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Quistello in cerca... d’Autore Ricordi


Biblioteca di Quistello Curatrice Anna Giraldo Editor Anna Maria Bondavalli Copyright dei testi e delle immagini dei rispettivi autori Pubblicazione gratuita priva di ISBN Immagine di copertina Max Laurenzi Progetto grafico di copertina Azzurra Ponti Impaginazione Azzurra Ponti


Sommario Antonella Boschini

1  Alex e Paci

Marisa Gianotti

9  Gli emigranti

Guido Sostaro

13  Estratto da “Schiena Dritta”

Loredana Rossetti

31  Ricordi d’infanzia

Franca Rossetti

36  La Statistica al tempo dell’Unità d’Italia

Maria Grazia Papotti

46  La Festa di Santo Stefano

Gianni Schiavinato

49  Il Melis

Enzo Manfredini

55 Cerenaica

Lilia Rebecchi

73  Via Filippo Corridoni 78  Ritorno alla vita

Giorgio Pavesi

83  La guerra di Spagna 87  I Bombardamenti

Biografie


Alex e Paci

L’arrivo di Alex In un freddo giorno di inverno, durante le vacanze di Natale del lontano 1997, arrivò in dono un bellissimo cucciolo di spitz, o volpino di Pomerania. Tutti, in famiglia, erano sempre stati piuttosto contrari a ospitare un animale: chi sosteneva che l’appartamento al terzo piano fosse troppo piccolo, chi si giustificava lamentando l’assenza da casa per buona parte della giornata. Si sa, però, che non sempre siamo noi a scegliere, ma è la vita che lo fa al nostro posto ed ecco che il volpino arrivò in regalo, senza essere scelto o cercato. Per prima cosa gli fu dato un nome: si optò per Alex in onore del famoso calciatore Alex Del Piero e, forse proprio per questo, il cucciolo mostrò ben presto di prediligere il gioco della palla. In un primo momento, nonostante i timori di cui si 2


parlava, Alex incontrò approvazione da parte di tutti. Effettivamente, il suo aspetto così dolce e tenero invogliava a strapazzarlo di coccole: quanta tenerezza facevano quegli occhietti neri e furbi circondati da una morbida cascata di pelo dorato! A ostacolare un pochino la piena accettazione del cucciolo contribuì il fatto di avere da poco adottato una gattina che era stata trovata da Linda fra i cespugli del parco condominiale. La gatta, alla quale il papà Giuseppe aveva dato il nome di Paci, non aveva creato grossi problemi. Era alquanto pulita, tranquilla e, soprattutto, autonoma; una presenza che di certo non aveva stravolto la routine della famiglia. Alex, al contrario, in quanto cucciolo di cane, si rivelò un vero problema: faceva pipì ovunque e, nonostante tutti a turno si impegnassero ad accompagnarlo in giardino, persisteva a scaricarsi di continuo sul pavimento di casa. Quale disperazione per Antonella! Era lei che doveva sobbarcarsi il supplizio di raccogliere i frequenti “regalini” del cane e fu proprio lei a decidere che Alex avrebbe dovuto andarsene. La situazione era insostenibile. Alberto, il fratello di Linda, aveva accolto con grande entusiasmo i due nuovi acquisti: aveva desiderato fin da piccolo avere degli animali da compagnia e, finalmente, il sogno si era avverato. Ma la nuova esperienza gli stava arrecando disagi insospettabili. Per 3


esempio, era spesso compito suo farsi diverse rampe di scale per portare Alex in cortile a far pipì. Dopo lunghe ricerche, un’amica di Linda si dichiarò disponibile all’adozione. Ma fu in quel momento che l’Angelo custode di Alex fece scoccare una scintilla nel cuore di Antonella.

Antonella e Giuseppe, i “Tati” di Alex Antonella non aveva mai cresciuto un cagnolino e questa nuova esperienza, giorno dopo giorno, aveva fatto nascere in lei sentimenti di affetto e tenerezza che la riportavano con la memoria a un tempo ormai lontano. Il cucciolo stava, infatti, sostituendo in qualche modo i suoi figli ormai divenuti grandi. In lei era innato il senso materno e, poterlo esercitare nuovamente nei confronti di un cucciolo, rappresentava un’esperienza gratificante. A pensarci bene, un cucciolo di cane manifesta gli stessi bisogni di un cucciolo d’uomo: deve essere accudito, educato, sgridato quando lo merita, ha necessità di giocare, di passeggiare, di essere guidato nella conoscenza del mondo che lo circonda. Tutto questo deve essergli dato con tanto amore misto a una giusta dose di severità e intransigenza. Antonella sembrava possedere le caratteristiche per assolvere a questo compito e fu così che Alex riconobbe molto presto in lei il suo capobranco, la sua mamma, la sua “Tata”. 4


Proprio in nome della relazione veramente speciale che stava nascendo, Antonella decise, infine, che Alex sarebbe rimasto in famiglia. Il tempo passava e il piccolo cresceva sano, forte e di una bellezza esemplare. Ormai tutti beneficiavano della sua presenza. Pieno di energia e di vitalità, non perdeva occasione per farsi apprezzare lanciandosi in giochi frenetici sul pavimento di casa o nel giardino sottostante. I condomini non manifestavano una grande approvazione nei confronti del nuovo arrivato, ma il Regolamento non vietava di tenere animali nel proprio appartamento e la Tata faceva del suo meglio per arrecare il minor disturbo possibile. Giuseppe, al rientro dal lavoro, chiedeva subito di Alex e dei suoi progressi. Antonella cominciò a intravedere nello sguardo del marito una dolcezza che da un po’ non notava. Tutto questo era bello e faceva bene anche alla coppia. Sembra strano o può apparire un tantino esagerato, ma è proprio così: i cani hanno il potere di aggregare, rappresentano una specie di collante per gli esseri umani, trasmettono amore e questo sentimento si diffonde piano piano trascinando tutti quanti in una rete di armonia e serenità. Il cucciolo, con le sue frequenti moine, era riuscito a ottenere una buona dose di privilegi, fra cui quello di sdraiarsi sul centro del lettone, in mezzo ai “suoi” Tati per almeno dieci minuti prima di dormire. Questo 5


era uno dei momenti più felici per Alex: il contatto fisico con loro lo gratificava molto e lo rassicurava.

Una gatta per amica Alex era arrivato in inverno, quando la stagione non permette di uscire spesso, ma per lui non era così difficile far passare le ore nell’appartamento lassù al terzo piano. Aveva mostrato da subito un grande interesse per la gattina, ed era un vero spasso stuzzicarla o rincorrerla in quei piccoli spazi. Entrambi, prendendo sempre più confidenza con l’ambiente, si erano impossessati del divano e a poco a poco anche dei letti dove si esibivano in infinite piroette e saltelli. Ciò indispettiva un po’ la mamma, ma le era risultato praticamente impossibile impedirlo. Capitava, ormai d’abitudine, che la sera, dopo cena, si trovassero a condividere quel piccolo divano a due posti almeno in quattro: Antonella, Giuseppe, Alex e Paci. Ritrovarsi così, vicini vicini, era un bellissimo momento di rilassamento e tranquillità per tutti. Mentre Alex si stava abituando alla passeggiata quotidiana, Paci non aveva questa opportunità di conoscere il mondo esterno in quanto non usciva mai dall’appartamento. Ma in una fredda mattina di quel primo inverno insieme, Paci fece brutalmente la conoscenza del giardino sottostante. La micia, nelle rare giornate di sole, adorava sdra6


iarsi all’esterno della finestra e a poco a poco il tepore la faceva cadere in un sonno profondo. Ma, quella volta, perse l’equilibrio e fece un volo di almeno otto metri. Toccato terra, spaventatissima, prese a correre nel parco e, vagando alla ricerca di un rifugio, scomparve per molte ore. In famiglia erano tutti disperati. Paci avrebbe ritrovato la strada di casa? Avrebbe sopportato le rigide notti invernali? Lei, che conosceva soltanto il suo appartamento, chissà se ce l’avrebbe fatta! Dopo affannose ricerche rientrarono con il timore di non rivederla più. Alex capì molto presto che qualcosa era accaduto: la sua amichetta non era lì con lui puntuale a gustare le pappe serali. Il giorno successivo il cagnolino entrò in un evidente stato di depressione: smise di giocare e si rintanò in un angolino, mogio mogio, tutto sconsolato. La sera, a tavola, nessuno fiatò con la speranza di percepire nel silenzio qualche miagolio. A un tratto, dal piano di sotto si udì la voce della signora Milena pronunciare poche, ma chiare parole: - Antonella, c’è una gatta sotto le mie finestre che miagola disperatamente, forse è la vostra! In un attimo, tutti volarono giù per le scale e, felici, riconobbero la loro piccola amica seminascosta fra i cespugli. Che gioia rivederla! Paci stessa sembrò sollevata quando varcò la soglia di casa e iniziò a gironzolare alla ricerca del suo compagno di giochi. 7


Quando Alex la vide la sommerse di coccole e, nel contempo, improvvisò un modo di abbaiare alquanto insolito che i Tati interpretarono come un chiaro rimprovero: - Brutta sciocchina, ci hai spaventati tutti quanti! Non farlo più! Paci cadde altre volte dalla finestra, rischiando la vita e salvandosi puntualmente. Alex con il suo fiuto facilitò ogni volta le ricerche, guadagnandosi in tal modo gli onori per l’ardita impresa. Si dice che i cani non amino molto intrecciare relazioni intime con i gatti, ma l’affetto che univa Alex e Paci dimostrava esattamente il contrario. Conoscersi da piccoli aveva permesso loro di instaurare da subito un rapporto esclusivo che si rafforzò sempre di più nel tempo. Spesso, Alex si infuriava con gli altri gatti intenzionati a invadere il territorio della sua amichetta: lei rappresentava l’amica del cuore, quella che correva a salutare ogni volta che rientrava dalla passeggiata, quella a cui cedeva il primo bocconcino, quella a cui rispondeva con una leccatina sul musetto quando si strofinava contro il suo manto fulvo.

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Gli emigranti

Il comandante, insieme al signor Archimede, (l’agente accompagnatore degli emigranti che non dava loro nessuna confidenza), arrivò con la sua divisa in perfetto ordine. Salutò con un breve cenno della mano sulla visiera del berretto e con espressione severa disse: - Vi ho convocato per dirvi che ormai stiamo avvicinandoci all’Equatore e questa sera potrete vedere ancora le stelle che conoscete, quelle che avete visto da quando siete nati. Poi non vedrete più la stella Polare, il Grande Carro e il Piccolo. Vedrete stelle nuove. Tutto sarà diverso. Vi dico questo perché in questa sera serena facciate vedere ai vostri bambini il cielo che voi e i vostri vecchi avete sempre visto e che probabilmente non vedrete più. Io ho già fatto questa traversata tante volte, per la precisione sette, e ogni volta è emozionante. Mi sentivo in dovere di avvisarvi. Lo dovevo soprattutto a questi giovani. Questa sera vi concedo di stare sul ponte con i bambini. Ma dovete stare in silenzio. Non dovete fare confusione. 10


Stesso saluto e un veloce dietrofront. Non volle soffermarsi su quei visi pietrificati. Conosceva bene la pena, lo smarrimento, il dolore che trapelavano da quegli sguardi attoniti. Non lasciò spazio a nessuna domanda. Doveva dimostrarsi imperturbabile. Il suo grado glielo imponeva. Tutti rimasero letteralmente a bocca aperta. Se ne andò anche il signor Archimede. Pochi avevano compreso cosa sarebbe veramente successo. Dopo un po’ qualcuno ruppe il silenzio e manifestò la sua ignoranza. Solo i pochi che erano andati a scuola e avevano avuto fra le mani qualche libro con illustrazioni avevano capito. Fra questi fortunati c’era la famiglia di Domenica. Tutti si commossero e quel giorno fu il più silenzioso di tutta la traversata. Arrivò la sera. Mai giornata sembrò più lunga! Non era ancora completamente buio e tutti erano già sul ponte. Ogni nucleo familiare era saldamente vicino. I genitori tenevano protetti i loro figli e nell’attesa del buio, sottovoce, per non disturbare e per non essere uditi dai vicini, facevano loro confidenze sulla loro infanzia e sui parenti rimasti al paese. Sembrava loro doveroso raccontare ai figli episodi importanti che non dovevano dimenticare come ciò che si apprestavano a vedere in quella sera irripetibile. 11


Guardavano il cielo in attesa delle stelle ma vedevano i volti dei loro cari, le loro case, i loro paesi, il pezzo di terra che avevano coltivato. Anche gli animali che avevano allevato ai quali avevano dato un nome proprio come alle persone, apparivano con le loro caratteristiche a volte bizzarre. Finalmente fu buio e la Volta Boreale apparve. Nessuno aveva mai guardato il cielo con tanta attenzione! Dopo aver identificato le stelle che tutti conoscevano e che indicavano con l’indice alzato ci fu un silenzio di tomba. Si udivano solo il suono dell’Oceano e il rumore del piroscafo che seguiva la sua rotta e inesorabilmente portava lontano.

