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DIRETORE EDITORIALE Maila Daniela Tritto CONDIRETTORE EDITORIALE Desy Giuffrè GRAFICO EDITORIALE Paola Sanseviero FOTOGRAFA Giada Laiso MOVIE ARTIST Anita Book SITO WEB Petra Zari EDITING Maila Daniela Tritto, Desy Giuffrè REDAZIONE (hanno contribuito al numero zero): Maila Daniela Tritto Desy Giuffrè Anna Grazia De Mango Francesca Rossi Cristina Zavettieri Amabile Giusti Anita Book Lucia Moschella Paola Totaro Valeria Lopez MJ Heron Giada Laiso SITO WEB: www.rainbwoman.blogspot.it PER INFO & PUBBLICITÀ: rainbwoman@gmail.com

LICENZA:

RainbWoman è una rivista di informazione e cultura ancora in fase sperimentale, pertanto non rappresenta una testata giornalistica e l’aggiornamento dei contenuti avviene senza alcuna periodicità. Non può essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 2001. I contenuti della rivista sono rilasciati con licenza Creative Commons, Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported. RainbWOman proibisce l’uso del contenuto senza un preliminare permesso scritto della redazione, eccetto il caso in cui si voglia stampare una copia cartacea per uso privato e senza scopo di profitto o altro autorizzato dalla Legge. Tutte le immagini sono state selezionate previe opportune verifiche da parte degli autori, al fine di accertare il libero regime di circolazione e non violare i diritti d’autore e i diritti esclusivi di terzi.


«Viaggiare è camminare verso l’orizzonte, incontrare l’altro, co Questo primo editoriale è dedicato al coraggio, quello che serve per stringere in mano i sogni e intraprendere la strada che condurrà agli ideali. È il percorso di vita che ognuno di noi compie, sono le azioni che determinano il nostro modo di agire e il futuro. E nel futuro, come anche nel presente, c’è : un progetto ambizioso, che nasce dall’esigenza di esprimere - mediante la scrittura e la creatività che caratterizza la redazione - le idee e le passioni che saranno i contenuti principali. È l’unione di più voci che, proprio come un’orchestra, condurrà la sua performance in perfetta armonia. È un luogo fisico, tangibile, che va al di là delle mere possibilità offerte dal Web 2.0, dai social network - di cui ormai è indubbia la loro capacità di unire le persone, anche a chilometri di distanza -, e dal mondo digitalizzato. La rivista si caratterizza per il suo «animo femminile», ed è pertanto dedicata a un pubblico di donne che vogliono tenersi sempre informate. L’informazione è, infatti, l’elemento cruciale del lavoro che mi ha coinvolta, in qualità di direttore editoriale, e la redazione tutta. affronterà, di volta in volta, diversi argomenti. Infatti, che si tratti di letteratura o di arte, di cinema e di moda, al centro del «nostro universo editoriale» ci sarà la donna: colei che, dopo numerose lotte e rivendicazioni sociali, ha finalmente acquistato dignità e un posto di rilievo nella cultura. È stato - ed è ancora oggi - un processo graduale, e non sempre di facile attuazione. Infatti, in alcuni miei scritti ho spesso ribadito l’importanza delle varie lotte per l’emancipazione sociale, rendendo omaggio - per quanto mi è stato possibile - ad alcune scrittrici rappresentative della letteratura internazionale. Penso a Virginia Woolf, e alla sua «stanza tutta per sé», penso ad Alda Merini, o a poetesse come Emily Dickinson, della quale troverete - all’interno di questo numero - un omaggio alla sua opera. non ha la pretesa di indirizzarsi unicamente alle donne celebri, che hanno fatto la storia della civiltà. Troverete contributi diversi, per


onoscere, scoprire e tornare più ricchi di quando si era iniziato il cammino» (Luis Sepúlveda). stile e per ambiti: dall’omaggio a Rita Levi Montalcini a Charlie Chaplin e le donne del cinema muto, dalla civiltà orientale alla moda - un settore di grande interesse che coinvolge tutti -, alla cronaca e all’attualità, per essere sempre più vicine alla realtà che ci circonda. La rivista, perciò, dedica ampio spazio alla donna comune: alla moglie, alla madre, alle ragazze con il loro animo un po’ «frivolo», ma anche attento ai diversi argomenti. Ed è proprio la diversità a rappresentare la mission della rivista, che è stata stilata da Desy Giuffrè - della quale troverete anche un suo racconto in pieno stile I’m Woman, il progetto a cui ha dato avvio nei mesi precedenti e che alcuni di voi avranno conosciuto -, che rappresenta il pensiero di tutte noi della redazione. Dalle sue parole, che leggerete successivamente, emerge il desiderio di una donna che ha bisogno di esprimere la sua creatività, come un arcobaleno dai sette colori che celano in sé molteplici gradazioni. È un jeu de mots, una combinazione unica tra le due parole ‘rainbow’ e ‘woman’, che si fondono insieme per formare un unico stile. sarà rappresentata da sette macrosettori: Storia, Letteratura, Moda, Società, Cinema, Musica, Arte, ognuno dei quali tratterà i diversi interessi di chi scrive, e il gusto delle lettrici. Prima di iniziare questo «percorso coraggioso», vorrei ringraziare tutte le persone che fanno parte della redazione, che hanno accettato il loro incarico con estremo interesse ed entusiasmo. Grazie a Desy Giuffrè, che mi affiancherà nella conduzione editoriale, a Francesca Rossi, Cristina Zavettieri e Anna Grazia De Mango, per avermi seguita fin da subito nel progetto. A Paola Sanseviero, che ha curato - e curerà - la grafica della rivista che state sfogliando; A Giada Laiso e alle sue fotografie che contribuiscono a rendere particolare questa prima pubblicazione, e a Petra Zari, per la splendida grafica del sito web di . Insomma grazie a tutte, e a coloro che ci seguiranno nei mesi avvenire. The Show Must Go On, lo spettacolo deve andare avanti... Buona lettura. Maila Daniela Tritto

Scrivetemi a:mailatritto@libero.it


Perché essere Donna significa di più. Più che il sentirsi «oggetto» e causa prima dei maggiori eventi storici avvenuti nel corso del tempo. Più che l’avere la schiacciante consapevolezza di essere quella metà della mela da sempre ritenuta desiderabile e fatale. Più di un corpo all’apparenza fragile, delicato, inviolabile, eppure “contenitore” di fardelli inimmaginabili; leggiadre farfalle dalle ali d’acciaio. Sì, di più. Essere donna permette di vivere l’incredibile avventura di un’esistenza fatta di perenni salite al di là delle quali il ristoro è breve, ma impagabile. Ogni vittoria, qualsiasi sconfitta nella vita di una donna ha la capacità di amplificarsi e di rendere qualunque emozione unica e preziosa affinché la si possa aggiungere al bagaglio dell’esperienza come fossero abiti da indossare al termine di ogni singolo cammino. O, ancor meglio, colori dei quali ci si può vestire: colori che riescono ad assumere l’infinita gamma di sfumature visibili solo all’occhio del gentil sesso. nasce esattamente da qui: dal desiderio di voler scoprire, attraversare e quasi sentire di poter vivere quel viaggio mirabolante che è da sempre la storia della Donna, di ogni donna: dalle coraggiose che hanno dovuto affrontare la propria vita nel silenzio e, spesso, in solitudine, a quelle che sono riuscite ad imprimere - nel ricordo del loro nome - segni incancellabili di onore e gloria capaci di lasciare la loro firma rosa in ogni epoca e nel cuore dell’umanità. Ecco perché l’arcobaleno, simbolo di speranza e rinascita, è il marchio ideale per una rivista che mira a delineare al meglio l’aspetto dei diversi settori ai quali abbiamo deciso di dare maggiore rilievo: Storia, Letteratura, Moda, Società, Cinema, Musica, Arte. Sette colori per altrettanti macrosettori che vanno a ricoprire


gran parte degli interessi dei lettori a cui speriamo vivamente di poterci rivolgere con eleganza e grande energia. Quella di è una mission a largo spettro, nella quale la passione per le diverse discipline trattate - che accomuna l’intero staff prettamente femminile -, si unisce ad uno stile semplice e al tempo stesso ricercato, volto ad abbracciare una fascia di lettori sempre più ampia. La professionalità con la quale si è deciso di affrontare quest’importante avventura in rete è alta, e spera di trovare le risposte che attende in una continuità di lavoro capace di soddisfare tutti. Approfondimenti, news in costante aggiornamento, interventi di alcuni dei nomi più noti -artistici e tecnici- facenti parte dei diversi settori di cui si occupa, saranno accompagnati da una serie di Rubriche che sperano di riuscire ad entrare nel cuore del lettore e di farlo affezionare a ciò che si prospetta essere un lieto appuntamento mensile ricco di sorprese e tinto d’arcobaleno. Perché essere donna ci permette di canalizzare le emozioni in tutto ciò che amiamo fare e di portare a termine i nostri obiettivi con perseveranza, ottimismo e creatività. E noi di sappiamo che la forza di questo progetto, di ogni progetto, sta nell’animo della condivisione: tutte insieme, ognuna con il pennello in mano, pronta a colorare il proprio destino e a dare luce ai sogni di una vita intera che diviene riflesso di quella realtà affrontata con audacia squisitamente femminile. è scoperta, speranza, autoaffermazione e rinascita. È la firma di un nuovo orizzonte da raggiungere attraverso un percorso di crescita e fantasia. È un rosa cammino di libertà.

Desy Giuffrè


Rubrica La storia al femminile

Il ricordo di Rita Levi Montalcini di Anna Grazia De Mango

Rubrica Donne tra le lettere

Una “piccola” grande donna, Emily Dickinson di Maila Daniela Tritto Rubrica I’m Woman

Ricomincio da qui di Desy Giuffrè

Intervista WhereWomanWrites

Un mondo di Meraviglie per Alice di Desy Giuffrè

Recensione Come il vento tra i capelli, Quando i giovani scoprono l’amore di Amabile Giusti

Rubrica Libri in vetrina

In libreria

di Desy Giuffrè Rubrica Io Racconto…

Pizia

di Cristina Zavettieri Intervista WhereWomanWrites

Realtà e ironia dalle tinte rosa: Buona Fortuna, di Barbara Fiorio di Maila Daniela Tritto

Rubrica I love Fantasy!

Rivisitazioni: il Revival di Desy Giuffrè, Anita Book

Fashion Week, Milano 2013: leggera eleganza e ricercata bellezza per le strade della fashion capital Made in Italy di Desy Giuffrè

Da Londra un solo monito: la moda la fai tu di Lucia Moschella


Rubrica Impronte d’Oriente

Danza del ventre tra allenamenti e pregiudizi di Francesca Rossi

Mafia non è sinonimo di Sud di Anna Grazia De Mango

Il Conclave: la Storia di Paola Totaro e Francesca Rossi Rubrica L’elegante scivolone

Bianca Balti: quando la (quasi) caduta di una dea fa riflettere di Francesca Rossi Rubrica Cronaca Politica

L’Italia della politica “s”fiduciaria di Paola Totaro

Tra donne e luci della ribalta: Charlie Chaplin di Valeria Lopez e Cristina Zavettieri Speciale Fiction Tv

Tutta la musica del cuore di Desy Giuffrè

Les Misérables di Tom Hooper, Coro di eroi e attualità di Olimpia Calì

Eternamente Freddie: Love of my life di Maila Daniela Tritto

Ma che Musica!

I concerti più importanti di Maggio 2013 di MJ Heron

Rubrica Scatto senza tempo

Rebirths

di Giada Laiso


* T E STO A C U R A D I *

Anna Grazia De Mango


pochi mesi dalla sua scomparsa vogliamo dedicare l’apertura di questa nuova rubrica intitolata La Storia al femminile ad una delle donne più straordinarie del Novecento. Donna, ebrea, libera pensatrice, perseguitata dal fascismo, vincitrice del Premio Nobel; sintetizzare così la vita di Rita Levi Montalcini sembrerebbe cosa facile a chi non si è mai soffermato a guardare al di là della genialità scientifica, che l’ha resa famosa. Pur non essendo mai stata femminista, come da lei stesso ammesso «Credo nelle donne, ma non credo nei movimenti femministi», si è sempre battuta affinché la donna raggiungesse la parità in tutti i campi. E ha sempre ritenuto che la cultura e l’accesso agli studi ne costituiscano i pilastri alla base, sopra i quali costruire tutto il futuro. Infatti una delle battaglie della Fondazione Rita Levi Montalcini è proprio a favore della diffusione della cultura tra le donne africane, così ben esplicata dalle sue parole «Personalmente ho dedicato la mia

vita alla ricerca e al sociale. La vita ha valore se non concentriamo l’attenzione soltanto su noi stessi ma anche sul mondo che ci circonda. Sono pervenuta a tale decisione in base all’esigenza di far fronte a una delle maggiori problematiche che gravano sulle popolazioni dell’Africa, che consiste nel mancato accesso all’istruzione per la quasi totalità delle appartenenti al sesso femminile. Certo si tratta di una goccia nel mare, al confronto delle altre grandi sofferenze del Continente africano, ma sono convinta che aiutando le donne nel raggiungimento di questo diritto, si possa guardare alla libertà di crescita e di sviluppo degli individui della propria società di appartenenza e di quella globale». ita nacque nella città di Torino, da lei stessa descritta come la città sormontata dal bronzeo re Vittorio Emanuele II con i suoi odiosi baffi, il 22 aprile 1909. La riluttanza che la piccola Rita ebbe per i «baffi» - o molto più per le idee poco moderne, di cui si faceva portatore il padre -, la portò ad allontanarsi dal padre, Adamo Levi. Egli, pur

nutrendo un grande rispetto per la figura femminile, era fermamente convinto che una carriera professionale avrebbe interferito negativamente con i doveri di una buona moglie e madre, perciò decise che le figlie non avrebbero proseguito gli studi. Al contrario questa riluttanza scompariva nei confronti dell’amata madre, Adele Montalcini, verso cui Rita mostrava un affetto sincero. Nei primi anni della sua vita fu tormentata dall’ambiguità con cui viveva il rapporto con la religione. Infatti non era solita praticarne alcuna, ma nascendo in una famiglia ebrea si trovò più volte davanti all’imbarazzo di dover rispondere a quale religione appartenesse. Pose la questione al padre che la rassicurò con queste parole: Voi, siete liberi pensatori. Quando avrete compiuto ventuno anni deciderete se continuare così o se invece aderire alla fede ebraica o cattolica. Ma non ti preoccupare, se te lo chiedono, devi rispondere che sei una libera pensatrice.

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orse la migliore descrizione di questa donna è di «libera pensatrice». Grazie alla forza dei suoi pensieri ha potuto ambire ad un percorso di studi, in quegli anni protesi solo per il genere maschile:

«Nel secolo scorso e nei primi decenni del Novecento, nelle società più progredite due cromosomi X rappresentavano una barriera insormontabile per entrare alle scuole superiori e poter realizzare i propri talenti. La mancanza di complessi, una notevole tenacia nel perseguire la strada che ritenevo giusta e la noncuranza per le difficoltà che avrei incontrato nella realizzazione dei miei progetti, lati del carattere che ritengo di aver ereditato da mio padre, mi hanno enormemente aiutato a far fronte agli anni difficili della vita».

Gli anni difficili arrivarono di lì a poco. Dapprima quando scoprì la grave malattia che tormentava l’amata governante, Giovanna

Bruatto, e proprio il forte desiderio di aiutare la donna - nella sua battaglia contro quello che sarebbe stato poi definito ‘il male del secolo’ - fu la spinta che portò Rita ad intraprendere la carriera medica nell’università di Torino; con l’austero professore Giuseppe Levi, verso il quale sentì fin da subito un attaccamento tale da rappresentare la figura più importante della sua formazione e carriera. uccessivamente quando nel 1936, nonché anno della sua laurea con lode, Mussolini proclamò il Manifesto per la difesa della razza - sottoscritto da dieci scienziati italiani -, provocando lo sbarramento delle carriere accademiche e professionali ai cittadini italiani di razza non ariana, Rita fu così costretta a emigrare in Belgio, sebbene stesse ancora terminando gli studi specialistici di psichiatria e neurologia dove fu ospite dell’istituto di neurologia dell’Università di Bruxelles. La sua costanza, nel non abbandonare mai le amate ricerche, la si vide soprattutto quando fu costretta a svolgerle in laboratori di

fortuna, come quello domestico allestito proprio nella sua stanza da letto di Torino, quando Rita vi fece ritorno dal Belgio invaso dai Tedeschi. Dopo varie fughe e ritorni, divisi in vari alloggi sino alla liberazione della città, i Levi Montalcini si stabilirono a Firenze. a guerra non la vide chiudersi nella torre d’avorio dei lavori di ricerca domestici, anzi, essendo un medico, Rita nel 1944 diventò dottore delle forze alleate. Qui venne assegnata al campo dei rifugiati di guerra provenienti dal Nord Italia, trattando le epidemie di malattie infettive e di tifo addominale. Ma si accorse di non riuscire ad avere il necessario distacco personale dal dolore dei pazienti, capendo non solo la difficoltà del lavoro ma il non essere adatto alla sua personalità. Lavoro da lei stessa definito difficile e penoso: «Era in corso un’epidemia di tifo, i malati morivano a decine. Facevo di tutto, il medico, l’infermiera, la portantina. Giorno e notte. È stato molto duro e ho avuto fortuna a non ammalarmi. Mi mancava il


distacco che permette al medico di far fronte alle sofferenze del malato, senza un coinvolgimento emotivo dannoso a entrambe le parti». olo nel 1947 iniziò per Rita una nuova vita. Infatti il biologo Viktor Hamburger, al quale si era ispirata per molti suoi lavori domestici, la invitò a St. Louis a prendere la cattedra di docente del corso di Neurobiologia al Dipartimento di zoologia della Washington University. Rita era certa di rimanere negli Stati Uniti solo pochi mesi a causa della profonda sofferenza dovuta alla lontananza dalla sua famiglia, ma quella che doveva essere una breve permanenza si rivelò poi una scelta trentennale.

«La scoperta del NGF all’inizio degli anni Cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos». ’unica certezza è che lei fosse una scintilla luminosa, nel caos del mondo culturale e politico del nostro paese che illuminava le tenebre che attanagliano questi anni di profonda crisi. La speranza è che il suo insegnamento, di perseveranza e impegno, non vada perso e ci aiuti a superare questa fase che, ci auguriamo tutti, non duri ancora a lungo.

Le ricerche svolte nei trent’anni di studi americani le valsero nel 1986 il Premio Nobel per la medicina, insieme al suo studente biochimico Stanley Cohen. La si ricorderà per sempre e in tutto il mondo grazie ad una sigla di appena tre lettere: NGF, il fattore di crescita nervoso. L’Accademia di Svezia spiegando il perché della scelta di Rita Levi Montalcini, scrisse: 15


* T E STO A C U R A D I *

Maila Daniela Tritto


«È una gioia solinga-| però innalza la mente-| con sublimi richiami-| lontano in mezzo al vento | ascoltare un uccello | delizia senza causa -| invisibile e incessante -| una cosa dei cieli» (, a cura di Silvia Bre, Einaudi, Torino 2011). Emily Dickinson (Amherst, 10 dicembre 1830 – Amherst, 15 maggio 1886) è l’autrice che inaugura la rubrica Donne tra le Lettere, dedicata alle donne che hanno fatto la Storia della letteratura. Una rubrica concepita per dar voce al genere femminile, così vario e multi sfaccettato dalle personalità che lo compongono. ei secoli, le donne hanno dovuto sostenere numerose lotte contro l’emancipazione di una società patriarcale che le ha volute sottomesse e in balia delle loro fragilità emotive. Tuttavia, alcune di loro hanno tentato la strada - spesso complessa - della scrittura, e col tempo la narrativa è diventata una vera e propria valvola di sfogo: un mezzo per confidare le idee e gli ideali, ma anche per allontanarsi dal grigiore della vita quotidiana. Emily Dickinson non fa eccezione, anzi si inserisce appieno nel contesto. Don-

na dalla personalità complessa e straordinaria, ha intrapreso la strada del silenzio per comprenderne la sua vera essenza. Ella si serve della poesia come strumento di comunicazione col mondo intero, riportando nei versi scritti tutto ciò che la circonda. Il risultato è una varietà di temi che segneranno il suo percorso di crescita, sia personale che letterario. dmund Husserl definisce questo particolare rapporto tra il soggetto pensante e gli oggetti che lo circondano - in questo caso, il testo poetico - con il termine di ‘entropia’: il vissuto diventa lo strumento di consapevolezza che permette di ottenere la percezione del sé e degli altri. È inoltre l’incontro tra l’io e l’altro da me, in questo caso tra la donna e il testo con cui entra in relazione. La parola letteraria si fa carico di un significato inespresso e nascosto, che l’individuo ha bisogno di comprendere affinché possa entrare nel vivo del discorso. La poesia di Emily Dickinson, dunque, adotta le proprietà di un testo scritto che suggerisce analogie percettive con altre arti, ad esempio l’esoterismo nella sua variante stregonesca, ed è determinata dalle componenti stori-

co-culturali di riferimento. a cosa porta Emily a diventare un vero e proprio punto di riferimento per le donne vissute nella società vittoriana dell’Ottocento? È forse la sua capacità di imporsi con tematiche assolutamente non convenzionali, prive di concetti astrusi e quanto più vicini alla critica sociale, ad interessare i lettori? Tuttavia, la critica letteraria tipicamente maschile fu il problema principale che la ostacolò nelle sue pubblicazioni. Pertanto scelse di dedicarsi a un pubblico di lettori ristretto, ma fedele, che avrebbe potuto apprezzarla nella sua interezza. Adottò la scrittura epistolare - il più diffuso del periodo - per comunicare anche a distanza con chi credeva fermamente nelle sue abilità poetiche. L’impianto della lirica dickensiana rinvia ai massimi eventi epocali quali la fase di prosperità economica della medio-alta borghesia, l’espansionismo pioneristico, le crisi sociali e le lotte per l’acquisizione dei diritti individuati dalla Rivoluzione 19


francese, in particolare di libertà e uguaglianza. Si aggiungono, inoltre, i primi barlumi del movimento femminista che ha rivendicato - e rivendica tutt’oggi - i diritti e la dignità della donna. Emily riflette, quindi, l’incertezza nel muoversi in una società che è mutevole, e intende offrire un’importante occasione al genere femminile per estromettersi dal giogo patriarcale. Le autrici che l’hanno preceduta - e le sue contemporanee - sanno bene quanto sia difficile inserirsi nel mondo delle lettere, ma comprendono anche quanto sia importante diffondere gli ideali mediante la scrittura stessa. In seguito è ciò che farà Virginia Woolf, che vivrà un’esperienza analoga riportata nel saggio - dalla vivacità autobiografica - Una stanza tutta per sé (A Room of One’s Own, 1928), nel quale auspica all’ammissione delle donne nel mondo culturale. a poesia della Dickinson è espressione dell’incertezza nel muoversi in un assetto sociale che, seppur mutevole, conserva i tratti tipici del passato. Questa rivela la fragilità del suo animo e si definisce - nei componimenti con le fattezze di uno «scricciolo», minuta nel suo aspetto esteriore ma anche nei confronti di qualcosa di più grande di lei: la comprensione del genere umano, al quale non solo tenta di fare affidamento ma cerca di coglierne la sua sostanza. «Non ho ritratti recenti, ma sono piccola come lo scricciolo, ho i capelli arditi come il riccio della castagna --». La finestra che si affaccia sul verde erboso - dei campi e dei boschi che circondano la casa - sono il punto preferito da cui osservare e comprendere la natura predominante nella vasta produzione della poetessa. Ma la natura, che spicca nell’opera complessiva, acquista importanza tanto quanto gli altri temi cari alla poetica della donna. La mescolanza

