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Anno I - Numero 5 4 novembre 2011

settimanale d’informazione, politica, economia, cultura, spettacolo, società, sport

Apocalypse Wast Potrebbe accadere anche a Vasto? free press

Direttore Responsabile: Giuseppe Tagliente Reg. al Tribunale di Vasto n. 102 del 22/06/2002 Redazione: Corso Italia n. 1 Vasto Tel. & Fax 0873.362742 Pubblicità: Editoriale Quiquotidiano Corso Italia,1 Vasto - Stampa: Edizioni Il Castello - Martano Editrice (BA) www.quiquotidiano.it - mail: redazione@quiquotidiano.it


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inchiesta

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Just walking around town

I see … and you ? A

bbiamo visto, ma non avremmo voluto vedere, quel che le foto della Loggia Amblingh mostrano: un balcone una finestra ed una bifora che, a parte l’estetica e la “compatibilità” architettonica ed urbanistica, rappresentano un vulnus incredibile nella cinta muraria della città: che non solo non dovrebbe essere toccata ma dovrebbe essere tutelata. Le crepe che negli anni si sono prodotte ed allargate lungo la passeggiata della Loggia, nonostante le segnalazioni di questo giornale, sono il risultato della totale indifferenza delle autorità preposte. Tra l’altro sono in immediata prossimità delle aperture sul muraglione (anche se non dovrebbe esservi relazione tra queste e le lesioni), ma dalle foto si può notare come almeno tre grondaie (la quarta c’è ma non è inquadrata) scaricano direttamente lungo la passeggiata nella totale indifferenza di ….? Tra l’altro cominciano ad apparire altre lesioni, per ora sottili, più a nord, verso la cappelletta: lesioni che meriterebbero attenzione non foss’altro che per evitare che si allarghino. Infine si può osservare un telo di plastica che copre (non vorrei dire “nasconde”) una struttura lignea che, a sua volta, forse nasconde una porta che, si suppone, potrebbe dare adito ad una stanza. Di tutti questi lavori non c’è traccia nei cartelli che segnalano committenti, tipo di lavori, progettisti ecc.. C’entra in qualche modo la Sovrintendenza? E se pure non si trattasse di pezzo di cinta muraria, quanto meno si tratta di muro di sostegno ….! C’entra in qualche modo il Genio Civile? C’entra in qualche modo la Sovrintendenza? Abbiamo visto, ma non avremmo voluto vedere, lo stato in cui è ridotto il sentiero di accesso alla Riserva dalla parte della zona industriale: quella stessa Riserva che da “Patrimonio Unesco” (come magari vorrebbero alcuni pseudo ambientalisti), sembra essere diventato un pericoloso percorso di guerra in cui alla mancanza a tratti di corrimani, si aggiungono dislivelli pericolosi e alzate e pedane degli scalini estremamente scomode e, appunto, pericolose. I commenti su quanto documentato li lasciamo ai nostri lettori invitando però, chi di dovere a farsi una passeggiata da quelle parti. Elio Bitritto

(seconda parte)


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sommario

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Editoriale

Il “Patto di Vasto” non è la soluzione di Giuseppe Tagliente “Pericolo alluvioni. Un fenomeno con radici lontane” pag.4

“Nel chietino San Salvo e Vasto hanno le maggiori presenze di stranieri’’ pag. 6

“Rinascita Italiana e sua nuova vocazione mediterranea” pag. 9

“Iannone: Domenica c’è il Gran Premio della Comunità Valenciana” pag. 11

“Halloween” di Franco Cardini pag. 12/13

“Il mio Paese mi fa male…” scriveva Maurice Bardèsche dinanzi allo spettacolo della Francia dilaniata dalla guerra civile ed il mio pensiero corre spesso a quei versi disperati in questi giorni bui della politica italiana. Suscitano dolore le notizie di questo Paese stretto nella morsa degli speculatori ed al centro di un attacco senza precedenti da parte di Francia e Germania che si sentono i soli padroni dell’Europa. Suscitano dolore le immagini di questo Paese che naviga a vista a causa di un governo sempre più fragile, indeciso sulla rotta da seguire e sul ritmo da imprimere, e di un’ opposizione dilaniata dalle lotte intestine che non sa immaginarsi una prospettiva ed un programma. Suscitano sconcerto gli atteggiamenti di chi, pur in momenti così difficili che fanno temere seriamente per la tenuta dello Stato e per il futuro dei giovani, persevera, come certe frange del sindacato, della Confindustria e di altre caste/corporazioni nella difesa ad oltranza di privilegi che sono diventati intollerabili sia da un punto di vista etico che economico. Il dramma vero (o la tragedia) che sta vivendo oggi l’Italia è rappresentato dal tramonto del berlusconismo al quale però non sembra poter far seguito l’alba di una politica diversa con un progetto alternativo sostenuto da una cultura nuova di governo. Se l’alternanza (non l’alternativa) è oggi il cosiddetto Patto di Vasto, cioè quello siglato nella nostra città al termine della Festa dell’Idv da Di Pietro, Bersani e Vendola, l’Italia corre il rischio di avere una confusione addirittura maggiore di quella che si respira oggi, tanto sono conflittuali e contraddittorie tra di loro le posizioni che ciascuno dei tre leader ha riguardo all’economia, al fisco, al lavoro, alla sanità, alle pensioni. L’immagine che più può descrivere oggi questo Paese “che mi (ci) fa male” è quella dell’Italia alluvionata della Liguria e della Toscana, metafora di un paese che scivola via trascinato da piogge alluvionali e da scorie antiche e recenti. Si può uscire da questa situazione? Credo che nonostante tutto gli italiani abbiano le risorse per farcela, per ritrovare se stessi ed il loro destino e per superare questa fase con il coraggio e lo spirito di solidarietà nazionale di cui hanno dato sempre prova in presenza di prove grandi ed epocali. L’esempio di Sandro Usai, il giovane eroe della Protezione Civile che si é immolato per salvare i suoi concittadini dal fango assassino, ne è l’esempio ed la speranza nello stesso tempo.

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Collaborano con noi: Renato Besana, Franco Cardini, Lucio D’Arcangelo, Andrea Mazzatenta,Filippo Salvatore Redazione: Gianfranco Bonacci, Nino Cannizzaro, Vincenzo Castellano, Gianfranco D’Accò, Michele Del Piano, Leano Di Giacomo, Stefano Lanzano, Annamaria Orsini, Giuseppe F. Pollutri, Franco Sorgente, Michele Tana Direttore di redazione: Elio Bitritto Capo Redattore: Rosa Milano la tua informazione Grafica ed impaginazione: PiùGrafica - San Salvo quotidiana la trovi su Pubblicità: Edda Di Pietro, Giuseppe Giannone www.quiquotidiano.it Distribuzione: Norma Carusi


