Rivista digitale “scientifica e divulgativa” semestrale della Fondazione SportCity e dell’Osservatorio permanente sullo sport, l’esercizio fisico e l’attività motoria edita da LASTMILE
In collaborazione con: HEALTH CITY INSTITUTE, CITIES+, SCIENCE FOR CITIES, URBES, ITALIAN WELLNESS ALLIANCE, OSSERVATORIO NAZIONALE SULLA SALUTE COME BENE COMUNE NUOVE
SPORTCITY JOURNAL
N° 3/2025
SPORTCITY JOURNAL è una rivista digitale scientifica-divulgativa semestrale edita dalla Fondazione Sport City e dall’Osservatorio Permanente sullo Sport, edita da LASTMILE. La rivista accoglie contributi provenienti da istituzioni, amministrazioni comunali, enti sportivi, università, imprese, amministratori locali, dirigenti sportivi, urbanisti, esperti e studenti. La rivista nasce con l’intento di favorire la diffusione di idee e progetti orientati alla promozione di stili di vita salutari e sostenibili, incoraggiando buone pratiche volte a sviluppare e radicare la cultura dell’attività fisica tra i cittadini, con particolare attenzione alle nuove generazioni. SPORTCITY JOURNAL si propone di valorizzare lo sport in tutte le sue forme, mettendo in luce i benefici psicofisici, relazionali ed educativi dell’attività sportiva. La rivista sottolinea la necessità di rendere lo sport un’attività sempre più democratica, equa, accessibile ed inclusiva, in grado di abbattere le barriere anagrafiche e socio-economiche che precludono a molti di praticare attività fisica. La riqualifica di impianti e infrastrutture sportive in disuso, la rigenerazione di spazi verdi attrezzati e la valorizzazione di aree pedonali sono interventi essenziali per restituire centralità allo sport nella vita quotidiana delle comunità, nel quadro del rafforzamento del legame tra i cittadini e il loro territorio.
Tale impegno si inserisce in una visione più ampia di valorizzazione delle aree urbane, della tutela ambientale e climatica e della promozione della salute intesa non solo in riferimento alle patologie individuali, ma come un bene comune che deve essere tutelato dalle istituzioni e dai rappresentanti locali.
TEMI DELLA RIVISTA
• Sport, citta e periferie
• Sport, bioeconomia e green impact
• Sport, inclusione sociale e partecipazione
• Sport, health & wellness
• Sport e comunicazione, digital e social
• Sport e grandi eventi
• Sport e tecnologia
• Sport e urbanistica
• Sport e gestione degli spazi comuni
FONDAZIONE SPORTCITY
Via Emilio Casa 7/2A 43121 Parma PR Telefono: 0521531711 segreteria@fondazionesportcity.it
EDITOR IN CHIEF
Francesca Romana Lenzi e Federico Serra
CO-EDITORS
Andrea Lenzi, Giuseppe Novelli, Fabio Pagliara, Attilio Parisi, Roberto Pella, Walter Ricciardi e Daniela Sbrollini
ASSOCIATE EDITORS
Roberto Ghiretti, Livio Gigliuto, Roberto Lamborghini e Chiara Spinato
COMITATO DI INDIRIZZO STRATEGICO DELL’OSSERVATORIO PERMANENTE SULLO SPORT, L’ESERCIZIO FISICO E L’ATTIVITÀ
MOTORIA
Presidente: Attilio Parisi
Componenti: Angelo Argento, Adriana Bonifacino, Annamaria Colao, Gianfranco Coppola, Roberta Crialesi, Renato Di Rocco, Francesco Landi, Vincenzo Parrinello, Santo Rullo, Francesco Tagliente, Valerio Vermiglio
AUTHORS
Enrica Amaturo, Francesco Antonelli, Valentina Antoniotti, Jessica Baima, Luca Benvenga, Adriana Bonifacino, Francesco Calicchia, Michela Cavagnuolo, Manuela Claysset, Anna Maria Colao, Cecilia D’Angelo, Paolo Diana, Lorenzo M.Donini, Vincenzo Esposito, Maria Felicia Faienza, Nicola Ferrigni, Antonella Galeone, Daniele Gianfrilli, Lucio Gnessi, Chiara Graziadio, Felice Addeo, Ferdinando Iazzetta, Margherita Iuzzolino, Francesca Romana Lenzi, Gianluca Lombardi D’Aquino, Donatella Mentino, Marianna Minnetti, Eleonora Poggiogalle, Flavia Prodam, Gabriella Punziano, Fabio Saraceni, Daniela Sbrollini, Federico Serra, Chiara Spinato, Luciana Taddei, Niccolò Terzulli, Sabrina Tini, Gianluca Vaccaro
EDITORIAL OFFICE STAFF
Vincenzo Esposito, Margherita Iuzzolino, Elisabetta Sturlesi e Niccolò Terzulli
CARATTERISTICHE
Lingua: Italiano
Periodicità: Semestrale (3 numeri all’anno)
Formato: 20 x 27 cm
Website: www.fondazionesportcity.it
“ “
Dobbiamo tutti vivere all’interno di questo enorme ecosistema, e non solo vivere, dobbiamo prosperare.
Olympic Channel’s 24 Giugno 2025 Kirsty Coventry
Indice
FOREWORD
Federico Serra, Direttore e Editor in Chief di SportCity Journal, Presidente dell’Osservatorio permanente sullo sport, l’esercizio fisico e l’attività motoria
EDITORIALE
Francesca Romana Lenzi, Editor in Chief di SportCity Journal, Università degli Studi di Roma “Foro Italico”
INTRODUZIONE
Daniela Sbrollini, Senatrice, Presidente dell’Intergruppo parlamentare “Qualità di vita nelle città”
INTERVISTA
Massimo Zedda, Sindaco di Cagliari
CONTRIBUTI DI PARTECIPAZIONE ISTITUZIONALE
SCIENZE MOTORIE ED UNIVERSITÀ: IL PARERE DEL CUN
Daniele Gianfrilli, Segretario Generale CUN
ATTIVITÀ FISICA E CITTÀ: IL PARERE DI CATTEDRA UNESCO ON URBAN HEALTH
Chiara Spinato, Marianna Minnetti, Cattedra UNESCO “Urban health”
LO SPORT PER TUTTǝ: UNA SFIDA ALLA CITTÀ
Manuela Claysset, Responsabile Politiche di Genere e Diritti UISP Aps
SPORT, GENERE E TERRITORIO (CONI)
Cecilia D’Angelo, Direttrice Territorio CONI
CONTRIBUTI DI PARTECIPAZIONE SCIENTIFICO-SANITARIA
DIETA MEDITERRANEA E STILI DI VITA URBANI
Lorenzo M.Donini, Eleonora Poggiogalle, Sapienza Università di Roma
OBESITÀ E NUOVE VULNERABILITÀ URBANE: OSTACOLI, SFIDE E IL CONTRIBUTO DELLO SPORT ALLA QUALITÀ
DELLA VITA NELLE CITTÀ
Anna Maria Colao, Università degli Studi di Napoli “Federico II”
IL CALCIO CAMMINATO. ANZIANI, SALUTE E CONTRASTO ALL’ISOLAMENTO SOCIALE
Luca Benvenga, UniPegaso
I PROGETTI
PRIN SIDERALE 2020
Anna Maria Colao, Chiara Graziadio, Francesca Romana Lenzi, Sabrina Tini, Michela Cavagnuolo
PROGETTO CARIPLO “DIETARY FRUCTUOSE”
Flavia Prodam, Maria Felicia Faienza, Francesca Romana Lenzi, Michela Cavagnuolo, Jessica Baima, Valentina Antoniotti, Donatella Mentino
CASI DI STUDIO
ADD ROMA – L’ART DU DEPLACEMENT PER LA RIGENERAZIONE SOCIALE DELLE PERIFERIE METROPOLITANE, “PARKOUR ED EDUCATIVA DI STRADA: IL MOVIMENTO COME SCUOLA DI VITA”
Fabio Saraceni, Presidente ADD
OSPEDALE DI SAN GENNARO – IL PATIENT JOURNEY E LA VALUTAZIONE REALISTA NEL RIONE SANITÀ DI NAPOLI
Francesco Calicchia, Università degli Studi di Roma “Foro Italico” e Gianluca Vaccaro, Asp Catania- Methodological Advisor Bhave
SPORT E CARCERE – SFIDE AL RECUPERO DELLE MARGINALITÀ URBANE CON IL CALCIO FREESTYLE, “L’ESPERIENZA DEL CALCIO FREESTYLE A REGINA COELI”
Gianluca Lombardi D’Aquino, Presidente Freestyle Italia
IL MONDO IN UNA STANZA. UNA RICERCA MIXED METHODS SUL FENOMENO HIKIKOMORI
Felice Addeo, Università degli Studi di Salerno e Vincenzo Esposito, Università degli Studi di Napoli “Federico II”
UNA LETTERATURA RAGIONATA
Ferdinando Iazzetta, Università degli Studi di Roma “Foro Italico”
FOREWORD
NUOVE VULNERABILITÀ URBANE: OSTACOLI, SFIDE E IL CONTRIBUTO DELLO SPORT ALLA QUALITÀ DELLA
VITA NELLE CITTÀ
Federico Serra
Direttore e Editor in Chief di Sport City Journal, Presidente dell’Osservatorio permanente sullo sport, l’esercizio fisico e l’attività motoria
Le città contemporanee sono laboratori dell’umanità, ecosistemi complessi nei quali si intrecciano salute, economia, ambiente, cultura e relazioni sociali. In esse si manifesta, con intensità crescente, la fragilità delle nostre società. Le nuove vulnerabilità urbane non sono più soltanto quelle tradizionali — povertà, marginalità, disoccupazione — ma assumono forme più sottili, interconnesse, spesso invisibili: solitudine, sedentarietà, stress, inquinamento, insicurezza percepita, perdita di fiducia nelle istituzioni e nella comunità. Tutto ciò compone un mosaico di criticità che mette alla prova la tenuta sociale delle città e la loro capacità di garantire benessere equo e sostenibile.
Nel corso degli ultimi anni, le crisi globali — sanitaria, climatica, economica, energetica — hanno agito come acceleratori di consapevolezza. La pandemia ha mostrato quanto la salute collettiva sia intimamente legata agli spazi urbani: alla qualità dell’aria, alla densità abitativa, all’accesso ai servizi di prossimità, ai luoghi della socialità. Ha reso evidente che la salute non è un bene individuale, ma un bene comune da difendere e progettare. Da allora, la città è tornata al centro del discorso pubblico come spazio di cura, ma anche come luogo di diseguaglianze, in cui la possibilità di vivere bene dipende spesso dal codice di avviamento postale.
Le nuove vulnerabilità urbane si manifestano in tanti
modi diversi. Nelle periferie dove mancano spazi di incontro e impianti sportivi accessibili. Nelle zone industriali dove l’aria è più pesante e il rumore costante. Nelle città d’arte dove il turismo di massa consuma il tessuto sociale. Nelle metropoli congestionate, dove il tempo libero diventa un lusso e l’inattività fisica cresce, insieme alla solitudine e al disagio mentale. Si tratta di vulnerabilità che colpiscono non solo i gruppi più fragili, ma anche una classe media in affanno, disorientata da ritmi di vita sempre più compressi e da un ambiente urbano spesso ostile.
Di fronte a tutto questo, lo sport si rivela uno dei più potenti strumenti di riconnessione urbana Non è soltanto attività fisica o agonismo, ma linguaggio universale, cultura del movimento, strumento di prevenzione e coesione. È il gesto semplice che restituisce equilibrio tra corpo e spazio, tra individuo e comunità. Lo sport trasforma il marciapiede in un percorso di salute, il parco in una palestra naturale, la scuola in un luogo di vita. È capace di generare appartenenza, superare barriere, promuovere relazioni e benessere mentale.
Pensare alla città attraverso lo sport significa ripensare la città stessa. Significa immaginare un modello urbano più umano, accessibile, sostenibile. Una SportCity non è soltanto una città con più impianti
sportivi, ma una città che integra il movimento in ogni aspetto della vita quotidiana: nei trasporti, nella scuola, nel lavoro, nella rigenerazione urbana. È una città che riconosce il valore dello sport come infrastruttura sociale e sanitaria, come politica pubblica per la salute e la coesione.
Le evidenze scientifiche lo confermano: l’attività fisica regolare riduce il rischio di malattie croniche, migliora la salute mentale, favorisce l’inclusione, rafforza il senso di comunità e la fiducia sociale. Eppure, ancora oggi, troppi cittadini vivono in contesti che non facilitano il movimento. Mancano piste ciclabili sicure, aree verdi curate, spazi pubblici aperti e gratuiti. Lo sport resta, in molti casi, un privilegio legato al reddito o all’età, quando invece dovrebbe essere un diritto di cittadinanza.
Le nuove vulnerabilità urbane impongono quindi un cambio di prospettiva. Lo sport deve entrare stabilmente nelle politiche urbane come parte integrante dei piani di salute, di inclusione e di rigenerazione. Deve dialogare con la scuola, con la sanità, con l’ambiente, con la pianificazione territoriale. Occorre costruire alleanze stabili tra amministrazioni, università, associazioni, federazioni sportive e cittadini, per fare del movimento una scelta possibile, quotidiana e condivisa.
La sfida è culturale prima ancora che infrastrutturale. Serve superare l’idea che lo sport sia solo tempo libero o competizione. Serve una nuova narrazione, capace di riconoscere nello sport un motore di cittadinanza, un fattore di equità, un ponte tra salute e giustizia sociale. Perché una città che muove i suoi cittadini è una città che riduce le disuguaglianze, che previene la malattia, che costruisce fiducia e speranza.
Le nuove vulnerabilità urbane — dall’isolamento digitale alla povertà energetica, dall’inquinamento alla solitudine — chiedono risposte multidimensionali, fondate su prossimità, partecipazione e solidarietà.
Lo sport può essere il filo che tiene insieme queste dimensioni, l’occasione per ritrovare la comunità nei luoghi della quotidianità.
SportCity Journal nasce per dare voce a questo movimento culturale e politico, per documentare esperienze, raccontare buone pratiche, costruire un pensiero nuovo sul rapporto tra sport, città e salute. Crediamo che la sfida della qualità della vita urbana passi attraverso il movimento, la partecipazione, la bellezza condivisa degli spazi.
La città del futuro sarà tanto più sana quanto più saprà prendersi cura delle proprie fragilità. Sarà tanto più equa quanto più saprà garantire a ciascuno la possibilità di muoversi, di incontrarsi, di sentirsi parte.
Perché una città che si muove è una città che vive. E una città che vive, è una città che include
LE CITTÀ CONTEMPORANEE
Francesca Romana Lenzi Editor in Chief Sportcity Journal, Università degli Studi di Roma “Foro Italico”
Le città contemporanee, fulcro dei processi economici, sociali e culturali della modernità, sono teatro di complessi fenomeni di vulnerabilità che assumono forme sempre più articolate e interconnesse. Tra le molteplici sfide che la vita urbana comporta, emergono con forza nuove forme di fragilità sociale ed economica che incidono pesantemente sulla qualità della vita degli abitanti. Disuguaglianze strutturali, marginalizzazioni, precarietà e deficit nelle infrastrutture sociali e ambientali si intrecciano in un tessuto urbano caratterizzato da dinamiche di esclusione e difficoltà di accesso a servizi essenziali (Wacquant, 2008). In questo contesto, lo sport si configura non solo come un’attività ricreativa o agonistica, ma come un importante fattore di inclusione sociale, coesione comunitaria e promozione del benessere psico-fisico (Coalter, 2010).
Le nuove vulnerabilità urbane si manifestano spesso nei quartieri periferici e nelle aree metropolitane meno servite, dove la carenza di spazi pubblici fruibili, la scarsa accessibilità a servizi sanitari e sociali e l’insufficiente offerta culturale aggravano le condizioni di disagio (Atkinson, Bridge, 2005). Questi contesti producono non solo isolamento e frammentazione sociale, ma anche la difficoltà di sviluppare una cittadinanza attiva, partecipata, coesiva.
La marginalizzazione spaziale si traduce in margina-
lizzazione sociale, influenzando negativamente salute, educazione e, più in generale, la qualità della vita del singolo e della comunità.
Lo sport, infatti, ha un potenziale straordinario di trasformare le relazioni sociali e migliorare il benessere individuale e collettivo. Praticare sport regolarmente aiuta a prevenire numerose malattie croniche e a migliorare la salute mentale, contrastando fenomeni sempre più diffusi nelle città come stress, ansia e isolamento, come ha più volte sottolineato anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2018). Ma il valore dello sport va oltre il corpo inteso come organismo: è uno spazio di incontro e solidarietà, un modo per costruire legami, fiducia e senso di appartenenza. In particolare, per quelle nuove vulnerabilità urbane, tra cui le periferie, le fasce più anziane di popolazione o anche i giovani, lo sport può diventare occasione di empowerment, stimolando la partecipazione.
Perché tutto ciò si traduca in realtà però, è necessario un impegno condiviso tra istituzioni, enti locali, associazioni e cittadini. Superare le barriere economiche, culturali e strutturali che limitano l’accesso alle attività sportive è una sfida che richiede collaborazione e visione (Coalter, 2013). Le strategie di rigenerazione urbana e le politiche di welfare devono includere lo sport come elemento centrale, calibran-
dolo sulle esigenze specifiche delle diverse comunità. Solo ascoltando le persone e coinvolgendole nella costruzione delle proposte si potranno creare spazi sportivi davvero inclusivi e accessibili.
Il contributo dello sport alla qualità della vita urbana si declina quindi in una dimensione politica e culturale che va ben oltre la dimensione ludico-ricreativa o medica: rappresenta uno strumento di giustizia sociale, di coesione e di salute pubblica, capace di affrontare in modo innovativo le nuove vulnerabilità delle nostre città. Solo attraverso investimenti consapevoli e politiche inclusive si potrà costruire un futuro urbano in cui diritto alla salute, allo spazio e alla partecipazione siano effettivamente garantiti a tutti, promuovendo città più eque e sostenibili.
Bibliografia
Wacquant, L. (2008). Urban Outcasts: A Comparative Sociology of Advanced Marginality Polity Press. Coalter, F. (2010). The Politics of SportforDevelopment: Limited Focus and Broad Agenda International Review for the Sociology of Sport, 45(3), 295–314.
Atkinson, R., Bridge, G. (Eds.). (2005). Gentrification in a Global Context: The New Urban Colonialism Routledge.
WHO (2018). Global action plan on physical activity 2018–2030: more active people for a healthier world
Coalter, F. (2013). SportforDevelopment: What Game Are We Playing? Routledge.
INTRODUZIONE
LO SPORT NELLA COSTITUZIONE E IL SUO RUOLO NELLE CITTÀ DEL FUTURO
Daniela Sbrollini
Senatrice, Presidente dell’Intergruppo parlamentare “Qualità di vita nelle città”
Quando, nel settembre 2023, il Parlamento italiano ha approvato la Legge Costituzionale n. 1, introducendo nella nostra Carta fondamentale il riconoscimento del valore dello sport, si è compiuto un passaggio storico di straordinaria importanza civile e culturale. Con la modifica dell’articolo 33, la Costituzione italiana afferma oggi che “la Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”.
Non si tratta solo di un aggiornamento formale, ma di una svolta di visione, che colloca lo sport al centro della vita democratica del Paese, accanto ai principi di libertà, istruzione e cultura. La scelta di inserire questa disposizione nell’articolo 33 non è casuale: significa riconoscere che lo sport, come l’arte e la scuola, contribuisce a formare cittadini liberi, consapevoli e solidali.
La riforma costituzionale del 2023 rappresenta quindi un punto di arrivo e, al tempo stesso, un punto di partenza. Arrivo, perché sancisce un riconoscimento atteso da decenni da tutto il mondo sportivo, educativo e sanitario. Ma anche partenza, perché impegna le istituzioni — dallo Stato alle Regioni, dai Comuni alle scuole — a tradurre questo principio in politiche pubbliche concrete, in investimenti, in scelte di pianificazione urbana e sociale che rendano accessibile a tutti la pratica sportiva.
Il nuovo testo non distingue tra sport professionistico e dilettantistico, tra competizione e gioco li-
bero: tutela “tutte le forme di attività sportiva”, riconoscendo che il movimento, in qualunque modo si esprima, è un valore educativo, un diritto di cittadinanza e uno strumento di salute pubblica.
Fino a pochi anni fa, lo sport compariva nella Costituzione solo in modo indiretto, attraverso l’articolo 117, che ne disciplinava le competenze legislative tra Stato e Regioni. Oggi invece lo sport entra nel cuore del nostro patto repubblicano come valore fondante della comunità, con la stessa dignità dei diritti civili e culturali.
Questo cambiamento arriva in un momento storico cruciale, segnato da profonde trasformazioni urbane e sociali. Le città italiane si trovano di fronte a sfide complesse: l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle disuguaglianze, la sedentarietà, le crisi ambientali e le nuove forme di povertà e isolamento. In questo contesto, lo sport diventa una leva strategica per migliorare la qualità della vita, rigenerare i territori e promuovere salute, inclusione e coesione sociale.
È nelle città che la Costituzione rinnovata deve trovare la sua piena attuazione. Non basta il riconoscimento formale: serve una visione di città attiva, che investa in spazi verdi, piste ciclabili, impianti accessibili, palestre di comunità, scuole aperte al territorio. Una città che consideri lo sport parte della propria infrastruttura sociale e sanitaria.
Come Presidente dell’Intergruppo parlamentare
“Qualità di vita nelle città”, credo che questo nuovo fondamento costituzionale imponga a tutti noi un rinnovato impegno politico e istituzionale: mettere il benessere delle persone e la vitalità dei territori al centro dell’agenda pubblica. Lo sport, in questa prospettiva, non è più un comparto, ma un diritto collettivo, un elemento essenziale di giustizia, salute e cittadinanza.
Le città del futuro saranno tanto più vivibili quanto più sapranno far propria questa visione costituzionale: promuovere il movimento come cultura, la partecipazione come valore, la salute come bene comune.
Lo sport è finalmente entrato nella Costituzione. Ora deve entrare, ogni giorno, nella vita di tutti i cittadini e nei luoghi in cui essa si costruisce: le nostre città.
CAGLIARI SI CONFERMA TRA LE PRIME 10 CITTÀ PIÙ SPORTIVE D’ITALIA
Massimo Zedda
Sindaco di Cagliari
Cagliari ha raggiunto un primato importante: in base all’Indice di sportività 2024, si conferma tra le prime 10 città più sportive d’Italia e la prima del Sud Italia.
Secondo lei cosa ha permesso alla città di raggiungere questo traguardo? Cosa è ancora migliorabile?
Il risultato di cui parliamo è il frutto di diversi elementi e di un lavoro iniziato tempo fa, nella convinzione che la promozione dello sport e dell’attività fisica fosse un passaggio fondamentale sotto diversi aspetti: della prevenzione per i più giovani, del benessere anche mentale per i più anziani, della riqualificazione degli spazi, dell’inclusione e della partecipazione. Era l’idea con cui ci candidammo nel 2016 a Città Europea dello Sport, titolo che Cagliari ottenne nel 2017 grazie all’impegno dell’amministrazione e delle federazioni, delle società, delle associazioni e dei singoli atleti che sposarono il progetto. Pensammo da subito a quel risultato come a un trampolino per continuare il lavoro iniziato proseguendo nell’idea di realizzare una città pensata come una palestra a cielo aperto. Stanziando risorse per nuovi spazi sportivi, per la riqualificazione degli impianti sportivi esistenti, completando diversi lavori avviati e mai conclusi. Dialogando con chi porta avanti lo sport e l’attività fisica in città, tanto negli impianti quanto nei parchi e nelle palestre cittadine. In quest’ottica, ma con questi ragionamenti, c’è sempre da migliorare. Ad esempio, con l’utilizzo delle palestre e degli spazi sportivi all’aperto delle scuole in orario extrascolastico, a disposizione di chi li richieda.
Qual è la risposta della comunità locale quando si investe seriamente nello sport? Cambia il modo in cui i cittadini vivono gli spazi pubblici?
Cresce la partecipazione, tanto nell’attività agonistica quanto in quella dilettantistica. Si vede nei risultati delle atlete e degli atleti sardi e cagliaritani a ogni livello - dai risultati degli olimpionici in giù - e nell’utilizzo degli spazi pubblici. Penso allo Urban Trail (la corsa in notturna nelle vie del centro storico pedonalizzato), ogni anno crescono le iscrizioni, in particolare per la competizione non agonistica: adulti, giovanissimi e genitori partecipano con neonati nel passeggino. Penso al lungomare del Poetto riqualificato: c’è chi corre, ci sono le squadre locali che utilizzano le corsie per la preparazione atletica, ci sono i ciclisti, le nonne e i nonni, i nipoti, c’è chi fa pattinaggio e chi semplicemente cammina a ritmo sostenuto. E gli anziani, che percorrono a piedi le corsie prima occupate dalle auto. Al loro ritmo, curando il fisico e soprattutto la mente, anche solo con il riappropriarsi di uno spazio che non poteva essere frequentato.
È uno spazio popolato a tutte le ore del giorno e della notte.
Negli ultimi anni, il Comune di Cagliari ha investito molto sulla riqualificazione di aree verdi e aree attrezzate. Quanto è importante la promozione di uno sport equo e accessibile e quali sono i prossimi passi per garantire che tutti i cittadini possano praticare sport, indipendentemente dall’età e dalla condizione socioeconomica?
Gli interventi di riqualificazione devono tenere conto di ogni aspetto. L’attività fisica e lo sport sono elementi fondamentali per la salute, ma anche per l’inclusione e la partecipazione: sono indispensabili quando si punta alla crescita di una comunità. In questo senso, sono utili prima l’ascolto di chi promuove la sportività e successivamente le decisioni nella direzione, iniziando dalle scuole e dagli spazi pubblici accessibili per tutti, attrezzati e fruibili per chiunque.
Per quanto riguarda il progetto sul nuovo stadio, come immaginate questo spazio? Il progetto si inserisce in una più ampia manovra di riqualifica della zona urbana limitrofa?