di tematiche come l’amore - struggente e pieno di pathos -, la morte che è vissuta nella sua eternità, come avviene anche in Cime tempestose di Emily Brontë -, il mistero e la magia regalano forti emozioni all’ascoltatore. Recentemente la casa editrice Emons Audiolibri ha inaugurato la sezione dedicata alla ‘poesia’ con un cd contenente centoquattro poesie della Dickinson, tradotte da Silvia Bre per la Collezione Einaudi e lette da Giovanna Mezzogiorno. Si tratta di componimenti che sono stati scelti - tra i 1775 scritti da Emily - al fine di ripercorrere il cammino che ha condotto la donna tra gli anni della gioventù - di uno stile ancora acerbo e venato dall’insicurezza -, alla maturità, in cui ottiene maggiore fiducia in se stessa. iononostante, il genio di Emily Dickinson si manifesta assumendo i lineamenti di un’esplosione vulcanica, simbolo questo di un poema ripreso in La bella di Amherstdel 1979, a cura di Adrienne Rich. «On Il biografo ed editore della Dickinson, Thomas Johnson, riconosce nella poesia un potere vagamente demoniaco, sotto il cui influsso la donna è indotta a scrivere. Lo stesso che si manifesta nelle opere eretiche, appartenenti alla poesia stregonesca. I temi della stregoneria e della magia sono cari ad Emily, che se ne serve per comprendere alcuni eventi storici che hanno attanagliato il genere femminile: la persecuzione da parte dell’Inquisizione e della Congregazione dell’Indice sono gli esempi più evidenti. Ella intende dar voce alla donna, che per troppo tempo è rimasta inascoltata. Con i suoi versi vuole superare le classiche dicotomie tra ‘bene’ e ‘male’, nonché la frammentazione degli ‘io’. La scissione è generata alla luce dei cambiamenti epocali della compagine femminile che vive in un periodo di vera e

propria transizione sia culturale, sia politica. Basti pensare alla nota Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, redatta dalla scrittrice Olympe de Gouges nel 1791, sul modello della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Esso rappresenta il punto nodale con cui le donne tentano la nuova strada dell’autonomia. La complessità dei poemi di Emily Dickinson fa riflettere sia il critico contemporaneo, sia il lettore - o l’ascoltatore, a seconda dei casi - che individua, nella donna prima ancora che autrice, il coraggio fervente di chi ha scelto di vivere nell’eterno nubilato. Una decisone presa per soddisfare l’esigenza di prediligere altri aspetti importanti della vita. «Tutto imparammo dell’amore | Alfabeto, parole.| Il capitolo, il libro possente | poi la rivelazione terminò.| Ma negli occhi dell’altro | Ciascuno contemplava l’ignoranza | Divina, ancor più che nell’infanzia: | L’un l’altro, fanciulli.| Tentammo di spiegare | Quanto era per entrambi incomprensibile.| Ahi, com’è vasta la saggezza | E molteplice il vero!|».A differenza delle donne del passatoin particolare dell’età medievale -, la scelta verginale non deriva dalle mere questioni religiose: si dimostra infatti eretica, e resta fuori dalla Chiesa e dal credo. mily Dickinson, dunque, come le autrici che l’hanno preceduta - e coloro che avanzeranno sulla stessa scia letteraria - non solo trovò nella poesia il modo in cui esprimersi, ma cercò il confronto con le maggiori scrittici della sua epoca. «Se leggo un libro che mi gela tutta, così che nessun fuoco possa scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento fisicamente come se mi scoperchiassero la testa, so che quella è poesia. È l’unico modo che ho di conoscerla. Ce ne sono altri?».


* T E STO A C U R A D I *

Desy Giuffrè


autentica natura. Ma oggi è diverso, e voglio rivivere nei miei ricordi ogni tappa che mi ha condotta fin qui, partendo dall’ultima settimana trascorsa ed esattamente dal giorno in cui ho trovato quelle foto gettate malamente all’interno dello scrittoio di Luca, il pomeriggio in cui sono andata a trovarlo per fargli una sorpresa, eccitata all’idea di annunciargli che Aurora - nostra figlia - era riuscita ad ottenere il ruolo di prima ballerina per lo spettacolo teatrale che la compagnia a cui appartiene stava preparando. Già mi emozionavo al pensiero di poterla osservare al buio del teatro, stringendo la mano di Luca e condividendo con lui l’orgoglio per la nostra piccina.

Chiudo gli occhi e mi abbandono alla carezza dal delicato profumo di vaniglia che ondeggia nella stanza, lasciando che la mente ripercorra gli ultimi 15 anni della mia vita trascorsa in un posto che non mi apparteneva, accanto ad un uomo per cui ho rinunciato alla mia felicità.

Quando sono entrata il cuore galoppava a mille e mi battevano le tempie. Sono stata investita da una luce accecante, proveniente dalle enormi finestre alle spalle della scrivania, ornate da sottilissime tende bianche. Un vento freddo e pungente è entrato con irruenza rischiando di far svolazzare i mucchi di fogli accatastati e nel chiudere l’ultima finestra, per evitare un catastrofico disordine, le ho viste. Non so perché i miei occhi si sono posati proprio in quel punto, ma non smetterò mai di ringraziare il mio sesto senso. Le mie mani tremavano mentre le scartavo, una ad una, incapace di credere a quel che ero costretta a vedere: Luca era abbracciato a Stefania, la mia migliore amica, nonché segretaria del suo ufficio di consulenza finanziaria. Sarebbe anche potuta essere una cosa di poca importanza, se le foto non fossero state risalenti ai tempi dell’università.

In un altro momento avrei avuto paura di ricordare, avrei sentito il solito vuoto al centro del mio cuore, fedele compagno di giorni malinconici e pieni di forzati sorrisi che il mondo intero avrebbe accolto senza porsi troppe domande sulla loro

engo così a scoprire che mio marito e la donna entrata nella nostra vita da 5 anni si conoscono da tempo. Si amano da sempre. E hanno crudelmente pensato di tramare la loro rete d’inganni a mio unico discapito. La prova

a mia vita non è mai stata ordinata. Lo dimostra la pila di indumenti candidi e profumati di menta che oggi aspettano inutilmente la mia frettolosa mano, abituata a stirarli nelle prime ore del pomeriggio. Il mio sguardo viene rapito dalla clessidra posta sulla scrivania di Luca, mio marito, e mi rendo conto che è questo l’ordine di cui ho bisogno: uno scorrere di tempo fluido e incapace di tornare indietro. Un tempo che sia in grado di scivolarmi sulla pelle senza che io riesca a fermarlo.

di questa mia comprensibile ipotesi l’ho avuta soltanto il giorno successivo, quando, senza aver detto nulla a Luca dell’accaduto, l’ho seguito dopo averlo salutato e aver finto di dover andare dalla parrucchiera. Trascorsi 10 minuti è uscito di gran fretta raggiungendo l’appartamento di Stefania, a soli due isolati dal nostro, baciandola appassionatamente davanti la porta d’entrata, senza neanche badare al fatto di poter essere visto. Inutile descrivere la profonda e incolmabile delusione provata nei confronti della mia pseudo amica, di colei che è riuscita ad avvicinarmi con una semplicità a dir poco spiazzante e a farsi realmente volere bene dalla sottoscritta che ha permesso al nemico di mangiare e bere alla sua tavola, inconsapevolmente. Rivedo ancora il suo sorriso smagliante, i suoi grandi occhi azzurri sorridermi il giorno della sua assunzione in ufficio. iamo subito diventate amiche, ed è incredibile pensare che tutta la complicità espressa tra noi non era altro che una sporca beffa. Mi sale la nausea nel ricordare tutte le volte in cui ho lasciato Aurora in sua compagnia, ma sono più che felice di non averle mai raccontato esattamente tutto di me. Le mie labbra si piegano in un sorriso pieno di amarezza, di fronte al crudele gioco che il destino non si stanca mai di fare con la vita. E mi chiedo cos’avrei dato per scoprire solo un anno prima la verità. Un anno in cui non ho fatto altro che struggermi per i sensi di colpa, graffiata dal segreto che mi vedevo costretta a schiacciare in petto per evitare inutili sofferenze a Luca. All’uomo che, invece, non ha avuto alcun tipo di scrupoli nel tradirmi con il peggiore degli inganni. Nonostante il suo meschino comportamento, però, so già che non gli 23


rivelerò nulla riguardo Lorenzo. No, non saprà mai degli anni trascorsi nel tentativo di nascondermi ogni volta che io e l’unico uomo che posso dire di aver mai amato veramente nella mia vita, c’incontravamo nel suo chalet per vivere i momenti più belli che riesco a trovare annaspando nei miei ricordi. Non lo rivelerò. Sarebbe un’inutile confessione in questo momento, perché nessuno ha il diritto di rovinare la parte migliore della mia vita passata. “Per sempre”. Ha sussurrato al mio orecchio Lorenzo, l’ultima volta che ci siamo incontrati, amati. Anni di folle passione non erano riusciti a mascherare l’oppressione che le nostre doppie vite c’imponevano di provare, al di fuori del piccolo, immenso mondo costruito e poi distrutto ogni volta, ad ogni saluto. a quella sera sentivo che tutto stava per finire. Ancora pochi istanti, e il nostro abbraccio avrebbe suggellato le interminabili giornate di solitudine che mi attendevano, senza il suo amore. Non so ancora come ho fatto a trattenere le lacrime la volta in cui, al supermercato, ci siamo scontrati con le rispettive famiglie accanto. Vederlo a primo impatto così contento della sua vita, e incrociare i suoi occhi neri in un lasso di tempo capace di farmi capire quanto invece possa essere ingannevole l’apparenza, ha spezzettato il mio cuore in mille frantumi, non so se più per lui o per me stessa. Un tempo ero innamorata di Luca, o così credevo. Ma con Lorenzo tutto ha sempre assunto un aspetto diverso, con Lorenzo… io ero diversa. Lo avevo conosciuto una mattina di ottobre, all’orario di uscita dall’asilo che Aurora e il bambino di Lorenzo frequentavano. “Io e te ci siamo trovati, Anna. Vorrei non doverti perdere mai”. Quelle sue parole, pronunciate qualche tempo dopo davanti ad un caffè caldo, sono state la conferma del fatto che tra

noi due, un giorno, sarebbe finita. E così infatti è stato, in un addio accompagnato da una pioggia fresca e scrosciante, con le sue ultime parole che sfioravano i miei capelli bagnati e le mie guance infreddolite. L’amore e il rispetto per la famiglia, per le persone che ci stavano accanto, ha lentamente annientato quello strappo di felicità che ci spettava, di cui avevamo diritto. Nessuno dei due, ma ancor più io, era capace di sostenere ancora per molto quella situazione, e rinunciare a noi stessi rappresentava l’unica via di salvezza per il futuro pieno di rimorsi che altrimenti avremmo avuto. Ma questi ultimi sono giunti la mattina della verità, nell’ufficio di Luca, quando mi sono resa conto troppo tardi di aver perso la possibilità di amare Lorenzo. desso, con ancora tra le labbra il sapore delle lacrime, non ho più rimpianti. Sono balzati guardando le foto di Luca e Stefania, e li ho provati durante questi giorni; ripercorrendo ogni istante vissuto e rubato al fianco di Lorenzo, rabbiosa contro me stessa per aver sacrificato tutto in nome del falso amore che credevo mio marito provasse per me. Eppure, oggi, a poche ore dopo aver detto per sempre addio a Luca e avergli annunciato il mio intento di chiedere immediatamente la separazione, non devo e non voglio più pensare a quel che sarebbe potuto essere, ai se che hanno popolato la mia mente per tanto tempo. Sì, oggi porto con me una valigia quasi vuota, in attesa di essere riempita del domani che aspetta me e Aurora. Se ho deciso di non dare modo al presente di scalfire il mio futuro, non posso certo darlo al passato e ai ricordi. Respiro profondamente e mi sento libera. Libera di ricominciare, senza sentirmi costretta a dover dimenticare.


* T E STO A C U R A D I *

Desy Giuffrè


uesta la frase da richiamo con la quale Alice Di Stefano, editor della Narrativa italiana per Fazi Editore e moglie di Elido Fazi, presenta la variegata collana di cui è responsabile, “Le Meraviglie”: una realizzazione da lei fortemente voluta e capace di accattivare gli animi dei lettori più scettici ed esigenti. Quando sono venuta a conoscenza di questa nuova iniziativa Fazi Editore, sono subito rimasta attratta dai contenuti e dalla dinamicità con la quale il progetto si presenta, volto su testi in cui spiccano toni leggeri e brillanti, che spaziano tra gli argomenti più vari: manuali, self-help, illustrati, oltre a una serie di guide pensate per chi vuole trasferirsi e lavorare all’estero. Nuova voce alla narrativa umoristica del panorama nostrano.

Non mancherà inoltre uno spazio interamente dedicato alla narrativa che riserverà particolare attenzione agli autori italiani esordienti; mossa alquanto azzeccata quest’ultima, soprattutto in un periodo di mercato editoriale tanto grigio come quello al momento attuale. lice Di Stefano è infatti già pronta a dichiarare di voler puntare sulla scoperta di nuove voci da inserire in questa splendida collana. E magari al femminile. Audacia e determinazione sono dunque gli aggettivi chiave con cui oserei definire una donna garbata e dallo spirito sempre pronto come il suo, in grado di conquistare attraverso la sua semplice eleganza e un tocco di buon senso che non guasta mai.

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è lieta di ospitare Alice Di Stefano e di porle alcune domande per conoscerla meglio… Editor per passione: in un’era che mostra le sue esigenze prevalentemente attorno al mercato e alle tendenze, sono ancora in molti ad esserlo? Penso che ogni editor sia sempre mosso più dalla passione che dalle tendenze in atto nel mercato. La scommessa rimane semmai quella di verificare se le proprie inclinazioni siano compatibili con i gusti del pubblico. In ogni caso, è la passione che muove le scelte in origine e che permette di arrivare a poterle fare anche all’interno di una casa editrice. Potresti descrivere in tre aggettivi il tuo percorso personale nel campo dell’editoria dagli albori ad oggi? Entusiasmante, difficile, vario. Per colpirti davvero, qual è l’ingrediente che dovrebbe avere un manoscritto quando giunge tra le tue mani? Io ho una particolare predilezione per un tipo di scrittura che sia formalmente impeccabile ma anche espressivamente brillante.

E poi ritmo, misura, sintesi, cura della lingua. Mi piacciono molto quei testi che riescono ad essere attraenti pur nella loro semplicità e freschezza. Non amo le lungaggini, i momenti morti, l’eccessivo sperimentalismo specie se privo di verve. Per un aspirante autore, qual è il peggiore errore da non dover compiere dal punto di vista di un editor con un importante bagaglio di esperienza alle spalle? L’errore più grande secondo me è considerare oro colato i suggerimenti dell’editor, sia in senso positivo che in senso negativo. Mi spiego meglio: l’aspirante autore (e in ogni caso scrittore) non dovrebbe mai farsi scoraggiare da un rifiuto (che potrebbe anche essere dovuto a una questione di gusti così come di opportunità nella scelta o meno di un determinato testo) né provare rancore o di contro esaltarsi reputando sciocche le osservazioni ricevute. Ogni lettura esterna, per quanto sbagliata, potrebbe risultare utile per chi scrive che, pur continuando a perseguire un obi-

ettivo, dovrebbe tener conto delle critiche per eventuali correzioni al proprio punto di vista. Quale, invece, l’errore in cui spesso incappano autori semi-affermati? L’errore che ho visto fare più spesso è quello collegato a un’eccessiva considerazione di sé magari senza conferme da parte dei lettori (e/o recensori). Avere troppe aspettative o ritenere di meritare attenzione oltre un sano realismo potrebbe portare a delusioni anche a prescindere dalla bontà o meno della propria opera. Il momento più entusiasmante: la scoperta di un manoscritto con grandi potenzialità, la sua lavorazione, o il periodo della sua uscita? Per me senz’altro il momento dell’uscita in cui il riscontro sulla stampa soprattutto costringe a ripensare un testo in maniera del tutto diversa, alla luce della sua interpretazione: a volte esaltante, a volte meno ma sempre secondo un’ottica nuova cui prima magari


non si era pensato. Se è vero che, specie adesso, i pezzi sui giornali non aiutano a vendere più di tanto, è anche vero che una recensione convinta vale più di mille pubblicità oltre a non avere prezzo agli occhi di un autore, specie se ancora alle prime armi. Qual è il messaggio che la collana “Le Meraviglie” desidera lanciare ai lettori? Con Le Meraviglie, mi piacerebbe far passare l’idea di una narrativa curata nel dettaglio e insieme leggera. In particolare, vorrei coltivare il genere umoristico, da sempre troppo poco coltivato specie in Italia. Considero l’ironia, abbinata all’amore per la lingua, una forma di espressione intelligente e senz’altro più difficile da ottenere rispetto ad altre (oltre che da comunicare) ma proprio per questo più completa specie se perseguita con amore e proprietà. Il web e le donne: quanto e come la rete è riuscita a dare più voce al pensiero femminile? È vero? Non lo so. So solo che una

nostra autrice avvierà a breve una serie di pubblicazioni nel solo formato ebook cercando di creare uno spazio virtuale e un pubblico affezionato. Una vera e propria serie di gialli umoristici e guide sugli argomenti più strani formeranno il laboratorio di Camilla Sernagiotto (già autrice Fazi) sviluppato interamente adeguando i ritmi delle uscite al mezzo prescelto. Un esperimento, questo, che spero possa attrarre chi predilige in particolar modo i tempi accelerati e gli strumenti offerti dalla rete. In Italia è possibile credere ad un incremento sempre più massiccio del mercato digitale su quello cartaceo delle librerie? Il mercato dell’ebook sta timidamente prendendo piede anche in Italia. Finora però la distanza da quello cartaceo è rimasta notevole e anche in futuro credo la vendita in formato digitale rappresenterà solo una piccola percentuale rispetto a quella generale (questo almeno finché il testo elettronico continuerà a mantenere in tutto e per tutto l’aspetto di quello

tradizionale). Grazie per essere stata con noi e per avere risposto alle nostre domande, è stato un vero piacere averti qui. Ti andrebbe di salutare i lettori con la tua citazione preferita? Negli ultimi anni mi piace molto la ben poco letteraria “Chi semina raccoglie”!


* T E STO A C U R A D I *

Amabile Giusti


ullo sfondo di una Provenza da cartolina, a Clocher-Sur-Mer negli anni fragili che precedono la seconda guerra mondiale -, si dipana la storia semplice di due ragazzi che scoprono l’amicizia e l’amore. Mathieu ha quattordici anni, ama i cavalli, ed è perseguitato dal perfido compagno di scuola, Lucien. I suoi genitori lavorano per la Contessa Chamboissier - una nobildonna affettuosa e bizzarra, amante dei profumi e della vita audace - che vive nella casa grande, una villa magnifica circondata da distese di lavanda. Il fratellino Aurélien è un bambino buono come il pane, che ama disegnare e vorrebbe diventare un pittore. Alix è coetanea di Mathieu, è graziosa ma insicura; una piccola donna che non vorrebbe crescere, che vorrebbe solo essere amata dal padre, unico genitore rimastole. Un padre troppo preso dal lavoro per occuparsene che la deposita - presso sua sorella -, come un pacco postale ingombrante e sgradito, durante l’estate del 1938. Ma quella che nasce come una costrizione e una promessa di noia e infelicità,

diventerà leggenda.

alta, e il sogno s’infrange.

Mathieu e Alix si conoscono, superano la reciproca diffidenza e le barriere di ceto sociale che il padre di Alix le vorrebbe imporre, e diventano amici. L’amore vero sboccerà due anni dopo, durante un’altra indimenticabile estate. Dopo un lungo scambio epistolare tra la Provenza e Parigi, dove Alix studia in collegio, quando entrambi sono più adulti, più forti, più pronti. Purtroppo però, sul più bello, su un bacio timido e ardito scambiato durante una passeggiata in bicicletta -, la guerra spezzerà l’incantesimo. L’odio sarà più forte dell’amore. La Francia è invasa, la fuga è necessaria, restare significa morire, anche se andare significa perdersi.

Che legame c’è tra il ragazzino di quattordici anni che si affaccia alla vita, e l’anziano uomo disilluso che vorrebbe tanto interromperla?

olti anni più tardi, nel 1999, un vecchio signore setaccia le case d’asta di tutta la Francia alla ricerca di un oggetto: una vecchia bicicletta. Brutta, rotta, di nessun pregio. Pare che la sua vita intera sia votata alla ricerca di quel rottame arrugginito. Ma quando la trova, qualcun altro fa un’offerta più

La storia di Lorenza Bernardi mi ha suscitato emozioni contrastanti. a un lato, la mia parte più giovane ne è stata attratta. L’Alix che c’era in me, trent’anni fa, ha sorriso e tremato con lei. Belli i titoli dedicati ai profumi, e parimenti piacevoli i capitoli in cui Alix e la zia Yvonne cercano di creare una fragranza speciale che racchiuda l’odore dell’estate. La mia metà adulta, però, avrebbe apprezzato un maggiore approfondimento dei caratteri, un finale più imprevedibile, e qualche passaggio in meno. Ad esempio: considero inverosimile che un ragazzino reduce dalle percosse di un bullo - che lo ha preso a calci perfino nello stomaco, trasformandolo in una maschera di sangue - possa, mezz’ora dopo, andarsene tranquillamente a cavallo al galoppo. Oppure, la pa31


rentesi della zia e della nipote che vanno dal parrucchiere l’ho trovata futile, ma soprattutto inutile rispetto alla trama. Sarebbe stato meglio soffermarsi di più sui sentimenti nascenti tra i ragazzi, sui loro pensieri, sulle loro paure, invece di dedicare tutte quelle pagine a una simile digressione. Così come mi sono chiesta come mai il titolo di Contessa sia stato ereditato da Yvonne, la zia di Alix, invece che dal padre di quest’ultima. Ma ammetto la mia ignoranza, può darsi che in Francia si usi così. Mi si accuserà di pedanteria ma Come il vento tra i capelli, pur nella sua leggerezza, è un libro che parla di guerra e anche di morte, quindi si ammanta di realismo. In questi casi trovo apprezzabile che ogni cosa raccontata appaia vera, non solo verosimile, pur nell’invenzione romanzesca dell’intreccio. utto sommato, però, è meglio che la mia parte adulta taccia, perché questo è un romanzo per giovanissimi che si soffermano sui sentimenti, sul senso di scoperta, e i sentimenti ci sono, piccoli ed eterni, e limpidi.


