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Flavia Franco

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Editor: Paola Valente Coordinamento di redazione: Emanuele Ramini Progetto grafico: Valentina Mazzarini Coordinamento grafico: Mauro Aquilanti I Edizione 2020 Ristampa 7 6 5 4 3 2 1 0

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SISTEMA DI GESTIONE CERTIFICATO


Flavia Franco

la

leggerezza Delle

nuvole

Illustrazioni di

Richolly Rosazza


il diritto di amaury Poter sognare

Ho diritto alla lentezza, ho diritto di giocare, ho diritto d’esser “unico� ho diritto di sognare.


Amaury possiede un’aquila. Bellissima, enorme. Abita a casa sua, per la precisione nella sua cameretta. È arrivata una sera di fine estate, si è appollaiata sul davanzale della finestra e con la zampa ha iniziato a bussare piano piano ai vetri. Amaury l’ha subito fatta entrare, poi, siccome era necessario trovarle velocemente un posto, le ha costruito un nido sulla libreria vicino al letto. Un recinto con i lego, abbastanza grande perché le aquile, si sa, hanno bisogno di spazio. L’ha fatto di nascosto perché se la mamma l’avesse visto arrampicarsi sulla sedia l’avrebbe subito sgridato. “Scendi! Se cadi finisci in ospedale! Non riesci proprio a rimanere seduto. Non posso stare un attimo in pace, mi fai sempre preoccupare. Non potresti essere come il figlio della mia collega Marisa? Un bambino così tranquillo...” Ha scelto di costruire il nido sulla libreria, primo perché alle aquile piace stare in alto (e la sua non fa eccezione), secondo perché lì sarebbe stata al sicuro da occhi indiscreti. Ci ha messo dentro qualche pagina di giornale e due pupazzi che non usa più: Boppy, un cagnolino con il muso da procione, e Eugenio, un topo che una volta era bianco ma adesso che è invecchiato è diventato grigio. Amaury pensa che l’aquila possa annoiarsi, soprattutto quando lui deve fare i compiti e non ha tempo di occuparsi di lei. Per questo le ha messo quei pupazzi. Comunque l’aquila di Amaury è bravissima e molto educata. Non sporca e non disturba. Solo, qualche volta,

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guarda Amaury con occhi tristi. La sua pupilla diventa piccola piccola e il becco punta verso la finestra. Amaury capisce subito (a meno che non stia facendo i compiti di matematica, in tal caso sta con il naso sul quaderno mezzo pomeriggio e può rischiare di non accorgersene). Quelle volte corre a spalancare la finestra, in modo che lei possa andare liberamente a fare un giro: ha bisogno di sgranchirsi le zampe e di spiegare le ali. Amaury lo capisce bene! Non può stare ferma tutto il pomeriggio appollaiata sull’armadio. Certe volte sogna di volare via con lei, anche lui avrebbe bisogno di sgranchirsi le gambe, anche lui vorrebbe fare capriole in mezzo al cielo. Quando l’aquila decide che è ora di tornare, si mette a descrivere grandi cerchi davanti alla finestra finché lui non la vede. Se è in bagno o sta facendo merenda in cucina, non c’è problema. L’aquila è paziente. Gira, gira, si riposa un attimo sugli alberi del giardino di fronte e poi riprende il volo. Quando Amaury apre la finestra, basta un piccolo spiraglio e lei, zac, rapidissima ci si infila e in un attimo riprende il suo posto, sopra la libreria. Amaury sa che è meglio non parlare con nessuno dell’aquila, primo perché è amica sua e deve proteggerla, secondo perché quando ci ha provato è successo un disastro. – Amaury, che fai? Stai sempre con il naso in aria. Concentrati. Quanto fa quattro per tre? Avanti! Quanto fa? – Mamma, un attimo. Forse la mia aquila deve uscire a fare la pipì.

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– La tua aquila? Ma di cosa stai parlando? Smettila di dire sciocchezze. – Mamma, davvero… mi sembra urgente. Quando si è alzato per aprire la finestra, lei ha gridato verso la cucina: – Mario, mi sa che il bambino ha bisogno di uno psicologo… Amaury non sa che cosa sia uno psicologo, una cosa però l’ha capita: acqua in bocca. Da quel momento l’aquila è diventata un segreto solo suo.

