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N째1 Novembre-Dicembre 2011

Laboratorio SaCF


e n o i z a d e R La ALESSANDRO FRAU RESPONSABILE NEWS E CONTENUTI RADIO CA’ FOSCARI

ELENA CONTE MATTIA MALAPONTI LORENZO SCIALABBA STEFANIA PERDON ANNA BUSDRAGHI SARA CIVAI

OLGA RUSSO ORSOLA BATTAGGIA MARIA PARISI ANNA IANNACCIO FRANCESCA BOI

EDITORIALE D

escrivere ciò che è stato realizzato in queste 34 pagine non è facile. La prima cosa da dire è che si tratta di un lavoro senza pretese che intende mostrare quello che viene realizzato all’interno della redazione di SaCF (“Sopravvivere a Ca’ Foscari”), il contenitore news della radio dell’Università Ca’ Foscari Venezia. Gli articoli, le interviste e il materiale raccolto rappresentano solo una piccola esemplificazione dell’impegno e del lavoro realizzato, negli ultimi due mesi dell’anno appena trascorso, dagli studenti che compongono l’ampia redazione di SaCF. La chiave di lettura di queste pagine è un elemento imprescendibile per comprendere lo stile e la natura degli articoli che seguiranno questo editoriale. Si tratta infatti di “pezzi” realizzati per essere ascoltati alla radio e non letti in un giornale. La concisione e la semplicità sono due elementi base nella composizione di un radiogiornale e il loro adattamento scritto non permette la stessa trasparente efficacia. Quello che la redazione propone ai lettori della rete è una dimostrazione del lavoro fatto e delle interviste realizzate, con lo scopo di mostrare al mondo una piccola fetta dell’immensa torta che viene sfornata ogni settimana dalla redazione di Sopravvivere a Ca’ Foscari. Vi ricordiamo che il radiogiornale d’Ateneo va in onda ogni lunedì e giovedì alle ore 13 e in replica alle 19 su www.radiocafoscari.it. Voglio dedicare la conclusione di questo editoriale a tutti i ragazzi che condividono con me questa meravigliosa esperienza. Sono orgoglioso del lavoro fatto e dell’impegno profuso alla realizzazione di questa piccola realtà. Grazie. Di cuore. Alessandro Frau


In studio.....


Sopravvivere a Ca’ Foscari

Martedì 29 novembre si è tenuto a Ca’ Foscari

la quinta edizione del Career Day. L’evento ha riscosso un grande successo con oltre 1100 ragazzi arrivati negli spazi espositivi dell’Ateneo. Il Career Day ha permesso incontri e colloqui con 28 aziende di respiro internazionale e la consegna da parte di studenti e laureati dei propri curricula. Tra le aziende partecipanti anche colossi del settore bancario e assicurativo come gruppo Generali, Intesa San Paolo o Friuladria, editoriale come il gruppo RCS e importanti aziende come Umana e Benetton. Gli spazi espositivi nella sede centrale dell’Ateneo sono stati letteralmente invasi da studenti, neolaureati e laureandi, per una giornata faccia a faccia con le aziende in cerca di nuovi talenti da inserire nel mondo del lavoro. Numerose sono le novità della quinta edizione del Career Day, organizzato dal servizio placement di Ca’ Foscari. Oltre agli incontri a tu per tu con le aziende a cui consegnare il proprio curriculum, sono stati effettuati laboratori tenuti dai responsabili delle risorse umane dei grossi gruppi industriali, volti a imparare a sostenere un colloquio in maniera efficace. Altra novità è rappresentata da un pratico vademecum, la nuovissima guida “Mi metto al lavoro” realizzata con Friuladria, con tutti i consigli utili per la ricerca di un impiego e la stesura del curriculum. “Mi metto al lavoro” è una pratica guida pensata per aiutare i neo laureati a preparare il proprio ingresso nel mondo lavoro, come preparare un curriculum sia per il mercato italiano che per quello estero, come mettere a punto un video CV, come affrontare un colloquio di lavoro. Ulteriori informazioni su www.unive .it/placement. Sopravvivere a Ca’ Foscari ha partecipato all’evento e ha realizzato alcune interviste ai responsabili di alcune delle aziende presenti. I contributi sono di Alessandro Frau, Elena Conte e Stefania Perdon. Mattia Malaponti

Career Day a

LE INTERVISTE Simona Sarco Può illustrarci le caratteristiche della sua azienda?

La nostra è un’agenzia per il lavoro. Siamo nati nel 1998, qui, proprio a Venezia e siamo l’agenzia per il lavoro del territorio lagunare. Ma in questi anni siamo cresciuti, tanto è vero che siamo presenti con 113 filiali sul territorio nazionale in 11 regioni. Noi offriamo una serie di servizi tutti inerenti il mondo del lavoro che vanno dalla somministrazione del lavoro a tempo determinato allo staff leasing cioè somministrazione del lavoro a tempo indeterminato, la formazione, il placement, la mediazione, ricerca e selezione. Tutti servizi che possono servire ai giovani ma non solo per trovare lavoro o per inserirsi per la prima volta in questo mondo, per cambiare il proprio impiego nell’arco della vita, per ricollocarsi oltre che per formarsi rispetto a quelle che sono le richieste effettive del mercato del lavoro.


Eventi Live

a Ca’ Foscari

Gli direi di sfruttare l’occasione che ha di incontrare i responsabili di selezione delle aziende e di essere il più flessibile possibile perché qui troverà già delle opportunità e delle proposte per un inserimento soddisfacente. Molto spesso si viene però non sapendo quali saranno le occasioni o avendo in mente una sola possibilità in cui investire il proprio futuro professionale. L’apertura mentale in questo caso può aiutare a cogliere maggiori occasioni.

Viste le partecipazioni di Umana alle scorse edizioni del Career Day, quali sono stati i vostri riscontri?

Abbiamo trovato dei ragazzi molto interessanti, molto spesso però non erano pronti ad entrare nel mondo del lavoro perché non all’ultimo anno del loro percorso di studi o perché dovevano ancora discutere la tesi. Con molti di loro ci siamo dati appuntamento negli anni per rivederci e devo dire che alcuni sono stati inseriti nelle nostre aziende clienti con soddisfazione qualche mese dopo il Career Day.

Perché Umana è presente al Career Day e quali sono le figure professionali che state cercando?

Per noi è un grande piacere partecipare oggi in quanto siamo un’azienda che già partecipa alle attività di placement in collaborazione con il vostro Ateneo e il vostro servizio stage e placement. Noi oggi ci aspettiamo di incontrare dei ragazzi fortemente motivati ad iniziare a lavorare trovando il lavoro che possa soddisfarli. Abbiamo molte opportunità da offrire loro sia come agenzia per il lavoro in quanto molte nostre aziende clienti ci chiedono di selezionare giovanissimi laureati per loro, per i ruoli più svariati, in quanto seguiamo aziende di qualsiasi genere di settore, nazionali e multinazionali. Siamo qui anche per cercare giovanissimi talenti, interessati ad entrare a lavorare nelle risorse umane, quindi in Umana azienda, Cerchiamo addetti alla selezione del personale, persone che gestiscano e seguano la nostra azienda clienti e consulenti commerciali strategici junior, ovvero persone che poi sviluppino i rapporti nelle aziende sul territorio. Quali consigli si sente di dare agli studenti che partecipano al Career Day? Gli direi senz’altro di portare un Curriculum Vitae aggiornato ma di presentarsi possibilmente avendo ben chiari quelli che sono i suoi obiettivi a breve-medio termine.

Valentina Frezza L’azienda per cui lavora si occupa di svariati e molteplici ambiti lavorativi. Può descriverceli?

Il gruppo RCS è uno dei principali gruppi editoriali italiani, tra i nostri prodotti chiaramente spiccano il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport tra i quotidiani, abbiamo un ambito periodici dove editiamo Io Donna, Sette, Brava Casa e Oggi. Ci occupiamo di libri con i marchi Rizzoli, Bompiani, Bur, Adelphi e Fabbri. Ci occupiamo di pubblicità, RCS pubblicità è la concessionaria che vende spazi pubblicitari sulle testate quotidiane e periodiche del nostro gruppo e abbiamo poi una società in Spagna, Unidad Editoriale, che si occupa di editoria con El Mundo, Marca e periodici spagnoli.

La vostra azienda è presente per la prima volta al Career Day di Ca’ Foscari. Cosa vi aspettate da questa giornata e perché avete fatto questa scelta? Abbiamo scelto di partecipare perché riteniamo importante avvicinarci ai giovani direttamente e capire da loro quali sono le esperienze che loro in questo momento ricercano, quali sono i profili che vengono offerti ad una società come la nostra.

Cosa suggerirà agli studenti che oggi si recheranno per parlare con lei di stage e lavoro? Il consiglio che darò è di portare un Curriculum sintetico che metta in evidenza il suo percorso di studi visto che stiamo parlando di persone che si stanno laureando, evidenziando magari esperienze all’estero, le lingue conosciute, tutto quello che è la parte interna-


Sopravvivere a Ca’ Foscari zionale. Nel sedersi di fronte a noi mostrare passione e interesse, nel nostro caso, per la nostra azienda e per l’editoria.

Pensate di ripresentarvi alle prossime edizioni del Career Day?

Si, credo di si. Vedo che l’iniziativa ha successo, per ora abbiamo la coda davanti, quindi sicuramente è un momento interessante di confronto con i ragazzi che abbiamo incontrato e che incontreremo.

Marina Spriscico

Laura Ferrari

Quali sono le peculiarità più importanti di Veneto Banca? La nostra è una banca per cui ovviamente il settore è quello del credito. Siamo qui oggi per reclutare ragazzi sia interessati ad opportunità di stage all’interno degli uffici di direzione sia interessati ad una carriera in banca per cui sto parlando del lavoro in filiale, un lavoro commerciale e l’inserimento come operatore di sportello. Chiaro che per noi un evento come oggi è un’occasione importante perché è un ponte tra l’Università e la nostra azienda, ci permette di incontrare in loco i talenti che si affacciano al mondo del lavoro e di avere un primo approccio con loro.

Può spiegarci di cosa si occupa la sua azienda? Prometeia è una società che si occupa di consulenza finanziaria con i servizi rivolti agli intermediari, in primis quindi alle banche ma anche alle assicurazioni. Forniamo servizio di consulenza per i primari gruppi bancari italiani e anche internazionali.

Quali consigli si sente di dare agli studenti che partecipano al Career Day? Di presentarsi con un Curriculum Vitae ben scritto, per cui che sia chiaro, sintetico e con le idee precise, nel senso che mai dire ad una azienda “mi interessa qualsiasi tipo di lavoro” ma nella ricerca va fatto un tipo di ragionamento seguendo le proprie attitudini, i propri interessi in modo da arrivare nell’azienda giusta.

Quali consigli si sente di dare agli studenti che vorrebbero lavorare per la sua azienda? Di puntare assolutamente sulla formazione universitaria e di impegnarsi bene e in fretta.

Veneto Banca è già stata presente gli anni passati al Career Day. Quali sono stati i risultati delle scorse edizioni? Si, si. Partecipiamo spesso anche al Finance Day a marzo. Per noi è un’ottima opportunità sia per quanto riguarda il reclutamento di stagisti sia per quanto riguarda effettivamente candidature interessanti ai fini di un’assunzione e ci sono sempre stati dei risultati importanti.

Quali sono le qualità che devono possedere i candidati che si rivolgono a Prometeia? Voglia di imparare e di mettersi in gioco. Ricerchiamo ovviamente un background accademico degno di nota in qualche modo, con buone votazioni e con conseguimento dei titoli nei giusti tempi.

Prometeia è già stata presente gli anni passati al Career Day. Quali sono stati i risultati delle scorse edizioni? Parteciperete ancora? Abbiamo contattato dei candidati con dei profili molto interessanti che oggi fanno parte del nostro gruppo. Parteciperemo volentieri anche alle prossime edizioni perché riteniamo il Career Day un’ottima opportunità per conoscere i giovani laureati con energie e idee per far crescere la nostra società.


