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cappellino, rimase il fazzoletto. Il re gli stese la mano dicendo: <<Oh! Vi saluto, mio caro Garibaldi: come state?>>. E Garibaldi:<<Bene, Maestà, e lei?>> E il re:<<Benone!>> . Garibaldi, alzando la voce e girando gli occhi come chi parla alle turbe gridò:<<Ecco il re d’Italia!>> E i circostanti:<<Viva il re>>. Vittorio Emanuele, trattosi in disparte pel libero transito delle truppe, s’intrattenne qualche tempo a colloquio col generale...Indi si mosse. Garibaldi gli cavalcava alla sinistra, e a venti passi di distanza il quartiere generale garibaldino alla rinfusa col sardo...Intanto i contadini accorrevano attoniti ad acclamare Garibaldi...Garibaldi procacciava di deviare quegli applausi sul re, e, trattenuto d’un passo il cavallo, inculcava loro con molta intensità d’espressione: Ecco Vittorio Emanuele, il re, il nostro re, il re d’Italia; viva lui!... Al ponte d’un torrentello che tocca Teano, Garibaldi fece di cappello al re; Questi proseguì sulla strada suburbana, quegli passò il ponte, e separaronsi l’un l’altro ad angolo retto. Noi seguimmo Garibaldi, i regi il re” Il 27 gennaio del 1861 fu eletto il primo Parlamento nazionale, in rappresentanza di 22 milioni di italiani. Debellata l’ultima resistenza borbonica a Gaeta, il 17 marzo il Parlamento, riunito a Torino, proclamò la nascita del Regno d’Italia. La situazione della gastronomia italiana al momento dell’unificazione è infatti paragonabile a quella della lingua italiana. Nel 1861 in Italia gli analfabeti costituivano quasi l’80% della popolazione, il che voleva dire che la grande maggioranza della popolazione del Regno d’Italia comunicava esclusivamente attraverso i molteplici dialetti e non era in grado di comprendere la lingua italiana, che solo una minoranza sapeva effettivamente usare. Allo stesso modo la cucina era diversa da regione a regione, neanche nell’èlite esisteva una “lingua culinaria” visto che dominava la gastronomia francese. Nel clima di acceso patriottismo degli anni successivi all’unificazione nazionale furono quindi molti i tentativi di fare un inventario delle ricette regionali, per costruire un’identità gastronomica italiana, l’opera più importante e quindi la chiave del cambiamento fu di Pellegrino Artusi. Dobbiamo ad Artusi il fatto che pur permanendo profonde e radicate differenze tra le cucine regionali italiane, nel corso del Novecento almeno alcuni piatti siano diventati autentici piatti nazionali. Il XIX secolo fu, per l’Europa, un periodo di svolta sotto molti aspetti: demografico, economico, politico e sociale. L’insieme di questi fenomeni, non poteva non avere importanti riflessi anche sul piano dell’alimentazione sia dal punto di vista della qualità e quantità dei consumi, sia sotto il profilo gastronomico, grazie all’invenzione e la diffusione di nuove tecniche di conservazione dei cibi, il crescente peso dell’industria nella manipolazione dei prodotti, la diffusione di nuovi alimenti e di nuove tecniche agricole, l’enorme sviluppo di un mercato degli alimenti di dimensione mondiale, la nascita di cucine nazionali.

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storia enogastronomia nazionale  

storia della enogstronomia ad uso studenti alberghiero

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