Se pensate che l’aquila di Amaury sia pericolosa, beh, vi sbagliate di grosso. “Ma le aquile hanno un becco molto potente” direte voi. Anche l’aquila di Amaury ce l’ha. Giallo, a forma di uncino, ma le serve per bucare i brutti sogni: basta una beccata e si sgonfiano come budini cotti male. Amaury le è molto grato per questo. Da quando c’è lei, ha smesso di avere paura la notte. E anche di giorno. Prima, quando era solo in casa, per combattere la paura accendeva il televisore col volume alto, per sentire delle voci, e siccome spesso immaginava che in casa si nascondesse un ladro, faceva alcune mosse di karate, così, per prendere coraggio. Ma la paura se ne andava solo quando sentiva la chiave girare nella toppa insieme alla voce di mamma. – Hai fatto i compiti?

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Con gli amici non era messo per niente bene. Mingherlino, basso, pallidino e fifone. Insomma, un disastro. Chi se lo filava uno così? Durante l’intervallo se ne stava quasi sempre in giro da solo, guardandosi la punta delle scarpe. Non poteva certo gettarsi nella mischia del calcio, dove la probabilità di rompersi una gamba era altissima. A giocare a rimpiattino non ci pensava proprio, con tutti gli angoli bui in cui avrebbe dovuto cacciarsi. Per non parlare del lupo mangia-frutta: gli veniva la tachicardia al solo sentir nominare il lupo… Poi, per fortuna, era arrivata lei. Da quel giorno di fine estate lo accompagna dappertutto, volando sopra la sua testa, in alto naturalmente, ma non così in alto da non farsi vedere. Con lei si sente al sicuro. È la sua guardia del corpo personale, la sua assistente e, a volte, il suo pilota. Può perdersi ammirandone il volo maestoso o semplicemente farle l’occhiolino mentre esegue i compiti o ascolta le spiegazioni della maestra. Se chiude gli occhi, può decollare con lei compiendo picchiate e risalite che gli fanno venire il cuore in gola. Sarà che per fare tutte queste cose deve stare spesso col naso in aria, sarà che quella guardia del corpo dalle ali enormi lo fa sentire forte, sta di fatto che da qualche tempo ha cominciato a camminare più impettito e ha anche smesso un po’ di essere fifone. Perfino i suoi compagni se ne sono accorti.

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Martedì scorso era appena iniziata la solita partita tra la selezione della terza A e quella della terza B, quando Cecilia ha cominciato a fare strani segni nella sua direzione. Lui ha fatto finta di niente, continuando la passeggiata con un occhio rivolto al cielo: l’aquila stava dando spettacolo, in equilibrio sulla cima del pino più alto, saltellava da una zampa all’altra senza far muovere una foglia. Oltretutto non poteva essere che Cecilia cercasse proprio lui. Ma dopo qualche passo, qualcuno l’ha inchiodato sul posto, tirandolo per la maglia. Cecilia gli stava urlando nelle orecchie: – Amaury vieni, ci manca il portiere! Amaury l’ha guardata sbalordito. – Vieni! – ha continuato prendendolo per un braccio e trascinandolo verso il campo da gioco. Insomma, ha accettato (anche perché fare il portiere è un ruolo poco pericoloso). L’aquila dall’alto gli ha fatto una bella faccia di approvazione. Alla fine, che ci crediate o no, da martedì è diventato il portiere ufficiale della terza B e giovedì ha perfino parato un rigore. – Grande! Com’è che ci hai messo tanto a entrare in squadra? – gli hanno chiesto i compagni. A quel punto Amaury si è girato e ha lanciato un occhiolino verso il cielo ma nessuno per fortuna se n’è accorto. In classe però l’arrivo dell’aquila ha creato nuovi problemi.