Eventi Live

Marco Mauri Di cosa si occupa la vostra azienda? Noi siamo una giovane multinazionale in forte espansione. Oggi abbiamo circa 1400 dipendenti, un fatturato di 180 milioni di euro e abbiamo una grande possibilità di crescita nei prossimi anni. Siamo uno dei leader mondiali nella produzioni di prodotti per le industrie farmaceutiche, produciamo all’incirca 3 miliardi di pezzi proprio al servizio delle case farmaceutiche. Perché Stevanato è presente al Career Day e quali sono le figure professionali che state cercando? Noi siamo alla ricerca di giovani talenti

perché stiamo in questo momento espandendoci. Nella nostra espansione è prevista la costruzione di una fabbrica in Cina nella zona di Shangai che a regime dovrebbe avere all’incirca 300-400 dipendenti, quindi siamo alla ricerca di giovani talenti che parlino cinese, per poterli formare, inserire in azienda e poi magari destinarli ad una carriera in quell’ambito. Siamo tuttavia aperti anche ad altre facoltà, economia piuttosto che chimica, per valutare candidati motivati e preparati. C’è bisogno di forze nuove. Quali consigli si sente di dare agli studenti che vorrebbero sostenere un colloquio con la vostra azienda? Io credo che oggi serva molto avere le competenze, a volte, non dico sia

il caso dell’Università Ca’ Foscari, riscontriamo che gli studenti non hanno la preparazione di base che ci serve. La competenza è il primo consiglio, l’intraprendenza il secondo. Essere propositivi e avere voglia di rimboccarsi le maniche e di partire da zero in un mondo che è totalmente diverso da quello accademico. La vostra azienda è presente per la prima volta al Career Day di Ca’ Foscari, pensate di presentarvi anche nelle future edizioni? Sicuramente ci ripresenteremo, siamo appena partiti e abbiamo già incontrato una ventina di giovani, abbiamo messo una sedia in più, quindi c’è un notevole afflusso e fortunatamente la gente inizia a conoscere la nostra realtà.

sicuramente una fucina, oltre che di capacità intrinseche al loro percorso universitario, di energie e motivazioni, forti entusiasmi. Essere vicino a loro in questo momento penso sia molto positivo per quello che è il nostro progetto e soprattutto anche per quello che vuole essere il segnale che vogliamo dare ai giovani laureandi. Quali consigli si sente di dare agli studenti che partecipano al Career Day? Direi loro innanzitutto di guardare attentamente tutte le opportunità e di focalizzarsi su quelle che sono particolarmente coerenti e pertinenti al loro taglio e alle loro caratteristiche. Non solo caratteristiche di studio e indirizzo universitario ma anche quelle che sono le loro pecu-

liarità personali. Le virtù che alla fine faranno la differenza sono la conoscenza e la professionalità ma è importante anche il modo in cui uno vive la professione Quali sono i vostri riscontri al Career Day? Se lei sfoglia la guida ci trova già un paio di ex cafoscarini. Se si avvicina al nostro stand trova due colleghe, una che fa parte del mio ufficio e lavora al marketing con me l’altra è una stagista che lavora ormai da 6 mesi e che sta concludendo un percorso di esperienza presso il marketing. Noi c’eravamo, ci siamo e ci saremo. Riteniamo che questa Università sia la referente migliore per cogliere i valori che escono dai giovani di oggi

Giuseppe Cadamuro Può illustrarci le caratteristiche della sua azienda? Parto dal compleanno di quest’anno, Friuladria compie cent’anni e una banca che nasce con logiche locali e territoriali. Nasce in friuli cent’anni fa con uno sportello e 3 persone e arriva oggi ad avere 200 filiali tra Friuli e Veneto e ad appartenere ad uno dei maggiori gruppi mondiali in ambito bancario che è Credit Agricole. Abbiamo in programma un progetto di espansione e di crescita ulteriore in territorio Veneto perché in Friuli la presenza è storica e costituiamo la “banca” principale della regione anche come valore di mercato. Come giudica l’evento Career Day e cosa si aspetta da questa giornata? Quando mi è stato prospettato di far parte oltre che di questa giornata anche della guida che ci vede come main sponsor ho ritenuto che l’iniziativa fosse proprio coerente con i nostri principi e poi soprattutto con il momento che noi stiamo vivendo pur nella difficoltà complessiva. Coerente perché ho parlato prima di crescita e sviluppo e quindi i giovani sono


Sopravvivere a Ca’ Foscari

Tullia Panconi Potrebbe descriverci l’azienda in cui lavora?

Susanna Zanderigo Quali sono le caratteristiche della vostra azienda? Noi facciamo servizi professionali alle aziende con la società di revisione contabile, la società di consulenza e lo studio associato. Quali sono le vostre opinioni sul Career Day e quali le vostre aspettative? Noi partecipiamo da anni quindi conosciamo bene la realtà dei Career Day di Ca’ Foscari, veniamo per proporci come network, per farci conoscere dagli studenti e naturalmente per fare delle proposte concrete alle persone che sono interessate ad entrare nel network sia in termini di stage sia in termini d’assunzione. Quali consigli si sente di dare agli studenti che vorrebbero lavorare per la sua azienda? Capire esattamente che cosa vorrebbero fare. Indirizzare le loro candidature e scegliere ciò che è più attinente al loro percorso e alle loro caratteristiche. Non candidarsi in maniera indiscriminata per qualsiasi realtà lavorativa ma prima vagliare attentamente la società per la quale si fa un certo tipo di candidatura ed essere convinti di quello che si vuole fare . La vostra azienda è già stata presente gli anni passati al Career Day. Quali sono stati i risultati delle scorse edizioni? Noi abbiamo sempre un numero significativo di neolaureati e studenti di Ca’ Foscari che entrano nel nostro network per cui noi torniamo sempre molto soddisfatti della partecipazione dell’evento che richiama moltissime persone ed è sempre ben organizzato e positivo.

Luxottica si occupa di produrre e commercializzare occhiali ma la mission in realtà è molto più ampia. Offrire l’opportunità di vedere a più di 314 milioni persone nel mondo che hanno bisogno di correzioni a difetti visivi oltre a mettere le nostre competenze al servizio di chi non si può permettere le cure visive o occhiali tramite la nostra fondazione one sight che da quando è nata ha aiutato più di 8 milioni di persone in tutto il mondo regalando visite gratuite e occhiali.

Perché siete presenti al Career Day?

Noi stiamo investendo sempre di più su una politica di recruiting mirata a reperire i migliori talenti. Ci piace il contatto diretto con gli studenti e Ca’ Foscari per noi è sinonimo di Università di qualità e su un territorio che per noi è molto importante perché siamo fortemente presenti nel triveneto data la nostra nascita in provincia di Belluno. Inoltre apprezziamo il forte orientamento internazionale che Ca’ Foscari ha e coltiva negli ultimi anni perché Luxottica ha più di 64.000 dipendenti in giro per il mondo di cui 8.000 in Italia. Siamo presenti in 130 paesi in tutti e 5 i continenti e parliamo più di 35 lingue e quindi cerchiamo Università che crescano studenti con un approccio fortemente internazionale.

Quali sono le caratteristiche che ricercate durante un colloquio?

Sono le caratteristiche che rappresentano un po’ il nostro DNA: immaginazione, passione, imprenditorialità, semplicità e velocità. I comportamenti che ha messo in atto il nostro fondatore Leonardo Del Vecchio fin dal primo giorno. In più chiaramente l’orientamento alla mobilità e quindi a considerare l’ingresso in Luxottica non in un ruolo specifico ma in un percorso che sia composto di tante esperienze diverse. Consiglio tanta flessibilità e la disponibilità a bilanciare umiltà e ambizione.

La vostra azienda è già stata presente gli anni passati al Career Day?

La partnership con Ca’ Foscari non è una novità. I riscontri sono stati sempre positivi e mi risulta che Luxottica sia studiata come caso aziendale dagli studenti.


Eventi Live

Vinicio Capossela inaugura “Ca’ Foscari Letteratura”

Vinicio Capossela è stato il protagoni-

sta del primo incontro del nuovo filone culturale che Ca’ Foscari ha messo in piedi per l’anno accademico 2011-2012. Reduce dal concerto veneziano tenutosi alla Basilica dei Frari, il cantautore si è concesso agli studenti cafoscarini attraverso un interessante dialogo con Pia Masiero, delegata del rettore alle attività culturali. Al termine dell’incontro, Capossela ha risposto alle molteplici domande rivolte dagli studenti risolvendo con naturalezza ogni quesito e curiosità. Negli ultimi mesi, Vinicio Capossela ha girato l’Italia con il suo ultimo lavoro “Marinai, profeti e balene”. Si tratta dell’ottavo album in studio che lo stesso autore ha descritto come “un’opera enciclopedica, una marina commedia fuori misura”. Il disco è stato registrato tra Ischia, Berlino, Creta, Milano e Capo d’Istria e ha venduto oltre 60.000 copie vincendo il disco di platino. L’evento è stato seguito da ben 160 studenti presenti nella sala degli spazi espositivi di Ca’ Giustinian dei Vescovi, nella sede centrale, che ha registrato il tutto esaurito fin dai primi giorni in cui era possibile riservare un posto per l’incontro. L’Università ha inoltre messo a disposizione l’aula 0F presso il polo di San Basilio e l’aula seminari della sede di Malcanton-Marcorà per la diretta streaming, registrando anche in questo caso, un eccellente riscontro di pubblico tra gli studenti lagunari. Radio Ca’ Foscari ha trasmesso l’evento in diretta. Potete riascoltare il podcast all’indirizzo www.radiocafoscari.it/infoscari.

Per rivedere l’incontro invece basta collegarsi al sito www.unive.it/infoscari dove sono presenti 6 video che comprendono l’intera mattinata in compagnia del cantautore italiano. Ca’ Foscari letteratura ha preso il via con un appuntamento di grande rilievo segnando subito in partenza un debutto di alta caratura culturale e musicale. Nel 2012 verrà arricchita ancor più attraverso un fitto programma di eventi nei quali gli studenti saranno coinvolti direttamente e con un ruolo di primaria importanza in laboratori e incontri mirati per soddisfare la loro sete di conoscenza e confronto.

Stefania Perdon


Sopravvivere a Ca’ Foscari

Sulle Tracce di Mao Osservare alcuni aspetti della Cina contempo-

ranea attraverso Mao Zedong, una delle figure che ne ha influenzato maggiormente la mentalità e vedere come la sua immagine è stata assorbita dalla popolazione, riutilizzata e reinterpretata ad un uso quotidiano; questo l’intento dei due fotografi Cheng Wenjun e Tommaso Bonaventura, autori rispettivamente dei due reportage fotografici che vi vogliamo presentare. Due lavori frutto di viaggi e di continua esplorazione alla ricerca di scatti che possano raccontare in parte quello che la Cina è stata e continua ad essere, il tutto osservato da un occhio occidentale e uno orientale e quindi da due impostazioni diverse tra loro. Noi della redazione abbiamo avuto il piacere di incontrarli in occasione del workshop organizzato dall’università Ca’ Foscari in collaborazione con l’Istituto Confucio di Venezia sulla figura di Mao Zedong, il “grande timoniere” che ha condotto la Cina a potenza mondiale risollevandola dopo anni di guerre e di carestie. Il workshop è stata l’occasione, grazie all’intervento di professori esperti, di riportare Mao all’attualità attraverso la storiografia, la situazione politica e sociale cinese odierna, e le reinterpretazioni fatte dalle varie forme d’arte come cinema, pubblicità e letteratura. Ad aprire la giornata i due reportage, con l’impegno di Laura De Giorgi e Ivan Franceschini: “L’intento è stato dare una lettura di quello che è il Maoismo nella Cina contemporanea.. In Cina infatti è ancora rimasta un’eredità e con i due reportage si è voluto raccontare la rielaborazione dell’immagine di Mao oggi. Da qualche anno a questa parte infatti si parla de - Lo stato avanza e il privato si ritira - che simboleggia un tentativo di ritorno al passato. Un insieme di valori e idee rielaborate a piacimento dell’odierno partito.”

I due autori: Tommaso Bonaventura è un fotografo romano dell’agenzia “Contrasto”, autore di numerosi reportage per testate italiane e internazionali. Recentemente ha focalizzato la sua attenzione sul mondo cinese documentando trasmissioni televisive e portando avanti progetti fotografici sui luoghi di culto del Maoismo. In occasione della conferenza ha presentato ritratti di attori cinesi che lavorano o studiano per essere veri e propri sosia di Mao; in Cina infatti ne esistono molti, di soap opera o teatrali, che sono specializzati nell’impersonarlo; avvantaggiati da un’accentuata somiglianza fisica, questi ne studiano le movenze, il linguaggio e le poesie, cercando di assimilare al massimo la sua personalità, per poi riportarla sul set o nei teatri agli occhi del pubblico. Li ha presentati nelle pose tipiche del Presidente Mao facendo loro


Eventi Live emergere la stravaganza e singolarità; essi infatti si odiano tutti tra di loro, perché ognuno pensa dell’altro che non sia abbastanza bravo a rappresentarlo, o perché fisicamente non abbastanza somiglianti o perché non parlano il suo dialetto in modo impeccabile. Nel paese natale del “grande timoniere” (Shaoshan) esiste ancora un teatro dove tutti i giorni vengono inscenati spettacoli che parlano della sua vita. Cheng Wenjun è invece un fotografo cinese che ha deciso di intraprendere, negli ultimi quindici anni, un lungo peregrinare alla ricerca di statue commemorative e esortative di Mao sopravvissute alla Rivoluzione Culturale. Anche se il primo viaggio è datato 1989 ha iniziato a fare foto in modo professionale solo tredici anni dopo. Attraverso le statue ha voluto considerare Mao nella sua dimensione storica, quasi come una statua dell’esercito di Terracotta. Una figura, quella di Mao, che ha unito davvero tutta la Cina, da est a ovest, come ci dimostrano le parole dello stesso Cheng Wenjun: “22 anni fa dopo 8 giorni di viaggio, sono arrivato a Kashgar, (nella regione dello Xinjiang) la città più a ovest della Cina , dove la popolazione è uigura, lo stile islamico, e in cui suoni, colori, sapori sono totalmente diversi da quelli di Pechino. Nello stupore di questi scenari atipici mi sono reso conto di

essere davvero in Cina dalla statua di Mao alta 24 metri.” Dall’estratto emerge nitidamente il contrasto tra quella che è una città puramente islamica e l’immagine di Mao che evidenzia la presenza del mito anche in contesti totalmente diversi da quelli in cui si è affermato. Nella tradizione però non esiste l’usanza di costruire statue di sovrani; prima del ‘900 se ne conta solo una di 90 cm rinvenuta a Chengdu. Questa tendenza nasce infatti nel 1966 con la Rivoluzione Culturale a scopo propagandistico e di incitamento all’entusiasmo delle masse, utilizzate dal Partito Comunista Cinese quasi per marcare il territorio e dimostrare la presenza costante del PCC nella quotidianità del popolo. Anche se l’immagine di Mao, tra dazibao, figure a mezzo busto in gesso e gigantografie (vedi quella in Piazza Tian’anmen a Pechino) inizia a circolare già con la fondazione della Repubblica Popolare datata 1949, tra quell’anno e il 1966 di statue in luogo pubblico se ne contano solo due. Originale è la storia della prima vera statua: un gruppo di giovani, sull’onda dell’entusiasmo della Rivoluzione, sfondano un’antica porta di marmo dell’Università Tsinghua di Pechino, l’architetto del campus decide perciò di costruire una scultura per proteggere l’Università dall’impeto furioso delle masse servendosi del rispetto radicato nel popolo verso la figura di Mao. Il successo di queste raffigurazioni fu incontrollato al punto da subire critiche dallo stesso Presidente, che pur non essendo contrario alla diffusione della sua immagine, disapprovava lo spreco di materiali e di energie spese nella costruzione; anche quando una famosa azienda produttrice di aerei propose di usare l’alluminio, lui si oppose allo spreco del materiale, fondamentale per la fabbricazione delle spille del Partito. Un mito talmente potente da perderne il controllo. Cheng Wenjun è stato in più di 120 località, e ha fotografato circa 186 statue che risalgono al periodo della Rivoluzione Culturale e che ritraggono Mao in posizioni realistiche. E con le loro fotografie Cheng Wenjun Tommaso Bonaventura ci presentano un’altra prospettiva, quella del reale.