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Estratto da “Schiena Dritta”

Correva l’anno 1948, abitavo con la mia famiglia nel casello ferroviario 16 della Ferrovia Suzzara-Ferrara, località Bugno Martino di San Benedetto Po. Ero nato proprio lì, tre anni prima, nella casa in cui i miei erano andati a vivere nel ’38, traslocando dal casello 46 di Felonica. Nuova destinazione: Quistello. Effettivamente, così come nella vita di campagna era frequente spostarsi da una corte all’altra in cerca di fortuna, altrettanto consueto era, per la famiglia di un ferroviere, passare da un “cantone” all’altro, da una casa cantoniera all’altra, per via di un’assunzione, un pensionamento, una promozione, o un trasferimento. Sia per i contadini sia per i ferrovieri il carico era limitato e i mobili modesti; tuttavia, se i primi si muovevano solo al termine del raccolto, in autunno, usando carretti trainati da cavalli1, i secondi caricavano invece la propria roba direttamente su un vagone o, se il tragitto era breve, su un carrello. 1  Le strade bianche di allora, come raccontano i nostri anziani, nel giorno dell’11 novembre si riempivano di gente che caricava la masserizia per dirigersi verso una nuova abitazione. Da qui il detto “fare San Martino”, diffusissimo nella nostra zona.

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Ah, il mitico carrello … quel piccolo grande mezzo, il TIR dell’epoca, oserei dire! Vedendolo passare, chiunque si fermava a osservarlo. Poterci salire sopra era il desiderio di ogni ragazzo, e ricordo che anche noi amici, sperando nella “bontà” di qualche ferroviere, ci radunavamo spesso dove i lavori si svolgevano. […] Anche la linea ferroviaria aveva subito danni in vari punti, soprattutto nelle stazioni e nei pressi dei ponti. Le squadre cantoniere avevano ripreso regolarmente servizio dopo gli ultimi ritorni di chi era partito per la guerra e, nel tronco di San Benedetto, insieme a mio padre c’erano: Cesare Aguzzi, Enrico Papazzoni, Ruggero Alberini, Lino Santini (al Gnin), Antenore Malavasi, succeduto a suo padre Fabio. Il lavoro era molto pesante, tutto veniva svolto con la sola forza delle braccia: spostamento delle rotaie, sostituzione delle traverse, sollevamento e allineamento dei binari, rincalzatura e sistemazione ghiaia sulla massicciata, il tutto con la “sofisticata tecnologia” di quei tempi: picconi, palanchini, mazze, trivelle, badili. Per il trasporto di questi attrezzi ogni squadra era dotata del carrello, per il cui movimento servivano sempre forti braccia. Era bello vederlo correre sui binari, con i ferrovieri che, disposti in piedi sui due bordi, spingevano con elegante sincronismo i lunghi bastoni sulla massicciata, come stessero danzando. 15


Si può facilmente immaginare quanto fosse faticosa l’attività della manutenzione dei binari, soprattutto nelle torride giornate estive quando il solleone rendeva roventi i binari. I miei ricordi sono di persone contente, di braccia che faticano con sudore, di picconi che battono la ghiaia e di mazze che piantano chiodi a fissare le rotaie alle traverse. Tuttavia la fatica non costituiva un gran problema, i ferrovieri erano uomini avvezzi fin da giovani al lavoro duro e al sacrificio, quindi temprati nel fisico, nel carattere ed educati alla corretta divisione e condivisione del lavoro. I più giovani, rispettosi dei colleghi più anziani, accettavano infatti di buon grado l’onere dei lavori più gravosi. Ciò che era importante, ciò a cui veniva dato valore, era l’aver trovato lavoro e con esso maggior serenità e fiducia per il futuro. […] Era soprattutto d’estate, quando i lavori agresti erano più intensi e le giornate più lunghe, che si notava la presenza di tanti personaggi stanziali provenienti soprattutto da zone più povere delle nostre. Erano persone in cerca di maggiore fortuna che si accontentavano il più delle volte di piccoli compensi e di un giaciglio su cui dormire. Sul finire della giornata, quando l’intensità del lavoro si allentava e il livello del vino nelle botti diminuiva … si assisteva agli episodi più divertenti. Valentino, detto al Magnàn, un lavoratore sta16


gionale che veniva dal Veneto, era solito prendere delle sbornie da rimanere stecchito, dove crollava rimaneva fino al mattino successivo. Quando arrivava a sera, un po’ meno brillo, cantava all’infinito sempre lo stesso ritornello: - Cavallino corri e va, che nessun ti fermerà … -, attirandosi le burla di tutta la corte. Qualcun altro, invece, coi fumi dell’alcol diventava furioso, e allora giù bestemmie e imprecazioni, senza sapere bene mai contro chi e contro che cosa. Gli uomini più giovani, ventenni che a noi bambini sembravano comunque adulti, trovavano nel gioco un momento di svago e divertimento dopo le fatiche della giornata nei campi; a tal proposito era stata ricavata un’area tra il palazzo e la strada, in cui era possibile giocare a bocce. Il terreno lì era stato ben livellato e protetto (un anticipo della legge 626 che riduceva il rischio per gli astanti di essere colpiti quando as buciaua). Particolarmente impegnativo era il gioco di barichèi, che consisteva nell’abbattere dei birilli posti a 10-15 metri di distanza, mediante il lancio di dischi di ferro del diametro di 8-10 centimetri. Quando invece gli adulti giocavano col pallone at

curam, sempre bislungo per via di quel laccio di cuoio (guai a colpirlo di testa nel punto che racchiudeva la camera d’aria) erano anche i più grandicelli tra noi a chiedere di poter partecipare al gioco (naturalmente dopo essersi resi utili in qualche lavoretto, 17


come riempire l’albi con la classica tromba, per abbeverare le mucche). Non erano rare le volte, poi, in cui qualche pallonata maldestra mandava in frantumi qualche vetro e allora erano tuoni e saette … quindi via, a gambe levate! Nelle corti spesso arrivavano viandanti e girovaghi che vendevano e riparavano le cose semplici di allora (nulla si buttava), tra questi l’umbarlèr (ombrellaio), al scragner, al magnàn, e via dicendo. E chi, poi, avendo vissuto quegli anni non ricorda al mületa Fava, all’anagrafe Fava Angelo. Lui si spostava da una corte all’altra con la sua müla montata su una sgangherata intelaiatura in legno, trainata dalla bicicletta e dall’aiuto di un cane nero tutt’altro che docile (come il suo proprietario, del resto). Altro grande personaggio era Zucchi Giuseppe, nome d’arte al Memu, pochi sono stati quelli che a quell’epoca non hanno indossato un paio di pantaloni da lui confezionati a domicilio, su misura. E sulle misure al Memu aveva occhio … almeno fino a una certa ora del pomeriggio, quando l’ennesimo bicchiere non rendeva indistinti i centimetri dai decimetri. Ma quando era sobrio era un fenomeno! A tal proposito si racconta di un episodio sulle misure che doveva prendere a un tale. - Ciao Carnera, - disse al Memu, rivolgendosi al personaggio (il cui soprannome lasciava intendere 18


che era un emulo del grande campione di box o l’esatto contrario), - allora lo facciamo ‘sto vestito? Sono venuto a prenderti le misure. - Porc … Proprio adesso dovevi venire? Non vedi che sono sul fienile a buttar giù il fieno per le bestie? - Ma qual è il problema? Non ho bisogno che tu scenda, mi basta che tu ti faccia vedere bene, dai mettiti dritto, tira su bene il cavallo dei pantaloni … su le braccia … allargale … ecco, già fatto. Visto che non ti ho fatto perdere tempo? Tra una settimana hai il vestito pronto, vedrai. E Carnera un po’ sorpreso e perplesso: - Ma quando me lo provi? - Ma che provare?! Non ti fidi di me? - Sì, mi fido, ma … ma … ho speso un capitale per la stoffa, sai com’è … Al Memu, più sicuro che mai:

-Stai tranquillo

Carnera, fra una settimana avrai il vestito pronto e farai furore. Quale genere di furore fece il Carnera non è dato sapere. Al Memu non era certo Valentino, ma i suoi abiti erano tutto sommato dignitosi. Tuttavia, né io né mio fratello eravamo entusiasti di ospitarlo, si dà il caso, infatti, che “la suite” in cui dimorava il povero Memu (che era vita sola) non fosse dotata dei migliori comfort, sicché l’igiene personale un po’ ne soffriva … Insomma a dirla tutta, il sarto dormiva sul fienile alla Corte Belvedere e l’acqua che usava, quando non era 19


troppo fredda, era quella della tromba, l’abbeveratoio delle mucche. Per questo la cura della sua persona gli era così difficile. […] Altra bella giornata di divertimento si viveva quando nelle corti vicine veniva la machina da bàtar (trebbiatrice), anche quello era un momento in cui il Landini veniva messo sotto tiro. Si cominciava a vivere l’atmosfera già la sera precedente il giorno della trebbiatura, quando il trattore con la trebbia e la pressa entrava in corte attraverso diverse manovre, per la ristrettezza della pasaia (ingresso). Noi seguivamo le operazioni di piazzamento con grande curiosità. Il mattino seguente, quello della trebbiatura, c’era sempre un movimento di gente mai visto (tra uomini e donne più di venti erano le persone impegnate) in un’impressionante nuvola di polvere: chi a prelevare i covoni sistemati sui grandi cumuli sull’aia, chi addetto a slegarli, chi in cima alla trebbia a introdurli nei battitori, c’era poi chi era addetto alla pressa, e chi a trasportare pula (al lóc), balle di paglia (botuli), sacchi di grano. Perfino noi ragazzi eravamo occupati, ci tenevano impegnati alla “tirafili”, un attrezzo che aveva un trancino a un’estremità e dall’altra una manovella per attorcigliare e formare un occhiello ai fili di ferro usati per la legatura delle botole. La giornata avanzava e il sole a picco rendeva quelle 20


giornate di luglio sempre più bollenti, ma il Landini (che emetteva un calore tale da rendere impossibile stargli vicino) continuava con ritmo incessante a far girare il cinghione incrociato, che a sua volta metteva in movimento una grande puleggia della trebbia insieme ad altre cinghie e crivelli. Un meccanismo veramente ingegnoso. Noi, incuriositi da tutto questo e stanchi del lavoro ripetitivo alla tirafili, gironzolavamo attorno alla macchina, preferendo il lato in cui il volano muoveva il cinghione, fino a quando una serie di imprecazioni e di bestemmie (che vibravano più del battito del super) ci investiva. - Vi ho già detto di andare via da qui … ma non sentite che calore e che rumore?! E poi se salta la cinghia c’è da ammazzarsi, porc … Quel povero motorista aveva straragione, e allora noi via a correre da un’altra parte, magari vicino alla bocca da cui usciva il grano e i sacchi venivano riempiti. In quella zona della macchina stazionava spesso il conduttore del fondo: quanto grano avrebbe reso quell’annata? A questo prodotto, infatti, era molto legato l’andamento economico familiare, allora il grano era ancora elemento di sopravvivenza (nonché di confronto:

- Io ne ho fatti 20 quintali

per biolca -; - Io 22! -), proprio come sempre era stato dalla notte dei tempi. Noi ne prendevamo una manciata e lo masticavamo a mo’ di chewing-gum. A furia di masticare ottenevamo un impasto appunto 21


simile alla gomma americana, la stessa che i soldati statunitensi avevano fatto conoscere agli europei pochi anni prima. La giornata degli addetti alla macchina, alla fine, era gratificata da una grande tavola imbandita nel fresco andito, protetto dal calore esterno da spesse pareti in pietra. Quel giorno era uno dei più importanti dell’anno: il grano significava pane e il pane si mangiava. Le portate erano costituite da una buona minestra, polli arrosto, salami profumati e succulenti, pane fresco, il tutto annaffiato con buon vino. E così la lunga giornata e il lavoro sembravano alleggerirsi. Ciò che invece attendeva me a fine giornata era un bel bagno nella mastella del bucato (la suiöla) piena d’acqua riscaldata dal sole (quale magnifica anticipazione dei pannelli solari), la cui energia abbiamo riscoperto solo dopo cinquant’anni di distruzione del pianeta. […] Eravamo nell’inverno del 1956, la sera era fredda e la nebbia tale che non si vedeva niente a un palmo dal naso, a gh’era ‘na fümana cla n’as taiaua gnanca cun

al curtel, na fümana c’an s’ag vdea gnanca a biastmar, na sira da ladar, insomma (c’era una nebbia che non si tagliava neanche col coltello, una nebbia che non ci si vedeva neanche a bestemmiare, una sera da ladri, insomma). Era l’ora dell’ultimo treno delle 20.30, 22


nelle campagne e per le abitudini contadine dell’epoca significava quasi notte. Nessuno era in giro, e il silenzio veniva rotto soltanto dall’ululare dei cani pastore, che si “davano voce” da una corte all’altra, o dal muggito di qualche mucca gravida che teneva sveglio il contadino per l’imminente nascita del vitellino. Nella cucina del nostro casello (una stanza ricavata nella parte posteriore della struttura principale negli anni Trenta da mio nonno Giulio) c’era un bel caldo, generato da una stufa alimentata senza economia con legna di traversa spettante ai cantonieri, e bastoni di robinia, tagliata da mio padre dalla siepe spinosa che fiancheggiava la ferrovia, (quante volte l’ho visto farsi togliere, da mia madre, le spine conficcate nelle mani). La debole luce elettrica (la nostra era l’ultima abitazione collegata a quel tratto di linea elettrica, nelle altre si usava ancora la lucerna a petrolio) sobbalzava continuamente, non riuscendo a sopportare i carichi delle poche lampadine e delle pochissime motopompe elettriche del circondario. Si era in attesa dell’ultima corsa, il Ferrara-Suzzara, che dopo la sosta notturna nella rimessa di Suzzara sarebbe ripartito alle 5.30. Il lungo rettilineo fra la stazione di S. Rocco e il casello 20 consentiva, in condizioni di buona visibilità, la chiusura delle sbarre (quelle che si accompagnavano a mano da una parte all’altra della strada) alla vista del treno, 23