Grazie al confronto, alla collaborazione e alla sintonia con la Regione, il percorso verso il nuovo stadio ha avuto un’accelerata importante dopo anni di confusione. Si tratta di una grande opportunità per la città e per la Sardegna. Sarà la casa del Cagliari Calcio e dei suoi tifosi e sarà uno spazio in grado di ospitare grandi eventi come, ci auguriamo, gli Europei di calcio 2032, ma anche concerti. Nella nostra idea di città, nessuna grande opera può essere a sé stante: lo stadio fa parte di un più ampio progetto di rigenerazione urbana e sociale del quartiere Sant’Elia, che lo ospiterà, dove stiamo già intervenendo con una serie di azioni che spaziano dal sociale alla mobilità. Penso al completamento del Parco degli anelli e del porticciolo per la piccola pesca, alla Casa della Salute, ai nuovi sottoservizi e al nuovo verde con la riqualificazione di spazi esistenti oggi non utilizzabili, alle nuove vie di collegamento del quartiere con il resto della città verso il centro e verso la spiaggia del Poetto. A questo si aggiunga il nuovo Palazzetto dello Sport già finanziato e che verrà realizzato nelle vicinanze dello stadio. Un tempo si diceva che fosse necessario ricongiungere Sant’Elia, quartiere popolare, alla città: cambia la prospettiva, ora sarà la città a voler frequentare questa sua parte bellissima.
Nelle scorse settimane si sono tenuti a Cagliari due eventi importanti: la Pigiama Run e la Longevity Run. A tal proposito, secondo lei quanto lo sport e la salute sono interconnessi?
Tra sport e salute il binomio è inscindibile, basato sui corretti stili di vita. In un periodo storico in cui la lon-
gevità cresce, ogni amministrazione pubblica ha il dovere di assicurare a tutte e tutti di poter praticare attività fisica: la longevità non è un fattore numerico, è soprattutto una questione di qualità della vita. E in questo gioca un ruolo fondamentale la prevenzione. Gli investimenti in questa direzione andranno inevitabilmente a incidere positivamente sul funzionamento e sui costi della sanità pubblica.
SCIENZE MOTORIE ED UNIVERSITÀ: IL PARERE DEL CUN
Daniele Gianfrilli
Segretario generale CUN
Negli ultimi decenni, il concetto di esercizio fisico e sport è profondamente cambiato, passando da pratica ricreativa o agonistica ed educativa a elemento cardine della salute pubblica e del benessere individuale e della comunità. L’attività motoria è oggi infatti riconosciuta non solo per i suoi effetti benefici su corpo e mente, ma anche per il suo impatto sociale, culturale ed economico. In questo contesto, le Scienze Motorie e Sportive si sono affermate come disciplina scientifica e formativa di rilievo crescente, fino a conquistare un posto strutturato all’interno del sistema universitario italiano.
La crescente consapevolezza dell’influenza positiva dell’attività fisica nella prevenzione e nella gestione di patologie croniche, nella promozione della salute e nel contrasto alla sedentarietà ha spinto il mondo accademico a investire nella formazione di professionisti competenti. L’esercizio fisico adattato, il fitness, lo sport agonistico, l’educazione motoria nelle scuole, il management sportivo e la promozione della salute sono oggi settori che richiedono figure qualificate, con solide basi teoriche, metodologiche e applicative.
Accanto a questo orientamento sempre più forte verso le scienze della salute, permane – e si rinnova – l’importanza della dimensione pedagogico-educativa delle Scienze Motorie. L’attività motoria, soprattutto nei contesti scolastici e formativi, rappresenta un fondamentale strumento di crescita dell’individuo, di sviluppo delle competenze trasversali, di inclusione, socializzazione e formazione del cittadino. L’educazione fisica non è solo veicolo di benessere, ma anche luogo privilegiato per l’apprendimento del rispetto delle regole, del confronto con gli altri, della
gestione delle emozioni e del corpo. Questa vocazione educativa, storicamente radicata fin dall’esperienza degli ISEF, continua a essere centrale nei percorsi universitari, in dialogo con le innovazioni scientifiche di tipo più biologico e medico.
A partire dalla trasformazione degli ISEF in corsi universitari (D.Lgs. 178/1998), il settore ha visto un’evoluzione continua, culminata di recente con l’approvazione dei decreti ministeriali n. 1648 e 1649 del 2023, che hanno riformato le Classi di Laurea triennali e magistrali. Tali provvedimenti hanno riconosciuto il carattere multidisciplinare e professionalizzante delle Scienze Motorie, introducendo percorsi più flessibili, aggiornati e rispondenti alle esigenze del mercato del lavoro e delle politiche di salute. In particolare, sono state ridefinite le classi di laurea L-22, LM-47, LM-67 e LM-68, con una chiara articolazione dei crediti formativi nei diversi ambiti (biomedico, motorio-sportivo, psico-pedagogico, sociale, giuridico), basata su obiettivi formativi e contenuti disciplinari ben definiti e specifici per i vari aspetti delle Scienze Motorie e Sportive.
Parallelamente, il DM 639 del 2024 ha introdotto una riforma dei gruppi scientifico-disciplinari (GSD) e dei settori scientifico-disciplinari (SSD), al fine di aggiornare la classificazione dei Saperi universitari e rendere più coerente il sistema della docenza e della ricerca. Questa riforma, derivante dalla Legge 79/2022 sul PNRR, ha riconosciuto la necessità di valorizzare anche sul piano accademico le Scienze Motorie e Sportive come area scientifica autonoma e strutturata, con una propria identità e finalità. Il Consiglio Universitario Nazionale (CUN) ha svolto un
ruolo fondamentale in questo processo di riforme, ma coinvolgendo sempre la comunità scientifica e accademica, che da anni promuove la ricerca, la formazione e il confronto interdisciplinare nel settore. Il consolidamento delle Scienze Motorie come disciplina universitaria ha quindi una doppia valenza: da un lato risponde al bisogno crescente di figure professionali competenti nei campi della salute, dello sport, dell’educazione e del sociale; dall’altro favorisce lo sviluppo della ricerca scientifica applicata al movimento umano, aprendo nuove prospettive in ambito biomedico, psicologico, pedagogico e tecnologico. I corsi di laurea oggi offrono sbocchi professionali in molteplici ambiti: istruttori e tecnici sportivi, chinesiologi, specialisti dell’attività motoria adattata, manager dello sport, docenti, esperti di promozione del benessere, ricercatori.
L’università è quindi chiamata a formare non solo operatori pratici, ma anche professionisti capaci di interpretare criticamente i fenomeni legati al movimento, alla salute e allo sport, integrando competenze scientifiche, etiche, relazionali e pedagogiche. Per rispondere a questa sfida, è necessario che gli atenei investano in risorse umane e strutturali, collaborazioni interdisciplinari, percorsi didattici aggiornati e orientati alla qualità. Le riforme normative recenti offrono un quadro solido e innovativo, ma la loro piena attuazione dipenderà dalla capacità delle istituzioni accademiche di valorizzare il potenziale trasformativo delle Scienze Motorie Sportive.
In un’epoca in cui il benessere fisico e mentale è una priorità globale, la formazione di professionisti del movimento umano rappresenta non solo una risposta educativa e occupazionale, ma anche un investimento strategico per la salute della società.
Prof. Daniele Gianfrilli, MD, PhD
Segretario Generale CUN
Consiglio Universitario Nazionale
Professore Ordinario Endocrinologia
Dipartimento di Medicina Sperimentale
Sez. di Fisiopatologia Medica ed Endocrinologia
Sapienza Università di Roma
ATTIVITÀ FISICA E CITTÀ: IL PARERE DI CATTEDRA
UNESCO ON URBAN HEALTH
Marianna Minnetti1,2 , Chiara Spinato1
1 UNESCO Chair on Urban Health Education and Research for Improved Health and Wellbeing in the Cities, Sapienza University, Rome, Italy
2 Department of Experimental Medicine, Sapienza University, Rome, Italy
Le città sono organismi vivi, pulsanti di relazioni, lavoro e mobilità. L’attività fisica (dal camminare al pedalare, dal correre al giocare) è un elemento essenziale della salute urbana, ma il contesto cittadino può essere sia alleato che ostacolo. Gli spazi pubblici, la mobilità, l’accessibilità ai servizi e la percezione di sicurezza determinano in gran parte quanto e come ci muoviamo ogni giorno. Favorire il movimento quotidiano non è solo un obiettivo sanitario, ma una strategia per rendere le città più vivibili, inclusive e resilienti.
Garantire la possibilità di muoversi in sicurezza e in modo piacevole non è soltanto una questione di benessere individuale, ma un vero e proprio diritto urbano. Camminare per andare al lavoro, spostarsi in bicicletta, utilizzare i parchi per fare esercizio o giocare dipende dall’accesso a infrastrutture sicure, attrattive e distribuite in modo equo. L’attività fisica è infatti un determinante sociale di salute: chi vive in aree con percorsi pedonali sicuri, piste ciclabili, trasporto pubblico ben collegato e spazi verdi fruibili ha maggiori probabilità di raggiungere i livelli raccomandati di movimento.
Dal movimento quotidiano all’esercizio strutturato e personalizzato
È inoltre importante distinguere tra attività fisica ed esercizio fisico strutturato e personalizzato, anch’esso con un ruolo determinante nella salute e che dovrebbe essere reso accessibile a tutte e tutti. Con il termine “attività fisica” si intende qualsiasi movimento corporeo prodotto dai muscoli scheletrici che comporti dispendio energetico: camminare, fare lavori domestici, svolgere compiti lavorativi, praticare attività ricreative. La regolare attività fisica aiuta a contrastare i rischi legati alla sedentarietà. Alcune abitudini quotidiane, come percorrere almeno 7.000 passi al giorno, possono contribuire a benefici metabolici a lungo termine e alla protezione cardiovascolare.
L’esercizio fisico, invece, segue un programma individuale, pianificato e sistematico, con allenamenti mirati a migliorare la composizione corporea. Una combinazione di esercizio aerobico, per la salute cardiovascolare, ed esercizi di resistenza, per preservare la forza muscolare, è fondamentale per migliorare la salute cardiometabolica, favorire la perdita di grasso, mantenere la massa muscolare e ottimizzare gli esiti metabolici.
Secondo la Carta Internazionale dell’UNESCO sull’Educazione Fisica, l’Attività Fisica e lo Sport (2015), la pratica di queste attività è un diritto fondamentale per tutti. Le politiche urbane dovrebbero quindi garantire opportunità inclusive, sicure e di qualità – in termini di spazi, attrezzature e personale qualificato – per favorirne l’accesso. Le linee guida UNESCO sulla Quality Physical Education (QPE) (2015) offrono indicazioni pratiche destinate ai decisori politici, fornendo strumenti per rendere operativo il diritto all’attività fisica attraverso programmi inclusivi, adattabili a tutte le età e condizioni.
La città attiva: buone pratiche e design urbano
Progettare città che invitino al movimento significa intervenire su più livelli: dal micro-design dello spazio pubblico alla pianificazione strategica di reti e servizi. Le strategie più efficaci includono la creazione di reti di mobilità attiva (ad esempio piste ciclabili continue e sicure, percorsi pedonali illuminati e privi di barriere) integrate con il trasporto pubblico. Altro elemento decisivo è l’accessibilità ai parchi urbani: non solo grandi polmoni verdi, ma anche piccoli spazi di quartiere, attrezzati per il gioco e l’attività sportiva all’aperto.
Secondo le evidenze internazionali, i quartieri che combinano alta connettività stradale, mix di usi del suolo (residenziale, commerciale, ricreativo) e densità residenziale moderata o elevata offrono più opportunità di movimento quotidiano, riducendo la dipendenza dall’auto privata e incentivando cammino e bicicletta come modalità di trasporto.
Infine, l’integrazione dello sport negli eventi di comunità (come maratone cittadine, giornate senza auto, festival del movimento) contribuisce a rafforzare il legame tra spazio urbano e attività fisica, trasformando la città in una palestra diffusa.
Ostacoli e sfide
Nonostante le evidenze scientifiche e le buone pratiche disponibili, molte città presentano ancora barriere strutturali e sociali che limitano la possibilità di essere attivi. Traffico veicolare intenso, assenza di
percorsi pedonali sicuri, scarsa manutenzione di piste ciclabili e parchi riducono la fruibilità degli spazi pubblici. Nei quartieri periferici o a basso reddito, la carenza di infrastrutture per l’attività fisica perpetua un circolo vizioso di inattività e cattiva salute.
A queste barriere fisiche si aggiungono quelle percettive e culturali: la percezione di insicurezza, la scarsa promozione di stili di vita attivi e l’assenza di una cultura diffusa dello sport quotidiano possono scoraggiare il movimento.
Conclusioni e prospettive UNESCO
L’attività fisica è una risorsa strategica per la salute delle città e dei cittadini. Non si tratta soltanto di sport organizzato, ma di un insieme di azioni quotidiane rese possibili da un ambiente urbano favorevole. La Cattedra UNESCO Urban Health –Education and Research for Improved Health and Wellbeing in the Cities diretta dal Professor Andrea Lenzi, promuove un approccio intersettoriale per favorire città più attive, inclusive e sostenibili.
La missione della Cattedra è promuovere educazione, ricerca e informazione per favorire ambienti urbani e comunità che mettano al centro la salute e il benessere psicofisico delle persone. Attraverso attività di formazione, divulgazione scientifica e costruzione di reti, la Cattedra contribuisce a diffondere conoscenze e buone pratiche che possano guidare le politiche e le scelte urbane. Integrare il movimento e l’esercizio fisico nella vita quotidiana, dalle strade ai parchi, dalle scuole ai luoghi di lavoro, significa investire sul futuro, affrontando in modo concreto le nuove vulnerabilità urbane e migliorando la qualità della vita di milioni di persone.
LO SPORT PER TUTT ǝ: UNA SFIDA ALLA CITTÀ
Manuela
Claysset, Responsabile Politiche di Genere e Diritti UISP Aps
Riflettere sulle nostre città attraverso le lenti dell’attività motoria e sportiva significa prendere atto che stiamo rapidamente abbandonando porzioni importanti del territorio e che ormai quasi il 70% della popolazione vive nei centri urbani. Spesso percepiamo i centri abitati come luoghi non sicuri: aumentano episodi di microviolenza e atti di vandalismo, spesso attribuibili a gruppi di ragazze e ragazzi.
Occorre ripensare le città con un’ottica attenta alle differenze e progettare spazi che tengano conto delle esigenze delle persone più fragili: bambini e bambine, donne, anziani, persone con disabilità. È fondamentale considerare elementi come sicurezza, accessibilità, inclusività e rappresentanza. Non si tratta solo di aggiungere panchine, rampe o illuminazione, ma di ripensare il modo in cui le città sono concepite e gestite, partendo dalle esperienze e dai bisogni concreti degli abitanti.
È necessario presidiare gli spazi e rendere le persone protagoniste del territorio, coinvolgendole in percorsi partecipativi per una città più vicina alle loro esigenze.
Pensare a spazi pubblici “flessibili”: progettare piazze e parchi utilizzabili per una pluralità di attività — dalla socializzazione al gioco — in modo che siano frequentati da diverse fasce d’età e generi, riducendo la percezione di insicurezza. Le persone fragili devono avere un ruolo e vanno coinvolte attivamente; la partecipazione va incentivata tramite son-
daggi, workshop e tavoli di lavoro: le loro esperienze sono fondamentali per trovare soluzioni efficaci e pertinenti.
L’associazionismo sportivo e gli attori del Terzo Settore possono essere interlocutori chiave in questo processo. Associazioni sportive e circoli culturali possono svolgere attività e presidiare il territorio, contribuendo a creare maggiore sicurezza e percorsi di cittadinanza attiva. Esperienze come la ginnastica nei parchi, le attività delle ASD negli spazi verdi, tornei e iniziative sportive in aree libere fruibili da tutti, oppure palestre a cielo aperto, possono diventare punti di riferimento. È importante che chi gestisce queste iniziative disponga di competenze e persone formate in grado di accompagnare chi si avvicina allo sport: l’associazione esce così dallo spazio chiuso dell’impianto e diventa punto di riferimento per la comunità.
Scuole di running, gruppi di cammino, nordic walking e attività all’aperto rivolte a diversi livelli di preparazione sono solo alcuni esempi. Ma vanno promossi anche gruppi di mamme con passeggini, iniziative per donne anziane, attività intergenerazionali e progetti specifici per bambini e adolescenti — dalla scuola di MTB al parkour, al basket — con proposte incentrate sul gioco e sulla partecipazione più che sulla performance agonistica.
È utile sviluppare progetti che raggiungano ragazze e ragazzi nei luoghi in cui si incontrano e trascorrono
molto tempo. Con il lavoro di educatori ed educatrici di strada si possono promuovere attività desiderate e co-progettate, non semplicemente imposte. Lo sport rappresenta una potente chiave di accesso, sfogo e condivisione: serve personale formato e attrezzato per gestirne le potenzialità. In alcune città la UISP collabora con realtà che si occupano di accoglienza per promuovere attività motorie rivolte a minori migranti, richiedenti asilo non accompagnati e a giovani di seconda e terza generazione.
Queste sono iniziative che gli enti locali devono sostenere con strumenti adeguati per rendere gli spazi più sicuri, vissuti e attenti alla differenza.
Esistono già esperienze di rigenerazione urbana e urbanistica partecipata. Ad esempio, UISP Nazionale ha promosso il progetto SPORT CIVICO, finalizzato a integrare lo sport nei processi di rigenerazione urbana, coinvolgendo persone di diverse fasce d’età. Tra le azioni realizzate ci sono lavori con le scuole per ripensare i cortili e renderli più adatti ad attività motorie e giochi; percorsi con centri sociali e gruppi di anziani per sperimentare parchi e giardini in sicurezza; e l’attrezzatura di spazi verdi con esercizi e palestre all’aperto, affiancati da attività organizzate e libere.
Questi esempi mostrano come lo sport possa fare la differenza: una sfida per città più attente alle diverse fragilità.
Per maggiori informazioni: www.uisp.it- ; https://www.uisp.it/progetti/ Progetto Sport Civico: https://www.uisp.it/progetti/pagina/sport-civico
SPORT, GENERE E TERRITORIO (CONI)
Nel panorama urbano contemporaneo, le città affrontano sfide complesse che ne mettono alla prova inclusività, vivibilità e sicurezza. Le vulnerabilità non dipendono solamente da fattori ambientali e sociali, ma anche dalla carenza di spazi accessibili e di qualità per la pratica sportiva e il benessere collettivo. A livello internazionale, UN-Habitat e il Comitato Olimpico Internazionale sottolineano come la dimensione dello sport negli spazi urbani possa migliorare la qualità della vita, trasformandosi in uno strumento strategico di pianificazione urbana sostenibile, e capace di rendere gli spazi pubblici più accessibili, sicuri e inclusivi per tutti.
Le città non sono spazi neutri: sono state storicamente progettate secondo modelli tradizionali, prevalentemente orientati a soddisfare i bisogni del pendolarismo maschile casa-lavoro, spesso trascurando le esigenze legate alla cura, alla socialità e al tempo libero. Le donne, in particolare, vivono con maggiore frequenza le “Geografia della paura”, tendono ad evitare certe aree, modificare i propri percorsi e limitare le attività sportive e ricreative, soprattutto in orario serale. Questa insicurezza percepita e reale ha un impatto diretto sulla qualità della vita urbana, e di conseguenza l’accesso allo sport, che non è sempre equo.
Realizzare uno spazio urbano inclusivo che valorizzi
e integri strategicamente lo sport, significa interrogarsi su chi possa davvero fruire di impianti sportivi, parchi, palestre scolastiche, piste ciclabili o, più semplicemente, dei marciapiedi. Vuol dire, concretamente, progettare percorsi illuminati e sicuri per chi corre di sera, garantire spogliatoi adeguati in impianti storicamente pensati solo per gli uomini, offrire servizi di supporto che consentano anche agli adulti di partecipare ai programmi sportivi mentre i figli svolgono le loro attività. Tutto questo significa mettere al centro le persone, non solo le prestazioni sportive.
Il CONI, in questo contesto, sostiene amministrazioni e comunità locali promuovendo una nuova cultura dell’impiantistica, basata su strutture sportive di prossimità, sicure, inclusive e pensate per tutte e tutti.
Questa attenzione trova conferma in numerosi esempi concreti: piazze e parchi riqualificati con aree dedicate allo sport diventano luoghi di incontro tra generazioni, palestre scolastiche aperte anche in orario extrascolastico offrono opportunità a ragazze e ragazzi che altrimenti resterebbero esclusi e progetti di sport di prossimità nelle periferie urbane rafforzano reti sociali capaci di prevenire isolamento e marginalità.[1]
In linea con queste iniziative, strumenti di urbanistica di genere come l’Atlante di Genere (Milano 2022,
Cecilia D’Angelo, Direttrice Territorio CONI
Bologna 2025, Parma 2026) e interventi di urbanistica tattica dimostrano come un approccio di genere possa rendere visibili disuguaglianze spesso trascurate e migliorare significativamente l’accessibilità degli spazi pubblici. Mappe interattive, dati disaggregati, app geolocalizzate: strumenti innovativi che offrono alle amministrazioni un supporto concreto e favoriscono la partecipazione attiva dei cittadini nella progettazione urbana.
In questo quadro, l’equità di genere nello sport si intreccia strettamente con il tema della rigenerazione urbana, evidenziando anche la necessità di ripensare le politiche sportive secondo una prospettiva di genere. Per fare questo, serve che più donne ricoprano ruoli di responsabilità e rappresentanza nel mondo dello sport, considerati i numeri ancora poco confortanti.[2]
In questa direzione si colloca il progetto nazionale “21 Tappe – Insieme per l’Equità di Genere nello Sport Italiano”, promosso dal CONI e dalla Fondazione Milano Cortina 2026, che si articola in un percorso formativo itinerante che attraversa l’intero territorio nazionale, coinvolgendo il mondo dello sport e costruendo una legacy nel territorio che vada oltre l’evento olimpico. L’obbiettivo è rafforzare la consapevolezza sulle disuguaglianze di genere, promuovere una leadership inclusiva e rendere il sistema sportivo italiano più equo, accessibile e rispettoso delle differenze. Le 21 tappe rappresentano non solo un’occasione di formazione, ma anche di ascolto e dialogo con i territori, contribuendo in modo concreto a costruire una cultura sportiva che sappia accogliere e valorizzare tutte le persone, in coerenza con i valori olimpici e le politiche di sostenibilità sociale. In questo scenario, lo sport si configura come uno strumento essenziale: non elimina da solo le vulnerabilità urbane, ma contribuisce a contrastarle, restituendo qualità e valore alla vita delle comunità. Garantire accessibilità e sicurezza negli spazi urbani e sportivi richiede, però, una responsabilità condivisa tra istituzioni, comunità e cittadini, all’interno di una visione di cittadinanza attiva e consapevole.
Riferimenti
1. Benigni, M. S. (2012). Le politiche urbane di genere come strumento di cittadinanza. Planum. The Journal of Urbanism, 25(2). Dipartimento DATA, Sapienza Università di Roma.
2. Mouratidis, K. (2021). Urban planning and quality of life: A review of pathways linking the built environment to subjective wellbeing. Landscape and Urban Planning, 214, 104175.
3. Ceccarelli, L., Vetrano, E., Bianchi, F., Iafrate, G., & Ars, F. (2024). Spazi urbani e percezione della sicurezza: Strategie di sostenibilità sociale e nuove narrazioni della sicurezza Quaderno della Rivista Trimestrale della Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia, (I/2024)
4. Andreola, F., & Muzzonigro, A. (2020-2023). La città che mette a disagio le donne, 2020; Milan GenderAtlas/Milano Atlante di genere, 2021; Uno sguardo di genere sulla città, 2022; La paura di uscire da sole: La sicurezza delle donne passa anche dalle nostre città, 2023
5. Comitato Olimpico Nazionale Italiano. (2023). I numeri dello sport 2023
6. Fondazione Milano Cortina 2026 & Comitato Olimpico Nazionale Italiano. (2024). 21 tappe per l’equità di genere nello sport italiano.
7. UN-Habitat & International Olympic Committee. (2023, 29 settembre). UNHabitat & IOC Team Up to Promote Sport in Urban Environments. Beyond Sport
[2] Si rimanda alla consultazione del report “I numeri dello Sport 2023” del CONI per approfondire i dati relativi alla presenza femminile nei ruoli di responsabilità e rappresentanza all’interno dell’ente.
CONTRIBUTI DI PARTECIPAZIONE
SCIENTIFICO-SANITARIA
DIETA MEDITERRANEA E STILI DI VITA URBANI
Lorenzo M.Donini
Eleonora Poggiogalle
Dipartimento di Medicina Sperimentale, Università di Roma “Sapienza”
La dieta Mediterranea (DM) rappresenta uno stile di vita (come da etimologia greca del termine “dieta”) in cui la componente alimentare si combina con altri aspetti legati all’attività fisica e al riposo, alla valorizzazione dei prodotti e delle preparazioni gastronomiche della tradizione locale, all’utilizzo di prodotti stagionali e alla tutela della biodiversità, Tutto ciò fa sì che la DM sia stata inserita dall’UNESCO nella lista del “Patrimonio culturale immateriale dell’umanità” (https://www.unesco.it/it/iniziativedellunesco/patr imonio-culturale-immateriale/dietamediterranea/).
Il concetto di DM è stato introdotto negli anni ’50’60 del secolo scorso, dal fisiologo ed epidemiologo statunitense Ancel Keys, che, insieme alla moglie Margaret e a alcuni ricercatori italiani (Flaminio Fidanza e Alfonso Del Vecchio in particolare), verificò il ruolo determinante di questo modello alimentare, adottato nelle campagne del Cilento, nella prevenzione delle malattie cardiovascolari che già penalizzavano gli statunitensi legati a un modello alimentare “occidentale”. A questi primi studi ne sono seguiti molti altri che hanno verificato il ruolo della DM nella prevenzione di alcune malattie (dismetaboliche, neoplastiche, neurodegenerative legate all’invecchiamento) e, di conseguenza nel ridurre la mortalità prematura da malattie cronico-degenerative.
Dal punto di vista alimentare la DM è caratterizzata
da un elevato apporto di frutta e ortaggi (5 porzioni al giorno di 5 colori diversi per assicurare un adeguato apporto di sostanze antiossidanti), cereali (preferibilmente integrali; 4 porzioni al giorno), olio di oliva extravergine (3 cucchiai/die per uno schema standard di 2000 kcal/die) e, in minor misura, latte e derivati (2 porzioni al giorno) e alimenti fonti di proteine (alternando nella settimana una porzione/die di carne, pesce, uova e legumi).