Sopravvivere a Ca’ Foscari

Parlando con i due fotografi...

Vi chiediamo subito un pensiero su quest’esperienza... Tommaso Bonaventura:

“L’esperienza é stata estremamente divertente, perché mi interessava fare un lavoro ironico su uno dei personaggi centrali della storia contemporanea cinese e del ‘900, quasi con l’idea di smitizzarlo. Mi ha attratto molto anche il confine labile tra copia e originale che in Cina è una dimensione culturale molto presente, ossia tra il Mao originale e i suoi numerosissimi tentativi di imitazione.” Cheng Wenjun: ”Mao è una persona diventata modello, a cui segue un coro di celebrazione notevole. Io mi distacco da questo rapporto tra figura e ammirazione delle masse, perché non è giusto il percorso di iconicizzazione. Le foto di Tommaso Bonaventura mi straniano perché vedere l’immagine di Mao reinterpretata da altri cinesi, esempio attori, mi colpisce molto.

Il mito di Mao è ancora presente nella società. Qual è la percezione delle nuove generazioni?

Tommaso Bonaventura:

”Mao è come una figura patriarcale presente nella tua vita, che ricorre spesso, ma i giovani non ne seguono l’ideologia., é piuttosto una figura che tu sai che esiste e che c’è” Cheng Wenjun: ”Lo stacco generazionale è evidente. Chi è nato negli anni ‘80 non lo percepisce più come un modello di comportamento, ma lo considera un forte elemento del passato. Rimane ancora come vestigia del passato in alcune zone rurali, dove si è sviluppata una forma di culto della personalità; negli anni ‘60 la terra era stata collettivizzata, i prodotti venivano accumulati dal capo villaggio e poi ridistribuiti. Con la morte di Mao e il passaggio a Deng Xiaoping, si è iniziato a privatizzare, lasciando le terre in mano ai singoli contadini affinché potessero ricavarci cibo per vivere e fonte di guadagno tramite il commercio. Quelle generazioni quindi sono cresciute con un certo tipo di pensiero, quello della collettivizzazione, con emblema Mao. Al giorno d’oggi però l’ammirazione della sua immagine nelle grandi città si trova sempre meno. Nelle metropoli come Pechino, Shanghai, Shenzen invece non si trova quasi più.”


Eventi Live

Quanto questo suo reportage è figlio di una sua visione diretta?

La Cina di adesso in che relazione è con la Cina di Mao?

Tommaso Bonaventura: ”In Cina ci sono dei villaggi in cui mantengono un certo tipo di vita come testimonianza e turismo vivente per far vedere come le persone vivevano negli anni 60; questa però non è una libera scelta, bensì le municipalità e il governo hanno deciso che alcuni villaggi dovessero servire da testimonianza. Molte sono anche le vacanze organizzate per conoscere i luoghi di culto di Mao, o luoghi famosi da cui è passata la lunga Marcia organizzate dalle scuole e da agenzie”

Cheng Wenjun:

Cheng Wenjun:

”Quando mao è morto (1976) la reazione della popolazione è stata molto emotiva, tutti piangevano e anche io con la mia classe piangevo, anche se la conoscenza che un bambino di 10 anni (lui è nato nel 1966) può avere è molto limitata. Io avevo la percezione che fosse una persona importante. Si è venuto piano piano a creare un distacco tra coloro che avevano ascoltato i messaggi di Mao alla radio e ne subivano il volere direttamente e tra chi come la nostra generazione lo conosceva perché se ne parlava sui giornali e a scuola.”

”Non è più la Cina di un tempo, ora è una Cina capitalista. Ormai è un paese socialista che si comporta come uno capitalista, anche dal punto di vista della condizione dei lavoratori. Adesso si percepisce una sorta di nostalgia nei confronti della Cina di Mao, a causa della profonda disparità sociale che si è venuta a creare. Prima infatti c’era una situazione di parità in cui i redditi erano uguali per tutti, in cui il padrone o capo villaggio non potevano prendere uno stipendio tre volte maggiore di quello di un normale lavoratore, adesso si parla di stipendi cento volte maggiori. Da un altro punto di vista però è evidente divario tecnologico. Siamo passati repentinamente dalla situazione di una radio per villaggio all’era tecnologica, per cui se da una lato c’è un sorta di nostalgia dall’altro ci si chiede come mai, se all’epoca le condizioni non erano delle migliori.”

Lorenzo Scialabba Elena Conte


Sopravvivere a Ca’ Foscari

T

ra l’uno e il tre Dicembre 2011 si è svolto al porto di Venezia il quindicesimo Salone dei Beni e delle Attività Culturali e del Restauro. L’EXPO dei beni culturali è da 15 anni il luogo ideale per presentare ad un pubblico attento le più interessanti novità del panorama culturale nazionale e internazionale, scambiando idee, proponendo iniziative e progetti, collaborando allo sviluppo delle eccellenze del settore. Esso permette di aderire alla borsa della cultura dove i protagonisti della filiera si incontrano per discutere le strategie d’intervento e concordare proficue sinergie nel campo del restauro e della valorizzazione. Inoltre ottimizza le esperienze del marketing territoriale consentendo di orientare la domanda su realtà specifiche anche poco conosciute e per questo bisognose di nuovi imput. A corollario della fiera un intenso programma di iniziative, dibattiti e seminari sui temi più attuali con il contributo di illustri relatori del panorama culturale italiano ed estero. Queste sono state le parole degli organizzatori dell’evento: “Un salone come avrete possibilità di vedere, può chiamarsi veramente quest’anno, salone internazionale dei beni culturali. La grande novità di quest’anno è quella di ospitare un paese come l’Algeria oltre alla presenza di un grande lavoro che riguarda l’insieme di progetti molto interessanti sulla Libia, un convegno notevolissimo sui percorsi culturali europei e poi durante i nostri convegni parleremo molto di Cina e Giappone. Come vedete un salone effettivamente internazionale. Un salone che presenta 128 realtà come enti e aziende e avremo due borse: una sul turismo e una sulla cultura che vedranno coinvolti oltre 260 operatori che arrivano da 12 paesi”. Ecco invece le parole del presidente di Veneto Exibition, dottor Andrea Miglioranzi: “Veneto Exibition è una nuova compagine internazionale che ha l’ambizione di organizzare degli eventi e delle manifestazioni fieristiche importanti. Ecco perché siamo qui ad inaugurare questo salone, qui a Venezia. Si tratta di un appuntamento che va a configurarsi non come una semplice vetrina ma come veramente un evento attivo e vivo all’interno del tessuto della città. Via accorgerete appunto da tutta una serie di situazioni che non sarà un evento autoreferenziale e chiuso in se stesso sebbene sia principalmente per gli addetti ai lavori ma sarà un’occasione per interagire e che avrà numerosi elementi di novità e ricco di collaborazioni. Saranno presenti tre macroaeree dedicate rispettivamente al restauro (settima edizione di restaura) al turismo culturale e i servizi per i beni culturali e alla comunication information technology. La tecnologia e la ricerca sono la novità assoluta di questa edizione, punto focale sul quale abbiamo concentrato le nostre energie”.

Salone dei beni, de e del re

MUSEI CIVICI VENEZIANI Siamo all’interno dello stand dei musei civici veneziani, come mai siete presenti a questa manifestazione? Siamo presenti per promuovere appunto la fondazione, una delle più grandi ovviamente organizzazioni museali della città di Venezia e proponiamo nel salone anche il nuovo logo e le iniziative che ci sono all’interno degli undici musei della laguna. Quali sono questi musei? Palazzo Ducale è sicuramente il principale e anche il più conosciuto, poi ci sono il Museo Correr, la Torre dell’Orologio, Ca’ Rezzonico che è il museo del Settecento veneziano, Palazzo Mocenigo centro di storia del tessuto e del costume, la casa di Carlo Goldoni, la galleria internazionale di Ca’ Pesaro, Palazzo Fortuny, il museo del vetro e quello del merletto e infine il museo di Storia Naturale. Quali sono attualmente le iniziative più importanti? Adesso è attiva a Palazzo Ducale la mostra “Venezia e l’Egitto” che è stata inaugurata ad Ottobre e che finirà a metà gennaio. Partirà invece dal 16 di dicembre la mostra la museo Correr “Venezia e l’Armenia” che andrà avanti fino a metà aprile. Nel settembre 2012 verrà inaugurata la mostra dedicata a Francesco Guardi sempre al Correr.


Eventi Live

elle attività culturali estauro

UNIVERSITA’ CA’ FOSCARI Perché Ca’ Foscari si trova all’interno del salone dei beni culturali? Ca’ Foscari si trova qui non solo per la sua offerta accademica ma soprattutto per le attività contingenti e non strettamente legate a quelle che sono le facoltà e l’offerta formativa proposta. Sono numerosi gli eventi di cui l’Università è promotrice, prime fra tutte le diverse mostre d’arte che ospita all’interno dei suoi spazi nonché una serie di rassegne musicali, letterarie e cinematografiche. Attività aperte non solo agli studenti e al personale ma anche a tutta la cittadinanza Quali sono le iniziative del 2011 presentate al salone? Il 2011 ha visto innanzitutto ad aprile “Incroci di Civiltà”, festival di letteratura che ha contato alla fine oltre 4000 presenze, numero altamente significativo. A seguire vi è stata la “Digital Week” nel maggio 2011 e il “Ca’ Foscari Short film Festival” che ha registrato 700 visitatori. Si tratta del primo festival di corti in Europa organizzato e gestito da un’Università. Si è appena conclusa la mostra su Prigov visitata da aprile a ottobre da quasi 10000 curiosi. A giugno da non dimenticare l’evento della “Art Night” e infine la “Venetonight” successi di partecipazione e coinvolgimento della cittadinanza.

Può parlarci della Venetonight e degli appuntamenti per il 2012? La Venetonight è certamente l’evento maggiormente sponsorizzato qui al salone per quanto riguarda Ca’ Foscari. L’appuntamento, che verrà replicato anche il prossimo anno, ha visto la collaborazione di tantissimi enti veneziani che hanno dato prestigio alle iniziative proposte. Grandi numeri per quanto riguarda la partecipazione nelle varie sedi dell’Ateneo. La notte dei ricercatori ha diffuso cultura sensibilizzando le persone riguardo all’importanza della ricerca e dei suoi adepti. L’anno prossimo non bisognerà perdere Ruskino, un festival di cinema d’autore russo iniziato poco tempo fa ma che avrà il suo apice nel prossimo anno. Ci saranno una serie di days organizzati per gli studenti e il mondo del lavoro come il finance day o l’international career day.

L’articolo di presentazione è a firma di Mattia Malaponti mentre le interviste sono state realizzare al salone da Sara Civai, Elena Conte, Alessandro Frau e Stefania Perdon.

UNIVERSITA’ IUAV Perché lo Iuav ha deciso di presenziare a questo evento? Dato che il focus del salone è sul restauro ed esso è uno dei pilastri portanti dello Iuav sia nella didattica che nella ricerca e nei servizi che noi offriamo all’esterno era inevitabile e anche logico che lo Iuav come Università si trovasse a partecipare al salone. Dunque non è la prima volta che partecipate giusto? Direi che abbiamo sempre partecipato al salone dei beni culturali, è un appuntamento fisso nel nostro calendario. L’anno scorso abbiamo avuto uno stand espositivo che riguardava tutte le attività dell’Università, design, arti, architettura e pianificazione. Quest’anno ci siamo focalizzati soprattutto sulle novità che riguardano il restauro e la conservazione dei beni culturali. Tra i vostri progetti presentati al salone c’è quello del Canal Grande in 3D. Il Canal Grande in 3D è stata un’iniziativa del nostro sistema dei laboratori che l’anno scorso ha effettuato una scansione vera e propria di tutti i palazzi che si affacciano sul Canal Grande utilizzando una tecnologia estremamente innovativa, un sistema integrato mobile di laser scanner, gps e una piattaforma inerziale. Il risultato di questa lettura metrica, fatta navigando sul canale nel novembre del 2010, è una scansione in 3D di tutto il Canal Grande fatta con quella che tecnicamente si chiama una nuvola di punti e

sono un miliardo i punti colorati che servono per restituire graficamente in 3D l’immagine del Canal Grande stesso.