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Anzi, per essere precisi ha fatto peggiorare quelli vecchi. Sì perché per Amaury restare attento già era un’impresa prima, figuriamoci adesso. L’aquila infatti non si ferma quasi mai sul davanzale della finestra; il più delle volte entra in classe descrivendo dei piccoli cerchi sopra la sua testa. Forse si annoia o forse vuole solo giocare, sta di fatto che Amaury è costretto a seguirla con lo sguardo. Con quelle ali enormi c’è il rischio che sbatta contro il lampadario al neon o che crei un vortice d’aria insospettendo i compagni. Altre volte si appollaia sul davanzale e fa delle facce buffissime (soprattutto durante la lezione di scienze) e ad Amaury scappa da ridere. “Amaury, che c’è da ridere?” “Amaury, dove diavolo sei?” “Amaury, hai la testa nelle nuvole.” “Amaury, stai attento alla spiegazione o non saprai eseguire il lavoro.” “Amaury, se continui così dovrò metterti in punizione”. L’altro giorno la maestra Luisa era molto preoccupata e ha mandato a chiamare i suoi genitori. – Amaury è più distratto del solito. Non ascolta. Non partecipa. Sta sempre col naso in aria o guarda fuori dalla finestra… Mi aiutate a capire? Per tutta risposta mamma e papà l’hanno messo in castigo. – Resterai senza computer una settimana! Amaury ci è rimasto male. Che castigo è? A lui non importa nulla del computer… Per fortuna per tutta la settimana l’aquila ha evitato di andare in giro ed è rimasta a guardarlo mentre faceva i compiti o giocava con le costruzioni.

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Quando è tornato a scuola, ha preso una decisione. La maestra Luisa è la sua preferita ed è anche una di cui ci si può fidare, perciò era ora di confidarle il segreto. A metà mattina stava giusto controllando che l’aquila uscisse dalla classe senza fare disastri, quando la maestra l’ha beccato. – Amaury, di nuovo col naso in aria? Ha esitato un attimo a rispondere. Poi, siccome la decisione era stata presa, ha detto tutto d’un fiato: – Sto guardando la mia aquila… La maestra Luisa non si è scomposta. Anzi, ha sorriso. “Buon segno” ha pensato Amaury. – Hai un’aquila? Ma è bellissimo! Parlaci di lei. – È grande maestra, enorme. È mia amica. Sta sempre con me. – Dov’è adesso? – È uscita. Non si fa vedere per non creare problemi. Mi aspetta sul ramo dell’albero in giardino… – Che fortuna! – hanno commentato i compagni correndo verso la finestra. – Io la vedo, nascosta tra le foglie – ha detto Marika. – Anche io! – ha gridato Angelo. – Io no… – ha piagnucolato Matteo. La maestra ha battuto le mani. – Tornate a posto, bambini. Lasciamo in pace l’aquila di Amaury. E poi, rivolgendosi a lui.

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– Sono molto felice che tu abbia un’amica così speciale. Saresti però così gentile da dirle di non entrare in classe? Tenerla a bada ti costringe a non stare attento e, prima o poi, se questo continua ad accadere, non capirai le spiegazioni, non riuscirai fare i compiti e io sarò costretta a convocare di nuovo i tuoi genitori… In caso contrario, l’aquila rimarrà un segreto tra di noi. – Accetto. Potrò salutarla almeno nell’intervallo? – Certo che sì, a patto che continui a parare goal! Ho saputo che sei diventato un campione! Insomma, da quel momento tutto si è messo a funzionare a meraviglia. L’aquila si comporta bene e rimane al suo posto sull’albero, ad Amaury basta uno sguardo ogni tanto per sentirsi al sicuro. Anzi, certe mattine si dimentica perfino di guardarla. Altre volte posa la penna e scruta la finestra ma lei non c’è, forse è andata a fare un giro, magari aveva nostalgia dei suoi parenti. Sarebbe anche giusto. In fondo sta con lui da un bel po’. A quel punto Amaury riprende in mano la penna e si rimette a lavorare… Mi serve tempo per giocare e fantasticare. Perché se non gioco divento triste. Non devo vergognarmi se ho paura o non capisco subito le cose. Non devo essere paragonato a nessun altro. Io sono speciale.

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il diritto di Rafael Essere tutelato

Ho il diritto alla protezione da ogni costrizione, ho diritto a trovare aiuto ogni giorno, ogni minuto.