ma il nebbione di quella sera imponeva la chiusura del passaggio a livello secondo l’orario. Per la verità un telefono da campo tedesco, residuato dell’ultima guerra cessata da non tanti anni, veniva in soccorso allorché giornate particolarmente impervie, con nebbia, neve, intemperie, creavano enormi ritardi ai treni, obbligando la casellante a lunghe permanenze in strada o davanti il casello. La povera “guardiana” doveva in questi casi ripararsi alla meno peggio, spesso sorbendosi le intemperanze di chi, spazientito, sostava in attesa del passaggio del treno. Quel telefono a manovella, collegato in modo fortunoso in deroga al regolamento (guai se qualche funzionario, transitando sui treni, si fosse accorto di quei fili proditoriamente uncinati alla linea telefonica), consentiva di reperire qualche informazione sull’orario di transito dei treni; quando eccezionalmente i miei genitori mi consentivano di ascoltare qualcosa da quel telefono, o quando lo facevo senza farmi vedere, quasi non respiravo per paura di farmi sentire dall’altra parte del filo. Quel telefono, dopo che furono installati quelli ufficiali, divenne strumento di gioco con gli amici, gli stessi a cui, nonostante il tempo e le diverse professioni intraprese, sono legato tuttora. Guido (Ciro per gli amici) si sarebbe occupato senza risparmio e da bravo medico della salute dei suoi concittadini; Gaspare si sarebbe dedicato all’insegnamento (- Di che cosa, Gaspare? -, - Ad regula quel 24


ca so -.); Sergio avrebbe fatto il geometra; Giorgio, invece, dopo la laurea si sarebbe dedicato alla formulazione mangimistica per animali. Allora eravamo tutti complici nel “gioco dei pollastrini stecchiti”. Collegati con le zampette ai due morsetti del telefono, dopo qualche giro di manovella, rimanevano secchi! Più si girava forte, più elevata era la tensione. Per tutti questi polli morti bisognava trovare una spiegazione, in questo ci aiutavano i binari … Sotto il treno, infatti, dei polli ne finivano spesso, ma mai così tanti e solo con il collo (li depositavamo sulle rotaie in modo che venisse loro tagliata la testa e il resto rimanesse intatto per essere cucinato), fu questo che fece insospettire mia madre. Inutile dire come andò a finire … Quella sera, non ricordo se avessimo informazioni sui ritardi causati dalla nebbia, ma ricordo molto nitidamente che mio padre stava compilando come di consueto il rapportino giornaliero dei lavori e delle ore svolte dalla squadra nel corso della giornata, io vicino ad osservarlo, scarabocchiando su qualche foglio che mi passava; la radio era l’unico intrattenimento all’epoca, una Geloso dotata del famoso “occhio magico” per la sintonia, acquistata a rate sulla parola (all’epoca garanzia migliore degli assegni di oggi). Stavano trasmettendo, dopo il notiziario delle venti, dei racconti a puntate molto coinvolgenti, introdotti da un ritornello cantato: “Io son mastro-resina, son 25


ciabattin, faccio scarpette di tipo assai fin …”. In casa non c’era nessun altro, mia sorella Argia era già sposata nella vicina corte Belvedere, mio fratello Marino era appena partito per la Milano del boom economico. Mia madre, in piedi fin dalle 5 del mattino (il primo treno era alla 5.30) e stanca per i sacrifici della lunga giornata, era fuori, finalmente in attesa dell’ultimo della giornata. Le sbarre naturalmente erano chiuse. Tutto a un tratto, un sordo e fragoroso tonfo, che neanche il muro di nebbia era riuscito ad attutire, ci fece sobbalzare: dalla bocca di mio padre un’esclamazione intrisa di spavento, preoccupazione e decisioni immediate da prendere: - I è andà adòs a li sbari! - (Sono andati addosso alle sbarre!). In un attimo eravamo fuori, con lo sguardo immediatamente rivolto alla ricerca di mia mamma, angosciati al pensiero che fosse stata investita. Confortati nel vederla incolume seppur spaventata, ciò che ci si presentava nella scarsissima visibilità era una scena di grande preoccupazione e pericolo: una FIAT Giardinetta, condotta da un rappresentante di tessuti di Ferrara, aveva divelto una sbarra, facendola finire in mezzo alle rotaie, la stessa Giardinetta con il motore spento e fumante, impegnava i binari. Mio padre, senza indugiare un istante, gridò a mia madre di accendere il fanale a petrolio e predisporlo con la luce rossa per correre incontro al treno (quello 26


normalmente usato era reso comodo da un’applicazione elettrica, ma non consentiva grossi spostamenti). Intanto mio padre tentava, con l’aiuto del malcapitato automobilista, di sgomberare i binari. Fortunatamente una luce fioca ottenuta da una lampadina elettrica posta su un palo in fregio alla strada si rifletteva, tramite il classico piattello in lamiera smaltata, sulla zona da sgomberare, rendendo un po’ più agevoli le operazioni. Tutto questo avveniva mentre incombente e spaventoso era il pericolo dell’arrivo della littorina, che non sempre si faceva annunciare dal classico ripetuto fischio. Io, noncurante dell’inadeguato abbigliamento e dei ripetuti richiami del tipo - Va in ca’, pütin, c’at ciap dal

mal - (vieni in casa ché ti ammali!), mi sentivo molto coinvolto. Impersonavo il ruolo di aiutante ferroviere e volevo dare il mio contributo, anche se sicuramente ero più che altro di disturbo. L’automobile

semibloccata

era

difficoltosa

da

spostare, ma ancora qualche energica spinta e la strada ferrata sarebbe stata sgombra. Mia madre, fiera del ruolo di guardiabarriera, riprendendo il fanale a luce bianca era pronta a segnalare la via libera. Pochi istanti dopo la littorina ALn 72 (Automotrici Leggere a nafta) transitava sul passaggio a livello, con il personale di macchina e i pochi viaggiatori, tutti completamente ignari del pericolo appena 27


scampato. Seguirono in casa le procedure burocratiche di identificazione, denuncia dell’accaduto ecc … Il ricordo che ho di quella persona era di un buon uomo, affranto oltre che per l’accaduto, per non poter comunicare con i propri familiari, sicuramente in ansia data l’ora e la nottataccia. Il tutto si concluse con un gesto consolatorio: un bicchiere di vino che nessuno a quell’epoca disdegnava, un gesto che alleviava le fatiche, rallegrava il cuore e scacciava i cattivi pensieri. Io me ne andai a letto troppo eccitato per prendere sonno e sotto le lenzuola, rese calde dallo scaldaletto a brace (al prét), me ne stetti a pensare e ripensare, con l’innocente incoscienza di bambino, a come sarebbe stato lo scenario se non fossero stati sgombrati in tempo i binari, ma soprattutto … con la sempre più grande convinzione della risposta da dare a chi nei giorni seguenti mi avesse chiesto: - Che mestiere farai da grande? […] La stalla era anche il luogo in cui si faceva il bagno domenicale nella mastella. Ebbene sì, proprio nella stalla. Forse questo non si direbbe luogo ideale per fare toilette, ma in realtà la cura e la pulizia che vi dedicavano a quei tempi lo rendevano assai diverso dall’immaginario di oggi. Le pareti venivano periodicamente rinfrescate con calce bianca, le mucche spazzolate tutti i giorni, il loro letto rifatto quotidia28


namente con paglia pulita, e l’andana (corsia) era sempre ben ramazzata. Ricordo i vitellini appena nati ben custoditi nel loro recinto, che spettacolo meraviglioso vederli quando, liberati per andare a succhiare il latte, ognuno correva dalla sua mamma senza esitazione. Tutti i miei amici più cari, Ciro, Giorgio, Gaspare e Sergio, con cui formavamo un gruppo inseparabile, erano figli di agricoltori ed è anche grazie a loro se ho potuto prendere maggior coscienza delle ansie e delle speranze di quel mondo contadino, il cui reddito dipendeva molto dal cielo (proprio per questo spesso si ricorreva all’aspersorio e alle benedizioni del parroco). Sono ancora vive nella mia mente le immagini di quel mondo e i suoi odori. I carretti carichi di erba, trainati dal cavallo o dall’asino, venivano condotti senza fretta dal contadino dopo che aveva falciato a suon di robuste bracciate. E che dire poi dell’autunno? Bella stagione della vendemmia, il risultato di un anno di lavoro iniziato con la potatura e proseguito con la costante lotta alla peronospora. Il primo trattamento aveva luogo al realizzarsi dei famosi “tre dieci”: dieci gradi di temperatura, dieci centimetri di polloni, dieci millimetri di pioggia, (un metodo empirico ma efficace, nato dall’antica saggezza contadina), con quell’arma speciale color verde/azzurro, al vadariöl! 29


Tutto era poi accompagnato dalla costante preoccupazione della malefica tempesta, che in un attimo poteva denudare i tralci e far sanguinare quei bei grappoli di Ruberti, il cui mosto, trasformato in vino dopo la bollitura, invadeva di profumo l’intera cantina piena di botti.

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Ricordi d’infanzia

Non ho mai amato così tanto, e non amerò mai più, una stanza come quella: la cameretta che dividevo con la nonna. Una stanza piccola piccola con il tetto spiovente e il soffitto con le travi, due delle quali erano molto grosse e fatte di un legno così vecchio e disuguale che io riuscivo a vederci di tutto. Visi, fiori, cavalli, mostri. Il letto era meraviglioso e grande, troppo grande per quella stanzetta. Era in ferro battuto verniciato di nero e nelle testiere erano incastonati pezzi di madreperla che formavano fiori e foglie collegati tra loro da finissimi fili dorati disegnati da mano esperta. Per me era il letto più bello del mondo. La nonna diceva: – Su! Svelta, facciamo presto a spogliarci! Brr … che freddo! Qui si gela! -. Cominciava così la gara a chi faceva prima e io frettolosamente mi toglievo gli abiti per poter gustare il tepore delle lenzuola calde 32


e sprofondare nel soffice materasso di piuma d’oca. La nonna toglieva le braci dallo scaldaletto e riponeva tutto in un angolo, poi, infreddolite, ci infilavamo sotto le coperte. Fuori si sentiva il vento infierire contro la casa e i rami nudi degli alberi. I vetri della piccola finestra erano finemente decorati da cristalli di ghiaccio disposti a creare forme stupende. Sofisticati ricami, fiori bianchi ed elaborati arabeschi mi suggerivano quanto fossi fortunata a starmene al calduccio. Il lume era acceso. Io mi sentivo così felice, serena, protetta. Ai piedi del letto c’era il comò con lo specchio che rifletteva l’immagine degli oggetti cari, posti sul ripiano. Sul letto, la trapunta caldissima era fatta a mano con tanto amore e pazienza, il tessuto di raso lucido era lavorato con grandi fiori stilizzati. La fioca luce della stanza faceva brillare le trame di brina sul soffitto, come tante piccole stelle lontane. Il tutto creava un’atmosfera magica. La nonna amava intrecciare le sue gambe con le mie oppure, se era molto stanca, mi dava la buonanotte e si girava dall’altra parte. Allora io, con il corpo caldissimo e il naso rosso, cercavo di fissare nella mente quelle sensazioni straordinarie, consapevole, come per chiaroveggenza, che sarebbero state 33


uniche, irripetibili. Mi bastava socchiudere gli occhi per trovarmi in una grande sala, invitata a una festa meravigliosa e sentirmi sollevare nel vortice del ballo. Tutto era luminoso intorno a me, dame in candidi abiti da sera volteggiavano nella grande sala illuminata da preziosi lampadari di cristallo. Poi ritornavo per un attimo alla mia stanza, prendevo coscienza delle mie membra calde e immobili, per partire per una nuova fiaba. Il mio pensiero andava per un istante agli gnomi, al calduccio nella loro tana ricavata nel tronco di un albero. La mia mente vagava senza fine, andava nella gelida campagna sottostante e vedevo i topini correre nelle fredde zolle della terra arata. La notte era una signora buia e fredda. Provavo una grande tenerezza per gli alberi fermi, infreddoliti, senza la possibilità di difendersi. Il vento del nord, con le sue correnti gelide, si insinuava tra i loro rami scheletrici e sibilava creando strani rumori come rauchi lamenti. Sentivo i brividi, ma il mio corpo era caldo e al sicuro e accanto a me c’era la nonna, c’erano le care pareti, le travi con i loro visi e i loro grugni famigliari. La trapunta … Già in dormiveglia, sentivo le palpebre pesanti. La notte era buia e fredda … ma era anche mia amica. A lei sola io confidavo le mie sensazioni, le 34


mie fantasie, il vento, gli arabeschi ‌ Prima di spegnere il lume, guardavo in alto e vedevo un grugno severo osservarmi dalla trave. Gli rivolgevo una boccaccia e poi ridevo divertita ‌ tanto non mi faceva alcuna paura. Spegnevo la luce e mi addormentavo lentamente nella calda intimità della mia cameretta.