Sopravvivere a Ca’ Foscari

Ca’ Foscari Challenge School L’

Università Ca’ Foscari Venezia ha istituito nel giugno 2011 la “Ca’ Foscari Challenge School”. Essa è deputata all’erogazione e gestione dell’offerta formativa nel settore del “Lifelong learning” e in particolare dei corsi di Master universitario, allo scopo di ottimizzare le capacità scientifiche e didattiche dei dipartimenti dell’Ateneo. Per fare ciò attinge a competenze e risorse dal contesto produttivo-territoriale di riferimento e, in generale, da realtà esterne nazionali e internazionali, pubbliche e private, fornendo agli studenti cafoscarini un servizio di ultimissimo livello. Ca’ Foscari Challenge School propone 4 linee di programmi di formazione avanzata: La formazione post-laurea attraverso master universitari rivolti a neolaureati con poca esperienza lavorativa e alla ricerca di approfondimenti necessari in una particolare attività professionale; la formazione executive con corsi brevi e Master rivolti a individui già protagonisti del mondo del lavoro; la formazione MBA/DBA composta da programmi formativi complessi per individui orientati ad acquisire competenze manageriali; la formazione estesa caratterizzata da un ampio insieme di iniziative che permettono di coltivare la competenza diffusa facendo anche ricorso ai media più moderni. Abbiamo intervistato per voi Antonella Marconato, manager della Ca’ Foscari Challenge School.

Buongiorno, può spiegarci in cosa consiste la Ca’ Foscari Challenge School e quali sono le sue caratteristiche? È la nuova scuola d’Ateneo inaugurata la scorsa estate, su volontà precisa del nostro Rettore, per cercare di raggruppare i Master universitari dentro un unico marchio e quindi con un’unica identità ben precisa di offerta, strutturandoli in maniera tale da avere un’uscita sul mercato più forte, combattendo l’isolamento precedente in un insieme uniforme e creando oggi una selezione che copre varie aree tematiche. La Ca’ Foscari Challenge School ha partecipato all’ultima edizione del Career Day organizzato dall’Ateneo. Perché questa scelta?

La nostra presenza al Career Day è fissa ormai da due anni. Attraverso l’offerta Master crediamo sia utile fornire dei suggerimenti agli studenti per futuri sbocchi professionali, quindi non stage immediati nelle aziende presenti agli incontri, ma un’ulteriore percorso formativo che possa essere più specifico e caratterizzante.

Quali sono le aree tematiche di competenza della Ca’ Foscari Challenge School? La scuola vuole rivolgersi come interlocutore unico agli studenti e rendere anche per loro la vita un po’ più facile nel momento in cui vogliono scegliere un master di alta formazione. Credo sia importante avere un ufficio singolo e una sola persona a cui rivolgersi. La stessa cosa vale anche per i nostri docenti. In generale un percorso più semplificato per tutti. Le aree tematiche sono quelle che copre tutto l’Ateneo, dall’area economica che risulta essere la più forte a quella di scienze ambientali e chimica, senza trascurare tutta la parte manageriale e umanistica. Ormai i Master di Ca’ Foscari, se non sbaglio, sono 31 come numero complessivo. Un’offerta bella ampia come può immaginare. Come ultima domanda le chiederei di illustrarci i contatti per conoscere ancora più a fondo questa realtà cafoscarina. Noi abbiamo un nuovo sito dove chiunque può trovare l’offerta completa e la mission della scuola, www. unive.it/challengeschool. C’è anche il nostro staff presente con gli indirizzi mail ai quali potete scrivere senza alcun problema e i numeri telefonici per soddisfare ogni vostro dubbio o curiosità.

Alessandro Frau


Dentro e fuori l’Ateneo

BREVI FLASH Ex cafoscarini per il restauro del “Teatro delle Feste” Venerdì 18 novembre a palazzo Fortuny è stato presentato il restauro del modello del Teatro delle Feste, realizzato da Mariano Fortuny del 1912 e concepito assieme a D’Annunzio. Al meticoloso intervento conservativo, finanziato da Venice Foundation, ha partecipato Contact, l’associazione di ex allievi del Mabac, Master dei beni e delle attività culturali di Ca’ Foscari. Contact si pone in particolare l’obiettivo di creare una fitta rete di comunicazioni con i principali attori del mondo della cultura, di agevolare l’inserimento degli ex allievi nel mondo professionale e di fornire specifiche proposte di collaborazione con i maggiori enti culturali nazionali ed europei. L’evento ha sigillato così la cooperazione tra gli ex cafoscarini e le realtà più all’avanguardia del panorama culturale veneziano. Orsola Battaggia

L’opera parla: viaggio nell’arte contemporanea Mercoledì 7 dicembre, alle ore 17, presso palazzo Grassi si è tenuto l’ultimo incontro del ciclo l’opera parla, viaggio nell’arte contemporanea. Il progetto, nato dalla collaborazione di Università Ca’ Foscari, Università IUAV, Accademia delle Belle Arti, palazzo Grassi e Punta della Dogana, consiste in una serie di incontri, svolti ogni mercoledì, a partire da Ottobre, con lo scopo di creare, la prima reale piattaforma di scambio interdisciplinare tra gli studenti e i docenti dei tre atenei veneziani, tra Università e città.Argomento di questo ultimo incontro è stato “Giochi di ruolo, moda vs arte”. Relatore Maria Luisa Frisa, direttore del corso di laurea in design della moda all’università IUAV di Venezia.

Anna Iannaccio

L’Università motore di cultura, Ca’ Foscari e Versailles L’università come centro di produzione culturale. Questo il tema inaugurale del salone della cultura di Venezia che quest’anno ha scelto il filo rosso del confronto fra due grandi capitali europee della cultura, Venezia e Parigi. Venerdì 25 novembre dopo la lectio magistralis “L’Italia e l’Europa”, del direttore Ferruccio De Bortoli del Corriere della Sera, i rettori dell’Università Ca’ Foscari e dell’Université de Versailles St.Quentin En Yvelines, Carlo Carraro e Sylvein Faucheaux hanno dibattuto un confronto sul ruolo degli atenei nella promozione dei beni e delle produzioni culturali. Tema centrale è stata la riflessione sull’Università e se essa possa tornare ad essere uno dei grandi centri di produzione culturale anche dentro la crisi degli apparati formativi. La discussione ha poi svoltato sull’attività dell’Università e come questa possa lavorare alla formazione dei giovani nella gestione e nella promozione dell’immenso patrimonio culturale italiano ed europeo. Queste e altre le tematiche sviluppate dai relatori in questione che hanno portato esempi concreti dell’attività culturale dei loro atenei e il ruolo fondamentale svolto nella produzione e diffusione del sapere. Francesca Boi


Sopravvivere a Ca’ Foscari

“La Terza Vita” A

Sara Civai e Olga Russo

bbiamo intervistato per voi le due interpreti de “La Terza Vita”, Laura Nardi e Elena Veggetti, prima dello spettacolo che si è tenuto al Teatro di Ca’ Foscari il 30 novembre scorso. Prima però, ecco qualche informazione sulla trama. Protagonista de “La terza vita” è Aisha, nata in un villaggio berbero del Marocco. Eredita dal fratello, prematuramente scomparso, il privilegio di frequentare l’Università. Poi sposa Ahmed con il quale inizia una nuova vita in Europa. Dall’esperienza prima di donna, poi di madre e infine di vedova, inizierà per lei un profondo processo di trasformazione, un confronto inevitabile tra la propria identità culturale e la nostra società, tra l’antica condizione femminile di assoggettamento al maschio e la conquista del diritto di determinare il corso della propria vita. Ecco alcune parole di Vittorio Moroni, l’autore del testo teatrale in questione: “Lavorando ad un documentario sull’emigrazione femminile dal nord Africa all’Italia, sono rimasto colpito da come l’evento luttuoso della vedovanza possa scatenare conflitti formidabili, sia nelle dinamiche interne alla famiglia, sia nel radicale interrogarsi della vedova sul suo destino e sulla identità propria e dei figli. Lo sconvolgimento dell’assetto organizzativo della famiglia costringe spesso la moglie rimasta sola a scelte che implicano una totale revisione del proprio ruolo e della propria responsabilità rispetto alla cultura d’origine e alla cultura occidentale. Ho incontrato molte donne e visitato i loro luoghi di provenienza. Ho letto i loro diari, ripercorso le loro strade e sfiorato la loro memoria, fino a che una di queste ha incontrato la mia attenzione. L’ho chiamata Aisha e ho deciso che sarebbe diventata la protagonista della storia. Allora ho provato ad avvicinarmi con una attenzione più intima e profonda, tentando l’impossibile: guardare il mondo con i suoi occhi e provare a farlo esistere dentro al suono di parole interiori, tutte dette o piuttosto pensate in prima persona. Ho tentato di descrivere il tempo e gli accadimenti ma soprattutto la loro ombra opaca e misteriosa, gli echi e gli odori con la voce di Aisha, il suo punto di vista parziale e la sua fragilità, il suo inguaribile senso di colpa, la sua voglia di illudersi, la sua forza delicata e allo stesso tempo impetuosa. Il materiale emotivo e drammatico che questa vicenda può sprigionare mi sembra denso, incandescente e forse persino utile a creare squarci di immedesimazione verso un mondo così vicino e così lontano”.

L’INTERVISTA Innanzitutto vorremmo partire dal titolo e chiedervi quale è il significato de “La Terza Vita”

Lo spettacolo e il testo di Vittorio è un percorso della vita di una donna che ha ereditato le varie possibilità che le si presentano di fronte, dalla giovinezza fino alla maturità, ereditandole sempre da un uomo, che sia il padre, il fratello o il marito. La terza vita è la possibilità di questa donna di vivere la propria vita attuando in proprio le scelte personali.

Abbiamo letto le parole dell’autore. Sappiamo che l’idea iniziale era quella di fare un documentario, idea che poi è stata abbandonata a favore del testo teatrale. Quali sono le fasi che hanno portato alla fine alla stesura di questa piéce?

In realtà la parte del documentario è un progetto unicamente di Vittorio. Anni dopo la non-riuscita di esso, quello che è successo è che abbiamo avuto la possibilità, anch’essa sfumata, di occuparci di una serie di incontri fra teatro e cinema. Volevamo portare in scena la lettura di testi di teatro che potessero essere d’ispirazione al cinema e copioni cinematografici che potessero essere d’ispirazione al teatro. Avevamo chiesto aiuto a Vittorio, sapendo che lui aveva una nuova casa di produzione e distribuzione, nel reperire soprattutto i testi di cinema. Vittorio è molto minuzioso e mi fece molte domande sulla natura di questi testi. Alla fine ci ha fatto leggere questo testo per vedere se poteva essere un esempio valido di quello che stavamo cercando. Il testo ci è piaciuto e gli abbiamo comunicato il desiderio di volerlo portare in teatro. Sfumato il progetto di questi incontri ci siamo occupati di mettere in scena questo spettacolo, riscrivendone alcune parti e adattandolo.


Teatro

L’occasione per proporlo è avvenuta grazie ad un bando indetto dalla SIAE AGIS/ETI dove abbiamo partecipato e vinto. In realtà il premio ci doveva garantire sia la produzione sia la distribuzione, con un’incognita sulla produzione nel momento in cui l’autore avesse già un cast artistico ben definito ma la distribuzione doveva essere assicurata. Con la scusa che l’ETI un anno dopo è stato commissariato e un po’ varie altre cose non ci hanno dato le garanzie pattuite dal bando e da lì è nato un lungo processo per la messa in scena e la distribuzione dello spettacolo in questione.

Tra le motivazioni del premio posso citare: “Capace di affrontare con sensibilità le tematiche sociali che percorrono l’anima del nostro paese”. L’Europa ha un ruolo importante nella terza vita di Aisha?

“DALLA TERRA DI LATTE E MIELE”

Torna Ottavia Piccolo al teatro di Ca’ Fo-

scari in una piéce che getta uno sguardo intimo sul doloroso conflitto israelo-palestinese. Il 25-26 novembre 2011 è andato in scena “Dalla terra di latte e miele”. Lo spettacolo, nato grazie alla collaborazione con Manuela Dviri e la drammaturgia di Silvano Piccardi, si snoda attorno alle vicende di una donna di Gerusalemme che di una simile esperienza umana è la protagonista. Una donna lacerata da dubbi, lutti, traumi e speranze che condivide l’esistenza con due amiche palestinesi, una cattolica e l’altra mussulmana con cui però non riuscirà a mantenere un legame, in particolare con Maria, la cattolica forse A livello pratico cosa avete fatto per rendere la uccisa forse dispersa durante un’incursione storia meno retorica possibile? Vittorio conosce bene il Marocco e aveva già un grande militare. numero di informazioni su questa storia vera e non solo. Ottavia Piccolo ha voluto cogliere l’occaPer quando riguarda il fatto di come rendere questa vi- sione di porsi ancora al centro di una scelcissitudine universale possiamo dire che quando abbiamo letto la storia ci siamo ritrovate nella protagonista nono- ta teatrale non consolatoria cercando di far vivere attraverso la trasposizione artistica stante essa fosse marocchina. Io come donna, come Laura, mi sono riconosciuta con tutti in palcoscenico i pensieri, i sentimenti e i i problemi legati all’universo femminile, che deve sempre difficili tentativi operati quotidianamente, arrivare a un compromesso e passare attraverso un uomo per trovare una propria posizione. Era quello che mi aveva in particolare dalle donne e dai giovani, di aprire una breccia nella devastante forza cieaffascinato e che riguarda tutte le donne. Il problema del trovare il proprio ruolo all’interno di una ca delle armi e nell’intoccabile violenza di società dominata dagli uomini è un problema universale tutte le forme di prevaricazione. Non so se la sua terza vita sia legata al fatto di essere giunta in Europa. Non è esattamente quello il passaggio. In Italia trova più chiusura che apertura. In realtà la terza vita la trova di fronte alla disperazione e al nulla che le sta di fronte. In quel momento decide di riscattarsi e vivere in proprio, soprattutto per i suoi figli e non per se stessa. Questa è una storia vera per cui, spesso magari nelle situazioni più brutte, di disperazione e solitudine se si pensa ad un altro si è molto più coraggiosi rispetto a quando si è soli. La sfida era quella di raccontare una storia senza essere retorici e non proporre solo una favola di riscatto ma invece una storia che non solo apparisse reale ma che potesse far immedesimare gli spettatori. Una storia che fosse riconoscibile con semplicità e che travalicasse i limiti di razza, appartenenza statale e religione.

che riguarda tutte noi.