Come il vento tra i capelli non è la storia piÚ originale del mondo e non diventerà certamente un classico, ma tiene comunque compagnia, accarezza il cuore, commuove, e basta a far trascorrere qualche piacevole ora, sognando la Provenza, la lavanda, il mare, le passeggiate in bicicletta e i baci al chiaro di luna.

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Desy Giuffrè


Un romance dalle tinte forti, dove la passione si unisce alla storia…e ogni segreto ha il suo prezzo da pagare. Titolo: La Gemma di Siena Titolo originale: The Daughter of Siena Autrice: Marina Fiorato Pagine: 320 Prezzo: € 17,60 Editore: Nord Genere: romanzo storico Data di pubblicazione: 28.02.2013

Siena, 1723. La folla riunita a Piazza del Campo è ammutolita. Il Palio di luglio ha preteso un nuovo tributo di sangue. Ma questa volta è diverso. Questa volta il corpo esanime che giace sulla sabbia è quello di Vincenzo Caprimulgo, il rampollo della casata più potente della città. Mentre tutti si stringono attorno ai familiari, Pia dei Tolomei, la promessa sposa, tira un sospiro di sollievo: Vincenzo era un uomo meschino e violento, e lei non poteva immaginarsi legata per il resto della vita a un uomo così odioso. Soprattutto ora che ha conosciuto Riccardo Bruni, giovane affascinante e gentile, che le ha rubato il cuore. Chissà, forse potrebbe persino convincere il padre a concederle un matrimonio d’amore… Ma quei sogni di felicità hanno vita breve: nel giro di pochi giorni, Pia si ritrova prigioniera nella tenuta dei Caprimulgo e fidanzata col fratello di Vincenzo, un individuo non meno spregevole di lui. Disperata, la donna è pronta a tutto pur di trovare un modo per tornare da Riccardo, tuttavia il suo tentativo di fuga la metterà in grave pericolo. Perché nei sotterranei del palazzo dei Caprimulgo si riunisce un’oscura società segreta, una società che sta organizzando un vero e proprio colpo di Stato per impadronirsi della città di Siena. E adesso Pia è l’unica che possa fermarli…

Uno Splendido Disastro, di Jamie McGuire. Un travolgente mix di pericolo e passione. Perché quando si è attratti dalla persona sbagliata, la storia diventa ancor più irresistibile… Camicetta immacolata, coda di cavallo, gonna al ginocchio. Abby Abernathy sembra la classica ragazza perbene, timida e studiosa. Ma in realtà Abby è una Titolo originale: Beautiful Disaster  ragazza in fuga. In fuga dal suo passato, dalla sua famiglia, da un padre in cui ha Titolo: Uno Splendido Disastro  smesso di credere. E ora che è arrivata alla Eastern University insieme alla sua Autrice: Jamie McGuire  migliore amica per il primo anno di università, ha tutta l’intenzione di dimenNumero pagine: 440 ticare la sua vecchia vita e ricominciare da capo. Travis Maddox di notte guida Casa editrice: Garzanti  troppo veloce sulla sua moto, ha una ragazza diversa per ogni festa e attacca Serie: Duologia Beautiful disaster #1  briga con molta facilità. Dietro di sé ha una scia di adoratrici disposte a tutto per Data di pubblicazione: 28.02.2013 un suo bacio. C’è una definizione per quelli come lui: Travis è il ragazzo sbagliato per eccellenza. Abby lo capisce subito appena i suoi occhi incontrano quelli profondi di lui e sente uno strano nodo allo stomaco: Travis rappresenta tutto ciò da cui ha solennemente giurato di stare lontana. Eppure Abby è assolutamente determinata a non farsi affascinare. Lei no, non ci cadrà come tutte, lei sa quello che deve fare, quel ragazzo porta solo guai. Ma quando, a causa di una scommessa fatta per gioco, i due si ritrovano a dover condividere lo stesso tetto per trenta giorni, Travis dimostra un’inaspettata mistura di dolcezza e passionalità. Solo lui è in grado di leggere fino in fondo all’anima tormentata di Abby e capire cosa si nasconde dietro i suoi silenzi e le sue improvvise malinconie. Solo lui è in grado di dare una casa al cuore sempre in fuga della ragazza. Ma Abby ha troppa paura di affidargli la chiave per il suo ultimo e più profondo segreto…

Il sogno della Bella Addormentata, di Luca Centi. Una storia dalle atmosfere dark e fiabesche, in una Londra di fine Ottocento intrisa di nebbia e misteri inconfessabili… Titolo: Il sogno della Bella Addormentata Autore: Luca Centi Pagine 252 Prezzo € 16,50 Collana Freeway Serie: Freeway Fantasy Data di pubblicazione: 02.2013

Nella Londra di fine Ottocento, Talia si muove silenziosa come un gatto e scaltra come una volpe. È molto giovane e bella, il che è un indubbio vantaggio nell’esercizio della sua professione, la ladra. Talia però non ruba di tutto, si impossessa solo di quello che la porta più vicino alla soluzione del mistero che avvolge la sua vita. La scomparsa di suo padre. La risposta che troverà, però, fra nebbie e vapori, ingranaggi e corsetti, sarà una scoperta tanto sconvolgente quanto raccapricciante, nascosta gelosamente dentro una teca di cristallo.

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Un amore fresco e intenso. Un affresco di emozioni tra Storia e crescita interiore. Titolo: Come il vento tra i capelli Autore: Lorenza Bernardi Pagine 280 Prezzo € 15,00 Collana Freeway Serie Freeway Love Data di pubblicazione: 01.2013

Di Clocher-Sur-Mer oggi non rimangono che rovine sommerse dall’edera. Eppure, prima della seconda guerra mondiale, era un colorato villaggio provenzale, con le stradine acciottolate e i vasi di fiori ai balconi. Tutto intorno, prati di lavanda digradanti verso il mare. E la meravigliosa e decadente Villa Chamboissier. È qui che Alix, una timida ragazza borghese, viene mandata dal padre a passare l’estate insieme alla zia Yvonne, una donna esuberante con la passione dei profumi. Complice Mathieu, il figlio dello stalliere, Alix scoprirà una vita nuova, libera e inebriante. Tanto che tra i due ragazzi sboccerà l’amore. Un amore dolce e profondo che li farà crescere in fretta, perché la guerra busserà anche alla loro porta...

L’ultimo capitolo della trilogia Trylle, la serie bestseller che ha portato al successo Amanda Hocking: 2 milioni di copie ebook vendute col sistema del self-publishing e 300 mila copie in libreria solo negli Stati Uniti. Titolo: Ascend Autore: Amanda Hocking Pagine: 300 Prezzo € 9,90 Editore: Fazi Collana: Lain data pubblicazione: 01.02.2013

Siamo alla resa dei conti finale e Wendy Everly si trova di fronte a una scelta impossibile. Ormai è una donna pienamente consapevole dei suoi poteri, ma l’unico modo per salvare i Trylle dal loro nemico mortale è sacrificare se stessa. Se non si arrenderà ai Vittra, il suo popolo dovrà affrontare una brutale guerra, ma come può Wendy abbandonare tutti i suoi amici, anche se questo fosse l’unico modo di salvarli? La principessa deve anche decidere chi amare, se Finn o Loki, a entrambi i quali è profondamente legata. Uno di loro due è la sua anima gemella e l’ha capito solo nel momento del più grave pericolo. Il destino di un intero mondo è nelle mani della ragazza, che seguendo il suo cuore arriverà dove nessuno era mai riuscito, là dove i due popoli conosceranno per la prima volta la pace.

Perché l’amore per se stessi rappresenta il passaporto principale per essere amati dagli altri. Bisogna “solo” trovare il coraggio di spogliarci agli occhi del mondo e mostrare la bellezza delle nostre smagliature. Titolo: Cate,io Autore: Matteo Cellini Editore: Fazi Pagine 218 Prezzo €16,00 Genere Romanzo Data di pubblicazione: 22.02.2013

Caterina è un’adolescente e vive in un paesino di provincia, Urbania. La sua vita si divide tra liceo e famiglia, come quella di una diciassettenne qualsiasi. Cate però non è come gli altri: è obesa, come tutti i suoi familiari. Una vita di discriminazioni le ha insegnato che il mondo è diviso in “persone” e “non-persone”, a seconda della taglia. Caterina è una “non-persona” che fa uno sforzo sovrumano ogni volta che esce di casa. Il coraggio che sfodera per camminare in pubblico la trasforma in una supereroina: “Cater-pillar”, “Super-Cate”, “Cate-ciccia”; una tutina stretta su un corpo enorme, ingombrante e ridicolo è il segno della sua diversità. Convinta che il mondo dei “normali” sia ostile per natura agli obesi, Cate usa tutta la sua intelligenza per anticipare e neutralizzare le cattiverie che gli altri sicuramente le rivolgeranno. Due persone tentano di forzare la solitudine di Caterina: la sua professoressa d’italiano, amica e complice nell’amore per la letteratura, e Anna, compagna di classe a cui Cate ha impietosamente rifilato il nomignolo “annoievole”. Ma c’è dell’altro a terrorizzare Caterina: l’imminente 17 dicembre, giorno del suo diciottesimo compleanno, simbolico giro di boa e passaggio dalla gabbia confortevole della famiglia a un’emancipazione bramata e insieme spaventosa.


Quando il gioco si fa pericoloso, non resta che iniziare a giocare…qualunque sia il prezzo da pagare. Titolo: Anger Autrice: Isabel Abedi Editore: Corbaccio Prezzo € 16,40 Data di pubblicazione: 03.2013

Ce l’ hanno fatta: tre settimane su un’ isola deserta al largo di Rio de Janeiro, dove telecamere nascoste li riprenderanno ventiquattr’ ore su ventiquattro: saranno attori di un film dalla trama imprevedibile. Sono dodici ragazzi e ognuno di loro ha un motivo particolare per partecipare, sogni da coltivare e segreti da custodire. L’ isola è un paradiso, ma il ruolo che i ragazzi scoprono di dover interpretare è inquietante: undici vittime e un assassino... E’ solo un gioco, nessuno morirà per davvero, eppure quando Joker, uno di loro, viene trovato sfracellato sugli scogli, gli altri undici capiscono che il film dei loro sogni si è trasformato in un horror...

Essere “mamma” si concilia davvero con l’ideale dell’essere “donna” oggi? Lo scopriremo in queste pagine ricche di se, ma e perché capaci di rispondere al cuore di ogni donna. E di ogni mamma.

Titolo: Di mamma ce n’è più d’una Autore: Loredana Lipperini Prezzo € 15,00 Editore: Feltrinelli Collana Serie bianca Data di pubblicazione: 20.02.2013

Il Palazzo d’Inverno di Pechino era luogo di meraviglie e splendore. Ma il suo nome era anche Città proibita. L’imperatore della Cina, che deteneva il potere più alto, era prigioniero del suo palazzo, proprio in virtù di quel potere. Anche la maternità è un Palazzo d’Inverno: dove è splendido aggirarsi ma da dove non si può uscire. Per secoli, anzi, è stato l’unico potere concesso alle donne, e oggi torna a essere prospettato come il più importante: l’irrinunciabile, anzi. Lo ribadiscono televisione, giornali, libri, pubblicità, blog: perché volere tutto se si può essere madri, possibilmente perfette? Alle donne, in nome del nuovo culto della Natura, si chiede dolcemente di allattare per anni e di dedicare ogni istante del proprio tempo ai figli: si dice loro che tornando a chiudersi in casa, facendo il sapone da sole e lasciando libero il proprio posto di lavoro salveranno il paese, e forse il mondo, da una crisi economica devastante. Oppure, se proprio vogliono lavorare, devono diventare “mamme acrobate” in grado non solo di conciliare lavoro e famiglia, ma di farlo con il sorriso sulle labbra e la battuta pronta, magari per raccontarsi su blog che sono il territorio di caccia preferito per tutte le aziende che producono passeggini e detersivi. Intanto, nell’Italia dove il mito del materno è potentissimo, per le madri si fa assai poco sul piano delle leggi, dei servizi, del welfare, dell’occupazione, dell’immaginario: e nella riproposizione dei cliché sembra profilarsi per le giovani donne quella che potrebbe non essere più scelta, ma Destino. Ma invece di unirsi, le donne si spaccano. Le fautrici dei pannolini lavabili contro le “madri al mojito”, che non disdegnano una vita sociale e lavorativa accanto agli impegni genitoriali. Le madri totalizzanti contro le madri dai mille impegni. Natura contro cultura. Femminismi contro femminismi, anche...

STAY – Un amore fuori dal tempo, diTamara Ireland Stone.

La corsa di un destino fuori dal tempo e dalle possibilità umane. La forza di un amore che nulla vuole perdere…e tutto sa rischiare. Titolo: STAY – Un amore fuori dal tempo Autore: Tamara Ireland Stone Editore: Mondadori- Chrysalide Pagine 336, Prezzo € 16,00 Data di pubblicazione: 05.02.2013

Anna e Bennett non avrebbero mai potuto incontrarsi: lei vive nel 1995 a Chicago, lui nel 2012 a San Francisco. Ma Bennett può viaggiare nel tempo, pur con il divieto di cambiare il corso degli eventi. Per cercare sua sorella che si è perduta in una dimensione temporale sbagliata, il ragazzo irrompe nella vita di Anna, recando con sé un nuovo universo, denso di avventure e possibilità. Ma se il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano all’altro capo del mondo, cosa scatenerà un sentimento potente come l’amore che nasce con diciassette anni di anticipo? Anna e Bennett si perdono e si ritrovano incrociando i loro destini paralleli, ma dovranno trovare il modo di fermare la corsa dell’orologio. Quanto saranno pronti a perdere pur di rimanere insieme? Quali conseguenze saranno disposti a sopportare, alterando la realtà, per proteggere il loro amore?

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* T E STO A C U R A D I *

Cristina Zavattieri


1453 Costa meridionale della Calabria. aceva particolarmente caldo quel giorno. I granelli di sabbia volavano circolarmente sulla spiaggia, e con essi la spuma del mare e il fogliame caratteristico dei paesaggi marini. L’odore di salsedine saziava le narici degli amanti di quell’acqua amara, di quel luogo tanto caro. Il sole era appena sorto e la gente del villaggio si svegliava alla buonora per portare al pascolo le bestie sulle montagne. Le donne, invece, caricavano sul loro capo, in una cesta, i panni da lavare al più vicino fiume. “All’armi! all’armi! la campana sona: li turchi sù arrivati a la marina!”. Ormai era sempre più frequente ascoltare le grida della sentinella che sulla torre di vedetta, con sguardo attento e timorato, vagliava quel lembo di mare. La gente dal borgo si spostava sulle alture in massa. I più grandi chiedevano ai bambini di far silenzio, di non piangere. Gli uomini, i capi-famiglia, spesso decidevano di combattere,

di morire sotto i fendenti e la crudeltà di quella minaccia venuta dal Mediterraneo, incitando a prendere in mano le armi. Pizia, come i suoi genitori, aspettava in apprensione quel segnale. Suo padre già da tempo aveva pensato di spostarsi sulle vette dell’Aspromonte. Per proteggersi e difendersi, per nascondersi in modo più efficacie. E forse, pensò Pizia, era il momento di farlo per non sottostare alle angherie del nemico. Da svariate settimane vivevano con la paura di essere torturati e uccisi. I turchi prendevano le più belle ragazze e ne abusavano, i ragazzini divenivano semplici servi, le braccia di uomini robusti, forza lavoro nelle loro navi. Nessuno di loro aveva fatto più ritorno. Il silenzio nella piccola grotta era scandito dai sospiri, dal caldo e dal puzzo di sudore. Erano almeno in venti, ammassati l’uno accanto all’altro all’interno di una fenditura. Basilio, l’amico di sempre, le fece l’occhiolino rassicurandola. Tuttavia, Pizia non aveva bisogno di essere rincuorata, sapeva come difendersi e proteggersi dalla

furia omicida e terrificante degli intrusi. Temeva per il fratellino, che in quel momento tremava fra le sue braccia; sua madre, invece, sembrava essersi isolata in una realtà inventata. Scosse la testa, ma sorrise tranquillizzando immediatamente sia l’amico che il bambino. Erano le uniche persone con cui poteva avere un contatto umano o una discussione logica. Suo padre passava la maggior parte del tempo nelle officine. Da tempo, l’uomo addestrava bambini e ragazzi all’arte della guerra. Si era improvvisato capo di Roccascinti e veniva preso in alta considerazione, rispettato e ben voluto. «Quanto pensi ci metteranno per risalire la montagna?». «Prima che il sole raggiunga l’esatta metà del cielo. Strano che abbiano deciso di attaccare in pieno giorno». Commentò Basilio, sussurrando quelle poche parole per non farsi sentire da orecchie facili allo sconforto o alla paranoia. La giovane annuì baciando la fronte di Baldovino, suo fratello. «Dov’è tua nonna?». Domandò, cercandola fra le facce conosciute. «E’ andata con l’altro gruppo, non 39


preoccuparti. Non toccherebbero mai una vecchia!». Pizia soppesò le parole, poi, con aria distratta disse:«Mi domando che fine facciano tutte le ragazze che non vengono uccise». «Chi ti dice che non le abbiamo uccise? Lo fanno anche dopo averle stuprate, Pizia». La corresse Basilio sicuro delle sue ragioni, della sua inappuntabile logica. «Forse hai ragione». «Fidati!». «Sono arrivati!» sussurrò un uomo qualche ora dopo. Quello che affiancava il padre e a cui aveva dato l’incarico di proteggere donne e bambini. Baldovino cercò il conforto fra le braccia della sorella, terrorizzato. Non si era ancora abituato agli improvvisi agguati dei turchi. Spesso aveva gli incubi, e quando si svegliava nel cuore della notte toccava a lei consolarlo. «Ssh... Non ti faranno niente, stai tranquillo!», mormorò facendolo accomodare sulle sue ginocchia e stringendolo forte, quasi sperando di poterlo proteggere. Non si rendeva conto di essersi aggrappata a lui perché nutriva la stessa comprensibile emozione. Dopotutto, anche Pizia era ancora una bambina. «Sono arrivati! Sono arrivati! Fate silenzio! Non gridate, non respirate nemmeno». Continuava l’uomo, poggiato con un braccio sul muro mentre gesticolava animatamente con la mano. Ordinava quelle parole -cui nemmeno lui riusciva a tener fede- a gente del villaggio spaventata, che pure stringeva fra le mani un coltellaccio e guardava l’uscio tremante. Alcune donne erano concentrate, pronte ad attaccare al minimo segnale, mentre altre si disperavano.

li stranieri risalivano il sentiero cantando, certi del successo imminente della spedizione, non curandosi del frastuono che il loro vociare sconnesso procurava. Ridevano e parlavano, alcuni intonavano cori. Pizia provò repulsione nei loro confronti, sconforto per sé e per gli altri. I bambini già piangevano, le donne più anziane adesso urlavano. Sua madre si era nascosta infondo alla grotta. Fu un attimo e suo fratello le scappò dalle braccia, turbato dall’isteria generale. Gridò all’amico sperando che potesse aiutarla. Basilio, che si trovava sull’uscio, non riuscì a prenderlo, nonostante avesse sfiorato il pallido braccio. Il bambino sfrecciava via correndo, gridando, piangendo. Pizia gli corse dietro, attraversando le felci e l’erba alta, facendosi male ad un piede quando un masso le intralciò la strada. Sentiva la voce di Basilio, le grida delle donne che li davano già per morti, il muggire di una vacca chissà dove… «Baldovino, fermati!». Ma suo fratello non l’ascoltava; i rovi le graffiavano la pelle, la tensione e il bruciore alle ferite la stavano disarmando, destabilizzandola completamente. La paura di perdere il fratello le faceva abbandonare il raziocinio. Sentiva come un freddo nel cuore, o forse più in basso, al centro esatto del petto. a sua corsa e il fiatone si arrestarono quando vide il suo piccolo e innocente Baldovino stretto per le spalle da un uomo più grande di suo padre, sia di stazza che di età, dalla faccia scura, un naso grosso e lungo, due occhi neri e un sorriso beffardo. La squadrò da capo a piedi. Il vecchio stava sputando saliva e masticando qualcosa che Pizia era certa le

avrebbe dato il voltastomaco, proprio come quel viso rozzo. Poi, accanto a quell’uomo si accostò un altro, diverso e indubbiamente piacente. Aveva il viso scuro come il vecchio, ma nella sua espressione vi leggeva curiosità. Era molto alto, spalle larghe e vita stretta. Innumerevoli ferite sfregiavano le sue braccia. Ciononostante, Pizia invece di provare odio nutrì compassione per quello che era il suo nemico. Fece qualche passo avanti, l’uomo rozzo -quello che adesso stringeva suo fratello per un braccio- le parlò: una lingua a lei sconosciuta, quasi un insieme di urli e imprecazioni. Il modo di parlare le fece intuire questo, ma poteva sbagliarsi. Il ragazzo, perché le pareva evidente che fosse più giovane dei due, anziché parlare le fece cenno con la mano di avvicinarsi, poi comandò al vecchio qualcosa nella loro lingua madre. Pizia si fece vicina facendo cenno al fratello di far silenzio. Il giovane dalla pelle olivastra e gli occhi neri la guardò, e accennò un sorriso. Quel tanto bastò per incoraggiare Pizia ad aprir bocca: «Per favore, non fargli del male». I due si guardarono negli occhi. Un nero profondo si incontrò diffidente sul nocciola di Pizia. La ragazza deglutì, forse non aveva capito. Non conosceva la sua lingua, pensò. Il tramonto, la foresta e l’ultimo stormo di uccelli sembravano augurarle buona fortuna, mentre il cielo diventata sempre più scuro. Si strinse nelle braccia, ma non si perse d’animo e alzò il mento fiera. Decise che il linguaggio dei gesti avrebbe permesso al forestiero -e suo nemico- di comprendere meglio, così prese a muovere le mani, aprendo e poggiando la mancina sul petto. Con l’altra indicò il bambino, suo fratello che spaurito piangeva. Avrebbe fatto il 41


possibile per sottrarlo a quel losco figuro che la osservava con lascivia e le ispirava meno fiducia fra i due. Spesso aveva visto quello stesso sguardo negli occhi degli assalitori delle ragazze del villaggio. Pizia, con quello strano modo di comunicare, stava proponendo uno scambio. Il ragazzo, quello di una bellezza inquieta e affascinante, rise. «Capisco la tua lingua, ragazza!». Pizia lo fissò per alcuni istanti, attonita. «Ti prego, lascia mio fratello…» chiese allora, quasi lamentandosi. «Perché? Potrebbe essere un buon servo!». Replicò l’altro, scuotendo la testa e osservando il bambino gracile, con le gote rosse bagnate di pianto. «Prendi me, ma lascialo andare!». Il vecchio parve capire e annuì vistosamente sbraitando contro il giovane. Il ragazzo parve valutare la situazione e, dopo aver zittito l’altro, annuì vagliando la ragazza dalle forme generose. «Va bene». Poi, nella sua lingua, comandò all’uomo di lasciare il bambino e senza troppe cerimonie tirò per il gomito Pizia, spostandola davanti a lui in modo da non perderla di vista. Il cuore di Pizia esplodeva in petto, aveva paura e avrebbe tanto voluto tapparsi le orecchie per non sentire le grida di suo fratello che la chiamavano. «Non deve morire! Ti prego…». Ebbe il coraggio di dire, scossa, volgendo lo sguardo verso il giovane dagli occhi neri. Lui sospirò pesantemente: «Non morirà. Ahmed lo accompagnerà poco lontano dalla grotta». izia sentì il sangue gelarsi nelle vene. Allora sapevano dove si nascondevano.