Chiaramente essendo patrimonio comune a tutti i Paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo, la DM è declinata in maniera diversa a seconda delle produzioni agroalimentari e gastronomiche che si sono sviluppate nei secoli pur mantenendo alcune caratteristiche di base comuni.
Accanto alla salute dell’uomo, un ruolo importante riveste la DM nel preservare la salute del pianeta. L’utilizzo di prodotti prevalentemente d’origine vegetale, locali e stagionali (con una minore necessità di spostamento delle merci), le pratiche gastronomiche che riducono gli sprechi (moderazione e frugalità sono due parole chiave della DM) e valorizzano il riutilizzo degli scarti, consentono di ridurre significativamente l’impatto ambientale (con un minor consumo di energia, acqua e suolo e una minore produzione di gas serra) e di preservare la biodiversità anche grazie a una maggiore varietà nelle scelte alimentari.
La DM tutela anche la sostenibilità economica e socio-culturale valorizzando i territori, le produzioni locali e le professionalità della tradizione agroalimentare. Ciò consente, tra l’altro, di limitare la progressiva espansione delle città favorendo la permanenza degli abitanti sui territori.
Nella DM il cibo diventa un mezzo per mantenere e sviluppare relazioni sociali realizzando, attraverso il mangiare assieme, momenti di scambio, comunicazione, dialogo interculturale, costruzione di identità.
Purtroppo, nei Paesi dell’area mediterranea, e soprattutto nelle città, c’è un progressivo abbandono della DM in particolare da parte dei più giovani che prediligono gli alimenti e lo stile di vita cosiddetto occidentale. Diverse ricognizioni sui consumi alimentari mostrano come dagli anni ’60 del secolo scorso, in particolare nelle regioni meridionali italiane e nei centri urbani, ma più in generale in tutti i Paesi del bacino Mediterraneo, aumenti significativamente il consumo di carne, pesce, grassi, zuccheri, mentre diminuisca il consumo di pane, pasta, cereali, verdure, olio.
Ciò ha inevitabilmente portato a un progressivo aumento della prevalenza dell’obesità (soprattutto infantile) e delle malattie cronico-degenerative ad essa associate.
L’abbandono della DM da parte degli italiani e di altre popolazioni mediterranee è legato ai nuovi stili di vita (inurbamento, nuova organizzazione del lavoro, nuova struttura familiare, …) che fanno prediligere alimenti di rapido e facile consumo (il mangiare “fast” cibi industrializzati/confezionati in genere a base di cereali raffinati, grassi animali, zuccheri e carni lavorate a scapito di preparazioni gastronomiche “slow” della tradizione mediterranea a base di legumi ad esempio) anche nel mangiare fuori casa che è diventato quasi obbligatorio per molti.
Inoltre le mode (legate alla pubblicità e alle rappresentazioni dei media) che promuovono il passaggio delle popolazioni da una cultura agricola a una cultura urbana o la cura della prestanza fisica attraverso la manipolazione alimentare (fonti proteine – anche artificiali- a scapito di cereali, integratori di micronutrienti a scapito di frutta e verdura) contribuiscono significativamente al progressivo allontanamento della DM che rimane un modello prevalentemente
basato sul territorio, legato alle tradizioni agroalimentari del passato pre o proto-industriale. Ai cambiamenti delle abitudini ha anche contribuito il miglioramento delle condizioni economiche che ha portato a consumare cibi un tempo non accessibili (carni ad esempio) o a dirottare le spese verso scopi diversi dall’alimentazione (in questo modo diminuendo fino ad abbandonare gli alimenti tipici della dieta mediterranea – frutta e verdura ad esempioche sono aumentati di prezzo). Di fatto la DM oggi è un privilegio delle classi sociali più abbienti che possono permettersi (avendo anche a disposizione il tempo per farlo) cibi biologici, locali, stagionali, non industrializzati. L’abbandono della DM segue di fatto un gradiente socio-economico e interessa soprattutto le persone con minor reddito che sono anche quelle che presentano prevalenze più elevate dell’obesità e delle malattie cronico-degenerative ad essa collegate (diabete, malattie cardiovascolari e alcuni tipi di cancro).
Riferimenti bibliografici
Donini LM, Berry EM, Pinto A, Giusti AM, Muzzioli L, Lenzi A, Poggiogalle E. The Sapienza count-down for a healthy and sustainable diet. Ann Ig. 2023 May-Jun;35(3):359-366. doi: 10.7416/ai.2023.2558.
Serra-Majem L, Tomaino L, Dernini S, Berry EM, Lairon D, Ngo de la Cruz J, Bach-Faig A, Donini LM, Medina FX, Belahsen R, Piscopo S, Capone R, ArancetaBartrina J, La Vecchia C, Trichopoulou A. Updating the Mediterranean Diet Pyramid towards Sustainability: Focus on Environmental Concerns. Int J Environ Res Public Health. 2020 Nov 25;17(23):8758. doi: 10.3390/ijerph17238758.
Sofi F, Macchi C, Abbate R, Gensini GF, Casini A. Mediterranean diet and health status: an updated metaanalysis and a proposal for a literature-based adherence score. Public Health Nutr. 2014 Dec;17(12):2769-82. doi: 10.1017/S1368980013003169.
OBESITÀ E NUOVE VULNERABILITÀ URBANE: OSTACOLI, SFIDE
E IL CONTRIBUTO DELLO SPORT
ALLA QUALITÀ DELLA VITA NELLE CITTÀ
Annamaria Colao
Cattedra Unesco per l’Educazione alla Salute e allo Sviluppo Sostenibile. Università Federico II di Napoli
Introduzione
L’obesità rappresenta oggi una delle più grandi sfide sanitarie globali, con tassi in costante crescita in quasi tutti i paesi industrializzati e in via di sviluppo. Parallelamente, le città moderne stanno sperimentando un’accelerazione delle vulnerabilità urbane, ovvero insiemi di condizioni socio-ambientali che espongono gruppi specifici a rischi sanitari, economici e sociali più elevati. L’intersezione tra obesità e vulnerabilità urbana rappresenta un crocevia critico per la salute pubblica.
Nel contesto urbano, la sedentarietà, l’accesso limitato a cibo sano, la carenza di spazi pubblici funzionali e la disuguaglianza sociale si combinano per aggravare l’incidenza dell’obesità. Uno studio preliminare ha analizzato la correlazione tra dispersione urbana e tassi di sovrappeso/obesità nelle regioni italiane nel biennio 2020–2021. È stata osservata una associazione positiva e significativa tra l’espansione urbana (misurata tramite l’indice di compattezza, CI) e la prevalenza di obesità (p = 0,008; R² = 0.328) e sovrappeso (p = 0,001; R² = 0.460) (1).
Inoltre, i dati dello studio PASSI del Ministero della Salute, mostrano che le persone con difficoltà economiche presentano tassi di obesità quasi doppi rispetto alle fasce più abbienti (16% vs. 9% nel 2021)
(2).
Inoltre, alcune analisi recenti dimostrano che gli individui con obesità consumano più servizi sanitari, hanno una maggiore presenza di comorbidità e una qualità di vita inferiore, con una distribuzione più marcata nelle fasce sociali meno avvantaggiate (3,4).
In questo scenario, lo sport e l’attività fisica rappresentano strumenti potenti non solo per contrastare l’obesità, ma anche per rigenerare spazi urbani, rafforzare il senso di comunità e migliorare la qualità della vita dei cittadini.
Obesità: una crisi sanitaria urbana
Dati e tendenze
Secondo l’OMS, il numero di persone obese nel mondo è triplicato dal 1975. In Europa, oltre il 59% degli adulti e quasi un terzo dei bambini sono in sovrappeso o obesi. L’obesità non è più solo un problema individuale ma un fenomeno sistemico (5)
Le città italiane non fanno eccezione: il profilo urbano è spesso correlato a comportamenti sedentari, alimentazione ipercalorica, ridotta mobilità attiva e stress cronico. Ciò avviene nonostante il nostro Paese, in particolare le regioni del Sud siano la patria della Dieta Mediterranea, associata ad un mi-
glior profilo per peso e diabete (6,7). Alcuni quartieri urbani, in particolare nelle periferie, presentano una concentrazione maggiore di obesità, a causa di:
- Offerta alimentare “obesogenica” (fast food, street food, minimarket).
- Mancanza di spazi verdi o sportivi.
- Rischi legati alla sicurezza.
- Basso livello socioeconomico e culturale.
Peraltro, l’obesità ha assunto una connotazione marcatamente sociale: colpisce in misura maggiore le fasce economicamente svantaggiate, i migranti, gli anziani, le persone con disabilità e i bambini che vivono in famiglie fragili e quindi in ambito urbano, questa disuguaglianza si accentua ulteriormente, creando delle “zone obesogene”, ovvero ambienti dove le condizioni strutturali e sociali promuovono l’aumento di peso e impediscono una vita sana. Questa premessa spiega perché i dati epidemiologici di obesità e diabete vedono più compromesse le zone periferiche e povere delle città e globalmente considerato, il Sud verso il Nord del Paese.
Le periferie costituiscono quindi delle “nuove vulnerabilità urbane” non solo per povertà economica, ma anche per isolamento sociale, accesso limitato a servizi essenziali (sanità, sport, cultura), barriere fisiche o culturali all’attività fisica, inquinamento e degrado ambientale.
Queste vulnerabilità interagiscono tra loro in modo sinergico, rendendo più complesso qualsiasi intervento preventivo e terapeutico.
Molti contesti urbani possono essere considerati oggi come spazi disfunzionali dal punto di vista di induttori di salute. Le città promuovono spesso:
- Paesaggi alimentari ipercalorici e ultra-processati.
- Ridotta offerta di impianti sportivi accessibili. In tal senso, l’ambiente urbano diventa un vero e proprio fattore di rischio per l’obesità.
Quali sono oggi gli ostacoli alla prevenzione e alla
cura dell’obesità nelle città? In primis esistono barriere strutturali quali scarsa accessibilità agli impianti sportivi, soprattutto per persone con disabilità o fragilità motorie, costi elevati per iscrizioni, attrezzature o trasporti ed insufficiente manutenzione di spazi pubblici (parchi, marciapiedi, piste ciclabili). A questi aggiungiamo le barriere culturali e sociali come la scarsa alfabetizzazione motoria e sanitaria, la paura dello stigma legato all’obesità, oggi particolarmente acuta considerando il ruolo sempre più preminente dei social, e la mancanza di modelli sportivi positivi nel proprio contesto familiare o di quartiere. Per finire esistono molte barriere che definirei “politiche” e sono dovute alla poca integrazione tra politiche sanitarie, urbanistiche, educative e sportive, insufficienza di piani locali per la promozione della salute e marginalizzazione delle comunità nei processi decisionali.
Possiamo quindi immaginare molte sfide per il futuro delle città a partire dalla creazione di un vero e proprio dipartimento per “Urban Health e pianificazione sostenibile” nei comuni e nelle regioni o province del nostro paese. La nuova urbanistica deve mirare a “città in salute e per la salute”: spazi in cui l’ambiente fisico e sociale promuove automaticamente comportamenti sani. Gli obiettivi di questi dipartimenti potrebbero includere:
- Quartieri walkable e bike-friendly.
- Aree verdi attrezzate per lo sport.
- Progettazione di infrastrutture inclusive per tutte le fasce di popolazione
- Sport come bene comune e accesso gratuito o a basso costo, programmi sportivi integrati nei servizi sociosanitari e coinvolgimento delle scuole, delle associazioni e delle comunità locali.
Le tecnologie digitali (wearables, app di fitness, realtà aumentata) possono già oggi supportare iniziative urbane di sport e prevenzione, ma rischiano di escludere chi è digitalmente svantaggiato. Occorre quindi garantire accessibilità e accompagnamento. Lo sport può superare barriere linguistiche, culturali, fisiche e implementare la promozione della salute attraverso l’aggregazione e la coesione sociale, l’empowerment individuale, il contrasto allo stigma (es.
obesità infantile o femminile) e la partecipazione civica e rigenerazione urbana.
Il ruolo dello sport nella prevenzione dell’obesità e dell’epidemia relativa ai disturbi metabolici è di indubbio beneficio. Lo sport si associa a benefici specifici fisiologici quali miglioramento del metabolismo basale, regolazione della glicemia e della pressione arteriosa e riduzione del grasso viscerale, psicologici quali aumento dell’autostima, prevenzione di ansia e depressione e riduzione dello stress urbano e comportamentali quali adozione di abitudini alimentari sane e sviluppo di routine salutari (ritmo sonno-veglia, tempo libero attivo). Questo ultimo punto è di particolare interesse per le recenti dimostrazioni della cronobiologia e crononutrizione sulla salute metabolica dei soggetti con obesità (8).
Esistono già diverse esperienze di successo:
- Sport nei parchi (es. “Palestre a cielo aperto”).
- Progetti scolastici multidisciplinari contro l’obesità infantile.
- Centri sportivi sociali nei quartieri periferici.
- Iniziative di sport adattato per persone con disabilità e fragilità croniche.
Conclusioni
La lotta all’obesità nelle città non può essere affidata al singolo cittadino o a interventi settoriali. Richiede una trasformazione profonda del tessuto urbano, delle politiche sociali e sanitarie, e soprattutto della cultura della salute.
Lo sport è il filo conduttore di questa trasformazione: può ridurre il peso corporeo, ma anche alleggerire il carico di solitudine, emarginazione, insicurezza che grava su tanti abitanti delle metropoli contemporanee.
Rigenerare le città attraverso lo sport non è solo una scelta sanitaria, ma un atto di giustizia sociale.
Referenze
1. Romano, L., Sette, C., Romano, B., Giuliani, A. (2024). Obesity and Its Relationship with Urban Pattern in Italian Regions. In: Marucci, A., Zullo, F., Fiorini, L., Saganeiti, L. (eds) Innovation in Urban and Regional Planning. INPUT 2023. Lecture Notes in Civil Engineering, vol 463. Springer, Cham. https://doi.org/10.1007/978-3-031-54096-7_43
2. Masocco M, Minardi V, Controli B, Minelli G, Manno V, Cobelli L, Greco D. Sovrappeso e obesità nella popolazione adulta in Italia: trend temporali, differenze socio-anagrafiche e regionali con focus sulla Regione Campania. Boll Epidemiol Naz 2023;4(1)
3. Brenna E, Jommi C. Obesity in Italy: An Empirical Analysis of Healthcare Consumption, Quality of Life and Comorbidities. Medicina 2025, 61(6), 1061; https://doi.org/10.3390/medicina61061061
4. Colao A, Lucchese M, D’Adamo M, Savastano S, Facchiano E, Veronesi C, Blini V, Degli Esposti L, Sbraccia P. Healthcare usage and economic impact of nontreated obesity in Italy: findings from a retrospective administrative and clinical database analysis. BMJ Open. 2017 Feb 24;7(2):e013899. doi: 10.1136/bmjopen-2016-013899.PMID: 28237961
6. Muscogiuri G, Verde L, Sulu C, Katsiki N, Hassapidou M, Frias-Toral E, Cucalón G, Pazderska A, Yumuk VD, Colao A, Barrea L. Mediterranean Diet and Obesityrelated Disorders: What is the Evidence? Curr Obes Rep. 2022 Dec;11(4):287-304. doi: 10.1007/s13679022-00481-1. Epub 2022 Sep 30. PMID: 36178601; PMCID: PMC9729142.
7. Muscogiuri G, Barrea L, Bettini S, El Ghoch M, Katsiki N, Tolvanen L, Verde L, Colao A, Busetto L, Yumuk VD, Hassapidou M; EASO Nutrition Working Group. European Association for the Study of Obesity (EASO) Position Statement on Medical Nutrition Therapy for the Management of Individuals with Overweight or Obesity and Cancer. Obes Facts. 2025;18(1):86-105. doi: 10.1159/000542155. Epub 2024 Oct 30. PMID: 39433024; PMCID: PMC12017763.
8. Verde L, Di Lorenzo T, Savastano S, Colao A, Barrea L, Muscogiuri G. Chrononutrition in type 2 diabetes mellitus and obesity: A narrative review. Diabetes Metab Res Rev. 2024 Feb;40(2):e3778. doi: 10.1002/dmrr.3778. PMID: 38363031.
DONNE E STILI DI VITA URBANI
Adriana Bonifacino
Medico Oncologo
Fondatrice Fondazione IncontraDonna
Le nostre città contemporanee, centri pulsanti di vita sociale, economica e culturale, sono anche luoghi in cui emergono nuove vulnerabilità legate ai ritmi frenetici, alla solitudine e agli squilibri tra lavoro e vita privata, influenzando profondamente stili di vita, salute fisica e benessere psicologico. Osservate da una prospettiva di genere, emergono con particolare chiarezza le difficoltà che le donne devono affrontare per accedere a una città che sia davvero sana, attiva e inclusiva. I carichi familiari, i ruoli sociali tradizionalmente attribuiti e i vincoli culturali si sommano, rendendo spesso più arduo il cammino verso un benessere pieno (Turco, 2016).
Numerosi studi hanno confermato il forte legame tra la pianificazione urbana e la salute pubblica. Non si tratta di un legame astratto: la configurazione stessa della città condiziona abitudini, movimenti, tempi di vita e l’Italian Journal of GenderSpecific Medicine sottolinea come «la correlazione tra urbanistica e salute della popolazione è ormai avvalorata da una vasta messe di studi scientifici», evidenziando che le donne ne sono spesso le principali vittime in termini di benessere (Turco, 2016). Non è difficile capirne i motivi: modelli urbani dispersivi, separando residenze, lavoro e servizi, favoriscono sedentarietà, isolamento e dipendenza dai mezzi motorizzati, aumentando il rischio di obesità, diabete e malattie cardiovascolari. Non a caso, l’OMS (2022) attribuisce al fenomeno dell’inattività fisica il 6 % dei decessi globali, con effetti ancora più marcati sulle donne,
Antonella Galeone
Psicoterapeuta, Psicoanalista
Patient Advocate e CDA Fondazione IncontraDonna
soprattutto se consideriamo spazi urbani, quali le periferie carenti di verde e infrastrutture.
La pandemia da Covid-19 ha peggiorato questa situazione, mostrando come la sospensione forzata della mobilità e delle interazioni sociali abbia inciso profondamente sulla salute psicologica e fisica delle persone. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS, 2021) ha segnalato un aumento diffuso di ansia, depressione e disturbi alimentari, registrando un incremento rilevante nei disturbi psichici e nella richiesta di supporto psicologico; mentre il corpo stesso è stato colpito da inattività, risentendo degli effetti traumatici dell’isolamento sociale, i quali hanno determinato un aumento di peso e una maggiore tendenza alla sedentarietà. Per le donne, questa condizione è stata ancora più complessa, poiché alla fragilità sanitaria si è sommata quella sociale: carichi familiari accresciuti, riduzione degli spazi di autonomia e una cronica difficoltà nel ritagliarsi tempo e luoghi per la cura di sé. Il corpo femminile, in questo contesto, è diventato non solo il luogo della fatica e della rinuncia, ma anche il segno tangibile di un ‘benessere negato’. Il rischio di sedentarietà e obesità è oggi una delle principali emergenze urbane, e non riguarda soltanto la dimensione medica: la perdita di vitalità e di movimento significa anche perdita di energia psichica, di capacità relazionale e di possibilità di partecipazione alla vita sociale. Robert Putnam, nel suo celebre Bowling Alone (2000), ha mostrato come il declino delle occasioni di socialità
e di partecipazione collettiva generi un abbassamento della qualità della vita e del benessere individuale. Trasferito sul piano degli stili di vita urbani, questo significa che la mancanza di spazi e tempi per relazionarsi, muoversi e condividere esperienze ha effetti diretti sulla salute. Le donne, più di altri gruppi sociali, sperimentano questa esclusione: se non ci sono luoghi sicuri e accessibili per praticare sport, se il tempo libero viene sacrificato a lavoro e responsabilità familiari, se i modelli urbani non tengono conto delle esigenze di genere, allora la città diventa uno spazio di solitudine piuttosto che di crescita. Eppure, la città potrebbe essere anche il contrario: uno spazio che stimola la relazione, la cura di sé e autonomia.
Altri studi empirici confermano quanto la configurazione della città possa avere un duplice effetto sulla qualità di vita: da una parte aumenta i fattori di rischio, dall’altra offre possibilità protettive. Vivere in un centro urbano compatto, ad esempio, riduce dell’11 % il rischio di cardiopatia rispetto alle aree disperse (Health & Place, 2012), mentre la vicinanza a parchi pubblici abbassa indice di massa corporea e stress percepito (Health & Place, 2015).
Il tema dell’alimentazione emerge anch’esso come cruciale: per le donne in contesti urbani le abitudini equilibrate sono spesso ostacolate da mancanza di tempo, costi elevati e accesso limitato a cibo sano; Popkin (2018) descrive come l’urbanizzazione abbia accelerato la “transizione nutrizionale”, aumentando obesità e malattie croniche, con ripercussioni psicologiche quali ansia, bassa autostima e frustrazione. La psicologia comportamentale evidenzia inoltre che lo stress derivante dai ruoli sociali multipli può condurre a scelte alimentari disfunzionali (Blake et al., 2019). Progetti come orti urbani, cooperative alimentari e corsi di cucina salutare rappresentano leve fondamentali per promuovere migliori abitudini alimentari e rafforzare la coesione sociale in aree più vulnerabili (Friel & Baker, 2021).
A ciò si affianca il ruolo dello sport che si configura come uno strumento potente di prevenzione, empowerment. ed emancipazione, capace di contrastare stress, isolamento e bassa autostima. Contribuisce a rafforzare le relazioni sociali e l’autonomia personale. Come sottolinea il CDC (Centers
for Disease Control and Prevention), infatti, “l’attività fisica regolare migliora la salute mentale e il benessere generale”; (CDC, 2022). Proprio per questa forza trasformativa, lo sport e l’attività fisica non si limitano a migliorare lo stato di salute, ma creano anche reti di connessione. Iniziative sportive gratuite in un parco urbano possono rappresentare occasioni che uniscono il movimento fisico al piacere dell’incontro. In questo senso, le donne trovano nello sport non solo uno strumento di prevenzione e salute, ma anche un modo per riscoprire la socialità, uscire dall’isolamento e costruire nuove forme di sostegno reciproco. La relazione diventa quindi parte integrante della cura di sé: muoversi insieme significa condividere esperienze, rafforzare l’autostima, recuperare energia. Se guardiamo agli stili di vita urbani in chiave di genere, emerge con chiarezza la necessità di ripensare le città. Troppe volte gli spazi urbani sono progettati senza tener conto delle esigenze femminili: mancano luoghi sicuri per praticare sport, le attività gratuite o accessibili sono limitate, la dimensione comunitaria è trascurata. Eppure, come sottolineano Woolf e Aron (2013), solo un impegno comunitario e istituzionale condiviso può rendere le iniziative realmente sostenibili e inclusive. Promuovere politiche urbane a misura di genere significa, allora, garantire accesso a servizi, programmi di prevenzione e opportunità di movimento che siano compatibili con i tempi e i bisogni delle donne. In questo scenario, anche la cura del corpo diventa un diritto fondamentale. Non si tratta soltanto di prevenire patologie come l’obesità o le malattie cardiovascolari, ma di riaffermare il valore del corpo come strumento di libertà e vitalità. L’attività fisica, in quanto pratica di cura, rappresenta un gesto di empowerment che permette alle donne di riconquistare spazi di autonomia e di benessere nella vita e negli spazi urbani. Se, come ricorda Putnam (2000), la qualità della vita dipende anche dalla capacità di relazionarsi e di condividere esperienze, allora lo sport e il movimento possono essere considerati pratiche sociali oltre che individuali: occasioni di incontro, sostegno reciproco e rinascita.
Le realtà urbane del futuro, se vogliono essere davvero inclusive, dovranno costruire modelli di stili di vita urbani a misura di genere: spazi sicuri, attività
accessibili, programmi di prevenzione e promozione del benessere che mettano al centro la relazione tra corpo, salute e comunità. In questo senso, la cura di sé non è soltanto una questione privata, ma un tema collettivo e politico, capace di trasformare la città in un luogo di emancipazione e di rinnovata vitalità.
Tuttavia, ancora oggi, molte donne incontrano ostacoli tangibili: carichi familiari, mancanza di strutture dedicate, percezione di insicurezza negli spazi pubblici (Mehta, 2020), e soprattutto stereotipi culturali che relegano lo sport femminile a un’attività secondaria (Clark et al., 2021).
Uno studio recente condotto in Cina (Guo & Huang, 2025) ha dimostrato come tali stereotipi incidano negativamente sul comportamento fisico delle donne: i pregiudizi limitano l’adesione all’esercizio fisico, in parte mediati dal senso di soddisfazione psicologica e dalle emozioni negative legate alla pratica sportiva. In particolare, la conferma dei bisogni psicologici e la gestione delle emozioni negative risultano cruciali nel mitigare l’effetto repressivo degli stereotipi sull’attività fisica (Guo & Huang, 2025). In parallelo, campagne inclusive come This Girl Can hanno dimostrato che una comunicazione diretta e rispettosa può abbattere barriere culturali verso lo sport, così come pratiche locali di walking e fitwalking stanno favorendo sia la salute che il senso di comunità tra le donne (Blake et al., 2019). Da un punto di vista culturale e filosofico, Butler (2021) interpreta la pratica sportiva anche come scelta politica e culturale, uno spazio attraverso cui le donne affermano autonomia, ribaltano stereotipi di genere e creano nuove forme di femminismo urbano — un atto simbolico di resistenza interiore e sociale. In una città sempre più frenetica, dedicare tempo all’attività fisica può diventare un atto d’amore verso sé stesse, una forma di resilienza che apre spazi di benessere, appropriazione individuale e solidarietà (Harvey, 2021; Scott, 2020). Costruire città anche a misura di donna, dunque, richiede un approccio integrato: urbano, sociale, psicologico e sanitario. Significa realizzare parchi che combinino verde e percorsi fitness, introdurre voucher per l’accesso a cibi sani e attività sportive, garantire trasporti sicuri e servizi di prossimità, ma soprattutto promuovere la partecipazione attiva delle donne nei processi decisionali (EIGE,
2021; ISTAT, 2023).Le donne rappresenterebbero un termometro della salute urbana. Ripensare anche gli spazi urbani in chiave di genere, promuovere stili di vita sani, sostenere l’attività fisica e tutelare il benessere psicologico non è solo un obiettivo sanitario, ma un atto di giustizia ed equità sociale. In questa prospettiva, interrogarsi sul ruolo delle donne e sugli stili di vita urbani costituisce una sfida decisiva per il futuro delle città: una sfida che esige visione e politiche in grado di rendere l’ambiente urbano più inclusivo, sostenibile e davvero orientato al benessere collettivo.