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copertina

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Pericolo alluvioni

Un fenomeno con radici lontane L a stagione autunnale è cominciata con i peggiori auspici: la distruzione della bassa Liguria e dell’alta Toscana sono il biglietto da visita di un periodo che non risparmierà alcuna parte d’Italia. Non c’è bisogno di essere delle Cassandre per prevedere le conseguenze di fenomeni meteorologici una volta eccezionali ed oggi fin troppo ricorrenti. Il problema sta a “monte”, nel senso letterale della parola dato che, oltre alla intensità delle precipitazioni, è la velocità delle acque piovane che determina i danni a persone e cose; non potendo intervenire sulla intensità delle piogge, si deve intervenire sulla velocità delle acque attraverso una serie di operazioni che andremo a definire, molto genericamente, sistemazione idraulico-forestale. La prima considerazione da fare è quella per la quale la società attuale è molto cambiata negli ultimi trenta anni: c’è stato un progressivo inurbamento dai paesi collinari e montali verso le grandi città (come Roma o Milano o Torino) o la costa (come Pescara e, in minor misura, Vasto). Ciò significa che le campagne ed i boschi sono stati progressivamente abbandonati e, soprattutto, sono stati abbandonati i “presidi” che contribuivano a rompere le pendenze delle pendici collinari tipo briglie, vasche di raccolta, terrazzamenti. L’abbandono di questi presidi e il mancato controllo del loro stato di “salute” da parte degli ex abitanti, non è stato “compensato” dal controllo di altra autorità comunale, provinciale, regionale o statale: poco alla volta quelle strutture sono state inghiottite dal tempo e dalle intemperie, perdendo la loro funzione per cui si è arrivati a situazioni tali che le acque piovane non trovano ostacoli lungo il loro scorrere

verso valle ovvero trovano una “diga” di alberi e sottobosco che letteralmente ostruisce le normali vie di deflusso fino ad accumulare una energia potenziale che alla fine esplode trascinando e

rompendo tutto ciò che incontra…. anche quelle strutture che sono state inopinatamente costruite nelle aree golenali. Si può rimediare? Certamente si può fare facendo un “passo indietro” nel tempo: si può rimediare tornando a costruire i presidi abbandonati e distrutti, si può fare sorvegliando e intervenendo con la dovuta manutenzione, si

può fare con studi che tengano conto non solo del corso d’acqua in sè, ma dell’intero bacino a monte, si può fare creando posti di lavoro che certamente avranno un costo inferiore a quello degli interventi a posteriori soprattutto in termini di vite umane. Ma l’aspetto tragico è compensato, in qualche modo, dalla presenza di tanti volontari, soprattutto giovani ed adolescenti, la risposta dell’Italia migliore, dalle facce e dalle mani infangate eppure luminose. Così come, al contrario, vengono fuori frasi fatte, generiche accuse al governo, a questo governo. Perché i soliti imbecilli tardigradi sembrano non ricordare che questa parte d’Italia è da sempre governata dalle sinistre, è da sempre esempio di efficienza amministrativa e poi, quando si verificano eventi come questo la “colpa” è sempre e solo degli altri. Se le golene sono costruite ed abitate non è stato un governo centrale che lo ha consentito: saranno stati comuni, province e regioni e, non dimentichiamolo, anche gli stessi cittadini che, magari in buona fede, hanno chiesto ed ottenuto di costruire laddove ciò non era possibile. Ecco, è dal singolo proprietario, dai piccoli amministratori che si deve partire per la protezione del territorio. Non sarà mai possibile difendersi da eventi eccezionali ma non si può pensare che debbano essere “gli altri” a doverci pensare. Un piano di interventi potrebbe dar luogo ad un richiesta di forza lavoro comprensiva di tutte le professionalità, dalla più sofisticata alla più manuale, assolutamente eccezionale, in cui potrebbero trovare spazio molte persone, soprattutto giovani e tutto ciò per mezzo dei famosi “voucher” lavorativi. Un miraggio? Forse, ma certo una speranza. Elio Bitritto

Potrebbe accadere a Vasto? Preoccupa il disinteresse del Comune

A

bbiamo visto tutti quel che è accaduto tra Liguria e Toscana e non pochi cittadini si sono posti la domanda: può verificarsi anche a Vasto un evento simile? Un evento di quelle proporzioni certamente no ma… . Intanto bisogna dire che i problemi dal punto di vista idrogeologico a Vasto sono diversi: una certa lontanissima affinità la si potrebbe individuare

alla Marina e comunque in poche parti. Sono anni, ormai, che la Marina è invasa dall’acqua e dal fango, anche in presenza di eventi meteo di limitata portata; certo, quando questi assumono il carattere della eccezionalità le conseguenze sono maggiori e questo è intuitivo. Il vero problema è però rappresentato dalla assenza di controlli e, soprattutto, di manutenzione dei presidi posti a

difesa del territorio. Le ricorrenti invasioni d’acqua e fango in alcuni alberghi della costa traevano la loro origine soprattutto dal fatto che i canali che portavano l’acqua delle precipitazioni a mare erano praticamente spariti, nel senso che si erano interrati, anche nelle parti più prossime al mare dove il cannizzo comunque ne ostacolava il regolare deflusso: a chi il compito di farne regolare


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manutenzione? Il fango che invade le strade della Marina e l’acqua che ristagna in quella parte di Vasto perché le fogne e le caditoie non riescono a smaltirle, possono trovare soluzione sia attraverso un aumento delle sezioni delle condotte, sia attraverso un sistema di terrazzamento delle pendici della collina di Montevecchio. Non sembra che l’amministrazione comunale sia particolarmente impegnata in questo senso. Soprattutto non ha alcuna giustificazione la frase che vede nelle costruzioni di Montevecchio la causa degli inconvenienti non foss’altro perché tali fenomeni si sono verificati anche prima della loro realizzazione. A dimostrazione della totale assenza nel controllo e nella conseguente manutenzione dei canali e dei fossi, il ricorrente travaso di liquami da Fosso Marino dovute alla rottura delle condotte, rottura non rilevata e non prevista. In sintesi a Vasto, sia pure in piccolo, abbiamo condizioni molto simili a quelle su accennate: mancata manutenzione dei fossi da parte della “Bonifica” (?), totale assenza della amministrazione comunale nella sorveglianza e nell’adeguamento delle strutture fognanti. Aggiungerei ancora, visto che ci siamo, la necessità di verificare la tipologia e la funzionalità degli innumerevoli pozzi neri e fosse Imhoff attraverso il controllo dei prelievi dei fanghi e dei residui da parte degli auto spurgo. C’è questo controllo? Ne dubito molto, anche ponendo lo sguardo a Fosso Lebba all’interno del quale esistono insediamenti che, a mio parere, non dovrebbero esistere. Prima che sia tardi, per un territorio che è già stato toccato da eventi “naturali”. Sarà opportuno attivare controlli e manutenzioni. per una città che “vive” di turismo (come quelle sfortunate terre della Liguria) gli scarichi sulla spiaggia e gli allagamenti alla marina rappresentano una pessima cartolina la cui responsabilità è da addebitare a questa amministrazione. E.B.

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Il Rapporto annuale del CRESA, Economia e Società in Abruzzo nel 2010.

Grave crisi demografica in 19 comuni del vastese A testimonianza del forte processo di centralizzazione ed urbanizzazione verso i centri maggiori o della costa citiamo “Il Rapporto annuale del CRESA, Economia e Società in Abruzzo nel 2010. Grave crisi demografica in 19 comuni del vastese”, uno studio che mostra lo stato dello spopolamento in provincia di Chieti e nel Vastese. Da esso emerge la crisi demografica delle aree interne. Dei 104 comuni della Provincia di Chieti, 53 rientrano tra quelli che fanno registrare una grave variazione negativa della popolazione. Si riporta l’estratto elaborato dal CRESA sulla base dei dati ISTAT. Fatta uguale a 100, la popolazione censita nel 1861 rapportata alla divisione amministrativa odierna, 19 comuni del vastese rientrano tra i comuni abruzzesi che, al 2010, presentano i minimi assoluti di popolazione. Tra essi, Guilmi (19,9), Palmoli (35,0), Torrebruna (63,1), Roccaspinalveti (61,3), Castiglione Messer Marino (46,6) e Schiavi D’Abruzzo (28,0) risultano tra i 30 comuni Regione/Provincia Autonoma Piemonte Valle d’Aosta Lombardia Trentino Alto Adige Bolzano Bozen Trento Veneto Friuli Venezia Giulia Liguria Emilia Romagna Toscana Umbria Marche Lazio Abruzzo Molise Campania Puglia Basilicata Calabria Sicilia Sardegna

abruzzesi che hanno subito le maggiori variazioni negative nel trentennio 1981-2010. Al contrario, Vasto risulta la seconda città in Abruzzo, dopo Montesilvano, per la maggiore variazione positiva. Bene anche San Salvo e Cupello, a testimonianza del forte processo di centralizzazione/segregazione e la conseguente concentrazione urbana e litoranea. È chiaro che questo fenomeno non è esclusivo del “Vastese” o del “Pescarese” ma è fenomeno generalizzato con punte più o meno ampie. Naturalmente questo fenomeno non è esclusivo del territorio abruzzese ma coinvolge in misura diversa tutte le regioni italiane e nello schema che segue si evidenziano i fenomeni franosi nel numero, nella densità, nelle superfici e nell’indice di franosità L’indice di franosità viene calcolato su una maglia di lato 1 km ed è pari al rapporto percentuale dell’area in frana sulla superficie della cella.

