto un happening, un appuntamento con la genesi della creazione, un tutto che continua senza divisioni fra attori, personaggi, tecnici, comparse, popolazione locale (Cile): training attoriale e rappresentazione e pubblico costituiscono un blocco unico dove anche il regista entra in scena; non solo Hopper ma pure il “garante” Sam Fuller che rappresenta se stesso, la sua presenza fisica, il suo segno che evoca Hollywood e la sua crisi, la sua grandezza e le sue miserie. Nel cinema di Hopper il mare è rosa, il sole blu, siamo su un altro pianeta: nel finale esplosivo e walshiano della fabbrica a idrogeno liquido di Backtrack Dennis Hopper e Jodie Foster, con tute d’amianto, sembrano due astronauti che danzano sul suolo lunare; siamo dentro spazi strani: la cavità rocciosa, la fessura, l’intercapedine, un intermondo che prende corpo, diventa immagine, in Easy Rider, The Last Movie e Backtrack; nella pittura-ambiente di Backtrack (Ore contate) dove si mescolano la traccia grafica e la pasta cromatica. Il senso della realtà si disperde oppure insegue il mentale: Backtrack (1990) è questa storia di un reversibile afferrarsi di mondano e astratto, fisico e concettuale, uomo e donna, carnefice e vittima. Questo è il suo film più teorico, filosofico, una meditazione sulla pratica dell’arte e perfino del dispositivo della narrazione teorizzato all’estremo poiché la narrazione è il tempo medesimo, il tempo come narrazione, il tempo del divenire di un’ossessione, il divenire-mondo di un’ossessione, ancora una volta un gioco di dadi fuori del rendimento, infatti il killer Hopper viene accusato dai suoi committenti di voyeurismo e inoperosità. Narrazione come matrice del possibile, effetto derapante che depista la linearità analitica e la correlazione dei segni. Il film è disseminato di segni, tracce grafiche che rinviano ad una certa Arte Concettuale ( Joseph Kosuth, Robert Barry, Lawrence Weiner) ma che tuttavia si gioca piuttosto nell’oscillazione dialettica fra il piano mentale (quello del killer professionista e metodico che calcola e studia) e l’esecuzione calata in re, sospesa all’evento. È una dialettica che contrassegna la relazione scandalosa fra Hopper (carnefice inviato) e Jodie Foster (vittima designata), l’uomo che agisce senza pensare allo scopo, alla funzione, al senso, e la donna-artista del mentale. Comportamento e concetto si rincorrono e avviluppano l’uno dentro l’altro. L’analitico (le proposizioni dell’Arte Concettuale con cui lavora l’artista del film), nella narrazione, strada facendo (ancora un on the road per Hopper), imbarca, sinteticamente, valori mondani. Il killer diventa artista che si libera del quadro di partenza, delle indicazioni fornite fin dall’inizio, e supera i confini, dilatando, di nuovo, ogni sana ed economica politica razionale del rendiconto: anziché

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uccidere la Foster, Hopper fugge insieme a lei. Il pensiero, l’ossessione di Hopper, cioè la vittima indicata, lascia un segno, prende supporto materiale, la foto e tutte le informazioni ricavate sull’artista ricercata diventano il corpo della Foster. Una ricerca che distrugge il linguaggio che non può mai contenere tutto ciò che proviamo, sentiamo, conosciamo. Una ricerca che muove dal mentale, dal concettuale (le opere dell’artista affettivamente anemica, i documenti e i computer del sicario neutro, i suoi pensieri ossessionati), per colare a picco nell’oggetto, nel recupero materico del corpo. Evoluzione o passaggio di un ripiegamento dell’artista e del killer, concentrati in loro stessi, sui loro procedimenti, all’esposizione al mondo, allo spazio aperto, sconfinato (come quello che circonda il rifugio del killer), dal mentale al comportamento finalmente liberato dalla logica, compresa quella presiede certe operazioni di un Sol LeWitt o di un Kosuth spesso troppo schiacciate sul modello generativo (mutuato da Chomsky) che sì assicura una serie pressoché infinita di frasi ma a partire sempre da un sistema di base ben definito e regolato. Mentre il cinema di Hopper non è una rule-governed creatività. La genesi del movimento in Backtrack viene scavata fuori della regola e per decomposizione, in particolare del passato nel momento in cui nel film appare la foto, appaiono le foto di Jodie Foster in pose softcore. Questa genesi profonda nella decomposizione del passato dell’artista in fuga, che si maschera, cambia identità e luoghi, e del professionista dell’omicidio che contravviene alle regole di ingaggio. Hopper è ossessionato da questa foto che di colpo abolisce il passato (distruzione sanzionata nel finale-climax dove salta per aria il luogo in cui si era inscritta la scena originaria, che aveva avviato la fuga e l’inseguimento) e motiva la ricerca solo per catturare la durata, il corpo denso che dura di Jodie Foster. La foto proprio perché simulacro è mancante, manca di qualcosa, questo resto che avanza ancora sospeso, invisibile, ossessiona il killer e interrompe il suo corso del mondo, la sua fissità (l’immobilità della fotografia) perturba il movimento, quello del sicario e più profondamente quello del cinema (immagine-movimento), rammentando così allo spettatore sbadato che il cinema è anche tempo (immagine-tempo): certo ancor prima di imbattersi nell’evento della foto, il killer resta impressionato dalle insegne concettuali dell’artista, sprofondato in un vuoto di contemplazione estasiata o, quantomeno, sospesa (che è già estasi in un mondo condannato alla velocità). Per l’ennesima volta Hopper rivolta dal di dentro un prodotto pronto all’uso (sistema di produzione e consumo), lo rovescia arrestandone il gioco atteso e producendo intensità ed effetti di pensiero (mentalefisico, fotografia-cinema). La fiction del récit sta proprio nel superare il movimento (il legame di causaeffetto, la linearità, il piano) e, insieme, nel rallentare, per pensare, l’azione (l’immagine filmica, il cinema), così come lo spettatore, sorpreso e sospeso, a sua volta, viene fissato e deve pensare, indietreggiare, arrestarsi di fronte all’irruzione della foto fissa, che immobilizza, che è contraria al movimento del film, al suo scorrimento e a quello del piano stabilito all’inizio. E Backtrack, sotto questo profilo, si collega ad altri grandi film che pensano e pensano il rapporto fra cinema e fotografia, come Nostalgia di Hollis Frampton, L’alibi era perfetto di Lang o Chiamate 777 Nord di Hathaway o Blow-Up di Antonioni. C’è una tensione estrema nelle immagini di Dennis Hopper che fa saltare la sistematicità razionale e relazionale, che slega, sganciando Backtrack dall’economia del giusto calcolo. È la perversione del film di un autore forte perché ci ferma nel nostro movimento distratto per fissarci al pensiero e al suo choc. L’immaginario clownesco messo in ridicolo in The Last Movie, la tabula rasa del vuoto gioco di chimere false (Hollywood?), qui, trova la messa in campo di una dimensione positiva, non più solo una fuga ma una visione di realtà, che depenna il fantasma a favore della realtà. Un cinema pirotecnico, colorato, selvaggio, rosso, rovente, alcolico, drogato, dopato, disturbante, ipnotico, fuori controllo, incendiario (fuochi, incendi, esplosioni costellano i suoi film), che brucia nell’interstizio fra la tradizione dell’immaginario e Voglio la testa di Garcia. Un grumo di sangue, dolore, delirio. Una logica della sensazione che trasuda ossessioni e fantasia. Cinema del figurale sporco, equivoco, mal eseguito, sbilenco, losco. Veicolo di intensità ribelle alla tirannia dell’ordine e dell’economia-politica del discorso filmico rassicurante. Disordinato e pulsionale, rinuncia alla ricomposizione, alla riunificazione del molteplice, alla riunione delle pulsioni sparse con un gusto tutto peculiare per la sconfitta, la perdita, lo sprofondamento negli abissi e del delirio (Easy Rider, The Last Movie, Out of the Blue, The Hot Spot) Dennis Hopper è l’uomo che monta insieme John Wayne e Allen Ginsberg, la strada e la torre d’avorio.

Dennis Hopper

regie cinematografiche Homeless (2000) • Chasers (1994) • The Hot Spot (1990) • Catchfire (1990) • Colors (1988) • Out of the Blue (1980) • The Last Movie (1971) • Easy Rider (1969)

Toni D’Angela

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Dennis Hopper (1936–2010) Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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IL NUOVO SUD DELL’ ITALIA Il primo lungometraggio di Pino Esposito racconta l’immigrazione nel sud Italia di Roberto Rippa Dopo gli accordi tra Italia e Libia per contrastare l’immigrazione clandestina con operazioni congiunte di polizia, l’8 maggio del 2009 l’Italia ha respinto per la prima volta un barcone con 227 migranti verso le coste libiche senza accertare nemmeno se a bordo ci fossero persone in pericolo di vita o altre che potessero ottenere lo status di rifugiati. Ci si chiede qualche tipo di asilo politico possa offrire un Paese come la Libia, il quale non ha ancor ratificato la convenzione di Ginevra del 1951 per lo status di rifugiato. Un Paese in cui la tortura è ancora pratica regolare. I fortunati che invece riescono ad arrivare sull’isola italiana di Lampedusa non sanno che si scontreranno con le leggi rigide di un Paese nevrotico che si sta chiudendo a riccio proteggendosi con leggi razziste da utilizzare come deterrente per l’immigrazione, non solo quella clandestina. Basti ricordare solo alcune delle recenti norme: il varo del reato di immigrazione clandestina, l’obbligo per i medici (disatteso da molti) di denunciare i pazienti clandestini (anche negli ospedali), la legalizzazione delle ronde volute dalla Lega nord (e il fatto che si siano rivelate un fisco non è che di parziale conforto), la discussione di una norma che impedisse l’iscrizione alla scuola dell’obbligo dei bambini stranieri se figli di genitori clandestini. Sono norme, queste, fortemente volute dalla Lega nord, quella formazione politica di estrema destra che non perde occasione per inscenare battaglie personali contro “l’islamizzazione dell’Europa” ma a cui non sta troppo simpatica nemmeno l’Italia nel suo insieme. Questo è il clima che trovano i tanti immigrati che giungono nel sud del Paese alla ricerca di uno di quei lavori sottopagati – come la raccolta di pomodori o agrumi a 5 Euro al giorno - e massacranti che nessun Italiano vorrebbe più fare. (www.teatro-oziosazio.ch)

Quando il film si apre sulle immagini del fotografo Antonio Murgeri che illustrano il cimitero navale di Lampedusa, con i relitti delle navi usate dagli immigrati per raggiungere le coste italiane, o almeno tentare di farlo, il tono dell’opera di Pino Esposito è già stabilito. Riguarda situazioni violente mostrate con realismo e inattesa poesia. Il regista, qui al suo primo lungometraggio, si reca nella sua terra di origine, la Calabria, e filma i luoghi, la gente, il mare, prendendosi il tempo – e di conseguenza concedendolo allo spettatore – di entrare tra le vie di quei piccoli paesini, di andare sulle spiagge in cui i cani randagi razzolano tra la spazzatura, sulle strade statali che di notte diventano luogo deputato alla prostituzione e i cui angoli all’alba sono pieni di immigrati in attesa di un “caporale” che li scelga per farli lavorare quel giorno. Lascia che le persone raccontino di sé e del rapporto con gli “ultimi arrivati”, quegli immigrati che lì arrivano respinti dalle leggi razziste della Lega nord che, nel tempo, è riuscita a influenzare le opinioni e piegare il comportamento di molta gente comune. Incontra gli immigrati, le persone che lavorano nelle varie associazioni presenti sul territorio, e concede anche a loro il tempo di raccontarsi e raccontare la situazione dell’immigrazione. Pino Esposito, giovane regista teatrale di origine calabrese e zurighese di adozione, dopo una permanenza per studio a Firenze, si sposta tra le province di Cosenza e Reggio Calabria per poi concludere il suo racconto a Napoli tornando alle fotografie di Murgeri. La Calabria che si vede nel film è un luogo poetico, di rara bellezza, ma anche a tratti aspro. E il film, pur scegliendo di agire sulle percezioni dello spettatore, o forse proprio per questo, non fa sconti a nessuno. Ecco perché si tratta di un documento particolare: perché non impone, non fa uso alcuno di retorica, non tenta di convincere, permette a chi lo vede di formare una propria, intima, opinione su un’Europa che tenta di farsi sempre più fortezza nei confronti di chi viene da fuori i suoi confini con l’unico risultato di azzerare anche i più basilari diritti umani.

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Un viaggio a ritroso. Intervista a Pino Esposito di Roberto Rippa

RR: Il nuovo sud dell’Italia è il tuo primo film? PE: È il mio primo lungometraggio. Prima di questo, ho fatto corti e teatro. RR: Cosa ti ha fatto decidere di iniziare il progetto del film e quando? PE: Abbiamo iniziato a girare nel Dicembre del 2008. Da tempo volevo realizzare un documentario che parlasse dell’emigrazione nel sud dell’Italia, fotografato, filmato e raccontato da persone del sud che a loro volta sono emigrate in qualche altra parte del mondo. RR: Concretamente, come hai iniziato a lavoraci? Avevi già un’idea iniziale di cosa avresti voluto filmare? PE: Sì, avevo già una mia sceneggiatura. Però, quando sono sceso a filmare in Calabria, non ero più sicuro di monitorare, con immagini già create nella mia testa, quella realtà cruda, violenta e improvvisa. Quindi ho messo da parte la videocamera e la mia sceneggiatura, che creavano solo distanze, e sono stato con loro per un po’ senza filmare. Solo quando ho sentito quella sincera percezione dei nostri racconti che stavano attraversando il tempo e noi, mi sono detto che forse - dico forse - avrei potuto raccogliere quelle emozioni in immagini. RR: Com’è avvenuta la collaborazione con AfricaNews.it? PE: Avevo fatto delle ricerche in Internet sull’immigrazione in Calabria, ed ho trovato i loro lavori. Li ho contattati, loro hanno creduto nel mio progetto e abbiamo iniziato a collaborare. RR: Qual è stata la reazione degli intervistati e degli abitanti dei luoghi in cui hai girato? PE: Le persone hanno collaborato con entusiasmo, aiutandomi tantissimo. C’era un’incredibile voglia di partecipazione. Prima della partenza, con alcuni volontari che aiutano i migranti, ci siamo abbracciati nello stesso spavento…ci siamo visti in quelle immagini tristi della nostra terra martoriata. Poi ci siamo

ripromessi di fare qualcosa affinché tutta quella patina di polvere che ricopre la nostra memoria possa un giorno sprofondare nei fondali del nostro mare antico (lo Jonio). RR: Nel film, almeno nella sua parte iniziale che si svolge a Rossano e Corigliano, si coglie una pacifica convivenza tra immigrati e indigeni mentre siamo abituati ad assistere a vere e proprie “guerre tra poveri”. Come te lo spieghi? PE: Da quelle parti, le persone, hanno vissuto con profondo dolore le “distanze”. Siamo tutti cresciuti con una storia di emigrazione alle spalle, in ogni casa, c’era almeno un parente emigrante. Per questo c’è questa convivenza pacifica. Ho visto ragazzi e ragazze, che la sera, andavano sulla spiaggia per accendere fuochi e candele. Come segno di benvenuto verso quei disperati che il mare di Calabria spesso riporta. Anche se non arrivava più nessuno - perché dopo le rigide leggi volute dalla Lega Nord non arriva più nessuno dal mare - quei ragazzi continuano ad andare sulla spiaggia guardando verso quell’orizzonte lontano. Quelle immagini mi hanno emozionato, e mi hanno dato la certezza, che un giorno, in Calabria, le nuove generazioni cambieranno in meglio la nostra povera terra. RR: Il clima cambia molto quando inizi a filmare a Rosarno. Quanto dopo gli scontri sei arrivato lì? Che idea personale ti sei fatto di quanto accaduto? PE: A Rosarno è andato a filmare il giornalista Piervincenzo Canale, lui è di Reggio Calabria. È una grande persona che oltre alla sua professione aiuta gli immigrati che lavorano nel periodo tra novembre e gennaio nella piana di Gioia Tauro. Li ha filmati in quei luoghi fatiscenti come l’ex cartiera di Rosarno. RR: Quanto si sente la presenza della criminalità organizzata nella gestione del lavoro e della condizione degli immigrati? PE: In Italia, con le nuove leggi che aiutano i disonesti, oltre alla criminalità organizzata, anche tanti piccoli imprenditori (non per forza mafiosi), sentono un vento di legittimazione verso il malaffare.

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RR: Nel film si spiega che molti immigrati giungono al sud sospinti dal clima razzista creato dalla Lega Nord nelle regioni settentrionali. Nel sud però la stessa Lega sta crescendo, nel girare il film hai notato un cambiamento in questo senso? PE: Ho l’impressione che in Calabria, stiano facendo nascere (inconsciamente forse), un grande contenitore nel quale ammassare i poveri con i poveri. Oggi gli immigrati non arrivano più in Calabria dalla Libia, ma da Brescia, Bergamo, Verona. Con tanto di permesso di soggiorno! Alcuni leggi fatte dai sindaci leghisti, fanno sentire ai migranti di non essere più ben accetti. È così loro scendono verso il sud, pensando che laggiù la gente, nelle cui famiglie si trova sempre una storia di emigrazione, sia meglio disposta nei loro confronti. È una forma ingenua di pensare, perché nel Meridione mancano le infrastrutture per accogliere questa massa alla deriva. Per questo si stanno creando queste tensioni tra migranti e gente del posto. Ogni giorno arrivano sempre più disperati spinti ( involontariamente, forse...) da un Nord Italia che sta attuando una politica di allontanamento. “Che vadano al sud” dicono i leghisti. A me dispiace che, indirettamente, la maggioranza dei meridionali voti per i loro stessi carnefici. RR: Tecnicamente, come hai girato il film, eri solo o avevi una piccola troupe? PE: Avevo una piccola troupe. Abbiamo girato con diverse camere HD. Avevo pensato di girare su pellicola 35 millimetri, poi i finanziamenti che sono arrivati erano pochissimi, e ci siamo decisi ad andare in Calabria con poche infrastrutture. Questo perché se avessimo aspettato i finanziamenti, sicuramente non avremmo fatto il film. Visto che quei luoghi fatiscenti sono stati demoliti e gli africani hanno abbandonato Rosarno. Adesso sono contento di questa scelta, perché la forza del film, è soprattutto nell’immagine diretta cruda e vera che solo il digitale può dare. RR: Il film ha un approccio molto poetico - a livello visivo - sia al tema che al territorio. È stata una scelta a priori? PE: Sì volevo fare sin dall’inizio un documentario fatto di silenzi, suoni, ombre, pause...un film di percezioni. Lasciare allo spettatore la percezione di ricomporre le immagini del “suo film”, andando a scavare nei luoghi nei quali ognuno di noi custodisce la propria memoria. Io credo che l’immagine della poesia, possa arrivare più velocemente ai paesaggi interiori del nostro intelletto. E restarci. Molto più di un documentario che “bombarda” lo spettatore con un’informazione dopo l’altra.

esperienza teatrale ha contribuito alla creazione del film? PE: Molto. Nel teatro, ho sempre curato con più attenzione la parte artistica rispetto a quella drammaturgica. I miei spettacoli sono sempre basati su una linea poetica fondata sull’immagine (videoarte, super8, pittura, installazione). Per me, le immagini nello spazio, fanno parte della lingua delle immagini con la quale cerco di materializzare il linguaggio minimalista e a volte disarticolato degli attori. L’immagine aiuta la lingua, la lingua l’immagine.Toccandosi e allontanandosi. Come una grande installazione in movimento, che porta con sé qualcosa: un attore, una figura, una voce, un oggetto, un rumore, un’ombra. Ecco da dove è nato Il nuovo sud dell’Italia, da questi silenzi, ombre e rumori della mia esperienza teatrale. RR: Il film si apre e chiude con le immagini del fotografo Antonio Murgeri. Come mai questa scelta e come hai lavorato con lui?

RR: Tu sei regista teatrale e hai fondato una compagnia a Zurigo, in Svizzera. Quanto della tua Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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crudeli che s’incagliano nella poesia, arrivano velocemente allo spettatore, con una violenza poetica nel profondo dei suoi spazi percettivi. I giornali della Svizzera tedesca, hanno scritto che è un film che ci riguarda più di quanto non vogliamo ammettere. Ecco, dalle nostre paure nasce questa reazione spontanea di allontanare le nostre incertezze e paure verso un sud più a sud. Un povero più povero. Nel mio film si vede il vecchio calabrese che va a raccogliere legna sulla spiaggia e ha paura che arrivino i rumeni e gli portino via quel poco che ha. Poi si vede il signore marocchino, che dice che loro sono stati primi ad arrivare in Calabria. Allora erano benvoluti, ma dopo una pausa dice: “Ma adesso sono arrivati i rumeni e i polacchi ed è tutto cambiato”. La signora rumena addirittura dice: “Noi veniamo dalla città”. Poi, riferendosi agli stessi connazionali che arrivano dalla provincia, dice: “Ma LORO arrivano dalla provincia”. Quindi si vede un clochard polacco che viene picchiato per pochi spiccioli da altri due clochard polacchi. Ecco, il razzismo inizia in alto ma la lotta violenta si consuma “sotto”. Ognuno ha paura di rimanere incagliato nella rete degli ultimi. RR: Ti sei preoccupato, girato il film, di trovare una distribuzione o hai scelto a priori di muoverti in modo indipendente? PE: Ho cercato a priori di muovermi in modo indipendente. Non volevo fare assolutamente un film commerciale. RR: Negli incontri con il pubblico, quali sono le reazioni più frequenti? Ti è capitato di mostrarlo ad un pubblico avverso al tema dell’immigrazione? PE: Sì il film è incorniciato dalle fotografie in bianco e nero di Antonio Murgeri. Quelle iniziali ritraggono il cimitero di barche di Lampedusa con le quali i migranti sono partiti dalla Libia. Sono di una triste bellezza, che esprimono tutta l’inquietudine di un’epoca che non offre certezze ma solo paure per un futuro incerto. Per questo ho scelto di lavorare con lui, per la poesia delle sue fotografie. Per quella poesia che abbiamo in comune, e ci lega nello stesso spavento di questa epoca.

PE: Ripeto, gli incontri con il pubblico sono stati sempre commoventi, ci sono stati pochissimi casi di “avversione”. Sicuramente capiterà, quando il film arriverà in Italia.

RR: Il film è in circolazione in Svizzera, dove accompagni quando possibile le proiezioni e dove i riscontri da parte del pubblico sono molto positivi. Ora si parla di un interesse anche da parte di Francia e Germania. E l’Italia?

PE: Il prossimo film sarà un film sulla solitudine e sul ricordo. Su quel pezzo di vita mancante di ognuno di noi.

PE: È vero, il film, sta suscitando in Svizzera un grande interesse e una grande partecipazione emotiva. Per me è commovente, dopo le proiezioni, sentire l’applauso sincero da parte di un pubblico molto attento verso le tematiche sociali raccontate sotto forma di poesia. Non è un film solo sull’emigrazione ma è soprattutto un film sulla solitudine di questo tempo nel quale ognuno di noi ha paura di perdere le proprie sicurezze sociali. È un film che ci spaventa, perché le immagini

RR: Stai pensando a un nuovo progetto? Se si, di cosa tratterà?

4 giugno 2010

Le fotografie utilizzate per l'articolo e l'intervista sono opera di: Pino Esposito, Antonio Murgeri, Africanews.it, Arturo Lavorato, Peppe Pugliese e Antonino Celi.