Il naso di Rafael puntava verso il cielo. L’aereo si alzava appuntito in mezzo al blu, tracciando una linea dritta dritta. “Obliqua” avrebbe detto Joaquim. Joaquim era il suo migliore amico; Rafael lo ammirava moltissimo perché possedeva tante parole e avrebbe sicuramente detto questa cosa, dato che per un po’ era andato a scuola. Adesso però non ci andava più. Preferiva passare il tempo a rovistare nella discarica di Valmontez: trovare qualche oggetto da rivendere gli permetteva di raggranellare qualche soldo per un panino o magari un succo di frutta al chiosco di Adão. Nell’orfanotrofio in cui vivevano non c’era niente di tutto questo. Cioè, per essere precisi, non c’era niente di niente. Una branda per dormire, un pugno di riso per pranzo, uno per cena. A Rafael però bastavano. Cercava di farseli andare bene insomma. E poi c’erano le fiabe che suor Dolores leggeva loro la sera, quando non era troppo stanca. Alcune erano bellissime, come quelle dove la protagonista povera diventa una principessa. A Rafael piacevano tanto perché pensava che forse qualcosa del genere sarebbe potuto accadere anche a lui. Altre invece, come quella dei bambini Hansel e Gretel o della piccola fiammiferaia, gli mettevano tristezza. La mente gli si riempiva di domande: ma possono esistere adulti così cattivi? Adulti che rinchiudono i bambini in gabbia o li mandano a mendicare fino a farli morire di stenti?

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Come ogni giorno, l’aereo terminò la sua salita obliqua e si mise di piatto, diventando sempre più piccino e finendo per sparire nella bocca delle nuvole. Rafael lo seguì con tutti gli occhi, come faceva ogni giorno: si sedeva con le spalle al mare e aspettava. Il rombo dei motori era quasi insopportabile. Per questo era costretto a rubare qualche pezzetto di carta igienica da mettere nelle orecchie per attutirlo. Se le suore lo avessero visto sarebbe stata la fine. Anche la carta igienica lì da loro era preziosa. Ma lui era furbo, anche se non andava a scuola. Si alzava la notte, quando tutti i bambini della camerata dormivano, e piano piano si dirigeva nei bagni. A volte suor Dolores lo beccava a metà strada. – Dove vai? Che fai in giro? – Pipì – si lasciava sfuggire in un soffio, senza nemmeno aprire gli occhi, come se stesse dormendo in piedi. Suor Dolores ci cascava sempre. E lui aveva i suoi tappi per le orecchie. L’aereo appena decollato aveva la coda a quadretti bianchi e rossi e una scritta gigantesca sul fianco. Non era molto grande. Anzi, era tra i più piccoli che avesse visto. Rafael non riusciva a capire come diavolo facessero gli aerei a restare su. Non battevano le ali, come gli uccelli, e per di più dovevano essere parecchio pesanti, dato che nella pancia stavano sedute molte persone.

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Aveva visto riempire e svuotare quella pancia centinaia di volte perché l’aeroporto di Las Cuerdas era il posto dove passava la maggior parte del suo tempo. – Perché vai sempre lì? – gli domandava Raul. – Perché mi piace. – Perché ti piace? – Perché gli aerei sono bellissimi e poi portano le persone lontano, chissà dove. – Anche tu vorresti andare chissà dove? – Sì. Cioè non so, ma credo di sì. – Che ne sai di come si vive a chissà dove? – Certe volte con Joaquim andiamo al centro commerciale che c’è in via Romero. – E lì c’è il chissà dove? – No, lì ci sono degli schermi giganti e puoi vedere tanti posti e tutti bellissimi. – E tu è lì che vorresti andare? – Vorrei partire. Per dove, non lo so... L’aereo ormai era sparito. Rafael aveva caldo e si diresse verso il bagnasciuga. Camminò per un po’ con i piedi a mollo. L’acqua gli faceva paura, perciò rimaneva sempre in zona sicurezza, con le onde che gli accarezzavano le caviglie. Intorno alle impronte si formò una pozza nera: i suoi piedi erano sempre sporchi. Molto sporchi, dato che le ultime ciabatte si erano disfatte due giorni prima.