Numero Fenomeni Franosi 35.023 2.992 118.076

Densità Fenomeni Franosi 134 91 495

Area interessata da Fenomeni Franosi 2.539 520 2.166

Indice di franosità 9,3 16 9,1

1.246 7.970 7.786 5.253 7.513 32.397 29.257 34.650 42.887 6.426 8.493 22.527 21.698 334 n.d. 8.723 3.660 1.523

17 128 42 67 139 146 127 409 441 37 78 508 159 2 n.d. 57 14 6

454 752 176 521 425 2.166 1.034 571 1.824 245 1.241 494 909 53 n.d. 647 500 191

6,1 12,1 1 6,6 7,9 9,8 4,5 6,7 18,7 1,4 11,4 11,1 6,6 0,3 n.d. 4,3 1,9 0,8


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regione

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Abruzzo - Sono 81.000 gli stranieri residenti.

Nel Chietino, San Salvo e Vasto hanno le maggiori presenze R

ealizzato dalla Caritas in collaborazione con la Fondazione Migrantes è stato presentato il Dossier statistico sull’immigrazione 2011. Secondo questo rapporto sono quasi 81.000 gli stranieri residenti in Abruzzo, pari al 6% della popolazione complessiva. Oltre il 50% di questa cifra è rappresentato da donne, il 20% da minori. Teramo si conferma come la provincia a più alto tasso di presenza di stranieri con 23.829 unità censite, seguita da L’Aquila con 21.861, quindi da Chieti e Pescara, rispettivamente con 19.518 e 15.779 . Tra comuni svetta in classifica Pescara con 5.143 immigrati seguita da Montesilvano,che registra tuttavia una percentuale altissima di quasi il doppio rispetto al capoluogo.

Se a Pescara infatti l’incidenza degli straneri sulla popolazione complessiva è del 4,2% a Montesilvano è addirittura dell’8,3%, cioè di circa il doppio. Vasto conta invece 2.152 immigrati, pari al 5,3% della popolazione e San Salvo 1.377, pari al 7,1%. Interessante anche il dato relativo al paese di provenienza degli immigrati. Secondo il rapporto Migrantes e con riferimento ai gruppi etnici più rilevanti il quadro è il seguente: il 27,6% proviene dalla Romania, il 17% dall’Albania,il 7,1% dal Marocco, il 6,5% dalla Macedonia,il 5,5% dalla Cina. Ovviamente i dati si riferiscono agli stranieri regolari, nulla si puo riferire sui clandestini presenti nei comuni indicati, dove spesso le presenze di stranieri sono in realtà il doppio. Rosa Milano

Lettere al direttore Due parole a proposito dei delitti delle scorse settimane. Storia di Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno. C’era un lavoro importante da fare ed Ognuno era sicuro che Qualcuno l’avrebbe fatto. Ciascuno avrebbe potuto farlo, ma Nessuno non lo fece e Qualcuno si indignò perché era un lavoro di Ognuno. Ognuno pensò che Ciascuno poteva farlo, ma Nessuno capì che Ognuno non l’avrebbe fatto. Finì che Ognuno incolpò Qualcuno perché Nessuno aveva fatto ciò che Ciascuno avrebbe dovuto fare. Questa storia,che spesso uso con i miei ragazzi,mi è venuta in mente con il turbamento provato a seguito ai tragici fatti di sangue avvenuti a Vasto nei giorni scorsi. Alcuni commenti a caldo dopo le sottolineature opportune del nostro Arcivescovo mi hanno fatto ulteriormente riflettere. È vero ciò che afferma padre Bruno quando dice che in presenza di fatti come questi si dovrebbe pensare ad una assenza di ascolto nella nostra società, a momenti capaci di dare comprensione a chi ha problemi. Ma chi ci dovrebbe ascoltare, mi chiedo? Qualcuno ha indicato che i sacerdoti siano quelli deputati a farlo, ma io dico che è una responsabilità di ognuno di noi; che tocca a ciascuno ( istituzioni o semplici individui) dare ascolto al grido di aiuto di chi abita accanto, di chi incontriamo in ogni angolo della strada che percorriamo ogni giorno. Quella strada dove non ci si incontra più, dove si corre in modo sfrenato, nel tentativo di ognuno di arrivare prima di ciascuno, dove se qualcuno comunica,anche con il silenzio, il suo disagio, nessuno ascolta, oppure ciascuno pensa che sia l’altro qualcuno a doverlo fare. Le tante paure che si avvertono nella società d’oggi, attecchiscono perché non c’è più la visione dell’Insieme per quel Bene Comune, sbandierato da tanti e perseguito da pochi. Le tante solitudini, rannicchiate su se stesse, prolificano perché non ci si fida più dell’Altro al quale affidare le proprie insicurezze, nel timore di facili giudizi, o ancor più, presi dalla sindrome di onnipotenza, nella falsa convinzione di essere autosufficienti su ogni cosa. Una preghiera adatta a questi tempi è quella di Don Tonino, che voglio riproporre alla riflessione di nchi avrà la bontà di leggermi. È intitolata: “Chi Spera, Non Fugge”. Chi spera, cammina: non fugge./ S’incarna nella storia, non si aliena:/Costruisce il futuro, non lo attende soltanto./Ha la grinta del lottatore,/non la rassegnazione di chi disarma./Ha la passione del veggente,/ non l’aria avvilita di chi si lascia andare./Cambia la storia, non la subisce./Ricerca la solidarietà con gli altri viandanti,/non la gloria del navigatore solitario./Chi spera è sempre uno che “ha buoni motivi”,/anche se i suoi progetti portano sempre incorporato/un alto tasso di timore. Mariella Alessandrini

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Vasto

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21 ottobre 2011

L’appuntamento con il novello è sempre carico d’attesa. Il primo vino prodotto con le uve della vendemmia appena trascorsa.

