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Patrizia Ceccarelli

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Editor: Paola Valente Coordinamento di redazione: Emanuele Ramini Progetto grafico: Valentina Mazzarini Coordinamento grafico: Mauro Aquilanti I Edizione 2020 Ristampa 7 6 5 4 3 2 1 0

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Patrizia Ceccarelli

nel bosco di

anita

Illustrazioni di

Camilla Garofano


A mio figlio Federico Emiliano e ai suoi nonni che gli hanno svelato il segreto dei boschi


Quando si dice la fortuna OVVERO ciò che dà inizio alla nostra storia

– E questo cos’è? – chiese il babbo soppesando una busta con il timbro del tribunale. – Sarà un altro grattacapo – rispose la mamma. – Ormai per posta non arrivano che quelli. In effetti il babbo si incupiva ogni volta che apriva la cassetta delle lettere e annusava odore di bollette da pagare e, anche in questa occasione, le sue sopracciglia aggrottate non lasciavano presagire niente di buono. La busta venne comunque aperta in fretta e furia. Il babbo lesse sottovoce, rilesse ancora, poi si guardò intorno con un’espressione decisamente cambiata. – Incredibile! – gridò. – Sentite qua. E iniziò a leggere a voce alta: 7


– Disposizioni testamentarie del signor Franco Attinio: “… In ultima istanza dispongo che la proprietà della tenuta denominata Villa Magra, con annessi fabbricati e terreni boschivi, situata in località Val di Pertoli, sia assegnata a mio nipote di secondo grado, Sebastiano Zuccari, nato a…” Adesso tutti fissavano Sebastiano e, ammutoliti per la sorpresa, aspettavano che continuasse a leggere. – Un’eredità!? – esclamarono a bocca aperta. – Non sarà mica uno scherzo? – chiese la mamma. – Il documento sembra autentico. Sarà comunque meglio portare tutto all’avvocato, oppure a un notaio, a un commercialista magari… — disse il papà sempre più agitato. – Calmati – lo invitò la mamma girando e rigirando intorno al tavolo. – Leggiamo di nuovo il testamento di… – … di questo Attinio – la interruppe Cesare, uno dei figli. – Ma chi era? 8


– Senz’altro un tipo generoso – rispose Federico, l’altro figlio. Erano gemelli, e si assomigliavano davvero: capelli e occhi neri, un ciuffo disordinato sulla fronte e fisico sottile da spilungoni. Il carattere no, quello era decisamente diverso: tanto timido e incerto uno, quanto scanzonato e attaccabrighe l’altro. – Franco Attinio era il fratello di nonna Nella – spiegò il papà, – un personaggio originale, sempre di ritorno da qualche viaggio. Faceva il capitano sulle navi da crociera e aveva esplorato ogni angolo del pianeta perché, diceva lui, tutte le civiltà meritano di essere conosciute. Quando rientrava a Villa Magra, faceva uscire dalle valigie, come il mago dal cappello, un sacco di oggetti strani: una conchiglia di madreperla larga come un cavolfiore, un sasso con sfumature d’argento o il cappello di piume raggrinzite di un gran capo indiano. Quanto mi piaceva ascoltarlo mentre raccontava le peripezie vissute in giro per il mondo! – Papà, ma com’è questa Villa Magra? – interruppe Federico impaziente. 9


– Ricordo vagamente un grande casolare dove la mamma, quando ero piccolo, mi portava per fare visita alla nonna. – E ci andavi volentieri? – Molto. All’epoca mi piacevano i boschi e lì intorno ce n’erano parecchi. *** La lettura del documento aveva scatenato una gran curiosità e, anche durante il pranzo, non si parlò d’altro. Mentre si rimpinzavano di pasta con le olive, i due gemelli continuarono a chiedere: – E animali ce n’erano a Villa Magra? – La nonna allevava galline, tacchini e faraone – rispose il babbo. – E anche di notte, dalla camera dove dormivo insieme a mio cugino, si sentiva lo stridere degli uccelli notturni: civette, gufi e barbagianni… – Ma noi ci dormiremo mai a Villa Magra? – Non credo – rispose Sebastiano, – sarà mezza diroccata… 10


– State correndo troppo con la fantasia – li interruppe la mamma. – Secondo me la casa va venduta, ammesso che qualcuno desideri comprarla. – Ma possiamo vederla almeno una volta? – insisteva Federico. – Certo! – rispose il padre che si stava accalorando. – Io non vedo l’ora. Anche i gemelli non vedevano l’ora. L’unica che non sembrava condividere tutto quell’entusiasmo era Eleonora, la mamma.