Anna Busdraghi


Sopravvivere a Ca’ Foscari

Giallo Mandarino a cura di

Elena Conte

Perché Giallo Mandarino? Giallo perché quel colore a molti fa pensare alla Cina, lontana, caotica, frenetica e misteriosa. andarino perché riassume e racchiude in sè l’essenza della lingua cinese, tonale, isolante, l’idioma in assoluto più parlato al mondo con tutte le sue peculiarità e caratteristiche che lo rendono unico; Giallo Mandarino non è solo la cromìa del simpatico personaggio del cartone animato ma anche un curioso accostamento di due concetti o luoghi comuni ormai consolidati. Giallo Mandarino propone curiosità, stranezze, novità divertenti e paradossali made in China ed offre opportunità per confrontare e riflettere sui diversi approcci sociali ai rischi e ai vantaggi, agli impegni e alle rinunce che la sfida della globalizzazione comporta. La presente rubrica non si propone intenti impegnativi né tantomeno intende farsi portavoce di questioni invischiate politicamente. Niente argomenti “seriosi” ma tanto spazio all’estro e alla fantasia dell’ex- Impero Celeste.

PRIMA DONNA CINESE IN ORBITA Destinazione Paradiso

Buone nuove dalla Cina per il gentil sesso: con

ogni probabilità nel 2012 vedremo la prima donna cinese approdare nello spazio. La missione, che prevede la costruzione di una stazione spaziale interamente cinese, ha già ricevuto il via libera delle massime autorità statali e i giusti riconoscimenti come attività a supporto della ricerca e dell’innovazione. L’operazione consisterà nel lancio di due veicoli che raggiungeranno la base spaziale Tiangong (letteralm. Palazzo del Paradiso) per fare test ed esperimenti di attracco. Uno dei due sarà presidiato da un equipaggio umano e al momento a sottoporsi al learning process vi sono anche due donne. La notizia lascia ben sperare e conferma la frenetica attività spaziale cinese avviata negli ultimi 20 anni. Dal 1990 ad oggi i progressi sono stati notevoli ed è per questo che si può parlare già di missione compiuta. La terza posizione occupata dalla Cina nella corsa alla ricerca ed esplorazione oltre atmosfera è motivo d’orgoglio e soddisfazione tanto più perché rivela ciò che si è fatto e che si può ancora fare. La missione Tiangong scriverà certamente una pagina rosa della storia della ricerca in Cina e a quel punto “l’altra metà del cielo”, appellativo tanto caro al presidente Mao Ze Dong, non potrà che suonare totalmente adeguato in riferimento all’universo femminile.


Giallo Mandarino

Sicilia-Cinacria

Chi immaginava imprenditori e banchieri da-

gli occhi a mandorla catapultarsi nella progettazione del ponte di Messina sarà rimasto deluso dal sapere che l’infrastruttura per eccellenza, quella con la <I> maiuscola passa oggi in secondo piano dinanzi ad un altro progetto assai più allettante. Hna, terza compagnia aerea della Cina, ha avanzato un piano che prevede la realizzazione di un imponente aeroporto nel mezzo della Sicilia. L’aeroporto è stato progettato nel comune di Centuripe in provincia di Enna a pochi km da Catania dove già è in funzione un aeroporto civile. Il nome scelto per la struttura, Cinacria, evoca una suggestiva fusione tra Cina e Trinacrìa (antico nome della Sicilia). Il progetto costerebbe circa 300 milioni di euro e avrebbe come scopo la creazione di un collegamento diretto per le merci tra Cina e Mediterraneo. Per la struttura, già si parla di un design futuristico dalle forme ricercate e iper moderne che si ispireranno alla zagara, fiore dell’arancio che accomuna le culture dei due popoli. Cuore del mediterraneo, perla per il commercio marittimo e navale, la vecchia Trinacrìa si tiene stretta negli ultimi tempi la pole position nella proliferazione dei rapporti commerciali per i finanziamenti di grandi infrastrutture, progetti e l’ingresso di tecnologie all’avanguardia. Si è così passati nel corso degli anni a strette relazioni ed accordi privati tra singole aziende nei più svariati settori dell’economia e sono sempre più i contratti e gli accordi onorati con il colosso asiatico. In tempi di crisi economica quando le priorità sono ben altre e le agende politiche dei governi si infittiscono di piani d’austerità, la realizzazione di infrastrutture può rappresentare, secondo gli esperti, una valida via d’uscita dalla stagnazione e dal dissesto.

La cosiddetta”invasione cinese” può e deve essere letta sotto una luce nuova e diversa. Si è ormai sempre più convinti della necessità di superare i vecchi pregiudizi protezionistici per aprirsi a nuove frontiere vantaggiose. Di questo avviso è Rodolfo De Dominicis, presidente di Interporti Sicilia che in una nota precisa “ Bisogna mettere i cinesi in condizioni di non voler andare via. Le alternative, per loro, ci sono e si chiamano Atene e Spagna” . Il progetto Hna, rappresenta una buona opportunità di crescita non solo per gli isolani, ma per il Paese intero. Lo “sbarco dei capitali orientali” può portare giovamento all’economia interna e attraverso un buon rimodernamento delle infrastrutture di cui il Mezzogiorno scarseggia, tornare utile alla ripresa del Belpaese.


Sopravvivere a Ca’ Foscari

CUORI SOLITARI A CACCIA DI PARTNER

A poco più di un anno di distanza dalla chiu-

sura dell’Expo mondiale, Shanghai ha aperto le porte al più grande appuntamento al buio party degli ultimi cinque anni. Scapoli e nubili in offerta divisi per età, provenienza, stato sociale e caratteristiche fisiche si sono affrettati a registrare la loro candidatura presso padiglioni gremiti di single sognatori e speranzosi. La kermesse si è rivelata un vero successo facendo registrare cifre di adesione di gran lunga superiori alle stime previste. Alle 10.30 del mattino la polizia è stata infatti costretta a bloccare gli ingressi presi d’assalto da decine di migliaia di uomini e donne di ogni età. Il costo del biglietto d’ingresso varia proporzionalmente alle “qualità” del partner richiesto. Per i meno esigenti sono invece disponibili spazi gratuiti dove poter scegliere tra manovali, single con prole a carico, anziani sprovvisti di sussistenza e contadine provenienti da regioni remote.

Il tutto all’interno di colloqui di pochi minuti e giochi di gruppo che hanno fatto divertire gli oltre 500mila single cinesi che si sono dati appuntamento sul ponte del quartiere Songjian. “Il folle mercato è lo specchio del nuovo profilo della nazione più popolata al mondo afflitta dalla più grave crisi di matrimoni e nascite” spiega Gian Paolo Visetti corrispondente di Repubblica. A fronte dello storico calo di matrimoni e della crescita del tasso di invecchiamento lo Stato, evidentemente, ritiene opportuno correre ai ripari organizzando eventi di questo genere. Donne alla ricerca di anziani sempre più ricchi e uomini attratti da povere sempre più povere è la tendenza emersa da questo buffo blind date party. Zhai Zhenwu, direttore della Renmin University lo chiama “effetto della megalopoli” connesso alla scarsità dei rapporti umani e all’innalzamento del tenore di vita. La manifestazione in questione, riservata ai “bastoni nudi”( curioso appellativo per rivolgersi agli scapoli) è ben strutturata e possiede i numeri necessari per essere la più grande fiera mondiale dei cuori solitari ed assegnare al Dragone l’ennesimo piccolo primato.


Giallo Mandarino

IL DUELLO TRA WU E KONG

T

rovate folli, innovazioni assurde ed impensabili, genialate meritevoli di riconoscimenti e premi, a fare da padroni nella maggior parte dei casi sono sempre loro: gli ingegnosi asiatici! La frontiera del far east si riconferma oggi più che mai, l’oasi ideale per le beautiful mind dei Paesi alla ribalta quali Cina e Giappone, da un po’ di anni in prima fila nel campo dell’innovazione tecnologica. Questa volta a suscitare stupore è stato il primo incontro di ping- pong tra Wu e Kong, andato in scena qualche giorno fa nella provincia sud orientale cinese dello Zhejiang. Fin qui tutto normale: il tennis tavolo è la prima disciplina nazionale in cui la Cina vanta una lunga tradizione iridata e campioni di ottimo calibro. Questa volta però sotto i riflettori non sono finiti una Wang Nan o una Chen jing, medaglie d’oro alle olimpiadi di Sidney e Seoul , ma due ambiziosi robot di un 1m e 60 per 55 kg: Wu e Kong appunto, due atleti professionisti, future stelle del tennis tavolo mondiale. Il debutto, non ha tradito le attese: i due “automi” hanno dato vita ad un match entusiasmante, dai ritmi alti, giocato palla su palla deliziando gli spettatori con servizi, diritti e rovesci degni di una giocatore in carne ed ossa. Di umano non gli manca proprio nulla: possiedono braccia, gambe, orecchie e capelli e perfino l’umano istinto sportivo di dominare il proprio avversario. Per l’occasione gli è stato fatto indossare il tradizionale abito cinese da uomo. La scelta dei nomi la dice lunga sulle doti di abilità ed intelligenza delle macchine. Sun Wu Kong è infatti un celebre personaggio del classico della letteratura cinese “viaggio ad occidente”. Nella novella, composta nel XVI secolo, il protagonista è un guerriero saggio ed astuto dalle fattezze di una scimmia, con la missione di proteggere un monaco buddhista lungo il suo cammino di purificazione ed è

perciò, nel racconto, simbolo di coraggio e agilità. Il progetto ha impegnato ricercatori e studenti del laboratorio di robotica della Zhejiang University ed è il frutto di quattro anni di sperimentazioni e ricerche. “ La precisione dei colpi è davvero impressionante mentre la velocità di esecuzione è fin troppo umana”, precisa Xiong Rong, professore e direttore dell’operazione “Wu- Kong”. “Ogni robot ha articolazioni motorizzate che forniscono funzionalità di diritto e rovescio e una serie di movimenti del braccio. Grazie ad una coppia di videocamere montata sulla testa, prosegue Xiong Rong, gli “umanoidi” sono in grado di catturare 120 immagini al secondo. Le immagini vengono elaborate dal processore del robot che risponde calcolando la posizione della pallina, la velocità, il punto in cui viene toccato il tavolo e il percorso compiuto dalla pallina”. Secondo quanto dichiarato dai ricercatori, la capacità dei robot di prevedere la posizione di atterraggio della palla è abbastanza preciso, con un margine di errore di 2,5 cm. . Lo scopo della ricerca è lo sviluppo di tecnologie avanzate nel campo delle biotecnologie, tecnologie dell’informazione e automazione. I due robot sono descritti come un esercizio per dimostrare la gamma delle opportunità offerte dalle tecnologie robotiche. L’Università mira inoltre a sviluppare robot capaci di fare lavori in casa, spiega il professor Rong dalla lontana Zhejiang. Il robot non può ancora eseguire movimenti complicati ma c’è la convinzione che un giorno Wu e Kong diverranno abbastanza bravi per sfidare gli umani e chissà che non si vedano incontri tra robot ed umani o addirittura umani e macchine compagni di squadra.


Sopravvivere a Ca’ Foscari “Personaggi” è una rubrica dedicata alle grandi personalità che hanno segnato il nostro tempo ed è curata da Lorenzo Scialabba.