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dibattito

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Country party? Yes! Nel numero della settimana scorsa, il direttore responsabile firma un editoriale dove attribuisce ad un deficit di responsabilità la grave crisi sociale ed economica che il Paese sta vivendo. Le cause elencate sono tutte ben note, altrettanto giuste e pure condivisibili, a tal punto che se si promuovesse un sondaggio starebbero ai primi posti. In sintesi, il direttore definisce la differenza fra essere Stato, quale siamo ed essere Nazione, quale non siamo. Conserverò questo editoriale nella mia piccola raccolta, per additarlo come esempio di analisi priva di partigianeria partitica, posta nero su bianco, e affidata alla riflessione dei cittadini e degli elettori che, come di consueto, non mancheranno di proporre tesi a favore o contro. Già che ci sono, però, comincio io, trasferendo questa vision dal Paese Italia, alla città Vasto, sui cui muri questo editoriale andrebbe riproposto prima di ogni campagna elettorale e durante la stessa, in luogo delle inutili gigantografie con slogan allegati utili solo a rinverdire le casse delle stamperie e i cassonetti della differenziata. Nelle stanza cittadine invece, dove il transeunte Pidielle vagheggia di politica andrebbe posto all’ingresso e dunque per chi vi entra come indicazione di comportamenti politicamente disdicevoli. Fra le cause elencate ne manca una che, a mio parere, è la madre che tutto genera e tutto divide: si chiamano le scelte di fondo di comune consapevolezza, cioè concordate e condivise. Ovviamente non è scritto da nessuna parte che possano risultare vincenti, anzi qualche volta possono rivelarsi sbagliate. Ma non è questo il punto. Il punto è che in entrambi i casi si è agito concordemente e dunque con

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comune responsabilità. Dunque, senza deficit. Quelli che mi frequentano, e che in questi ultimi cinque anni hanno avuto modo di conoscere la mia opinione in materia, sanno che spesso, apertamente e duramente ho criticato i gestori del partito, da essi utilizzato per conseguire successi personali a scapito di tutto il resto. I fallimenti elettorali, tristemente annunciati e fatalmente incassati, avvenuti a partire dalle amministrative del 2006, spiace dirlo a chi mi ospita, sono figli legittimi di quello stesso deficit di responsabilità che oggi si imputa alla classe politica nazionale e non solo. L’elettorato vastese di centro destra è ancora sgomento, e in parte sdegnato, per aver assistito…..all’assalto politico, al dileggio dell’avversario, al rifiuto preconcetto a discutere e a confrontarsi, all’autoreferenzialità e al compiacimento di fronte ad attacchi sistematici…. atti alla demolizione politica dell’avversario di turno. Certamente come giustamente lei osserva, le azioni e gli atteggiamenti contro non sono addebitabili solo ad alcuni. Da questo punto di vista, occorre dire che voi, dirigenti del centrodestra e del Pidielle, in questi anni non vi siete fatti mancare niente e non avete badato a spese nel gioco a perdere. Ed è soprattutto incredulo, l’elettorato vastese, a tal punto da disperare di poter conseguire successi nell’immediato e nelle prossime competizioni. Per vincere le quali non serve fare un passo indietro, per troppo tempo e da troppi evocato. No, nessun passo indietro! Piuttosto fateli in avanti, i passi, fino a riscoprire la cultura e il partito, ingredienti unificanti della città e per la città. E se serve un country party, ben venga! Prima però, deponete le armi. Giovanni Uselli

I Bronzi d’Italia: a libertà e democrazia basti un crisantemo

Il giovane Renzi, sindaco a Firenze, vuole rottamare tutto e tutti: il vecchio comunismo che ancora sta nel pd e soprattutto D’Alema (più che Bersani) e certamente Veltroni (colui che è stato comunista dai pantaloni corti e poi non si sa più cosa sia o voglia fare). Ma mentre lui, dalla Leopolda si sbraccia e predica il ‘novismo’ (categoria politica fantomatica e di per sé inutile), dall’altra, fra quelli che... la Repubblica la vogliono fare con accordi di Palazzo, Romano Prodi pontifica su “quel che si deve”. E naturalmente chiede, ancora una volta e che prenda la barra del timone di un Paese preda dei marosi della finanza europea un Mario Monti, tecnico “di alto livello”, boiaro da sempre del potere o “dei poteri forti” e antichi; perchè prenda decisioni per noi tutti, benchè non l’abbia mai votato nessuno in Italia. Del resto, dall’ultima dichiarazione del Presidente Napolitano, per un’insopprimibile nostalgia delle ritualità per nulla democratiche sembra che ormai il “governo di responsabilità nazionale” sia prossimo e ineluttabile. «Nell’attuale, così critico momento il paese può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte che l’Europa, l’opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall’Italia. Il capo dello Stato ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva». È quanto si legge in una nota del Quirinale, tratta da Il Sole 24 Ore - su http://24o. it/11EoqL. Chi denunciava che l’attuale, perchè eletto, capo del Governo prefigurasse per sé una “Repubblica presidenziale” è servito. Come usa: basta farlo, senza dirlo. A Libertà e Democrazia facciamo omaggio, oggi, di una citazione e di un giallo o ...bronzeo crisantemo. Giuseppe F. Pollutri


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dibattito

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4 novembre 2011

Rinascita Italiana e sua nuova vocazione mediterranea L

a civiltà atlantica sorta nel 1500 sta volgendo a termine. Il continenete americano, soprattutto la parte nord, svolge un ruolo ancora importante nel mondo, ma non è piu’, il suo, quello egemonico. L’inflazione, il debito pubblico, le ingenti spese militari, l’incipiente scarsità delle materie prime: ecco i segni premonitori dell’inevitabile decadenza, o ridimensionamento del potere, degli Stati Uniti d’America. L’impero americano è durato poco piu’ di un secolo , una breve parentesi se paragonato a quello romano. Con l’emergenza delle tigri asiatiche, il mondo si sta trasformando in una serie di potenze economiche e militari regionali che riescono per il momento a coesistere, ma finiranno con il confliggere soprattutto se verranno a mancare o costeranno sempre di piu’ le materie prime e continuerà a crescere in modo esponenziale la popolazione sul pianeta Terra. (Sugli effetti nocivi e devastanti della crescita demografica esponenziale mi riprometto di scrivere in un futuro intervento). Quale sarà il ruolo dell’Europa e dell’Italia in un mondo sempre piu’ multi-polare? L’Europa Unita, alla quale finiranno con l’appartenere anche i paesi dell’Europa dell’est, deve fungere da ponte tra esistente civiltà atlantica e vocazione mediterranea e diventare il vero interlocutore con le tigri asiatiche, in particolare con la Cina. In questa ridefinizione delle macrostrutture geopolitiche ed economiche, l’Italia, rispetto ad altri paesi, ha due assi nella manica: uno dei popoli più istruiti e creativi del mondo e la sua unica posizione geografica. È, infatti, situata al centro del Mediterraneo ed è il punto di incontro naturale tra Europa, Medio Oriente ed Africa.L’Italia è stata grande ogni qual volta il Mediterraneo è stato il centro degli incontri e degli scontri tra diverse civiltà. La logica internazionale che sta riemergendo conferisce alla penisola italiana una nuova centralità di cui deve sapere farsi protagonista. Deve far valere il suo genio creativo in campo scientifico, economico e culturale e la sua natura-

le vocazione marittima, mediterranea, in contrapposizione a quella continentale, dell’Europa Unita di oggi. L’Europa conterà veramente a livello mondiale quando il suo baricentro si sposterà verso il Mediterraneo. Ma per riuscire a rinascere e diventare il modello trainante dell’Europa Unita l’Italia ha bisogno di alleati come la Francia e la Spagna e deve sapere abbinare lo spirito imprenditoriale delle città-stato e delle repubbliche marinare del tardo Medioevo e del primo Rinascimento con un modello di sviluppo economico e tecnologico postindustriale e

soprattutto con un’amministrazione efficiente, responsabile e snella dello Stato. In questo abbinamento tra creatività locale in settori di punta sparsa su tutto il territorio e capacità di competere a livello mondiale grazie alla qualità dei suoi prodotti, – un modello da inventare- consisterà la rinascenza italiana.Presento di seguito alcune caratteristiche di quella che mi piace chiamare la nuova ‘ vocazione mediterranea’ dell’Italia in un futuro prossimo e venturo. • decementificazione delle coste, • desalinizzazione dell’acqua di mare abbinata alla produzione di idrogeno come fonte di energia non inquinante,