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IL NUOVO SUD DELL’ITALIA

Regia: Pino Esposito Fotografia: Pino Esposito Montaggio: Eliane Binggeli, Pino Esposito Montaggio del suono: Antonio De Benedetto Sound Design: Thomas Geser Musiche: Regula Bachmann Produzione: OS FILM, Zürich Colore, HD CAM, 59’ www.teatro-oziosazio.ch/ilnuovosudellitalia • www.africanews.it • www.swissfilms.ch

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L’immigrazione è uno fra i temi maggiormente trattati dal cinema italiano indipendente contemporaneo. Rapporto Confidenziale alla seguente tematica ha dedicato un gran numero di articoli ed interviste, eccone un elenco: Conversazione con Eleonora Campanella e Serena Gramizzi, regista e produttrice del cortometraggio “Encourage” intervista a cura di Alessio Galbiati, RC numero25, maggio 2010, pp. 12-15

Nìguri (documentario di Antonio Martino) articolo di Alessio Galbiati, RC numero20, dicembre 2009, p. 28 Conversazione con Antonio Martino

intervista a cura di Alessio Galbiati, RC numero20, dicembre 2009, pp. 29-33

Cover Boy. L’ultima rivoluzione (lungometraggio di Carmine Amoroso) articolo di Alessio Galbiati, RC numero20, dicembre 2009, p. 13

Conversazione con Carmine Amoroso

intervista a cura di Alessio Galbiati, RC numero20, dicembre 2009, pp. 7-11

Accolti a braccia chiuse. Il cinema di Alvaro Bizzarri

articolo di Donato Di Blasi, RC numero17, settembre 2009, p. 46

DOC3: il documentario in televisione. Intervista a Lorenzo Hendel e Luca Franco

intervista a cura di Alessio Galbiati, RC numero17, settembre 2009, pp.7-10

ClanDeadStini (cortometraggio di Fart Film Entertainment) articolo di Alessandra Cavisi, RC numero13, marzo 2009, p.27 Apnea (lungometraggio di Roberto Dordit) articolo di Alessio Galbiati, RC numerozero, dicembre 2007, pp.20-21 Intervista a Stefano Mencherini

intervista a cura di Roberto Rippa: www.rapportoconfidenziale.org/?p=1317

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Sta lì, intrappolato in un bagno nauseabondo, in panico. Un colpo d’arma da fuoco sopraggiunge e lo attraversa. Muore dolcemente il povero Oscar, eroe di Enter the Void, la cui vita ha fine dopo venti minuti di film. Sta lì, sul ponte di una nave da crociera, e non andrà più lontano di una banale frase, svanendo dopo qualche secondo dallo schermo, l’anonimo di Film Socialisme. Il mondo non avrebbe più storie da raccontare, tutto è già stato detto. Il mondo sarebbe soprattutto vuoto di ogni racconto degno di essere trasposto in immagine e l’artista dovrebbe cercare altrove l’essenza stessa della sua arte. È la prima possibile impressione alla visione degli ultimi film di Gaspar Noé e di Jean-Luc Godard. Attenzione, non dobbiamo desumere che in sé non ci siano più messaggi da trasmettere, bensì che il messaggio non può passare attraverso l’esplorazione di una storia nel senso classico. Noé costruisce il suo film attorno a tutti i “cliché” possibili del genere noir, Godard non cerca più nemmeno di costruire. Fare l’esperienza della vacuità del mondo moderno, di questa mancanza di senso nelle nostre esistenze, ecco ciò a cui in parte mirano i due film. Nel film di Noé, Oscar si concede una vita stereotipata: un complesso edipico (che lo spinge ad andare a letto con la prima madre che incontra), un desiderio incestuoso per la sorella (dopo avere visto i genitori fare l’amore), lo choc della morte dei genitori in un violento incidente, un’infanzia all’orfanotrofio (che immaginiamo triste). Oscar non può fuggire da un mondo assurdo, svuotato di senso, di tutto l’ottimismo, trovare rifugio in Giappone, in questo quartiere fantasmagorico dove notte e giorno si confondono e dove la droga diventa un secondo respiro. È inevitabile, ci diciamo, che ci fosse bisogno di una vita schematica che sfociasse sul funereo colpo d’arma da fuoco. Un bravo ragazzo senza problemi non sarebbe arrivato a vendere droga per fare soldi e non avrebbe senza dubbio vissuto in questo quartiere immaginario. Immaginario perché il quartiere che Enter the Void esamina rapidamente è creazione pura (uno dei personaggi costruisce un modellino gigante di un quartiere giapponese), la realtà non merita più di essere esplorata. È proprio perché il mondo moderno non avrebbe più in sé storie da vivere che il regista parte per affrontare un altro mondo, quello dell’aldilà. Tutto l’interesse di Enter the Void risiede nel suo aspetto formale, prendendo la parte di una cinepresa soggettiva durante la prima parte, poi decisamente a focalizzazione zero di un personaggio capace in apparenza di viaggiare dove meglio crede, compreso nel tempo, ma solo in apparenza. Perché lo spettro di Oscar segue i destini di coloro che sente vicini, senza avventurarsi all’esterno del quartiere giapponese o dei suoi ricordi. Come se, all’immagine di una frase di Mon Oncle Boonmee (Loong Boonmee raleuk chat di Apichatpong Weerasethakul, Palma d’oro a Cannes quest’anno), i fantasmi fossero unicamente legati alle persone vicine e non ai luoghi.

VACUITÀ DEL MONDO, EFFERVESCENZA DELLE IMMAGINI.

Da parte sua Jean-Luc Godard, tanto detestato quanto adulato, sembra non avere più interesse a discorrere. A fine corsa, affaticato, disilluso, l’uomo lancia una successione di idee nere, opta per il peggior luogo sulla terra: una nave da crociera dove si costeggiano volgarità, assurdità e lusso, e sulla quale si finisce per non tentare nemmeno più di costruire un discorso coerente. La Shoah, il sovietismo, i totalitarismi, la fine dell’Europa, la gioventù perduta, la politica corrotta e sterile, la fine del cinema… ce n’è di che deprimere i più ottimisti. Di nuovo il mondo appare come svuotato da ogni senso, vano. Ed è grazie all’effervescenza delle immagini che l’opera riprende fiato e tutto il suo interesse. Il delirio formale non regge più, come in Gaspard Noé, attraverso l’esplorazione di una forma narrativa inusuale (la focalizzazione interna), ma nel montaggio (si potrebbe parlare di collage per momenti), virando più verso l’installazione video che verso l’opera cinematografica. E avendo vissuto l’evoluzione completa del mondo dell’immagine, esplora i diversi supporti visivi, dalla camera HD alla macchina fotografica, sino al telefono portatile. Il cineasta ha l’occhio, i colori sono sorprendenti per la loro bellezza, certi piani possiedono un’estetica incredibile (le viste del mare, certe visioni dal ponte della nave tra il blu della notte e il giallo dei metalli). Anche quando sceglie di utilizzare le immagini digitali di una macchina fotografica, in cui i pixel sono più che fastidiosi, esiste ancora una sorta di regia. Per fare sì che lo spettatore si perda, per forzarlo a vivere le immagini, a respingerle, a lavorarle, Godard costruisce

Enter the Void / Film socialisme: i film di Jean-Luc Godard e Gaspar Noé a confronto. di Emeric Sallon

[traduzione di DDB]

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un montaggio nervoso, incostante, senza logica apparente (talvolta senza logica alcuna), ma dalle tematiche ricorrenti, che fanno da eco alle sue opere passate. È verosimilmente questa effervescenza delle immagini, o dell’immagine, ad intrigare in questi due film. Una camera folle e tormentata, che utilizza con profitto il digitale, camere disseminate (foto amatoriali, archivi, immagini televisive, artistiche) sovrapposte come possibili sguardi multipli su di uno stesso mondo, non più completamente comprensibile. I tre colpi sonori iniziali di Film Socialisme divengono una trasformazione numerico-informatica dei tre colpi che aprono le pièces di teatro, il cui testo, diviso in atti e movimenti (Des choses comme ça / Notre Europe / Nos Humanités), costruisce l’immagine della modernità. Nessun racconto, ma racconti, storie che incrociano le immagini, intervallano, spezzano, per terminare su quell’ultima immagine del <No Comment>, che corrisponde al sogno (spesso rivoltato) di ogni artista di vedere la propria opera semplicemente vissuta e non commentata all’infinito quando addirittura non commentata male. <No Comment> o il desiderio di tacere, di non più mostrare, di avere detto già tutto, di avere rivelato tutto. No Comment avrebbe potuto chiudere Enter the Void, come constatazione del fatto che una vita è cosa fragile, troppo vana per perdere tempo ad analizzarla, a commentarla. Vivere semplicemente per evitare di perdersi in spiegazioni banali come le biografie dei personaggi di Enter the Void. Le vibranti immagini danno tutta la dimensione a questi due film tanto intuitivi quanto pensati che segnano una pausa, per meglio farci comprendere, forse senza volere, l’incredibile potenziale del cinema. Emeric Sallon / Encore un blog sur le cinéma

Encore un blog sur le cinéma

- http://encoreunblogsurlecine.over-blog.com È il blog di Emeric Sallon, studente parigino e amante del cinema. Il blog nasce due anni fa dal desiderio di condividere le sue opinioni scrivendo articoli compositi. Generalmente preferisce scrivere del cinema che ha trovato interessante, in quanto non ama scrivere per distruggere un’opera, anche se talvolta lo fa quando un film lo ha particolarmente deluso. I suoi gusti spaziano dal cinema documentario ai blockbuster statunitensi, dal cinema indipendente alle serie televisive.

Enter the Void (Francia-Germania-Italia/2009) regia: Gaspar Noé • sceneggiatura: Gaspar Noé • fotografia: Benoît Debie • montaggio: Marc Boucrot, Gaspar Noé • interpreti: Nathaniel Brown, Paz de la Huerta, Cyril Roy, Olly Alexander, Masato Tanno, Ed Spear, Emily Alyn Lind, Jesse Kuhn • durata: 154’ Film socialisme (Svizzera-Francia/2010)

regia: Jean-Luc Godard • sceneggiatura: Jean-Luc Godard • fotografia: Jean-Luc Godard • montaggio: Jean-Luc Godard • interpreti: Catherine Tanvier, Christian Sinniger, Jean-Marc Stehlé, Patti Smith, Robert Maloubier, Alain Badiou, Nadège Beausson-Diagne, Élisabeth Vitali • durata: 101’ Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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SWEET MOVIE

Il capolavoro misconosciuto di Dušan Makavejev tra autocompiacimento e genio, simbolismo e critica.

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di Matteo Ruzza

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Siamo negli anni ‘70, 1974 per la precisione. Non potrebbe esserci periodo più fecondo per questo genere di film. Già parlare di genere risulta restrittivo, in quanto l’intento di molti registi dell’epoca non era quello di fare opere cinematografiche ben definite e classificabili ma di trasgredire, andare oltre, sperimentare, inventare. Dušan Makavejev si inserisce nel solco della ricca tradizione artistica jugoslava, la cui storia contemporanea fornisce spunti inesauribili di riflessione politico/poetica. Al pari di Jodorowsky, Arrabal e altre menti illuminate del surrealismo anarchico, Makavejev incappa più di una volta, lungo la sua estesa carriera, nelle maglie della censura (intendiamoci, i film di questi tre autori incapperebbero anche oggi in tagli severissimi). La vera forza dell’artista jugoslavo sta nello sfruttare il cinema per scopi interessanti in un periodo in cui il cinema poteva ancora essere uno strumento di sovversione, di denuncia inflessibile, di cambiamento. Oggi, nonostante la carica rivoluzionaria dei suoi film, questi ultimi verrebbero trattati alla pari di fenomeni marginali e strambi, senza capo né coda, interessanti (per una nicchia) ma fini a sé stessi. Io vorrei dimostrare che, nonostante 30 anni siano passati dall’uscita di “Sweet Movie”, la pellicola risulti ancora di una carica vibrante inesauribile, di una vitalità elettrica, di una lucidità (follemente) straordinaria. La storia (e ci risiamo, dimenticate il termine storia, mi serve solo per dare una parvenza di linearità alla recensione) è quella sconclusionata di una ragazza (Miss Canada) che, dopo aver vinto un concorso immaginario di bellezza e castità, passa letteralmente fra le mani di diversi uomini-simbolo: il capitalista prepotente e materialista Mr. Kapital, il negroide Mr. Muscolo, il messicano effeminato El Macho, fino ad approdare in una comune hippie, ad unirsi a Lev Bakunin in un coito mortale (per lui) e a fare da sponsor ad una pubblicità di cioccolato. È un itinerario dispersivo, spesso autocompiaciuto, con lampi di genialità visiva e concettuale (Bakunin, ultimo rappresentante della corazzata Potemkin, nonché metafora del comunismo, si unisce carnalmente alla protagonista su un letto di zucchero, a sua volta simbolo dei crimini staliniani edulcorati da una politica di Partito basata sulla menzogna e l’ignoranza, o ancora, Mr Kapital che, sorvolando in elicottero le cascate del Niagara, prospetta in un monologo delirante un futuro comicamente cybernetico per quel paradiso naturale), con sferzate di anarchia sregolata che si trasforma spesso in disordine parossistico. Non si salva però tutto in questo concentrato ribollente di simboli e metafore, critica sguaiata dei due sistemi politici che hanno cambiato per sempre il mondo (capitalismo e comunismo): in particolare alcuni rimandi allusivi sono ai limiti della comprensibilità, e a volte la confusione è troppa anche per chi alla confusione è abituato, ma spiccano altresì alcune gemme preziose, tra cui la rievocazione del massacro di Katyn: terribile, surreale, commovente.

SWEET MOVIE

Canada/Francia/Germania Ovest, 1974 Regia: Dušan Makavejev Sceneggiatura: Dušan Makavejev Interpreti: Carole Laure, Pierre Clementi, Anna Prucnal Durata: 98’

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L’abominevole Dr. Phibes Stile anni ’60, horror e umorismo inglese. Tutto in un solo film di Scott Telek [traduzione di RR] SPUNTO Un “Mad Doctor” commette elaborati omicidi, vittime i dottori che, tempo addietro, non riuscirono a salvare sua moglie.

The Abominable Dr. Phibes (L’abominevole Dr. Phibes, USA-UK, 1971) Regia: Robert Fuest / Sceneggiatura : James Whiton, William Goldstein / Musiche  : Basil Kirchin / Fotografia: Norman Warwick / Montaggio: Tristam Cones / Interpreti principali: Vincent Price, Joseph Cotten, Hugh Griffith, Terry-Thomas, Virginia North, Peter Jeffrey, Derek Godfrey, Norman Jones, John Cater / Durata: 94’ Dr. Phibes Rises Again (Frustrazione, USA-UK, 1972) Regia: Robert Fuest / Sceneggaitura  : Robert Fuest, Robert Blees / Fotografia  : Alex Thomson / Montaggio  : Tristam Cones / Interpreti principali: Vincent Price, Robert Quarry, Valli Kemp, Peter Jeffrey, Fiona Lewis, Hugh Griffith, Peter Cushing, Beryl Reid, Terry-Thomas / Durata: 89’

COMMENTO Ho visto questo film alcuni mesi prima di aprire “Cinema de merde”, il mio sito, e l’ho amato molto. Poi, alcune settimane fa, sono stato preso dalla smania di possederlo in DVD e ho trovato il tempo per guardarlo con il mio compagno, pensando che gli sarebbe piaciuto. A una seconda visione rimane molto bello ma forse non tanto da sentire la necessità di possederlo. Credo che nulla possa replicare quella prima volta, quando la natura deliziosamente eccentrica del film può rappresentare una sorpresa. Il film si apre con Vincent Price nei panni del Dottor Phibes che, nella grande sala da ballo che si trova a casa sua, suona un organo gigantesco meravigliosamente ornato di pezzi di plastica rossa di dubbio gusto. Poco dopo, fa la sua apparizione un’orchestra composta da musicisti meccanici. A seguire, una porta si apre mostrando l’assistente di Phibes, che lo raggiunge e danza con lui. Questa è “la ragazza”, che è interpretata dalla stessa attrice che interpreta Vulnavia, la scomparsa moglie di Phibes, morta anni prima quando nove chirurghi (nove chirurghi? Immagino fosse davvero in cattivo stato) fallirono il tentativo di salvarla sul tavolo operatorio (immagino ci si aspetti che noi non si pensi che l’assistente sia Vulnavia bensì solo una donna che le somiglia perché in seguito vedremo Phibes rivolgere parole d’amore alla fotografia della moglie scomparsa e questo fa sì che noi pensiamo: “Se è lei, perché non gliele rivolge di persona?”. Forse, come molti uomini, ha difficoltà ad esprimere i suoi sentimenti di persona. Nulla di tutto questo sarebbe accaduto se a quei tempi ci fosse stata Oprah). Quindi i due caricano nell’automobile una misteriosa gabbia per uccelli dall’aspetto sinistro e partono, per poi scaricarne il contenuto nella camera da letto di un uomo. Questi si sveglia poco dopo per trovarsi la stanza invasa da affamatissimi pipistrelli che praticamente gli mangiano la faccia. È il momento di introdurre nella vicenda gli inetti poliziotti inglesi nella persona del bravissimo Peter Jeffrey, che interpreta l’Ispettore Trout. L’ispettore viene a sapere che un altro chirurgo (avevo precisato che la vittima dei pipistrelli era un chirurgo?) era stato ucciso la settimana precedente da numerose punture di ape e che la sua faccia era ricoperta di piaghe. Questo porta Trout a dire – in quel modo brillante proprio degli Inglesi: “Piaghe?”. Va notato che il primo dialogo – questo - è udibile a dieci minuti dall’inizio del film. Phibes liquida altri dottori in rapida successione. Un tizio che si definisce “strizzacervelli” si ritrova con la testa letteralmente spappolata dopo che Phibes gli ha donato, per il ballo mascherato da lui organizzato, una maschera a foggia di rana che lo costringe progressivamente fino a frantumargli il cranio. Poi c’è un vecchiaccio inglese con i baffi (e noi AMIAMO i vecchiacci inglesi con i baffi!) che beve pesantemente mentre guarda un filmino in cui una donna vestita succintamente balla con un serpente. Phibes prosciuga tutto il suo sangue raccogliendolo in flaconi con un grande ago. Da non perdere la scena in cui Phibes, a operazione effettuata, torna indietro per guardare un quadro di scarsa fattura e poi lancia un’occhiata alla vittima con un espressione di riprovazione. Phibes rincasa e connette con un cavo il collo ad un amplificatore che permette di sentire la sua voce mentre si rivolge alla fotografia di Vulnavia. Sono trascorsi 33 minuti dall’inizio del film prima che Phibes pronunci la sua prima parola (senza che muova le labbra). Quindi lui e la sua assistente si gustano un

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cocktail che Phibes beve versandolo nel retro del suo collo. Vincent Price conduce il gioco con serio umorismo e si capisce che si sta divertendo come un matto. Gli ispettori di polizia non tardano a capire che Phibes sta uccidendo i chirurghi ispirandosi alle dieci piaghe d’Egitto e che questi sono i chirurghi che avevano operato sua moglie. Tra l’altro, il nome per esteso di sua moglie era Victoria Regina Phibes e, poiché gli Inglesi pronunciano la parola “regina” in un modo che fa rima con il nome dell’organo genitale femminile, io e il mio compagno siamo balzati sul letto dicendo: “Il suo secondo nome è vagina?”. Ritengo anche che il fatto che il nome Vulnavia ricordi la parola vulva non sia casuale. A questo punto vi sarete accorti, guardando il film, che Phibes viene presentato costantemente in ambienti pesantemente vittoriani mentre la polizia si muove in ambienti dallo stile moderno (per l’Inghilterra del 1971). Comunque, la polizia si stringe intorno ai chirurghi non ancora morti per proteggerli ma Phibes pare sempre in grado di superarli in astuzia. Uno dei modi utilizzati è una testa di unicorno in ottone che trafigge la vittima (se non erro, non è una delle piaghe menzionate in origine, ma il film lo ignora), scena caratterizzata da un po’ di black comedy di cui è intriso il tentativo di rimuovere il cadavere dal muro in cui è stato inchiodato dal corno dell’animale mitologico. C’è un’altra scena divertente, principalmente perché Price sembra divertirsi molto, in cui seleziona con grande cura solo i migliori cavoletti di Bruxelles. Vedrete perché… Il mio compagno stava seduto dicendo: “Questo è Seven, questo e Seven…” a intervalli regolari. Già, perché questo film è fondamentalmente Seven (ops, susate, Se7en – di David Fincher. Ndt.) ed è lecito sospettare che abbia ispirato almeno in parte gli sceneggiatori. Ciò che è sorprendente in questo film è come combini efficacemente l’umorismo inglese dei poliziotti con quello fottutamente bizzarro di Phibes pur permettendo al film di rimanere genuinamente spaventoso e ricco di suspense. C’è una parte, verso la fine del film, che sembra estratta da uno dei capitoli di Saw ed è ragguardevole riuscire a combinare così bene l’horror con un umorismo totalmente stravagante. Se esistesse un film che Tim Burton potrebbe onorare con un rifacimento con Johnny Depp protagonista sarebbe questo. Il giorno dopo avere visto questo film per la prima volta, sono uscito per prenderne il seguito, Dr. Phibes Rises Again, che però non era altrettanto bello. Forse perché uno conosce già l’emozione e sa cosa aspettarsi ma mi è parso anche debole e privo di scopo. Entrambi sono disponibili in DVD. Sapete, dopo ciò che ho scritto, forse sono contento di possederlo dopotutto. DOVETE GUARDARLO? Si! È esilarante e bizzarro allo stesso tempo. FILM COLLEGATI: Dr. Phibes Rises Again è fondamentalmente lo stesso film, ambientato però in Egitto e non altrettanto valido.

Cinema de merde - www.cinemademerde.com Non ho diplomi in cinema né niente di simile, sono solo una persona che guarda film da sempre. Per alcuni anni ho guardato tutto ciò che usciva. Negli ultimi anni, invece, ho dovuto ridurre la quantità di film da vedere tra quelli che escono nelle sale (principalmente perché fanno schifo) e mi sono concentrato sui vecchi film. Negli ultimi anni ho anche realizzato che molti tra i film “di qualità” che guardo non sono veramente migliori a livello qualitativo e sono spesso peggiori a livello di godimento nel guardarli. Ho anche realizzato che guardare film brutti è un modo istruttivo di imparare a giudicare quelli migliori. Quindi mi sono concentrato sui film brutti, ma più scrivo per il mio sito più mi accorgo che ciò che apprezzo non è la loro bruttezza quanto la loro sciatteria. Questo è il motivo per cui ritengo non sia vero che il mio sito sia tanto concentrato sul brutto cinema quanto sulla voglia di abbracciare questa sciatteria, questa “cheesiness”, quindi sulla voglia di guardare film più per la possibilità di godimento che offrono che per la loro intrinseca qualità. Non pretendo di essere né oggettivo né credibile. Non scrivo di ogni film che vedo, scrivo solo di quelli che mi danno qualcosa da scrivere che non sia già stato scritto in tonnellate di altri posti. Non ho preclusioni: se un film mi piace - o lo detesto - allora trova spazio sul mio sito. Credo che tutti i film possano essere interpretati, non importa quanto facciano schifo, perché qualcuno ha pensato che le storie che raccontano fossero meritevoli di essere raccontate. E perché mai lo avranno pensato? Credo che la risposta a questa domanda abbia a che fare con la psiche dello sceneggiatore o del regista ed è questo l’aspetto che mi interessa. Vivo a New York, sono gay, lavoro come redattore di siti web e sono nella seconda parte dei miei trent’anni. Sono laureato in letteratura inglese, sono cresciuto nel Michigan, amo “To The Lighthouse” di Virginia Woolf e il mio sito è nato mentre stavo seduto a guardare “Alone in the Dark” di Uwe Boll sentendo il desiderio di condividere con le persone tutte le sciocchezze che avevo notato nel film. Bene, eccoci. - Scott Telek

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DI UN ALTRO LONTANISSIMO PIANETA “Il divo”: tra avvicinamento e distanza incolmabile di Matteo Contin

La scelta di un punto di vista è fondamentale per raccontare una storia. Il narratore, sia interno che esterno al racconto, ci aiuta ad entrare nella storia e tramite la sua voce ci traghetta nel complesso delinearsi delle psicologie dei personaggi. Il punto di vista però non è solamente un occhio che documenta, ma anche un occhio che condiziona la nostra visione della storia mettendo in luce alcuni aspetti delle vicende e tralasciandone altri. Per ogni tipo di narratore, quella del punto di vista è la scelta più complessa, meditata, soprattutto se la storia che ci si appresta a raccontare si confonde spesso con la Storia, trascinando dietro di sé non solo gli impegni di entertainment stipulati con il pubblico, ma anche una serie di obblighi storici che non devono e non possono essere sottovalutati nell’ottica di un’arte che aspira a raccontare il mondo e i suoi cambiamenti. Quando il regista Paolo Sorrentino si mise al lavoro sulla sceneggiatura de “Il divo”, deve essersi chiesto proprio questo. Come riuscire a raccontare la poliedrica e sfaccettata vita di Giulio Andreotti, coniugando il rispetto per la Storia e la visione del regista del personaggio? Sorrentino riversa nel suo film un pozzo senza fondo di articoli, interviste, atti giudiziari, leggende, testimonianze, dicerie, rivestendo la pellicola della stessa ambigua personalità del personaggio che cerca di raccontare. Pur se sostenuto da una sicurezza narrativa e da una consapevolezza autoriale che in tanti dovrebbero invidiare, “Il divo” ha al suo interno una serie di piccoli corti circuiti che, durante la visione, fanno crescere nello spettatore la sensazione di un’impossibilità nell’avvicinarsi al personaggio e al suo modo di pensare e agire. “IO SO CHI SEI” Il titolo di questo paragrafo è la frase pronunciata dalla moglie di Andreotti dopo che lui le ha annunciato di aver ricevuto un avviso di garanzia per associazione mafiosa. Io so chi sei, le risponde, ma la certezza