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– Te ne porterò un paio nuove – gli aveva promesso Joaquim, non appena le avesse trovate alla discarica di Valmontez. La rete che segnava il confine dell’aeroporto arrivava fin quasi alla spiaggia perciò Rafael, dopo la rinfrescatina si diresse proprio lì a infilare il naso nei buchi della recinzione. Altri aerei si stavano preparando al decollo. Alcuni erano davvero giganteschi. A Rafael piacevano gli aerei ma ancora di più i trenini di valigie. Erano fatti di tanti piccoli vagoni carichi fino a non poterne più. Sembravano giocattoli troppo cresciuti. Attraversavano la pista di decollo, inseguendo gli aerei in partenza, fino a raggiungerne la pancia, che riempivano con il loro carico colorato. Una volta, una di quelle valigie era caduta, rimanendo lì, sola soletta sull’asfalto mentre il trenino si allontanava zigzagando. La sera, tutti i bambini, come al solito, gli si erano fatti intorno per ascoltare una di quelle che chiamavano “le storie dell’aeroporto” e Rafael aveva raccontato del trenino che aveva perso le valigie. – Che è successo dopo? – gli aveva chiesto Raul. – Tutto il contenuto si è sparso sull’asfalto. – E tu hai visto che c’era dentro? – Ero lontano ma non così lontano – Che c’era? Dai, dimmelo. – Vestiti.

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– Quanti? Belli? Tanti? – Tanti sì, ma non saprei dire quanti. – Erano di un uomo o di una donna? – Di un uomo credo. – Come fai a saperlo? – Erano grigi. E neri. – Allora sì – aveva sorriso Raul dopo averci pensato un attimo. – Le mamme vestono a colori. Raul aveva solo sei anni e per Rafael era come un fratellino. Era stato ritrovato in una strada di Las Cuerdas, mentre vagava senza meta, proprio come era accaduto a lui. Quando era arrivato all’orfanotrofio aveva appena tre anni, occhi buoni e gambe sottili, talmente sottili che ti chiedevi come facessero a reggere il peso di quegli occhi enormi. Rafael in quegli occhi aveva rivisto la paura e il sollievo, le stesse emozioni che aveva provato lui il giorno che suor Dolores l’aveva preso in braccio per la prima volta. Da quel giorno dormivano nello stesso letto, abbracciati. – E poi c’erano dei giocattoli. Raul l’aveva guardato con il sole negli occhi. – Dei giocattoli? Nella valigia? – Sì. Una bambola, un trenino, un pappagallo di stoffa di mille colori. – Oh, e che fine hanno fatto? – Non lo so, sono dovuto andare via. Stava facendo buio. Raul si era rattristato di colpo.

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– Ma quindi i bambini di quel signore sono rimasti senza giochi? Rafael l’aveva abbracciato. – Vedrai che li avranno recuperati. All’aeroporto lavorano moltissime persone. Alcune di queste sono addette solo alle valigie! – Speriamo. È brutto essere senza giochi. Raul si riteneva un bambino fortunato, possedeva due macchinine e una palla. Glieli aveva regalati Joaquim, dopo una delle sue visite alla discarica. – Avranno richiuso la valigia e cercato il proprietario in tutto l’aeroporto. – Che bello l’aeroporto! – aveva commentato Raul battendo le mani. – Mi ci porterai prima o poi? – Certo che sì. Appena sarai diventato grande come me. – Allora tu fermati così io ti raggiungo e diventiamo grandi uguali e potrai portarmi con te all’aeroporto. Rafael aveva sorriso ascoltando le parole del piccolo Raul. – Ti dico un segreto – gli aveva sussurrato nell’orecchio per evitare che gli altri bambini sentissero, – dalla valigia è volato via un bigliettino e il vento l’ha spinto fino alla rete. Raul aveva sgranato gli occhi. – E tu l’hai preso? – Certo! – E che c’è scritto? – Non lo so, Raul, io non so leggere. Così dicendo aveva sfilato dalla tasca un rettangolino