Chiuse gli occhi e scacciò con la mano sporca di polvere una lacrima che le rigò la guancia. La sua famiglia, Basilio e i suoi amici erano spacciati. «Voi mentite». Sussurrò. «Non moriranno. Abbiamo bisogno di schiavi. Adesso cammina!». C’era qualcosa nel tono di voce dello sconosciuto -non brusco, non autoritario- che le dava speranza. Forse non tutti i turchi erano malvagi. uando raggiunsero la spiaggia, dopo aver camminato per ore sulle montagne, il giovane la fece entrare in una tenda infinitamente grande, adornata di pregiati tappeti e preziosi brocche, piatti e decorazioni. Sgranò gli occhi estasiata, ma solo per un attimo, perché i pensieri di Pizia correvano alla madre, al fratellino che l’aveva messa in quel guaio. Immaginò le botte che la povera madre avrebbe preso quando suo padre avrebbe scoperto che, anziché proteggere i figli, la moglie si era nascosta in un angolo. Strinse i pugni per non piangere, le nocche divennero bianche e la sua mente era sempre più confusa, il suo animo vuoto, come se non fosse più in contatto con la realtà. Non percepiva nulla di quel che la circondava. Vide il giovane togliersi la sciabola dalla grande cintura che portava alla vita, poi il copricapo. Lo guardò con timore, temendo di essere scoperta. Il ragazzo si sedette e la osservò, aggrottando la fronte. «Siediti». La invitò, con calma e un tono di voce divertito, benché il suo cipiglio sembrava confermare il contrario. Pizia seguì il consiglio e si spostò di fronte a lui, non osando alzare gli occhi o proferire parola. «Sei giovane. Quanti anni hai?». Domandò, ma già pensava a

lavarsi le mani, il viso e le braccia. Un ragazzino entrò nella tenda e gli portò dei teli puliti, poggiandoli su uno dei cuscini cui il giovane era seduto. «Avanti, parla». Sollevò lo sguardo verso Pizia, aspettando che la ragazza aprisse bocca. «Diciotto», sussurrò schiarendosi la voce. Sentiva la bocca secca e perciò avrebbe tanto desiderato bere un sorso d’acqua. In poche ore la sua vita era cambiata, ma non poteva piangere o lasciarsi andare alla malinconia, doveva tenere gli occhi aperti… per quanto le fosse possibile. Conosceva bene la ferocia dei turchi. Il ragazzo alzò gli occhi stupito, ma non indagò oltre:«Hai un nome?». «Mi chiamo Pizia». «Sei ellena?». «Il nonno di mio padre lo era». «Vuoi lavarti?». Pizia si stupì. Era troppo gentile quel turco. «Sì». Il ragazzino che sino ad allora non si era mosso dalla soglia entrò, e Pizia si stupì con quanta velocità questi cambiò l’acqua dalla bacinella del suo padrone per riempirla con altra. ccanto al catino vi era uno specchio, e solo allora Pizia poté constatare lo stato deplorevole del suo viso. Un volto anonimo eppure tanto invidiato dalle ragazze del villaggio, a volte persino criticato. Aveva una guancia sporca di terra, i capelli pieni di fogliame e la fronte graffiata. Immerse le mani e si sciacquò il viso. Lui la guardava sorridendo. Non provò sollievo dopo quell’operazione, né quando il ragazzino le passò una pezzuola sofficissima in mano. «Tu non appartieni a questo popolo, ragazza». «E a chi altri?». «Sembri una delle mogli di mio padre, una delle mie sorelle. I tuoi


capelli ricci e scuri, lunghi, e i tuoi occhi neri… come i miei. Quale sangue scorre nelle tue vene?». Non era realmente una domanda. E quel giovane dalle maniere davvero inusuali appariva rilassato e a suo agio. «E nel vostro? Voi parlate la mia lingua». «Mia madre è come te!». «Vostra madre è stata rapita?». Azzardò. Il ragazzo annuì. Pizia non batté ciglio, ma passò ad un argomento che le stavo più a cuore. «Che ne sarà della gente del mio villaggio, di mio fratello? Vi prego di dirmi la verità!». «Schiavi. Verranno condotti a Costantinopoli». «Come posso esserne sicura?». «Quando li vedrai, mi crederai». Commentò placido. Sembrava che in lui -rispetto agli altri uomininon regnassero sentimenti di odio o ira verso le donne. Eppure era una minaccia anche questo ragazzo, perché venuto dal mare. Pizia si sedette, confusa. Il luogo che la circondava le era completamente indifferente. Si strinse le mani al petto e abbassò lo sguardo sul tappeto intarsiato, attonita e frastornata. Intanto, il ragazzino di prima, magrolino e molto più scuro di pelle rispetto al giovane nemico, entrò portando un vassoio colmo di cibi. Il rapitore non sembrava granché intenzionato a mangiare, anzi la guardava. Pizia aggrottò la fronte interrogativamente. «Serviti pure. Io non ho fame…». La lasciò sola e si diresse fuori, laddove lo attendevano uomini vestiti di scuro che gesticolavano animosamente. Dallo spiraglio della tenda riuscì a scrutare i volti di chi, con rispetto, parlava al suo nemico. Le incutevano timore tanto da stringersi il busto fra le braccia. Pensò a Basilio e sospirò;

adesso che aveva bisogno di un sostegno, ironicamente, non lo poteva avere. uando il giovane ritornò, la guardò e inspirò piano. Successivamente lo vide sedersi ancora una volta di fronte a lei, in modo da poterla fissare negli occhi. «Vedo che nessuno di noi ha appetito». Poi sentì chiamare il ragazzino, che molto probabilmente si chiamava Abdul, e questi immediatamente liberò quella che alla giovane prigioniera sembrava fosse una meravigliosa stanza - e che in realtà era soltanto una tenda - del vassoio. «Ma tu chi sei? Così diverso dagli altri uomini». «Il mio nome è Fares». Rispose lui, affatto sorpreso dalle parole rivoltegli. «Questi uomini ti seguono e ti rispettano come pochi…». «Sono un Principe e loro comandante. E’ naturale che si comportino in tal modo!». «Tu sei un principe?». Per Pizia fu inevitabile mostrare tanto stupore. Fares sorrise debolmente, poi annuì. «Potresti… Liberami!». Esclamò la ragazza. ui parve soppesare quelle parole, spostandosi da una parte all’altra. Prese un gingillo fra le mani, poi alzò finalmente gli occhi su Pizia. Con voce dolce e al contempo determinata le chiese: «Non vuoi davvero rivedere tuo fratello?» «Sì. Sì, voglio rivederlo!». Rispose lei emozionata. Non aveva mai pensato davvero a una possibile eventualità. Era troppo stanca e sconvolta per pensare a qualcosa di concreto. «Resta con me … o morirà». L’inattesa e crudele risposta del principe Fares la colpì come un

pugno in pieno stomaco. In quel preciso istante capì che non doveva sottovalutarlo. Quel giovane comandante continuava ad essere un suo nemico.


* T E STO A C U R A D I *

Maila Daniela Tritto


Il nuovo romanzo di Barbara Fiorio, Buona Fortuna, è un concentrato di ironia, sagacia e realismo, riflesso di una quotidianità spesso opprimente e dettata dagli eventi che si susseguono in continua frenesia. Il lavoro che tende a confondersi con la vita privata è la dimostrazione di quanto l’individuo abbia bisogno di ritagliarsi degli spazi da dedicare a sé e alle persone alle quali vuole bene. Capita lo stesso per Margot, la protagonista del romanzo, giornalista trentottenne che deve sostenere numerosi problemi, non da ultimo la conoscenza con un’anziana signora che le farà scoprire un “mondo oscuro e di azzardo”, espressione del malessere sociale.

ha ospitato l’autrice che, oltre alla sua recente pubblicazione, si rivela in queste pagine dedicate alle donne e all’editoria.

Ciao Barbara, grazie per essere con noi. Puoi parlarci un po’ di te e di come sia nata la passione per la scrittura? Ciao Maila, grazie a voi per accogliermi nel vostro spazio. Per quanto abbia un blog nel quale mi diverto molto a raccontare le mie personali avventure, confesso una sorta di imbarazzo quando mi si invita a “parlare di me”. Sono una donna che è stata bambina e posso ricondurre a quel tempo la nascita della mia passione per la scrittura. Sono istinti, urgenze, amori spontanei che sbocciano a prescindere da noi, così come l’amore per la lettura. Anzi, è dall’amore per la lettura che nasce quello per la scrittura, è ritrovarsi in quel modo di comunicare, sentirsi a casa in mezzo alle pagine, sentirsi bene con una penna in mano o la tastiera sotto le dita, che fa capire cosa sia una passione. Così come immagino succeda a chi suona, a chi dipinge, a chi balla, a chi scolpisce, insomma, a tutti coloro che creano qualcosa dopo averlo visto fare agli altri ed essere stati emozionati da loro.

La realtà di cui parli in Buona Fortuna è quella delle ricevitorie. Perché hai voluto affrontare questo tema poco approfondito nella letteratura? È stata una sfida nata confrontandomi con la mia agente. Non ero mai entrata in una ricevitoria e non ho mai giocato schedine varie, per cui mi si poneva l’occasione di raccontare un mondo che esiste nella realtà, ma inventandolo. Una libertà euforizzante, per me. Alla carta bianca preferisco avere piccoli puntini da unire e attorno ai quali fare grandi disegni, sono come punti cardinali. Mi sono fatta spiegare da amici le regole e i nomi delle varie combinazioni da giocare, qualche aneddoto capitato a loro e dai piccoli dettagli ho creato persone, storie, situazioni e persino la ricevitoria. Ce n’è davvero una, in Salita Santa Caterina a Genova, davanti alla quale sono passata tutti i giorni per decenni, avendo lavorato in quella zona, ma non ci sono mai entrata. E ben mi son guardata dall’entrarci quando ho deciso di scrivere Buona Fortuna e di far vivere lì Caterina: volevo assoluta libertà d’immaginazione. 45


Il tema delle ricevitorie è delicato e complesso, c’è un mondo oscuro di azzardo, disperazioni, patologie e malavita nella quale spesso finiscono stritolate persone oneste ma annientate dalla passione per il gioco. Ho preferito sfiorarlo, aprendo piccoli spiragli sulle anime che vi girano attorno, concentrandomi soprattutto sulle loro solitudini. Margot, giornalista trentottenne, è la protagonista. Per descriverla ti sei ispirata a qualcuno in particolare? Non sono una giornalista e non ho più trentotto anni ma confesso di essermi presa in prestito per questo personaggio. Amo molto Margot, vive nella mia testa da molti anni, durante i quali ha avuto tempo di crescere, svilupparsi, definirsi, e non nego che sia, al momento, il personaggio dei miei libri che più mi somiglia. Mi ha aiutato molto la mia esperienza professionale: lavoro da oltre vent’anni nella comunicazione, ho avuto molto spesso a che fare con giornalisti e ho diversi amici che lo sono, conosco il loro mon-

do e i loro problemi quotidiani. In più sono sempre stata una precaria, per cui so bene cosa significa lavorare costantemente senza una sicurezza, condizionando i propri sogni e progetti, psicologicamente sotto perenne ricatto. Diventa un modo di vivere mai piacevole, sempre in tensione, talvolta angosciante, che cronicizza le insicurezze. E spesso la mancanza di stabilità si proietta anche nelle altre sfere della vita, come capita a Margot. Lo stile narrativo usato in Buona Fortuna è spesso colloquiale e realistico. Preferisci scrivere storie di fantasia come ad esempio Chanel non fa scarpette di cristallo, o storie quotidiane? Non rinnego gli elementi fantastici di Chanel non fa scarpette di cristallo e non escludo di utilizzarne di nuovo in futuro, ma tendenzialmente preferisco storie ambientate nella realtà, credo che per me sia una crescita narrativa, ho abbandonato rassicuranti «trucchi» per mettermi in gioco parlando di qualcosa che può riguardare chiunque. Apprezzo la fantasia

quando è, chiamiamolo così, un superamento dell’accademico. Penso a Italo Calvino, a Christopher Moore, a Neil Gaiman o anche a Terry Pratchett che scrive un fantasy così intelligente, sarcastico, collegato all’umanità dei nostri giorni, che quasi non ci si accorge che sia fantasy. Hai lavorato, per oltre un decennio, alla promozione teatrale e, successivamente, ti sei dedicata alla letteratura. Qual è l’esperienza, o il settore, che preferisci? Tra il mondo del teatro e quello della scrittura c’è stato anche, per un altro decennio, quello della politica e istituzione pubblica, un mondo di mezzo piuttosto traumatico se consideriamo da dove venivo e dove sono ora. Ho lavorato in teatro per amore, ho lavorato nella pubblica amministrazione per necessità, scrivo per passione. Ogni esperienza mi ha arricchito: da ogni contesto ho imparato qualcosa e forse, se non avessi alle spalle quei percorsi così importanti, ma anche così diversi tra loro, avrei meno cose da scrivere e da raccontare. Non tornerei indietro, sono


felice di questa mia nuova terza vita - che spero duri a lungo -, ora sto lavorando alla realizzazione di un sogno, ma sono molto legata al mio passato dietro le quinte.

le sensazioni ricevute.

Qual è il tuo romanzo preferito tra quelli che hai scritto e perché?

Che è quello al quale appartengo, nel bene e nel male, con tutte le sue contraddizioni e le sue meraviglie, con gli innegabili limiti, gli insopportabili difetti, le straordinarie profondità, le incantevoli bellezze. Non mi piace fare discorsi di genere, non penso che sia meglio quello femminile rispetto a quello maschile, penso che siano diversi e identici allo stesso tempo.

È come chiedere a quale dei propri figli si voglia più bene! E poi, per ora, ho pubblicato tre libri di cui solo due romanzi per cui la scelta è tra Chanel non fa scarpette di cristallo e Buona Fortuna. Li amo entrambi, ognuno di loro ha significato qualcosa di importante per me, ma ovviamente preferisco l’ultimo perché credo di essere cresciuta nella mia scrittura. Spero sempre di poter dire che preferisco l’ultimo libro pubblicato, significherà che non ho smesso di crescere e cercare di migliorare. Qual è il tipo di lettore a cui preferisci indirizzarti? Quello che ama leggere, che si emoziona attraverso le pagine, che, quando chiude un libro appena finito, lo tiene tra le mani per qualche secondo, assaporandone

Le protagoniste dei tuoi romanzi sono le donne, cosa ne pensi del mondo femminile?

Puoi darci il tuo parere a proposito dell’attuale situazione in cui imperversa l’editoria italiana? Non sono un addetta ai lavori, non posso dare un parere da esperta ma solo da lettrice e da osservatrice esterna, nonostante abbia pubblicato dei libri. Personalmente ho la sensazione che vengano pubblicati troppi libri, cannibalizzando le piccole case editrici e penalizzando molti bravi autori. Al contempo, penso che molte piccole case editrici sfruttino gli autori,

non rispettando i contratti, non comunicando i reali dati di vendita, non riconoscendo i diritti, non sostenendo e promuovendo i libri ma lasciando che tutto sia nelle mani di chi li ha scritti. A volte, addirittura - ho sentito molti casi del genere - sono alla stregua di tipografie che stampano un libro e impongono all’autore di comprare un numero di copie sufficiente a coprire le spese di stampa. Così alla fine, poiché un autore esordiente non può - se non in casi di grande fortuna - approdare direttamente a un grande editore, la sua opera finisce «bruciata» nel mercato e a lui resta la sensazione di non essere neppure uscito. Forse anche per questo sta dilagando l’auto-pubblicazione, una scelta che non condivido e non suggerisco, ma che comprendo. Sono convinta che un autore non possa essere un obiettivo giudice di se stesso, credo sia fondamentale un filtro di qualità dato da chi fa l’editor di lavoro. Ma è anche vero che ogni tanto spuntano opere brillanti che non avendo trovato un editore, o non avendo avuto una giusta promozione, sono finite a far parte del self-made. Raro, ma succede. Il 47


della letteratura e restando quindi sul contemporaneo, anzi, sugli scrittori viventi per restringere la lista, amo molto Matt Ruff, Christopher Moore, Terry Pratchett, Neil Gaiman, Gabriele Romagnoli, Tonino Benacquista, Joe Lansdale, Jonathan Carrol, J.K. Rowling e ultimamente ho letto alcuni Premi Pulitzer che mi hanno fatto venir voglia di leggere tutti gli altri. Progetti per il futuro? Scrivere, magari andando in qualche angolo del mondo a isolarmi per farlo, e una cosa che mi piacerebbe scrivere è una nuova avventura di Margot. tempo e i posteri saranno i migliori giudici. In sostanza credo che sarebbe più giusto fare una migliore selezione e dare maggior respiro al mercato, rinunciando a rovesciare nelle librerie decine di nuovi titoli al mese e seppellendo quelli usciti magari poche settimane prima. Infine, mi piacerebbe che il costo finale di un libro venisse ridotto. È vero che in Italia c’è poca gente che legge ma, forse, se i libri costassero meno, potrebbe aumentare o potrebbero aumentare i libri che i lettori accaniti si concedono di comprare. Chi sono i tuoi scrittori preferiti e quali sono i romanzi che prediligi? Amo i romanzi scritti bene, con un buon ritmo e una storia che sappia coinvolgermi e interessarmi, perché mi commuove o mi fa ridere o mi fa pensare o mi rilassa o mi insegna qualcosa. Ma mentre riesco ad arrivare fino alla fine di un romanzo con una storia poco accattivante - ma scritta bene -, non riesco a terminare un libro con magari bei personaggi o buone idee ma scritto male. Quanto agli autori, a parte le imprescindibili pietre miliari


* T E STO A C U R A D I *

Desy Giuffrè e Anita Book


Iniziare a parlare dell’universo legato alla Letteratura nel suo prezioso e immortale filone Classico, potrebbe subito indurre a pensare agli oramai noti canoni che lo contraddistinguono e che permettono di «catalogare» un libro come, appunto: ‘Classico della Letteratura’.

secoli per giungere sino a noi, conquistando posti di prestigio nelle nostre personali librerie e aprendo varchi inconfutabili sul passato nella nostra immaginazione. Tuttavia, uno degli elementi di maggior rilievo all’interno di un Classico è sempre lui: l’amore.

a cos’è, in realtà, un ‘classico’? Un libro scritto in epoche diverse dalle nostre, prevalentemente antiche o, in alcuni casi, appartenenti agli inizi del secolo scorso. Una storia, insomma, basata su vicende di vita romanzate e unite a determinati periodi storici che permettono al lettore di tuffarsi in particolari ambientazioni, usanze e costumi.

Il sentimento che muove il mondo e il destino dell’uomo, le sue scelte, le conseguenze ad esse, e così via. Ciò che rende realmente immortale un libro è proprio la materia che in questo viene trattata, ovvero l’universalità dei sentimenti. Essi riescono a sopravvivere oltre gli spazi, i limiti, le barriere del tempo e dei ricordi, la vita stessa con la propria entità fisica che la distacca dal mondo dell’incorporeo e dell’ignoto.