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Villa Magra OVVERO l’oggetto dell’eredità

Dopo qualche giorno Sebastiano mise alcuni documenti sotto il naso di Eleonora e disse: – Ho sistemato le ultime pratiche, adesso Villa Magra è nostra a tutti gli effetti. Sabato andiamo là a fare un giretto, ti va? – Il bosco, per me, non è il massimo delle attrazioni, ma se ci tenete tanto… – Allora, sabato doppia sveglia e partenza. Se ricordo bene, la strada è tutta curve, quindi ci vorrà un po’ di tempo, ma il divertimento è assicurato. La mattina stabilita, la famiglia si mise in viaggio, i ragazzi erano ancora un po’ assonnati, Eleonora aveva calcato sulla fronte un cappello di lana come chi si prepara ad affrontare il grande 13


freddo e Sebastiano aveva preparato un rifornimento di cibo che avrebbe sfamato un battaglione di soldati. La strada non era come lui la ricordava: era stata migliorata e qualche brutto tornante era adesso più docile da affrontare. I gemelli se ne stavano con il naso appiccicato al finestrino. Il paesaggio mutava curva dopo curva lasciandosi alle spalle il cemento della città e aprendosi al verde della campagna. Le strade si facevano via via più strette e meno frequentate, attraversavano piccoli paesi aggrappati alle colline, immersi in grandi macchie di vegetazione. Sebastiano ruppe il silenzio. – Ecco, se non ricordo male, dobbiamo andare da quella parte. E imboccò una stradina stretta che correva tra muri di sasso ricoperti di edere e rampicanti selvatici. Fatte poche centinaia di metri, la macchina lasciò la strada asfaltata, si inerpicò lungo una salita e si fermò su un’aia di terra battuta. 14


– Siamo arrivati – annunciò trionfante Sebastiano come se fosse stato davanti al Colosseo. – Ecco Villa Magra! Era una casa alta due piani, alla prima metà dell’edificio si accedeva attraverso un porticato ad archi che creava una grande terrazza al piano superiore, la seconda metà invece aveva un massiccio portone di assi di legno tenute insieme da borchie di ferro e alcune finestre chiuse da mattoni forati. Il tetto coperto di embrici rossi sembrava in buone condizioni, l’intonaco appariva alquanto scolorito, tuttavia non si vedevano crepe sulle mura. – Ma è enorme – esclamarono i bambini sbigottiti. – Altro che casetta diroccata! – Sì. È grande – intervenne la mamma, – ma ha bisogno di un bel restauro. – Entriamo dai – continuò Sebastiano. – Ricordo un camino enorme. Da piccoli quasi ci potevamo sedere dentro. Il papà si incamminò verso l’ingresso. I ragazzi non lo mollavano di un passo. 15


Sotto le travi del porticato c’era un nido di uccelli: uno di questi, spaventato dal rumore dei nuovi arrivati, si levò in volo e quasi sfiorò la fronte di Federico. – Ci danno il benvenuto, che uccelli sono? – Sembrano rondini. E sarebbe già un buon segno… – Perché? – Beh, dovreste sapere che secondo i romani erano una manifestazione dei Lari, gli dei protettori delle case, perciò, se sono rondini, qui siamo al sicuro… – E come facciamo a essere sicuri che siano rondini? I bambini le disegnano come una V stampatello, ma nella realtà non sono mica così! – No, però la coda lunga e biforcuta ce l’hanno davvero. – Ma ora siamo in autunno, in questa stagione le rondini non dovrebbero migrare verso paesi più caldi? Io mi sono sempre chiesto come faranno ad attraversare il Mediterraneo e raggiungere addirittura l’Africa. 16