Cosa spinge un uomo di 63 anni a partecipare a

estenuanti e estreme maratone, in condizioni atmosferiche impensabili, e a gareggiare non solo per il gusto di prenderne parte ma a gareggiare per vincere? Di sicuro la passione ma forse anche una sana dose di follia. Chissà. Ma per saperlo andrebbe chiesto a lui, a Marco Olmo, un eterno ragazzo nato a Alba, in provincia di Cuneo nel 1948, e campione di ultratrail. Prima di cominciare qualsiasi racconto è bene capire cosa siano però questi ultratrail; l’ultratrail è una corsa svolta in ambiente naturale, per lo più in montagna, con dislivelli importanti, un chilometraggio elevato e limitati punti di ristoro. Si può considerare un Ultratrail una corsa che superi i 65/70km con un dislivello positivo di almeno 4000 metri. In questo tipo di competizioni non vince solo la velocità ma anche la resistenza e la mente di chi partecipa, dato che i tempi di gara di un atleta medio possono andare dalle 15 alle 40 ore. Ecco da qui, dalla corsa, dalla montagna, dal sudore di un atleta partiamo per capire chi è Marco Olmo e soprattutto per capire la grandezza dei suoi successi. Se si fanno ricerche sul web si ha la possibilità di vedere molti video di interviste, documentari che ci raccontano l’umanità di un campione quasi mitologico per la portata delle sue imprese. Perché in Marco Olmo non c’è solo il solo e semplice sport, la fatica, c’è lo sport intriso di stati d’animo di un uomo che lotta quasi contro il suo fisico; c’è l’amore di una moglie, che nella preoccupazione, lo segue in tutto e lo accompagna e quasi lo spinge con gli sguardi. Ha intrapreso tardi l’attività podistica, a 27 anni; dopo gare e vittorie in corse di montagna e nello scialpinismo; rompe il ghiaccio con l’ultratrail nel 1996, all’età di 40 anni, con la partecipazione alla Marathon des Sables, 230 chilometri nel deserto Marocchino in

Marco

assoluta autosufficienza alimentare e con Da quel punto in poi il suo sarà un pereg deserti e montagne, alla sfida di se stesso La storia di Marco Olmo è quella di un u con il 3° posto alla Marathon des Sables a tra i boschi, i tir e le cave, in “una vita pr L’atleta qui è un tutt’uno con l’uomo. L stato vinto più volte, dicendo di correre p non gli ha dato molto. La rivincita se l’ sono 3 podi alla Marathon des Sables, tre to Libico, 6 primi posti alla Raid Cro-Ma salita tra Italia e Francia e quattro Desert ha partecipato alla Bad Water Ultramarat non-stop tra la Valle della Morte e le port più basso degli Stati Uniti, ad oltre 8300 superano i 126 gradi F° (ca. 52 °C) Ma ne sa di tutti i superlativi”, quella che ogni c volta nella vita: la Ultra trail del Monte B dura al mondo, 167 km attraverso Franci ininterrotta intorno al massiccio del Mon 2005 alla prima partecipazione è arrivato che l’anno successivo si è ripresentato v Non ancora. Per rispondere concretamen vano di aver vinto solo perché mancava


o Olmo

ndizioni climatiche estreme. grinare in giro per il mondo, per lo più per o e dei limiti di un corridore. uomo che si è scoperto campione a 48 anni, appunto, dopo 30 anni a spaccarsi la schiena recedente” dice lui. Lui spesso si è definito uno che dalla vita è per rivincita, per vendicarsi di una vita che ’è presa tutta dato che nella sua bacheca ci e primi posti alla Desert Marathon nel deseragnon, 104km e circa 5500m di dislivello in t Cup, 168 km nel deserto Giordano. Inoltre thon nel deserto della California: 135 miglia te del Monte Whitney (da -282 piedi, punto 0 piedi) che si corrono con temperature che el suo albo d’oro c’è soprattutto lei, “la corcorridore di trail sogna di finire almeno una Bianco, la gara di resistenza più importante e ia, Italia e Svizzera con oltre 21 ore di corsa nte Bianco con 9500 metri di dislivello. Nel o 3°, un risultato grandioso ma non per lui, vincendola contro ogni pronostico. Finita? nte alle parole degli scettici, che lo accusaano i più forti, anche con tutti gli atleti più

Personaggi accreditati alla partenza, Marco Olmo la vince per la seconda volta entrando di diritto nella leggenda e nella cassa di risonanza internazionale. La figura di Marco Olmo è diversa da quella di molti altri sportivi; sembra quasi circondata da un’aura mitica, grazie anche al suo modo di presentarsi agli occhi del pubblico e della gente comune. La fama non lo ha cambiato. É il simbolo di un uomo che si è costruito da solo un’ immagine con la semplicità, schiettezza, rimanendo radicato ai luoghi dove è nato e cresciuto e ai quali lo lega un rapporto quasi mistico. É un personaggio curioso Marco Olmo. Non ha un allenatore al suo fianco e non fa uso di tabelle di monitoraggio perché si affida solo al suo istinto, è diventato vegetariano a 37 anni per scelta salutistica, ma poi questa scelta si è trasformata in una vera e propria filosofia di vita, un modo di vedere con occhi diversi il mondo; perché l’animale per lui non è un pasto, è un essere vivente. Non mangia carne da circa 20 anni e non assume ne integratori ne farmaci perché preferisce che l’organismo recuperi naturalmente. Ma come si prepara un atleta che deve sostenere prove così dure? Il suo allenamento prevede 1.30 2 h di corsa al giorno, prevalentemente su terreno collinare. In vicinanze delle gare si prepara aggiungendo anche 5 h di corsa. “Una volta, nel deserto, mi voltai per vedere se qualcuno mi seguiva e notai che il vento aveva già cancellato le tracce del mio passaggio sulla duna. Ecco, vorrei che nella mia vita fosse così”. Questo è Marco Olmo, un atleta in cui le vittorie, le imprese si mescolano alle motivazioni, ai pensieri, alle preoccupazioni di un atleta che si trova e si troverà sempre più spesso a combattere con il suo fisico da sessantenne e contemporaneamente con atleti forti che potrebbero essere suoi figli. Un maratoneta che corre quasi contro il tempo, un ragazzo in un corpo già adulto ma che continuerà a correre, a imperversare tra le dune o i pendii delle montagne alla faccia del tempo.


Sopravvivere a Ca’ Foscari

L’

obiettivo che ci poniamo nel trattare la storia della vita di una delle icone del XX secolo non è solo quello darne una biografia per far conoscere le tappe di un’ascesa sia personale che della sua creatura (stiamo parlando ovviamente della Apple) ma anche far emergere le caratteristiche e le curiosità che hanno contraddistinto la sua carriera da guru dell’informatica. Quel suo “Solo chi è mosso dalla passione può creare grandi prodotti” è sintomo di un uomo che ha dato tutto se stesso nella realizzazione della sua ambizione e dei suoi ideali, riuscendo ad entrare nella sfera quotidiana e anche nel portafogli delle persone. Perché Jobs è stato un innovatore, un rivoluzionario, uno che ha preso le vecchie concezioni, in questo caso di informatica e anche di economia e management, e le ha adattate ai tempi correnti e ai bisogni e alle abitudini della gente comune. Mai nessuno nella storia è riuscito come lui in un’impresa di questa portata. La carriera di Jobs fatta di successi, molto alti, ma anche di brusche frenate può essere identificata con almeno due grandi rivoluzioni tecnologiche partite dalla Silicon Valley (in italiano valle del silicio è chiamata così per l’alta concentrazione di aziende legate ai software, semiconduttori e ai computer basati sul silicio). La prima va dagli esordi sino al ricongiungimento con Apple. Di ritorno da un viaggio in India fatto alla ricerca di un’illuminazione, nel 1976, coinvolge il suo ex compagno di liceo e caro amico Steve Wozniak (con il quale faceva parte dell’Homebrew Computer Club di Palo Alto un gruppo locale di appassionati di elettronica e informatica che si riunivano per condividere conoscenze tecniche e per discutere di problemi tecnici ) nella fondazione, nel 1° aprile, di Apple Computer Inc; la sua carriera inizia perciò dal prodotto-simbolo di un’era nuova, il personal computer. Volendo fare un flashback bibliografico, sin dagli inizi del suo iter scolastico Jobs aveva una non comune propensione e capacità nelle materie scientifiche, che gli permettevano di lavorare nei mesi estivi nell’azienda Packard. Dopo essersi diplomato all’Istituto Homestead di Cupertino nel 1972 si iscrive al Reed College di Portland, nell’Oregon, per seguire gli studi sull’informatica, la sua passione; tuttavia la sua carriera universitaria è lunga la durata di un semestre perché Jobs è già proiettato verso il mondo del lavoro.

Steve

Inizia infatti a lavorare in Atari come programmatore di videogames inizialmente per il gioco Breakout insieme allo stesso Wozniak. (infatti è dal quel sodalizio in ATARI che il progetto Apple prende forma) Con Apple Jobs assaggia la competitività del settore; lui ha infatti intuizioni geniali, ma inizialmente si trova schiacciato in mezzo a tanti altri giganti. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui i due lavorarono al loro primo computer, l’Apple I, inizialmente venduto ai membri dell’Homebrew Computer Club. (L’Apple I altro non era che un microcomputer che però poteva essere appetibile solo ad un pubblico di appassionati di elettronica. Jobs desiderava rendere l’informatica accessibile a tutti. Nel 1977 Jobs e Wozniak, grazie al finanziamento dell’industriale Mike Markkula per una somma di 250.000 di dollari lanciarono ad un prezzo base di 1298 dollari l’Apple II presentandolo al grande pubblico alla Fiera del Computer della West Coast a San Francisco. (Rielaborando infatti il progetto dell’Apple I, i due misero tutta l’elettronica in una scatola di plastica beige dotata di monitor e tastiera dando forma al personal computer che utilizziamo ancora oggi). Un primo strabiliante successo non solo perché le vendite toccarono il milione di dollari ma anche perché il duo dette vita a quello che oggi è appunto uno degli apparecchi più usati. Un primo strabiliante successo non solo perché le vendite toccarono il milione di dollari ma anche perché il duo dette vita a quello che oggi è appunto uno degli apparecchi più usati. Nel 1977 la carriera di Jobs era in vertiginosa ascesa, la sua azienda nel 1980


Personaggi

e Jobs veniva quotata in borsa, e nel 1984 presentò agli occhi del pubblico la creazione di un nuovo Pc, l’Apple Macintosh, il primo Mac. É con il primo iMac che Jobs inizia ad essere uno dei personaggi più in vista del mondo dell’informatica. Per dovere di cronaca ci sembra giusto farvi conoscere quelle che sono state le prime tappe della folgorante carriera di Jobs, delle tappe vincenti ma che nel 1986 conobbero un brusco rallentamento. Possiamo dire che il profilo psicologico di questo personaggio vada di pari passo con gli avvenimenti della sua carriera. Il primo basso di Jobs, se così lo vogliamo chiamare, avviene nel 1985. L’amico Wozniak ha già lasciato l’Apple. Steve a causa di liti interni all’azienda con l’allora amministratore delegato decide di lasciare la sua “bambina”. Un divorzio tanto doloroso quanto impensabile nella consapevolezza però di un ritorno futuro. All’età di 30 anni decide di ripartire da zero. Fonda una nuova compagnia la NEXT COMPUTER, con l’obiettivo di avviare una nuova rivoluzione tecnologica. Le aspettative con cui prende la Next però non coincidono con i reali risultati da lui ottenuti; infatti pur producendo computer tecnologicamente più avanzati a causa del costo elevato e della concorrenza dell’IBM non riusce a sfondare nel mercato. É però con la Next che entra in un altro mondo, quello dell’animazione. Nel 1986 infatti acquista per circa 10 milioni di dollari la Pixar una delle più importanti case cinematografiche con l’ambizione di specializzarsi in animazioni computerizzate. Con la Pixar sfonda nel 1995 con la realizzazione interamente in 3D dei famosissimi Toy Story e A Bug’s Life.

E’ però il “secondo Jobs” quello che mette a segno i trionfi più significativi. É il Jobs che nel 1997 riprende in mano le redini della Apple. I suoi avversari dicono che lui non inventa nulla di nuovo. Però ha saputo trasformare prodotti e idee già esistenti e lanciarli sul mercato in una “veste” (dal design alla seduzione culturale) che li rende rivoluzionari. E’ il caso dell’iPod che insieme al negozio digitale iTunes trasforma il nostro modo di consumare musica. Poi viene l’iPhone, un vero terremoto nel mercato dei telefonini. Infine l’iPad, il lettore digitale che apre una nuova era nel modo di fruire l’informazione. Nel frattempo anche la sua linea di computer, iMac, ha conquistato una quota di mercato fatta di fedelissimi (soprattutto tra i giovani) che rimangono folgorati non solo dal design minimal ma anche dal software di ultima generazione. Il successo mondiale dell’iPhone accelera la “fine dell’epoca del computer”, perché sempre più numerose sono le applicazioni disponibili sul cellulare, ben più leggero e maneggevole. In ciascuno dei settori dove ha sfondato, Jobs non ha inventato prodotti totalmente nuovi: prima di lui esistevano il pc, lo smart-phone, i lettori digitali di musica mp3 nonché i tablet per leggere e-book. In ciascuno di questi settori però lui ha imposto dei trend, delle trasformazioni profonde nel modo di navigare Internet, ascoltare musica o leggere i giornali. Ha rivoluzionato anche l’esperienza commerciale inventando gli Apple Store, luoghi di ritrovo che oggi segnano l’omogeneizzazione di una cultura globale da San Francisco a Pechino. Ecco, secondo le stime ufficiali, la Apple, considerata la più grande azienda infomatica, è stata e sarà capace di vendere in tutto il 201, perché l’anno non è ancora finito circa 31 milioni di unità. Proprio grazie al successo di questi prodotti Apple ha scalato di recente la classifica di borsa fino ad issarsi al primo posto in assoluto superando non solo altri giganti dell’Hi-Tech come Google e Microsoft ma anche un big del petrolio come Exxon. Attualmente l’iPod è il lettore multimediale più venduto al mondo, con una quota di mercato superiore all’80%, mentre iTunes Store è il “mercato” digitale più usato al mondo, con 10 miliardi di brani venduti. Nei primi 200 giorni di vendita, l’iPhone conquistò il 19% del mercato degli smartphone con 4 milioni di unità vendute. Attualmente la Apple è la prima produttrice di cellulari negli Stati Uniti.