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di carta azzurra, su cui erano stampati uno stemma, delle parole e dei numeri. – Tienilo tu – gli aveva detto passandoglielo senza farsi vedere. – Così quando avrai imparato a leggere mi dirai che cosa c’è scritto. Sarà un segreto tra di noi. Raul aveva restituito l’occhiolino che gli aveva fatto Rafael, sentendosi subito un po’ più grande. Dietro di lui il sole si stava tuffando nel mare perciò rimase ancora qualche minuto a osservare le luci che si accendevano mentre gli addetti, con le torce e i giubbotti giallo fosforescente, rendevano la pista una specie di cielo di stelline luminose. La notte sarebbe calata di colpo perciò era meglio mettersi in cammino. Aveva appena ripreso la via della spiaggia e stava per girare a destra, lungo il sentiero che fiancheggiava l’aeroporto, quando un’ombra sbucò da dietro un cespuglio. Rafael fece un salto per lo spavento ma il signore lo tranquillizzò con una voce gentile. – Ciao ragazzino dell’aeroporto. Rafael sgranò gli occhi per la sorpresa. – So che ti piacciono gli aerei. Abito qui vicino e vedo che vieni qui ogni giorno. – Chi sei? – domandò stupito. – Sono un pilota. Anzi, lo ero. A quelle parole Rafael sgranò gli occhi. – Un pilota? Davvero? – Certo. Di aerei grandi e piccoli.

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Rafael non credeva alle proprie orecchie. – Quindi sai come si guida un aereo? E sai anche come si fa a farlo salire e scendere? E come si sta tra le nuvole? – Sì. So tutte queste cose. E molte altre. – E hai anche il vestito da pilota, quello con l’aereo disegnato sopra? – Ho il vestito e tutti gli strumenti che servono quando sei in volo. Anzi, se vuoi, puoi fare un salto a casa mia. In cantina ho molte cose che potrebbero piacere a un ragazzo in gamba come te. A Rafael non sembrava vero. Un pilota! E per di più così gentile... Che fortuna gli era capitata. Decise senza esitazioni di accettare l’invito. – Lei è molto gentile signor pilota. Però non potrò fermarmi tanto. Suor Dolores potrebbe impensierirsi. – Tranquillo, casa mia non è lontana. Prima che faccia buio sarai di ritorno. Ah, puoi chiamarmi Marcello. – Piacere signor pilota Marcello. Io sono Rafael. Si incamminarono fianco a fianco lungo il sentiero. Marcello taceva. Rafael avrebbe voluto fare un sacco di domande ma non voleva disturbare. Dopo un bel numero di passi, l’aeroporto fu alle loro spalle. Stavano andando nella direzione opposta rispetto a quella dove si trovava l’orfanotrofio. Svoltarono a destra, una strada sterrata portava verso un gruppo di baracche. Marcello si fermò davanti a un edifico cadente con le porte di legno e le pareti colorate da disegni e scritte di tutti i tipi.

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A Rafael piacevano i colori perciò trovò che quella casa fosse abbastanza bella anche se pensava che i piloti vivessero nelle ricche case del centro. – Siamo arrivati. La mia casa si trova sul retro. La voce di Marcello gli sembrava adesso meno gentile. Imboccarono un passaggio stretto, le loro spalle strisciavano contro le pareti di legno delle due case che sembravano toccarsi. Il cortiletto sul retro era ingombro di rottami e di sporcizia. Rafael si bloccò. Cominciava ad avere una strana sensazione, come una sorta di paura. Avrebbe voluto tornare indietro, ma il sentierino era stretto e Marcello, dietro di lui, lo occupava quasi completamente. Uno spintone lo costrinse a muoversi. – Vai avanti! La voce di Marcello adesso era cattiva. Poi lo afferrò per un braccio e lo spinse verso una scala che scendeva alla loro destra, verso il buio. Fece uscire di tasca una grossa chiave con la quale aprì la porta che si trovava in fondo alla scala. Rafael non riusciva a respirare. L’angoscia lo prese alla gola. In che guaio si era cacciato? Dalla porta aperta gli salì alle narici un potente odore di muffa. Senza dire una parola, Marcello lo spinse dentro richiudendo subito il battente. Il posto era buio, freddo. In un attimo a Rafael tornò alla mente la fiaba di Hansel e Gretel. Ed ebbe un brivido.