salvaguardia e/o restauro dell’immenso patrimonio artistico nazionale con il conseguente indotto turistico, • agricoltura garante delle denominazioni di origine protetta e controllata con il rifiuto delle modifiche transgenetiche dei prodotti • protezione capillare dell’ambiente per uno sviluppo sostenibile e non inquinante, • rimboschimento delle aree non coltivate e severe misure di protezione anti-incenti • riciclaggio e trasformazione dei rifiuti in risorsa energetica, come gas ed etanolo • rimpatrio dei cervelli in fuga e mantenimento o fondazione di sinergie con grandi centri di ricerca a livello internazionale • creazione e finanziamenti adeguati a centri di ricerca e di eccellenza in tecnologie post-industriali, come le nanotecnologie, da essere sparse su tutto il territorio nazionale, • nascita o sviluppo di vivai intellettuali, basati sulla meritocrazia, sia nel settore universitario che privato • riscoperta della vocazione marittima con crescita esponenziale dello sviluppo delle autostrade del mare, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle due grandi isole del Paese, • grandi, medi e piccoli centri abitati come crocevia ed innesto culturale tra le tre grandi civiltà monoteistiche, ebraica, cristiana e musulmana e punto di incontro geografico naturale tra nord e sud del pianeta Terra. Ecco un elenco parziale di principi suscettibili di (ri)dare un ruolo da protagonista all’italia nel corso del 21° secolo ed in quelli a venire. Mi auguro che costituisca food for thought, il lievito necessario per la classe politica ed imprenditoriale e ridare fiducia collettiva ad uno dei grandi popoli del mondo, quello italiano.La nuona ‘vocazione mediterranea’ è una carta che, se giocata bene, permetterà all’Italia di svolgere un ruolo da protagonista nel resto del secolo ed in avvenire.Urge cambiare velocemente mentalità ed operare riforme profonde.Purtroppo tanti sono gli ostacoli da sormontare, perchè tanti, troppi, sono i gretti interessi incancreniti,il tornaconto immediato e le miopie tanto difficili da eliminare. Purtroppo? Filippo Salvatore (docente presso la Concordia University di Montreal)


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San Salvo

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Se si dice il peccato e non il peccatore I

l 21 ottobre scorso il Commissario Prefettizio di San Salvo aveva incontrato gli ex capigruppo del centrosinistra ed aveva discusso di alcune imminenti scelte da compiere. Sull’esito dell’incontro, erano stati emessi due comunicati: uno di San Salvo democratica e uno dei Socialisti. Questi ultimi, tra l’altro avevano scritto: “Gli amministratori che all’epoca in fase di costituzione dell’associazione dei Comuni della Valle del Trigno che, come si suol dire hanno guardato al dito e non alla luna ed hanno pensato alla poltrona, oggi tornano alla carica per appropriarsi della Presidenza dell’Associazione dei Comuni della vallata del Trigno e cercano di appropriarsi della presidenza del CIVETA oggi detenuti dal Sindaco di San Salvo. Il Consorzio di Bonifica di Termoli ha diffidato il Comune di San Salvo e torna alla carica per avere più edificabilità sulle aree di fronte alla RSA San Vitale (ex Hotel Cristallo), cercano in sostanza di approfittare della decadenza dei vincoli imposti a suo tempo dal Piano Regolatore (cosa da noi più volte chiesto di ripristinare e non voluta solo da alcuni soggetti fortemente interessati) per avere indici di cubatura dagli attuali 1/1 a 3/1 ( da un metro cubo su metro quadro a tre metri cubi su metro quadro )”. A seguito di quanto riferito dal Psi, il responsabile de La Destra, Antonio Castaldo, ci ha fatto inviato la seguente nota: “Se è vero, come è vero, ciò che hanno scritto i socialisti, è opportuno che essi spieghino: “Perché non dite che “coloro che tornano alla carica per appropriarsi delle Presidenze dell’Associazione dei Comuni e del Civeta” sono i sindaci del Pd (partito già alleato del Psi). E perché non dite i nomi

di quei “soggetti fortemente interessati che non hanno voluto ripristinare i vincoli urbanistici ? Forse perché erano alleati del Psi?” E ancora: “Cari Socialisti, Vi diamo atto che vi siete spinti oltre il sibillino Marchese, che ovviamente non ha il coraggio di dire che gli espugnatori sono i sindaci

del suo partito (?), ma consentiteci due domande finali: alle luce di quanto voi stessi avete scritto, come fate a pensare di essere ancora alleati di costoro, sedendovi agli stessi tavoli ? Non ritenete che sia arrivato per davvero il momento di cambiare uomini e metodi? Va dato atto a Ssd e al Psi di aver “rivelato” con pub-

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blici comunicati i contenuti affrontati nell’incontro con “l’attuale Amministrazione commissariale”. E va dato atto a Castaldo di aver posto un’esigenza “seria” di trasparenza informativa, poiché entrambi i comunicati dicevano il “peccato ma non il peccatore”. Sulla questione delle presidenze Civeta e Ass. Comuni, è stato facile comprendere che trattavasi di amministratori del Pd…visto che i Comuni a noi contigui sono tutti gestiti dal Partito democratico. Diverso è il caso (ben più serio) del rischio che il Consorzio di bonifica termolese venga a costruire da noi perché “alcuni soggetti fortemente interessati” – come li definiscono testualmente i socialisti – non hanno voluto ripristinare i vincoli urbanistici. Posto che tali vincoli li ripristinano i consiglieri comunali e rilevato che in Consiglio comunale non è mai arrivata alcuna variante al Prg, dobbiamo dedurre che i “soggetti” accusati dal Psi siano quei consiglieri della maggioranza uscente che non hanno voluto un nuovo Prg o la sua variante. Non ci interessano i nomi, per fare pettegolezzi. Ma ruoli e le appartenenze di massima, si. Sul Riformista del 2 novembre, Macaluso e Formica (molto vicini al socialismo riformista) hanno chiesto a Tremonti di portare fuori dalle stanze del potere i motivi di dissidio con Berlusconi sull’ormai famosa lettera all’Europa, “per consentire a tutti di formulare giudizi politici sui fatti”. E non sulle illazioni. Pur non essendo noi Macaluso e Formica, ci pare giusto sapere come è andata la “riservata” discussione sul Prg nella vecchia maggioranza. Per “consentire a tutti di formulare giudizi politici sui fatti” e anche per permettere agli accusati di difendersi…se vogliono. Orazio Di Stefano