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delle sue parole non corrisponde alla realtà. Anche lei sa che suo marito è un uomo impenetrabile, dai pensieri così lontani da quelli umani da non essere nemmeno comprensibili. Quella stessa frase avrebbero potuto pronunciarla lo stesso Sorrentino e Toni Servillo, l’attore che nel film interpreta il Senatore. Insieme costruiscono un personaggio psicologicamente ben delineato, esteticamente stilizzato, rielaborando l’iconografia andreottiana e facendola così entrare a pieno titolo nelle grandi maschere del nostro cinema. Afflitto dal mal di testa, pieno di tic e piccole manie, calato nella sua imperturbabile divisa, l’Andreotti di Sorrentino è un personaggio perennemente in bilico tra il divino e l’umano, dove il divino è rappresentato dal potere quasi atavico del Senatore, mentre l’umanità scaturisce dal suo corpo ridicolo, grottesco, deforme. Ancora un volta per Sorrentino, il potere è dei brutti, proprio come accade nel precedente “L’amico di famiglia”. In questo fragile equilibrio tra sintesi e umanizzazione del personaggio, Sorrentino rimbalza continuamente tra la rappresentazione dell’uomo e del simbolo, facendo quindi diventare il film, sì una biografia di Giulio Andreotti, ma anche un’approfondita analisi sul potere politico e sul male, tesi offerta al pubblico senza metafore grazie ad uno splendido monologo/confessione che vede lo stesso Andreotti spiegarci le logiche della sua potenza. “DI UN ALTRO LONTANISSIMO PIANETA” Quello del monologo/confessione è l’unico momento della pellicola in cui il pubblico si avvicina ad Andreotti. Pur essendo un feroce atto di (auto)accusa, il pubblico empatizza con lui, partecipa alla sua frenesia di raccontare ciò che lui è diventato per colpa del potere. Il mostro Andreotti, sedato dalla diplomazia e dal senso dell’umorismo per tutta la pellicola, esplode in quel momento, in una dolorosa presa di coscienza di quello in cui si è trasformato, arrivando verso un finale in cui il mostro Andreotti si trova fagocitato dalle logiche del potere che lo privano della moralità, dell’etica, in fondo anche della sua umanità. Per questo tutto il lavoro di fatto da Sorrentino in sede di scrittura e da Servillo sul set, sembra quasi sgretolarsi sotto la personalità ambigua e fastidiosa del vero Andreotti che riemerge con forza dall’interpretazione iconica che ne hanno fatto attore e regista. Sono piccoli momenti che affiorano durante la pellicola, momenti che infastidiscono lo spettatore, che lo fanno sentire a disagio una volta al cospetto del Divo Giulio. In almeno due occasioni, Andreotti getta il suo sguardo placido e penetrante verso la macchina da presa: Andreotti ci guarda, ci scruta, ci capisce. Non riusciamo però a ricambiare quello sguardo fugace, non riusciamo a comprenderlo così come, dal nostro punto di vista, non riusciamo a comprendere le logiche del potere, la natura del male. Sono però due i momenti in cui questa impossibilità di immedesimazione ed empatia è sottolineata in modo più marcato dalla precisa regia di Sorrentino. Andreotti è nell’auto che lo sta portando in tribunale e la macchina da presa è praticamente appoggiata sulla sua spalla. Mentre nella cornice dell’abitacolo scorre un colonnato, alcuni fotografi e le forze dell’ordine, il nostro sguardo si focalizza sulla lente degli occhiali di Andreotti. Per la prima volta vediamo il mondo dal suo punto di vista: ai nostri occhi è un mondo deforme e deformato, incompatibile con la nostra visione delle cose, infinitamente lontano dalle nostre logiche. L’altra sequenza che ci aiuta a capire questo aspetto, avviene qualche istante prima del termine della pellicola. La camera segue Andreotti entrare nell’aula del tribunale, ma ad un certo punto in modo completamente inaspettato, la sequenza si trasforma in una lunga soggettiva in cui finalmente lo spettatore ha la sensazione di essere diventato Giulio Andreotti, di averlo compreso, forse addirittura di averlo perdonato. I carabinieri ci guardano negli occhi e noi, coi nostri di occhi, possiamo vedere ogni singola sedia vuota, ogni singola sedia piena, ogni avvocato, ogni testimone, ogni flash che ci acceca per qualche millesimo di secondo. Nel momento in cui abbiamo la certezza di aver compreso ogni cosa, ecco sbucare alla nostra destra l’inconfondibile sagoma di Andreotti che rivela una volta per tutte il trucco. La soggettiva era solo la nostra illusione di aver capito, alla fine della pellicola, qualcosa in più di quell’uomo così sfuggevole, ambiguo, misterioso e affascinante che è Giulio Andreotti. Matteo Contin

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Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile.

Il raro giallo del 1972 di Roberto Bianchi Montero viene pubblicato in DVD dalla tedesca Camera Obscura. di Michael Den Boer [traduzione di RR]

Trama: Un maniaco omicida ha come obiettivo mogli infedeli, al fianco dei cui cadaveri lascia fotografie testimonianti i loro tradimenti. Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile è cosceneggiato da Roberto Bianchi Montero, prolifico regista la cui carriera abbraccia cinque decenni. Suo figlio, Mario Bianchi, è il regista, tra i molti, di La bimba di Satana. Il direttore della fotografia è quel Fausto Rossi i cui lavori precedenti comprendono Diario segreto da un carcere femminile di Rino Di Silvestro e Amore libero - Free Love di Ludovico Pavoni. Le musiche sono opera di Giorgio Gaslini, conosciuto per parte della colonna sonora di Profondo rosso di Dario Argento. Tra i tanti titoli alternativi per il mercato americano, oltre a quello forse più conosciuto So Sweet, So Dead (usato per questa edizione in DVD), Revelations of a Sex Maniac to the Head of the Criminal Investigation Division, The Slasher…is the Sex Maniac! e Penetration, usato per una versione con scene porno. Il giallo è tra i tanti generi del cinema italiano, quello più resistente al trascorrere del tempo. Il genere trova la sua origine in Sei donne per l’assassino (1964) di Mario Bava, un film che, secondo molti critici, contiene tutti gli elementi del genere nella sua forma moderna. Il genere raggiungerà il suo apice tra la fine degli anni ‘60 e i primi ’70 con L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento a dare la stura a innumerevoli imitazioni. Nel momento in cui Bianchi Montero gira Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile, il genere è già in declino. Sebbene il regista avesse attraversato tutti i generi del cinema, questa rappresenta la sua unica incursione nel giallo. Il tono morboso dell’opera è fissato sin dalla prima scena, in cui il cadavere insanguinato di una donna è circondato da poliziotti in cerca di indizi. Lungo tutto il film la camera indugerà sui cadaveri nudi delle vittime. Putroppo, però, le uccisioni non sono brutali come ci si potrebbe aspettare da un film morboso e torbido come questo. Al contrario, appaiono spesso maldestri. Il film presenta molti tra gli archetipi del genere: un assassino (il cui abbigliamento ricorda quello del killer di Sei donne per l’assassino) dai guanti neri, false piste (alcune più ovvie di altre), omosessualità e poliziotti inetti. Uno degli aspetti in cui il film diverge da gran parte dei gialli dell’epoca riguarda il fatto che il personaggio principale è il poliziotto che investiga e non un investigatore improvvisato. Nel film, molti nomi conosciuti come quello di Nieves Navarro (La morte accarezza a mezzanotte di Luciano Ercoli), Femi Benussi (L’assassino è costretto a uccidere ancora di Luigi Cozzi), Annabella Incontrera (Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? di Giuliano Carnimeo), Sylva Koscina (Sette scialli di seta gialla di Sergio Pastore) e Luciano Rossi in una interpretazione delirante del personaggio di Gastone, assistente patologo. Molto del film si poggia sulle spalle del personaggio dell’ispettore Capuano, efficacemente interpretato da Farley Granger, che si fece conoscere con Rope (Nodo alla gola) e Strangers on a Train (Delitto per delitto) di Alfred Hitchcock. Negli anni ‘70, appare in numerosi film italiani tra cui Lo chiamavano Trinità... di Enzo Barboni, Alla ricerca del piacere di Silvio Amadio e La polizia chiede aiuto di Massimo Dallamano.

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Si può dire che Rivelazioni... apporti qualcosa di nuovo al genere giallo? No. Però, malgrado appaia come già visto, il film funziona bene per come sfrutta gli stereotipi del genere. DVD Camera Obscura presenta il film - con il titolo So Sweet, So Dead - in un widescreen anamorfico che rispetta il formato originale del film. Si tratta di una versione integrale in quanto vi sono state reintegrate due scene tagliate dal negativo originale e qui estratte da una fonte di minore qualità. Il transfer appare in eccellente stato in quanto i colori appaiono intensi, i toni della pelle dei personaggi sano, i livelli di nero uniformi e i dettagli costantemente ben definiti. Non si evidenziano problemi di compressione e i contrasti sono sotto controllo. L’edizione presenta due opzioni audio: italiano e tedesco, entrambe in Dolby Digital Mono. I sottotitoli, opzionali, sono in inglese e tedesco. I primi sono di facile lettura e privi di errori. Entrambi i mix audio sono buoni e suonano definiti e equilibrati per tutta la durata del film. I contenuti extra comprendono una galleria con immagini dal film, poster, fotobuste e copertine di diverse edizioni video, un fotoromanzo del film in francese (con la colonna sonora in sottofondo). Quest’ultimo contenuto presenta i sottotitoli sia in inglese che in tedesco. Quindi un’intervista di una ventina di minuti a Giorgio Gaslini (in italiano con i consueti sottotitoli opzionali), in cui il compositore discute l’industria cinematografica italiana e le musiche del film, e un commento audio con gli storici del cinema Christian Kessler e Marcus Stigglegger (in tedesco con sottotitoli inglesi rimovibili). Il commento è molto informativo, con i due partecipanti che hanno molto da discutere sul film, gli interpreti, il genere e Hitchcock. L’edizione è completata da un libretto con un testo sul film in inglese e tedesco. Complessivamente, Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile è fatto oggetto di un’edizione eccezionale da parte di Camera Obscura. Altamente raccomandato. Michael Den Boer / 10K Bullets

10k bullets - www.10kbullets.com 10kbullets è la creatura di Michael Den Boer (resa possibile con la collaborazione di Carroll Jenkins, Christopher O’Neill, Giuseppe Rijitano) nata con lo scopo di coprire il cinema di genere che altri siti web sembrano non considerare ma anche per evitare che alcuni film venissero trascurati. Aperto ufficialmente il primo aprile del 2004, 10kbullets ha avuto sin dall’inizio l’obiettivo di espandere la conoscenza dei suoi lettori in merito ai film e alle persone che li hanno realizzati, attraverso recensioni, biografie e speciali. Quando scelgono di scrivere di un film, i collaboratori di 10kbullets sono sempre guidati dal desiderio di far conoscere opere che molti siti che si occupano di cinema trascurano.

Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile

Regia: Roberto Bianchi Montero Sceneggiatura: Luigi Angelo, Roberto Bianchi Montero, Italo Fasan Interpreti: Farley Granger, Sylva Koscina, Silvano Tranquilli, Annabella Incontrera, Chris Avram, Femi Benussi, Krista Nell, Angela Covello, Fabrizio Moresco, Andrea Scotti, Irene Pollmer, Luciano Rossi, Ivano Staccioli, Nino Foti, Jessica Dublin, Paul Oxon, Philippe Hersent, Nieves Navarro, Sandro Pizzorro, Bruno Boschetti, Benito Stefanelli, Luigi Ciavarro Anno di uscita nelle sale italiane: 1972 Data di pubblicazione del DVD: 27 aprile 2010 Durata: 97’ Formato video: 1.85:1 Widescreen anamorfico Formato audio: Dolby Digital Mono italiano e tedesco Sottotitoli: inglese, tedesco Editore: Camera Obscura Regione: 2 PAL

ROBERTO BIANCHI MONTERO (vero nome Roberto Bianchi, 1907-1986) ha iniziato a lavorare nel cinema come attore per poi diventare regista - e soggettista e sceneggiatore dei suoi film – nel corso di quarant’anni di carriera in cui ha attraversato praticamente tutti i generi. Dalla commedia (Gli assi della risata, 1943, Provaci anche tu, Lionel, 1973, parodia di Provaci ancora Sam di Woody Allen con Oreste Lionello protagonista) al peplum (Tharus figlio di Attila, 1962), dallo spionistico (Agente Z 55 missione disperata, 1965) al Western (Arriva Durango, paga o muori , 1971), dal bellico (Rangers attacco ora X, 1970) all’erotico (Il pomicione, 1976, Calore in provincia, 1975), sono una sessantina le pellicole da lui dirette. All’inizio degli anni ’80, la crisi del cinema di genere italiano lo spinge a dirigere alcune pellicole porno (tra le prime: Albergo a ore, firmato come George Curor, Erotic Flash, entrambe del 1981) che rimangono le sue ultime prove dietro la macchina da presa prima della sua scomparsa, avvenuta nel 1986. Si è firmato come, tra i tanti, Luis Monter, Robert B. White, Robert M. White. Suo figlio Mario Bianchi ha seguito le sue orme e, suo malgrado, anche il suo destino, dirigendo dapprima alcune pellicole di vario genere e di scarsissima qualità produttiva e stilistica (I guappi non si toccano, 1979, Provincia violenta, 1978, L’infermiera di campagna, 1978, Napoli: i 5 della squadra speciale, tutti del 1978, La cameriera nera, 1976, In nome del padre, del figlio e della Colt, L’infermiera di mio padre, entrambi del 1975) per approdare al porno all’inizio degli anni ’80 utilizzando numerosi pseudonimi tra cui Alan W. Cools, Nicholas Moore, Martin White, Tony Yanker.

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RC speciale c a n e c a p o v o l t o

L'OBSOLESCENZA DEL FUTURO. a cura di Alessio Galbiati

«[La società dello spettacolo] Ci parla del passato del nostro presente» C. Freccero e D. Strumia in Introduzione in G. Debord, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi 1997, p. 27

Quella che segue è una intervista doppia-multipla a canecapovolto e malastrada.film (Alessandro Gagliardo), contenuta all’interno di uno speciale che Rapporto Confidenziale dedica all’arte della confraternita auto-convocata che va sotto il nome di canecapovolto; un approfondimento che si compone di una serie di collage e pure della messa online, entro la CINETECA di RC (http://vimeo. com/channels/cineteca), di Uomo Massa (Italia/2007, 54’) - straordinario documentario sperimentale in bilico fra citazionismo détournato e riflessione filosofico-politica (http://vimeo.com/11832969). Lo stimolo, la pulce all’orecchio, lo specchietto per le allodole (cinefile) che ci ha portati a costruire questo sfuggente e sfilacciato raduno di materiale eterogeneo è stata la pubblicazione, avvenuto lo scorso inverno, dell’antologia delle opere di canecapovolto: IL FUTURO È OBSOLETO [1992-2002], edito (in Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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edizione limitata) da (gli amici) della malastrada.film (in collaborazione con la galleria Gianluca Collica e RISO, museo d’arte contemporanea della Sicilia). Tre dvd ed un volume critico che danno conto dei primi dieci anni di produzione audio-visiva del collettivo artistico catanese, che è possibile acquistare direttamente sul nostro sito (http://www.rapportoconfidenziale.org/?p=7673) allo scontatissimo prezzo di 31.50€ (più 6.50€ di spese di spedizione). Un’edizione che (ri)porta a nuova luce tre gloriose VHS divenute troppo presto obsolete, restaurandole, sistemandole là dove il tempo stava iniziando ad estinguerle, ma pure ampliando il discorso con un prezioso volume(tto) che contiene riflessioni critiche di Adriano Aprà, Vito Campanelli, Massimo Causo, Sandra Lischi, Livio Marchese, Helga Marsala, Salviano Miceli, Roberto Silvestri e malastrada. film; quest’ultimo pubblicato sul numero22 di Rapporto Confidenziale (febbraio 2010, p.50), quando per la prima volta provammo a dar conto di questa straordinaria iniziativa editoriale. Il cinema di canecapovolto è per iniziati, difficile da vedere, sotterraneo, carsico, liminare, borderline, o, se preferite, sperimentale. Il cinema seminale, sperimentale, artigiano di questo collettivo di produzione di immagini in movimento (fondato nel ’92 da Alessandro Aiello e Enrico Aresu ed al quale nel ’96 si è stabilmente aggregato Alessandro De Filippo) tende a fuggire la comprensione, lavora il senso ed i sensi per sottrazioni, cioè la significazione diviene il campo di battaglia entro il quale far deflagrare i conflitti prodotti dalla società dello spettacolo, vero bersaglio costante di tutta la loro produzione. È dunque entro una visione situazionista che si pone lo sguardo di canecapovolto, un cinema di rottura nei confronti dei modi di produzione della cultura contemporanea, vissuta come strumento di annientamento degli individui e delle menti. Non c’è film (corto o lungo che sia) che non mostri una qualche maceria prodotta dagli inganni di un sistema tirannico di controllo della società, macerie che banalmente ricordano il cinema di Ciprì e Maresco, vuoi per l’uso frequente di un bianco e nero claustrofobico e per la comune predilezione per set apocalittici (e per niente integrati), sullo sfondo dei medesimi anni degli anni novanta. Ma il riferimento cinematografico di canecapovolto è il New American Cinema e non, come per la coppia siciliana (scoppiata), la commedia cinica a metà strada fra Svankmajer ed un film con Franchi e Ingrassia. Una delle principali caratteristiche del loro cinema è l’incessante lavoro di ricerca sui supporti ed i formati che nell’opera antologica in questione spazia dai primi esperimenti di pittura su pellicola Super8, chiaramente debitori dell’opera di Stan Brakhage, fino ai lavori del 2000-2002, appartenenti alla serie Drone, che oltrepassano il cinema stesso in forma di elementi audio-video, eterogenei e randomici, della durata di trenta secondi: «Si tratta di una struttura smontabile e rimontabile a piacere all’interno della quale fiction, cinema astratto, found footage e documentari girati in super-8 e dv stabiliscono aree narrative, episodi casuali». Quel che si ricava dalla visione e dalla lettura degli elementi che compongono questa antologia è il posizionamento della ricerca di canecapovolto sulle direttrici principali delle placche tettoniche del conflitto sociale interno alla società dello spettacolo. Ciò è fatto attraverso una ricerca che senza riverenza alcuna si misura con le teoriche détournate di Debord, détournandole a loro volta, fagocitando insomma il suo stesso pensiero nella macchina di produzione (esplosione?) di senso che è canecapovolto. Un senso che è cinema, che è ricerca linguistica ed estetica, ma che è, soprattutto, politica. I collages proposti in conclusione di questo "speciale", oltre allo loro bellezza, testimoniano in maniera sintetica e sorprendentemente efficace i bersagli di questa critica politica per immagini allo società dello spettacolo, brandelli di senso depurati da ogni orpello.

«Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione» Guy Debord, paragrafo 1 de La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi 1997, trad.it. III edizione del 1992 [ed.or. 1967], pag. 53

intervista a canecapovolto & malastrada.film di Alessio Galbiati Alessio Galbiati: Il futuro è obsoleto appare come una riedizione, un aggiornamento tecnologico dei modi della visione del cinema di canecapovolto, dal VHS al DVD, con l’aggiunta di un volume critico nella cui prefazione, canecapovolto stesso, in prima persona, rivela la natura dell’operazione e dichiara gli interventi di restauro apportati alle opere. Quali sono stati i principali interventi di restauro effettuati? canecapovolto: Quando malastrada.film ci ha proposto di editare in copia anastatica i tre volumi de Il futuro è obsoleto ci siamo subito posti una serie di problemi tecnici e di qualità rispetto al risultato finale.

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Bisogna precisare che dei tre volumi de Il futuro è obsoleto (in origine da noi autoprodotti) i primi due sono stati pubblicati su VHS e i relativi lavori montati con tecnologie analogiche, prelevando inoltre materiali da fonti originali come audiocassette e VHS. Quindi, quando non ci è stato possibile risalire alle fonti, si è resa necessaria una delicata reinterpretazione dei cortometraggi, soprattutto per le parti audio. Ecco perché alcune colonne sonore, nel rispetto degli originali, sono state esattamente ricostruite. Alessio Galbiati: Malastrada.film per la prima volta si misura con un’operazione editoriale antologica. Immagino che l’idea sia nata da un rapporto di conoscenza diretta con gli Autori ma, conoscendovi, vorrei sapere quanto c’è di Malastrada in Il futuro è obsoleto? E dunque, perché e come mai, avete incrociato il vostro tragitto con canecapovolto? Alessandro Gagliardo: Il rapporto di conoscenza è conseguenza di un interesse verso la pratica di canecapovolto in toto. L’aspetto dell’autodistribuzione degli inizi, ma ancora di più la capacità di tenere inalterata la costanza della ricerca come presupposto determinante per la creazione di oggetti visivi, in un periodo di quasi vent’anni, hanno stabilito i presupposti fondamentali per muovere una curiosità finalizzata ad apprendere, scoprire e confrontare (con loro) percorsi di esplorazione e sperimentazione. In questo modo nasce l’edizione antologica, in primo luogo è stata pensata come un’occasione di studio da divulgare. Abbiamo iniziato dal principio, rieditando il lavoro dei primi dieci anni, ma l’incessante e parabolica attività di canecapovolto, oggi più che mai, meriterebbe (e fa meditare) altre due tre edizioni di questo tipo! Alessio Galbiati: Ha una valenza politica la scelta di pubblicare con Malastrada o invece tutto nasce da questa vostra conoscenza reciproca? Detto in altri termini: perché scegliere il modo artigianale di produzione? canecapovolto: Una scelta che assume valenza politica nella misura in cui è politico il lavoro svolto da malastrada.film, ma nulla aggiunge o toglie ai nostri lavori. Noi distribuiamo i nostri lavori parallelamente anche attraverso una galleria d’arte (gianluca collica) che ha finalità puramente commerciali. Dato che la chiave della nostra ricerca è incarnata dal cosiddetto spettatore, è su quest’ultimo che rivolgiamo l’attenzione maggiore. Alessio Galbiati: Come mai la scelta di pubblicare un’edizione a tiratura limitata? Alessandro Gagliardo: L’edizione ha richiesto un tipo di lavoro e di economie differenti rispetto alle altre. La stampa del libro, il cofanetto in alluminio, le serigrafie, la stampa di tre dvd, etc, richiedevano una impostazione e dei costi precisi mai sostenuti prima. Abbiamo preferito creare “un oggetto da collezione criticamente attrezzato”, per permettere ai conoscitori di canecapovolto di avere un supporto meglio conservabile delle VHS e a nuovi “adepti” uno strumento utile per una introduzione completa a questo mondo. Fare tutto bene, con le economie a disposizione, senza la smania dei numeri, ci ha indotto a ragionare una misura quantitativa ancora una volta diversa da quella industriale ma comunque diversa da “uno”. Alessio Galbiati: Un dvd in edizione limitata è un prodotto commerciale pensato per una nicchia, per una cerchia ristretta di iniziati. Allo stesso tempo però l’esistenza di un supporto permetterà una più facile circolazione dei vostri lavori in contesti probabilmente impensabili. Qual è il pubblico con il quale vi piacerebbe entrare in contatto? Alessandro Gagliardo: L’esistenza della nicchia, spesso suscita sensazioni immediate di restrizionismo culturale e di ghettizzazione economica, mentre la grande distribuzione viene sempre comunque vista come l’occasione mancata, impedita, negata, e mai obiettivamente come lo scenario delle equivalenze generalizzate, come il motore di dinamiche disumanizzanti o il coacervo schizofrenico di rapporti relazionali marci. Se guardo il “curriculum vitae” di canecapovolto, o di altri autori che sono stati in diffusione con malastrada. film, si contano decine e decine di proiezioni, festival, esposizioni, articoli di stampa, interventi in lezioni universitarie, laboratori, etc, questo per dire che molto spesso la nicchia è un sistema di referenze ben più Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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ampio di quanto la parola voglia oggi indicare, in questo senso la considerazione della questione visibile/invisibile di un film può trovare spazio soltanto in un contesto in cui tra i parametri concreti della circuitazione (che può anche essere scambio tête-à-tête) si facciano rientrare questioni numeriche, proclami pseudo-sindacali, moti abbozzati di comunioni di intenti che nascondo in realtà precisi interessi individuali: una prospettiva alla quale in questi anni sono stato molto vicino, trovandomi delle volte ad esserne addirittura il promotore, ma da cui oggi prendo le distanze, trovando proprio nella nicchia umana autentica, nella zona d’ombra, una maggiore (non completa) immuno-intimità, una zona di mancato controllo, in cui la sfera di dominio pubblico non prevarica le intenzionalità più autentiche dell’operare. Per questo non credo che sia l’edizione a facilitare il contatto con contesti impensabili, ma sempre e comunque il lavoro svolto e che si sta svolgendo dal punto di vista della creazione visiva e teorica. Il cofanetto in questa direzione è dunque uno strumento organico a testimonianza di una fase dell’agire di canecapovolto, che, nel caso specifico, da sempre, mi pare inseguire lo spettatore piuttosto che il fantasma del pubblico. Alessio Galbiati: I tre dvd non contengono extra. Come mai questa scelta in totale controtendenza con la prassi ed il mercato? Alessandro Gagliardo: Non era necessario. Tre ore di lavoro filmico in tre dvd, non hanno bisogno di imbellettamenti, specie per un gruppo che ha fatto della propria identità creativa un “segreto” paradossalmente (o in maniera capovolta) riconoscibile ad occhio nudo. Alessio Galbiati: Il futuro è obsoleto è anche un volume critico sul cinema di canecapovolto con testi di Adriano Aprà, Sandra Lischi, Massimo Causo, Vito Campanelli, Helga Marsala, Livio Marchese, Salviano Miceli e Roberto Silvestri. Come nasce questo volume? Come siete giunti a questa selezione di contributi critici? Alessandro Gagliardo: In queste firme si intrecciano e uniscono i nostri percorsi e le nostre amicizie, gente che è sempre riuscita a mantenere un occhio attento al circostante e che in diverse occasioni e in diversi modi ha voluto dare il proprio contributo critico al lavoro di entrambi. Giungere ad un’edizione antologica con queste riflessioni è stato prima di tutto un onore oltre che “sostegno scientifico” interessante. Alessio Galbiati: Le immagini in movimento soggiacciono prima di tutto a leggi fisiche, il supporto della visione che sia pellicola, video o digitale degrada col tempo. Nella vostra esperienza, ed in particolar modo con la raccolta antologica in questione, quali sono le differenti mutazioni di stato che avete riscontrato? Il cinema che non dispone di ingenti somme per la propria conservazione rischia divenire un arte simile ai mandala tibetani. State pensando ad un qualche sistema di conservazione delle vostre pellicole? Non temete che la trasmissione ai posteri per mezzo del digitale rischi di tramutarsi in un errore storico drammatico le cui conseguenze non sono ancora state considerate con la dovuta serietà da parte di molti (dal collezionista di dvd, al filmmaker indipendente)? Alessandro Gagliardo: Alle prime due domande che poni, rispondi intrinsecamente tu stesso con la riflessione sulla conservazione digitale. Il cinema come materia si degrada alla stregua di un libro o di un vecchio rasoio da viaggio in ferro dei primi dell’800. Questo per dire che la dove continueremo a considerare patrimonio ognuna delle testimonianze del nostro operare storico, la degradazione, quel processo lungo sino alla sparizione, sarà spettro. Condivido l’idea di un “errore storico drammatico” ma non nel suo porsi problematico, cioè come ansia da aggiungere alle altre. Un errore storico perseguito è la genesi di una entropia, per cui risulterebbe un processo cosciente di deviazione di un corso: se dovessimo perdere tutto, saremo in grado di rifare tutto, magari semplicemente a mente sgombra e diversamente: la storia dell’immagine è ben più antica dei dagherrotipi o della celluloide. Ma non credo che il dvd sia il vero problema, questo supporto è destinato a sparire in poco tempo, è il file il vero nocciolo della questione. Basta considerare l’incalzare progettuale dei sistemi di registrazione di immagini. Stiamo raccogliendo hard disk su hard disk di dati