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La Statistica al tempo dell’Unità d’Italia

Le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia costituiscono l’occasione per riflettere sul percorso storico, culturale e scientifico che ha condotto all’attuale sviluppo del nostro Paese. In questa breve presentazione si sottolinea l’evoluzione della Statistica in quanto strumento di informazione nel passaggio dagli Stati Regionali alla proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861. Un cenno ai risultati dei primi censimenti conclude le vicende del secolo XIX. Già dalla prima metà dell’Ottocento il ruolo da attribuire alla Statistica era oggetto di polemiche e di discussioni scientifiche. Garante della pubblicità dell’azione amministrativa, metodo scientifico capace di rivelare le leggi dell’evoluzione delle società umane o, ancora, essenziale strumento di controllo e di intervento dello Stato sulla società? La riflessione sullo statuto da attribuire alla disciplina, avviato da Gian Domenico Romagnosi e poi 37


sviluppata da Carlo Cattaneo e da Angelo Messedaglia finì per fare della Statistica uno strumento privilegiato: di mediazione tra Stato e società. Nel contesto delle lotte risorgimentali, inoltre, fu riconosciuto alla Statistica, un ruolo patriottico in quanto mezzo di propaganda di opposizione ai vari regimi. Tutti gli Stati regionali, a partire dagli anni Trenta dell’Ottocento, avevano intrapreso rilevazioni statistiche a opera di Direzioni e Commissioni appositamente costituite. Gli Annuari e i Bollettini rispondevano alla necessità di una statistica ufficiale, per rendere conto pubblicamente di tutte le rilevazioni in materia di popolazione, lavoro, territorio, ecc. Il primo Stato che si dotò di una vera e propria struttura fu il Regno delle Due Sicilie. A Palermo, fin dal 1832, fu infatti istituita una Direzione centrale di statistica guidata da Federico Cacioppo e composta da insigni studiosi che, dal 1836 al 1846, curarono la pubblicazione del “Giornale di statistica” della Sicilia. Il “Giornale di statistica” fu fondato nel 1836. La sua vita fu, tuttavia, breve perché le minuziose indagini sulla popolazione della Sicilia e sulla riforma postale, oltre che sul miglior modo di formare uffici statistici, cominciarono a infastidire il governo borbonico tanto che, nel 1846, il periodico fu chiuso. Nel 1851 lo stesso governo istituì, presso il Ministero dell’Interno, 38


una Commissione di statistica generale col compito di raccogliere, esaminare dati, redigere e pubblicare ufficialmente le informazioni da essi derivanti. Fra le pubblicazioni ufficiali, a cura della direzione statistica del Regno di Napoli, si segnala l’Annuario Reale del Regno delle Due Sicilie per l’anno 1857, edito dalla stamperia reale. Anche a Torino, nel 1836, il Re Carlo Alberto istituì una Commissione Superiore di Statistica alla quale, nel 1841, si aggiunse quella per la Sardegna, soppressa però alcuni anni dopo. Il modello ispiratore era quello belga nel quale l’attività statistica era affidata a una Commissione centrale che riceveva l’apporto di personaggi esperti appartenenti alle varie Giunte provinciali. (In Belgio, fin dal 1831, operava l’ufficio di statistica che curava il movimento della popolazione e dello stato civile, i censimenti, la pubblicazione della statistica del Regno e, a partire dal 1870, anche dell’Annuario statistico. L’ufficio era affiancato da una Commissione di esperti con diritto di iniziativa che aveva la specifica funzione di collegamento tra l’amministrazione centrale e gli organi periferici). Dopo il 1848, a seguito dell’emergere di nuovi problemi per lo Stato, la Commissione perse di importanza e la sua collocazione cominciò a passare da un Ministero all’altro. La situazione migliorò nel 1857 quando, in vista del censimento generale della popolazione, Cavour affidò a Filippo Cordova, profes39


sore anche di Statistica, la responsabilità dell’Ufficio. Camillo Benso, conte di Cavour, oltre a essere stato l’artefice dell’unità nazionale, può essere considerato anche il promotore della statistica ufficiale. Membro della Commissione superiore di statistica, istituita a Torino nel 1836 si occupò, tra il 1850 e il 1852, di tutti i problemi riguardanti la statistica ufficiale collaborando alla stesura di diverse riviste tra cui gli Annali universali. Nel Granducato di Toscana la Direzione di statistica fu fondata nel 1849 per rilevare dati in ambito topografico, demografico, economico e amministrativo. Tuttavia non vennero mai istituite le commissioni locali perciò mancavano gli uffici provinciali e comunali. Fino al 1858 fu, comunque, compilato l’Annuario statistico della Toscana da parte del suo direttore, autore tra l’altro, di opere di statistica descrittiva. Negli Stati Parmensi e nel Ducato di Modena, l’interesse sia per gli studi sia per l’organizzazione della statistica, fu assai scarso. Per Modena va, comunque, ricordato Luigi Serristori che, nel 1837, con la pubblicazione della Statistica dell’Italia, è da considerarsi il precursore dell’Annuario Statistico Italiano. Nello Stato Pontificio una Direzione centrale di statistica fu istituita nel 1848 da Pio IX con l’incarico di raccogliere e pubblicare informazioni ogni dieci anni. All’uopo, nel 1857, fu stampato un vero 40


e proprio Annuario che conteneva notizie sull’istruzione pubblica, sulla qualità e il valore delle terre e, dal 1853, sui tributi pagati dalla popolazione. Nei territori del Lombardo-Veneto, amministrati dall’Austria, gli studi statistici erano oggetto di grande attenzione: numerose e accurate erano le indagini ordinate, agli uffici provinciali, dall’ufficio centrale di Vienna circa i principali aspetti della vita demografica, economica, culturale e sociale dell’impero austriaco. Ragioni politiche, però, inducevano a dubitare sull’attendibilità dei dati rilevati. I patrioti lombardi si servivano delle cifre ufficiali, pubblicate dal governo imperiale, per dimostrare l’inefficacia e l’arbitrarietà della dominazione asburgica. I dati statistici, riportati dagli Annuari del Regno d’Italia, venivano, infatti, utilizzati a scopo comparativo per individuare il grado di incivilimento di un popolo i cui indicatori erano, tra gli altri, la densità della popolazione e il tasso di crescita demografica. Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia riunendo sotto il suo scettro i paesi formanti l’antico regno di Sardegna tranne la Savoia e il circondario di Nizza, le parti della Lombardia cedute dall’Austria con i trattati di Villafranca e di Zurigo, gli ex-ducati di Parma, Piacenza, Modena, le Romagne, l’ex-granducato di Toscana, le Marche, l’Umbria e le due Sicilie. 41


La statistica fu utilizzata come strumento patriottico: la città di Mantova e alcuni suoi comuni entrarono nel Regno d’Italia solo nel 1866 cosÏ che serviva il passaporto per attraversare il Mincio. In questi territori la statistica fu utilizzata come strumento di propaganda contro il regime asburgico nonostante le ribellioni degli insorti fossero puntualmente pagate col sangue. Anche alcuni antichi documenti quistellesi testimoniano la divisione del territorio in quel periodo.

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Al 31/12/1861 veniva rilevata l’entità della popolazione tramite una scheda divisa in tre parti che faceva riferimento, per unità abitativa, alle persone della famiglia presenti, persone estranee alla famiglia, persone della famiglia assenti. La somma delle persone presenti e delle persone estranee forniva il dato della popolazione di fatto; quella delle persone presenti e delle persone assenti il dato della popolazione di diritto, mentre la loro differenza indicava il movimento della popolazione. La popolazione di fatto era indicata con dati disaggregati, comune per comune, per sesso e stato civile distinguendo tra celibi, coniugati e vedovi. Si 43


distingueva tra popolazione accentrata e popolazione sparsa in casali e casolari. Le famiglie erano enumerate, così come le case, distinguendo quelle abitate da quelle vuote. I Comuni venivano classificati in “urbani” e “rurali” e si distinguevano i centri abitati a seconda del numero di abitanti (più o meno di 6000) o del numero di unità abitative, mentre Casali e Casolari costituivano le “case sparse”. Gli abitanti dei centri minori e dei casali e casolari, nel loro insieme, costituivano i 3/4 dell’intera popolazione. Gli individui senza professione risultavano essere 7.850, numerosi erano i poveri ricoverati nei “depositi di mendicità” e gli accattoni forniti di licenza dall’autorità di pubblica sicurezza. Veniva rilevato anche il numero dei sordomuti e dei ciechi per ogni provincia così come il numero degli analfabeti. Alcuni importanti elementi erano però sfuggiti: le mogli e i figli in età minore, gli ecclesiastici e i militari perché incompatibili con lo stato di famiglia. Il ceto ecclesiastico era diviso in Clero secolare e Clero regolare e organizzato in 44 arcivescovati, 182 vescovati, non compresi i vescovi ausiliari di Lombardia, Toscana, Romagna, Umbria e Province Venete. Nel 1866 le corporazioni religiose furono soppresse con incameramento da parte dello Stato del patrimonio ecclesiastico. 44


Ma la nostra storia non sarebbe tale senza il contributo di Giuseppe Garibaldi che vogliamo ricordare e omaggiare anche per i suoi interessi nel campo matematico e statistico. Probabilmente anche i primi studi sul clima della piccola isola di Caprera sono dovuti alle sue rilevazioni. Infatti, i “Diari”, cinque quaderni autografi redatti da Garibaldi, contengono, tra l’altro, dieci anni (dall’1 giugno 1864) di osservazioni meteo relative a Caprera: sono registrate, con grande cura e, giornalmente, temperature, pressione e umidità!

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La Festa di Santo Stefano

Molti anni fa, quando ero bambina, il 26 dicembre, festa di S. Stefano, si trascorreva quasi sempre dai miei nonni in campagna. Talvolta, si partiva di buon’ora in treno perché capitava che la mattina ci si svegliasse con un’abbondante coltre di neve poi si ritornava nel tardo pomeriggio. In casa dei miei nonni si era quasi sempre in quattordici o quindici persone a tavola, pertanto noi bambini pranzavamo in un tavolo distinto da quello degli adulti. Era un pranzo molto abbondante con salumi, prevalentemente salame, cappelletti in brodo, lesso di gallina, cappone o anatra e dolci fatti in casa: biscotti, budino di cioccolato, torta al vento o sbrisolona. A quei tempi il panettone e il pandoro non erano ancora di uso corrente. Io non vedevo l’ora di arrivare a fine pasto perché ero desiderosa di assaggiare il budino con i biscotti casalini e la torta al vento, molto soffice e gustosa. In qualche occasione c’era anche, tra i dolci, uno squisito semifreddo al caffè che le mie zie preparavano con savoiardi e amaretti 47


e una crema a base di zucchero, burro, tuorli di uova sode e caffè. Io aspettavo con ansia quel giorno perché mi ritrovavo con i miei cugini a giocare e chiacchierare di tante cose. Si rimaneva a tavola fino nel primo pomeriggio poi mio nonno, se non si appisolava prima, cominciava a raccontare della guerra del ‘15-18 che egli aveva combattuto in special modo sul Piave. A noi bambini quei racconti interessavano poco per cui non ci distoglievamo dalle nostre occupazioni ludiche. Le giornate, in dicembre, sono molto brevi pertanto non tardava l’ora della partenza. Prima di andarcene, mia nonna si recava nella dispensa a prendere un vasetto ricolmo di strutto e cicciole che mia madre utilizzava durante l’inverno per fare la schiacciata. Erano da poco trascorsi i giorni della macellazione del maiale pertanto le cicciole fresche erano una prelibatezza a quei tempi che, per chi li ha vissuti, non finiscono mai di destare nel ricordo una certa tristezza e nostalgia.

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Il Melis

La guerra era da poco finita con le terribili conseguenze che tutti conosciamo. In Italia, un po’ alla volta, si cercava, con grande fatica, di rialzare la testa, di ricucire le ferite lasciate dal conflitto e tornare alla normalità. Si era fatta avanti la democrazia, erano stati fondati diversi partiti e ognuno simpatizzava per questo o per quello. Secondo alcuni solo il loro partito aveva ragione, gli altri non valevano nulla. C’erano anche quelli ai quali la politica non interessava per nulla e stavano alla finestra a guardare da che parte pendeva l’ago della bilancia: per oltre vent’anni ne avevano assorbite parecchie di chiacchiere con il risultato di aver perso la guerra. Tuttavia molti anelavano alle riforme e c’era uno spirito di rinnovamento delle istituzioni con il fine di avere un mondo migliore. In effetti molte cose erano cambiate, altre stavano cambiando, altre erano rimaste. Il trattato di pace sottoscritto con gli Alleati aveva portato molte restrizioni nel campo militare, in special modo per quanto 50


riguardava gli armamenti. Un’istituzione, però, era rimasta vecchia e malandata: l’invio, ai giovani che ne avevano l’età, della cartolina di precetto con cui si obbligava il destinatario a servire in armi la Patria. La cartolina, dato il clima di anarchia, non era ben vista: essa portava gli individui al recente passato in cui molti erano partiti e non tutti erano tornati. Ma la guerra era finita e con un po’ di buona volontà si poteva affrontare la chiamata alle armi. Le cartoline furono spedite in tutta Italia. Molte di queste arrivarono anche in uno sperduto paese della Sardegna dove, sui monti, i giovani si dedicavano quasi tutti alla pastorizia e, a loro, un viaggio in continente non sarebbe dispiaciuto. Sembrava un’avventura a lieto fine e per loro, temprati alle fatiche, era una cosa da poco. Si riunivano alla sera nel caffè e discutevano del prossimo servizio militare. Tra loro vi era un certo Melis al quale la terra della Sardegna sembrava scottare sotto i piedi. Non vedeva l’ora di evadere e quella di approfittare della partenza degli amici chiamati alle armi gli sembrava un’ottima occasione. Facendo il viaggio con loro sperava di trovare una buona occupazione in continente. Non incontrò alcuna obiezione, anzi, la proposta piacque a tutti e fu accolta con vero piacere. Arrivò il giorno stabilito e l’allegra compagnia di giovani si avviò verso il suo destino. Il viaggio in treno 51