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– Sei nuovo? – la voce arrivava dal fondo della stanza. A quella voce se ne aggiunsero altre. – Sei ne guai, amico. Qui dentro sei finito. Le voci erano parecchie. Abituando gli occhi all’oscurità, Rafael si rese conto che a parlare era un gruppo di bambini seduti su alcune panche appoggiate al muro. Rafael non riusciva a comprendere che cosa stesse accadendo. Uno di quei bambini gli si fece incontro. – Siamo prigionieri di Marcello. – Prigionieri? – Rafael non credeva alle sue orecchie. – Sì. Ci costringe a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. Se non gli portiamo soldi a sufficienza, ci nega anche il pezzo di pane che è la nostra cena. Rafael pensò alle fiabe di suor Dolores, stavolta fu la piccola fiammiferaia a venirgli in mente. Possibile che queste cose potessero accadere nella realtà? – Ma non potete fuggire? – Non è possibile. Usciamo in coppie, ci tiene prigionieri con una cordicella legata sotto la maglia. La gente non la vede ma noi non possiamo muoverci. Una volta io e Rodrigo abbiamo cercato di fuggire ma siamo ruzzolati a terra, lui ci ha raggiunto e per punizione ci ha lasciato rinchiusi qui dentro un mese intero. – Ma nessuno viene a cercarvi? – No – rispose una voce arrabbiata. – Siamo bambini di strada. A chi vuoi che importi? Rafael si sedette sulla panca col viso tra le mani.

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All’orfanotrofio era ormai buio e i bambini si stavano sedendo a tavola. Il posto di Rafael, tra Raul e Joaquim, era ancora vuoto. – Come mai Rafael non è ancora tornato? – aveva chiesto Ignazio, preoccupato all’idea di non ascoltare una delle storie dell’aeroporto che tanto gli piacevano. Joaquim era in allarme, ma non voleva spaventare Raul. Rafael non tardava mai. – Suor Dolores, come mai non c’è Rafael? – aveva chiesto con le lacrime pronte a scappare fuori. – Mangia il tuo riso, piccolo. Arriverà. – Allora aspetterò. Ma alle dieci il riso era freddo e ormai era chiaro a tutti che doveva essere successo qualcosa. La luce del giorno aveva appena infilato i suoi raggi tra le fessure della porta quando si sentì una chiave girare nella toppa. In un attimo la sagoma di Marcello riempì tutto lo spazio. – Vieni avanti, tu che sei nuovo – disse con voce piatta indicando Rafael. – Ramiro ti spiegherà che cosa fare. – Devi metterti all’angolo della strada – la voce di Ramiro tremava – e fingere di piangere. Devi dire che hai fame, che sei solo, che ti serve una moneta per mangiare. – Esatto – aveva confermato Marcello, – più pena farai e più soldi arriveranno... Vedi di non fare il furbo però, se non vuoi fare una brutta fine...

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Così dicendo, aveva legato la cordicella sotto la loro maglietta e li aveva trascinati verso un’auto. Si erano fermati davanti a una chiesa. Loro sui gradini, Marcello a poca distanza, per poterli tenere sotto tiro. Appena terminata la funzione, la gente si era riversata fuori. Molti si fermavano per lasciare una monetina, impietositi dall’aria triste dei due bambini. Rafael piangeva. Le sue però erano lacrime vere. La mattina all’orfanotrofio c’erano in giro solo facce tristi. Nessuno aveva dormito. Raul aveva pianto finché Joaquim non l’aveva preso nel letto con sé. – Dobbiamo uscire a cercarlo – la voce di Joaquim era quella di un capo. – Ma come possiamo fare? La città è troppo grande. – Ci divideremo in squadre. Io ne guiderò una e Ignazio l’altra. Alcune volte è venuto con me alla discarica, noi due sappiamo come muoverci. Ignazio fece di sì con la testa. Appena si furono formati i gruppi, Raul si intrufolò tra i bambini pronti a seguire Joaquim. – Tu resti a casa, piccolo. La città è pericolosa. E poi serve qualcuno che resti qui. Se Rafael ritorna gli spiegherai dove siamo andati. Raul, mogio mogio tornò a sedersi sulla panchina. – Va bene. Lo aspetterò qui. – Ah, spiega tu a suor Dolores dove siamo andati.