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sport

Iannone: domenica c’è il Gran Premio della Comunità Valenciana

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omenica ultimo atto del Motomondiale in terra di Spagna, con il diciassettesimo appuntamento della stagione per la Moto 2: in programma c’è il Gran premio della Comunità Valenciana, gara importante per il pilota vastese Andrea Iannone chiamato a confermare il suo terzo posto nella graduatoria iridata, a quota 172, difendendolo da eventuali attacchi del sammarinese Alex De Angelis, che di punti ne ha 170, e dello svizzero Thomas Luthi (151). Oltre all’ultimo gradino del podio, c’è da assegnare anche il titolo mondiale conteso tra Marquez e Bradl. Nono due settimane fa in Malesia, sul circuito di Sepang, dove ha perso la vita il pilota della MotoGp Marco Simoncelli, il giovane pilota vastese del Team Speed Master ha affermato chiaramente che è più che intenzionato a chiudere il 2011 con una vittoria, sarebbe la quarta quest’anno, e dedicarla, proprio a Simoncelli. Tornando alla tappa della Malesia dello scorso 23 ottobre, la gara non ha fatto gioire chi doveva, anche se Bradl è vicinissimo al titolo della Moto 2, mentre, come detto, c’è il testa a testa tra il pilota abruzzese e De Angelis. Il primo match point, insomma,

non è andato a buon fine: sorriso amaro per Stefan Bradl, in testa sul circuito di Sepang fino al terzultimo giro. In caso di vittoria, il tedesco si sarebbe aggiudicato anche il titolo mondiale. Il grande assente di giornata è stato Marc Marquez, fermato da problemi fisici a seguito di una brutta caduta durante il primo turno delle prove libere. Ora Bradl ha 274 punti, 23 di vantaggio sullo spagnolo che, alle prese con le conseguenze della caduta, accusa ancora problemi con la vista che, al momento, non danno per certa la sua partecipazione all’ultimo appuntamento della stagione. Stefan Bradl, dunque, è vicinissimo al titolo mondiale e al pilota tedesco e gli basterà conquistare almeno il tredicesimo piazzamento finale per ottenere il primo titolo della sua carriera. Dal canto suo, Ian 29, che ha ampiamente dimostrato di poter riuscire a esaltarsi anche nelle occasioni più difficili, saprà come regalare ai suoi tifosi. <<Mi sento bene e in forma per chiudere nel migliore dei modi il campionato - ha detto Andrea prima di lasciare Vasto alla volta della Spagna -. Con qualche problema in meno, evidentemente, quest’anno avrei ottenuto molto di più. Comunque posso ritenermi soddisfatto>>. Michele Del Piano

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4 novembre 2011

Vasto rugby: prima sfida “casalinga”. I vastesi affronteranno il Cus L’Aquila

Il campionato regionale di Serie C ha osservato un turno di riposo che è servito alle squadre per ricaricare le batterie. Discorso, valido, anche per il Vasto Rugby, alla sua prima esperienza, che sta preparando al meglio il primo match ‘casalingo’ con il quotato Cus L’Aquila, in programma domenica prossima, con inizio alle ore 14.30, al campo sportivo del Circolo Tennis di San Salvo Marina. Un momento davvero importante per il club biancorosso fortemente atteso dai ragazzi e dallo staff societario e tecnico. Nonostante le battute d’arresto, nelle due partite di campionato, entrambe in trasferta, contro il Tortoreto e l’Atessa, confortano lo spirito del team e la voglia di maturare e crescere. MDP

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cultura

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Halloween Franco Cardini

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Franco Cardini, nato a Firenze nel 1940, è attualmente professore ordinario di storia medievale presso l’Università di Firenze. Come giornalista collabora alle pagine culturali di vari quotidiani. È autore di numerosi saggi, riguardanti soprattutto il Medioevo. Tra questi ricordiamo Guerre di primavera, Studi sulla cavalleria e la tradizione cavalieresca (1992), Studi sulla storia e sull’idea di crociata (1993), L’avventura di un povero crociato (1997), Quella antica festa crudele (2000), Europa e Isiam. Storia di un malinteso (2002). è tra i fondatori della Confraternita del Toson d’Oro, nata a Vasto nel 1998, a cui si deve l’organizzazione dell’omonimo premio.

arliamone ora, a cose fatte e, come si dice, a bocce ferme. Il farlo prima avrebbe potuto passare per inutile polemica passatista, lotta contro i mulini a vento. Ora invece ha un senso perché siamo freschi di immagini, di esperienze. E abbiamo tutto il tempo di prepararci per l’anno prossimo. Identità. Ne parlano tutti, specie certi gruppi di centrodestra. E’ diventato un segnale di appartenenza, un passaporto. Càpita dunque d’intervenire a focose riunioni nelle quali si viene esortati a lottare contro l’ipotesi che le nostre belle colline si riempiano di minareti, l’esotica silhouette dei quali rovinerebbe l’antica armonia dei nostri paesaggi con gli skylines dei preziosi, agili campanili e delle solenni, severe torri medievali. Oddio, forse sarebbe facile obiettare che anche nel V secolo, alla gente abituata alle purissime linee dei templi di tradizione grecoromana, quegli ineleganti cosi sormontati da rumorose campane dovevano piacere proprio pochino. Oltretutto, erano contro al tradizione. Poi, ci siamo abituati. E le tradizioni sono mutate: perché le tradizioni sono dinamiche, hanno un loro metabolismo, sono tutt’altro che sempre uguali a se stesse. E si potrebbe inoltre obiettare, a chi oppone al diritto alla libertà di culto da parte di musulmani che sono ormai, sempre più spesso, cittadini italiani a tutti gli effetti, che non si capisce perché le riserve di carattere esteticopaesistico nel nome delle quali dovremmo opporci ai minareti (che non è detto siano né troppo alti, né per forza ispirati a un kitsch falsoorientale) non è mai valsa né per i discutibili Mac Donald’s, né per gli orribili centri commerciali, né per gli infami grattacieli che deturpano tanta parte dei nostri litorali, né per le spesso intollerabili villette a schiera, né per le oscene file delle pale eoliche che rovinano i profili di tante nostre già belle alture rocciose o boscose. Ma siamo evidentemente fatti così: vi sono tradizioni che siamo pronti a difendere con le 8unghie e con i denti e altre che abbandoniamo senza nemmeno rendercene conto. Molte di quelle religiose e civili, ad esempio. Fino a qualche decennio

fa, l’inizio di novembre era dedicato prima alle feste di Ognissanti, con le sue gaie fiere e i suoi dolci tipici; quindi, il giorno dopo, alla celebrazione dei defunti, durante la quale si visitavano i cimiteri e ci si portavano anche i bambini, ché imparassero a onorare tutti i loro cari, compresi quelli che non avevano mai conosciuti. Ma erano vecchiumi confessionali, dei quali ci siamo fortunatamente quasi del tutto liberati. In cambio, ai primi di novembre ci diamo a una divertente kermesse macabro-infantile: tra zucche vuote e ghignanti di lucine cimiteriali, bambini abbigliati da deliziosi scheletrini, da ammiccanti streghette e da pallidi vampirucci – con qualche contorno di diavoletti e fantasmelli -, si aggirano tra noi ponendoci in più o meno improbabile inglese la fatidica domanda, “Trick or treat?”, dolcetti o scherzetti? Meglio asaudire le loro richieste: perché in caso contrario si rischiano ritorsioni anche infantilmente feroci, tipo pesticciare i fiori in giardino, far pipì sulla soglia di casa o legare un petardo alla coda del gatto domestico. E’ Halloween, vale a dire – con maggior precisione - All-Hallow-Eve, che letteralmente vuol dire (toh!...) “Vigilia di Ognissanti”. Ma come? Si è fatto tanto per liberarci da una noiosa festa ecclesiastica, e ce la ritroviamo tra i piedi in salsa yankee? E non succede solo da noi: proveniente dal New England, oggi la macabra festicciola impazza in gran parte del mondo, Russia e India comprese. Che cos’è mai accaduto? Nulla di speciale. Semplicemente, la migrazione di simboli e di rituali che hanno davvero fatto un giro ampio, prendendola molto larga. Spieghiamoci meglio. Tanto per cominciare,sulla “lontananza” e l’ “estraneità” varrebbe la pena di discutere un po’. Da più parti è stato notato come anche in paesi dalle tradizioni fino ad oggi cattolicissime, quali la Sicilia o il Messico, la festa liturgica di Ognissanti e la solennità dei defunti, che le tiene dietro, sono è celebrata in modo sotto certi versi analogo a quanto fino ad alcuni anni fa accadeva nel New England: maschere da teschio e dolcetti