e nave fu una vera scampagnata con abbondanti cibarie e libagioni del generoso vino sardo. Finalmente giunsero a destinazione e le nuove reclute, scese dal treno, si avviarono verso i camion militari che li attendevano nel piazzale. Sarebbero state portate al C.A.R., il Centro Addestramento Reclute. Il Melis, sceso anch’egli per salutare gli amici, senza volerlo si mise in mezzo al gruppo. All’improvviso si parò dinnanzi a lui un caporale mandato ad accogliere le reclute. - Ehi, tu! Cosa fai ancora qui? Perché non sali sul camion? - Signor caporale, guardi che io non c’entro, sono venuto solo a salutare gli amici. La prego, mi lasci in pace. - La pace te la do io, miserabile vermiciattolo imbranato! Hai la sfacciataggine di rispondere a un tuo superiore? Monta sul camion! - Ma guardi che … - Io non guardo un bel nulla! – e, presolo per i fondelli, lo scaraventò in mezzo agli altri. Il Melis un trattamento del genere non se l’aspettava. Poi pensò che forse non tutto il male viene per nuocere, raccomandò ai suoi amici il massimo silenzio e con essi si avviò alla vita militare. Ebbe le due divise regolamentari, da fatica e da libera uscita, un posto in branda, una piccola paga ogni dieci giorni e sette sigarette. Partecipò alle prime esercitazioni e 52


al giuramento di fedeltà alla Repubblica. In seguito andò volontario in cucina dove poteva mangiare a sazietà e sottrarsi agli addestramenti. Passarono così i quaranta giorni stabiliti per il C.A.R. e poi le reclute vennero smistate ai vari reggimenti dove avrebbero sostituito la classe che andava in congedo. Il Melis arrivò a Mantova, al Secondo Reggimento Contraerea, e fu subito mandato in cucina, dove riprese il suo normale lavoro. Tutto proseguiva regolarmente e si prospettava anche la possibilità di diventare capo-cuciniere. In estate il Reggimento, con uomini e mezzi, dovette trasferirsi in campagna per le manovre estive. Le cucine seguirono la truppa e il Melis si trovò a dormire sotto una tenda, cosa che per lui non era una novità. Al campo la sveglia per i cucinieri era anticipata perché dovevano preparare il caffè. Una mattina, però, accadde un imprevisto: il cuciniere addetto, forse per distrazione o per il sonno, mise il sale nel caffè al posto dello zucchero. Successe il finimondo. Tutti gettarono quella brodaglia salata imprecando contro i cucinieri. E la cosa non finì lì: il comandante del Reggimento promise loro una buona dose di “camera di punizione” al rientro in sede. Al Melis, al quale non dispiaceva la vita militare, non piaceva la prigione. Alla prima occasione, una volta ritornato in caserma, 53


gettò la divisa alle ortiche e si rese irreperibile. Cominciarono le ricerche, ma non si ottenne nessun risultato e il Melis fu dichiarato disertore. Il Reggimento scrisse ai Carabinieri del suo paese per averne notizie, questi risposero che l’individuo in oggetto girava libero e che a lui non si poteva imputare alcuna colpa perchÊ aveva espletato il suo servizio militare alcuni anni prima. Con questa riposta terminarono le ricerche del Melis il quale aveva trovato modo di campare a spese dello Stato. Forse si sarebbe fatto altri amici nello scaglione successivo e si sarebbe aggregato pure a quello.

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Cerenaica

Non sono più tornato in Cerenaica. Cerenaica era una corte di campagna, ma per noi rappresentava un mondo, un piccolo universo che aveva per confini un cortile smisurato, il canale di bonifica e la ferrovia. A essere precisi, la casa padronale portava inciso sul davanti un nome e una data: “Corte Cerenaica 1936”, ma noi, io Nelson e Zald, non siamo mai entrati in quella casa. Marisol non so. Andavamo in Cerenaica tutto l’anno, l’inverno un po’ di meno. Quando lo stradone si faceva fangoso, ci scoraggiavano i rischi cui saremmo andati incontro al ritorno nelle nostre case, non certo le difficoltà del percorso; ma bastava una gelata per riprendere la consuetudine. Un ampio spazio separava le stalle e le case dei coloni che fiancheggiavano a debita distanza la casa padronale. Sul lato aperto, di fronte alla grande casa, un boschetto di aceri e robinie degradava fino al canale. 56


Risalendo la bonifica si arrivava al ponte della ferrovia. Gli attrezzi vari, la biada e i foraggi, i cereali che d’estate venivano ammassati in mezzo all’aia non occupavano che una piccola parte dell’ampio cortile; il resto era tutto nostro per i giochi, le discussioni interminabili quando ci trovavamo in tanti e si dovevano comporre le squadre, le liti anche. Con l’inizio delle vacanze d’estate, noi tre eravamo là quasi tutti i giorni. Nelson passava davanti a casa mia e mi chiamava dalla strada, lui non ci andava mai da solo. Era il più coraggioso di noi, lui era Nelson il Rosso detto Rocha, il più spavaldo con gli altri ragazzi e con i grandi; ma in Cerenaica non andava mai se non insieme a noi. Penso che fosse per via di Marisol. Ma questo l’ho capito molto tempo dopo. Con Zald ci trovavamo là. Il punto di raccolta, quando facevamo i bagni, era il ponte della ferrovia. Ricordo quell’estate che avevamo preso a tuffarci nel canale: dapprima dalla riva dove si faceva ripida, poi dai piloni e infine dal muretto che costeggiava la strada ferrata. Nelson si tuffava quando il treno stava già per arrivare: aspettava il fischio del macchinista e poi si lanciava. Fu così che iniziammo quel gioco un po’ incosciente che consisteva nel gareggiare a chi sarebbe stato l’ultimo a buttarsi. Al passaggio del treno, il macchinista fischiava più e più volte. Per fortuna il gioco cessò bruscamente quel pome57


riggio che due vigili, avvisati forse dal capostazione, ci impartirono una lezione memorabile. Avevano parcheggiato la moto nel boschetto in Cerenaica e poi si erano nascosti dietro un filare di viti; quando il treno era passato e noi stavamo tornando a riva, erano lì che ci allungavano la mano per aiutarci a risalire. Nelson, che per primo aveva afferrato la situazione, si girò e prese a nuotare verso la riva opposta, ma quando si sentì chiamare per nome e cognome, si rese conto che era tutto inutile; tanto valeva arrendersi e sperare che la cosa finisse con una ramanzina. In effetti fu proprio così, solo che la predica venne poi amplificata quella sera a casa nostra e per un paio di giorni nessuno di noi uscì di casa. Zald era figlio di Zaldini il falegname, detto Zaldo. Per la verità, Zaldo si definiva “maestro del legno”, forse per quella sua mania di scolpire delle teste. O meglio, tante copie di un’unica testa: la sua. Queste teste erano di due tipi, quelle che vagamente gli assomigliavano e quelle che, all’apparenza, potevano rappresentare chiunque, anzi, neppure si capiva se avevano a che fare con la testa di una persona. Infatti, qualche anno prima era stato nella sua bottega il più famoso pittore della zona, l’unico che “vendeva”, si diceva, a significare che era senza alcun dubbio il più capace. Questo pittore aveva fatto un ritratto a carboncino di Zaldo e il viso appariva deformato e del tutto irriconoscibile. 58


- Vi ha messo anche ciò che non si vede - diceva Zaldo a quanti entravano nella sua bottega dove il quadro era stato appeso. Così da quella volta, anch’egli si mise a scolpire teste deformate. Ne ricordo una che assomigliava alla ruota di una bicicletta: il naso era il mozzo, le rughe i raggi, la barba e i capelli si confondevano con il copertone e via dicendo. “Zaldo e la passione per la bici”, recitava la targhetta che vi aveva apposto. Così, quando arrivava la sagra, che cadeva intorno al dieci di agosto, Zaldo metteva le sue teste tutte in fila davanti alla bottega dove restavano per due o tre giorni e anche di notte “a rimirar le stelle”, come egli stesso amava dire. Il figlio, detto Zald per evitare confusioni, aveva invece sviluppato una spiccata attitudine per il fischio. Era il più piccolo di noi tre, aveva le labbra un po’ sporgenti e riusciva a fischiare in tutti i modi immaginabili. Con due dita, con le nocche della mano, perfino senza respirare in apparenza … gli usciva il fischio. Ogni anno cambiavamo la maestra e lui si divertiva, seduto immobile nel primo banco della classe, a emettere quel suo fischio fastidioso; la maestra interrompeva la lezione, ma non riusciva a individuare il responsabile dell’insolito disturbo. E la cosa a ogni annata andava avanti per mesi e mesi. Questo fino in quarta, quando la nuova maestra, al primo fischio, interruppe la lezione e si avvicinò al registro. 59


- Chi è Zaldini Erminio? – chiese. - Sono io - disse stupito Zald. - Bene. Devi smetterla di fare il cretino. Diventò rosso, guardandosi attorno sconcertato. Non si capacitava di come lei avesse potuto individuarlo così, al primo colpo e con assoluta sicurezza. Comunque, da quel giorno a scuola non fischiò più. Del periodo in cui giocavamo col carburo, nessuno di noi può aver dimenticato Skneitzer. Quale fosse il suo vero nome non l’abbiamo mai saputo, per tutti era Skneitzer e basta. Tale nome, a dire il vero un po’ inconsueto, traeva origine dalla marca di macchine da cucire che vendeva e riparava a domicilio. Viveva con la famiglia del fratello, colono in Cerenaica. Nel corso di una di quelle estati, avevamo iniziato a costruire piccoli missili di legno inchiodati a barattoli di latta che poi riempivamo con il carburo. Il barattolo pieno di tale sostanza veniva immerso nell’acqua capovolto per un po’ di tempo. Grazie a reazioni chimiche la cui natura ci era ignota, una volta messo a contatto con l’ossigeno dell’aria, si produceva un’esplosione che faceva partire il nostro razzo. Non di rado qualche lancio un po’ maldestro lasciava sulla nostra pelle dolorose escoriazioni che mostravamo con orgoglio come segni di coraggio. Il carburo veniva sottratto dalla riserva del fabbro del paese, convinti che lui non se ne sarebbe mai 60


accorto: avevamo infatti aperto una breccia nel retro del casotto dove teneva immagazzinata questa sostanza, la trafugavamo poco alla volta per raggiungere il quantitativo necessario ai nostri scopi, poi mascheravamo l’apertura appoggiandovi delle assi. Ma le nostre astuzie si rivelarono del tutto inutili. Il fabbro s’accorse della cosa e una sera, dopo aver chiuso bottega, invece di tornarsene a casa si nascose nel casotto, tendendoci una imboscata. Ci fu un bell’inseguimento attraverso i campi, noi correvamo come lepri e il povero fabbro faticava non poco a tenere il nostro passo. Facendo un largo giro, arrivammo a casa di Nelson che già i suoi stavano cenando, convinti in tal modo di avere raggiunto la salvezza. Quando ci parve che le acque si fossero calmate, mi avviai verso casa, dove mi attendeva una sorpresa amara. Trovai infatti mio padre in compagnia del fabbro, il quale aveva sì desistito dall’inseguimento, ma avendomi riconosciuto, aveva pensato di raggiungermi in un posto da cui non potevo più scappare. Gli consegnai la mia parte di carburo con la promessa che questi furti non si sarebbero più ripetuti. Forse la cosa avrebbe potuto anche finire lì, ma quando il mattino del giorno dopo informai gli amici di quanto era successo, nel timore di ricevere altre visite dal fabbro, decidemmo di far sparire le prove dei nostri misfatti. Fu così che tutto il carburo che avevamo 61


accumulato nelle ultime incursioni finì sotto l’asse del cesso che si trovava nel cortile di Cerenaica. Occorre avere ben presente che a quei tempi non di rado tali servizi erano abbastanza primitivi, spesso in comune, e il secondo bagno si trovava nella vasta campagna circostante. Qualche giorno dopo Skneitzer, esaurita l’operazione biologica e ormai pronto a uscire all’aria aperta, per aggiustarsi come si deve i pantaloni, prima di mettere la mano sulla maniglia della porta, si girò un attimo per gettare dentro il buco del cesso il mozzicone di uno di quei sigari puzzolenti che fumava abitualmente. Ne seguì una bella esplosione e il poveretto si ritrovò nella merda fino al mento, senza neppure rendersi conto di quanto fosse successo. Skneizter fu ricoverato in ospedale dove gli riuscì di articolare le prime parole solo tre giorni dopo il fatto. Rimase in uno stato di delirio per diverso tempo, con allucinazioni nel corso delle quali pronunciava frasi sconnesse, delle quali si coglievano, oltre alle bestemmie irripetibili, incomprensibili riferimenti ai tedeschi e agli americani. Sull’episodio si parlò per parecchio tempo, a Cerenaica e nei dintorni. Noi ascoltavamo senza fiatare e ne sentimmo davvero di tutti i colori: dai rischi delle latrine in comune per arrivare ai fuochi fatui.