– Queste saranno rondini ritardatarie – concluse Cesare ridendo. – Non credo, sono uccelli che hanno sempre stupito gli uomini per la puntualità con cui partono e ritornano. – Già, per San Benedetto la rondine è sotto il tetto… – E spesso ritrova lo stesso nido che ha lasciato l’anno precedente! Tra una chiacchiera e l’altra erano arrivati davanti al portone d’ingresso: una catena chiusa da un grosso lucchetto, cerniere arrugginite, legno consumato. Sembrava non fosse stato aperto da anni. – E adesso come facciamo a entrare? – chiesero i ragazzi. — Non è certo un problema: l’erede ha diritto alla consegna delle chiavi — rispose Sebastiano, — perciò eccole qua! E sventolò in aria un mazzo di chiavi di diverse misure. Una di quelle più piccole servì per aprire il lucchetto e far saltare via la catena; un’altra, 17


grande come quella di un castello, fece cigolare la porta che si spalancò su un atrio ampio e polveroso. Un odore di muffa si sprigionò nella stanza, mentre uno spiraglio di luce gettava strane ombre attraverso le persiane. – Che ne dici, mamma? – chiese Cesare spostando una ragnatela larga come una tenda. – Ti piace l’atmosfera? Eleonora non rispose, ma strizzò gli occhi a fessura come faceva quando voleva vederci chiaro, poi si precipitò a spalancare le finestre, e la luce del sole illuminò una grande sala stracolma di oggetti ricoperti da vecchi teli impolverati. A mano a mano che i ragazzi li toglievano, comparvero un divano con due poltrone, una lunga lampada da terra, una vetrina con piatti, bicchieri e vasellame colorato. Sulla parete in fondo, una libreria ancora piena di volumi sistemati con ordine. – Ma non finisce qui – disse Federico, – venite a vedere… 18


In un angolo del salone, oltre una serie di piccole colonne, c’era una scala di pietra che si avvolgeva come un serpente in direzione del piano superiore. – Sentite anche voi questi rumori? – chiese Eleonora. In effetti, dall’alto, probabilmente dal sottotetto, provenivano scalpiccii di passi, di corse leggere, di brusche frenate, di picchiottamenti. – Saranno uccelli, topi o che so io – disse Cesare. – Quali animali fanno le corse sul pavimento delle case abbandonate? – Cerco su Google – rispose la mamma prendendo il cellulare. – Accidenti, non c’è rete! – Ma dai, sono i ghiri – disse Sebastiano. – Non avete mai sentito parlare dei roditori che portano montagne di noci e nocciole nelle soffitte per mangiarsele durante l’inverno? – Sì, e poi ci sputano addosso i gusci! – O mangeranno anche quelli, visto che restano in letargo per cinque o sei mesi. – Accidenti, che dormita! 19


– Qui abbiamo campo – si ostinò intanto la mamma. Wikipedia: GHIRO–GLIS GLIS LINNAEUS. – Glis glis? Che nome è? – commentò Cesare stupito. – Mangia ghiande, nocciole – la mamma continuava a leggere con attenzione sul display, – predilige gli ambienti boschivi, si ripara nelle cavità degli alberi… Vedi: niente soffitte, no, aspetta, eccolo qua: Può servirsi delle case rurali come momentaneo riparo. – Che ti dicevo? – disse Sebastiano soddisfatto. – Ricordo che la notte, appena spenta la luce, sentivo un grande andirivieni sopra la testa e la nonna ogni volta mi rassicurava: “Sono i ghiri, non farci caso, non si decidono a traslocare. Potrei mettere delle trappole o catturarli con la colla, avvelenarli magari. Ma in fondo che noia danno? E poi, io qui sono sempre sola e mi fanno anche compagnia”. Intanto erano arrivati al termine delle scale, davanti a una porta tutta sgangherata. 20


La chiave era ancora lì, infilata nella serratura. Sebastiano provò a girarla, ma quella non si mosse di un millimetro, tentò più volte girando e rigirando fino a che la porta cedette cigolando. E tutti fecero un balzo indietro: qualcosa era caduto a terra con un tonfo sinistro. – Ah – disse Sebastiano guardando verso l’interno, – è solo una vecchia marionetta, era appesa dietro la porta!

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