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a forma di ossi umani venduti sulle bancarelle, ad esempio. Ma in Sicilia sembra che l’usanza risponda alla cristianizzazione di antiche festività greco-pagane, in Messico a quella delle solennità azteche delle divinità dell’oltretomba. Cetro, nel Cinquecento gli spagnoli, a loro volta abituati a certi rituali un po’ macabri, se li sono ritrovati davanti dall’altra parte dell’Atlentico: e li hanno riportati indietro. Ma c’è di più. E qualcosa di molto preciso. Per comprenderlo, bisogna rifarsi al X-XI secolo d.C. e all’Europa celtica di quel tempo: larghe aree della Gallia ormai divenuta Francia e della Britannia ormai divenuta Inghilterra erano sì state invase da popoli germanici e soggette a una sistematica cristianizzazione, ma ciò non significava che gli antichi abitatori celti - in special modo in Irlanda, nel Galles e in Scozia - avessero rinunziato alle loro tradizioni. E’ più facile mutar religione, quindi cambiar divinità e sistema teologico, che non riti, culti e costumanze. Nel mondo celtico pagano, che tra VI e III sec. a.C. era esteso dal Portogallo al Caucaso ma successivamente si era andato restringendo dalla Scozia e dalla Bretagna al corso del Reno, si era soliti organizzare l’anno secondo un calendario lunare che lo ripartiva in tre grandi stagioni: la primaverile-estiva tra marzo e giugno, l’estivo-autunnale tra luglio e ottobre e l’autunno-invernale tra novembre e febbraio. Tale ultima stagione iniziava con la festa di Samain, consacrata alla natura che si andava addormentando nel letargo della fredda stagione e dedicata al culto degli antenati. Si riteneva che nei primi giorni del novembre i confini tra vivi e morti si annullassero e che gli antenati tornassero alla loro famiglie, che li onoravano con offerte votive. Niente di strano, del resto: greci e latini conoscevano feste analoghe, come le anthesteriai in Atene nel febbraio. Tali riti, collegati a credenze del rapporto tra vivi e morti, si sono conservati alla base dle nostro carnevale. Ma la festa celtica degli antenati era all’inizio di novembre. I missionari cristiani avevano lottato contro quei riti pagani: ma invano. I bravi contadini celti,

cultura

divenuti intanto buoni cristiani, avevano mantenuto le loro usanze per quanto andassero progressivamente perdendo memoria del significato delle cerimonie che pur continuavano a celebrare. Spettò ai monaci di Cluny, commossi per tale fedeltà e convinti che il culto dei trapassati fosse in sé un bene, ma tuttavia decisi a spogliarlo dei residuali contenuti idolatrici, l’organizzare un tipico esperimento di quelli che gli antropologi definirebbero “acculturazione”: mantenere i

sacrifici espiatorii in suffragio dei defunti, inquadrandoli però in un contesto liturgico e santorale cristiano; e dedicare quindi ai santi e ai morti i primi due giorni del novembre. Nacquero così, sul ceppo celtico ma con spirito cristiano, la festività di Ognissanti e la solennità memoriale dei morti, rafforzata dal diffondersi della credenza nel Purgatorio. I “Padri Pellegrini” inglesi e scozzesi - puritani e presbiteriani, quindi calvinisti - che nel Seicento colonizzarono il Nuovo Mondo, si portavano dietro la tradizione di Halloween,

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cioè d’Ognissanti: ma, in seguito alla Riforma protestante, essi avevano rinunziato a qualunque forma di culto dei santi e di ritualità. Per loro, quel lontano residuo pagano era soltanto una tradizione superstiziosa d’origine demoniaca. Ed ecco il carattere “trasgressivo”, quasi diabolico, di quella celebrazione spogliata di qualunque sacralità pagana ma anche di riferimenti cristiani; ecco le “storie nere” che l’accompagnano, e che hanno dato vita a innumerevoli films, o fictions, o “giochi di ruolo” sul genere horror. E’ quindi, a parte altre numerose considerazioni che pur sarebbe legittimo fare, abbastanza ridicolo che in un paese cattolico nel quale da oltre un millennio si celebrano le solennità dei santi e dei defunti si accolga, “di ritorno”, una consuetudine che il rigorismo calvinista ha respinto nelle tenebre delle superstizioni e che associa un revival satanico a un background laicizzato e ateizzato. In effetti, Halloween è una piccola buffonata consumistica: dietro la quale si nasconde tuttavia un nonsenso da combattere con tutte le forze, nel nome dell’ortodossia cattolica, della coscienza identitaria cristianoeuropea, del buon senso e del buon gusto. I cattolici dovrebbero, insomma, piantarla di truccare i loro bambini da demonietti, da scheletrucci, da streghine e da fantasmelli. Sarebbe necessaria al riguardo anche una rigorosa campagna di “pulizia dell’immaginario”, di liberazione dal kitsch sadofunebre ormai troppo diffuso specie nel cinema e in TV sull’onda dei cascami della cultura romantica passati attraverso il macabro alla Poe e alla Stocker. Tra 1 e 2 novembre, torniamo a condurre i nostri ragazzi e i nostri bambini a messa e a visitare i cimiteri, parliamo loro dei nostri cari che non ci sono più e dei quali essi probabilmente ignorano perfino i nomi: insegnamo loro a riallacciare di nuovo i legami che collegano tutti i figli di Dio nel nome della “Comunione dei Santi”, un’espressione teologica tanto sublime quanto oggi dimenticata e fraintesa. E torniamoci sul serio, perdinci, alle nostre tradizioni; riscopriamola e tuteliamola davvero, perbacco, la nostra identità. Altro che lotta ai minareti!


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Intervista a Beppe De Marco

Lo speaker vastese di Radio Dimensione Suono Iniziamo col presentarti ai lettori: nome, età ed occupazione. Mi chiamo Giuseppe De Marco, ormai per tutti Beppe De Marco, ho 34 anni, compiuti il 14 settembre scorso, quindi classe 1977 e “lavoro” come conduttore radiofonico o speaker presso RDS 100% Grandi Successi, la prima emittente in Italia, almeno così dicono i dati di ascolto. Ogni giorno più di 5 milioni di persone si sintonizzano su RDS. In che modo ha avuto inizio la tua “carriera radiofonica”? Ho cominciato ad emettere i primi vagiti davanti ad un microfono nel periodo d’oro per la radio, sia in Italia che nella mia amata città Vasto, esattamente nel 1990. L’anno dei mondiali fu anche quello in cui mi presentai in via Pescara a Vasto, spinto da un amico, per chiedere timidamente di condurre una classifica di musica dance. Quella era Radio Studio ’99. Come è stato il tuo primo “impatto” con il microfono ed il mondo della radio? A dire la verità non ero per nulla convinto di voler parlare ad un microfono, sono sempre stato piuttosto timido, ma gli amici alle volte ti convincono a fare cose che in quel momento non avresti mai potuto immaginare così importanti e decisive per il percorso della vita. Cosa ti ha spinto a superare questa timidezza? Radio Studio ’99 da lì a poco si trasformò in una seconda casa per me, si aprì un mondo affascinante che mi fece innamorare, un sentimento tanto forte che per tutti questi anni non mi ha mai abbandonato né tradito, neanche per un attimo. Ci sono state persone che, in un qualche senso, hanno segnato la tua crescita all’ interno della radio? Tra quelle mura che odoravano di musica, esperienze, polvere e sogni conobbi molte persone, tra le quali Nicola Marino. Fu lui a darmi le prime lezioni di vita e di radio. Vasto grazie a Ni Ni ha vissuto quasi dieci anni di radio vera, di competizione tra conduttori, di idee e di ambizioni. Io ho avuto la fortuna di vivere in quel clima.

