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C’era una volta… È proprio così, c’era una volta… C’era una volta un mondo fantastico, e che sono sicuro fosse fantastico perché era il mondo in cui viveva un ragazzo di neanche vent’anni, quindi era fantastico per forza. Quel mondo fantastico era un tripudio di sentimenti, perlopiù indirizzati ad una ragazza che non era la più bella, non era la più ricca e non era la più intelligente. Quella ragazza viveva una vita difficile, tra illusioni gridate dai balconi e speranze sperate dai gradoni della Sud. Quella ragazza molti anni dopo si vide dedicare una canzone bellissima, che se cantata davanti a platee rivierasche avrebbe certamente avuto riconoscimenti di tipo diverso e certamente più ampi, un gran dono a tutti da parte di chi la cantò. Quella ragazza però non riusciva ad incontrare il suo principe azzurro. Non aveva certo pretese, cercava soprattutto il sentimento, aveva amore da dare ed un cuore grande e capiente per ricevere. Provarono in molti, e tutti animati da sacri sentimenti ma lei… lei non riusciva ad innamorarsi. Nessuno, fino ad allora, era riuscito a farla barcollare, nessuno aveva catturato il suo interesse fino a farle dubitare che fosse arrivato il gran momento. Provarono ad adularla con amore, passione, doni. Nulla si muoveva nel suo cuore. Intendiamoci, tutti furono corrisposti da sentimento di gratitudine, tutti furono ricambiati ma… con grande cortesia ed amabile sfacciataggine, riusciva sempre a rifiutare avance per lunghi rapporti. Ci fu un tempo in cui credette di avere finalmente trovato parcheggio per il suo giovane cuore, ma, anche quella volta le cose non andarono come sperava. Passavano gli anni e la speranza andava scemando. Da poco si era fatto avanti un potenziale principe, bello, forte, ricco. Sembrava veramente che la fiaba andasse verso le fatidiche pagine finali, quelle del …e vissero tutti… Nulla scaturì da quel rapporto. Addirittura, sul finire di quella storia, la ragazza si stava imbruttendo, perdeva le speranze di vivere una vita felice, di vedere un mondo che sapeva esistere oltre i confini della sua esistenza, di assaporare la gioia della felicità.Ma questo racconto inizia con “c’era una volta”, ed allora è una favola, e come tutte le favole che si rispettino, dove c’è una ragazza triste, compare sempre il Principe Azzurro. Che fosse bello bello non si può proprio dire, ma per lei era stupendo perché lui era stupendo. Di lui non potevano piacere le banalità con cui si codifica la “bellezza degli uomini”. Il fascino, anzi lo charme di cui era dotato ti ipnotizzava e tu… tu restavi lì ad ammirarlo ed ascoltarlo. Non era affascinante perché ricco, ma probabilmente ricco perché affascinante… ed intelligente. E poi il garbo. Riceveva ambasciatori ed umili persone con lo stesso rispetto. Ed altrettanta quantità, ma di disprezzo, riversava su chi agiva diversamente.Dava udienza a coloro che la chiedevano senza le priorità che taluni vorrebbero ci fossero in virtù del rango. Era più facile scorgere un sorriso in una taverna tra popolani di buoni sentimenti che al tavolo con re ed imperatori.Era fatale che tra i due iniziasse la più bella storia d’amore che sia mai stata scritta. Intendiamoci subito, anche nelle fiabe, pur non scrivendolo mai, tra il principe e la sua adorata non sono sempre rose e fiori, e non lo furono neanche stavolta. Ma questa è una favola, abbiamo detto che sono cose di scarsa importanza.