Una storia che giunge a noi impreziosita da un linguaggio ricercato, poetico, altisonante. La sua struttura riesce a colpire il lettore moderno con un’intensità pari ad un pugno in pieno stomaco. La purezza della parola trova la sua più alta bellezza proprio in queste pagine che «profumano di eterno». Non per nulla stiamo parlando di testi che hanno realmente sfidato i

Il passo che valica questo confine ha un nome ben preciso, ed è anch’esso catalogabile come un altro genere riconosciuto nel variegato universo della letteratura: il ‘Paranormale’. bbene sì, stiamo parlando di spiriti, fantasmi, individui appartenenti al mondo della

notte e dell’occulto; a volte persino ad alcune credenze e figure leggendarie quali vampiri, zombie, licantropi, ladri di anime ecc. lcuni si chiederanno in quale modo possano mai interagire tra loro due generi così diversi e del tutto lontani l’uno dall’altra, ma la risposta è più semplice di quanto si possa credere. Se solo si pensasse ad alcuni titoli della Letteratura Classica in cui l’elemento paranormale è già «vivo» e presente sin dalle sue origini, rappresentando un punto di forza della narrazione e del ritmo incalzante dell’intero romanzo; per citarne qualcuno: Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, Cime Tempestose di Emily Bronte, Dracula di Bram Stoker, Frankenstein di Mary Shelley, per non parlare dei numerosissimi adattamenti in prosa ispirati ad alcuni miti e leggende (vedi Tristano e Isotta). Prendiamo in considerazione Dorian Gray. La metafora esistenziale, presente nel romanzo, pone come soggetto un quadro che racchiude in sé le paure legate all’inesorabile scorrere del tempo; all’egoismo, 51


all’insano piacere per la propria bellezza e allo sfacelo di una morale troppo fragile per sopravvivere alla febbre di un animo anticonvenzionale come quello di Dorian Gray, il quale ricalca ogni sua più tragica emozione tra il proprio alterego e il passo di cui parlavamo prima: quello che conduce al mondo celato agli occhi dei più, ma che spesso lancia messaggi per rendere autentica la propria presenza attraverso manifestazioni soprannaturali. Come poter non considerare in parte ‘Paranormale’ un romanzo come quello che ha per protagonista il bello e dannato Dorian Gray? Se poi vogliamo scendere nei particolari più piccanti e squisitamente rivolti al mondo femminile, potremmo aggiungere: come non vedere, in questo personaggio dalle apparenze «antiche», un prototipo del bello e impossibile, romantico e pericoloso anti-eroe moderno, di fronte al quale molte lettrici andrebbero in brodo di giuggiole? ltro esempio indiscutibile, sebbene si presenti in veste del tutto diversa, è certamente il capolavoro di Emily Bronte, Cime Tempestose. Gli elementi ultraterreni sono qui presenti tramite lo spirito di Catherine Earnshaw, anima in pena per l’amore strappatole in vita, la quale continua a manifestarsi al suo innamorato Heathcliff, nel tentativo di richiamarlo a sé. È qui quasi palpabile l’amore che sfida la morte, lo stato spirituale che non teme il deteriorarsi della materia, forte come nessun’altra realtà. La mente si fa gioco della suggestione, e ogni piccolo elemento può considerarsi una porta di accesso al ricongiungimento di due cuori uniti da un legame indissolubile. In Cime Tempestose, inoltre, esiste

un lato spirituale e mistico che va però ben oltre l’amore tra i due protagonisti dell’opera, ovvero quello espresso dalla magnificenza della natura, crudele e incontrollata che si personifica con i sentimenti degli stessi protagonisti, donando all’intero romanzo quell’aria spettrale e oscura che lo rendono unico nel suo genere. Pensare ai leggendari Dracula e Frankenstein poi, è inevitabile. Le ambientazioni in stile puramente gotico, l’orrore misto al romanticismo, la paura e la superstizione che danno origine a tematiche attuali come la discriminazione e il pregiudizio verso realtà diverse dalle nostre, si fondono in un mix di tasselli pronti a dare vita a quelle storie che tanto posseggono di soprannaturale, nulla invidiando ai romanzi in veste Paranormal che oggi occupano gli scaffali delle nostre moderne librerie. Si potrebbe continuare a fare molti altri esempi come questi, ma… credo si sia giunti al nocciolo della questione: sì, il Paranormal può interagire con il Classico, soprattutto se in quest’ultimo esistevano

già alcuni elementi mistici e «utili» alla creazione di sequel, rivisitazioni, prequel, spin-off, ispirati ad essi. È questo il periodo in cui l’afflusso di tali opere sta avendo un successo imprevisto, causando affari d’oro per chi ha creduto in essi e suscitando l’interesse di una fascia di lettori sempre più ampia e incuriosita dal modo in cui ci si possa accostare ad un libro che in sé racchiude classico e moderno, poesia e azione, mistero e romanticismo. no dei tanti punti a favore, che si potrebbe concedere a questa nuova generazione di libri, è quello di riuscire ad avvicinare i giovanissimi alla lettura dei Classici: manovra discutibile, ma ben riuscita se seguita con criterio e sempre nel rispetto dell’opera a cui il nuovo romanzo è ispirato. Le tematiche, dunque, pur potendo cambiare e arricchirsi di contenuti attuali, traggono origine sempre dalla stessa fonte: i sentimenti immortali che concedono alla memoria nuovo spazio alla fantasia. Desy Giuffrè


evidenzi i contrasti e la modernità. Deve esserci, insomma, una sorta di fusione tra il modello di personaggio dell’autore e della storia di riferimento e quello ideato per la rivisitazione della stessa. In questo modo il lettore attiverà i propri “sensori mnemonici” e sarà favorito a un approccio più felice e meno contrario con il nuovo contesto e i nuovi protagonisti, imparando a coglierne i punti di forza.

Un tempo si chiamavano bardi, menestrelli o rapsodi, e a loro era affidato il compito di mantenere in vita le storie, i miti e le leggende che si tramandavano oralmente nel corso degli anni. Non potendosi basare su un testo scritto, erano soliti fare propria la narrazione maneggiandone personaggi e situazioni, e spesso accadeva che dello stesso racconto circolassero diverse versioni, una più dettagliata e affascinante dell’altra. bbene, pare che questa pregevole arte della “rivisitazione” abbia contagiato anche gli autori dei nostri giorni, che si cimentano in rielaborazioni di romanzi classici — è il caso dell’italiana Desy Giuffrè con il suo Io sono Heathcliff (Fazi), retelling di Cime Tempestose —, e di fiabe intramontabili — per esempio Luca Centi con Il sogno della Bella Addormentata (Piemme) o la statunitense Jackson Pearce con Cacciatrici (Piemme), rilettura in chiave paranormale di Cappuccetto Rosso. Riproporre una storia già letta, amata o odiata dal pubblico ma pur sempre ricordata, è una missione che richiede un certo impegno e una certa responsabilità. Da un lato, infatti, c’è il desiderio e

l’entusiasmo di dare uno sviluppo originale e personalissimo alle vicende ritenute ormai note, per creare quell’effetto meraviglia e quindi per lasciare increduli e curiosi di conoscere l’evoluzione alternativa dei personaggi di cui si conserva un’immagine precisa e incrollabile; dall’altra parte, però, si corre il rischio di snaturarne in modo esagerato l’intreccio, sfigurando il valore della storia e la sua bellezza intrinseca, conquistata nel corso del tempo e fattore primo della sua immortalità. Per questo motivo il lavoro di uno scrittore contemporaneo che ha voglia di sfidare le proprie abilità narrative rimettendo in discussione un’opera celebre e già “rodata” -dando così a essa un “abito” nuovo- è paragonabile a un’operazione chirurgica, certosina e delicata, dove ogni minima disattenzione o leggerezza può costare la disapprovazione dei lettori e delle critica e, dunque, il fallimento totale e disastroso dell’esperimento. Detto ciò: qual è il segreto di un retelling vincente? Probabilmente la caratterizzazione dei personaggi, che devono mantenere alcuni tratti degli “originali” e al contempo presentare una psicologia più complessa e “attualizzata” che ne

nche l’ambientazione vuole i suoi meriti. Se l’autore in questione decide infatti di spostare la narrazione in un’epoca futuristica — vedi il meraviglioso Cinder (Mondadori Chrysalide), di Marissa Meyer, ispirato alla favola di Cenerentola — o di compiere un salto temporale nel passato — vedi la trilogia de La Bella Addormentata di Anne Rice (Longanesi), riadattamento erotico dell’omonima favola collocato in un mondo medievale —, consegnerà alla storia una peculiarità e un assetto spaziale/ temporale che renderanno il retelling più accattivante e identificativo e, di conseguenza, di buona qualità. Ecco allora che questo trend non resta circoscritto nell’ambito della pura ed effimera moda -destinata un giorno a essere soppiantata da qualche altra tendenza-, ma assurge a un ruolo molto più intimo e profondo, capace di connettere la sfera emotiva dell’autore con quella del lettore, affinché arrivi forte e chiaro il messaggio che tutto ciò che “c’era una volta” non cesserà mai di esserci ancora.

Anita Book


* T E STO A C U R A D I *

Desy Giuffrè


DOLCE & GABBANA #2:

Gocce di sole fanno da sfondo ad un disegno articolato e mirato a risaltare ogni singolo centimetro di stoffa. Linee semplici per una femminilità tutta d’ammirare.

a più importante e inaspettata Fashion Week svoltasi a Milano dal 20 al 26 Febbraio è un evento internazionale dedicato agli amanti della moda, appassionati di tessuti, sfarzi e delicati accessori da sfoggiare sulla pelle . L’armonia dei colori, la bellezza degli abiti e -perché no- l’eccentricità di chi la moda la segue dall’esterno, ha fatto sì che lo spettacolo si rivelasse speciale agli occhi dei visitatori. l top del Made in Italy era in prima linea. Protagoniste le Grandi Firme: Gucci, Roberto Cavalli, Prada, Dolce & Gabbana, Versace, Giorgio Armani, Scervino, Frani, Ravizza, accanto ai quali hanno sfilato anche giovani stilisti, nuovi talenti che della bellezza rappresentata da indumenti e accessori, ne fanno una vera e propria arte capace di brillare attraverso i loro occhi, prendere forma e “sapore” dalle mani in grado di creare qualcosa di diverso e unico al contempo.

ELENA MIRò #1:

Colori caldi e suadenti su tessuti che avvolgono in un abbraccio di linee morbide e comode. Per un’eleganza d’ogni giorno e in qualsiasi situazione.

ELENA MIRò #2: Charm romantico e mai scontato. La linea mono-spalla scende in un sobrio drappeggiato che infine esplode in una cascata di tessuto leggero e dinamico.

ilano, -quale onore per la nostra città presenziare a questo spettacolare evento- come ogni anno, si è trasformata nella capitale della moda, presentando tendenze e temi delle collezioni che hanno ispirato e ispirano lo stile del momento. Parka, wallpaper, Oro, Neo Grunge, sono solo alcune delle tendenze del prossimo autunno/inverno 2013-2014. Fiori stampati, tessuti damascati e broccati dalle calde tinte hanno fatto in modo che le sfilate fossero mirate ad un’esaltazione dei delicati movimenti che le stoffe effettuavano su corpi delle modelle in passerella. Una delle prime sfilate che è entrata nelle corde del pubblico è quella di Paola Frani: abiti eleganti, dalle linee sensuali, lunghi, adornati con l’essenza che solo la stilista in questione riesce ad ottenere; sofisticati e lucenti, esaltavano la femminilità della donna e la rendevano simile ad una dea. Una particolare nota d’interesse sorge dai new designer Fyodor Golan, Felder Felder, nei 57


GUCCI #1:

quali emerge -attraverso una morbidezza generale delle lineeun’eleganza sofisticata e allo stesso tempo accattivante, moderna.

La donna è glamour nelle tonalità invernali sempre più in voga. Il fascino irresistibile di una femminilità agguerrita ma attenta ai particolari che ne risaltano grazia e bellezza.

GUCCI #2:

uori dalle sfilate “prestampate” c’era anche Elena Mirò, che ha preferito appoggiarsi ad una serie di modelle morbide e leggere, favolose negli abiti che tendono a voler raffigurare la maggior parte delle donne comuni. Caldi cappottini arancio, longuette animalier e peli svolazzanti rendevano l’essenza della vitalità e dell’amore per tutto ciò che realmente vive ed esiste nelle nostre vite, esaltando ogni molecola del corpo per renderla elegante .

Un’esplosione di colori tinge di vanità questa linea dalle curve morbide e dai particolari ricercati. Accessori essenziali per lasciare spazio all’elegante dinamicità di uno stile dai tratti futuristico. Cromaticità di luce in un gioco di tono su tono per accompagnare una linea di eleganza e curata raffinatezza. Disegni geometrici su una trama di tessuto leggero, romantico e seducente.

Tra i momenti più glamour sarebbe impossibile non citare l’evento esclusivo -dedito a celebrare la partnership della maison Giorgio Armani con Luxottica- che ha dato vita alle collezioni Eyewear (primavera/estate 2013).

Il retrò si sposa con un’eleganza attuale e arricchita da particolari che uniscono buon gusto e comodità. LAURA BIAGIOTTI #1:

LAURA BIAGIOTTI #2:


PAOLA FRANI #1:

PAOLA FRANI #2:

Uno charm dallo sguardo discreto, impeccabile e prezioso. Linee morbide che non abbandonano il desiderio di un’eleganza comoda e al tempo stesso sensuale

Il rosso domina sul neutro in questi capi adatti alla donna dinamica che ama non passare inosservata e procede sicura nel tram tram di ogni giorno.

iazza Duomo, Palazzo Morando, giardino di Palazzo Serbelloni hanno accolto i talenti della moda in un tripudio di colori e clamore, non cedendo neanche stavolta ad un probabile insuccesso, ma lasciando piuttosto un’impronta sempre più nitida e marcata della moda italiana nel mondo. New upcoming designers: Mauro Gasperi, Francesca Liberatore. Next generation: Ryuya Ohishi, Miguel Garcia Abad, Lucia Ji Youn Jang, Isabella Zoboli e Wang Peiyi. Anche quest’anno Milano ha stupito vestendosi di eleganza e nuova visione di tessuti che accompagneranno le tendenze di un futuro prossimo e ricco di ricercatezza.

Tinte romantiche e luminose si alternano ad un’unione di tessuti diversi e armoniosamente associati. JO NO FUI #2:

Classe semplice ed essenziale per una linea adatta alle più giovani e non, capace di evidenziare la bellezza della donna nei particolari a volte inosservati

JO NO FUI #1:


* T E STO A C U R A D I *

Lucia Moschella


uello che può colpire, passeggiando per le strade di Londra, è l’apparente assenza di un preciso trend che guidi la moda della capitale anglosassone. In realtà, la vera moda è una: essere liberi di creare la propria. Della città della regina possiamo di certo dire una cosa: le sue giovani «rampolle» hanno il coraggio del proprio look, che indossano con disinvoltura e spontaneità. orse è anche per questo che quello che più colpisce un outsider della London Fashion Week AW13, tenutasi alla Somerset House dal 15 al 19 febbraio, sono di fatto le persone che la frequentano, e i look eccentrici e stravaganti che fanno sfilare per le strade della città. Di loro, potete dire che siano troppo azzardati, decisamente orribili o assolutamente meravigliosi: ma che nessuno osi pronunciare il seppur bellissimo “non ti curar di loro, ma guarda e passa”.

L’inverno - non ancora del tutto concluso - è stato più che rigido, e la Londra di moda ha indossato pellicce voluminose e pull oversize, Dr. Martin’s - ebbene sì, le vecchie Dr. Martin’s -, ha scelto capelli bicolore - poco importa se improbabili: i colori più gettonati erano fucsia, celeste e verde -, e poi colori fluo, lunghissime gonne e felpe, e borchie, tante borchie. a London Fashion Week guarda già alla moda del prossimo inverno. Qualche anticipo? «Punk attitude» per soddisfare gli animi musicali; gonne ampie e lunghe alla caviglia - meglio se abbinate a felponi e maglie blusate -, e poi colore, supercolore: cappotti fluo antipioggia e inverno; tessuti luminosi, anzi luminosissimi, fino alla brillantezza del PVC. E infine: preparate le vostre nonne a sferruzzare maglioni a fantasie grafiche e di design.

relazione tra moda, economia e responsabilità (seguendo una direzione che a Greenpeace è cara da un paio di anni). “Il messaggio che voglio lanciare da qui è che i cambiamenti climatici sono dettati da un sistema economico marcio. Se l’opinione pubblica non se ne convincerà e non agirà, andremo incontro ad un’estinzione di massa della razza umana in pochissimo tempo, diciamo in due o tre anni.” mentre l’inverno finisce - e la moda di Londra, prima ancora di svestirsi, torna a parlare dei nuovi trend autunno/ inverno 2013 - noi vogliamo il caldo, il sole, svestire la nostra pelle algida e dare il benvenuto all’estate che - si spera - arrivi presto.

Interessantissimo il Capitolo per la rivoluzione climatica presentato da Vivienne Westwood, che ha truccato e vestito le sue modelle in toni multicolor; quasi a voler ricordare la biodiversità presentando la 61


GO STRIPE ON Strisce, strisce e ancora strisce. Qualcosa di diverso dalle multicolor di Paul Smith (sempre intramontabili). Quelle viste in passerella sono bicolore, irregolari, verticali o orizzontali, mixate insieme, anche.

BE CINETIC

I MOTOCICLISTI SONO TORNATI I motociclisti sono il primo trend di stagione. No, non i capelloni lunghi, i baffi corposi e il codino (o forse, anche quelli). Intendiamo le giacche che ricordano quel mondo di «benzina libertà». Di pelle, di jeans o floreale: ce ne sono per tutti i gusti. Dalle più sportive alle più aggressive, indossatele liberamente su un jeans o su una gonna molto femminile.

Le stampe cinetiche (specie bicolore) sono protagoniste della stagione. Combinate nei modi più disparati (adornatevi senza paura di una, due, infinite fantasie cinetiche), sono state portate in passerella dalla stilista Mary Katrantzou, che da sempre fa sfilare stampe multicolor di architetture ai confini di Wonderland. Muovetevi, la primavera/estate vi vuole cinetiche!

TOTAL WHITE Non solo per le spose: il bianco è il colore top di stagione, come presentato alla Fashion Week da Burberry e . Siate coraggiose e osate un total white che vi farà brillare al sole di primavera.


ISPIRAZIONE NEON Ebbene sì, proprio come gli Stabilo: tutti i colori eccentrici sono ben accetti per la nostra primavera. Non abbiate paura di farvi notare e vestitevi di luce!

IRIDESCENT Come gli smerigli della madreperla: novità della bella stagione è il multicolor metallico lanciato da Christopher Kane, Burberry e Antonio Berardi.

BACK TO NINETIES Eleganza made in 90s. Per un’occasione speciale scegliete un bel tailleur dalle linee classiche e i colori chiari, e il successo è assicurato.

SPACCO Nei tailleur classici è dietro, molto discreto e serve a movimentare il taglio della gonna. Nelle collezioni primavera/estate 2013 è asimmetrico, profondo e stra-sexy. Stregate i vostri uomini con uno spacco nuovo e originale.

SCACCO MATTO Li ha lanciati in passerella la fashion designer serba Roksanda Ilincic, classe 1999 alla Central Saint Martins di Londra, che tra gli altri ha vestito Michelle Obama, Gwyneth Paltrow e Choe Sevigny. Fate anche voi scacco matto con la fantasia della primavera.

BICOLORE Un colore va bene, ma due possono andare persino meglio. Sceglietene solo due e indossateli come hanno fatto Acne e Jonathan Saunders sulle passerelle di Londra.

Buona vestizione!


tra

allenam en t i

e

p reg i u d i zi

* T E STO A C U R A D I *

Francesca Rossi


a danza del ventre è antica quanto il mondo, e da sempre il suo ruolo è quello di accompagnare le donne nelle diverse tappe della loro vita. È un ballo che porta con sé una storia secolare e tradizioni diverse, altrettanto antiche, che si sono trasformate nel tempo. Purtroppo, però, anche il fardello dei pregiudizi è stato - e continua ad essere - presente e piuttosto pressante. Non c’è danzatrice che non vi si sia imbattuta, cercando di cambiare una visione tanto distorta quanto dannosa. o scritto altre volte della magia di questa danza e delle sue origini. Stavolta, però, vorrei andare oltre e raccontare ciò che davvero si fa durante una lezione o uno stage ad essa dedicati. Vi parlerò delle attività svolte durante l’ultimo stage a cui ho partecipato a Latina, articolato in tre lezioni e diretto magistralmente da Maryem - la stupenda ballerina italo-tunisina - che, con le sue tournée, gira il mondo portando la danza del ventre ovunque e facen-

dola conoscere oltre le convenzioni e gli stereotipi. Attraverso il racconto di quelle ore in cui sono stata immersa nella musica araba, in una sorta di limbo tranquillo e lontano dal caos di tutti i giorni, potrete entrare nel mondo delle danzatrici del ventre e sapere ciò che si impara in un corso di questo tipo. fatiamo il primo mito: non è vero che per studiare la danza del ventre serve un corpo magro, o al contrario più in carne. Non esiste, insomma un phisique du role. La raqs sharqi, infatti nome arabo per indicare la danza del ventre, che significa ‘danza orientale’ -, asseconda i movimenti e le forme del corpo, con naturalezza. Ciò non vuol dire che per praticare questa danza non ci sia bisogno di grande preparazione fisica: ogni lezione inizia con il riscaldamento di tutte le parti del corpo. Nulla è lasciato al caso. Soltanto dopo si può proseguire con il ballo vero e proprio. E qui tocchiamo un altro, dolente pregiudizio: la danza del ventre

non avrebbe una tecnica da imparare, ma semplicemente dei movimenti ondulatori fatti più per attirare l’attenzione che altro. Niente di più sbagliato. Esiste una postura ben precisa da apprendere, movimenti di base senza i quali non si può procedere nello studio. urante lo stage e, in genere, in qualunque lezione di questa danza, la prima cosa che si fa è legare la cintura ornata da monetine scintillanti sui fianchi ed iniziare ad allenare i muscoli del collo, delle braccia, della schiena, del bacino e delle gambe. Subito dopo si procede con i passi di danza. Tra i più difficili vi è «il cammello», che consiste in una oscillazione consecutiva della schiena e del bacino, fatta senza forzare i muscoli, ma con lentezza ed armonia. Qui sta la parte difficile: ci vuole molto studio per far lavorare parti del corpo che di solito non usiamo e grande allenamento per farle muovere senza costringerle (altrimenti rischiamo di farci male).

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È fondamentale non avere fretta, ma «assaporare» il movimento che, le prime volte, può anche essere accennato. Con la pratica, poi, si eviterà di strafare. o stage, inoltre, non ha dato solo una preparazione tecnica, ma anche teorica. Lo stesso vale per qualunque corso di danza del ventre. È necessario, infatti, conoscere la storia, gli stili ed i ritmi di questo ballo. Non ci sono solo basi pratiche, dunque, ma anche teoriche. Maryem ci fa scoprire un mondo totalmente diverso dal nostro, in cui conta il «qui ed ora». Apprendiamo le fasi di sviluppo di questa danza, le contaminazioni con i balli del popolo gitano, le fusioni tra Oriente ed Occidente, la nascita dei moderni costumi, quelli che tutti ammiriamo durante le esibizioni ed il valore culturale che ha nel mondo arabo-islamico. Ogni passo di danza ha un significato. Non si balla tanto per ballare, insomma. Ogni gesto deve essere curato nei dettagli, poiché attraverso di esso si comunica un messaggio. A tal proposito centrale è il ruolo degli occhi, che devono sempre essere puntati verso lo spettatore, guardarlo senza fissarlo, per interagire con lui e mostrargli che non stiamo danzando esclusivamente per noi stesse. Ogni stage, come ogni corso di danza, segue un percorso di studio. Nel caso degli appuntamenti bimestrali con Maryem, questo si fondava sui ritmi, sui passi principali e l’uso del velo. roprio il velo è stato l’oggetto di una parte delle lezioni: le origini, il modo in cui si tiene, il significato e l’applicazione pratica attraverso una coreografia da imparare.

La musica su cui è stata elaborata questa coreografia è molto lenta, adatta a far risaltare i movimenti ondulatori o rotatori del velo. Per impararla servono tutte le lezioni dello stage, provando e riprovando decine di volte, con accompagnamento musicale e senza. olo alla fine di ogni lezione, dopo aver faticato ed essere andate un gradino più in là nell’apprendimento (che non finisce mai) di questa danza non impossibile, ma neppure facile quanto si crede, ci si può lasciar andare ad un applauso e ad un trillo arabo di gioia.