e storicamente non vi è mai stata una tale quantità di sistemi di registrazione con una tale diffusione di massa. Questo per dire che se a preoccuparci è la conservazione dell’immagine in se, la questione si pone come irrisolvibile, da far ansia a un terapeuta. Della fotografia conserviamo con cura i negativi per essere certi della possibilità di una sua riproduzione. Ciò che dovremmo essere portati a fare oggi è il mirror di una vita intera di accumulazione di dati, il continuo doppio dell’immagine e del resto delle proprie tracce digitali (acquisizioni, testi, audio, etc etc) nella speranza che morto il primo hd resti il gemello. Cosa significhi questo in termini concreti è difficile a dirlo. Penso al fatto che i 3 tera di informazioni che ho accumulato negli ultimi sei anni secondo il principio di conservazione di questa materia, dovrebbero essere già 6, duplicati appunto. Se conduco questa riflessione lungo una vita, immagino un vano del mio appartamento refrigerato che custodisce mattoncino su mattoncino quello che chiamo il mio himmag la mia trascendenza digitale, di cui poi dovrebbe occuparsi una mia probabile discendenza. Sembra fantascienza, ma è chiaro che non lo è. D’altro canto non sappiamo sino a quando i server (generalmente lontani e non direttamente sotto la nostra responsabilità) possano intendersi come casseforti inviolabili. Resta poi da considerare che nel contempo stiamo maturando, come specie: capacità autostoricizzanti, abilità archivistiche e manie di accumulo senza precedenti. Per cui errore storico o meno, bisognerebbe capire quanto siamo in grado di affrontare la scomparsa senza alcun tipo di drammaticità, in questa direzione probabilmente il futuro potrebbe prospettarsi meno obsoleto.

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Alessio Galbiati: I film, una volta conclusi, iniziano la propria esistenza che, di frequente, si svincola dagli intendimenti dei suoi realizzatori. Che impressione vi fanno oggi i lavori contenuti in Il futuro è obsoleto, come sono mutati rispetto ai vostri intendimenti originari? canecapovolto: I cortometraggi de Il futuro è obsoleto si ripresentano a noi più o meno poetici, più o meno disturbanti (a seconda dei casi), è comunque certo che già nelle opere di questo periodo c’era la consapevolezza di volere utilizzare il cinema/video per forzare le pratiche e le cerimonie dello “Spettacolo”, per riconfigurare il (cosiddetto) spettatore. Alessio Galbiati: Il terzo dvd contiene sette cortometraggi provenienti dalla serie drone. Di cosa si tratta? canecapovolto: Si trattava dei primi studi sulle strutture modulari e sulla necessità della classificazione di immagini fisse ed in movimento, testi, suoni e musiche. In seguito il discorso si è estremizzato fino ad arrivare a “Stereo_verso Infinito”, il video che non muore mai, che non è mai finito, dal momento che si susseguono cronologicamente una serie di montaggi (ogni volta differenti), ognuno dei quali è abbinato ad una proiezione-evento, irripetibile. Questo sistema è stato il nostro modo di aggirare l’impossibilità tecnica di estendere il metodo “random” del lettore cd al dvd (in quel caso era la macchina ad effettuare il montaggio finale dell’opera). Alessio Galbiati: Più in generale l’intera vostra produzione audiovisiva si misura di continuo con il concetto di serialità. Il vostro stesso cinema si configura assai di frequente come prodotto seriale, quasi che lo stesso pensiero che lo genera ricerchi nella ricorsività un possibile senso all’apparente caos di ispirazioni e risultati. Questo accade per scelta deliberata, attitudine o cos’altro? Forse siamo sempre nella logica della critica alla società dello spettacolo? canecapovolto: Obiettivamente abbiamo il culto della serialità nel dna, semplicemente perché riteniamo che qualsiasi “cellula” di informazione non smetta mai di possedere potenzialità comunicative. Non si tratta quindi di trovare un senso nel caos di ispirazioni, quanto piuttosto il suo esatto contrario: aprire di continuo al caos che è capace di generare una sola informazione a seconda della sua posizione e del suo accordo con altre. “Stereo_verso Infinito” è l’apoteosi della serialità e della struttura ma, ancora prima, lavori audio progettati per l’ascolto random o video come “La parola che cancella”, hanno sperimentato la ripetizione come possibilità di liberazione dello spettatore. Siamo nella critica al consumo di informazioni quale spettacolo della comunicazione, somministrato allo spettatore come medicina omeopatica. Alessio Galbiati: Ho iniziato ad abbozzare una serie di domande, come faccio di solito, documentandomi il più possibile e cercando di costruire una bozza di discorso che cerchi di indirizzare il mio interlocutore sulle questioni che maggiormente mi interessano. Questa volta però ho come l’impressione di essermi perso nel cinema di canecapovolto, ed i motivi sono molteplici. Guardando fuori dalla finestra vedo un paese ridotto in macerie, morali ed architettoniche, come se il futuro sia davvero divenuto obsoleto, quasi che l’idea di futuro sia stata sterminata dal terrore di perdere il passato, il presunto benessere, le stesse macerie che in filigrana sono rintracciabili in ogni produzione di cc che nei (quasi) vent’anni di produzione audio e/o video ha saputo coniugare, in maniera di volta in volta differente, un “malessere” diffuso. La società dello spettacolo, situazionisticamente destrutturata con sistematico accanimento (terapeutico?), mi pare il principale bersaglio dell’intera produzione filmica contenuta in questa raccolta antologica (1992-2002). Perché dunque questa messa in scena accanita e feroce delle sue contraddizioni, dei

suoi cortocircuiti ontologici? Che poi forse è come domandarvi chi è canecapovolto… canecapovolto: Un atteggiamento intimamente ideologico e politico può spiegare la creazione dei video, delle opere audio ed anche dei nostri collages, tuttavia è politico anche la progettazione ed il funzionamento delle opere, dato che ogni volta consegniamo allo spettatore (il vero centro della Rappresentazione) alcuni degli strumenti per “continuare” il montaggio dell’opera stessa. La nostra rabbia viene dalla consapevolezza della condizione umana (in cui le macerie che osserviamo sono state prodotte dall’Uomo Massa in una alienante corsa verso profitto, produzione e consumo del tempo libero) questa rabbia viene codificata e reindirizzata ma è una lotta impari, dato che non è possibile rivolgerci a tutti. Alessio Galbiati: «Se il cinema non fosse esistito gli artisti l’avrebbero inventato» ha scritto Yann Beauvais. Approcciandosi al (non) cinema di canecapovolto si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una sistematica devastazione delle prassi costituite del modo di rappresentazione istituzionale della macchina cinema. Vorrei sapere dove si colloca il grado zero della vostra storia, cioè la scintilla che ha dato il la a quasi vent’anni di incessante produzione artistica. O meglio, così da quadrare il cerchio della domanda: com’è nata l’invenzione del vostro cinema? canecapovolto: Fin dall’inizio ci fu chiaro che preferivamo la Distruzione dello Spettacolo allo Spettacolo della Distruzione, in una continua ridefinizione di contenuti e pratiche di trasmissione del pensiero; così dal collage al Radiodramma (o film-acustico), dal super-8 al video, dal falso-documentario a “Stereo_verso Infinito” ogni volta abbiamo cercato di far funzionare i vari inconsci tecnologici nella maniera più diretta ed esplicita. Alessio Galbiati: «Al filmmaker di oggi non è più richiesto di raccontare una storia, di inscenare un dramma e neanche di fare arte, anche se il risultato potrebbe poi essere arte. Il personal cinema diventa arte quando si sposta dall’espressione del singolo alla rappresentazione di un aspetto della vita. L’arte non viene creata bensì vissuta. L’artista si limita a raccontarla. Il cinema sinestetico, più che essere filmato, è vissuto su pellicola o videocassetta. In quanto estensione del sistema nervoso della persona non potrà essere giudicato in base agli stessi canoni che hanno tradizionalmente rappresentato l’arte. È semplicemente il primo gemito degli esseri umani che hanno trovato un nuovo linguaggio. Se si vuole parlare di arte, si tratta dell’arte di vivere creativamente contrapposta a un’esistenza passiva e condizionata. La possibilità di realizzare i desideri più intimi con la scusa che “È solo un film” sarà una tentazione irresistibile una volta che non dovremo occuparci della nostra sopravvivenza». Così Gene Youngblood, in Expanded Cinema del 1970, traccia le caratteristiche dell’uomo nuovo emancipato da e con il cinema, una descrizione che, soprattutto nella sua parte conclusiva, dove parla di “arte di vivere creativamente”, mi pare possa descrivere, almeno in parte e con una buona dose di verosimiglianza, l’esperienza artistica/ filmica di canecapovolto. Che ne pensate? canecapovolto: Se pensare alla propria arte sempre in funzione di un coinvolgimento diretto dello spettatore nel completarne il senso, sia una forma di creazione sinestetica potremmo anche definire così l’opera di canecapovolto, ma in tutta sincerità facciamo molta fatica a usare parole come “arte”, “opera” e “vivere creativamente” visto che, comunque “dobbiamo (ancora) occuparci della nostra sopravivvenza”. Alessandro Gagliardo: Mi spingo giusto verso una riflessione e aggiungo. Youngblood parla di “un primo gemito degli esseri umani che hanno trovato un nuovo linguaggio” e il rapporto sinestetico in effetti è un primo passo teoricamente valido ma preso, spesso, rapidamente per buono, vale a dire utilizzato come principio di relazione fondante nell’attività processuale incastrata tra un

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operare detto soggettivo e il confezionamento di una forma (filmica o altro). Eppure dall’Expanded Cinema a oggi sono passati quarant’anni filati che hanno permesso, a mio parere, al nostro sistema nervoso evoluzioni sostanziali, capaci di consegnare al cervello e all’insieme percettivo estensioni e ricezioni ben più incorporali della pellicola o della video cassetta. Ci troviamo in una fase in cui la scienza stessa ha assunto come propria prospettiva destinale il disimpegno dalla sopravvivenza, sorpassando empiricamente parte dei problemi (protesi, staminali, scrittura genetica, biosensori etc) e spingendosi a porsi come figura artistica per eccellenza, cioè come creatrice (risale a meno di un mese fa la “nascita” della prima “cellula artificiale”). Sembrano mondi distanti dalla materia visiva eppure, proprio questo apparire al di fuori della questione fanno del territorio cinematografico propriamente detto un ambito che continua a circoscrivere le proprie riflessioni sulla base di una storia bulimica di appena 115 anni, su un numero cospicuo di chiese chiamate sale e su una nomenclatura di generi e pratiche che attestano di volta in volta e allo stesso momento le libertà e le galere di chi pensa di “vivere creativamente” [e con disciplina] l’apologia di un susseguirsi fotografico sempre indistinto. Come da qua in poi si possa tentare di passare al montaggio cerebrale (sinestesia neuronale: percezione), superando la sinestesia soggettiva dell’artista e consegnando a una dinamica di causaeffetto-effetto della visione un insieme di sistemi nervosi esterni all’artista, è un’argomentazione complessa che sarei felice di portare avanti magari su Rapporto Confidenziale in altre occasioni. [L’uomo contemporaneo, si finge tale, minimizzando un livello percettivo fondato completamente sul valore sensoriale del passaggio]. Alessio Galbiati: Quali sono gli artisti, i filmmaker, piuttosto che altri “gruppi”, che sentite prossimi alla vostra ricerca (esperienza) artistica? canecapovolto: Sicuramente Alberto Grifi, i Situazionisti, e più recentemente le pratiche plagiariste del gruppo Praxis.

DVD#1

BEHIND YOUR EYELIDS SCRAPS BRAKHAGE STOLEN SLEEPING ELECTRICITY ENDO UND NANO BEATEN MEAT GLAMOUR ANGELI SU DUE RUOTE INVASIONE STORIE DI MONELLI

DVD#2

MAL D'AFRICA RUN HUBBARD LOOP L'AMARA VITTORIA DEL SITUAZIONISMO LA PITTURA "PRESAGISTA" DI LUIGI BATTISTI UNCLEAN POP EVIL AND POP CULTURE

DVD#3

AB<KUT LA FORTUNA VERRA' DA TE L'ATTACCO COL FUOCO DRONE 2 DRONE 15 F FOR FAKE: THE BLACK SUN DRONE 16 DRONE 17 DRONE 27 SPECTRUM WK GAY FILM LA PAROLA CHE CANCELLA DRONE 30 DRONE 29 SPECTRUM C>LOCK

CANECAPOVOLTO

IL FUTURO È OBSOLETO [1992-2002] edizione a tiratura limitata CONTENUTO

3 dvd ~ 29 films ~ 1 Libro ~ 96 pag. ~ edizione: Italiano/English custodia in alluminio serigrafata

EDIZIONE

malastrada.film, in collaborazione con: galleria Gianluca Collica e RISO, museo d’arte contemporanea della Sicilia.

ISBN

978-88-904353-0-0

BOOK

Con testi di: Adriano Aprà, Vito Camanelli, Massimo Causo, Sandra Lischi, Livio Marchese, Helga Marsala, Salviano Miceli, Roberto Silvestri e malastrada.film

PREZZO

45.00€ (nelle librerie) 31.50€ (online) + spese di spedizione (6.5€)

Rapporto Confidenziale in collaborazione con malastrada.film offre ai propri lettori, al prezzo assolutamente speciale di 31.5€ (più spese di spedizione), il cofanetto "Il futuro è obsoleto". Un’occasione davvero imperdibile che con estremo piacere siamo fieri di potervi proporre.

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Rapporto Confidenziale in collaborazione con malastrada.film e canecapovolto è lieto di annunciare la messa online, in streaming integrale e gratuito (all'interno della CINETECA di RC) di Uomo-Massa, documentario artistico del 2007 di canecapovolto.

Uomo-Massa Progetto, sceneggiatura, camera, sounddesign, montaggio: canecapovolto • interpreti: Massimo Leggio, Franco Fortunato, Savi Manna, Riccardo Gerbino, Martino Marletta, Nino Romeo, Graziana Maniscalco • produzione: canecapovolto • distribuzione: malastrada.film • coordinamento: Irene Molinari • speakers: Gaetano Lizzio, Stephen D.Conway, Iain Halliday • found-footage: vhs • formato di ripresa: Mini DV • paese: Italia • anno: 2007 • durata: 54' Sinossi: Già nel 1930 Ortega y Gasset descriveva con precisione il prodotto letale della società di massa. Nasceva così l’uomo-massa, mediocre, conservatore, ripetitivo. Un uomo che non odia i ricchi, ma anzi li ama. «Io sono ciò che ho» sono state le sue prime parole. L’agonia dell’ordinamento sociale è scandita da poesie anticlericali e antimilitariste. Il progetto Uomo-Massa ha origine da un libro di poesie di un autore ignoto e presenta undici libri d’artista e un’installazione audio quadrifonica. […] “Uomo Massa”. Mi è sembrato un lavoro molto acido e “politico” nel senso stretto. Specialmente in questo caso mi sembra evidente che ogni volta voi abbiate un bisogno ossessivo di sviluppare un nucleo “ideologico” interno ad ogni opera. Come nacque questo film/progetto ? “Uomo Massa” nacque da un centinaio di poesie scritte nell’arco di 8/9 mesi (le prime furono un vero e proprio plagio di poesia e prosa di altri autori: dagli “scrittori di paese” a Thomas Bernhard, Karl Kraus, Robert Walser), poi decidemmo che 2 attori recitassero in interni ed esterni queste poesie, in fase di montaggio complicammo la struttura con vari espedienti narrativi sia visivi che sonori… Anche qui percepisco un sottile debito al Cinema di Propaganda ! I testi di Ortega y Gasset furono previsti fin dall’inizio ? No, ma vennero in un certo senso evocati dalle parole delle poesie e dagli argomenti che in maniera piuttosto istintiva e prepotente venivano fuori…

http://vimeo.com/11832969 http://vimeo.com/channels/cineteca

In “Uomo Massa” si parla di borghesi, di “bastardi conservatori”, dello “Stato”. Le poesie sono molto spesso di tono antimilitarista ed anti-clericale, secondo un disegno volutamente demodé. Perché ? È vero, si tratta di un codice. Un codice che ci ha permesso di parlare dell’Uomo-Massa contemporaneo, insultandolo senza ritegno. Insultare chi vive per il profitto ed una elegante e veloce automobile in cambio di una “obbedienza animale” allo Stato ed al conformismo sociale. Le teorie di Ortega ci hanno consentito di costruire un contesto teorico più solido, la presenza scenica degli attori ed un montaggio “a scatole cinesi” ha fatto il resto… - Intervista a canecapovolto di Gianmarco Luzi, in “Zeit” – ottobre 2007

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RC speciale c a n e c a p o v o l t o

canecapovolto

collages

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festival del cinema e delle arti Nomadica è un festival itinerante di cinema e arti cinetiche nato con una finalità precisa: creare un circuito di distribuzione dal basso che permetta la divulgazione di centinaia di opere valide, prodotte in modo autonomo e indipendente. La rete è composta da tutte quelle realtà associative, pubbliche e private, che partecipano ospitando e organizzando proiezioni, incontri, attività artistiche legate al cinema. Un circuito di spazi e di gente interessata che consente la circolazione delle decine di opere che compongono l’Opera Nomadica, ossia l’elenco dei film che danno linfa al festival. Ricercare le mappe del deserto che ci circonda, concepire il vuoto come qualcosa che va riempito. Distruggere quegli elementi moralizzanti che bloccano lo sviluppo del pensiero (e dell’azione) contemporaneo e che spesso ci convincono che stiamo davvero “al di fuori di”, allontanandoci dal quotidiano “deserto del Reale” – e sono i giornali, le riviste, la pubblicità, certa fotografia, certo teatro, cinema, arte, arte, arte. Come ci si regola nel deserto? Attraverso tracce e connessioni. E sono le connessioni l’ultima possibilità da noi visibile per rendere ciò che altrimenti è invisibile. Siamo carichi di opere profonde, lavoro di decine di autori, in povertà, produzioni autonome, da una parte, luoghi interessati e gente assetata dall’altra. Una moltitudine disarticolata, in un tutto geograficamente frammentato. Nomadica è un progetto in divenire, al momento composto da circa 60 autori partecipanti, riuniti all’interno di diversi progetti di ricerca. Le realtà che, ad oggi, lo compongono sono circa 50, sparse lungo tutto il territorio nazionale e oltre. Partito agli inizi di Aprile 2010, ha già in programma più di 60 proiezioni, divenendo da subito un festival anomalo, in movimento, sotterraneo, che andrà avanti per un periodo indefinito. Una nuova struttura, dunque, dalle molteplici finalità, tutte proiettate verso nuove possibilità di produzione, sostegno e diffusione di autori e artisti, che nasce dalla consapevolezza di una profonda ricchezza di stili, temi, ricerche nell’underground cinematografico italiano. Una consapevolezza che ci conduce a creare differenti forme di condivisione, che si modellano ai luoghi, donandosi a centinaia di persone. Il Nomadica nasce da un’idea e dal lavoro di Giuseppe Spina, cineasta e co-fondatore di malastrada.film, un piccolo centro “esploso” per la creazione e la diffusione delle arti cinematografiche. Malastrada. film negli anni ha realizzato svariati progetti dal basso, creando delle connessioni inedite tanto a livello produttivo che divulgativo, sperimentando nuove tecniche di comunicazione via web e creando strutture e reti per il sostegno del cinema di ricerca. www.nomadica.eu ~ info@nomadica.eu

PROSSIMI APPUNTAMENTI G I U G N O __ 2 0 1 0 28 – FARM, Parco 11 Settembre - Ex Manifattura tabacchi, Bologna A-passo-d’uomo - disco3 (durata 30’ ca.) /// Alvise Renzini – Il Grande Anarca / Paolo Bonfiglio Mortale / Canecapovolto - Behind your eyelids / Saul Saguatti (Basmati) - Robopope / Kama - Tigre della stella L U G L I O __ 2 0 1 0 2 – Ass. Mangiacarte, Catania Antigone e l’impero di Lucrezia Le Moli 2 – Attinkitè, Modica (RG) Dallo zolfo al carbone di Luca Vullo 3 – Ass. Mangiacarte, Catania Malvisto Maldetto di Gruppoamatoriale Beket di Davide Manuli 5 – FARM, Parco 11 Settembre - Ex Manifattura tabacchi, Bologna A-passo-d’uomo - disco4 (durata 30’ ca.) /// Roberto Catani - Pesce rosso / Roberto Catani - La funambola / Massimo Maida - Coincidenze / Claudia Muratori - Potentiae / Claudia Muratori - Rouge / Paolo Feduzi - Incavità / Leonardo Carrano - Noiselevel 9 – Attinkitè, Modica (RG) Fratelli di TAV di Manolo Luppichini e Claudio Metallo 12 – FARM, Parco 11 Settembre - Ex Manifattura tabacchi, Bologna A-passo-d’uomo - disco5 (durata 30’ ca.) /// Sergio Gutierrez - L’Anima è la Memoria / Virgilio Villoresi - Frigidaire / Saul Saguatti (Basmati) - Ciccio e Franco Extended Play / Alessia Travaglini - The Choice / Massimo Ottoni - Sister (videoclip) / Virginia Mori - pagina 16 / Magda Guidi - Ecco è ora 15 – Attinkitè, Modica (RG) Roma Residence di Foschi, Neri, Innocenti, Pasquetti 19 – FARM, Parco 11 Settembre - Ex Manifattura tabacchi, Bologna Gramma di Gregory Petitqueux (durata 56’) 22 – Attinkitè, Modica (RG) Una montagna di balle di InsuTV 26 – FARM, Parco 11 Settembre - Ex Manifattura tabacchi, Bologna A-passo-d’uomo - disco6 (durata 30’ ca.) /// Canecapovolto - Scraps Brakhage Stolen / Saul Saguatti (Basmati) - Pussicat Atmosfere / Virgilio Villoresi - Real Mess / Laura D’Agate - Flimsy Films / Luciano Maggiore - Short Animations / Massimo Maida - Claudia / Claudia Muratori Sospesa / Beatrice Pucci - Imago / Kama - Hieros

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UNIVERSAL MONSTERS

Il fantasma dell’opera, L’uomo invisibile, Frankenstein, Dracula, L’uomo lupo: I MOSTRI DELLA UNIVERSAL E LA CREAZIONE DI UN GENERE Parte 6 a cura di Roberto Rippa

THE WOLF MAN Un mostro tra attualità e leggenda Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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Larry Talbot fa ritorno dagli Stati Uniti a Llanwelly, nel Galles, dopo la morte di suo fratello. Qui conosce una ragazza con cui una notte si reca in un villaggio di zingari per farsi leggere le carte. Quando uno di loro, Bela, trasformatosi in uomo lupo, attacca la ragazza, Larry lo uccide ma non può evitare di venire morsicato durante lo scontro. Non tarderà ad accorgersi di essere divenuto a sua volta un lupo mannaro. Se negli anni ’30 la serie di film dedicati ai Mostri della Universal traeva ispirazione da romanzi, commedie teatrali o titoli di giornale, nel 1941 l’ispirazione per The Wolf Man potrebbe essere nata da ciò che stava accadendo nel mondo, allora in piena Seconda guerra mondiale, a un passo dal bombardamento di Pearl Harbor e allarmato da ciò che stava accadendo nella Germania nazista. Questo per non dire che il tema dell’uomo lupo risale alla mitologia greca, con il re crudele di Arcadia Lycaon, trasformato in lupo da Zeus dopo che il primo gli aveva offerto in sacrificio uno dei suoi figli. Non solo: la leggenda dell’uomo che si trasforma in lupo appartiene anche alla mitologia germanica e certo non le sono estranee le teorie evoluzionistiche di Darwin, contemporaneo di Bram Stoker che ne aveva utilizzato qualche elemento per il suo romanzo “Dracula”.