I due si amarono alla follia. Nulla poteva scalfire il loro amore. E durante quest’amore chi viveva al villaggio dei due era estasiato, un alone di felicità chiudeva il loro mondo come una volta. Il popolo amava questa storia d’amore perché adorava la principessa,vederla felice era il loro sogno da sempre. Quando il principe apparve lo riconobbe subito, era uno di loro. Amava la ragazza e voleva la sua felicità, sapendo che la felicità della principessa sarebbe stata la felicità di tutti. La principessa imparò anche lei ad essere giusta coi giusti e forte coi forti. Imparò le maniere regali del suo principe e tutti, oltre al villaggio, impararono a conoscere i due per la loro eleganza di modi e maniere. Tutti impararono a rispettarli, di quel rispetto che la ragazza non aveva mai goduto in fanciullezza e che mai avrebbe pensato di ricevere. Lui la portò a vedere il mondo, quel mondo fuori le mura che lei non conosceva e che le apparve come magico. Un mondo fatto di luci e riflettori, di lingue diverse e di notti travolgenti. Mondi che impararono una legge nuova, che prevedeva di far sedere al tavolo imbandito anche i nostri eroi. A quel tavolo si saziarono i principi, e con loro si saziarono tutti coloro che li amavano. E la festa più bella arrivò, un pomeriggio di sole di un giorno tanto atteso. Un giorno che è scolpito nella memoria di tutti, chi ha amato e chi ha odiato, gran signori e cialtroni, mendicanti e signorotti. Tutti ricordano quel giorno di maggio radioso come solo il sole di Genova sa far diventare le giornate. Gli amanti si guardavano da lontano ma erano vicini, uno dentro l’altro e nessuno delle migliaia di entusiasti che assistevano all’apoteosi se ne accorse. Tutti pensavano a due corpi distaccati e loro, così eleganti, compivano l’atto d’amore per eccellenza davanti ad una platea immensa. Far l’amore con l’adorata è cosa bella che solo gli innamorati conoscono. Non parlo del volgare atto che soddisfa il corpo ed incupisce la mente. La cima del monte la raggiunge solo chi ama la montagna, chi la rispetta, chi la chiede con l’eleganza che la natura merita. Quel giorno sulla vetta della montagna, due innamorati, belli come dei, fieri come dei, mano nella mano, si univano per sempre nel ricordo della storia. Incisero nella pietra la loro storia, ed i pochi eletti che ambiscono raggiungere la vetta, leggendo la loro storia, non possono che dimostrare ammirazione e stupore per la forza che il loro amore trasmette. Poi la vita ebbe il corso naturale. C’è un tempo in cui gli innamorati non vedono intaccato il loro sentimento, anche se il corpo non risponde più. Ci furono altri momenti, furono momenti memorabili, ma nulla poteva dare quello che dette l’orgasmo di quel giorno di maggio. Il principe era stanco, il principe era malato. La principessa si sedette accanto a lui, gli stette vicino e continuò ad amarlo, ma non riuscì ad evitare che la vita svanisse dal suo corpo. La principessa morì con lui. Nessuno si accorse che anche lei era morta vicino al suo adorato principe. Diversi gran signori per molto tempo cercarono di farla vivere negli occhi e nel cuore della gente, che ancora oggi la credono viva, pensano di vederla correre felice… nessuno si è accorto che quella fiaba finì quella mattina d’autunno, e quella che stanno vivendo è un’altra favola, bella, a tratti bellissima e travolgente come solo le storie d’amore sanno essere, ma semplicemente un’altra fiaba…

“Quando penso a lui e a quegli anni mi scende una lacrima ………..E’ stato tutto merito di Mantovani se quella Sampdoria fu un fenomeno incredibile. Perché fenomeno è la parola giusta. ………. È stata una squadra unica dal dopoguerra ad oggi, è durata otto anni! ,perdevamo, andavamo sotto la curva e ci applaudivano. Festeggiavamo le sconfitte: fu Paolo Mantovani a trasmetterci questa filosofia. A noi e al pubblico” Luca Vialli


1993-2008, quindici anni che non sono mai passati e se fossero cento sarebbe la stessa cosa. Paolo Mantovani ha colorato i nostri giorni: moltissimi erano ormai abituati a vivere in bianco e nero in questa città in tutte le sue espressioni,sportive,soprattutto,e non.In particolare, io avevo incominciato a vedere la Sampdoria nella metà degli anni cinquanta e dopo,se si eccettua l'anno del quarto posto,era sempre stata una sofferenza continua.Poi un bel giorno è arrivato Lui e ha cambiato tutto; a poco a poco ha voluto far risplendere l'ambiente e ha deciso di usare la cosa più bella che distingue le nostre maglie,cioè i nostri colori. Ha dato lustro,importanza alla Sampdoria e alla città, ha indicato uno stile di comportamento unico per i supporters di una squadra di calcio,ma soprattutto è riuscito nella cosa più difficile: si è fatto amare come si può amare una persona cara. E come tale ha fatto sì che il tempo non passi mai perchè non c'è giorno che non te lo stringi al cuore,spremendo i ricordi di quel periodo stupendo,siano essi belli o meno belli, che fermano le lancette dell'orologio e tu incantato vivi e rivivi,rivivi e vivi e lo vedi ridere o farsi serio e lo senti esultare,consigliare,insegnare,scherzare,ammonire,parlare la sua nuova lingua,il Sampdoriano,che solo il linguaggio del cuore e della passione fa sgorgare dalle nostre bocche senza alcun insegnamento. Ha dato un grande esempio e questa,per chi ha voluto capirla e coglierla, è la più grande eredità che ci ha lasciato. A me ha voluto,seppur involontariamente,lasciarne una del tutto particolare: in un momento di tenera confessione gli è scivolata una lacrima su una guancia, io l'ho raccolta al volo prima che si disperdesse per terra. L'ho messa in tasca,accompagnata da un suo sorriso. Quella lacrima è diventata una delle guide della mia vita.