Radio Studio ’99 è stato per te un inizio, cosa è cambiato negli anni successivi? Da Radio Studio ’99 ho provato a complicarmi un po’ la vita trasmettendo per l’altra piccola emittente rivale, la storica Prima Rete, eterna antagonista. Finiti gli anni liceali arrivo l’era difficile delle università. Ho tentato di fare radio anche a Teramo, dove ho studiato presso la Facoltà di Scienze Della Comunicazione, ma li pareva che nessuno avesse bisogno di me e stare lontano da un microfono quando si è provata quell’emozione era impossibile. Nella tua carriera compaiono i nomi di TRSP e Don Stellerino, che significato hanno per te?

Alla prima occasione chiesi a Don Stellerino di darmi la possibilità, tra una messa e l’altra di condurre un programma dalla sua radio religiosa: Tele Radio San Pietro. Forse in quei mesi sono entrato nelle Grazie di Dio, tant’è che Roberto De Nitis, storico conduttore, di quelli che seguivo per rubarne l’arte e la tecnica, convinse Gianni Quagliarella, all’ epoca giornalista per l’emittente Sacra, a segnalarmi ad un’altra radio ben più grande, la regina d’Abruzzo, Radio Delta1, dove rimasi per 5 anni. Gli studi universi tari hanno in qualche modo influenzato o facilitato il tuo percorso? L’università sapeva di vecchio e di stantio, non

arrivai mai alla laurea, ma quei 5 anni a Delta 1 furono ben più produttivi di molti sterili studi. Ebbi la fortuna di lavorare e vedere come si muovevano alcuni tra gli speaker più bravi della mia regione, contemporaneamente partecipai a due concorsi pubblicizzati da radio nazionali, ma nonostante mi avessero selezionato tra i migliori, non entrai a far parte di nessuna della due scuderie. Le provai davvero tutte. Non volevo lasciare intentata nessuna strada, volevo entrare in una radio nazionale. Quale è stato il passo successivo? L’unica soluzione a quel punto era armarsi di coraggio e partire per la Capitale. Feci avere la registrazione di un mio programma al direttore artistico di quella che all’epoca era la radio più ascoltata di Roma: Radio Globo. Tempo poche settimane ero in mezzo al traffico con un unico obiettivo: riuscire a capire quale fosse la strada per arrivare da casa alla radio… Radio Globo fu un’ esperienza confusa e velocissima, ero appena arrivato a Roma e non era facile adeguarsi a quello stile di vita e ai nuovi colleghi, ben più agguerriti di quelli che avevo lasciato nella radio in Abruzzo. Come sei arrivato in fine ad RDS? Come in un sogno dopo neanche 4 mesi che ero lì mi squillo il telefono, all’ altro capo la voce del direttore artistico di RDS mi chiedeva un incontro per scambiare due chiacchiere… Per 5 anni ho riempito le notti italiane trasmettendo dall’1 alle 5 del mattino, contemporaneamente ho studiato recitazione e doppiaggio. Ora ho qualche ruga in più e borse sotto gli occhi che però sono la metafora di un bel bagaglio di esperienze senza le quali certo non avrei sostenuto i tanti cambiamenti o responsabilità a cui una radio nazionale sottopone. Vogliamo ricordare ai lettori quando possono ascoltarti? Se volete ascoltarmi, almeno per ora, mi trovate fra le 19:00 e le 22:00 del venerdì e del sabato mentre Domenica dalle 13:00 alle 17:00… o magari riconoscerete la mia voce sul volto di chissà quale attore straniero. Nino Cannizzaro


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Nozze Ventrella-Marfisi

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Vino Novello alla cantina Del Casale

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25° Trofeo Bancarella Domenica 30 ottobre, si è tenuta la 25esima edizione del Trofeo Bancarella, in memoria del cav. Francesco Smargiassi, organizzato dalla sezione provinciale della Fiva-Confcommercio presieduta da Ottaviano Semerano. Presenti i figli del cav. Smargiassi, Maurizio e Anna Rita. Il premio è stato attribuito ad un ambulante giunto da Siracusa.

Con una cerimonia officiata dal consigliere comunale Francesco Menna, si sono uniti in matrimonio Alfonso Ventrella e Anna Marfisi. Tanti gli amici e i parenti presenti al rito, che si è svolto nell’incantevole cornice dei giardini di Palazzo D’Avalos.

Il vino novello è arrivato e anche quest’anno Sergio Del Casale ha voluto presentare il suo. Nella sua Cantina di via San Biagio, gli saranno come al solito al fianco la moglie Lucia e le sue splendide figlia Laura e Paola ed idealmente accanto il caro Gennarino,che vediamo con loro in una foto dell’anno passato

Musica

La batteria di Dante Melena

Dante Melena avvia le prime esperienze musicali come autodidatta. Nel 1985 si trasferisce a Roma, dove studia al “Saint Louis jazz school” con alcuni tra i più valenti musicisti italiani. Nel 1988 partecipa allo stage tenuto a Roma da Steve Gadd e nel 1989 segue i corsi della “JAZZ UNIVERSITY” di Terni, con Ettore Fioravanti. Nel 1989 suona in tournèe con Lena Biolcati. Nel marzo 1990 viene ammesso ai corsi di perfezionamento presso il “DRUMMERS COLLECTIVE” di New York city, nell’ambito del quale partecipa alle Master Class di Dave Weckl, Gregg Bissonette, Zack Dazinger, Kim Plainfield, Marvin Smitty Smith, Ricky Sebastian, Frank Malabe, Deduca Fonseca e Bob Weiner. Nel 1991 ha esperienze in Giappone, Nel 1993/94 segue i corsi invernali del “C.P.M. di Siena Jazz”, suonando con il docente Battista Lena e nel 1994/95 con Paolino Dalla Porta, Danilo Rea, Klaus Lesmann quest’ultimo partecipa al “Jazz festival di Forte Dei Marmi 1995”. Dal 1994 al 1996 collabora con alcuni tra i più attivi musicisti dell’area jazz abruzzese quali: Angelo Canelli, Marco Di Battista, Maurizio Rolli. Nel 1996

è allievo di Steve Houghton, Joe Porcaro, Enzo Todesco e Virgil Donati in Los Angeles, California. Dal 1995 al 2000 fa parte dello staff docente dell’Accademia “Nuccio Fiorda” di Campobasso. Dal 1995 al 1998 persegue il progetto musicale “LOOP de LOOP” in duo con il chitarrista Italo De Angelis, un’originale formazione che spazia dalla musica d’avanguardia alle sonorità etno-cibernetiche, prodotte con sofisticate tecnologie digitali, superando i confini di etichette o definizioni di genere musicali, in favore di un’integrazione tra le varie e molteplici sonorità contemporanee. Dal 2002 entra a far parte della Band “Almost Religion” del chitarrista cantante americano Mick Radford e nel 2003 entra nel “Kelly Joyce sextet”. Durante questo periodo, collabora anche con il “Minimal trio”, realizzando anche un CD dal titolo “Ocean of sound”, del quale ha curato gli arrangiamenti ; collabora con Gianfranco Continenza con il quale ha registrato “The past inside the present”, disco realizzato con la collaborazione di “Scott Kinsey (Tribal tech) e Bill Evans” per la ESC Records.

Dante Melena è da ben 10 anni docente di batteria presso la scuola di musica “ ARS NOVA “ di Vasto. Leano Di Giacomo

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