Bibliografia
Blake, C. E., et al. (2019). Behavioral nutrition and stress-related eating. Journal of Health Psychology
Butler, J. (2021). The force of nonviolence. Verso. Centers for Disease Control and Prevention (CDC). (2022). Physical activity guidelines for Americans
Clark, S., et al. (2021). Gender stereotypes in sport. Gender & Society. European Institute for Gender Equality (EIGE). (2021). Gender Equality Index. https://eige.europa.eu/genderequality-index
Friel, S., & Baker, P. (2021). Nutrition transition and food systems. Public Health Nutrition
Guo, X., & Huang, Y. (2025). Gender stereotypes and physical activity in China. Journal of Sport and Health Science
Harvey, D. (2021). The right to the city. Verso. Health & Place. (2012). Urban compactness and cardiovascular risk.
Health & Place. (2015). Green spaces and health outcomes.
Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT). (2023). Rapporto annuale sulla situazione del Paese. https://www.istat.it Mehta, V. (2020). Public space and gender safety. Urban Studies
Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). (2021). Rapporto sulla salute mentale e COVID19. https://www.who.int
Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). (2022). Global report on physical inactivity.
Popkin, B. (2018). Nutritional transition and obesity. Nutrition Reviews
Putnam, R. D. (2000). Bowling alone: The collapse and revival of American community. Simon & Schuster. Scott, J. (2020). Feminism and urban life. Routledge. Turco, L. (2016). Urbanistica e genere. Italian Journal of GenderSpecific Medicine
Woolf, S. H., & Aron, L. (Eds.). (2013). U.S. health in international perspective. National Academies Press.
OBESITÀ E CITTÀ, IL PARERE DEL CLINICO
L’obesità è una delle principali sfide sanitarie del XXI secolo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2021), dal 1975 a oggi i casi di obesità nel mondo sono triplicati, e l’Italia non fa eccezione. Ciò che è sempre più evidente è che le cause di questa epidemia non sono soltanto individuali o genetiche, ma fortemente legate all’ambiente in cui viviamo (Swinburn et al., 2011). In particolare, le città – luoghi in cui si concentra la maggior parte della popolazione mondiale – giocano un ruolo chiave nello sviluppo e nella diffusione dell’obesità. La comunità scientifica unanime ritiene che affrontare questa patologia senza considerare il contesto urbano significa intervenire solo su una parte del problema (Giles-Corti et al., 2016).
L’obesità: una malattia sistemica
Dal punto di vista medico, l’obesità è una patologia cronica, complessa, recidivante e multifattoriale, caratterizzata da un eccessivo accumulo di grasso corporeo che comporta rischi significativi per la salute (WHO, 2021). È associata a numerose complicazioni: diabete mellito di tipo 2, ipertensione arteriosa, dislipidemia, malattie cardiovascolari, disturbi respiratori, alcuni tipi di tumore, oltre a problemi psicologici e sociali (Lobstein et al., 2015).
Ma perché l’obesità è così diffusa nelle aree urbane? Per rispondere a questa domanda occorre analizzare
il modo in cui la città, nei suoi aspetti fisici, sociali ed economici, influenza lo stile di vita degli individui (Frumkin, 2002; Rutter et al., 2017).
L’ambiente urbano come “fattore obesogeno” Le città moderne sono spesso progettate in funzione della produttività e della velocità, piuttosto che della salute dei cittadini (Giles-Corti et al., 2016). Le caratteristiche dell’ambiente urbano possono incentivare comportamenti sedentari e un’alimentazione poco salutare, diventando veri e propri “fattori obesogeni” (Swinburn et al., 2011).
• Infrastrutture e mobilità: molte città sono costruite intorno all’uso dell’automobile. L’assenza o l’insufficienza di piste ciclabili, marciapiedi sicuri, parchi e spazi pubblici riduce le possibilità di attività fisica spontanea (Frumkin, 2002).
• Accesso al cibo: nelle aree urbane, in particolare nei quartieri a basso reddito, si osserva il fenomeno dei food deserts, ovvero zone in cui è difficile reperire cibi freschi e nutrienti, mentre abbondano i fast food e i supermercati con alimenti ultra-processati, ricchi di zuccheri e grassi (Popkin et al., 2020).
• Stili di vita frenetici: la vita urbana è spesso segnata da stress, mancanza di tempo e ritmi irregolari. Le persone tendono a saltare i pasti o
Lucio Gnessi
Sapienza Università di Roma
consumare cibo veloce, con scarso valore nutrizionale. Anche il sonno viene compromesso, aumentando ulteriormente il rischio di obesità, dato il legame tra deprivazione di sonno e alterazione del metabolismo (WHO, 2016).
• Disuguaglianze socioeconomiche: l’obesità è sempre più una malattia legata alla povertà. In città, i gruppi più svantaggiati hanno meno accesso a cibo sano, a strutture sportive, a cure mediche e a un’educazione alimentare adeguata (Ministero della Salute, 2023; ISS, 2023).
• Un approccio medico-sociale all’obesità urbana
I medici che si occupano del problema dell’obesità ma anche i medici di base – e direi, vista la prevalenza della malattia, tutti gli operatori sanitari – vedono ogni giorno gli effetti devastanti dell’obesità sulla qualità della vita dei pazienti (Lobstein et al., 2015). Ma intervenire soltanto sul singolo individuo non è sufficiente. L’approccio clinico deve integrarsi con una visione di sanità pubblica e urbanistica (Rutter et al., 2017).
È fondamentale promuovere una “salute urbana” che metta al centro l’ambiente come determinante di salute (Giles-Corti et al., 2016). Le città devono diventare promotrici di benessere, non solo centri di consumo e produttività.
Cosa possiamo fare?
• Riprogettare lo spazio urbano: incentivare la mobilità attiva con piste ciclabili, percorsi pedonali, spazi verdi accessibili e sicuri. Una maggiore camminabilità della città è direttamente correlata a una minore incidenza di obesità (Frumkin, 2002; Giles-Corti et al., 2016).
• Politiche per l’accesso al cibo sano: introdurre mercati contadini, incentivare le mense scolastiche con cibi freschi e locali, limitare la pubblicità di alimenti non salutari soprattutto nei confronti dei minori (WHO, 2016; Popkin et al., 2020).
• Educazione e prevenzione: campagne di sensibilizzazione sull’alimentazione, l’attività fisica e il benessere psico-fisico. La scuola, il lavoro, i
centri sanitari possono essere attori fondamentali (Ministero della Salute, 2023; ISS, 2023).
• Sanità territoriale integrata: i medici di famiglia, i dietisti, i nutrizionisti e gli psicologi devono lavorare insieme in un’ottica multidisciplinare, coordinati da strategie sanitarie che tengano conto delle specificità del territorio (Rutter et al., 2017).
Conclusioni
L’obesità non è semplicemente una questione di “scelte personali sbagliate”. È il risultato di un sistema che favorisce l’inattività e l’alimentazione scorretta, soprattutto nelle città (Swinburn et al., 2011; Giles-Corti et al., 2016). I medici non possono ignorare il contesto urbano in cui i pazienti vivono. È quindi necessario un cambiamento strutturale, culturale e politico che metta al centro la salute delle persone e la qualità dell’ambiente urbano. La lotta all’obesità inizia dalla città: rendiamola un alleato, non un nemico.
Bibliografia
Frumkin, H. (2002). Urban sprawl and public health. Public Health Reports, 117(3), 201–217. https://doi.org/10.1016/S0033-3549(04)50110-6
Giles-Corti, B., Vernez-Moudon, A., Reis, R., Turrell, G., Dannenberg, A. L., Badland, H., … Owen, N. (2016). City planning and population health: A global challenge. The Lancet, 388(10062), 2912–2924. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(16)30066-6
Istituto Superiore di Sanità. (2023). Sistema di sorveglianza PASSI – Sovrappeso e obesità https://www.epicentro.iss.it/passi/
Lobstein, T., Jackson-Leach, R., Moodie, M. L., Hall, K. D., Gortmaker, S. L., Swinburn, B. A., … McPherson, K. (2015). Child and adolescent obesity: Part of a bigger picture. The Lancet, 385(9986), 2510–2520.
https://doi.org/10.1016/S0140-6736(14)61746-3
Ministero della Salute. (2023). Obesità: dati e iniziative. https://www.salute.gov.it
Popkin, B. M., Corvalan, C., & Grummer-Strawn, L. M. (2020). Dynamics of the double burden of malnutrition and the changing nutrition reality. The Lancet, 395(10217), 65–74.
https://doi.org/10.1016/S0140-6736(19)32497-3
Rutter, H., Savona, N., Glonti, K., Bibby, J., Cummins, S., Finegood, D. T., … White, M. (2017). The need for a complex systems model of evidence for public health. The Lancet, 390(10112), 2602–2604. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(17)31267-9
Swinburn, B. A., Sacks, G., Hall, K. D., McPherson, K., Finegood, D. T., Moodie, M. L., & Gortmaker, S. L. (2011). The global obesity pandemic: Shaped by global drivers and local environments. The Lancet, 378(9793), 804–814. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(11)60813-1
World Health Organization. (2016). Report of the Commission on Ending Childhood Obesity. World Health Organization. https://apps.who.int/iris/handle/10665/204176
World Health Organization. (2021). Obesity and overweight https://www.who.int/news-room/factsheets/detail/obesity-and-overweight
DI PARTECIPAZIONE
SCIENTIFICO-SOCIALE
DISUGUAGLIANZE E PATOLOGIE CRONICHE NON COMUNICABILI
Francesca Romana Lenzi
Editor in Chief Sportcity Journal, Università degli Studi di Roma “Foro Italico”
Le disuguaglianze e le patologie croniche non comunicabili rappresentano un complesso intreccio fra fattori biologici, sociali e culturali che riflettono le più ampie dinamiche di stratificazione sociale e potere. Come sottolineato da Michael Marmot, una delle voci più autorevoli in materia di salute pubblica e determinanti sociali, “l’equità in salute non è solo una questione di assistenza sanitaria ma un riflesso delle condizioni sociali in cui le persone nascono, crescono, vivono, lavorano e invecchiano” (Marmot, 2005). Le malattie croniche non trasmissibili, in particolare, costituiscono un chiaro indicatore di come le disuguaglianze socioeconomiche si traducano in esiti sanitari differenti, evidenziando una struttura sociale iniqua che determina chi sia più vulnerabile.
Secondo gli studi di Pierre Bourdieu, la salute è strettamente legata al concetto di capitale sociale e culturale. L’accesso a risorse come l’istruzione, l’informazione e l’assistenza sanitaria rappresenta un capitale che non è distribuito equamente nella società, creando barriere sistemiche e riproducendo in modo ciclico le disuguaglianze. (Bourdieu, 1984). Altre barriere coincidono con lo stigma indagato da Ervin Goffman (1963): le persone affette da patologie croniche, specie quelle associate a stili di vita etichettati (obesità, dipendenze da alcol o tabacco), marginalizzati, generando così effetti deleteri sul piano psicologico e sociale, aggravando l’isolamento
Flavia Prodam (UniUPO)
e riducendo la motivazione a partecipare o a mantenere (drop-out) percorsi di prevenzione o cura.
Le teorie di Amartya Sen sottolineano che la capacità reale di una persona di godere di buona salute dipende non solo dalla disponibilità di servizi ma anche dalla libertà di poterli utilizzare efficacemente, che è limitata da fattori strutturali come povertà, discriminazione e scarsa educazione (Sen, 1999). Infine, la prospettiva ecosociale di Nancy Krieger integra queste dimensioni sottolineando come le disuguaglianze biologiche derivino da processi storici, sociali e ambientali, definendole come embodiment di svantaggi strutturali e discriminazioni che si traducono in squilibri nelle condizioni di salute (Krieger, 2012).
Tutto ciò coincide con quanto emerge dalle statistiche nazionali. In Italia, le malattie croniche non trasmissibili interessano circa il 40% della popolazione, pari a oltre 24 milioni di persone, di cui circa 12 milioni convivono con più di una condizione cronica. Analogamente a quanto osservato a livello globale, le conseguenze di queste patologie sono drammatiche: il 90% dei decessi nel nostro Paese è attribuibile ad esse. Tra le più diffuse vi sono le malattie cardiovascolari (5-7% della popolazione), i tumori (circa il 4%), il diabete mellito (6-7%), l’obesità (46%), e le malattie neurodegenerative (circa il 2%).
Nonostante campagne di sensibilizzazione e programmi di prevenzione abbiano migliorato la situazione rispetto ai precedenti 20-30 anni, persistono ostacoli importanti legati ai cosiddetti determinanti sociali e culturali. Bassi livelli di istruzione, lavori precari, difficoltà economiche, scarsa accessibilità a informazioni corrette e barriere culturali alimentano disuguaglianze che rendono più difficile adottare sia uno stile di vita sano sia accedere ai servizi sanitari. Chi vive in condizioni di svantaggio non solo ha maggiori probabilità di ammalarsi, ma incontra anche più difficoltà nell’ottenere diagnosi tempestive e cure efficaci. Un ulteriore elemento critico è il divario territoriale. Le comunità delle aree rurali o periferiche dispongono spesso di meno strutture sanitarie, tempi di attesa più lunghi e minori opportunità di partecipare a programmi di prevenzione. A ciò si sommano le disuguaglianze economiche, che pesano sulla possibilità di seguire un’alimentazione equilibrata o di praticare regolare attività fisica. In questo scenario si inserisce anche il fenomeno migratorio, che negli ultimi anni ha interessato sempre più l’Italia. Le popolazioni migranti, spesso concentrate in quartieri periferici, si trovano ad affrontare ulteriori ostacoli: barriere linguistiche, differenze culturali e difficoltà di accesso alle informazioni e alle strutture sanitarie. Tutto ciò aumenta il rischio di esclusione dai percorsi di prevenzione e assistenza, ampliando le disparità già esistenti. Infine, non va dimenticato il progressivo invecchiamento della popolazione, che rende ancora più elevata la probabilità di sviluppare patologie croniche. È quindi chiaro che le disuguaglianze nella salute non possono essere considerate come un esclusivo problema sanitario, ma vanno integrate in un’ottica multidimensionale che tiene in considerazione aspetti sociali e culturali.
Bibliografia
• Marmot, M. (2005). Social determinants of health inequalities. Lancet, 365(9464), 1099-1104.
• Bourdieu, P. (1984). Distinction: A Social Critique of the Judgement of Taste. Harvard University Press.
• Goffman, E. (1963). Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity. Prentice-Hall.
• Sen, A. (1999). Development as Freedom. Oxford University Press.
• Krieger, N. (2012). Epidemiology and the People’s Health: Theory and Context. Oxford University Press.
DIGITALE, SALUTE E INTELLIGENZA ARTIFICIALE:
PROSPETTIVE EPISTEMOLOGICHE E IMPLICAZIONI
METODOLOGICHE
NELLA RICERCA URBANA
Enrica Amaturo
Università degli Studi di Napoli Federico II, Dipartimento di Scienze Sociali
Gabriella Punziano
Il rapporto tra digitale, salute e intelligenza artificiale (IA) rappresenta oggi uno dei campi più dinamici e controversi della ricerca sociale e sanitaria. Nelle città contemporanee, caratterizzate da nuove vulnerabilità e crescenti disuguaglianze, la diffusione di strumenti digitali e algoritmi di analisi dei dati pone questioni inedite non solo sul piano tecnico, ma soprattutto metodologico ed epistemologico. Lo studio dell’impatto che queste innovazioni producono sulla qualità della vita urbana, e in particolare sul ruolo dello sport e delle pratiche motorie nella promozione di benessere, richiede un ripensamento profondo delle categorie interpretative e delle strategie di ricerca adottate.
Negli ultimi vent’anni, le scienze sociali hanno progressivamente adottato un approccio ibrido misto tra scenari, contesi e tipi di dati utilizzati portando ad un passaggio fondamentale dall’analisi dei media tradizionali all’esame dei flussi digitali e dei big data (Amaturo e Aragona, 2022) e questa evoluzione non ha risparmiato nessun contesto. L’urban health è uno di questi contesti decisamente influenzati da questo spostamento di frame epistemologico. Oggi, infatti, è fortemente intrisa dall’uso di dati prodotti da dispositivi digitali, piattaforme e applicazioni di
monitoraggio delle attività fisiche e degli stili di vita, che consentono di osservare fenomeni in tempo reale, pagando lo scotto di nuove questioni etiche e metodologiche, che implicano la necessaria visione critica dell’applicazione di prospettive interamente digitali allo studio dell’urban health (Lupton, 2016). Le città diventano così ecosistemi di dati, dove vulnerabilità e opportunità coesistono: da un lato, la possibilità di profilare bisogni e disuguaglianze con maggiore precisione; dall’altro, il rischio di rafforzare asimmetrie attraverso bias algoritmici e diseguaglianze nell’accesso tecnologico (Eubanks, 2018).
Il contributo specifico dello sport in questo scenario risulta duplice. Da un lato, le pratiche sportive costituiscono uno spazio privilegiato per raccogliere dati su corpi, prestazioni e comportamenti, attraverso sensori, wearables e piattaforme di tracciamento. Dall’altro, esse rappresentano un terreno simbolico e sociale in cui l’IA e la digitalizzazione possono favorire inclusione, benessere e socialità, a condizione che siano interpretate con strumenti metodologici adeguati. L’integrazione di questi dati con approcci qualitativi, interviste e osservazioni etnografiche consente di restituire una visione complessa, capace di tenere insieme metriche quantitative e vissuti sog-
gettivi (Marres, 2017).
Sul piano epistemologico, l’IA obbliga a interrogarsi sul ruolo del ricercatore e sulla natura stessa della conoscenza prodotta. L’idea di un’epistemologia adattiva – che riconosce la parzialità e la storicità dei dati, ma al tempo stesso ne valorizza la capacità generativa – appare sempre più centrale per affrontare la complessità urbana (Punziano, 2025). Si tratta di costruire quadri interpretativi che sappiano dialogare con la logica computazionale senza ridursi ad essa, mantenendo un’attenzione critica ai meccanismi di esclusione e invisibilità che l’IA può riprodurre. Un ulteriore nodo riguarda la capacità di questi strumenti di supportare processi decisionali in sanità e nel welfare urbano. Se utilizzati in chiave predittiva, i sistemi di IA possono orientare politiche più mirate per la promozione della salute e dell’attività fisica, ma il rischio di trasformare la prevenzione in sorveglianza resta elevato (Crawford, 2021). Qui il contributo delle scienze sociali è imprescindibile: solo un approccio interdisciplinare può garantire che il digitale e l’IA non diventino meri dispositivi tecnici, ma strumenti di empowerment collettivo e di riduzione delle vulnerabilità.
Si può affermare, dunque, che la sfida che si apre in questo campo è duplice: metodologica ed epistemologica. Da un lato, occorre affinare strumenti misti capaci di combinare dati massivi e micro-narrativi in un approccio di text as data, evitando riduzionismi; dall’altro, bisogna coltivare un pensiero critico in grado di interrogare le promesse e le aperture concesse dell’IA, collocandole all’interno delle dinamiche urbane e sociali più ampie. Lo sport, inteso come pratica e come dispositivo di salute pubblica, può costituire un laboratorio privilegiato per osservare questi processi, offrendo alla ricerca e alle politiche urbane un terreno di sperimentazione fondamentale per la qualità della vita nelle città del futuro. amaturo@unina.it gabriella.punziano@unina.it
Bibliografia
• Amaturo, E., & Aragona, B. (2022). Epistemology of the Digital. In G. Punziano, A. Delli Paoli, Handbook of Research on Advanced Research Methodologies for a Digital Society (pp. 1-10). IGI Global.
• Crawford, K. (2021). The atlas of AI: Power, politics, and the planetary costs of artificial intelligence. Yale University Press.
• Eubanks, V. (2018). Automating Inequality: How HighTech Tools Profile, Police, and Punish the Poor St. Martin’s Press.
• Lupton, D. (2016). The Quantified Self. Polity Press.
• Marres, N. (2017). Digital Sociology: The Reinvention of Social Research. Polity Press.
• Punziano, G. (2025). Adaptive Epistemology: Embracing Generative AI as a Paradigm Shift in Social Science. Societies (20754698), 15(7).
SALUTE E NUOVE DISUGUAGLIANZE NEL MONDO
POST-GLOBALE.
PER UN NUOVO PATTO SOCIALE
Francesco Antonelli
Università degli Studi Roma Tre
Come è ampiamente noto in letteratura (ad esempio Costa et al., 2014) la dinamica delle disuguaglianze sociali, qualunque sia l’indicatore preso in considerazione per misurarle – reddito, istruzione, status di cittadinanza, genere ecc. – hanno un impatto rilevante sulla salute delle persone: in generale, una penuria di risorse, una condizione di marginalità ed esclusione sociale ma anche, semplicemente, lo svolgimento di un lavoro manuale ed usurante, tendono ancor oggi ad associarsi ad uno stato di salute peggiore così come ad un accresciuto rischio di sviluppare cronicità invalidanti. Il praticare attività fisica regolare, adottare stili di vita non sedentari, praticare un’alimentazione corretta – tipi di comportamenti ormai universalmente riconosciuti come fondamentali per mantenersi in salute a qualunque età e prevenire molte patologie croniche – sono anch’essi legati alle medesime dinamiche. Per contro, i sistemi di welfare e dunque le politiche della salute così come i sistemi sanitari, avrebbero il compito di mitigare se non proprio correggere questi effetti negativi. La salute, sia pubblica sia individuale, è allora il prodotto di una configurazione sociale ed istituzionale – cioé politica – che risente nelle società europee sia del classico conflitto tra “status” e “cittadinanza” che già Marshall (2023) poneva al centro dello sviluppo dei diritti sociali; sia di una serie di clevages vecchi e nuovi – per dirla con Rokkan (1982) – come quelli
centro\periferia, città\campagna, straniero\cittadino, radicato\mobile ecc.
Nel contesto attuale, segnato da una crisi strutturale e una conseguente ridefinizione della globalizzazione neoliberale – il macro-meccanismo che più ha inciso in questi decenni sia sulle strutture di disuguaglianza sia sui sistemi di welfare – tre grandi processi pongono nuove sfide alle società contemporanee, anche sul piano della salute: il riaccendersi della rivalità tra le grandi potenze mondiali; i processi di digitalizzazione e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale; la questione ecologica. Infatti, le tensioni internazionali comportano un aumento delle spese militari e, come ampiamente noto in letteratura (ad esempio, AaVv, 2024; Franzini, 2024) il finanziamento avviene non solo espandendo il debito pubblico ma anche riducendo le risorse destinate a salute e istruzione; in più, in periodi di ritorno del nazionalismo aumenta anche il protezionismo, con conseguente riduzione della ricchezza generale. Lo sviluppo della digitalizzazione e dell’IA, a sua volta, poiché si inscrive in una dinamica capitalistica orientata al profitto e, quindi, socialmente irresponsabile, mette selettivamente a disposizioni i suoi benefici – compresi quelli in tecnologie mediche e sanitarie – finendo per svantaggiare ancora di più i ceti sottoprivilegiati. Infine, una questione ecologica che appare sempre
più fuori controllo – anche perché il ritorno della politica di potenza la relega in secondo piano nell’agenda politica – impatta a più livelli sulla salute pubblica e individuale: aumento delle temperature medie, desertificazione, espulsione di intere popolazioni dai loro paesi, sono solo alcuni dei processi che mettono strutturalmente a rischio la vita di milioni di persone; soprattutto dei più fragili socialmente ed economicamente (Beck, 2000). Anche in Europa, accanto ad un neo-dirigismo che rilancia il ruolo dello Stato solo come strumento di controllo e sviluppo dell’economia di potenza e di guerra (Antonelli 2025), tende a svilupparsi un nuovo processo di ri-mercificazione di beni come la salute: senza dirlo ufficialmente, lo Stato si ritira nella pratica dalla loro tutela e produzione, abbandonando chi non può pagare ai nuovi rischi e pericoli del mondo post-globale nel quale stiamo entrando.
Le città, dove ormai vive la stragrande maggioranza della popolazione, divengono il luogo per eccellenza nelle quali queste contraddizioni dispiegano i loro effetti, rivelandone nella vita quotidiana i nessi perversi: si pensi al legame che c’è tra marginalità sociale e disagio mentale; tra questi e la mancanza di adeguate strutture e risorse per fronteggiarli; tra tutto ciò e i problemi di sicurezza in cui versano, tra gli altri, i pronto soccorsi nelle nostre città, sempre più sfogatoi di rabbia e disagio sociale incontrollati.
Senza rilancio di un nuovo patto sociale fondato sui diritti universali e maggiori investimenti nel welfare tutto ciò rischia di diventare già nel breve-medio termine ingovernabile. E a nulla vale schierare più polizia o addirittura l’esercito per proteggere l’incolumità degli operatori sanitari così come, nelle strade, quella dei cittadini.
Riferimenti bibliografici
• Aa.Vv. (2024), Economia a mano armata 2024. Spesa militare e industria delle armi in Europa e in Italia, disponibile a: https://sbilanciamoci.info/leconomiaamanoarmata/
• Antonelli F., 2025, “La politica tecnocratica al tempo del riarmo dell’Europa: verso un capitalismo politico?” in Cozzolino A., Giannone D. (a cura di), Tecnocrazia. Prospettive multidisciplinari di ricerca, Carocci, Roma.
• Beck U, 2000, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma [ed. orig. 1986].
• Costa G., Bassi M., Censini G.F., Marra M., Nicelli A.L., Zengarini N. (a cura di), 2014, L’equità in salute in Italia. Secondo rapporto sulle disuguaglianze sociali in sanità, Fondazione Smith Kline, Franco Angeli, Milano.
• Franzini M. (2024), “Le spese militari e il benessere sociale”, Iriad Review, novembre, pp.5-12.
• Marshall T.H., 2023, Cittadinanza e classe sociale, Edizioni Società Aperta, Sesto San Giovanni [ed. orig. 1950].