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Poi c’era Marisol. Marisol, figlia di una coppia di coloni che abitava in Cerenaica, era più grande di noi di un paio d’anni, che a quell’età non sono pochi. Se giocavamo in cortile non si faceva vedere quasi mai, tanto, dopo meno di un quarto d’ora, la madre l’avrebbe richiamata in casa: non le si confaceva giocare insieme a noi maschiacci. Ma quando, dopo un qualche gioco che ci aveva sfiancato, andavamo a riposare vicino al ponte o all’ombra degli aceri in uno spiazzo del boschetto, Marisol ci raggiungeva. Incurante delle spine che dai rami delle robinie spesso ci graffiavano, restava con noi a parlare anche per ore. In quei casi, Nelson non era mai pronto a riprendere il gioco e solo quando io e Zald, dopo tante insistenze, ci alzavamo per andare da qualche parte, Marisol si avviava verso casa e anche Rocha ci seguiva. Bionda come la madre, aveva gli occhi verdi e una carnagione insolitamente scura; come statura ci teneva dietro, a me e a Nelson, poi, quando venne il tempo delle medie, ci superò rapidamente. Strani sorrisi, ammiccamenti e discorsi bisbigliati si accompagnavano al suo nome e a quello della madre, ogni volta che tra i grandi si parlava della gente che abitava in Cerenaica. - L’idea non è certo quella del padre -. Oppure: - Quella carnagione olivastra … tutta Ton. 63


Noi facevamo a gara per farla ridere e sorridere, Nelson era certo il più bravo in questo, comunque tutti e tre la consideravamo, fin quando giunse nel gruppo, nostra compagna inseparabile. E non mancava certo la concorrenza, soprattutto nel corso dell’estate. Quando si incominciava a fare il bagno nel canale, venivano ragazzi da ogni parte, perfino di quelli che abitavano in piazza e si davano sempre un sacco di arie. Di uno di quei pomeriggi d’estate, ricordo un biondino che si era messo a tuffarsi dal ponte, controllando ogni volta da tutte e due le parti che non stesse arrivando il treno, a ogni tuffo, nel momento di lanciarsi gridava: - Mariiiiii … - con tutto il fiato che aveva in gola, per poi riemergere dall’acqua sbraitando: - soooooool! La cosa infastidiva non poco noi tre, e soprattutto Nelson, che tra un tuffo e l’altro si presentò a me tenendo un topolino in una mano, un grazioso topolino grigio argento che stringeva per la coda, dicendomi: - E di questo? Che ne facciamo? Ci avvicinammo al posto dove il biondino aveva appoggiato i vestiti e, tra un – Mari - e un – sol gridati a squarciagola, infilammo il topolino in una scarpa. Quando venne l’ora del ritorno a casa, Nelson, che non stava nella pelle, disse alla nostra amica: - Attenta, ora! 64


Dopo essersi vestito, il ragazzo infilò il piede in una scarpa; fece qualche strano movimento, come se fosse diventata troppo stretta, poi se la tolse per guardare dentro: - Ma che cazzo?! - disse rivolto a un amico. - E’ un topo – rispose questi. Si mise a gridare ancor più di quando si tuffava e gettò via la scarpa che finì dritta nel canale. Noi ce la ridevamo mentre il povero topolino galleggiava tristemente. Quando noi eravamo in seconda media e Marisol già ci aveva ampiamente superati, e non solo nell’altezza, le sue visite cominciarono a diradarsi. Anche parlare assieme si faceva più difficile. Io e Zald eravamo troppo bambini, le nostre storie non la interessavano quasi mai e d’altra parte, per noi era arduo seguirla, quando, per esempio la sua espressione diventava stralunata. Solo Nelson mostrava di capirla e talvolta gli riusciva ancora di farla ridere o almeno sorridere. Un giorno, all’inizio dell’estate, ci raggiunse tutta fresca e profumata, si sedette al nostro fianco e leggendo la sorpresa nei nostri occhi per tutto quel profumo e il trucco e tutto il resto, disse: - Ho appena fatto il bagno. Mi sono data un po’ di … - pronunciò un nome strano, probabilmente la marca di un profumo - … e anche un po’ di crema alla vaniglia - aggiunse. 65


- E fin dove te la sei data, quella crema? - chiese Zald appoggiandole una mano sul ginocchio. - Beh, diciamo … nei punti giusti. Mentre Nelson lo fulminava con lo sguardo, Zald si spostava con la mano sotto la gonna, verso l’alto. - Quella mano invece è nel posto sbagliato aggiunse Marisol. Zald la ritrasse come se si fosse scottato e diventò tutto rosso, incapace di dire una parola. Anche Nelson e io ci sentimmo a disagio: che certe confidenze non fossero più ammesse l’avevamo capito ormai da tempo, ma forse in quel momento sentimmo che le distanze stavano facendosi incolmabili, Marisol si stava allontanando e non potevamo farci proprio niente. Certo non immaginavamo in quel momento che il distacco si sarebbe consumato nel breve spazio di due giorni. La domenica incominciammo a frequentare il “Florida”, io e Nelson. Zald no, lui preferiva ancora il cinema, avventure di guerra e di eroi. Ci sedevamo a un tavolino. Io ogni tanto mi alzavo e chiedevo a qualche ragazza di ballare, inutilmente, ma almeno ci provavo. Rocha se ne stava lì seduto senza muoversi. Osservava Marisol che, coi biondi capelli sciolti sulle spalle, volteggiava al centro della pista o se ne stava sorridente in compagnia delle 66


amiche. Aspettava che prima della fine della festa, Marisol si accorgesse della sua presenza, sperava in un segnale di riconoscimento, un cenno della testa e un sorriso, uno scambio di battute magari durante l’intervallo tra un ballo e l’altro. Qualche volta poteva anche succedere che lei si avvicinasse a noi e si sedesse al nostro tavolino. Nelson naturalmente faceva finta di niente e come se neppure se ne fosse accorto, manteneva lo sguardo rivolto altrove. Aspettava che lei dicesse qualcosa, del tipo: - Ehi ragazzi, come va? - oppure: - Ciao, Rocha, come stai? - Allora si girava e le parlava, esattamente con lo stesso identico tono che aveva sempre usato in Cerenaica. Quando questo succedeva, sapevo che di lì a poco ce ne saremmo andati. - Beh, mi sono rotto - avrebbe detto Nelson alzandosi e io lo avrei seguito, magari simulando disappunto. - C’era quella morettina, aveva detto che forse uno dei prossimi balli … - Tu puoi anche restare, se vuoi. Quell’estate che poi saremmo andati in terza media, Nelson propose di costruirci una barca. Convincemmo Zald a chiedere la collaborazione di suo padre, che già ne possedeva una sulla quale andava 67


a pescare al fiume con gli amici. - Prima di tutto, dovete avere un progetto – ci disse la prima volta che gliene parlammo. - Un progetto? Beh, dipende dalle assi che lei ci può prestare - replicai. - Prestare? In che senso? - Nel senso che poi gliele paghiamo a rate. - Ma se siete sempre in bolletta, come San Quintino! A ogni modo, sciolto l’equivoco iniziale, ci aiutò davvero, nel progetto e soprattutto nella sua realizzazione. Scolpì anche una delle sue teste, in miniatura questa volta. Volle a tutti i costi installarla sulla prua. Di Zaldo aveva poco: quella testa assomigliava vagamente a una figura che avevo visto da qualche parte, probabilmente in un libro di scuola, di storia o geografia. Con la barca il nostro territorio si ampliava, passavamo sotto il ponte e arrivavamo fino alla periferia oppure, dall’altra parte, ci facevamo trasportare dalla corrente fino a quando il canale si allargava in prossimità del fiume. Marisol fece in tempo a venire in barca con noi diverse volte; in tali occasioni, il nostro giro si riduceva, perché lei doveva sempre essere a casa a una certa ora; a volte poteva capitare che a noi, a me e Zald ma anche a Marisol, uscisse di mente la questione dell’orario. Ma a Nelson questo non succedeva mai, benché nessuno di noi a quei tempi avesse 68


un orologio, lui sapeva orientarsi con il sole e dopo quelle scorribande in barca, lei tornò sempre a casa puntualmente. Faceva un gran caldo quell’estate e mia madre si era messa in testa che dopo pranzo dovevo riposarmi, almeno fino alle quattro. Poi c’era lo stradone dritto e polveroso che sotto il sole del meriggio diventava interminabile. Così quel pomeriggio arrivammo in Cerenaica che erano già quasi le cinque; nel cortile non c’era nessuno, ci avviammo verso il ponte, dove tenevamo la nostra barca. Nel canale c’erano diversi ragazzi che facevano il bagno, ma erano tutti più piccoli di noi e li ignorammo. Arrivati in prossimità della ferrovia, Zald si avviò verso il palo della luce per sciogliere la catena, io e Nelson ci dirigemmo sotto il ponte dove stava, nascosta al buio, la barca. Sulla barca stava Marisol. Se ne stava a capo chino dandoci le spalle. Pensai che volesse farci uno scherzo, ma Nelson si rese conto immediatamente che non era così. Fu l’unica volta, quella, che vidi Nelson e Marisol abbracciarsi. Lei piangeva tenendo il viso nascosto sul suo petto piangeva senza dire niente, io non sapevo cosa fare, osservavo Nelson che le appoggiava una mano sulle spalle mentre con l’altra le accarezzava i capelli. 69


Arrivò anche Zald, si avvicinò a me interrogandomi con lo sguardo. Alzai le spalle: che cosa mai potevo saperne io? - Ma che ti è successo Marisol? Che c’è? - chiese. - Portatemi a casa - rispose lei accennando ad alzarsi. Ci avviammo, lei sempre stretta a Nelson e noi due dietro. Facemmo un lungo giro per evitare i ragazzi, poi camminammo costeggiando il canale fino all’inizio del boschetto. Marisol e Nelson vi si inoltrarono in direzione di Cerenaica, io e Zald ci fermammo ad aspettare. Quando Nelson tornò, ci avviammo verso casa. Il mattino dopo, alle nove, eravamo già in Cerenaica. Restammo a gironzolare tra il cortile e il boschetto fino a mezzogiorno ma Marisol non si fece vedere. Nel pomeriggio Nelson venne a prendermi alle due, discutemmo con mia madre che non voleva farmi uscire a quell’ora, ma poi cedette alle nostre insistenze. - E Zald? - gli chiesi mentre camminavamo sotto il sole lungo lo stradone. - Zald ci raggiungerà alla barca – rispose. Eravamo sotto il ponte, seduti sulla barca ad aspettare l’amico da una mezz’oretta, quando sentimmo delle voci concitate. Venivano dall’altra parte della ferrovia, nella direzione opposta a Cerenaica. 70


Si sentiva soprattutto la voce alterata di una donna ma di quello che diceva non riuscivamo a decifrare quasi nulla, poi rumori, come di colluttazione. Un’unica parola ricordo di quella voce che non mi sembrava del tutto sconosciuta: almeno un paio di volte distintamente pronunciò la parola – Porco! -. Poi scese il silenzio, mentre io e Nelson ci guardavamo pallidi e muti, pareva che intorno a noi non ci fosse più nessuno. Dopo una decina di minuti, mi affacciai all’imboccatura del ponte. Vidi un uomo che stava scendendo a gattoni dal fianco della strada ferrata, in mezzo ai rovi e al sambuco. Distava da noi non più di dieci metri, la faccia tutta sanguinante. Sentii alle mie spalle Nelson. - Che facciamo? Andiamo a soccorrerlo? - bisbigliai. Nel frattempo l’uomo, adesso acquattato tra i rami di sambuco, sporse la testa girandola prima a sinistra e poi a destra, guardando nella nostra direzione. Non ci vide, ma noi vedemmo lui. Sempre camminando carponi, attraversò il sentiero e si infilò nel campo di granoturco, scomparendo in tal modo alla nostra vista. - Lasciamo perdere. - disse Nelson – Aspettiamo Zald ancora un po’; se non arriva, andiamo verso il fiume. - Arriva, arriva. Non ti preoccupare. Arrivò infatti dopo una decina di minuti. 71


Il giorno dopo, Rocha, che non andava mai da solo in Cerenaica, si presentò alla porta dove abitava Marisol, così venimmo a sapere che era andata da certi parenti che abitavano in città. Marisol non la rivedemmo più, né in Cerenaica né al “Florida”. Dopo quell’estate, in breve tempo, io Nelson e Zald ci perdemmo. Ognuno per la sua strada, come spesso succede nella vita. La barca, il “Florida” e tutto il resto avevano allargato a dismisura il nostro territorio. Anche per noi, Cerenaica era tornata a essere null’altro che una semplice, se pur signorile, corte di campagna. “Corte Cerenaica 1936”, appunto. Ma io per diversi anni, nei miei sogni, vedevo comparire da un buco scavato nella roccia o nel fianco di qualche collina oppure da un pagliaio, perfino, emergere improvvisamente dall’acqua la testa sanguinante di Tony, figlio del vecchio Joan, padrone di Cerenaica.