La danza del ventre ha origini antichissime e ricostruirne una storia certa, e a prova di qualunque errore, non è sempre facile. Per ciò che concerne le date, per esempio, non è possibile stabilirne di definite. Quando si parla di questo ballo, infatti, bisogna tenere conto che non solo si manifestò in un tempo lontanissimo - che alcuni autori fanno risalire addirittura

al Paleolitico -, ma anche in luoghi geografici diversi. Di sicuro le origini della danza del ventre sono collegate ai riti sacri, alla religione e alla fecondità. In quest’ultimo caso, però, non bisogna confondere l’aspetto erotico con quello della fecondità stessa, perché ciò potrebbe solo indurre in errore e far pensare che la danza del ventre sia esclusivamente una danza erotica. È ovvio che il legame tra i due aspetti esista e sia molto forte, ma deve essere guardato in maniera più profonda, ricordando anche la sacralità della Dea Madre, la Terra che per prima dà la vita. Il ventre della Terra come il ventre materno dunque è il simbolo del mistero della vita, della nascita e della stessa fertilità, e per questo oggetto di adorazione.La vita è un ciclo di nascita, crescita e morte e rinascita. La natura lo insegna, ma c’è una parte di essa che ce lo ricorda in ogni momento: la Luna che scompare nel cielo per poi tornare a nuova vita, crescere, farsi piena e decrescere di nuovo.


ascere e morire ogni volta. Allo stesso modo gli esseri umani dipendono dai prodotti della Terra che subiscono lo stesso ciclo vitale.Il corpo della donna, capace di generare vita, non poteva non essere al centro di questa ciclicità. Per questo assunse un valore inestimabile, che si legava alla Dea, alla Terra, alla fertilità e alla magia. È un sapere di cui si è, in gran parte, persa memoria; eppure è sempre lì, dentro ogni donna ed in attesa di essere risvegliato con la danza. Il senso del sacro connesso alla femminilità, però, non esclude la parte maschile del mondo. Femminile e maschile, infatti, sono due facce della stessa medaglia e si completano. Gli uomini sono figli dell’unione di questi due principi; soggetti allo stesso ciclo e, dunque, figli della Terra stessa.

luogo chiuso, vietato agli uomini che non siano il legittimo signore della casa. Un luogo riservato alle donne, dunque, in cui non è possibile vedere danzatrici seminude davanti ad una platea parzialmente maschile. iaggiatori e scrittori hanno spesso distorto il valore ed il significato di questo ambiente che non è per nulla lascivo, ma un vero e proprio simbolo tangibile di reclusione.

È vero, quando si pensa alla danza del ventre la prima cosa che viene in mente è una seducente odalisca che balla in un harem, ma questa immagine non è del tutto corretta.

Nell’harem la danza del ventre è divenuto un ballo delle donne per le donne. Una scintilla di svago e di «libertà» al di fuori di giornate segnate da rigide sorveglianze, ripicche e gelosie. Inoltre la danza del ventre, come si è visto, è molto più antica dei primi harem. Ha subìto molte evoluzioni, si è ramificata e pensare, ancora oggi, che sia un insieme di movenze che poco hanno a che fare con l’arte - e molto con la lascivia, per non dire pornografia - denota uno scarso studio e vedute piuttosto ristrette che solo la buona volontà potrebbe ampliare.

L’harem, infatti, è sempre stato un

Da una parte, infatti, le danzatrici

si impegnano affinché la loro arte non cada sotto i colpi dei pregiudizi, cercando di presentarla per quello che è davvero e non per come alcuni vorrebbero che si proponesse. Dall’altra, però, anche il pubblico deve cercare di guardare oltre gli stereotipi, essere curioso, cercare risposte efficaci, senza accontentarsi del «sentito dire». Molti già lo fanno, benché liberare completamente la danza del ventre dalla visione distorta che si è creata col tempo, sia tutt’altro che facile. uesto articolo non può pretendere di essere esauriente, poiché molti libri sono stati scritti sull’argomento e meriterebbero la giusta menzione e molti studi sono stati condotti di cui si dovrebbe tener conto in una trattazione più ampia.Una piccola cosa, però, si può fare anche con poco spazio: offrire temi da approfondire e spunti di riflessione. Solo cosi si può spingere il pubblico, o le aspiranti danzatrici a studiare la danza del ventre con serietà, da un punto di vista teorico e pratico e ad entrare nell’anima profonda di un’arte magica.


I ragazzi son stanchi dei boss al potere; i ragazzi non possono stare a vedere, la terra sulla quale crescerà il loro frutto bruciato e ad ogni loro ideale distrutto. I ragazzi da oggi han deciso di farsi coraggio perchÊ non ci sia un’altra strage di maggio, per uscire ci vuole cultura e coraggio cultura di pace, coraggio di guerra, i ragazzi son pronti per vincere la sfida.

* T E STO A C U R A D I *

Anna Grazia De Mango


ssere giovani negli ultimi anni non è facile, si è descritti a giorni alterni nullafacenti e «bamboccioni», o ancora si vedono le università come parcheggi per condurre vite sregolate alle spalle dei genitori. È in questo contesto che la mafia assume la sua aurea fascinosa. Nondimeno, agli occhi dei più il leader mafioso appare bello, con tanti gioielli, tanta droga, macchine e donne sempre a disposizione, e mai privo di case meravigliose da poter cambiare e scambiare come caramelle. Conduce una vita di successo, è un capo fra i capi e tende a volersi dimostrare più forte dello Stato stesso -incapace di catturarlo-. Pertanto, scegliere la strada criminale è - per molti giovani - una scelta di volontà, fatta liberamente e senza costrizioni.

le sue reclute: giovani sfiduciati, provenienti da famiglie in condizioni precarie che intravedono nel loro futuro soltanto violenza e disoccupazione. Addirittura si è portati a pensare che senza la mafia al Sud sussisterebbe una statistica che conterebbe un numero doppio di disoccupati, intravedendo nelle manovre illecite l’unica fonte di sostentamento.

A volte, invece, appare l’unica via percorribile.

Le attività in cui i giovani vengono impiegati nelle organizzazioni criminali sono molteplici: dallo spaccio della droga al compimento di atti estortivi, fino ad arrivare a veri atti omicidi. È da rimarcare che proprio le estorsioni sono una delle modalità mediante la quale le organizzazioni mafiose mettono alla prova i giovani, chiedendo loro di dimostrare il coraggio, la capacità di utilizzare la violenza o di intimidire.

a condizione disagiata, che attanaglia la vita dei giovani del Mezzogiorno, induce le organizzazioni mafiose a divenire veri e propri luoghi di lavoro in assenza di altro. È tra queste fila che la mafia ingaggia prevalentemente

I giovani da sempre accettano più volentieri insegnamenti che provengono da esperienze di vita, piuttosto che da maestri che disegnano una via o un ideale da seguire. Infatti, se proponessimo ad un ragazzo un manuale sulle

regole del comportamento civile, non si avrebbero i risultati sperati -specialmente poi se è disoccupato e proviene dal Sud-. La legalità viene soppressa in alcune regioni dove la violenza, la frequenza dei reati e la presenza della criminalità organizzata rimangono una componente strutturale estesa in vaste aree, costringendo molti cittadini a vivere in condizioni di sudditanza, di intimidazione e omertà. on si possono dimenticare poi i ragazzi che nascono in famiglie mafiose, i quali non solo hanno da sempre respirato aria di violenza, ma hanno visto uccidere i loro padri, fratelli e parenti. In questi casi scatta la vendetta, secondo cui la violenza chiama violenza. Esiste, però, un fattore importante che accompagna tali giovani cittadini, per i quali sembra impossibile riuscire ad accettare di far parte di questo mondo; giovani che hanno deciso di collaborare con la giustizia o diventati essi stessi testimoni, avendo fornito informazioni importanti per la scoperta di alcuni reati. Ciò che sta alla base di simili 71


atti di coraggio è la loro voglia di combattere le ingiustizie, di reagire alle prepotenze, ai soprusi e, infine, di contrastarle. A volte, per evitare situazioni di pericolo, tanti giovani preferiscono emigrare anziché farsi attrarre come tanti altri dal canto delle sirene della criminalità. Lo Stato non dà sicurezza, non appare fonte di protezione quindi è meglio tacere e scappare. o Stato deve, infatti, ricostruire un rapporto di fiducia con le nuove generazioni per non correre il pericolo che il contrasto alla criminalità organizzata continui ad essere delegato a pochi eroi isolati. È importante ricordare che i ragazzi di oggi, all’epoca delle stragi di Falcone e Borsellino, erano dei bambini. Quindi le forti emozioni e l’eccezionale partecipazione alla protesta contro la violenza della mafia - che fa saltare in aria rappresentanti delle istituzioni, colpevoli solo di avere fatto il proprio dovere; di una mafia che uccide bambini, preti, vittime innocenti - devono essere trasmesse nella mente di coloro che non hanno vissuto quegli anni, e devono essere rimarcate per inserire i sentimenti di chi li ha vissuti anche in coloro che non c’erano. L’eredità enorme trasmessaci dai sacrifici delle vite di Falcone e Borsellino - rappresentanti di un patrimonio morale di coraggio, serietà, rigore, umanità e professionalità - deve continuare ad insegnarci la via migliore per non perdere mai la speranza, anche in un momento di profonda crisi come quella che stiamo vivendo. i nostri giorni la migliore arma che i giovani del Sud possiedono contro la mafia è la cultura, che è qualcosa di più della semplice istruzione fine a se stessa; diventa un sistema di

principi, idee e comportamenti che devono tendere alla realizzazione dei valori della persona, della dignità dell’uomo, dei diritti umani, dei principi di libertà, eguaglianza, democrazia, verità e giustizia. La cultura apre la nostra mente alla riflessione, al coraggio, al rispetto degli altri e alla tolleranza. Ci rende migliori e più liberi. È pur vero che la legalità è la forza dei deboli, delle vittime dei soprusi… ma la mafia è eclissi della legalità.

I giovani sono quelli che, oggi più che mai, hanno il compito di ridare a questo Paese forma e sostanza. Di ridargli dignità.


* T E STO A C U R A D I *

Paola Totaro e Francesca Rossi


Il Conclave, dal latino ‘cum clave’ , cioè “chiuso a chiave”, non indica solo l’assemblea in cui si elegge il Papa, ma anche il luogo fisico in cui i cardinali si riuniscono per assolvere a tale funzione. Questo nome deriva da un fatto curioso, accaduto a Viterbo nel 1270: i cardinali non riuscivano a decidere, dopo 19 mesi di discussioni, chi dovesse diventare il nuovo Pontefice. Gli abitanti della città, allora, per “incitarli” a scegliere il prima possibile, li chiusero dentro il palazzo papale e scoperchiarono il tetto della sala in cui si riunivano, in modo da ottenere un responso in tempi più che rapidi. In quella circostanza, dopo esattamente 1006 giorni, venne eletto Gregorio X. ra il III ed il IV secolo l’elezione spettava ad una assemblea di sette diaconi e solo successivamente poté parteciparvi tutto il popolo romano. L’elezione si svolgeva a Roma. Nel 1179 Alessandro III stabilì che dovessero essere solo i cardinali ad eleggere il Pontefice. Nel corso della Storia, però, non mancarono tenta-

tivi, spesso riusciti, di ingerenze da parte di re o di imperatori, che riuscirono ad imporre alcuni candidati a scapito di altri. Un caso su tutti può essere rappresentato da Ottone I di Sassonia, Imperatore del Sacro Romano Impero, che impose all’allora Papa Leone VIII l’obbligo, per ogni Pontefice, di giurare fedeltà all’Imperatore stesso e la possibilità per quest’ultimo di intervenire sul risultato del Conclave, approvandolo o meno. urante il Concilio di Lione II, avvenuto nel 1274, si decretò la clausura dei cardinali chiamati a scegliere il nuovo Papa, proprio per evitare corruzioni ed ingerenze provenienti dall’esterno. La Costituzione apostolica , sancita proprio durante il Concilio del 1274, stabiliva regole molto rigide per i sacerdoti riuniti nel Conclave come, per esempio, il fatto che non avessero diritto a più di un servitore per ognuno (salvo casi eccezionali) o il razionamento di cibo qualora la durata dell’elezione avesse superato un certo numero di giorni. Si istituiva, di fatto, il Conclave, grazie

proprio a Gregorio X, memore della lunga e travagliata elezione che l’aveva visto salire al Soglio Pontificio. el 1562 fu Papa Pio IV ad ampliare le suddette norme, aggiungendo anche la segretezza del voto e dal 1621 fu possibile eleggere il Pontefice attraverso la votazione a schede, il “compromesso”, cioè la scelta effettuata solo da un gruppo ristretto di cardinali nominati tra loro o per “acclamazione”, ossia accordo unanime. Il gesto di Benedetto XVI, ormai entrato a far parte della storia del Papato, è già stato compiuto da altri Pontefici. In questi giorni libri, articoli di giornali e programmi televisivi ci hanno ricordato le vicende di Celestino V, il più famoso caso di abdicazione (1294), o di Clemente I il primo, secondo le fonti, a rinunciare all’incarico nel 97 d.C. e Gregorio XII, l’ultimo prima di Ratzinger (1415) e che vide lo “Scisma d’Occidente”, in cui si ritrovarono sulla scena storica e politica 3 papi: il Papa di oma (Gregorio XII), il Papa d’Avignone (Benedetto XIII) e l’Antipapa (Giovanni XXIII). 75


La “Sede Vacante”, però, nel caso di Benedetto XVI, ha presentato alcuni problemi a cui il Vaticano ha prontamente posto rimedio, come il nuovo titolo destinato a Ratzinger, il modo con cui ci si deve rivolgere a lui, lo stemma ed il tipo di abito che gli sarà concesso usare. Un lungo e minuzioso lavoro in modo da far collimare tutte le leggi e non creare alcun tipo di incertezza tra il ruolo del nuovo Papa e di quello dimissionario. oseph Ratzinger manterrà il nome di Benedetto XVI, ma diventerà “Papa Emerito”. L’anello-sigillo dell’attuale Pontefice verrà distrutto, per evitare che, durante il nuovo Pontificato, vengano ratificati con esso dei nuovi decreti. Stanno per essere emessi, inoltre, i francobolli e coniate le monete legate proprio al periodo di “Sede Vacante”, questo interregno che interessa molto i collezionisti. Per quanto riguarda le procedure vere e proprie del Conclave, rispetto al passato, sono state apportate alcune modifiche, anche se l’impostazione è rimasta la stessa.

Il primo a rivederla è stato Paolo VI, il quale ha stabilito l’esclusione dagli aventi diritto al voto, dei cardinali ultraottantenni ed ha fissato in 120, il numero dei componenti del collegio elettorale. iovanni Paolo II ha stabilito che il luogo di ritrovo dei cardinali debba essere la Domus Sanctae Marthae, in Vaticano ed ha voluto la presenza, anche se non per fini elettivi, dei prelati con più di ottant’anni i quali pregheranno e saranno vicini spiritualmente nelle varie fasi del Conclave. Benedetto XVI ha invece stabilito che il nuovo Papa sia eletto con la maggioranza dei due terzi dei votanti. All’apertura del Conclave, i Cardinali dalla Basilica di San Pietro, si recano in processione verso la Cappella Sistina, dove, dopo la bonifica da qualsiasi mezzo audiovisivo di trasmissione all’esterno, saranno stati allestiti i banchi per la votazione e montata la stufa dove verranno bruciati appunti e voti degli elettori. Dalla stessa stufa, saranno poi date notizie all’esterno sull’andamento dei lavori, con le varie “fu-


mate nere” (mancanza di quorum) ed infine, con quella “bianca”, che indicherà l’avvenuta elezione del nuovo Pontefice. na volta giunti nella Cappella il cardinale decano pronuncerà a nome di tutti gli elettori il seguente giuramento: “Noi tutti e singoli Cardinali elettori presenti in questa elezione del Sommo Pontefice promettiamo, ci obblighiamo e giuriamo di osservare fedelmente e scrupolosamente tutte le prescrizioni contenute nella Costituzione apostolica del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II,, emanata il 22 febbraio 1996. Parimenti, promettiamo, ci obblighiamo e giuriamo che chiunque di noi, per divina disposizione, sia eletto Romano Pontefice, si impegnerà a svolgere fedelmente il munus Petrinum di Pastore della Chiesa universale e non mancherà di affermare e difendere strenuamente i diritti spirituali e temporali, nonché la libertà della Santa Sede. Soprattutto, promettiamo e giuriamo di osservare con la massima fedeltà e con tutti, sia chierici che laici, il segreto su tutto ciò che in qualsiasi modo riguarda l’elezione del Romano Pontefice e

su ciò che avviene nel luogo dell’elezione, concernente direttamente o indirettamente lo scrutinio; di non violare in alcun modo questo segreto sia durante sia dopo l’elezione del nuovo Pontefice, a meno che non ne sia stata concessa esplicita autorizzazione dallo stesso Pontefice; di non prestare mai appoggio o favore a qualsiasi interferenza, opposizione o altra qualsiasi forma di intervento con cui autorità secolari di qualunque ordine e grado, o qualunque gruppo di persone o singoli volessero ingerirsi nell’elezione del Romano Pontefice.” n seguito, ogni cardinale, pronuncerà l’ultima parte del giuramento: “  Ed io    Cardinale    prometto, mi obbligo e giuro.” E con una mano sul Vangelo: “Così Dio mi aiuti e questi Santi Evangeli che tocco con la mia mano.” A questo punto il Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie inviterà tutti i non elettori a lasciare la Cappella Sistina con queste parole: “Fuori tutti”. E la porta di accesso alla cappella verrà chiusa a chiave.

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opo questo momento solo i Cardinali elettori giunti successivamente all’inizio del lavori, saranno ammessi. Gli elettori potranno uscire e rientrare nella sede del Conclave solo per motivi di salute. Al candidato che raggiungerà i due terzi dei voti, verrà posta la seguente domanda: “Accetti la tua elezione canonica a Sommo Pontefice?” alla risposta affermativa seguirà la richiesta: “Come vuoi essere chiamato?” E il candidato pronuncerà il proprio Nome Pontificale. Per annunciare l’avvenuta elezione, e accettazione da parte del candidato, le schede utilizzate per l’elezione, verranno bruciate nella stufa, con la classica “fumata bianca” visibile in tutta Piazza San Pietro. olto particolare è l’esperienza che il nuovo Papa, vivrà nella cosiddetta “Stanza delle Lacrime”, la sacrestia della Cappella Sistina. In questo luogo, infatti, indosserà per la prima volta i paramenti papali e si presume, causa l’emozione e la consapevolezza dell’importante e gravoso compito al quale è stato chiamato, l’eletto pianga. Ed è con l’annuncio del Cardinale protodiacono, che si affaccia dalla loggia della Basilica di San Pietro, l’”Habemus papam”, che finalmente i fedeli potranno conoscere ufficialmente il nuovo Pontefice, dal quale riceveranno la solenne benedizione “Urbi et Orbi” (Vicini e lontani). Il rito che eleggerà il nuovo successore di Pietro sta per essere compiuto di nuovo. Ieri, 8 marzo, i cardinali, giunti da tutto il mondo a Roma, hanno deciso la data d’inizio del Conclave: sarà il 12 marzo prossimo, questione di ore, ormai. I cardinali elettori, prima di arrivare a stabilire una data certa, hanno meditato sul ruolo che il nuovo Papa dovrà avere di fronte al mon-

do intero e sulla personalità che questi dovrà avere per fronteggiare le nuove sfide della Chiesa.Al mattino si terrà la messa e nel pomeriggio i porporati si chiuderanno nella Cappella Sistina, dove ormai è tutto pronto per dare inizio ai lavori. I cardinali elettori inizialmente erano stati individuati in 117. Ora il numero è sceso a 115 dopo la rinuncia dell’indon siano Julius Riyadi Darmaatmadia per infermità, e dello scozzese Keith O’Brien, per «motivi personali». L’alto prelato nelle scorse settimane era stato coinvolto in uno scandalo da lui stesso confermato. Il cardinale ha riconosciuto infatti una errata condotta sessuale “scesa al di sotto degli standard che

ci si doveva aspettare da me come prete, arcivescovo e cardinale” ha dichiarato. O’Brien ha poi chiesto scusa “a quanti ho offeso”, alla “Chiesa cattolica e agli scozzesi”. Il toto-Papa è già iniziato e si prova ad immaginare chi potrà prendere il posto del Papa Emerito, Benedetto XVI. Qualcuno ha previsto un Conclave breve, ma come sempre accade, nulla è certo. Per arrivare all’elezione, il candidato dovrà ottenere almeno 77 voti e quindi I cardinali dovranno trovare un accordo maggioritario. uguriamo buon lavoro ai Cardinali elettori, i quali hanno, senza dubbio, la


grande responsabilità di trovare la persona giusta, che sappia condurre saldamente la Chiesa, in questi tempi difficili. Le porte della Cappella Sistina stanno per essere chiuse. Dunque: Questo articolo è stato scritto quando ancora non si conosceva il nome del nuovo Pontefice. I tempi della stampa, si sa, non coincidono sempre con quelli reali. Quel che conta però, è che Papa Francesco ha davvero conquistato i cuori di tutti con la sua semplicità e la sua umiltà. Ci aspettiamo grandi cose da lui e crediamo che il tempo ci darà ragione.


* T E STO A C U R A D I *

Francesca Rossi


inale del Festival di Sanremo 2013: Bianca Balti, , sta per dare una «lezione di portamento» a Luciana Littizzetto. Chi meglio di lei? Durante la serata la Balti è stata spigliata e simpatica, dimostrando una grande ed inaspettata umiltà. Inoltre, si deve dire, è anche molto bella ed elegante. Eppure non si è comportata né da «bella statuina» né da personaggio ingombrante. È il momento : Bianca sta per insegnare alla mitica Luciana come si sfila. Sguardo altero, schiena dritta, portamento fiero ma raffinato, la passerella del palco di Sanremo è tutta per lei e milioni di persone la stanno guardando in sala e dalla televisione. olpa dell’emozione? Destino? Tremenda sorta di legge del contrappasso che, implacabile, sembra voler dare giustizia a tutte le donne «normali»? Non è dato sapere, ma l’incredibile accade. Il perfido tacco 12(00) della modella si impiglia al vestito e la dea rischia la rovinosa caduta. Si salva , con una risata liberatoria ed

imbarazzata, rialzandosi mentre la Littizzetto esulta a nome di tutte le donne che mai avrebbero creduto potesse accadere una cosa simile.

suonare Chopin non siano esattamente la stessa cosa, ma qui sta il bello: il ragionamento alla base è lo stesso.

er ammissione della stessa Balti, si scopre che questa non è nemmeno la sua prima caduta, ma ce ne sono state altre addirittura più rocambolesche.

Qualunque cosa si decida di fare serve pratica, anche per una cosa apparentemente semplice come affrontare una passerella. Ci si gioca tutto in pochi istanti per esibirsi ed esibire. Si può mettere in mostra un abito o far ascoltare una musica, o rispondere a delle domande durante una seduta d’esame. La sostanza non cambia. Molta preparazione per riuscire a dare il meglio con il poco tempo a disposizione che si ha.