GIOVANI E VULNERABILITÀ URBANE: LO SPORT COME ESPERIENZA DI COMUNITÀ
Nicola Ferrigni
Università degli Studi della Tuscia
Nelle città contemporanee i giovani sperimentano quotidianamente una duplice condizione, tale per cui essi vivono l’energia vitale della modernità, fatta di opportunità culturali, reti sociali e possibilità di espressione, ma si trovano al contempo esposti a fragilità sempre più complesse, che intaccano fiducia, sicurezza e senso di appartenenza.
Tali “vulnerabilità urbane” non si limitano tuttavia al degrado fisico degli spazi pubblici o alla carenza di servizi, né riguardano soltanto le periferie lasciate ai margini, bensì si manifestano anche come fragilità relazionali e simboliche, caratterizzate da erosione delle reti educative, indebolimento dei legami di fiducia, diffusione di modelli culturali che legittimano l’aggressività.
In tal senso, è interessante notare come siano proprio la percepita mancanza di reti di sostegno e la rarefazione dei legami sociali ad accentuare l’insicurezza, aprendo la strada a dinamiche di conflittualità. Una conferma in tal senso viene dai dati dell’11° Rapporto “Generazione Proteo” (2023)[1]: i giovani non solo elevano la violenza a tratto distintivo della nostra società, soprattutto negli ambienti digitali che essi percepiscono come principali spazi di disseminazione di pratiche di odio (20%), ma uno su quattro attribuisce
il dilagare di comportamenti aggressivi anche alla scarsa presenza genitoriale (25,1%). Un’aggressività che i giovani riservano anche verso sé stessi, come conferma quel 15% di intervistati che ammette di ricorrere a forme di autolesionismo come sfogo emotivo o segno di appartenenza al gruppo, per non dire dell’oltre 22% di intervistati che parteciperebbe a una “challenge” estrema tra amici. Questi dati, a mio avviso, costituiscono dei significativi alert
In primo luogo, emerge chiaramente come, nel percepito giovanile, la violenza stia progressivamente perdendo il carattere di eccezionalità, finendo invece per normalizzarsi e banalizzarsi: da un lato, dunque, comportamenti un tempo considerati socialmente inaccettabili entrano a far parte della quotidianità; dall’altro, l’aggressività smette di scandalizzare e diventa linguaggio comune, performance, intrattenimento.
A ciò si aggiunge un ulteriore rischio: la città è infatti anche un ambiente che condiziona i propri abitanti con uno stile di vita particolare, in cui la pressione a essere “riconosciuti” può tradursi in scelte rischiose, così come la ricerca di status e identità che, in
[1] L’Osservatorio permanente sui giovani “Generazione Proteo”, diretto dal prof. Nicola Ferrigni, dal 2012 realizza e pubblica un Rapporto di ricerca annuale sull’universo giovanile italiano, intervistando studenti di età compresa tra i 16 e i 19 anni
assenza di modelli di riferimento strutturati, rischia di degenerare in comportamenti devianti.
In questo scenario incerto, dove insicurezza sociale e precarietà rappresentano la nuova normalità, non stupisce che molti giovani vivano il presente come l’unico orizzonte possibile, esposti a un senso di instabilità che può sfociare in rabbia o ribellioni distruttive.
Eppure, quello stesso spazio urbano che espone a vulnerabilità, può offrire anche antidoti preziosi.
Tra questi, lo sport si configura come straordinario presidio di socializzazione e regolazione delle condotte, elevandosi a laboratorio privilegiato di apprendistato sociale, capace di incanalare energie, costruire appartenenza, valorizzare talenti. Nei campetti di quartiere, nelle palestre scolastiche, i giovani trovano infatti luoghi regolati e inclusivi, dove la visibilità non passa attraverso la trasgressione, ma si conquista con l’impegno, la lealtà e il rispetto delle regole.
Negli ultimi vent’anni lo Sport for Development (S4D) si è affermato come quadro di riferimento nelle politiche internazionali, riconosciuto da diversi organismi multilaterali come strumento di inclusione e coesione sociale. All’interno di questo filone, l’UNICEF ha documentato nel rapporto Getting into the Game (2019) oltre 300 iniziative in più di 100 Paesi, mettendo in luce l’impatto delle pratiche sportive sull’inclusione sociale e sulla resilienza giovanile anche nei contesti più fragili.
Anche in Italia, negli ultimi anni, si sono moltiplicati interventi di rigenerazione urbana attraverso lo sport: campetti abbandonati riconvertiti in spazi di aggregazione, progetti di quartiere che trasformano l’attività sportiva in occasione di comunità. Non si tratta soltanto di recupero edilizio, ma di una vera e propria infrastruttura sociale che restituisce ai giovani spazi di riconoscimento positivi. Su scala nazionale, programmi come “Sport di Tutti” e “Play District” – finanziati rispettivamente dal Dipartimento per lo Sport e dal Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale – mirano a portare attività fisica gratuita e accessibile nei quartieri più vulnerabili. A livello locale, un esempio significativo è rappre-
sentato dal progetto “Talento&Tenacia” (2016) promosso da IPAB Asilo Savoia, che ha trasformato un bene confiscato alla criminalità in un centro sportivo aperto al territorio, situato nel quartiere romano di Montespac cato, una delle aree più segnate da degrado e infiltrazioni mafiose.
Il messaggio che emerge è evidente: la sicurezza urbana non può ridursi a sorveglianza o controllo. Al contrario, la protezione autentica nasce dalla coesione sociale, dalla fiducia reciproca, dall’inclusione. Lo sport, se integrato nelle politiche cittadine, non è un lusso ma una necessità. È la palestra in cui si impara che la competizione non esclude il rispetto, che il successo individuale è possibile solo dentro una cornice collettiva, che la vulnerabilità può diventare risorsa se affrontata insieme.
Per questo, le città che investono nello sport investono davvero nel futuro: non solo perché migliorano la salute fisica dei giovani, ma perché costruiscono comunità più solide, capaci di resistere alle sfide della modernità e di trasformare la fragilità in energia collettiva. D’altro canto, lo sport è un linguaggio universale: è palestra di vita prima ancora che pratica agonistica. E in fondo, la partita decisiva non si gioca per alzare una coppa o segnare un gol in più: si gioca ogni giorno nei quartieri, nelle scuole, nei parchi. È la partita che trasforma i rischi in opportunità, che ridà fiducia ai ragazzi e coesione alle comunità. È una sfida che interroga la responsabilità collettiva e che misura la capacità delle città di proiettarsi oltre l’emergenza, verso una visione condivisa di futuro.
IL RUOLO DELLO SPORT PER LA RIGENERAZIONE
SOCIALE
NEI CONTESTI URBANI
Paolo Diana Luciana Taddei
Università di Salerno
CNRIRPPS
La rigenerazione sociale è un processo che mira a ricostruire legami comunitari, ridurre disuguaglianze e promuovere forme di cittadinanza attiva. Non si tratta soltanto di interventi materiali o infrastrutturali, ma di creare opportunità di partecipazione, appartenenza e benessere collettivo.
In questo quadro, lo sport rappresenta un veicolo privilegiato di rigenerazione, capace di superare differenze materiali, fisiche e sociali e costruire spazi inclusivi (Carless & Douglas, 2004; Frisby & Ponic, 2013). Grazie alla sua natura relazionale e comunitaria, lo sport è in grado di abbattere barriere economiche, culturali e simboliche, stimolando capitale sociale e coesione (Putnam, 1993; Nicholson & Hoye, 2008).
Tuttavia, questa capacità non è automatica: lo sport, infatti, spesso riflette e rafforza le stesse tensioni e disuguaglianze sociali già presenti nella società. Diversi studi hanno dimostrato che l’accesso allo sport è influenzato, ad esempio, dalla classe sociale (Bourdieu, 1995; Bairner, 2007), così come dalla disponibilità economica, che limita la partecipazione dei soggetti più svantaggiati (Gruneau, 1999). Anche la commercializzazione dello sport, con il costo elevato dei biglietti e la segmentazione degli spazi negli stadi,
contribuisce a riprodurre forme di esclusione (Collins, 2003). Etnia, disabilità, genere, età, sono altri dei fattori sociodemografici che possono diventare escludenti piuttosto che inclusivi.
Lo sport può dunque assumere un ruolo decisivo nei processi di rigenerazione sociale solo se collocato all’interno di politiche inclusive. Gli spazi sportivi, intesi come beni comuni, possono diventare luoghi di incontro, di cura e di appartenenza, contribuendo a ridare vitalità a contesti e alle popolazioni marginalizzate. In questo senso, la pratica sportiva si può potenzialmente legare alla costruzione di comunità resilienti e inclusive, ma solo a determinate condizioni (Coalter, 2002; Coalter, 2007).
Il movimento dello “sport per tutti” (Heinemann, 1990; Bifulco & Tirino, 2019) ha contribuito a spostare l’attenzione dalla dimensione agonistica e spettacolarizzata a quella ludica e relazionale, ponendo al centro il benessere delle persone e il valore sociale della pratica sportiva. Lo sport non è più quindi solo un fine di per sé, ma anche un mezzo per generare inclusione, rigenerazione e partecipazione attiva (Bailey, 2008; Porro, 2013).
Il nesso tra sport e rigenerazione sociale mostra come la pratica sportiva possa diventare una leva per
affrontare le disuguaglianze e rafforzare i legami sociali. La sua efficacia dipende però dalla capacità di attivare reti tra istituzioni, organizzazioni sportive e comunità locali, favorendo processi partecipativi e inclusivi (Elling & Claringbould, 2005; Giulianotti & Thiel, 2023).
In questa prospettiva, lo sport non è solo attività ricreativa o agonistica, ma uno strumento politico e sociale, in grado di contribuire alla giustizia sociale e alla rigenerazione dei territori. Rigenerare il sociale attraverso lo sport significa quindi non solo recuperare spazi o individui, ma costruire nuove forme di convivenza, cittadinanza e solidarietà (Labonte, 2004; Allman, 2013).
Riferimenti bibliografici
• Allman D. (2013), The Sociology of Social Inclusion, in “Sage Open”, 3(1).
• Bailey R. (2008), Youth Sport and Social Inclusion, in “Journal of Sport & Social Issues”, 32(1): 87-108.
• Bairner A. (2007), Back to Basics: Class and Sport Revisited, in “Sociology of Sport Journal”, 24(1): 2036.
• Bifulco L., Tirino M. (a cura di) (2019), Sport e scienze sociali. Fenomeni sportivi tra consumi, media e processi globali, FrancoAngeli, Milano.
• Bourdieu P. (1995), Distinction: A Social Critique of the Judgement of Taste, Harvard University Press, Cambridge.
• Carless D., Douglas K. (2004), A golf programme for people with severe and enduring mental health problems, in “Journal of Public Mental Health”, 3(4): 2639.
• Coalter F. (2002), Sport and Community Development: A Manual, Sportscotland, Edinburgh.
• Coalter F. (2007), A Wider Social Role for Sport: Who’s Keeping the Score?, Routledge, London.
• Collins M. (2003), Sport and social exclusion, Routledge, London.
• Elling A., Claringbould I. (2005), Mechanism of inclusion and exclusion in the Dutch Sports Landscape: Who can and wants to belong?, in “Sociology of Sport Journal”, 22: 498-515.
• Frisby W., Ponic P. (2013), Sport and Social Inclusion, in L. Thibault, J. Harvey (a cura di), Sport Policy in Canada, University of Ottawa Press, Ottawa.
• Giulianotti R., Thiel A. (2023), New horizons in the sociology of sport, in “Front Sports Act Living”.
• Gruneau R. (1999), Class, Sports, and Social Development, in J. Coakley, P. Donnelly (a cura di), Inside Sports, Routledge, London: 51-64.
• Heinemann K. (1990), Einfuhrung in die soziologie des sports, Hofmann-Verlag, Schorndorf.
• Labonte R. (2004), Social inclusion/exclusion: Dancing the dialectic, in “Health Promotion International”, 19: 115-121.
• Nicholson M., Hoye R. (2008), Sport and Social Capital, Elsevier, London.
• Porro N. (2013), Sport e Società, Il Mulino, Bologna.
• Putnam R. D. (1993), Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy, Princeton University Press, Princeton.
• Sibley D. (1995), Geographies of exclusion: Society and difference in the West, Routledge, London.
LA CRISI DEGLI IMPIANTI SPORTIVI ITALIANI
Le criticità del sistema italiano
Il sistema degli impianti sportivi italiani soffre di carenze e ritardi strutturali, che ne compromettono l’efficienza, l’accessibilità e la capacità di generare valore sociale.
Più della metà delle infrastrutture sono state realizzate prima del 1980, con conseguenze evidenti: obsolescenza tecnologica, inefficienza energetica, inadeguatezza degli standard di sicurezza e criticità strutturali in termini di comfort e accessibilità. Le ricadute si misurano non solo in termini economici, ma anche sociali, con una crescente esclusione delle persone con disabilità e una violazione dei principi di pari opportunità.
A questi deficit strutturali si aggiungono ostacoli di natura finanziaria e amministrativa. L’elevato costo delle opere, unito alla lentezza degli iter burocratici, che possono richiedere in media 3-4 anni prima dell’avvio dei lavori, rende difficile attuare una politica organica di riqualificazione. Il risultato è un circolo vizioso in cui alti costi gestionali, basso tasso di utilizzo e progressiva perdita di ricavi incidono negativamente sulla vitalità dell’intero sistema sportivo.
Le conseguenze impattano anche sul piano della partecipazione. Negli ultimi anni si è registrata una crescita del fenomeno del “dropout”, ovvero l’abbandono improvviso dall’attività sportiva. Gli over 60 sono la classe in cui si registra il livello più elevato
di abbandono dello sport, ma i dati negativi sulla partecipazione non risparmiamo le generazioni più giovani: il 5,9% dei ragazzi fra i 10 e 24 anni ha interrotto la pratica sportiva per la mancanza di strutture adeguate o difficilmente accessibili. Il “dropout” è più frequente nel centro-Nord rispetto al Sud, dove bisogna considerare che gli ostacoli all’attività sportiva sono maggiori. Infatti, secondo dati ISTAT, circa il 40% degli abitanti del Meridione ritiene inadeguata l’offerta di infrastrutture sportive. Ulteriori dati confermano una tendenza negativa in merito al tema del divario Nord-Sud: tra il 2019 e il 2023 il 44% dei progetti di ammodernamento degli impianti sportivi è stato realizzato nelle regioni del Nord Italia. Al contrario, il Mezzogiorno mostra ancora livelli di investimenti molto bassi.
Il gap infrastrutturale tra Italia e Europa
Investire in infrastrutture sportive moderne produce ricavi economici rilevanti. Lo dimostrano gli stadi europei di recente costruzione: nel primo anno di attività, si registra una crescita della partecipazione del 53% e un aumento dei ricavi del 104%. L’Italia si pone, però, al di sotto della media europea, generando un profondo gap tra le infrastrutture del nostro paese e quelle nord-europee: basti pensare che gli stadi inglesi hanno un’età media di 35 anni, la metà rispetto a quella degli stadi italiani.
Margherita Iuzzolino
Niccolò Terzulli
Fondazione SportCity
In merito a questo tema, bisogna considerare che gli stadi e, in generale le strutture sportive, non sono solo luoghi deputati alla pratica sportiva, ma veri e propri hub in grado di generare crescita economica e sociale, creare occupazione, attrarre flussi turistici e contribuire alla riqualifica dei quartieri circostanti. L’impatto positivo dell’ammodernamento delle infrastrutture sportive determina un miglioramento delle condizioni di salute dei cittadini, un aumento dei tassi di occupazione e di istruzione e una diminuzione dei livelli di criminalità. Si generano così una serie di benefici concreti: maggiore coesione sociale, riduzione delle disuguaglianze, incremento di progetti urbani e maggiore appetibilità di un club o di una polisportiva per gli investitori finanziari, consentendo di recuperare abbonati e tifosi occasionali e di diversificare l’uso degli spazi per attività culturali e di intrattenimento, incrementando la redditività dell’economia locale. L’emblema di questa modernizzazione è lo stadio del Tottenham Hotspur, squadra londinese di Premier League.
Stadio Flaminio: degrado e abbandono nel centro di Roma
Un luogo emblematico dello stato di trascuratezza e abbandono in cui versano molti impianti sportivi italiani è lo Stadio Flaminio di Roma. Realizzato per le Olimpiadi del 1960, pur avendo una capienza inferiore rispetto all’Olimpico, il Flaminio era il più grande impianto romano privo di pista d’atletica. Oltre a ospitare eventi sportivi, come partite di calcio e della Nazionale di Rugby, lo Stadio Flaminio è stato il luogo in cui si sono esibiti artisti del calibro di David Bowie, Michael Jackson e i Rolling Stones. Non era solo un luogo di sport, ma un centro di intrattenimento , spettacolo e cultura a servizio della comunità.
Nonostante la posizione centrale, a pochi passi da Piazza del Popolo, il Flaminio attualmente è un luogo abbandonato, in disuso. Riportare in vita lo Stadio Flaminio significherebbe offrire di nuovo alla comunità uno spazio polifunzionale per sport, eventi e cultura, promuovendo la coesione sociale.
Il rinnovamento dello stadio porterebbe anche a una riqualificazione dell’area limitrofa e un aumento
dell’occupazione. Il CONI ha, infatti, stimato che ogni nuovo impianto sportivo di grandi dimensioni può portare a un aumento della partecipazione sportiva locale del 15- 20%, mentre il Censis stima che ogni 10 milioni di euro investiti in infrastrutture sportive generano un incremento dell’occupazione di circa 120-150 posti di lavoro temporanei e 20-30 permanenti. La riconversione strutturale includerebbe anche interventi su viabilità e mobilità sostenibile, con percorsi pedonali, piste ciclabili e collegamenti con mezzi pubblici. Il recupero del Flaminio rappresenterebbe, quindi, un’opportunità concreta di rigenerazione urbana per la Capitale.
Una strategia per il rilancio degli impianti sportivi Per un vero rinnovamento del sistema degli impianti sportivi, non basta costruire nuovi stadi o aumentare i livelli di manutenzione. È necessario, prima, avere in mente una strategia efficace che coniughi sostenibilità economica, innovazione e valore sociale.
Dato l’elevato costo delle opere e la lentezza degli iter amministrativi, occorre ripensare a un modello di investimento che superi la dipendenza dai contributi pubblici e renda possibile l’avvio di progetti in tempi certi e sostenibili. In questa prospettiva, le infrastrutture adibite allo sport devono essere considerate come veri motori di rigenerazione urbana, capaci di migliorare la qualità della vita delle comunità nei territori.
Bibliografia
Bollettino del Centro di Studi per la Storia dell’Architettura. Casa dei Crescenzi, Roma. Lo Stadio Flaminio come nodo di relazioni urbane complesse, a cura di Piero Ostilio Rossi.
ICSC – Istituto per il credito sportivo e culturale. Quaderno n. 3. Nota di finanza: Investimenti in infrastrutture sportive. Sbloccare il potenziale inespresso. Roma, 2025
ISTAT. Rapporto annuale 2025. La situazione del Paese. Roma: Istituto Nazionale di Statistica, 2025.
IL CALCIO CAMMINATO. ANZIANI, SALUTE E CONTRASTO ALL’ISOLAMENTO SOCIALE
L’invecchiamento è un fenomeno con profonde implicazioni per tutte le società. Con l’aumento della longevità e la diminuzione dei tassi di natalità, la percentuale di anziani è sempre più in crescita e richiede interventi e strategie che tengano conto di questa tendenza demografica, allo scopo di migliorare il tenore di vita della popolazione anziana e orientare in modo efficace la spesa pubblica.
La fase della vita caratterizzata dall’invecchiamento, spesso, è associata a un deterioramento delle funzioni vitali. Le difficoltà a svolgere le normali occupazioni quotidiane, conseguenza di una degenerazione dello stato fisico e della perdita di capacità intellettive, rendono l’anziano più vulnerabile e fragile. Il soggetto viene così indotto a rinchiudersi in forme di autoisolamento e non partecipazione alle attività sociali che il territorio può proporre. Su questo progressivo deterioramento incide, tra le altre cose, l’inattività, che agisce negativamente sulla salute fisica e mentale dell’anziano.
Oltre la vulnerabilità
Il contrasto alla vulnerabilità rappresenta una delle sfide sociali e culturali più importanti della contemporaneità. Per creare strategie favorevoli allo sviluppo socio-cognitivo dell’anziano è utile promuovere occasioni di benessere, tanto personale quanto sociale.
Questa visione riconosce che la vecchiaia è un processo che accomuna tutta la popolazione e che gli anziani possono continuare a godere di una vita appagante.
In relazione all’importanza di uno stile di vita corretto in funzione di una buona salute, l’attività fisica è considerata uno strumento per accrescere l’integrità psico-fisica, la proattività e la partecipazione sociale. Questo strumento può trasformare la percezione ostile che in molte società si ha dell’invecchiamento: il potenziamento delle risorse personali, e la valorizzazione dell’anziano, rappresentano un’opportunità di abbattimento delle discriminazioni, con l’obiettivo di incentivare i processi inclusivi e gli scambi di conoscenze intergenerazionali.
Il calcio camminato: inclusione e benessere
Tra le best practices in materia di movimento fisico e salute rientra il calcio camminato (walking football), i cui princìpi cardine sono la creazione di un network sociale, la sicurezza e il fair-play. Il gioco si basa su alcune semplici regole: divieto di correre e di contatto fisico, proibizione dei colpi di testa, assenza di fuorigioco, punizioni indirette, limite di altezza del pallone (non oltre la traversa). Da un punto di vista medico, il calcio camminato può migliorare la salute cardiovascolare, ridurre i rischi di diabete, accrescere la
Luca Benvenga UniPegaso
forza muscolare e le capacità cognitive dei partecipanti. Sul piano sociale, invece, il calcio camminato contrasta la solitudine, rafforza le motivazioni personali, l’autostima e l’appartenenza comunitaria, agevolando anche una riduzione dei costi sanitari per il SSN.
Il calcio camminato, la cui invenzione è riconducibile a John Croot, dirigente del Chesterfield Football Club, una squadra della terza serie inglese, raccoglie una varietà di esperienze comunitarie, connotandosi sia come attività ricreativa sia come competizione ufficiale. L’Inghilterra, con il coinvolgimento dei club professionistici e della Football Association, organizza tornei di calcio camminato, riconoscendo premi speciali per il player of the day e creando gruppi WhatsApp per favorire i processi di socializzazione; Repubblica Ceca e Malta promuovono questa attività con progetti sostenuti dai fondi UEFA; in Francia, la FFF promuove il calcio camminato come attività di svago, fornendo materiali ai club, programmi di formazione e una licenza “salute” per le persone anziane, che consente la pratica ricreativa senza certificato medico; in Portogallo, invece, attraverso il calcio camminato si sostengono programmi di riabilitazione per pazienti diabetici o oncologici, etc.
In Italia, il calcio camminato ha una sua spina dorsale. Tuttavia, le esperienze sono in gran parte locali e frammentate (supportate, più delle volte, dall’UISP), a testimonianza dell’assenza di una centralizzazione del progetto che restituisca una sistematicità strategica. A dicembre del 2024, l’AIAC (Associazione Italiana Allenatori di Calcio) e il DCPS (Divisione di Calcio Paralimpico e Sperimentale), in collaborazione con la UEFA, hanno realizzato il primo convegno internazionale sul Walking Football, che ha visto, tra gli altri, gli interventi istituzionali di Gabriele Gravina (FIGC) e Renzo Ulivieri (AIAC).
Tra il 2024 e il 2025, in Toscana, si è svolta la prima edizione del calcio camminato sotto il controllo proprio della FIGC e della Lega Dilettanti. A marzo
del 2025, invece, l’Italia ha ospitato la prima edizione della Walking Football Nations Cup, con otto nazioni partecipanti e diverse categorie di gioco.
Tra i promotori del calcio camminato troviamo proprio l’ex allenatore di calcio Renzo Ulivieri, attuale Presidente dell’AIAC e direttore della scuola allenatori FIGC. Il calcio camminato, nell’idea del Presidente Renzo Ulivieri, ha lo scopo di fidelizzare all’esercizio fisico chi vive una condizione limitante, in modo particolare gli anziani — uomini e donne. In questa maniera, le occasioni di incontro che il calcio camminato propone sono sia a fondamento dello sviluppo di un network partecipativo, il cui fine è il coinvolgimento di fasce di popolazione vulnerabile ed esposte a privazione, sia a favore di un miglioramento delle loro condizioni psichiche e fisiche.
Conclusioni
In conclusione, nel mondo occidentale, la crescita della speranza di vita porta con sé, inevitabilmente, una serie di riflessioni. Questo aumento è dovuto a una maggiore aspettativa di vita media e all’incremento delle condizioni sanitarie, entrambe dovute ai progressi in ambito medico e alla ricerca scientifica. Dal canto loro, l’attività fisica è un volano per il processo di ottimizzazione delle condizioni di salute degli anziani, dal momento che possono contenere le fasi di cronicizzazione della vita in luogo di una crescita della qualità di vita in età anziana.
In sintesi, il calcio camminato apre uno spazio operativo che guarda alla messa a punto di interventi e strategie efficaci, che trovano apporto e supporto nei sistemi di welfare misti e nella creazione di comunità territoriali.
I PROGETTI
SUSCEPTIBILITY TO INFECTIOUS DISEASES IN OBESITY: AN ENDOCRINE TRANSLATIONAL SOCIOLOGIC EVALUATION (SIDERALE)
DI Annamaria Colao, Cattedra Unesco per l’Educazione alla Salute e allo Sviluppo Sostenibile. Università Federico II di Napoli
Dirigente Medico di Endocrinologia AOU Federico II di Napoli
PhD student in Food Health & Longevity, Università del Piemonte Orientale, Dipartimento di Scienze della Salute
Il progetto SIDERALE, finanziato dal bando PRIN 2020 e della durata di 36 mesi, ha esplorato il legame tra obesità e suscettibilità alle malattie infettive, integrando approcci endocrinologici, cronobiologici, immunologici e sociologici.
Lo studio è nato dall’urgenza di comprendere come l’obesità, una delle principali sfide sanitarie globali, possa influenzare la deregolazione del sistema immunitario, aumentando la vulnerabilità alle infezioni in questa specifica coorte di soggetti.
L’obesità è infatti una patologia cronica complessa che comporta un aumento significativo del rischio di sviluppare malattie infettive. Tra i principali fattori che contribuiscono a questa vulnerabilità vi sono l’infiammazione cronica di basso grado, l’eccesso di peso corporeo e uno squilibrio del sistema immunitario, che nei pazienti obesi si traduce spesso in una risposta subottimale alla vaccinazione.