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Via Filippo Corridoni

Primavera 1945. Le truppe alleate fanno il loro ingresso a Quistello. Sui loro convogli sfilano per le vie del paese lanciando gomma e tavolette di cioccolato verso la gente che le accoglie in festa, con applausi. I soldati attraverso le loro radio diffondono allegre canzoni per sottolineare che l’talia è stata liberata dall’occupazione tedesca e che la guerra è finita. Estate 1945. Non ci sono più pericoli di bombardamenti e noi tre fratelli, Lilia, Andrea e io, possiamo rimanere fuori di casa, sulla via Filippo Corridoni, dove si trova la nostra abitazione. Via Corridoni è una strada in terra battuta che porta nel centro del paese. Dopo l’evento bellico, la via si è rianimata: gli uomini e le donne hanno ripreso i loro lavori, mentre noi bambini girovaghiamo, osserviamo la vita che è ricominciata; giochiamo con la palla, a bandiera, con palline di terracotta, con la fionda. I più piccoli si limitano a guardare o a fare il girotondo. 74


Fa caldo e la maggior parte delle attività quotidiane si svolge all’aperto, nei cortili o nei giardinetti. E’ in un cortiletto che il vecchio calzolaio Borali, seduto al suo deschetto, risuola e rifà i tacchi alle scarpe e agli zoccoli, circondato da alcuni amici che ricordano le tristi vicende della guerra. Nel giardino della sua casa la sarta Lea Boriani, da mattina a sera, confeziona i vestiti a fiori delle signorine del paese che desiderano festeggiare con abiti nuovi il ritorno della tranquillità e della pace. Qualche bambina le sta attorno per ricevere i ritagli di stoffa con i quali poi vestire la propria bambola di celluloide. Noi bambine giochiamo anche con i ritagli di carta di vario colore che il tipografo Ceschi ci offre in quanto resti dalla lavorazione della sua tipografia che ha ripreso a pieno ritmo l’attività in una elegante palazzina. Via Corridoni è tutto un via vai di persone: puoi incontrare l’ambulante Primo e la sua aiutante Ida, con il carretto trascinato dall’asinello, pieno di casse di ortaggi di frutta; l’Ernesto con il suo furgoncino carico di pezzi di ghiaccio avvolti nei sacchi, che si reca nei caffè del centro dove si vende la granita. Il furgoncino di Ernesto spesso è in panne, allora lo vedi tutto indaffarato, ai lati della strada a girare la manovella del motore che non vuole avviarsi. Puoi incontrare della gente che porta a casa legna e carbone, reggendoli sugli avambracci, comprati al 75


minuto dalla famiglia Ballista che ha delle riserve in un capannone. Nello spiazzo della nostra casa, nonna Itala, dopo il riposo pomeridiano, lavora ai ferri, all’uncinetto, confeziona calze e suolette per la gente del paese. Bambine delle case vicine le si siedono attorno con gli sgabelli per imparare a lavorare a maglia e a cucire, mentre ascoltano con occhi sognanti i racconti dell’infanzia della nonna. Il cortile della casa della maestra Ida Tosi è un’aula all’aperto: parecchi bambini sotto la sua guida paziente imparano a leggere e a scrivere. La signora Ida cerca di far recuperare loro i mesi di scuola perduti a causa della guerra. Di fronte alla nostra abitazione la famiglia Perondi tiene uno stallino dove alleva i cavalli. Noi bambini stando in punta di piedi dal marciapiede ci soffermiamo a lungo a osservare dal finestrino i cavalli che mangiano il fieno, a guardare incuriositi le briglie, le selle, le cinghie appese al muro, in bella mostra. Poco distante ha la sua bottega Mario Speciga, il barbiere. Nella piccola stanza attira l’attenzione un tavolino sul quale tiene ben allineati, come soldatini, le forbici, i pennelli, la ciotolina del sapone, i rasoi. In questa barberia Andrea subirà il taglio dei suoi bei riccioli biondi che, quasi per un dispetto, non ricresceranno più dorati, ma scuri. 76


Sulla grande curva che immette in via Fabio Filzi è situato il laboratorio dei Piva e dei Fattorelli, artigianifalegnami che riparano le botti e le mastelle (i soi) sfasciate infilando i cerchi di ferri, rifatti e battuti nei falò di fuoco. Nei pressi del centro della via si trovano il deposito delle biciclette e lo stallo delle carrozze e dei calessi, il fienile e l’abbeveratoio degli animali. Il maniscalco Mario Lui rifà gli zoccoli ai cavalli, pulisce le unghie con il ferro caldo, imposta il ferro con i chiodi. In via Corridoni non solo si lavora, ma anche ci si diverte. Nel “Modernissimo”, una sala da ballo da poco liberata dagli sfollati di Montecassino, dove avevano trovato rifugio dai bombardamenti, si danno delle feste da ballo. Giovanotti e signorine vestite coi loro abiti più belli e accompagnate dalle mamme, trascorrono serate danzando sino a notte inoltrata, mangiando nell’intervallo pane e salame, bisulan e bevendo qualche bicchiere di vino. Dal cortile dei fratelli Marta e Lino Lui i ragazzi che non hanno i diciotto anni guardano incantati i ballerini, le luci, l’orchestra attraverso la rete metallica, sognando il giorno in cui anch’essi potranno avere accesso.

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Ritorno alla vita

Ottobre 1944, in un paese del Basso Mantovano. E’ notte quando una bomba cade nella casa che confina con il cortile. L’esplosione è così forte che noi bambini, svegliandoci di soprassalto, troviamo calcinacci nel letto. I nostri genitori, spaventatissimi, si affacciano alla finestra, senza accendere la luce perché vige il coprifuoco, e osservano la gente che piano piano esce di casa e si raduna nella via. - Hanno bombardato la casa di Draghi! Sono morti papà, mamma e bambino! - dicono alcune persone che sono andate a vedere il disastro. Papà e mamma decidono di portarci in salvo in campagna: ci vestono frettolosamente, ci caricano sulla bicicletta e, percorrendo sentieri di campagna in alternativa alla via maestra, ci inoltriamo nella campagna in cerca di un rifugio. La nostra meta è Gaidella dove si trovano, sfollati e ospiti di una famiglia di contadini, alcuni parenti. Arriviamo all’abitazione che è ancora notte anche se l’alba non è lontana. Papà lancia dei sassolini sui 79


vetri della finestra per svegliare soltanto chi si trova nella stanza. Dopo un tempo che appare interminabile, i parenti finalmente sbirciano dalla finestra. Sono marito e moglie sui quaranta: lei è un po’ grassa, coi capelli sciolti, e indossa un’ampia camicia bianca di cotone; il marito porta una camicia sgualcita e un paio di mutande lunghe di maglia: - Cosa volete? - dicono, - Andate via! Qui non c’è posto, non possiamo svegliare gli altri! - Teneteci solo una notte! Domani si vedrà - supplicano papà e mamma. I parenti aprono la porta e ci accolgono nella loro stanza; adagiano noi bambini nel letto, mentre i genitori spiegano cosa è accaduto in paese. Il mattino, di buonora, il papà va in cerca di un alloggio di fortuna e quando ritorna annuncia che l’ha trovato poco distante da lì. Tutti si sentono sollevati, anche i parenti che salutano, e raggiungiamo il nuovo alloggio: uno stanzone, adibito a fienile fino a poco prima. Si trova nella Corte Zucche, di fianco alla casa padronale, sopra lo stallino. Una scaletta esterna, sul lato, permette di accedere all’abitazione. Il papà l’arreda con un letto di fortuna, una stufetta a legna, con il tubo verticale che finisce sul tetto, un tavolino e alcune sedie. La nostra vita si fa ancora più semplice: il papà va al lavoro e ci porta tutti i giorni una pentola con la minestrina di stelline, preparata dai nonni che sono rimasti in paese, qualche pezzo di 80


pane e un po’ di carne. La vita in campagna è una continua sorpresa per i bambini. Sull’aia osservano le donne che si mettono intorno ai cumuli di pannocchie per sgranarle coi loro gesti sapienti, mentre le più giovani intrecciano canti d’amore: - Bambina dall’abito blu, bambina tu mi piaci di più … La sera il silenzio invade la corte, mentre la padrona va in giro con il lanternino alla ricerca di qualche gallina smarrita da riportare nel pollaio. Di giorno, la massaia nell’orto raccoglie fagioli e patate e li mette nel grembiule che piega come una tasca; i bambini la seguono anche quando va a raccogliere le uova o entra in casa e si dispone a cucinare il minestrone di verdure o a tirare la sfoglia con la farina presa da sacco, in un angolo della cucina. Che profumo di cose buone! Anche la mamma sente lo sconforto per essere lontana da casa, per dover rinunciare a tante cose, soffrendo il desiderio delle cose genuine di cui poteva godere prima della guerra. Una mattina di tardo novembre c’è un grande fermento nella corte. Sul carretto arriva un maiale e in un grande paiolo bolle l’acqua. I contadini lo fanno scendere e, quando gli conficcano uno stiletto nel cuore, manda gridi terribili che fanno rabbrividire. I bambini spaventati si rifugiano nella stalla e là scorgono le donne che cuciono le budella che 81


verranno riempite di carne e si trasformeranno in salami. Il freddo fuori è pungente e nella stalla c’è un bel tepore e ancora tante cose da scoprire … come sono grandi le mucche e come sono piccoli gli sgabelli che usa il contadino per mungerle! Chinandosi si può vedere il buon latte tiepido che scende dalle mammelle nel secchio. L’inverno si fa sentire: i vetri dello stanzone sono arabescati per la brina; la legna non è sufficiente per riscaldare i corpi infreddoliti. Abbiamo perso l’appetito, non vogliamo più mangiare la solita minestrina che porta il papà; siamo diventati tristi e i nostri genitori decidono di riportarci in paese. In un tiepido pomeriggio di marzo arriva papà con un carrettino legato alla bicicletta. Si ritorna a casa. La campagna sta rifiorendo. - Mamma, guarda, le viole! Fermiamoci a raccoglierne un mazzetto. Teniamo in mano il mazzolino di viole e lo passiamo l’un l’altro per goderne il profumo. La guerra sta finendo. Si ricomincia a vivere.

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La guerra di Spagna

Nel 1936 iniziava in Ispagna la guerra civile che avrebbe portato al potere il generale Franco, dopo una lunga e sanguinosa lotta combattuta senza esclusione di colpi. Si confrontavano in quel conflitto l’idea comunista e l’idea liberal-democratica borghese di Stato sicché da tutto il mondo si mossero uomini, interessi e mezzi a sostegno dell’una o dell’altra parte. Addirittura la Germania hitleriana la usò per sperimentare nuovi modi di concepire e condurre la guerra, fece le prime prove di bombardamento strategico-terroristico, come a Guernica, e contemporaneamente per fare la voce grossa con l’ideologia marxista e anarchica che caratterizzava la fazione repubblicana. All’Italia di Mussolini non parve vero di partecipare a quel conflitto a fianco del Caudillo con uomini e mezzi e lo fece attraverso una Legione Italiana di volontari reclutata, per la maggior parte, a suon di ingaggi che al giorno d’oggi si definirebbero mercenari. 84


Divennero così legionari non molti anti-comunisti, molti capi scarichi, molti ragazzotti attratti dal fascino perverso della guerra, moltissimi attratti dal soldo. Anche da Mantova partirono in molti per l’avventura spagnola, attratti anche dalla possibilità, allora molto remota per chiunque, di vedere un paese straniero. Ho parlato con diversi reduci di quella avventura, i più spaventati dalla ferocia con la quale venne condotto quel conflitto, uno in particolare ancora affranto per le vicende Guadalajara, dove la Legione Italiana venne affrontata in forze dai repubblicani e dovette affidarsi ad una lunga fuga per non venire annientata, fuga di corsa che durò due giorni. Ma anche altri ricordi meno brutali si sono portati a Mantova i nostri legionari; Furio Tacconi che partì perché lo facevano molti suoi amici, lui barbiere e uomo di una mitezza incredibile, amante del gioco d’azzardo e delle donne, non certo di armi e battaglie, mi disse che in Ispagna aveva trovato un mazzo di carte da gioco eccezionale, con gli spigoli delle carte profilati in rame così da garantire loro una durata pressoché eterna. Orfeo Frignani mi raccontò che colà aveva imparato tanti giochi di carte, dai legionari di altri paesi, come la belote francese e i tarocchi tedeschi e che aveva imparato un po’ di spagnolo e di francese, ma che li aveva pagati duramente con la lunga corsa di Guadalajara. 85


Nel ’39 la guerra finì con la vittoria del Caudillo e i giornali italiani celebrarono pomposamente l’ingresso delle truppe falangiste in Madrid titolando a piena pagina “La Legione Italiana è entrata a Madrid cantando inni patriottici”. Ma per i mantovani della Legione non fu esattamente così. Bruno Pasino mi confidò che è vero che la generalità delle truppe vittoriose entrò in Madrid cantando inni patriottici e guerreschi, ma che l’enclave mantovana nell’esercito vittorioso intonava, invece dei peana vittoriosi un mottetto che più mantovanamente dissacrante non si può - Alègar, alègar che ‘l bus dal cul l’è

negar.