Even a man who is pure in heart and says his prayers by night may become a wolf when the wolfbane blooms and the autumn moon is bright.

(poema inventato da Curt Siodmak recitato nel film ogni volta che l’argomento licantropia viene citato)

Alla Universal, la storia di The Wolf Man serve invece come veicolo per Boris Karloff dopo il successo di Frankenstein. Ancora una volta, dopo Frankenstein, il compito di scrivere un trattamento viene affidato a Robert Florey e ancora una volta il risultato del suo sforzo non verrà utilizzato, questa volta in quanto ritenuto troppo ardito e soprattutto passibile di suscitare reazioni indignate da parte della Chiesa cattolica a causa dei suoi riferimenti alle teorie sull’evoluzione. Il progetto viene accantonato per essere sostituito, nel 1935, da una sceneggiatura scritta da John Colton e tratta da una storia di Robert Harris da lui stesso adattata. Il film si intitolerà Werewolf of London (in italiano Il segreto del Tibet), verrà diretto da Stuart Walker e prenderà a prestito elementi da The Invisible Man (vedi Rapporto Confidenziale numero25, maggio 2010) e da The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, già portato sullo schermo dalla Paramount nel 1931 con il titolo Dr. Jekyll and Mr. Hyde e la regia di Rouben Mamoulian (la Paramount ne produrrà dieci anni dopo un rifacimento diretto da Victor Fleming e interpretato da Spencer Tracy, Ingrid Bergman e Lana Turner). Inizialmente, per la parte di protagonista in Werewolf of London viene considerato Bela Lugosi ma poi gli viene preferito Henry Hull, che si era già fatto notare in Great Expectations (Il forzato), ancora di Stuart Walker e prodotto dalla Universal. A inventare i trucchi per l’Uomo lupo, Jack Pierce. Il film ottiene un discreto successo, pur rimanendo distante dai risultati ottenuti dai Mostri che l’hanno preceduto. Passeranno però sei anni prima che The Wolf Man (in italiano L’uomo lupo) venga realizzato per volere della Universal, desiderosa di capitalizzare ancora il successo dei suoi Mostri dopo l’allontanamento del suo fondatore Carl Laemmle e suo figlio Carl Laemmle Jr. Lo Studio vuole una storia originale e affida a Curt Siodmak il compito di scriverla. Ha anche già stanziato la somma necessaria a produrlo e stabilito quando verrà girato e quanto tempo avrà il regista per portare a termine la lavorazione. Quando il compito viene affidato a Siodmak, mancano appena dieci settimane

all’inizio della lavorazione. La storia viene approntata nei tempi richiesti e così la sceneggiatura per la quale Siodmak afferma di avere attinto sia dalla mitologia greca che dalla sua esperienza personale di ebreo tedesco giunto negli Stati Uniti in fuga dalla Germania nazista. Karloff ormai non più disponibile, per la parte del protagonista viene chiamato Lon Chaney Jr. (accreditato con il nome del padre Lon Chaney). Chaney Jr. aspira da tempo a recitare ma suo padre non vuole. Dovrà attendere la sua morte per farlo e la Universal gli cambierà per sempre il nome di battesimo, Creighton (utilizzato nelle sue prime prove nel cinema), in Lon. Bela Lugosi, che aspirava al ruolo di protagonista, si deve accontentare di un piccolo ruolo, quello di uno zingaro con il quale condivide il nome di battesimo. Dopo una lunga serie di successi cinematografici, torna all’horror anche Claude Rains, per la prima volta dopo The Invisible Man, nel ruolo del padre di Larry Talbot. Il film viene girato in economia dall’ex produttore George Waggner. Jack Pierce ha la possibilità di migliorare i trucchi sperimentati in Werewolf of London. Deve però accontentarsi di una via di mezzo in quanto lo Studio teme che una trasformazione troppo ardita o troppo rapida possa risultare scioccante per lo spettatore e incorrere in guai con la censura. Rick Baker, il truccatore premiato sei volte con l’Oscar, ha dichiarato di essere a conoscenza dell’esistenza di filmati con prove di trucco più ardite realizzate da Pierce, che verrà licenziato dalla Universal di lì a poco e sostituito alla testa del reparto trucco da Bud Westmore. Il trucco studiato per il film richiedeva quattro ore tra applicazione e rimozione ed era dolorosissimo da togliere, visto che il pelo di yak (bue tibetano) utilizzato per ricoprire il volto di Chaney Jr era fissato al viso con protesi di gomma e colle. Il film esce nel dicembre del 1941, pochissimi giorni prima che i Giapponesi bombardino Pearl Harbor. I giornalisti immaginano che il pubblico eviterà la violenza al cinema dovendo vivere quella reale del momento, ma la loro previsione risulterà errata: Il film sarà uno tra i più grandi successi dell’anno. Il successo del film rende Chaney Jr. tanto felice da fargli decidere – primo tra gli interpreti di un mostro della Universal – di recitare il ruolo in tutti i seguiti. Intanto, nel corso della guerra, la casa di produzione RKO si era posta come concorrente della Universal nel campo dell’horror grazie a Val Lewton che aveva prodotto pellicole che compensavano la scarsità di mezzi con una grande attenzione alle atmosfere come The Cat People (Il bacio della pantera, Jacques Tourneur, 1942), Isle of the Dead (Il vampiro dell’isola, Mark Robson, 1945) e The Body Snatcher (Robert Wise, da un racconto di Robert Louis Stevenson, 1945. I protagonisti sono Karloff e Lugosi). La Universal, minacciata per la prima volta seriamente nella sua supremazia nel campo dell’horror moderno, decide quindi di reagire riunendo tutti i suoi Mostri in un solo film per un progetto che avrebbe dovuto chiamarsi Chamber of Horrors con i volti di Karloff, Lugosi, Rains, Hull e i personaggi dell’Uomo invisibile e della Mummia. Alla fine il film si intitolerà Frankenstein Meets the Wolf Man (Frankenstein contro l’uomo lupo, Roy William Neill, 1943) e includerà, oltre ai personaggi del titolo, Dracula. Nelle prime sequenze del film, l’Uomo lupo, morto alla fine del film di Waggner, si risveglierà al cimitero in una scena di grande atmosfera che permetterà alla Universal di riutilizzare il personaggio senza dover ricorrere a spiegazioni logiche. Il film otterrà grande successo dando il via a House of Frankenstein (Al di là del mistero, 1944, Erle C. Kenton), opera dal basso costo e realizzato su scenografie di altri film, con i tre Mostri nuovamente protagonisti. Nel film di Kenton, l’Uomo lupo è ibernato e viene risvegliato dallo scienziato pazzo Boris Karloff per poi morire a fine film. Nel 1945, l’ultimo film della serie a riunire i tre Mostri: House of Dracula (originariamente The Wolf Man

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Vs. Dracula. Il titolo italiano è La casa degli orrori, Erle C. Kenton). Nel film Chaney viene poco utilizzato e come motivazione viene dato il fatto che in tempo di guerra era difficile trovare il pelo di yak, di provenienza orientale, necessario per il trucco. Nessuna spiegazione viene comunque offerta sulla sua presenza dopo che il personaggio era morto nel film precedente. Nel 1946 esce She-Wolf of London ( Jean Yarbrough) in cui una donna si trasforma in lupo a causa di una maledizione che grava sulla sua famiglia. Nel ruolo principale, la futura attrice televisiva June Lockart. Il film è girato in condizioni di tale economia da fare decidere alla Universal di scoraggiare attori e tecnici a festeggiare il Natale, chiudendoli di fatto sul set per impedire loro di sgattaiolare per raggiungere le feste in corso sugli altri set. Talbot torna per un’ultima volta nei panni dell’Uomo lupo nel 1948 in Abbott and Costello Meet Frankenstein (Il cervello di Frankenstein, Charles Barton). Si tratta questo per Bela Lugosi dell’ultimo film girato per un grande studio. Ancora qualche piccolo ruolo in film minori e cinque anni dopo sarà già nelle mani di Ed Wood Jr. per Glen or Glenda. Come già altri Mostri in precedenza, l’Uomo lupo continuerà a vivere anche dopo essere stato accantonato produttivamente dalla Universal, che pero distribuirà il film prodotto dalla Hammer (rimasto curiosamente senza seguiti) The Curse of the Werewolf (L’implacabile condanna, 1961, Terence Fisher) con Clifford Evans, Oliver Reed e Anthony Dawson (nome scelto spesso in seguito come pseudonimo dal regista Antonio Margheriti). Nel 1981 uscirà An American Werewolf in London (Un lupo mannaro americano a Londra) di John Landis, riuscitissima commistione di horror e commedia che otterrà grande successo. Il film, che vede la Universal come produttore, si avvale dei trucchi e degli effetti speciali del citato Rick Baker. Lon Chaney Jr. sarà l’unico attore ad avere interpretato per la Universal ben 4 Mostri: oltre all’Uomo lupo, Frankenstein (in The Ghost of Frankenstein, 1942), Dracula (in Son of Dracula, 1943) e la Mummia (in The Mummy’s Tomb, 1942, The Mummy’s Curse e The Mummy’s Ghost, entrambi 1944). Siodmak proseguirà a scrivere film per altri studi. Tra i tanti, il capolavoro di Jacques Tourneur I Walked With a Zombie (Ho camminato con uno zombie, 1943). L’Uomo lupo resterà comunque il suo mostro più amato, tanto da dedicargli il titolo della sua autobiografia “Wolf Man’s Maker”. È scomparso nel 2000 all’età di 98, età che lo caratterizzava come il più anziano iscritto alla “Writers Guild of America, West”, il sindacato che riunisce tutti gli autori cinematografici e televisivi. Nel 2010, dopo lunghe vicissitudini, è uscito nelle sale The Wolfman (Wolfman) di Joe Johnston, sceneggiato da Andrew Kevin Walker e David Self basandosi sulla storia di Siodmak. Il film, che vede Benicio Del Toro nel ruolo di Larry Talbot e Anthony Hopkins in quello di suo padre, è stato male accolto dalla critica ma ha ottenuto un discreto successo di pubblico. Curiosamente, i manifesti italiani sceglievano di raffigurare i volti dei protagonisti (con Emily Blunt) senza che si vedesse l’immagine dell’Uomo lupo. Il film è stato pubblicato in DVD negli Stati Uniti a inizio mese. Roberto Rippa

The Wolf Man

(L’uomo lupo, USA, 1941) Regia: George Waggner Sceneggiatura: Curt Siodmak Fotografia: Joseph A. Valentine Musiche: Charles Previn, Hans J. Salter, (non accreditati) Frank Skinner Montaggio: Ted J. Kent Interpreti principali: Lon Chaney Jr. (accreditato come Lon Chaney), Claude Rains, Ralph Bellamy, Warren William, Patric Knowles, Bela Lugosi Durata: 70’

DVD

WEREWOLF La parola “werewolf” (lupo mannaro) è una combinazione del vecchio termine sassone “wer” (che significa uomo) e “wolf” (che significa lupo). Licantropo e licantropia derivano dal greco: Lykànthropos, Anthropos che significa uomo e Lycos che significa lupo. La licantropia è anche il termine medico che indica la convinzione di avere la capacità di trasformarsi in un lupo, una forma di isteria che porta il paziente ad assumere gli atteggiamenti propri di un lupo. La licantropia è anche la credenza popolare che ha come fondamento le leggende ed i miti secondo i quali nelle notti di luna piena alcuni esseri umani possano trasformarsi in lupi. Lycaon, nella mitologia greca era il re di Arcadia, ebbe da molte mogli 50 figli ed una figlia, Callisto. Secondo alcuni racconti egli era un sovrano crudele, altri, che fosse un uomo buono ma esasperato dal cattivo comportamento dei figli. La leggenda narra che Zeus in visita presso il regno di Arcadia ricevette dal re Lycaon il sacrificio in suo onore di uno dei suoi figli. Il signore dell’Olimpo si adirò e trasformò sia il re che i suoi figli in lupi. In italiano la leggenda sui licantropi prende un termine proprio: Lupi mannari o uomini lupo. In Spagna (o meglio nell’america Latina) viene chiamato: l’hombre lobo. In francese Il termine utilizzato è: le loup-garou e questo termine è anche utilizzato nelle leggende della cultura Cajun della Louisiana. (fonte: Wikipedia)

Due, essenzialmente, le edizioni – entrambe Universal del film di Waggner da considerare. La prima, pubblicata nel febbraio di quest’anno, si compone di due DVD. Nel primo, oltre al film, il documentario Mostro al chiaro di luna, commento audio di Tom Weaver e galleria fotografica. Nel secondo, i documentari L’uomo Lupo: da antica maledizione a mito moderno, Puro di cuore: la vita e l’eredità di Lon Chaney Jr., Il creatore di mostri: la vita e le opere di Jack Pierce. Audio inglese, italiano e spagnolo e una lunga serie di opzioni per quanto riguarda i sottotitoli. È facilmente reperibile ad un prezzo inferiore ai 10 Euro. La seconda, quella statunitense pubblicata nel 2004, appartiene alla serie “The Legacy Collection” e presenta The Wolf Man unitamente a Frankenstein Meets the Wolf Man, She-Wolf of London e Werewolf of London. Come contenuti extra, Stephen Sommers, regista di Van Helsing, presenta un dietro le quinte di questo classico del cinema, quindi il documentario Monster by Moonlight e il commento audio di Tom Weaver inclusi anche nell’edizione di quest’anno. Audio solo in inglese e sottotitoli in spagnolo e francese. La qualità video e audio sono migliori nel DVD più recente.

FONTI

• “Monster By Moonlight”, David J. Skal, Universal Home Video, 1999; • Universal Studios Monsters: A Legacy of Horror, Michael Mallory e Stephen Sommers. Universe, 8 settembre 2009 • Monsters: A Celebration of the Classics from Universal Studios, Roy Milano, Jennifer Osborne, Forrest J. Ackerman. Del Rey, 26 settembre 2006. • Jack Pierce: The Man Behind The Monsters, Scott Essman. CreateSpace, giugno 2000. • Wikipedia.org • IMDb.com • IMDb.it

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What's Happening! e Gimme Shelter: la controcultura ripresa dai Maysles di Matteo Giuseppe Luoni Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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L’arrivo dei Fab Four costituì invece il vero punto d’accensione di quel fuoco giovanile che si protrarrà in varie forme per tutti gli anni Sessanta e che vedrà l’inizio del declino, sette anni dopo, nel 1969, con il “maledetto” concerto di Altamont dei Rolling Stones, filmato in Gimme Shelter. I Beatles cantavano innocenti canzoni d’amore con ritornelli orecchiabili e strofe scarne di significato; non erano (ancora) politicamente attivi e, per quanto riguarda la loro immagine, rigorosamente formali: i completi neri o grigi, la camicia bianca e la cravatta, li avvicinavano molto a quei white collars, quella media borghesia impiegatizia, dalla quale venivano. Perché facevano scalpore e perché considerarli carburatori della rivoluzione culturale che sarebbe avvenuta di lì a poco? Innanzitutto un particolare importante deviava dall’immagine di impiegati musicali che davano: i capelli. Per l’epoca, il caschetto alla Beatles non era una lunghezza preoccupante, ma sicuramente la questione suscitava curiosità per la stampa, che già chiede, nella seconda scena del film: “Vi siete mai tagliati i capelli?”. La moda del taglio “a scodella” e dei basettoni alla Ringo Starr costituiva una minaccia contro l’ordine e la pulizia che il capello corto simboleggiava. Era inoltre un primo passo importante verso l’abbattimento dell’identità di genere sessuale simboleggiata dall’equazione ragazzi/capelli corti e ragazze/capelli lunghi. Fece dei Beatles i primi a portare l’androginia nella cultura musicale popolare (2). Il capo era fonte d’attenzione anche perché, nella assoluta rigidità e compostezza delle loro performance, esso era l’unica parte del corpo a muoversi, come se il movimento pelvico che aveva procurato tanta fama e tanta infamia a Elvis – e che era presto scomparso dagli schermi, oggetto di censura – si trasferisse subdolamente su di un dettaglio centrale e incensurabile (3). Il gruppo veniva dalla Gran Bretagna, ossia da fuori dall’estabilishment culturale americano: non ne condivideva i valori intrisi di puritanesimo della sua middle-class, né aveva la prospettiva di far parte di una nazione che sentisse di dover esportare modelli culturali o politici, prerogativa dell’America dal dopoguerra in poi. I Beatles avevano soltanto intenzione di comunicare il “lasciarsi andare” e il ribellarsi contro il mondo adulto, ma in maniera edulcorata, che aveva molto poco a che fare con qualsiasi forma di protesta o dissenso sociale e che non forniva né risposte né soluzioni, ma soltanto suggestione e divertimento. Eppure fu da questi quattro ragazzi di Liverpool che iniziarono gli anni Sessanta e, in particolar modo, a partire da questa visita americana, nella quale conobbero un giovane cantautore folk di nome Bob Dylan, che li introdusse alla cannabis e all’impegno sociale, influenzando le sonorità e l’immagine del gruppo inglese. La “British Invasion” non si fermò con loro e anzi “produsse” i Rolling Stones e, più tardi, lo “schizofrenico” David Bowie (4).

‘What’s Happening! The Beatles in the U.S.A.’ (1964) • I BEATLES COME MICCIA DELLA CONTROCULTURA What’s Happening! The Beatles in the U.S.A. è il titolo del secondo film girato dai due fratelli sotto la gilda della loro omonima casa di produzione. Datato 1964, fu commissionato dall’emittente britannica Granada TV e prevedeva che i Maysles seguissero quella che era la prima visita dei Beatles negli Stati Uniti. Ne parlo qui, perché intendo metterlo a confronto con un altro film con cui si possono tracciare delle analogie contenutistiche e storiche: Gimme Shelter, (1970) che testimonia un omicidio avvenuto nel 1969, durante il concerto dei Rolling Stones ad Altamont, California. I fratelli seguirono i Beatles per cinque giorni consecutivi, dal 7 all’11 Febbraio del 1964, tra Miami, Washington D.C. e New York, luogo in cui registrarono la famosa apparizione all’Ed Sullivan Show, che definì il loro status di celebrità in America. What’s Happening! registra l’eccitazione del momento storico, che nella cultura popolare fu visto come una vera e propria “invasione britannica” (1). Il fenomeno Elvis era stata la prima esplosione di un nuovo stile musicale, il Rock n’ Roll, che aveva svegliato gli animi giovanili e iniziato una rivoluzione culturale – quella dello scontro generazionale tra chi aveva vissuto e combattuto la Seconda Guerra Mondiale e chi ci era nato durante (o dopo) e che viveva come naturale il boom dei consumi, allo stesso tempo ripudiando gli ideali che, come avevano spinto ad agire in Europa, portavano gli Stati Uniti a intervenire in Corea e Vietnam. Dal 1960, però, a livello musicale e popolare, non vi erano state novità e persino Elvis si era arruolato per svolgere il servizio militare, concentrandosi soprattutto su film e canzoni melodiche e meno ritmate.

• LE PECULIARITÀ PRODUTTIVE DI ‘WHAT’S HAPPENING!’ Sembra strano, ma Albert, fino alla chiamata dell’emittente inglese, che telefonò giusto due ore prima dallo sbarco del quartetto inglese, non aveva mai sentito parlare del gruppo. Fu David a istruirlo del fenomeno e a suggerirgli il fatto che avrebbero potuto girare, da quella commissione, un film di rilievo. Il film si contraddistingue per il suo stile “on the run” (a causa di una routine di produzione che era simile, in molti aspetti, a quella di Showman) e per la completa mancanza di voce narrante. Esso venne infatti associato, in maniera negativa e pretestuosa, ad un mero reel giornalistico, innalzato allo stato di “gloria documentaristica” da una durata e da una collocazione nel palinsesto insolite (5). Proprio per le ragioni per cui venne criticato, il film costituisce invece un passo molto importante all’interno del sottogenere. La completa oggettività di cui si fa carico, nel documentare in ogni dove i movimenti dei Beatles, lo renderanno secondo soltanto al successivo Salesman. La mancanza di voice over fa del documentario una pietra miliare del genere in quanto primo esperimento ad esserne completamente privo. Persino i film di Drew Associates ne contenevano brevi stralci, soprattutto per sottolineare il momento climatico della crisi. What’s Happening! rientra ancora in una fase in cui Albert sperimenta con la camera, conferendo al film uno stile molto dinamico, perfettamente integrato con il soggetto filmato. Le carrellate provviste con la sola cinepresa sulla spalla, i primi piani, i dettagli della folla urlante e le panoramiche che evidenziano la complessità delle situazioni concorrono ad evidenziare la spontaneità della realtà, sottolineando la frenesia del momento e l’inizio di una sensazione culturale e popolare che quel giorno di febbraio, popolarmente chiamato B-day, creò in tutto il paese. Il titolo lo sottolinea: i Beatles sono what’s happening, ossia quello che sta accadendo agli Stati Uniti nel 1964.