Questa condizione è inoltre associata alla cosiddetta cronodistruzione, ovvero alla deregolazione dei ritmi circadiani centrali e periferici, con conseguente deterioramento del metabolismo. Gli orari in cui si mangia e si dorme giocano un ruolo fondamentale nella sincronizzazione dell’orologio biologico umano, e numerosi studi suggeriscono che la dieta possa contribuire a rimodulare questi ritmi. In particolare, la dieta mediterranea (MD) agisce sulla componente
Ricercatrice in Tenure Track)
Dipartimento di Promozione delle Scienze Umane e della Qualità della Vita, San Raffaele Roma
nutrizionale, mentre la dieta chetogenica (KD) sembra influenzare l’espressione dei geni clock periferici. Anche l’assunzione di melatonina, nota per i suoi effetti positivi sulla qualità del sonno, è considerata un ulteriore regolatore dei ritmi circadiani.
Recenti ricerche hanno inoltre evidenziato nuove connessioni tra il microbioma e una vasta gamma di patologie umane. In questo contesto, le lipodistrofie, caratterizzate da una carenza di tessuto adiposo in assenza di deprivazione nutrizionale o di uno stato catabolico, rappresentano l’estremo opposto dell’obesità. Tuttavia, la loro morbilità e mortalità in relazione alle infezioni rimane ancora poco conosciuta e merita ulteriori approfondimenti.
Lo studio pilota SIDERALE, frutto della collaborazione tra quattro unità specializzate nel trattamento dell’obesità e/o della lipodistrofia e una unità dedicata all’analisi degli aspetti sociologici e psicologici dei pazienti coinvolti, ha prodotto nuove evidenze sulla regolazione della suscettibilità alle infezioni. Attraverso un approccio integrato, lo studio ha analizzato il crosstalk tra sistema endocrino, cronobiologia, microbiota e determinanti ambientali, contribuendo a una comprensione più profonda dei meccanismi che, nell’obesità, influenzano la risposta immunitaria e il rischio infettivo. Parallelamente, sono stati condotti studi da parte delle altre unità.
Chiara Graziadio
Sabrina Tini
Michela Cavagnuolo
• L’Unità 1 (centro coordinatore) del progetto, diretta dalla Prof.ssa Annamaria Colao dell’ Università Federico II di Napoli, Principal Investigator dell’interno progetto, si è occupata del reclutamento e dello studio di pazienti affetti da obesità di I grado con i seguenti endpoints: suscettibilità dei pazienti obesi alle infezioni, ovvero lo studio degli effetti di un regime personalizzato di MD integrata con melatonina sugli eventi infettivi, attraverso la valutazione del: 1) numero di eventi infettivi; sierologia per i principali virus e tubercolosi; 2) ritmo dei geni clock e l’espressione dei TLRs nelle cellule immunitarie dei pazienti al basale, a 12 e 24 settimane di trattamento. Infine, il ritmo dei geni clock e dei TLRs è stato valutato in vitro su cellule adipocitarie, con e senza melatonina insieme alla modulazione di diversi signalling intracellulari in acrofase e batifase di BMAL1.
• L’Unità 2, guidata del Prof. Gnessi dell’ Università di Roma La Sapienza, ha dosato i livelli di SIRT-1 in tutti i pazienti dello studio e ha condotto parallelamente uno studio clinico proponendo un modello sperimentale che usa la risposta a un vaccino come proxy della competenza immunitaria nei soggetti con obesità. In particolare, si è ipotizzato che un intervento nutrizionale a rapida efficacia come la KD potesse modulare positivamente la risposta immunitaria adattativa alla vaccinazione.
• L’Unità 3, diretta dal Prof. Giovanni Ceccarini dell’ Università di Pisa, ha invece svolto le seguenti attività: 1) dosaggio di leptina, adiponectina, IGFPB-2 nei pazienti dello studio; 2) indagine retrospettiva per lo studio della prevalenza di siero-positività contro i principali agenti virali potenzialmente associati allo sviluppo di forme acquisite di lipodistrofia per un eventuale ruolo nella patogenesi di malattia; 3) analisi epidemiologica per verificare se le infezioni (in particolare quella da SARS-CoV-2) rappresentino un fattore di morbilità e mortalità nei pazienti affetti da lipodistrofia.
• L’Unità 4, supervisionata dalla Prof.ssa Flavia Prodam dell’Università del Piemonte Orientale, ha contribuito al progetto sia reclutando e studiando pazienti obesi affetti da diabete di tipo 2 (T2DM) con gli endpoints dell’Unità1 sia conducendo uno studio osservazionale parallelo (clinicaltrial.gov NCT05975541) con l’obiettivo di investigare i cambiamenti a livello della signature del microbiota intestinale e orale in rela-
zione ai marker biochimici e immunitari, in soggetti affetti da obesità e T2DM, in presenza di infezioni croniche. Lo studio specifico ha indagato il comportamento alimentare dei soggetti arruolati così da esplorare associazioni con la composizione del microbiota e la presenza di infezioni persistenti.
• L’Unità 5, diretta dalla Prof.ssa Francesca Romana Lenzi dell’ Università di Roma “Foro Italico”, che coordina la sezione sociologica del progetto, ha perseguito 4 obiettivi: 1) ha identificato e analizzato i fattori legati alla multidimensionalità della qualità della vita nelle aree territoriali (Novara, Napoli, Roma, Pisa), con attenzione alle differenze socio-territoriali; 2) ha progettato e implementato una survey per la raccolta di dati primari relativi allo stile di vita dei pazienti (abitudini alimentari, percezione della qualità della vita, attività fisica, fiducia nei sistemi esperti), nonché a variabili socio-demografiche e contestuali (livello di istruzione, reddito, area di residenza); 3) ha realizzato un approfondimento qualitativo tramite interviste su un sottogruppo di pazienti. 4) ha costruito un modello di analisi statistica integrata, che ha combinato dati clinici e sociali, con l’obiettivo di individuare i determinanti sociali della suscettibilità alle infezioni nei pazienti obesi.
Una visione integrata della salute
Alla luce di quanto esposto, è importante sottolineare che il progetto SIDERALE non si è limitato a studiare l’obesità come condizione biologica e metabolica, ma come un determinante di rischio per lo sviluppo di patologie correlate e come un fattore ad alto impatto sociale.
Le condizioni urbane, il contesto familiare, le abitudini quotidiane e le credenze culturali influenzano profondamente la salute e la risposta immunitaria. In questo senso, il progetto ha contribuito a rafforzare il dialogo tra medicina e scienze sociali, con l’obiettivo di comprendere come questi fattori interagiscano e concorrano ad aumentare la vulnerabilità alle infezioni nei soggetti affetti da obesità.
Attraverso un approccio integrato, innovativo e multidisciplinare, che unisce l’ambito clinico a strumenti di indagine sociologica, SIDERALE ha promosso nuove conoscenze utili a migliorare la prevenzione, la cura e la qualità della vita delle persone con obesità, contribuendo a una visione della salute più umana, completa e consapevole.
DIETARY FRUCTOSE: A METABOLIC SWITCH IN PAEDIATRIC OBESITY-RELATED DISEASES. IDENTIFICATION OF NUTRITIONAL, BIOLOGICAL, OMICS, AND SOCIAL DETERMINANT
Flavia Prodam, Michela Cavagnuolo,
Maria Felicia Faienza Jessica Baima Valentina Antoniotti Donatella Mentino Ricercatrice RTDB, Dipartimento di Bioscienze, Biotecnologie e Ambiente, Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Bari
Professore Associato di Pediatria, Dipartimento di Medicina di Precisione e Rigenerativa e Area Jonica, Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Bari
PhD student Dipartimento di Scienze della Salute Università del Piemonte Orientale, Novara
Il progetto, finanziato dalla Fondazione Cariplo e articolato su un periodo di 24 mesi, ha avuto come finalità l’analisi del fruttosio quale determinante metabolico nello sviluppo di patologie correlate all’obesità in età pediatrica.
L’obiettivo principale dello studio è stato quello di approfondire gli effetti dell’eccessivo consumo di fruttosio sulla salute epatica e ossea di bambini e adolescenti, mediante l’integrazione di metodologie nutrizionali, biologiche, omiche e sociologiche.
L’aumento della prevalenza dell’obesità infantile è stato identificato come una criticità sanitaria di rilevanza globale, esacerbata da comportamenti alimentari inadeguati, disparità socio-economiche e limitata alfabetizzazione nutrizionale. In Italia, i dati epidemiologici hanno evidenziato una significativa incidenza di sovrappeso e obesità già in età scolare. In tale contesto, il fruttosio, largamente presente negli alimenti ultra-processati, è emerso come possibile fattore eziologico nella genesi della steatosi epatica non alcolica (MAFLD), dell’osteoporosi e di ulteriori comorbidità.
In relazione a ciò, l’obiettivo generale del progetto è stato quello di valutare il contributo del fruttosio nei meccanismi patogenetici associati alla MAFLD e al
PhD.Dipartimento di MedicinaTraslazionale, Università del Piemonte Orientale, Novara
deterioramento della salute ossea, esaminando contestualmente i determinanti sociali che favoriscono un’elevata assunzione di tale zucchero. L’indagine si è focalizzata su soggetti in età prescolare e adolescenziale affetti da obesità, con l’intento di identificare una firma omica potenzialmente utilizzabile come biomarcatore clinico. L’approccio traslazionale è stato completato da studi in vitro e da modelli animali.
Lo studio si è articolato in quattro fasi. Le prime due sono state dedicate agli studi clinici, con l’analisi dell’assunzione di fruttosio e della sua correlazione con la steatosi epatica non alcolica (MAFLD), la salute ossea e altre comorbidità, mediante l’impiego di tecniche cliniche e omiche su campioni biologici prelevati dai pazienti.
La terza fase ha approfondito gli effetti di una dieta ricca di fruttosio in modelli animali giovani affetti da obesità, valutando lo sviluppo della MAFLD, lo stato della struttura ossea e il ruolo dell’infiammazione e dell’immunità.
Infine, la quarta fase ha riguardato l’analisi dei determinanti sociali associati all’elevata assunzione di fruttosio e lo sviluppo di strategie comunicative efficaci volte a promuovere comportamenti alimentari
salutari all’interno della società civile. Il progetto si è avvalso della collaborazione di tre unità principali: • Unità 1 – Università del Piemonte Orientale (Novara): Coordinata dalla Prof.ssa Flavia Prodam, ha condotto gli studi clinici e biologici, con particolare attenzione alla raccolta e all’analisi dei campioni, alla valutazione della steatosi epatica non alcolica (MAFLD) e allo stato di salute ossea nei pazienti pediatrici. Le attività di ricerca si sono svolte presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Maggiore della Carità di Novara, all’interno dell’Ambulatorio di Endocrinologia Pediatrica. L’unità ha curato l’arruolamento di 40 pazienti e 10 soggetti di controllo, sottoposti a valutazioni antropometriche, prelievi ematici per analisi biochimiche, raccolta di campioni fecali per lo studio del microbiota e indagini ecografiche finalizzate alla diagnosi e classificazione della MAFLD. Sono stati inoltre somministrati questionari alimentari (frequenza alimentare e aderenza alla dieta mediterranea), con un focus specifico sul consumo di alimenti contenenti fruttosio, e questionari sociologici rivolti ai pazienti e alle loro famiglie, successivamente analizzati dall’Unità 3. Presso questa sede, mediante l’utilizzo di software dietetici dedicati, è stata effettuata l’estrapolazione del quantitativo di fruttosio assunto dai pazienti arruolati sia a Novara (Unità 1) sia a Bari (Unità 2).
• Unità 2 – Azienda Ospedaliera Universitaria Consorziale Policlinico di Bari: Coordinata dalla Prof.ssa Maria Felicia Faienza, ha gestito lo studio clinico e l’arruolamento dei pazienti, contribuendo all’identificazione dei biomarcatori ossei e alla valutazione delle comorbidità associate. Le attività di ricerca si sono svolte presso la UOS di Endocrinologia e Malattie Rare Endocrine “B. Trambusti”, afferente all’Azienda Ospedaliera Universitaria Consorziale Policlinico Giovanni XXIII di Bari. Lo studio ha previsto la valutazione dell’incidenza della steatosi epatica e delle alterazioni del metabolismo osseo in bambini obesi di età compresa tra 3 e 6 anni (20 pazienti), in adolescenti obesi tra 12 e 16 anni (20 pazienti), e in 10 soggetti di controllo. Le indagini sono state condotte mediante valutazioni clinico-auxologiche, analisi biochimiche, ultrasonografia ossea quantitativa (QUS) ed ecografia addominale. Le valutazioni cliniche sono state integrate dalla somministrazione di questionari alimentari, finalizzati all’analisi delle abitudini nutrizionali, e di questionari sociologici, successivamente analizzati dall’Unità 3. In particolare, la sede di Bari ha sviluppato un questionario specifico sul fruttosio, volto a
raccogliere informazioni sui modelli di consumo di zuccheri nella dieta. Tale strumento ha consentito di valutare l’assunzione di fruttosio e di altri zuccheri attraverso il consumo di bevande, dolci e alimenti processati, analizzando la frequenza e le quantità di consumo per delineare le abitudini alimentari individuali.
• Unità 3 – Università di Roma “Foro Italico”: Coordinata dalla Prof.ssa Francesca Romana Lenzi, ha condotto l’analisi sociologica del progetto, focalizzandosi sui determinanti sociali e culturali associati al consumo di fruttosio. L’unità ha sviluppato strumenti di comunicazione e strategie educative rivolte sia alla popolazione generale sia agli stakeholder, con l’obiettivo di promuovere comportamenti alimentari più salutari. Attraverso analisi statistiche, sono stati identificati i principali determinanti sociali e culturali correlati all’elevata assunzione di fruttosio. Inoltre, l’unità ha analizzato i dati generali relativi alla salute urbana, confrontandoli con quelli specifici delle due coorti coinvolte nel progetto (Nord e Sud Italia), al fine di delineare i fattori che influenzano gli interventi sullo stile di vita e di metterli in relazione con i risultati biologici emersi dalle altre unità. Questo approccio ha fornito un quadro traslazionale utile sia agli esperti del settore sia alla società civile, contribuendo alla definizione di interventi mirati per la modifica delle abitudini alimentari non salutari. L’Unità 3 è stata inoltre responsabile delle attività di divulgazione e disseminazione, elaborando contenuti comunicativi ad hoc, accessibili e comprensibili per il pubblico generale, con l’intento di orientare l’educazione alimentare verso modelli più equilibrati. L’impatto su stakeholder e decisori ha avuto il potenziale di favorire ulteriori cambiamenti strutturali volti alla promozione di un’alimentazione sana.
In sintesi, il progetto ha considerato l’obesità pediatrica non esclusivamente come una condizione clinica, ma come un fenomeno complesso, influenzato da molteplici fattori sociali e culturali. Le abitudini alimentari, l’accesso a cibi sani, il livello di istruzione e il contesto socio-economico sono stati riconosciuti come elementi determinanti nella definizione dello stato di salute dei bambini.
Attraverso un approccio multidisciplinare, il progetto ha mirato a generare una visione integrata della salute, rafforzando le conoscenze scientifiche della cittadinanza e affinando gli strumenti comunicativi volti a sensibilizzare famiglie, scuole e istituzioni sull’importanza di una dieta equilibrata e sulla necessità di ridurre il consumo di fruttosio.
CASI DI STUDIO
PARKOUR ED EDUCATIVA DI STRADA: IL MOVIMENTO COME SCUOLA DI VITA
ADD Roma – l’Art du deplacement per la rigenerazione sociale delle periferie metropolitane
Fabio Saraceni Presidente ADD
Abstract
Il parkour, nato come pratica urbana spontanea, si configura oggi come disciplina psicomotoria con importanti ricadute educative. L’articolo analizza il valore del parkour nei progetti di educativa di strada, sottolineando come questa pratica, accessibile e non competitiva, favorisca consapevolezza corporea, resilienza e responsabilità sociale. Attraverso la sua natura inclusiva e creativa, il parkour diventa strumento per contrastare il fenomeno del dropout sportivo, promuovere la solidarietà tra pari e offrire modelli comportamentali alternativi in contesti di degrado. Il riferimento alla teoria dei “vetri rotti” di Wilson e Kelling consente di leggere il parkour anche come azione simbolica di riappropriazione e cura degli spazi urbani. Si conclude evidenziando come il parkour possa costituire una vera “scuola di vita”, capace di unire corpo e mente, gioco e disciplina, individualità e comunità.
Introduzione
Quando pensiamo al parkour, molti immaginano giovani che saltano da un muro all’altro, scorrono sotto ringhiere e si arrampicano su palazzi. In realtà, dietro a questa disciplina c’è molto di più di un semplice spettacolo urbano: il parkour è una disciplina psicomotoria che, se inserita nell’educativa di strada, diventa un potente strumento di crescita personale e
sociale.
Uno dei suoi punti di forza è l’accessibilità. A differenza di altri sport, il parkour non richiede attrezzature costose né un abbigliamento specifico: la palestra è la città stessa. Muri, panchine, corrimani e scale diventano ostacoli per esplorare la propria creatività e capacità motoria. Questo lo rende prezioso per i progetti educativi di strada, dove le risorse sono spesso limitate e la creatività diventa la vera ricchezza.
Il parkour non è soltanto libertà di movimento. È soprattutto una disciplina non competitiva che mette al centro la sfida con sé stessi, non con gli altri. Questa caratteristica lo rende attraente per i giovani, che vi trovano non solo un’attività fisica coinvolgente ma anche uno spazio di espressione autentica, lontana da giudizi e classifiche. Un aspetto importante se consideriamo il fenomeno del dropout sportivo, che porta molti ragazzi ad abbandonare le discipline tradizionali nel passaggio all’agonismo, a causa della pressione competitiva intra ed extra gruppo di allenamento.
Parkour e sviluppo umano
Il parkour intercetta una predisposizione naturale dell’essere umano: il gioco motorio. Come i cuccioli di tutti i mammiferi, anche i bambini imparano correndo, saltando, arrampicandosi, sperimentando e
spesso sbagliando. Creare un ambiente protetto in cui sia possibile sbagliare senza subire gravi infortuni né il peso del giudizio significa offrire un contesto fertile per la crescita.
Proseguire questo allenamento spontaneo nell’adolescenza e nell’età adulta consente di sviluppare competenze motorie, capacità di adattamento e consapevolezza corporea, ma anche abilità nel valutare e gestire rischi, riconoscere le proprie emozioni e imparare a regolarle.
Praticare parkour significa imparare a programmare i propri movimenti nello spazio, adattarsi agli imprevisti, pianificare strategie a breve, medio e lungo termine per riuscire a migliorarsi. Il praticante deve studiare se stesso e il contesto, valutare rischi e possibilità, allenarsi a prendere decisioni. Competenze che rimangono utili per tutta la vita.
Aspetti valoriali
Nell’educativa di strada, il parkour può diventare una chiave di accesso per la trasmissione di valori. La consapevolezza è la prima lezione: ogni salto richiede attenzione, ogni atterraggio va pensato. Non si tratta solo di eseguire gesti tecnici, ma di allenarsi a riconoscere i propri limiti, a spingerli gradualmente più in là attraverso lo studio e la costanza, a costruire fiducia in sé stessi grazie alla consapevolezza.
Il parkour insegna responsabilità: se sbagli, non puoi dare la colpa a un arbitro o a un compagno, ma impari ad affrontare le conseguenze delle tue scelte. Allo stesso tempo insegna solidarietà: chi è più esperto aiuta i principianti, chi conosce un movimento lo mostra, trasformando ogni allenamento in un piccolo laboratorio sociale.
In contesti segnati dal degrado, i modelli dominanti si fondano spesso sulla forza come unico valore. Introdurre alternative significa ampliare il ventaglio delle scelte quotidiane: si può essere ascoltati non alzando la voce ma parlando con chiarezza; si può essere accettati non imponendosi ma aiutando chi è in difficoltà.
La teoria criminologica dei “vetri rotti” di Wilson e Kelling, che descrive come il degrado urbano generi ulteriore degrado, offre l’occasione per una rilettura in chiave positiva: la teoria dei “vetri riparati”. Quando la popolazione si prende cura degli spazi, genera un esempio virtuoso che può ispirare altri. Il parkour diventa così uno strumento per riattivare luoghi abbandonati o segnati da criminalità: molte piazze usate per lo spaccio rivivono, almeno temporaneamente, grazie all’allenamento di bambini e ragazzi. Non si tratta di “liberare la città dal crimine”, ma di rivendicare il diritto dei giovani al gioco e all’uso legittimo degli spazi pubblici.
Conclusioni
In un mondo che spesso etichetta i ragazzi come “distratti” o “pigri”, sempre più distanti dai registri comunicativi degli adulti, il parkour offre un linguaggio alternativo per trasmettere concetti fondamentali di crescita personale e cittadinanza attiva: responsabilità, coraggio e libertà. È un’attività che unisce corpo e mente, gioco e disciplina, individualità e comunità.
Portare il parkour nell’educativa di strada significa offrire ai giovani non solo un’attività fisica, ma una vera scuola di vita: uno spazio in cui allenare corpo, mente e valori, imparare a cadere senza paura o vergogna e rialzarsi con maggiore consapevolezza.
Forse il salto più grande che il parkour ci invita a compiere non è da un muretto a un corrimano, ma da una visione limitata dello sport a un’idea più ampia di educazione, crescita e libertà.
Bibliografia
• Angelini, M. (2016). Parkour e educazione non formale: corpo, città e comunità. Aracne.
• Belle, D. (2011). Parkour: Philosophy and practice. Parkour Generations.
• Calefato, A. (2017). Il parkour nell’età evolutiva. Non Solo Fitness.
• Pennella, A. (2025). Salto dunque sono. Mimesis.
Teorie e prospettive
• Saraceni, F. (2024). A Trip to Gaza Strip. Amazon.
• Saville, S. J. (2008). Playing with fear: Parkour and the mobility of emotion. Social & Cultural Geography, 9(8), 891–914. https://doi.org/10.1080/14649360802441440
• Wilson, J. Q., & Kelling, G. L. (1982). Broken windows: The police and neighborhood safety. The Atlantic Monthly, 249(3), 29–38.
IL PATIENT JOURNEY: UNO STRUMENTO PER COMPRENDERE E MIGLIORARE L’ASSISTENZA SANITARIA
OSPEDALE DI SAN GENNARO – il patient journey e la valutazione realista nel rione Sanità di Napoli
Negli ultimi anni è andata progressivamente affermandosi la consapevolezza che l’esperienza di malattia non si esaurisce nell’atto clinico della diagnosi, e del successivo trattamento. Essa, infatti, si articola in un percorso complesso che coinvolge il paziente sotto molteplici dimensioni: sociale, culturale, fisica, emotiva, e burocratica. Pertanto, è emersa con forza la necessità di strumenti in grado di restituire tale complessità nell’analisi, col fine di offrire strumenti utili di valutazione dell’esperienza individuale del paziente non solo nella gestione della malattia, ma anche nel rapporto con l’amministrazione pubblica e i servizi sociosanitari. Il patient journey, riesce a rispondere efficacemente a tali bisogni, rappresentando uno strumento sempre più rilevante per analizzare le criticità nell’accesso ai servizi sanitari e sociosanitari e per individuare possibili soluzioni volte a migliorarne l’efficacia e l’equità.
L’osservazione del patient journey consente di cogliere i bisogni, talvolta espliciti, talvolta latenti, che emergono durante le diverse fasi della malattia. Si tratta di un approccio multidimensionale, che mira non soltanto a comprendere il vissuto del paziente, ma anche a fornire ai decisori istituzionali e agli operatori sanitari un quadro utile alla progettazione di interventi più rispondenti alla realtà, individuando possibili criticità nell’erogazione del servizio.
Facendo tesoro della vasta letteratura scientifica in questa materia, è stato possibile formulare un modello di patient journey che verrà esposto di seguito.
Il modello si divide in cinque fasi:
• Prediagnosi: riguarda il periodo in cui si manifestano segnali o disturbi non ancora interpretati come sintomi medici. Le rappresentazioni sociali e culturali influenzano in modo significativo la percezione di questa fase.
• Diagnosi: non si riduce all’attribuzione di un nome alla malattia, ma costituisce un processo complesso che implica comunicazione, fiducia e costruzione sociale del significato della patologia. La diagnosi, insomma, entra in dialogo con i fattori sociali e culturali propri del soggetto ricevente e che sulla base di questi viene rielaborata e, quindi, affrontata.
• Trattamento: la scelta terapeutica non è mai un atto unilaterale che parte dall’iniziativa del medico e che il paziente subisce in modo passivo, ma essa costituisce più un processo negoziale tra medico e paziente, nella quale entrano in gioco obiettivi di vita, effetti collaterali, oneri burocratici ed economici.
• Risoluzione o convivenza: alcune condizioni si risolvono, altre richiedono una gestione cronica. Tale fase è cruciale poiché talvolta vede l’abbandono da parte del paziente o la scelta di affidarsi a cure alternative. È pertanto a questa fase che il patient journey deve prestare particolare attenzione, con l’obiettivo di individuare cosa ha portato alla rottura rispetto alla terapia.
Francesco Calicchia
Gianluca Vaccaro Università degli Studi di Roma “Foro Italico” Asp Catania Methodological Advisor Bhave
• Autovalutazione: tale fase non va intesa in senso cronologico, e quindi successiva alle precedenti. Il paziente rielabora costantemente la propria condizione di salute, ridefinendo i confini tra benessere e malattia e modificando la percezione del proprio stato nel tempo.
Dimensioni trasversali
Tali fasi vengono attraversate in modo trasversale da queste cinque dimensioni di analisi che durante l’intero percorso:
Sociale, relativa al ruolo della famiglia, delle reti di sostegno e ad eventuali fenomeni di stigmatizzazione. Psicologica, che riguarda l’elaborazione emotiva e il benessere mentale del paziente e dei caregiver. Culturale, connessa all’attribuzione di significato e di elaborazione della condizione di malato e del proprio corpo e alla possibile adozione di pratiche di cura alternative. Politico-istituzionale, che riflette il livello di riconoscimento e tutela normativa, le differenze regionali e le politiche pubbliche. Ed infine, Amministrativa e burocratica, che comprende le liste d’attesa, le procedure per l’accesso alle esenzioni e la gestione dei piani terapeutici.