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Uscirono alla chetichella, mentre suor Dolores era occupata col bucato. Erano le otto del mattino, l’aria era già afosa e umida. – Ignazio, noi setacceremo la zona della città intorno all’aeroporto, tu e i tuoi dirigetevi verso la discarica. Torneremo al calare del buio. E che la fortuna sia con noi. Seduto sulla panchina, Raul fissava la porta, sobbalzando ad ogni movimento della maniglia. Aveva spiegato tutto a suor Dolores che ora lo stava chiamando dalla cucina. – Vieni ad aiutarmi a preparare il riso. I tuoi amici torneranno presto. E con loro anche Rafael. Ma Raul, fermo come una statua, non aveva abbandonato la postazione se non per andare a fare la pipì. Man mano che la giornata si avviava alla fine e il buio calava, saliva la sua angoscia. Quando vide spuntare dalla porta prima la squadra di Ignazio e poi quella di Joaquim, scoppiò in un pianto disperato. – Non l’avete trovato… – No – aveva sospirato Joaquim, – abbiamo setacciato strade e piazze, ma niente… – La città è troppo grande – aveva aggiunto Ignazio. – Temo che non ce la faremo mai. Dopo essersi lavati le mani, mogi mogi si diressero verso i tavoli dove il riso li stava aspettando. – Niente? – aveva domandato suor Dolores. – Niente… – avevano risposto decine di sguardi.

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Raul non aveva voluto mangiare ed era scappato a piangere nel suo letto. – Coraggio piccolo – l’aveva raggiunto Joaquim – domani magari potremmo chiamare la Polizia. All’improvviso, come colto da un pensiero bello, Raul si sollevò a sedere. – Forse il signore può aiutarci! – Il signore? Di quale signore parli? – Quello del biglietto. Quello del biglietto dell’aeroporto. Joaquim era sempre più confuso. – Quale biglietto? Calmati Raul. Sei fuori di te. Ma Raul era già schizzato in piedi e stava aprendo la scatola dei tesori che teneva sotto il letto. – Questo biglietto! – così dicendo mostrò a Joaquim il biglietto segreto che Rafael gli aveva chiesto di custodire. – Che c’è scritto? Che c’è scritto? Joaquim ci mise un attimo a comprendere di che cosa si trattasse. Poi lesse la scritta, adagio, alcune parole erano difficili da capire: Dott. Michele De Paolis Associazione bambini che sorridono Italia C’erano anche un numero di telefono e uno stemma che riportava l’immagine di un bambino felice. – Come l’hai avuto? – L’ha preso Rafael all’aeroporto. Era caduto dal trenino. – Dal trenino???

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– Sì, dal trenino con le valigie. E poi una era caduta e c’erano i vestiti di un signore e i giochi e c’era il vento e il biglietto era andato da Rafael e… – Piano, Raul. Così non ci capisco niente. Con pazienza Joaquim pose le domande giuste e, piano piano, Raul fu in grado di raccontare la vicenda. – E chi ti dice che questo signore potrebbe aiutarci? – Sul biglietto c’è l’immagine di un bambino che ride e poi nella valigia c’erano una bambola e un trenino e anche un pappagallo di stoffa. Joaquim era perplesso. Gli sembrava una cosa senza senso, perciò decise di consultarsi con gli altri. – Secondo me dovremmo provare a chiamare, che cosa abbiamo da perdere? – Giusto – aggiunse Ignazio, – dobbiamo agire in fretta. – Ma se non risponde o non ci prende sul serio? – Pazienza – decise Joaquim, – almeno ci avremo provato. Suor Dolores stava sistemando delle carte in ufficio quando li vide entrare. – Dobbiamo fare una telefonata. Forse abbiamo trovato il modo per aiutare Rafael. Raul fece vedere il biglietto e Joaquim raccontò dell’aeroporto, della valigia e di tutto il resto. Suor Dolores li guardò con tenerezza: quello che stavano per fare era assurdo, tuttavia non ebbe cuore di spegnere la loro speranza. – Prego – sorrise indicando il telefono, – fate pure.

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La leggerezza delle nuvole - ESTRATTO  

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