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• LA CRITICA AL CONSUMISMO AMERICANO Si può ascrivere questo film al filone, interno alla produzione dei Maysles, attinente alla critica alla celebrità e alla mercificazione della cultura. I Beatles sono al cento per cento consci che quello che stanno percorrendo non è un viaggio, bensì una mossa commerciale. Subito dopo la conferenza stampa della seconda scena, in una delle frequenti riprese all’interno di una macchina (che acquisisce quasi lo status di topos per quello che il “nuovo” equipaggiamento portatile può fare), Paul, tenendo in mano una radiolina sponsorizzata da Pepsi, ascolta il disc jockey annunciare gli impegni del gruppo del giorno dopo. “Ma davvero?” risponde ironicamente McCartney, imitando l’accento “hillbilly” (6), e cimentandosi nella parodia dello spot delle sigarette Kent. Lo sketch sarà ripetuto più avanti, per Marlboro e Coca Cola, durante un viaggio in treno da New York a Washington D.C., durante il quale l’esuberanza dei quattro si quieta soltanto per breve tempo, altrimenti utilizzato per scherzare con i giornalisti, firmare autografi, o stupirsi dell’invasione della pubblicità nelle case americane. Paul ha da dire, in tono serio, riguardo alla pubblicità: “Tutti ci sono talmente abituati, che non fa più ridere, qui in America”. I Beatles sono merce, come le sigarette Kent, la Pepsi o la Coca-Cola: i componenti della band se ne rendono perfettamente conto. Il loro successo, dovuto a due hit, “I want to hold your hand” e “She loves you” (quest’ultima particolarmente, grazie all’uso molto americano della parola “yeah” nel ritornello), è in gran parte favorito dalla commerciabilità della loro immagine, modulare e versatile. Il loro aspetto innocente e alieno nello stesso tempo, li rende perfetti testimonial naive per ogni situazione. Il “costume di scena”, i capelli e il completo, li rende quasi irriconoscibili l’uno dall’altro (e difatti più volte vengono interrogati su chi sia chi, tra di loro) e perciò fungibili l’uno per l’altro, moltiplicando per quattro il loro impatto. Come Marlon Brando, propongono al problema la soluzione dell’ironia. Troveranno, più in là nel tempo, la risposta al quesito, introducendo un’immagine e testi più maturi e, soprattutto, arrivando quasi ad auto-prodursi, cosa impossibile per Brando.

• MURRAY THE K E BRIAN EPSTEIN: DUE FIGURE EMBLEMATICHE Come nel film sull’attore americano i giornalisti assumevano ruolo di importanti co-protagonisti della situazione, così in What’s Happening! due figure possono svolgere ruolo analogo per i Beatles, conducendoli nell’esercizio coatto della propria musica. Murray The K, nato Kaufman, è il disc jockey che accoglie i Beatles in America, mentre Brian Epstein è il manager del gruppo. Si troveranno ad essere due personaggi chiave per il film, in quanto simboleggiano il contrasto/conflitto tra le due culture anglosassoni. Il primo, nato negli Stati Uniti e con una formazione da pubblicitario e promotore musicale, ha una quarantina d’anni e, spesso cimentandosi in un dialetto provinciale altamente stereotipato, cerca di farsi caricatura e stare al passo coi ben più giovani inglesi, riuscendo spesso esausto e sconfitto nell’impresa. In una scena al famoso locale newyorchese, il Peppermint Lounge, Albert riprende in maniera efficace Murray, che si staglia sullo sfondo di un locale gremito di gente che balla e si diverte e appare figura melanconica che cerca di stare all’altezza di ciò che gli viene richiesto per lavoro. E’ una figura tragicamente simile ai frustrati protagonisti di Bibbia di Salesman: è nient’altro che un venditore, che cerca di far breccia nel suo pubblico di interesse fingendo spontaneità e naturalezza. E’ spinto in attività ludiche per coazione: è un’altra faccia del mondo che Showman rappresentava. Brian Epstein, di dodici anni più giovane, proviene anch’egli da Liverpool e assomiglia proprio a Levine. A differenza di Kaufman, non lo troviamo mai nella stessa inquadratura assieme al gruppo che rappresenta. Isolato fisicamente, assieme al suo staff, dai Beatles, egli, proprio come il produttore hollywoodiano, ne muove consciamente i fili, mostrandoci la faccia nascosta della celebrità. A differenza di Kaufman, lo troviamo sempre elegante, distinto, attraente e posato. Il suo abbigliamento è molto simile a quello del gruppo che rappresenta, ma la sua aurea di dandy è rappresentata da una sciarpa che vezzosamente

si infila nel bavero della giacca. Attira molti sguardi, sugli spalti del concerto dei Beatles a Washington D.C. Benché il film non lo renda esplicito, è facile scorgere un aurea di malinconia nelle pose e nelle espressioni di questo giovane ragazzo. Ex allievo della scuola di arti drammatiche e omosessuale non dichiarato, si troverà in questa stessa settimana del Febbraio 1964 a far fronte a un ricatto da parte di un amante occasionale (7) e, più avanti, a dover fare i conti con un problema di dipendenza dalle droghe, che lo porterà, nel 1967, a un’overdose fatale. Allo stesso modo, Kaufman, solo un anno dopo aver fatto da anfitrione ai Beatles, si vedrà licenziato dall’emittente per cui lavora, che avrà cambiato format, diventando una radio all-news. L’aspetto tragico di queste due figure non è approfondito dal documentario, ma il talento di Albert Maysles ha saputo cogliere piccoli gesti e dettagli che, riletti col senno di poi, sono evidenze di certe chiare inclinazioni psicologiche. E’ il caso della già citata scena al Peppermint Lounge per Kaufman, o del primo piano del profilo di Epstein, che fissa il vuoto in una posizione plastica ed elegante, su di una poltrona in ufficio.

• LA RICERCA DELL’AUTENTICITÀ A CONFRONTO CON L’IMMAGINE COMMERCIALE DEI BEATLES Il film, benché sia un esempio riuscito di Direct Cinema, è viziato nella sua integrità da alcune scelte di montaggio e dal continuo gioco dei quattro di Liverpool davanti alla telecamera. L’obiettivo di nonintrusione, per quanto riguarda i Beatles è assolutamente invalidato. Di fronte alla cinepresa, essi considerano la situazione non meno che un palco su cui recitare, scherzare e dimostrarsi interessanti. In particolar modo Starr e McCartney fanno la parte degli istrioni, lasciando sullo sfondo i timidi Lennon e Harrison, quest’ultimo assente dalle prime attività della settimana in quanto influenzato. Sul treno per Washington, per esempio, Starr gioca con i fotografi, mentre McCartney si fa trovare dalla telecamera di Albert, vestito da cameriere, con un vassoio di drink in mano. Come afferma McElhaney, tutta questa spontaneità è in qualche modo sceneggiata dagli stessi Beatles stessi e cela l’omissione di alcuni importanti particolari, in modo da favorire l’immagine scanzonata del gruppo. Nel pro-filmico sono assenti, per esempio, il plotone di guardie del corpo, così come solo per poco appaiono le scorte di polizia, nell’attraversare Central Park (8). Allo stesso modo, la loro innocenza sessuale è attentamente costruita. La visita al Playboy Club non venne mai filmata (o fu altrimenti tagliata in fase di montaggio), ma ne sentiamo parlare nella scena in limousine, citandola come possibile meta notturna. Così come non viene mai menzionata, ma ripresa solo in una occasione e mai identificata come tale, la moglie di John Lennon, Cynthia, per permettere ai Beatles di essere appetibili, come eterni scapoli, alla schiera di ragazzine urlanti, ed essere nello stesso tempo salvi da ogni implicazione sessuale causerebbe brutti sonni a padri e madri. Molto efficacemente i Maysles colsero l’opportunità di riprendere la famiglia americana guardare i Beatles in televisione, quando fu loro vietata la possibilità di filmare l’esibizione all’Ed Sullivan Show per una questione di copyright. I due quindi decisero di entrare in un appartamento del palazzo residenziale più vicino, dove trovarono due generazioni a contatto diretto davanti allo schermo. Tra i 73 milioni di spettatori che quella notte stanno guardando l’esibizione, una coppia di genitori e le loro due figlie rimangono in silenzio davanti alla televisione: i due più anziani assistono al completo assorbimento delle due figlie pre-adolescenti, in ammirazione. Solo la più piccola delle due prova a esprimersi con un innocente “Mi piacciono i loro movimenti”. Cinque anni dopo, quando queste ragazzine sarebbero state nel pieno della loro adolescenza, il clima musicale, culturale e politico sarebbe drasticamente cambiato.

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‘Gimme Shelter’ (1970) • IL BACKGROUND CULTURALE E IL RUOLO DEL DIRECT CINEMA AMERICANO Nel 1968 scoppiarono rivolte sociali sia in Europa che in America. A far fronte al conservatorismo di una civiltà già dei consumi, ma che possedeva ancora vecchi retaggi culturali, sorsero rivoluzioni: per riformare i costumi, per sostenere la classe operaia schiacciata da licenziamenti e minimi salariali e per contrastare la segregazione di gruppi di minoranza sessuale e razziale. L’emancipazione della donna, i primi movimenti di orgoglio omosessuale, la lotta civile di Martin Luther King (che fu assassinato quello stesso anno), le rivolte studentesche per riformare l’istruzione: queste erano le cause rivendicate, spesso accompagnate da un cambiamento culturale e di lifestyle all’interno della fascia di popolazione più giovane. Lo scontro generazionale s’era fatto ancora più aspro e i simboli ancora più espliciti. Il movimento hippie ne rappresentava la parte più iconica e cavalcava l’onda dell’esplosione musicale rock che si era evoluta in forme crossover e contaminazioni dal Jazz and Blues alla musica nera. Nella comunità letteraria aveva preso piede la Beat Generation, che riscontrava, nella vivida descrizione di una società in declino (Ginsberg e Borrough) e nella reinvenzione del romanzo formativo (Kerouac), grandi successi tra il pubblico (9). Sul movimento giovanile si concentrano molti dei documentari del Direct Cinema americano di questi anni. Annoveriamo, tra questi, Dont Look Back [sic], di D.A. Pennebaker, datato 1965 sul tour inglese menestrello folk Bob Dylan (una sorta di What’s Happening! alla rovescia) e Monterey Pop (1968), dello stesso regista, acclamato documentario riguardo all’omonimo festival a cui parteciparono, in veste di cameraman, Richard Leacock e lo stesso Albert Maysles. Quest’ultimo è degno di nota per l’uso di innovativi mezzi tecnici, quali camere leggere 16 mm, a colori, equipaggiate per registrare sincronicamente la traccia audio. Un anno dopo si teneva nell’upstate di New York, il festival più famoso di tutti i tempi. Woodstock rappresentava l’apogeo della cultura hippie e la manifestazione musicale della filosofia che voleva diffondere pace e amore universale. Il film che ne venne registrato fu diretto da Michael Wadleigh e montato quasi esclusivamente da Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker, entrambi agli inizi di una carriera e di un sodalizio artistico che ben conosciamo.

• LA GENESI E L’APPROCCIO DI ‘GIMME SHELTER’ Il film Gimme Shelter, che uscì nelle sale nel dicembre del 1970, racconta le vicende dell’ultimo tour degli anni Sessanta dei Rolling Stones e si concentra in particolar modo sull’ultimo concerto, avvenuto ad Altamont, in California, esattamente un anno prima del suo rilascio teatrale. I Rolling Stones, interessati a registrare parte della loro tournée di supporto all’album Let It Bleed, contattarono il riconosciuto regista Haskell Wexler (10), il quale però si disinteressò al progetto per divergenze artistiche e consigliò al suo posto i fratelli Maysles, che stavano cercando lavoro per coprire le perdite finanziarie subite dopo Salesman (1969), film criticamente acclamato, ma fiasco commerciale. Questi accettarono l’incarico, benché Albert non fosse del tutto convinto: il fatto che la band fosse di fama mondiale lo allontanava dall’approccio di Salesman di filmare soggetti anonimi e quotidiani (11). David e suo fratello non avevano alcun piano di girare più di quello per cui era stato pattuito, ma si trovarono talmente affascinati dalle personalità dei componenti della band e dal fenomeno di massa che li seguiva, che decisero di autofinanziarsi una buona parte delle riprese. Il progetto si rivelò una produzione su larga scala, coinvolgendo, oltre a Charlotte Zwerin, ben ventidue cameraman, sedici tecnici del suono (con David), quattro montatori e tre assistenti al montaggio. Il costo dell’intera produzione si aggirò attorno al mezzo milione di dollari, di cui soltanto 14’000 vennero forniti dalla band inglese, principalmente per sostenere la logistica e l’onere dell’originaria commissione. Lo stesso istinto che aveva spinto i fratelli a seguire Levine e a proseguire le riprese delle interviste a Marlon Brando, li portò, senza che potessero immaginarlo, a filmare un assassinio avvenuto tra il pubblico dell’ultimo concerto, vicino a San Francisco. Il giovane Meredith Hunter fu pugnalato a morte da un membro del gruppo motociclistico Hell’s Angels in seguito ad una rissa in cui la futura vittima aveva Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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agitato una pistola. Il tutto avvenne a pochi metri dal palco e sotto gli occhi di un operatore, che riprese la vicenda. Gli Stones stavano suonando in quel momento, dopo una lunga giornata in cui colluttazioni, incidenti e molta confusione avevano causato non pochi disagi e imbarazzi nell’organizzazione di un concerto gratuito e senza l’assistenza delle autorità, che voleva essere, nel freddo Dicembre del 1969, un “Woodstock della costa occidentale” (12). La strutturazione del lungometraggio rompe tutte le regole del Direct Cinema. La narrazione della vicenda comincia non dalla fine, bensì dall’epilogo: un flashback parte dallo schermo della piattaforma Steenbeck, dal quale Mick Jagger e Charlie Watts stanno assistendo, assieme a David Maysles e Charlotte Zwerin, ad una prima versione del film. Albert è alla camera e lascia a David il compito di sollecitare reazioni e commenti da parte dei due Stones. Il momento ricorda molto il Cinema Vérité del finale di Chronique d’un été, in cui Rouch e Morin mostrano una copia del documentario ai suoi protagonisti e ne accolgono le opinioni a riguardo. Nel film francese queste considerazioni riguardano quasi esclusivamente l’aspetto metalinguistico, ossia si discute se il film abbia colpito nel suo messaggio e si sia attenuto al suo scopo di indagare con autenticità la vita e la psicologia degli intervistati. Inoltre gli spettatori-protagonisti si esprimono sulla fruizione dell’opera, che in alcuni ha causato molto imbarazzo, mentre per altri è sembrata innovativa e vitale. Per quanto riguarda Gimme Shelter gli argomenti toccati in sala montaggio tra i registi e i due componenti della band sono prevalentemente auto-riflessivi e attinenti alla vicenda. Nello studio si può notare una certa tensione nel ricostruire le dinamiche della disgrazia e soprattutto nell’individuare le cause scatenanti. David fa ascoltare a Jagger e Watts dei nastri radio in cui Sonny Barger, uno degli Hell’s Angels dice di essere stato responsabilizzato, assieme al suo gruppo, di un ruolo inappropriato e che le migliaia di fan, carichi di droghe, erano stati i primi a iniziare gli scontri. Egli accusa Mick Jagger perché, consapevole della situazione, non si era preoccupato di intervenire.

• IL SOVVERTIMENTO DELLE REGOLE: UN MONTAGGIO ‘AD HOC’ PER UNA VICENDA COMPLESSA Il concerto era stato organizzato per essere un evento gratuito. Originariamente previsto a Golden Gate Park, fu spostato prima al parco automobilistico Sears Point Raceway e poi, definitivamente, nei dintorni della Altamont Speedway, una strada a media-ampia percorrenza che passa sulle brulle colline nei dintorni di San Francisco. Nel film assistiamo agli sforzi e alle trattative del famoso avvocato Melvin Belli, qui in veste di promotore e organizzatore per gli Stones, per riuscire ad accaparrarsi il terreno sul quale verrà ospitata la manifestazione e le decine di migliaia di persone che vi attenderanno. Gli Angels, si viene a sapere dallo stesso Sonny Barger, erano stati contattati per fornire una sorta di protezione ai gruppi musicali, in assenza di polizia o forze dell’ordine. Il contratto verbale era che se fossero riusciti a tenere a bada la moltitudine di gente, perché non fosse invaso il palco o disturbati gli artisti, sarebbero stati ricompensati con 500 dollari in birra. Dopo l’esperienza di Monterey Pop (13), in cui gli Angels avevano fornito una buona protezione, senza che vi fossero tafferugli o scontri, gli organizzatori pensarono che si potesse riproporre la stessa situazione pacifica “da figli dei fiori”. Gli organizzatori non compresero che poteva essere una brutta mossa unire birra, motociclisti e la grande folla di hippie e allucinogeni. Il caos arrivò infatti sotto forma di risse, pestaggi e botte che gli Angels impartirono a causa del fatto che la folla era irrequieta e danneggiava le loro motociclette. Il film si apre con “Jumpin’ Jack Flash” degli Stones, live al Madison Square Garden di New York. All’esibizione sono giustapposte immagini di un photoshoot in cui Charlie Watts è vestito da zio Sam. Lo stesso outfit viene ripreso da Jagger sul palco e ci vengono così presentati i membri del gruppo che saranno presenti nella successiva sequenza in flashback. I due, come abbiamo detto, appaiono nello studio di montaggio che i Maysles hanno affittato a Londra, mentre ascoltano le trasmissioni radiofoniche dell’indomani di Altamont. Noi pubblico veniamo così a sapere, per la prima volta nel film, della morte di Meredith Hunter. E’ solo dopo i commenti di Watts, il quale rimarca la vergogna di una tragedia simile, che vediamo comparire, sullo schermo della Steenbeck, il titolo di testa “Gimme Shelter”. La cinepresa, con un rapido zoom, lo porta in primo piano e poi dissolve sulla seconda esibizione live al Madison Square Garden, “Satisfaction”.

Possiamo chiamare “preludio” questa prima parte che ci porta al titolo del film, poiché contiene molti elementi chiave che ci aiutano a comprendere la vicenda successivamente narrata. Il fatto che il film si apra con il concerto di New York è un indizio che Altamont sarà l’ultima tappa di un tour americano e che i Maysles non sono interessati a registrare una performance live, bensì a trovare una storia pregnante (14). Il cantante parla alla folla di New York, proclamandosi leader del più grande gruppo rock del mondo. Poco dopo lo vedremo sul palco, indossando lo stesso cappello da zio Sam che Watts ha indossato nella scena per lo shooting fotografico. E’ una seconda “British Invasion”, questa volta più arrogante e meno scanzonata: gli Stones si proclamano Re del Rock e si permettono di prendere di mira un’icona americana (nel servizio fotografico Watts è infatti accostato ad un asino). Se lo possono permettere, tuttavia, perché il pubblico a cui si stanno rivolgendo è quello dell’anti-estabilishment, della generazione di giovani adulti dell’era della contestazione. Subito dopo la canzone, l’immagine dello schermo si rimpicciolisce fino a mostrarci lo schermo della Steenbeck, primo indizio della natura autoreferenziale del film. La voce di Jagger, montata sulle immagini dei componenti del gruppo che guardano se stessi in video, chiede, riferendosi alla folla newyorchese nel buio: “Can we see how they look?”, “Possiamo vederli?”. Questa prima sequenza ci spinge a considerare due questioni. La prima riguarda il fatto che possiamo già evincere che il contesto in cui si svolgerà la vicenda sarà connotato culturalmente da un’“americanità” aliena, che sfida i sistemi convenzionali. Inoltre, ci anticipa che il pubblico dovrà esercitare una certa inferenza nel costruire gli avvenimenti di questa vicenda, poiché essa sarà talmente complessa che la linearità cronologica e la nozione di causaeffetto non forniranno sufficiente aiuto. I membri del gruppo sono presentati in primo piano, i nomi in sovra impressione. Il nome del gruppo viene fornito quasi fosse un occhiello, cinque minuti prima del titolo del film, che, come abbiamo già ricordato, arriva ai dieci minuti dopo l’inizio. La camera si ferma su Charlie Watts. Egli afferma subito: “E’ molto difficile vederlo tutto in una volta, vero?” David risponde che ci vorranno otto settimane per finalizzare il montaggio. “Questo ci dà libertà. Possiamo stare su di voi per un minuto, poi andare su qualsiasi altro soggetto”. La frase, senz’altro ambigua, sintetizza bene il ruolo del montaggio nell’intera produzione filmica. Non a caso le figure presenti - e che scelgono di essere presenti, in studio – sono David e Charlotte Zwerin, supervisori della postproduzione. È un chiaro segnale di come, da Salesman, emblema del Direct Cinema americano e film preferito di Albert, nell’approccio al soggetto e nella metodologia, il cinema dei Maysles si sia aperto a nuovi idee e metodi ad hoc. A supporto di questo, Vogels definisce lo stile dei Maysles: «Il processo del montaggio significa, per loro e per i loro collaboratori, trovare il contenuto per quella forma. Anche se, come in questo caso, il principio che rende il senso più artistico [di ciò che vediamo], viola alcune convenzioni generali del Direct Cinema, viene prediletto il miglior interesse per il prodotto finale.» (15) In Gimme Shelter, infatti, non viene rispettato l’ordine cronologico, traccia audio e video sono giustapposti e gli Stones sono onnipresenti venendo collegati in qualche modo all’omicidio, senza in realtà addossarne esplicitamente la colpa. Come afferma ancora Vogels, tutte queste - citando David - libertà, sono presenti nel film (16). Le prerogative editoriali sono però nelle mani dei registi e la presenza dei membri del gruppo ad assistere alla versione incompleta del film permette loro di avere un confronto tra i soggetti e la loro stessa rappresentazione filmica, sostituendo la “liberatoria” sull’immagine a un dialogo costruttivo. E’ questa la libertà di cui parla David. Tutto ciò diventò necessario quando Mick Jagger vide il film e inizialmente si oppose al suo rilascio: come pensava Charlotte Zwerin, è possibile che il cantante sia stato indispettito da quanto il documentario mostrasse la sua vulnerabilità (17). Effettivamente, Jagger percorre una parabola discendente lungo tutto il film: all’inizio vediamo la sua immagine costruita, il messianico cantante androgino che attira folle attraverso la sua sessualità e le sue canzoni maledette. Notiamo poi che questa stage-persona è recitata anche in privato e che gli Stones non abbassano mai le loro difese quando sono ripresi (forse ad eccezione di Watts, notevolmente in imbarazzo quando Albert punta a lungo la telecamera su di lui). Il concerto ad Altamont, invece, svela la vera personalità di Mick: lo vediamo da subito spaventato, in imbarazzo, e in forte difficoltà a esibirsi in

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mezzo al caos. Il palco troppo basso, la folla che lo invade e i possenti motociclisti attorno a lui lo privano di quella posizione privilegiata che la star ha avuto fino a poco prima (l’arrivo in elicottero, la roulotte privata da cui firma autografi e rilascia interviste). Mick Jagger, attorniato da trecento mila fan è solo, incapace di gestire la situazione, anche quando cerca di richiamare all’ordine i suoi seguaci. I numerosi appelli “Per cosa stiamo combattendo? E per quale ragione?”, “Che tutti si calmino, ora!”, suonano deboli, inefficaci. Colui che fino a poco fa è stato una divinità della controcultura, che minacciava l’estabilishment, con canzoni che parlavano di violenza e anarchia (18), non è capace di confrontarsi con l’espressione fisica dei suoi stessi “anti-valori”. L’espediente che rivela questo insight umano e psicologico è l’omicidio del giovane di colore Meredith Hunter. Possiamo inoltre intendere questo avvenimento, che accorre a meno di dieci minuti dalla fine, come una sorta di crisi, poiché ha effettivamente la funzione di dare struttura al documentario. La grande differenza che intercorre con quella portata in auge da Drew Associates, è che l’evento non sarebbe stato assolutamente prevedibile. Benché la disorganizzazione del concerto fosse da subito evidente, i Maysles avevano già deciso di seguire la band da diverse settimane e non furono co-responsabili della tragica situazione, come parecchie recensioni arguirono in seguito. Pauline Kael, del New Yorker, scrisse che il concerto era stato in qualche modo organizzato e illuminato in modo che assieme al palco potesse essere ripresa anche la folla e che la violenza e l’omicidio di Hunter erano il “jack-pot del Cinema Vérité” (19). Vincent Canby, del New York Times, rifiutò questa ipotesi, puntando il dito contro la scarsa pianificazione e l’opportunismo dei Maysles che avrebbero prodotto un film mediocre, non ci fosse stata la “fortuna” (così si esprime il giornalista (20)) di avere l’omicidio in diretta. Il fatto che, come hanno riportato Canby e Sragow (21), il concerto fu spostato dal Sears Point Raceway ad Altamont solo perché la compagnia di distribuzione del film, Filmways, Inc, aveva appena comprato la pista automobilistica e pretendeva dei diritti monetari sulla produzione del lungometraggio, è notizia vera e documentata e, secondo Sragow, potrebbe essere il solo indizio che indica i Maysles come inconsapevoli co-responsabili delle cause del delitto. Altamont, infatti, era stata suggerita come location dallo stesso proprietario, Dick Carter, che aveva concesso agli studenti della Stanford University di studiarne il caso per una lezione di economia. Uno degli studenti venne a sapere che la Sears Point Raceway non era più disponibile e ne parlò con il proprietario. Poco dopo, a sole venti ore dall’inizio della manifestazione, il concerto era stato finalmente pianificato. Il prologo della tragedia, nella narrazione del film, corrisponde alle trattative che portano alla scelta definitiva della location. Vediamo infatti Melvin Belli che parla al telefono con Carter, che assicura la proprietà in cambio di pubblicità. Bill Graham, impresario e noto promotore di concerti rock, anch’egli presente alla conversazione telefonica in viva-voce (strumento essenziale per quelle che sono, per Belli, vere e proprie performance (22)), esprime i suoi dubbi e il suo dissenso in questo cambio dell’ultimo minuto. Al telefono con Mike Lang, organizzatore di Woodstock, coinvolto anche in questo progetto, egli paragona l’afflusso dei giovani della controcultura ad Altamont al mitico suicidio di massa dei lemming, piccoli roditori che trovano una morte collettiva durante le massicce migrazioni nei mari del nord. Il giovane Lang invece ripone molta fiducia nell’organizzazione e a un giornalista che gli chiede, nella scena successiva, se l’evento sarà una specie di Woodstock della costa ovest, lui risponde: “Sarà San Francisco”. La scena che precede il colloquio telefonico tra Belli e Carter è a livello formale un esempio di quanto i Maysles stiano innovando il loro stile, distaccandosi dalla ricerca del realismo a tutti i costi e puntando ad una inusuale sperimentazione in postproduzione. Ascoltiamo la canzone dei Rolling Stones “Love in Vain”, mentre assistiamo, della loro performance a New York, a un montaggio di immagini in slow motion, filtrate da un intenso colore rosso. Il montaggio alterna la figura “luciferina” (23) di Jagger e i volti in estasi dei fan, come se si trattasse di un “battesimo di sangue” (24). La canzone suona ancora mentre il film taglia all’interno dello studio di registrazione dove la band sta ascoltando il pezzo. Il filtro rosso rimane per alcuni secondi, mentre osserviamo un primo piano di Jagger. Poi, appena la cinepresa si muove, riprendendo il resto del gruppo, i colori ritornano alla normalità. La scelta, sicuramente supervisionata da David e dalla Zwerin, è insolita e inedita perché connota i personaggi sulla scena e dà una chiave interpretativa alla luce di quello che succederà poi.