L’analisi integrata di fasi e dimensioni restituisce così un quadro multilivello del vissuto di cura.
Il caso San Gennaro: applicazione del patient journey e della valutazione realista
Lo studio sull'Ospedale San Gennaro, inserito nel più ampio quadro della rigenerazione urbana e sanitaria del Rione Sanità, si fonda su un disegno di ricerca qualitativo ispirato ai principi della valutazione realista (Pawson & Tilley, 1997). Tale approccio consente di esplorare non solo se un intervento “funziona”, ma come, per chi e in quali contesti esso produce determinati esiti. La valutazione realista assume che le politiche pubbliche e le innovazioni sanitarie non generino effetti in modo lineare, ma attraverso l’interazione dinamica tra contesti, meccanismi e outcomes (CMO configuration). Applicata al caso del San Gennaro, essa ha permesso di comprendere come la memoria del luogo e la sua rinnovata funzione di presidio comunitario abbiano agito come meccanismi di riattivazione del capitale sociale e di rafforzamento delle reti di prossimità, trasformando l’ex ospedale in un laboratorio di cura e cittadinanza.All’interno di questo impianto metodologico, il patient journey è stato utilizzato come dispositivo narrativo e analitico capace di restituire la complessità delle esperienze vissute dai cittadini e dagli operatori nei diversi momenti di contatto con i servizi. L’uso del journey ha consentito di mappare i passaggi critici tra bisogni, aspettative, interazioni e barriere organizzative, integrando dimensioni sociali,
culturali e istituzionali. Tale strumento, combinato alla prospettiva realista, ha reso possibile collegare le evidenze empiriche a un quadro teorico interpretativo fondato sulle teorie della critical realism evaluation (Bhaskar, 1986; Pawson, 2002) e della realist synthesis (Pawson et al., 2005), che mirano a spiegare i nessi causali sottostanti i fenomeni sociali piuttosto che limitarsi a descriverne la superficie. Ne emerge un modello di analisi che integra valutazione e progettazione, in cui i percorsi di salute e i luoghi della cura si configurano come sistemi aperti e adattivi, nei quali il valore della memoria, della partecipazione e della relazione diventa parte stessa del meccanismo di cambiamento.
Due casi di studio
L’utilità di questo approccio emerge chiaramente da alcune esperienze concrete. Il primo caso riguarda Rosaria, una donna di 76 anni, malata cronica. Nel tentativo di modificare una terapia che le causava gravi effetti collaterali, si è scontrata con liste d’attesa chiuse, disorganizzazione amministrativa e appuntamenti mancati. Alla fine, ha dovuto ricorrere a una visita a pagamento. La sua vicenda mostra come i livelli micro (comportamenti individuali degli operatori), meso (organizzazione ospedaliera) e macro (scelte politiche) interagiscano negativamente, compromettendo l’accesso alle cure e causando ulteriore stress.
Un secondo esempio riguarda i pazienti con disturbo depressivo maggiore. Molti esitano a rivolgersi allo psichiatra per il timore dello stigma associato alla salute mentale. Anche quando iniziano un percorso terapeutico, spesso mancano servizi adeguati di monitoraggio a lungo termine e posti letto per le ospedalizzazioni, quando necessarie. Le soluzioni ipotizzate includono campagne educative volte a ridurre lo stigma, la creazione di centri specializzati e programmi di follow-up continuativi.
Conclusioni
Il patient journey si configura come una prospettiva metodologica capace di mettere in luce la complessità dell’esperienza di cura, andando oltre la dimensione clinica per includere aspetti emotivi, sociali e organizzativi. Analizzarne le fasi e le dimensioni consente di individuare con precisione le criticità nell’accesso all’assistenza sanitaria e di orientare strategie migliorative.
In questa prospettiva, il patient journey rappresenta non soltanto uno strumento di analisi, ma anche una leva per la trasformazione dei sistemi sanitari verso modelli più equi, sostenibili e centrati sulla persona.
SPORT E CARCERE: L’ESPERIENZA DEL CALCIO FREE -
STYLE A REGINA COELI
SPORT e CARCERE – sfide al recupero delle marginalità urbane con il calcio Freestyle
Gianluca Lombardi D’Aquino Presidente Freestyle Italia
L’esperienza del progetto “Calcio Freestyle a Regina Coeli” scaturisce dall’incontro, avvenuto nel 2018 durante il convegno “Carcere: presente e futuro” presso l’Università Lumsa a Roma, di Gianluca Lombardi d’Aquino- responsabile dell’Associazione Sportiva Dilettantistica Freestyle Italia- con una volontaria dell’associazione Vo.Re.Co (Volontari di Regina Coeli), incuriosita dal contributo riguardante l’esperienza di calcio freestyle (calcio da strada) presso l’Istituto Penale Minorile di Roma. Le criticità strutturali della casa circondariale di Regina Coeli rispetto all’attività sportiva sono intrinseche alla sua storia, in quanto in origine era un convento poi adattato a struttura detentiva e dunque privo di adeguati spazi per praticare sport, a differenza del carcere di Rebibbia. Dopo un sopralluogo nei cortili di alcune sezioni che ha evidenziato come i cortili stessi fossero perfetti per il calcio freestyle, unica attività sportiva praticabile, nel marzo 2019 il progetto è iniziato presso la terza e la quarta sezione del carcere, inizialmente a titolo di volontariato.
La proposta è stata accolta favorevolmente dai detenuti ma è subito è emersa un’urgenza ovvero quella di reperire scarpe e abbigliamento sportivo, in quanto ben pochi tra coloro che avevano aderito alla proposta sportiva erano dotati dell’equipaggiamento adatto: nasce così il progetto parallelo “Rimettiamoli In Gioco”, una campagna creata in collaborazione con CSI – Centro Sportivo Italiano, Vo.Re.Co. e Francescani Nel Mondo Aps per racco-
gliere materiale sportivo per i detenuti. Altra urgenza emersa a inizio attività è quella dei palloni, in quanto non ci sono forniture regolari anche solo per le semplici partitelle nei cortili: anche qui si è provveduto tramite donazioni a rifornire periodicamente di palloni tutte le sezioni della struttura.
Lo scopo del progetto è quello di contribuire all’azione rieducativa e di promozione dei valori sportivi tra i detenuti tramite il calcio freestyle. Ma cos’è e come nasce il calcio freestyle? Agli albori degli anni 2000 cominciò a svilupparsi nel nord Europa e poi via via nel resto del mondo una nuova disciplina proveniente dal calcio da strada cioè il calcio giocato nei campetti, cortili e oratori di tutto il globo: il calcio freestyle, sintesi di creatività, abilità e sfida ai propri limiti. Il calcio freestyle rappresenta quindi l’espressione più spettacolare e acrobatica del gioco del pallone. A seguito del crescente successo della neonata disciplina, diffusasi rapidamente anche in Italia, nel 2007 nasce a Roma l’Associazione Freestyle Italia nell’ottica di recuperare i valori più profondi ed etici del gioco del calcio attraverso un progetto educativo che coniuga l’aspetto sportivo e agonistico con quello ludico-creativo: d’altronde il calcio freestyle offre un modo di vivere il calcio divertente e spontaneo, lontano dall’agonismo esasperato e dagli interessi economici del calcio professionistico, e ancor più del calcio del quale è emanazione si presenta come una straordinaria combinazione di gioco e sport, elementi che hanno un peso specifico fondamentale
per la crescita dell’individuo.
Lo sport, nella sua espressione più elevata, forgia il fisico e la forza di volontà, insegna ad affrontare e superare le difficoltà e gli ostacoli, crea condivisione ed entusiasmo, sviluppa la fiducia in se stessi e il rispetto per gli altri e l’accettazione di determinate regole, proprio come il gioco. Quest’ultimo richiama la dimensione infantile e adolescenziale e permette di recuperare schemi motori mai attivati o dimenticati, di vivere un divertimento puro e spensierato e riscoprire la gioia di vivere propria del bambino completamente immerso, appunto, nel gioco. In questo senso l’attività mira a risvegliare sentimenti e valori positivi nei detenuti, figure simbolo della marginalità
urbana che tuttora rappresentano delle sfide –quella rieducativa e quella del reinserimento sociale e lavorativo – che a oggi non sembrano avere alcuna possibilità di successo salvo rare eccezioni. Eppure a volte, per uscire dalla propria emarginazione, è sufficiente avere un pallone tra i piedi. E chi ha voglia di mettersi in gioco, di imparare e di sfidare i propri limiti, potrebbe stupire se stesso e gli altri, riscoprendosi e reinventandosi come un individuo diverso, pieno di talenti da coltivare e pronto a ricominciare e a dare una nuova direzione alla propria vita.
IL MONDO IN UNA STANZA. UNA RICERCA MIXED
METHODS SUL FENOMENO HIKIKOMORI
Vincenzo Esposito
Department of Social Science, University of Naples Federico II, 80138 Naples, Italy
Felice Addeo
Department of Political and Communication Sciences, University of Salerno, Italy
Abstract
Il contributo propone una lettura aggiornata dell’hikikomori in Italia, collocandolo entro un quadro teorico integrato che unisce anomia (Merton), stigma (Goffman) e l’impianto processuale di Ian Hacking (classificazioni interattive, looping effect, nicchia ecologica). L’obiettivo è descrivere come il ritiro prolungato prenda forma, ottenga legittimità e si mantenga nel tempo, evidenziando configurazioni ibride di semi-ritiro. Il disegno di ricerca è a metodi misti sequenziali: (1) survey nazionale a 399 genitori iscritti a Hikikomori Italia (campione stratificato per area; questionario di 33 item); (2) netnografia in un gruppo Telegram semi-privato (≈90.000 messaggi, sei mesi di osservazione non interventista); (3) indagine Delphi con 21 esperti (tre round, due qualitativi e uno quantitativo). Le fasi sono state analizzate autonomamente e integrate a valle secondo un approccio di integrazione (non triangolazione), con procedure etiche di consenso e anonimizzazione. I risultati convergono su quattro punti: (i) assenza di una definizione univoca e natura “mobile” del fenomeno; (ii) ruolo critico della scuola, con il bullismo come detonatore frequente dell’isolamento; (iii) am-
bivalenza familiare tra protezione e pressione, con divari percettivi tra genitori e figli; (iv) geografia sociale sbilanciata verso aree più ricche e urbanizzate. La distinzione tra ritiro primario e secondario mantiene utilità clinica (durate diverse, maggiore aggancio ai servizi nei secondari). Implicazioni: protocolli scolastici di allerta precoce, sostegno e alfabetizzazione emotiva per le famiglie, presa in carico personalizzata e coordinata tra scuola-servizi-clinica, oltre a un lessico condiviso e indicatori comuni per monitoraggio e policy. Limiti (campione mediato, un solo campo netnografico, panel eterogeneo) indicano la necessità di studi longitudinali, multi-sito e con mappature nazionali più ampie.
Il termine hikikomori nasce in Giappone e può essere reso come “stare in disparte, ritirarsi”. Dalla fine degli anni Novanta, quando lo psichiatra Tamaki Saitō lo introduce nel dibattito scientifico, il fenomeno viene letto soprattutto con lenti psicologiche e psichiatriche; a lungo, l’immagine pubblica è stata
quella di un ritiro totale: niente scuola, niente lavoro, niente amici, spesso nemmeno telefono o TV (Saitō, 1998).
Negli ultimi anni, però, due svolte sono diventate difficili da ignorare. La prima è geo-culturale: l’hikikomori non è più un “caso giapponese”, ma un’esperienza osservata in diverse società avanzate, Italia inclusa (Varnum & Kwon, 2016; Teo et al., 2018; Crepaldi, 2020; Coppola & Masullo, 2021). La seconda è tecnologica: Internet, videogiochi, chat e social sono ormai parte dell’ambiente in cui il ritiro si svolge. Non è un dettaglio: il digitale trasforma le forme del ritiro.
Nell’opinione pubblica c’è spesso confusione: si sovrappone l’hikikomori alla Internet Addiction o al Gaming Disorder. Ma qui la direzione causale conta: nelle dipendenze è l’uso problematico a generare il ritiro; nell’hikikomori, invece, l’isolamento nasce da fragilità relazionali, scolastiche o esistenziali, e il digitale può diventare uno strumento per dosare l’esposizione sociale, non necessariamente il suo motore unico (Kato et al., 2020; Teo et al., 2018).
Da questa constatazione nasce l’idea di Hikikomori 2.0: un ritiro che non si consuma “fuori” dalla rete, ma dentro e attraverso la rete. Non un semplice trasloco dal mondo fisico a quello virtuale, bensì una riorganizzazione di tempi, legami, identità e routine nello “spazio dei flussi” (Castells, 2004).
L’hikikomori oggi va compreso su un continuum offline–online. Il web può essere un rifugio che protegge dall’ansia sociale, ma anche un ponte per tornare gradualmente tra gli altri, con ritmi e soglie di esposizione più sostenibili.
2. Quadro teorico: anomia, stigma e il “bersaglio mobile” di Hacking
Per collocare l’Hikikomori 2.0 in una cornice esplicativa ampia, è utile intrecciare tre tradizioni: l’anomia di Robert K. Merton, lo stigma di Erving Goffman e il quadro processuale di Ian Hacking fatto di classificazioni interattive, looping effect e nicchia ecologica Insieme, queste prospettive aiutano a comprendere come il ritiro sociale prenda forma, ottenga legittimità e si mantenga nel tempo, e perché oggi tenda a ri-
configurarsi dentro l’ecosistema digitale.
2.1 Merton: anomia e retreatism
Nel saggio Social Structure and Anomie Merton distingue tra fini culturalmente prescritti (come successo scolastico e carriera) e mezzi istituzionalmente legittimi per conseguirli. Quando il legame tra fini e mezzi si spezza, le persone elaborano modalità di adattamento; l’hikikomori è spesso collocato nell’area del retreatism, ovvero il rifiuto congiunto di fini e mezzi che sfocia in un ritiro prolungato e in marginalità (Merton, 1938; Husu & Välimäki, 2017). Questa lettura risulta particolarmente persuasiva nel contesto giapponese, dove alle pressioni collettiviste — wa, uchi/soto, honne/tatemae — si sommano credenzialismo scolastico, selezioni competitive, pawahara nei luoghi di lavoro e ruoli di genere marcati. In tale scenario, il ritiro può funzionare come strategia di preservazione dell’identità, sostenuta dalla famiglia e, oggi, dall’infrastruttura delle reti digitali (Kalita, 2018; Barwińska, 2023). Questa cornice, tuttavia, impone cautela: presuppone un consenso relativamente uniforme su fini e mezzi, trascura le disuguaglianze e le motivazioni soggettive, fatica a cogliere adattamenti ibridi e offre indicazioni operative limitate (Hirschi, 2015; Agnew, 2015; Rebellon & Anskat, 2017).
2.2 Goffman: stigma, vergogna e famiglie “discreditabili”
Per Goffman lo stigma è un marchio sociale prodotto nelle interazioni che definisce alcuni come “discreditati” e altri come “discreditabili” (Goffman, 1963). L’ufficializzazione dell’etichetta “hikikomori” ha conseguenze psicologiche e interpersonali: poiché viene spesso percepita più come una “scelta” che come disturbo, si attivano stigmi relazionali e una certa reticenza delle famiglie nel chiedere aiuto (DeVylder et al., 2020). In Giappone, norme di conformità e di successo intensificano colpa ed esclusione; in Italia, la famiglia può svolgere al contempo il ruolo di rete di protezione e di fonte di pressione, con esiti ambivalenti sul percorso dei giovani (Crepaldi, 2020; Palomba, 2022; Matsushita & Yasumatsu, 2025). Anche qui emergono limiti: la lente drammaturgica tende
a sottostimare il peso di istituzioni, media ed economia nella produzione di gerarchie di stigma, trascura intersezioni di genere e classe e resta parca di strategie istituzionali per contrastarlo (Link & Phelan, 2001; Major & O’Brien, 2005).
La proposta di Hacking introduce tre idee collegate. Le classificazioni interattive mostrano che le categorie diagnostiche non vengono “scoperte” come entità fisse, ma si co-costruiscono nel dialogo tra clinici, istituzioni, media, famiglie e persone interessate, attraversando fasi di definizione, conteggio, medicalizzazione, normalizzazione e burocratizzazione (Hacking, 2004; Hacking et al., 2008; Hacking, 2010). Una volta istituita, la categoria attiva il looping effect: l’etichetta orienta i comportamenti di chi vi rientra, che tende a modellarsi sull’immagine pubblica del disturbo; a loro volta gli esperti rivedono la definizione alla luce di queste condotte, alimentando un circuito di reciproca trasformazione (Hacking, 2010). Infine, una sindrome prospera solo se trova una nicchia ecologica adeguata: un habitat socio-culturale fatto di riconoscimento medico, ambivalenza culturale tra empatia e stigma, forte visibilità mediatica dei segni e un concreto “valore di fuga” dalle pressioni performative (Hacking, 2004; 2010).
Applicata all’hikikomori, questa lente chiarisce il passaggio dalle osservazioni cliniche di Saitō al riconoscimento governativo del 2003, con la categoria che si istituzionalizza e viene interiorizzata da famiglie e giovani (Saitō, 1998). Televisione e piattaforme digitali contribuiscono a cristallizzare la figura del “vero hikikomori” — stanza buia, assenza di relazioni, vita online — offrendo script identitari con cui misurarsi; molti adolescenti si confrontano con quell’immagine, che diventa repertorio di possibilità e al tempo stesso cornice di aspettative sociali (Watanabe, 2023; Amendola, 2024). In Italia, forum e social hanno diffuso un lessico dell’auto-isolamento che diversi giovani hanno adottato come identità; il digitale, in questa prospettiva, non è causa unica del ritiro, bensì l’infrastruttura che rende praticabile e sostenibile la nicchia (Crepaldi, 2020; Palomba, 2022; Tajan, 2017; Teo et al., 2018).
In termini esplicativi, ciascun tassello di Hacking illumina un profilo diverso del fenomeno. La classificazione interattiva spiega il percorso che conduce da un insieme informale di condotte a una diagnosi riconosciuta, rimodellata in itinere anche da famiglie e giovani. Il looping effect rende conto della performatività della diagnosi: una volta circolata tra media e professionisti, l’etichetta non solo descrive, ma orienta comportamenti e auto-presentazioni, che rientrano nei manuali e nei protocolli, chiudendo il circuito. La nicchia ecologica collega tutto ciò alla struttura sociale e culturale che permette alla sindrome di emergere e persistere: legittimazione clinica, ambivalenza pubblica, attenzione mediatica, sostegni familiari e, soprattutto oggi, disponibilità di infrastrutture digitali che abbassano la soglia di esposizione e offrono vie di fuga simboliche e pratiche.
2.4 Punti di forza e criticità del quadro di Hacking Il valore aggiunto di questa prospettiva sta nella capacità di mostrare come le diagnosi siano performative, nel senso che producono effetti reali sui comportamenti; nel tenere insieme struttura, cultura e agency individuale; e nello spiegare perché l’hikikomori cambi nel tempo e assuma configurazioni diverse nei contesti. Non mancano, tuttavia, criticità teoriche e metodologiche. La prima riguarda la misurabilità del looping effect: occorre stabilire quanta consapevolezza sia necessaria per parlare di interiorizzazione dell’etichetta, evitando sia soglie troppo alte — che ridurrebbero il fenomeno a pochi casi — sia soglie troppo basse — che lo diluirebbero in qualunque reazione alla classificazione (Tsou, 2020). Una seconda difficoltà concerne l’ontologia delle classificazioni interattive: non ogni etichetta che influenza i comportamenti merita lo statuto di “interactive kind”, e mancano criteri univoci per demarcare le une dalle altre (Khalidi, 2010). Infine, la nozione di nicchia ecologica pone problemi di verifica empirica: non esiste ancora un protocollo condiviso per seguirne nascita, evoluzione e declino; l’analisi dei suoi vettori (riconoscimento medico, polarità culturale, osservabilità, valore di fuga) rischia di semplificare eccessivamente l’intreccio socioculturale che sostiene o logora una sindrome (Brossard, 2019; Borch-Jacobsen,
2019).
Le domande della ricerca
La letteratura offre molti tasselli, ma non una cornice che metta davvero al centro le pratiche digitali. Da qui siamo partiti con tre domande operative, tutte collocate nel contesto italiano:
RS1 (Survey): come le famiglie percepiscono la quotidianità del ritiro e nella vita domestica dei figli?
RS2 (Netnografia): come gli hikikomori usano piattaforme e comunità online per costruire routine, legami e identità durante il ritiro?
RS3 (Delphi): come gli esperti immaginano nei prossimi anni l’evoluzione del fenomeno dell’hikikomori?
3. Come abbiamo lavorato – Materiali e Metodi
Abbiamo scelto un disegno a metodi misti in tre fasi, in sequenza: survey → netnografia → Delphi. Le fasi sono state condotte in modo autonomo e solo dopo integrate, così da rispettare le specificità dei metodi. L’etica non è stata un “capitolo a parte”: ha guidato ogni passaggio, dalla raccolta del consenso alla tutela dell’anonimato.
3.1 Fase 1 — La voce delle famiglie (Survey)
Per capire cosa succede a casa, abbiamo ascoltato direttamente i genitori. Hanno risposto 399 famiglie iscritte a Hikikomori Italia (bacino: 3.756). Il campione è stato dimensionato con CL 95% e ME 5%, e stratificato per area (Nord, Centro, Sud e Isole) per restituire un’Italia il più possibile fedele alla realtà. Il questionario — 33 item — adattava misure già validate (per es. HQ-25) e includeva scale di tipo Cantril per frequenze/atteggiamenti, variabili categoriali per i dati socio-demografici e variabili continue per età e mesi di ritiro; le variabili digitali erano impostate come dummy (presenza/assenza).
La rilevazione è avvenuta online, con consenso informato scritto all’avvio, dati anonimi e un risultato raro nelle indagini web: tasso di completamento 100%, nessun item mancante. Questo ci ha permesso analisi pulite, senza dover imputare buchi. Tutte le procedure sono state tarate su una soglia di minimo
impatto per i partecipanti (tempi contenuti, linguaggio chiaro, opzione di uscita in ogni momento).
3.2. Fase 2 — Dentro la comunità (Netnografia su Telegram)
Per osservare da vicino le pratiche quotidiane del ritiro, siamo entrati — in punta di piedi — in un gruppo Telegram semi-privato frequentato da giovani che si autodefiniscono hikikomori. L’accesso è avvenuto solo dopo l’autorizzazione degli amministratori, così da preservare la composizione del gruppo e il clima di fiducia. Prima di iniziare, abbiamo svolto un mese di osservazione silenziosa per verifiche etiche e di aderenza al profilo; sono seguiti sei mesi di osservazione non interventista (fine maggio – inizio novembre 2023).
Il corpus raccolto è ampio: circa 90.000 messaggi (oltre 310.000 parole). Nel periodo osservato i membri sono passati da 121 a 89, anche per autoregolazione interna (chi non aderiva al profilo veniva allontanato). L’analisi è stata narrativa e induttiva: invece di costruire tassonomie esaustive, abbiamo ricostruito trame di signifi cato Sul piano etico, abbiamo ottenuto consenso verbale, garantito anonimizzazione rigorosa (nomi, luoghi, dettagli potenzialmente identificanti), evitato ogni forma di sollecitazione o giudizio e reso espliciti i limiti di questo sguardo: auto-selezione dei membri, gatekeeping degli admin, assenza di segnali paralinguistici. In altre parole, massima prudenza interpretativa per non snaturare il contesto osservato.
3.3. Fase 3 — La bussola degli esperti (Delphi)
Per allargare la prospettiva oltre i casi singoli, abbiamo coinvolto 21 professionisti — psicologi, psichiatri, educatori, sociologi — equamente distribuiti tra pubblico e privato, con età tra 27 e 62 anni. Tra gennaio e aprile 2024 si sono svolti tre round: due qualitativi (domande aperte su rapporto ritiro-tecnologie, rischi/opportunità, scenari come il “semiritiro”) e un round quantitativo con item costruiti a partire da ciò che era emerso in precedenza. Le citazioni che riportiamo arrivano soprattutto dai round qualitativi, dove gli esperti hanno potuto argomentare in profondità.
Anche qui, consenso informato scritto, gestione dei dati secondo principi di riservatezza e anonimizzazione di ruoli/luoghi quando utile a evitare riconoscibilità. Il fatto che lo studio derivi da una tesi di dottorato spiega perché non ci sia un numero di protocollo del Comitato Etico (il Comitato di Sapienza non valuta le tesi); ciò non toglie che tutte le garanzie etiche standard siano state applicate e documentate.
4. Risultati
Ecco una breve cornice per orientare la lettura: per capire come il digitale entri nell’esperienza del ritiro, abbiamo seguito tre passaggi complementari. Prima abbiamo ascoltato le famiglie con una survey nazionale; poi siamo entrati, in punta di piedi, dentro una comunità online frequentata da ragazzi in ritiro; infine abbiamo chiesto a professionisti di discipline diverse di mettere a fuoco rischi, opportunità e scenari. Di seguito raccontiamo i risultati fase per fase, mantenendo il filo tra numeri, vissuti e interpretazioni.
4.1 Fase 1 — Survey e lettura per cluster.
La fotografia che emerge dai questionari rompe l’idea di un ritiro “muto” anche sul piano tecnologico: in oltre sette casi su dieci i genitori descrivono un uso intensivo di Internet da parte dei figli (71%), mentre il restante 29% non lo osserva. Quando colleghiamo questa presenza online alla durata dell’isolamento compare un segnale netto: chi resta connesso tende, in media, a periodi di ritiro meno lunghi; la relazione è statisticamente significativa (p=0,04; Cramer’s V=0,433). Non è una bacchetta magica, ma indica che la rete aiuta a tenere in vita routine minime e qualche legame, freno naturale alla chiusura totale. La tendenza è nazionale, con sfumature territoriali: Nord 65,7%, Centro 76,3%, Sud e Isole 81,5% (p=0,02; Cramer’s V=0,238). Il gradiente fa pensare al peso dei servizi, delle culture familiari, delle opportunità educative. Il quadro resta coerente anche incrociando i profili clinici: tra gli hikikomori primari (senza diagnosi psichiatriche maggiori) 170 su 245 usano intensamente Internet; tra i secondari (con comorbidità) lo fanno 115 su 154 (p=0,02; Phi=0,577). In sostanza, il digitale attraversa
le differenze cliniche. Per capire come famiglie e territori si intreccino con queste traiettorie abbiamo esplorato i dati con due analisi di cluster: in entrambe i gruppi emersi risultano ben separati (silhouette ≈0,6).