Sopravvivere a Ca’ Foscari

Il suo ritorno in Apple fu però accompagnato da un sottofondo di critiche, soprattutto in ambito di soldi. Lo stipendio annuo che Steve Jobs riscuoteva dalla Apple in qualità di amministratore delegato è di 1 dollaro. Eppure è il 136esimo nella classifica dei miliardari nel 2010. Questo perché, vendendo nel 2006 la Pixar alla Disney, ha ottenuto una parte delle azioni della società creatrice di Topolino. Guadagnando circa 48 milioni di dollari l’anno, in più potendo beneficiare di un jet privato del valore di 90 milioni di dollari e di azioni di poco meno 30 milioni di dollaroni. La capacità di Jobs però ha creato uno scenario del tutto nuovo. Quando camminiamo per strada, magari telefonando o ascoltando musica, o vogliamo goderci un film animato che affascina gli adulti quanto i bambini, o usare un personal computer sarebbe difficile poterlo fare senza la genialità che Steve Jobs ha introdotto in questi ambiti. Jobs è stato un personaggio geniale, curioso, criticato. É una figura che ha fatto suo il concetto di marketing, di modernità, è stato la migliore pubblicità di se stesso e della sua azienda. La Apple infatti vive della sua luce riflessa, basti pensare che alla notizia della sua morte ha perso il 4.4 % in borsa, un dato che ci fa capire come il pubblico sia attirato quasi più dal marchio, dal brand che dall’oggetto in se. Quello che Jobs ha mostrato per affascinare la gente è la particolarità la curiosità. Il voler sempre presentare il lancio di un nuovo apparecchio, come ha fatto anche con l’iPad poco prima della morte. L’essersi creato un’immagine. L’aver puntato sul design e sull’estetica applicata ad alta tecnologia. L’uomo Jobs è ricco di sfaccettature, a partire dal look dallo stile: classico dolcevita nero, le scarpe new balance e i jeans rigorosamente levi’s. Tutto nacque agli inizi degli anni ’80 quando Jobs fece un viaggio in Giappone a far visita al numero uno della Sony. Durante questa sua visita notò che tutti i dipendenti indossavano più o meno lo stesso abbigliamento, incuriosito chiese il motivo e il giapponese rispose che l’azienda aveva messo disposizione dei lavoratori degli abiti, vista la povertà seguita ad un terremoto che aveva fatto disperdere molti capi. A questo punto si mise in contatto con lo stilista che disegnò la divisa della Sony, ossia Issey Miyake che gli diede dei campioni delle sue creazioni, Steve decise di proporre l’uniforme ai suoi colleghi, questa proposta venne totalmente bocciata.

L’idea però non la abbandonò e decise di auto adoperarsi questa muta che secondo lui era un marchio personale, non solo sul lavoro. Successivamente si incontrò ancora con questo stilista e vennero legati da una singolare amicizia. Lo stesso Steve dichiara di aver chiesto ad Issey di fargli quei maglioncini e questo gliene consegnò centinaio. Come molti geni, anche Jobs ha avuto problemi a scuola. Innanzitutto perché dislessico. Inoltre, per sua stessa ammissione, da piccolo non era un bambino modello: portava serpenti e piccole bombe in classe durante l’orario scolastico ed è stato sospeso spesso da scuola per il suo comportamento. In una giovinezza peraltro iniziata male, nato a San Francisco il 24 febbraio 1955. da madre americana e padre siriano che, però ancora studenti, decidono di darlo in adozione. Lo adottano così Paul e Clara Jobs residenti a Mountain View nella contea di Santa Clara in California, dove trascorrerà la sua infanzia e la sua giovinezza. Divertente, ma soprattutto geniale, si è aggiudicato il 136° posto nella classifica degli uomini più ricchi al mondo, con un patrimonio che si aggira intorno a 5,5 miliardi di dollari ed è stato inserito tra i 25 uomini d’affari più potenti secondo la rivista Fortune e uomo dell’anno 2010 secondo il Financial Times. Arriviamo al 2011, anno corrente. Anno della resa di Jobs. “Se non riesco più ad assolvere alle mie funzioni, vi avevo promesso che sareste stati i primi ad apprenderlo”. A 56 anni, colpito dal cancro al pancreas già nel 2004, nonostante l’apparente riuscita di un trapianto di fegato nel 2009, Jobs era apparso sempre più magro e affaticato. Già da tempo la sua effettiva posizione di comando nell’azienda era in dubbio, la sua presenza al quartier generale di Cupertino era rarissima. A causa della malattia, Jobs aveva sviluppato il diabete di tipo uno.


Personaggi

L’ultima presentazione in pubblico risaliva al 2 marzo 2011, in occasione dell’evento di presentazione dell’iPad 2 quando compare sul palco a sorpresa. Un fantasma quindi rispetto allo “showman” che aveva incantato i consumatori del mondo intero. La resa, le dimissioni erano il segno che ormai le speranze per lui erano esigue. Segnale che si presenta concretamente il 5 ottobre 2011. Jobs muore a seguito di un arresto respiratorio dovuto ad un attacco cardiaco, a Palo Alto, in California, a 56 anni. Riposerà per sempre all’Alta Mesa Memorial Park di Palo Alto, assieme ad altre grandi menti della tecnologia, come il cofondatore di HP David Packard e l’ingegnere Lewis Terman, con i quali Jobs lavorò per alcuni mesi estivi come dipendente all’età di 13 anni. Qualcuno lo ha paragonato ad Einstein, altri a Leonardo ma con Jobs se n’è andato colui che cambiato il modo di comunicare di milioni di persone. “Apple ha perso un genio creativo e visionario e il mondo ha perso un formidabile essere umano”. E’ con queste parole che il 6 ottobre l’azienda di Cupertino ha dato la notizia della morte. L’omaggio più evocativo a Steve Jobs, il patron-fondatore di Apple è arrivato dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Il patron della Mela ha sempre rimarcato di voler vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo e per questo “ha trasformato le nostre vite - ha proseguito il presidente degli Stati Uniti - ridefinito il mondo dell’industria, riuscendo in una delle più rare prodezze della storia dell’umanità: ha cambiato il modo in cui ciascuno di noi vede il mondo”. Ma vi siete mai chiesti come mai il logo della Apple è una mela? tutti gli aneddoti che girano intorno al logo Apple. Uno dei più famosi è sicuramente quello già citato, che vuole la mela come omaggio a Turing, probabilmente il padre di tutti gli studi moderni sull’intelligenza artificiale. Turing fu arrestato per omosessualità e poichè i servizi segreti temevano che il suo “vizio” lo potesse esporre a un tradimento fu sottoposto alla castrazione chimica. Nel 1954, infatti, morì mangiando una mela avvelenata con cianuro di potassio. Certamente Turing non era uno squilibrato mentale ed anzi la sua azione fu un gesto di ribellione al sistema e di rivendicazione umana e fu eseguita in un momento di piena coscienza. Infatti già molti anni prima pare che Turing avesse mostrato interesse per la storia di Biancaneve e i sette nani (nella favola, Biancaneve viene avvelenata da una mela) e quindi, come in una favola, decise di concludere platealmente la sua giovane vita alla soglia dei 42 anni.

Un’altra leggenda parla del fatto che negli anni settanta, Steve Jobs, si trovava spesso a visitare e a lavorare presso una piccola azienda agricola di proprietà di amici appartenenti ad una comunità hippie. Presumibilmente, Jobs lavorava in una piantagione di mele, perchè nel 1976, di ritorno da uno di quei soggiorni, propose proprio il nome “Apple” al suo socio Steve Wozniak, che ne rimase entusiasta. Anche se i due erano al corrente dei possibili problemi di copyright con la “Apple Records”, la casa discografica dei Beatles, decisero di continuare su quella strada. A distanza di alcuni anni, le preoccupazioni si dimostrarono fondate, in quanto, nel 1989 la Apple Computer Inc. venne querelata da Apple Records per infrazione dei diritti sul copyright. Quello che sembra più vicino alla realtà sembra essere originato dal fatto che il primo logo di Apple raffigurava Isaac Newton seduto sotto il famoso albero di mele, luogo in cui, secondo la tradizione, lo studioso ebbe l’ispirazione per la legge sulla gravità. La ricchezza dei dettagli dell’illustrazione lo rendeva difficilmente riproducibile su un calcolatore. Per questo ebbe vita breve e venne applicato solo sull’Apple I. Il logo della mela morsicata, colorata con i toni dell’arcobaleno invertiti, risale invece al 1977 ed è opera di Rob Janoff. Il morso rappresentava la conoscenza (nella Bibbia la mela era il frutto dell’albero della conoscenza) ma richiamava anche il mondo dell’informatica. “Morso” in inglese si traduce come “bite”, la cui pronuncia è simile a quella di “byte”. Il logo risultò particolarmente appropriato alla filosofia dell’azienda, perché riusciva a sintetizzare concetti come desiderio e conoscenza (la mela) e allo stesso tempo speranza e anarchia (l’arcobaleno con colori invertiti).


Sopravvivere a Ca’ Foscari Prima puntata della rubrica Sportiva-Mente curata da Mattia Malaponti: uno sguardo sulle realtà sportive locali ma non solo

B

envenuti a Sportiva-Mente, la rubrica sportiva di Sopravvivere a Ca’ Foscari che si occupa dello sport a livello locale e giovanile nella realtà veneziana. Sempre con mente sportiva! Beh, come non iniziare dalla compagine simbolo di Venezia che negli ultimi tempi si sta rilanciando verso i vertici? Parliamo naturalmente del Venezia Calcio, oggi Football Club Unione Venezia. Quest’anno il Venezia milita in Serie D, dopo anni a dir poco turbolenti. La società ha sede a Mestre ed è sorta nel 2009 dalle ceneri della fallita Società Sportiva Calcio Venezia. Attualmente occupa il primo posto del girone C, ed è reduce dalla vittoriosa sfida al vertice col Tamai, per 2-1. Il prossimo match lo vedrà impegnato nell’altro scontro diretto col Porto Tolle, attualmente secondo, staccato di tre lunghezze. Il Venezia ha 29 punti in 11 giornate, con ben 9 vittorie, 2 pareggi e nessuna sconfitta, 26 gol realizzati e solo 9 subiti. Pochi sanno che nella sua bacheca può vantare una Coppa Italia, vinta nel lontano 1941, oltre a un campionato di Serie C nel ‘56 e uno di B nel ‘61. Vediamo brevemente la storia del Venezia. Il Venezia Football Club fu fondato il 14 dicembre del 1907 da una ventina di praticanti ed appassionati attraverso la fusione delle sezioni calcistiche di due società sportive veneziane: la Palestra Marziale e la Costantino Reyer; dal campionato 1910-11 i neroverdi si insediarono saldamente in Prima Categoria e l’anno successivo fu inaugurato il campo sportivo di S. Elena, poi ribattezzato Pierluigi Penzo. Gli anni Quaranta costituirono il periodo d’oro, prima con la citata Coppa Italia, poi col terzo posto nella stagione successiva, e con inoltre ben 5 permanenze consecutive in serie A, registrando

La Storia del V così il maggior periodo di permanenza nella massima serie di tutta la sua storia. A quei tempi nel Venezia militavano due grandi del calcio italiano come Ezio Loik e Valentino Mazzola, vincitori in seguito di scudetti a ripetizione con il Grande Torino. Con la vendita dei due campioni il Venezia abbandonò i vertici della serie A, inaugurando un ventennio fatto di presenze in A a metà classifica, intervallate da retrocessioni e risalite. I ‘70 e ‘80 costituirono gli anni bui: nel ‘68 il Venezia con l’ossatura della serie A dopo un inizio discreto finì incredibilmente in serie C, passandovi molti anni, arrivando in due occasioni a retrocedere addirittura in Interregionale. Con l’avvento di Maurizio Zamparini e grazie all’integrazione delle due rose del Venezia e del Mestre, la squadra venne subito promossa in C1 (stagione 87-88) e nel ‘91 riconquistò la B. Nel 97-98 il Venezia guidato da Walter Novellino chiuse il campionato in seconda posizione alle spalle della Salernitana e ritornò in serie A, a trent’anni di distanza dall’ultima apparizione nella serie maggiore. Le intese e i gol della mitica accoppiata Recoba-Maniero (23 reti complessive al termine della stagione, memorabile quella del padovano all’Empoli) guidarono il Venezia ad un’insperata salvezza. La stagione successiva ritornò in serie B nonostante i rinforzi, ma grazie al neo mister Prandelli e ai gol di Maniero il Venezia risalì dopo appena un anno. Tuttavia, la stagione seguente ebbe un esito ben diverso rispetto al capolavoro del ‘98-’99: un Venezia mai in gara, guidato da tre coach differenti durante il corso del campionato, s’abbandonò ai piedi della classifica, e precipitò nuovamente in B, con un verdetto finale se possibile ancor peggiore rispetto a quello del 2000: ultimissimo posto, con solamente 18 punti. E con questo veniamo alla fine dell’era Zamparini e al fallimento: vista l’impossibilità di dotare la squadra lagunare di un moderno stadio nella terraferma veneziana, che egli stesso aveva tentato ripetutamente ma inutilmente di far costruire (anche a proprie spese a patto che fosse accompagnato da un centro commerciale), l’imprenditore acquisì il Palermo e cedette il Venezia. La squadra andò in profonda crisi anche perché nel passaggio al Palermo Zamparini portò con sé diversi giocatori (tra cui lo stesso Maniero), e al termine del campionato 2004-05 venne retrocessa in Serie C1. Il 22 giugno 2005 venne dichiarata fallita.