• LA DISCESA AGLI INFERI – DA CONCERTO A CRONACA NERA Il documentario, a mio parere, può essere suddiviso nel seguente modo. A livello macro, si direbbe che il

film costruisca un crescendo di tensione e violenza, che infine culmina con la morte di Meredith Hunter. Più nello specifico, il film è diviso in due parti, che si danno il turno alla metà esatta. La prima introduce i protagonisti principali, gli Stones e, mettendone a fuoco in special modo il leader, li dipinge in maniera carismatica, trasgressiva e vitale. Jagger porta all’esasperazione la ribellione generazionale degli anni Sessanta, esplodendo “la femminilità repressa di Epstein, esibendo questo tipo di androginia e usandola teatralmente e senza paura (25)” e proponendosi come iconoclasta senza regole. Egli si comporta già da divo, conscio del suo sex appeal e del grande seguito di fan. Scrive di anarchia, di assassini e stupri (“Gimme Shelter”) e di vita di strada (“Jumping Jack Flash”), presentandosi, però, attraverso l’opulenza dei suoi vestiti estroversi, dell’elicottero privato e delle suite d’albergo. Jagger cavalca l’onda della controcultura americana, non facendone veramente parte. Usa il fenomeno hippie per consolidare e allargare la sua base di fan. Altamont, ultima tappa del tour americano, è la sua ciliegina sulla torta, la sua Woodstock personale. Nella conferenza stampa che annuncia ufficialmente l’evento gratuito a San Francisco, spiega come egli voglia proporre un evento di così grandi dimensioni perché “sta creando una sorta di società microcosmica, che dia l’esempio al resto d’America su come ci si possa comportare in un grande ritrovo di persone.” E ancora, in una strana scelta di montaggio che vede Jagger rispondere, già presumibilmente drogato, dalla roulotte di Altamont, prima che nella linea narrativa del film gli Stones vi siano già arrivati: “Credo che... il concerto sia solo una scusa per ognuno per...ritrovarsi e parlare insieme, dormire insieme e...finire per essere molto fumati.” Come asserisce Vogels, ciò che Jagger non dice è che il concerto è anche “una scusa per le band di riunirsi e attirare un sacco di pubblicità” (26). La sicurezza e la spavalderia di Jagger si notano soprattutto durante le performance sul palco del Madison Square Garden, che accompagnano ad intervalli regolari tutta la prima parte del film. Jagger è inarrestabile, quasi su un altro pianeta. La dimensione surreale non si interrompe nemmeno quando un fan viene intercettato sul palco da due guardie del corpo durante “Honky Tonk Woman” e Jagger si deve goffamente chinare per schivare l’impatto. Sembra che il palco sia il suo regno impenetrabile e che niente possa sfondare la “quarta parete”. Questa sua prerogativa sarà messa seriamente in dubbio nella seconda parte del film, quando si troverà con un palco straordinariamente troppo basso e incredibilmente affollato di persone. A far da contrappeso al ritratto di questa trasgressiva vitalità, sempre nella prima parte, troviamo i componenti della band dall’altra parte del “palco”, ossia a guardare e a guardarsi. Concentrandosi su Jagger, notiamo che la condizione di passività lo vede protagonista, in tutto il film, di tre esperienze, connotate in maniere diverse. Nella prima egli guarda lo stesso film a cui stiamo assistendo noi nello schermo della Steenbeck. Le sue reazioni, contenute in una inusuale compostezza, sono spesso di critica o sorpresa. Non si spreca in parole, ma commenta per esempio, alcune sue affermazioni boriose della prima conferenza stampa come “Stronzate”. Quando invece si tratta di essere spettatore della straordinaria performance Ike e Tina Turner, che reggono il confronto come musicisti trasgressivi, al pari degli Stones (la Turner mima infatti un rapporto orale con il microfono), Jagger si esprime con un complimento che suona al tempo stesso sminuente e ironico (“E’ carino avere una pollastrella ogni tanto”), che denota la sua profonda ambizione di essere primadonna. Quando, al termine del lungometraggio, il delitto viene mostrato, su sua indicazione, al rallentatore, una pallida e soltanto impercettibile emozione gli si palesa sul viso. Il laconico commento “E’ stato terribile”, viene da Vogels interpretato come poca affezione nei confronti dell’accaduto (27). Esprime invece, a mio parere, lo shock ancora vivo per l’esperienza vissuta da così vicino. La seconda occasione in cui lo vediamo in una posizione di passività è all’interno degli studi di registrazione in Alabama, dove lo troviamo assieme alla sua band ad ascoltare il nastro di “Wild Horses”. Il suo viso è assorto nell’ascoltare se stesso e una reazione traspare soltanto alla fine del brano, quando, unico del gruppo, applaude e sorride in modo infantile, facendoci percepire la sua narcisistica soddisfazione per la buona riuscita del pezzo. Se in queste due occasioni vediamo la passività di Jagger al di qua dello schermo o del tavolo di registrazione, la terza occasione capita quando invece si sta esibendo, precisamente ad Altamont. Parlo qui degli ultimi venti minuti del film, quando gli Stones salgono sul palco e iniziano quasi da subito risse e colluttazioni. Proprio durante la prima canzone “Sympathy for the Devil”, inizia, ironia del caso, a scatenarsi l’inferno tra il pubblico. Il numero viene interrotto e Jagger si pone come paciere di una rissa che viene sedata dagli Angels a colpi di bastone. Il cantante chiama a gran voce “Fratelli e Sorelle” più volte, mentre una decina

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di componenti della banda motociclistica attorniano il palco appena lo show può ricominciare. Immediatamente dopo, il caos prende la forma di altoparlanti che cadono addosso agli spettatori e di un cane alsaziano che si aggira indisturbato avanti e indietro sul palco. La tensione viene sintetizzata dalla cinepresa di un operatore nella magnifica inquadratura di un Angel, che, con lo sguardo minaccioso e un po’ disgustato, guarda Jagger proporsi agli hippie e agli hipster come la trasfigurazione teatrale di Lucifero. In quell’inquadratura, con il cantante fuori focus che occupa la parte sinistra dello schermo, vediamo la contrapposizione tra chi intende la controcultura come un fenomeno culturale, soggetto al ciclo ideologico e commerciale, e chi invece la vive per estrazione sociale o scelta di vita. L’inquadratura, mettendo a confronto i due, svela la minutezza e la femminilità di Jagger, che da simbolo di fascinazione per ragazze e ragazzi, passa ad essere sintomo di debolezza e anti-mascolinità per i motociclisti. Al settantacinquesimo minuto (a quindici dalla fine) vediamo Mick perso nel dubbio se continuare o no con lo spettacolo, la quarta parete del suo mondo teatrale completamente sfondata: il cantante sta ballando freneticamente in un assolo di chitarra di Keith Richards, si ferma improvvisamente a un lato del palco, vicino a un membro della crew, e guarda lontano tra la folla. Noi non possiamo vedere, poiché le luci non arrivano a coprire quella parte di pubblico, ma possiamo immaginare che sia in atto l’ennesima rissa di quella nottata. Immobile nella sua passività, lo vediamo, assieme a persone dell’organizzazione, mentre indica nel buio. I ragazzi tra la folla subito antistante il palco si voltano verso Jagger e un sussulto scurisce il loro volto, capendo che qualcosa non sta funzionando. Un ragazzo col pizzetto e il basco scuote la testa in segno di disapprovazione per ciò che si sta consumando, e suggerisce a Jagger di non fermarsi e di continuare ad ogni modo a ballare. Nella difficoltà del momento, la sua danza frenetica riprende vita, scrollandosi di dosso quella passività: evita di guardare, ignorando un problema che fino a un momento prima sembrava toccarlo da vicino. Per lo spettatore e in particolar modo per il fan degli Stones che guardi questa scena, l’imbarazzo è sconcertante. Jagger, che canta di violenza, anarchia e trasgressione, non riesce a muoversi di fronte ad essa. Virtualmente senza paura di impersonare Lucifero, è spaventato nel profondo. Suppongo che sia questo sentimento di profonda delusione dall’immagine che si era dato artisticamente e commercialmente, che lo spinse in un primo momento a rifiutare la distribuzione teatrale del film. Quest’ultimo punto mi porta a riprendere il discorso sulla struttura. La prima parte del film infatti si chiude alla metà esatta del minutaggio, con l’accordo tra Belli e Carter, che ha finalmente trovato una location per il concerto. La cesura netta al quarantaseiesimo minuto è rappresentata dalla conclusione dell’ultimo concerto degli Stones al Madison Square Garden di New York. Come ho già ricordato, la performance è disturbata da un fan che scavalca le transenne e viene intercettato sul palco da parte di due bodyguard; Mick, impassibile continua la sua esibizione. Il momento costituisce un forte parallelo con il concerto di Altamont e il finale del film. Se a New York l’organizzazione ha funzionato e la balordaggine di uno spettatore è stata in tempo frenata, ad Altamont assistiamo al rovesciamento completo della situazione. Il ribaltamento delle regole del vivere civile è allo stesso tempo cantato a New York e vissuto a San Francisco. La prima parte è un climax ascendente, quasi materiale promozionale per l’immagine degli Stones. La seconda parte, invece, è costruita come una discesa lenta e inesorabile che distrugge visivamente tutto ciò che si è visto nei primi quarantacinque minuti. La strada che porta “all’inferno” riguarda tutti,

controcultura compresa. Il primo segnale di malaugurio, a pochi secondi dall’inizio del secondo macrosegmento, avviene sotto forma del pugno che un fan tra il pubblico “consegna” sulla faccia del front-leader britannico, appena sceso dall’elicottero. La stanza d’hotel in cui egli è solito rifugiarsi assieme alla crew è ora diventata un’angusta roulotte circondata da una folla di persone che chiede apparizioni e un autografi. Soltanto dopo quindici minuti, nel minutaggio del film, vedremo la ricomparsa Jagger nel film. In questo lasso di tempo il montggio si è concentrato sul grave ritardo dei lavori e sulla folla assiepata sulle colline. Il ritratto che si da di quest’ultima è in puro stile Maysles. Non si cerca di connotarla in maniera positiva o negativa (benché un cameraman abbia riportato che David gli abbia suggerito di non filmare “cose brutte” (28)), ma viene ripresa dalle cineprese come una realtà connotata da eccessi in entrambe le direzioni. Il lato più solare della controcultura è rappresentato da ragazze in maschera, pic-nic sul prato e giovani innamorati che si rotolano nell’erba mentre un dobermann vi si aggira docilmente attorno. Bolle di sapone e musica di flauti aleggiano nell’aria e la macchina organizzativa guidata dall’ottimista Mike Lang e dal manager degli Stones, Sam Cutler, procede a rilento, tra gli impedimenti di una folla che si fa sempre più folta e sempre più impedente e la sicurezza che in un qualche modo il palco verrà completato, se non altro per la performance del gruppo di Jagger. Nel frattempo, attorno, assistiamo all’annuncio del primo dei due parti della nottata di Altamont e ad attività di volantinaggio. In particolare, ironica è la scena che vede protagonista una donna bionda che cerca contributi per il Panther Defence Fund, fondo a sostegno dei membri dell’associazione delle Pantere Nere (29) messi in carcere e perseguitati dalla polizia e dal governo. Fermandosi a parlare con un giovane di colore, che sta “scucendo” qualche spicciolo, essa stessa aggiunge, cercando di suscitare compassione tra i contribuenti alla beneficenza: “Dopo tutto, sono solo dei negri, sapete!”. Il volantinaggio non è la sola attività di “promozione” all’interno della “comunità” di Altamont. Lo spaccio di droga è una delle attività più negative che vediamo filmate. Un giovane con il viso sapientemente coperto da un cappello a larghe tese chiama a gran voce consumatori di “hashish, LSD, psicotropici”, mentre numerosi sono i partecipanti all’evento che appaiono sotto lo stato di stupefacenti. Un giovane, in particolare, sotto l’effetto di allucinogeni, è protagonista di una scena particolarmente toccante. Egli si sta dimenando a terra, preso dall’euforia della droga, mentre una cinepresa lo sta filmando, quando d’un tratto lo vediamo afferrare gli occhiali del tecnico del suono, che, ancora in mano l’attrezzatura e il microfono, cerca di riprenderseli. Il tutto è contraddistinto dal sorriso sulle labbra dei tuoi protagonisti e dal complice divertimento dei ragazzi attorno a loro. Con un gesto quasi minaccioso il giovane quindi prende tra le mani il viso del tecnico e lo avvicina al suo: l’altro gli mette una mano sulla spalla e i due si scambiano un lungo sguardo. La disorganizzazione dell’evento viene poi aggravata dalla coincidenza di due grandi problemi: l’abbandono delle inibizioni provocato dalle droghe e l’arrivo degli Hell’s Angels. I primi si arrampicano sulle torri luci e sulle attrezzature pericolanti, richiamando l’attenzione degli organizzatori che devono spesso interrompere il concerto per sprecarsi in vani divieti. I secondi invece si fanno strada tra la gente con un lungo serpentone di moto: la scena è ripresa in maniera superba dall’alto e citata all’inizio del film da un impressionato Charlie Watts. Gli Angels non danno particolari preoccupazioni, anzi, sembrano divertirsi come tutti gli altri, in mezzo

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alla folla. Il primo scontro, tuttavia, avviene durante il concerto del gruppo folk Flying Burritos. Qualcuno tra il pubblico è già sotto stupefacenti: un ragazzo seminudo si serve della folla per farsi trasportare sulla schiena. Gli Angels attorniano già il palco e dalla confusione tra il pubblico possiamo intendere che sta succedendo qualcosa. La prima rissa vede già le due parti in gioco: i motociclisti e gli hippie. Si usano bastoni e mazze; i musicisti cercano invano di sedare il conflitto, che termina soltanto quando qualcuno cade a terra. Quello che succede di lì a poco con i Jefferson Airplane (gruppo simbolo della contestazione politica anni Sessanta, le cui canzoni sono state usate come colonna sonora in grandi film sul Vietnam, come Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola), è il primo grado dell’escalation violenta a cui assisteremo. Siamo entrati nell’ultima mezz’ora di film e a breve scenderà la notte e arriveranno i Rolling Stones (ultimo atto di una serie di performer e gruppi che l’economia del montaggio non ci ha reso possibile vedere). Quando un’altra colluttazione parte dal pubblico, gli Angels sempre coinvolti, il leader maschile degli Airplane scende dal palco per sedare gli animi, ma viene colpito da uno dei motociclisti e perde conoscenza. Il chitarrista rende pubblica, al microfono, la malefatta e sul palco prende vita il contraddittorio di Sonny Barger: “Sai cosa succede? Stiamo facendo festa, come voi!”, dice visibilmente ubriaco al microfono, mentre le cineprese riprendono gli ultimi momenti di una rissa in cui gli Angels, impugnando bastoni, hanno avuto la meglio. Il seguito è la ripetizione dello stesso copione, che vede gli stessi protagonisti e gli stessi compartecipanti. Il popolo della controcultura e gli Angels rubano letteralmente la scena agli Stones, occupando il palco, interrompendo il concerto, trasformando dei buoni propositi di aggregazione e promozione in un conflitto sociale in piccola scala e in pubblicità negativa. Il “microcosmo” che Jagger aveva annunciato si è qui rivelato identico al macrocosmo americano, fonte di ingiustizie sociali dove i più forti picchiano i più deboli e i più deboli rimangono tali a causa di un’eccessiva fiducia in utopiche ideologie. Greil Marcus, giornalista di Rolling Stone, riporta a Sragow (30) che gli Angels erano già stati protagonisti di un attacco alla marcia contro la guerra svoltasi ad Oakland ed si erano registrati episodi di violenza contro il movimento hippie. Numerose testimonianze raccolte dal giornalista di Salon.com testimoniano i metodi con cui questi creassero tensione nel pubblico lanciando lattine di birra in aria. I cameraman assunti, inoltre, dai Maysles smentiscono il fatto che la gang di motociclisti li tenesse a riparo in qualche modo dalle risse (31).

• LA MANO D’AUTORE DEI FRATELLI MAYSLES E DI CHARLOTTE ZWERIN A parte tutto, il film non cerca capri espiatori, né tra i partecipanti della controcultura, né tra i suoi iconici protagonisti. Il film è ancora un prodotto di stile Maysles, benché vi abbiano collaborato decine di persone (tra le quali George Lucas e il suo braccio destro di sempre, Walter Murch). La Zwerin, annoverata come co-regista, venne coinvolta nel montaggio soltanto dopo le riprese. La donna ricorda che, rispondendo all’offerta di collaborazione dei Maysles, i quali le avevano detto dell’intenzione di far vedere il film agli Stones, lei suggerì: «[...] che avrebbero dovuto filmarlo. Avevano bisogno di un espediente: un modo che strutturalmente dicesse al pubblico di cosa parlasse questo film.[...] Ma non era nostra intenzione puntare il dito contro [i Rolling Stones]. Il film non li assolve e non dice nemmeno ‘siete colpevoli’.» (32) Concludo questo articolo citando i fratelli Maysles, che, nelle note di produzione, sintetizzano il loro metodo e il loro stile: «[...] perché facciamo film, allora? perché abbiamo ci soddisfa molto raccontare una storia così come la vediamo, non attraverso un punto di vista. Riprendere l’accoltellamento fu “sfruttare un omicidio”, come qualcuno ha suggerito? Noi non l’abbiamo mai giudicato come “omicidio”. Chi l’ha fatto sono coloro che non hanno potuto aspettare un regolare processo con giuria, che si è concluso con il verdetto di “legittima difesa” e non di omicidio premeditato. Questo va al cuore di quello che cerchiamo di fare nei nostri film: lasciare che accada quel che accade, senza interferire in alcun modo. Una fede (alcuni la chiamano una disciplina per fanatici. Forse lo è) nella vita così com’è fornisce materiale molto più interessante e molto più valido di ciò che si potrebbe immaginare.» (33) Matteo Giuseppe Luoni

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NOTE

WHAT'S HAPPENING! THE BEATLES IN THE U.S.A.

(1) D. Saunders, Direct Cinema: Observational Documentary and the Politics of the Sixties, Wallflower Press, London, 2007, pag. 39 (2) D. Saunders, ivi, pag. 41 (3) D. Saunders, ibidem (4) D. Saunders, ivi, pagg. 45-46 (5) S. Mamber, Cinema Verite in America, The MIT Press, Cambridge, 1974, pag. 146 (6) Accento delle zone montuose della parte orientale degli Stati Uniti. (7) D. Saunders, ivi, pag. 44 (8) J. McElhaney, Albert Maysles, University Of Illinois Press, Champaign, 2009, pag. 70 (9) Alcuni dei riferimenti storici e culturali sono tratti dal già citato libro di D. Saunders. Per approfondimenti vedi D. Saunders, ivi, “Part 2, Counter-Cultural Commentaries”. (10) Già vincitore di un premio Oscar per la migliore cinematografia in bianco e nero per “Chi ha paura di Virginia Woolf”, di Mike Nichols, 1966. (11) C. Pryluck, “Seeking to Take the Longest Journey: A Conversation with Albert Maysles”, Journal of the University Film Association, XXVIII, 2, Spring 1976, pag. 15 (12) Come afferma ipoteticamente da un giornalista, rivolto a uno degli organizzatori del concerto in una scena di Gimme Shelter, 1970. (13) Per approfondimenti si veda il capitolo “Dancing on the Brink of the World”, in D. Saunders, ivi, pagg. 84-98 (14) C. Pryluck, ivi, pag. 16 (15) J.B. Vogels, The direct cinema of David and Albert Maysles, Southern Illinois University Press, Carbondale, 2005, pag. 84 (16) J.B. Vogels, ibidem (17) Commento audio di Charlotte Zwerin nei contenuti speciali di Gimme Shelter (1970) di David, Albert Maysles e Charlotte Zwerin, The Criterion Collection, DVD, 2001 (18) La stessa Gimme Shelter, in cui canta “Lo stupro, l’omicidio sono soltanto un sorso più avanti” è, non per niente, il titolo del film. La canzone è contenuta nell’album Let It Bleed, 1969, Deccal/ABKCO. (19) Articolo originale di P. Kael, “Beyond Pirandello”, New Yorker, 19 Dicembre 1970, qui citato da C. Pryluck, ivi, pag. 14 (20) V. Canby, “Making Murder Pay?”, The New York Times, 13 Dicembre 1970, pag. 3 e 45; per approfondimenti si veda anche V. Canby, “Gimme Shelter”, The New York Times, 7 Dicembre 1970 e M. Gottfried “Deliberately Depressing?”, The New York Times, 21 Febbraio 1971 (21) M. Sragow, “‘Gimme Shelter’: The true story”, Salon.com, 10 Agosto 2000 (22) J.B. Vogels, ivi, pag. 86-87 (23) D. Saunders, ivi, pag. 130 (24) D. Saunders, ibidem (25) J. McElhaney, ivi, pag. 78 (26) J.B. Vogels, ivi, pag. 86 (27) J.B. Vogels, ivi, pag. 93 (28) M. Sragow, ibidem (29) Organizzazione anti-segregazionista afro-americana. (30) M. Sragow, ibidem (31) M. Sragow, ibidem (32) Charlotte Zwerin in M. Sragow, ibidem (33) (A cura di) Albert Maysles, A Maysles Scrapbook, Steven Gashen Gallery/Steidl Publishers, Göttingen, 2007, pag. 241

regia di Albert e David Maysles, 16mm, b/n, 81', 1964 Riprese: Albert Maysles e David Maysles Montaggio: Kathy Dougherty Produttori: Susan Fromke e Neil Aspinall Distribuzione e diritti: Apple Corps, Ltd.