Ci sono nella storia periodi che rimangono come pietre miliari ad indicare una svolta dell'umanità, a dare una nuova dimensione alle vite di coloro che seguono. Ci sono condottieri e conquistatori, generali e scienziati, uomini di fede e non che hanno lasciato ai posteri imprese memorabili, scoperte,sollievo alle sofferenze. Anche noi,nel nostro piccolo , nel nostro futile mondo di calci ad un pallone, di bandiere al vento ,di cori urlati sotto la pioggia, di senso di appartenza,di viaggi interminabili, di vittorie e sconfitte, anche noi dicevo , abbiamo avuto un Uomo, uno di noi che ha cambiato il corso della nostra storia , che ci ha dato nuovi orizzonti e ci ha resi definitivamente e per sempre consapevoli della nostra unicità. ….Paolo è stato anche l'ultimo "principe" di Genova, un condottiero rinascimentale duro (soprattutto con se stesso) e nobile. Del condottiero possedeva il beffardo rapportarsi con la morte, la sfida (nella sfida) contro il tempo e contro il proprio corpo, vissuto quasi come un limite all'espandersi dei propri desideri.Come tutti i veri capi è stato grande nelle vittorie, ma straordinario nelle sconfitte. E dei "grandi genovesi" aveva lo sguardo bisognoso di spingersi, cercando la competizione, ben oltre gli angusti spazi che gli Appennini concedono alla Nostra Terra. In ultimo, Paolo, ha incarnato per molti il ruolo del Padre (l'uomo che detta ed amministra le regole, somministra le punizioni e , soprattutto, concede il perdono, elemento essenziale perchè la forza delle sue leggi non si trasformi in durezza). La sua è, al di là dei pregi e dei difetti dell'uomo reale, una figura paterna, stabile e leale, che rimane , oltra la sua scomparsa a costruire dentro di noi, come accade per tutti gli incontri positivi della nostra vita, un elemento della dialettica del nostro pensiero, quella che consente il cambiamento.

Ottobre 1993: immagini di quei giorni Esterno giorno, ingresso Ospedale Galliera, ore 17.00 di una grigia giornata di maccaia, quando lo scirocco rende appiccicosa, umidiccia e triste ogni cosa. Passo di lì per puro caso, in cerca di un parcheggio che non si trova mai: davanti al portone dell'ospedale ci sono Vialli e Mannini, rallento cercando di capire dai loro sguardi se ci sono novità. I due non parlano, hanno la testa bassa, ad un certo punto Gianluca cinge con un braccio le spalle di Moreno: Gianluca piange a dirotto, Moreno pure. Mi fermo con la macchina davanti a loro, la voglia di scendere ed unirmi a loro è fortissima. Nel frattempo, un anziana signora che stava entrando nell'ospedale, vede i due in lacrime, quasi certamente non li riconosce, si ferma a parlare con loro e, come una nonna, li consola e li accarezza teneramente. A questo punto l'immagine si sfuoca, non vedo più nulla: i miei occhi sono pieni di lacrime. Il giorno dopo Paolo Mantovani lascerà per sempre la sua famiglia e la nostra Sampdoria. Casa mia, pomeriggio inoltrato, dialogo con mia moglie. "Hanno messo la salma di Mantovani in Santa Teresina" - preciso che la chiesa dista poche centinaia di metri da casa mia - "Passando ho visto che c'era un casino di gente" .... "Perché non sei entrato?" Mia moglie che, pur conoscendomi molto meglio di Alberto è sicuramente molto, ma molto meno sampdoriana di lui, con questa domanda ha già messo a fuoco il problema: sa che non sono entrato, sa che ho una gran voglia di farlo, sa che non lo farò, a meno che non sia fortemente stimolato. "Bè meglio così" dice la Signora "così ci andiamo tutti assieme" "Tutti chi? anche Chiara e Bea? e che cazzo ci andiamo a fare? belin, è già tanto se vado ai funerali di quelli che conosco e adesso vado al rosario di Mantovani?" Mia moglie, che ha il pregio di non scomporsi mai -sarebbe sicuramente un pessimo tifoso -, mi guarda come un povero mentecatto e mi dice " Paolo Mantovani ha riempito non solo la tua, ma anche la nostra vita negli ultimi 15 anni, ti ha reso felice, ed indirettamente ha reso felice me e le tue figlie, ha fatto si che il nome della nostra Genova e della tua Sampdoria fossero sulla bocca di tutti, in Europa e nel mondo, e tu adesso non vuoi stare un po' con lui per l'ultima volta? Metti da parte la tua riservatezza tutta genovese, metti da parte le tue idee e, soprattutto, mettiti la giacca, che io e le bambine siamo già pronte" E fu così che tutta la famiglia Ciccio si recò nella chiesa di Santa Teresina. Risento ancor oggi mia moglie spiegare alla più grande delle figlie chi era quel signore nella bara "Questo signore era il papà della Sampdoria, la fidanzata di papà della domenica. Era un nostro grande amico di famiglia" Con Te abbiamo imparato a volare. Ora che vivi nel cielo fa si che un buon vento ci sia compagno per sempre

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Luca Vialli Ottobre 1993: immagini di quei giorni per sempre consapevoli della nostra unicità.

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