Sul versante famiglie/territori la soluzione più parsimoniosa è a quattro cluster: uno grande e urbano nel Nord con genitori molto scolarizzati e figli maschi intorno ai 22 anni; uno settentrionale ma più periferico, con famiglie a titolo medio e lo stesso profilo d’età; uno centrale di piccoli centri, più variegato e con maggiore presenza femminile e genitori in ruoli professionali elevati; uno più piccolo tra Roma e Napoli, con più separazioni familiari e titoli medi. Guardando ai ragazzi, un’altra soluzione a quattro cluster, ricalibrata sulla tipologia di Fasten, racconta quattro modi di ritirarsi: un “alternative withdrawal” numeroso, spesso primario, segnato dal conflitto con i pari e dal bullismo, con durate lunghe (circa 43 mesi); un “resignation withdrawal” più legato alle comorbidità e alle difficoltà scolastico-professionali, che inizia presto (attorno ai 17 anni) ma tende a durare meno (circa 28 mesi), probabilmente perché intreccia più spesso percorsi di cura; un “reactional withdrawal” legato a contesti familiari faticosi, tipicamente primario, con poca partecipazione ad attività o terapie e un ritiro che si prolunga nel tempo; infine il “chrysalis withdrawal”, il “bozzolo”, perlopiù secondario e seguito da professionisti, che insorge dopo la scuola secondaria in giovani un tempo attivi (anche in gruppi) e spesso feriti dal bullismo, e che mostra le durate più alte.
4.2. Fase 2 — Netnografia nel gruppo Telegram.
Dentro la comunità online, il digitale non è un sottofondo: è la struttura portante della vita quotidiana in ritiro. La mediazione dello schermo alleggerisce l’ansia valutativa e consente di provare ruoli con meno rischio; i legami che nascono sono spesso leggeri e intermittenti, ma bastano a rompere il silenzio. Quando provano a trasferirsi fuori dallo schermo affiorano vergogna e imbarazzo: l’incontro talvolta avviene, poi qualcuno si ritrae. Intanto la scuola non svanisce: lezioni online, tutorial, esami da privatisti costruiscono una continuità formativa che restituisce autonomia pur dentro l’isolamento. La comunità si
auto-regola, difende un profilo condiviso e, soprattutto, impone un altro ritmo al tempo: connessioni brevi, asincrone, ingressi e uscite che rispettano l’energia del momento. Qui si vede bene perché la connessione, per alcuni, funzioni da rifugio; per altri, se incanalata, da ponte.
4.3. Fase 3 — Delphi.
Lo sguardo professionale converge su un punto: il web appare più spesso come cura che come causa. Non è tra i motori principali del ritiro; al contrario, diventa l’ultima finestra sul mondo, lo spazio a bassa soglia con cui ricominciare a parlarsi. Gli esperti descrivono una socialità secondaria che, quando è moderata e progettata, regge un tele-engagement fatto di gruppi online, colloqui a distanza e percorsi blended. Nella scia della pandemia notano la crescita di forme di semi-ritiro: meno chiusure ermetiche, più presenze a intermittenza, giornate scandite tra scuola, lavoro e routine digitali. In questa lettura, una parola guida attraversa tutto: dosaggio. Se la rete diventa l’unica valvola, il ritiro si stabilizza; se è usata come leva dentro percorsi guidati, apre micro-fessure verso l’esterno. È in questo equilibrio dinamico — misure, tempi, contesti — che numeri, vissuti e pratiche professionali si incontrano.
5. Discussione
Lo studio ha integrato i risultati a valle delle analisi, secondo una logica di integrazione (e non di triangolazione): ogni fase è stata condotta e letta in autonomia e solo dopo i materiali sono stati messi in dialogo. Questo approccio valorizza la specificità dei metodi (quantitativo, qualitativo, consenso tra esperti) e permette una lettura più ricca del fenomeno, evitando di forzare concordanze artificiali o di perdere informazioni “minoritarie” ma significative. In altre parole, non si è cercata la conferma reciproca dei dati, bensì la loro complementarità.
Sul piano definitorio, emerge con forza che non esiste una definizione univoca di hikikomori. Sia gli addetti ai lavori sia le persone coinvolte sottolineano la natura situata e multiforme del ritiro: ciò che in Giappone è legato a specifiche pressioni scolastiche
e lavorative, in Italia assume tratti diversi per cultura familiare, organizzazione della scuola, transizioni all’età adulta. Da qui la nascita di configurazioni ibride, descritte dagli esperti come “semi-ritiro”: non una chiusura totale, ma una drastica riduzione e selezione dei contatti e dei contesti, con presenze intermittenti nelle attività formative o lavorative. Questo rende plausibile leggere l’hikikomori come una categoria sensibile al contesto, che cambia nel tempo e nei luoghi.
La geografia sociale del fenomeno mostra un’altra costante: il ritiro prolungato si osserva più di frequente in società e aree benestanti, dove le famiglie possono sostenere economicamente periodi di non frequenza scolastica o non lavoro. Nel quadro italiano la maggiore concentrazione è nel Nord (Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna), con un seguito importante nel Lazio; al tempo stesso si colgono segnali di diffusione verso il Sud, specie in aree metropolitane o in province grandi. Non si tratta di una regola ferrea, ma di un gradiente che intreccia disponibilità di risorse, aspettative di performance e configurazioni familiari.
Tra i fattori scatenanti, la scuola pesa molto. I dati raccolti presso i genitori riportano numerosi episodi di bullismo prima dell’isolamento; la letteratura e le testimonianze convergono nel considerarlo un potente detonatore di ritiro, soprattutto quando si somma a percezioni di mancato riconoscimento da parte di docenti e dirigenti. La conseguenza è spesso un clima di sfiducia relazionale: si evitano legami tra pari e aumenta la vulnerabilità alla chiusura. La scuola, quindi, non è solo lo sfondo del problema, ma uno dei luoghi cruciali in cui si può prevenire o, al contrario, inconsapevolmente aggravare il ritiro. Il ruolo della famiglia è duplice e ambivalente. Da un lato, è la rete primaria che può cogliere i segnali precoci e facilitare l’accesso a percorsi di aiuto; dall’altro, dinamiche disfunzionali (iperoverprotezioni, conflitti, aspettative rigide) possono innescare o mantenere l’isolamento. Colpisce la divergenza di sguardo: i genitori tendono a descrivere relazioni più armoniose di quanto riferiscano diversi giovani, che spesso esprimono frustrazione e ostilità verso il clima domestico. Questa forbice percettiva suggerisce
di lavorare su mediazione familiare e alfabetizzazione emotiva, oltre che su protocolli scuola-famiglia più tempestivi.
Infine, sul fronte clinico, compaiono con regolarità ansia e depressione: non come cause uniformi e necessarie, ma come condizioni che spesso co-occorrono e possono intensificarsi nel corso del ritiro. La distinzione tra hikikomori primario (senza diagnosi associate) e secondario (con comorbidità) aiuta a leggere le durate diverse dell’isolamento: i secondari, inseriti più spesso in percorsi di cura, tendono a permanere meno a lungo; i primari, più “puri” sul piano fenomenologico, mostrano una maggiore resistenza all’uscita. Tornano anche elementi psicocorporei, come la vergogna legata al corpo, che alimenta l’ansia sociale e irrigidisce l’evitamento.
Mettendo insieme questi piani—definizioni plurali, geografie e contesti, scuola e famiglie, profili clinici—l’insieme non restituisce un unico “tipo” di hikikomori, ma una costellazione di configurazioni che condividono il ritiro prolungato e divergono per origini, traiettorie e sbocchi possibili. Proprio per questo la risposta più efficace non è univoca: richiede interventi differenziati, capaci di agire sui fattori di contesto (scuola e famiglie), sulle fragilità psicologiche (ansia, depressione, vergogna), sulle transizioni biografiche delicate. L’integrazione delle evidenze ha il merito di chiarire dove puntare lo sforzo: prevenzione precoce negli ambienti educativi, sostegno familiare mirato, e percorsi di cura calibrati sui profili, evitando etichette rigide e privilegiando letture situate e multilivello.
6. Conclusioni
Questo studio ha tentato di mostrare che il ritiro prolungato non è un blocco monolitico ma un insieme di configurazioni diverse, inscritte in contesti sociali e biografici specifici. La lettura integrata dei materiali—numeri della survey, scene di vita raccolte in osservazione, giudizi professionali—converge su tre assunti di fondo. Primo: l’hikikomori non possiede una definizione univoca né un’unica traiettoria; è un “bersaglio mobile” che cambia con i luoghi, le fasi di vita e le pressioni ambientali. Secondo: scuola, famiglia e transizioni all’età adulta sono i teatri prin-
cipali in cui il ritiro si accende, si mantiene o si allenta. Terzo: accanto alla figura classica del ritiro totale, nella realtà italiana si osservano forme intermedie di semi-ritiro, in cui alcune funzioni (studio, occupazioni, relazioni selettive) resistono pur dentro una marcata contrazione della partecipazione sociale.
Sul piano teorico, i risultati dialogano con tre tradizioni. La lente dell’anomia illumina il peso delle aspettative di performance e delle fratture tra fini e mezzi socialmente legittimi; quella dello stigma spiega la spirale di vergogna, occultamento e rinuncia che spesso segue l’etichettamento; l’impianto processuale suggerito da Ian Hacking aiuta a capire perché il fenomeno si istituzionalizzi in certi contesti e cambi nel tempo, a seconda degli “habitat” sociali che lo rendono più o meno praticabile. Più che alternative, queste cornici funzionano da strati complementari: struttura, interazioni e culture contribuiscono, in misura variabile, a produrre e mantenere il ritiro.
Empiricamente, il quadro italiano restituisce alcune costanti. L’età d’esordio è spesso precoce e si accompagna a esperienze scolastiche negative, in primis bullismo e percezione di scarso riconoscimento da parte degli adulti di riferimento. La famiglia emerge come fattore ambivalente: risorsa di protezione e ingaggio quando intercetta presto i segnali e accede a reti di sostegno; elemento di rischio quando prevalgono aspettative rigide, conflittualità o incomprensione emotiva. La distinzione tra ritiro primario e secondario conserva utilità pratica: i secondari, più spesso agganciati a percorsi di cura, mostrano durate mediamente minori; i primari tendono a essere più resistenti all’uscita. La geografia sociale del fenomeno segnala una maggiore visibilità nelle aree economicamente più forti, in linea con l’idea che il ritiro prolungato richieda famiglie e contesti in grado di sostenerlo materialmente, pur con segnali di diffusione in altre aree.
In termini di implicazioni, la prevenzione più efficace si gioca prima che l’isolamento diventi cronico. Nella scuola servono protocolli semplici e condivisi per l’allerta precoce (assenze ripetute, segnali di evitamento, episodi di prevaricazione), sportelli di ascolto integrati nelle routine e canali stabili di collaborazione
scuola-famiglia-servizi. Sul fronte familiare, gruppi di sostegno e strumenti di alfabetizzazione emotiva aiutano a ridurre la distanza percettiva tra genitori e figli, a riconoscere i segnali e a chiedere aiuto senza stigma. Per la presa in carico, la regola è la personalizzazione: valutazione iniziale che distingua primario/secondario, definizione di obiettivi minimi realistici, monitoraggi periodici, lavoro multiprofessionale coordinato. Nei casi in cui vi siano comorbidità, l’accesso tempestivo a interventi psicoterapeutici e, se necessario, farmacologici aumenta la probabilità di accorciare i tempi di ritiro.
Le scelte di policy dovrebbero muoversi in tre direzioni complementari. La prima è definitoria e di monitoraggio: costruire un lessico condiviso tra scuola, servizi e famiglie, con indicatori comuni (durata, intensità dell’evitamento, funzionamento scolastico/occupazionale, qualità dei legami), così da uscire dall’indeterminatezza che oggi ostacola misurazioni e interventi. La seconda è organizzativa: favorire presidi territoriali a bassa soglia che non costringano le famiglie a percorsi caotici tra attori diversi; promuovere équipe miste (educativo-clinico-sociale) capaci di offrire risposte rapide e coordinate. La terza è culturale: contrastare lo stigma con campagne mirate e narrazioni pubbliche meno stereotipate, perché il silenzio attorno al ritiro—nelle classi, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro—è spesso il primo cemento che lo rende duraturo.
I limiti del lavoro—campione della survey mediato da un’associazione, un solo campo netnografico, panel di esperti eterogeneo—non intaccano la coerenza dei segnali emersi, ma indicano con chiarezza la rotta per gli studi futuri. Servono mappature nazionali più ampie e indipendenti, indagini longitudinali che seguano nel tempo esordi, oscillazioni e uscite dal ritiro, confronti multi-sito che includano contesti urbani e rurali, e ricerche che ascoltino direttamente i giovani in ritiro, non solo i loro adulti di riferimento. È utile validare su campioni più grandi le configurazioni individuate (ad esempio i cluster fenomenologici), approfondire le differenze di genere e di classe sociale, valutare l’efficacia delle diverse strategie di aggancio e dei percorsi scolastici flessibili sull’esito a medio termine.
In sintesi, l’hikikomori, così come appare oggi in Italia, non è un oggetto che si lascia ingabbiare da una sola definizione né da un solo intervento. È una costellazione di ritiri, tenuta insieme da pressioni di performance, esperienze relazionali ferite e transizioni biografiche fragili. Prenderlo sul serio significa smettere di chiedere “perché non esce?” e cominciare a costruire condizioni che rendano di nuovo possibile uscire: scuole che vedono presto, famiglie accompagnate, servizi coordinati, percorsi graduali. È in questa combinazione di sguardi e pratiche—più che in un’unica chiave interpretativa—che sta la chance di ridurre durate, sofferenze e costi sociali del ritiro.
faddeo@unisa.it vincenzo.esposito11@unina.it
UNA LETTERATURA RAGIONATA
UNA LETTERATURA RAGIONATA
Ferdinando Iazzetta
Università
degli Studi di Roma “Foro Italico”
La seguente bibliografia raccoglie alcuni testi di riferimento che affrontano i temi della città, della salute, dello sport e delle vulnerabilità urbane. Non si tratta di un semplice elenco di fonti, ma di contributi che offrono prospettive teoriche e pratiche utili a comprendere come gli spazi urbani influenzino il benessere individuale e collettivo. Le opere citate mettono in evidenza l’importanza di considerare la città come un ecosistema complesso, nel quale fattori sociali, ambientali, culturali e infrastrutturali si intrecciano e incidono profondamente sulla qualità della vita. In particolare, i volumi selezionati mostrano come la pianificazione urbana possa diventare non solo strumento di organizzazione dello spazio, ma anche occasione per promuovere salute, inclusione sociale e accessibilità allo sport. Allo stesso tempo, sottolineano le criticità legate alle disuguaglianze e alle vulnerabilità che emergono nei contesti urbani contemporanei, offrendo così spunti utili per riflettere sulle sfide future e sulle possibili strategie di intervento.
Lillini, R., Masanotti, G., Bianconi, F., Gili, A., Stracci, F., La Rosa, F., & Vercelli, M. (2019). Regional indices of socio-economic and health inequalities: A tool for public health programming. Journal of Preventive Medicine and Hygiene, 60(4), E300.. Mostra l’impatto dell’ambiente urbano sulla salute e sulle disuguaglianze sociali.
Cellamare, C. (2020). Città faidate: tra antagonismo e cittadinanza. Storie di autorganizzazione urbana. Donzelli Editore.
Esamina pratiche di autorganizzazione urbana come risposta a vulnerabilità sociali.
Coalter, F. (2005). The social benefits of sport: An overview to inform the community planning process.
Edinburgh: Sportscotland.
Analizza i benefici dello sport come strumento di inclusione sociale in città.
Corburn, J. (2009). Toward the healthy city: People, places, and the politics of urban planning. Cambridge, MA: MIT Press. Fondamentale per capire come urbanistica e politiche pubbliche plasmino salute e disuguaglianze.
Costa, G., Cislaghi, C., & Caranci, N. (2009). Le disuguaglianze sociali di salute: Problemi di definizione e di misura. Milano: FrancoAngeli. Volume italiano di riferimento su definizione e misurazione delle disuguaglianze di salute.
Davies, M. (2012). The role of urban design in promoting physical activity. Journal of Urban Design, 17(3), 343–354.
https://doi.org/10.1080/13574809.2012.666205 Mostra come il design urbano influenzi direttamente l’attività fisica e la salute.
Evans, G. W. (2003). The built environment and mental health. Journal of Urban Health, 80(4), 536–555. https://doi.org/10.1093/jurban/jtg063 Studia il legame tra ambiente costruito e salute mentale in città.
Frank, L. D., Andresen, M. A., & Schmid, T. L. (2004). Obesity relationships with community design, physical activity, and time spent in cars. American Journal of Preventive Medicine, 27 (2), 87–96. https://doi.org/10.1016/j.amepre.2004.04.011 Collega obesità, mobilità urbana e urban design.
Frank, L. D., Sallis, J. F., Conway, T. L., Chapman, J. E., Saelens, B. E., & Bachman, W. (2006). Many pa-
thways from land use to health. Journal of the American Planning Association, 72 (1), 75–87. https://doi.org/10.1080/01944360608976725
Esamina le vie attraverso cui il land use influisce su salute e aria.
Galea, S., Freudenberg, N., & Vlahov, D. (2005). Cities and population health. Social Science & Medicine, 60(5), 1017–1033.
https://doi.org/10.1016/j.socscimed.2004.06.036
Analizza i determinanti urbani della salute collettiva.
Giles-Corti, B., & Donovan, R. J. (2005). The relative influence of individual, social and physical environment determinants of physical activity. Social Science & Medicine, 60(6), 1253–1267.
https://doi.org/10.1016/j.socscimed.2004.07.003
Studia i fattori ambientali e sociali che determinano l’attività fisica.
Kawachi, I., & Berkman, L. F. (2000). Social cohesion, social capital, and health. In L. Berkman & I. Kawachi (Eds.), Social Epidemiology (pp. 174–190). Oxford: Oxford University Press. Esamina il capitale sociale come fattore chiave per la salute nelle comunità urbane.
Kondo, M. C., Fluehr, J. M., McKeon, T., & Branas, C. C. (2018). Urban green space and its impact on human health. International Journal of Environmental Research and Public Health, 15(3), 445. https://doi.org/10.3390/ijerph15030445
Rassegna sugli effetti del verde urbano sulla salute fisica e mentale.
La Rosa, D., Takatori, C., Shimizu, H., Privitera, R., & Fichera, C. R. (2018). A planning framework to evaluate demands and preferences by different social groups for accessibility to urban greenspaces. Sustainable Cities and Society, 36, 346–362. https://doi.org/10.1016/j.scs.2017.10.026
Analizza accessibilità e giustizia sociale negli spazi verdi urbani.
Macintyre, S., & Ellaway, A. (2003). Neighborhoods and health inequalities: A review. In I. Kawachi & L. F. Berkman (Eds.), Neighborhoods and health (pp. 20–42). Oxford: Oxford University Press.
Esamina come i quartieri contribuiscono alle disuguaglianze di salute.
Maas, J., Verheij, R. A., Groenewegen, P. P., de Vries, S., & Spreeuwenberg, P. (2006). Green space, urbanity, and health: How strong is the relation? Journal of Epidemiology & Community Health, 60(7),
587–592. https://doi.org/10.1136/jech.2005.043125
Dimostra che la presenza di spazi verdi è correlata a migliori condizioni di salute.
Marmot, M. (2005). Social determinants of health inequalities. The Lancet, 365(9464), 1099–1104. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(05)71146-6 Illustra i principali determinanti sociali della salute.
Mitchell, R., & Popham, F. (2008). Effect of exposure to natural environment on health inequalities: An observational population study. The Lancet, 372(9650), 1655–1660. https://doi.org/10.1016/S01406736(08)61689-X
Mostra che il verde riduce disuguaglianze di salute tra gruppi sociali.
Paquet, C., Orschulok, T. P., Coffee, N. T., Howard, N. J., Hugo, G., Taylor, A. W., & Daniel, M. (2013). Are accessibility and characteristics of public open spaces associated with a better cardiometabolic health? Health & Place, 19, 45–50.
https://doi.org/10.1016/j.healthplace.2012.09.020 Collega accessibilità degli spazi pubblici e salute cardiometabolica.
Pyky, R., Neuvonen, M., Kangas, K., Ojala, A., Lanki, T., Borodulin, K., & Tyrväinen, L. (2019). Individual and environmental factors associated with green exercise in urban and suburban areas. Health & Place, 55, 20–28. https://doi.org/10.1016/j.healthplace.2018.10.001
Studia fattori individuali e ambientali che favoriscono l’attività fisica nel verde urbano.
Sallis, J. F., Cerin, E., Conway, T. L., Adams, M. A., Frank, L. D., Pratt, M., … & Owen, N. (2016). Physical activity in relation to urban environments in 14 cities worldwide: A cross-sectional study. The Lancet, 387(10034), 2207–2217. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(15)01284-2 Studio comparativo su 14 città che lega urbanistica e livelli di attività fisica.
Sallis, J. F., Floyd, M. F., Rodríguez, D. A., & Saelens, B. E. (2012). Role of built environments in physical activity, obesity, and cardiovascular disease. Circulation, 125(5), 729–737. https://doi.org/10.1161/CIRCULATIONAHA.110.969022
Sintesi clinica sul ruolo dell’ambiente costruito in obesità e malattie cardiovascolari.
Secchi, B. (2013). La città dei ricchi e la città dei poveri. Bari: Laterza.
Analizza la polarizzazione sociale e spaziale come
forma di vulnerabilità urbana.
Sennett, R. (2018). Building and dwelling: Ethics for the city. New York: Farrar, Straus and Giroux. Riflessione etica sulla città contemporanea e le sue vulnerabilità.
Ulrich, R. S. (1984). View through a window may influence recovery from surgery. Science, 224(4647), 420–421. https://doi.org/10.1126/science.6143402 Studio classico: la vista sul verde accelera il recupero clinico, rilevante per urban health.
Ulrich, R. S., Simons, R. F., Losito, B. D., Fiorito, E., Miles, M. A., & Zelson, M. (1991). Stress recovery during exposure to natural and urban environments. Journal of Environmental Psychology, 11(3), 201–230. https://doi.org/10.1016/S0272-4944(05)801847
Dimostra che la natura urbana riduce lo stress meglio degli ambienti artificiali.
Vlahov, D., & Galea, S. (2002). Urbanization, urbanicity, and health. Journal of Urban Health, 79(4), S1–S12. https://doi.org/10.1093/jurban/79.suppl_1.S1 Quadro teorico sui legami tra urbanizzazione, salute e vulnerabilità.
Wilkinson, R. G., & Pickett, K. (2009). The spirit level: Why more equal societies almost always do better. London: Allen Lane. Mostra come società più eque abbiano migliori indicatori di salute, anche in ambito urbano.
Corburn, J. (2017). Urban place and health equity: Critical issues and practices. International Journal of Environmental Research and Public Health, 14(2), 117.
Approfondisce il concetto di equità sanitaria legato al luogo urbano.
Stephens, C. (1996). Healthy cities or unhealthy islands? The health and social implications of urban inequality. Environment and Urbanization, 8(2), 9–30.
Mostra come le disuguaglianze urbane generino effetti negativi sulla salute collettiva e la coesione sociale.
Fitzpatrick, K. M., & LaGory, M. (2003). “Placing” health in an urban sociology: Cities as mosaics of risk and protection. City & Community, 2(1), 33–46. https://doi.org/10.1111/1540-6040.00037.
Interpreta le città come mosaici di rischi e protezioni, mostrando come i fattori urbani creino ambienti diseguali per la salute.
Harvey, D. (2017). The right to the city. In Citizenship
rights (pp. 465–482). Routledge. Riprende Lefebvre: rivendicazione politica di accesso equo a spazi, servizi e salute in città.
Frumkin, H. (2003). Healthy places: Exploring the evidence. American Journal of Public Health, 93(9), 1451–1456. https://doi.org/10.2105/AJPH.93.9.1451 Rassegna che esplora il legame tra città, spazi verdi e salute.
Ahern, J., Galea, S., Hubbard, A., & Karpati, A. (2008). Population vulnerabilities and capacities related to health: A test of a model. Social Science & Medicine, 66(3), 691–703. https://doi.org/10.1016/j.socscimed.2007.10.027. Testa un modello teorico che integra vulnerabilità e capacità di resilienza, mostrando come queste influenzino gli esiti di salute a livello di popolazione.
Giles-Corti, B., Vernez-Moudon, A., Reis, R., Turrell, G., Dannenberg, A. L., Badland, H., … & Owen, N. (2016). City planning and population health: A global challenge. The Lancet, 388(10062), 2912–2924. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(16)30066-6 Rassegna globale che collega urbanistica e salute, sottolineando la pianificazione urbana come determinante cruciale della salute pubblica.
Bao, J., Li, X., & Yu, C. (2015). The construction and validation of the heat vulnerability index: A review. International Journal of Environmental Research and Public Health, 12(7), 7220–7234.
https://doi.org/10.3390/ijerph120707220
Analizza metodi di costruzione e validazione degli indici di vulnerabilità al calore, evidenziando strumenti per la pianificazione urbana e sanitaria.
Shrestha, R., Flacke, J., Martinez, J., & Van Maarseveen, M. (2016). Environmental health related socio-spatial inequalities: Identifying “hotspots” of environmental burdens and social vulnerability. International Journal of Environmental Research and Public Health, 13(7), 691.
https://doi.org/10.3390/ijerph13070691
Identifica le aree urbane più esposte a disuguaglianze sociospaziali e a carichi ambientali, proponendo strumenti per la giustizia ambientale.
Leatherman, T. (2005). A space of vulnerability in poverty and health: Political-ecology and biocultural analysis. Ethos, 33 (1), 46–70. https://doi.org/10.1525/eth.2005.33.1.46 Applica un approccio politicoecologico e bioculturale per comprendere la relazione tra povertà, vulnerabilità e salute.
Mennea “ “
Lo sport insegna che per la vittoria non basta il talento, ci vuole il lavoro e il sacrificio quotidiano. Nello sport come nella vita.