GIMME SHELTER

regia di David Maysles, Albert Maysles e Charlotte Zwerin, 16mm, color, 90', 1970 Riprese: Albert Maysles e David Maysles Montaggio: Charlotte Zwerin Aiuto montaggio: Ellen Giffard, Robert Farren, Joanne Burke, Kent McKinney Produzione: Maysles Films Inc. Production Produttore associato: Porter Bibb Distribuzione: Janus Films

Sempre a proposito del cinema di Albert e David Maysles, RC ha pubblicato: "MOTHER, IT’S THE MAYSLES!" IL MONDO DI GREY GARDENS articolo di Matteo Giuseppe Luoni pubblicato su Rapporto Confidenziale numero23 (marzo 2010), pagg. 28-36 ALBERT E DAVID MAYSLES – 50 ANNI DI CINEMA VERITÀ intervista ad Albert Maysles di Roberto Rippa pubblicata su Rapporto Confidenziale numero3 (marzo 2008), pagg. 6-13

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SEIZE THE TIME (Afferra il tempo) Cofanetto dvd+libro con il lavoro di Antonello Branca. Prodotto da Kiwido – Federico Carra Editore, nella collana SERIE K. Libro Fotografico: 64 pag (180×120mm) • Dvd: Dual Layer, 140 minuti • Audio: english • Sottotitoli: italiano, français • Regione: 0 Extra: WHAT’S HAPPENING? di Antonello Branca • Italia/1967 • 50′ La Beat Generation, la Pop Art, il Vietnam, il clima che ha originato i movimenti anni ‘70. Libro+Dvd Prezzo: 19 euro | Isbn: 978-88-903747-7-7 www.kiwido.it/dvd/scheda.asp?id=34 Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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Dopo 'Nero bifamiliare', il nuovo film di Federico Zampaglione. di Matteo Contin Un ex-soldato americano di stanza in Iraq, finita la guerra, si trasferisce in Europa per praticare il biking sulle montagne del Tarvisio. Durante una pausa presso una locanda del luogo, il ragazzo ha un alterco con due cacciatori dopo aver difeso una ragazza che questi stavano maltrattando. Inizia così un inseguimento senza tregua che porterà a conseguenze inaspettate. Perché il bosco nasconde un segreto. Dopo il suo esordio dietro la macchina da presa nel 2007 con Nero bifamiliare, interessante esperimento di commedia all’italiana grottesca e allucinata, il leader dei Tiromancino Federico Zampaglione ritorna alla regia con un horror nudo e crudo, citazionista e ben girato: Shadow. Presentato in alcuni tra i più importanti festival horror del pianeta, la pellicola ha lasciato dietro di sè uno stuolo di ottime critiche sia da parte dei quotidiani e delle riviste specializzate, sia da parte di blog e siti di genere. Entusiasmo in parte condivisibile e in parte no. per quanto riguarda l’apparato visivo, Shadow infatti ci fa ben sperare nel futuro da regista di Zampaglione, che non ha lo scopo di rivoluzionare un genere, ma semplicemente di utilizzare schemi e situazioni già viste all’interno di una storia, per renderla il più angosciante, claustrofobica e paurosa possibile. Citando il primo Argento, Lucio Fulci e Mario Bava, Zampaglione imbastisce un film semplice nel racconto ma capace di catturare con facilità l’attenzione del pubblico. Più che alla storia, il merito va proprio alla regia, strutturata in maniera interessante (la prima parte nel bosco girata con camera a mano, la seconda parte nella villa con Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

carrelli e movimenti più precisi) e originale per la scelta di inquadrature. Ma è nella storia che Shadow risulta essere perdente. Non è tanto nella semplicità del plot (anzi) o nella scarsa profondità psicologica dei personaggi (comunque ben supportati dalle interpretazioni degli attori), ma in un finale che piglia per il culo lo spettatore in maniera indecente e che distrugge quanto di buono era stato fatto di buono sino ad ora. Le improprie citazioni del Nosferatu il vampiro di Murnau e soprattutto de Il settimo sigillo, scadono nel ridicolo e il twist finale suona più o meno come un calcio nel sedere dato allo spettatore. Per la serie: al momento di tirare le fila del discorso ci siamo accorti che non sapevamo come fare e quindi abbiamo finito il film come se fosse un tema di un bambino di quinta elementare. Eh, vaffanculo Zampaglione. Ho capito che a livello tematico quel finale può anche essere accettabile (per quanto renda ridicola l’intera vicenda), ma vanifica tutto il lavoro metaforico fatto precedentemente. E perché svelare l’allegoria quando l’allegoria stessa dice già ciò che vuoi esprimere? Sorretto sulle spalle del mefistofelico attore svizzero Nuot Arquint, Shadow ci fa sperare in due cose: che Zampaglione torni alla regia ma che smetta di scriversi le sceneggiature dei suoi film.

Shadow (Italia, 2009 - 75’) Regia: Federico Zampaglione • Sceneggiatura: Federico Zampaglione • Cast: Jake Muxworthy, Ottaviano Blitch, Nuot Arquint. 59


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In questo mondo anche la vita della farfalla è frenetica

- Kobayashi Issa

Da bambino volevo un cane. Ma i miei erano poveri. Così mi comprarono una formica. - Woody Allen

In Giappone, fra le molte stranezze, hanno pure una sconfinata passione per gli insetti che, in pratica, è una vera e propria ossessione maniacale. Una mania di possesso collezionistico di questi piccoli esseri viventi, catalogati e venduti in base alla rarità, alle forme ed allo stadio di sviluppo. La filmmaker americana Jessica Oreck nel 2009 ha realizzato un interessante, quanto affascinante, documentario su questa fissazione nazionale, ha scavato al di là delle apparenze seguendo le persone che gravitano attorno a questo business che, in un certo qual modo, è pure una specie di culto. In Giappone si vendono e si comprano, si collezionano e si scambiano, si allevano nella propria abitazione allo stesso identico modo degli animali domestici, non è dunque strano condividere il proprio appartamento con una qualche colonia di cimici o scarafaggi, né più né che possedere un pesce rosso, un gatto o un cane. Oreck si muove in costante equilibrio fra il documentario naturalistico – alla “Microcosmo” per intenderci (“Microcosmos: Le peuple de l’herbe “, doc pluripremiato del 1996 e distribuito alla grande in tutto il mondo diretto da Claude Nuridsany e Marie Pérennou), e documentario antropologico sugli usi e costumi di una nazione, il tutto accompagnato da una voce fuori campo che recita, in giapponese, leggende nipponiche legate al mondo degli insetti ed al suo rapporto con quello degli uomini. Ottima a tal proposito l’intuizione di Christopher Bourne (critico indipendente newyorkese) che titola la propria recensione del doc in questione: Macrocosmos. Business e tradizione, è questa la dialettica che permea il documentario. La medesima tensione che da forma alla società giapponese. Jessica Oreck, che con questo lavoro esordisce nel formato lungo, raccontandoci la passione di un popolo ci illustra aspetti di esso, isola un dettaglio (l’ossessione per gli insetti) per raccontarci una nazione. In ogni inquadratura c’è un accenno poetico, fatto di dettagli in contrasto fra loro e tutto appare “strano”. Si scopre un Giappone distante dalle rotte abituali, si svela un popolo attento ai piccoli dettagli del mondo animale, un popolo che si raduna la notte per vedere lo straordinario spettacolo di un campo abitato da lucciole, rischiarato dalle scie luminose degli esemplari maschi in cerca di accoppiamento.

di Alessio Galbiati

Spesso nel documentario si fa ricorso agli sguardi stupiti e sognanti dei bambini di fronte a questi piccoli esseri viventi, ed è soprattutto attraverso loro che percepiamo il fascino di specie odiate e schifate in occidente. I bambini adorano gli insetti, ne sono affascinati e ci giocano, pure con improbabili videogame. Gli insetti divengono metafora, simbolo-frammento, delle bellezze del creato e della necessità degli uomini di contemplarle, di perdersi in questa varietà di forme e comportamenti che rappresentano il mondo che abitiamo ed i misteri che ancora lo avvolgono. Vedere da vicino, attraverso gli occhi di un bambino, la mutazione di un bruco in farfalla ci ricorda che questo mondo, ipertecnologico e frenetico, in fondo è ancora tutto un mistero del quale non afferriamo la logica e che l’istinto delle specie che lo abitano è un arcano segno di un qualcosa che ci sfugge. In “Beetle Queen Conquers Tokyo” i grilli piangono, non cantano. Il suono da loro prodotto diviene un lamento meraviglioso entro il quale perdersi (per ri-trovarsi). La macchina da presa, condotta da Sean Williams – da qualche tempo second camera del cinema di Albert Maysles, si muove leggera e poco invadente, si sofferma a descrivere queste creature e gli uomini

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che le osservano e ci interagiscono: è un occhio attento al piccolo ed al piccolissimo, che coglie microscopici movimenti ed espressioni. Tanto vicina al punto di osservazione da restituirci l’emozione della scoperta. Oreck costruisce una immagine prossima, per gusto estetico e fotografico, alle sperimentazioni della video-arte (o comunque dell’avantgarde cinema), una messa in scena documentaria di aspetti straordinari di realtà, lo fa alternando diversi approcci all’immagine in movimento, differenti costruzioni ritmiche ed anche ricorrendo a molteplici (e distoniche) forme di montaggio. Il metodo scelto dalla filmmaker americana è non certo originale: sceglie un soggetto eccentrico (poco conosciuto) e da questo edifica una riflessione su altro. Novanta minuti potrebbero sembrare fin troppi su di un argomento del genere ma, attraverso un sapiente e compiaciuto gusto estetico, ed un amore sconsiderato per la materia trattata, si compongono in maniera assai convincente, appagante e coinvolgente. Jessica Oreck è infatti laureata in biologia molecolare, lavora presso il Museo di storia naturale di New York impegnata nella realizzazione di attività didattico-pedagogiche per i visitatori, da qui la sua attenzione ad un cinema che sia prima di tutto educativo, pedagogico appunto, capace di entrare in contatto con lo spettatore, in grado di aggirarne resistenze e tabù per condurlo ad una visione “liberata” del soggetto d’interesse. Volendo “Beetle Queen Conquers Tokyo” è quasi un esercizio di stile, una specie di lavoro di fine corso ottimamente eseguito. Il materiale è organizzato con parecchia originalità e proprio nei cambi di ritmo, dalla stasi contemplativa dell’osservazione alla frenesia dei ritmi delle megalopoli giapponesi, risulta decisamente convincente. Straordinarie le sequenze d’apertura e chiusura, trascinanti e fulminee, in grado di giocare fra micro e macro in una sinfonia audiovisiva davvero efficace (ottime le scelte delle colonna audio). Jessica Oreck, la scorsa estate, è stata inclusa fra i 25 talenti emergenti del cinema indipendente americano dal prestigioso Filmmaker Magazine, ciò testimonia con estrema sintesi, ed autorevolezza, la qualità della sua visione cinematografica e la validità artistica della sua opera prima. “Beetle Queen Conquers Tokyo” ha vinto nel 2009 il premio della giuria al CineVegas International Film Festival ed ottenuto una prestigiosa nomination nella sezione “True Than Fiction” agli Independent Spirit Award.

Beetle Queen Conquers Tokyo

Regia, sceneggiatura: Jessica Oreck • montaggio: Theo Angell, Jessica Oreck • camera: Sean Price Williams • musiche: JC Morrison • suono: Maiko Endo, Takashi Hattori • traduzioni: Maiko Endo, Akito Kawahara, Sahe Kawahara, Naoto Yoshioka • voce narrante: Haruku Shinozaki • con: Rin Katsuta, Rina Katsuta, Akito Kawahara, Naohiro Kazaoka, Kazuya Kumazaki, Tomone Kumazaki, Yu Miyasaka, Norikuni Nakamura, Takumi Nakamura, Gakuto Nakamura, Mitsuru Nozawa, Dragon Sensei, Takeshi Sugimoto, Tetsuo Suwa, Joichiro Watanabe, Yoshi-To Yoshioka • intervista a: Dott. Takeshi Yoro • produttore: Jessica Oreck • co-produttore: Maiko Endo, Akito Kawahara • casa di produzione: Myriapod Production (USA) • Paese: USA, Giappone • Anno: 2009 • Durata: 90’ www.beetlequeen.com

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BLOODBUSTER E LA STAGIONE DELLO SPIONISTICO ITALIANO RC_LIBRI

Joe Walker, Dick Smart, James Tont, agenti segreti 777, 070, 077, 707, X77, X-17, sono solo alcuni tra i numerosi emuli italiani (o parzialmente, via quota coproduttiva) del più famoso James Bond agente 007 che hanno attraversato il cinema italiano, tra spionistico puro e parodia, per una breve stagione tra la metà e la fine degli anni ’60 grazie a registi come, tra i tanti, Duccio Tessari, Mario Caiano, Mario Bava, Lucio Fulci, Sergio Sollima, Steno. È Bloodbuster - il famosissimo negozio milanese interamente dedicato al cinema di genere dove “gli assassini guantati di Dario Argento convivono felicemente con Lino Banfi e Alvaro Vitali, i poliziotti delle città violente anni ’70 imperversano, le grida di Godzilla e le revolverate di Sartana riecheggiano furiose tra città popolate da zombi assetati di sangue mentre Bruce Lee sfida le tettone di Russ Meyer tra libri, DVD, colonne sonore e gadget” - a dedicare alle spie italiane uno stupendo e imprenscindibile volume - Segretissimi - Guida agli spy-movie italiani anni ‘60 - scritto da Daniele Magni, con la collaborazione di Nicola Giglio e Manuel Cavenaghi, che raccoglie e analizza i titoli legati al genere, accompagnandoli con contributi critici. Il libro, stampato in 500 copie numerate, è disponibile, oltre che da Bloodbuster (acquistabile anche attraverso il sito), presso alcune librerie (per esempio Feltrinelli a Milano). Impedibili anche le precedenti pubblicazioni: Contaminations - Guida al fantacinema italiano anni ‘80, sempre di Daniele Magni (anche in questo caso con interventi di Manuel Cavenaghi e Nicola Giglio e l’aggiunta di Maurizio Maiotti e Rossella Tripodi), guida approfondita al cinema fantastico – tra zombi, creature di gelatina verde, mutanti, barbari, eroi da peplum e cavie trasformate in temibili pantegane - e Cinici infami e violenti - Guida ai film polizieschi italiani anni ‘70, di Daniele Magini e Silvio Giobbio, da tempo esaurito ma che – ottima notizia! – uscirà in una nuova edizione aggiornata e ampliata nel corso del prossimo autunno.

Daniele Magni,

Segretissimi - Guida agli spy-movie italiani anni ‘60 edizione limitata a 500 copie Bloodbuster edizioni, Milano 2010 pagine 225 Euro 20,00

INDICE DEI CONTENUTI: • Bond...Age - Il fenomeno Bond attraverso gli occhi di un testimone bimbo di Nicola Giglio • Prefazione di Stefano Di Marino • Le spie che vennero da Cinecittà • Le serie • Dizionario dei film 19601969 • Facce di spia - Galleria fotografica dei protagonisti con filmografie • Indice dei registi • Videografia - tutte le edizioni video in lingua italiana • Discografia - CD, LP, EP, 45 e compilation

Daniele Magni,

Contaminations - Guida al fantacinema italiano anni ‘80 edizione limitata a 1000 copie Bloodbuster edizioni, Milano 2007 pagine 210 euro 16,00

INDICE DEI CONTENUTI: • Guida ai film fantascientifici e fantastici italiani 1980-1989 con introduzione al pre-1980 di Nicola Giglio • Prefazione di Tommaso Zanello “Piotta” • Contaminazione! • E.T. Telefono Italia: Alieni tricolore • 1980: I guerrieri di Cinecittà • Barbari & Co. • Metà uomini , metà macchine... programmati per uccidere • Superuomini e superbotte!!! • Oggetti (filmici) non identificati • Fantascemenze • Facce contaminate (galleria fotografica) • Indice dei registi • Indice dei film • Bibliografia/ Discografia

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MOVIEMENT QUENTIN TARANTINO

JOHN FORD IL CLASSICO NON MUORE MAI

Moviement, la rivista indipendente nata nel 2008 per volere dei critici Costanzo Antermite e Gemma Lanzo, è da qualche settimana in circolazione con il nuovo numero, dopo le uscite monografiche passate su Terrence Malick, David Lynch, Kira Muratova e un ottimo numero sull’horror Made in Italy. Il numero corrente è interamente dedicato al prossimo presidente della giuria alla Mostra del cinema di Venezia Quentin Tarantino. Trovate il numero corrente e quelli pubblicati in precedenza sul sito www.moviementmagazine.com.

Il libro è una narrazione che profila un John Ford inedito attraverso il dialogo tra la forza delle sue immagini e la potenza inventiva di alcuni filosofi del Novecento: Benjamin, Lévinas, Blanchot, Adorno, Deleuze e Badiou. L’indagine, conducendo l’oggetto della sua ricerca fuori dei confini stabiliti della estetica e della critica cinematografica – contaminando discipline e metodologie differenti –, si annoda su alcuni motivi che formano la tessitura della sua opera: l’incontro con l’altro e la genesi della soggettività, la critica della rappresentazione che svuota di immediatezza la realtà, la comunità, la questione della storia e la guerra. Uno studio sintomatologico che pur non misurando il cinema di Ford con parametri esterni al discorso cinematografico, lo inquisisce nel suo "habitat" sempre condizionante e che, al tempo stesso, lo coglie in quanto risposta ad una determinata situazione culturale e storica.

Questo il sommario del numero dedicato a Tarantino: • Pulp, pop, post. Quentin Tarantino e il Cinema

> Insight:

Toni D’Angela, nato a Milano (1975), insegnante ed educatore, critico cinematografico e organizzatore di cineclub, ha curato Il cinema western da Griffith a Peckinpah (2004), Nelle terre di Orson Welles (2004) e Corpo a corpo. Il cinema e il pensiero (2006); nel 2008 ha pubblicato Raoul Walsh o dell’avventura singolare. Ha scritto saggi e articoli su Ford, Walsh, Hitchcock, Welles, Peckinpah, Paradzanov, Warhol, Rivette, Woo, sul western e sul rapporto cinema/filosofia. Dirige il trimestrale multilingue on line "La furia umana" (www. lafuriaumana.it). Dallo scorso numero anche RC può contare sulla sua geniale scrittura.

• Adrian MARTIN - Un’altra pallottola in testa • Alessandro BARATTI - Il piacere giubilatorio della

reinvenzione in Le iene e Pulp Fiction

• David DEL VALLE - Come Tarantino ha tolto “il

tanfo di prigione” dai capelli di Pam Grier • Luigi CASTELLITTO - Cornici appariscenti. Viaggio fra scenografie e costumi nel cinema di Quentin Tarantino • Vlad DIMA - Indicatori sonori in Kill Bill • Gianni RONDOLINO - L’ultimo Tarantino Film Analysis: • Aaron ANDERSON - Stuntman Mike, simulazione e sadismo in A prova di morte Conversazioni: • Interviste a cura di: Gerald Peary, Gavin Smith e Peter Keough Quotes Filmografia Consigli in Movimento

Toni D’Angela,

John Ford. Un pensiero per immagini Edizioni Unicopoli, Milano (aprile) 2010 collana: Contaminazioni Isbn 9788840014210 pagine 250 Euro 15,00

Formato: 21 x 29,7 / Pagine: 90 / Prezzo: 12 euro / ISBN: 978.88.904002.4.7 Gemma Lanzo Editore, Manduria (Ta) www.moviementmagazine.com info@.moviementmagazine.com

Edizioni Unicopoli | via Festa del Perdono, 12 20122 Milano | www.edizioniunicopli.it Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica. www.rapportoconfidenziale.org

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Welt am Draht (Ger O., 1973)

High Hopes (UK, 1988)

Titolo italiano: Il mondo sul filo Regia: Rainer Werner Fassbinder / Sceneggiatura: Rainer Werner Fassbinder, Fritz Müller-Scherz, Daniel F. Galouye / Fotografia: Michael Ballhaus, Ulrich Prinz / Musiche: Gottfried Hüngsberg / Interpreti principali: Klaus Löwitsch, Barbara Valentin, Mascha Rabben, Karl-Heinz Vosgerau

Titolo italiano: Belle speranze Regia, sceneggiatura: Mike Leigh / Fotografia: Roger Pratt / Musiche: Andrew Dickson / Interpreti principali: Philip Davis, Ruth Sheen, Edna Doré, Philip Jackson, Heather Tobias, Lesley Manville, David Bamber, Jason Watkins, Judith Scott, Cheryl Prime

4.5/5

5/5

Con la sua inquietante colonna sonora, la sua avventurosa messa in scena e un’interpretazione principale impegnata, il film televisivo fantascientifico in due parti di Fassbinder dipinge con maestosità il personaggio di Fred Stiller, uno scienziato che inizia a porsi domande sulla sua stessa esistenza mentre è impegnato nel progetto di sviluppo di una realtà alternativa, creata con il computer, che verrà usata per prevedere le abitudini dei consumatori.

Con le musiche meditabonde di Dickson e un trio di emozionanti interpretazioni da parte di Davis, Sheen e Doré, l’inquietante e magistrale ritorno di Mike Leigh al cinema dopo 17 anni di grandioso successo in televisione, vede, nella forma di un misurato dramma, un socialista profondamente cinico e la sua spumeggiante moglie lottare per scendere a patti con la vita nell’individualista Inghilterra tatcheriana.

The One-Line Review Guida concisa alle arti cinematografica e televisiva di Iain Stott [traduzione di RR] www.1linereview.blogspot.com

4/5

4/5

4/5

4/5

Seven Up! (UK, 1964)

7Plus Seven (UK, 1970)

21 (UK, 1977)

28 Up (UK, 1985)

Titolo della serie: World in Action (1963-1999) Regia: Paul Almond, Michael Apted / Narrazione: Douglas Keay Documentario televisivo

Titolo della serie: World in Action (1963-1999) Regia: Michael Apted / Fotografia: Tony Mander Documentario televisivo

Titolo della serie: World in Action (1963-1999) Regia: Michael Apted / Fotografia: George Jesse Turner Documentario televisivo

Titolo della serie: World in Action (1963-1999) Regia: Michael Apted / Fotografia: George Jesse Turner Documentario televisivo

In questo terzo capitolo della serie di documentari di Michael apted Up – serie che esamina in forma filmica vite e comportamenti di un gruppo variato di cittadini britannici che vengono rivisitati ogni sette anni – le domande sono meno formulaiche e più personalizzate sui diversi partecipanti rispetto ai precedenti due capitoli per rispecchiare lo sviluppo individuale delle personalità.

La maggior parte dei partecipanti a questo quarto capitolo della divertente serie di documentari Up – una serie che esamina le vite e gli atteggiamenti di un eterogeneo gruppo di inglesi riprendendolo ogni sette anni – rapidamente e prevedibilmente si sposa, ha bambini e si costruisce una carriera. Le interviste, con una unica eccezione, sono brillanti, spingono a riflettere e ricordano preoccupantemente, a livello personale, il riflesso di sé in uno specchio.

Coinvolgente, affascinante ed illuminante, il primo capitolo della serie di documentari diretti da Michael Apted Up vede un gruppo di venti bambini di sette anni, provenienti da retroterra socio-economici molto diversi, intervistato su temi quali violenza, razza, istruzione, classi sociali, ed essere preso in giro con delicatezza per i diversi pregiudizi e aspettative, già sorprendentemente ben radicati.

Il secondo capitolo della serie diretta da Michael Apted Up (che segue l’eccellente Seven Up! Del 1964), recupera lo stesso variato gruppo di bambini inglesi, ora quattordicenni, del primo film, e li interroga su molti degli stessi temi trattati in precedenza con l’aggiunta di politica e religione.

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CINETECA ARCHIVIO DIGITALE DI CINEMATOGRAFIA INDIPENDENTE. a cura di Rapporto Confidenziale. rivista digitale di cultura cinematografica

«Come l'acqua, il gas o la corrente elettrica, entrano grazie a uno sforzo quasi nullo, provenendo da lontano, nelle nostre abitazioni per rispondere ai nostri bisogni, così saremo un giorno approvvigionati di immagini e di sequenze di suoni, che si manifestano a un piccolo gesto, quasi un segno, e poi subito ci lasciano». Paul Valéry, Pièces sur l'art, Paris 1934, p. 105.

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CATALOGO »

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Il Quinto Stato (città dolente)

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TreQuarti

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Pasolini requiem

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Gara de Nord_copii Pe Strada

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the earth in the air

di Alessio Galbiati (Italia/2010) durata: 5'17" vimeo.com/11540252

di Roberto Longo (Italia/2009) durata: 75' vimeo.com/11418769

di Mario Verger (Italia/2009) durata: 5'09" vimeo.com/10302185

di Antonio Martino (Italia/2006) durata: 25'18" vimeo.com/10274276

di Jared Hogan (USA/2008) durata: 14'50" vimeo.com/9683140

Scerbanenco, Milano, Pinketts di Alessio Galbiati (Italia/2010) durata: 31'20" vimeo.com/9316667

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Sarajevo some other city

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Rikshawala

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'a suppa 'e latte

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Solo limoni

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Augusto Tretti e la resistenza

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di Bennet Pimpinella (Italia/2007) durata: 9'03" vimeo.com/5783555

di Tom Stoddart (UK/2009) durata: 8'36" vimeo.com/8593278

di Ivan Talarico (Italia/2006) durata: 31'23" vimeo.com/8396020

di Giacomo Verde (Italia/2001) durata: 45'16" vimeo.com/7666607

di L. Andreoli e S. Wiel (Italia/1995) durata: 58'29" vimeo.com/6976410 67


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Rapporto Confidenziale - n°26 - giu/lug 10  
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