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I bombardamenti

L’Italia sta godendo dall’aprile 1945 un periodo di pace, anche se in qualche modo è coinvolta, nella sua qualità di membro delle Nazioni Unite, nelle guerre medio-orientali ed asiatiche. Non sente quindi da vicino l’odore acre della guerra, che le giunge solo attraverso i pur crudi

reportage televisivi e giornalistici, atrocità a crudeltà le giungono come avvenimenti lontani e quasi astratti, senza una contestualizzazione sul suo territorio e sulla pelle dei suoi cittadini. Ma dal ’40 al ’45 l’Italia ha respirato la cruda atmosfera della guerra, ha subito tutte le atrocità che vi si perpetrano, quasi fossero necessarie alla conduzione delle operazioni, mentre non sono che delle stupide ed inutili rappresaglie, delle ripicche giustificabili nell’ambito di una disputa fra bambini e non fra persone con responsabilità di governo. Per la mia età io non posso avere ricordi diretti di operazioni militari che mi abbiano coinvolto, ma ricordo assai bene quello che ha sofferto la popolazione civile, 88


anche al di fuori dei coinvolgimenti diretti nelle operazioni militari. Ricordo

perfettamente

i

bombardamenti

che

venivano compiuti quasi giornalmente su città e paesi, costituissero o meno obiettivi strategici, operazioni intese più a fiaccare la volontà dei popoli che la subivano che a diminuire le capacità materiali di resistenza. Mantova è stata risparmiata dai bombardamenti a tappeto che sono stati compiuti su altre città, ma ha subito anch’essa le sue incursioni aeree. Ogni sera arrivava Pippo, un monomotore inglese o americano che ronzava sulla città ed ogni tanto lasciava cadere uno spezzone incendiario su una casa mandandola a fuoco, ma nella maggior parte delle sue incursioni si limitava a ronzare sulla città lasciandola sotto lo stress dell’allarme aereo che veniva dato, ad ogni avvicinarsi di voli avversi, mediante un lugubre ululato di sirene. E se il suono delle sirene era cadenzato e ritmato su frequenze molto brevi era il momento di preoccuparsi: c’era pericolo immediato di essere presi a bersaglio dei bombardamenti. Bombardamenti importanti a Mantova, in numero di più di cento, si sono avuti sul ponte dei Mulini, che ha visto la carreggiata coperta completamente distrutta, così come sulla sponda del lago di sopra fu completamente distrutto il molino Giannantonj, che era un bell’esempio di edilizia industriale in stile 89


Liberty, un molino Stukcy in sedicesimo, e sulla chiesa dei Filippini che era di fronte a piazza Virgiliana, la cui esplosione lanciò un enorme groppo di pietre, evidentemente una parte di un pilastro portante della struttura muraria, fino ad appoggiarsi alla casa di via Virgilio dove ora è l’ufficio postale. Durante gli allarmi per così dire minori, che non segnalavano pericoli imminenti, si usciva in istrada e si guardava il cielo dove passavano a grande altezza formazioni numerosissime di bombardieri che volavano sopra di noi per raggiungere altri obiettivi, di maggiore interesse, in Germania o nelle zone industriali del milanese. Il passaggio durava per molto tempo, anche più di mezz’ora, ed i moscerini che si vedevano viaggiare in formazione lassù in alto, lasciando scendere dal cielo solo un leggero borbottio di motori, davano ai più accorti la misura della strapotenza materiale dei nostri avversari. E noi come cercavamo di difenderci dal pericolo dei bombardamenti? Portavamo i letti in cantina, dormivamo nei sotterranei, sperando che se una bomba avesse colpito la nostra casa non sarebbe riuscita a distruggerla sino alla cantina, risparmiandoci la vita. Solo mio nonno Oreste, politicamente da sempre oppositore attivo del fascismo non volle mai venire a dormire in cantina ma rimase sempre a dormire nella sua stanza al primo piano: - Na bomba ca libera l’Italia

la poel anca coparàm. 90


Biografie Anna Maria Bondavalli Editor Anna Maria Bondavalli, con la ragione sociale “Anna scrive”, dal 1986, accanto al lavoro di copista-correttrice di bozze, organizza incontri con autori e mostre di libri per scuole e biblioteche pubbliche. In tali contesti, ha coordinato numerosi laboratori di scrittura e di lettura, specializzandosi nella proposizione di percorsi tematici di lettura a voce alta, volti a riscoprire i piaceri della narrazione e

dell’ascolto.

Organizza,

inoltre,

attività

di

educazione ambientale per conto del WWF Italia attraverso Parchi e Riserve Naturali del Basso mantovano. Ha

preso

parte

attiva

agli

incontri

del

Festivaletteratura di Mantova con gli scrittori Mauro Corona e Mario Rigoni Stern. “Anna scrive” - Via Ghinosi, 41 - 46035 OSTIGLIA (MN) tel. e fax 0386 32511 e-mail: annascrive@libero.it


Antonella Boschini Scrittrice Dimostrando fin dall’età scolare una naturale predisposizione per le materie letterarie, dopo la Scuola Media ho scelto liberamente di frequentare l’Istituto Magistrale. Da diversi anni lavoro stabilmente in qualità di Assistente amministrativa addetta al Personale presso l’Istituto Superiore Manzoni di Suzzara. Quando i miei figli hanno iniziato a crescere e a essere maggiormente autonomi, ho voluto dedicarmi, oltre che al lavoro e alla gestione della famiglia, ad altre attività che sentivo necessarie per il mio benessere. Da qualche tempo, ho preso confidenza con la danza, con il teatro, con il camminare, con la lettura e con l’arte dello scrivere, un vero diletto nonché un’ottima valvola di sfogo. Ho iniziato La Storia del mio amico Alex in un momento di grande tristezza e strada facendo, capitolo dopo capitolo, ho maturato quanto sia d’aiuto trasferire sulla carta le proprie emozioni.

Riccardo Fera Fotografo Riccardo Fera è nato a Cosenza il primo luglio 1976. Ha vissuto e studiato in Calabria per poi laurearsi in Scienze Politiche all’Università “La Sapienza” di Roma. Oggi vive a Mantova, dove lavora presso


la sede provinciale dell’Acli, occupandosi di fisco e previdenza sociale. Da

sempre

appassionato

di

fotografia,

ha

collaborato con diversi enti privati della Provincia di Mantova per la riproduzione fotografica di documenti e reperti storici. Oggi impegnato nella fotografia digitale per la documentazione di eventi legati alla musica e allo spettacolo, non abbandona la pellicola e le fotocamere d’epoca di cui è cultore.

Marisa Gianotti Scrittrice Nata Moglia e diplomata a Modena, ha insegnato nella “Scuola per l’infanzia” di Modena e di Pegognaga, dove risiede tuttora. Ha pubblicato i romanzi “Vita a Corte Pascolo” (2004) e “Domenica Margarita (2009).

Anna Giraldo Curatrice, Scrittrice Mi chiamo Anna Giraldo. Sono nata nel 1972 a Quistello, dove risiedo tutt’ora. Dopo la Laurea in Economia e Commercio e il Master in Informatica gestionale, mi occupo di consulenza informatica. La passione per la scrittura mi ha travolta nel maggio del 2008. Scrivo romanzi e racconti di genere fantastico. Alcuni dei miei racconti si sono


classificati in concorsi nazionali e locali e sono stati pubblicati sia in digitale che in cartaceo. Il 23 marzo 2011 è uscito il mio primo romanzo dal titolo “436” a cura di Casini Editore. Con il patrocinio della Biblioteca comunale e dell’Assessorato alla Cultura di Quistello ho curato questa antologia.

Max (Massimo) Laurenzi Fotografo Me medesimo: classe 1977, ingegnere informatico con la passione per la fotografia digitale e l’informatica in genere. Mi sono dilettato, in qualche occasione, in progetti riguardanti l’impaginazione digitale, tra i quali il famoso (a livello locale) “Al Disiunari” di Roberto Villa. Faccio parte della compagnia teatrale “Temenos Teatro” da diversi anni, amo fare sport, leggere e ascoltare musica.

Laura Leviè Illustratrice Laureata in Scultura. ... nella mia vita: Danza, Pallacanestro e patatine fritte!!! ... adoro: i tatuaggi, la moto, il cinema e le giostre!!! ... la cosa più importante della mia vita: mia madre!!! ... la parola preferita: OLTRE ...


Enzo Manfredini Scrittore Insegnante di Matematica e Fisica nelle scuole superiori, abita a Suzzara. Per alcuni anni, tra il 1985 e il 1990, ha diretto EcoLogica, quaderno della bassa distribuito nelle province di Mantova, Reggio Emilia, Parma e Modena. Ha pubblicato il saggio “La scienza tra dominio e disincanto” nel volume “Natura Natura”, Edizioni Cierre, Verona 1992. Nel 2002 è uscito “Io e July” presso le Edizioni Diabasis, Reggio Emilia.

Carlo Moretti Pittore, Poeta É nato a Suzzara il 18 ottobre 1963, giorno di San Luca, protettore dei pittori. Che voglia dire qualcosa? Pittore, scultore e poeta, esprime la sua arte lavorando prevalentemente con il legno, cercando di non snaturare la materia prima e applicando due dei principi estetici che regolano la produzione dei componimenti poetici haiku: il Wabi, povertà e naturalezza, e lo Yùgen, ciò che è misterioso e profondo. Ha al suo attivo 200 mostre tra personali e collettive. É stato Presidente dell’Associazione


Artistica Euterpe, Medaglia d’oro del Presidente della Repubblica, Medaglia d’oro di Sua Santità Giovanni Paolo II, finalista Premio Arte Mondadori.

Maria Grazia Papotti Scrittrice Ho 59 anni, da un anno sono in pensione dalla scuola dove ho svolto carriera amministrativa. Sono laureata in materie letterarie e sono appassionata di arte, storia, storia locale e cronaca locale. Saltuariamente sono corrispondente de La Voce di Mantova e da anni, de L’Album di Poggio Rusco. Da anni faccio parte della giuria del concorso di poesia Don Doride Bertoldi. Ho partecipato a vari concorsi letterari ricevendo anche segnalazioni.

Giorgio Pavesi Scrittore Nato a Marmirolo del 1935, ha compiuto gli studi medi e superiori a Mantova e si è laureato in giurisprudenza a Bologna. Avvocato, ha scoperto nella maturità la vocazione alla scrittura. Ha pubblicato i libri “Ciao, ti aspetto da Gastone”, “Al Masalìn” e “Piccole storie mantovane” e la silloge di poesie in vernacolo “An galèl da cità”.


Azzurra Ponti Grafica, Illustratrice Azzurra Ponti nasce a Mantova nel 1984, fin da piccola adora disegnare e pasticciare con forme e colori. Dopo anni di studio “tecnico” (è geometra) riscopre la magia dei colori e della creatività navigando su internet dove nuovi e meravigliosi modi di divertirsi sono nati senza che lei ne sapesse nulla. Scopre la grafica pubblicitaria e l’illustrazione e decide che è quello il suo sogno nel cassetto. Nel 2009 il web le fa conoscere il disegno digitale, la sua ultima passione.

Lilia Rebecchi Scrittrice Lilia Rebecchi è nata a Quistello ed è ivi residente. Insegnante di Scuola Materna per vocazione, ama i bambini dai quali ha sempre ricevuto grandi insegnamenti.

Franca Rossetti Scrittrice È

nata

a

Quistello.

È

stata

insegnante

di

matematica applicata presso l’ITIS Hensemberger di Monza, collaboratrice in materia statistica con le Università Bocconi, Cattolica e Statale di Bergamo ed è autrice del libretto “Statistica, storia di un nome e di un metodo” (Ed. Vita e


Pensiero – 1996).

Dopo quarantadue anni di

onorato servizio, denso di soddisfazioni, ora è in pensione … per fare largo ai giovani, ma continua a divertirsi dedicandosi alla ricerca, partecipando a convegni e tenendo conferenze di statistica in giro per l’Italia. Nell’ambito della didattica si occupa di formazione e collabora con l’INVALSI.

Loredana Rossetti Scrittrice, Illustratrice, Fotografa Nata e vissuta a Quistello, madre di famiglia in primis, ha sentito l’esigenza di esprimere il proprio mondo interiore, dapprima attraverso le arti grafiche e pittoriche, in seguito attraverso la scrittura. Ha pubblicato nel maggio del 2011 la sua prima raccolta di fiabe illustrate: “Fiabe dal mondo segreto” (La casa dell’amico Ed.)

Gianni Schiavinato Scrittore Nato in provincia di Treviso, da madre veneta e padre mantovano, ora vive a Quistello. Da diversi anni è in pensione. Ha pubblicato “La guerra in un paese (Quistello 8 settembre 1943 – 25 aprile 1945), “La luna la luseva e Al can baiava”, “Piccole storie mantovane dell’ottocento. Ovvero le avventure del Dott. Acqua e Dieta”


Cesare Schiraldi Fotografo Vive a Suzzara e i suoi hobby sono da sempre la fotografia e la montagna in tutti i suoi aspetti. È stato campione italiano di lotta greco romana.

Guido Sostaro Scrittore Guido Sostaro nasce nell’immediato secondo dopo guerra in un casello ferroviario a Bugno Martino di S. Benedetto Po. Tutta l’infanzia e l’adolescenza vissute “tra i binari”. Entrambi i genitori erano, infatti, ferrovieri. Saranno i treni a indirizzare gli studi di Guido nel settore della meccanica, studi compiuti nella città estense di Ferrara. Le circostanze, poi, lo porteranno a svolgere l’attività professionale in

ambiente

totalmente

diverso:

l’industria

elettronica. Ciò non ha mai sopito i ricordi e l’amore per i treni, tanto da indurlo a narrare il passato trascorso tra i binari in un libro, “… con la schiena dritta” scritto in occasione del centenario della mamma Ada.


TAVOLE STRETTE e i ragazzi del corso di fumetto Illustratori Tavole Strette, il cui foglio periodico è stato pubblicato sulla rivista “L’Eretico”, è un gruppo di ragazzi che condivide la passione per la nona arte, quella del fumetto. Grazie a Paolo Finotti, fondatore del gruppo, e

all’associazione

“Gruppo

Giovani”,

nel

novembre 2010 ha preso il via a Quistello il primo corso di fumetto. Giulia Casoni, Luca Mazzola e Mattia Maiavacca hanno frequentato il corso durante i mesi invernali apprendendo la tecnica base del fumetto e pubblicando alcuni lavori sul sito ufficiale di Tavole Strette (www.tavolestrette.it).


Quistello in cerca ... d'autore