Sembra impossibile? No, per niente. Anzi, questo avvenimento piuttosto comico e anche irrilevante da un certo punto di vista, nasconde dei risvolti più interessanti … Sì, perché mostra «quel che c’è dietro», ciò che non si vede e per questo è inaspettato. Si sa che le modelle cadono sono esseri umani , ma chissà perché quando accade è sempre una sorpresa. Il pubblico vede la perfezione, la bellezza, ma non immagina ciò che c’è oltre il vestito firmato. Come quando si assiste ad un balletto, o all’esecuzione di un brano musicale. Non si pensa alla fatica, alle ore di prove e di studio che ci sono dietro. Certo, si può obiettare che sfilare e

on si impara dall’oggi al domani e la possibilità di sbagliare è sempre in agguato. Le variabili sono molteplici e non tutte controllabili allo stesso modo. Serve talento, tempo, pazienza, volontà e passione per fare qualunque cosa. Non è e non può essere solo una questione economica, benché di questi tempi l’argomento non sia da sottovalutare. 81


La passione ed il talento sono la parte più istintiva dell’essere umano, che fa credere ed andare avanti nonostante tutte le avversità. Su entrambe si può lavorare, come anche sulla volontà. i insegue un sogno, sperando di afferrarlo. Alcuni ci riescono e si ha l’impressione, o meglio l’illusione, che la loro salita non sia stata poi cosi ardua. Perché? Perché quel che appare è il risultato e qui torniamo al punto di partenza. È come se si vedesse un quadro da lontano, ma non si notassero le pennellate, il loro stile, la loro intensità. Come se ci si trovasse ad ascoltare una musica coinvolgente senza riflettere sul fatto che è formata da note, ritmo, pause e che ognuna di queste cose non deve solo essere riprodotta, ma suonata, cioè interpretata. Quando si incontra qualcuno che riesce a trasmettere un’emozione con ciò che fa si è rapiti, stupiti, meravigliati dall’ultimo gradino di quella stessa sensazione. Ma come si è formata? Quanto ci è voluto? In questo discorso, ahimè, una parte rilevante ce l’ha l’invidia.

Grosso problema … per chi la prova. Se solo ci si soffermasse sull’inutilità di questo sentimento che può addirittura diventare nocivo e si impiegasse il tempo che si ha per costruire qualcosa, o almeno provarci, forse si guadagnerebbe più serenità. el caso specifico, per quale motivo si ridacchia quando una modella cade, o quando qualcuno che si reputa molto bravo in qualcosa sbaglia? Il motivo è semplice: gli dei cadono e tornano ad essere umani, vittime dell’imbarazzo e del fallimento. Anche questa, a pensarci bene, è una forma d’invidia. Magari non delle più gravi, ma anche qui cambia poco per quel che concerne la sua inutilità. Chi sbaglia ha tentato e potrà sempre imparare dagli errori. Chi sbaglia rischia. Il fallimento è una tappa verso il successo e chi non lo ha mai sperimentato, semplicemente, non ha mai fatto nulla. allire non è la fine, piuttosto una fermata momentanea per diventare più esperti

e procedere con nuova consapevolezza. Spesso ci si lascia scoraggiare dall’immagine negativa dell’errore. Eppure, non è che una percezione distorta. Sta a noi correggerla. Ah, cosa porta la semplice caduta di una modella! La prossima volta, quasi quasi, guardo un film.


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Paola Totaro


l 24 e 25 febbraio scorsi, gli italiani sono stati chiamati alle urne per dare un nuovo parlamento all’Italia; oltre ad eleggere nuovi rappresentanti politici regionali, in Lombardia, Lazio e Molise. Reduci da un anno di governo tecnico fortemente voluto dal Presidente Napolitano, che aveva individuato in Mario Monti una figura all’altezza della grave situazione di crisi economica e politica nella quale versava il paese, e dopo la sfiducia a questo esecutivo, decretata dalle forze politiche , la palla è tornata nelle mani degli elettori, con l’intento di dare alla nazione un governo stabile. Monti si è trovato a gestire un momento decisamente difficile. L’ombra della Grecia, giunta sull’orlo del fallimento (default), aleggiava inquietante ed occorrevano azioni concrete per scongiurare una sorte simile all’Italia. Le scelte del governo tecnico soprattutto di tipo fiscale sostenute dai partiti, ma poco gradite dai contribuenti, hanno permesso un sufficiente blocco dell’emorragia

dei conti pubblici che al momento delle dimissioni del governo Berlusconi erano giunti a valori altissimi, rappresentati dallo ‘spread’ (ITAGER10) tra i tassi sui BTP decennali  emessi dal Governo italiano e quelli dei Bund tedeschi, arrivato a toccare 575 punti base, con i tassi d’interesse superiori al 7%. L’aumento del peso fiscale e le critiche, dentro e fuori il parlamento, hanno determinato la fine dell’esperienza Monti; dal quale ci si aspettava, forse, maggiori provvedimenti per favorire lo sviluppo economico e la creazione di nuovi posti di lavoro. a campagna elettorale è apparsa subito molto movimentata ed ha registrato l’imprevista ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi, che in un primo momento si era chiamato fuori, seguita dalla ritrovata intesa con la Lega Nord di Maroni. Le primarie avevano già incaricato per la guida del centrosinistra Pierluigi Bersani, che ha guidato la coalizione Pd-Sel, e che ha portato avanti un acceso confronto soprattutto con

la terza realtà in crescita: il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. nche Mario Monti ha scelto di partecipare alla contesa elettorale, con l’intento di dare continuità alla politica attuata nell’ultimo anno. Inserita tra i favoriti, la lista Monti ha visto però via via perdere nei sondaggi, al contrario del movimento dei «grillini» che ha visto un continuo aumento di consenso. Nel corso delle settimane, la voglia di cambiamento e la sempre maggiore indignazione popolare nei confronti della «vecchia politica» si sono fatte sempre più urgenti e sentite. La campagna elettorale, serrata e dai toni decisamente alti, ha registrato due fattori che sicuramente hanno influito sulla decisione finale degli elettori: la promessa del rimborso Imu da parte della coalizione Pdl-Lega , e lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena, banca notoriamente vicina ad esponenti del centro sinistra. In un clima di accuse e recrimina85


zioni che ha visto le forze politiche presenti in parlamento cercare di scrollarsi di dosso il peso delle scelte del governo tecnico, in realtà da tutti appoggiato chi di sicuro ha beneficiato della situazione è stato il Movimento 5 stelle, il quale si è visto facilitato il cammino verso i banchi parlamentari. li elettori indecisi che all’8 febbraio si attestavano, come pubblicato da Il Fatto Quotidiano, al 25% hanno di certo risentito della poca chiarezza da parte delle componenti politiche concorrenti, con punti programmatici chiari. L’esito della consultazione elettorale si è rivelata tutt’altro che scontata. Chi prevedeva una vittoria netta del centrosinistra si è dovuto ricredere, e la vera sorpresa oltre al boom di Grillo è stata la netta rimonta del centrodestra. Ma ecco i risultati che rivelano il raggiungimento di una maggioranza alla Camera ma non al Senato:

Centrosinistra (Pd- Sel) voti 10.047.507 % 29.53 diff. -9,0% Seggi 340 Centrodestra (Pdl- Lega Nord – Fratelli d’Italia) voti 9.923.100 %29,13 diff. -17,8% Seggi 140 Movimento 5 Stelle voti 8.688.545 % 25,55 Seggi 108 Centro (Lista civica per Monti, Udc, Fli) voti 3.591.560 % 10.54 Seggi 45 Rivoluzione Civile voti 765.054 % 2,24 Seggi / Fare per Fermare il declino voti 380.937 % 1,12 Seggi /

Centrosinistra % voti 31,6 Seggi 120 Centrodestra % voti 30,7 Seggi 117 Movimento 5 Stelle % voti 23,8 Seggi 54 Con Monti per l’Italia (Udc, Fli, Scelta Civica) % voti 9,1 Seggi 18


Per ottenere la maggioranza al senato erano necessari 158 seggi. Di fatto un’Italia spaccata in tre. Il quadro emerso dalle urne, impedisce di stabilire una maggioranza con i numeri necessari a governare. In un primo momento è apparsa come possibile un’alleanza Centrosinistra/Movimento 5 Stelle per lo meno con un accordo programmatico condiviso , ma Grillo ha declinato l’invito. Nessun accordo con i partiti ha ricordato il Leader del Movimento, rei d’aver portato l’Italia nella grave situazione in cui si trova. Quindi, ha poi chiarito, nessuna fiducia a «governissimi» Centrodestra/Centrosinistra in realtà assolutamente improbabile , e neppure ad un eventuale governo tecnico.

del paese, ad un accordo programmatico, che il candidato premier del centrosinistra propone a tutte le forze in campo. Ecco gli otto punti specifici: - Fuori dalla gabbia dell’austerità. - Misure urgenti sul fronte sociale e del lavoro - Riforma della politica e della vita pubblica - Voltare pagina sulla giustizia e sull’equità - Legge sui conflitti di interesse, sull’incandidabilità, l’ineleggibilità e sui doppi Incarichi - Economia verde e sviluppo sostenibile

L’unico governo accettato dal Movimento, sarebbe quello targato 5 Stelle.

- Prime norme sui diritti

ersani, dal canto suo, ha già detto chiaro e tondo che non lascerà il proprio partito in balia dei «grillini». Al contrario è Grillo che deve aderire, per il bene

Un accordo finalizzato alla realizzazione di questi punti per poi tornare alle urne appare, allo stato attuale, impossibile. A rendere tutto più complicato, c’è anche il ‘Se-

- Istruzione e ricerca.

mestre bianco’, il periodo cioè che precede la scadenza della carica di Presidente della Repubblica, durante il quale Napolitano non può neppure sciogliere le camere per tornare al voto. Il settennato di Napolitano scadrà il 15 maggio 2013. La Costituzione stabilisce la convocazione dei parlamentari e dei delegati regionali per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica trenta giorni prima che scada il termine. È possibile, quindi, che si proceda all’elezione del nuovo Capo dello Stato senza che si sia votata la fiducia al nuovo Governo. n quadro decisamente difficile, che vedrà il Presidente Napolitano in prima linea nel cercare di trovare il bandolo di questa intricata matassa con le consultazioni dei gruppi politici presenti in parlamento che avranno inizio dopo il 15 marzo, data della convocazione della prima seduta delle Camere.


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Valeria Lopez e Cristina Zavettieri


«La macchina dell’abbondanza ci ha dato la povertà, la scienza ci ha trasformati in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi, pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità. Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza, e tutto è perduto» (Il grande dittatore, Charlie Chaplin). Questa è una delle frasi che simboleggia il tragicomico londinese Charles Spencer Chaplin, nel clou della sua carriera cinematografica. E ancora: «Abbiamo i mezzi per spaziare ma ci siamo chiusi in noi stessi». Lo stato d’animo di Chaplin è accecante come la luna in una notte estiva. La malinconia, per un mondo fatto di uomini liberi e appagati dalle loro vite, è un sentimento vivo che lo accompagnerà durante l’intero corso della sua vita. harlie Chaplin nasce il 16 Aprile 1889, in un quartiere periferico di Londra. Egli è il frutto di un amore primordiale, conteso da una cantante «fortuita» ed un guitto del varietà. In un con-

testo sociale precario che rasenta la fame. Sulla nascita di Charles vi sono varie leggende. La più attendibile cita che sia nato su un carro di zingari, pertanto è indubbia la sua presenza da un contesto sofferente denso di rinunce, solitudine e fame.

In una trama densa di spontaneità e tenacia che il protagonista dimostra di avere - nonostante le brutture e le scelleratezze del mondo moderno come la schiavitù e la povertà, contrapposte al benessere e all’indifferenza dell’alta borghesia-.

’attore - per superare le sciagure - sente la viva necessità di mettere a frutto le sue doti naturali, sfruttando la buona stella dei primi successi casuali raggiunti in teatro all’età di otto anni. Si lancia nel primo ingaggio che lo conduce in una tournée europea e gli regala le prime recensioni positive su carta stampata. Il periodo vissuto in America lo abbraccerà, donandogli gli anni migliori della sua vita fatti di luce, ma anche di ombre.

el periodo First National Charlie produce Il Monello (The Kid, 1921), realizzato per ricordare la perdita del figlio avuto dalla diciassettenne Mildred Harris. Il figlio, mai cresciuto, ispira Chaplin sulla trama del film, identificata da egoismi e sensi di colpa, che viaggiano all’unisono in un mondo crudele e spietato per i più deboli. Charlot, nonostante la sua condizione di precarietà, decide di adottare un neonato abbandonato e si ritrova ad insegnarli i trucchi da sgherro, ma con puro ed efficacissimo amore. Ecco così la nascita del Monello, bambino vispo ma dall’animo buono.

Dal 1914, per Charlot comincia una produzione professionale strepitosa. Diventerà, infatti, da primo comico a vera celebrità: un passo decisivo e fondamentale, questo, ottenuto sicuramente grazie al Vagabondo - il famoso personaggio da lui inventato -, che richiama la malinconia e il romanticismo.

In Il Circo (The Circus, 1928) -film in cui Chaplin sconvolge il pubblico- vi è una donna che sembra parli ad un telefono senza fili. La sua attitudine nel proiettarsi al 91


futuro, senza alcun timore, è un elemento precursore del suo carattere. Non dimentichiamo che il periodo in questione sia quello del 1928, dunque nell’età moderna in cui l’idea di un telefono cellulare è alquanto irrealizzabile. a cosa dire del suo rapporto con le donne? Perché è tanto conflittuale, da devoto timoroso del loro potere? Nei suoi film ogni personaggio femminile ha un difficile passato, con l’intento di trovare una subitanea ed efficace serenità per il presente e a qualunque costo. Tuttavia viene svilito il peso dell’amore, che poi fa capolino al raggiungimento degli obiettivi stravolti. La politica, inoltre, è un’efferata componente della vita di Charlot. Accusato di essere comunista - e di parteggiare per i russi - Chaplin si è dovuto difendere da J. Edgar, fino ad essere esiliato dagli Stati Uniti, soprattutto a causa del film in cui interpreta la celebre parodia di Adolf Hitler ne Il grande dittatore (The Great Dictator, 1940). L’attore, fino alla morte, ha trascorso la sua esistenza dedicandosi al cinema, concludendo la carriera con il secondo Oscar ottenuto grazie a Luci della ribalta (Limelight, 1952). iò che resta oggi è un materiale vastissimo della genialità di quest’uomo nato nella solitudine più assoluta, e desideroso di tramutarla in qualcosa di eccezionale, sebbene nel suo cammino sia caduto in depressione, provando quel familiare senso di solitudine. Ma sarà stata proprio questa la ricetta del suo successo? Saranno vere le fonti che trattano il tema a proposito della sua aggressività nella sfera privata? Sarà perché

troppo ricettivo alle brutture della vita, da avergli scatenato chiavi di lettura incomprensibili per la sua età? Quel che è certo è che per ogni genio restano grandi dubbi. La fama di Charlie Chaplin non è solo dovuta alla genialità e all’ intuizione dei suoi film, ma anche alla vita privata che ha legato il suo nome a quello di giovani, belle e promettenti attrici. Ad oggi due donne sono ricordate a Hollywood, tra le tante altre stelle che lo hanno affiancato, ovvero Paulette Goddard e Edna Purviance. dna Purviance, nata il 21 Ottobre del 1895, ha fatto la sua comparsa nel film Le notti bianche di Charlot (A Night Out, 1915). Oltre ad essere una giovane bella e vivace, ebbe anche una relazione sentimentale con Chaplin, il quale la scelse come prima donna nelle sue opere dal 1915 al 1923. Infatti, Charlie Chaplin aveva bisogno di una nuova attrice che coprisse quello che un tempo era stato il ruolo di Mabel Normand (1892 – 1930). Edna amava suonare il pianoforte, ma non aveva alcuna esperienza circa la recitazione. Ciononostante Chalie Chaplin se ne infatuò, avendo visto nella sua persona una stella nascente. La sua fortuna si spense quando gli occhi di Charlie Chaplin si posarono su Lita Gray (1908 – 1995): la sua prima apparizione cinematografica risale a Il Monello. L’attore cercò sempre di sostenerla e di renderla partecipe nei suoi film, aiutandola come poteva. Eppure Edna non riusciva a uscire della spirale negativa che la portò a bere. Morì di cancro l’11 gennaio del 1958 a sessantadue anni e riposa ancora oggi al West Mausoleum of Grandview, in California, insieme alla tante star ingiustamente dimenticate del cinema muto.


Un’altra donna, che affiancò Chaplin nei suoi film, è Pauline Marion Levy (1910 – 1990), meglio conosciuta come Paulette Goddard. Dopo il divorzio dei genitori, ha vissuto un’infanzia difficile che, tuttavia, ha rafforzato il rapporto madre-figlia. Con il padre - che si ricorderà della figlia quando la sua carriera sarà all’apice del successo - il rapporto verrà irrimediabilmente compromesso a causa di alcune dichiarazioni rilasciate alla stampa. L’uomo, avendo appreso le notizie infamanti sul suo conto alla sua morte, in atto derisorio, lascerà a Paulette solo un dollaro in eredità. a Goddard deve il suo successo al prozio Charles Goddard, che la sostenne economicamente e l’aiutò sin da giovanissima a inseguire il sogno di divenire attrice. La giovane, infatti, non passava di certo inosservata, con i suoi capelli scuri, i tratti armoniosi del viso e un fisico slanciato. Fu proprio all’interno della Ziegfeld Follies, a Brodway, che il personaggio della Goddard mosse i primi passi come attrice teatrale. A Hollywood recitò con S. Lau-

rel e O. Hardy, con B. Grable, L. Ball, A. Sothern e J. Wyman dando vita alle Goldwyn Girls, nonché con il  comico  E. Cantor col quale girò The Kid from Spain nel 1932. Nello stesso anno incontrò Charlie Chaplin, con il quale lavorò per otto lunghi anni. Tempi moderni non fu soltanto il film lancio della bella attrice, ma anche l’inizio una storia d’amore fra lei e Chaplin. Un rapporto sentimentale chiacchieratissimo, nel quale si vociferava non vi fosse mai celebrato alcun matrimonio, nonostante nella prima del film Il dittatore, Chaplin l’avesse presentata come sua moglie. Egli dichiarò di essere legalmente sposato, ma agli amici diceva l’esatto opposto. Il grande dittatore fu l’ultimo film in cui l’attrice affiancò Chaplin, e che influì maggiormente sul suo successo, innalzandola a Diva indiscussa. el 1958, quando ormai la sua carriera era al declino, conobbe lo scrittore tedesco E. M. Remarque -Niente di nuovo sul fronte occidentale- con il quale si sposò decidendo di stabilirsi a

Ronco sopra Ascona, in Italia. Potremmo ammirare la Goddard solo nel 1964 nel film di F. Maselli Gli indifferenti, ispirato dal romanzo di A. Moravia. Morì di cancro al seno il 23 aprile del 1990. Ancora oggi è possibile visitare la sua tomba a Ronco di Ascona, accanto alla madre e all’adorato marito. La New York University, alla quale lasciò 20 milioni di dollari, ha dedicato in suo onore “la Paulette Goddard Hall al 79 della Washington Square East in New York City”.


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Desy Giuffrè


La nostra storia comincia qui, da un gruppo di persone, da una scuola e da un intero paese uniti dal destino in una battaglia per se stessi e per la vita. Una battaglia in cui la musica è forse l’ultima occasione che hanno per non far tacere per sempre l’altra musica, quella silenziosa che è in ognuno di noi e che si chiama speranza. Ma è anche la storia di una sfida, anzi di molte sfide: quella di portare la musica classica su Rai Uno, quella di raccontare la mafia non attraverso le sue azioni ma attraverso i suoi effetti, il peggiore di tutti, l’annientamento della possibilità di pensare, di sognare, di credere. E infine, forse, la sfida più grande, quella di ricordare ai giovani che l’avventura più bella, la soddisfazione più grande è ciò che si impara di sé nel percorso che si compie per raggiungere un obbiettivo, e non nell’obbiettivo stesso. Da soli, ma insieme con tutti gli altri. Estratto dal sito dedicato a Tutta la musica del cuore su http://www.tuttalamusicadelcuore.rai.it/

Da soli, ma insieme con tutti gli altri. Sarebbe bello se queste parole fossero utilizzate nella vita di ogni giorno, in quella quotidianità che spesso, invece, presenta una realtà distorta che si concretizza con il tutti insieme, ma da soli. Parlare di Tutta la musica del cuore non è solo un modo per sottolineare la piena riuscita di un progetto televisivo da poco conclusosi, ma la giusta occasione che permette d’intavolare un discorso tanto ampio e delicato - come quello della mafia - attraverso una storia aperta a tutti e capace di far vibrare le emozioni dei telespettatori. a serie tv - composta da sei puntate - è andata in onda dal 3 al 27 Febbraio, scalando gli auditel e salutando il suo pubblico a suon di applausi e buona musica. Prodotto da Luca Barbareschi, regia di Ambrogio Lo Giudice, e con Francesca Cavallin - nel ruolo di Angela, protagonista femminile -, e Johannes Brandrup - nel ruolo di Mattia Stefani, protagonista maschile -, Tutta la Musica del cuore racconta le vicende svoltesi all’interno di un

Conservatorio di musica, e il modo in cui Angela ne entra a far parte - percorrendo un lungo cammino di rinascita e riscoperta del proprio amore per la musica - a dispetto di ogni dolore che l’aveva tenuta prigioniera in una gabbia di rimorsi e ricordi. ome ci riesce? Grazie all’impegno che decide di riversare a favore di una lotta alla quale cerca di dare la voce di cui tutti vorrebbero privarla, e gli occhi di chi si finge cieco per paura di essere privato della propria dignità umana. O, ancora peggio, privato del diritto più grande e indiscusso: la libertà. Perché mafia vuol dire prigionia, alienazione di qualsiasi ideale, tacito consenso di un abuso sulla volontà di ogni libero cittadino. E quando il marcio di un’organizzazione, tanto distruttiva, riesce ad entrare persino in un Conservatorio di musica - e a guidare i fili del destino, che legano un gruppo di ragazzi alle proprie speranza non resta che fare di tutto per non permettere che venga compiuto

l’imperdonabile reato qual è il calpestare i sogni delle nuove generazioni. Tutta la musica del cuore ci racconta così la triste, eppure reale, situazione che ogni giorno si respira in questo nostro Bel Paese; con ancora più incisioni evidenti nel caldo e profondo sud, dove l’omertà si mangia insieme al pane e all’aria. In quello stesso sud che brilla per «Beltà e Storia», sovrano di ricchezze e schiavo del silenzio. bbene sì, nel caso di Tutta la musica del cuore la TV non è solo intrattenimento, bensì una finestra sul mondo che permette di lanciare messaggi di aiuto, solidarietà, gioia, dolore e verità. Soprattutto, verità. Una verità mirata ad incoraggiare noi tutti alla voglia di migliorare le nostre condizioni di vita, nonché il presente d’ogni giorno e il futuro che ci aspetta. Perché l’intento possa concretizzarsi è necessaria l’unione, e la ferma convinzione che insieme è più facile che da soli. Anche se a inculcarci quest’idea debba essere un’unica persona capace di credere nella 95


giustizia, in poche parole: un coraggioso che sia in grado d’infondere nei più deboli il desiderio di cambiare. Di rinascere. Tutta la musica del cuore è riuscita - in un modo squisitamente nuovo - ad unire tematiche che sebbene siano lontane l’una dall’altra come l’amore per la musica, la lotta contro le organizzazioni mafiose, la voglia d’inseguire i sogni di una vita -, sono unite dalla medesima e invincibile molecola: la forza di volontà. n cast tecnico attento, dinamico, in uno scenario come quello dell’azzurra terra di Puglia, per un gruppo di giovani artisti che dei loro sogni desiderano fare uno stendardo di pace e lotta contro ogni tipo di sopraffazione: questo e molto più in una storia dai toni drammatici e al contempo freschi e carichi di speranza. ha l’onore e la gioia di ospitare Ambrogio Lo Giudice, regista dell’acclamata serie, e di potergli porre qualche domanda per scoprire ulteriori curiosità su questo suo nuovo successo televisivo…

Benvenuto su , e grazie mille per averci riservato questo intervento esclusivo. Dopo il grande boom ottenuto con Terra Ribelle sugli schermi televisivi, l’importante passo che ha portato alla realizzazione di una fiction accolta con popolarità dai telespettatori giovani e non : Tutta la musica del cuore. Quanto pensi abbia influito il tuo personale legame con la musica nel successo di questo tuo ultimo lavoro? Non so quanto abbia influito sul successo. So quanto ha influito nella mia preparazione e durante le riprese. Ho sempre cercato di essere molto rigoroso nelle scelte, sia per quel che riguarda il cast (musicisti veri), sia per quel che riguarda le scelte musicali e l’esecuzione delle stesse. Ho cercato di fare in modo che sia il pubblico più profano che gli addetti ai lavori potessero trovare qualcosa di interessante. Una fiction tv che porta a casa degli italiani l’inusuale connubio tra mafia e musica. Quale messaggio speri abbia lasciato nel pubblico dei più giovani?