Sportiva-mente

Venezia Calcio E veniamo dunque agli ultimi travagliati anni. La nuova società venne denominata Società Sportiva Calcio Venezia e ripartì sotto le presidenza dei Poletti dalla C2 dove, dopo una partenza al rallentatore, risalì con l’avvento dell’allenatore Nello Di Costanzo fino ad ottenere con due giornate di anticipo la promozione in C1. Nella stagione 2006-07, dopo qualche pareggio di troppo nelle prime giornate di campionato, il Venezia infilò una buona serie di vittorie, soprattutto in casa, dove per quasi due anni è rimasta imbattuta. Un calo di risultati, però, portò il Venezia a disputare solo i playoff, persi col Pisa, seguiti da un campionato altalenante e deludente nella stagione successiva. Nel 2008-2009 si accentuarono i problemi sia societari che tecnici, culminati nell’insperata salvezza ai play-out con la Pro Sesto. Tuttavia, i guai giudiziari dei Poletti, poi arrestati, e i problemi societari non consentirono l’iscrizione al campionato successivo, e decretarono un nuovo fallimento. È così nata l’attuale F.B.C. Unione Venezia in luogo della squadra esclusa, iscritta al campionato di Serie D per la stagione 2009-2010, con la spinta dell’ex sindaco Cacciari: la nuova società vide infatti presidente l’avvocato Pizzigati sotto la guida del comune, in attesa di compratori. La stagione andò oltre alle attese, culminata con la finale play-off poi persa con l’Union Quinto, e l’acquisto della società da parte di Rigoni. Tuttavia il neo patron si è dichiarato non desideroso di dare il suo appoggio oltre la serie D, pertanto non è stata inviata la domanda di ripescaggio in Lega Pro. I tifosi, preoccupati di garantire un futuro al Club, hanno costituito l’associazione VeneziaUnited che supplisce alle lacune organizzative della società organizzando e gestendo la campagna abbonamenti e aprendo un sito internet molto ricco. È stata anche aperta una sottoscrizione per l’acquisizione di quote del capitale sociale. L’obiettivo dell’associazione è quello di affiancare la gestione Rigoni e di costruire un modello di gestione partecipata e democratica del Club, ma il tentennamento della dirigenza non ha fatto sì che si arrivasse alla concretizzazione. Il resto è storia di questi mesi: il 10 febbraio 2011 il presidente Pizzigati ha rassegnato le dimissioni annunciando il passaggio di proprietà ad un gruppo di imprenditori russi capeggiato da Yuri Korablin, che è il nuovo presidente; dopo un mese dal passaggio di mano

l’ex patron Rigoni è morto a causa di un male incurabile; e per il secondo anno consecutivo il Venezia si è arreso nella finale play-off, stavolta col SandonàJesolo. Durante l’estate all’ultimo momento la dirigenza non ha presentato la documentazione per un ripescaggio in Lega Pro e la squadra si è dovuta così rassegnare ad un altro anno di Serie D. Della vecchia rosa sono riconfermati solo il centrocampista Casagrande, il capitano Mattia Collauto e il bomber Emil Zubin, capocannoniere l’anno scorso, ai quali si aggiungo una serie di giovani provenienti da giovanili di squadre professionistiche, alcuni giocatori in precedenza militanti nel girone toscano della Serie D, e qualche colpo ad effetto, come gli ingaggi dell’esperto difensore centrale Roberto Mirri, e degli esterni d’attacco Diego Oliveria (l’anno precedente in Serie B) e Fabio Lauria (ex C1 con il Lumezzane). Dell’ottimo avvio della squadra di mister Sassarini abbiamo detto. Rimane solo la questione stadio: il progetto c’è ed è avviato, e la volontà dell’attuale aministrazione comunale è quella di portare a termine il progetto, che comprende non solo lo stadio ma anche una vera e propria cittadella dello sport con un nuovo casinò e centro commerciale. Naturalmente, per eseguire i lavori i tempi non saranno brevi e ci sono dei problemi economici a cui ovviare: dovranno partecipare anche i privati. Altro ostacolo sono le opposizioni ambientaliste che non vedono di buon occhio una così ingente colata di cemento sul quadrante di Tessera... Ma nonostante tutto sembra che la strada giusta sia stata imboccata e presto il Venezia potrà tornare nel calcio dei professionisti, il posto che merita.


Sopravvivere a Ca’ Foscari

Il Declassamento dell’Ospedale di Venezia

Sono già molti anni che, per scelta della di-

rezione regionale, l’Ospedale di Venezia sta riducendo sempre più i servizi offerti alla cittadinanza. Sebbene inizialmente si capisse il motivo oggi siamo di fronte ad un fatto che dovrebbe metterci tutti in allarme. A motivazione della scelta di declassare l’ospedale vi è la riduzione della popolazione residente nel centro storico di Venezia, capoluogo della regione veneto e una delle prime città in Italia a soli 60.000 abitanti circa. È stato calcolato però che, ogni giorno, Venezia ospita 160.000 persone. Di queste una fetta sono turisti (quasi 30 milioni ogni anno), un’altra fetta sono i pendolari che ogni giorno lavorano a Venezia per tornare poi ogni sera in terraferma, un’altra fetta ancora sono gli studenti (18.000 solo a Ca’ Foscari) e l’ultima fetta solamente sono i residenti effettivi in laguna: 60.000 nel centro storico come detto, 30.000 nelle isole e altri 15.000 nel comune di Cavallino-Treporti che usufruisce dello stesso ospedale. Se questo declassamento proseguirà i servizi verranno spostati quasi tutti all’ospedale di Mestre che si trova in zona Zelarino. Da quel momento in poi, quindi, un abitante del Lido, di Sant’Erasmo, Burano, Murano o anche solo un turista che sente male in un qualsiasi di questi luoghi avrà davanti a sé più di un’ora di viaggio senza contare il cambio di

mezzi a Piazzale Roma e le possibili coincidenze perse. Inoltre vi sono delle difficoltà indubbie ad affrontare un viaggio del genere per la grossa fetta di persone anziane residenti nel centro storico e in generale per qualunque persona con problemi motori. A tutto questo si va a sommare l’impossibilità dell’ospedale mestrino di accogliere tutto questo enorme flusso di persone. Pare quindi che nell’idea di tagliare spese per risparmiare, le cose che vengono a mancare sono davvero quelle più essenziali. Il diritto alla salute dovrebbe essere garantito sempre il più possibile. Aggiungiamo solo un ultimo punto: Venezia è una delle prime città in Italia, non solo per flusso turistico ma anche per fame e cultura ed è considerata patrimonio dell’umanità, per questo dovrebbe venire maggiormente tutelata e non resa sempre più inabitabile e difficilmente visitabile da parte di chiunque. Vi invitiamo dunque a partecipare all’appello che molti cittadini stanno mettendo in piedi anche con le numerose raccolte firme contro questa discutibile scelta. Parlatene e fatelo sapere a tutti perché è un problema che dovrebbe interessare tutti coloro che gravitano intorno a questa meravigliosa città, nessuno escluso. Maria Parisi


Iniziative e progetti

Morning Tears

I

n occasione della giornata internazionale dei figli dei prigionieri, domenica 27 novembre, MORNING TEARS ITALIA, in collaborazione con GruCA Onlus, organizza una mostra fotografica sulla Cina contemporanea agli Antichi Forni (Piaggia della Torre, Macerata). Fotografia, allestimento e grafica sono stati curati da quantilab.com, mentre testi e didascalie sono di Daniele Massaccesi. Un ‘occasione per godere di una bella e interessante mostra ma anche di capire l’operato proprio di questaONLUS. Cos’è Morning Tears? Morning Tears è un’organizzazione non governativa internazionale con sede in Cina, Danimarca, Belgio, Olanda, Italia, Spagna, Russia, Francia e Stati Uniti che si occupa principalmente di bambini che hanno i genitori in carcere o condannati a morte. Sono oltre 600.000 nel mondo i bambini in queste condizioni sociali che hanno bisogno di assistenza, e senza la quale finiscono facilmente preda della criminalità organizzata o in strada a elemosinare denaro ai passanti. In Cina molti dei minori non sono provvisti di documenti amministrativi che danno loro il diritto di essere ammessi nelle scuole o ad ottenere la carta d’identità. Non avendo valore giuridico sono inesistenti per l’amministrazione e di conseguenza privi di qualunque diritto. Morning Tears è una ONG appunto, composta da persone che hanno scelto di dedicarsi alla difesa dei diritti di questi bambini e bambine impegnandosi nel dare a tutti loro la possibilità di crescere all’’interno di un ambiente familiare, garantendo una casa, cibo, assistenza medica, scolarizzazione, e aiuto psicologico necessario a superare i traumi subiti. Morning Tears lavora da più di dieci anni nella creazione di villaggi per l’infanzia e in diversi progetti solidali in Cina con l’obiettivo di regalare un futuro a quei migliaia di bambini ai quali è stato negato. L’organizzazione è nata nel 1999 in Cina partendo da un centro di accoglienza creato da un gruppo di giudici cinesi coscienti della situazione disagiata dei figli dei detenuti e condannati. Dall’anno 1999 Morning Tears gestisce il Children Village (villaggio dell’infanzia) di Xi’an. Dove ad oggi vengono ospitati 83 minori. Nell’anno 2007 è iniziata la collaborazione con il Villaggio dell’Infanzia di Sanyuan dove, nel centro ad oggi vivono 53 bambini di un’età compresa tra i 6 e i 16 anni. Nel 2008 è nato il progetto “Coming Home” nello Henan per bambini figli di detenuti.Lo Henan è la seconda regione della Cina per numero di donne detenute. Ci sono 6.000 donne detenute divise in tre diversi carceri. Questa realtà si traduce nella stima di 5.000 figli di detenuti che non hanno una casa.Dopo aver concentrato inizialmente le forze nel territorio cinese ora Morning Tears sta allargando il suo raggio d’azione in

altri paesi in cui molti bambini, figli di condannati e detenuti, soffrono della stessa emarginazione sociale subita dai bambini cinesi e sono perciò abbandonati a loro stessi. L’ottimo operato della ONG è stato riconosciuto anche dallo stesso Governo Cinese con cui è stato possibile firmare accordi formali di cooperazione con ospedali, prigioni e importanti dipartimenti governativi. Il governo cinese ha inoltre dato a Morning Tears il premio “China Charity Award 2010” che viene assegnato a una fondazione, a un’ONG o a un’associazione che cordina un progetto che può essere considerato un “contributo straordinario” alla protezione sociale, all’aiuto ai bambini o alla difesa dell’ambiente. Si tratta del più prestigioso premio che il governo Cinese può assegnare a un’organizzazione con quste caratteristiche. Più di 80 progetti erano in lizza per questo premio mai l progetto “Coming Home” di Morning Tears lo ha vinto. Morning Tears, in quanto Onlus ha bisogno anche di voi: Traduttori (bollettini informativi, artícoli, progetti...); Consulenze professionali(medici, psicologi, avvocati...); Diffusione dell’organizzazione (conferenza, esposizioni, mercatini...); Organizzazione di eventi (concerti, cene, opera di teatro...); Raccolta fondi(Ricerca nella rete di aiuti internazionali e premi , diffusione tramite la conoscenza di nuovi donatori, visite ad imprese...) Ha bisogno di persone che abbiamo del tempo da dedicare a Morning Tears La mia e-mail è matteo.libertà@morningtears.it Morning Tears dipende interamente da donazioni

e sussidi. L’associazione funziona per lo più grazie agli sforzi dei volontari, in quanto la maggior parte del denaro ricavato è utilizzato direttamente per le necessità dei bambini. Per saperne di più, e per avere informazioni più dettagliate: www.morningtears.it. Lorenzo Scialabba


Radio Ca’ Foscari trasmette dalla sua sede presso la Biblioteca di Servizio Didattico alle Zattere. Ci trovi anche su Facebook, su Twitter e su Google+, ma se devi contattarci per collaborare assieme a noi, mandaci un messaggio di posta elettronica all’indirizzo rcfvenezia@radiocafoscari.it.

Radio Ca’ Foscari è la radio dell’Università Ca’ Foscari Venezia L’idea ha inizio dal progetto Unyonair, del Sole 24ORE, e prosegue fino ad oggi grazie alla simbiosi tra un gruppo appassionato di studenti e il Servizio Comunicazione dell’Università Ca’ Foscari. Radio Ca’ Foscari inizia le sue trasmissione nell’ottobre del 2007. Inizialmente il progetto fu affidato quasi esclusivamente agli studenti ma, come sta nella natura delle cose, gli studenti universitari devono seguire le lezioni, hanno periodi di vacanze o di esami e a volte si laureano anche… lasciando l’Università per seguire la loro strada e un nuovo percorso professionale. Per questo motivo si è preferito avere un coordinamento più diretto da parte del Servizio comunicazione che segue da vicino l’intero progetto. Ovviamente sul campo sono rimasti e restano gli studenti. Sei responsabili di Area (stationa manager, musicale, news, palinsesto, web, tecnico) controllano il buon andamento della radio e i vari responsabili dei programmi si occupano delle loro redazioni. In questo modo il progetto ha potuto avere una maggiore continuità e dal 2008 ad oggi la radio è potuta crescere mantenendo e divulgando tutte le competenze acquisite nel tempo. Dopo un lungo periodo trascorso all’interno del Radiopostiglio a San Sebastiano (8 metriquadri di stanza) oggi Radio Ca’ Foscari ha una nuova sede degna dell’Ateneo che rappresenta presso la BSD alle Zattere. Tutti i programmi sono condotti e seguiti dagli studenti che sperimentano, che tra un esame e l’altro, tra una tesi di laurea e la conquista del mondo, scelgono di dedicare del tempo alla radio, far parte di una squadra e inventarsi un programma, farlo crescere, nutrirlo e coccolarlo. Ci si diverte certamente ma si scopre anche che non è tutto facile come sembra. Un programma radiofonico è il risultato di passione, voglia di divulgazione ma soprattutto da tanto studio. Oggi Radio Ca’ foscari offre un ottimo palinsesto costituito da alcuni programmi istituzionali e da altri programmi musicali, di intrattenimento e culturali ed è un punto di riferimento per molti studenti. Grazie alla presenza di numerose personalità che orbitano intorno a Ca’ Foscari radio ca’ foscari trasmette seminari, presentazione e interviste di importanti personaggi della cultura e dell’economia di livello nazionale e internazionale.

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