Spero che i giovani, ma anche i meno giovani, abbiano pensato che l’arte, in tutte le sue forme è un vero nutrimento per l’anima, ma non solo. Se gestita come in maniera intelligente può essere un ottimo investimento e creare posti di lavoro. E può, come è successo in Venezuela, togliere alla malavita parecchia forza lavoro. Nell’Italia dei giovani c’è ancora spazio per i sogni? Senza i sogni si muore. E’ insito nell’animo giovanile sognare, non bisognerebbe mai smettere di sognare nemmeno da grandi. Il sogno è quello che spinge le grandi innovazioni, i grandi amori, che spinge le civiltà. L’unica speranza che abbiamo in questo paese è che i giovani ritrovino un sogno e lo realizzino. Possiamo sperare in un seguito de Tutta la musica del cuore? Purtroppo non dipende da me. So che ci sono incontri in Rai, ma io non mi occupo di questo. Forse bisognerebbe fare in modo che la Rete spinga in questa direzione, mandando lettere alla Rai e creando un gruppo di pressione.

Per i protagonisti de Tutta la musica del cuore è chiaro il motto: vietato calpestare i sogni. E noi d i ci uniamo a questa grande e coraggiosa filosofia di vita, dicendo:


* T E STO A C U R A D I *

Olimpia Cali


voranti della sua fabbrica - spingerà Jean ad adottare la figlia della donna, Cosette, e a darle la vita che la madre non ha potuto garantirle. Questa vicenda si intreccerà – nove anni più tardi – a quella dei rivoluzionari delle barricate di Parigi del 1832, che cercano di ribellarsi ad uno che ricorda molto da vicino la Francia prerivoluzionaria.

Una vittoria annunciata già da tempo, quella di Anne Hathaway, vincitrice dell’Oscar 2013 come migliore attrice non protagonista del film Les Miserablés che ha ricevuto la statuetta anche per i migliori costumi e per il miglior sonoro. rumors, sulla sua splendida , si susseguivano già ben prima dell’uscita del film al cinema e, dopo averla vista recitare nel ruolo della tanto dolce quanto sfortunata Fantine, non si può che dare ragione ai numerosi critici che l’avevano elogiata e alla giuria del premio cinematografico più prestigioso al mondo che ha deciso di premiarla come meritava. Il film di Tom Hooper - tratto dall’omonimo musical del 1980, ispirato a sua volta al romanzo di Victor Hugo - non delude affatto le aspettative del pubblico; conquistando consensi sia fra chi già conosceva e apprezzava l’opera musicale di partenza, sia fra chi invece ha avuto modo di approcciarsi ad essa per la prima volta. Quella de Les Miserablés è una

storia corale, ed è alquanto difficile trovarvi all’interno un vero e proprio protagonista attorno al quale ruotino tutte le vicende narrate. I «miserabili», di cui scrive Hugo, sono gli uomini che vivono con nulla: ignorati dal governo e dai ceti alti che continuano ad arricchirsi a loro scapito. Sono i dimenticati, quelli che lottano fra loro per un po’ di cibo e per i quali il mondo è un posto inospitale. ra questi c’è Jean Valjean - interpretato da Hugh Jackman -, diventato galeotto solo per aver rubato un tozzo di pane, e dunque costretto a scontare diciannove anni di galera e lavori forzati. Per tutta la vita, Jean lotterà contro questa macchia del passato, scontrandosi più volte con Javert (Russel Crowe) - inflessibile uomo di legge che soltanto alla fine si renderà conto dei propri gravi errori compiuti e delle conseguenze avvenute a causa di essi. Riuscito a terminare la sua pena, e diventato sindaco rispettabile di Montreuil-sur-Mer sotto falso nome, il rimorso di non aver potuto aiutare Fantine - una delle la-

ome infatti canta Gavroche «Ci fu un tempo in cui uccidemmo un Re / Provammo a cambiare le cose troppo velocemente / Adesso abbiamo un altro Re, non diverso dai precedenti» : il popolo non ha affatto goduto della messa in pratica dei principi della Rivoluzione, tanto dall’essere ancora affamato, incattivito e alla ricerca di qualcuno che mostri pietà nei loro confronti. Il popolo è quello che lavora, che deve farsi bastare il salario pagando le tasse e comprando quel po’ di cibo necessario a sostentarsi; senza mai alzare la testa nei confronti di chi è più potente, come risulta chiaro già all’inizio del film, con le prime parole pronunciate dai galeotti costretti ai lavori forzati «Guarda in basso / Non guardarli negli occhi». Queste stesse parole, accompagnate dal medesimo tema musicale, torneranno più avanti, quando sarà il popolo a chiedere ai nobili di abbassare lo sguardo e mostrare pietà nei confronti delle loro condizioni. na storia corale, dunque, che riesce a dar spazio all’individualità dei perso99


naggi grazie ad inquadrature che dal campo lungo passano molto spesso al primo piano, quasi a voler sottolineare l’originalità di questo o quel personaggio pur mantenendo l’impianto a più voci della storia. i diceva in apertura della splendida interpretazione di Anne Hathaway che, pur rimanendo sullo schermo solo per una piccola parte del film, lascia un’impronta profonda nei cuori di chi la guarda. L’attrice, infatti, si cala anima e corpo nell’emblematico personaggio di Fantine: carattere più attuale che mai, se si pensa alla condizione delle donne lavoratrici della società odierna. Sebbene infatti sulla carta si siano raggiunti diritti pari a quegli degli uomini, non è ancora infrequente che donne vengano licenziate quando si scopre della loro maternità o che addirittura al momento del colloquio venga loro domandato se abbiano intenzione di mettere su famiglia. La storia di Fantine è, dunque, una storia universale. È il racconto di una donna che perdendo il lavoro è costretta a calpestare la sua dignità, arrivando a rinunciare prima alla sua bellezza e poi al suo corpo, venduto come merce di piacere in modo da poter mantenere la figlia. Il suo disperato grido di dolore, I dreamed a dream, è cantato con lacrime, rabbia e disperazione. È un monologo nel quale Fantine maledice la vita d’inferno che sta vivendo, rimpiangendo il tempo in cui “valeva ancora la pena vivere”. Viso emaciato, vesti sporche e stracciate, sguardo perso nel vuoto e voce spezzata, Anne Hathaway riesce davvero a muovere anche il cuore di spettatori che solitamente non si lasciano coinvolgere troppo dalla visione di un film, è cantato

con lacrime, rabbia e disperazione.

lo grazie ad un solo sguardo.

a Fantine non è l’unica figura materna presente nella storia. A contrapporsi alla sua immagine fragile troviamo la signora Thénardier: l’ostessa che, dietro pagamento, si occupa di Cosette, trattandola però da serva senza riservarle un minimo di affetto, tranne nel momento in cui – solo per spillare più denaro possibile a Valjean – finge che separarsi da lei sia un dolore.

I colori lividi delle scene, il continuo insistere con le inquadrature sui volti sporchi dai denti anneriti e le luci cupe sono precise scelte registiche che aiutano lo spettatore ad immedesimarsi ancora di più nella storia raccontata, e che riescono a raccontare il mondo dei miserabili in maniera egregia. Non vengono però tralasciate deliziose raffinatezze come il richiamo al mondo dell’arte - nella rappresentazione delle barricate -, che richiamano da vicino il quadro di Delacroix, La libertà che guida il popolo, emblema della rivoluzione del luglio 1832.

Il suo personaggio e quello del marito - nonostante il loro ruolo sostanzialmente negativo - fungono da elemento distensivo della narrazione, in quanto caratterizzati volutamente come una grottesca caricatura dai tratti quasi comici. Helena Bonham Carter interpreta a dir poco magistralmente questo personaggio che, pur provenendo dalla più bassa società francese – anche lei è una miserabile – riesce tramite l’inganno e la truffa a cavarsela in ogni circostanza. Les Miserablés è comunque anche una storia d›amore. Infatti, una volta cresciuta, Cosette si innamorerà a prima vista di Marius, giovane studente dalle idee rivoluzionarie, del quale anche Éponine – figlia dei Thénardier, interpretata da Samantha Barks – è invaghita. l contrario dei genitori, Éponine si rivela una ragazza buona, votata al sacrificio di sé e del suo amore, pur sapendo che esso non verrà mai corrisposto e, forse anche per via dell’importanza conferitale all’interno della narrazione filmica, risulta anche più coinvolgente di Cosette, relegata un po’ di più sullo sfondo come figura di donna angelica e innamorata, che nemmeno ha bisogno di combattere per il suo amore in quanto riesce ad ottener-

na storia, quella di Les Miserablés, che è in grado di unire amore, critica sociale e riscatto personale, capace di rivivere degnamente all’interno della prova registica di Tom Hooper, il quale riesce ad adattare il libretto del musical alle esigenze di un prodotto cinematografico, dando vita a quello che, a ragione, può essere definito un kolossal musicale meritevole di essere visto.


* T E STO A C U R A D I *

Maila Daniela Tritto


el lontano febbraio 1971 nasce la band che, a quarantadue anni di distanza, fa ancora parlare di sé: Queen. Immortale come l’anima che l’ha guidata per vent’anni: Freddie Mercury. Questo vuole essere un tributo a chi con le sue canzoni e la sua inconfondibile voce non solo ha ispirato, ma è stato anche il modello di tante generazioni musicali. Come affermò lo stesso Freddie in The Show Must Go On, dodicesima e ultima traccia dell’album Innuendo del 1991: «Lo spettacolo deve andare avanti. Dentro il mio cuore è rotto. Il mio trucco potrebbe scrostarsi. Ma il mio sorriso regge ancora». Una vita, seppur breve e spezzata dal male incurabile dell’AIDS, dedicata all’amore per la musica; forse il primo e unico vero amore di una personalità complessa come quella dell’uomo che per anni ha voluto separare la vita privata dalle luci della ribalta, di un palcoscenico che l’ha consacrato quale vera e propria icona mondiale. Una passione che è nata ed è stata coltivata con il tempo, superando gli ostacoli talvolta fatti anche di rinunce personali e di insuccessi

soprattutto iniziali, come accade spesso a chi crede fermamente nei propri sogni , che hanno fatto di lui in primis, e poi dei Queen, uno dei gruppi più rappresentativi della musica rock. Una musica che si distingue per la sua capacità poliedrica e introspettiva, che «scava» in fondo all’anima e ne fa emergere le sue

variazioni: hard, glam, heavy e perfino gospel e soul, generi a cui Freddie era particolarmente legato. L’esempio più evidente è rappresentato da Somebody to love, la canzone con la quale «Freddie voleva essere Aretha Franklin», come rivelò scherzosamente il chitarrista del gruppo nonché amico e compagno di un percorso condiviso Brian May. La vita dedicata all’amore, dunque, che traspare anche dai titoli

di numerose canzoni di successo quali la già citata Love of my Life che uscì con l’album Live Killers del 1979. Si tratta di un testo che riconosce due versioni, studio e live: il primo prevalentemente in pianoforte con la voce di Freddie in falsetto e con l’arpa di May, mentre la seconda versione live predilige la chitarra acustica, a dimostrazione di quanto il gruppo non fosse ancorato a degli schemi prestabiliti. Si inserisce inoltre One year of love, scritto dal bassista John Deacon e tratto dall’album A Kind of Magic del 1986, e costituisce una delle tracce in soundtrack del film Highlander. L’ultimo immortale diretto da Russell Mulcahy e interpretato da Christopher Lambert e Sean Connery. Dello stesso film fa parte un’altra canzone che è usata per indicare proprio l’immortalità di chi l’ha cantata, Who wants to live forever: «Who wants to live forever. Forever is our today. Who waits forever anyway». L’eternità, il tempo che non c’è e non scorre, un posto che non c’è e in cui è possibile dare un senso ai sogni: «What is this thing that builds our dreams yet slips away from us». 105


ra i titoli in cui traspare l’amore è presente Too much love will kill you l’ottava traccia di Made in Heaven del 1995, scritta da Brian May per l’album The Miracle del 1989, ma scartata per quell’occasione. Successivamente, il brano fu cantato da May durante il The Freddie Mercury Tribute Concert del 1992, al quale parteciparono personalità di spicco della musica come Elton John, i Guns N’Roses e perfino il nostrano Zucchero. Trasmesso al Wembley Stadium di Londra, fu uno dei più grandi eventi musicali di tutti i tempi. L’amore, però, prevale anche in molte altre canzoni che nel loro titolo non riportano il termine, come ad esempio Bijoux. Si tratta di un amore prezioso come un gioiello, appunto: «You and me. We are destined. You’ll agree. To spend the rest of our lives. With each other. The rest of our days. Like two lovers. Forever. My bijoux». Un amore anche questo eterno, celebrato tra le note di accompagnamento della chitarra di Brian May, che ne è il compositore, e la voce sensuale di Freddie. È l’amore la fonte di ispirazi-

one dell’uomo prima ancora che cantante che ha cercato di tenere lontano dalla scena la sua vita privata, ma senza possibilità di sorta proprio come spesso accade alle celebrità. Ciononostante, per i fan la priorità è ben altra ed è diversa dal gossip riportato da numerose riviste: è la musica ciò che interessa chi ascolta la voce potente di Freddie, frontman di quegli album che sono rappresentativi nel loro insieme. Album come Queen II del 1974, A Night At the Opera del 1975, New of the World del 1977, The Game del 1980, Gratest Hits del 1981 (che ha confermato la bravura della band). Ebbene, questi e altri comprendono le tracce musicali di una sonorità quanto più vicina alla passione e alla sensualità. Emblemi di chi ha avuto la forza di restare in campo, anche quando gli eventi non sono stati dei più favorevoli. uttavia, Freddie aveva un sogno più di uno in realtà ed era quello di conquistare i suoi ascoltatori provenienti non sono dall’Europa, bensì dal mondo intero. L’occasione si presentò nel 1977, durante la tournée amer-

icana che consacrò i Queen come una delle migliori band in circolazione, rappresentate dalla casa discografica EMI. Il sistema di luci che fu creato per i concerti di Earls Court The Crown era troppo ingombrante per essere trasportato oltreoceano. Una soluzione fu una versione ridotta e semplificata, e il successo fu immediato: accolto debolmente dai critici, ma con entusiasmo dagli altri fan. E poi il trionfo, come scrisse anche il Record Mirror. Queen, nelle loro canzoni, non hanno mai voluto affrontare temi appartenenti alla politica non era nelle loro intenzioni dare giudizi al mondo che li circondava , piuttosto hanno sempre preferito i sentimenti: «Mi piace che la gente vada via davvero soddisfatta da un concerto dei Queen, dopo essersi divertita. Penso che le canzoni dei Queen siano una semplice evasione, come andare a vedere un buon film - dopo di che, tutti possono andarsene e raccontare quanto è stato bello, per poi tornare ai loro problemi». Freddie voleva rendere felice chi lo ascoltava, e allo stesso tempo intendeva esprimere la gioia


di vivere con canzoni come Don’t stop me now, o I want it all, e We are the champions, concepita per dare prova della sua omosessualità, e adottata come l’inno delle vittorie sportive in tutto il mondo. Egli, però, sapeva bene che la vita non offre solo temi di cui gioire, ma anche quelli più impegnativi come la denuncia alle ingiustizie del mondo ne sono un esempio Is this world we created?, o Heaven for everyone , e testi che invece esprimono una soluzione utopica come The Miracle. È per questo che il repertorio dei Queen è caratterizzato anche da canzoni «fantasiose» come Bohemian Rhapsody, A kind of magic e Princes of the Universe. Infine, l’amore quotidiano di One year of love: «One year of love is better than a lifetime alone. One sentimental moment in your arms is like a shooting star right through my heart». Perché è meglio vivere con la consapevolezza di aver vissuto con amore, anche solo per un anno, che non aver mai conosciuto questo sentimento sulla propria pelle e nel cuore che brilla come una stella cadente.


* T E STO A C U R A D I *

MJ Heron


a primavera sboccia anche quest’anno, in un trionfo di eventi musicali ed emozioni live. ha scelto alcuni nomi, ma siamo certe che i numerosi concerti organizzati su tutto il territorio nazionale riusciranno a soddisfare ogni gusto e deliziare anche i palati più esigenti. Un pensiero affettuoso va ad Anastacia, costretta – suo malgrado – ad annullare il suo ormai imminente tour. È una donna forte, una guerriera che speriamo riesca a sconfiggere ancora una volta la malattia!

Definito il ‘gruppo rivelazione dell’anno’ nel 2010, hanno saputo conquistare il cuore di migliaia di fan con singoli di successo e dischi di diamante e multiplatino. Alzi la mano chi non ha mai canticchiato le parole di Sono già solo, La notte oppure Arriverà . Quest’anno ci regalano un tour che toccherà tutte le città più importanti.

6 maggio - Assago (MI), Mediolanum Forum

3 maggio - Genova, 105 Stadium 4 maggio - Torino, Palaolimpico

8 maggio - Casalecchio di Reno (BO), Unipol Arena 10 e 11 maggio - Padova, Palafabris 14 maggio - Bolzano, PalaOnda 17 e 18 maggio - Firenze, Nelson Mandela Forum 21 maggio - Castel Morrone (CE), Palamaggiò 22 maggio - Bari, PalaFlorio 25 maggio - Palermo, Velodromo www.rockmoda.com/gioiatour

Malika Ayane,

l’artista milanese amatissima dal pubblico per il suo talento vocale che Paolo Conte definisce di “un arancione scuro che sa di spezia amara e rara”, reduce dalla terza partecipazione al Festival di Sanremo e dall’uscita del nuovo album , tornerà ad esibirsi nei principali teatri italiani.

15 maggio - Parma, Teatro Regio

www.malikaayane.com 109


Niccolò Fabi

può ritenersi soddisfatto del suo ultimo album – e tour − Ecco, tant’è che ha aggiunto nuove tappe e ha dichiarato che dopo questi mesi non si prenderà una pausa, ma ritornerà in estate sui palchi italiani. Queste le nuove date annunciate dall’artista:

25 maggio Scandiano (RE), Notte Bianca 14 giugno Monastero Bormida (AT), Dietro L’Angolo Festival 27 giugno Lugano, LongLake Festival 11 luglio Torino, Le Gru 18 luglio Napoli, Arenile di Bagnoli 23 luglio Roma, Cavea Auditorium Parco della Musica 31 luglio Verona, Verona Folk Festival 1 agosto Gallipoli (LE), Parco Gondar 21 agosto Val Rendena (TN), I Suoni delle Dolomiti

www.niccolofabi.it

Dopo l’uscita del nuovo album Amo – Capitolo 1, ritorna

Renato Zero

con nuove e entusiasmanti tappe che l’hanno visto impegnato nel mese di aprile. Renato è una leggenda della musica leggera, ecco le nuove date:

dal

9 al 22 maggio al Palalottomatica di Roma.

www.renatozero.com

Il grande successo del nuovo album di

Francesco De Gregori

è l’ennesima e apprezzata conferma della stima e dell’affetto che l’artista romano riscuote a livello nazionale. Il nuovo tour 2013 lo vedrà protagonista da un capo all’altro della penisola, sempre “sulla strada”, perché è proprio dal contatto diretto con il pubblico, nei teatri e negli auditorium, che il grande De Gregori trae la forza e l’ispirazione.

10 maggio - Catania, Teatro Metropolitan 15 maggio - San Benedetto Del Tronto (AP), Palariviera

16 maggio - Ravenna, Teatro Alighieri

http://francescodegregori.net/category/tour


Dopo aver girato l’Europa, con l’Apriti Sesamo Tour,

Franco Battiato

ritorna in Sicilia con tre appuntamenti a Catania, Messina e Palermo. L’artista, conosciuto per la sua musica che unisce la tradizione folkloristica siciliana alla musica d’avanguardia, vuole celebrare la sua carriera con i brani più noti, e quelli del recente album Apriti Sesamo.

6 maggio Catania, Teatro Vincenzo Bellini 8 maggio Messina, Teatro Vittorio Emanuele 12 maggio Palermo, Teatro Politeama

Chris Cohen

, il polistrumentista e fondatore dei Curtains, ha annunciato due date per l’Italia. Dopo l’importante tappa degli Stati Uniti, l’artista ritorna in Europa. Il tour sarà un’occasione per presentare dal vivo il nuovo album da solista intitolato Overgrown Path, uscito a settembre 2012.

L’Unica tour, del cantautore romano

Antonello Venditti

, ha fatto sold out. Iniziato nel mese di Marzo 2013, si è rivelato un successo di pubblico che presto potrà assistere a nuove tappe aggiunte da Venditti per venire incontro alle grandi richieste dei biglietti. L’ulteriore tranche dell’Unica tour è stata rinominata Gran Finale, con cui chiuderà un’importante fase della sua carriera.

30 maggio Ravenna, Beaches Brew 31 maggio Modena, Mattatoio 4 maggio Varese, Pala Whirpool 18 maggio Varese, Pala Livorno 1 giugno Locarno, Piazza Grande 21 luglio Piazzola sul Brenta (Pd), Anfiteatro Camerini

www.capturedtracks.com

www.antonellovenditti.it

E per non farvi mancare nulla, ecco una lista parziale degli artisti che si esibiranno a maggio e nei prossimi mesi: Bruce Springsteen, Depeche Mode, Annalisa Scarrone, Beatrice Antolini, Kasabian, Cesare Basile, Vinicio Capossela, Marco Mengoni, Mario Biondi, Liars, Arisa, Davide Van De Sfroos, Savages, Marco Masini, My Bloody Valentine, Lana Del Ray e molti altri.


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RainbWoman #0